LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- I pulcini impauriti ai Giochi della Gioventù
L'inserimento dei Giochi della Gioventù nel sistema scolastico fu una vera rivoluzione che coinvolse e influenzò un'intera generazione di studenti. A trarne i maggiori benefici furono certamente coloro i quali abitavano nei piccoli centri, e Capracotta rientrò di diritto in questa casistica. I Giochi produssero benefici ludici ma soprattutto sociali. In quegli anni la vita che si svolgeva nel nostro piccolo centro era prossima all'isolamento più totale rispetto anche ai paesi del circondario. Fu grazie alle numerose gare che si svolsero prima a livello comunale e poi regionale che potemmo confrontarci con coetanei i quali, malgrado vivessero a pochi chilometri da noi, ci consideravano talmente diversi da creare un clima di diffidenza mista a ostilità tra i rappresentanti delle diverse scuole. Questa convinzione svanì ai primissimi approcci. Miracolo dello sport che fin dall'antichità ha sempre avvicinato i popoli, anche i più diversi e distanti tra loro, figuriamoci se poteva fallire tra ragazzi divisi solo da qualche piccola montagna! In sintesi i Giochi anticiparono la funzione svolta dal servizio militare negli anni del dopoguerra quando i giovani dell'epoca, grazie al servizio di leva, poterono sperimentare la vita lontano dalle proprie case a contatto con coetanei di diversa provenienza, estrazione socialee culturale. I Giochi determinarono una vera e propria rivoluzione perché oltre a strapparci dall'isolamento in cui vivevamo, ci permisero di conoscere altre discipline sportive, quali la pallavolo, la pallacanestro, la ginnastica, il ciclismo e tutte le specialità dell'atletica leggera, oltre i soliti calcio e sci. Lo spirito dei Giochi della Gioventù era quello di coinvolgere la totalità degli studenti alla pratica sportiva anche in assenza d'impianti sportivi. A Capracotta l'obiettivo fu largamente raggiunto, infatti furono coinvolti quasi tutti gli alunni della scuola media nelle varie discipline. Questo importante risultato fu possibile conseguirlo grazie all'impegno e alla competenza del professor Michelino Potena, vero volano di tutto il movimento sportivo capracottese, che in quegli anni toccò livelli mai più raggiunti per partecipazione e piazzamenti e, cosa ancora più importante, per il numero di ragazzi coinvolti. Nella sua opera fu appoggiato da altri volontari i quali senza alcun interesse, sottraendo anche del tempo alle loro attività, resero possibile la nostra crescita sportiva. Mi corre obbligo rammentare coloro i quali hanno reso possibile questo sogno: il professor Michelino Potena (il quale in quella stagione insegnava a Trivento, ma tornava a Capracotta), mastro Peppino D'Andrea, il professor Angelo Conti, il professor Mario Comegna, il professor Oreste Ianiro, Vincenzino Comegna, il professor Vittorio Giuliano, Pasqualino Di Vito. A questi e altri che involontariamente non ricordo va, anche se tardivo, il mio più sincero ringraziamento. L'episodio di seguito raccontato si colloca negli anni 1968-69 durante i quali frequentavo la scuola media. I fatti si svolsero pressappoco nel seguente modo. Durante l'inverno del 1968 nell'ambiente scolastico si cominciò a parlare di un argomento del tutto nuovo: i Giochi della Gioventù . Tutti noi studenti mostrammo grande interesse per questa novità senza peraltro sapere di cosa si trattasse. Con l'approssimarsi della primavera e con il completo scioglimento della neve iniziarono le varie gare che consentirono la selezione dei rappresentanti della nostra scuola alla fase regionale. Per lo svolgimento delle diverse competizioni, oltre al campo di calcio, furono utilizzate le strade e le piazze cittadine che in quei giorni si trasformarono in un vero e proprio impianto sportivo, sotto lo sguardo compiaciuto della popolazione adulta. Finalmente giunse il giorno delle gare regionali da svolgersi a Campobasso. La sera precedente, presso lo Sci Club, che era la base operativa di tutte le manifestazioni sportive, ci fu una riunione di tutti i qualificati alla fase regionale. Ci furono consegnate delle vecchie tute ginniche. Tute una diversa dall'altra, taglie grandi e che sicuramente erano state utilizzate prima di noi da altri atleti dello Sci Club. Presi dall'euforia non badammo molto all'apparenza, né considerammo l'impressione che avremmo fatto l'indomani, agli occhi degli osservatori, con quelle tute, vecchie e variopinte. Si stabilì l'orario di partenza e il saggio mastro Peppino D'Andrea, utilissimo collaboratore nell'organizzazione della spedizione, suggerì a Michelino di anticipare la partenza, perché alcuni di noi avevano segnalato sofferenza di mal d'auto. Ed è per questo che mastro Peppino, come suo solito mentre parlava si aggiustava i pantaloni tirando su la cintola, ci raccomandò, tassativamente, di non mangiare prima della partenza pensando che, a stomaco vuoto, si potesse evitare il mal d'auto. Il mattino seguente ancora prima del sorgere il sole ci ritrovammo in piazza, dove sempre il solito mastro Peppino invitò quelli che soffrivano il mal d'auto a prendere posto sulla sua 500 giardinetta. Inoltre Peppino anticipò la sua partenza per compensare qualche inevitabile sosta. I rimanenti salimmo sulla 500 di Michelino. Così ultimati i preliminari, finalmente, ci avviammo anche noi, ma appena oltrepassata la fontana di Fonticelle, a poche decine di metri più avanti, scorgemmo la sagoma della 500 giardinetta ferma sul ciglio della strada. Mastro Peppino inveiva verbalmente verso i due marciatori, Lucio Fiadino (di Fiore) ed Enrico Palomba (detto Ottantotto), i quali erano poggiati con le rispettive teste a un palo della segnaletica stradale "vomitando anche l'anima". Il motivo della ramanzina da parte di Peppino ai due compagni era il supposto loro mancato rispetto della consegna di non toccare cibo prima della partenza. A nulla valsero i giuramenti dei due, doppiamente sfortunati, convincere il loro burbero autista di aver rispettato alla lettera tutto quanto gli era stato raccomandato. Sfogata tutta la sua contrarietà Peppino si avvicinò alla nostra macchina per ragguagliare il capo spedizione formulando anche una previsione ottimistica. Per il seguito del viaggio, a suo dire, una volta svuotato lo stomaco, i due non avrebbero avuto altri problemi. Mai un pronostico fu così disatteso. Da quella fermata fino alla discesa di Castelpetroso, che immetteva al lungo rettilineo verso Bojano, le soste forzate causate dall'indisposizione dei due furono parecchie durante le quali si crearono situazioni che raggiunsero picchi di pura comicità alimentate dalla schiettezza e semplicità di mastro Peppino e dalla complicità di Michelino. Ormai il sonno aveva lasciato il posto all'euforia che si era impadronita di noi e già azzardavamo pronostici sulle prove che ci attendevano. Noi, in gara, eravamo convinti di poter fare carta straccia dei nostri avversari. Il nostro accompagnatore, però, conosceva le nostre reali capacità e cercò in tutti i modi di stemperare la nostra euforia spiegandoci che ci saremmo dovuti cimentare in discipline a noi del tutto sconosciute fino a qualche settimana prima e confrontare con ragazzi più allenati di noi. Intanto imboccammo il lungo rettilineo che poneva fine al tratto di strada più tortuoso dell'intero percorso. Il che indusse Michelino ad affermare che da lì in poi non avremmo dovuto avere più intoppi, ma ancora una volta quest'ottimistica previsione fu smentita dai fatti, perché in lontananza scorgemmo, circa all'altezza di Bojano, la sagoma della giardinetta di mastro Peppino e avvicinandoci stentammo a credere ai nostri occhi perché notammo che i due marciatori si erano avviati a passo di marcia in direzione di Campobasso. Mastro Peppino intanto si rapportò a Michele e gli confidò di aver loro suggerito di approfittare dell'ennesima sosta per fare un po' di riscaldamento. Cosa che difficilmente avrebbero avuto la possibilità di svolgere prima della gara, considerando il forte ritardo che avevamo accumulato, e terminò il suo rapporto con la seguente domanda: – Che dici Michele, ho fatto bene? E l'interpellato, che a stento si tratteneva dallo scoppiare nella sua proverbiale e fragorosa risata, rispose con altrettanta schiettezza: – Ma certo Peppino, hai avuto un'ottima idea! E mentre il fedele collaboratore, con malcelata soddisfazione, si avviò verso il proprio mezzo noi tutti ci lasciammo andare ad una irrefrenabile risata troppo a lungo repressa. Finalmente arrivammo a destinazione e scorgemmo l'imponente sagoma del "campo scuola di atletica" di Campobasso. Una struttura che comprendeva gli spogliatoi al piano inferiore, mentre al piano superiore erano posti gli uffici, da dove un altoparlante impartiva annunci in continuazione. Ci sembrò veramente troppo dover gareggiare in un vero campo di atletica, per chi (come noi) era abituato a svolgere le attività sportive lungo le strade del paese perché il nostro campo sportivo era utilizzabile poco a causa di lunghi e ripetuti lavori che non approdavano mai a niente. Di colpo le nostre certezze e i nostri propositi svanirono facendo posto a un senso di vuoto dal quale fummo immediatamente sottratti da un organizzatore della manifestazione che ci sollecitò a prepararci per gareggiare. Indossammo quelle buffe tute e quando ci trovammo a contatto con gli altri atleti, risaltò ai nostri occhi in modo evidente, la differenza di abbigliamento. La nostra iniziale convinzione di fieri guerrieri si era ormai trasformata in quella di pulcini impauriti. La prima gara che si svolse fu la marcia e i nostri due rappresentanti erano Lucio ed Enrico le cui condizioni psicofisiche, considerando il digiuno e le sofferenze del viaggio, erano tali da sconsigliare qualsiasi competizione sportiva, ma erano sorretti da una determinazione infinita. I due formavano una coppia poco omogenea: il primo, un piccoletto scuro di pelle molto similea un boscimano africano, il secondo un lungagnone lentigginoso con due lunghe e ossute gambe da fenicottero. Parte la gara, e i nostri, ancora sorretti dall'adrenalina accumulata, sembravano tenere il passo ma già dopo il primo giro, i postumi del viaggio incominciarono a far sentire i loro effetti. Il primo a cedere fu Lucio che senza alcun preavviso si avvicinò al prato e si accasciò al suolo tenendosi il ventre. Intanto noi, in attesa del nostro turno, seguivamo la gara dal bordo pista, abbandonando al proprio destino il povero Lucio. Intensificammo il nostro accanito tifo a favore di Enrico il quale, nonostante il nostro sostegno, incominciò anche lui a manifestare chiari segni di cedimento, causati da forti dolori all'addome che lo costringevano quasi a fermarsi. Gli piombammo alle spalle come dei falchi e con le nostre grida, che erano un misto d'incoraggiamento e rimprovero, lo costringemmo a riprendere la gara. Enrico, per recuperare il terreno perso era costretto a correre perdendo il passo della marcia, inducendo il giudice di gara a richiamarlo, diverse volte, a eseguire la giusta tecnica della marcia, pena la squalifica. Penalizzazione questa mai attuata perché, dopo qualche decina di metri, il povero Enrico stramazzò sulla pista contorcendosi per il dolore di pancia. La nostra delusione fu talmente grande che nessuno pensò di confortarlo, ma addirittura Emilio Paglione ( Brielùcce ), il più invasato e il più deluso della performance del nostro compagno, lo aggredì con veementi rimproveri concludendo il suo sfogo con una frase alla quale ricorreva ogni qualvolta voleva esprimere tutta la sua contrarietà nei confronti di qualcuno: – Vatte a abbuttà de sciùre cuótte. Finita la gara di marcia ognuno di noi altri, si diresse al settore del campo, dove eseguire la gara alla quale era iscritto. Io ero stato selezionato per il salto in lungo. Quando raggiunsi la pedana del salto, gli atleti con i quali mi dovevo confrontare avevano già eseguito diversi salti di prova per riscaldamento. Io ebbi appena il tempo di togliere la tuta che fui chiamato a eseguire la mia prima prova. Dopo una lunga rincorsa spiccai un bel salto. Un giudice di gara mi venne vicino e mentre m'invitava ad uscire dalla buca mi confermò ciò che già immaginavo e cioè che purtroppo il salto non era valido perché allo stacco sulla pedana avevo, anche se di poco, oltrepassato la linea bianca. Quando provai ad alzarmi crollai di nuovo nella sabbia perché accusavo un forte dolore all'inguine. Dopo ripetuti tentativi, constatata l'impossibilità di potermi mettere in posizione eretta, da solo, fui preso di peso dai giudici e accompagnato nell'infermeria della struttura, dove un medico spiegò a Michelino che avevo subito uno strappo all'inguine. Così restai disteso su un lettino, con un batuffolo di ovatta imbevuto d'acqua poggiato sulla parte dolente della gamba, fino a quando le gare giunsero a termine. A fine manifestazione, dopo esserci ristorati sufficientemente, riprendemmo la strada del ritorno. Alla sofferenza del mal d'auto dei marciatori si aggiunse la mia, perché l'angusto spazio offerto dalla 500 accentuava il mio disagio. Arrivato a casa, fui sistemato a letto e da quel momento iniziò una lunga convalescenza. Un pomeriggio fui accompagnato presso l'ambulatorio del dottor Antonio Di Nardo il quale, insieme al dottor Gervasio Evangelista, mi sottoposero ad una accurata visita. Tra l'altro con un metro misurarono la distanza tra l'anca e la rotula delle mie due gambe per stabilire l'entità dell'allungamento della gamba infortunata. I tempi di recupero furono molto lunghi. Intanto, giunse il giorno degli esami di terza media. Quando non trovavo un mezzo che da casa mi portasse a scuola, la raggiungevo a piedi e durante questo tragitto passavo davanti l'abitazione di Mario Paglione ( Nigghióne ) il quale, ogni volta che mi vedeva, mi canzonava con la seguente frase: – Ecche Ughétte de Piesculanciàne. Ughétte era un signore di Pescolanciano, commerciante di stoffe, assiduo frequentatore del mercato settimanale del lunedì a Capracotta. Ricordo che era di corporatura esile, scuro di pelle e di capelli, con una voce nasale e un paio di baffi sempre ben curati, non si separava mai da quello che era il suo strumento di lavoro, un metro per sarti, che portava poggiato su una spalla e che gli scendeva lungo il corpo. La sua peculiarità era il suo modo di camminare, determinato da una probabile malattia congenita ad una gamba. Ad ogni passo compiva un ampio giro, verso l'esterno, col piede della gamba offesa, associando a questa azione del piede una flessione del busto in avanti. Era un po' simile a questa l'andatura che l'infortunio mi aveva imposto. Durante questo periodo dovetti subire gli sfottò di tutti i miei amici, oltre che di Nigghióne . Questi furono gli approcci con i Giochi della Gioventù. Nelle prime manifestazioni non raggiungemmo risultati rilevanti, soprattutto perché scontammo la totale assenza di esperienza alla competizione, ma negli anni successivi molti di noi raggiunsero traguardi anche importanti accompagnati da grandi soddisfazioni, oltre che nello sci, nella ginnastica, dove la squadra si qualificò alla fase nazionale di Roma, e il citato Ottantotto realizzò il sogno nella marcia presso lo Stadio dei Marmi classificandosi all'ottavo posto. Per quanto mi riguarda, abbandonato il salto in lungo, mi dedicai con assiduità alla pallavolo. Anche in questa disciplina, da brutti anatroccoli che eravamo, nel volgere di pochi anni ci trasformammo in un'imbattibile ammirata squadra nella provincia di Isernia e dintorni. Ancora oggi a distanza di tanti anni sono riconosciuto, con soddisfazione, un elemento di punta di quella squadra. A Lucio il marciatore ho chiesto adesso, a oltre quarant'anni dall'accaduto: – Ti ricordi di quella gara di marcia ai Giochi della Gioventù a Campobasso? Mi ha risposto: – Certo! Ricordo molto bene il "riscaldamento" fatto sul rettifilo di Bojano! E scoppiamo a ridere tutti e due. Lucio Fiadino Fonte: L. Fiadino, I pulcini impauriti ai Giochi della Gioventù , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- La gelida estate di Andrea
Nonostante foss'estate, quella mattina di settembre il cielo era nero come la pegola, quasi a voler annunciare il triste destino che stava per investire il giovane figlio del massaro. Andrea era nato nel 1722 da Carlo Ferrelli e Grazia Liberatore, sposatisi nel 1713. Sua sorella Antonia era due anni più grande di lui ed anche per questo in casa veniva trattato con tutte quelle accortezze riservate a un primogenito. Suo nonno Marsilio, originario di Roccaspinalveti, si era ritrovato a Capracotta molti anni addietro durante una transumanza finita male e qui aveva messo famiglia. Andrea aveva soltanto venticinque anni ma non possedeva il fisico forte e resistente di nonno Marsilio. Lunedì 11 settembre 1747 Andrea era più stanco del solito, non ce la faceva davvero più a respirare sotto le fredde lenzuola di lana, e anche se i familiari si stavano adoperando per riscaldare l'ambiente e somministrargli minestre calde, ormai non c'era niente da fare. Andrea stava morendo di tisi. Alle ore 15:00, come Nostro Signore, Andrea chiuse gli occhi per sempre. I Ferrelli erano una famiglia molto rispettata nel piccolo paese di Capracotta. Non appena si sparse la notizia della morte di Andrea, le campane della Chiesa Madre suonarono a lutto e tanti compaesani cominciarono a prepararsi per mettersi in marcia verso il Colle dove stava l'abitazione di papà Carlo e mamma Grazia, per ottemperare a quello che è stato, e sempre sarà, un obbligo: esternare le proprie condoglianze alla famiglia dell'estinto. Il cielo era scuro, l'aria gelida. Di certo non era più estate, e nemmeno si poteva dire fosse autunno. In quel settembre, a Capracotta, era inverno. Perlomeno lo fu per Andrea, tanto che in punto di morte la mamma aveva pronunciato con gli occhi vitrei: – È già matùre r' pire... Scié bendétta la Madonna de Lurìte. Nel frattempo casa Ferrelli si andò riempiendo di gente. C'erano volti di amici e di parenti, sguardi buoni, umani, dolenti. E c'erano pure volti di nemici ed avversari, sguardi rancorosi, sardonici, fieri di assistere alla disgrazia di chi li aveva a suo tempo abbandonati in disgrazia. Volti disgraziati. In casa vi erano già l'arciprete don Giuseppe Campanelli, il medico e il sindaco quando, alle ore 20:00, giunsero i necrofori, col compito di trasferire il cadavere di Andrea dal rione S. Maria delle Grazie al piccolo cimitero di montagna sotto la grande Chiesa dell'Assunta. Proprio in quell'istante entrò in casa anche il cancelliere dell'Università, don Nicola Mosca, giunto a far visita alla famiglia con un ritardo causato dalle incombenze burocratiche che aveva dovuto sbrigare. Nell'abitazione di Carlo Ferrelli, tra il primo e il secondo piano, c'erano a quel punto un centinaio di persone quando cominciarono a udirsi strani scricchiolii. Nessuno fece in tempo a capire da dove provenissero quei rumori, attutiti dal pianto delle prefiche, ché le travi di casa sconquassarono in un'assordante esplosione. Pioggia, polvere, sangue... Quando il mattino seguente, di buon'ora, don Nicola tornò nella casa dell'Università per mettere su carta ciò a cui aveva assistito nell'abitazione dei Ferrelli, scrisse che «per la gran calca della gente ivi accorsa, si ruppero nel primo appartamento trè travi, e nel secondo due, e l'uni, e l'altri in mezzo colla ruina di circa cento persone, delle quali se ne contano settantasette offesi, e feriti, e l'altri illesi senza però, che vi fusse morto niuno, gratie à Dio». Infatti nessuno perse la vita durante quello spaventoso incidente. Soltanto un cadavere venne estratto dalle macerie, quello di Andrea. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Poliorama letterario di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2020.
- La fontana del Colle fra vaccini, aste e puntini
Il 3 giugno 1894, in occasione della riapertura dell'asilo infantile dopo il notevole intervento di ristrutturazione voluto dall'indimenticato Nicola Falconi (1834-1916), fu messo in opera anche un fontanino nel cortile di Palazzo Baccari, lo splendido edificio cinquecentesco che, oltre all'asilo, ospiterà poi il teatro, la scuola elementare, la caserma dei Carabinieri ed infine la residenza per anziani. Era quello il limite invalicabile che noi scolaretti di San Giovanni dovevamo rispettare in quanto, per ataviche forme di campanilismo, ci era precluso l'ingresso nel Rione Sant'Antonio. E proprio grazie a ciò ho potuto ammirare nei tempi andati la fontana col citrìglie (bambino), come diceva mia nonna Giovannina. Degli anni all'asilo ho pochi ricordi perché, assieme a mio fratello Mario, l'ho frequentato pochissimo. Stavamo perlopiù a casa con mamma, la quale, da perfetta smartworker e grazie a una pesante macchina in ghisa, confezionava in lana le nostre maglie della salute che, dopo averle indossate, causavano un prurito difficile da lenire. Alle scuole elementari, invece, quelli più grandi provavano compassione di noi quando sentivano chi era il nostro maestro, in tempi in cui le reazioni dei genitori, in caso di scarso rendimento o cattiva condotta, erano alquanto sconsiderate. La scuola di certo non era una prigione ma il numero degli alunni per classe oscillava dalle 35 alle 40 unità e tutti quei ragazzini assomigliavano davvero a piccoli animaletti selvatici tenuti in cattività. Quando la nostra attenzione calava bruscamente dopo pochi minuti - il corpo voleva librarsi nell'aria come Tarzan - ogni deterrente era buono per ristabilire l'ordine e la concentrazione. A quei tempi era infatti considerato lecito l'utilizzo della bacchetta, ossia la famosa e inquietante Santa Justa . In barba a qualsiasi regola pedagogica, quotidianamente questa veniva calata sulle mani del malcapitato con dolorose "spalmate", anche se nei casi meno gravi il maestro si limitava a spedirci dietro la lavagna o a spedirci per le classi, in sua compagnia, con un cappello di carta con su scritto "Io sono un asino". In quella particolare circostanza il capoclasse si impegnava a trascrivere sulla lavagna i nomi dei buoni e dei cattivi, cosicché, non appena il maestro rientrava in classe, poteva impartire le punizioni del caso. Furono tempi duri, soprattutto furono diversi rispetto a quelli attuali. Si andava a scuola con grembiule, fiocchetto, scudetto (che indicava la classe) e cestino per la merenda; adesso invece è tollerato persino il tatuaggio a vista in qualsiasi parte del corpo. L'unico tatuaggio che abbiamo conosciuto noi è stato quello impresso sul braccio sinistro con un bisturi sterilizzato su fiamma, con nostro sommo terrore, al tempo della vaccinazione contro il vaiolo. Quello contro la polio, d'altronde, fu somministrato con più dolcezza, tramite uno zuccherino. Nei primi anni di scuola abbiamo consumato litri di inchiostro, decine di pennini e quaderni, chili di cenere e carta assorbente, solo per disegnare aste e puntini, scrivere le lettere dell'alfabeto e poter così superare l'esame di seconda e poi quello di quinta elementare, utile al prosieguo in scuola media. Data la scarsa alfabetizzazione dei nostri genitori (salvo casi eccezionali) non venivamo supportati nello svolgimento dei compiti scolastici, se non attraverso l'aiuto di un nonno o di qualche altro conoscente, fermo restando che i risultati restavano scarsi. Sì, siamo la generazione delle aste e dei puntini ma siamo anche quelli che hanno visto i primi PC e i primi tablet, oggi utillizati in modo ossessivo. Questa tecnologia compulsiva sembra velocizzare il tempo e, senza rendercene conto, ci catapulta in un baleno dall'asilo d'infanzia alla residenza per anziani! Filippo Di Tella
- Il miracolo del postiere
Una bella mattina di aprile, nell'ufficio postale di Capracotta, il postiere Vittorio teneva tra le mani una lettera strana: Mittente: Nessuno Destinatario: Carlo Aglio Indirizzo: Nessuno Il francobollo e il timbro postale riconducevano a Treviso, la data di spedizione riportava alla fine di febbraio. Non potendola rispedire al mittente, la lettera andava distrutta, ma Vittorio la teneva in mano soppesandola, la fissava quasi ipnotizzato e pensava, pensava, pensava... la doveva aprire, aveva deciso. Con molta pazienza, facendo attenzione a non danneggiarne i lembi, l'aveva aperta. All'interno poche righe scritte in bella grafia: "Caro Carlo, la tua lontananza ci rattrista, i soldi che hai mandato sono arrivati, per il resto tutto bene". Nessun riferimento a cose o persone, si poteva buttare nella stufa ma, continuando a fissare la busta e quel nome e cognome, il postiere decise di conservarla. A Capracotta l'inverno era passato da poco. Per lo spazzacamino Gian Carlo Scaglione, detto l'Abissino, il lavoro era tanto. In paese lo avevano soprannominato Abissino perché era completamente e costantemente nero di fuliggine sporco. Gian Carlo Scaglione, 38 anni, viveva solo in una casa malandata e piccola, dormiva con i topi a terra su un pagliericcio, non si lavava da decenni, mangiava solo pane cipolla e lardo, beveva soltanto acqua, la sua puzza lo precedeva di metri, non aveva amici. Si vantava di aver avuto molte donne quando aveva fatto il militare, in paese però tutti lo tenevano lontano, si parlava di lui solo quando bisognava pulire la ciummenèra . Tutti i denari che guadagnava, ed erano tanti, li custodiva in un bucco che portava sempre a tracolla e dal quale non si separava mai, nemmeno quando dormiva. Le mamme usavano terrorizzare i piccoli evocando l'immagine dell'uomo nero: "Se non mangi ti porto dall'Abissino! Se fai il cattivo ti verrà a prendere l'Abissino!". I bambini ne erano terrorizzati. Fu un pomeriggio quando, rientrando a casa dopo aver pulito l'ultima ciummenèra di quel giorno, Gian Carlo vide infilata per metà sotto il portone una cosa bianca e si chinò per raccoglierla: era una lettera. Aveva frequentato solo le scuole elementari, anche se non benissimo sapeva leggere e scrivere. La lettera era indirizzata a: Giancarlo Scaglione via Torre Vecchia 7 Capracotta, Isernia Era lui, proprio lui, aveva ricevuto una lettera! Mai successo prima. In alto a sinistra sulla busta c'era scritto: Rosa De Giuli via M. Rossi Treviso E sì che aveva fatto il militare a Treviso, ma in diciotto mesi non aveva conosciuto nessuno e soprattutto quella Rosa De Giuli, chi mai poteva essere? La busta era ben chiusa, il timbro sul francobollo diceva "Treviso 27 febbraio", aveva impiegato tanto per arrivare, ma chi cappero era quella Rosa? Dopo attimi di indecisione aveva aperto la busta, all'interno un candido foglio arrecava scritto: "Caro Gian Carlo, sono passati tanti anni ma credimi, da quella volta sempre nel cuore ti ho tenuto. Finalmente ho trovato il coraggio di scriverti, ti confesso che tanto mi farebbe felice venire da te a quel paese tuo con quel nome strano e, perché no, restare lì sempre e per sempre con te. Ti bacio con affetto Gian Carlo, sempre tua, Rosa". In fondo al foglio erano incollati odorosi petali di rosa... Tale era stato lo stupore che per lunghi attimi era rimasto immobile, incapace di fare qualsiasi cosa. Una donna gli scriveva e pensava addirittura di andare a vivere con lui, ma chi mai poteva essere quella Rosa e poi, come avrebbe fatto ad accoglierla in quella casa, cosa avrebbe detto il paese, cosa avrebbe pensato lei vedendolo così conciato? Perché, perché, troppi perché affollavano la sua mente. "Domattina andrò con la lettera dal postiere, lui saprà consigliarmi", aveva pensato ad alta voce. L'indomani mattina di buon'ora si era recato dal postiere che quasi sembrava lo aspettasse. Subito gli aveva esposto le sue difficoltà riguardo la lettera ricevuta. – Che vuoi che ti dica Abissino, non ho grande esperienza in fatto di donne, fossi in te chiederei consiglio al sarto Giovanni, vedrai, lui saprà dirti – gli aveva detto. Rapido si diresse dal sarto il quale lo indirizzò dal vasaio che lo mandò dal farmacista che a sua volta lo accompagnò dal medico Peppe. – Allora vediamo di cosa si tratta, dammi la lettera – disse il medico. Abissino molto timidamente gli porse la lettera che nel frattempo non era più bianca bensì quasi nera. – Dottó mi devi aiutare, non so proprio che fare. Presa la lettera con la punta delle dita il medico iniziò a leggere. Seguirono lunghissimi attimi di silenzio. – Dunque, da quanto capisco la suddetta Rosa cerca marito e mi sembra abbia scelto te. Di certo sarà una delle tante donne che hai conquistato quando hai fatto lì a Treviso il militare, dico bene? Con voce tremante Abissino, sapendo di mentire: – E certo dottó, ma chi se la ricorda, sono state così tante... – Non importa, non importa, adesso ti dico. Allora, dobbiamo procedere in questo modo: domattina stesso darò incarico al postiere di invitare con un telegramma la Rosa qui a Capracotta, le daremo appuntamento per il 30 maggio. Oggi è 4, quindi abbiamo 26 giorni per sistemare tutto il resto... – Che sarebbe tutto il resto dottó? – Stai zitto e ascolta: punto uno ti devi dare una bella ripulita, devi sembrare un cristiano e non un orso; punto due ti devi comprare un po' di vestiti nuovi da cristiano; punto tre devi sistemare quella casa che tieni, che più che una casa sembra una grotta; punto quattro dobbiamo organizzare una serata con un rinfresco e una bella serenata, tutto il paese dovrà fare una bellissima figura. Ci siamo capiti? – Inzomma dottó, ho capito abbastanza ma mi sembra che ci vogliono assai soldi, quasi quasi è meglio ca no. E poi dottó non ho capito, dite sempre dobbiamo, facciamo, ma significa che mi aiutate pure a pagare tutte le spese che siete detto? – Abissì per cortesia! Questa è una grande occasione per te e non puoi lasciarla andare! Quando dico "dobbiamo" vuol dire che io e gli altri del paese organizzeremo tutto, tu dovrai solo pagare, noi ti saremo sempre dietro, stai tranquillo. Ma sai che ti dico, il telegramma domattina al postiere glielo pago io, stai tranquillo. L'Abissino pareva convinto anche se il pensiero di tutti quei soldi che doveva sborsare non troppo gli piaceva. Salutò il dottor Peppe e andò via. L'indomani giorno, di buon'ora, i due fratelli muratori bussarono alla porta dell'Abissino: – Che volete a quest'ora? – chiese scocciato quando li vide. – Ci manda il dottor Peppe, ti dobbiamo sistemare casa – e così, scansandolo da un lato, entrarono e si misero subito all'opera. Poi fu il turno dell'imbianchino, dell'idraulico, del falegname, del sarto e poi del barbiere. Dopo quindici giorni tutto era pronto, tutti erano stati pagati con grande dolore per l'Abissino. La casa, che prima era una caverna, si era trasformata in un gioiellino. Ma il lavoro meglio riuscito era stato quello del sarto e del barbiere che con grossa fatica avevano trasformato Gian Carlo, detto l'Abissino, in un cristiano normale. Nessuno lo riconosceva, alcuni pensavano addirittura che fosse forestiero, i bambini quando lo vedevano non scappavano via come prima e le donne del paese che mai lo avevano considerato, iniziavano ad avvicinarlo, alcune si mostravano anche vagamente interessate, era diventato proprio un bell'uomo. Che dire, questo nuovo "essere" al Gian Carlo iniziava a piacere, ci si trovava bene in quegli abiti nuovi, puliti, profumati. A casa poi un bel letto matrimoniale lo accoglieva ogni sera, non mangiava più pane e lardo seduto a terra ma in cucina seduto ad un bel tavolo in legno pasta col sugo a pranzo e a cena. Ma la novità assoluta di cui fino ad allora ignorava l'esistenza era il bagno. Quel secchio di metallo che per anni era stato il suo water era ormai un ricordo da cancellare definitivamente. Un grazioso bagnetto con lavandino, water e piccola vasca da bagno, era pronto ad accoglierlo in qualsiasi momento della giornata. Aveva speso dolorosamente tanto, era vero, ma forse forse ne era valsa la pena. La mattina del 30 maggio alle 12:00 il camposantaro, su incarico del medico Peppe, era andato a prendere con la macchina la Rosa, che sarebbe giunta in treno alla stazione di Isernia. A Capracotta la signora avrebbe alloggiato nel piccolo albergo del paese. La stanza prescelta aveva un ampio balcone che affacciava sul giardino, il bagno in camera e un ampio letto matrimoniale. – La matrimoniale costa di più ma se dopo la serenata va succedendo qualcosa, devi essere pronto. E finiscila di pensare sempre ai soldi! – aveva detto il medico quando l'Abissino si era lamentato per la spesa eccessiva. A quanto riferiva il camposantaro la Rosa era giunta in albergo alle 15:00, gran bella donna, molto timida, si era subito chiusa in camera. Per tutto il pomeriggio un viavai di gente nel giardino dell'albergo per preparare il banchetto. Al centro di una lunga tavolata troneggiava una dorata porchetta con limone in bocca, alle estremità due enormi prosciutti pronti per essere affettati e nel mezzo caciocavalli, ricotte, pecorini, salsicce d'ogni tipo e tanto altro ben di Dio. Accanto altri due tavoli più piccoli: su di uno tre damigiane di vino rosso, sull'altro dolci e torte a volontà. – Dottó ma non è troppo assai tutta sta robba, chissà quanto mi costa! – si era rivolto preoccupato per la spesa Gian Carlo al dottore, ma questi, portandosi l'indice sulla labbra, lo aveva ammonito a stare zitto e aveva indicato il balcone. – Stai zitto, vuoi che ti senta la Rosa? – E vabbuó, così sia... Alle otto precise Gian Carlo, con un meraviglioso mazzo di rose rosse e con uno splendido vestito nuovo, si trovava sotto il balcone in compagnia di due suonatori e d'un cantante neomelodico fatto venire apposta da Napoli: naturalmente ci aveva pensato il dottore. Alle loro spalle gran parte del paese attendeva l'inizio della serenata, stabilito per le otto e mezza. La serenata ebbe inizio, nello stesso momento si diede il via anche al rinfresco. La serenata andava avanti già da mezz'ora, di pari passo gli invitati banchettavano serenamente deliziandosi di tutto quel ben di Dio. Ma la Rosa tardava a mostrarsi. Da quasi un ora sotto il balcone, Gian Carlo, sempre con le sue rose in mano, il cantante a cantare, i suonatori a suonare, ma niente, non si affacciava nessuno. Il cantante era un vero portento, cantava e beveva vino senza sosta e più beveva più il volume della sua voce aumentava. Finalmente si era accesa la luce della camera, Gian Carlo aveva iniziato a tremare, si stava aprendo il balcone, eccola! Tutti i presenti avevano iniziato a urlare, era scoppiato un fortissimo applauso, la Rosa era apparsa sul balcone. Bionda, alta, labbra rosse, sese grosse e belle gambe sapientemente mostrate da una gonna che si fermava sopra il ginocchio. La donna salutava e mandava baci a tutti. Gian Carlo era rimasto impietrito ad osservarla. Ma che stava succedendo? La Rosa si era infilata le mani dentro la camicetta e ne aveva estratto due grosse arance che aveva lanciato di sotto! Si stava strappando i capelli. In mano aveva una parrucca! – Ma è il postiere! – aveva urlato Gian Carlo. Alle spalle di Gian Carlo un fragoroso applauso seguito da gioiose risate e urla di grandi e piccoli. Gian Carlo Scaglione, fu Carlo Aglio, non sarebbe più stato l'Abissino. Per lui era iniziata una vita nuova, una vita migliore, una vita da cristiano. Il miracolo del postiere si era compiuto. Leo Giuliano
- Isoradio on my mind
...Uhhh bèiby do you know that's worth? Uhhh heaven is a place on heart... Bene, dopo questa canzone allegrotta di Belinda Carlisle, beccatevi la situazione del traffico sulle principali arterie di scomunicazione. Circolazione attualmente priva di rallentamenti tra Pescolanciano e Capracotta in Molise, approfittatene, perché altrove c'è l'inferno di lamiera. Si viaggia ad una corsia sola a causa di lavori in corso nel tratto stradale tra Alberga e Lamezia Terme e tra Pontecagnano e Civitanova Marche. Segnalate code intense sulla Salerno-Reggio Calabria, a causa di un tamponamento tra due veicoli, avvenuto nel 1989. Code chilometriche al Brennero, provenienti da Napoli e a Napoli Corso Malta provenienti dal Brennero. Sulla A9 Lainate-Como-Chiasso, in seguito al ribaltamento di un tir e del suo carico di latte, si può fare colazione se portate i biscotti. Occorre prestare attenzione sulla A7 Genova-Serravalle a causa dell'incendio di una scarpata che obbliga i veicoli a passare in mezzo a due pareti di fuoco. Si raccomanda pertanto la massima prudenza. Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, transito con catene dal traforo del Frejus in poi. Allo svincolo di Bologna Borgo Panigale un bel tacer non fu mai scritto, mentre è stata chiusa l'uscita di Firenze Lastra a Signa a causa della forte dispersione scolastica, dopo la scomparsa di alcuni scuolabus provenienti dalla provincia e deviati dagli storici scavi di Barberino del Mugello. Sempre gonfi di vento, i calzini a strisce biancorosse appesi tra Capua e Caianello e la gente oramai si chiedono stu sfaccimm' e vient' dove nous porterà, mannacci'a muort! Code anche tra Genova e Ventimiglia, forse anche Trenta/Quarantamiglia. Si consiglia di uscire a Savona e fare il giro per la Svizzera. A Milano Viale Certosa traffico paralizzato a causa di una manifestazione contro il governo Giolitti. Continuano i disagi sulla A14 tra Rimini sud e Riccione per il controesodo estivo, anche se siamo ormai quasi a novembre. Sull'A26, segnalate misteriose presenze aliene in corrispondenza di Gravellona Toce e conseguenti rallentamenti. Tra Portogruaro e Conegliano Veneto forse è iniziata la fine del mondo, visioni intense anche allo svincolo di Mestre. In entrata a Roma, sul Grande Raccordo Anulare, venti km. di fila in carreggiata interna e venti in carreggiata esterna, almeno si chiude il cerchio. Fine delle trasimissioni. No time, no space. State a casa se potete. E ora, riprendiamo a trasmettere brani simpatici degli anni '80, così almeno, vi sollazzate dentro. ...Ohhh I wanna dance with somebody. I wanna feel the heat with somebody. With somebody who loves me. Somebody uh... Paolo Chichi Fonte: http://fuochisullacollina.blogspot.com/ , 15 ottobre 2007.
- Natura e gusto nel borgo antico in Alto Molise
Castel del Giudice (IS) è uno dei piccoli borghi che costellano l'Appennino centrale, in Alto Molise, a 800 metri di altitudine, al confine con l'Abruzzo: è il simbolo di un territorio che vuole resistere allo spopolamento, cercando nel ritorno alla terra, alla tutela dell'ambiente, alla partecipazione condivisa e al turismo sostenibile i motivi di una rinascita. Vicino a Castel di Sangro e Roccaraso, l'antico borgo è immerso tra boschi e scenari montani ideali per praticare escursioni e passeggiate. È anche a pochi chilometri dalle principali località turistiche dell'Alto Molise, come Agnone, nota per le campane, il caciocavallo e la lavorazione del rame, Capracotta, il comune molisano più alto, ideale per il trekking e con piste di sci di fondo, e Pietrabbondante, per l'importante area archeologica sannitica. Castel del Giudice, con la sua comunità attiva, è un emblema per il rilancio delle aree interne. Dai terreni abbandonati è nato il meleto biologico Melise e anche antiche colture autoctone sono state recuperate, come la mela zitella, la gelata e la limoncella. Case e stalle in disuso sono state trasformate nell'albergo diffuso Borgotufi, nel ristorante Ocra Favola Molisana, in cui giovani chef propongono menu basati sulla tradizione dell'Alto Molise reinterpretati in chiave moderna. Non mancano alimenti caratteristici della zona come i formaggi e il tartufo bianco, e i piatti basati sulla lavorazione delle mele bio. La struttura principale di Borgotufi ospita anche un intimo centro benessere che si affaccia sui boschi, con piscina idromassaggio riscaldata, cascate a getto, sauna, bagno turco, docce emozionali con cromo e aromaterapia, sala massaggi. Duilio Tasselli Fonte: D. Tasselli, Natura e gusto nel borgo antico in Alto Molise , in «Diva e Donna», XIV:42, 23 ottobre 2018.
- Contributi alla fauna del Molise
Nel 1910, fui incaricato dall'illustre viaggiatore Dr. Lamberto Loria di percorrere in lungo e in largo la provincia di Campobasso (antico contado di Molise) a fine di raccogliere per lui - fondatore della Società di Etnografia italiana - oggetti e notizie. Occupatissimo nell'assolvere il mio dovere, soltanto a intervalli, e non mai quando avrei voluto e di rado nel momento più propizio, potei dedicare qualche giornata allo studio della Fauna, raccogliendo generalmente in fretta e con una tecnica superficiale, qualche materiale. Oggi pubblico un brevissimo elenco di Curculionidi da me raccolti tra Giugno e Settembre in tre delle più pittoresche località: nei monti di Capracotta e di Frosolone e sul ripidissimo M. Mutria, sempre al disopra di 1.000 m. d'altitudine, dove tra i Faggi vegeta in arboscelli la Belladonna. Dei pochi Curculionidi qui elencati, la più notevole specie è Barynotus Solari . La sua cattura a Capracotta ne estende l' habitat di parecchi km. a levante e lo abbassa di ben 1.000 m. Le specie furono cortesemente determinate dall'autorevolissimo Sig. Ferdinando Solari di Genova. Athos Mainardi Fonte: A. Mainardi, Contributi alla Fauna del Molise , in «Rivista Coleotterologica Italiana», XIII:1-3, Piacenza, gennaio-marzo 1915.
- Il partigiano Montezemolo e Capracotta
Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901-1944), detto Beppo, rampollo d'un nobile casato piemontese, fu uno dei principali organizzatori della Resistenza romana e pagò il suo eroismo con la tortura all'interno del carcere di via Tasso e infine con la propria vita nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Un mese dopo la liberazione di Roma, il generale Harold Alexander, capo delle forze alleate in Italia, inviò una lettera alla marchesa Amalia di Montezemolo, moglie di Beppo, esprimendole profonda ammirazione e gratitudine per l'opera del marito: Giuseppe venne infatti insignito della medaglia d'oro al valor militare della Resistenza. La storia del partigiano Montezemolo è stata riscoperta e approfondita da Mario Avagliano, che ha l'indubbio merito di aver portato all'attenzione del grande pubblico l'attività del Fronte militare clandestino di Roma, alla cui guida vi era proprio Beppo. Ebbi il privilegio di conoscere la sua storia dalle vive parole della gappista Lucia Ottobrini (1924-2015) durante una visita scolastica fra le mura del tristemente noto carcere di via Tasso, oggi Museo storico della Liberazione. Dei cinque figli di Giuseppe Montezemolo, il primogenito Manfredi, nato a Genova il 13 giugno 1924, scampò alle persecuzioni naziste grazie ai documenti falsi forniti dal padre, sui quali la nostra cittadina giocò un ruolo piccolo ma a suo modo determinante. Il 25 gennaio 1944 Montezemolo fu arrestato all'uscita da un incontro con altri esponenti del FMCR. Manfredi, che gli faceva da "galoppino", portando messaggi in giro per Roma, rischiò di finire nella stessa fatale retata. In una delle interviste contenute nel libro di Avagliano, Manfredi ha affermato: Quando seppi dell'attività di mio padre lo raggiunsi a Roma e, da sergente allievo ufficiale qual ero, mi misi a sua disposizione. Mio padre mi disse semplicemente: «Sappi che se ci prendono ci fucilano» ma, di fronte alla mia insistenza, mi incorporò al Comando del Fronte militare clandestino di Roma, che era formato da lui, dal colonnello Pacinotti, dal tenente colonnello Ercolani e dal diplomatico Filippo De Grenet. Per mezzo di una organizzazione che si stava formando mi furono dati documenti di riconoscimento falsi, con nome falso ed età inferiore alla reale. In un primo tempo fui incaricato di tenere i collegamenti con il senatore Motta, governatore di Roma ancora in carica. Questo mio compito durò fino a quando il senatore Motta fu arrestato e deportato nell'Italia Settentrionale. Successivamente la mia attività principale fu di portare e ricevere messaggi che la radio clandestina, cambiando di località tutti i giorni, riceveva e trasmetteva al Comando supremo, in quel momento a Brindisi. Sui documenti falsi il figlio di Giuseppe figurava di tre anni più giovane con i seguenti dati anagrafici: «Manfredi Conti da Capracotta, sfollato a Roma, classe 1927». A questo punto è lecito porsi tre domande: come mai fu scelta Capracotta come fittizio luogo di nascita? Perché fu scelto come cognome Conti, piuttosto diffuso nella nostra cittadina? Chi realizzò quel documento come faceva a sapere che la qualifica di "sfollato" era perfettamente verosimile, dato che Capracotta era stata appena sfollata, nel dicembre del 1943? Grazie alle ricerche di Mario Avagliano, credo di aver scoperto quale sia l'anello di congiunzione tra Giuseppe Montezemolo e i documenti falsi del figlio Manfredi. Nell'autunno del 1943 Beppo si era nascosto, assieme al generale di cavalleria Guido Accame, in via Martelli, nella casa del capracottese Ciro Giuliano, il più famoso tra i sarti di allora, «considerato un maestro dell'ago e del filo, la cui bottega è in corso d'Italia». Appare del tutto verosimile quindi che esistesse una certa confidenza tra Montezemolo e Giuliano, e che quest'ultimo abbia potuto suggerire a Beppo l'utilizzo di un'anagrafica "capracottese", per di più coerente coi tempi che correvano. Ancor più significativo è il fatto stesso che Ciro Giuliano abbia ospitato vertici della Resistenza romana e partigiani vari, entrando così a pieno titolo tra coloro che aiutarono la Capitale a liberarsi dal nazismo, un'azione di cui credo non parlò mai in vita. Sta a noi riconoscere, ora, alla sua memoria, quest'ulteriore medaglia di valore umano. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Avagliano, Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell'Italia occupata , Dalai, Milano 2012; G. Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944) , Ed. del Lavoro, Roma 1947; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; S. Sgueglia della Marra, Montezemolo e il fronte militare clandestino , Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 2008.
- Fra muli e canne il "Sambuco Molinaro" di Capracotta!
Anche se la maggior parte delle fonti è dislocata a mezzogiorno del territorio di Capracotta non bisogna tralasciare quelle altre che hanno contribuito a risolvere atavici problemi di un paese di montagna come il nostro, che in passato restava isolato per giorni e giorni dal mondo esterno. A nord-ovest di Capracotta vi è infatti una striscia di territorio posta a una quota variabile fra i 1.150 e i 1.250 metri che, partendo dalle Matasse Nete, ubicate nel bosco della Difesa, e attraversata una zona di libero pascolo denominata Sotto la Terra, termina al Vallone Molinaro, ricca di faggi, cerri, sambuchi e macchia mediterranea. In questa striscia sono presenti in successione la Fonte Nascosta, la Fonte Sambuco, la Fonte Gelata, la Fonte d'Antuono e la sorgente del Mulo, tutte protagoniste della nostra storia, tanto che ad alcune di esse è stato assegnato un nome caratteristico delle civiltà contadine. Nel dopoguerra il Comune di Capracotta aveva diviso i suoi boschi in venti particelle e ogni anno ne veniva tagliata una per gli usi civici, rispettando così un ciclo di rotazione di vent'anni. Per il taglio venivano assunte squadre di tagliaboschi che lavoravano a cottimo e ad ogni squadra veniva assegnata una sezione della particella: in questo modo ogni famiglia capracottese aveva diritto alla suo quota di legna a prezzo agevolato. I taglialegna si guadagnavano la giornata senza l'uso di motoseghe o di altri strumenti meccanici (ad esempio i trattori cingolati), ma confidando soltanto negli animali da soma - generalmente muli - idonei al trasporto della legna. Il mulo, infatti, oltre ad essere fisicamente resistente sui lunghi e sconnessi sentieri di montagna, sopportava carichi pari a circa due quintali, mentre la giumenta non superava il quintale e mezzo, l'asino il quintale. Con la famosa "martellata" bisognava abbattere gli alberi, tagliare i rami per creare le fascine di céppe , segare i tronchi a misura e comporre due mezze canne al giorno; una canna di legna corrispondeva a circa 20 quintali di legna di faggio o a 24 quintali di quercia ed era lunga 4,24 m. per 1 m. d'altezza e 1 m. di profondità. Il termine "canna" mi porta al tempo in cui, giovincelli e spacconi, cercavamo di emulare gli adulti col fumo, tentando di ricavare sigarette da qualsiasi cosa: paglia delle sedie, foglie secche o le cosiddette tòrte. Ricavate dagli arbusti più sottili, quand'erano verdi servivano per legare le fascine, mentre quando seccavano, tagliate a lunghezza variabile, le accendevamo simulando di fumare le normali sigarette. Erano talmente porose e nodose che per fumarle bisognava aspirare a pieni polmoni, per cui, dopo averne fumato quasi un metro, gli occhi ci schizzavano dalle orbite... e così capii che era meglio essere sfigati piuttosto che spompati! Al di là di questa mia divagazione, in quella striscia di terra di cui parlavo prima verdeggia e germoglia l'albero del sambuco, una pianta con la quale prestare massima attenzione in quanto contiene cianuro e vari alcaloidi, ma che, se ben impiegata in alcune sue parti (fiori, foglie e bacche), rivela poteri salutistici. Una volta intagliati e svuotati del midollo i rami del sambuco diventavano per noi bambini delle cerbottane con cui lanciare palline di carta, stoffa e, a volte, piombo, mentre gli adulti li usavano per realizzare il cannello della pipa o la cannèlla per meglio bere il vino e l'acqua. Bere "alla cannella" esulava da qualsiasi galateo poiché si lasciava zampillare il liquido direttamente in gola senza accostare le labbra alla bottiglia e, a quei tempi, l'igiene non era affatto garantita. Le bacche mature del sambuco, dal sapore aspro e intenso, invece, una volta raccolte in autunno vengono utilizzate per aromatizzare liquori come il rosolio di sambuco o, come avviene in Abruzzo, per produrre la sambuca, un liquore a base di anice ma con estratti ottenuti dall'omonimo fiore. Con il nome del nostro paese vengono da sempre commercializzati liquori creati con erbe officinali ma non mi risulta che qualcuno abbia mai deciso di produrre il "Sambuco Molinaro" di Capracotta! Filippo Di Tella
- Encomio solenne per Nicola Paglione
Il 23 dicembre dello scorso anno Nicola Paglione, sostituto dell'accollatario del servizio postale tra Capracotta e la stazione di Agnone-Carovilli, volendo da solo impedire che la carrozza, dalla quale i viaggiatori spaventati erano discesi, si rovesciasse sotto l'irresistibile impeto del vento, fu travolto con la carrozza stessa ed i cavalli nel fosso adiacente alla strada, riportando gravi contusioni e ferite. Malgrado ciò il Paglione, più curante degli oggetti a lui affidati che della propria persona, prese con sé la valigia contenente tre importanti dispacci speciali, ed ebbe la forza di giungere all’ufficio postale dove ne effettuò la regolare consegna. Per tale atto di coraggio e di abnegazione il Ministero è lieto di tributare al Paglione il meritato encomio con unita gratificazione. Tancredi Galimberti Fonte: T. Galimberti, §146: Encomio , in «Bullettino del Ministero delle Poste e dei Telegrafi», 10, Roma, 8 marzo 1902.
- Da Campobasso ai Tre Termini e alla Valle del Sangro
Si esce a nord-ovest della città scendendo nella valle intorno allo sperone da cui si vede dominare il castello di Campobasso. Alcuni dei grandi fabbricati pubblici della città vengono in vista ai piedi del colle. Passato un ponticello si risale ai colli ameni sparsi di casette, con strada buona. Poi la città sembra ingrandire: la conca è chiusa a destra da colline boscose dietro una delle quali spunta in alto Ferrazzano. Al km. 7, bivio destro per Oratino, che si ha di fronte. Il panorama si è fatto più ampio e bello verso la Valle del Biferno, nella quale si incomincia a scendere fra campi alberati di querce ai piedi di Oratino, con curve continue. Interessante la discesa nel verde del bosco o di alberi sparsi. Sulla sinistra, Roccaspromonte. Si rasentano rupi, poi si comincia a vedere nel fondovalle il Biferno tra le radure dei querceti. Splendida, a una svolta, la vista sulla valle con Castropignano a sinistra e una roccia a destra coronata dai ruderi di una torre, la Rocca. Su una lunga travata metallica si sorpassa un torrentello. L'occhio rimontala valle, sullo sfondo della quale è il Matese. Con numerose svolte si giunge alla fine della interessantissima discesa al grande ponte a 6 archi sul quale, presso un'officina elettrica di 500 HP, si passa il Biferno: subito si risale verso Castropignano, bellissima su un'alta roccia. Si attraversa un tratturo, la strada si ripiega in grandi svolte sul fianco rupestre, con vista sempre più bella sulla vallata. Assai pittoresco l'arrivo a Castropignano, che par diviso in due da una roccia che sporge dalle case. La strada sale ancora con bellissima vista sul pittoresco mucchio di case. La strada continua a lungo ad alzarsi come in balconata finché risvolta, bivio sinistro per Casalciprano; si tiene a destra, cambiando versante, con Oratino e Busso sulla sinistra. Si incrocia di nuovo il tratturo a un punto in cui si domina ancora Castropignano col suo Castello. In continue curve, tra pascoli e campi, si domina di nuovo la Valle del Biferno. Davanti, quasi in altipiano, si ha Torella, diviso in due, su due poggetti sopra verdi praterie, in un superbo giro di montagne. Si vede anche il cocuzzolo col Castello di Campobasso. Si discende in una piccola conca pittoresca ed amena con sfondi di montagne variate: il paesaggio è simpatico e tranquillo (a sinistra, bivio per Molise, paesetto che ha dato il nome a tutta la regione). La strada ne discende e risale i fianchi serpeggiando. Usciti dalla graziosa conca il paesaggio cambia di colpo: si rimonta la Montagnola, crinale erboso su cui la strada è in un tratturo, con gran vista come da un terrazzo verso nord-est su ondate di montagne facenti cerchio. A sinistra si ha Duronia intorno a cui si gira. Scendendo, panorama splendido sulla profonda vallata dalle linee mosse, con creste rocciose, calanchi, boschi, paesi. Si scende a Bagnoli presso rupi che sporgono dal piano. Il pittoresco paese è su uno sperone che cade in balze a picco verso il Vella, con una chiesa di S. Silvestro da cui una scaletta sale al campanile, impostato sulle rocce, e con un castello che domina esso pure dalle rocce. Girando il paese si ha tosto vista su Pietrabbondante, Agnone, Poggio Sannita; poi, quella più vicina e caratteristica del Castello e di S. Silvestro. Il mirabile quadretto si mantiene un poco nella discesa a mezza costa sul fianco del Vella. Si lascia a sinistra la chiesetta di S. Michele; si passa successivamente sul versante del Trigno, scendendo a svolte fra bei querceti. Si giunge al bel ponte a tre archi sul Trigno. Si risale a svolte attraversando replicatamente un tratturo che sale dal greto. Si vede sulla destra la confluenza del Verrino nel Trigno. Si ha nuovamente sulla sinistra, dappresso, il profilo mosso di Bagnoli col Castello e S. Silvestro. La strada sale continuamente in curve fra montagne con bei crinali, spesso boscosi, sparse di casali e di paesi. Si riattraversa varie volte il tratturo. Nel bellissimo paesaggio si vede a destra in alto Pietrabbondante presso rocce emergenti. Il panorama si allarga: Bagnoli si domina ormai dall'alto; il Trigno è sprofondato. Si sale di fronte a Pietrabbondante appoggiato a denti di roccia, con un panorama bellissimo ed esteso. Girando tra cime tutte boscose si raggiunge il bivio a sinistra per Pescolanciano; si tiene a destra e si arriva alla Stazione di Pietrabbondante, della ferrovia Pescolanciano-Agnone. Si scorge la piramide del Castello di Campobasso nel sempre bellissimo panorama. Assai pittoresca Pietrabbondante, sparsa sul pendio, limitata da una parte e dall'altra da due grosse rocce e con nel mezzo due forti denti: una torre e una vecchia chiesa completano il quadretto. Sempre lungo il tram si prosegue a grande altezza con la vista a destra di Agnone, che di qui si vede in tutta la sua ampiezza: in basso, pure a destra, Castel Verrino e Poggio Sannita, di qua e di là del Verrino. Appare Capracotta, quasi di fronte e a grande altezza. Si entra nel bosco della Rocca : l'ombra dei bei faggi accompagna a lungo il serpeggiare della strada, poi alla faggeta si mescolano querce ed aceri. La strada scende, il bosco si fa più rado, con sottobosco intricato. Si passa nel bosco di Selvapiana , ceduo, foltissimo. Si passa accanto alla Stazione Vastogirardi-Capracotta, presso I Tre Termini , incontrando la strada di Agnone. Alla casetta dei Tre Termini si prende verso nord-ovest e subito dopo si lascia a sinistra il bivio per Vastogirardi. Si sale fortemente fiancheggiati per un poco da un bosco di antiche querce, miste di peri selvatici, aceri, con sottobosco di prugnoli, ginepri, rovi, lazzeruoli. Il bosco, selvaggio con molte piante malate, solitario e abbandonato, dura a lungo. Fuori del bosco si attraversano praterie verdeggianti con affioramenti calcarei. La strada sale a svolte in una larga conca quasi in altipiano, tra pascoli e campi, con vista magnifica sul Matese a sud e sulla lunga cresta nuda della Meta. Sulla sinistra, Vastogirardi. Si sale continuamente verso il Monte Capraro al disopra di praterie che si stendono fino al poggio desertico su cui è la chiesa di Vastogirardi. Il panorama è circolare e si completa a nord con Capracotta dietro a cui in distanza è la massa nuda della Majella. Si comincia ora a scendere lungo il fianco del Monte Capraro m. 1.721, a gradini di scogliere e di fasce di cedui. A destra in basso, il profondo avvallamento del Verrino che viene nascosto per un poco dai faggi, nell'ombra dei quali la strada si interna. La strada riprende a salire girando a grande altezza la testata del Verrino, fra praterie. Agnone si vede dall'alto insieme a molti altri paesi sui monti disposti a ondate. Giungendo a Capracotta, mentre a sud il panorama sui Monti della Daunia si estende senza limiti, a nord la Majella con la cortina dei monti antistanti, i Lupari, si presenta in tutta la sua maestà. Capracotta m. 1.421, ab. 2.812 (Alberghi: Vittoria, Di Nucci, Sammarone, Grifa; Servizio automobilistico con Stazione S. Pietro Avellana-Capracotta sulla linea Sulmona-Caianello, 14 km., 1 corsa al giorno, in 1 ora, £ 7; il servizio rimane sospeso nei mesi dicembre, gennaio e febbraio in causa della neve), è uno dei paesi più elevati d'Italia. È situato sopra una cresta rocciosa tra il Monte Capraro m. 1.721 e il Monte Il Campo m. 1.645. Sul Monte Cavallerizza m. 1.512, una dipendenza orientale del Capraro, sono avanzi di mura ciclopiche. A Capracotta l'inverno è durissimo e la neve vi raggiunge talvolta i 5 m. di altezza. Caratteristica processione l'8 settembre ogni 3 anni alla chiesetta della Madonna di Loreto, a 1 km. a sud del paese. Uscendo dal paese si domina la Valle del Sangro, verso la quale si incomincia la lunga discesa. Si vedono in basso Ateleta, in alto Gamberale, con numerosi casali sparsi sul pendio boscoso e il vecchio paesetto che orla una vetta a picco. Più a destra, Pizzoferrato; fra i due, le cime dentate dei Lupari. Un poco più in basso si abbraccia per più lungo tratto la Valle del Sangro con le sue macchie scure di bosco. Km. 97,1 bivio destro per Pescopennataro. I lunghi avvolgimenti della bella discesa terminano a km. 102,6 sulla strada Sangritana, in vista, a destra, di S. Angelo del Pesco. Luigi Vittorio Bertarelli Fonte: L. V. Bertarelli, Italia Meridionale , vol. I, Touring Club Italiano, Milano 1926.
- Autunno del '43
È un tiepido pomeriggio d'autunno; dalla finestra filtrano i suoni tipici della stagione. Inforco il mio bastone, amico fedele a cui non posso più rinunciare ed insieme usciamo in strada. Ci aspetta Matteo, il ramo più giovane di questa vecchia quercia, con il quale, passeggiando, ci avviamo verso San Giovanni. Odo i ciottoli che risuonano sotto i passi lenti, le campane della Chiesa, le foglie degli alberi battute dal vento. Suoni antichi, amici di una vita che risvegliano con forza il ricordo di quelli che, invece, non ci sono più. Eccoci davanti alla fontana sempre bianca, di neve l'inverno, di pietra il resto dell'anno... ora come allora! La guardo e mi chiedo se ancora gioisce insieme ai giovani schizzandoli e divertendoli con la sua acqua gelida, chissà se qualcuno ancora si rinfresca dopo il duro lavoro o la rende complice di dolci incontri e di teneri abbracci. È stata la protagonista di tante storie inventate dalle adolescenti che, per spiegare il proprio ritardo, non trovavano scusa migliore che dire: – C'era tanta gente a riempire la tina oggi – oppure: – Mi si è rovesciata l'acqua durante il ritorno e sono stata costretta a tornare indietro alla fontana. Tutto questo per prolungare di qualche attimo i rari e fugaci incontri con il proprio amato o anche solo con le amiche. Le mie gambe stanche reclamano una sosta, per questo ci dirigiamo verso quella che è stata la casa che mi ha visto nascere a re Cutturiéglie e mi siedo sulla panchina alle spalle della Chiesa tanto amata. Il mio sguardo volge verso la Guardata e, se le mie gambe godono del richiesto riposo, i miei pensieri corrono veloci tornando a ritroso a quell'autunno funesto, terribile, come terribile è ogni guerra! Capracotta era stata da poco liberata dai Tedeschi, eravamo rientrati a casa o in quello che ne rimaneva: una mina era stata lanciata all'interno ma non aveva distrutto tutto, le travi si erano staccate quasi completamente, e i muri esterni si erano allontanati. Eppure nei miei ricordi di ragazza quelle quattro mura traballanti, paragonate ai loculi del cimitero dove eravamo stati costretti a rifugiarci fino ad allora, sembravano una reggia. Posso quasi sentire le voci di mio padre Pietro (detto Spavènta ) che, insieme a mio zio Francesco, quella mattina mi chiamavano insistentemente sotto la finestra: – Annina! Sbrigati che è tardi!. Era ancora tempo della semina e anch'io, poco più che bambina, avrei dovuto aiutarli. Il tempo passò in fretta e quando finalmente uscii di casa, non c'era più nessuno ad aspettarmi. Presa dall'ansia e dal timore di essere rimproverata iniziai a correre veloce per raggiungerli ma, invece di seguirli sulla strada, come il buon senso avrebbe richiesto, presi la scorciatoia che attraversava i campi dietro casa, fin sotto la Pineta, per poi ricongiungersi con la strada principale. L'incoscienza e l'ingenuità mi consigliavano, le gambe giovani mi accompagnavano su quel sentiero scosceso e niente mi spaventava! Saltellando qua e là arrivai felice sotto alla Pineta dove i pochi animali superstiti, finalmente liberi dopo la partenza dei Tedeschi, pascolavano al riparo degli alberi; appena superato il ruscello (per me "vallone") fui scossa da un'esplosione alle mie spalle: una mucca era saltata su una mina che l'aveva ridotta a brandelli! Fui colpita da schegge di pietra, fango, pezzi di carne e il suo sangue mi aveva raggiunta come schizzi di vernice. Guardando quella scena raccapricciante e immobilizzata dallo spavento cercavo, quasi per ringraziarla, quella pietra che offrendomi un appoggio mi aveva evitato la mina, salvandomi la vita. Ci volle un po', ma non appena padrona nuovamente delle mia gambe ripresi la corsa verso la strada. Lì, proprio quando mi sentivo ormai al sicuro, avvenne uno degli incontri il cui ricordo ancora oggi mi provoca grande agitazione: un soldato appartenente alle truppe anglo-americane, forse marocchino, mi raggiunse galoppando su un cavallo nero. Avvicinatosi mi fece cenno di salire; le sue intenzioni erano forse benevole? Chi può dirlo! Il colore della sua pelle, l'austerità della divisa da cui ero stata abituata a difendermi a prescindere dall'appartenenza, la diffidenza verso gli estranei, soprattutto uomini, mi dettarono un'unica soluzione: la fuga! Non ricordo quanto ho corso ma viva è ancora la sensazione di panico che questo avvenimento mi provocò, più forte del precedente. Ricordo però le urla dei miei cari (mio padre e mio zio) che, seppure in lontananza, fecero forse desistere il soldato dal continuare nel suo intento, qualunque esso fosse. Finalmente al sicuro, e prima che mio padre mi raggiungesse, intravidi sul ciglio della strada uno zaino che il soldato aveva perso nella foga della corsa. Recuperato ciò che consideravo una giusta ricompensa per i rischi che avevo corso e, nascostami tra i cespugli, fui finalmente felice di scoprirne il contenuto: un paio di scarpe, un paio di calze (un po' strane perché non avevano il piede e coprivano solo il polpaccio, con un legaccio sulla caviglia) e una tenda militare. Quello zaino pensai fosse provvidenziale specialmente per un motivo: avrebbe attutito l'ira di mio padre che aveva temuto di perdermi per ben due volte consecutive. Sicuramente provvidenziale lo fu per mio fratello Giovanni, il quale indossò le scarpe e le calze, un po' meno per me che ricavai dalla tenda un camice impermeabile, cucito con un filo ottenuto sfilando una vecchia calza di cotone. Lo indossavo anche in casa e ne andavo molto fiera anche se mi rendeva facilmente individuabile ovunque fossi, a causa del fruscio tipico di quel materiale. Una folata di vento e la voce di Matteo interrompono il mio racconto. Mio nipote chiede spiegazione di tanto timore verso coloro che invece avrebbero dovuto rappresentare la libertà dalle truppe tedesche, che tanta distruzione e sofferenza avevano portato in paese. Prendo allora in prestito i versi dell'amico Nicola D'Andrea, il quale riferendosi agli eventi di quel tragico novembre del 1943, recitava: Scappò il nemico, venne l'Inglese; nuovo padrone, nuove pretese! Ordinò subito lo sfollamento, senz'ascoltare nessun lamento. Continuando il mio viaggio nella memoria, descrivo l'immagine dei granai distrutti, delle nostre riserve di grano sparse ovunque, in cui gli stessi Inglesi avevano fatto i loro bisogni a sfregio e dispetto di un popolo che nulla aveva fatto per meritare tutto questo. Fu al ritorno da Torrebruna, dove ci aveva portato l'allontanamento forzato dalle nostre macerie, che nonna Maria (Di Costanzo), armata di santa pazienza e motivata dai morsi della fame, dopo aver recuperato quell'oro giallo fino all'ultimo chicco e lavatolo accuratamente alla Fonte Fredda, ne fece farina per la nostra tavola e seme per le nostre terre. L'espressione di meraviglia mista a disgusto disegnatasi sul volto di Matteo è motivo per ricordare un altro episodio legato allo stesso posto in cui avevo incontrato il soldato marocchino. I Tedeschi, costretti ad indietreggiare, si diressero verso la valle del Sangro e dopo aver incendiato ogni cosa sembravano intenzionati a portare con sé tutte le pecore scampate alle loro precedenti razzie. Erano diverse centinaia di capi che, spinti dalle camionette e i mezzi militari dell'epoca, arrivarono solo fino alla curva sotto alla Pineta; lì infatti gli animali furono mitragliati tutti rendendo la strada un tappeto di lana bianca che si confondeva quasi con la prima neve giunta prematuramente a coprire ogni cosa. Ricordo chiaramente la disperazione di zio Berardino Di Rienzo, i pianti di zia Marietta "Pulcinella" che avevano perso fino all'ultimo dei loro animali. Naturalmente tutta la lana fu recuperata e la loro carne servì per un po' di tempo a sfamare la popolazione rimasta. Pur disponendo di una ghiacciaia naturale offerta dal freddo e dalla neve, per far durare l'inaspettata scorta più a lungo, ci si rivolse agli stessi pastori che avevano subito la perdita affinché mettessero a disposizione le riserve di sale rosso, una volta utilizzato come integratore per i loro greggi. Questo ricordo me ne porta immediatamente un altro alla memoria, ancora più tragico, ancora più triste perché questa volta sono coinvolte due vite umane. Fiore De Renzis (fratello di Irene e Lucia "di Milione") e suo figlio Emilio, erano passati per il paese suonando il corno, per avvisare, a mo' di banditore, che quel giorno si potevano mandare le capre al pascolo, com'era consuetudine prima della guerra. A quel suono coloro che ancora ne possedevano, consegnavano gli animali a Fiore che si occupava di condurle sotto alla Defènza . Quella sera, però, padre e figlio non fecero ritorno, anzi le capre tornarono sparpagliate al paese. Segno funesto che nulla di buono faceva presagire. Emilio e Fiore furono trovati martoriati da una cannonata sparata dai Tedeschi in ritirata verso la valle del Sangro; forse il movimento degli animali li aveva allarmati inducendoli a pensare che fossero soldati nemici diretti verso di loro. A memoria di quel tragico evento e al posto dell'albero divelto, vicino al quale furono rinvenuti i due sfortunati corpi, fu posta una croce di ferro. È quasi ora di rientrare e sono ancora qui davanti a quella che fu la mia vecchia casa traballante e penso alle tante cose che da allora sono cambiate. Gli anni passati hanno invecchiato il mio corpo ma non la mia mente. Le fatiche e i sacrifici fatti con mio marito hanno rigato il mio volto ma non intaccato la mia indole. Sento forte ancora la voglia di vivere, non mi rassegno alla sola nostalgia anche se il tempo passa e va via. Annina Di Rienzo Fonte: A. Di Rienzo, Autunno del '43 , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Quando gli inverni erano inverni!
Alla mia età, che sta diventando, ahimé, vetusta, si tende a vivere di ricordi antichi; basta talvolta uno stimolo, anche solo visivo, tattile o olfattivo, per riportarti indietro nel tempo a fantasticare... Sarà forse perché la memoria "storica" è ancora attiva e vivace mentre quella recente o, come la chiamano, di lavoro, diventa sempre più labile e fugace. Questa tua bellissima e preziosa foto mi ricorda il tempo di quando "gli inverni erano inverni" (luogo comune). Se non vado errato, fu proprio nel 1954 che Agnone rimase isolata per circa due settimane; venne un battaglione di alpini sciatori che rimasero per oltre un mese acquartierati in paese, alloggiando con le loro brande da campo, all'interno di un teatrino dell'oratorio dei Padri Cappuccini. Al mattino uscivano con gli sci portando sulle spalle pesanti zaini per rifornire di generi di prima necessità i piccoli paesi (di 1.000-2.000 abitanti) del circondario che rimasero isolati per lungo tempo. Capracotta rimase irraggiungibile per circa un mese, nonostante il Comune avesse in dotazione uno spartineve particolare di fabbricazione americana, di sua proprietà e non dell'Anas, perchè frutto di una colletta dei capracottesi emigrati negli U.S.A. che ben ricordavano i lughi periodi di isolamento invernale, senza luce e senza rifornimenti. Era mastodontico: aveva il vomere anteriore di oltre 2 metri di altezza e la cabina del conduttore era posta a circa 3 metri da terra per osservare meglio, dall'alto, il percorso stradale che, naturalmente, si poteva solo intuire; pure con questi potenti mezzi il paese rimaneva spesso isolato perché al momento del bisogno capitava un improvviso forfait per rottura di qualche pezzo di ricambio, introvabile in Italia, che purtroppo, tradendo i migliori auspici dei donatori, doveva essere ordinato negli U.S.A. e doveva poi raggiungere, spesso via nave, il porto di Napoli e pervenire infine a Capracotta! Aggiungo che prima dell'arrivo ad Agnone del battaglione alpino, i primi rifornimenti di farina, zucchero, pasta, ormai esauriti nei negozi locali, vennero paracadutati sull'abitato (campo sportivo) da due aerei dell'Aeronautica militare. Puoi ora meglio comprendere quello che intendevo dirti nella mia premessa: mi è bastata la tua foto per richiamare alla memoria fatti di un piccolo mondo antico in cui, almeno così mi sembra ora, pur tra mille difficoltà, pare si vivesse meglio; sicuramente perché eravamo ancora ragazzi ed avevamo la vita davanti, ma soprattutto perché animati da grandi speranze, ben riposte, nel futuro che ci attendeva. Raffaele Anniballe Fonte: https://noivastesi.blogspot.com/ , 29 novembre 2013.
- Neve e pancotto, la loro vita
Capracotta, gennaio. La "Società dei pastori" di Capracotta è uno stanzone squallido: sul pavimento un grande bracere di rame e, attorno, una dozzina di panche. Di questa stagione ci si dovrebbero trovare solo i vecchi inabili; invece, a qualunque ora del giorno, è affollato di gente giovane. Gli armenti, dopo la guerra, si sono ridotti a poca cosa ed i pastori sono senza lavoro. Un tempo, c'erano trentamila pecore che salivano, a primavera, nei pascoli comunali e ripartivano, al principio dell'inverno, per la pianura pugliese; oggi sono poco più di ottomila e, per la maggior parte, appartengono ad allevatori di Andria e di Lucera. Questa dei greggi che vanno a poco a poco scomparendo è storia vecchia; tuttavia, la disoccupazione è cominciata solo quest'anno. Fino a ieri, il pastore molisano che restava senza lavoro si faceva carbonaio; ma, dall'estate scorsa, quasi tutti gli imprenditori hanno abbandonato ogni attività, dando la colpa alle tasse gravose ed all'obbligo di una troppo complicata contabilità. Così, l'estraneo che voglia recarsi alla "Società" trova sempre lo stanzone affollato. Raccontano le loro storie, discutono dei loro interessi senza alzare mai il tono della voce. La parola "fortuna" ricorre sovente nel loro discorso, quando si accenna a quelli che sono scesi col gregge nella pianura pugliese; e sono, tuttavia, i lavoratori peggio pagati che esistano. Il pastore ha un contratto di salariato. La sua paga è di settemila lira mensili; più un tomolo di grano, un chilo di sale, un chilo di formaggio fresco; più due velli all'anno, per il vestito. Manda a casa tutto il danaro, tutto il formaggio e almeno un terzo del grano (un tomolo equivale a circa quarantacinque chilogrammi). Vive, per tutto l'anno, di pancotto. Il lungo corno di bue che gli pende al fianco è il recipiente dell'olio. Nella bisaccia ha una scodella di legno. Due volte al giorno i pastori accendono il fuoco sotto la pentola comune, nella quale è messa a bollire l'acqua con un pugno di sale. Rompono il pane nella scodella; lo bagnano con un mestolo d'"acquasala", lasciano cadere sulla zuppa qualche goccia d'olio. Questo è il loro unico nutrimento, e ne debbono lasciare un poco per i cani. A Natale, a Pasqua ed in poche altre solennità, il proprietario dell'armento, se è un buon padrone, dice al massaro di uccidere la pecora più vecchia e di dividerne la carne tra i suoi uomini. Per quel po' di danaro e per quel po' di pane affrontano una vita di disagi che, forse, non ha paragone. Per sei mesi all'anno dormono all'aperto, senza potersi spogliare; se piove passano la notte in due sotto lo stesso ombrello, seduti spalla contro spalla, reggendo a turno il bastone del parapioggia, perché il compagno abbia modo di appisolarsi. Vivono lontani dalle loro case. Durante l'inverno e la primavera, quando il gregge è al pascolo nella pianura pugliese, lavorano anche la domenica; accumulano le giornate di vacanza e, dalla fine di maggio alla metà di ottobre, quando le pecore sono tornate sui monti di Capracotta, consumano il loro credito alternando otto giorni di lavoro e quattro di riposo; ma in quei giorni di libertà debbono sgobbare dall'alba al tramonto se vogliono portar avanti i campi della moglie, metter da parte qualche soldo zappando la terra degli altri, o andando a fare i taglialegna. Un tempo, al principio dell'autunno, tutti gli uomini partivano con le loro pecore verso la pianura calda; restavano soltanto le donne ed i vecchi. Quest'anno le cose si sono messe male e molti pastori, molti carbonai che, alla stessa epoca, scendevano a Canosa o a Minervino, hanno dovuto rinunciare al lavoro. Qui non c'è niente da fare. Capracotta, in questa stagione è un paese di lupi e di neve. E potrà sembrare assurdo; ma, tra questi uomini costretti per la prima volta a passare i mesi freddi a casa loro, c'è qualcuno che non ricorda più cosa sia un inverno in montagna. Vanno alla "Società" e fanno dell'ironia. «Adesso vedremo, finalmente, cosa c'era di vero in tutte quelle storie che raccontavano le donne». Dubitano, forse, anche della storia del procaccia, citata ad esempio in tutta la Marsica? Di quella no: ne hanno avuto conferma in questi giorni. Quando la neve è alta e l'autocorriera di Campobasso resta bloccata a valle, Emanuele Paglione, procaccia di Capracotta, parte a cavallo e scende a ritirare la posta. Cavalca per sei ore, stringendo sotto le ginocchia le bisacce con i plichi degli "speciali" dai grandi sigilli di ceralacca rossa; lo segue una giumenta che porta, legati al basto, i sacchi della corrispondenza ordinaria. Il paese è stato molte volte isolato dal mondo; spesso la neve ha raggiunto l'altezza del primo piano e, per chi voleva uscire all'aperto, non è rimasta altra via che quella della finestra; ma, prima di notte, sono sempre arrivati la posta e i giornali di Roma, con le notizie della vigilia. Dai tempi del regno borbonico ad oggi, è sempre stato un Paglione a compiere questo lavoro; ed il più celebre fu Giacomo, padre dell'attuale procaccia. La sia figura è già diventata leggendaria. In tutta la sua vita Giacomo Paglione non ha fatto altro che trasportare i sacchi a strisce rosse dell'ufficio postale; ma ha saputo farlo in maniera eroica. Quando, nel 1907, gli decretarono la medaglia d'argento al valor civile, tutti gli italiani si commossero. Era un uomo generoso e forte come un atleta. Morì nel '35, di polmonite, per aver dato il mantello a un giovanotto che, salendo al paese con lui, si lamentava d'aver le mani intirizzite. Sulle montagne molisane e abruzzesi vivono ancora di questi uomini. Anche Emanuele, figlio di Giacomo, non ha mai mancato un giorno alla consegna. D'altra parte, c'è soltanto lui che possa fare quel lavoro: bisogna possedere un'esperienza atavica, trasmessa di generazione in generazione. Non ci si può improvvisare procaccia di Capracotta. Si pensi a questo fatto stupefacente: un uomo cavalca per la china di un monte, sopra uno strato di neve alto tre o quattro metri. Un cavallo che deve reggere, su così piccoli zoccoli, l'uomo ed il carico come può non affondare? Certo, un cavallo qualunque, guidato da un cavaliere qualunque, dopo dieci passi, sparirebbe in una buca. Ma i cavalli di Emanuele, figli e nipoti di cavalli che fecero infinite volte quel cammino, e il procaccia di Capracotta, figlio e nipote di procaccia e postiglioni, sanno dove mettere i piedi. All'occhio inesperto, sembra una distesa candida, dappertutto uguale. Invece, c'è la neve che "porta" e la neve che cede. Capracotta è un paese molto ventoso; la bora e la tramontana si infilano nella valle del Sangro e vanno a battere con estrema violenza su quel monte; spazzano via la neve in un punto, fin quasi a lasciare il terreno spoglio, l'ammucchiano e la pressano in un altro. Un'esperienza antica guida la cavalcata attraverso questi pieni e questi vuoti che nessun altro saprebbe individuare, seguendo un itinerario di volta in volta differente. Le orme disegnano strani ghirigori. Non vi salti in testa di seguirle: dove, un quarto d'ora fa, è passato un cavallo, forse un cane non potrebbe camminare, adesso. Quando la corriera di Campobasso resta bloccata a valle, viene, dunque, un telegramma per Emanuele Paglione. Il procaccia, naturalmente, sa già come stanno le cose ed è pronto da un pezzo; ma ha atteso l'ordine. È cominciato a nevicare all'imbrunire. Qualcuno, che si è attardato a discorrere, presso il bracere, alla Società dei pastori, o al Circolo operaio, o in casa di amici non se n'è accorto ed ha dovuto starsene là tutta la notte. La neve e il vento, lavorando assieme, ci mettono poco a murare una porta per intero, fin sopra il voltino. Nella piazza del paese, sulla facciata della casa ch'è di fronte al Municipio, è stata tracciata una linea, cinque metri sopra il livello stradale, ed accanto è stata scritta una data: 1-1-45. La neve è arrivata fin là, in una notte sola. Capracotta è a 1.420 metri di altezza; il suo orientamento rispetto alla larga vallata in fondo alla quale scorre il Sangro e la relativa vicinanza delle cime della Maiella e del Gran Sasso che fanno da refrigeranti alle correnti umide provenienti dal mare, sono gli altri elementi che determinano le grosse nevicate. La gente di qui ci è assuefatta e non certo disposta a farne una tragedia. Prima che l'apparecchio telegrafico cominci a battere il dispaccio di servizio per Emanuele, uomini e donne escono a far la trincea o, addirittura, a scavare la galleria. Ma non si pensi che trincee e galleria finiscano sulla soglia di un negozio. Qui, poveri e ricchi, sono preparati anche ad un lungo assedio. In ogni caso ci sono provviste che bastano per un intero inverno. Però, dicono i vecchi abruzzesi, il mondo ha cambiato di posizione, da parecchi anni in qua. Non ci sono più quegli inverni. Anche Capracotta non resta più isolata per tanto tempo, dalle grandi nevicate. Al massimo due o tre giorni. L'ultimo inverno terribile fu quello del '44; ma allora il paese era spopolato, ridotto a un cumulo di macerie: i tedeschi, prima di ritirarsi sulla sponda sinistra del Sangro, avevano fatto saltare l'ottanta per cento delle case. C'erano gli inglesi e gli americani; misero in azione quattro grossi trattori a cingoli, con lo spartineve; non riuscirono ad aprirsi un varco. Per tre mesi, dalla metà di gennaio alla metà di marzo, restarono completamente isolati e furono riforniti con i paracadute. Poi venne la serie delle annate rigide ma con scarse precipitazioni; e le sortite del procaccia di Capracotta furono rare. Dieci anni fa era stato spodestato dallo spartineve a motore che il Comune aveva ottenuto in dotazione. Dopo la guerra, rimasta la macchina distrutta dalle bombe, Emanuele Paglione aveva rioccupato di diritto l'ufficio del padre. Ma il mondo sembrava davvero cambiato. Sarebbe venuto, anche per lui, il grande inverno, l'inverno della gloria? Se, per caso, ha accarezzato questo sogno, ora dovrà metter da parte ogni speranza di realizzarlo. Tutti i giornali del Mezzogiorno ne hanno fatto un gran chiasso: il sindaco di New Jersey ha regalato al Comune di Capracotta un grosso spazzaneve, del tipo fabbricato in serie per l'Alasca: il "Capracotta-Clipper". Ma i pastori che sono scesi a svernare nella pianura pugliese non lo sanno ancora. Forse sarà inutile avvertirli. Può anche darsi che la notizia non li commuova. È da ragazzini che fanno quella vita, mangiando pancotto, sempre lontani da casa. Forse non ricordano più com'è l'inverno al loro paese. Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, Neve e pancotto la loro vita: quando piove i pastori di Capracotta dormono a due a due sotto l'ombrello , in «L'Europeo», VI:2, Milano, 8 gennaio 1950.
- Qual è il "genius loci" di Capracotta?
Ogni luogo ha una struttura che va individuata come "paesaggio" e "insediamento", dunque esaminata secondo le categorie di "spazio" e "carattere". L'organizzazione tridimensionale degli elementi che compongono il luogo (paesaggio) e l'atmosfera generale (spazio) si possono indicare con un concetto che li comprende entrambi: lo "spazio vissuto". Questo, in soldoni, è il paradigma di ricerca che il grande teorico dell'architettura Christian Norberg-Schulz ha utilizzato per buona parte della sua vita. Partendo dal concetto di spazio esistenziale contenuto in "Essere e tempo" di Martin Heidegger, l'architetto norvegese ha fornito una definizione di spazio topologico esauriente che si lega persino alle teorie della Gestalt (forma). La ricerca ontologica sui concetti di Sein (essere), Seyn (Essere) e Dasein (esserci), effettuata dal filosofo tedesco, che poneva l'accento sul concetto greco di aletheia , in quanto verità dis velata - immessa da Aristotele nel linguaggio tramite una caratterizzazione che, elidendo l'alfa privativo, ne ha soppresso la qualità di negazione -, nella critica di Norberg-Schulz, non defluisce lì dove sta la foce del pensiero heideggeriano, ovvero l'incontro col nichilismo. Questo spigoloso preambolo ontologico si è reso necessario per affrontare quello metafisico e, in parole povere, per dire come Capracotta, nella teoria di Christian Norberg-Schulz, abbia rappresentato l'emblema di «settlement in the landscape» (insediamento nel paesaggio), ovvero quel luogo fisico, tridimensionale, col quale si è assemblato uno spazio abitativo perfettamente congruente alla natura circostante, al clima, ai costumi della gente, insomma allo spirito del luogo: il genius loci . Preso in prestito dalla cultura romana, dove il genius loci era l'entità naturale o soprannaturale legata a quel preciso luogo - che spesso diventava oggetto di culto - per quanto riguarda specificatamente Capracotta il pensiero corre a Cerere, la dea dell'abbondanza delle messi, cantata nella Tavola Osca e forse sostituita, in epoca cristiana, da sant'Anna, la Madre della Madonna, invocata per la fertilità femminile. Ma la questione sul genius loci capracottese, a mio avviso, non è da ricercare nel percorso storico-religioso che da ignoti riti italici ed ellenistici porta al cristianesimo, bensì nel lungo periodo di mezzo, quando Capracotta effettivamente prende coscienza di sé come "luogo", come arcione di guardia per sua stessa natura indifeso da mura poiché inespugnabile per altezza. Temo che quello sannitico si sia trasformato in un revival, un affascinante ritorno a motivi del passato che, nei fatti, è più vicino a un riflusso di folclore che non al frutto del metodo storico. Qui, nella provincia più appartata d'Italia, il Molise, si fa sempre più lontana la possibilità di un dibattito serio, organico, che ponga nella giusta luce - senza esagerazioni interpretative o furberie narrative - i Sanniti, questi indomabili guerrieri (?) la cui eredità confluì nelle pieghe di Roma e del cristianesimo. Quel recalcitrante popolo di pastori, di cui si possono soltanto ipotizzare storia, organizzazione socio-politica, costumi e riti religiosi, a volte viene assimilato a una nazione, non nell'accezione tribale ma addirittura come unicum di uomini coscienti di avere radici, lingua, leggi e storia comuni: un concetto ottocentesco che è inopportuno applicare a popolazioni vissute molti secoli prima di Gesù. E allora quale può essere il genius loci di Capracotta, questo villaggio sorto rispettando scrupolosamente la cresta calcarea, a guardia della valle del Sangro e del Verrino, che si interpone tra i monti Campo e Capraro, a loro volta guardiani di due fondamentali tratturi antichi? Attingerò nuovamente alla filosofia tedesca per spiegare o ribadire un concetto fondamentale del nostro parlare e pensare, cioè che ogni teoria è un telaio, uno schema di concetti congiuni alle loro mutue relazioni. Scrisse il matematico David Hilbert nel 1899 al collega Gottlob Frege: Se con i miei punti voglio intendere un sistema qualunque di enti, per esempio il sistema: amore, legge, spazzacamino..., allora basterà che assuma tutti i miei assiomi come relazione fra questi enti perché le mie proposizioni, per esempio il teorema di Pitagora, valgano anche per essi. In altre parole: ogni teoria può sempre essere applicata a infiniti sistemi di enti fondamentali. Da questa formulazione di Hilbert consegue che, nell'esaminare il paradigma di Norberg-Schulz con specifico riferimento alla nostra cittadina, il paesaggio nel quale è edificato l'insediamento, a cui si sono via via relazionati gli enti "pastorizia transumante", "maggioranza femminile", "ibridazione culturale", "agricoltura di sussistenza", "inverno polare", "estrema altitudine", tutti caratteristici di quel luogo, e di quello soltanto, avremo come risultato un telaio a cui è impossibile dare un nome se non quello di Capracotta. Durante i dieci giorni di cammino che portano uomini e pecore in Puglia, Capracotta è il tratturo, la strada d'erba su cui corrono i pensieri di quegli uomini. Nell'attesa del loro ritorno, Capracotta è la donna che mangia in lacrime le sàgne che re sìve , il lusso di chi non sa se rivedrà il marito. Quando i pecorai sono di nuovo rientrati in paese, Capracotta non è più quella in cui essi vivovo ma è la Puglia stessa, che li riattende a breve. Tra le patate e le lenticchie, Capracotta è la pietra che spunta dal terreno infertile. Nel rigido clima invernale Capracotta è la neve che soffoca e subissa. E a chi cerca di scorgerla, Capracotta non appare. Solo chi sta più in alto di lei può ammirarla. Su questo mondo Capracotta non esiste. Ecco, quello è il nostro genius loci . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bene, Sono apparso alla Madonna , Bompiani, Milano 2005; F. Chabod, L'idea di nazione , a cura di A. Saitta e E. Sestan, Laterza, Bari 1961; V. Cianfarani, Culture adriatiche antiche d'Abruzzo e di Molise , vol. I, De Luca, Roma 1978; L. Franchi Dell'Orto e A. La Regina, Culture adriatiche antiche d'Abruzzo e di Molise , vol. II, De Luca, Roma 1978; E. Jünger, Trattato del Ribelle , trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano 1990; A. Kenny, Frege. Un'introduzione , trad. di M. Mazzone, Einaudi, Torino 1995; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Norberg-Schulz, Genius loci. Paesaggio, ambiente, architettura , Electa, Milano 1979; E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti , trad. it. di B. MacLeod e A. Venturi, Einaudi, Milano 1985; T. D. Stek, Cult Places and Cultural Change in Republican Italy , Amsterdam University Press, Amsterdam 2009; F. Volpi, La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger , a cura di A. Gnoli, Adelphi, Milano 2011.
- Le fonti dell'orto botanico di Capracotta e la tintarella
Nell'articolo pubblicato sulla rivista tedesca "Adesso" dalla giornalista Marina Collaci si legge che «Capracotta, località sciistica [è] famosa per le sue fontane e per un superbo giardino di flora appenninica che si snoda a 1.500 metri sopra il livello del mare e invita a passeggiate idilliache nella natura profumata». Questo significa che, oltre ai record di neve, Capracotta è famosa fuori dai confini nazionali anche per le sue 90 fontane! Il nostro Giardino si estende infatti per oltre dieci ettari e fu realizzato nel 1963 da Paolo Pizzolongo su idea di Valerio Giacomini. Il suo splendido ingresso è guardato a vista da una fontana che eroga l'acqua da un tronco di faggio, caratteristico della zona, perennemente in ombra e prospiciente l'area pic-nic fornita di due grandi tavoli con panche e un barbecue. Una seconda fonte è ubicata nel settore dedicato alla entomofauna, con le sue acque, dove le piante nettarifere favoriscono lo sviluppo di numerose specie di farfalle locali che danno il nome alla fontana stessa. Nel Giardino della Flora appenninica è stato realizzato un "Percorso dei Sensi" dedicato a ipovedenti e non vedenti, puntellato di pannelli descrittivi in braille e di altri quattro pannelli informativi visivo-tattili, dotati ognuno di QR-code e di sensori di prossimità NFC: il tutto è destinato ai diversamente abili, che così possono usufruire di un percorso di visita completo, lungo circa 400 metri, attraverso gli angoli più suggestivi dell'orto botanico. Guardando la posizione di quelle fonti mi è capitato di pensare all'abbronzatura, o meglio alla sua declinazione in chiave sociale, emblematica dei diversi ceti o classi. In passato, infatti, l'abbronzatura era una prerogativa dei ceti sociali meno abbienti poiché testimoniava, senza timore d'esser fraintesi, delle ore trascorse sotto il sole rovente a lavorare la terra. Ancor oggi in Cina i ricchi dell' upper class evitano di prendere la tintarella per non venir scambiati per working class . Al di là di queste divagazioni, dirò che la prima fonte, posta all'entrata del Giardino e protetta integralmente dalle chiome degli alberi che la circondano, pare un aristocratico che veste con perfetto aplomb , impettito, con tanto di cappello, bastone e monocolo, ed alle mani guanti, per evitare di infettarsi nel contatto con gli altri, e il viso pallido di chi si è guardato bene dal rovinare la pelle delicata coi raggi del sole. L'altra fontana, d'altronde, posta a circa 150 metri dalla prima, se ne sta all'aria aperta, sottoposta in modo spartano ai cicli stagionali degli elementi, e sembra che porti solo un fazzoletto per coprirsi la faccia durante le tormente e sotto la canea: al contempo, però, si gode la presenza di api, bombi, farfalle e di tutti gli uccelli coi loro armoniosi cinguettii. Chi d'estate torna al paesello con le gote bianche e lisce è proprio come uno di quei nobili decaduti che, trascorso qualche giorno in alta montagna, riprende il colore naturale dei comuni mortali: questo vuole dire che l'abbronzatura di Capracotta rende tutti uguali! Filippo Di Tella
- Il convitto di San Bernardino in Agnone
La necessità di sedare gli odi e le vendette delle fazioni degli angioini ed aragonesi in lotta tra loro e la presenza in Agnone di tre comunità di estrazione francescana - Celestini, Frati Minori e Clarisse - fece sì, con buona probabilità, che intorno al 1439 i santi Bernardino da Siena e Giovanni da Capestrano si siano ritrovati in Agnone per un'alta missione pastorale. In questo stesso tempo si portarono a Civitanova del Sannio con un soggiorno nel locale convento del Carmine. Per gratitudine Civitanova scelse come patrono il santo di Siena. Ad Agnone non gli hanno dedicato nemmeno una strada. All'Ordine dei frati minori dell'osservanza, nel luglio 1451, fu permesso la costruzione, con i loro propri beni, di una casa con chiesa ed altri necessari accessori per uso e abitazione. Nel convento il 1535 vi morì san Benedetto da Cremona. La chiesa fu costruita sotto il titolo di san Berardino Confessore. Ad una sola nave accoglie una lapide che ricorda il vescovo mons. Carlo Scaglia eletto nel 1633, ardente di zelo missionario e fondatore del Collegium de Propaganda Fide . Aveva annesso convento, dormitorio, refettorio, orto e cimitero. Il convento, distante quasi un chilometro dalle case di Agnone, trovò posto su un poggio con vista sulla vallata del Verrino e il panorama della cittadina. Era un suolo, con boschetto adiacente, donato dal dovizioso abate di Santa Maria di Agnone, Giambattista De Capotiis. Abitato già dal 1459, poteva ospitare molti religiosi a cui il luogo dava la piena possibilità di attendere alle loro pie azioni e servire totalmente Dio in onesta e pacifica quiete. Nei primi anni fu destinato ad infermeria per i monaci della provincia e i poveri del paese. Il Consiglio provinciale di Campobasso del 1816 propose di elevare a sede di diocesi Agnone al posto di Trivento per darle un ruolo più adeguato al numero ed all'operosità dei suoi cittadini. Si fece presente che Agnone aveva la popolazione «più numerosa della Provincia di Molise ed era abbondante di persone colte e civilizzate». Fu adibito, nel 1817, a luogo di sepoltura degli oltre mille agnonesi deceduti per tifo e carestia. Fu lazzaretto. Come convento fu soppresso nel 1809 e ripristinato nel 1832 per essere di nuovo annullato nel 1867 con la soppressione piemontese dei benefici ecclesiastici. Non venne più abitato dai religiosi e passò di proprietà della Congregazione di Carità che ne adibì alcuni ambienti ad uso di lazzaretto nelle occasioni di epidemie. Successivamente il convento venne abbandonato a rischio di rovina. Il vescovo mons. Giovanni De Simone, nel 1823 scrive: «Progettai di aprire in Agnone un "Seminarietto" provvisorio che niente più avidamente desiderava che un tal onore le arridesse. Questo disegno mi s'è parso di amarezza per il malcontento risvegliato, in tutta questa città, dichiarata anticamente rivale dell'anzidetta Agnone. Mi è convenuto dunque, pel bene della pace, rivolgere il pensiero a questo antico e derelitto seminario, affrontando le ingenti spese a riattarlo, e che a Dio piacendo, si riaprirà, verso il 10 dell'entrante mese». L'abbandono del convento, che aveva subito diverse manomissioni, finì quando mons. Geremia Pascucci, giovane vescovo, con una strategica operazione cedette Palazzo San Francesco al Comune in cambio della cessione, per 99 anni, dell'ex convento di San Bernardino. Ristrutturato e ampliato con nuovi spazi e camere il fabbricato, nel 1925, fu destinato, da mons. Pascucci, a "villa estiva" del seminario. Il posto ad ottocento metri di altitudine assicurava un soggiorno fresco ed arioso. Durante il fascismo l'edificio servì come luogo di confino per i deportati dall'Albania, per perseguitati politici ed ebrei. Al campo di concentramento, fino all'11 luglio 1940, erano arrivati già 42 internati che, il 24 agosto, erano saliti a 108. Dal luglio 1941 la Prefettura di Campobasso trasferì 38 zingari ad Agnone che, dopo la chiusura del campo di Boiano, divennero 127. Gli internati restavano poco tempo a San Bernardino che era solo una sistemazione provvisoria. La struttura risultava ottima per posizione, stabilità, abitabilità e i numerosi vani. Al suo interno venne istituita una scuola mista per i figli minorenni degli zingari. La maestra era la sig.ra Carola Bonanni. La popolazione agnonese trasse anche qualche profitto dalla presenza degli internati. Destinato, nel 1950, da mons. Epimenio Giannico, a convitto vescovile, ospitò tutti i presuli che, nel 1951, parteciparono al primo Congresso Eucaristico che si tenne in Agnone presieduto dal cardinale Giuseppe Bruno. A dirigere il moderno convitto maschile, dipendente dalla Curia Vescovile, fu chiamato, come rettore, don Gennaro Di Nucci che era di Capracotta ed era stato, negli anni della guerra, in diversi paesi del circondario dove aveva constatato il precario stato socio-economico dei diversi cittadini di cui molti erano genitori dei convittori. Don Gennaro, scrive il dr. Antonio Arduino, fu: «una vera guida sicura sotto tutti i profili. Tra il 1955 e 1956 il Collegio realizzava anche un periodico: "Lo Stravagante", supplemento dell'Angelo della Domenica edito in Novara. Sotto la testata un motto: "E il plauso non cercar, cerca l'amore, l'amor donde sei nato" (De Amicis)». I convittori erano assistiti anche dal vicerettore don Pietro Mastrangelo. Prima degli anni '60 assommarono per un certo periodo al numero di 120, provenivano da ogni parte d'Italia ed erano soprattutto orfani dei militari della marina. Un buon numero era dei paesi del circondario: Capracotta, Pescopennataro, Pescolanciano, Carovilli, Sant'Angelo del Pesco, Chiauci, Trivento, Pietrabbondante, Poggio Sannita, Castelverrino, Belmonte del Sannio, Castiglione Messer Marino ecc. I rapporti Istituto-Marina erano curati dal cap. Marignetti che portò i ragazzi nella sua Ischia e, ricorda il prof. Arduino, li fece accogliere da ceste di fave fresche. Le fave, ad Agnone, in convitto, erano la minestra. L'edificio era dignitoso. Al piano terra: l'atrio-cortile dove ogni mattina, anche con il freddo, noi ragazzi facevamo ginnastica; la cucina e il refettorio. I locali per le sale studio affacciavano sul Verrino ed avevano banchi senza le regole di ergonomia. Un grande ambiente era rifugio nelle ricreazioni in brutto tempo. Non vi era il pavimento, era sostituito da uno sterrato dal quale fuoriuscivano ossa umane, anche qualche cranio, mentre si giocava con una palla sgangherata. Nelle belle giornate il tempo libero si consumava sul piazzale estero con calci ad una palla o pallone. Non si poteva essere troppo intraprendenti perché un tiro sbagliato mandava la palla giù per le vigne ed era la fine delle ostilità e la fine della prima ricreazione che nei mesi invernali terminava nell'oscurità. Al piano superiore: gli uffici e l'abitazione dei dirigenti. Lunghi corridoi collegavano le camerate, le camerette, il "camerone" con il soppalco e i bagni. La sveglia, alle ore 6:30, avveniva a suon di musica. Gli istitutori provvedevano alla scelte delle canzoni, non sempre le più in voga del momento. Sbancavano l'inno di Mameli e "Il Piave". Un bel giorno, ricorda Serafino Di Giacomo da Carovilli, fece capolino, per il gruppo fantastico Folck, la canzone "Il cucù": «è ritornato maggio, l'inverno l'è passato, la neve non c'è più»... La nostalgia era elevata. Tutti avevano il pensiero alla propria casa e al paesetto. Ci si sentiva limitati nella libertà. Le regole erano un peso. Il ritorno, con la corriera della Cerella, in convitto dopo qualche festa avveniva con tristezza. La chiesetta aveva l'ingresso sul piazzale. La messa della domenica mattina si ascoltava senza partecipazione perché i più, ad ogni rumore che ipotizzava l'apertura della porta, si voltavano indietro per vedere se era arrivato qualcuno di famiglia che avrebbe mitigato la nostalgia e portato conforto con qualcosa di buono fatto in casa. La retta era sopportabile. Il vitto equilibrato. La domenica appariva, come secondo, una bistecca circondata da una foglia, spezzata, di insalata. Il tutto rispettava i tempi. La cucina era affidata a tre suore del Napoletano. Il cameriere era il sig. Nicolino Amicarelli. Chi doveva andare da Agnone al convitto poteva prendere una mulattiera che partiva da piazza del Popolo. Su quella mulattiera mamma Camilla, che una domenica veniva a trovarmi, non si accorse che gli cadde un pullover di lana che mi aveva fatto con tanto amore, tornata indietro non trovò nulla. Il dispiacere e il ricordo di non avermi potuto fare la sorpresa è durato molti anni. Oggi la mulattiera è una comoda strada intitolata a mons. Geremia Pascucci, il vescovo che ridiede vita al convitto. Si arrivava in convitto da una strada carrabile ma brecciata, che si diramava da via Gualterio, oggi intestata a mons. Giannico, il vescovo che volle in Agnone, nel 1951, il Congresso Eucaristico. I problemi si presentavano per raggiungere Agnone, dove tutti i convittori dovevano andare. Si partiva con una datata autocorriera color "nutella". Prima di immettersi su via Gualterio si doveva affrontare una salita che era un baluardo specie quando si doveva andare a piedi. Si giungeva ad ammirare il monumento a Libero Serafini in piazza Vittoria, dove si sciolgono i cortei funebri, per immettersi su corso Vittorio Emanuele ed arrivare al largo Annunziata da dove inizia salita Giuseppe Verdi che porta in piazza Plebiscito dove l'esperto autista, sig. Giacinto De Renzis, con un largo raggio girava per la piazza e si posizionava davanti al negozio del sig. Cosmo Antonelli e la Chiesa di San Giacomo denominata "della SS. Trinità". Dalla corriera uscivano gli allegri convittori. In piazza Plebiscito, già piazza del Tomolo (o tùmbre ), troneggia la casina dell'ex dopolavoro fascista che si occupava anche dell'elevazione morale e fisica del popolo. Dal loggiato hanno tenuto i "comizi" personaggi politici agnonesi. Negli anni '55 i locali furono sede del dopolavoro Acli dove accedevano solo gli iscritti. Intorno alla marmorea fontana e su tutta la piazza, dove vi era il sale e tabacchi del sig. Carmine Di Nucci, si posizionavano i vari gruppi di studenti in attesa di andare in classe. La maggioranza dei ragazzi andava alla scuola di avviamento professionale ed alla tecnica. Per ammirare le ragazze bisognava posizionarsi su via Antonio Lucci perché le ragazze andavano alla scuola media. Prima di un tentativo di approccio, bisognava guardarsi intorno per non farsi prendere in contropiede, magari da qualche "vigile" nonno. La campanella che faceva smuovere i ragazzi era quella dell'avviamento che era situato nell'antico Monastero dei Filippini ed ex Convento dei Padri Caracciolini, ad inizio di via Garibaldi. Il suono squillante era prodotto da una specifica azione fatta, con una catenella, dal bidello che la governava, sig. Pasquale Cimmino la cui specialità era "bloccare" il suono. L'altro bidello sig. Romolo Bucci presidiava il portone per un ingresso regolarizzato. Per arrivare nelle aule si passava davanti la cappella ove era morto, il 4 giugno 1608, san Francesco Caracciolo. Pochi rivolgevano un pensiero al santo, perché la cappella era aperta solo per la Santa Messa dell'apertura dell'anno scolastico. Il ritorno in convitto metteva buonumore. Dopo pranzo, pochi minuti di ricreazione prima di andare a studiare. Tempi scanditi per lo studio e lo svago. Gli errori, le disubbidienze e i capricci venivano puniti con bacchettate. La bacchetta era stata "costruita" per avere un buon risultato. Era chiamata la "Santa Justa” dal rettore don Gennaro che era quasi l'unico ad adoperarla. Lunga circa 80 cm. era larga 5 cm. dal lato che doveva incontrare la mano del punito e 3 cm. dal lato dell'impugnatura. La salute dei convittori era assicurata dal dott. Sergio Emanuele Labanca che è stato medico, scrittore, drammaturgo e poeta. Gli toccò curare i convittori che in massa furono assaliti dalla famosa pandemia influenzale "asiatica" che metteva paura per le complicazioni broncopolmonari. Un collaboratore volontario era il dr. Alessandro Bartolomeo, dirigente dell'ufficio del lavoro e di zona, che arrivava sul piazzale del convitto con una veloce motocicletta. La logistica dei controlli sull'attività e la moralità dei convittori era affidata, a bravi giovani che prendevano il titolo di istitutori ed erano coordinati dal prof. Antonio Arduino che è stato prima convittore e poi dirigente dell'istituto. Nel dicembre 1957 quasi tutti noi convittori, prima di tornare a casa per il Santo Natale, fummo vestiti da marinai. L'abito era fatto a imitazione dell'uniforme dei marinai sia nella foggia che nel colore. Mancavano le stellette e il cappello. Il tessuto, di panno grossolano, procurava prurito che induceva a grattarsi e sporcava vistosamente il collo. Un impermeabile, ad un petto, di colore blu scuro, che doveva proteggerci dal freddo completava il corredo. I convittori erano diventati "marinaretti" perché l'istituto era convenzionato con il Ministero della Marina che assisteva, attraverso la solidarietà, gli orfani. Da tutta l'Italia arrivavano ad Agnone, come convittori, ragazzi con particolare situazioni di bisogno. Una foto rara, conservata dall'ex convittore Giuseppe Sciulli di Sant'Angelo del Pesco, deceduto in Venezuela, mostra un gruppo di "marinaretti" in pellegrinaggio, che volle il vescovo Pio Augusto Crivellari, il 10 maggio 1959 a Roma. I ragazzi in divisa sono 75 e 25 quelli in abiti civili. I tre sacerdoti sono: don Gennaro Di Nucci, don Giovanni Amicone e don Pietro Mastrangelo. Gli istitutori sono 4. È presente un graduato della marina. Per la resistenza alle diverse traversie e gli alterni avvenimenti san Bernardino merita una medaglia d'oro. Dal 1970 la struttura ospita persone anziane che lì hanno trovato aiuto, conforto e aria di casa, grazie al tenace don Gennaro Di Nucci che volle la casa di riposo. Ad aiutarlo vi era don Alessandro Di Sabato. Oggi il complesso/immobile è di proprietà del Ministero dell'Interno. Il vescovo di Trivento negli anni '90 trovò i fondi necessari per acquistare l'immobile - 600 milioni delle vecchie lire - ma un parere negativo della Sovrintendenza per i beni architettonici fece sfumare tutto. Don Gennaro il 31 marzo 1994 tornò alla casa del Padre. Gennaro Loreto tornò alla sua Capracotta, alla cappella San Gabriele del cimitero comunale. San Bernardino è un pezzo di storia della cittadina di Agnone. Agli ex eroici convittori, lunga vita e meritati auguri di buon Natale 2017 e felice anno 2018. Scusate la noia. Cesidio Delle Donne Fonte: https://www.costajonicaweb.it/ , 20 maggio 2020.
- Quiŝte è nu diavule!
Giovanni Venditti (detto de Cuncèzie ), quarto di sei fratelli e una sorella, nato a Sant'Angelo del Pesco, emigra molto giovane prima in Germania poi in Svizzera dove lavora come muratore. Animato dalla voglia di apprendere, all'attività pratica aggiunge lo studio. Frequenta corsi serali, studia la lingua, le tecniche di costruzione e la lettura dei progetti. Dopo aver acquisito una bella esperienza all'estero torna in Italia e subito rileva un negozio alimentare a Capracotta e parallelamente costituisce l'impresa edile. Versatile, coraggioso, operativo. Il suo approccio con le persone è cordiale e disinvolto, ha sempre una battuta pronta per chicchessia, ma talvolta nelle divergenze, quando il confronto supera la soglia, è lesto anche nel ricorrere alle mani. Affronta qualsiasi difficoltà, senza paure né freni e talvolta si trova coinvolto in avventure difficili nelle quali riporta anche danni fisici. Ho conosciuto Giovanni nella sua arte del dire una notte tiepida di agosto, in piazza, ove c'è un folto numero di giovani nottambuli radunati davanti allo Sci Club, lui al centro che con i suoi racconti intrattiene noi tutti attenti all'ascolto. Racconta avventure per lo più vissute da lui, si esprime con un linguaggio insieme serio e ironico, nella sua lingua italiana frammista a cadenze dialettali capracottesi e santangiolesi. Il suo parlare caratteristico attrae ed affascina. I fatti, talvolta anche drammatici, colorati da una buona dose di fantasia, diventano storielle divertenti e umoristiche. Quella che ricordo, tra le tante raccontate quella notte, è la vicenda dell'asina trainata dal camion. Giovanni, che abita in via Nicola Mosca, al mattino torna a casa per la colazione e parcheggia il camion accostato al muro prospiciente la sua abitazione. Consumata la colazione, scende in strada, mette in moto il camion e riparte tranquillo. Non fa molta strada, poco oltre piazza Cacaturo vede Ciccióne (Francesco De Renzis) che al suo passaggio agita velocemente le braccia e urla: – Ferma! ferma! ferma! Giovanni non comprende cosa stia accadendo ma, visto l'allarme di Ciccióne , ferma il camion, scende dal mezzo e vede, legata al suo autocarro, un'asina che a sua volta ha un asinello legato al basto. Giovanni, uscendo da casa, non si è accorto affatto della presenza delle due bestie, ma non impiega molto per capire chi imprudentemente le avesse legate al suo camion 'Ndunìne de Nigghióne (Antonino Paglione) che abita accanto a casa di Giovanni e che, tornato dalla Guardata, dove ha portato le sue mucche al pascolo, ha legato la sua asinella dietro il camion di Giovanni ed è salito a casa ritenendo che i due somari fossero ben protetti. Giovanni in piazza mima prima i gesti di Ciccióne che si agita e poi, con le mani a pugni chiusi, le lunghe e robuste braccia distese, imita e descrive l'asina: – L'àsena z'è mbundàta che le zambe d'annieànde e che re presùtte ŝtriscia pe la via, lassa re signe de re fiérre e re presùtte è deventàte rùsce come nu melóne. L'asinello, invece, legato al basto della mamma, trotterellando segue. Il tutto è condito da Giovanni con apprezzamenti e battute. Noi si ride a crepapelle. Tanto mi ha colpito la recitazione di questa storiella da parte di Giovanni che altre volte gli ho chiesto di raccontarla, ma lui ogni volta tira fuori altre comiche avventure. La sua capacità di racconto è sempre efficace e raccoglie intorno a sé persone che con simpatia lo ascoltano. Ed ecco tre storielle dal suo vasto repertorio e spiritose conclusioni. Le tegole su un tetto spiovente Giovanni ha eseguito un lavoro sul tetto di un signore e a fine opera c'è da trarre il saldo del conto. Giovanni rivendica un compenso che secondo il cliente è eccessivo. Il proprietario, per la trattativa, coinvolge un impresario amico. Questo tecnico cerca di indebolire le tesi di Giovanni ipotizzando difetti sul lavoro eseguito e gli obietta l'aver fissato con le viti le tegole sullo spiovente del tetto quasi verticale. E Giovanni di rimando: – E ch'éva reŝtrégne ru pòpule pe mantené chesse téule! Il conciliatore C'è stato un tamponamento tra due auto sulla strada, in discesa da Prato Gentile, nei pressi del Giardino di Flora appenninica. Il conducente della vettura che ha tamponato non si ritiene responsabile e attribuisce pretestuosamente la colpa al ghiaccio che è sulla strada. Ovviamente i due conducenti non trovano l'accordo. Giunti in paese invitano Giovanni a dirimere la vertenza perché esperto di incidenti e controversie. Chiedo a Giovanni com'è finita la controversia tra i due automobilisti. E lui: – Quìre ch'è tampunàte è nu suggètte curiùse, e pepìng e pepàng... nen vò capì ragione e a nu ciérte punte me dice: "Mó ema ì a vedé addó ŝtà la curva". E ije: "Ch'éma ì a védè addó ŝtà la curva: chéla ŝtà a addó ŝtéva!". La corda agli operai Un mattino d'estate sento da lontano Giovanni urlare dal suo cantiere. Vado da lui perché devo parlargli. Dal basso dirige gli operai sulle impalcature, io sono accanto a lui e mi parla con tono normale, ma all'improvviso cambia tono, urla e dà ordini agli operai che si muovono a rilento. Continua così l'alternarsi del tono di voce, regolare con me, urlato e perentorio con gli operai. Io a un certo punto gli chiedo: – Giovanni perché urli tanto agli operai? E lui mi risponde: – A chisse j'éra dà la corda la matina! Giovanni e la neve Giovanni, in quanto impresa edile, è dotato di diversi mezzi meccanici, camion e ruspe. Ruspe diverse, aggiornate negli anni, che nell'invernata adopera per lo sgombero neve. A dicembre, infatti, chiusi i cantieri, stipula il contratto con la Provincia. Lavoro che svolge per ben 34 anni a partire dal 1964. E qui si mette in luce un altro aspetto della sua personalità: la generosità. È sensibile alle nascenti piccole iniziative turistiche invernali del paese, è tra i 20 componenti il comitato promotore della Valturicap. Per ben due volte invia, gratuitamente, un suo operatore con ruspa a Jaccio della Vorraina per trasportare i componenti della prima manovia, e al prato di Conti per sistemare la pista della seconda manovia. A Capracotta la viabilità invernale, almeno fino agli anni '80, è sempre un grosso problema. Comunemente si ritiene che le difficoltà derivino dalle strade poco agevoli, dai mezzi della Provincia non sempre efficienti e dalle solite bufere ritenute inaffrontabili, ma non si pensa alla capacità degli operatori ed alla loro organizzazione. Spesso c'è disaccordo tra Comune e Provincia sugli interventi da effettuare. La guida dei mezzi è affidata ad autisti poco avvezzi alla neve, mal equipaggiati e comandati da cantonieri anziani, col sacro terrore della neve, non molto disposti ad uscire. Giovanni, e con lui i Di Menna, giovani, infaticabili e coraggiosi, hanno il merito di assicurare l'apertura delle strade quasi sempre, anche in occasione di tormente di neve ritenute impossibili. Viaggiano con i loro mezzi ininterrottamente, giorno e notte, liberano le strade in corso di nevicata, evitano così la formazione di muraglie difficili da sfondare. Giovanni ha una sua idea sui requisiti di chi deve svolgere tale impiego: – Éra tené la salute e éra fa l'amore che quire tipe de meŝtiére, se nen sié fidanzàte che la nève è mèglie che te mitte da parte! Nel corso delle invernate interviene in qualsiasi ora e in ogni luogo là dove ci sono persone in difficoltà sulle strade innevate e non si risparmia in prestazioni faticose e risolutive, spesso non remunerate. Talvolta sgombera, a suo rischio, strade rurali non rientranti tra quelle convenzionate. Qui ha luogo parte del suo nutrito repertorio di avventure. In sintesi ne raccontiamo due particolarmente impegnative. Che fine sié fatte? Il 25 dicembre 1970 Clipper è finito con la ruota anteriore sinistra fuori strada in località Montagna. In tutta la giornata del Natale c'è una mobilitazione generale e un gran da fare per rimetterlo sulla strada. Vengono impiegate tutte le forze possibili, da quelle umane a mezzi di ogni genere di cui si dispone: un'autocorriera, una ruspa di Giovanni, quattro bulldozer dell'Esercito giunti da Caserta. Si lavora fino alle ore 11 di sera e non si riesce a smuovere minimamente Clipper dalla sua scomoda posizione. L'indomani, giorno di S. Stefano, Giovanni, Ennio Di Nucci, Elio Paglione e altri cantonieri partono alle cinque del mattino con ruspa, traverse di ferrovia, binda. Lavorano per una intera giornata. Intorno a mezzogiorno ricevono la visita dei pompieri da Agnone, i quali rimangono un po' a guardare e ripartono. Alle 23 circa finalmente riportano Clipper su strada. Intanto quel giorno Maria Paglione, moglie di Giovanni, alle ore 10 del mattino ha dato alla luce il suo secondogenito Stefano. Giovanni torna a casa a mezzanotte e finalmente conosce il neonato. Inevitabilmente giunge il rimprovero di tutta la famiglia: – È nato tuo figlio, che fine sié fatte tutta na jurnata? L'avventura che segue mi è presentata da Giovanni con questa affermazione: – Chi ara cumannà ara sapé cumannà pecché se nen sà cumannà è meglie che ze fa cumannà! È accaduta nell'inverno del 1979 a Sant'Angelo del Pesco ed è riportata così come raccontata dal protagonista. Maresciallo dei pompieri a tempo Io torno a casa juŝte a mezzanotte, mia moglie mi dice: – Ha chiamato l'ingegnere capo della Provincia, lo devi richiamare urgentemente. Chiamo l'ingegnere capo: – Ingegnere, io so' Venditti. – Venditti tu mi devi fare un favore, ti faccio parlare col prefetto. – Il prefetto? Per fare che cosa? Che gli debbo dire al prefetto? – Devi fare un piacere, a Sant'Angelo sono due giorni che non si passa, stanno un sacco di macchine buttate in mezzo alla strada perché un autotreno si è messo di traverso, me lo devi andare a tirare. – No! – dico – ingegné, nooo... – Ti passo il prefetto. – Senta, lei deve fare 'sta gentilezza, quello che costa costa. Devo andare, ma parto con la Golf, non con la ruspa, perché devo vedere il caso. Vado, mamma mia! Quando arrivo lì tutta gente che mi conosce, della zona, di Chieti, di Pescara. È venùte lu diàvule, è venùte lu diàvule eehh ! Mó con questo usciamo. I carabinieri: – È arrivato Venditti! Ecco! Fa 'na bufera di fine di mondo. Non potevi scendere dalla macchina che ti scapicollavi! Gelato! Cinque gru dei vigili del fuoco, credo tre di Castel di Sangro e due di Agnone. Dico: – Ma scusate marescià, qua vu tenete cinque gru dei vigili del fuoco e aspettate un mezzo pesante, ma che ve credete che ciò io? No! No! Io mó telefono e non faccio venire più il mezzo! – Ma io devo rendere conto al prefetto, lei è venuto o non è venuto? – Senti, se tu permetti, qua i pompieri hanno l'attrezzatura o non ce l'hanno? – No, questi hanno paura perché come agganciano la macchina la gru si alza. Allungano il braccio da lontano e un po' che alzano no! Rimettono giù. Signor Venditti adesso dipende da lei, qua che cosa dobbiamo fare? – I vigili del fuoco sono attrezzati? – Vieni, io ti faccio parlare col maresciallo dei pompieri. – Ditemi tutto, parlate con me. – Marescià, qua pe' caccià 'sta macchina non ci vuole nessun mezzo. Le macchine le puoi rimandare in sede, lascia solo gli operai qua. – Ma per fare che cosa? – Per cacciare la macchina! – Ma sai che fai ridere? Ci sta Fantini di San'Angelo, ch'è nu piézze de delinquente. È une ch'ha fatte il trasportatore 'na vita, è bravo, viene vicino a stu marescialle e dice: – Fa' fa' a Giovanni ca quiste è nu diàvule! Allora io dico: – Tenete le binde e i pezzotti? – Sì, sì! – Cominciate a portà binde e pezzotti qua, marescià, però a una condizione, che per due ore devo fare io il maresciallo. Il maresciallo dei pompieri effettivamente si offende. – Tu puoi fare quello che vuoi, però devi chiedere al prefetto se ti fa fare il maresciallo. – Carabiniere chiama il prefetto e digli che se mi dà il permesso per due ore di fare il maresciallo la macchina sta fuori, sennò mó me ne vado! – Sì, sì! Altro che permesso, basta che lei è in grado! – Allora fai fare a me! Si avvicina uno di questi, il filosofo napoletano: – Nuovo capo dimmi tutto, ch'avimma fà ccà? – Cominciate a prendere sei binde e pezzotti. – E mettimme accoppe e iamme avasce! Noi so' due giorni che mettiamo i pezzotti, mettiamo la binda e se ne vanno sotto. – Mó tu per due ore devi fare quello che ti dico io! Dopo due ore chiedi ordine al tuo comandante e te ne vai a fare come ti pare! Inizia l'operazione recupero. Il metodo di Giovanni, già sperimentato altre volte, funziona. Alle sei del mattino il camion è in piano sopra a quei pezzotti, può ripartire. Ed ecco il via di Giovanni al camionista: – Metti in moto, esci fuori! È un autotreno carico di stivali, quando me ne accorgo dico all'autista: – Lassamene ddù. – Sì, sì, sì! Parte quiŝt'autotréne, nen ze ferma cchiù. Aje ancora avé re steviàle, m'ara paà ru prefètte, m'ara paà ru 'ngegnére cape. Ogni volta che vaje a Pescara a n'officina ce ne sta une, quanda me véde ze métte le mieàne accuscì (si regge la testa) e dice : – Ddù juórne a Sant'Angelo del Pesco... se nen menive tu ŝtavame ancora lòche. Il cuneo impazzito Giovanni deve rimuovere i pattini di acciaio usurati dalla base del vomere della sua ruspa sgombraneve. Inizialmente lui regge il cuneo da inserire nella sede e il giovane nipote Elio percuote fortemente con un pesante martello. Dopo un po' Giovanni dà il cambio al nipote e comincia lui a percuotere con altrettanta forza. Il cuneo appena conficcato è lasciato libero e, a seguito di un colpo violento di Giovanni, rimbalza come un proiettile finendo nella sua bocca. Gli rompe tutti i denti di prima fila e scardina dagli alveoli quasi tutti gli altri denti del retro della bocca. Il colpo è micidiale e doloroso. È soccorso subito dal medico di famiglia, trascorre la notte nel suo letto con forte perdita di sangue e dolore. L'indomani è ricoverato in una clinica abruzzese specialistica. Torna a casa nel periodo natalizio. Io e il suo compare Diodato gli facciamo visita, ci racconta l'incidente e conclude: – Dìve na botta, èrane passàte na ventina de menùte e chéla zéppa partètte! Nonostante la drammaticità dell'infortunio lui, nel raccontare, rende la sua storia quasi claunesca e ci fa ridere anche questa volta. Michele Potena Fonte: M. Potena, Quiste è nu diàvule! , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Orografia: Capracotta
L'agro di questo comune, esteso ea. 4.232, confina ad or. con Agnone, a sett. con Pescopennataro, S. Angelo del Pesco e Castel del Giudice, a pon. con S. Pietro Avellana, a mezz. con Vastogirardi. Le sue più alte vette sono: il colle Campanella (m. 997), un altro colle Campanella (m. 1.112), la Serra dei Confini (m. 1.373), la catena della Montagna (m. 1.400), la Crocetta (m. 1.469), il Cavallerizza (m. 1.512), il S. Nicola (m. 1.514), il S. Luca (m. 1.575), il monte Capraro (m. 1.721), il monte Campo (m. 1.745). L'agro stesso è percorso dalla provinciale n. 70, che si svolge fra pascoli ubertosi. Capracotta, in cima ad un monte, giace in un sito pianeggiante, e come in una sella, di cui i monti Capraro e Campo sono gli arcioni; onde ha limitato orizzonte, malgrado che dall'Alpi al Ionio sia la più alta vetta italica abitata. Dista dalla stazione ferroviaria di S. Pietro Avellana km. 12, e da quella di Carovilli km. 23. Giambattista Masciotta Fonte: G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. I, Pierro, Napoli 1914.
- Servizio automobilistico in montagna
Per la nobile iniziativa del nostro benemerito concittadino avv. Leonardo Falconi che, fin da vari anni seguì il nostro impianto elettrico per la luce, la trebbiatrice, il mulino e la segheria, oggi anche Capracotta vanta il suo servizio automobilistico colla viciniore stazione ferroviaria di Carovilli, abolendosi così le antiche "negligenze..." che rendevano tanto ostico l'accesso alla nostra simpatica ed alpestre cittadina. Fin dal giorno 9 Ottobre giunsero gli omnibus automobili, eleganti, comode e fortissime vetture che sono quanto di meglio produce l'industria automobilistica moderna. Nei giorni 10 e 11 Ottobre si procedette ai collaudi. Ieri s'inaugurò solennemente il nuovo servizio, e la festa, a cui tutto il nostro popolo partecipò con slancio di forte entusiasmo rimarrà memorabile tra i fasti più belli della vita cittadina. Alle 13:50 la vettura inaugurale, artisticamente ornata con tralci d'edera, fiori e bandierine era pronta in piazza municipale, oggetto di curiosità e di ammirazione da parte della folla ivi convenuta. Vi presero posto tutte le autorità e rappresentanze del paese e cioè: l'avv. Leonardo Falcone, il comm. Mosca deputato e figli, il sig. Sindaco Conti, il Maresciallo dei rr. cc. Nardo, il rappresentante la Pretura avv. M. Falcone, il conciliatore Di Nardo, il ricevitore postelegrafico Conti E., il Presidente del tiro a segno D. Conti, not. Tommaso Conti e figlio, avv. Gregorio Conti, avv. M. Giuliano, chimico-farmacista Castiglione, avv. Bizzoca S., e signori Conti O. e Paglione per le scuole e comitato festeggiamenti. Al volante gli chauffeurs signori Alfio Boniolo, che diresse la corsa di andata e Paglione Rodolfo, che diresse quella di ritorno, entrambi valentissimi guidatori. Tra vivissimi applausi l'avv. Leonardo Falconi e spari di gioia la vettura si mosse percorrendo le vie del paese, ovunque acclamatissima. Il viaggio alla volta di Carovilli, attraverso il pittoresco bosco di faggi di Vallesorda e quelli di querce di Staffoli e della Selva di Castiglione fu un vero godimento per i gitanti che giunsero alla stazione di Carovilli alle 14:46 percorrendo 22 km. in 50 minuti. A Carovilli passeggiata della comitiva in paese ricevuta gentilmente alla sala del Municipio ove furono serviti rinfreschi. Si ripartì da Carovilli alle 16 e la vettura attaccò ottimamente la lunga, erta e tortuosa salita cha da Carovilli (m. 800) sale a Capracotta (m. 1.421) impiegando al ritorno ore 1, 2 minuti e 20, nonostante l'eccessivo sopraccarico di persone 20 sul normale di 11. All'arrivo all'eremo della Madonna di Loreto un gentile stuolo di signorine perse il primo grazioso saluto d'applausi; all'arrivo in paese acclamazioni vivissime per parte della folla accorsa, che festeggia il bravo sig. avv. L. Falconi, altri spari di gioia. Alla sera illuminazione di gala e banchetto d'onore al Circolo d'Unione, con partecipazione di tutti i socii e rappresentanze varie, sotto la direzione dell'infaticabile signor Ottorino Conti che fece signorilmente gli onori di casa. Allo champagne l'on. Comm. Tommaso Mosca, seguito dal Sindaco signor Conti e dal segretario capo cav. Castiglione parlarono applauditissimi, brindando al signor Falconi ed alle sue belle iniziative, augurandogli, come alla già fiorente azienda elettrica, prospera fortuna per l'attuale sua coraggiosa impresa automobilistica. A tutti rispose commosso l'avv. Falconi ringraziando ed il suo dire fu coronato da uno scroscio imponentissimo d'applausi. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Servizio automobilistico in montagna , in «Il Mattino», Napoli, 24 ottobre 1912.
- Lo supremo consilio
Lo cavaliere Agostinelli della terra di Bonefro come qualmente accorgiuto si fu dello spirare di rogio vento social-comunista se n'è partito con onore et lauta pensione per lo lungo servigio; ma lo milite sommo cavaliere Baccari, in arte venatoria magistro, allo campo battagliero pervenne senza macula et senza paura della rubra bandiera che a lo infido vento agitando si va ne la terra nativa et pronto et destro ei si dichiara a piantarvi lo drappo del trino colore che sempre glorioso si fue. Lo dottore Marcello Barone della terra di Baranello per lo merito suo e de li antenati sui atque consanguinei cum grande letizia de lo popolo tutto a lo potere permane et poiché a durissima galletta si assomiglia eziando per molti lustri fermo et indomato, savio et prudente sine dubio permarrà. In terra di Larino lo Cavaliere Bevilacqua disparuto, fulgido et clamoroso in suo alto dialettico parlare lo combattente d'Aloia lo comando si prese, laonde li maestri dell'arte muraria a la sala de lo consilio li puntelli già misero ché per lo troppo eloquio non avesse improvvisamente a cadere. In terra di Montagano lo senatore illustre come qualmente previde che lui permanendo lo Ianigro avvocato Giovanni lunghissima stagione aspettato avria per lo avvento a lo supremo consilio, onoratamente atque sua sponte lo campo lasciò et lo Ianigro solo atque unico baluardo de lo suo pipilario partito, consonniere si fue. Lo statuario atque Taurino cavaliere Cappuccilli a lo sommo consilio ritornando, ampio seggio a la sua ciclopica mole cum alta voce et gesti reclamò et avuto che l'ebbe similmente a grandissima nave San Giorgio cum grande strepito vi affondò, et in consonnio si giacque. Lo avvocato Carlomango della terra d'Isernia sua sponte partito si fue et in sua vece lo avvocato Laurelli a lo consiglio pervenno seco portando magna copia di sua spicial cortesia et gentilezza et morbidezza et tenerezza che una nobil donzella ei si assomiglia a vederlo. Lo commendatore Giacinto Ciamarra, reputatissimo atque illustrissimo signore, rejetto lo avvocato Maddalena lo seggio conquise dopo sole tre lune di elettorale tensone: dappoiché così volle Castropignano dei Bulgari, stranissima terra. Lo grande ufficiale et colendissimo et onorevole signore Eduardo Cimorelli come qualmente alla sublime Camera pervenne eziandio a lo consiglio di nostra terra consigliere si fu: et prevedibile est che con suo forbito eloquio ogni avversario disarmato sarà. Lo avvocato Luigi Carnevale potente atque irresistibile conquistatore cum grande trionfale vittoria contra la mala erba de lo nemico suo a lo consilio ritorna et grandi cose farà che sarà bello a vedere. In terra di Santa Croce lo cavaliere Dattino lo Cocco fresco di magnò non senza preliminare aperitivo di unione con irregolarissima gente la quale di che rubro colore si sia malamente giudicare si puote se all'alleanza con regia persona palesemente et improvvisamente ridotta si fue. Da lo tenimento della vescovile Boiano, dolcissimo in suo parlare toscano et in suo compiacente sorriso a lo cononnio supremo lo advocato Alfonso Gentile sen venne a miracol mostrare di suo purissimo eloquio. Lo Conte Giacchi eziandio parlatore magnifico poi che vinse in singolare tenzone lo barbadoro Finizia dei pugnaci primissimo, a lo consilio pervenne cum duo compagni de li quali penosamente a decidere attende se prima quello ovverosia quell'altro lasciare si deve. Multo agguerrito di peculiari ordini de lo die , ché noverati ne furono circa millanta lo Commendatore Graziani, sorpassato lo scolio Muricchio et lo bassafondo ferroviario de lo agnominato De Gregorio, a lo supremo consesso ritorna per la risorsa di quel mortorio de la immutata atque immutabile terra di Termoli. Poi che a li molini e a li ponti e a le strade, e alle semoventi diligentie lo architetto Guacci ridotto si fue; et poi che lo magno advocato atque commendatore Spensieri a lo riposo ne andò, pervennero a lo sconsilio per la terra suprema di Campobasso lo advocato Gustavo Spetrino reggitore magnifico de lo sodalizio sannitico et lo advocato Gaetano Iamicelio lo quale di promozione meritevole considerato si fue, et lo advocato Guido Baranello pugnace campione di nostre battaglie che a lo richiamo de la patria diletta molte cose certamente farà che saranno assai belle a vedere. A li suoi incunaboli storici lo commendatore Nicola Iorio tornato, lo medesimo sostituito si fue da lo pugnace campione advocato Ricciotti Montalbò de la rocca di Casale Ciprano atque judice Frosolonico atque loquacissimo chiacchieronico et tenacissimo homo che come qualmente in capite cose alcuna si pose certamente vincitore si fue. Et a lo consonnio ritorna lo advocato Paolo Iovine de la terra di Castelmauro condottiero valentissimo et con esso lui eziandio ritorna da la rocca della terra di Lucito lo magno uomo commendatore Perrotti a lo quale tantissimi titoli conceduti si furono che molto lungo a nominarli sarìa. Cum ruolo di baritono centrale lo advocato Lipartiti de la terra di Larino magnifiche orazioni dirà rompendo a li propri consorti nel campo lo altissimo sonno. Eziandio tomola quindici pro die di svariatissime interpellantie svolgerà lo elegante et magno bonomo advocato Iuliani, a lo supremo consiglio pervenuto postquam lo cavaliere Luciani incamerata nova atque opulentissima ereditaria substantia opportunamente decide di fare, come dicere si suole, li casi propri nonché li maccaroni magnifici che, per lo generale consenso, sono invero assai belli e saporiti a manducare. Lo molto onorevole iureconsulto atque musico atque oratore Marracino a lo consiglio ritorna cum iuvenilio furore nulla ostando che sua fluentissima atque artistica chioma verso lo cinerino si tende. Lo dottore atque storico atque agrario atque in erotica arte magistro et eziandio commendatore Masciotta, a la barba de li giannibarbi che in sua terra di Casacalenda sbarbizzati si furono a lo consilio supremo sen venne et iam proclamata sarà delo nostro Molisio la indipendenza aut la republica che sarà molto bello a vedere. Da la terra di Riccia lo advocato Moffa et lo commendatore del Lupo, specializzatissimo homo in pre[...]dere le deputazioni de li propri consorti a lo seggio pervennero, ma larghissima copia di popolo in comitale accordanza con li suddetti voluto avrebbe a magnifico patrono lo nobile signore Vincentio Petitti, homo singuiare per la indomita virile energia, la vastissima bibliotecaria sapientia, lo simpatico eloquio et altre peculiari qualità che per tutto lo mondo, popolate et diffuso da lo nostro Foglietto , conosciute già sono. In terra di Capracotta lo molto onorevole Mosca la medesima fece come dire si suole, a lo seggio ponendo in sua vece lo erariale advocato et eziandio commendatore Adelchi Falconi lo quale li diritti di Capracotta usurpati da la terra di Vastogirardi a rivendicare si appresta. Lo professore atque sommo sanitario et onorevole Michelio Pietravalle cum suo immancabile garofano allo pertugio della toga similmente a giovanissimo homo (che tale est et tale per multos annos rimarrà) a lo consiglio sen venne in sua magna autorità et competentia che molto piacere si fue per tutta la gente. Poi che lo pio homo de lo dottore Pontarelli rinunziato si ebbe, a lo consonnio pervenne da la terra di Colli Volturnio lo notaro Pasquale di Iorio che nuovo si è et laonde nulla cosa di lui quì dire si puote. La mussulmana terra di Montefalcone anzi che lo pipilario dottore Roberti, a lo seggio supremo et in due lune di singolare tenzone et senza né vedere né toccare lo candidato novello, a lo seggio elesse lo judice Rossi lo quale in intervallo forense et cum spedita ambulatione et cum grande frequentia et gaudio alle terre di Montefalcone Roccavivara atque Montemitro lietissimamente ne andrà. Lo magistro Michele Romano da la terra di Cantalupo a lo consiglio ritorna in aspettazione di apposita circumstanzia che perorare lo farà cum alto stile di Vincenzo Coco e di altri sommi antenati di nostra illustrissima gente. In alterna vece con lo dottore Di Salvo viene a lo supremo consonnio lo dottore Di Iorio che, decorso lo quadriennio, a lo dottore Di Salvo lo turno suo a la volta darà e così perseguendo nei secoli né li detti signori né la gente loro dispiacere si ponno. In terra di Trivento, poi che lo mitissimo Agostino Scarano a le sue industrie opportunamente si ridusse, et poiché a judicio de li triventini lo dantofilo Nicola Scarano dalla gente, vulgo ciarallari, di Salcito tradito si fue, pervenne a lo supremo consiglio lo rubicondo advocato Olindo de Vita di Bagnoli sul Trigno, la soavissima et poetica terra atque artistica per sua positura che per naturale riflesso bello altremodo et simpatico lo nuovissimo eletto diventare farà. Lo commendatore del Torto, paciocconissimo homo, poiché lauta pensione pel suo lungo politico servizio da lo regio governo si ebbe, in tranquillo riposo si ridusse, ma cum (del) torto muso dappoiché nella vece de lo magistro Pace, suo dilettissimo, a lo seggio riuscì lo duro Acciaro che molti atque incomprensibili discorsi nello suo dolcissimo linguaggio certamente farà che sarà veramente grazioso a sentire. Lo advocato atque commendatore atque caput divisione de li auto-servizi illustrissimo signore Carlo Tonti dopo lunga quarantenne tenzone in cui lo dolce amico Di Tullio purtroppo si giacque, a lo consilio pervenne cum unica atque nobilissima finalitate di abolire lo miserello pedone dappoiché in terra di Molise, mercè sua, tutti in auto prossimamente ne andranno. Lo sempre anziano et sempre iovanissimo signore don Federicone del Vecchio ritornato si è allo consilio et se venuto non fosse quale altro simpatico et venerando homo l'adunanza prima presiedere poteva? Poiché sconfiggiuto si ebbe lo Direttore de lo Rinnovamento , pugnacissimo foglio, lo advocato Veneziale lo consilio raggiunse et mostrando va con sua magna letizia che li combattenti seco lui si furono el sempre saranno. Cum alta voce et strepito magno venuto anche si è a lo consilio lo piccolo Tommasino d'Amico lo quale unico torto appo le genti si ha per lo fatto che lo consilio privò di quella molto simpatica et sorridente et beneaugurante facies de lo cavaliere Zampini. Da la terza di Atene poi che sconfitto si fue lo spartano Francesco Covitti a lo consilio pevenne lo advocato Salvatore Panunzio di molto rubro atque ferroviario colore et come qualmente unico di tale natura si è, molto strepito contra li consonnieri regulari et contra lo pipilario Ianigro certamente farà che sarà certamente assai bello a vedere. Lo elementare magistro atque caldo sfornato segretario comunale et eziandio iam capitano di bellissimo aspetto Giovanni di Palma mandato si fu a lo consilio da la terra di Sant'Elia, la quale da circa trenta anni desiderio aveva di quella pulcritudine che da lo consonniere atque cavaliere Cacchione concedere giammai si poteva. Lo advocato Capotio a la penombra de lo campanile della terra di Ielsi (et lontanissimo sempre ne fue), sua vittoria portò sopra lo magistro Rossi lo quale molto battagliò all'ombra de lo campanile de la terra di Campodipietra (et eziandio lontanissimo sempre ne fue). Tra li due lo terzio campanile di Gildone in alleantia con lo compagno di Ielsi contra Campodipietra si andò et quello di Ielsi vincitore si fu. Et, in conclusione dicenda, presso che tutti li membri de lo supremo consilio lo concetto non già né lo principio né lo programma si hanno ma lo campanile a retro che li solletica e spigne e sostiene, la quale è cosa assai mortificante e cattiva a vedere. Rapsodus Fonte: Rapsodus, Lo supremo consilio , in «Foglietto», I:23-24, Campobasso, 12 dicembre 1920.
- Il presidente Saragat riceve i sindaci italiani
Roma, Palazzo del Quirinale, domenica 6 giugno 1965. Le regole del cerimoniale erano chiare. Tutti in abito scuro, i sindaci con fascia tricolore. Alle 17:00 iniziò infatti il ricevimento offerto dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (1898-1988) in onore dei sindaci e dei presidenti delle amministrazioni provinciali. Gli invitati entrarono a piedi dal portone principale. Le sole vetture con contrassegno verde e con autista di servizio sostarono alla Vetrata (lo studio del presidente) per la discesa degli ospiti, proseguendo poi lungo il lato nord del cortile d'onore verso la cosiddetta Lunga Manica per raggiungere il parcheggio nel cortile delle scuderie. Accolti dai cerimonieri della Presidenza della Repubblica, gli invitati vennero accompagnati in giardino. Il servizio di disciplina delle macchine e il servizio d'onore furono disimpegnati da corazzieri in grande uniforme. Alle 17:45 giunsero al Palazzo del Quirinale, scendendo dalle vetture dinanzi alla Vetrata, i presidenti del Senato e della Camera, il presidente del Consiglio dei Ministri, il presidente della Corte costituzionale, il vicepresidente del Consiglio dei ministri ed il ministro dell'Interno. Ricevuti dai cerimonieri della Presidenza, vennero accompagnati nella sala di rappresentanza alla Vetrata, dove attesero l'arrivo di Saragat. In precedenza erano giunti alla Vetrata i membri del Governo che, accompagnati dai cerimonieri, si erano recati nei giardini, nel settore antistante la Terrazza, per attendere l'arrivo del Presidente. Alle 18:00 il presidente della Repubblica giunse alla Vetrata e fece il suo ingresso nella sala di rappresentanza dove si incontrò con le autorità convenute. Quindi, preceduto da cerimonieri e corazzieri, nonché dai presidenti del Senato, della Camera, del Consiglio dei Ministri, della Corte costituzionale, dal ministro dell'Interno, dal segretario generale della Presidenza della Repubblica, dal consigliere diplomatico, dal consigliere militare, dal vicesegretario generale, Giuseppe Saragat attraversò la Terrazza per guadagnare il settore prospiciente i giardini. All'apparire del presidente della Repubblica la banda, sistemata sulla terrazza - dove poi eseguì un concerto - intonò l'inno nazionale. Il Presidente, unitamente alle altre personalità, percorse i viali per incontrare gli ospiti e riceverne l'omaggio. Successivamente, dopo aver aperto il buffet, prese posto sulla terrazza del padiglione dov'erano collocati tavoli e poltrone riservati. Altri tavoli erano disposti sui prati del giardino. È quello il momento in cui si avvicendarono al tavolo del presidente della Repubblica le maggiori autorità, i presidenti di provincia e i sindaci, tra cui quello di Capracotta, Carmine Di Ianni (1933-2003), che in quell'occasione aveva indossato per la prima e unica volta la fascia tricolore, restio com'era a qualsiasi espressione di protagonismo. Alle 19:15 il presidente della Repubblica lasciò il giardino per far ritorno alla Palazzina, accompagnato come all'arrivo. Successivamente sfollarono gli ospiti, le cui autovetture, chiamate con l'altoparlante, affluirono al cortile d'onore, lasciando quindi il Palazzo del Quirinale da Porta Giardini. Francesco Mendozzi
- Fonti e sorgenti tra i sassi di Capracotta
Da "Il territorio di Capracotta" (1931) di Luigi Campanelli si evince che Monte Campo presenta una superficie spugnosa che favorisce l'imbibizione delle acque piovane e della neve, che a loro volta alimentano le sorgenti nel basso e alle estreme falde del monte stesso. Nei tempi passati enormi massi si staccarono dal fianco del Campo e discesero a valle per effetto delle fenditure create dai ghiacci invernali e che ormai hanno trovato la loro equilibrata collocazione. A circa 1,5 km. dalla periferia nord è presente una delle tante fonti capracottesi di quota, a circa 1.540 m.s.l.m., prospiciente la strada che porta il turista a Prato Gentile (si pensi che a soli 3 km. di distanza sta la sorgente più a bassa quota di Capracotta). Chiara è il nome della fonte da cui sgorga, dagli anni '80, un'acqua limpidissima che, attraverso un'apertura tra i macigni rotolati lì, liberamente fluisce e placa la sete dei vacanzieri aficionados , degli atleti e dei semplici passeggiatori. Un'altra località del territorio capracottese legata alle conformazioni calcaree è la caratteristica sorgente minerale dell'Acqua Solfa, una solfatara posta a circa 1.010 m.s.l.m. nel letto del torrente Molinaro, tra i comuni di Capracotta e di Castel del Giudice, e contenente minerali solforosi, magnesiaci e ferruginosi che sgorgano da macigni serrati con una portata di ben 4.000 l. al dì: per riempire una tanica da 10 litri occorrerebbero appena 3 minuti! L'acqua e la tanica avevano creato negli anni '70-'80 un connubio perfetto per Giacomino " la Centrella " Liberatore, accompagnatore e massaggiatore ufficiale del Capracotta Calcio: il ferro dell'acqua leniva i crampi, il suo magnesio era ideale contro i mal di pancia e lo zolfo di quell'acqua, tra inalazione e successiva bevuta, migliorava la respirazione e dava refrigerio. Insomma, l'acqua che fuoriusciva dalla tanica di Giacomino era - permettetemi l'uso dell'inglese - naturally multitasking . Il paradosso dei "sassi" di Capracotta è che sono vivi! Basta smuovere un po' di terra che eccoli spuntare, quasi fossero stanchi di farsi proteggersi dal terreno, che non appena vedono il sole si comportano come piante: le loro punte si stagliano verso l'alto per captare la luce e il calore. Tra la pietra "viva" che impreziosisce l'acqua sgorgante e la pietra "morta" che impreziosisce un anello, voi quale preferite? Filippo Di Tella
- La vita comincia a 40 anni!
8 settembre 2017: appuntamento a cena per festeggiare i 40 anni! Che agitazione: dopo un pomeriggio di preparativi, arrivo la sera al ristorante "L'Elfo" per l'evento. – Da quanto tempo non ci vediamo; cosa fai, lavori? Ci siamo fatti vecchi! Un po' di nostalgia coglie la mia mente e intanto qualcuno fa l'appello dei presenti e degli assenti. C'è chi mostra le foto della festa dei 18 anni (è passato un po' di tempo da allora), qualcuno pensa solo a mangiare e qualcun altro, con la testa, è già alla prossima cena dei 50 anni. Ecco arrivare la torta: soffice, decorata e con il memorabile 40, mentre l'emozione viene incorniciata nelle foto ricordo. Dulcis in fundo non può mancare la ciliegina sulla torta: una maglietta blu con la scritta bianca "LA VITA COMINCIA A 40 ANNI". Beh, questa è un'altra storia. Marinella Sammarone
- Memoria dell'arciprete curato di Capracotta
Beatissimo Padre, la Chiesa di Capracotta, Diocesi di Trivento, sotto il titolo della Vergine Assunta, ha da tempo remoto il Parroco colla denominazione di Arciprete, attualmente di nomina Regia. Piacque a quella Università, e ad altre Corporazioni morali ivi esistenti assegnare, e donare con istrumento del 1755 rendite, e censi a detta Chiesa per lo mantenimento di dodeci Ecclesiastici, i quali vi avessero dovuto prestare servizio divino, come si trattasse , o sia a somiglianza di Chiesa Collegiata . In tal modo formossi una Chiesa Ricettizia numerata: i di cui Statuti vennero confermati dall'Ordinario Ecclesiastico, e dalla Regia Potestà sotto le date de' 9 settembre 1783 e 21 febbraio 1786. E laddove secondo l'antica disciplina Ecclesiastica del Regno, anteriormente al Breve Impensa del sommo Pontefice Pio VII nelle Chiese Ricettizie Curate non vi era beneficio Curato con fondazione, ed erezione in titolo, e né Parroco titolare , proprietario , e perpetuo investito secondo le forme canoniche; ed invere la Cura abituale, ed attuale risedeva presso tutto il ceto de' partecipanti, con un vicario ad hoc faciente parte di esso corpo, eletto dal corpo medesimo, ed approvato dall'Ordinario; talché così fatto Vicario Curato, comunque solesse pure assumere il nome di Rettore, o Priore, o Parroco, tale non era in sostanza, ma non più che uno de' partecipanti medesimi, perché senza titolo canonico, e senza corrispondenti Bolle d'istituzione, nella Chiesa di che si tratta, l'Arcipretura preesistente allo stabilimento di Ricettizia, ritenne come ab antico la natura, e la qualifica di beneficio Curato , e sempre provvedibile, giusta il prescritto de' Canoni, colla correspettiva istituzione del predetto Ordinario Diocesano; come si è costantemente praticato in tutte le contingenze delle sussecutive vacanze: e senza che presso i partecipanti novellamente aggregati si fosse trasfuso o in habitu o in actu l'esercizio della Cura, rimasto ex integro presso l'antico titolare. Da qui è, che detti partecipanti, per essere abilitati a confessare, hanno dovuto sempre esser muniti, al pari di tutti gli altri confessori semplici, della corrispondente pagella , temporanea, e rivocabile ad nutum Ordinarii . Così procedette la cosa fino allo scorso anno 1852 quando quel Monsignor Vescovo, in vista del succennato Breve Impensa , e delle analoghe Istruzioni stabilite dalla Commissione de' Vescovi sotto la presidenza di Monsignor Nunzio Apostolico, e munite di Regio beneplacito (sotto la data de' 18 novembre 1822), giustamente si avvisò nella sua coscienza, che la Ricettizia in parola di Capracotta non dovesse con ulterore ritardo mantenersi nello stato di anomalia. E però, disteso all'uopo il piano di Ricettizia numerata, e prelevatane la congrua dell'Arciprete Curato ne' termini delle menzionate Istruzioni, stabiliva in ragione del dippiù della rendita un corrispondente numero di participazioni in maggiori, e minori. Siffatto piano approvato dalla prelodata Commissione de' Vescovi, presidente Monsignor Nunzio, ebbe pure la conferma per parte del Reale Governo. E quando l'Ordinario occupavasi per l'esecuzione del piano in discorso, i partecipanti, come sopra, della Chiesa anzidetta affacciarono pretensioni, e produssero reclami avverso tal piano, nel senso che la Chiesa di Capracotta era Collegiata, e non semplice Chiesa Ricettizia. Interpellato all'oggetto il prefato Vescovo diocesano da S. E. R. Monsignor Nunzio Apostolico, quegli non mancò di far rilevare, che la pretensione di Collegiata era affatto insussistente; dal perché quella Chiesa non aveva né titolo, né possesso come tale: che non era stata volontà, o condizione espressa de' dotanti col di sopra nominato istrumento del 1755 che avesse dovuto canonicamente erigersi in Collegiale: che gli Statuti, con i quali regolavasi detta Chiesa confermati, come si è accennato, dal potere Regio, non la qualificavano, che semplice Chiesa Ricettizia: e che infine il Reale Governo, nella piena conoscenza di essere tal Chiesa dell'espressata categoria (val dire non più che Ricettizia), fin dal 1842 aveva dichiarato all'Ordinario, che si fosse occupato per l’esecuzione del citato Breve Impensa . Vedutisi essi Partecipanti dalla parte del torto, hanno fatto nuova istanza per riconoscersi per l'avvenire essa Chiesa come Collegiata, a titolo di sanatoria, o in altro miglior modo per l'Autorità, e per grazia della Santa Sede. Interloquito l'Ordinario su questa nuova istanza, ha portato avviso, che poteva il Clero anzidetto godere per l'avvenire di tal privilegio di Collegiale per Benigna concessione Apostolica. In pari tempo ha soggiunto che la rendita di esso Clero sommava annui docati 1.300. In cosiffatta posizione di cose l'Arciprete, come sopra, non potendo in modo alcuno concorrere, al menomo pregiudizio de' dritti Parocchiali, i quali nella loro integrità, e nella pienezza di esercizio intende di la[...] scrupolosamente ai suoi successori, non si rimane dall'umiliare alla Santità Vostra, che nella cifra della rendita, espressa nel rincontro del prelodato Ordinario è corso un equivoco di moltissimo momento, e considerazione. In fatti nello stabilimento del piano nel caduto anno 1852 (come qui avanti) in Ricettizia, esso Monsignor Vescovo calcolò tutta la massa della rendita del ripetuto Clero in docati 691:76; il quale piano fu ritenuto, e confermato dalla Commissione de' Vescovi (presidente Monsignor Nunzio Apostolico) e dalla Regià Autorità. Nel mentre ora nella identica esistenza di entrata, senza alcun successivo incremento per nuovi acquisti, o altro che, tale rendita si è portata pressoché al doppio, o sia a docati 1.300. E qui gli è debito di rassegnare alla Santità Vostra, che per allargarsi così fatta cifra, vi sono stati compresi, non senza esagerazione, anzi con ispeciosissima iperbole, i dritti Parrochiali (ed aggiungasi avventizii ), o di privativa dell'Arciprete, o ne' quali vi rappresenta a titolo di precapienza. E che sia così. A norma delle menzionate Legali Istruzioni per le Chiese Ricettizie, i dritti de' Parrochi vengono determinati nel seguente modo. Art. 18: «I diritti parrocchiali minori, detto anche di stola bianca, e nera , si divideranno in due parti eguali, delle quali una ne prenderà il Parroco, ed un'altra si dividerà tra tutt'i partecipanti». Art. 19: «Nelle associazioni de' cadaveri il Parroco, quando intervenga, o per se stesso, o per mezzo di altri, che faccia le di lui veci, prenderà sempre una porzione doppia». Dippiù «sono riservati ai soli Parrochi, che sono i custodi risponsabili de' libri parrocchiali, i diritti di tutto ciò che se n'estrae, come fedi di battesimo, matrimonio, morte, ecc.; come pure spettano ai soli Parrochi i dritti che si ricavano dagli atti preventivi al matrimonio, come fedi di pubblicazioni, stato libero, verifica di dispense Apostoliche ecc. incumbendo ad essi soli il travaglio, che dai cennati atti deriva». Si aggiunga, che nella formazione del piano di Ricettizia, come sopra, nel 1852 dalla menzionata rendita di docati 691:76, erasi prelevata, secondo le ripetute Istruzioni legislative, il supplemento di congrua per l'Arciprete Curato in ducati 112. Cosiffatti dritti, e tale supplemento di congrua sono stati confusi nell'ultima cifra elevata a ducati 1.300; talché l'Arcipretura curata, nel volersi da quel Clero il privilegio di che è parola, in Collegiata , rimarrebbe senza il supplemento di congrua, e spogliata affatto de' dritti avventizii , che le competono, giusta le prefate istruzioni. Il rassegnante non saprebbe non applaudire alla graziosa concessione del prefato privilegio; ma non ha potuto astenersi per i sacri obblighi della carica, che cuopre, di rappresentare alla Santità Vostra il vero stato della cosa. In vista di che La supplica, affinché si benigni a voler prendere in considerazione le cose dedotte, per la integrità, e per la conservazione de' dritti Parrocchiali: ed ove si degnasse Vostra Beatitudine di annuire alla grazia di erigersi essa Chiesa di Capracotta in Collegiata, sia insieme della di lei Benignità di disporre, che tal grazia subisca l'effetto, prelevato anteriormente dalla rendita vera di detta Chiesa detto supplemento di congrua per l'Arcipretura curata in ducati 112, giusta il surriferito piano del 1852, e salvi, ed invertibili i dritti Parrocchiali come sopra. Tanto spera dalla Santità Vostra, nel mentre genuflesso, e prostrato Le bacia il piede. Agostino Bonanotte Fonte: A. Bonanotte, Memoria dell'arciprete curato di Capracotta diocesi di Trivento , Capracotta 1853.
























