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  • Capracotta, 30 anni di storia (IV)

    Il periodo Falconi Questa situazione durò fino al 1876, anno in cui Nicola Falconi di Capracotta presentò la sua candidatura e venne eletto ottenendo consenso da parte di tutti gli altri elettori del collegio; consenso, questo, che gli sarà ininterrottamente riconfermato nelle successive legislature. La cronaca postuma dice che il Falconi, sebbene non fosse un grande ingegno di uomo politico, seppe in compenso guadagnarsi la stima di tutti e seppe barcamenarsi bene inserendosi al di sopra delle due fazioni agnonesi, allora in lotta tra di loro, che si contendevano il potere amministrativo locale e quello della deputazione provinciale. Intendo alludere al partito di Giovanni Ionata da una parte contro quello di Francesco Saverio Sabelli dall'altra. Tuttavia vi era tra Agnone e Falconi una certa promessa di ritiro di quest'ultimo dalla scena politica qualora si fosse reperito un idoneo agnonese. Questo incantesimo durò, senza alcun turbamento, fino al 1900, ma da quest'anno le cose cominciarono a cambiare, in seguito alla riforma mandamentale, per effetto della quale Pietrabbondante venne distaccata dal Mandamento di Agnone e San Pietro Avellana da quello di Capracotta. Successe un putiferio! La reazione in Agnone contro Falconi sfociò in una serie di accuse fatte dai tre periodici editi in quel tempo ("Il Cittadino Agnonese", di stampo clericale; "Il Risveglio Sannitico", moralista, per modo di dire, e anticlericale; "Eco del Sannio", filo-governativo), i quali, per la prima volta, si trovarono d'accordo tra loro ed attaccarono violentemente Nicola Falconi. Capracotta, patria dello stesso deputato, reagì in modo più chiaro ed inequivocabile con le dimissioni in massa della Giunta e del Consiglio Municipale. A nulla valsero, però, queste rimostranze: la legge fu approvata a scapito di Agnone e Capracotta; tuttavia fu sintomatico il fatto che quest'ultimo centro per la prima volta osteggiò il suo deputato in forma aperta. Agnone cominciò la sua battaglia almeno a livello di giornali e tra questi eccelse "Il Risveglio Sannitico", diretto dal preside Luigi Gamberale. Fu un periodo burrascoso per il nostro Molise: il Volturno stava per essere venduto ed i fautori - a detta del Risveglio Sannitico - rispondevano ai nomi di Fazio e Gabriele Veneziale; questi si dichiararono subito innocenti e risposero agli attacchi del declinante preside, il quale, nei suoi articoli, incriminò anche il deputato capracottese, definendolo amico della cricca Veneziale. Si cominciò ad opinare in Agnone la candidatura di un agnonese: il Gamberale ricercò invano un personaggio di spicco, tampoco nessuno propose il suo nome. Il periodo Mosca Intanto Falconi era stato nominato Senatore del Regno e finalmente Agnone, come era nei patti, sembrò liberarsi dal dominio capracottese. Ma si fecero i conti senza l'oste perché il Falconi aveva già creato le premesse per la candidatura del nipote Tommaso Mosca, che, senza sorprese, fu regolarmente eletto nelle elezioni politiche del 1909. Il Mosca subentrò, quindi, nella scena politica anche se la sua preparazione era più incline nel campo della giurisprudenza, dove si era imposto con il "Trattato sulla colpa", adottato per oltre un trentennio in tutte le università italiane. Nel 1912, in occasione della riforma elettorale, la lotta tra Agnone e Mosca, questa volta, si riaccese per sfociare nella forma più violenta e campanilistica nel 1913, quando Mosca venne implicato nello scandalo del Palazzo di Giustizia a Roma e quindi costretto a dimettersi. Agnone prese la palla al balzo: questa volta il candidato doveva essere agnonese e la persona più rappresentativa e prestigiosa era quella di Giovanni Piccoli, un ginecologo-ostetrico che accettò la candidatura. Mosca rimise il suo mandato parlamentare agli elettori del Collegio e le elezioni suppletive si svolsero il 29 giugno 1913. Nel campo di battaglia vi erano tre candidati: Mosca, deputato dimissionario; Marracino, della vicina Vastogirardi, già sconfitto da Mosca nel 1909; Piccoli, il nuovo candidato sul quale Agnone concentrò tutti i suoi sforzi. A livello di propaganda i periodici editi furono: "Il Rinnovamento", diretto sempre dal Preside Gamberale, che si dedicò - anima e corpo - per non dire - a spada tratta - in favore della candidatura Piccoli; non disdegnò di attaccare anche il confratello "La Lotta", un altro periodico agnonese di schieramento decisamente per Marracino, e solo quando questi rifiutò nobilmente la candidatura prese posizione per il Piccoli, favorendo quella che, nella storia di Agnone, sarà chiamata la "concordia agnonese", finalmente raggiunta dopo tanti secoli di acredine. Questi due periodici furono coadiuvati dall'"Eco del Sannio", già esistente sin dal 1894, schierato, ovviamente, in favore del Piccoli, e, quindi, contrario al Mosca. Antonio Arduino Fonte: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986.

  • Capracotta, 30 anni di storia (III)

    Alcuni fatti di cronaca Per i fatti importanti verificatisi qui a Capracotta ho voluto evidenziare - senza alcuna manipolazione mia personale o di sorta - quello che molti capracottesi ignorano per mancanza di un carteggio ufficiale. E così possiamo apprendere che nel 1895, in Capracotta, si era aperto un Ginnasio inferiore; nello stesso anno si era costituita una società Filodrammatica, che durerà per oltre un decennio; che già funzionava una società di Filarmonica, egregiamente diretta dal prof. Alfonso Falconi; che vi era una società di Tiro a Segno ritenuta la migliore e la più organizzata di tutto il Molise e della quale i 10 soci che la rappresentarono alla gara generale in Roma riscossero dal pubblico molti applausi davanti la tribuna reale nel giorno della inaugurazione della gara. Importantissima anche una corrispondenza, sotto lo pseudonimo "Le Roi s'amuse", che ci informa sul primo albero di Natale fatto in Capracotta nel 1897 da un giovane dotato di particolare ingegno e cuore, Oreste Conti, autore di quella opera da tutti invidiata che è la "Letteratura popolare capracottese", un vero capolavoro sotto ogni profilo. Ancora alla ribalta la Società Artigiana Capracottese, costituitasi fin dal 1877 per scopi altamente filantropici, davanti alla quale il 2 luglio 1900, festa della Visitazione, un capracottese pretese invano che la banda musicale di Bomba suonasse l'inno di Garibaldi. Una sensazionale notizia tratta di un ingente furto avvenuto presso l'Ufficio del Registro di Capracotta: il valore della refurtiva ammontava a ben 5.465 lire... di quei tempi! Dopo questa corrispondenza, una bella notizia, una bella festa nelle vicinanze di Capracotta: a Monte Campo. E quando pronunciamo questa località la mente involontariamente si fissa su quella enorme croce che da qualche tempo giace non più benedicente l'intera vallata sangrina fino alla luce opalina del mare Adriatico. L'articolista scrive, che il «16 settembre 1900, giorno di riposo, la strada che conduce a Monte Campo, tutta a zig-zag, sembrava un serpentone nero che lentamente si muovesse». Ma che cosa attirava tutta quella gente? Ecco! Sulla sommità del monte era stata innalzata una croce ed il vescovo Pietropaoli alla testa di oltre 2 mila capracottesi era venuto appositamente da Trivento per benedirla. Ai piedi della Croce, alta 13 metri, un altare per la Messa e un coro di duemila voci che testimoniava a Dio la fede di un moralmente puro e forte popolo montanaro. Gli echi melodiosi raggiunsero quel giorno le sette provincie che da lassù si vedono. L'articolista, preso dalla commozione, scrive: «Che si istituisca una festa campestre ogni anno, era il voto di tutti e così mi auguro che sia». Noi oggi lo tranquillizziamo e gli diciamo che il popolo capracottese ha istituito questa festa proprio nelle immediate vicinanze della vetta di Monte Campo, esaudendo il voto suo e di quanti quel giorno, affratellati da comuni sentimenti, ne fecero l'augurio. A questo augurio aggiungiamo una preghiera per gli amici amministratori: quella che la croce sia nuovamente issata: i nostri padri che guardano dai piedi della montagna gioiranno come fecero in quella domenica di 82 anni fa e vi benediranno per aver rispettato un voto. Signori, questi fatti che ho citato, potrebbero sembrare al giovane di oggi, di una consistenza minimizzata, ma riferiti all'epoca furono molto importanti, come importante fu il dono dei capracottesi americani nel 1950 dello spartineve, che costituì un avvenimento eccezionale e che liberò Capracotta e l'intero comprensorio altomolisano da quel pauroso isolamento invernale che prima era costato non poche vite umane. Capracotta e la politica Un altro argomento centrale riguarda due personaggi di maggior spicco che all'epoca, fecero storia: Nicola Falconi e Tommaso Mosca, ambedue capracottesi di puro sangue. Ma veniamo ai fatti. Nel 1861, appena costituita l'unità d'Italia, vennero definiti anche i collegi politici elettorali; il Molise fu suddiviso in sette collegi aventi per capoluogo rispettivamente Agnone, Boiano, Campobasso, Isernia, Palata, Riccia, Larino. Capracotta, come gli altri paesi del Molise Superiore, fece parte del collegio di Agnone. Le prime elezioni del 1861 premiarono Ippolito Amicarelli, un sacerdote di Agnone perseguitato dal Borbone. Gli elettori furono pochi, pochissimi: basti pensare che a Napoli Silvio Spaventa fu uno dei primi eletti con soli 100 voti! A queste elezioni seguirono le altre e vennero eletti il sacerdote Giuseppe Tamburi e, successivamente, Francesco Saverio Sabelli, ambedue di Agnone: il primo con la carica di sindaco, il secondo con quella di Maggiore della Giunta Nazionale. Entambi, però, dopo un breve lasso di tempo, rassegnarono le proprie dimissioni: il primo perché intendeva svolgere con più efficacia il mandato di primo cittadino, il 2° per motivi di salute. Sicché il Collegio si rese vacante e cominciò ad essere meta di candidati forestieri non votati nei loro collegi di appartenenza, come Raeli, Bonghi ed altri. Il Collegio politico di Agnone, in altri termini, divenne il refugium peccatorum di altre regioni per mancanza di un candidato idoneo presente nel collegio. Antonio Arduino Fonte: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986.

  • Ai monti del Sannio

    Addio ai giuncheti del Verrino, dall'eterno mormorio; alle case, al mio giardino, la canzone dell'addio: o Sannio mio, io vò lontano: per sempre, addio! Scendendo al piano, un rio dolor mi strugge 'l cor! Oh, la chiara aria turchina! Oh, il ridente paesaggio! Scorre l'onda cristallina, mormorando in suo viaggio: addio, brigate di cari amici; innamorate alme felici: addio, bel pino del mio giardino! Sale al cielo lento lento Giù, dal fondo d'uno speco, stornellando un rio lamento, che ripete d'eco in eco: addio villaggi, cari torrenti, abeti e faggi. Occhi lucenti della forese del mio paese. Vi saluto vaghe sere, bei tramonti e sogni d'or: rosso volto e chiome nere, così dolci e questo cor! Il treno divora e l'erta e 'l piano; anche un'altr'ora, poi son lontano: addio, Verrino! Addio, buon vino! Andrea D'Agnillo Fonte: A. D'Agnillo, Ai monti del Sannio , in «Aquilonia», V:10, Agnone, 16 settembre 1888.

  • Il paesaggio, che meraviglia

    Alcuni di noi hanno la fortuna di averlo sotto casa. Altri fanno centinaia di chilometri per trovarlo e gustarsi la vista in santa pace. L'Italia di montagne innevate, mari e orizzonti, colline, storia, dune, pianure e infinite bellezze domani celebra per la prima volta la Giornata nazionale del Paesaggio. I paesaggi naturali, ma anche quelli artistici e monumentali, con visite guidate che spaziano da quelli "condivisi" all'Aquila al giardino all'inglese della Reggia di Caserta, da Pompei agli Uffizi, dalle osservazioni ad alta quota a una passeggiata immersi fra verde e certose. Per scegliere dove andare basta scoprire, in questo lungo elenco, il paesaggio più adatto per voi. Gli eventi in programma da Nord a Sud sono oltre 170 e lo scopo è quello di sensibilizzare gli italiani alla salvaguardia per il proprio territorio, aiutandoli a riscoprirlo. Per farlo, se Pablo Neruda diceva che «se non scali la montagna non ti potrai mai godere il paesaggio», il Ministero dei Beni Culturali (Mibac) ha pensato di offrire una semplice scorciatoia: riviverlo attraverso i musei. Più che le iniziative all'aria aperta sono infatti curiosamente le istituzioni museali a offrire la maggior parte dei percorsi di riscoperta del paesaggio attraverso visite guidate e approfondimenti tematici, con le Soprintendenze di Archeologia e Belle Arti impegnate in primo piano ad aprire le porte ai cittadini. «C'è la necessità di conoscerlo, proteggerlo e valorizzarlo. Questa iniziativa è un faro su un settore fondamentale, che in Italia non ha avuto nel tempo la visibilità che avrebbe dovuto» ha spiegato il ministro Dario Franceschini che domani, mentre consegnerà il primo Premio Paesaggio Italiano nella Sala Spadolini a Roma, firmerà anche il piano paesaggistico della Regione Piemonte insieme al presidente Chiamparino. Un 14 marzo in cui si spazierà così dall'arte ambientale a Siena a percorsi dedicati nei musei di Firenze, come quello nell'Opificio delle pietre dure, oppure un viaggio per bambini al Museo nazionale di Ravenna. All'Aquila, con una campagna social, invitano a scattare istantanee e condividere il proprio paesaggio; a Matera verrà osservato grazie alla complicità della cartografia, a Benevento si andrà alla riscoperta del "paesaggio sannita", a Ferrara ci sarà il connubio fra arte e scienza nella Pinacoteca. Giacomo Talignani Fonte: G. Talignani, Il paesaggio, che meraviglia. Un giorno per ricordarsene , in «La Repubblica», Roma, 13 marzo 2017.

  • Amore e gelosia (XVII)

    XVII La famiglia Avigliano abitava in via Starza 14, a Nocera Inferiore. Detta così, sembra semplice trovare la casa, ma passando dalla teoria alla pratica, le cose si complicano. Il termine Starza, toponimo diffuso in Irpinia, deriva da starcia , parola medievale che stava ad indicare un terreno da seminare. Nel gergo napoletano assunse il significato di fattoria, casa agricola. In ogni modo, è legato al mondo agricolo, rurale. A Nocera Inferiore vi sono tre zone, nella campagna che circonda la città, che sono indicate come “Starza”, e fanno capo a posti lontani l'uno dall'altro. In ogni caso, vi sono tre Starze: qual era quella in cui si trovava la casa di Elisa? Ho sguinzagliato alla ricerca tre esperti di luoghi della città: non ho avuto una risposta certa, solo una ipotesi. La vita ai tempi del racconto era ben diversa da quella che noi oggi conduciamo: si soffriva il caldo d'estate e il freddo d'inverno e le famiglie benestanti erano alla costante ricerca di posti dove fosse possibile proteggersi, sia pure parzialmente, dagli umori del clima e sopratutto dal tormento delle mosche e delle zanzare! Lì costruivano le loro ville. In quale delle tre Starze vi erano le condizioni migliori? Non lo so, almeno non lo so ancora: ma i miei segugi sono all'opera, può darsi che a breve scoveremo la casa dove Elisa nacque e dimorò fino al 1916. Per ora limitiamoci a raccontare la giornata di una domenica primaverile del 1906: don Salvatore è giunto alla stazione e un cocchiere è andato a prenderlo con la carrozza per portarlo a casa Avigliano. In cucina, le donne di casa stanno preparando il pranzo. Il menù è stato concordato con la cuoca dalla madre della ragazza: il meglio dell'Agro nocerino-sarnese. Primo piatto: gnocchi con ragù di carne. Sul fuoco la pentola di rame sta pippiànne dalle 4:30 del mattino... Secondo piatto: obbligatoriamente una porzione di braciola ripiena di pinoli, prezzemolo e pepe, una tracchiolella, una cotena e poi un arrosto cotto sulla brace ardente di legna e carbone che due uomini di casa stanno approntando nell'aia antistante la villa di famiglia. Il pranzo continua... Una novità assoluta: il caglio, latte fermentato fatto giungere appositamente da Tramonti, dove i lattai lo producevano. I contorni: pastinache lesse, insalata reccia, finocchio condito con olio e aceto e scarola impacchettata (imbottita di olive, capperi, acciughe, poi legata e messa a cuocere in padella). Ancora: pizza rustica e frittata di cipollotto nocerino, una specialità sopraffina. Dessert: il panettone fatto in casa e i mostaccioli. Frutta a volontà, fra cui anche le prime cerase colte, le primitive. Vino: fragolino e vino di Tramonti. Per concludere: due suonatori, uno di chitarra e uno di mandolino, entrambi di Cava de' Tirreni, di cui si diceva un gran bene. La giornata poteva avere inizio. Francesco Caso

  • Zuppa di lenticchie di Capracotta e castagne

    Capracotta è un paese, in provincia di Isernia, famoso soprattutto per la sagra della "pezzata", carne di pecora bollita in paioli con acqua e erbe aromatiche. Piatto nato dall'esigenza da parte dei pastori di utilizzare qualche capo di bestiame azzoppatosi durante la transumanza dalle montagne dell'Alto Molise al Tavoliere delle Puglie e diventato una prelibatezza da buongustai. Oggi invece vi racconto di un'altra eccellenza, meno famosa, ma sicuramente da scoprire: le miccole . Le lenticchie di Capracotta vengono coltivate sui terreni pietrosi dei monti del capracottese, anche l'altezza (dai 1.400 m. ai 1.600 m.s.l.m) contribuisce a dare alle miccole un gusto e delle proprietà organolettiche uniche. Le varietà endemiche coltivate sono due. La cultivar, di più antica memoria rispetto all'altra, presenta una marcata policromia che va dal nero-marrone scuro, arancio, fino al rosso mattone e una struttura tegumentale ben sviluppata e robusta.Dopo la cottura (che non supera mai i 20-30 minuti) questa lenticchia noon si spappola, ma rimane sempre soda e saporitissima. Sia nella prima che nella seconda varietà di lenticchia di Capracotta, le dimensioni del seme sono molto ridotte ed il sapore è pressoché identico ed eccellente. Zuppa di lenticchie di Capracotta e castagne 300 g. lenticchie di Capracotta; 150 g. castagne secche morbide (vengono denominate proprio così dai venditori); 2 spicchi di aglio; prezzemolo; foglie di alloro; pane abbrustolito; olio di frantoio; sale. Cuocere le lenticchie, senza metterle a bagno, in acqua insaporita con aglio, prezzemolo e alloro per 20-30 minuti, se occorre aggiungere altra acqua calda, salare a metà cottura. Lessare in abbondante acqua le castagne secche morbide per circa 35-40 minuti. Verso la fine della cottura delle lenticchie completare con le castagne bollite precedentemente. Condire con l'olio, versare nelle scodelle sulle fette di pane tostato. Aggiungere un altro abbondante giro di olio. Loredana Carrieri Fonte: http://lacucinadimamma-loredana.blogspot.com/, 16 novembre 2014.

  • Un'avventura speciale

    Da quando le allucinazioni sono diventate quotidiane non so più dove cazzo mi trovo. È tremendo. Sono già tre mesi che mi sveglio nel mio letto un giorno sì e uno no. È una cosa straziante: vado a letto la sera e la mattina non arriva mai. Mi trovo di colpo seduto davanti al computer, o sul cesso o ancora sdraiato sul divano. Mentre sono lì che sogno, nella vita normale conduco un'esistenza parallela, in compagnia di mia moglie e i miei figli, di cui quasi non serbo memoria. Quando riprendo i sensi e mi ritrovo a fare le cose di tutti i giorni mi prende sempre lo sconforto, ho la netta sensazione che qualcuno mi ingiurii. Ora capisco come si dovevano sentire tutti i perseguitati di questa terra, gli impotenti, quelli che dovevano subire il pubblico ludibrio senza poter protestare. La mia condizione è la stessa: come, contro chi, reagire? Quali soluzioni adottare quando neanche la fuga può essermi di alcun aiuto? E poi francamente è proprio la fuga il mio problema. Sono arrivato al punto di condurre due esistenze parallele, quasi conscio di entrambe, l'una delle quali mi attira come l'Eden e intanto leggo l'angoscia nel volto dei miei figli. Quanto tempo resto lì a fissare il vuoto, cosa dico quando vago come un sonnambulo, cosa mi perdo dei loro abbracci, dei loro occhi, delle loro liti fraterne non lo so. So solo che quando ritorno di qua, confuso, loro mi guardano sempre con la stessa aria interrogativa, come per dire: “Ci sei? Come stai?” e magari conducono le loro vite dirigendole sempre più lontano dalla mia. Avranno un pensiero in meno, non chiederanno più le mie opinioni, mi racconteranno della loro vita solo per tenermi un po' di compagnia, e la pietà prenderà presto il posto dell'amore, come la stima dell'adolescente ha preso il posto dell'ammirazione del bambino. Sono e sarò tutt'altro che il loro eroe, mio dolentissimo malgrado. Di là le cose vanno sempre meglio, dei miei due figli uno fa il guerriero e l'altro invece è diventato un albero. Come sono belli, il primo indossa delle placche d'argento sulle spalle e sul petto, un perizoma e due bracciali di cuoio. Se ne va in giro con un bastone e senza vestiti, è riverito e rispettato da tutti e porta i capelli rasati ai lati, come un samurai. Parla poco, mangia molto e cura l'educazione bellica di ragazzi dai 7 ai 14 anni. Il secondo invece ha scelto di diventare un albero ed anche lui ha trovato un buon posto, è l'albero Maestro di una radura bellissima, proprio in mezzo ad un bosco di conifere in Abruzzo. Governa: è una specie di sovrintendente generale della radura, si occupa dell'equilibrio del posto, fa da giudice nelle dispute fra animali, soprattutto fra insetti, ma il suo compito principale consiste nel curare il viavai degli spiriti della Natura. Anche la sua scelta mi è sembrata di estremo buon gusto, ha preferito essere un sambuco rosso, talmente bello, utile e discreto... Le sue sono grosse responsabilità, ma so che se la cava benissimo: è vergine ascendente vergine, come lui, pochi sono precisi e coscenziosi. Devo dire proprio che ho vissuto un'esperienza emozionante con entrambi i miei campioni e la racconto con orgoglio. Mi sono imbarcato sul primo dirigibile diretto a Capracotta un martedì verso le 7:30 del mattino. La sorpresa di sapere dell'esistenza di una linea di dirigibili per i monti dell'Abruzzo non fu molta. Per uno che tutti i giorni vede gente che cavalca formiche o che ara con gli scarabei, un dirigibile arancione non è una grossa curiosità. Era un bestio piuttosto grosso in confronto alla sua appendice portapersone. Ho pagato il biglietto che costava 3 ore e quaranta, non ci si deve stupire di questa forma di pagamento, perché lì dove vado i soldi non ci sono. Siccome ero abituato a fare i conti in quella strana valuta, con tutte le sue corrispondenze, ho capito che il viaggio sarebbe durato più o meno tre ore. Il bestio arancione filava che era una meraviglia, sospinto da due turboeliche alimentate ad idrogeno. Avevo già imparato che in quel mondo si produrce Idrogeno semplicemente introducendo una lega speciale nell'acqua, per cui ce n'è sempre in abbondanza, ma non sapevo nulla sull'Elio. Piuttosto, mi sembrava di ricordare che fosse esaurito, e da qui a credere che il pallone fosse stato riempito d'Idrogeno, il passo è stato breve. Nutrivo dei forti dubbi sulla sicurezza dell'aviomezzo sul quale stavo volando, l'idrogeno è combustibile ed il fatto di tenerne diverse decine di metri cubi sulla testa non mi rassicurava certo. Infastidito da quel rovellino che non accennava a lasciare in pace le meningi, ho chiamato cortesemente uno stiuart, schiacciando l'apposito bottoncino. Dopo qualche secondo mi si fa incontro un giovanotto vestito con una tuta color argento satinato e un cappello mercuriale in plastica, che, se non fosse stato per le ali, avrei giurato fosse un casco dei pompieri francesi, tanto era lucido e bello. Al sentire le mie preoccupazioni lo siuart si è fatto una grassa e contagiosa risata, tanto che i quattro passeggeri che mi contornavano, hanno cominciato a ridere anch'essi. Anch'io ridevo tranquillo, non mi sentivo affatto a disagio, ero piuttosto come quello che chiede al pinguino come fa a volare. Finito di ridere, il sensuale giovanotto mi ha spiegato con calma e cortesia che il pallone era stato riempito di elio. Alle mie domande sulla provenienza del gas in questione, mi ha risposto illustrandomi un processo di riduzione subatomica che permetteva di trasformare l'Idrogeno in Elio e così tutti gli altri atomi. – Ma questa è alchimia! – Ho esclamato interrompendolo. – Teoria della fisica unificata. – Mi ha risposto calmo. All'atto di rassicurarmi, un sonno furfante mi ha rubato i panorami, fino a che il bel Mercurio di prima non è venuto a svegliarmi comunicandomi che eravamo già atterrati a Capracotta e il mezzo stava per ripartire. Gli ho restituito un "Grazie" un po' sardonico, e che cazzo, non potevano svegliarmi prima? Ho afferrato il mio semplice bagaglio e sono letteralmente saltato giù, fra le immancabili risa del personale di bordo. Ero allenato a non stupirmi più di niente, tanto che il primo pensiero, al vedermi solo, sulla radura di Campofiorito, è andato proprio alla giovialità dell'equipaggio, conscio com'ero della mia goffaggine, ma in fondo ero arrivato sano e in orario. Dopo essermi orientato mi sono messo lestamente in cammino verso la radura abitata da mio figlio, che distava dal campo d'atterraggio alcuni chilometri e si trovava al limite del bosco di faggi che orna Capracotta, proprio al centro di una macchia di aghifogli, superstiti di un vecchio rimboschimento, fatto forse in era fascista. Il motivo per il quale mi sono recato colà è presto detto: la radura era stata testimone di un omicidio e in qualche modo c'era era andato di mezzo anche mio figlio il Sambuco. Come ho saputo dopo, pare che un gruppo di scellerati avesse deciso di riunirsi nottetempo in quel luogo, per celebrare una specie di rito d'iniziazione, che prevedeva, fra l'altro, che il candidato si sottoponesse ad una specie di ordalia. Siccome la società segreta a cui i suddetti scellerati appartenevano, era di stampo vagamente malavitoso, il candidato era tenuto a provare il proprio coraggio sopportando una ventina di assalti portati da giovani armati di lance e pugnali. L'ordalia si tenne durante la notte, il candidato era armato di un semplice bastone e i suoi assalitori indossavano degli occhiali da sole che li rendevano quasi del tutto ciechi. Nel difendersi doveva stare attento a non superare il limite della radura, in special modo gli era consentito di cercare riparo solo entro i limiti della radura stessa. Un primo ragguaglio sull'accaduto me l'aveva dato mio figlio maggiore, il Guerriero, quando mi avvertì che sarebbe andato a trovare suo fratello perché era successa una cosa gravissima. Siccome è un capricorno ascendente vergine, dovetti accontentarmi di quelle sue scarne frasi ed arguire, da solo, che fortunatamente non si era trattato di un incendio. Appena saputa la notizia, montai immediatamente una barracchella in p.zza Duomo e mi misi a leggere i tarocchi a pagamento. Mi bastò lavorare una serata per racimolare una decina d'ore in valuta. Come ho accennato il mondo che frequento è esente dall'uso del denaro, e di questo parlerò in seguito, qualora mi trovi dell'umore adatto. Adesso mi sento abbastanza lucido, sto bene e ho voglia di scrivere perché da stamattina non ho avuto che una sola uscita, così ho potuto leggere negli occhi di Ida, che ora giace addormentata davanti a un grasso giornalista sgabellato, una luce di tenera speranza che mi ha dato molta energia. Quindi sono gaio e tale voglio continuare a raccontare questa bellissima avventura. Luigi Vittori Fonte: L. Vittori, Un altro mondo , Ferentino 2004.

  • Due stonature nelle vicende dei Caprotti

    Il 10 dicembre del 2013 su "Il Fatto Quotidiano" leggevo una sorta di appello di tale Januaria Piromallo a Violetta per una riconciliazione con il padre. Non contenta dell'intromissione non richiesta, la signora Piromallo aveva da dire anche su come eravamo noi figli. In merito si esprimeva infatti così: Eccezionali le doti imprenditoriali di tuo padre, quelle di tuo fratello aspettiamo ancora che si esprimano [...] Violetta non barattare l'amore di un padre con un conto in banca... Si vede che questa signora, oltre a molta mania di protagonismo e pochissima dimestichezza con le ns. vicende, aveva anche qualche sassolino da togliersi dalle scarpe nei confronti di Violetta. E, nel frattempo, una sparata contro il fratello ci stava "bene"... L'avevano fatto in tanti, in primis Bernardo: perché avrebbe dovuto privarsene Januaria Piromallo? In "Cronaca di una campagna di stampa diffamatoria e persecutoria" ho evidenziato come io sia stato dipinto nel 2006 come un individuo straricco, inetto, viziato e ladro. Nell'anno in questione ci si mise pure la signora Maria Cristina Elmi Busi Ferruzzi (all'epoca imbottigliatrice di Coca-Cola, con la Sibeg di Catania), urlando, attraverso le pagine del Corriere il 4 maggio... Un fermo "altolà" al nepotismo in generale ed in particolare in Esselunga e prendendo le parti di Bernardo che optava per i manager al posto della famiglia... L'audace signora dava anche una "bella" definizione della sua famiglia e di quella di Bernardo Caprotti aggiungendo che: Lei ed io... abbiamo troppe famiglie da decenni sul groppone per non avere il buon senso ed il fiuto necessari per far crescere le nostre aziende anche nei momenti difficili... L'articolo sollecitato al Corriere dalla Busi sembrava una sorta di "No pasaràn", lo slogan delle truppe repubblicane (sotto la la loro bandiera) contro i franchisti, durante la guerra di Spagna. Questa sorta di grido era rivolto al padre di un imbecille e forse anche disonesto? Certo che come fornitrice, avrebbe potuto tranquillamente ricevere copia della lettera seguente... Questa missiva ha circolato un po' ovunque, visto che l'ho ricevuta da un addetto di supermercato Esselunga. Sul dizionario della lingua italiana Devoto Oli il termine "banda" ha queste accezioni: Banda di partigiani, brigata di bontemponi, compagnia di suonatori, compagine atletica, gruppo di persone poco raccomandabili o raggruppamento di fuorilegge... Visto che, con i dirigenti di cui ho bianchettato il nome, non avevamo combattuto fianco a fianco durante la guerra civile spagnola, non uscivamo a bere la sera né facevamo sport né tantomeno suonavamo jazz o musica classica insieme, lascio a voi ogni interpretazione su cosa volesse dire mio padre con il termine "banda" . Tra i «maltrattati, spintonati, scacciati» c'era sicuramente il dottor Gianni Lembo , facendo un raffronto tra le due gestioni (quella di Giuseppe e quella di Bernardo). Eppure Maria Cristina Elmi Busi Ferruzzi avrebbe dovuto sapere con chi aveva a che fare, e visto che la sua Sibeg era stata coinvolta appieno nell'istruttoria di seguito... ma forse gli indizi recenti contro il figlio descritto come il capo di una banda di gangster erano decisamente troppi e, diciamolo pure, anche tanto succosi per non essere usati da una signora che probabilmente aveva bisogno di un favore da Bernardo Caprotti, e Lei, da persona educata e civile quale era non si degnava non dico di scusarsi ma almeno di rispondermi. D'altronde chi era al cospetto di Giuseppe Tesauro come me ricorda un appello accorato della signora Busi in difesa delle posizioni di Coca-Cola e della Sibeg. In cinque anni, dal 2001 al 2006, da brillante braccio destro di mio padre ero diventato una sorta di mostro. E c'era chi se ne approfittava per spararmi addosso... Però, ora che l'azienda, con la terza famiglia di Bernardo Caprotti, è diventata "manageriale", Maria Cristina Elmi Busi Ferruzzi può stare tranquilla: la "prima linea" di Esselunga ha fantastici giovani di 35 anni, con tre anni di anzianità aziendale, ma i volantini e le pubblicità hanno la stessa impostazione grafica che gli avevo dato personalmente, con l'Armando Testa, nel lontano 2003. Quelle di oggi mi sfuggono. Ma il silenzio avrebbe dovuto essere d'oro per: Januaria Piromallo, nonché marchesa Capece Piscicelli di Montebello dei duchi di Capracotta... che è una «piccola città del Molise» nel 1891 i 5.000 abitanti vivevano in piccoli tuguri con le loro bestie. Alla stessa stregua avrei potuto essere "principe" di Albiate, che conta quasi 7'000 anime! Maria Cristina Elmi Busi Ferruzzi... ma anche per tante altre persone, tra le quali sicuramente Stefano Lorenzetto, "Il Fatto Quotidiano" e il "Corriere della Sera" che davano notizie paragonabili a quelle trovabili su "Visto" non ci facevano una gran bella figura… Giuseppe Caprotti Fonte: https://www.giuseppecaprotti.it/ , 2 8 aprile 2014.

  • Capracotta, 30 anni di storia (II)

    L'emigrazione In queste inenarrabili condizioni di vita si giunge al 1860, quando Capracotta era divisa fortemente tra fautori per la causa borbonica e i liberali per Garibaldi e l'unità d'Italia. A onor del vero e per la serietà che la storia esige, i capracottesi simpatizzarono decisamente per i Borboni, cosa che avvenne genericamente in tutto il Meridione, nel Molise e particolarmente in tutti i paesi facenti parte del distretto di Isernia. Monsignor Giandomenico Falconi, liberale, lasciò frettolosamente la sede vescovile di Altamura e ritornò a vivere gli ultimi anni della sua vita a Capracotta, tra i suoi monti. Garibaldi vinse, ma restò vinto, a sua volta, dalla monarchia sabauda che gli tolse il bottino, aggravando le condizioni del Meridione, già precarie. A questo punto iniziò una certa resistenza, definita dall'Alianello «risorgimento dell'Italia Meridionale», ma dalla storia ufficiale «brigantaggio politico». Battezzati da Alberto Mario «i cafoni del Molise» nel suo libro "La camicia rossa", definiti come i testardi di puro sangue sannita, stremati dalla fame e dal freddo, soffocati da quella forma di usura che aveva messo salde radici, al popolo di Capracotta, come di altri paesi di queste contrade, non rimase che coniare un nuovo termine nella storia del lessico meridionale in tutti gli aspetti e nelle varie angolazioni: l'emigrazione. Da documenti ufficiali risulta che Capracotta, con Agnone, fu il primo paese del Molise e fors'anche di tutto il Meridione, che diede inizio a quella dolorosa ma necessaria emigrazione transoceanica, che, nel volgere di pochi anni, spopolerà di molto questo grazioso centro montanaro. Sembrerebbero paradossali alcuni dati demografici, ma lo studio profondo fa capire un'altra realtà, quella vera; in termini di cifre si può dire che Capracotta, nel 1861 contava 2.793 abitanti, nel 1901, nonostante il massiccio esodo, il paese aumentò di circa 1.000 unità, vale a dire 3.468 residenti, né più, né meno di quello derivante dallo scarto naturale della natalità con la mortalità. I conti tornano, ma la realtà demografica è diversa: gli emigrati capracottesi, legato al loro luuogo natio, preferiscono conservare la cittadinanza italiana, per cui il numero di "residenti" è di gran lunga superiore a quello di "presenti", come risulta dalle statistiche. La stampa E fu proprio l'emigrazione, signori, che costituì il punto chiave del sorgere della "stampa", intesa, questa, come mezzo di informazione, di formazione e soprattutto di collegamento. Infatti, prima che l'emigrazione assumesse proporzioni da gigante, nella nostra Regione non era edito alcun periodico, se si eccettua "Il Sannita" ed "Il Sannita Unitario", con contenuti politici. Quindi il massiccio esodo diede inizio e favorì la stampa di periodici, quindicinali, mensili, bimensili e trimestrali. Questi periodici assunsero grande importanza per il ruolo cui furono destinati e per la funzione di trait d'union tra gli emigrati da un parte ed il paese da un'altra. L'arrivo del periodico diede sollievo e gioia all'emigrato: gli faceva apprendere i fatti di casa propria, lo faceva ritrovare in famiglia, gli leniva i non lievi disagi in terra straniera, gli dava, insomma, più forza e più coraggio di vivere. La stampa si rivelò in quei tempi, un potente strumento di comunicazione! Ma solo le comunità più grandi, solo quei centri provvisti di tipografie cominciarono a dare alle stampe un periodico. E così in Agnone, allora uno dei maggiori centri di tutto il territorio molisano e comunque demograficamente inferiore solo al Capoluogo di Provincia, fece capolino, timidamente, "Aquilonia", un periodico quindicinale, stampato dalla tipografia C. Putaturo di Castel di Sangro, che trovò i suoi migliori acquirenti nelle Americhe. Sempre in Agnone, ormai forte di una tipografia in loco, quale quella di Gabriele Bastone, vennero dati alle stampe altri periodici: "L'Emulazione", "Il Piccolo Sannita", "Il Vittorino da Feltre", "Il Risveglio", "Il Nuovo Risveglio", "Il Risveglio Sannitico", "L'Eco del Sannio", "Il Cittadino Agnonese". Alcuni di questi periodici ebbero una durata più o meno lunga, altri cessarono dopo qualche anno, altri nacquero e morirono senza aver vissuto. Siamo nel 1900! Signori, le difficoltà per portare avanti un giornale, o meglio un periodico, oggi sono enormi; figuriamoci all'epoca! Non solo era importante la tipografia, ma anche il reperire la carta da stampare. A questi due fattori bisognava aggiungere la inesistente o la scarsa viabilità e l'indice di analfabetismo imperante, che grazie alle leggi postume a quella Casati, cominciò ad affievolirsi per passare dall'87% del 1862 al 73% alla fine del secolo scorso. Ma bastava che nelle varie comunità di emigranti ci fosse uno solo che sapesse leggere perché tutti comprassero il giornale. Altro fattore importante era quello che il giornale non doveva chiudersi in se stesso, ma estendersi anche ad altri paesi viciniori. Agnone, con tutti i suoi giornali, quindi, cominciò questo discorso attraverso le corrispondenze provenienti da altri paesi, ciò non solo allo scopo di rendere edotti i lettori dei fatti di cronaca sic et simpliciter , ma anche per procurare nuovi abbonati. Capracotta si inserisce in questo discorso e notiamo molte corrispondenze che fanno testo sin dai primi periodici e che costituiscono oggi uno strumento di analisi e di ricerca storica indispensabile. Per Capracotta molte sono le notizie riportate sui giornali: i vari corrispondenti riferiscono, con schematici dettagli, fatti, persone e folklore. Canzone oscene cantate da alcuni giovinastri, minacce di morte, ferimenti, ribellione alla forza pubblica, canti notturni, arresti, schiamazzi di giovani armati, tormente di neve, assideramenti, omicidi, ladri di grano o di legna o di miseri strumenti, dispetti e tanti altri articoli curiosi e geniali provengono da Capracotta. Tuttavia, a parte questo tipo di corrispondenza di cronaca nera, che ci offre una visione completa e totale del tessuto sociale di allora, è bene evidenziare alcuni fatti di importanza primaria, tendenti a far luce su particoalri aspetti di vita cittadina. E così quei periodici, utili in quel periodo, risultano ancor più utili, indispensabili e necessari per la storia di Capracotta, se per storia si intende attingere ai documenti e non alla mera fantasia degli scrittori. Quindi la stampa diventa documento, ed in taluni casi documento unico e raro, come ad esempio per il periodico "La Squilla", edito qui a Capracotta nel 1913, e del quale i pochi esemplari si trovano solo nelle Biblioteche Riunite Comunale e "B. Labanca" di Agnone. Antonio Arduino Fonte: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986.

  • Giovanni Venditti: violenza e resistenza all'autorità

    Il giorno 9 gennaio, verso le ore 19, il carabiniere a piedi Paris Nazzareno, transitando per piazza Stanislao Falcone, venne fermato ed oltraggiato da un tal Venditti Giovanni, di Giuseppe, d'anni 18, muratore del luogo. Il Paris, senza por tempo in mezzo, e per mantenere alto il prestigio ed il decoro dell'arma, alla quale appartiene, dichiarò in arresto il Venditti, e, mentre lo traduceva in caserma, fu assalito da uno zio di costui, certo Vizzoca Vincenzo, di Donato, d'anni 28, muratore del luogo, il quale per non perdere la abitudine, oltraggiò detto carabiniere con le parole: «Vigliacco di un carabiniere, ti fo a pezzi, ce la vedremo in avvenire» e contemporaneamente lo percuoteva al fianco sinistro, senza produrgli lesioni. Venditti Giovanni, nel vedere arrivare al suo soccorso lo zio, usò violenza e resistenza, e non potendosi svincolare dalle mani del bravo milite, chiamò in suo aiuto altre persone che, senza dare ascolto, continuarono la strada e furono tanto buoni di avvisare il locale comandante la stazione, Di Attilio Napoleone. Vizzoca Vincenzo aggredì poi il Paris alle spalle, rendendo così libero il nipote, e continuando poi zio e nipote ad usare violenza e resistenza contro detto carabiniere, colluttandosi per circa 30 minuti, e cioè sino all'arrivo del valente maresciallo Di Attilio con due altri militi, i quali trassero in arresto il Venditti, mentre il Vizzoca davasi alla fuga. Il Paris Nazzareno riportò nella colluttazione lesioni all'antibraccio destro, guaribili in giorni 5, nonché escoriazioni di poca entità e senza conseguenze. Stefano Amicone Fonte: S. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVII:4, Agnone, 28 febbraio 1910.

  • L'oratorio di Natale

    Con il titolo di "Oratorio di Natale" si intende la raccolta dei brani in esecuzione durante le funzioni religiose relative alle festività natalizie. Nella tradizione capracottese l'Oratorio si articola tramite la Messa "Tempore Natali" ed il "Te Deum" cantato alla funzione di fine anno. L'esecuzione, in origine aperta dalle celebrazioni della "Notte", si concludeva con la funzione della "Candelora", data alla quale, tradizionalmente, venivano anche spente le luci del presepe. La Messa si dipana con la presentazione di: Kyrie, Gloria, Offertorio, Sanctus e Communio. Preceduto dall'ingresso solenne accompagnato dall'esecuzione organo solo di "Tu scendi dalle stelle" (tonalità di sol maggiore), il Kyrie (in tonalità fa maggiore) si basa anch'esso sul tema di "Tu scendi dalle stelle". Questa melodia viene anche chiamata dagli organisti "Tema di S. Alfonso" ed è alla base di quasi tutte le melodie natalizie organistiche italiane a partire dal XVIII secolo (in realtà il tema più arcaico, sempre del Santo, e sulla falsa riga, fu "Quando nascette Ninno"). L'indicazione delle tonalità è importante per l'azionamento alternato dei registri natalizi, tipici degli organi italiani settecenteschi, di "Regale" o "Cornamusa" che a Capracotta viene chiamato "Scopina". Una canna ad ancia suona fissa sulla quinta della tonalità fondamentale ad imitazione del tenore tipico della zampogna. Il Principalone dispone di due "Scopine" nascoste dietro gli angeli posti ai lati del prospetto suonanti la tromba. La destra emette il suono di do (quinta del fa maggiore) da usare nei ritornelli organistici del Kyrie, il Gloria ed il Sanctus, mentre la sinistra risuona sul re (quinta del sol maggiore) da usare con l'ingresso e i ritornelli della "Pastorale", anch'essa in sol maggiore. Il Gloria ricalca il tema del Kyrie con una variazione in sol minore durante il fraseggio del "Miserere" per accentuare il carattere di supplica. La voce bianca "Laudamus Te" ricorre in ogni strofa ad esaltare la Gloria del Signore. Il Sanctus ripete ancora con il tema principale con una variazione in do settima per esaltare il "Pleni sunt Coeli" e preparare l'esplosivo "Hosanna!". Manca il fraseggio relativo al "Benedictus", come anche il canto dello "Agnus Dei", molto probabilmente a causa del testo mal adattabile alla melodia portante. Sconosciuto l'autore della "Missa", come ignota è l'epoca di composizione, probabilmente tra il XVIII e il XIX secolo. Alcune soluzioni armoniche potrebbero far rabbrividire i "puristi" ma sono così profondamente penetrate nel sentire popolare che, tentando un piccolo e brevissimo esperimento di "raddrizzamento" più consono dell'armonia, notai come l'uditorio andasse in crisi e non si riconoscesse in ciò che ascoltava. Il canto di Offertorio è a scelta libera del direttore e dell'organista. Personalmente ho sempre amato l'esecuzione della ninna nanna di Settimio Zimarino, "Alla fredda tua capanna", che, se ben eseguita, fa uscire le lacrime dagli occhi del coro e non solo per la commozione ma per il fa superiore del rigo notevolmente impegnativo per le voci soprane e da "scalare" con un deciso salto di quarta. Conosciuta come "La pastorella" o "La pastorale", la "Ninna nanna al Bambino Gesù" è l'elemento portante e più solenne della Messa di Natale. Eseguita sub Communio , è il simbolo di tutta la comunità capracottese, scopertasi bambina, e raccolta attorno alla mangiatoia. Poche note trasmesse anche in diretta per telefono, a chi era ed è lontano, suscitano una profonda commozione mista a voglia di tornare. Composta per la parte musicale da Alfonso Comegna, cantore della Chiesa Collegiata, su versi del medico Giuseppe Di Ciò, si articola su sei strofe (e guai incombono se si cerca di eseguirne di meno!) con variazioni dal sol maggiore al sol minore, che predomina nell'ultima sentitissima strofa. La struttura fondamentale è intercalata dalla voce bianca che ricalca il "Tema di S. Alfonso". Sicuramente la struttura principale risale alla seconda metà del XIX secolo e molto probabilmente venne suonata per la prima volta dall'allora organista, il celebre Giangregorio Falconi, che fu titolare dal 1854 al 1899, anno della sua morte. I ritornelli di organo vennero invece aggiunti nel XX secolo dal maestro prof. Giuseppe Di Lullo, custode della melodia (trasmessa ad orecchio) che la affidò successivamente all'avv. Serafino Trotta ed al sottoscritto. A nostro modo abbiamo cercato di dare una impronta personale alla "Ninna nanna": più classicheggiante il sottoscritto e più popolare - per questo forse più veritiera - l'avv. Trotta. L'impronta dialettale appare tra i versi «fa la nonna», poiché le donne capracottesi di allora cantavano "ninna nonna". Un tentativo di stesura in musica (in tempo ternario di 12/8vi tipico delle pastorali), compresa la messa, appartiene al sottoscritto a partire dagli anni '80. Attuale custode la maestra Antonella Inno, titolare organista e direttore del coro polifonico della Collegiata. Prodigioso l'attaccamento dei fedeli alla loro nenia: durante un veglione di Capodanno, in una sala da ballo, alle tre di notte, venni affettuosamente ma con decisione "invitato" ad andare a dormire di corsa perché la Messa Solenne del giorno, ed in particolare la Pastorale, potessero essere da me eseguite senza problemi. Il solenne "Te Deum" domina la funzione serale dell'ultimo giorno dell'anno. Su base pseudogregoriana si erge possente in tonalità inconsueta per l'organo della Collegiata (si maggiore) con variazioni. Ignoti l'autore e l'epoca, che si perde nella notte dei tempi. Non una semplice preghiera ma un inno verticale che solo la gente di montagna può pemettersi caparbiamente e con forza di rivolgere al Creatore. Le accentazioni delle parole vengono fatte risaltare dalla melodia del canto che si dipana alternatim tra solista e coro. Altri ricordi di un organista di paese verranno, se vorrete, presentati a Voi in un turbinìo di memorie che amo chiamare "polvere di cantoria". Buon Natale 2021... Francesco Di Nardo

  • Amore e gelosia (XVI)

    XVI – E allora? – ripeté Elisa. – E allora, allora... Va bbuone, cumme vuo' tu... Domenica vengo a casa tua, a conoscere il giudice tuo padre. Ch'aggia fa', te voglio bene e faccio tutto quello che vuoi... Però nun me fa truva' gente, amici che vonne sente 'e canzone, poesie... Mi raccummanne! Elisa si illuminò dalla gioia: – Non ti preoccupare, verrai a pranzo, mammà sta già pensanne a cucena'... e saremo solo noi, tu e la mia famiglia... la nostra famiglia! – Già, la nostra famiglia... E intanto chella povera femmena, mammà, domenica se ne sta sola sola a casa... Me manche 'o curaggio p' 'a lassa' dinte a chella casa grossa senza nisciune. La ragazza fece una smorfia, poi si contenne: – E tu puorte pure a tua madre! Casa mia è una villa piena di verde, in campagna, tua madre sarà accolta cumme a na regina, passerà una bella giornata. – Seee, mammà che se move da Napoli! è nu suonne! Va bene, mò dico a Nannina che deve restare con lei a pranzo... Tutto si aggiusta, stai tranquilla... I due innamorati passeggiavano ora per via Caracciolo, sul lungomare di Napoli. C'era un leggero venticello che attenuava il primo caldo della primavera inoltrata e dava un po' di sollievo alla povera Elisa intabarrata nelle pesanti vesti d'obbligo a quei tempi. In testa portava un altro dei suoi magnifici cappelli che addolcivano un po' la severità quasi monastica degli abiti del primo Novecento, e in mano faceva dondolare un bastoncino da passeggio. La guardavano un po' tutti, in specie le donne ed Elisa sentiva fischiarsi le orecchie. "Chissà quante me ne stanno dicendo dietro" pensò, e non era lontana dal vero. Il poeta Salvatore Di Giacomo era stato un buon partito per le giovani napoletane dell'epoca: poi era apparsa improvvisamente quella "paesanotta" nocerina e don Salvatore «è cadute cumme 'o surecille dinte 'o mastrille!». Questo dicevano le femmine a Napoli, e questo mormoravano quando lo vedevano passeggiare con la bella Elisa, con l'aria dell'innamorato. I maschi invece ammiravano la bella nocerina e gli amici del poeta facevano a gara per avvicinarsi, presentarsi e magari fare qualche elegante avance. Ma don Salvatore vigilava eccome, e se si accorgeva che qualcuno faceva il cascamorto più del dovuto, tagliava corto, prendeva Elisa per il braccio e via... – Allora domenica mangiamo a casa, a Nocera – concluse Elisa. "Missione compiuta, mammà sarà contenta di me," intanto pensava, "prossimo passo il matrimonio." Tutto bene, che felicità... Francesco Caso

  • Il Natale a Capracotta negli anni '50

    Quando ero adolescente gli zampognari arrivavano in paese a fine novembre per fare la novena. Questa consisteva nel girare ogni giorno per le strade di Capracotta e durava fino al termine delle festività natalizie. Prima della novena c'erano le cosiddette "iscrizioni", per cui ogni famiglia che si prenotava riceveva una "G" sul portone di casa scritta col carbone. Quella lettera era il segnale che indicava agli zampognari davanti a quali abitazioni fermarsi ed entrare. Inutile dire che noi bambini li accompagnavamo durante tutto il percorso. Gli zampognari che suonavano allora a Capracotta, provenivano da Castelnuovo al Volturno (oggi frazione di Rocchetta a Volturno) ed erano Giovanni (da qui la G dell'iniziale) e Michele Maniscalco, padre e figlio. Ricordo che alla morte del padre subentrò il secondo figlio Bruno. Per quanto riguarda l'albero di Natale, anch'esso veniva preparato a fine novembre, usando come pianta la veschiàra (agrifoglio), a quei tempi abbondante soprattutto alla Guardata. Ai rametti di questo striminzito albero appendevamo non le odierne palle ornamentali, bensì frutti (mele, cachi, fichi secchi, arance ecc.) e piccoli torroni. Il 24 dicembre l'albero veniva smontato e i prelibati doni prelevati per esser portati in Chiesa Madre dove, al termine delle celebrazioni liturgiche della Santa Messa di Natale, noi ragazzini ci riunivamo per mangiarli sul presbiterio. Giuseppe Paglione

  • Boys: l'amicizia, la musica e la voglia di sognare

    Non racconta una reunion "Boys" di Davide Ferrario. La band che dà il titolo al film, infatti, nella finzione ancora si diletta a suonare, nonostante sia nata negli anni Settanta e abbia la fortuna/sfortuna di incappare in un trapper e della sua manager che vorrebbero riarrangiare un pezzo storico del gruppo. Non è un'operazione nostalgia il film d'apertura del Taormina Film Fest 2021, ma una riflessione ironica e insieme amara sull'oggi con quattro protagonisti che, come strumenti, suonano benissimo insieme. Li interpretano, in una storia che dal nord arriva a Capracotta, Giorgio Tirabassi, Giovanni Storti, Marco Paolini e Neri Marcoré. Solo i primi tre hanno accompagnato "Boys" in Sicilia, insieme a Ferrario e a Mauro Pagani, che ha curato le musiche del film. Il regista ci ha tenuto subito a spiegare che la sua ultima "creatura" non è un film sugli anni '70 e la loro eredità: «Non c'è la politica in "Boys", il film è soprattutto una storia di amicizia, e l'amicizia non si basa su concetti astratti, ma sulla quotidianità. Insomma ci tenevo molto che questi Boys fossero, come dice Neri Marcorè a un certo punto, una banda di cazzoni, il che non significa che siano un gruppo di stupidi. Semplicemente, non vogliono rappresentare altro che sé stessi». Di un'epoca in cui c'era ancora posto per la speranza e per la voglia di cambiare, ha parlato invece Mauro Pagani: «Nei gruppi anni '70 era importante il legame diretto che c'era fra quello che si faceva e la capacità di sognare. Abbiamo attraversato un periodo nel quale eravamo veramente convinti che avremmo visto un mondo sostanzialmente migliore di questo. Il giorno per me più doloroso, all'inizio degli anni '80, è stato quando mi sono reso conto che da vivo non avrei mai visto un mondo più bello di quello in cui mi trovavo a vivere. Alle generazioni successive alla mia è stato insegnato a non sognare troppo, e oggi sognare sembra una debolezza. Sognare è doloroso, certo, perché possono arrivare le delusioni, però sognare tiene vive le persone». Pagani ha anche provato a confrontare la musica di un tempo con il trap, delizia per il giovane pubblico, croce per tutti gli altri: «Non dobbiamo commettere l'errore che hanno fatto i nostri nonni, che erano abituati al liscio e odiavano il rock, i capelloni, e che liquidavano tutto ciò che era di difficile comprensione. Oggi si fa più fatica a trovare dei validi musicisti, perché la diffusione della musica è sempre più legata al potere commerciale, e questo è un fastidio che subiamo un po' troppo, però non è che è partito il gas esilarante e l'umanità è diventata scema. C'è la trap buona e la trap cattiva, però noi dobbiamo imparare ad ascoltare di più e a scegliere». Carola Proto Fonte: https://www.comingsoon.it/ , 28 giugno 2021.

  • Primitiva bellezza

    C'è un luogo nel cuore dell'Italia che è rimasto originario come il silenzio che vi regna. Una terra di insospettabile bellezza che per molti rimane ancora ignota. Popoli antichi hanno lasciato in Molise tracce del loro passaggio e la natura, a volte selvaggia, riserva sorprese e occasioni per venire a contatto con colori, profumi e sapori genuini. Si può partire dal capoluogo, Campobasso, sparpagliato sotto il Castello Monforte. Chi vuole una vista insolita della città e dei colli che la circondano si affaccia dal sagrato della chiesa romanica di San Giorgio e nel silenzio scende i vicoli che si attorcigliano intorno al centro. È frequente udire il crepitìo dei ceselli di Aldo Perrella che ricamano l'acciaio traforato di forbici e fermacarte, una tradizione arcaica che si conserva nella sua bottega. Verso sud luccicano le pietre color avorio di Ferrazzano. Il mormorìo del vento si accompagna al calpestìo sul basolato che va dal piccolo teatro del Loto, considerato tra i più belli d'Italia, al Castello Carafa, un belvedere sulle Mainarde e sul Matese. Ferrazzano profuma di Tintilia, il vitigno autoctono molisano a bacca nera. Per conoscerlo si può fare sosta nella masseria La Cantina di Remo, un'azienda agricola condotta dalla famiglia De Stefano. Roberto e la moglie Magda proseguono nella missione voluta dal fondatore Remo coltivando questo vitigno potente e strutturato, dall'aroma che ricorda la liquirizia e il sottobosco. Fa il paio con il profumo di tartufo che si respira a Vinchiaturo, borgo che dista pochi chilometri. Non v'è da stupirsi, dato che in Molise si cava oltre il 40% del tartufo nazionale. Così è il naso a guidare verso la più ambita delle fragranze: al laboratorio Sapori di Bosco Molisani dove il tartufo viene lavorato e messo in vasetti macinato, a fette, intero o preparato con altri ingredienti come funghi e ortaggi per farne salse e creme. La strada che incrocia il fiume Tammaro è poco trafficata e corre tra i boschi, ideale per chi vuole sgranchirsi le gambe in bicicletta per raggiungere Altilia, città romana fondata dopo la vittoria sui Sanniti che Guido Piovene in Viaggio in Italia definiva "uno dei luoghi più belli e meno conosciuti". Non è cambiato nulla in sessant'anni ed è facile venire conquistati dalla visione del cardo e del decumano intatti, dal profumo della nepitella che s'insinua tra le mura delle botteghe, dal silenzio rotto dal vento che si sfilaccia sotto Porta Bojano. A 15 chilometri c'è il paese che ne riporta il nome, al centro della piana sotto il massiccio del Matese. Una bella veduta si gode da Civita Superiore, il borgo medievale che si raggiunge grazie a una passeggiata nei boschi. Per rifocillarsi c'è la Risorta Locanda del Castello, dove le materie prime scelte giornalmente da Renato Testa fanno la differenza. Da provare i tagliolini al tartufo e salsa di acciughe o lo stracotto di vitello alla Tintilia. Ma Bojano è ben nota anche per le sue mozzarelle. Chi vuole provarle passa al Caseificio La Molisanella. Via da Bojano si sfiora la surreale visione del santuario dell’Addolorata di Pastena prima di entrare a Isernia. La città è un perfetto viaggio nel tempo, cominciato 730mila anni fa con l' homo aeserniensis e i suoi utensili per la caccia che si ammirano nel Museo nazionale del paleolitico. Chi è invece a caccia di sapori locali va dritto alla Cooperativa Sociale Lavoro Anch'Io che ha ripreso la coltivazione della cipolla d'Isernia, dalla forma schiacciata, dolce e dalle dimensioni giganti. Nel tardo pomeriggio sembra di sentire ancora le donne sedute fuori dalle case che danno sui vicoletti intorno a Corso Marcelli, affaccendate nel creare i merletti a tombolo. Gli appassionati del genere trovano nel Museo dei Costumi una collezione di centinaia di modelli. La Fontana Fraterna, simbolo della città, si visita prima di sedersi ai tavoli di Carlo Pagano e Marx Di Nello. Nel loro Existo regnano agnello, caciocavallo e ottime etichette. L'indomani chi desidera approfondire la storia enoica del Molise trascorre del tempo alla cantina di Antonio Valerio, Campi Valerio, a Monteroduni. Su terreni che il fiume Volturno ha reso da secoli particolarmente vocati alla viticoltura, viene riservato il posto d'onore alla Tintilia assieme a Montepulciano e Falanghina. Si può provare un'altra rarità come il Pentro Doc, prodotto in limitate quantità con le migliori uve di Montepulciano, Sangiovese e Tintilia. Con le papille che richiamano alla memoria note balsamiche e di cuoio, in meno di 30 minuti vale la pena raggiungere il Bosco delle Mortine, oasi WWF di Colli a Volturno all'interno del Parco fluviale del Volturno. Ad attendere il visitatore una natura incontaminata tra boschi di salici, pioppi e ontani per avvistare cormorani, svassi e fiorrancini. I capanni di avvistamento sono indispensabili per seguire da vicino il tamburellare del picchio rosso e i chiassi della ghiandaia. Scapoli merita una visita più lunga: dopo il Cammino di Ronda intorno al borgo che si affaccia sui Monti della Meta, si fa tappa al Museo Internazionale della Zampogna con strumenti musicali pastorali da tutto il mondo. Ai tavoli dell'Osteria Terra Nostra va in onda la schietta cucina locale. Immancabili i ravioli. Lungo le rive del vicino lago di Castel San Vincenzo si danno appuntamento gli appassionati di turismo equestre e mountain bike. L'autunno, quando il foliage muta il paesaggio e il colore dei colli, è il periodo migliore per venirci. Chi s'interessa d'arte antica fa invece rotta verso i resti dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno, ricchi di affreschi e mistiche suggestioni. Se il viaggio avviene tra ottobre e novembre, si può decidere di fare una deviazione verso Acquaviva d'Isernia, dove i fagioli detti "confetto" per il loro colore candido e la forma tondeggiante sono considerati indispensabili per i piatti locali: cotiche e fagioli, e cazzaniegl' e fagiuol' , gnocchetti di pasta con fagioli. La data di Ognissanti è da segnare in agenda se si vuole assistere alla Fiera del tartufo bianco di San Pietro Avellana, riconosciuta capitale molisana del tartufo. Per arrivarci ci s'impiega mezz'ora di automobile percorrendo prima la Strada Statale 17 e poi la 652. Il Comune è in prima linea per il riconoscimento dell'attività di "cavatore di tartufi" come Patrimonio immateriale dell'umanità la cui candidatura è in fase finale di valutazione nella sede centrale dell'Unesco. La cima affusolata del Monte Miglio si scorge dal Bosco di Sant'Amico, ricco di carpini, cerri e noccioli, dove non è difficile incontrare cercatori delle diverse varietà di tartufo durante l'intero anno. In inverno sono invece gli sciatori a puntare sulle piste da fondo intorno a Capracotta: con i suoi 1.416 metri di altitudine è una delle località più nevose dell'Appennino. Per gli esperti ci sono due anelli da fondo agonistici di Prato Gentile, mentre i principianti si divertono con tracciati più semplici. I più spericolati affrontano i fuoripista di Monte Capraro, immersi nel silenzio. Bandiera gastronomica di Capracotta sono i caciocavalli, che si vanno a cercare nei fondaci di Oreste Trotta, stagionatore da generazioni. Ma i gourmand conoscono Capracotta anche per le lenticchie, piccole e saporite, e le patate, gustose e dalla lunga conservabilità. La strada che porta ad Agnone è tortuosa e panoramica, tra foreste e sparsi casolari. Alla fine vi si arriva per un ardito viadotto. Le strade hanno il profumo dolce di mandorle confettate ricce, una specialità che prende vita da un procedimento lento, unicamente con macchinari dell'Ottocento e scegliendo le migliori mandorle di Avola, e delle ostie con ripieno di miele e frutta secca. Ma Agnone è noto al mondo soprattutto per la presenza della Pontificia Fonderia Marinelli. A un tratto in Molise il silenzio si rompe, ma al suono soave delle campane. Riccardo Lagorio Fonte: https://ugolini.co.th/ , 11 ottobre 2021.

  • Capracotta, 30 anni di storia (I)

    Presentazione Capracotta, vero baluardo del Molise, sita tra Monte Campo (1.745 m.) e Monte Capraro (1.721 m.), è il paese più alto dell'Appennino centro-meridionale e si eleva a 1.421 metri sul livello del mare. È meta continua di sciatori, villeggianti e turisti; l'optimum ecologico va dal 15 dicembre al 30 marzo e dal 1 giugno al 15 settembre. Come tutti i paesi montanari non mancano gli attraenti richiami di sagre alpestri e Capracotta ne vanta una molto accorsata: la "Pezzata" o "giornata dell'ospitalità", che si svolge la prima domenica di agosto tra il cupissimo verde che circonda il Rifugio e la vasta prateria circolare di Prato Gentile. Signore, signori! Mi sia consentito di esprimere agli organizzatori della Pro Loco, al Sindaco ed all'amico dott. Angelo Conti il mio più vivo ringraziamento per avermi dato la possibilità di trattare un tema di ricerca storica riguardante questa meravigliosa cittadina, ricca di tradizioni, di folklore, di bellezze naturali e di una paesaggistica intatta ed inconfondibile nella sua armonia. A questi amici, che - con mostre e conferenze, aventi tematiche diverse, ma tutte riconducibili alla vera anima del popolo capracottese - hanno voluto rievocare ed interrogare il passato per consentire al giovane di oggi, che sarà il protagonista del domani, un miglior termine di paragone, di riflessione e di mediazione, a questi amici, dicevo, vada tutto il mio plauso. Non nascondo, signori, che era mio vivo desiderio farmi con voi una chiacchierata alla buona, così, in famiglia, ma la mole di documenti, fatti ed avvenimenti mi ha impedito di connettere oralmente il tutto in un solo insieme, e così ho preferito scrivere per essere più preciso nella mia esposizione. La mostra riguardante la Stampa, da me curata nella ricerca di fatti e personaggi di maggior spicco, comprende un arco di tempo di circa trent'anni: dall'ultimo decennio del secolo scorso al primo ventennio del Millenovecento; comprende - in altri termini - un lasso di tempo relativamente breve, ma molto denso di attività come spiegheremo e vedremo in seguito. Condizione sociale dal 1806 Intanto, per meglio inquadrare l'argomentazione specifica, ritengo utile fare una panoramica storica e socio-economica, partendo dall'addentellato storico della feudalità, che diede ai contadini capracottesi, e non solo ad essi, la possibilità di fruire delle terre demaniali tolte alla duchessa Mariangela De Riso, ultima feudataria di Capracotta. Queste terre, dissodate e vergini, furono molto produttive inizialmente e comunque fino al 1845 circa. Il benessere, infatti, si fece sentire e l'ascensione demografica negli assi cartesiani ce ne dà ampia conferma: dai 1.350 capracottesi del 1806 si passò vorticosamente ai 1.690 nel 1835 ed ai 2.793 nel 1861. Ma, signori, la coltivazione di un sudatissimo grano, a circa 1.400 metri di altezza, non ptoeva continuare all'infinito, con una terra ormai esausta ed improduttiva, a causa della mancanza di concime, dovuta al dimezzamento operato in danno della zootecnia, a cui era stato ridotto il pascolo per favorire l'agricoltura. A questo collasso del mondo agricolo seguì quello dei pastori, una classe abbastanza numerosa, ma povera e misera; una classe costretta a sbarcare il lunario in condizioni difficilissime (al servizio dei 430 proprietari terrieri) e, comunque, già in pieno fallimenti agli inizi del 1800. Fallite queste due classi, con un complessivo di 563 unità, era inevitabile il fallimento di altre classi che da queste traevano sostentamento di vita: sarti, scarpari, medici, avvocati, i 16 preti e i 42 mendicanti. Ma Capracotta, paese altissimo ed orograficamente molto accidentato, non permetteva ai suoi abitanti altra alternativa per sopravvivere se non quella di rassegnarsi al proprio destino, ad una morte certa e sicura, come possiamo desumere dalla presenza di due cimiteri, uno destinanto agli "Infanti" e l'altro agli "Adulti". Antonio Arduino Fonte: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986.

  • Capracotta nella letteratura del 2021

    Nel 2021 sono stati pubblicati undici libri che, a vario titolo, menzionano Capracotta. Mi riferisco ovviamente a testi letterari scritti da autori non capracottesi, il cui rapporto con la nostra cittadina non è dunque scontato. Almeno tre di questi sono da ascrivere alla letteratura italiana contemporanea, pubblicati da grandi case editrici quali Piemme, Minimum Fax o Feltrinelli. Il primo di questi è "I venturieri", un romanzo storico della molisana Carla Maria Russo, pubblicato il 30 marzo, in cui l'autrice prosegue il suo lavoro narrativo finalizzato a riportare in vita personaggi e famiglie vissute circa sei secoli fa, nello specifico il casato degli Sforza, i grandi signori di Milano. La «Capracotta...» che la Russo ha citato nel suo bellissimo romanzo è affatto imprevedibile e difatti lasciamo al lettore scoprire dove sia situata all'interno della trama, chi sia a pronunciarla e perché. Il 16 maggio, tuttavia, è stato pubblicato postumo "Ciascuno è incalzato dalla sua provvidenza", il diario bellico e post-bellico di Eugenio Corti (1921-2014), il grande romanziere brianzolo che nel 1951 aveva dato alle stampe per i tipi di Garzanti " I poveri cristi ", un romanzo nel quale raccontava la sua esperienza da volontario nell'esercito sbandato all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre '43. In quel gran bel libro Corti aveva narrato anche il suo soggiorno capracottese ma ora, grazie ai diari pubblicati quest'anno, siamo in grado di risalire con esattezza alle sue primitive considerazioni. Alla data del 30 settembre 1943, Eugenio Corti aveva infatti trascritto: Ore 8 partenza. Ottimismo viaggiatori in attesa del treno. Sul treno allievo ufficiale proveniente dal Piemonte, (notizia cattura ufficiali e soldati ai lavori sul Po). Stazione di Crocetta. Andiamo verso il paese. Colazione alla masseria. Ore 11: in stazione. Arriva l'ufficiale tedesco. Nella campagna. Torniamo. Sul treno. Notizie contraddittorie alta Italia. La vallata del Sangro. Pomeriggio. Scendiamo a Sant'Angelo del Pesco. Salita a Sant'Angelo col soldato che viene da Trieste. Nei boschi di conifere verso Capracotta (salita fino a 1.500 metri). Prigionieri inglesi scambiati per tedeschi. Visita alla loro abitazione nella casa del romito. Uomo col mulo. Fuori dei boschi. A Capracotta. All'albergo niente posto. Dalla famiglia per mangiare. Dalla famiglia per domire (vecchietto). Pulci e cimici mentre dormiamo per terra. Nubi di mosche. Maiale in casa (km. 20 circa). Non si comprende l'importanza di queste telegrafiche annotazioni se prima non si legge "I poveri cristi" o la sua riedizione rimaneggiata dal titolo "Gli ultimi soldati del re", certamente più facile da reperire ma meno intensa dell'originale. Il breve soggiorno capracottese durante il quale Corti si imbatté nei soldati neozelandesi - che inizialmente egli credeva inglesi - nascosti a San Luca, rischiara ancor di più la triste vicenda dei fratelli Fiadino, fucilati per aver dato rifugio a quegli evasi. Il terzo grande libro a menzionare Capracotta è il freschissimo "Il grembo paterno" di Chiara Gamberale, pubblicato il 28 ottobre scorso. Qui la citazione di Capracotta non è alla cittadina in quanto tale ma diventa il pretesto per dar vita a un personaggio fittizio, tal Tonino Capracotta, «un professore di disegno tecnico che era arrivato al Paese dalla Piccola Città». La Gamberale, che ha chiare origini agnonesi, non è nuova a questo tipo di strategemmi narrativi, visto che nel suo racconto " Signorina Allergia " (2015) aveva utilizzato Capracotta come luogo di nascita dei genitori della protagonista, una ragazza che si stava confidando circa il fratellino "invisibile". Lo stesso giorno in cui è uscito "Il grembo paterno", ha visto la luce anche un altro romanzo, "Cronache dalle terre di Scarciafratta", firmato da Remo Rapino, scrittore abruzzese che l'anno scorso ha vinto il prestigioso Premio Campiello. Ed anche questo romanzo menziona a modo suo Capracotta, in virtù del fatto che la trama è ambientata nell'immaginario paese di Scarciafratta, un nome oggettivamente buffo, come quelli di altri paesi italiani quali «Belsedere, Femminamorta, La Sega, Strangolagalli, Vagli Sotto e Vagli Sopra, Altolà, Capracotta, Bagnacavallo e Campacavallo, che l'erba cresce, e così a seguire di stranezza in stranezza, da ogni nome rombava una bella risata con i pagliacci a far festa». Ecco, appunto, se a qualcuno gli vien da ridere per il nome di Capracotta, ora sappiamo bene come chiamarlo: pagliaccio! Anche nella cosiddetta letteratura minore sono stati pubblicati diverse opere che menzionano Capracotta ma ne voglio segnalare due in particolare. La prima è la silloge poetica di Cesira Donatelli, all'interno della quale è inserito il componimento " A Capracotta ", che l'autrice ci aveva concesso in anteprima il 17 aprile 2020. La seconda opera è un romanzo giallo firmato dal bravo Marco Di Tillo, interamente ambientato in Agnone, la cui trama prende la mosse da alcuni omicidi avvenuti durante le vacanze natalizie nell'Atene del Sannio. Capracotta viene citata più volte, così come più volte è menzionata la Tavola Osca, la lamina bronzea dell'età sannitica che si rivelerà il volano narrativo dell'intera storia poliziesca. Ci resta solo una domanda: quale sarà il primo libro del 2022 a citare la nostra amata Capracotta? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. F. Arena, Pedalando sulle strade dell’altopiano. Storie, racconti e meraviglie di un viaggio in bicicletta sulla Sila Greca e sulla Sila Grande , Youcanprint, Lecce 2021; N. Arena, I ministeriali , Youcanprint, Lecce 2021; E. Corti, Ciascuno è incalzato dalla sua provvidenza. Diari di guerra e di pace (1940-1949) , Ares, Milano 2021; M. Delli Quadri, Il mondo di Maria , a cura di E. C. Delli Quadri, Youcanprint, Lecce 2021; M. Di Tillo, Come lupi nella neve , Frilli, Genova 2021; C. Donatelli, Nettare di luce , Masciulli, Catignano 2021; G. Galotta, Il senso delle intersezioni , Graphofeel, Roma 2021; C. Gamberale, Il grembo paterno , Feltrinelli, Milano 2021; G. Marinelli e M. S. Rossi, Voci dal Molise: Francesco Jovine e Lina Pietravalle , Giovane Holden, Viareggio 2021; O. Nicastro, Sono solo affari di famiglia , Ali Ribelli, Gaeta 2021; R. Rapino, Cronache dalle terre di Scarciafratta , Minimum Fax, Roma 2021; C. M. Russo, I venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza , Piemme, Casale Monferrato 2021.

  • Tradizioni che piacciono al mondo

    Il modello economico di cui parliamo è fatto di antiche tradizioni salvate dall'oblio e divenute un vanto per il paese e un ingrediente per competere. È il caso del Caseificio Di Nucci, una famiglia che a Capracotta, dal Seicento, perpetua la produzione dei formaggi tipici della civiltà della transumanza tra Abruzzo, Molise e Puglia. Formaggi che grazie a loro oggi arrivano nelle migliori gastronomie nazionali e internazionali e nei più importanti ristoranti di Londra, Mosca, San Pietroburgo, New York. Oppure la Tenuta Vannulo, a due passi da Pæstum, dove Antonio Palmieri, uno dei pionieri del biologico, ha costruito attorno alle bufale una filiera - dalla mozzarella allo yogurt allo straordinario gelato, fino ai prodotti in pelle, dal ristorante alla foresteria - che è una sorta di atelier, e che i visitatori da tutto il mondo assaporano come un'esperienza culturale, oltre che culinaria. È la capacità di coniugare ricette locali e mercato globali di Eataly: nato dall'acume imprenditoriale di Oscar Farinetti con la consulenza strategica di Slow Food, il marchio riunisce un gruppo di piccole aziende d'eccellenza dell'enogastronomia italiana, e riducendo all'osso la catena distributiva, le propone al mondo a prezzi accessibili. E alle casse dello store Eataly di New York c'è sempre la fila. Ermete Realacci Fonte: E. Realacci, Green Italy. Perché ce la possiamo fare , Chiarelettere, Milano, 2012.

  • Amore e gelosia (XV)

    XV – Amore mio, ieri sera mamma ha parlato con papà... di noi. Stavano passeggiando per Toledo, sottobraccio. Don Salvatore di Giacomo era distratto, si beava dei saluti ampi e cortesi della gente bella della borghesia napoletana: dopo il successo di "Palomma 'e notte", la sua fama si era accresciuta ancor più, se possibile, e lui e il maestro Bongiovanni, che aveva dato un corpo musicale a quei versi bellissimi, erano diventati gli idoli della città. – Oh scusa cara Elisa, non ti ascoltavo... vedi, lì c'è la signora Conte, di Posillipo... ci ha invitati ad andare a trovarla, ha una casa bellissima con vista su tutto il golfo... La ragazza si irritò e il suo bel viso si corrucciò, ma subito si riprese: – Ti stavo dicendo che ieri sera mammà ha parlato con papà che finalmente ha deciso che vuole vederci, parlarci... Tu lo sai come è fatto, te ne ho parlato. Stravede per me, e... – E avrebbe voluto che tu sposassi un bel giovanotto di una famiglia nocerina ricca e benestante, piuttosto che un vecchierello che vive di sogni, fantasie e canzonette! È così? – fece il poeta, a metà scherzando e a metà facendo sul serio. In verità, in quello che diceva don Salvatore c'era molto di vero. Il padre di Elisa era un uomo severo, austero e all'antica. Di canzonette non se ne intendeva molto e la fama di Salvatore Di Giacomo lo lasciava indifferente. Avrebbe voluto che sua figlia Elisa, così bella e anche così ricca, sposasse un giovane di pari grado e mettesse su una bella famigliola con una villa accanto alla sua, partorisse figli in abbondanza e tutto fosse rimasto nel solco della vita che già conducevano. E invece, un bel giorno era venuto a sapere che c'era un uomo nella vita della sua bambina, oltretutto piuttosto avanti negli anni, un giornalista... no, uno scrittore, anzi no, un poeta e un canzonettista! roba da matti! Aveva subito convocato sua moglie per chiedere spiegazioni e lì aveva trovato il suo nemico! – Marito mio bello, all'amore non si pongono ostacoli! – aveva esordito la capracottara (come lui in segreto e solo con se stesso la chiamava). – Ma hai capito chi è che vuole la nostra Elisa? no? allora te lo spiego io! La moglie aveva un'aria sognante. Parlava di questo "Salvatore Di Giacomo" come di un genio. – Ha scritto le più belle canzoni di Napoli, è un drammaturgo, poeta, scrittore e giornalista! – Sì, va bene, ma che mestiere fa, come si guadagna la vita, la mattina dove va a lavorare? Come manterrà la mia figlia adorata, sapendo poi che in quanto a vestiti e altro la nostra Elisa costa, e quanto costa! – Non preoccuparti, oltre tutto queste belle cose, è anche bibliotecario emerito alla biblioteca nazionale di Napoli. È lì che Elisa lo ha conosciuto, era andata a fare ricerche proprio su di lui, per la sua tesi. – Una tesi di laurea su questo... Di Giacomo? Ma allora è davvero... – Sì, è davvero un uomo famoso e un grande poeta, e vuole venire a parlarti. Devi riceverlo... Il giudice cedette, non c'era speranza con sua moglie. – Va bene, va bene... ma dico io, c'era quel bel giovane di Nocera, come si chiamava... ha fatto il pazzo per Elisa, io ero davvero contento, un'ottima famiglia... Poi si accorse che parlava da solo, la moglie se n'era andata, forse stava già nella stanza della figlia a complottare. Le donne! Francesco Caso

  • 16 settembre 1900: la benedizione della croce di Monte Campo

    Domenica, 16 corrente, una folla di persone, chi a piedi, chi a cavallo, il nostro Vescovo a capo, monache, preti, popolani, signore, bambini, si accingevano ad ascendere il nostro monte Campo, alto a 1.700 m. e donde si veggono ben 7 province. La strada tutta a zig-zag, che vi conduce, sembrava un serpente nero che lentamente si muovesse. Lo spettacolo, allietato dal sole che splendeva nel suo massimo fulgore, era sorprendente. Ma che cosa attirava tutta quella gente? Ecco. Sulla sommità del monte, a cura del nostro chiarissimo arciprete Falconi, e mercè una pubblica sottoscrizione, era stata innalzata una croce, ed il nostro ben amato Vescovo era venuto appositivamente per benedirla. Tutti, quindi, incoraggiati dalla bella giornata, vollero prender parte alla cerimonia, respirare l'aria pura della montagna e distrarsi dalle quotidiane cure. A pie' della Croce, che misura l'altezza di ben 13 metri, era stato improvvisato un altare, e Monsignore vi disse la messa. La gente continuava ad affluire, e adagiata alla meglio, in piedi o seduta sui macigni, reverente assisteva alla funzione. Dopo la messa e la benedizione fu cantato il "Te Deum" ed il Vescovo pronunziò, con franca ed illuminata parola, il discorso di occasione. La bella e cara funzione fu chiusa con evviva a Gesù Redentore. Le duemila voci che si levavano al Cielo erano a testimoniare che opera nel mondo lo spirito di Cristo. Alle 11 tutto era terminato, e Monsignore, a piedi, faceva ritorno in paese. Molti e molti però vollero prolungare il godimento della festa, ammirare lo splendido panorama che di lassù si gode, e soddisfare le esigenze dello stomaco, che erano divenute inquietanti. Che s'istituisca una festa campestre ogni anno, era il voto di tutti, e così mi auguro che sia. Non so chiudere questa breve relazione senza inviare un plauso sincero al nostro Vescovo che, animato da vero zelo apostolico, vuole di persona risvegliare ed accrescere la fede nei popoli affidati alle sue cure, e guidarli per le vie della giustizia e della verità Donatantonio Amicone Fonte: D. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:18, Agnone, 25 settembre 1900.

  • Agostino Bonanotte di Capracotta

    Agostino Bonanotte era nato il 5 agosto 1812 a Capracotta. Morì nel suo paese nel 1889. Angela Caruso con questo suo saggio avvia la ricostruzione delle vicende di un personaggio che certamente non fu un occupante passivo degli spazi liturgici perché cercò di fare della Chiesa di Capracotta, e per un certo tempo gli riuscì, un luogo che avesse una dignità ecclesiastica di alto livello. Forse perché convinto che così Dio Padre il giorno del Grande Giudizio sarebbe stato benevolo nei suoi confronti e nei confronti della comunità di cui faceva parte. Di Agostino Bonanotte Angela Caruso ha ritrovato tre piccole pubblicazioni che lo riguardano e che, divenute ormai rare, con la ristampa, sono l'occasione per cercare di capire cosa stesse accadendo in una comunità che ospitava, come ancora ospita, la parrocchiale più alta della dorsale appenninica. L'incarico di parroco del suo paese gli era stato dato dal vescovo di Trivento dopo un'esperienza maturata nella parrocchia di Montenero Valcocchiara dal giugno del 1840 fino all'ottobre del 1847. Nell'archivio storico della Diocesi di Trivento si conservano alcune carte della sua complessa vicenda umana. Forse non tutte. Sicuramente quelle che riguardano i suoi spostamenti che furono preceduti da un vero e proprio concorso per titoli ed esami che si tenevano presso la sede vescovile. Così, dalla prova sostenuta nel 1839 quando concorse alla copertura del posto di parroco di Rionero Sannitico, dove si collocò al secondo posto, sappiamo che era un ottimo latinista e che ben conosceva il Diritto Canonico. Allora gli esami si facevano rispondendo in latino a domande fatte in latino. L'archivio di Trivento conserva anche la documentazione delle battaglie che egli sostenne all'interno di un'agguerrita compagnia di sacerdoti che a Capracotta, evidentemente non sempre condivisero le sue iniziative. Egli fu parroco di Capracotta dal 1847 al 1889 con un'interruzione di quasi 4 anni per essere partito per un viaggio, di cui si sa poco, verso gli Stati Uniti d'America dal dicembre del 1872 al settembre del 1876. La Chiesa dell'Assunta di Capracotta, con la sua imponente mole bianca, è un punto fisso nel territorio ed è l'elemento più caratteristico del profilo del paese. Quando i Capracottesi sfollati tornarono nel loro paese nell'inverno del 1943 trovarono quasi nulla delle loro case. Del nucleo antico era rimasta in piedi solo la loro Chiesa Madre. Rientrava nella politica dell'esercito tedesco in ritirata lasciare nelle terre bruciate solo i grandi monumenti. L'Assunta di Capracotta, come d'altra parte tutte le chiese delle piccole comunità, rappresenta l'anima di un paese. Molto più del Castello o di qualsiasi altro edificio pubblico. Il suo pavimento è il luogo fisico dove i propri antenati aspiravano a farsi seppellire in attesa che i loro corpi potessero un giorno ricongiungersi alle anime davanti al Cristo Giudicatore. Poter attendere il giudizio definitivo per un cristiano è la massima aspirazione. Così dovette essere anche per Agostino Bonanotte che nella Chiesa Assunta di Capracotta non solo esercitò le funzioni di parroco, ma visse intensamente una parte consistente della sua vita con una visione molto particolare della storia di cui egli faceva parte. E nella sua Chiesa riteneva di potere essere seppellito. Il Cimitero di Capracotta, nonostante le leggi igieniche murattiane lo avessero stabilito dal 1806, sarebbe stato realizzato solo nel 1879. Tutti i Capracottesi sanno che sotto l'altare maggiore, nell'area del presbiterio, ancora sopravvive un angusto ambiente che impropriamente viene chiamato cripta, ma che è il luogo di sepoltura degli arcipreti di Capracotta. Pochissimi sono coloro che hanno avuto la possibilità di accedervi. Ultimamente l'accesso è stato definitivamente murato e solo nell'immaginario collettivo appaiono gli scheletri ancora vestiti dei paramenti sacri. Aspettano, seduti, che la loro anima si ricongiunga al corpo per sostenere il Giudizio finale. Tra essi anche ciò che rimane delle spoglie di Agostino Bonanotte. Egli è stato il massimo sostenitore del riconoscimento del titolo di Collegiata per la sua chiesa. Una circostanza non secondaria che non è solo il riconoscimento di una particolare autonomia amministrativa e finanziaria, ma anche l'attribuzione sul piano teologico di una funzione di consistente solennità nell'organizzazione delle cerimonie liturgiche per rendere onore a Dio. L'istituzione di una Collegiata è operazione giuridica che spetta alla gerarchia ecclesiastica romana, ma la sua sopravvivenza è fortemente condizionata dalla capacità locale di trasformare in concreto le sue regole istitutive. Anche perché una Collegiata, pur non avendo il titolo di Cattedrale e non avendo un vescovo che ne costituisca il diretto riferimento pastorale, ha un Capitolo di presbiteri secolari che abbiano il titolo del canonicato. Il Capitolo è la forma più antica di democrazia in Europa ed è tipica delle organizzazioni monastiche. In esso ogni componente ha il diritto di affermare il proprio pensiero ed esprimere la propria volontà confrontandola collegialmente con quella degli altri. Dai documenti pubblicati viene fuori una sorta di rassegnata accettazione di un cambiamento post-unitario che nei fatti era diretta conseguenza di circostanze politiche che trovavano origine nelle riforme murattiane ormai irreversibili. Il lavoro di Angela Caruso costituisce un altro importante mattone per la ricostruzione di avvenimenti che una certa letteratura ha relegato nell'ambito delle vicende interne alla Chiesa. Avvenimenti e fatti che, invece, sono fondamentali per avere un quadro molto particolareggiato di una realtà di cui l'ultima generazione ancora conserva un ricordo diretto attraverso il racconto orale che, per quanto ormai labile, è il segno di quella "eternità relativa" che è la condizione necessaria per la sopravvivenza delle nostre comunità. Franco Valente Fonte: A. Caruso, L'arciprete Agostino Bonanotte di Capracotta: dalla microstoria alla storia , Artificio, Ascoli Piceno 2016.

  • Alto Molise: note inaugurali da un'etnografia dei processi di sviluppo

    L'Alto Molise sta mostrando negli ultimi anni una notevole effervescenza di iniziative e percorsi di rigenerazione territoriale e di sviluppo rurale sostenibile oltre a una non trascurabile autonomia e vivacità nella progettazione di azioni innovative e al tempo stesso di conservazione e valorizzazione del territorio nell'ambito sia del GAL Alto Molise del quale fa parte che dell'area SNAI nella quale si trova ad essere inserita. Accanto all'esperienza di Castel del Giudice, Comune che si muove da anni in modo efficace in termini di sviluppo sostenibile e durevole e ad Agnone, città essa stessa di antica nobiltà e valore patrimoniale, impegnata da tempo nella governance dei processi di sviluppo sostenibile, Capracotta rappresenta un esempio di come la montagna e le aree interne possano, se governate con serietà e lungimiranza e supportate da un associazionismo e da un sistema di competenze avanzato e puntuale, innescare meccanismi virtuosi e auto-implementanti di sviluppo rurale e territoriale innovativi e partecipativi. Insieme agli altri 15 Comuni che compongono il GAL Alto Molise rappresenta una esperienza di promozione dal basso e di rigenerazione partecipativa che non a caso è stata apprezzata anche fuori dai confini regionali. Tra turismo invernale, cammini per il trekking, cura per l'ambiente e produzioni agroalimentari di nicchia e di altissima qualità si presenta come una delle aree di maggior interesse e in trasformazione della Regione, coerente con le buone pratiche di governance territoriale (GAL Alto Molise), indicate anche dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI). L'intera area è fortemente segnata dalle pratiche di pastorizia e transumanza che sono fenomeni radicalmente caratterizzanti l'intero territorio sia da un punto di vista paesaggistico che del patrimonio bio-culturale, con eventi tra i più noti come la sagra della Pezzata, manifestazione che si svolge ogni prima domenica di agosto nell'ampio e straordinario Prato Gentile: un piatto tipico che consiste nella cucina in grandi caldari di carne di pecora bollita insaporita con erbe locali e distribuita a una quantità ormai sempre crescente di curiosi, visitatori, camminatori, trekkers sempre più interessati al turismo della natura e dei cammini e sempre più attenti, anche in ragione della recente nomina UNESCO a Patrimonio immateriale, ai temi e alle suggestioni dei cammini di transumanza e dei riverberi storici e paesaggistici che ad essi sono connessi. Sempre a Capracotta si trova, inoltre, un importante centro di produzione scientifica e di animazione dei patrimoni bio-culturali regionali e di questa area così ricca in particolare: il Giardino della Flora Appenninica, un orto botanico naturale che da quest'anno sarà coinvolto nel monitoraggio ecologico del sito Gloria (Global Observation Research Initiative in Alpine Environments) del Matese impegnandosi in speciali azioni di indagine e interpretazione delle condizioni dell'ambiente e del territorio e in attività di divulgazione inerenti il climate change . D'altronde gli erbaggi e i pascoli sono uno dei grandi patrimoni di questo territorio montano e si connettono in modo diretto alla qualità dei prodotti caseari (essenzialmente un formaggio pecorino PAT e una serie di aziende di piccole dimensioni e ottimo livello) e delle carni (specie di agnello, non senza - negli ultimi anni - di qualche polemica attivata al riguardo dagli animalisti). La specificità di questa area è quella di un corridoio per la transumanza che connetteva i pascoli e gli stazzi di montagna della Majella e del Gran Sasso alle pianure del Tavoliere delle Puglie o a quelle dell'Agro Romano e della Terra di Lavoro, nel Casertano. Tuttavia, l'attività di trasformazione casearia assai più che sul pecorino, si concentra qui sul latte vaccino e sulla produzione di caciocavallo. È il caso di Agnone, sede del GAL Alto Molise, dove accanto a una serie di caseifici più piccoli, spicca un'azienda storica come quella dei Di Nucci che accanto a una produzione casearia di eccellenza, basata con determinazione e grande lungimiranza su latti selezionati di aziende del territorio, hanno realizzato da tempo uno spazio di accoglienza e interpretazione della storia e delle vocazioni dell'area in un interessante intreccio di turismo esperienziale e visite didattiche. Segnato da una governance accurata e presente, il GAL e alcuni dei Comuni qui menzionati hanno svolto un ruolo di rilievo nelle attività della Strategia Nazionale delle Aree Interne, ospitando numerose occasioni di confronto tra istituzioni, associazionismo, operatori e consulenti della Strategia o altre iniziative volte a una progettazione partecipata dello sviluppo territoriale: incontri esplorativi per la progettazione partecipata dei progetti pensati nel quadro della SNAI Alto Medio Sannio, conferenze di approfondimento delle singole azioni da inserire nella "Bozza di idee per la preparazione della Strategia d'Area", incontri preparatori e di restituzione delle esperienze più innovative come quella della Cooperativa di Comunità realizzata a Castel del Giudice per la gestione del meleto biologico "Melise" che produce frutti da una grande varietà di specie autoctone, salvaguardando così anche la biodiversità coltivata. Accanto alla risorsa ecologica, l'attenzione alla salvaguardia e valorizzazione dei patrimoni culturali materiali e immateriali presenti sul territorio: con le tradizioni secolari - anch'esse profondamente connesse alla transumanza: dalla tessitura alla sartoria (in particolare la realizzazione degli antichi tabarri tradizionali dei pastori a Capracotta), dalla conservazione alla rigenerazione del patrimonio edificato dei diversi insediamenti, con una particolare cura dei materiali, del recupero urbanistico e della tutela paesaggistica, urbana e rurale. Lungi dal voler costruire una immagine edulcorata e aproblematica di questi processi di sviluppo neo-endogeno, inclusivo e dinamizzatore, si deve probabilmente riflettere su alcuni nessi evidenziati dai casi qui sinteticamente descritti. In primo luogo si nota una forte caratterizzazione territoriale, la valorizzazione dei tratti identitari, la cura della biodiversità coltivata e allevata come patrimonio e come elemento dinamizzatore dello sviluppo sostenibile. In secondo luogo l'intreccio tra il sistema delle competenze (collaborazione con l'Ateneo molisano per le diverse questioni inerenti la rigenerazione delle aree interne e dei loro patrimoni bio-culturali: Giardino della Flora Appenninica, Centro BIOCULT, Centro ArIA). In terzo luogo una dinamica interazione tra soggetti pubblici e privati, tra imprenditori e amministrazioni determinata da fattori diversi - investimenti "affettivi" di imprenditori originari dell'area, esperienze di agricoltori o imprenditori "di ritorno" - e amministratori illuminati, capaci di coinvolgere la popolazione diffusa nelle diverse esperienze e linee di sviluppo individuate (partenariati diffusi per la gestione di strutture, cooperative di comunità, ecc.). È proprio su questa sinergia tra risorse del territorio, visioni innovative di sviluppo rurale, cura della qualità ambientale e attenzione per la valorizzazione patrimoniale che si fonda il sistema di promozione accanto a un uso consapevole - e in questo ultimo anno e mezzo incentivata e affinata - della comunicazione istituzionale e cooperativa attraverso le piattaforme digitali a fini di informazione, trasparenza della governance e democrazia partecipativa che non a caso è stata considerata proprio dalla Strategia come uno dei pilastri dell'azione rigeneratrice volta a contrastare spopolamento e impoverimento delle aree interne e montane attraverso l'integrazione delle infrastrutture digitali, ma anche attraverso progetti di inclusione sociale - non ultima quella dei migranti, come nel caso di Castel del Giudice - volta a integrare il bilancio demografico dei Comuni in questione, ma anche a dare nuovo slancio alla apertura e arricchimento culturale di queste aree. Letizia Bindi Fonte: L. Bindi, Alto Molise. Note inaugurali da un'etnografia dei processi di sviluppo , in M. Di Sandro et al. (a cura di), Saperi territorializzati. Una raccolta di studi brevi sull'Alta Valle del Volturno , Centro Indipendente Studi Alta Valle del Volturno, The Factory, Roma 2021.

  • Nonno Peppe e il caso Fenaroli

    Nonno Peppe era un pastore di tratturo. Lo è stato fino al 1959, data dell'ultima transumanza da Capracotta a Palmori, frazione di Lucera, in provincia di Foggia. Nonno Peppe è morto quando avevo sette anni, per cui i miei ricordi con lui sono tutti legati alle carezze che m'ha dato, ai giochi che facevamo insieme, alle coppette di gelato che mi comprava allo Sci Club, a quando lo andavo a chiamare all'orto perché il pranzo era pronto, al momento in cui l'ho baciato sul letto di morte. Nonno Peppe non mi ha mai parlato di pecore, di tratturi, di stazzi, di capanne mobili, di salature di cacio - attività in cui era molto bravo -, insomma non mi ha mai messo al corrente della vita agra e memorabile che conducevano i pastori transumanti di Capracotta. Tutto quel che so sui tratturi di nonno Peppe mi proviene dai racconti di mio padre e di chi l'ha conosciuto meglio di me. Uno di questi è Giuseppe Paglione, detto Peppìne 'r Tedésche , classe 1945, che con nonno Peppe ha fatto l'ultima transumanza, quella del 1959. Peppino era infatti un ragazzino di quattordici anni quando, al fianco dei nostri pastori, è partito da Capracotta alla volta della Puglia. Immagino che agli occhi di un uaglióne il primo tratturo sia apparso un'esperienza avventurosa, un'indelebile e rocambolesca gita - di lavoro, non di piacere - che gli ha dato modo di vedere luoghi nuovi e insoliti, di imparare il mestiere e di rubare storie, aneddoti, segreti a quei pastori che erano un gruppo sociale definito, il più nutrito di Capracotta, ben distinto da tutti gli altri. In una delle nostre chiacchierate alla Fonte della Gallina, Peppino ha ricordato un episodio legato a mio nonno e a quella transumanza del '59, un aneddoto oggettivamente banale ma che per me che sono il nipote di quell'omaccione bello e buonissimo è quantomai rilevante. Nonno Peppe, durante il periodo transumante, aveva con sé un giornale, che a furia di leggere aveva consunto: la notizia che più lo attraeva era quella legata al caso Fenaroli, conosciuto anche col nome di "mistero di via Monaci". Si tratta forse del primo affaire giudiziario ad aver segnato l'immaginario nazional-popolare. Il caso seguiva l'omicidio commesso il 10 settembre 1958 a Roma in un appartamento di via Ernesto Monaci 21, nel quartiere Nomentano. Il fatto ebbe una vasta eco mediatica, tanto che oltre 20.000 persone attesero per una notte intera fuori al tribunale il pronunciamento della sentenza, segnando profondamente la società italiana dell'epoca. Il caso Fenaroli incollò gli occhi di milioni di italiani alle pagine dei giornali e agli schermi televisivi, e non poteva essere altrimenti: una donna della buona borghesia, moglie di un industriale del Nord, strangolata nella propria abitazione; l'assassino che lascia l'appartamento chiudendo la porta a chiave; le indagini che puntano proprio al marito della donna, Giovanni Fenaroli, sostenendo una ricostruzione dell'omicidio degna di una spy story , con tanto di mandante diabolico ed esecutore ingenuo, con un alibi congegnato al millimetro e il più classico e freddo dei moventi: la sete di denaro. E con un finale a sorpresa, giunto 36 anni dopo la morte della vittima. Non riesco a immaginarmelo nonno Peppe che si appassiona a un caso giudiziario, mentre, con la parròcca , conduce le pecore in Puglia sotto uno scroscio improvviso di pioggia. E quel rotocalco dalle pagine gialle, custodito assieme al tabacco nella cassetta del pastore, arrotolato nell'attesa di esser letto da un pecoraio rispettoso, umile, buono come nonno Peppe... Francesco Mendozzi

  • Il fascismo è piccolo borghese

    Arrogante, vanitosa e lustra, con un filo d'inquietudine e un che di provvisorio. Così sarebbe apparsa la borghesia romana a passeggio in un pomeriggio qualsiasi dell'estate 1940: grand commis di Stato, trafficoni, cinematografari, consiglieri che portavano a spasso in bicicletta le loro candide divise istoriate, tra due ali di sfaccendati seduti a gustare coppe di gelato ai caffè di via Veneto. I capelli neri, appiccicati di brillantina, con la riga in mezzo alla Vittorio De Sica. La gioventù portava scarpe e giacche made in Usa, beveva whisky e pronunciava parole americane nell'accento romanesco, che dà a tutto un tocco di sufficienza e di noia. «Se vedemo ar picchinicche». Ci si salutava così dandosi appuntamento a Capracotta. Le località turistiche erano modeste e caserecce ma ci andavano in pochi. Non si esibiva ancora la fuoriserie. Si andava su e giù in bicicletta. Non era nemmeno borghesia, perché a Roma una vera borghesia non esisteva; ma solo il generone che s'adattava a tutto. Davanti al Flora, racconta Indro Montanelli, un intellettuale Pasquino faceva la parodia del Duce. Gli «otto milioni di baionette» su cui Mussolini aveva dichiarato di poter contare nella difesa dei confini italiani diventavano più realisticamente "otto milioni di biciclette". I gerarchi seduti ai tavoli ascoltavano e si divertivano. Cominciavano a riderne anche loro. Romano Bracalini Fonte: R. Bracalini, Otto milioni di biciclette. La vita degli italiani nel Ventennio , Mondadori, Milano 2007.

  • Amore e gelosia (XIV)

    XIV Si fidanzarono. L'amore e l'attrazione per la bella Elisa ebbero il sopravvento sulla ritrosia della madre di Salvatore e sulla debolezza del figlio verso i desideri e i capricci della genitrice. Il primo incontro era avvenuto nel 1905: la lettera di Elisa che fece decidere il poeta a dichiararsi fu dello stesso anno, ma fu nel 1906 che Elisa cominciò a comparire al fianco di Salvatore Di Giacomo nella veste ufficiale di futura moglie. Tutto lasciava presupporre che le nozze sarebbero state a breve, data anche la differenza di età e la necessità di fare presto, se volevano che il loro matrimonio fosse coronato e completato anche dalla prole. E invece le cose non andarono così: tutti i biografi di Salvatore di Giacomo sono concordi nel sottolineare quanto egli fosse succube della madre, nonostante fosse innamorato pazzo di Elisa. E la madre fece tutto quello che le era possibile per rimandare sine die un matrimonio che lei non voleva, non per la ragazza in sé, ma perché, come tante altre madri egoiste ed egocentriche, voleva che il suo figlio poeta, famoso, venerato da tutti, orbitasse solo intorno a lei, senza spartirsi con nessuna altra donna. E don Salvatore così fece: dovette barcamenarsi tra i due poli, cucire, ricucire, correre appresso all'una e all'altra, e questo durò fino alla morte della madre, fino all'ultimo suo respiro. Finalmente, nel 1916, la libertà! La madre spirò e il matrimonio divenne subito possibile: dopo 11 anni di tormentato fidanzamento, tra passione, gelosie, incomprensioni e tormenti, il 20 febbraio del 1916 i due coronarono il loro sogno d'amore. Si sposarono nella chiesa di San Giuseppe, a Napoli, lui cinquantaseienne, lei trentasettenne, non più una coppia giovane, ma l'amore era ancora intatto e tormentoso, così come era nato. Tu mme vuo' troppo bene e sì geluso, e i' nun so' degna 'e te, ma so' sincera, tu te sì fatto amaro e capricciuso, mme lasse 'o vierno e tuorne a primmavera... A tte te 'nfoca ammore e gelusia, e 'a nera gelusia maie nun se stracqua: coce sta mana toia, fredda è sta mia, e simme tale e quale 'o ffuoco e ll'acqua... Sono versi di "Tarantella scura". I termini fondamentali per la comprensione del rapporto fra il poeta e la nostra bella concittadina sono proprio in questo componimento: il fuoco e l'acqua. I due elementi sono in netta antitesi, si respingono: dove c'è l'uno non può esserci l'altro: il fuoco (il poeta) riscalda e avvampa al punto da incendiare, l'acqua spegne il fuoco e dirada il calore fino a disperderlo. Allo stesso tempo, i due elementi rappresentano anche i due moti contrastanti che Salvatore di Giacomo provava per Elisa: un amore vero, forte, che lo infiammava; una gelosia parimenti viva e continua, che contrastava col puro sentimento dell'amore e lo faceva soffrire. Ma come andò il fidanzamento in casa Avigliano e come fu accolto a Nocera Inferiore? Francesco Caso

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