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  • Il vecchio organista

    Era la Vigilia di Natale... chissà perche quasi tutte le storie romantiche o sentimentali prendono spunto dalle ultime ore del 24 dicembre, ma la nostra storia per avere un tocco delicato deve cominciare proprio da lì... per cui: era la Vigilia di Natale. Nel rossore del tramonto che si rifletteva sulla neve, dalla valle si potevano osservare accendersi le luci del borgo montano, come spuntato per caso dalla foresta e disteso sulla rupe a cercare una vana rincorsa verso il sole che scendeva. Nella grande Chiesa Madre tutto era pronto per la Messa di Mezzanotte e in tutte le abitazioni fervevano i preparativi per la cena prima di recarsi alla Santa Funzione. La Messa della Mezzanotte era particolarmente sentita da quella Comunità e da tempi lontani il sostegno musicale alla liturgia compito dell'organista più anziano. Il vecchio Maestro era il custode della Messa Tradizionale, vanto e patrimonio del paese, e suo compito il tramandarla ai colleghi ed allievi giovani. Molti gli oriundi che tornavano anche da lontano per sentirla e rinvigorire le radici mai dimenticate. Il vecchio organista aveva quasi dimenticato da quanto tempo aveva preso quell'incarico che comprendeva anche l'insegnamento nelle scuole e la manutenzione del grande organo le cui canne della imponente facciata ora brillavano dalla alta cantoria al barbaglìo delle candele poste laggiù, nelle navate. Era un ragazzo quando accompagnava i suoi maestri nelle loro esibizioni e servizi, apprendendo con occhi ed orecchie i segreti di quell'arte che amava profondamente. Lontani i tempi dei concerti ma l'entusiasmo ardeva sempre nel suo cuore. Poco distante la sua abitazione, ma il Maestro percorreva sempre tutta d'un fiato la lunga scalinata che portava al sagrato e poi le scale interne verso la cantoria. Era come se temesse che le tastiere potessero fuggire o di perdere anche pochi minuti da dedicare alla Musica. Solo che adesso la velocità delle gambe diminuiva ed il fiatone, arrivato in cantoria, aumentava. Nulla lo aveva mai fermato: con le bufere o la canicola l'organo aveva sempre accompagnato le preghiere dell'Assemblea. Per i suoi stessi allievi e colleghi era inconcepibile una funzione senza organo con brani sempre nuov1 ed appropriati: quindi necessità e diletto di insegnare e di studiare senza sosta. Ma quella sera avvertiva uno strano sentore di stanchezza: la giornata, passata a studiare ed insegnare si era complicata in una serie di riparazioni faticose di cui necessitava il grande strumento anche se coadiuvato dai colleghi giovani. Eh sì! Anche lo storico organo era sensibile come i suoi acciacchi alle variazioni del tempo e delle temperature. Il timore di doversi poi fermare per l'età lo attanagliava... ma una scrollata di spalle aveva allontanato dubbi e paure: la funzione incombeva e i capelli bianchi potevano aspettare ancora un po'. Come di abitudine, terminata la cena, aveva fatto andare in anticipo in chiesa i suoi famigliari così da raccogliere gli spartiti, e la necessaria concentrazione: la Messa Tradizionale era particolarmente complessa e lui desiderava sempre darne una interpretazione corretta e precisa cercando di coniugare tradizione e spunti innovativi per mantenere viva la preghiera della sua Comunità ma nel rispetto di chi l'aveva composta anni ed anni prima. Così come faceva da anni prese uno spartito a caso dalla sua libreria per trarne ispirazione o riflettere meglio. Lesse il titolo e si sedette sulla poltrona preferita davanti al camino, scorse i tre pentagrammi e chiuse gli occhi per qualche istante per concentrarsi e mentalmente passò in rassegna qualche ricordo: i primi passi sulle tastiere, il primo incarico e l'orgoglio della nomina a primo organista. Il viso dei suoi maestri e l'entusiasmo nello spiegare la sua Arte. Le ore passate a studiare e ad affacciarsi dalla cantoria per cercare in navata il sorriso e gli occhi di un amore. Gli applausi e le critiche: ricordava bene i sorrisetti ironici e compassionevoli di chi lo riteneva un semplice "sonatore" indistinguibile da un praticone di dù botte da osteria, desideroso solo di mettersi in mostra, ignorando, forse malevolmente, quanto fossero duri la preparazione e lo studio di chiunque fa musica per professione. Sorrisetti che poi si trasformavano in querule lacrime quando si trattava di ingaggiarlo per brani particolari in occasioni di esequie o cerimonie sentite. Il mare... lo ricordava filtrato dalle ampie vetrate di una cantoria, con il rumoreggiare delle onde fuso al ritmico pulsare del "vento" nei somieri quando lasciava momentaneamente l'incarico per andare a perfezionarsi in una cittadina costiera da un suo carissimo amico e maestro. Ma anche lo sgocciolio della neve che si scioglieva in luminose giornate invernali in accompagnamento al carillon del Grande Organo. Le divertite gare tra colleghi a chi suonasse più forte per sovrastare, o forse domare, l'urlo della bufera che si abbatteva sull'abside. Gloria al Creatore? Sfogo di una passione? Voglia di muovere gli animi? Forse tutte e tre insieme o l'unico modo che conosceva per pregare... Si svegliò di soprassalto! Per fortuna si era assopito per pochi minuti ma tirò un sospiro di sollievo nel pensare cosa aveva rischiato di combinare. Si calcò il cappello a tese larghe sulla testa, fece ruotare il tabarro e con la cartella sotto un'ascella si infilò nel buio della sera. L'assemblea si voltò quasi all’unisono quando l'organo iniziò il pr æ ludium inondando di note le volte della chiesa e facendo tremare i muri: fu una funzione ancora più bella delle precedenti. Ma terminata la messa e giunto il momento dello scambio di auguri il Maestro non scendeva dalla cantoria che, ora ci si accorgeva, appariva silenziosa e senza alcun riflesso di luce dalla consolle. Chi salì per controllare trovò lo strumento perfettamente chiuso come se non avesse svolto la recente funzione. I tiramantici che salivano al locale tramite un'altra scala non avevano assolutamente visto il vecchio organista, ciononostante il campanello collegato alla cantoria da una catenella aveva regolarmente squillato per indicare i momenti in cui cominciare e terminare l'azionamento dei grandi mantici. A pensarci bene nessuno lo aveva visto o incontrato quella sera. Molti si precipitarono a casa del Maestro e, sulla poltrona davanti al camino che emetteva le ultime fiammelle, lo trovarono con un sorriso sulle labbra e gli occhi, sul viso leggermente inclinato, a fissare altri spartiti ed altri orizzonti. Tra le dita, poggiato in grembo, il brano preso a caso quella sera, regalo di un suo maestro che affermava di averne conosciuto il compositore: un certo Bach di una lontana città tedesca. "Vor deiner Thron tret ich hiermit" ("Davanti al Tuo Trono mi presento")... Francesco Di Nardo Liberamente ispirato a "La storia del vecchio organista" di Maria Cristina Rosa.

  • La grotta di Pietracupa

    Tra le grotte più grandi che un tempo erano utilizzate come abitazioni dai primi abitanti di Pietracupa, dobbiamo ricordare la cripta. Grazie alla sua conformazione, il luogo è stato, nel corso del tempo, adibito a usi diversi. Da principio utilizzata come luogo di dimora, abitata dai primi seguaci di papa Celestino, venne trasformata in seguito in tribunale ai tempi dell'Inquisizione, fino ad essere adoperata come prigione, ed infine adoperata come luogo pubblico per le esecuzioni capitali. Ancora oggi sono visibili, sulla volta della cripta, dei punti di appoggio su cui erano messe le travi per le impiccagioni e, sulle pareti, dei fori per il passaggio delle catene. Successivamente, nei periodi bellici, la cripta ha svolto ancora, per la popolazione, la funzione di rifugio dai bombardamenti aerei. Agli inizi degli anni '70, con la venuta dell'attuale parroco mons. Orlando Di Tella, la cripta è divenuta l'attuale luogo di preghiera della comunità. Tra le opere più importanti che possiamo trovare nel suo interno, vi è un bellissimo crocefisso del 1500 senza braccia, che sembra voler dire a tutti: "Siate voi le mie braccia". L'altare circolare è tuttora composto dal palmento del vecchio mulino del paese e la conformazione della grotta pone, attorno all'altare, l'intera comunità. Vi sono conservati un Bambino Gesù di legno d'olivo, a grandezza naturale, proveniente da Nazareth, assieme ad un calice, pure di legno (san Giuseppe era un falegname), acquistato a Betlèm, ambedue benedetti personalmente da papa Giovanni Paolo II, che vengono esposti ed utilizzati nelle feste di Natale, alla presenza di personalità, dei media, con la partecipazione di zampognari, torce, stelle filanti e musiche composte proprio per il paese. Don Orlando è nato a Capracotta il 13 maggio 1934, il padre aveva un forno. Insegnante di religione alle medie, alle magistrali ed al ginnasio. Docente al Seminario di Trivento di scienze religiose. Vicario episcopale per l'Evangelizzazione. Accompagnatore e guida per i viaggi a Lourdes ed in Palestina. Nel 1976, fu Don Orlando che ebbe ad aprire e riscoprire la grotta che, dopo essere stata utilizzata come stalla per pecore, capre, ed altri animali, era chiusa alla fine dell'ultima guerra mondiale. Dopo averla ripulita dallo sterco, dalla stallatico, e aver rinvenuto molti reperti: tele, sculture, acquasantiere, croci in pietra, reperti di valore, fra i quali il Cristo ligneo medievale senza braccia, con l'aiuto delle Belle Arti, pensò, perché più calda d'inverno, in quanto sotto la roccia, di utilizzarla come cripta. Quindi, vista una macina circolare, ne fece un altare, pensò di dir Messa la notte di Natale, e da allora è meta di pellegrinaggio, e molti sposi celebrano lì il loro matrimonio, per l'emozione, difficile da dimenticare. Grotta, stalla, pecore, capre, ruota di molino, Betlèm, che significa città del pane, don Orlando figlio di fornaio: sembra quasi che tutto concorra alla rievocazione della Natività, in presenza di stelle, quali angeli, e di zampognari. Fonte: http://www.pietracupa.net/ .

  • Amore e gelosia (X)

    X Quando don Salvatore entrò nel tinello spalancando le porte per far passare Elisa, la madre gli lesse in faccia tutto l'orgoglio dell'uomo maturo nell'accompagnarsi ad una donna tanto più giovane e così bella. E bella lo era davvero, la giovane nocerina: alta in maniera insolita per quei tempi in cui le femmine raramente superavano il metro e 60, un portamento altero, dritta come un fuso, occhi neri e capelli raccolti a tuppo sulla nuca, come si usava in quegli anni. Una camicetta tutta allacciata non impediva che il suo seno prorompente mostrasse tutto il suo rigoglio, e una gonna dritta e liscia le scendeva fino alle caviglie, accompagnando le belle curve della ragazza. In testa, un bellissimo cappello ampio faceva ombra ad un viso delicato, leggiadro, e un modesto sorriso si accompagnava a quelle belle fattezze, mostrando i denti bianchi e perfetti. – Buonasera, donna Patrizia... Buonasera monsignore... – esordì la ragazza, imporporando il suo viso di un bel rosso vermiglio, poi restò in silenzio, in attesa di un invito d'obbligo. Il prete fu letteralmente conquistato, e prima che la padrona di casa parlasse: – Prego, prego, signorina bella, entrate, entrate... Una feroce donna Patrizia lo interruppe e lo mise a tacere con uno sguardo che avrebbe voluto incenerirlo. – Don Ciccio, è vero che rappresentate il Signore, ma qui in casa mia sono io a rappresentarmi e a ricevere! Poi con voce melliflua si rivolse ad Elisa: – Entra, entra, mia cara! Vieni, siediti. Ma che bel vestito! Tutto colorato! Eh, noi qui usiamo il nero, il grigio, al massimo il blu... Tu invece il rosso, il giallo... colori forti... Forse a Nocera vi piacciono i colori variopinti, eh? Elisa si indispettì e guardò don Salvatore, don Salvatore guardò don Ciccio, don Ciccio mortificato non parlava e la vecchia donna Patrizia se la godeva un mondo. L'avrebbe sistemata per le feste, la bella columbrina campagnola! Giunse il caffè portato traballante dalla vecchia Nannina, poi i dolcetti ed Elisa ne mangiò con gusto, disinvoltamente. Si era seduta sul divano di seta di San Leucio e accanto a lei aveva preso posto don Salvatore, con aria protettiva. Ma all'occhio di un osservatore non sembrava vi fosse alcun bisogno di protezione per la ragazza: con spigliatezza e con voce squillante aveva inaugurata una conversazione con don Ciccio su Napoli e i napoletani, con gran dispetto di donna Patrizia che assisteva e rimuginava. "Ma tu guarda chillu prevete scimunito! Se vede na uagliona nun capisce più niente!". Tutto sommato però, riconosceva la bellezza e l'eleganza di Elisa, ma finiva lì: non era disposta a cedere nulla a quella ragazza, figuriamoci poi cederle suo figlio, il grande poeta! Francesco Caso

  • Sebastiano Di Rienzo, il Marco Polo molisano

    Sebastiano Di Rienzo nasce a Capracotta, piccolo paese di montagna ai confini tra Molise e Abruzzo. Fin da ragazzo coltiva la passione per la moda, così comincia a frequentare come apprendista la bottega del sarto più noto del paese, Giovanni Borrelli. Giovanissimo si trasferisce a Roma e all'età di 19 anni già presta la sua opera presso il famoso atelier di Valentino, di cui diventa ben presto tagliatore e modellista. A 23 anni apre la sua prima sartoria a Roma ed allarga le sue esperienze, frequentando corsi di figurinista e costumista. Sono di quel periodo gli abiti confezionati per diversi film girati a Cinecittà, interpretati da attori famosi, nazionali e internazionali. Nel 1973 partecipa al suo primo congresso mondiale della sartoria su misura a Londra, quindi, nel 1976 viene nominato membro dell'Accademia dei Sartori, di cui, in breve tempo diventerà consigliere e docente. Da allora la partecipazione ai meeting internazionali della moda e ai congressi mondiali della sartoria su misura si susseguiranno senza sosta in alcune metropoli europee e americane e asiatiche, dove sfilano anche alcuni abiti creati da lui. Nei primi anni '80 una sua linea di alta moda pronta è venduta con il marchio Coats Capra (è evidente l'assonanza con Capracotta) sui mercati italiani, tedeschi e giapponesi. Persino in Kuwait il suo nome si diffonde e diventa simbolo di eleganza. Nel 1982 il presidente Sandro Pertini lo insignisce del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana. Docente di modellistica presso l'Istituto Europeo di Design di Roma, Università Privata di Moda, scrive libri di modellistica: "La tecnica della moda", "Professione moda", "La moda nell'industria" e "Filosofia dell'abito" che vengono usati come libri di testo nelle scuole italiane e straniere del settore. Da rilevare, tra le sue produzioni, il mantello a ruota, indumento particolare dei paesi di montagna. A Capracotta è, ancora oggi, un indumento di pregio. Nella mia casa ce n'è uno di castoro autentico quasi centenario, conservato in ottimo stato. Le cariche di vicepresidente prima, poi di presidente dell'Accademia Nazionale dei Sartori, coronano il suo curriculum già tanto prestigioso. Nel 1996, per i suoi 40 anni di attività, organizza a Capracotta una sfilata-evento con indossatrici di professione e con la partecipazione di Anna Valle, allora Miss Italia. Tutte le sue creazioni più famose sfilano sulla passerella in una notte magica, in quello che poi sarà denominato, con targa di pietra, largo dei Sartori. La manifestazione si svolge infatti nell'area antistante l'edificio scolastico con sullo sfondo la scalinata che, scendendo dalla piazza principale, arriva più giù, quasi a ricreare l'atmosfera della scalinata di piazza di Spagna. Nel 1999 a Cracovia (Polonia) il periodico "Scena Illustrata", rivista di politica, cultura, arte e moda, lo insignisce del premio Il migliore dell'anno . Nel 2003, al congresso mondiale della sartoria di Treviso è nominato segretario generale della stessa federazione. Rimarrà in carica fino al 2011. Dal 2002 gli si sono spalancate le porte della grande Cina, paese allora per noi misterioso e quasi sconosciuto. Finora è andato lì per ben 17 volte, meritandosi a buon diritto il titolo de Il Marco Polo molisano . Nel mese di maggio dello stesso anno, tramite la Camera di Commercio di Roma, Sebastiano, già presidente dell'Accademia Nazionale dei Sartori, è invitato in Cina, con gli orafi italiani più famosi (in tutto sono una ventina) per presentare il meglio ed anche il più costoso dell'abbigliamento Made in Italy . Sono gli anni in cui questo enorme paese ha già cominciato ad uscire dalle angustie del regime e lancia uno sguardo timido all'Occidente, soprattutto all'Italia, patria dell'estro e della creatività. Loro sanno eseguire e copiare come diligenti scolari, ma non sanno ideare e inventare. La mostra, svoltasi nella città di Tiangin nel nord-est, a circa 200 km. dalla capitale ha un enorme successo. Tutti i partecipanti sono invitati in un grande studio televisivo con le massime autorità, governatore in testa, che lo vuole seduto accanto a sé. Sebastiano come prima volta si fa accompagnare da Enza, sua figlia, che conosce l'inglese e potrà così aiutarlo nella comunicazione; ma non ce ne sarà bisogno, perché due interpreti cinesi e un autista personale si metteranno a sua completa disposizione. La serata si conclude in un locale esclusivo dove fioccano le acclamazioni e le interviste dei giornalisti i quali vogliono sapere tutto di lui, delle sue creazioni, del suo lavoro. Sono momenti emozionanti e difficili da dimenticare; sono il coronamento dei sogni e delle aspirazioni del giovane sarto che sta scalando tutte le tappe del successo ampiamente meritato. A conclusione della settimana intensa di incontri e di onori si svolge una sfilata di moda maschile e femminile. Il concorso "Ago d'Oro", dedicato ad una figura di spicco dell'Accademia dei Sartori, Gregorio Luzzi, attrae i giovani sarti cinesi che si cimentano nella difficile prova della couture per la prima volta. In questa circostanza Sebastiano organizza perfino un concorso di bellezza tra le ragazze cinesi più carine per eleggere Miss Capracotta nel mondo con tanto di fascia già predisposta (ed anche qui il pensiero va al grande amore che egli nutre per il suo paese di cui è un orgoglioso figlio). A Xi Sian, vecchia capitale cinese, presso l'Università dell'Abbigliamento frequentata all'epoca da 16.000 giovani, avviene l'incontro con gli allievi che devono studiare la moda occidentale e più precisamente il fenomeno del Made in Italy . In questa occasione viene nominato Preside onorario della facoltà. In un grande studio inaugurato per la circostanza, con tutte le autorità dell'ateneo, si svolge una cerimonia suggestiva: una targa all'ingresso, tante gigantografie all'interno riproducenti abiti da lui creati e disegni tratti dai suoi libri. Qualcuno li ha tradotti in cinese per consentirne l'uso come libri di testo nelle scuole. In occasione dell'Expo mondiale di Shanghai (giugno 2010), nel padiglione riservato all'Italia dirige con altri colleghi un laboratorio di sartoria dal vivo. In questa occasione conosce Hongmei Nie, celebre soprano cinese nota in tutto il mondo. La stima e la simpatia tra i due sono immediate: la signora diventa sua cliente e lo onorerà della sua presenza a Capracotta per la sfilata degli abiti da sposa tenutasi a Capracotta il 25/08/2012. Il successo della serata di agosto è strepitoso. Questa volta la scalinata non è quella del largo dei Sartori, ma della Chiesa Madre illuminata a giorno, con settanta belle ragazze non indossatrici che sfilano con gli abiti da sposa delle nonne, delle mamme, delle zie, accompagnate dalle dolci note dell'Ave Maria del Gounod. Anche questa è una serata magica nata dalla fantasia e dall'estro del protagonista che, certosinamente, ha raccolto gli abiti nuziali usati dalle donne dell'epoca dal 1938 al 1983. Oramai Sebastiano ha un agente che lo rappresenta anche in Cina con il marchio depositato Di Rienzo. Il Marco Polo oggi raccoglie i frutti meritati del suo lavoro e della sua notorietà. I molisani tutti devono essere fieri di questo figlio che tanto onore ha raccolto in Italia e nel mondo e tanto amore ha dato alla sua terra d'origine. Da Roma, dove vive, rientra in paese in media ogni quindici giorni; ha una bella casa e una splendida famiglia con due figli e tre nipoti che sono il suo mondo privato più caro. La moglie Angelica lo ha seguito e aiutato passo passo in questo lungo cammino ed è stata il fulcro da cui egli ha tratto la forza ed anche l'ispirazione per le sue creazioni. Il detto riferisce: "Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna". A lei va infatti il plauso per la solerzia e la dedizione che ha mostrato per il suo lavoro. È instancabile nell'arte fine del cucito e delle confezioni su misura. Io l'ho vista, in altri tempi, all'opera e vi assicuro che l'attenzione sua è sempre al massimo, la precisione l'elemento di fondo del suo lavoro. Talvolta è rimasta nell'ombra ma in realtà è stata sempre presente in ogni circostanza, soprattutto nelle numerose sfilate di moda in cui c'era da dimostrare la valenza dell'atelier. Sue clienti alcune attrici, come Silvana Pampanini, Brit Ekland (moglie di Peter Sellers), Bice Valori, Ingrid Tulin ed altre signore del mondo dei vip. Anche Edda Ciano ha indossato le creazioni del nostro sarto create appositamente per lei. Per lo spettacolo del Rugantino l'atelier confeziona tutti gli abiti per Sabrina Ferilli che ne è la splendida protagonista. Un pensiero va in questo momento alla sorella di Sebastiano, Lina, venuta a mancare alcuni anni fa, in giovane età. Anche lei ha contribuito al successo dell'atelier con la sua presenza costante e con la collaborazione fattiva. Ho qui davanti a me un biglietto da visita: oltre ai numeri vari e indirizzi, leggo: SEBASTIANO DI RIENZO fascino di sartoria Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 1 ottobre 2014.

  • La sala "Francesco Paglione" dell'OMCeO

    Cari colleghi, sembra appena ieri quando, in questa nostra accogliente sala, si svolse l'Assemblea generale 2009. Eppure è trascorso un altro anno, inesorabilmente; e questo appuntamento annuale, insieme a tanti altri, contribuisce a scandire la nostra vita, non solo professionale, spero spesa in modo utile e sereno. L'Assemblea di quest'anno, come da consuetudine ormai consolidata, è abbinata a due cerimonie per la nostra tradizione irrinunciabili ed estremamente significative: il giuramento di Ippocrate dei colleghi neo-laureati e la consegna di una onoreficenza ai decani dell'Ordine, cioè a coloro che hanno raggiunto il prestigioso traguardo dei cinquanta anni di laurea. Ma di questo ce ne occuperemo successivamente con la dovuta solennità. La presenza di tanti nuovi amici e colleghi mi spinge a ricordare, con orgoglio e ancora una volta, che questa sala, a suo tempo ristrutturata e resa fruibile per tante occasioni di incontro, è dedicata ad un nostro eroico collega, medaglia d’oro al merito della Sanità Pubblica: il dott. Francesco Paglione, un medico condotto del comune di Busso, deceduto nell'adempimento del proprio dovere l'11 febbraio 1958. E la targa affissa nell'ingresso della nostra sede riassume bene, sia pure nella sua stringata brevità, una esemplare storia di altruismo e generosità: Perché resti vivo nel ricordo il suo fulgido ed eroico esempio di totale fedeltà ai principi etici e deontologici della professione medica, fino all'estremo sacrificio della vita. Morì perché colto da infarto mentre cercava affannosamente di rianimare un bambino nato asfittico dopo un difficile parto. Infatti, consapevole della gravità del suo inaspettato e improvviso problema di salute, il compianto collega continuò a soccorrere il neonato (che riuscì a salvarsi grazie alle intense cure ricevute) finché, stremato dall'intensa fatica e dal grave infarto, morì poco dopo. L'Ordine dei Medici di Campobasso, onorandosi di averlo avuto tra i propri iscritti, gli ha tributato nel 2002 i riconoscimenti meritati dedicandogli, tra l'altro, questa sala per essere ricordato, in avvenire, come merita. Gennaro Barone Fonte: G. Barone, L'angolo del Presidente , in «Bollettino dell'Ordine dei Medici», XXIV:5, Campobasso, dicembre 2010.

  • Capracotta, gennaio 1885: società artigiana di mutuo soccorso

    Capracotta, 26 Gennaio 1885. Con questa mia prima corrispondenza mando un saluto di cuore al vostro pregevole periodico "Aquilonia" il quale, dopo un anno di vita ha saputo acquistarsi buon nome, molta simpatia e valorosamente ha vinto le dure prove dei primi passi, con l'animo che vince ogni battaglia. Auguro all' Aquilonia lunga vita, e, ciò facendo, io auguro ai nostri paesi maggiore civiltà e migliori costumi. Di qua ci ho poche notizie da mandare. Siamo sepolti a dirittura dalla neve, e le nostre case si sono trasformate in vere sorbettiere!... Grazie però ai buoni raccolti dell'anno scorso (facendo non esilarante eccezione del liquore del buon padre Noè) sino ad ora non si è fatta vedere quella vrutta e macilenta megera che appellasi fame! Gli indigenti, i malati e gli storpii poveri vengono soccorsi anche bene dalla Congrega di Carità, che con vero intelletto caritatevole, sa comprendere che in così brutta stagione bisogna a qualunque costo aiutare il povero, e l'infelice. Di Puglia giungono cattive notizie per le industrie del bestiame, e, se il cielo non si mostrerà più benigno, sarà una vera calamità pel paese. Qui si aspettano le nomine del Vice-Conciliatore, e del Sindaco. I buoni cittadini fanno voti che venga riconfermato nella seconda carica il Cav. Ruggiero Conti, perfetto gentiluomo ed ottimo amministratore della cosa pubblica. Esiste in questo paese fin dal 28 Luglio del 1878 una Società artigiana di Mutuo Soccorso. È questa una istituzione che onora altamente la classe artigiana; ed in sette anni circa la Società ha fatto notevoli progressi materiali e morali. Posso affermare, senza timore di smentita, che il Sodalizio ha messe così robuste radici che non potrà più perire. La sera del giorno undici del corrente mese i socii artigiani inaugurarono la loro Sala di Radunanza e di Lettura con una bellissima festa, che, per brio, schietta e fraterna allegria non poteva riuscire migliore. Onore quindi ai nostri bravi artigiani, i quali, se seguiranno sempre la stessa via, non potranno fallire a glorioso porto, e giungeranno senza dubbio a più alti ed onorevoli destini. Qualche altra cosa dirò in altre mie corrispondenze. Ottaviano Conti Fonte: O. Conti, Corrispondenze della Provincia , in «Aquilonia», II:3, Agnone, 1 febbraio 1885.

  • Considerazioni sulla neve

    Neve bianca, neve di tutti i colori del bianco. Neve morbida. Neve sporca. Neve pungente, neve coprente. Neve silenziosa. Neve soleggiata, neve celeste cielo. Neve che brilla sulle canne del fiume; neve che protegge i fienili e le case. Neve sul campanile della chiesa madre. Neve che si posa sui capretti appena nati. Ugo Martino Fonte: U. Martino, All'ombra del mango , Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2017.

  • Cronaca nera capracottese 1900-1909

    La cronaca nera è il resoconto degli avvenimenti che turbano la regolare convivenza civile ed è sempre esistita: ruberie, violenze, assassini sono i mezzi attraverso i quali gli uomini, sbagliando, risolvono un conflitto. Mi interessa in questa sede presentare alcuni casi di cronaca che hanno investito la cittadina di Capracotta nel primo decennio del XX secolo, con la speranza di continuare la ricerca sugli anni successivi, al fine di tracciare una mappa dei delitti, piccoli e grandi, che i nostri avi hanno compiuto o subìto, e per capire come procedesse la convivenza civile nella Capracotta di allora, quali le angosce, le contraddizioni, le convenzioni. Ho diviso la ricerca in sette sezioni sulla base della percezione della gravità del misfatto: contravvenzioni, minacce, furti, lesioni, disgrazie e omicidi. Come fonte del mio lavoro ho scelto la rubrica "Echi molisani" del quindicinale agnonese "Eco del Sannio" - storico giornale agnonese pubblicato dal 1894 al 1938 - dove trovavano spazio tutte le notizie di cronaca dei paesi del circondario, compresa Capracotta. Ovviamente renderò anonimi i colpevoli dei reati più gravi e non menzionerò in alcun modo i suicidi, per garantire il diritto all'oblio. Per quanto riguarda le contravvenzioni semplici abbiamo 13 denunce in seguito all'uso improprio di armi all'interno dell'abitato, ad oltraggio all'Arma dei Carabinieri, al vandalismo (recisione di «due piante di ciliegi ed un noce del complessivo valore di £ 20») e al mal governo di animali. La contravvenzione più folcloristica è quella comminata il 25 febbraio 1900 a Carmela Santilli, Angelarosa Sammarone, Vincenzo Di Nucci, Giovannina Comegna e Maria Giuseppa Ianiro «perché gettavano dalle finestre acqua, che non era certamente quella di Colonia»: l'anonimo corrispondente vuole intendere che i summenzionati scaricavano l'urina sulla pubblica via attraverso re buccìtte , un finestrino presente in molte case capracottesi. Per quanto riguarda le minacce abbiamo 6 denunce, la prima delle quali relativa a un'ingiuria proferita all'interno del Circolo d'Unione dal medico Michele Cervone a danno dell'ing. Luigi Tirone, entrambi agnonesi. Il primo, risentitosi per un mandato in danaro presentatogli dal secondo, lo offese gridando: «Si vede proprio che sei un imbecille, un cretino!» e la querela finì in Pretura. Le altre denunce per minacce furono invece «per quistioni di donne» e «per quistione di giuoco». Ve ne sono poi un paio piuttosto singolari: la prima riguarda Nicola Buccigrossi, che il 3 luglio 1905, «trovandosi a lavorare nella conduttura d'acqua in costruzione, detta Fonte Fredda, che si esegue per conto di quest'Amministrazione Comunale, smise il lavoro, obbligando, anche con le minacce, i compagni d'imitarlo, onde ottenere un aumento di mercede». Il Buccigrossi fu licenziato e denunciato. Il secondo caso è datato 1° maggio 1907, allorché «Monaco Antonio, vantando il diritto di poter egli solo trarre materiale da una cava di pietre di proprietà del Municipio, cava che lasciava a disposizione di tutti, usò minacce contro il muratore Di Rienzo Carmine, obbligandolo a smettere da un lavoro di scavo incominciato, e impadronendosi poi, dopo altro breve lavoro, delle pietre che l'altro aveva già scavate». Per quanto riguarda i furti vanno distinti quelli ingenti da quelli piccoli, quelli contro uffici pubblici da quelli in danno di privati cittadini o esercenti. Nel decennio 1900-09 furono infatti denunciati 12 furti: si tratta di veri e propri ladri quando «con chiave falsa, aprirono la porta del fondaco di Del Castello Maria, e penetrativi, asportarono tanto grano ivi esistente, pel valore di £ 150 circa», e quando «mediante leva, da ignoti fu forzata la porta di quest'Ufficio del Registro. I ladri involarono carta bollata e cambiali per un valore di circa £ 5.465 [circa € 24.000, n.d.a. ]», ed anche quando un pregiudicato, «abusando della fiducia che in lui riponeva Antonelli Alfonso, [...] presso il quale prestava l'opera sua di garzone calzolaio, rubò allo stesso una cambiale firmata in bianco, che poscia, riempita per la somma di £ 100 cercò di mettere in commercio», ed infine quando ignoti, «mediante scasso della porta, entrarono nella masseria di Antonio Sozio, rubando una doppietta a dietrocarica e del lardo, pel complessivo valore di £ 80 circa». Che dire invece dei piccoli furti di grano e di legna, della domestica che invola 40 lire dal portafoglio del futuro sindaco Amato Nicola Conti, dei mietitori che rubano dalla tasca del compagno di lavoro e di ignoti che sottraggono una «lampada ad acitilene» lasciata incustodita dall'accenditore comunale? I reati si fanno più gravi quando si tratta di lesioni personali. In questa fattispecie, che è la più corposa, si annoverano 19 denunce. Tuttavia la cronaca raccontata dal corrispondente capracottese è sempre leggera, quasi divertita. C'è, ad esempio, il caso di Anna Di Bucci che, «allo scopo di danneggiare la salute della zia, [...] che conviveva con lei, le mescolava nelle vivande una certa quantità di cenere»; vi è pure il caso di Vincenzo Serlenga che, «si quistionò col fratello [...] e comprendendo che con questi avrebbe avuto la peggio, sfogò la sua ira con la moglie di costui, bastonandola, in pubblica via». Ci sono poi i casi del pastore Vincenzo Zarlenga che, «per frivoli motivi, venuto a diverbio col fratello Giuseppe, con un bastone cagionava a costui lesioni alla testa ed all'occhio destro»; o quello di Michele Conti, che «ebbe un forte pugno all'orecchio sinistro da Carnevale Francesco, riportando una lesione guaribile in giorni 10»; od anche il caso di Paolo Monaco, che «venne alle mani con Alfonso Di Francesco, dal quale si buscò una coltellata al pollice della mano destra»; oppure quello di Antonio Di Luozzo che, dopo una scazzottata con Martino Di Rienzo, riportò lesioni «di bastone alla testa, e la caduta di un dente incisivo, con indebolimento permanente nella masticazione». I casi più esecrabili sono quelli ai danni di donne, anziani e bambini, ancor più se familiari conviventi. Si va dal calzolaio che «con pugni e morsi produsse alla ventisettenne Carmela Vecchiarelli di Filippo, lesioni in diverse parti del corpo», a un pessimo uomo di nome Francesco, arrestato il 21 aprile 1900, perché «continuamente maltrattava e bastonava la moglie Filippina Vizzoca, e le figlie Marialoreta di anni 18, e Bambina di anni 7»; per non parlare della «sessantatreenne Giuditta Ciccorelli [che] fu brutalmente malmenata, con pugni e calci, dal suo poco amorevole nipote» Pietro. Ci sono poi le denunce di aggressione e resistenza alle forze dell'ordine o le violenze sul posto di lavoro, come nel caso del «beccaio Cardarelli Antonio, irritato perché il pastore Di Biase Donato, d'anni 12, che lo aiutava nella propria stalla a scorticare una pecora allora uccisa, non la teneva ben ferma, lo colpiva al capo con coltello insidioso», motivo per cui il feritore si diede alla latitanza. Vi è pure un primordiale pirata della strada (reato di lesioni stradali colpose): il 6 dicembre 1904, infatti, «in pubblica via, Concetta Carugno [...], di anni 26, fu investita da un carretto guidato da Rodolfo Paglione [...], riportando lesioni, in diverse parti del corpo, guaribili in 25 giorni. Il Paglione dettesi alla fuga». Ritornando per un attimo leggeri, menziono una denuncia, registrata il 19 gennaio 1906, che lascia il sorriso sulle labbra. I cognati Paolo Venditti e Felice Di Nucci dormivano nelle medesima abitazione quando sentirono degli stornelli molesti e offensivi provenire dalla strada. Usciti per invitare i disturbatori a smettere di far baccano, ebbero da questi una sonora lezione. Il suonatore di armonio era Giancarlo Monaco e il cantante Luigi Mosca, e quest'ultimo altri non era che l'ex fidanzato di Agata Di Nucci, moglie di Felice. Probabilmente il motivo della molestia e della successiva rissa stava tutto lì, e visto che Paolo si beccò una bastonata in testa e Felice una coltellata alla regione lombare, era forse meglio per loro restare a dormire! Nel decennio che va dal 1900 al 1909 Capracotta ha conosciuto 10 tristi disgrazie. Alcune di queste le ho raccontate nell' articolo sui drammi delle neve: mi riferisco a Giovanni Ianiro e a Giovanni Dell'Armi, entrambi morti assiderati, come al caso dei due carabinieri inviati a Staffoli sotto la bufera e miracolosamente tratti in salvo da una squadra di capracottesi. Ho anche già pubblicato la notizia originale della morte di Geremia Carugno, ucciso da un fulmine, per cui ora è la volta di parlare degli altri eventi di cronaca nera che sconvolsero Capracotta agli albori del Novecento. Il primo caso è datato 8 maggio 1900, allorquando Giovanna, allontanatasi da casa per sbrigare delle commissioni, lasciò la figlia Vincenza, di 8 anni, a giocare con le sue amiche per strada; «disgraziatamente, la piccola Vincenza rincasò prima che la mamma tornasse, ed essendosi avvicinata troppo al focolare, le vesti presero fuoco. Per le forti ustioni riportate, la misera piccina morì il dì seguente». Disgrazia simile è quella accaduta il 2 ottobre dello stesso anno, quando all'adolescente Grazia, di 12 anni, venne data in custodia dalla madre la sorella Antonina, di appena 2 anni; nel tentativo di affacciarsi alla finestra mentre teneva in braccio la piccola, Grazia «si lasciò sfuggire di mano la sorellina, la quale andò a battere il capo sull'acciottolato e all'altezza di circa 8 metri, ed in conseguenza della frattura delle osse craniche, dopo poche ore morì». Sono fatti agghiaccianti, raccontati con disarmante freddezza dal cronista, non perché questi fosse disumano ma perché, purtroppo, la morte improvvisa era la normalità. Tre giorni dopo, il 5 ottobre 1900, il pastore ventunenne Antonio Potena aveva portato, come al solito, le capre al pascolo. A sera queste tornarono in paese senza il loro custode. La cittadinanza si allarmò e il mattino seguente fu ritrovato «sul colle S. Nicola il povero Potena, il quale forse, sia per essere sdrucciolato, sia perché dovette avere qualche deliquio, precipitò nel burrone». Il 28 luglio 1903, invece, a perdere la vita fu Filomena Sozio, di anni 63, che «nel salire una scala precipitò, rimanendo cadavere sul colpo». Anche il giovane Amedeo Paglione, quindicenne, perse la vita in seguito a una disgrazia, che probabilmente si sarebbe potuta evitare: mi riferisco a quando, il 24 ottobre 1907, egli abbeverava i cavalli nella propria scuderia e, «passando dietro un puledro, questo scaraventò un calcio al disgraziato giovinetto, colpendolo alla regione temporale sinistra. Il Paglione stramazzò al suolo e poco dopo cessò di vivere». Il corrispondente scrisse che «le Autorità, accorse sul luogo, potettero constatare la grave disgrazia accaduta ai coniugi Paglione divenuti quasi pazzi pel dolore». L'ultimo caso è quello del contadino Vincenzo Stabile, che il 28 giugno 1907 «sportosi sul ciglio di un dirupo, per soddisfare ad un bisogno corporale, perdette l'equilibrio e cadde nella sottostante valle ad un'altezza di m. 20, rimanendo all'istante cadavere». Vista la sitauzione, se non fosse per l'esito mortale, ci sarebbe quasi da sorridere... In quegli anni Capracotta fu anche teatro di due omicidi, il primo dei quali, avvenuto il 16 settembre 1902, ho già raccontato in un lungo articolo . Il secondo, invece, trattasi di infanticidio e fu perpetrato nel dicembre del 1907 da una ventenne nubile di nome Lucia. Un omicidio come questo nasceva per due cause di forza superiore: il patriarcato imperante e l'assenza di una legge sull'aborto. Lucia, infatti, era una contadinotta ventenne che teneva «illecite relazioni» con Giuseppe, uno schifoso di Roccavivara, che aveva 37 anni. Semplicemente, «il seduttore, dopo sette mesi, e proprio quando s'accorse che l'amante trovavasi in istato interessante, emigrò nelle Americhe, e non diede più notizia di sé. Dopo il corso regolare della gravidanza, la notte dal 21 al 22 dicembre 1907, [Lucia] dava alla luce una bambina. Forse per consiglio, o per salvare il proprio onore, [...] ebbe la cattiva idea di seppellire la neonata». In paese qualcuno sapeva che Lucia era incinta e la gente mormorò quando vide che non lo era più e che nessun neonato era venuto alla luce. Dopo 9 giorni, infatti, i carabinieri si presentarono nella sua abitazione in campagna, «facendo una minuta perquisizione in casa di lei e sottoponendola a minuzioso interrogatorio», da cui emerse che Lucia aveva abortito. Il brigadiere, non convinto di queste parole, mise sotto torchio anche la madre, finché Lucia confessò che la bimba era nata morta «e che per salvare il proprio onore, si era decisa a buttarla nel piccolo ruscello che passa presso l'abitazione». Visto che la ricerca del cadaverino non portò a nulla, la donna fu nuovamente interrogata e finalmente la verità venne a galla: «la bambina era sepolta sotto un mucchio di pietre, con la complicità della madre. Infatti la bambina fu trovata, scavando, e le due donne furono arrestate». Se l'onore delle donne non fosse stato messo in discussione, Lucia non avrebbe ucciso quella bimba. Se Giuseppe si fosse assunto le sue responsabilità di padre, Lucia non avrebbe soppresso la neonata. Se fosse esistito un modo legale per abortire, Lucia non avrebbe ammazzato sua figlia. 114 anni dopo tutti questi "se" a cosa servono? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:4, Agnone, 25 febbraio 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:5, Agnone, 10 marzo 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:7, Agnone, 10 aprile 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:8, Agnone, 25 aprile 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:9, Agnone, 10 maggio 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:10, Agnone, 25 maggio 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:16, Agnone, 25 agosto 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:19, Agnone, 10 ottobre 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VIII:5, Agnone, 10 marzo 1901; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VIII:16, Agnone, 25 agosto 1901; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VIII:23, Agnone, 10 dicembre 1901; Echi molisani , in «Eco del Sannio», IX:17, Agnone, 25 settembre 1902; Echi molisani , in «Eco del Sannio», X:3-4, Agnone, 26 febbraio 1903; Echi molisani , in «Eco del Sannio», X:13, Agnone, 10 luglio 1903; Echi molisani , in «Eco del Sannio», X:15, Agnone, 11 agosto 1903; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:5, Agnone, 12 marzo 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:6, Agnone, 26 marzo 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:10, Agnone, 27 maggio 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:12, Agnone, 28 giugno 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:15, Agnone, 13 agosto 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:20, Agnone, 28 ottobre 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XI:24, Agnone, 24 dicembre 1904; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:12, Agnone, 28 giugno 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:14, Agnone, 28 luglio 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:15, Agnone, 12 agosto 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:18, Agnone, 27 settembre 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:19, Agnone, 12 ottobre 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:22, Agnone, 10 dicembre 1905; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIII:2, Agnone, 27 gennaio 1906; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIII:4, Agnone, 28 febbraio 1906; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIII:5, Agnone, 13 marzo 1906; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIII:22, Agnone, 29 novembre 1906; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIII:24, Agnone, 31 dicembre 1906; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:4, Agnone, 12 marzo 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:6, Agnone, 14 aprile 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:8, Agnone, 15 maggio 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:10, Agnone, 13 giugno 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:11, Agnone, 28 giugno 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:12, Agnone, 14 luglio 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:17, Agnone, 16 ottobre 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:18, Agnone, 31 ottobre 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XIV:22, Agnone, 15 dicembre 1907; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XV:3, Agnone, 15 febbraio 1908; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVI:11, Agnone, 28 giugno 1909; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVI:13, Agnone, 7 agosto 1909; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVI:18-19, Agnone, 8 novembre 1909; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il maestro artigiano

    Oggi 17 luglio festeggio il mio 59mo compleanno ed allora ho pensato di farmi un regalo parlando della mia attività di piccolo artigiano di falegnameria. In realtà il regalo più grande l'ho ricevuto da mio padre, il quale negli anni '50, dopo aver imparato il mestiere di falegname da suo zio a Capracotta, un comune di 833 abitanti della provincia di Isernia in Molise, posto a 1.421 metri sul livello del mare, decise di trasferirsi a Roma, continuando a coltivare la sua passione in questo settore, passione che poi ha trasmesso anche a me. Nel 1988 aprimmo questo piccolo laboratorio di falegnameria artigianale in Roma, in via Capitan Bavastro, e da allora, dopo aver conseguito un corso di restauro di mobili antichi, la mia attività proseguì sempre con l'aiuto di papà ed oggi, a distanza di 33 anni, mi accorgo di amare sempre più il mio lavoro, soprattutto quando ho la soddisfazione di ricevere elogi dai miei clienti. Durante la mia attività lavorativa ho avuto l'occasione di incontrare anche persone famose, tra cui Paolo Pietrangeli, Micaela Ramazzotti e Paolo Virzì, quest'ultimo mi ha anche disegnato ed omaggiato di una mia caricatura che ho apprezzato molto e che conservo gelosamente. Tra i miei lavori realizzo mobili su misura, eseguo riparazioni in genere, posa in opera di serrande ed ovviamente restauro di mobili antichi. Vado a trovare i miei clienti vecchi e nuovi facendo, se necessario, un sopralluogo gratuito con relativo preventivo. Sono orgoglioso che in un momento in cui la tecnologia ha preso piede, io possa vantarmi di avere ancora a disposizione un laboratorio che mi gratifica e mi fa sognare, perché mi dà la possibilità di realizzare oggetti che nascono da un bene così prezioso come il legno. Vi aspetto al mio laboratorio, e per questo ho pensato che chi verrà con la rivista "Duilio Litorale" potrà usufruire di uno sconto del 10%. A presto. Antonino D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, Il maestro artigiano , in «Duilio Litorale Romano», Roma, 17 luglio 2021.

  • Amore e gelosia (IX)

    IX Donna Patrizia Buongiorno era davvero incazzata e se la prendeva con chiunque le capitasse davanti. – Nanni', ma vuo' lava' nu poche 'nterra! Ce sta 'o spuorche fine a sotto 'o lietto, ma nun vide niente? E doppe scinne e vai a comperare mezzo chilo di caffè, quello intero, non macinato, e 'o zucchero! Ah, no no... 'O zucchero ce sta! Seduta come una matrona nella poltrona bergère, comandava a destra e a manca per preparare il pomeriggio del sabato in cui doveva avvenire lo storico incontro: Elisa Avigliano veniva a visitarla, l'usurpatrice, quella che si voleva prendere il suo figlio prediletto, veniva «per porgerle gli omaggi di una figlia devota alla sua futura madre». Così aveva scritto nel suo biglietto, quell'ipocrita arrampicatrice nonché cacciatrice di uomini! Ah, ma avrebbe trovato pane per i suoi denti! Cortesia, gentilezza e... astuzia! Al solo pensiero di come sarebbe stata furba, donna Patrizia rideva da sola ma... Doveva fare attenzione! Suo figlio era invaghito di quella... di quella, come chiamarla? Ah, perchiupetala! E se lei sbagliava una mossa, capace che quel benedetto ragazzo infilava la porta e se ne andava con lei! Doveva fare un gioco di tira e molla, ecco che cosa doveva fare! – Avete avvertito don Cicce? Mi ha promesso che sarebbe venuto, ma chille è nu miezze stunate... Nanni', doppe passa per la chiesa 'e San Giuseppe e valle a ricurda' che oggi adda veni', alle cinque in punto, a prendere il caffè a casa mia. – Va bbuone donna Patrizia, me la vedo io, state tranquilla – fece la domestica che ben conosceva la pignoleria della sua padrona. – Ah, te la vedi tu? Sta tutto a posto allora? Ah sì ? E allora i dolci? Addo stanne 'e pastarelle eh? Che figura facce cu chella? – Donna Patri', ve site scurdate? I dolci li porta don Salvatore, ha detto che prima di mezzogiorno lui... – E allora stamme 'nguaiate! Quello mio figlio campa con la testa tra le nuvole! Mò si ricorda le pastarelle, se se... Nanni', stamme a senti', scendi e vai a comprare nu cartoccio di paste secche dal pasticciere all'angolo. Si pure Salvatore se ricorda, nun fa niente, tante nun se iettene, ma almeno stiamo sicuri che nun facimme na brutta figura! Va', va', lascia 'a mazza pe lava' ccà, me la vedo io... Così trascorreva la giornata in casa Di Giacomo, in attesa di Elisa Avigliano, la giovane nocerina che aveva intrappolato il poeta con la sua bellezza. Le ore infine passarono veloci, si fecero le cinque, don Cicce arrivò tutto trafelato e si stravaccò sul divano... Poi si fecero le cinque e mezza e ancora niente e... Alle sei meno un quarto Nannina si affacciò dalla porta della cucina: – Stanne arrivanne, stanne ccà! Li ho visti dalla finestra! Donna Patri', che bella coppia! Che bella ragazza! Un'occhiata di fuoco la incenerì e la fece tornare di corsa in cucina. Il pomeriggio prometteva bene... Francesco Caso

  • Vattene gennaio! Fuori marzo!

    Oltre un secolo fa, Oreste Conti segnalò una tradizione della sera dell’ultimo giorno di gennaio. Questa la sua descrizione: a Capracotta «una schiera di giovani, seguita da monelli, percorre il borgo, agitando de' grossi campanacci e gridando a squarciagola: " Vàttene, iennàre, iennaróne, sfascia cuatenàre e cascióne "»; vale a dire: "Vattene, gennaio, gennaione, sfascia soffitta e cassone". Era un modo per "scacciare" il mese di gennaio, il più rigido e ostile dell'anno; era una iniziale tappa di superamento dell'inverno e di avvicinamento alla primavera. «Gennaio – scrisse Conti – è un mese freddo dappertutto, ma per Capracotta è addirittura spaventoso. Bisogna aver vissuto un pochino lassù di quei giorni per poterne avere un'idea! Fiocca a tutte l'ore e i giorni si succedono uniformi, monotoni, non differenti l'uno dall'altro che per il segno che ne dà il lunario. La neve, alta parecchi metri, impedisce la comunicazione tra casa e casa e, se non fosse per il tenue filo telegrafico, si perderebbe ogni comunicazione coi viventi. A volte, nel cuore del verno, le provviste sono esaurite ed allora cominciano le dolenti note. È ben per questo che da noi si aspetta la fine di gennaio con indicibile ansia». Analogamente a quanto documentato da Conti, in un racconto dell'"Otello rusticano" di Enrico Melillo venne ricordato un arcaico rito di passaggio stagionale che si realizzava per "dare il benvenuto" al mese di marzo: «Era l'ultimo giorno di febbraio: una quantità di giovani, monelli, uomini d'ogni età giravano per il villaggio, suonando continuamente campane boscherecce, in mezzo a un diavolìo da forsennati. Si gridava a squarciagola " Fuori marzo! Fuori marzo! "». Nel racconto (probabilmente ambientato a Ururi), l'autore aggiunse: «marzo si disponeva a venire senza apportar disgrazie, e si annunziava, a dir dei più vecchi, co' migliori auspici. I pastori n'eran contenti e si congratulavano scambievolmente del risultato che s'andrebbe ad ottenere di certo col chiasso degli ultimi di febbraio». A metà dello scorso secolo, Alberto Maria Cirese annotò come Melillo, alcuni anni prima di pubblicare l'"Otello rusticano", avesse già menzionato l'usanza di «cacciare il marzo» in un articolo intitolato "Costumanze molisane", apparso nel periodico "Il Pensiero Sannita" e poi ristampanto ne "La Nuova Provincia di Molise". Il fuori marzo è stato, per lungo tempo, un momento celebrativo di fine anno, una sorta di San Silvestro arcaico, un rito di passaggio e di propiziazione attraverso il quale si abbandonava una stagione morente (inverno) per annunciarne una nascente (primavera). Difatti, in epoca precristiana, Mars era il mese intitolato al dio Marte, il mese d'esordio del calendario romano, con evidenti riferimenti ai culti della natura, poiché Mamerte, agli inizi, non era venerato come dio della guerra bensì come personificazione italica del principio generatore, del sole vivificante; era la manifestazione della rinascita primaverile. I riti di «fine gennaio» e «fine febbraio», descritti da Conti e Melillo, mostravano gli stessi significati di altre usanze presenti nelle culture di vari popoli. Con gli assordanti rumori delle grosse campane boscherecce del vàttene, iennàre , si voleva allontanare ogni forza negativa e sconfiggere l'oscurità invernale. Il grido fuori marzo era un magico sistema d'esortazione che intendeva propiziare, dandogli il "benvenuto", un nuovo e migliore ciclo stagionale. Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, Vattene gennaio! Fuori marzo! , in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso, 12 gennaio 2016.

  • La festa di Santa Lucia a Capracotta

    La statua di santa Lucia, a Capracotta, per tutto l'anno è tenuta in una chiesetta ai piedi di Monte Campo e anche la contrada porta lo stesso nome. Nei pressi del santuario c'è una fontana (sempre di S. Lucia) da cui sgorga un'acqua fresca e leggera che, dicono, ha proprietà terapeutiche. La sorgente naturalmente si trova ai piedi della montagna madre e spesso d'estate la portata si riduce al minimo, come accade di solito di questi tempi. A casa mia la borraccia piena non manca mai e vi assicuro che bere a garganella è un vero piacere. La processione in onore di santa Lucia che si svolge la penultima domenica di agosto per le strade del paese ha sempre qualcosa di strabiliante per via della folla che accompagna la statua, della banda che dà allegria, pur suonando musiche quasi sacre, dei bambini che sfilavano con l'abito bianco della prima comunione, del sacerdote che scandisce al microfono preghiere e canzoni, della campana che suona a festa. Tutto bello e commovente. La statua della Santa viene prelevata la sera del sabato e portata nella chiesa madre con grande accompagnamento di folla, di macchine che illuminano la notte, di banda, di fiaccole, di canti, di preghiere. Per quella sera la cena può aspettare e gli uomini non protestano se a casa non c'è nulla di pronto. Sembra che sia così, ma le donne, da brave massaie come le chiamava qualcuno, fanno il miracolo e, in men che non si dica, la tavola è apparecchiata con ogni ben di Dio e i palati accontentati. Solo che il rito è un po' il canto del cigno. Cominciano le partenze e allora tutti si fanno prendere dalla frenesia di partecipare, con l'abito elegante, alla manifestazione tanto amata dal popolo, la processione in onore della santa protettrice della vista: siamo tutti occhialuti per cui uno sguardo benevolo non può che farci bene. In tutti i paesi del Sud, Abruzzo e Molise compresi, il rito si ripete, con particolari diversi, con santi diversi, con lo sparo finale, con le ghirlande che illuminano la notte e accendono mille bagliori nel buio del cielo stellato. La sera della domenica cala il sipario sulla scena del teatro e la statua viene riportata nella sua dimora abituale, dove rimarrà per tutto l'anno sotto i rigori dell'inverno capracottese. Nessuna pompa, nessuna banda, pochi fedeli che ripercorrono la strada all'inverso. Sic transit gloria mundi. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 21 agosto 2012.

  • A spasso nel verde dell'Alto Molise

    Un trekking che offre l'occasione di vivere un viaggio dall'altissimo valore naturalistico, paesaggistico e ambientale. I sentieri che caratterizzano questo cammino attraversano un territorio montuoso, contraddistinto da una natura lussureggiante, ove i boschi e i pascoli sono padroni incontrastati. Piccole, ma molto significative per capire la caratteristica principale del Molise, sono le testimonianze storico-culturali che si visitano. A dare surplus al cammino sono i borghi che si incontrano e che si visitano. Tutti immersi in contesti paesaggistici di altissimo profilo, ognuno offre testimonianze architettoniche notevoli: Castiglione di Carovilli e la sua chiesa sul Colle (XV sec.); Carovilli e la sua chiesa di Santa Maria Assunta; Vastogirardi e il suo castello angioino fortificato (XIII sec.), con l'annessa chiesa di San Nicola (XV sec.); Capracotta e il suo centro ricco di palazzi e chiese; Pescopennataro, la sua rupe e il patrimonio architettonico fatto di chiese e fontane; Castel del Giudice e la chiesa di San Nicola (XV-XVI sec.); Agnone e il suo ricchissimo patrimonio storico-culturale, vera gemma architettonica del Molise. Per gli amanti delle ascese, si scalano tre fra le più importanti cime dell'alto Molise: Monte Cavallerizzo (1.524 metri s.l.m.), Monte Capraro (1.730 metri s.l.m.) e Monte Campo (1.746 metri s.l.m.). Tutte e tre le vette si caratterizzano per la presenza di superlativi ambienti rocciosi e di lussureggianti faggete, che si attraversano lungo la salita e la discesa. In più, queste montagne sono contraddistinte da lunghe creste e da balconi rocciosi dai quali è possibile godere dei sensazionali panorami. Nei momenti di riposo, si incontrano persone significative, che raccontano il Molise e le sue tradizioni. Inoltre, si può incontrare e conoscere una famiglia che ha un maneggio e che fa turismo responsabile da diversi decenni; visitare una cooperativa agricola biologica, un caseificio e la straordinaria Pontificia fonderia di campane Marinelli. Le testimonianze del popolo sannita, con il sistema difensivo intorno alla cima di Monte Cavallerizzo (1.524 metri s.l.m.) e il tempio dorico di Vastogirardi. Gli eremi di San Luca, ricavato nella roccia e luogo di meditazione solitaria fin dal Medioevo, e di San Giovanni Battista, sulla cima di Monte Capraro (1.730 metri s.l.m.). I diversi e affascinanti trulli pastorali, luoghi di ricovero di innumerevoli generazioni di pastori transumanti. Il villaggio medievale fortificato di Macla Strinata sulla cima di Monte San Nicola (1.517 metri s.l.m.). L'incontro con il Regio Tratturo Celano-Foggia e il Tratturello Castel del Giudice-Sprondasino, entrambi testimoni diretti di secoli di transumanza e beni storico-culturali dal valore inestimabile. Il viaggio è arricchito dall'ottima cucina tradizionale del Molise e dalle sue eccellenti bevande. Prodotti tipici e piatti tradizionali, spesso fatti a mano e all'antica maniera, allietano le serate dei camminatori. Si gustano formaggi come il caciocavallo, il pecorino, la burrata, la manteca e altri; salumi come la soppressata, la ventricina, il capicollo, la ventresca arrotolata, ecc.; i tartufi bianchi e neri. Si possono bere il vino bianco Moscato e il vino rosso Tintilia. Notevoli sono i paesaggi che passo dopo passo si possono ammirare. Tantissime sono le occasioni per contemplare le catene montuose del Molise e dell'Abruzzo, le colline del Molise centrale, occidentale e del chietino meridionale, le valli del fiume Sangro e del torrente Verrino (affluente del Trigno), fino ad arrivare addirittura a poter vedere all'orizzonte il mare Adriatico. Distingue ulteriormente il trekking il bosco Abeti Soprani, estesa faggeta con grandi nuclei isolati di abeti bianchi di enormi dimensioni. Questa selva è una vera rarità per tutto l'Appennino centrale. Antonio Meccanici Fonte: https://molisetrekking.com/ , 22 maggio 2021.

  • La sventura di Eugenio Carugno

    Capracotta. All'una pomeridiana del 13 agosto, in un momento il cielo si coprì di grossi e densi nuvoloni neri e un forte temporale si scatenò sul paese e sulle circostanti campagne, e giù acqua a dirotto e grandine grossa. Lo schianto, la desolazione di tutti nel vedersi in un momento distrutto nei campo il lavoro di un anno, si può immaginare, ma non descrivere. Nel più forte del temporale, un fulmine cadde sulla casa del signor Eugenio Carugno, rendendo questi quasi privo di sensi, e freddo cadavere il suo carissimo figliuolo Geremia, che a traverso i vetri di una finestra, osservava, costernato, la tempesta. La sventura toccata alla famiglia Carugno ha prodotto in paese la più penosa impressione, tanto più che il povero Geremia, giovanetto sui 13 anni, aveva ottimi costumi, indole mite, ingegno svegliato, grande amore allo studio, e perciò dava molto a sperare di sé. Al signor Eugenio Carugno, alla sua figliola, signora Angiolina, valorosa insegnante di queste scuole municipali, le più sincere e sentire condoglianze. L'Ape Fonte: L'Ape, Fuori di Agnone , in «Il Cittadino Agnonese», II:13, Agnone, 3 settembre 1901.

  • Illustrare i drammi invernali di Capracotta

    I capracottesi, più degli altri, hanno un rapporto particolare con la neve, perché essa è per loro un elemento quotidiano, come il mare lo è per un pescatore di Termoli o lo smog per un cittadino di Shanghai. I capracottesi conoscono tanti tipi di neve e, ad ognuna, hanno dato un nome diverso: c'è la neve masculìna e quella a dummellóra , c'è la neve gelata a fiérre , quella che clòccia e la papparèlla , vi è poi la bufèra e re spulverìzze (scaccianeve), a seconda che nevichi oppure no durante le sferzate della vòria (bora). Insomma, non c'è capracottese che non abbia vissuto una (brutta) esperienza sotto la tempesta di neve, quando questa ti sorprende da solo per strada oppure quando in automobile, alla Macchia come a Monteforte, ti ritrovi circondato dall'elemento bianco al punto da non riuscire più a distinguere i segnali stradali, il senso di marcia, le paline da neve, finanche il muso della tua stessa vettura, e speri che presto un mezzo spazzaneve - o una saetta divina - venga ad aprirti uno spiraglio di luce per poter riassaporare il gusto della vita precedente. Queste avventure, che oggi raccontiamo col sorriso sulle labbra, spesso esagerandone i contorni, in passato si trasformavano in drammi e, a volte, in vere e proprie tragedie. Ve ne racconto due di queste brutte storie, grazie ai disegni - oggi oggetti da collezione - realizzati da due grandi illustratori italiani: Ugo Matania (1888-1979) e Vittorio Pisani (1899-1974). Matania, che nel 1924 aveva fatto ritorno a Napoli per assumere l'incarico di illustrare copertine, doppie pagine centrali e fornire disegni per racconti a puntate da pubblicare nella nuova serie del settimanale "Il Mattino Illustrato", realizzò per questa testata una prima pagina corredata dalla seguente didascalia: Un'improvvisa tormenta sorprendeva tra i monti del Molise i coniugi Sinforosa e Sebastiano Dimozzo, reduci da Agnone. Sollevando sulle sue spalle la moglie esanime, il marito tentava di raggiungere, tra il vento e la neve, le case di Capracotta, ma si abbatteva a sua volta sopraffatto dagli elementi, e fu ritrovato agonizzante, col cadavere della moglie tra le braccia. Era successo che il 3 dicembre Sinforosa Casciato e suo marito Sebastiano "Zimba" Di Luozzo, assieme al loro asinello, erano andati al mercato di Agnone ma, sulla via del ritorno, erano stati sorpresi da una tremenda bufera di neve. Camminando con difficoltà nella neve alta e morbida del rione S. Giovanni, persero l'orientamento e Sinforosa svenne dalla fatica. Sebastiano caricò sulle proprie spalle il corpo esanime della moglie ma anch'egli, dopo alcuni passi, cadde al suolo preda della stanchezza e dell'ipotermia. Soltanto il ciuchino, intirizzito, tornò in paese, e fu proprio lui ad avvisare i capracottesi che qualcosa di irrimediabile era accaduto: i coniugi Di Luozzo furono infatti ritrovati assiderati, con l'uomo che, esalando i suoi ultimi respiri, cercava di scaldare il corpo della moglie, lei che invece era già deceduta. Fu un momento molto penoso per quelle famiglie e per Capracotta tutta, tanto che ancor oggi, in casi di grave calamità, si dice: « Attiénde ca fieà la fine de Zìmba ». La triste notizia trovò spazio su diversi quotidiani dell'epoca, primo fra tutti "Il Popolo di Roma", con un articolo che abbiamo pubblicato a suo tempo. Va detto che nel corso del XX secolo, prima di Sebastiano e Sinforosa, erano già morte almeno tre persone a causa della neve. Il 13 marzo 1900 era morto Vincenzo Ianiro, di professione luparo , il quale «sorpreso da una forte bufera, accompagnata da fitta neve, e gettato per terra, moriva per assideramento». Il 4 febbraio 1903, invece, a perire fu Giovanni Dell'Armi che, «doveva tornare da Castel di Sangro, quindi essendosi trovata la mula morta, subito si sospettò che qualche disgrazia era avvenuta. Infatti, nella località detta Cavuta di Rosa fu trovato il cadavere del povero Dell'Armi, che inutilmente lottò contro la tormenta che lo sorprese». Pochi anni dopo, il 1° gennaio 1911, Camillo Di Nella, sulla via tra Pescopennataro e Capracotta, «a causa della molta neve caduta, perdette le forze e non potendo più proseguire la via il disgraziato morì sulla via stessa per assideramento». Tornando invece alle vignette, la seconda illustrazione d'un dramma invernale capracottese fu realizzata da Vittorio Pisani, un artista che era divenuto illustratore de "La Tribuna Illustrata" di Roma nel lontano 1922, per la quale creò oltre 4.000 copertine. Pisani aveva eseguito anche cartoline per molti reparti dell'Esercito, tant'è che ha firmato il francobollo postale celebrativo dell'eroico Salvo D'Acquisto. Quel che interessa a noi è che sulla prima pagina del numero di marzo-aprile 1952 de "La Tribuna Illustrata" Vittorio Pisani ritrasse l'inverosimile salvataggio d'un automobilista in quel di Capracotta, con la seguente didascalia: Lo spartineve stava aprendo una pista sulla strada Capracotta-Staffoli quando vedeva un'antenna metallica che spuntava fuori dall'altissimo strato di neve. Autisti ed operai, scavando in quel punto, liberavano una piccola automobile che, durante il viaggio, era rimasta bloccata e sepolta. Il conducente, ormai mezzo intirizzito, si trovava rinchiuso nella vettura fin dal giorno prima, e per fortuna aveva alzato l'antenna della radio che aveva servito da segnale d'allarme. A quanto pare nel mese meteorologicamente più folle dell'anno, marzo, un automobilista era rimasto intrappolato con la sua vettura tra Capracotta e Staffoli, trascorrendo all'interno dell'abitacolo l'intera notte. Se il dì seguente l'autista del Clipper non avesse visto l'antenna dell'auto fuoriuscire dall'altissimo strato di neve, oggi probabilmente staremmo parlando di un'altra tragedia, per molti versi simile a quella di vent'anni prima. Insomma, con la neve di Capracotta non si scherza! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Dopo la sciagura di Capracotta il mistero di due morti per assideramento , in «Il Popolo di Roma», Roma, 11 dicembre 1931; Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:7, Agnone, 10 aprile 1900; Echi molisani , in «Eco del Sannio», X:3-4, Agnone, 26 febbraio 1903; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVIII:1, Agnone, 21 gennaio 1911; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XXXVIII-12, Agnone, 6 gennaio 1932; U. Matania, Un'improvvisa tormenta , in «Il Mattino Illustrato», VIII:50, Napoli, 14-21 dicembre 1931; V. Pisani, Lo spartineve stava aprendo una pista , in «La Tribuna Illustrata», LV:14, Roma, 30 marzo-6 aprile 1952.

  • 16 ottobre 1886: incendio a S. Angelo del Pesco

    Castel del Giudice, 18 Ottobre 1886. Nel mezzogiorno dei 16 corrente si sviluppò in S. Angelo del Pesco un vastissimo incendo, il quale, col favor di un vento eccezionalmente impetuoso, attaccò in breve tempo il fuoco a 14 casupole e fienili; e ben presto le fiamme infuriate ed indomite coi loro terribili vortici distruggevano tutto, gettando sul lastrico 10 povere famiglia, le più miserabili del paese. Le grida miserande dei disgraziati, l'oscurità della sopraggiunta notte, rischirata tratto tratto dalla fosca luce delle fiamme, il suono monotono delle campane, che qual presagio di sventura chiamavano le genti a dare aiuto ed il via vai delle persone confuse da un fittissimo fumo e da una non interrotta pioggia di scintille, di tizzi ardenti e di brucciolini, accrescevano ad oltranza il panico nell'animo di tutti. Era uno spettacolo straziante, indescrivibile!... Fortuna che il paese è fornito di molt'acqua, e che gli Agenti della pubblica forza, gli artigiani ed i contadini, incitati e diretti continuamente dal Sindaco e da altri gentiluomini, superando le difficoltà del vento e della notte, fecero, non senza esporre a pericolo certo la propria vita, estremi sforzi per circoscrivere ad un gruppo di case lo spaventevole incendio. Altrimenti chi sa quante altre povere famiglia ne avrebbero risentito i danni! Durante la fatale notte vi fu un continuo adoperarsi per prevenire nuovi incendi e per spegnere gli avanzi del fuoco. Alle 10 a.m. del giorno seguente tutto era finito. I danni sono incalcolabili. Ed ora 50 individui, i cui lamenti fanno sanguinare il cuore, rimasti senza pane e senza tetto, nel principio dell'inverno ed in un paese rigidissimo, attendono, ignudi sulla via, il soccorso della carità cittadina, cui ha fatto già appello un comitato di egregi gentiluomini. Il Comune ha deliberato una sommetta per i bisogni urgenti dei disgraziati e per lo sgombro del materiale. Si spera che altrettanto facciano la Provincia ed il Ministero. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Incendio , in «Aquilonia», III:15, Agnone, 1 novembre 1886.

  • Amore e gelosia (VIII)

    VIII – E allora? che ti ha detto? ti porta a conoscere 'a mamma soia? La voce bassa con cui pose la domanda, fece capire ad Elisa che sua madre era sul chi va là, sospettosa e diffidente. – Sì mammà, – fece lei sorridente, – sabato pomeriggio vado a Napoli col treno, Salvatore mi viene a prendere alla stazione col calessino e poi andiamo a casa sua. Giusto un'oretta, non di più, poi mi riaccompagna alla stazione e la sera stessa sono di nuovo a Nocera. Anzi, manda qualcuno a prendermi, vorrei andare a dormire dalla zia a san Giovanni in Parco, glielo ho promesso... – Elisa, non mettere niente in mezzo! Tu sabato sera ti ritiri a casa tua e mi racconti tutto, ma proprio tutto, hai capito? – rispose piccata sua madre. Sua figlia era un'ingenua, a parer suo, non capiva che bisognava ponderare ogni passo, e che ci voleva la sua guida. – Va bene, mammà... mò però non dirmi niente, stanne venendo le mie amiche e dobbiamo pensare che cosa mi devo mettere per l'occasione e... – Elisa! Nun me dicere che hai parlato con le tue amiche di questa storia! No, nun m' 'o dicere! Ma ti rendi conto? Qui finiamo sulla bocca di tutta Nocera, e nun ce sta ancora niente di certo! Ma hai capito di chi stai parlanne? Di Salvatore Di Giacomo! L'autore di "Spingule francese", che pure l'imperatore d'Austria si è fatto suonare dalla sua orchestra! Il poeta più famoso di Napule! Presa dal fiatone, la povera donna dovette soffermarsi per poi riprendere, sempre un poco ansante: – Elisa, figlia mia bella, ma sai che cosa è l'invidia? ne hai idea? ma hai capito che quando si saprà chi ti vuole, qua verranno pure i giornalisti? che se te lo sposi vieni nei libri di storia? devi stare attenta, figlia mia, nun ie dicere niente a nessuno, a nessuno, neanche alla tua migliore amica! Silenzio, silenzio e prudenza! Nui simme na famiglia perbene, nun putimme sbaglia'! La ragazza si fece rossa rossa in viso, e i suoi grandi occhi neri si spalancarono ancor più, rivelando due pozze profonde di una bellezza incomparabile: a vederla, si intuiva perché il poeta era stato completamente preso da Elisa. – Mammà... mammà, ie agge ditte coccosa a Mariuccia... ma nun agge ditte chi è, sule che ce sta un uomo che mi vuole, niente cchiù! – E niente cchiù devi dire! Anzi dici che te sì sbagliate, che chille nun te vo', era sule una tua impressione! E per il vestito per sabato non ti preoccupare: scendiamo io e te domani e andiamo a comprare il più bello che tiene De Chiara o Belsito, te lo prometto! Francesco Caso

  • Cortina, più scrittori che sciatori

    «Ragazzo mio, andiamo a Cortina, mica a Capracotta», dice Vittorio De Sica ad Alberto Sordi mentre quest'ultimo parte col treno alla volta delle Dolomiti. È il 1957, un anno dopo le Olimpiadi. A Cortina Sordi, nel film un edicolante romano, si spaccerà per conte, tra slittate, serate brillanti e piste da sci. Mentre i Mondiali di Cortina si avviano alla conclusione, ai piedi delle piste restano le memorie cinematografiche e letterarie. «La neve delle Dolomiti è lo scenario principe dei racconti di Alberto Moravia e Goffredo Parise», ricorda Roberta Scagliarini, editrice di Elleboro, che ha pubblicato la prima guida letteraria a Cortina. «Con una differenza rispetto ai racconti classici del grande nord: la neve delle Dolomiti non ammanta paesaggi selvaggi, è la neve delle piste da sci». Le pagine più intense sul tema della sciata sono di Parise, che in "Accadde a Cortina" descrive velocità, odori e pulsazioni della discesa. Ma anche il racconto incompiuto "La neve": Davanti a sé aveva la valle di Cortina d'Ampezzo dominata, su quel versante, dal Cristallo e dal Faloria. Magnifiche vette, iceberg d'ombra dietro cui appena si profilava il chiarore dell'alba. Andrea Zanzotto amava Cortina soprattutto d'inverno. Giovanni Comisso, ricorda Scagliarini, scriveva lettere in cui dichiarava: «Sono stato in alta montagna tra un rifugio e l'altro, a sciare a pattinare a immergermi nella neve. Avevo bisogno di freddo dopo tanto equatore e tropici». E poi Hemingway, che sempre capeggia il pantheon autoriale cortinese, in "Festa mobile": Ci piaceva sciare fin da quando l'avevamo fatto per la prima volta in Svizzera e più tardi a Cortina d'Ampezzo nelle Dolomiti. E poi Dino Buzzati, Nico Naldini, Rolly Marchi, Milena Milani... Forse gli scrittori battono in numero gli sciatori. Francesco Chiamulera Fonte: F. Chiamulera, Cortina più scrittori che sciatori , in «Corriere della Sera», Milano, 20 febbraio 2021.

  • La Tavola Osca, un prezioso documento religioso

    Uno dei documenti più significativi della dimensione sacrale degli Osci nell'area dell'Alto Molise, la più modesta e segreta regione d'Italia, venne scoperto in uno scavo occasionale del marzo 1848 da un contadino, presso la fonte del Romito a Capracotta. L'episodio ebbe altissimo valore archeologico e risonanza internazionale fino a scomodare Teodoro Mommsen che si recò ad Agnone, per accostarsi alla preziosa placca denominata "Tabula Anglonensis", eccezionale reliquia della civiltà osca della metà del III secolo a.C. Dal V secolo prima di Cristo il Molise era abitato da popolazioni semplici e rudi di lingua osca, dedite all'intensa coltivazione della terra e alla pastorizia, animate da profonda religiosità verso misteriose presenze superiori, e il reperto epigrafico contiene, come ebbe a scrivere Amedeo Maiuri, «l'inventario dei loro dei come una litania sacra nella quale sembra di poter cogliere risonanze ancora vive nei nomi di luoghi, di boschi». Nella lunga registrazione di numi italici la preferenza spetta a Cerere, veneratissima per il carattere, nell'ambiente ad economia in prevalenza agricola, spesso con l'attributo di "vendicatrice" e le si univa Giove il fulminatore. Dalla piastra risulta che ricevevano culto Ercole e altri geni più o meno connessi a Cerere, oltre a divinità floreali e fecondanti che popolavano l'olimpo della stirpe osca. Con tutta probabilità, non lontano dal luogo di ritrovamento della lastra di bronzo sorgeva, nelle vicinanze del Monte S. Nicola, un recinto riservato al culto "cererio", con una serie di aree dedicate a divinità della generazione, delle fonti, delle acque dinanzi alle quali sostava la raccolta di persone partecipi a un corteo durante il rito che voleva implorare, sotto l'ululare del vento e l'asprezza del gelo in un paesaggio aspro e selvaggio, propiziazioni sugli armenti e sui raccolti. Molti furono gli specialisti, Blucher, Moratti, Fabretti e tanti altri, che si dedicarono con serietà di ricerca a strappare il segreto del reperto che li ha costretti, per difficoltà di interpretazione, a pareri discordanti nell'unica concordia di riconoscerne tutti il prevalente carattere liturgico. Il cimelio, dal 1873, è conservato nel British Museum di Londra, inciso nelle due facciate a bulino in nitido alfabeto nazionale con 25 righe sulla faccia A e 23 su quella B. Privo di elementi ornamentali, dà l'idea di una regione corroborata, pur nella congenita povertà, da particolari condizioni di una civiltà contadina sobria e operosa, non retrograda, impregnata di sacralità. Il manufatto sta a indicare in questa zona la presenza di un artigiano indigeno, popolaresco e umile, che non aveva altra ambizione oltre quella dell'uomo stretto al culto avito. Una "riesumazione" originale della Tavola Osca è stata data dalla genialità del pasticciere agnonese Germano Labbate, che ha fatto sì che gli eredi al trono del Regno Unito, il principe William e Kate Middleton, ricevessero una riproduzione in cioccolato e a grandezza naturale della stessa . Il premiato pasticciere agnonese, delegato per il Molise dalla Confederazione Pasticcieri Italiani, l'ha inviata all'ambasciatore inglese Christopher Prentice perché fosse consegnata alla coppia reale nel giorno del matrimonio come dono di nozze, accompagnando l'originale dolce con un volumetto del prof. Remo de Ciocchis che ne descrive le caratteristiche tecniche, la storia ed i tanti significati. Franca Nocera Fonte: http://www.terraecuore.net/ , 26 febbraio 2013.

  • La magnifica nevicata di Capracotta

    L'altra settimana una forte fase di maltempo ha colpito la nostra Penisola portando delle forti nevicate su tutta la dorsale adriatica. Maggiormente interessate da tale fase di maltempo sono state l'Abruzzo e il Molise ricoperte dalla neve nel vero senso della parola. Per l'occasione, in collaborazione con "Meteo Portale Italia", abbiamo deciso di contattare Oreste Trotta, maestro di sci presso Roccaraso, titolare di una piccola bottega di formaggi e salumi e autore di tutte quelle foto che vedete girare nel web ormai da giorni o che avete visto almeno una volta in copertina ai più grandi quotidiani nazionali. Con Oreste, originario di Capracotta piccolo paesino del Molise situato a 1.421 metri sopra il livello del mare (secondo comune più alto dell'Appennino dopo Rocca di Cambio), in provincia di Isernia abbiamo toccato diversi argomenti. Domanda: – Ciao Oreste, sappiamo che a Capracotta sei il titolare di una piccola attività imprenditoriale familiare e allo stesso tempo svolgi servizio come maestro di Sci presso la stazione sciistica di Roccaraso. Potresti raccontarci qualcosa di te, sia in ambito imprenditoriale che in veste di maestro di sci? Insomma, quali sono le difficoltà che presenta la tenuta di un'attività imprenditoriale in un paesino così piccolo e qual'è il tuo rapporto con la neve? Risposta: – La mia vita è legata a questo piccolo borgo montano dalla nascita, sono tra gli ultimi nati in casa, poiché le donne prima partorivano nelle proprie abitazioni con l'aiuto di un'ostetrica. Sono il secondo di tre figli, e con mio padre e mio fratello maggiore gestiamo una piccola bottega nel selezionare e stagionare formaggi e salumi, oltre ad essere una vetrina commerciale ed espositiva per molte piccole attività produttive del territorio. Nostro padre da quasi cinquantotto anni porta avanti con passione ed orgoglio questa attività, a cui noi stiamo dando seguito con molto piacere e spirito di sacrificio. Gestire oggi questa attività non è così facile come poteva esserlo qualche anno fa, poiché Capracotta come tanti paesini limitrofi a causa della disoccupazione sta subendo una fase di spopolamento, per questo motivo come attività commerciale per continuare a dare un servizio ai cittadini residenti abbiamo dovuto diversificare la tipologia di vendita, promuovendo fuori dal territorio i prodotti selezionati e stagionati con cura e costanza, in questo modo mettiamo in risalto anche il nostro paese. Ci definiamo stagionatori d'altura, poiché abbiamo delle componenti importanti in loco, che se ben gestite, forniscono una qualità eccellente ai prodotti che stagioniamo. Nello specifico parliamo di microclima, locali naturali di stagionatura e delle cure e attenzioni meticolose e periodiche che apportiamo ai prodotti in fase di maturazione. A tutto questo va aggiunta serietà ed impegno professionale che ci permettono di contraddistinguerci dentro e fuori regione. D: – In questi giorni il tuo paese è stato colpito da un'abbondante nevicata definita da qualcuno "storica", in giro si sente addirittura parlare di record. Io personalmente ricordo nevicate abbondanti tra Abruzzo e Molise anche nel 2005, ma tu hai già vissuto delle situazioni come queste in passato? Quando hai capito che poteva trattarsi di qualcosa di eccezionale? R: – Essendo nato e cresciuto in un paesino di montagna come Capracotta, a 1.421 m.s.l.m., il mio rapporto con la neve non poteva che essere diretto, poiché già da bambino ho fronteggiato insieme ai miei coetani situazioni avverse come quelle di questi giorni. Da piccolo andare a scuola d'inverno non solo era un’impresa ma anche una sfida con noi stessi, a dimostrare con la nostra presenza di non temere le intemperie. Infatti ciò che per gli altri questi eventi burrascosi e copiosi di neve possano sembrare apocalittici, per me e i miei paesani sono eventi normali che affrontiamo con coraggio, determinazione e tranquillitàsenza farci prendere dal panico e dallo sconforto che non gioverebbe a nulla. Le innumerevoli condivisioni e commenti su Facebook in questi giorni, di capracottesi che un tempo abitavano nella località sono legati a testimonianze di inverni passati simili a questi. D: – E per quanto riguarda la montagna? R: – L'amore per la montagna ha fatto sì che io abbia potuto coronare il mio sogno, diventare un maestro di sci alpino, attività secondaria che svolgo con professionalità e passione non meno alla prima , presso la Scuola Sci Roccaraso-Aremogna, sita in località Aremogna, dove mi reco ogni mattina, percorrendo 40 km. di strada tortuosa di montagna e con tutte le difficoltà che una stagione invernale come questa apporta. D: – Quali sono state le problematiche durante questa nevicata? Energia elettrica, linea telefonica hanno resistito bene? Quali sono stati i tuoi pensieri e le tue reazioni a tutto ciò? Ho visto che alcune persone sono state addirittura costrette ad uscire dalla finestra , perché la porta di casa era sepolta dalla neve... R: – Con questa ultima nevicata non si sono rilevati problemi importanti, riguardanti la fornitura di energia elettrica e le telecomunicazioni, solo alcuni canali regionali sono stati compromessi dal cattivo tempo ma internet ci ha fornito ugualmente le notizie, anche se nonostante tutto hanno dato poca rilevanza a questo evento straordinario, poiché, essendo della regione, hanno interpretato l'evento del tutto normale, così invece non è stato per le reti nazionali e le testate giornalistiche che hanno saputo dare giusta interpretazione e importanza a questa situazione metereologica che ci ha colpiti, grazie alle migliaia di foto pubblicate su facebook personalmente da me. Nessuno è profeta in patria, purtroppo, questa è una nota dolente della nostra regione, che non è riuscita a darci un'identità collettiva, da soli purtroppo non si va da nessuna parte. L'unica vera emergenza è stata quella stradale, poiché essendo strade esposte al vento e in questo caso a bufera nevosa, sono spesso ostruite da cumoli di neve che non si fa in tempo a rimuovere che il forte vento apporta nuovamente sulla strada, tale da rendere difficile e pericoloso il transito, quindi è necessario aspettare che si plachi la buferaaffinchè i mezzi sgombraneve possano lavorare meglio, per aprire le strade e garantire alle auto una tranquilla transitabilità. Nevicate così abbondanti e paragonabili a quella di quest'anno si sono verificate nel 2003 e nel 2005. La differenza di allora con oggi è stata purtroppo quella deidisservizi sgombraneve a causa dei tagli effettuati a livello nazionale per i finanziamenti alle regioni, questo ha penalizzato e messo in difficoltà sia gli addetti a questo tipo di servizio che i turisti desiderosi ma avvolte impossibilitati di raggiungere la località con conseguenze notevoli che si sono ripercosse sulle attività commerciali esistenti in loco. L'8 marzo 2015 il paese è stato invaso da molte persone curiose di osservare e apprezzare con meraviglia una realtà che vista su Facebook o in televisione può sembrare quasi irreale, tanti i fotografi ad immortalare caverne scavate nella neve e in alcuni punti anche sculture naturali create dal vento. È stato bellissimo vedere il corso principale del paese animato da bambini che giocavano con tanto entusiasmo in mezzo a tanta neve scalando vette altissime accumulate dal vento per poi scivolare giù con gioia e soddisfazione. Diverse sono state le lamentele delle persone che si sono recate oggi qui, poiché a 8 km. dal paese e più precisamente in località Le Civitelle, sono dovuti tornare indietro causa il tratto che collega Le Civitelle con Capracotta, che per altro ha un tratto di strada (Monteforte) che come ho specificato precedentemente è molto esposta al vento quindi sede di cumuli di neve che impediscono il transito, nel caso specifico ieri era interrotto, peraltro senza nessun tipo di segnaletica che avvisava gli automobilisti di svoltare prima. La domanda è: com'è possibile che in un'epoca digitale non si fa uso di pannelli elettronici che possano informare gli automobilisti in tempo, su eventuali chiusure di tratti di strada provinciale per cause atmosferiche avverse? Per fare tutto ciò c'è bisogno di un lavoro di squadra tra enti pubblici e di chi gestisce la viabilità, per evitare disagi e conseguenze spiacevoli che vanno a ricadere sempre sugli automobilisti che magari non conoscono la zona e avvolte anche inesperti a percorrere strade di montagna. D: – Sicuramente ripulire il paese deve essere stato un vero problema, come avete fatto ad organizzarvi in un ambiente così piccolo? R: – Per quanto invece riguarda lo sgombero neve all'interno del paese si cerca sempre di garantire la circolazione stradale, ammucchiando la neve dove è possibile e poi in un secondo momento se necessario caricarla e trasportarla fuori dal centro abitato, per evitare problemi ai pedoni. Ciò è già capitato, quando nel 2003, per la copiosa nevicata dovette intervenire la Protezione Civile per sgomberare la neve accumulatasi in eccesso ovunque. D: – Sappiamo che il Molise è una delle regioni in cui di inverno abbiamo gli accumuli nevosi più importanti insieme ad Abruzzo e Marche, ma ci sono degli impianti sciistici in questa fantastica regione? Sotto il profilo del turismo invernale, potrebbe essere una regione potenzialmente alla pari con altre regioni più "blasonate" sotto questo punto di vista, cosa proporresti per incentivare tutto ciò? D: – Insieme a Capracotta, con lo stadio del fondo situato in località Prato Gentile e la stazione di sci alpino di Monte Capraro, la nostra Regione ha una stazione invernale molto più grande, sia per numero di impianti che per chilometri di piste; la località è quella di Campitello Matese. La realtà turistica sportiva capracottese è parte integrante del paese, poiché gli impianti sono poco distanti dal centro abitato, al contrario invece di Campitello Matese che è una stazione a monte del paese di San Massimo, situato a 500 m.s.l.m., e dista dalla località turistica 20 km. Fino a qualche anno fa il turismo sportivo di massa a Capracotta si concentrava sullo sci di fondo, praticato nella località di Prato Gentile a 1.650 m.s.l.m., quest'ultima vanta anelli di fondo di diversi chilometri e relativa difficoltà. Su questa pista si sono svolti i Campionati Assoluti di Fondo, nel 1997 con la partecipazione di giovanissimi atleti come la Fauner, Valbusa ed Emanuela Di Centa, nel 2004 si è disputata la Continental Cup. L'anno scorso, in occasione del centenario dello Sci Club, doveva svolgersi la finale di Coppa Europa, ma purtroppo la neve non ci ha onorato della sua presenza e quindi non è stato possibile svolgere questa importante manifestazione sportiva che avrebbe dato molto risalto non solo allo stadio di fondo ma al paese stesso. Per quanto riguarda la stazione sciistica di Monte Capraro, quest'anno, dopo diversi anni di pausa, dovuta alla mancanza di neve, è riuscita a soddisfare al meglio anche gli sciatori di sci alpino, non nascondendo le innumerevoli problematiche presentate nella prima fase di apertura, ma successivamente risolti con impegno e professionalità da parte degli operatori e dell’ente gestore. È un impianto che, con una pista principale di circa 1 km. e con un dislivello di 250 m., è adatta ai principanti, alle famiglie che vogliono passare una giornata con i bambini e anche allo sciatore bravo che comunque vuole divertirsi. Poi c'è un'altra attività sportiva che in questi ultimi anni sta prendendo piede: passeggiare con le ciaspole nei posti più innevati e incantevoli, dove a piedi sarebbe impossibile arrivare, ammirare così meravigliosi panorami lontano dal centro abitato ed avere la possibilità di emozionarsi di fronte a tanta bellezzanaturale. Non ci piace paragonarci a nessun'altra regione, poiché ogni posto turistico grande o piccolo che sia Nord, Centro o Sud, ha la sua originalità, con le sue tradizioni, legate al territorio a tutto ciò aggiungiamo una natura incontaminata. Vantiamo un territorio che possiamo definire vergine, non a caso esiste sempre nei pressi di Prato Gentile un Giardino di Flora appenninica sede ogni anno di numerosi visitatori universitari e studiosi di botanica. Dobbiamo solo capire come agire affinché questo territorio venga conosciuto ed apprezzato di più. Ci vorrebbe una cabina di regia che potesse gestire e coordinare il tutto. A tal proposito qualcosa si sta muovendo: i Comuni dell'Alto Molise e delle Mainarde si sono associate alle diverse attività commerciali presenti nei propri Comuni dando vita ad un STL (sistema turistico locale) al fine di promuovere il territorio a scopo turistico. D: – Un appello che vorresti lanciare? R: – Tradizioni, gastronomia, natura incontaminata, sport a 360 gradi. Capracotta: 1.421 motivi per venirci a trovare. Emanuele Valeri Fonte: http://www.ostiatv.it/ , 10 marzo 2015.

  • Notti su Monte Campo e suggestioni di Oriente

    Passano gli anni e continuo a chiedermi perché si chiami Monte Campo la montagna di Capracotta. Non so rispondermi forse perché, come la gran parte di noi, siamo abituati a vederla dal basso. Come una montagna la cui cima si raggiunge con un po' di fatica. L'esatto contrario dell'immagine di un campo. Perciò, per noi ragazzi poco avvezzi alla fatica fisica, era semplicemente un divertimento raggiungere la vetta. D'estate, poi, era una piccola avventura salire in comitiva di notte ad aspettare di vedere il sole sorgere dal mare. Perché da Monte Campo si vede la costa adriatica. E, se non c'è foschia, si vedono anche le isole di Diomede. Quando eravamo ragazzi non avevamo complicazioni intellettualoidi e la notte su Monte Campo era solo un'avventura da raccontare. Con il tempo, però, cambiano i punti di vista e la memoria si arricchisce di considerazioni che da giovani non avremmo mai fatto. Nel tempo siamo diventati tutti seguaci di Giordano Bruno. Soprattutto se il filosofo nolano ci ha fatto capire che l'universo, pure essendo unico, ha infiniti punti di osservazione. Ognuno di noi ha un proprio punto di osservazione. Sincronicamente diverso da quello degli altri. Diacronicamente diverso dai punti di vista della nostra vita passata. Insomma Giordano Bruno ci ha abituato ad avere rispetto per le idee degli altri e ci ha insegnato che, coerentemente, si può cambiare idea nel corso della vita. Spesso ritorno su Monte Campo, ma solo con la fantasia, cercando di immaginare cosa pensasse un sannita, non necessariamente pecoraio, che saliva su una cima che gli avrebbe permesso di guardare un po' oltre il tratturo lungo il quale ciclicamente spostava le sue greggi. Oggi, come una volta, viviamo di memorie, ma siamo supportati da straordinari strumenti tecnologici che facilitano le visioni e ci rendono quasi banale la storia. Tre o quattro secoli prima di Cristo era tutto più complicato e per sapere cosa ci fosse dopo il mare si doveva fare ricorso ai grandi miti. Oppure tentare di navigare per superarlo. Da Monte Campo si dominano le cinte sannite vicine e lontane, ma si traguarda anche verso l'Oriente. Esiste un'antica via che da tempo immemorabile si chiama Egnazia e che fu famosa perché Paolo, l'apostolo delle genti, la percorse con le varie peregrinazioni nelle terre del bacino mediterraneo. La cosa apparentemente singolare di questa via è che, pur sviluppandosi dal Corno d'Oro di Istanbul a Durazzo, dopo aver attraversato Salonicco e costeggiato il lago di Ocrid in Macedonia, aveva un nome che le derivava da una città situata in Italia, Egnatia, dove terminava la via Appia. Prima ancora dei Romani, sul luogo di imbarco, giungeva una via sannitica che partiva dal Sannio, la regione degli Egnazi, banchieri sanniti in Asia Minore. La via Egnatia è una delle più importanti ed antiche strade di collegamento tra l'Oriente e l'Occidente e rappresenta la naturale continuazione, oltre l'Adriatico, della via Appia. Prima di questa era la conclusione di un asse trasversale della penisola italiana che intercettava le vie naturali della transumanza che collegavano i pascoli estivi della dorsale appenninica con quelli invernali del Tavoliere. Gèllio Egnàzio (Gellius Egnatius) è stato un condottiero sannita del quarto secolo prima di Cristo. Con il senno di poi piace immaginare che fosse un discendente di quegli Egnazi italici che, prima dei Romani, avevano avviato i commerci verso il cuore dell'Oriente. Dal porto di Egnatia, un po' più su di Brindisi, per mare si raggiungeva Durazzo e la penisola balcanica. Fino a quei luoghi dove sarebbe nata Costantinopoli. Attraverso i monti Candavii arrivava a Lychnidus (odierna Ocrid) e Pylon, Heraclea (Monastir), Edessa e Tessalonica (Salonicco). Richiamato dal mito in quei luoghi ci sono stato e ogni tanto ci ritorno con la mente. Gellio Egnazio è passato alla storia perché cercò di riunire in una lega Sanniti, Etruschi, Umbri e Celti contro Roma. Un'impresa che finì male a Sentino, città degli Umbri, nel 295 avanti Cristo, dove fu vinto e ucciso in battaglia. I suoi discendenti, come è nell'ordine naturale delle cose, ebbero la cittadinanza romana e del sogno sannita rimase solo il ricordo. Come quello che si rivive guardando l'Oriente da Monte Campo. Perché nelle notti d'estate su Monte Campo, se conosci la storia di cui fai parte, hai l'impressione di essere nel cuore del Bacino mediterraneo. Franco Valente

  • Il Milan Club Capracotta è tornato!

    Il Milan Club Capracotta nasce nel 1986, sull'onda della spettacolare rivoluzione messa in atto da Silvio Berlusconi, che destinerà il Milan a una lunghissima serie di successi. Primo presidente del nostro Club è Savino Sammarone, coadiuvato in ogni scelta dagli storici esponenti del milanismo capracottese: Giuseppe Di Nucci, Giampietro Fiadino, Carmine Giuliano, Vittorio Giuliano, Antonio Monaco e Michele Monaco. Il Club organizza subito diverse trasferte calcistiche, non solo a Milano, ma il merito più evidente è quello di riuscire a portare la Coppa dei Campioni - vinta per la quarta volta il 23 maggio 1990 a Vienna contro il Benfica - proprio a Capracotta. In quell'anno, infatti, l'Associazione Italiana Milan Clubs decide che il trofeo debba toccare i maggiori centri del tifo rossonero: per il Molise quest'onore spetta alla città di Isernia. I dirigenti del Milan Club Capracotta, facendo pressione sul delegato regionale dell'A.I.M.C., riescono però a strappargli il consenso a che la coppa giunga anche sui monti di Capracotta. Pur non scemando il tifo milanista, al termine della stagione 1999-2000 il Club di via dei Falegnami smette di iscriversi all'A.I.M.C. Vent'anni dopo, il 13 settembre 2020, alcuni giovani milanisti capracottesi si incontrano in via Nicola Falconi per dar vita alla prima assemblea del rinnovato Milan Club Capracotta, durante la quale si procede alla nomina della cariche sociali. Il sottoscritto è eletto presidente, Savino Sammarone vicepresidente e Sebastiano Fiadino segretario. Pochi giorni dopo viene regolarizzata l'affiliazione all'A.I.M.C., scegliendo come sede sociale il Bar Monaco. Assieme a S. Croce di Magliano e a Castel del Giudice, quello di Capracotta - con i suoi 154 membri - è oggi uno dei tre Milan Clubs ufficiali presenti sul territorio molisano. L'art. 1 della costituzione dell'Associazione Italiana Milan Clubs afferma che «l'A.I.M.C. è associata moralmente al Milan A.C. S.p.A.» e che «è basata sullo spirito di gruppo e cioè di quanti amano lo sport del gioco del calcio ed in particolare quello del Milan A.C. S.p.A., ha carattere ricreativo, culturale, sportivo e sportivo dilettantistico e si configura comunque quale Ente non commerciale senza scopo di lucro». Tra le attività di promozione sociale c'è quella del 24 febbraio 2021, quando il Club, sulla scia dell'invito dell'A.V.I.S. Carovilli, organizza una raccolta fondi per aiutare economicamente il piccolo Simone Ricchiuti ad affrontare un trapianto di fegato. I soci del Milan Club Capracotta rispondono alla grande, raccogliendo ben 1.700 €, che vengono poi consegnati a Stefano Falasca, referente carovillese dell'Associazione Volontari Italiani del Sangue. Il 16 ottobre scorso il Milan Club Capracotta organizza invece il suo primo viaggio in occasione dell'incontro valevole per il campionato di Serie A tra Milan ed Hellas Verona, una giornata che i presenti non dimenticheranno a lungo, sia per il modo in cui è stata agguantata la vittoria, sia per lo spirito goliardico che ha ammantato la trasferta. In quell'occasione si riesce anche ad affiggere a San Siro lo storico striscione del nostro Club, tanto che Giosuè Carrara, consigliere dell'Associazione Italiana Milan Clubs, ci assicura che verrà esposto in ogni incontro casalingo del Milan. Da oggi, dunque, Capracotta ha un suo spazio permanente all'interno dello Stadio "G. Meazza" di Milano. Allo stato attuale il socio più giovane del Milan Club Capracotta è Davide Ciolfi, nato il 5 settembre 2021; il più anziano è don Elio Venditti, classe 1939, parroco di Capracotta, che speriamo di vedere al più presto sui gradoni di San Siro. Un pensiero, infine, ai soci del Milan Club Capracotta che sono venuti a mancare nell'ultimo anno: Franco Carugno e Fiore Fiadino. Francesco Mendozzi

  • Il Molise esiste davvero

    Una delle battute più celebri sul Molise è: "Ma esiste davvero?". Questa frase scherzosa fa riferimento alle dimensioni di questa regione, la seconda più piccola d'Italia dopo la Valle d'Aosta. Le pagine Facebook e i meme sulla non esistenza del Molise si sprecano. Ma la verità, ovviamente, è ben diversa: questa regione esiste ed è bellissima. Scopriamo quindi tre curiosità sul Molise. Molise, set cinematografico Nell'arco di 70 anni, sono circa una ventina i film girati in Molise. Il grande pubblico, negli ultimi anni, ha visto i paesaggi di questa terra al cinema, nei film di Sergio Castellitto ("Non ti muovere") e di Checco Zalone ("Sole a catinelle"). Gli appassionati dei film di Bud Spencer e Terence Hill si ricordano certamente una delle loro pellicole più famose, "Continuavano a chiamarlo Trinità". Alcune scene del film sono state girate proprio in questa regione. Molise, la Greenwich italiana Termoli, una piccola cittadina molisana affacciata sul Mar Adriatico, è la "Greenwich italiana". Qui, infatti, si incrociano due linee immaginarie, il 42º parallelo Nord e il 15º meridiano Est. Quest'ultimo è il meridiano centrale del fuso orario di Berlino, Parigi e Roma (Europa centro-occidentale) che di fatto determina l'ora del fuso stesso, chiamata infatti l'ora di Termoli. Il Molise e i nomi strani Uno dei 20 Comuni italiani con i nomi più strani si trova proprio in Molise. Si tratta di Capracotta, in provincia di Isernia. Questo piccolo borgo sperduto è il secondo paese più alto dell'Appennino. Il suo nome risale ai Longobardi. La tradizione vuole che i Longobardi attribuirono questo nome in quanto apprezzavano molto i banchetti a base di carne di capra. Francesca Ceriani Fonte: https://timgate.it/ , 30 agosto 2021.

  • Amore e gelosia (VII)

    VII – E mó chi è sta culumbrina che me vuó purtà 'a casa mia pe ma fa conoscere? Sempe chella uagliuttella 'e Nucera? Il grande Salvatore Di Giacomo, poeta eccelso, scrittore di teatro, giornalista nonché bibliotecario emerito stava in piedi davanti alla mamma con una tensione in corpo che quasi quasi lo faceva tremare. Si trovava tra due fuochi, e quale fosse il fuoco più ardente non sapeva proprio: da una parte Elisa che con candore e semplicità, ma con determinazione, guardandolo negli occhi gli aveva detto: – Ma quando mi porti a conoscere tua madre? Dall'altra questo cerbero, questa vecchia seduta su una sedia in cucina che sembrava un fagotto di cenci ma che quando apriva bocca aveva ancora tanta forza da fargli fare sempre quello che lei voleva: sua madre. – Mammà, vedi che Elisa nun è na culumbrina, la sua famiglia è una delle migliori di Nocera. Il padre è un giudice e la madre appartiene ad una famiglia facoltosa di Capracotta... e poi, te la voglio solo far conoscere, per farti vedere quanto è bella, Ma lo sai che si sta laureando al Magistero in lettere, poi farà l'insegnante? – Ma che me stai dicenne, che te la vuoi sposare? Che te ne vuò ire da casa e mi vuoi lasciare sule a me? La vecchia si mise a piangere, funzionava sempre... – No, no, mammà, ma chi te lasse! Ma stai pazzianne! Nun 'o penzà neanche! Tu vieni primme 'e tutte quante! Io voglio sule farti conoscere Elisa... mammà, nun songhe cchiù nu uaglione, tengo 46 anni... La vecchia cambiò tattica: – Va bbuone, me la vuoi portare... e falla venì! Falla venì! Ma ie nun apprepare niente, me la porti per un caffè e basta! Facce venì pure a don Ciccio, 'o prevete, accussì quatte uocchie guardane meglio di due... "Uh Gesù, in che guaio mi sto mettendo!" pensò il grande poeta, "Don Ciccio è nu vero scassacazze, quello interroga Elisa sul catechismo, sai che figura ci faccio". Ma ormai il guaio era fatto, sarebbe andata così. A malincuore, tutto fu stabilito: il prossimo sabato pomeriggio Elisa sarebbe venuta a Napoli a conoscere la mammà, con la presenza di don Ciccio 'o prèvete. Che sabato che lo attendeva! Francesco Caso

  • Capracotta, la regina delle nevi

    Il bianco, il silenzio, la pace dei sensi, la quiete, una grande bellezza. In questi giorni Capracotta, comune di 1.421 metri sul livello del mare, in provincia di Isernia, nella splendida e ridente regione molisana, è sommerso da una coltre bianca altissima. Il piccolo comune, dove non risiedono nemmeno 1.000 persone, è la meta ambita di turisti amanti della montagna che qui possono praticare sia lo sci di fondo nella pista di Prato Gentile, sia discesa sulla pista di Monte Capraro, ma anche semplicemente di quei turisti che vogliono staccare la spina e rilassarsi ad alta quota respirando aria pulita e mangiando le prelibatezze del posto. A Capracotta, d'inverno o d'estate, con la neve o con il sole, non arrivano solo turisti, ma anche tantissimi cittadini originari del posto, che per lavoro o per studio, vivono lontani dal Molise. Nel periodo di Natale sono centinaia le persone che si trasferiscono a Capracotta per vivere la magica atmosfera natalizia. Il piccolo borgo prende vita con ragazzi e ragazze che animano le giornate, magari facendo visita ai propri nonni che abitano lì, facendo la spesa nelle piccole botteghe del paese o chiacchierando nei bar del corso bevendo un ponce caldo. Come in una fiaba, Capracotta, sommersa dalla neve bianca e silenziosa, si anima di colori, di voci, di persone e di sguardi, che rendono il piccolo paese ancora più affascinante. Anche d'estate, con i prati verdi e il sole caldo, Capracotta resta la meta ideale di tanti turisti che amano l'aria buona e la cucina tipica del sud Italia. Tra passeggiate e sentieri mozzafiato, i racconti degli abitanti, i formaggi e le ricotte lavorati con cura e devozione, chi passa a Capracotta per un solo giorno, sarà destinato a tornarci più e più volte, per cercare di riprendere il pezzo di cuore che vi ha lasciato. Io ci torno tutte le volte che posso. Marcella Tamburello Fonte: http://www.iviaggidimarta.com/ , 19 gennaio 2017.

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