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  • I sintomi della febbre americana

    Della febbre americana si riscontrano i segni, i sintomi direi quasi, attraverso tutto il paese. Fin negli spilli da balia, che qua si chiamano "americani"! Giù per un viottolo dirupato di Scontrone, sulla soglia di una casa per un momento incustodita, giaceva una di quelle valigie di tela grigio-azzurra con borchie e cinghie di cuoio, che ogni operaio nomade possiede quando sta di là dal mare; alla stazione di Pettorano due donne - collana d'oro al collo e fazzoletto fiorito in capo - paragonavano le rispettive calzature; una diceva: – Mo' vedi, con queste scarpe americane... Guardai: un dollaro e novantotto, garantito. Verificai, attaccando discorso: proprio così: comprate a Rete Granita (Red Granite, Michigan). Su per la via di Palena, l'auriga alla cui bestiola affidai le mie sorti, l'apostrofava in inglese: – Git up, Charlie, git up! Era stato in Pensilvania due anni, in quella Pensilvania che naturalmente è tanto meglio dei tre Abruzzi... A Rivisondoli, dove la nuova chiesa si costruisce in gran parte con oblazioni americane, chiesi a un bamboccio tant'alto se sapeva indicarmi la casa dell'arciprete (dalla cui cortesia volevo ed ebbi interessanti notizie circa alla distribuzione delle sue pecorelle oltre mare); e il bamboccio, duro, mi rispose: – Yes. "Yes" rispondono senza esitare, come ignorassero assolutamente l'esistenza d'un "sì" il cinquanta e forse il settantacinque per cento delle persone a cui fra Avezzano ed Alfedena vi capita di rivolgere la parola. E son pochi quelli che non vi capiscono se parlate inglese; quanti esattamente? Non so; meno certo di quelli che non vi capiscono se parlate in puro italiano. Ricordo una sera, vigilia di fiera a Castel di Sangro. Su un carro, al lume della luna, arrivano donne da San Donato, da Pizzone, da Montenero: una folla di maniche bianche o di denti bianchi: di labbra rosse o di panni rossi: di occhi neri e di gonnelle nere, luci di collane sfuggite ai crogioli dell'East Side e di Market Street: luci di sorrisi, sotto la luna radiosa d'Abruzzo, nella tristezza americana non disimparati. Vanno alla gran fiera che cade fra i Santi ed i Morti, venute su quel loro plaustro ancora latino per le lunghe vie bianche fra i coloriti monti. Venute col sole: si fermano ora che là verso Capracotta sale la luna, la gran luna bionda, lattea, pallida, opalina, che vela di agreste dolcezza il mondo. E nella gran dolcezza autunnale di che il cielo consola i campi che non han più grano, le viti che non han più vino, i prati che rassegnatamente aspettano la neve: nella gran dolcezza italica vespertina fra un tinnir lontano di campanello (si attendano le greggi che vanno in Puglia: le pecorine emigrano anche loro) e il vicino latrar di un cane da pastore, festoso morbido e bianco, suona secco o stridente alla nostra italiana domanda l'americano yes , il yes della fattoria , il yes del bordo , il yes dello sweat-shop . E l'eco d'un sì, che passa nel vento? Non ci badate: son cose là, dei tempi di Dante... Reduci dal lungo esilio, han ripreso per forza l'antico vestire: ma l'antico eloquio, l'anima antica non la ritrovano più. Infatti un'altra cosa e strana, che già in America avevo notato, anche qui mi colpisce. Finché vi parla in dialetto o in italiano, questa gente conserva tutte le ingenue arcaiche tradizionali forme dell'indigena cortesia: voi siete signoria, e vi ringraziano della domanda, coll'inchino all'uso d'un tempo... Fate che al nativo parlare si sostituisca pur una parola straniera: quell'attitudine rispettosa scompare e diventa quasi insolente. Perché agli schiavi del boss del bordo , della sciabola , agli iloti delle tracche , alle vittime delle miniere, ai reclusi del peonage , agli sfruttati dai padroni , ai krumiri di tutti gli scioperi, ai dagos di tutti i citizens , l'America ha detto, col club del poliziotto e colla rivoltella del foreman , con l'asprezza del boss e coll'infortunio sul lavoro, col caso Maiorano e cogli unlicensed tenements , che essa è la terra dell'uguaglianza e la terra della libertà: loro ci credono, lo ripetono e lo applicano, a modo loro. Amy Allemand Bernardy Fonte: A. A. Bernardy, Italia randagia attraverso gli Stati Uniti , Bocca, Torino 1913.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fontana delle Farfalle

    Il Giardino della Flora appenninica di Capracotta è un orto botanico naturale realizzato nel 1963 grazie all'idea progettuale di Valerio Giacomini, che incontrò il favore della giunta comunale di allora, guidata da Carmine Di Ianni: un esempio di good practice  che è piuttosto difficile rinvenire nel tessuto politico-amministrativo odierno. Nel Giardino esistono due fontane di recente costruzione molto belle dal punto di vista estetico ma allo stato attuale è possibile ammirarne soltanto una, giacché l'altra è in restauro. La Fontana delle Farfalle, quella funzionante, è un manufatto in pietra da cui sgorga l'acqua del serbatoio di Monte Ciglione. Il suo fontanile, vieppiù, ha conosciuto due forme. La prima era costituita da un pianale in legno appoggiato su rocce sparse con una piccola cannella che fuoriusciva da un grosso tronco. L'attuale forma, invece, realizzata da Lucio Carnevale e Michele Monaco, è quella di un fontanino in pietra cementata dove, tanto il piatto quanto lo schienale, sono del medesimo materiale. Il minimo comune denominatore è che, oltre alle limpide acque, ci si inebria di lavanda ( Lavandula ) tutt'intorno. Inoltre, come ricorda il nome, il periodo migliore per osservare le farfalle è sicuramente luglio. Le farfalle svolazzano soprattutto quando fa caldo e il sole splende, ma se fa troppo caldo, si ritirano all'ombra o tra i cespugli. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • La falegnameria di Walter Di Rienzo

    Il cammino della Falegnameria "Walter Di Rienzo" comincia nel 1964 quando Costantino Di Rienzo inizia il suo percorso lavorativo in una delle più rinomate falegnamerie di Capracotta, seguito dai "mastri falegnami" che severamente insegnavano il mestiere a giovani e selezionati apprendisti. Sono passati 50 anni e la passione, la cura nel creare mobili e oggetti in legno, l'esperienza nello scegliere materie prime di categoria superiore, sono ancora intatte e tramandate nel 2003 a Walter che prosegue il cammino del padre con uno sguardo al futuro, affiancando alla tradizione anche la continua innovazione fatta di macchinari moderni e tecniche all'avanguardia, per offrire sempre un prodotto all'altezza delle aspettative. Niente viene lasciato al caso o all'improvvisazione; tutti i prodotti, siano essi portoni o finestre, armadi o cucine, cristalliere rustiche o portafiori, vengono progettati e realizzati su misura, al momento, partendo dall'idea e dalle esigenze del cliente, i materiali, il colore, la distribuzione dei vani, gli elettrodomestici, tutto può essere selezionato tra centinaia di modelli che si integreranno perfettamente con l'arredamento preesistente. La nostra azienda si trova a Capracotta, piccolo paese in provincia di Isernia, nell'Alto Molise, a 1.421 metri sul livello del mare. Paese turistico noto soprattutto per le forti nevicate, il clima rigido, gli impianti sciistici e per il dolce clima estivo. Circondato da pascoli e boschi di faggio e abete, il paese sovrasta la valle del Sangro che segna il confine con il vicino Abruzzo. Dall'altra parte della vallata ci sono le montagne di Roccaraso, Rivisondoli e Pescocostanzo, tanto care agli sciatori del centro-sud Italia. L'artigianato, il commercio ed il turismo sono da sempre state le colonne portanti dell'economia del nostro paese. Ramai, scalpellini e fabbri insieme ai falegnami, hanno caratterizzato fino a qualche decennio fa, il tessuto produttivo di Capracotta e dei paesi vicini. Ada Di Rienzo Fonte: http://www.walterdirienzo.it/ .

  • La campagna, i monti, i boschi

    La Guardata Di primo mattino, quando il sole comincia ad indorarla, la Guardata appare in tutta la sua rude e semplice bellezza. Al centro, dalle pendici di Monte Campo fino al fu Tirassegno nuovo, sotto al campo sportivo, la zona dei macigni, i "cantoni", staccatisi dal monte e precipitati a valle in chi sa quale remota epoca geologica. La loro ombra, alla luce radente del sole del mattino, si proietta bruna sui rovi e sulle erbe. A sinistra la grande macchia di pruni, cespugli, arbusti. A destra la verde distesa, con pochi arbusti e molti cardi, adatta ai pascoli, tutta a groppe, a valloncelli, le cui prode a maggio si ricoprono di cespi di primule, di viole, di ranuncoli. La Guardata d'inverno per i ragazzi di San Giovanni s'identificava con il Colle Liscio, una grande groppa rasa, sotto al serbatoio, dove essi convenivano nelle ore pomeridiane per farsi quattro sciate con quei loro sci arrangiati. Si facevano le ossa. Quando il tempo era a scirocco, battevano la pista uno a fianco all'altro, con gli sci a spina di pesce. A primavera se ne andavano al Lago della Vecchia, un minuscolo stagno, sopra a Colle Liscio. Si contentavano di ascoltare, stesi sull'erba, il monotono gracidìo delle rane e quando queste non ne volevano sapere, giocavano a rimbalzello. Per la festa del Corpus Domini, le ragazze sfarfallavano per la guardata in cerca di fiori. Sui cigli dei fossi e lungo i sentieri erbosi era tutto uno sfarzo di colori e un sentore di profumi: primule, campanule, viole, mammole, margherite. La Guardata risuonava di grida gioiose. Le ragazze più grandi se ne andavano con Lucia di Milione sopra alla Vacchereccia in cerca di timo, menta, lavanda ed altre piante aromatiche, da buttare per le vie del paese, insieme ai fiori, davanti alla processione. Nei lunghi pomeriggi d'estate la Guardata era tutta un tripudio di luce calda e intensa. I ragazzi battevano accaldati i vecchi sentieri pieni di ciottoli, che si inerpicavano in mezzo ai cespugli ricoperti di ragnatele argentee e bozzoli d’insetti. Il silenzio pomeridiano era rotto dal ronzio sordo degli insetti, dal trillo di qualche fringuello e dallo scampanio delle mandre lontane, al pascolo. Oggetto delle escursioni, oltre naturalmente il girovagare fine a se stesso proprio dei ragazzi, era la ricerca dei "ravascini". Da lontano si distinguevano i caratteristici rovi con le foglie verde chiaro dai lobi frastagliati, sui quali occhieggiavano, color giallo arancione, le ricercate bacche. Al rientro era d'obbligo una sosta alla Fonte Bricciaia, la fonte per eccellenza, quella che racchiudeva in sé tutte le nascoste bellezze delle sorgive di campagna. Il chioccolìo lieve dell'acqua ne annunciava la presenza. I cercatori, madidi di sudore, affrettavano il passo gareggiando a chi arrivasse prima. I ravascini erano messi al bagno non tanto per nettarli della polvere, quanto per avere il piacere ai degustarli freschi, bagnati. Altra sosta obbligata un po' più giù, al "Cantone grosso", il maggiore dei macigni della Guardata e il più familiare. Andare sul Cantone, comportava una piccola arrampicata dalla parte superiore, quella più accessibile, e una scalata più impegnativa dalla parte inferiore. Tutti però ci tenevano a salire sopra per godersi da lassù il panorama; sdraiati in un piccolo anfratto della roccia, a forma di cuna. Escursione a Monte Campo Assistere d'estate alla levata del sole da Monte Campo era un appuntamento esaltante, a cui nessuno voleva rinunciare. Si parte di buon'ora. La giornata si annuncia buona. È ancora buio, ma è piacevole camminare, mentre il paese dorme, all'aria frizzante della notte che cade. La comitiva giunge sulla schiena del monte mentre albeggia. Nel chiarore ancora incerto si procede verso la cima con circospezione per non infilare i piedi nelle fenditure intorno ai grossi lastroni di roccia, bucherellati come enormi spugne, dall'aspetto così caratteristico e inconsueto. Le cime dei faggi sussurrano lievemente al soffio dei venti antelucani, che mettono qualche brivido addosso. Giunti sulla cima, presso la Croce, in attesa che il sole sorga, si va alla ricerca di un anfratto nella roccia, che faccia da riparo al soffio pungente del vento. Passa una buona mezz'ora. L'orizzonte ad oriente si tinge di rosa. Lunghe e sottili strisce di nuvole basse cominciano a colorarsi, si incendiano. Poi, dal punto dove sta per sorgere il sole si apre a ventaglio nel cielo una fantasmagorica raggiera color dell'aurora, e, finalmente, dalla linea netta e pura del mare lontano, spunta un segmento purpureo del disco solare. Man mano che il disco ingrandisce, i toni rosso brace si attenuano e i raggi si fondono nella luce, ora dorata, del cielo del mattino. Il vento cessa; l'aria comincia a riscaldarsi. Uno sguardo all'intorno, prima di proseguire. Ampio e maestoso il panorama. Intorno inintorno, in una gamma di colori dal grigio al ceruleo, al bruno, al viola, monti e monti, dal profilo ben stagliato nello smalto dell'azzurro. Qua e là nelle vallate e sui monti stessi, paesi e casolari sparsi. Più vicino, il verde cupo delle abetaie e quello chiaro delle faggete. Un silenzio profondo avvolge le cose. Non c'è nei dintorni del paese un altro posto che susciti sensazioni forti e esaltanti come questo. Nel contatto con una realtà ancora integra che non ha subito oltraggi da parte dell’uomo e che conserva, ben visibili, le impronte delle antiche stagioni, pare veramente di ritornare alle origini. Il sentimento della natura primigenia raffiora da chi sa quali ancestrali profondità della coscienza. Si parte. Si scende dal versante opposto. Ci sono delle pareti rocciose, a picco, che devono essere discese con grande prudenza. Giù uno alla volta. Tutto procede bene: neppure un graffio. Ma per il binocolo di Papàcienzo, prestato con mille raccomandazioni, è suonata l'ora. Lo zaino, in cui esso è contenuto, è d'impiccio per la discesa, per cui si pensa di passarlo, a volo, al primo della comitiva, che è già sceso. – Butta giù lo zaino: lo prendo io...! – C'è dentro il binocolo! Attento! – Dai, butta...! Lo zaino viene lanciato e finisce su uno spigolo della roccia. Il binocolo di Papàcienzo conchiude così, miseramente e immaturamente, la sua lunga carriera di dispensatore di splendide visioni, non soltanto paesaggistiche. Si scende di roccia in roccia a lume di naso, con l'animo teso. Poi, quando l'ultimo ostacolo è superato e s'intravede il pendio boscoso, un respiro di sollievo da parte di tutti. Ora c'è la ripida china, che viene percorsa a scivolo, su uno strato di foglie secche, sorreggendosi ai rami degli alberi per frenare l'accelerazione. Finalmente giù. Ecco la Fonte Carovilli tra i vecchi faggi e il tappeto erboso, umido e fresco. Lunga sosta per la colazione. Prato Gentile Si va a Prato Gentile per il comodo sentiero ombroso. All'uscita ci si trova davanti al vasto pianoro erboso, quasi circolare, inondato dal sole. Dalla cima del Campo sembrava poco più che un fazzoletto. L'erba di un verde brillante, macchiata del giallo dei ranuncoli, ondeggia al soffio del vento. Silenzio e solitudine intorno. Si ode solo il gorgheggio delle cince tra i faggi. In quelle stagioni vi passavano solo i boscaioli, quando c'era il taglio, le donne che andavano per fascine e, naturalmente, Lucia di Milione quando andava per funghi. Mentre cammini nell'erba soffice, t’imbevi d’aria pura e di sole. Anche qui, come a Monte Campo, ti senti vicino a madre natura: ne avverti i palpiti segreti e ti senti immerso nella gran pace che da essa promana. Monte Capraro Antonino Ianiro, l'animatore delle gite antelucane di Monte Campo, che veniva a svegliarti alle tre di notte, cosa direbbe se si tacesse di quelle, non così mattiniere ma pur sempre esaltanti di Monte Capraro, il monte che sta dalla sua parte? Spostiamoci perciò a ponente, a Monte Capraro appunto. Monte Capraro, più familiarmente il Monte, fa in un certo senso da contrappunto alla rude bellezza di Monte Campo. Qui le linee sono più distese, più morbide; il profilo del Monte si staglia nel cielo con contorni nitidi, rasi, se così si può dire. Le scabrosità rocciose, numerose anche qui, scompaiono nel folto della vegetazione. Salendo dallo scalo ferroviario, si nota come il Monte affondi le sue propaggini nella valle del Sangro e assuma perciò un aspetto ancora più imponente. Negli anni ricordati, "Sotto al Monte" era la meta preferita delle gite, che altrove chiamerebbero "fuori porta". Passeggiate domenicali, a cui partecipavano gruppi familiari e comitive di giovani e ragazzi. Un’espressione, "Sotto al Monte", ricca di senso affettivo, che era penetrata dentro, nella propria in pogteriorità, più significante di altre, come, ad esempio, quella, pure così familiare, di "In cima al Campo": ciò perché forse di sapore più intrinseco. Eccoci al bivio, l'"Innesto". Dopo tre o quattro svolte siamo sotto al Monte. Allora la vecchia fontana di pietra ti veniva incontro, mormorando sommessamente, pronta ad offrirti un sorso d'acqua fresca. Le comitive si attestavano sotto ai faggi, che facevano corona alla fonte, sopra alla strada, e spandevano le loro salviette, sulle quali spiccava appetitosa, dorata, ancora tiepida, la frittata, piatto principale e difficilmente sostituibile, stanti i tempi. L'eco delle allegre risate risuonava nel bosco. Qualche gruppo si addentrava fino alla Fonte della Staccia, qualche altro andava in cerca, non sempre con esito positivo, della Fonte Nascosta. La Piana Dall'Innesto parte una mulattiera che s'inerpica verso la sommità del Monte, costeggiando a destra il bosco e lasciandosi a sinistra il declivio erboso dell'"Addiaccio della Vorraina", l'altra grande distesa a pascolo, dopo la Guardata. La via, al margine superiore della radura, si inoltra nella foresta, s'impenna per un buon tratto e perviene ad uno slargo ondulato, la piccola "Piana". Qui c'era una vena d'acqua, raccolta fra tre pietre grigie, che Antonino si ostinava a chiamare la Fonte della Piana. Il sentiero si ramifica. Il ramo centrale, che scompare a tratti sotto una spessa coltre di foglie secche, snodandosi agevolmente tra i grandi faggi, porta ad una vasta radura in lieve pendenza. È la Piana del Monte. Le fanno cerchia, da tre lati, grossi picchi rocciosi. Alcuni di essi, i più imponenti, sul lato sinistro, un po' sotto alla cima, sembrano torrioni e con tale nome vengono chiamati. Grosse striature grigio arancione conferiscono loro l'aspetto ancor più ragguardevole. I rami lunghi e frondosi dei faggi stormiscono lievemente intorno intorno. Fra le rocce spuntano le pianticine verde chiaro dei lamponi, i cui frutti color granata ridono da sotto alle foglie, ammiccando. Il luogo è assai pittoresco. Una grande quiete regna sulle cose. Il panorama che si domina dalla sommità dei torrioni è, sotto certi aspetti, ancora più spettacolare di quello che si gode dalla croce del Campo. Sullo sfondo, a sudovest, si stagliano, grigio cerulee, le Mainarde. Più a occidente si levano i Monti della Meta, in una tonalità di colori che vanno dal verde scuro dei fianchi al cenere, al bianco delle rocce, su verso le cime, che sembrano nevai: danno l'idea di un grande tendaggio sospeso. Giù nella valle c'è Monte Miglio, come un grosso felino accovacciato, e la verde distesa della foresta di Montedimezzo. Ripercorriamo il sentiero a ritroso. Alla piccola Piana, deviamo seguendo la traccia che mena al "Calaturo dei buoi", l'antico passaggio degli armenti all'abbeverata. Scende sopra alle Fonticelle, percorrendo una gola ombrosa e pittoresca e sporgendosi in qualche tratto su alti dirupi rocciosi. La Crocetta Raggiungiamo la Crocetta. È un'altra bella radura piena di verde, a selletta, a cavallo dei due versanti, di cui l'uno, quello occidentale, si sporge sul bosco dell'Ospedaletto. Qui, presso la Croce, un anziano pastore, mentre pascolava il gregge col figlio giovinetto, fu assalito dal lupo, che gli si avventò addosso, addentandogli il naso. Il pastore, svelto, ficcò il gomito nelle fauci della belva per immobilizzargli le mandibole, mentre il figlio, incitato dal padre ( « Mena, tata, mena » ), lo colpiva a randellate, stordendolo, fino e fargli mollare la presa e a metterlo in fuga. Da questo punto si potrebbe andare all'acquasantiera, su all'eremo di San Giovanni, costeggiando la cresta del Monte, percorso arduo ma breve, oppure seguendo il sentiero nel bosco, le cui tracce però si sono pressoché dileguate. L'escursione è rimandata ad una prossima volta, anche perché si sta facendo tardi. Vallesorda Preferiamo fare un salto alle mura ciclopiche, a poca distanza. Un comodo sentiero porta alla cima di Vallesorda, dove è l'antica cerchia muraria. Grossi blocchi di pietra, collocati a secco l'uno sull'altro, costituiscono il grande recinto, a mezzo del quale si intravedono i resti dell'antica porta. A cosa realmente servisse è solo ipotizzabile: a recinto dei cavalli, come il nome di Cavallerizza fa supporre? O, a che altro? Un senso di mistero avvolge le cose e ti penetra dentro. Sopra a Monteforte Rieccoci alla Crocetta. Mentre si scende verso il versante opposto, si ammira un altro splendido panorama, assai vario e suggestivo. All'orizzonte, intorno intorno, catene di monti grigio-azzurri, tra i quali spicca, per la mole imponente, il massiccio del Matese. Più in dentro, altri monti, in cerchie digradanti, dai colori sfumati; ampie vallate verde chiaro, e poggi, molti poggi, alcuni boscosi, altri ricoperti da un manto erboso con pochi arbusti, simili a macchie: dall'alto sembrano enormi groppe. Si scende fin sopra ad una vasta spianata smaltata di verde più intenso: è il Prato di Monteforte. Guardando su, verso la cima di Vallesorda, si scorge una muraglia di grossi macigni, proprio sotto ai faggi, che forse costituiva il naturale prolungamento dell'antica cerchia muraria di Cavallerizza. Dietro un poggio scabro spunta un vecchio capanno, tutte di lastre di pietra murate a secco, con il tetto conico e un'apertura come uscio. È un rifugio di mandriani, che da tempo immemorabile conducono gli armenti fin quassù nei freschi e ricchi pascoli sopra a Monteforte. Attraverso un vecchio sentiero, le cui tracce tendono a dileguarsi, in parte costeggiante il declivio del Monte e in parte inoltrantesi nel bosco sottostante, si perviene ad una delle sorgenti più nascoste e più suggestive: la Fonte dell'Orso. Lunga sosta e poi ritorno sui propri passi, fin sulla Selletta. Si scende. Ci si ferma un momento alla fonte di Vallesorda, poco sotto al Coppo della Madonna. Si attraversa la strada e si sosta alla Fonte del Bacile, una polla sorgiva le cui acque si raccolgono in una piccola conca a forma di catino, dove oggi nessuno più si ferma, ma che allora era una delle mete preferite per le scampagnate, quelle vere. Fonticelle, addio! Sulla via del ritorno, sosta alle Fonticelle. Le Fonticelle! Così care ai ragazzi di Sant'Antonio, che ne vantavano la bellezza, dicendo ai sangiovannari: « Vù tenéte la fonte Vrecciàra e nu tenéme le Funtecélle! ». Vi venivano i ragazzi in cerca di ravascini, i cui rovi si nascondevano fra le altre piante, sopra alla fonte, andando su verso il bosco. I ragazzi, prima di rientrare, sostavano, seduti sulla spalletta della fonte, in faccia al paese, a lungo trastullandosi con l'acqua. Era la fonte che con il suo chioccolìo sommesso dava il benvenuto a coloro che rientravano in paese, venendo da Staffoli; cara a tutti, perciò. Dove sono ora le Fonticelle? Per far largo alla strada, la fontana si è tirata doverosamente indietro, si e fatta umilmente da parte. Là dove oggi si trova, in fondo allo slargo, sulla destra, in disparte, come un nobile decaduto dall'aria dimessa e malinconica, muta, non dice proprio più niente a nessuno. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria , a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Capracotta e capracottesi, binomio di cose buone

    Tantissimi tra Comuni e cittadini molisani meritevoli delle luci della ribalta, con un posto sul podio che spetta senz'altro a Capracotta (1.421 metri di altitudine) e ai capracottesi (837 abitanti dal censimento del 2019, ma nel periodo più che raddoppiati) per quanto di seguito si scriverà. Diversi i personaggi particolari che vi vivono e tra questi segnaliamo oggi Lucio Musacchio, 50 anni all'incirca, « l'uomo dei semi e dei frutti » com'è stato definito da chi lo conosce. A dirne non sarà il cronista, bensì un'amica: È quello che quando ha tempo ripara i muri a secco che incontra nelle sue passeggiate è quello che conosce le erbe dei suoi monti. Mani poco fini le sue, ma sempre delicate e pronte a cogliere i frutti della sua terra, Capracotta. Vive in simbiosi col territorio, col concetto delle stagioni, della natura che si rinnova e che cambia veste e prodotti. Ne fa uso quotidiano nei piatti del suo ristorante e ne sottolinea peculiarità e sapori. Ha vissuto in giro per il mondo fino ad appendere "le scarpe al chiodo", mettendo su famiglia a Capracotta. È l'uomo che vuole le farine di grani antichi per i suoi preparati, la Senatore Cappelli per il suo pane, la Solina (grano in uso nell'Italia meridionale da sempre), la Saragolla, la Germanella e l'Agostinello per le sue polente. Quindi le erbe: la predilezione per l'ortica per risotti e contorni, la polvere della stessa da unire a pizze o pane, piatti a base di erbe spontanee con lavorazioni classiche nei ricordi dei vecchi e della storia locale. Erbe da poco, da conquistare nelle lunghe passeggiate e stando ben attenti a non cogliere la parte femminile per garantire la riproduzione. Una vita, la sua, spesa al riconoscimento delle erbe da campo, alla sperimentazione in cucina, alla tutela del territorio, perché l'uomo sia custode della natura, senza violarla, senza irretirla, bensì servirla. Dal che la conservazione della rosa canina per cicche marmellate e bacche di ogni tipo ed aglio orsino per le saporitissime bruschette. Trasformazione cioè dei "prodotti del sole" in "prodotti di consumo". Lucio Musacchio... una questione di semplice stile, e Capracotta, tempio della natura preziosa. Tonino Atella Fonte: https://www.molisenetwork.net/ , 18 agosto 2020.

  • Le Vespe in ritiro allo "Iacovone" di Capracotta

    Se anni fa era impensabile una cosa del genere, oggi è realtà. La Juve Stabia ha fatto la seconda parte del proprio ritiro, dal 15 al 22 luglio, a Capracotta. Quest'anno gli uomini di mister Pagliuca sono stati protagonisti di un campionato ai limiti della perfezione, vincendo il girone C di Serie C, con 79 punti e un vantaggio di 10 sull'Avellino, e conquistando così la promozione diretta in Serie B. In questi giorni ho avuto modo di ascoltare l'intervista del mister delle Vespe, Guido Pagliuca, restandone piacevolmente colpito: Siamo venuti in un posto bellissimo, in un campo e in un ambiente spettacolare! Qui a Capracotta ci hanno accolto benissimo, quindi ci tengo a ringraziare l'amministrazione comunale di Capracotta e tutte le persone che lavorano al campo. Perché è un campo bellissimo, dove c'è tanta manutenzione, e cura, e questo a noi ci fa piacere. Ringrazio anche la città, perché è stata molto molto calorosa nei confronti dei giocatori, e anche dove alloggiamo sono molto disponibili. Questo rende il ritiro meno faticoso. ¹ Parole che fanno molto piacere, perché per l'ennesima volta ci dimostriamo un simbolo dell'accoglienza. Basti pensare allo striscione di benvenuto affisso a inizio paese, con palloncini gialloblù e la scritta "Capracotta dà il benvenuto alla Juve Stabia". Capracotta si è sempre contraddistinta per questi valori e deve continuare a farlo. Aria buona, pace, calore della gente e lavoro sodo. Sì, perché il campo sportivo "Erasmo Iacovone" ha tutte le carte in regola per diventare una vera e propria perla a livello nazionale, per quanto riguarda i ritiri estivi. Viviamo in un angolo di paradiso a livello paesaggistico e poche realtà vantano un prato con erba naturale, a 1.421 m s.l.m. Un sogno nel cassetto cullato per anni dalla nostra popolazione, che finalmente ha avuto la possibilità di dimostrare il valore del territorio e che vale la pena crederci. Inoltre, nel corso della prima amichevole sul terreno dell'"Erasmo Iacovone" contro la nostra rappresentativa locale, finita 18-0, ho notato questa serenità. Gli uomini di mister Pagliuca e quelli del nostro mister Potena, nonostante il divario tecnico, erano tutti felici. I primi per la tranquillità e la bellezza del posto, che distoglie la mente dalle pressioni, mentre i secondi gioivano dell'opportunità di potersi confrontare con giocatori di quel livello sul campo di casa. Da sottolineare la presenza dei tifosi della squadra campana, che hanno dimostrato un grande attaccamento ai colori gialloblù e hanno già stretto buoni rapporti con la nostra popolazione nel post partita. Nel corso dell'estate, inoltre, Capracotta ospiterà il ritiro della Turris, squadra militante nel campionato di Serie C, dal 25 luglio all'8 agosto. Gli uomini di mister Mirko Conte alloggeranno presso l'Hotel Conte Max, che in questi giorni sta ospitando la Juve Stabia. Per far capire quanto sia storica la cosa, basti pensare che l'ultimo ritiro tenutosi allo Iacovone risale al 2002, quando la Marcianise scelse il nostro paese come sede dei propri allenamenti estivi. Nestore Sammarone ¹ ViviCentro.it: https://www.facebook.com/share/r/o2WsNPGdSqAK2t4Q/ .

  • Maria, Una di noi

    Avevo sempre visto la Madonna come una creatura a metà tra cielo e terra, un qualcosa che non sapevo fino a che punto fosse in cielo e fino a quale punto fosse in terra. Qualcosa di svolazzante, di aereo e poco reale. Eppure mi sono domandato: "Se la Madonna è stata posta da Dio sulla strada della nostra salvezza, sulla strada della promessa, sulla strada della nostra sofferenza, della nostra ricerca, non deve essere distante la sua vicenda umana dalla nostra e allora possiamo dire, quasi con orgoglio, Maria di Nazaret è una di noi". Maria, la figlia di Anna e di Gioacchino, è persona storica ed insieme mistero. È piccolezza ma ha radici nell'Infinito. È sofferenza, ma vive nella beatitudine. Non è comprensibile se la isoliamo dal Cristo, e dalla storia della salvezza, ma contemporaneamente la perdiamo, se la recidiamo dalla concretezza della sua vita di donna vissuta a Nazaret 2008 anni fa. È importante comprendere la personalità storica della Vergine, perché essa sia radicata nell'umanità adamitica. Concretamente se vogliamo parlare della donna vestita di sole, coronata di stelle, bisogna anche studiare l'umile fanciulla di Nazaret modesta, nascosta, piena di fervore attento e silenzioso. Dobbiamo guardarci dal presentare solo ed unicamente i privilegi, trascurando la sua umanità storica. La Madonna è e resta una creatura e come tale ebbe un progresso nella vita dello spirito, ebbe un cammino duro e difficile, ebbe una progressiva comprensione dei misteri che in essa si realizzavano. È vero che per Lei parlare col Figlio era parlare con Dio. Ebbe i suoi dubbi, insomma essa come noi, camminò nella fede. Servire il Figlio era servire Dio, amare il Figlio era amare Dio, ma è pur vero che questo suo Figlio manifestò il suo piano di salvezza nel tempo, attraverso circostanze e fatti, talora imprevisti, attraverso sofferenze talora sconcertanti, attraverso avvenimenti che non sempre per Maria furono chiari. Questa realtà terrena, questa ricerca del mistero di Dio ci viene indicata nell'espressione, così scarna, ma anche così lapidaria di san Luca: « Maria non comprese e conservava tutto nel suo cuore » . Conservava per capire, conservava per approfondire, conservava per scoprire il velo del mistero. Questo suo conservare la parola di Dio, tradotto in termini più chiari vuol dire: meditava la parola, pregava la parola, era questo l'unico modo per penetrare il mistero del Figlio. Attraverso la preghiera Lei si rendeva solidale con Dio, ma anche con tutta la realtà terrena, che di Dio ne porta il segno. Credere in Dio presente nella mia preghiera significa far entrare in me tutto il suo pensiero, la sua volontà che si realizza nella creazione. Ma non basta fare entrare in me il disegno di Dio, bisogna desiderare di metterlo in pratica. E non sempre l'attuazione è facile, così come non fu facile per Maria. Non è facile perché questo disegno esige il dono di sé, solo chi è in posizione di dono è nella perfezione, è luce. Oggi si ama dire: essere disponibili; non basta, bisogna andare più avanti. Bisogna diventare dono, anche se è terribilmente difficile ed impegnativo. Il dono è espressione di amore incondizionato, mentre noi siamo più attratti della verità perché è più facile. Dobbiamo imparare da Maria: "Sia fatto di me secondo la tua volontà" e Dio divenne in Lei uno di noi. Lei accettò globalmente il piano della salvezza: accettò la sofferenza, come l'essere madre di un Figlio crocifisso, la solitudine come il rifiuto. In poche parole: non condizionò, non pose i se ed i ma... Fratelli non dobbiamo aver paura quando Dio chiama, ma non temere neppure quando tace. Non temiamo Dio che ci dà la gioia ma neppure quando ci chiama alla sofferenza. Dio è più grande della sua chiamata. Dio è più grande delle sue opere. Dio è più grande del bene che facciamo. Ciò che conta è camminare alla sua presenza ed essere certi che è Lui che ci conduce. Orlando Di Tella Fonte: O. Di Tella, Maria, Una di noi , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Ripalimosani, intitolata una strada a Italo Paglione nella zona industriale

    Una giornata storica per la "Paglione Italo e Figlio S.r.l.". Nel 19° anniversario dalla sua morte è stata intitolata al fondatore dell'azienda la via dove è situata l'attività, la cui denominazione passerà da "C.da Iontapede" a "Via Paglione Cav. Italo". Un giusto riconoscimento, grazie al Comune di Ripalimosani (CB), per chi è stato pioniere nel trasferire la sede nell'attuale zona industriale del paese alle porte di Campobasso nel lontano 1966. Un meritato riconoscimento a chi ha dedicato la propria vita alla famiglia e al lavoro fino agli ultimi momenti. Rivendicando sempre le sue origini altomolisane di Capracotta, il Cav. Italo Paglione ha condotto l'azienda di lubrificanti (dal 1954) e carburanti (dal 1967) con il figlio Claudio fino al successivo passaggio generazionale con i nipoti Federica ed Italo. Oggi la "Paglione Italo e Figlio S.r.l." festeggia i 70 anni di attività, una realtà molisana consolidata nel commercio di carburanti e lubrificanti. Italo Paglione Fonte: https://www.facebook.com/ , 23 luglio 2024.

  • In morte di S. M. Maria Cristina di Savoja (II)

    Le virtù dunque di una Sovrana sono, o Signori, virtù diffusive, le quali non che allettare consolano, e ad altri servono sovente d'imitazione e di esempio, e vieppiù degne di encomio sono le virtù della nostra adorata Regina, perché sublimi le rende la niuna ostentazione, né son disadorne di quella discrezione che le fa auguste, perché lacera il manto di vanità che non rade volte le avvolge. Religiosa e vera Cristiana la Regina Cristina tutta sentiva la nobiltà di un sì potente dono del Cielo, di cotal dono di verità. Né l'avversità l'invilisce, né la morte de' Genitori che di cordoglio la riempie le fa disperare l'ajuto che mano assai possente concede agli sventurati. Anima grande rispetta Ella gli altari, ma vi si prostra quando l'altrui sguardo non possa affissarla; e se il Vangelo l'è legge come l'è legge il precetto della Chiesa studiasi allorché vi si adagia e di sublimare lo spirito, e di essere ilare e giocosa quale si mostra chi in secreto coltiva pura fiamma religiosa. E di qual esempio non è così Cristina ai Grandi della terra? Veggano essi che vi ha una legge suprema cui fa d'uopo s'inchini ogni umana potenza, e veggano che vi ha chi penetra nel cuore di tutti, e su tutti il suo imperio esercitando dal basso all'alto gli agguaglia, ed alla sua presenza superna tutti gli chiama. Caritatevole come vera Cristiana era Maria Cristina la donna sensibile, che pronta accorre va all'altrui sventura. Di qui migliaja di bisognosi ricevon da lei vitale sostentamento, di là trova la vedova chi ne raccoglie le lagrime, ed in parte almeno addolcisce la doglia di perdita amara, ed un occhio indagatore la povertà raggiugnendo ovunque la si trovi e s'asconda, la incostanza della fortuna per opera di lei s'imbriglia, ché già di veste è ricoperto l'ingnudo, ed ogni bocca digiuna è di pane satolla. Ma ancora cotal virtù è celata all'altrui sguardo, né si conosce la mano che benefica, né al misero è dato il prostendersi al soggetto che ne sollecita la gratitudine, e riconoscenza. Oh santa, ed ineffabile virtù! E di qual considerazione non sei tu mai nell'ordine Sociale! Tu stringi in una sola famiglia uomini sconosciuti, e fai sì che l'uno all'altro si annodi in amorevole fratellanza. Tu sdegni l'ardente brama di ricchezze, ed abborri l'egoismo fatale ch'è l'indice della durezza e della insensibilità; e tu in fine il cuore sciogliendo alle più dolci emozioni, allevj il peso degl'infortunj, tristi compagni della misera vita... Ma fra tante virtù una ve n'ha che primeggia nella buona Cristina, e n'è del Regio Serto la gemma più preziosa. Perocché se buona parte degli uomini vive vita d'invidia e di disprezzo, e ne' desiderj straripa, e di ogni ostacolo si sdegna, e per insano orgoglio si offende per sino della superiorità di Dio; se altra massima parte onde aggrandire le qualità di cui vantasi, affievolisce, e reprime le qualità d'altrui, e sconosce ed adombra gli altrui meriti, e di cieca vanità alimentasi e si nudre, era Ella gentil donzella che pudica nasconde i suoi pregi, e sentesi piccola cosa, ed ammira, e lauda, e distilla mai sempre ingenuità, e naturalezza. Si è la modestia il più bello ornamento dell'animo, ed è cotesta virtù che forma il più grande elogio della illustre Eroina. Senza pretenzione a fianco del Trono Ella apprezza i savj divisamenti del Monarca, e solo l'è legge il di lui volere. Circondata da rapporti di famiglia e di sangue ama altrui e rispetta, né mai la punge avvelenato dardo di orgoglio. Ed in mezzo alla Corte ove non poche son ministre ai suoi bisogni, schiva Ella la vanità, e versa il tesoro in vece di sua amicizia in chi travede quel germe di virtù, che sovente il lusso e la grandezza soffoga. Quale presentimento, e quante speranze! I Re che sono la immagine di Dio su la terra trovano pur essi nel seno della famiglia le più care dolcezze. E se una virtuosa compagna rende il piacere più intenso men forte il dolore, e da un lato stempra lo sdegno più giusto, e rinfranca dall'altro il cuore oppresso, tale era la delizia che tutt'i giorni Cristina versava su Ferdinando con quel balsamo soave di amore che il peso mai minora di un diadema. Ed oh qual altro più dolce gliene preparava col caro nome di padre! Ed oh come tra le carole de' pargoletti che già la Provvidenza concedeva al pubblico voto, altra tenerezza gli procurava, che l'arte sconosce e la natura sola profonde. Pari quindi al desio era comune la impazienza per l'arrivo di un giorno sì aspettato e quando rapida e veloce scorse la notizia del felice avvenimento, cotal bel giorno che vide l'augusto erede del Trono fu salutato da tutti come giorno di pace e di letizia. Odesi il suono festivo de' sacri bronzi, e la volta de' templi echeggia dell'Inno di grazie di un popolo plaudente al Datore de' beni per cotanto bene ricevuto. Idolo di comune speranza diventa l'Augusto neonato, e mentre ognuno lo affissa e per gli avveniri il contempla, l'adorato Monarca ai posteri il ricorda con tratti di singolare munificenza, e Maria Cristina il segna per le orfane con opera di un cuore veramente sovrano. Ma ahi! come l'uomo si pasce di follie e chimere, e come sovente al giorno di gioja succede la notte di orrore! Simile a bufera che turbando il bel sereno in un istante schianta abbatte e disperde, la novella di un male quanto inattesa altrettanto tormentosa turba la pubblica esultazione, e fa palpitare ogni cuore cui infonde tristo e funesto presagio. La costernazione, e l'affanno investono ed annientono il giubilo dell'universale: corresi al tempio ch'è già chiuso ai preghi del colpevole, e quel popolo che poco anzi v'era ito festoso e giulivo, mesce le lagrime a quella dello sconsolato Monarca, perché già suona l'ora di morte, e scarna squallida e sparuta se avanza la inflessibile messaggera della umana caducità. Solo non si perturba l'Augusta donna, che nata e cresciuta con Dio, né teme ricongiungersi a Dio, né osa porre a squittinio i suoi imperscrutabili decreti. Il soccorso di religione ne invigorisce le forze al paro che l'anima ne sublima; e quasi sorridendo in mezzo ai dolori inda di uno sguardo celeste l'occhio che d'intorno le piagne, e stringe al cuore con le illanguidite mani gli oggetti più cari, da cui la morte, ahi duro fato! per sempre la separa. Sì, Maria Cristina non è più; il trono le sfugge quale al soffio di vento granello di arena; e di tanta grandezza reale ormai non resta che una tomba, ed il salutevole ricordo di un'anima giusta che allo sposo raccomanda l'amore di virtù, a tutti insegna come si vive, e si muore. Stanislao Falconi Fonte: G. Suppa, Scelta di componimenti per l'esequie di S. M. Maria Cristina di Savoja , Borel & Bompard, Napoli 1836.

  • In morte di S. M. Maria Cristina di Savoja (I)

    L'Elogio de' Re non è sempre la espressione sincera del cuore e della mente. Quando l'adulazione si è impadronita dell'altrui anima, e quando si è vile per sostituire alla verità la menzogna, il vizio si nasconde all'ombra della virtù, né si rileva la debole barriera che gli divide, e separa. Ed ahi! quante volte la durezza si confonde con l'amor di giustizia, pingesi per liberalità lo sciupìo, e col manto si covre di santa religione l’aspra sete di sangue, e di vendetta. Semplice, e bella al paro di astro notturno la verità si oscura sovente al fulgore del trono, ed ai suoi raggi scambiasi l'ingenuità in lusinga, carezzansi le umane passioni, né vi ha vizio che non sia elogiato, né vile parlare che non meriti comento. Ma il tempio di Dio, o Signori, non è il palagio de' Re, e la tetra face di un'urna è lume mai sempre potente di quella verità che fugge non rade volte dalle politiche adunanze, ed ha ivi soltanto immutabile, e costante soggiorno. Sdegna un freddo cenere, e lagrime ed elogi; né la mia anima è sì bassa per prestare i suoi omaggi all'adulazione; né ardì mai la mia penna di avvivare virtù mute di esistenza fuorché nella poetica altrui immaginativa. Le virtù dell'augusta donna che celebriamo brillano per proprio splendore come il sole che vivifica, e feconda; e più che col prestigio di eloquenza ne basta il novero con istorica locuzione per diradare le tenebre che quì ci circondano, servire a tutti di ammirazione e di esempio, e dar tregua alle lagrime che male scioglie duro il dolore. E se Maria Cristina morì; se morì la nostra adorata Regina la buona compagna del Re, Ella visse, e morì qual fiore che schiudesi e passa; ma per le sue virtù viv'Ella ognora, e vivrà mai sempre in ogni cuore scolpita. A che dunque tornare sulla gloria degli Avi, e leggere nella Storia di Savoja la grandezza degli Amedei e degli Emmanuelli? Sentì, e ciò ne basta, l'ornatissima Nipote tutto il debito d'imitarli e ben si assise su quel trono di morale che vie più innalzò sulle smaltate colonne di una religione nella sua purità, di una carità senza ostentazione, di una modestia che non ha esempio. A che riandare i primi albori di sua vita, e le utili ricordare non meno che le necessarie cognizioni di oggidì non vive al certo alla Reggia d'Itaca per non signoreggiare con le sue idee le idee del secolo. Collocata dalla Provvidenza al di sopra di coloro che le vanno soggetti, le belle arti le ricordano le bellezze di natura, la musica che un tempo ascrivevasi a politica le sviluppa la sensibilità, la conoscenza di sé le preserva la mente dagli errori come il cuore dalle sregolate tendenze, la patria favella e la straniera la mette al caso di comunicare i suoi bisogni le sue voglie i suoi desiderj, la storia le presenta ad un tempo la culla del mondo, e le buone o triste vicende de' Re, e degli Stati, ed in fine il vasto teatro dell'universo, e della natura l'è spettacolo parlante della esistenza del divino suo Facitore. No, miei cari Uditori, non è cotal treno di cognizione che il merito innalza dell'Augusta Cristina per renderla ai posteri la donna immortale. La Natura la fè bella avvenente vezzosa, perché si ammirasse la perfezione del creato; la fè nascere figlia di Re per sedere a fianco di Re; ma la fè sensibile, religiosa, caritatevole, modesta per isfolgorare dal trono le virtù ond'era la sua bell'anima adorna, e renderne la memoria incancellabile, eterna. Ed oh! felice il bel paese che sposa la vide dell'augusto discendente di S. Luigi sul trono di Ruggiero, e di Carlo. Tra la gioja dell'universale sedé Ella a fianco di Monarca clemente qual novella Rachele che le virtù ne rafforza, l'uno, e l'altra prodigandole per la felicità de' popoli: che le private virtù sono germe fecondo delle virtù politiche per far rifulgere sul soglio le virtù di famiglia. Spegne in fatti il Re la face della discordia, ed obliterando le sciagure de' tempi andati, rannoda in tutti il legame di figli. La Regina domina d'altra banda le passioni private, e disdegnosa degl'iniqui artifizj di corte, plaude alla clemenza dello sposo, ed in cuore ne prova per quanto cape sincera consolazione. Visita il Re le Provincie per toccare da vicino la sorgente della prosperità pubblica, e proteggere le arti, e l'industria; e l'Augusta donna soccorre chi geme sotto il peso dell'infortunio, e lagrime calde agli afflitti tergendo, un ricovero prepara ad orfane infelici onde il pudore non si aduggi, e le loro mani rendansi ad un tempo utili ed industri. Quegli ravviva le speranze spente di chi fu trascinato all'errore, e questa la famiglia solleva cui il bisogno è tanto più grave per quanto non si è mai conosciuto. Quegli in fine sforzasi di riaccendere nel suo popolo la gloria avita, e promuove con le leggi l'amor di giustizia; e questa studiasi d'insinuarvi con l'esempio il sentimento di religione, quel santo Nume che soggiogando la crudeltà e la barbarie, oppresse il vizio, sollevò la virtù, e l'atro desio proscrisse di vendetta, e di strage. Grande Iddio! Quanto tremendo non è stato il tuo decreto di morte per separare due cuori sì bene, sì tenacemente avvinti! Né il vizio de' Grandi è soltanlo tignuola che un cuore rode, e consuma, né pe' risultamenti alla virtù si adegua di uomo qualsia la virtù di colui che è preposto al reggimento de' popoli. Pari a raggio di luce che riverbera nelle onde azzurre del mare il costume di Corte è altrui modello di condotta e di esempio; e se quanto è quivi scandalo o colpa non rare volte diventa pulitezza, o moda, felice è lo stato Monarcale dove una virtuosa Regina incatena il lusso l'ambizione la vanità, e le basse passioni proscrivendo, si fa esempio di ritiratezza e moderazione, ed a tutti ispira religione, e beneficenza. Schiudansi i volumi della storia, ed apprendasi in quella maestra di vita la verità che il giro de' secoli depura dall'adulazione, e dalla menzogna. Tu vi vedrai Troni diroccati dalla bellezza che lo scaltrito ha saputo vagheggiare e sedurre; furore di popolo, e sangue che la stolta ambizione ha con arte sollecitati; ira e vendetta cui natura rifugge, che la leggerezza ha sospinte; ed un guatar sospettoso, un andazzo smodesto che la virtù di tutti mette ad ischerno, un male dire, un frizzar di continuo che prende in tutti la figura di tratto spiritoso, e gentile. E d'altro lato vedraivi una Regina Esterre nella di cui pudicizia, bellezza, e grazia Iddio prepara e ad Assuero, e al popolo innocente diletto; una Teodolinda, una Ingonda, una Clotilde che sanno infondere negl'indurati Longobardi, Goti, e Franchi il sentimento di vera religione; ed in fine un'Artemisia, una Sulpizia, una Chilonide che sacre per la vita all'amor de' Consorti ad altre apparano la forza del conjugale amore. Stanislao Falconi Fonte: G. Suppa, Scelta di componimenti per l'esequie di S. M. Maria Cristina di Savoja , Borel & Bompard, Napoli 1836.

  • Capracotta: il mondo pastorale antico (II)

    L'anno doganale si apriva con la data del 15 agosto ma la partenza delle greggi per il piano non avveniva prima del 15 settembre, in coincidenza con la fiera di Lanciano, a meno che condizioni atmosferiche particolarmente avverse non ne imponessero l'anticipo. Era vietato al bestiame transumante di varcare il fiume Fortore prima della metà di ottobre, epoca per la quale il doganiere si portava dalla sua sede a quella di Serracapriola per la numerazione dei capi animali e per l'assegnazione dei relativi pascoli. L'abbondante quantità di superficie pascolativa di Puglia era stata divisa in 23 "locazioni" più 20 cosidette "aggiunte", che si suddividevano in ben 400 "poste". I locati, riuniti secondo la loro "patria" o paese di appartenenza, occupavano sempre la medesima locazione. Risulta che quelli di Capracotta e di Vastogirardi erano soliti soggiornare nella locazione di Salpi, che fra l'altro non era una delle più ricche, mentre i pastori di San Pietro Avellana svernavano nella locazione di Cave, che era ancora più povera. Quanto a fertilità, non tutte le poste erano uguali, motivo per il quale la loro assegnazione variava di anno in anno, attesa la gara che si scatenava fra i massari per accaparrarsi, per sorteggio, le migliori partizioni di pascolo. Luigi Campanelli, nostro conterraneo, tramanda che «ai massari capracottesi furono assegnate vaste estensioni di pascoli nelle locazioni di Canosa, Gaudiano, Locone, Minervino, cioè nel versante a destra della corrente dell'Ofanto, su verso Venosa e fin sulle Murge di Minervino». E soggiunge che fra i locati figuravano iscritti la cappella di S. Maria di Loreto e tutta una serie di famiglie, dai Baccari e Castiglione ai Mosca, Pizzella, Di Tella. In attesa che venisse fatta la rivelazione del numero delle pecore da parte dei proprietari e la conseguente assegnazione del pascolo spettante, le greggi sostavano nei "riposi", che erano vaste estensioni di pascoli demaniali. Dei tre più importanti, Saccione, Sant'Angelo e Murge, il primo era il maggiore e ci interessa più da vicino perché situato fra le foci dei fiumi Sangro, Trigno e Fortore. L'operazione di registrazione dei nomi degli affittuari e del carico delle loro bestie nel libro doganale, detto "Squarciafogli", fondamentale ai fini preminenti del pagamento della "fida", doveva essere chiusa per il 25 novembre, giorno di santa Caterina di Alessandria. Da quella data in poi le mandrie invadevano la «Puglia piana» per tutta la durata dell'inverno e vi sostavano fino al 25 di marzo, giorno dell'Annunziata. A questa data avveniva la "scommissione della Puglia" (ne sappiamo qualcosa anche noi se ancora oggi è usanza l'8 maggio "scommettere la Guardata", il pascolo comunale di Capracotta), il che significava che le greggi potevano circolare liberamente sui pascoli del demanio e mettersi in moto in direzione della città di Foggia, che raggiungevano ai primi di maggio per lo svolgimento della famosa fiera, di cui c'è tuttora testimonianza annuale attraverso una manifestazione fieristica imponente a primavera. Era questo l'ultimo atto che scandiva la vita del pastore abruzzese transumante, ed era anche il momento culminante perché in quella circostanza i locati vendevano la lana, i formaggi, gli agnelli e i castrati, realizzavano il guadagno di un anno di lavoro e pagavano al fisco la seconda ed ultima rata della fida. La prima veniva versata a febbraio, a seguito di una verifica effettuata dai "cavallari", che in numero di trenta erano addetti alla custodia del demanio. A questo punto l'avventura in Puglia era terminata e gli animali e i loro conduttori riprendevano la via dei monti, da dove erano discesi, e che riguadagnavano entro la fine del mese di maggio. Il rientro in paese, l'incontro con le famiglie, l'aria, l'acqua e il profilo delle montagne natie mettevano nel cuore degli uomini addetti all'industria degli armenti una gamma di sentimenti felici e sereni, che spesso i poeti si sono sforzati di rendere per la via dell'arte. Se prima del secolo XV il flusso migratorio pastorale non aveva raggiunto l'acme delle sue potenzialità, ciò era da addebitarsi anche e prevalentemente all'insicurezza del viaggio, sia per eventuali incursioni a danno del patrimonio zootecnico, sia per le angherie e i soprusi di conti, marchesi, baroni e città varie. I Signori di Aragona, nel riassetto generale radicale che diedero alla pastorizia, provvidero anche a questo aspetto itinerante della situazione ed autorizzarono e curarono l'apertura di una fitta rete di vie di comunicazione, diligentemente e rigorosamente sorvegliate, che vanno sotto il nome di "tratturi". Si tratta di strade erbose, larghe 60 passi napoletani, corrispondendi a circa 111 metri. Erano collegati tra loro per mezzo dei tratturelli, larghi 20 passi, cioè 27 metri. L'intero reticolo di essi assumeva a circa 1.400 chilometri e includeva quattro "vie regie" principali: L'Aquila-Foggia, Celano-Foggia, Pescasseroli-Candela e Castel di Sangro-Lucera. I pastori di Capracotta prendevano il tratturo di Celano, che nel Molise si svolgeva da San Pietro Avellana e continuava per i territori di Vastogirardi, Carovilli, Pescolanciano, Salcito, Castelbottaccio. Valicato il fiume Biferno a valle del Ponte Morgia Schiavone, risaliva il territorio di Morrone, costeggiava Ripabottoni, passava in agro di Sant'Elia fino a San Giuliano di Puglia. Dal Sangro al Fortore misurava non meno di 90 chilometri. Ma i nostri pastori battevano anche il tratturo che dal Ponte della Zittola, presso Castel di Sangro, andava a Lucera e si estendeva nella regione molisana per oltre 80 chilometri. Lo prendevano a Pescolanciano e proseguivano per Chiauci, Civitanova, Duronia, Torella, Castropignano. Risalivano per i tenimenti di Oratino, Ripalimosani e Campobasso, toccavano Campo di Pietra e seguendo il fiume Tappino fin dove si versa nel Fortore, passavano il Ponte dei 13 Archi sotto Gambatesa. Il diploma del 1° agosto 1447 peraltro, ordinava tassativamente che nessuna molestia venisse arrecata ai transumanti ed alla loro proprietà e comminava severe sanzioni ai trasgressori. Concedeva il passaggio libero e garantito e imponeva che lo stesso avvenisse anche sulla proprietà privata, con l'obbligo di concedere la sosta di 24 ore e, in caso di maltempo, fino a 4 giorni. Tralascio di narrare la vita di tratturo, molto faticosa e disagevole, ben nota a chi l'ha sperimentata in prima persona. Fra i presenti non sono pochi quelli che possono testimoniarla direttamente. Per la protezione dei pastori, nei loro viaggi di andata e di ritorno, furono creati, come si è detto, 30 cavallari, i quali avevano, fra l'altro, il compito di sorvegliare affinché gli animali non entrassero a pascolare nelle locazioni prima del tempo stabilito. Se ciò accadeva, si incorreva nella pena della "scommessione" con il conseguente pagamento di una multa. In autunno e a primavera i funzionari, detti cavallari, controllavano i sei passi di ingresso al Tavoliere, posti a Guglionesi, Ponterotto, La Motta, Biccari, Ascoli e Candela, più tardi anche a Melfi e Spinazzola. A loro bisognava esibire la "passata", o permesso, rilasciati dal doganiere all'atto della ripartizione della posta e del pagamento a saldo della fida. La consuetudine voleva che fosse offerta loro dai pastori la "buona arrivata" e la "buona uscita", per una somma stabilita dall'Autorità non superiore a 2 carlini per morra di pecore, che ne comprendeva non più di 300. C'è da aggiungere che la Corte reale di Napoli non possedeva soltanto terreni saldi per la pastura, ma aveva anche le cosidette "terre di portata", destinate alla coltivazione e assegnate soprattutto a coloni naturali pugliesi. Però è da dire che questo secondo tipo di demanio, gira e rigira, doveva tornare anch'esso utile alla pastorizia che, ormai è chiaro, era l'attività che stava più a cuore ai regnanti napoletani. Ciascuna terra di portata era suddivisa in ben cinque parti delle quali una doveva rimanere sempre salda e, con il nome di "mezzana", doveva rispondere alla necessità di alimentare i buoi aratori. Delle rimanenti quattro parti, solo due potevano essere seminate in un anno, mentre la terza, detta "restoppia", coltivata l'anno precedente, rimaneva a disposizione dei locati abruzzesi per tutto l'inverno successivo. L'ultima restante porzione di terra, detta "nocchiarica", era costituita dalla restoppia dell'anno precedente e veniva utilizzata dai pastori solo fino al 17 gennaio dell'anno successivo, quando bisognava lasciarla libera per la maggese. Era stato calcolato dai tecnici del tempo che entrambe le proprietà demaniali, sia i terreni saldi che le terre di portata, erano in grado di alimentare non più di 900.000 pecore. Gli aragonesi, interessati a convogliare in Puglia il maggior numero possibile di armenti, affittarono dai privati ulteriori sterminate estensioni di pascolo, per un tempo indeterminato, pagando il giusto canone e garantendo con ogni possibile larghezza l'alimentazione animale. Queste superfici particolari furono chiamate pascoli "straordinari soliti". Essi passavano sotto la diretta competenza del doganiere, previo regolare pagamento - ripeto - e dal 29 settembre al successivo 8 maggio non potevano essere utilizzati dai "massari di campo", i quali invece avevano la facoltà di usarli d'estate. Si distingueva così l'erba "statonica", pascolata d'estate dai buoi, da quella "vernotica", usufruita nel periodo invernale dagli ovini. Ad evitare che, negli anni in cui era massiccia l'affluenza delle greggi, non scarseggiassero i pascoli, la Dogana aveva il diritto di requisire altri pascoli dei privati, che perciò non ne potevano autonomamente disporre se non dopo il 25 novembre, quando il "ripartimento" era stato concluso. Questi pascoli furono chiamati "straordinari insoliti" e, uniti agli altri, furono in grado di sopportare qualcosa come 1.300.000 capi ovini, che nel gergo doganale fu detto il "possedibile". Tutta la cosidetta «Puglia piana», che era quella che offriva la maggiore quantità di superficie pascolativa per la transumanza invernale, si estendeva per 60 miglia napoletane in lunghezza da Torremaggiore ad Andria e per una larghezza di 20 miglia da Troia a Rignano Garganico. Per concludere su questo punto, tutti i pascoli pugliesi "soliti" abbracciavano una superficie complessiva di 15.650 carra, pari a circa 400.000 ettari, arrotondati per eccesso con qualche larghezza. I terreni di Puglia si misuravano a carra, versure e catene. Ogni carro equivaleva a 20 versure e ogni versura a 20 catene. Poiché una versura corrispondeva a 4 moggia, di conseguenza un carro equivaleva a 8 moggia. Luigi Conti Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico , S. Giorgio, Agnone 1986.

  • La Congregazione di Santa Maria di Loreto di Capracotta a Minervino

    La Congregazione di Carità di Capracotta, sotto il titolo di Santa Maria di Loreto o Madonna di Capracotta, all'epoca Provincia di Campobasso e dal 1970 a tutt'oggi Provincia di Isernia, come riportato in una pianta del 1921, era proprietaria di un appezzamento dichiarato «di natura seminatoriale» di ha. 64,70 pari a versure locali 52 e catene 15. L'ente di carità decise di metterlo in vendita perché ormai non era più redditizio. Anzi lo Stato, con i suoi continui aumenti fiscali, dava il colpo di grazia alla sempre più fragile pastorizia e favoriva così la riconversione a coltura dei terreni che, proprio nel periodo del primo dopoguerra, sembravano rispondere meglio ai disperati quanto legittimi bisogni di occupazione. Purtroppo i governi liberali, contrariamente alle promesse fatte durante e alla fine della guerra, non riuscivano a mantenere la parola data. È detto in uno (1) degli atti che Saverio Ianiro, presidente della Congregazione, accompagnato dal tesoriere speciale Giangregorio Carnevale fu Roberto, autorizzato con atti del 1 febbraio 1920 e del 5 marzo e 25 agosto 1921, «stipula, vende e aliena sotto ogni garenzia di legge», il fondo rustico messo in agro di Minervino Murge, alla contrada Bosco da Piedi, a volte denominato Boscodapiedi, o ancora Treiacci. Tale territorio definito incolto, ma certamente in precedenza utilizzato dalle numerose greggi che popolavano le aree pianeggianti, ad occidente dell'abitato verso il Locone e Lamalunga, molto fertili, con più ampia disponibilità di acqua e di foraggio; mentre sui terreni collinari, con aria più secca e più scarso foraggio, gli animali erano costretti a spostamenti notevoli, nell'arco del giorno, e a più continue integrazioni alimentari . Nel contratto, rogato nello studio di via Giovanni Bovio n. 34 di Minervino, ora via Alcide De Gasperi, dal notaio Michelangelo Di Bona fu Giuseppe, figurarono, oltre ai due venditori citati, nati e residenti a Capracotta, anche i testimoni minervinesi Carmine Di Rienzo e Francesco Villanii «che assumono anche la veste di fidefacienti» ( 2), e gli acquirenti tutti di Minervino Murge. Di questi ultimi i firmatari sono solo Vincenzo Inglese, Grazia Giorgio, Nicola Tarallo, Michele Tricarico fu Savino, Pietro Balice, Eusapia Rubino, Angelo Levito, Angelo Leone, Filippo Tricarico, Savino Pantone, Carmine Di Tria; tutti gli altri dichiararono di non saper leggere e scrivere. Inoltre vennero delegati a firmare gli allegati e i margini dei fogli Grazia Giorgio, Angelo Leone, Filippo Tricarico e Riccardo Bevilacqua, unico ad esercitare il mestiere di muratore, mentre tutti gli altri erano contadini. La pianta redatta in scala 1/2000 dal geometra agronomo locale Giovanni Martinelli, datata 8 ottobre 1921 e denominata "Pianta topografica, quotizzazione della Proprietà della Madonna di Capracotta", presenta in basso a destra l'attestazione notarile di autenticità, datata 31 dicembre dello stesso anno. Nella pianta, come si può vedere, sono riportati i nomi dei proprietari confinanti: Giuseppe Carlone, Giuseppe Giorgio, coniugi Bernarda Minervini e Paolo Conte, i fratelli Romano, Ermenegildo De Ruvo e Giovanni Augelli e la indicazione con numeri e con lettere delle particelle da vendere. È detto negli atti che «mancano i dati del Catasto perché distrutti nei moti del 1898, e la rendita di fondiaria sul terreno è di £ 895 e 5 cent, [...] il fondo all'estremo nord è attraversato dalla strada pubblica vicinale tratturo Pagliarone e dalla detta strada ha il suo accesso». Non è proprio così in quanto una copia di tali dati è reperibile presso l'Agenzia del Territorio di Trani. Ecco l'elenco completo delle persone che acquistarono con i relativi dati delle singole quote e le rispettive somme pattuite e versate. Ecco l'elenco completo degli acquirenti con i relativi dati delle singole quote e le rispettive somme pattuite e versate. Le operazioni di vendita furono complessivamente quarantadue, mentre sessantasette i singoli appezzamenti a prescindere dalla estensione. Ogni appezzamento, definito intero, era di circa ha 1, are 23 e ca 45 per un corrispettivo di £ 647 e cent. 5; la metà di circa are 61 e ca 72 veniva venduta a £ 323 e cent. 50. Gli acquirenti erano sia persone singole, maschio o femmina, che in coppia col proprio coniuge o congiunto. Non tutti ne acquistarono uno intero. È detto pure che «per ragguaglio alla misura locale danno una versura per ogni ha. 1, are 23 e ca. 45; 18 catene per le are 61 e ca. 72; e 9 cat. per are 30 e ca. 87». Naturalmente si pensò anche alle servitù delle strade di accesso e all'uso dell'acqua: Con tutti gli appezzamenti e con ciascuno di essi va compreso il diritto di servizi delle stradelle create per convenzione di tutti gli acquirenti ai fini del comodo accesso carrozzabile agli appezzamenti stessi; cioè va compreso l'uso delle tre stradelle segnate in pianta, la prima con le lettere S.U.; la seconda con le lettere V.W. e la terza con le lettere Y.Z.; quali stradelle saranno comune ed indivise di uso comune fra tutti gli acquirenti e da tutti devono essere costantemente rispettate della costante larghezza di tre metri in tutti i punti; l'uso delle stradelle deve essere di solo passaggio senza poter servirsene diversamente. Ed ancora con tutti gli appezzamenti e con ciascuno va compreso il diritto di servirsi dell'acqua della fontana segnata in pianta con la lettera A, quale fontana sarà anche comune ed indivisa fra tutti gli acquirenti, di uso comune. La fontana deve essere sistemata secondo le regole costruttive con una campana o recinto di figura quadrato di metri 20 di lat., a spese di tutti gli acquirenti, ciascuno in proporzione della propria estensione, e nel termine a tutto il mese di marzo 1922. Anche le riparazioni e l'ordinaria manutenzione della fontana saranno a carico di tutti gli acquirenti secondo le rispettive estensioni di terreno. Dichiarava il signor Ianiro che il fondo, di esclusiva proprietà della Congregazione di Carità di Capracotta, cui pervenne a seguito della ripartizione delle terre del Tavoliere delle Puglie da parte di notai certificatori aggiunti di Napoli all'uopo nominati (3). Si dice nell'atto che: Il fondo è libero e franco da gravezze tranne la fondiaria ed i contribuenti di chinino contro la malaria e di strada vicinale, che sono pesi reali dovuti per legge, e così il venditore trasmette gli appezzamenti ai compratori secondo le condizioni che seguono, poste integranti di questo atto. Le vendite son fatte nello stato in cui l'intero fondo si trova a corpo e non a misura di fronte alla Congrega venditrice, ed a misura proporzionale nel rapporto dei compratori tra loro, ed il fondo si trasmette nello stato attuale di possesso come si è detto, con tutti i possibili diritti ed accessorii ed ancora col diritto nei compratori tutti di revendicare se lo credono, le zone usurpate dai germani Salvatore e Luigi Guglielmi per cui dall'Opera Pia fu già iniziato un giudizio. Il signor Ianiro nell'oggetto consegna i documenti per l'iniziato giudizio e dichiara espressamente che la Congregazione deve rimanere estranea all'esito della causa, che se gli acquirenti vorranno fare, dovranno farla interamente a loro spese e rischio. Come si nota si trattò di una arbitraria messa a coltura, se non vera e propria usurpazione da parte dei fratelli Guglielmi, contro cui la congregazione aveva avviato un giudizio le cui spese, se gli interessati lo avessero voluto, sarebbero transitate ai nuovi acquirenti. Ma non se ne fece nulla. Vediamo ora quali sono state le condizioni perché potesse avvenire la vendita. Le vendite in parola si sono consentite fra le parti contraenti dei distinti appezzamenti alle distinte persone come innanzi, con i diritti accessorii, ad ogni appezzamento, secondo le fatte spieghe [spiegazioni, N.d.A.] e per i prezzi sopra riportati vendita per vendita, prezzi che in totale sommano a £ 30.000 (4) . I diversi prezzi nell'insieme di £ 30.000 a vista di me notaio e testimoni, in biglietti di banca del Regno, vengono versate in potere del signor Ianiro Saverio, che dopo aver ritirate le £ 30.000, somma comprensiva di tutti i prezzi, accusa ricezione ai compratori distintamente del rispettivo prezzo a ciascuno e rilascia loro ampia e finale quietanza, con dichiarazione che l'Opera Pia venditrice non ha altro da pretendere all’ oggetto. Il signor Ianiro, a sua volta, consegna le £ 30.000 al tesoriere della Congregazione di Carità signor Giangregorio Carnevale, per tutti gli effetti contabili dell'Ente ed entrambi dichiarano che la somma stessa ritratta dalle vendite sarà reimpiegata in rendita pubblica, consolidati cinque per cento in conformità delle deliberazioni della Congrega. E questa era la conditio sine qua non perché potesse avvenire la vendita. È interessante ciò che si dice a proposito delle acquirenti donne con marito, cui viene riconosciuto il diritto esclusivo della titolarità della proprietà acquisita, naturalmente pagata con denaro non riveniente dal cespite familiare. Gli acquirenti riconoscono che gli acquisti delle donne maritate parafernali [fuori dai beni dotali portati dalla sposa, N.d.A.] , in rivenienza di danaro parafernale per tutte esse maritate [...] per effetto delle compiute vendite il dominio ed il possesso di diritto del fondo restano trasferiti da oggi negli acquirenti per i distinti e rispettivi appezzamenti come innanzi; convenendosi che il possesso di fatto col diritto alla percezione dei frutti ed obbligo di pagare i pesi reali e legali innanzi menzionati alla data del 30 settembre 1921. Le parti consentivano le volture di fondiaria, frazionando l'imponibile di £ 895,05 ed assegnando ad ogni quota £ 17,55 da dividersi a metà negli acquisti di mezze quote, ed assegnando agli otto appezzamenti indicati con le lettere £ 17,55 per tutte e otto, da ripartirsi fra gli otto acquirenti in parti uguali. Ancora: «I contraenti rinunziano ad ogni ipoteca legale e dispensano il Conservatore delle Ipoteche di Trani dal pubblicare qualsiasi iscrizione di ufficio. Le spese di questo atto restano convenute a carico degli acquirenti in proporzione dei rispettivi acquisti». L'atto venne firmato da Saverio Ianiro, Giangregorio Carnevale, dal notaio e dai due testimoni fidefacienti, delegati altresì dai contraenti che dichiaravano di non sapere scrivere né firmare, a firmare i fogli in margine e gli alligati. Ora capiremo perché fu necessario che la Congregazione dovesse riunirsi per ben tre volte nell'arco di un anno, il 1 febbraio 1920, il 5 marzo 1921 e il 25 agosto 1921; tutte allegate all'atto di vendita, insieme alla pianta esaminata in precedenza e pienamente accettata dai contraenti perché conforme alla loro volontà. La prima deliberazione della Congregazione di Carità, datata 1 febbraio del 1920 a Capracotta, riporta all'oggetto "Condizioni per la vendita della Tenuta Treiacci". È composta dai signori Ianiro Saverio presidente, Sciullo Carmine, Conti Ottorino, Di Tella Salvatore e Di Tella Gabriele, componenti, con l'assistenza del Segretario. Dopo la lettura dell'o.d.g., "Vendita della tenuta Treiacci ed investimento della somma in rendita del Prestito Nazionale", il presidente illustrò la questione: La Congregazione di Carità possiede in agro di Minervino Murge (Bari) un latifondo pascolativo denominato Bosco da Piedi o Treiacci, dell'estensione di circa ha. 64,70, riportato nel Catasto di Minervino, intestato a Madonna di Capracotta [...] detto terreno è stato sempre fittato nell'ultimo quindicennio per £ 1.125,15 annue quando l'imposta Fondiaria era appena di £ 400 circa, e vi era la convenienza di mantenerlo. Ma da quattro anni in qua, scaduto il fitto, è riuscito difficile rinnovarlo a buone condizioni ed è stata una necessità contentarsi per £ 550 prima e poi per £ 900. Solo in questo anno è stato fatto un fitto di £ 1.000. Per contrario le sovraimposte comunali e provinciali sono molto aumentate; nuove imposte per contributi civili sono state applicate e nel 1919 la Congrega ha percepito un fitto di £ 900, pagando £ 965 di imposte, con una passività di £ 65. Nel 1920 l'imposta è di £ 1.218, 65 ed il fitto di £ 1'000 con un passivo di £ 218,65 oltre l'assistenza civile. Giustamente preoccupata la Congrega di questa difficile situazione, che fa del patrimonio un cespite oneroso, ne stabilì in massima la vendita ed egli affidò l'incarico della perizia all'agronomo signor cavalier Santilli Agostino, il quale in questi giorni si è recato sul luogo ed ha presentato la perizia giurata del 26 gennaio p. m. di cui dà lettura e dalla quale risulta che il latifondo ha un valore di £ 25.000. Invito perciò l'adunanza a voler formare le condizioni per la vendita... Da questa breve ed esauriente esposizione del presidente la congrega trovò non solo la convenienza ma la necessità urgente della vendita; così dopo ampia e ponderata discussione con voti unanimi deliberava: 1. Che la tenuta Treiacci in agro di Minervino Murge sia venduta all'asta pubblica, con estinzione di candela vergine (5) e che il prodotto sia completamente investito in rendita del Prestito Nazionale. 2. Che la vendita sia fatta nello stato in cui il latifondo si trova, a corpo e non a misura, con tutti i pesi e servitù inerenti in base al prezzo di £. 25.000, da pagare nell'atto della stipulazione del contratto. 3. Che per concorrere all'asta debbono gli aspiranti fare un preventivo deposito di £ 2.500 a garanzia di tutte le spese d'asta e contrattuali che andranno a carico dell'aggiudicatario, e che ogni offerta di aumento non sarà inferiore a £ 50. 4. Che l'aggiudicatario dovrà mettere nel possesso dopo la scadenza dell'attuale fitto, cioè al 29 settembre 1920. 5. Che il Presidente resta autorizzato a compiere tutti gli atti relativi all'incanto ed alla vendita, previa larga diffusione, fin da ora, di preavvisi e dopo la superiore approvazione tutoria, dei relativi avvisi d'asta, nonché all'acquisto della rendita del Prestito Nazionale. 6. Che si facciano voti alla Spett. Commissione Provinciale per la sollecita approvazione della pratica, se è possibile che vi sia anche l'autorizzazione a tenere le aste in Minervino od in Capracotta, come al Presidente più opportuno parrà. La deliberazione, letta e confermata, venne sottoscritta da tutti i comparenti, resa pubblica senza opposizioni nell'albo pretorio del Comune di Capracotta in data di domenica 8 febbraio 1920. La stessa altresì venne approvata dalla Commissione Provinciale di Beneficenza del 24 aprile presieduta dal Prefetto Santangelo in quel di Campobasso. Seguono infine anche le firme dei rappresentanti degli acquirenti Grazia Giorgio, Leone Angelo, Tricarico Filippo, Bevilacqua Riccardo, nonché quelle dei testimoni e fidefacienti Di Rienzo Carmine, professore di disegno, e Francesco Villani, legale, e di Michelangelo Di Bona fu Giuseppe notaio residente in Minervino Murge. Fu necessario procedere alla convocazione di una seconda riunione della Congregazione e alla conseguente promulgazione della relativa deliberazione, datata 5 marzo 1921, perché non tutto era andato per il verso giusto. Infatti: Si è riunita la Congregazione di Carità di Capracotta legalmente convocata e composta dai signori Ianiro Saverio Presidente, Sciullo Carmine e d'Andrea Vincenzo membri, con l'assistenza dell'infrascritto segretario. Il Presidente espone che, in seguito alla deliberazione della Congregazione del 1 febbraio 1920 approvata dalla Spett. Commissione Prov.le di Beneficenza del 24 aprile 1920, A. 2587 - 4489 relativa alla vendita in base a perizia della tenuta Boscodapiedi o Treiacci in agro di Minervino Murge per £ 25.000, furono sperimentate le pubbliche aste nei giorni 12 giugno e 3 luglio 1920... Anche se queste erano andate deserte, la storia non fu affatto terminata. Infatti la Confraternita continuava a ribadire l'urgenza della vendita, mentre sembrava che nessuno fosse interessato. Sopraggiunse una reazione inaspettata, ma ben studiata. Seguiamo gli sviluppi: « Le ragioni di convenienza per le vendite della tenuta sono oramai urgenti, perché nel 1920 fu fittata per £ 1.000, e l'imposta e sovraimposta hanno raggiunta la somma di £ 1.904,34 con una rifosta [crescita, aumento, N.d.A.] di £ 904,34. Nel 1921 è salito a £ 1.500, e finora il ruolo principale è di £ 1.639,90, con oltre £ 139,90 di rifosta, salvo i soliti suppletivi ». Chissà quali erano questi « soliti » suppletivi. Insomma, mentre l'asta era andata deserta, quasi contemporaneamente e inaspettatamente: « Intanto sono state in questi giorni presentate tre domande per (chiedere) trattativa privata: l'una del sig. Nezio Vincenzo fu Giuseppe di Minervino che offre £ 25.000, l'altra del signor Augelli Vito di Giovanni ed altri 34 coloni di Minervino Murge che offrono £ 31.000 e la terza della Spett. Società Anonima di lavoro Cooperativa fra contadini di Minervino, rappresentato dal Presidente Sig. Donato Barbera che offre £ 33.000 » . È a dir poco strano che prima un'asta a base di partenza di £ 25.000 andasse deserta e, immediatamente dopo, arrivasse un'offerta, ovviamente a trattative privata, di ben £ 33.000. Mistero! Immaginiamo la entusiastica meraviglia dei venditori. Intanto, « essendo questa l'offerta più vantaggiosa dovrebbe senz'altro accertarsi. Se non che è probabile che rinnovandosi le aste potrebbero esservi altri aumenti, salvo in caso di diserzione di accettare l'offerta più vantaggiosa della Società Anonima ». La Congregazione, presa per la gola, dopo breve discussione con voti unanimi deliberò: 1. Di autorizzare il Presidente a bandire nel minor tempo possibile le nuove gare all'asta pubblica, estinzione di candela vergine, per la vendita della Tenuta Boscodapiedi o Treiacci, alle condizioni della suddetta deliberazione della Congrega del 1 febbraio 1920, superiormente approvata con le modifiche che l'asta sarà aperta in base a £ 33.000 e l'aggiudicataria dovrà mettersi in possesso al 30 settembre 1921. 2. Di autorizzare lo stesso presidente, nel caso che le aste dovessero andare deserte, a conchiudere il contratto di vendita a trattativa privata per £ 33.000 con la Spett. Società Anonima di lavoro di Minervino Murge. Ferme restando le relative condizioni del 1 febbraio 1920. Insomma, la Congregazione, mentre da un lato ben volentieri poneva a base d'asta una somma più elevata rispetto a quella precedente, dall'altro teneva a precisare che avrebbe accettato la vendita a trattativa privata con quella stessa somma, solo nel caso di un'ulteriore gara deserta. Il punto oscuro, come si può notare ancora oggi, fu dato dal modo, a dir poco singolare, di procedere delle cordate minervinesi che si fecero concorrenza in una maniera anomala. Con le firme del Presidente Saverio Ianiro, dei Consiglieri Carmine Sciullo e Vincenzo d'Andrea, del Segretario C. Castiglione, l'atto della deliberazione, regolarmente pubblicato all'albo pretorio del Comune di Capracotta, nel giorno di domenica 6 marzo 1921 senza opposizioni. fu concluso. Lo stesso fu approvato dalla Commissione Provinciale di Beneficenza del 8 aprile 1921 a Campobasso nonché in data 12 aprile 1921 dal Prefetto Presidente Manodosi. Seguirono infine, tutte le firme di rito, del Presidente Saverio Ianiro e Giangregorio Carnevale, quelle di Grazia Giorgio, Leone Angelo, Tricarico Filippo, Bevilacqua Riccardo: Di Rienzo Carmine e Francesco Villani testimoni e fidefacienti, Michelangelo Di Bona fu Giuseppe notaio residente in Minervino Murge. Si arrivò così, e non senza colpi di scena, alla terza ed ultima deliberazione del 26 agosto che recitava: "Oggetto: vendita della tenuta Boscodapiedi o Treiacci a trattativa privata F.to Saverio Ianiro". La Congregazione, composta dai signori Ianiro Saverio presidente, d'Andrea Vincenzo, Ianiro Oreste, Grotta Michele e Sciullo Carmine componenti con l'assistenza del segretario. Il presidente esponeva che la deliberazione della Congrega del 5 marzo 1921, approvata dalla Commissione provinciale di beneficenza, l'8 aprile successivo, stabiliva di vendere per il prezzo di £ 33.000, alla Cooperativa di Lavoro di Minervino, la tenuta Boscodapiedi o Treiacci a trattativa privata nel caso che gli incanti fossero andati deserti. Verificatasi ancora una volta la diserzione delle aste la cooperativa venne invitata a concludere il contratto. Questa offrì in pagamento le carte del Credito fondiario, ma il Sig. Prefetto, all'uopo informato ritenne che le dette cartelle non potevano essere accettate. La pratica non poteva essere chiusa. Nel frattempo i 33 contadini di Minervino, fra cui Augelli Vito, Tiani Vincenzo, Delfini Nicola, Carbone Nicola, Tricarico Loreto ed altri, quelli che in un primo momento avevano offerto per la compra £ 31.000, successivamente chiesero di voler comprare la tenuta per £ 33.000. La Congrega, già autorizzata alla vendita per £ 33.000, avrebbe potuto senz'altro addivenire al contratto con persone diverse da quelle offerenti ma poi assenti, perché non vi era modificata alcuna condizione. Tuttavia, per maggior regolarità rispetto ai compratori, il sodalizio di carità fu dell'avviso di rinnovare l'autorizzazione e, senza apportare alcuna modifica delle condizioni già approvate per la vendita, con voti unanimi deliberò di vendere, mediante contratto a trattativa privata ai signori Augelli, Tiani, Delfini, Carbone, Tricarico ed altri di Minervino la tenuta Boscodapiedi o Treiacci per la somma di £ 33.000 da reimpiegare contemporaneamente in acquisti di rendita del Prestito Nazionale. La stessa autorizzò il Presidente a stipulare il contratto, non solo verso i coloni di Minervino in numero maggiore o minore di quelli riportati nella domanda, ma anche verso altri possibili compratori che si fossero aggiunti, promuovendo fra di loro una gara nel caso di parità di offerte. Con tutte le firme di rito, cioè Saverio Ianiro presidente, i componenti D'Andrea Vincenzo, Ianiro Oreste, Trotta Michele, Sciullo Carmine, il segretario C. Castiglione, l'atto fu chiuso e affisso all'albo pretorio del Comune di Capracotta il 28 agosto 1921 senza opposizioni. Seguirono le firme dei rappresentanti degli acquirenti Grazia Giorgio, Leone Angelo, Tricarico Filippo, Bevilacqua Riccardo; poi quelle dei testimoni fidefacenti Di Rienzo Carmine e Francesco Villani e quella del notaio Michelangelo Di Bona fu Giuseppe residente in Minervino Murge. Infine l'atto, corredato da due certificati, uno di conformità cui era allegata la pianta topografica, fu rilasciato a Biagio Carbone fu Francesco, il 31 dicembre 1921 in Minervino Murge. L'altro, firmato dal notaio Filippo Falconi fu Agostino di Capracotta, conteneva la presentazione, da parte di Ianiro Saverio figlio del possidente Sebastiano, nato, domiciliato e residente in Capracotta, nella sua qualità di Presidente della Congregazione di Carità dello stesso paese legalmente costituita, di un titolo di Rendite del gran libro del Debito Pubblico del Regno d'Italia consolidato 5% avente il nr. 250960 per la rendita annua di £ 2.140 intestato a favore dell'Ente Morale Congregazione di Carità di Capracotta, con decorrenza dal 1 gennaio 1922, cui corrispondeva un capitale nominale di £ 42.800, acquistata per mezzo della Banca di Capracotta verso la Succursale della Banca d’Italia di Campobasso con la somma di £ 33.000 ricavate dalla vendita della Tenuta Boscodapiedi o Treiacci, in agro di Minervino Murge, quale vendita venne fatta con atto del notaio Michelangelo Di Bona di Minervino del 30 ottobre 1921. Unita ai due certificati era presente la lettera del Direttore della Banca d'Italia di Campobasso da cui risultava che «i n relazione alle stimate vostre dei 6 e 11 novembre u. s. pregiomi compiegarvi l'unito certificato di rendita consolidato 5% n. 250960 di £ 2.140 di rendita annue a favore di Codesta Congregazione Carità, certificato che ci è pervenuto solo ora dalla Direzione Generale del Debito Pubblico. Di questa mia voglia informare il Sig. Notaio di Minervino Murge Sig. Michelangelo Di Bona » . La firma del direttore Mattoli è resa legale dal notaio Filippo Falconi a Capracotta il 26 gennaio 1922 e dal pretore Tartaglia. Tutta l'operazione fu conclusa con limpidezza e conformità alla volontà della Congregazione di carità Madonna di Loreto di Capracotta. Con tale operazione si completa la vendita dei possedimenti della Congrezione in agro di Minervino, vendita già avviata nel 1735, poi nel 1754, il cui ricavato servì per finanziare la ricostruzione della Chiesa Madre, e nel 1876 con l'altra tenuta di Bosco da Capo. Con l'operazione del 1921 si interrompono i rapporti plurisecolari tra Capracotta e Minervino, tranne che per i pochi rapporti parentali che erano nati. La Confraternita, essendo proprietaria di bestiame, era iscritta prima alla Dogana di Foggia, divenuta poi Amministrazione del Tavoliere, e come tale era locataria, con tutti gli operatori di Capracotta e Vastogirardi assegnati al territorio di Minervino. Ma cos'era tale confraternita? Ci dice Achille Conti che « si trattava di una istituzione laica che ha svolto un ruolo importante per Capracotta, avendo contribuito in maniera fondamentale al mantenimento del clero capracottese, al primo restauro della Chiesa Madre nel '700 e alla istituzione dell'Asilo infantile » . Successivamente ha subito tutta la politica di secolarizzazione dello Stato unitario. Questa politica di secolarizzazione della società italiana divenne ancora più esplicita nel 1867, durante il governo Rattazzi, quando tutti i beni della Chiesa furono espropriati a vantaggio del demanio statale. I beni della Confraternita Santa Maria di Loreto, confluiti nel 1862 nella Congregazione di Carità, rischiarono di andare incontro a questo destino ma, dopo una dura battaglia legale, la Congregazione riuscì a mantenere il proprio patrimonio dimostrando in tribunale che si trattava di un'istituzione puramente laica e che quindi i propri beni non rientravano in quelli della Collegiata di Capracotta e pertanto non erano espropriabili dallo Stato. I beni rimasero quindi della Congregazione di Carità che continuò ad amministrarli in piena autonomia con i propri amministratori laici. Come sottolinea il Campanelli, nel libro "La Chiesa collegiata di Capracotta", fu fondamentale nella ricerca dei documenti atti a dimostrare la laicità dell'istituzione il ruolo svolto dal prelato Filippo Falconi, presidente della Congregazione di Carità. I beni che erano stati dell'ex Confraternita Santa Maria di Loreto confluiti da ultimo nell'E.C.A. e che fino all'800 avevano rappresentato un cospicuo patrimonio fondiario e immobiliare, nel corso del '900, in seguito a varie vicissitudini che sarebbe opportuno approfondire in maniera più puntuale, si erano ridotti notevolmente e si riducevano ultimamente solo all'amministrazione di alcuni terreni in Capracotta. Sabino Redavid Note: (1) In ASB, Sezione di Trani, Titoli notarili, 2290-2702, 1922. (2) Il fidefaciente è un soggetto fisico, conosciuto personalmente dal notaio, per mezzo del quale il notaio stesso si accerta dell’ identità personale dei comparenti in un atto notarile. Il notaio usa i fidefacienti quando, usati i mezzi ordinari per accertare l’identità personale dei comparenti, ha ancora dubbi in merito. I fidefacienti andavano costituiti in atto con l’indicazione del nome, cognome, luogo e data di nascita, domicilio o residenza, così come prescritto per le parti e i testimoni (art. 51, comma 2, n. 3, L.N.).Essi si costituivano prima o dopo le parti. Era ed è ancora possibile costituire una coppia di fidefacienti per ogni comparente, qualora ciò sia necessario. La funzione di fidefaciente è cumulabile con quella di testimone e di assistente.Vedi www.Officina notarile, I Fidefacienti,da Guido Brotto, ott 24, 2017. (3) Atto di censuazione del 2 giugno 1819 rogato da Giovanni Di Marino fu Agostino di Napoli. notaio certificato reale aggiunto ai notai certificatori di Napoli per l’ esecuzione del Regio Decreto 18 febbraio 1817 , con facoltà di stipulare, ovunque si trovassero, i contratti per le terre del Tavoliere in conseguenza della Legge 13 gennaio 1917. Molto interessante risulta essere il contenuto di tale atto perché, riportandoci a circa un secolo prima, ci offre uno spaccato relativo all’ epoca della restaurazione del casato dei Borbone a Napoli. Questi non fanno altro che proseguire la politica del decennio francese, a discapito delle promettenti attività zootecniche, della transumanza in primis perché molto consistenti e poi anche quelle locali, a vantaggio dell’ uso agricolo del territorio. Per altro verso è interessante perché fa riferimento ad un atto precedente di Saverio Carugno fu Amicantonio del 20 maggio 1819, che potrebbe darci qualche notizia in più sulla genesi di questa Congregazione di Capracotta e i suoi possedimenti nel territorio di Canosa, Minervino e Montemilone. (4) Pari a ca. € 32.306,25   attuali secondo il calcolo di www.avvocatoandreani.it . Ogni appezzamento "intero", era di circa ha 1, are 23 e ca 45, cioè 1 versura locale per un corrispettivo di £ 647 e cent 5, cioè € 697 attuali; la metà di circa are 61 e ca 72 veniva venduta a £ 323 e cent 50 per € 348,5. Naturalmente vanno tenuti presenti i vari fattori di rivalutazione. Ricordiamo che 1 carro corrispondeva a 20 versure, 1 versura a e 3 tomoli cioè a 123,45 are quindi a 12.345 m2., 1 tomolo a 2 mezzetti, 1 mezzetta a 2 quarti, 1 quarto a 2 stoppelli, 1 stoppello a 3 misure, 1 canna lineare a 8 palmi, 1 palmo a 26,5 cm. Inoltre 1 tomolo a 15 passi, 1 passo a 7 palmi o 60 passatelli. (5) Quando l'asta si tiene col metodo della estinzione delle candele, se ne devono accendere tre, una dopo l'altra: se la terza si estingue senza che siano fatte offerte, l'incanto è dichiarato deserto. Così recita il regio decreto n. 827 del 23 maggio 1924. Se invece nell'ardere di una delle tre candele si siano avute offerte, si dovrà accendere la quarta e si proseguirà ad accenderne delle altre sino a che si avranno offerte. Quando una delle candele accese dopo le prime tre si estingue ed è consumata senza che si sia avuta alcuna offerta durante tutto il tempo nel quale rimane accesa, ha effetto l'aggiudicazione a favore dell'ultimo migliore offerente. Se dopo l'accensione e l’estinzione di tre candele che durino ciascuna un minuto non sia stata fatta alcuna offerta, è dichiarato compratore, per il prezzo portato dal bando, il creditore che abbia fatto l'offerta del prezzo secondo l'art. 663. Quando l’incanto è stato aperto sul prezzo di stima e non vi sono state offerte, esso si rinnova con successivi ribassi del prezzo di stima di un decimo almeno (art. 665). Nei quindici giorni successivi alla vendita è ammesso l'aumento del sesto da parte di coloro che abbiano compiuti i depositi indicati nell'art. 672. In questo caso si procede a nuovo incanto, e se in questo non si ha un'offerta maggiore, è dichiarato compratore chi ha fatto l'aumento (art. 682). La procedura dell’incanto è chiusa con la sentenza di vendita (art. 685). Cod. Proc. Civ. in G. Guidi,  Esecuzione mobiliare ,  Esecuzione immobiliare , in  Enc. giur. italiana , V, 2, Milano 1906. Fonte: https://minervinolive.it/ , 9 marzo 2024.

  • Le mie musiche per la Madonna di Loreto

    Fin da quando ero bambino, ho sempre avuto, nei confronti della Madonna una particolare attrazione; ricordo le novene che si facevano nel mese di maggio, dove spesso ero presente con i miei amici per assistere alle stesse qualche volta da chierichetti. Le mie musiche, in onore della Madonna, sono nate quasi spontaneamente. Negli anni '80, quasi senza accorgermene, scrissi di getto uno dei due brani: l'"Ave Maria". Quando l'estate, credo del 1983, tornai da Roma a Capracotta, feci ascoltare l'"Ave Maria" al parroco don Geremia, quasi subito lui scrisse i versi di questa preghiera. La "Madonna di Loreto" invece nacque nei primissimi anni '90. Comunque, entrambi i brani, ogni volta che sono stati eseguiti, specie l'"Ave Maria" per la sua semplicità, hanno riscontrato una buona accoglienza. Il brano "Madonna di Loreto" è un brano per soli, coro, pianoforte e orchestra; l'"Ave Maria" è per solo, coro, organo e orchestra. La "Madonna di Loreto" venne presentata la prima volta nel Teatro Nazionale di Roma e fu eseguito dal coro "Zoltán Kodály" e dall'orchestra "Nuova Amadeus" l'11 dicembre 1997. Il 6 settembre 1999 venne eseguito nella Chiesa Madre, a Capracotta, insieme all'"Ave Maria", in onore della Madonna di Loreto. In questo concerto, che il Comune di Capracotta, insieme alla Pro Loco, organizzarono in onore della Madonna, furono eseguiti dieci miei brani dall'orchestra russa " Udmurtia", diretta dal maestro Nicolai Rogotnev e dal coro diretto da Rosangela Trigiani, pianista Leonardo Quadrini. Dopo qualche mese da questo concerto, realizzai un CD: "Sogni", che forse è ancora in vendita presso la Pro Loco di Capracotta. Comunque spesso l'"Ave Maria" viene eseguita dal coro "Il Principalone" ed anche dai cori "Giacomo Carissimi" di Marino, dal coro di Maurizio Petrolo di Roma e, forse nel corso dell'anno, anche dal coro del Santuario di Loreto. Vincenzo Sanità Fonte: V. Sanità, Le musiche , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • La Chiesa di Sant'Antonio a Capracotta

    Nell'apprezzo feudale di Capracotta dell'aprile 1671, dopo le chiese di S. Maria Assunta, di S. Maria delle Grazie, di S. Giovanni Battista, di S. Antonio di Vienna e prima di quella di S. Maria di Loreto, viene menzionata «un'altra Chiesa, [che] stà sotto il titulo di S. Antonio di Padua alla fine della Terra verso Mezzogiorno, grancia della Chiesa Madre, che viene officiata dal medesimo Clero». Probabilmente è questa la prima volta in cui la bella e discreta chiesetta che sta al termine dell'omonimo corso viene menzionata in un documento pubblico. La sua fondazione va infatti collegata con l'emergere, nel XVII secolo, della nuova borghesia armentizia, allorché le ricche famiglie capracottesi, non più figlie dell'aristocrazia o del clero, cominciano a generare grossi profitti grazie all'allevamento degli ovini. L'ingigantirsi delle fortune corrisponde al loro trasferimento al di fuori del Ristretto della Terra - il borgo più antico e povero di Capracotta - tant'è che la maggior parte dei nuovi ed ariosi palazzi in pietra bianca «del Monte di Capracotta» vengono edificati al di fuori della Terra Vecchia, sul crinale dei Ritagli, rispettando la direttrice ovest-est che, dalla Chiesa di S. Antonio, mena alla Chiesa di S. Giovanni. L'edificio, posto su un lieve pendio, è realizzato ad unica navata priva di abside. La facciata, realizzata con conci sbozzati, è interamente a faccia a vista come il resto dell'edificio; vi si accede da una piccola gradinata che introduce al portale architravato definito da cornici in pietra. Le estremità della facciata sono delimitate da paraste con capitelli rettangolari che reggono la cornice su cui è posto il coronamento triangolare costituito da un timpano sormontato da un campanile a vela. L'interno è scandito da cinque arcate cieche disposte sui lati, ciascuna delle quali contiene un altare sormontato da una nicchia con statua. Tutta la navata è a volta a botte ed è decorata con cornici in stucco bianco e dorato che circondano pannelli dipinti con intonaci policromi. La Chiesa di S. Antonio custodisce immagini sacre che richiamano antichissimi culti ma di cui Luigi Campanelli non ne stimava, forse a torto, la qualità artistica. Il titolare del tempio è ovviamente il giovane portoghese Fernando Martins de Bulhões (1195-1231), conosciuto come Antonio di Padova, un santo francescano secondo, in termini di diffusione devozionale, soltanto al fondatore Francesco d'Assisi, che pure ha un suo altare in questa chiesetta: del francescanesimo capracottese ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sull'ex ospizio di San Rocco ( qui ). Sulla nicchia di sant'Antonio troneggia la scritta "ÆGRI SURGUNT SANI", che significa letteralmente "ecco gli ammalati ergersi sani" e che fa parte del suo responsorio, un'antica preghiera popolare utilizzata per ritrovare ciò che si è perso. Le altre statue sono di san Nicola di Bari «che distribuisce benedizioni con tre dita» e di santa Lucia di Siracusa, che «guasta la vista, al contrario di quella ch'è in Cielo», due personaggi il cui culto è tra i più antichi, poiché risalente all'anno Mille. Quello per il vescovo Nicola, portato a Capracotta direttamente dalle Puglie, ha dato vita ad almeno due chiese (oggi scomparse): una sulla vetta di Monte San Nicola e una tra Vallesorda e Colle Parchesciana. Il culto per la martire Lucia diede invece vita a una cappella nella foresta di Monte Capraro, sul versante di S. Pietro Avellana. Vi è poi un quinto altare, dedicato alla Madonna del Rosario, e quattro icone sacre che raffigurano santa Rita, san Giuseppe, san Sebastiano e la Pietà. Quella di Sant'Antonio di Padova sembra essere una chiesa contenitore, nella quale sono confluiti tutti i culti del popolo capracottese che non avevano trovato spazio nella nuova Collegiata del 1723, perché diminuiti d'intensità (come quello domenicano), letteralmente emigrati (come quello francescano) oppure spariti per sempre nel nulla (come quello per san Nicola). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; Per Emanuele Gianturco: Capracotta, ottobre 1912 , Colitti, Isernia 1912.

  • Le fonti di Terravecchia e la "neve paglierina"

    Quando si nomina la Terra Vecchia eccediamo non solo nella toponomastica e nell'archeologia ma anche in due zone di Capracotta distanti tra loro circa 7 km. La prima è il quartiere medievale posizionato nel punto più alto di Capracotta, dove sta la Chiesa Madre, un borgo nel quale le case erano così addossate le une alle altre che i raggi del sole facevano a pugni per penetrarvi. Quel rione fu distrutto nell'ultima guerra e solo parzialmente ricostruito. Il secondo sito è posizionato a sud-ovest del territorio di Capracotta, alle spalle di Monte Capraro, tra il cosiddetto Ospedaletto, al centro del quale sta l'omonima fonte di abbeverata, e Colle Parchesciana, dove sono visibili i resti di antiche mura e, alla sommità, gli avanzi di una torre di guardia d'epoca longobarda e i resti dell'antica Chiesa di San Nicola di Vallesorda. Nell'agosto del 1973 in quella zona, che presentava una striscia erbosa omogenea lunga circa 300 metri e in notevole pendenza, Michele Potena, Antonio Pollice e altri patiti dello sci alpino organizzarono una gara di slalom sostituendo la neve con la paglia, ovviamente dopo aver rimosso le pietre affioranti. Fu presente un folto gruppo di tifosi, tra famiglie e comitive, pronti a sostenere quei coraggiosi atleti che sfidavano l'imprevedibilità della paglia che, in diverse occasioni, fu responsabile dei ruzzoloni compiuti dagli atleti ma, al contempo, fu l'occasione per trascorrere un pomeriggio in compagnia, allietati dallo skyline di Vastogirardi. Attualmente quella è una zona battuta solo dai cercatori di funghi e dai cacciatori, poco valorizzata dal punto di vista ambientalistico e archeologico, tant'è che si sente mortificata e abbandonata come un anziano che, nonostante gli spietati scherzi e acciacchi dell'età, si assopisce e sopravvive... in attesa che qualcuno ascolti la sua storia! Filippo Di Tella

  • L'elogio della pezzata: vita di pastori

    Viaggiare a piedi è connettersi con ognuno dei tuoi sensi in un percorso interiore in cui ogni passo assume un valore infinito. Massimo ha già estratto il suo bel panino con frittata di asparagi, quando in lontananza vediamo un pastore avvicinarsi sempre più con il suo piccolo gregge. La polvere sollevata dagli animali sfuma il paesaggio come in un sogno. Riempie il cuore vedere una scena antica in un mondo che ha dimenticato il suo passato. Tra un boccone e l'altro, l'amico mi fa notare che quest'antica strada romana, tagliata per molti chilometri tra boschi e rupi, portava le torme di pecore e capri verso Senarica e poi giù per la valle del fiume Vomano, fino al mare. Una sorta di raccordo tra la "Salaria dell'Adriatico" e quella del Gran Sasso che toccava poi la Laga amatriciana. Basti pensare alle pietre miliari presenti qui e là da Poggio Umbricchio, grumo di case abbarbicate sulla roccia come un astore su di un pendio pronto al volo, giù fino al tempio di Ercole nella zona archeologica della vallata. Non so se conoscete Fonte Spugna, quell'antico fontanile che trovate in una delle curve a gomito sulla strada Maestra del Parco, pochi tornanti dal bacino Enel del lago di Piaganini. Ebbene se ci si affaccia di sotto del guardrail, lì dove scorre il fiume, s'intuiscono tracce di sentiero. L'antica Salaria, secondo il mio amico montoriese, Claudio Foglia, appassionato cultore di quest'antica arteria romana, passa lì dopo essere scesa proprio dal Poggio, località campo sportivo, dove fu trovata la colonnina miliare, per virare attraverso Leognano e fino a Zampitto-Salara, per l'appunto. Splendido! Ricordo che quel grande uomo di cultura e amico, Gianmario Sgattoni, prima di lasciarci avrebbe voluto scrivere a quattro mani con me di questa sorta di città santuario sepolta dinanzi al Gran Sasso. Per lui proprio qui esisteva l'antica "Beretra" di cui Tolomeo scrisse: «città orientale di là dell'Interamnia». Forse, come diceva l'abate scrittore del primo Novecento, Jean Jacques Christillin, «la leggenda non è poi così lontana dalla verità, ma è semplicemente, la storia non ancora messa a punto». Di questi luoghi magici, solenni e misteriosi, il Gran Sasso è ancora pieno. Vivono di vita propria in un continuo alternarsi di luci, ombre e figure che si confondono tra falsi storici e realtà. Elementi mescolati che danno poi vita a una sorta di sinfonia poetica, unica, onirica, in un rapporto insondabile tra uomo e natura. Il pastore rabbonisce il suo scalmanato cane bianco che latra selvaggiamente, mostrando denti affilati e occhi rossi ardenti come carboni. Porta, sotto al mento, un lungo collare dai chiodi aguzzi per difendersi dai pericoli. Il latrare del cane fedele si confonde con l'acuto suono dei campanacci. La bestia infernale pare prendere maledettamente sul serio il suo compito di custode delle pecore. Queste palle bianche animate, creature sorprendenti dal pelo lungo, appaiono un po' orsi, un po' lupi, sono impareggiabili in ferocia e forza. Quando in montagna, li scorgi comparire sul tuo sentiero con il minaccioso abbaiare, è come se fossi in balia di un leone. Mentre ringhiano, sei lì a pregare che il padrone delle greggi sia nei paraggi, altrimenti si fa notte! Anche quando non avvertono minacce verso le greggi, non sembrano mai socievoli. L'uomo, al contrario, è loquace ed è anche italiano. Ha le tempie leggermente brizzolate, il colorito sano di chi passa evidentemente molte ore in ambiente, sorriso contagioso e insospettata capacità naturale di comunicare. Vive non lontano da Tottea, ma nella bella stagione per molti giorni sperimenta una vita quasi nomade. Incredibilmente la pecora è ancora il centro della sua economia, dei suoi pensieri e del lavoro. Un mondo anacronistico il suo. Racconta degli aneddoti agro-pastorali, conditi da sussulti di umorismo. Ricorda quando i pastori di sera transitavano in un paese. C'era il rito dei pentolini: ogni famiglia, con il suo bel contenitore in mano, faceva il giro dei transumanti per chiedere un po' di ricotta, il siero da mangiare la sera o da miscelare al mattino con il latte. Snocciola, addirittura, anche ricette come quella della "pezzata", piatto transumante che credevo si consumasse solo a Capracotta, nelle montagne del Molise, non lontano dalle vestigia di Pietrabbondante e delle antiche fonderie di Agnone. Nel borgo molisano ancora lavora l'officina dei fratelli Marinelli, realizzatori delle campane nella basilica di San Pietro a Roma. La pecora è bollita con erbe aromatiche dei prati alti, profumandola e servendola con zuppa di pane raffermo. Il pastore schiocca le labbra a far capire la bontà del piatto, apre, poi, la sua povera bisaccia che ha visto giorni migliori ed estrae, con aria soddisfatta, ciuffi di orapi, sorta di spinaci selvatici d'altura e sentenzia che con quelli, la pezzata diventa un lusso! Chissà perché quest'uomo d'altri tempi che non ha lasciato neanche il suo nome, appare affascinante nel suo puzzo di sudore e formaggio andato a male. Per Massimo è la sua vita verde ad attrarre. È una sorta di perenne avventura che alla casa di paese gli fa preferire le greggi, l'ovile, il canto degli uccelli, l'acqua di un ruscello. È l'incanto di vivere al confine tra le rocce arenarie della Laga e il calcare del Gran Sasso, nella libertà assoluta, libera da schemi predefiniti. Un qualcosa che ammalia chi, come noi, vive immerso in un mondo che consumandosi fino a farsi male, cerca oggi qualche via di salvataggio attraverso i confini di un'esistenza eco compatibile. Sono vite semplici, povere, ma autentiche e pienamente vissute. Questo povero transumante è un monumento alla tradizione. Tutta la grande vallata ai margini dei monti della Laga è stata per anni conosciuta anche per la produzione di formaggi. L'uomo è una miniera di ricordi. Ha un'allegria coinvolgente. Ride sguaiato, dipingendo, quasi la chiostra dei suoi denti. Traffica con la sua pipa, la pulisce, la carica, l'accende, spande un terribile odore di tabacco nell'aria. Un tempo, ci dice, quando si faceva pettegolezzi si diceva: facciamo ricotta! Ci parla dei padroni, a volte odiosi che affidavano il loro gregge alla povera gente del posto. I possidenti oltre al salario mensile, di per sé scarso, fornivano lo stretto necessario per sopravvivere. La dote era: un litro d'olio al mese, un chilo di pane al dì, un chilo di sale per trenta giorni. Lo strumento principe di questa sorta di baratto, era la "taja", un regolo in legno su cui si segnavano con tacche, le quantità di pane e altre merci ricevute dal padrone. In caso di superamento di queste razioni, si scalava il mese successivo. Nell'ipotesi, molto remota che avanzasse qualcosa c’era il cosiddetto "affranco", con il calcolo nel salario successivo. Nel ricordare i pastori, che tornavano in estate con le loro greggi, invadendo le strade come un fiume di lana, il gregge che copriva ogni spazio della strada da dove si scorgevano solo velli, le tante case piene di persone che ora non ci sono più, l'uomo pare quasi sul punto di piangere. Sembrano tempi incredibilmente lontani da noi quelli in cui si curava febbre con le sanguisughe e i salassi, quando il bucato si faceva con la liscivia, cioè acqua e cenere, quando i fiumi e i laghi erano potabili. Ricordo che anche la mia povera nonna aveva una convinzione assurda: quando qualcuno stava molto male bisognava uccidere la gallina e preparare il brodo per il debilitato, mentre almeno una di sette vergini, con un bel fazzoletto bianco in testa, doveva recitare con trasporto il rosario. In realtà il tempo che ci separa da una vita così diversa non è poi tanto. Mentre l'uomo racconta, penso che lo scrittore latino Catone, oltre 2000 anni fa, ripeteva che per tutti i successivi secoli, la pastorizia sarebbe stata la maggiore ricchezza. Sappiamo tutti com'è finito il Sacro Romano Impero. L'Italia del dopoguerra grondava di latte, commerciava in lana, oggi i pastori sono disperati macedoni o piccoli produttori come l'uomo che abbiamo davanti. Il "Settembre andiamo, è tempo di migrare" di dannunziana memoria suona come un beffa fuori moda. Pochi sono quelli che ancora cercano di salvare i tratturi, le autostrade dell'antichità lungo le quali si snodavano commerci e transumavano gli armenti. Ancora di meno coloro i quali cercano di non far crollare piccole chiese disseminate lungo i tracciati. Molti tratti sono ormai ricoperti da erbacce, molti asfaltati o affittati a contadini. Il mondo è cambiato, qualche volta in peggio. Chissà perché i pastori sono stati sempre visti con sospetto da tutte le civiltà. La letteratura sumerica li definiva: «apparenti uomini dalla voce dei cani di prateria». Altre cultura li comparavano a briganti. Gli egiziani ne avevano repulsa. Per gli ebrei non potevano neanche testimoniare nei processi. Un mestiere essenziale ma, direi, maledetto. Eppure furono loro a vedere per primi Gesù nella grotta di Betlemme e dal tronco di Iesse, dal giovane pastorello Davide, che nacque la genealogia del Cristo. Riprendiamo il cammino in un pomeriggio in cui il sole ha lasciato posto a una spessa nuvolaglia umida, grigiastra. Il cielo è ora plumbeo, rigato da inusuali strisce rosse. In un silenzio condiviso c'inoltriamo in un paesaggio di arcadica semplicità. In lontananza sentiamo scampanii di mucche al pascolo. Nel naso, un acuto profumo di resina proveniente da boschi vicini. Superati i minimi resti del leggendario abitato di Campanea che resistette alle intemperie del tempo fino al tardo medioevo, incontriamo anche le anonime pietre di quella che un tempo era l'antica pieve di San Martino dove dicono siano vissuti uomini già intorno al I secolo ante Cristo. Si favoleggia che qui ci fosse già un vero presidio di fede pagana, poi col Cristianesimo la zona divenne una minuscola cittadella dello Spirito, un sito del silenzio e della contemplazione. Bé, in verità, il silenzio è rimasto. L'aria sembra ancora intensa di anime, densa e rarefatta allo stesso tempo. L'aura religiosa un tempo si estendeva fino alla Madonna del monte Calvario di Piano Vomano, creando un culto mariano notevole: quello delle Sette Madonne Sorelle, che coinvolge tutte le statue dedicate alla Vergine Maria che si trovano nei paesi vicini. È un'antica forma di devozione popolare, in passato molto diffusa nelle aree rurali e montane. Il culto veniva professato svolgendo pellegrinaggi a piedi nelle chiese disposte entro orizzonti confinanti in modo da vedersi e dov'era presente una statua di Maria Santissima, per sciogliere voti, chiedere grazie, protezione da eventi terribili. Oltre ad un'area devozionale, il luogo aveva anche funzione strategica per arroccarsi nel caso di un attacco nemico. Una piccola città in pietra, dalla mirabile strategia urbanistica e una straordinaria posizione geografica, incastonata tra queste montagne. Pare che uno scrittore del Rinascimento di cui non rammento il nome, parlando di questa cittadella ormai scomparsa, la descriveva così: «lì dove regna il sole che è di tutti e tutto fa crescere e la rovina non sarà mai tale». La domanda aperta al cielo è: come può essere diventato tutto così, rovina su rovina? Una gustosa leggenda tramandata per anni, racconta di spiritelli terribili dal baschetto rosso e facce nere, che occupavano questo luogo: erano i fantastici mazzamarill . Spaventavano le mandrie di vacche e le greggi delle pecore creando disagi a non finire ai pastori. Occorreva molta fede e ore di preghiera per allontanare questi folletti birichini. Ancora oggi quando s'incontra una persona di carnagione scura da queste parti si dice "che è nere n'da nu mazzamarill". La fama di questi luoghi è anche legata a un non so che di esoterico folcloristico. Le presenze demoniache potevano essere allontanate solo con la preghiera. Anche con accorgimenti, per carità. Tutti, presso gli usci di casa, mettevano, ad esempio, le scope, per far sì che streghe o spiriti maligni, entrando, fossero costretti a contare uno per uno i fili, senza riuscire a venirne a capo entro l'alba. I bambini, che spesso avevano problemi digestivi a causa della poca igiene, venivano guariti dai santoni della zona, facendo passare per tre volte un filo attraverso la cruna di un ago. Sono molti i montanari che sostengono di aver trovato, al mattino, cavalli con criniere intrecciate e sudate, utilizzati dalle streghe per le loro notturne scorribande. È risaputo che di queste anime perverse, hanno parlato grandi uomini come Dante Alighieri o Pico della Mirandola. Tutto poteva essere scongiurato, però, con la preghiera. La fede è dono di Dio assolutamente importante per gli uomini di montagna. Nel giro di poche manciate di chilometri tra il Gran Sasso, la Majella e il Velino Sirente, esistono santuari costruiti sopra antri, grotte, rocce o picchi, là dove gli uomini in qualche misura sentono più forte la vicinanza di Dio, luoghi che sfiorano il divino. Ci sono posti, dove si sperimenta il benessere anche fisico dello stare in silenzio, avvolti nei propri pensieri, ricordi o progetti che ancora ci attendono. È questo il motivo per cui tanti santi li hanno cercati. Così credo sia stato per San Benedetto a Cassino, San Francesco a La Verna e San Pietro Celestino a Santo Spirito nel vallone dell'Orfento, a Caramanico nel pescarese. Questi luoghi conservano una spiritualità palpabile, di enorme richiamo per l'uomo moderno. Non smetto mai di chiedermi perché l'occidente secolare dimentica tutto il suo sacro, quasi nascondendolo, mentre in Asia non c'è nulla di nascosto e tutto è sacro. La sacralità della vita è tale che in India, ad esempio, i milioni di senza tetto pregano per strada, inginocchiati nella polvere tra il grigiore polveroso e scrostato. Ora il dilemma è: scendere attraverso tracce di sentiero fuori pista e spezza gambe verso il paese di Senarica o tornare verso Macchia Vomano, aggirando i ruderi altomedioevali di Tibbia sui piani di Crognaleto, attraverso il vallone del Rosario e su di una comoda mulattiera. Ci sarebbe anche un percorso tra sterpi che arriva fino allo storico mulino ad acqua De Giorgis di Poggio Umbricchio. Un luogo delizioso con una storia singolare raccontata nei suoi scritti da Ercole, rampollo della famiglia che dal 1920 ne acquisì la proprietà. L’antico opificio rurale ancora oggi presenta le pale in legno del tempo, le volte dei canali di deflusso delle acque e la buca di raccolta delle acque. Questo manufatto fu costruito sul finire del secolo decimo nono da un carabiniere, un certo Giuseppe Andreoli della provincia di Mantova. Il tizio lasciò la Benemerita, sposò una donna del Poggio e divenne anche sindaco di Crognaleto. A questo Primo Cittadino si deve la costruzione del ponte in ferro sul fiume e il ripristino di antiche mulattiere. Il mulino è stato per anni, il punto di riferimento delle popolazioni che vi si recavano per la macinazione dei raccolti di grano, orzo, mais e farro, capo saldi dell'antica alimentazione contadina. Quale itinerario scegliere? È il bello e il brutto del non avere mete. Massimo guarda attentamente la cartina, alza gli occhi al cielo, poi decide che forse è meglio tornare in quest'ultima direzione. Peccato non passare a Senarica! Quanti bei ricordi ho di questo minuscolo borgo antico pieno di storia. Ripenso a una mitica sagra della castagna di qualche anno fa. Sergio Scacchia Fonte: S. Scacchia, Il mio Ararat. Un fantastico trekking tra Laga e Gran Sasso alla ricerca di se stessi , La Cassandra, Pineto 2011.

  • Il giorno della partenza

    Incastrato tra le lenzuola di un giaciglio esile riposava un odore disordinato, come di sogni. Fuori il sole se ne stava raggomitolato in un buco scavato nel cielo, tutt'intorno raggi rappresi. Il ragazzino che addentava la sua succosa fetta d'anguria mi vide e iniziò a scagliare zolle di terra contro la finestra. Era ora di scendere e uscire con lui, il ragazzino tutt'occhi smeraldo e capelli biondo cenere. Meriggiare e mangiare anguria, il suo spuntino preferito; correre nei campi, contarsi i capelli, incipriarsi di sorrisi, acchiapparsi, aggrovigliarsi, azzuffarsi, lacrimare dal ridere. Eravamo nel solìngo dei vasti terreni erbosi, a parlarci, a sporcarci la bocca di sogni. Percorrevamo sempre la solita via sterrata, con gli arpeggi stonati delle cavallette gonfi nelle orecchie. E prima di tornare gli scrutavo la faccia scura e gli occhi meri, come tutte le altre volte. Un abbraccio e un arrivederci difficili da scambiarsi. Il giorno dei particolari, il giorno della partenza. E come sempre le stelle amarono accamparsi nell'acme della notte, inchiavellàrsi nel cielo. Tutti ricordi di un dì che pare uno scrigno d'amore dimenticato. Sembra che siano passati secoli, anni, mesi, giorni, ore, attimi, minuti, secondi dal giorno della mia partenza. E torno lì da lui, per poi andare via. Forse. Su di lui si poteva contare, sempre. Perché lui era il vento sorpreso a scompigliare le nuvole in cielo, era le carezze che mi brulicavano sulla pelle. Dannatissime le conche d'anima scavate sul suo viso mi mancavano da morirne disidradata. Che poi lo avevano indovinato gli oracoli che noi eravamo le lenzuola, i campi, le strade e le stelle di quel giorno lontano. E poi eravamo anche quelle cavallette, la loro musica, i loro concerti no-profit. Siamo stati come dialèfe di versi liberi, metafore incomplete, verbi proibiti, parole occulte in fondo ai libri. Immersa nuovamente nel letto dove una volta c'era quel profondo groviglio di dolcezza; ora i sentimenti sono un urlo congestionato esploso sul muro della distanza. Lui è quà fuori, assorto a disorientare il fumo. Il sole riempie d'afa ogni briciola d'aria. Sputa la sigaretta a terra, la camicia sbottonata sul petto. Busso alla finestra. Alza lo sguardo verso di me, e il sole non esita a percorrere l'altrove delle sue iridi. E ci sembra che dovrà essere così per sempre. Vernalda Di Tanna Fonte: https://libreriamo.it/ , 30 agosto 2018.

  • Il segno di un abbaglio

    Negli ultimi tempi, ad una sagra paesana ed evocativa dei kaprakottesi sparsi nei dintorni extraterrestri dell'"Altro Mondo", dopo aver parlato e ricordato dei tanti eventi a loro accaduti e messo a fuoco i loro ricordi personali e del paese della famosa Pezzata, hanno deciso di agire per una camminata alle origini, affiatando un sopralluogo ricordevole. Tutto è derivato dal succo della genetica kaprarese , che è evidente e che in ogni caso rimane, ed anche nell'eternità. Improvvisando una locandina per l'iscrizione ove si stabilisce il da farsi, si preparano all'evento, che deve essere segreto ed originale, ma sempre con lascio condotto del Padreterno! Così producendo, si fissano appuntamento al punto già stabilito, pressappoco al Ponte delle Stelle, ove le costellazioni Montepenne Grecor e Monte Miglies fanno da riferimento. La "Tradotta volante" dei nuovi transumanti, al comando d'esperti massari , è già pronta per salpare, guidano la "carovana" le greggi sannitiche, la traversata dovrà essere una passeggiata cosmica ad ecologia festante, senza problemi di sorte o altri accidenti improvvisati. Sui gioiosi lati dello stellato tratturo, infuocati dall'emozione, un plotone della "Milizia Caracenica-Pentro-Sannitica", alza il gladio e rende onore alle bianche ed alate sacerdotesse, le quali guidano la processione, al canto dell'inno alla Madonna di Loreto, che ha messo a disposizione tutta la Sua Santissima Anima ed il proprio Immacolato Cuore per le Sue illustrissime anime, che tanto l'hanno amata e implorata col Santo Rosario ed altre pregiatissime preghiere, scritte nel profondo silenzio delle proprie sofferenze o delle inerenti allegrie, ma in ogni modo fino agli estremi, anche nei momenti più difficili o nei tormentati periodi della loro terrena esistenza ed in modo speciale, al marcato e sofferente distacco dei propri cari che si traumatizzava con tutta la potenza affettiva, proprio davanti alla Sua Santa Casa del bosco di Vallesorda alle partenze settembrine verso le calde pianure delle Murge: Madonna dei tratturi del bosco di Vallesorda nessuno mai si scorda Sei un mare di bontà! Santissima del pastore or sempre e a tutte l'ore ci copri con l'amore la via nel transitar! È bello l'intero manto è azzurro tutto il campo sei Tu il nostro scampo che ci soccorri ancor! Madonna di Loreto torniamo da Lucera che bello, tutto era ci hai donato il cuor! Stella di Capracotta Lume dell'Appennino Faro col Tuo Bambino sempre, vogliamo a te! La manifestazione è immensa, sentita, esplosiva, ma più che altro è commovente, così, nel discorrere, ad un certo punto, un anziano e sant'uomo dalla barba bianchissima e dallo sguardo profondamente cristiano, facendosi avanti alla processione ed alzando la mano, fa cenno alla Grande Madre Celeste di prendere la parola e la che, le è concessa, è uno dei primi fondatori e Vescovo della Diocesi di Trivento, che con insormontabile affanno e preghiera chiede alla Sua Madonna di Loreto, che il corteo si promulgasse per qualche istante sugli spazi celesti del Purgatorio, ove schiere d'anime pentite, che appartennero alla sua Chiesa, tuttora ai bordi delle fiamme, aspettano impazientemente l'attestato finale della purificazione totale... Il Santo Vescovo è acconsentito, il seguito, messo da parte gli armenti sui pascoli galattici, improvvisa, sotto i fluenti occhi della Madonna delle Corporazioni Volanti, una catena d'ombre, che, con anfore e contenitori d'ogni genere e tipo, ed aiutate da una legione immensa d'angeli prendono acqua dalle fredde e limpidissime sorgenti del Verrino, scaricandole con un veloce passamano a continui getti e per tanti attimi, questo è solo un velocissimo istante, ma nel momento il respiro delle anime del Purgatorio, delimitato alla circoscrizione provinciale kapracottese (e, fra queste, sembra che qualcuno abbia riconosciuto l'orefice della Tabula d'Agnone con alcune persone montekampine , fra le più acculturate... del tempo, che chiedevano perdono per aver procurato ai loro discendenti un immenso danno storico, invece qualche altro, avrà pur dichiarato che forse erano solo dei sosia), ritrova l'immensità e la purezza della Verità, ed assapora nuovamente, ma con spirito tutto nuovo, dettato solo dalla secolare sofferenza, il traguardo dell'immediata porta della purificazione! Ancora ed ancora Lei! Maria! Sentinella Particolare del Cielo e della Terra! Dopo un tremendo distacco, ma per fortuna si tratta solo di un commiato tentennante, anche se un po' allungato... Il corteo riprende quota, e nella totale armonia dei sensi religiosi, continua il viaggio intrapreso, gli angeli che lo hanno preceduto alla sorgente del fiume, ora già si stanno attivando per adoperarsi al piano dell'atterraggio, che secondo le previsioni, approderà di notte, al lume della luna incandescente, ma che per volere della Madre dei Transumanti, ancora dovrà circondarsi di più colorata Luce, per illuminare i silenzi ed i misteri dei sepolcrali guadi al Suo Santuario, sito perennemente agli sguardi incessanti e benevoli dei "Due Paterni Monti". Per la commozione, nessuno si accorge dell'arrivo, l'eolico li confonde per Marte, però, durante il terrestre ingresso ognuno prende coscienza, tutto diventa spettacolare, toccante, indescrivibile, bensì la tranquillità si riaccende vigorosa e la pace dei cuori, riassapora tutta la verità d'ogni angoscia passata, ma lo stesso di fedeltà ed amore profondo mantenuto attimo per attimo, fino alla fine, per la propria Madonna! L'evento sta sfiorando il compito che si è prefisso, ma i demoni, sono in ogni luogo, in tutti i tempi e dappertutto, per mettere zizzania e spettacolarità negativa, nei confronti della pace e della quiete altrui, mentre le genti del cielo di "Kaprakotta", tornate con orgoglio al silenzio "kampestre" dei mai cancellati affetti, stanno per terminare le ultime preghiere ai conoscenti dannati del fuoco dell'inferno, colpevoli di non aver mai ascoltato la loro Madonna ed a quando pare, per questa causa, gli assenti del corteo, si sommerebbero ad infinita moltitudine, ecco che le criniere del pianoro e dei tratturi si circondano d'ingenuo disordine progredito: vigili urbani, carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza, forestale, vigilanti provinciali, perfino operatori di primo piano sia della Protezione Civile sia della Croce Rossa Italiana, manca solo l'esercito, un altro evento importante scivola alla deriva! È scattato il Piano nazionale d'Emergenza contro gli alieni... I servizi segreti erano convinti, che attaccavano le pale eoliche, annientandole... Nessuno ha chiesto agli accampati un documento, chi fossero, hanno preteso da loro, solo soldi, soldi e soldi, per aver occupato gli spazi demaniali e comunali, tenere invaso del tratturo e senza sapere, esattamente nemmeno qual'è, perché dopo l'abbandono per causa della rivoluzione... della maggior parte di queste meridionali vie erbose, non se ne riconosce più nemmeno un metro di confine, non solo, ma neanche più l'armoniosa e chiara immagine, cosi verde e riposante che non inneggia più niente dell'antico fiume silente... Questi santi ed affettuosi antenati, sono stati azzittiti ed agguantati come extraterrestri o extracomunitari e nel nome dell'ordine pubblico senza ascoltare nemmeno una loro semplice parola, ristretti, come nelle Lampeduse d'ogni dove della penisola, nel modo dell'Italica Guerra Civile, si stanno rendendo conto, che non è cambiato niente, l'attuale ed eversiva influenza televisiva, li porta prigionieri alla malvagia confusione del tempo vigente, dove le leggi dei territori democratici si emanano secondo i criteri e le norme delle percentuali, che dettate dai risultati statistici, danno l'idea che tutte le persone vivono felici ed appagate, basta che il 51% della popolazione sta bene, gli altri non esistono, cosi rimpiangendo la trascorsa proporzionale elettorale, allegata alle Evangeliche Leggi, si affrettano di corsa alla partenza, ed amareggiati dalla confusione e dalla lotta che impervia la moderna transumanza del migrante egoismo.., perché ai loro pensieri queste problematiche erano lontane dal tempo, ed in un certo senso, anche aggiustate da loro, con le tante esperienze, vissute in allineamento col Vangelo, ed interpretando con il civico rispetto, le equilibrate e sacre leggi delle unioni religiose e sociali, ed invece le scoprono ancora più complicate ed allergiche di statici secolarismi, poiché indagando la speranza, pregano con il cuore all'infinito, che tutto ritorna alla "cristiana" e "duosiciliana" armonia. Prima del ritorno vogliono udire i Monti Maggiori che soprintendono Kaprakotta, desiderano sentire la loro eterna voce, chi più di essi, può esaudire il vuoto dei secoli ai presenti che domandano ed ascoltano: Bello e caro, ombroso e raro silente ed amaro, Monte Kapraro dal roccioso cavo, sulla scia dell'avo sfida il guado, osserva il grado notte e giorno e si guarda intorno che, non gli interessa un corno: – Mai più brucerà il bello d'alcun forno con abilità e contorno dei sacri suoi momenti che profumando ardor cingeva eventi. L'armonia di un tempo tace la silente pace... non mi piace la chiacchiera mera e attuale si disperde nel "kaprakottese" viale là, tutto è senza brio e senza sale... Or ascolto i cuscinetti delle ali che al rumor dei pali mi rubano il vento... Che istante è il mio tormento! Al Kapraro Monte, la vita nulla più gli offre per il suo sconfinato amor che ancora soffre. Al modo chiassoso di un violento lampo con impulso gli risponde Monte Kampo: – L'esistenza, quella mielata vita affaccendata va, tra l'aspre dita. Scorre ed anche se mai impedita spinge la quiete che non è infinita... Kapracotta, Kapracotta! Or nella memoria mia tutto s'incappotta. La rovente nostalgia pienamente è in lotta al bianco latte e alla deliziosa "arkootta" che il tempo lascia alla cocente botta! Alla Fonte del Romita sull'Ara del Sannita il "Divino" s'invocava se qualche cosa dava! Tra le nuvole, gli Dei e non tempestosi e rei con tutti i sentimenti imploravano ai presenti: arditi combattenti coi mordenti denti in cause e accidenti difendono gli intenti. Anche la talpa romana si nasconde nella brama ma l'amor non è pacchiana ed il cor invoca: Diana, Matae, Euclus, Perna, Inter-Stita Jupiter Juventus, Vezkeì, Hercules, Jupiter Rigator, Flora, Diva Genita, Filia Cerealis, Patana Pistia, Kerres Liganacdix Intera, Imbres Amma e Lymphae Cereales, alla memoria questo si ritrova nel cor dei monti tutto si rinnova. La "Tavola d'Agnone", sì la Osca che l'orefice il nostro oro fosca doveva chiamarsi, sì di Kaprakotta ma con paghe, lui ebbe amor di cotta! I mille voli, tra i rami che son soli. Il bue ad arare ed il battito trebbiare. I "ferri" che non cantano, mi mancano, mi mancano! Per lui io ero un Duomo or son privo di quell'uomo concreto e reale, che molto più vale! Certo, non falso, che molto è più valso! Temo che il mio volto, sia già di ferro Voglio sperar che tanto ancor mi erro! Sono irritato con tutti e non scruto più frutti! I miei progetti più belli? Tutti distrutti! Or ci si perde in inutili feste che sono piene d'interesse... Non durano quelle vere, anche nelle bufere, ove le armoniose primavere, riportano le ere al volto dello spazio, or non più sazio ad ogni cosa, che allora, erano di sposa! Semplici e belli anche i ruscelli scrutando i privati si son mortificati. I vuoti tratturi una volta puri, forti e duri fino a Turi cantavano la vita. Or l'infinita calma si disperde profonda nell'alma. Naviga alla tempesta a tutta prua la nostalgia dell'eterna bua! Del profondo sentimento dei monti ha declamato la voce del vento, mentre si è inasprito di fosco l'infinito, che forte copre gli orizzonti distanti. Inquieti alle vere testimonianze, che a causa all'inasprimento inumano, per la selvaggia ed incomprensibile convivenza, i rassegnati e saltuari kaprakottesi , esprimono gratitudine ai Monti del Cuore, ed implorando per un Sannio più bello, che, in ogni modo già perdonato e che per sempre vorranno tanto bene, ed aspettando nuove ed interessanti ere, che li condurranno ad una nuova e sicura speranza, allietata alla mondialità del cambiamento, potranno tornare, accolti in un modo, forse più sottile dalle secolari... generazioni! È notte inoltrata e loro riprendono la traversata al canto della Madonna di Loreto! Teodorico Lilli Fonte: T. Lilli, Il segno di un abbaglio , in AA.VV. I racconti di Capracotta , vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • I nostri pastori

    Sono bella gente sana e forte, fiera e onesta, rozzi, ma cordiali. Alti e rubizzi, con certe mazze nodose, a vederli incedere serii, maestosi, sembrano redivivi patriarchi. Passano le giornate all'aperto, seguiti dagli inseparabili mastini, nutrendosi quasi sempre di pane ammollato nell'acqua, condito d'olio e di sale. A sera, rientrano in un caseggiato di pietra, ricoverto di terra e d'erba; ivi, su poca paglia, passano la notte. Quando, d'autunno, preceduti dalle mandre belanti, scendono a svernare nelle Puglie, sembra d'assistere ad una migrazione primordiale. La massa bruna delle vellose spicca compatta sul verde dei tratturi, a cui sovrasta la figura nodosa de' pastori e fa séguito la carovana de' nitrenti, e su tutti si estolle sul cielo scialbo, sui campi ormai privi della gioia della vita, il coro dei belati, dei nitriti, degli abbaiamenti, interrotto di tanto in tanto dalle grida gutturali de' guidatori. E quel lembo di vita primitiva avanza lentamente verso il paese del sole, verso le Puglie, che da noi suonano luce e bellezza, e non ristà che a sera, in luoghi prestabiliti, dove un giorno sostarono i padri e sosteranno i figliuoli. È allora che si ha davvero l'illusione d'assistere all'arrivo d'una tribù in cerca di nuove terre e di nuovi destini. I buttari , simili in tutto, tranne nella crassa ignoranza, a quelli della campagna romana, arrivano precedendo il grosso dell'armento, scelgono il sito più adatto, che preferibilmente è una insenatura riparata da' venti e meno esposta agli assalti dei lupi, scaricano le masserizie, stendono le reti e, sciolti gli animali alla pastura, vanno in cerca di legna e d'acqua. Arriva, dopo qualche ora, il numeroso gregge a scaglioni di trecentocinquanta pecore, che noi chiamiamo mórra , uno dietro l'altra, senza confusione alcuna, occupando ognuno il posto da 'l massaro (capo) assegnato. Messi a posto gli animali, pensano a sé stessi, accendono un grosso fuoco, fanno l'immancabile acqua-sale o pancotto e poi vanno a seppellire la stanchezza ne 'l sonno, sulla nuda terra, coverti di velli di lana o di cappotti, avendo per guanciale un basto. Ben presto, ne 'l pacifico accampamento scendono le ombre ed il silenzio, rotto solo dal ritmico suono della campana de' castrati ( manzi ) che ruminano e da 'l tintinnio de' campanelli degli equini pasturanti. Dopo una diecina di giorni di viaggio, durante il quale sono esposti a tutte le ire degli elementi, arrivano in Puglia, dove restano per sette mesi, vivendo in campagna, in un ricovero costruito con grossi pali e canne intrecciate. Dormono in cuccette di legno a due piani sovrapposti, su paglia o su pelli, avvolti nello zaino , grosso sacco lanuto che li copre sino ai ginocchi. Non si spogliano che per cambiarsi la biancheria, dovendo nelle notti, in ispecie di verno, alzarsi più volte per governare gli animali e per proteggerli da' lupi. Fanno la pulizia da loro, mangiano quasi sempre acqua-sale e pancotto e ognuno per proprio conto, salvo nelle grandi occasioni, quando fanno tavola comune. A notte alta, prima d'entrare nelle cucce, si dispongono intorno al fornello , grosso fuoco al centro della cucina, e vi dicono il rosario, giuocano alla mòra o tagliano i panni addosso al prossimo o fanno discorsi più saggi e più pratici di quelli ne' circoli e ne' caffè. Ai primi giorni di quaresima mettono a bollire acqua e cenere e bevono la strana decozione, intendendo con ciò fare ammenda della baldoria carnescialesca, operazione questa che vien detta fare il bucato agli intestini . Alla fine di maggio, prima di partire per i patrii monti, fanno il sacco , grosso involto contenente gli effetti de 'l pastore, le prestazioni padronali, nonché le provvistuole per la famiglia: sapone, olio, frutta secche ecc. Tutto sommato, la classe de' pastori è formata di gente sana, allegra, semplice, disciplinata. Vivendo in campagna, senza essere costretta ai duri lavori de' campi, e lungi da' bagordi, essa desta l'invidia di tutti gli altri lavoratori. Ru mestier' d' ru pastore è na cuccagna, è com' e rugnóne 'mmies'alla sogna: ze mòre la pèchera grassa e ze la magna, fa la recotta fine e ze lècca l'ògna. Ru mestier' d' ru pastore è na cuccagna. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Folklorica pastorale capracottese , De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910.

  • Capracotta, dove l'Appennino incanta

    1.525 metri: questa la quota del Giardino della Flora appenninica di Capracotta (IS), un luogo straordinario, dove le piante spontanee e le antiche varietà orticole, i semplici e le piante tintorie sono raccolte, coltivate e raccontate lungo il percorso che attraversa gli oltre 5 ettari di Giardino e che è fruibile anche dai diversabili. I restanti 6 ettari sono lasciati alla naturale evoluzione: la faggeta con il suo sottobosco e le radure si sta evolvendo verso il climax. Unico osservatorio della Regione Molise sulla biodiversità, il Giardino ospita molti habitat naturali e specie endemiche, rare e protette della flora montana e alto montana dell'Appennino centro meridionale. Carmen Giancola è la curatrice, appassionata ed esperta, di questa oasi meravigliosa, dove il Paesaggista può davvero rendersi conto del valore estetico delle piante spontanee e di come sia giunto il momento di usarle in modo "massiccio" anche nei contesti urbani, dove diventano portatrici sane di biodiversità e resilienza. La gestione del Giardino è affidata ad un Consorzio composto da: Comune di Capracotta, Università del Molise e Regione. Le attività didattiche e divulgative sono rivolte alle scuole e non solo e per approfondire e studiare con l'attenzione che meritano queste straordinarie piante, è possibile anche pernottare nella foresteria. Tutti i Paesaggisti che operano sopra agli 800 m.s.l.m. dovrebbero andare in pellegrinaggio al Giardino: troveranno ispirazione e suggestioni, scopriranno che ci sono altri modi di "dire paesaggio" e di trarre dalla flora appenninica tutto ciò che ci serve per "fare paesaggio". Senza andare troppo lontano (vedi piante esotiche) proviamo a portare nel tessuto urbano qualcosa di autentico, di significativo ed evocativo: piante che raccontino un territorio, la sua gente e la sua storia. Alessia Brignardello Fonte: https://www.aiapp.net/ .

  • Il petrolio di Capracotta

    Il tartufo? La neve? L'aria purissima? La natura incontaminata? No. Quando parlo del petrolio di Capracotta mi riferisco espressamente ai combustibili fossili, liquidi e gassosi, presenti nel sottosuolo della nostra cittadina, che furono oggetto di esplorazione da parte della Montedison S.p.A. - uno dei più grandi gruppi industriali italiani - nei primi anni '70, al termine dell'attività di ricerca lungo il margine appenninico inaugurata nel 1955 dal giacimento petrolifero del Cigno, in provincia di Pescara. Era infatti il 26 maggio 1970 quando la public company meneghina chiese al Comune di Capracotta il permesso di sondare il territorio per «la valorizzazione dei giacimenti». Le indagini geologiche preliminari avevano infatti rilevato calcari e dolomie del Giurassico, calcari detritici, argilliti rossastre, calciruditi organogeni del Miocene medio, marne e calcari marnosi biancastri, tutti timidamente sintomatici della presenza di gas naturale, anche se «è evidente che informazioni strutturali profonde potranno essere ottenute mediante rilievi geofisici». Con una spesa complessiva di 280 milioni di lire, la Montedison intendeva capire se Capracotta poggiasse su un giacimento petrolifero e, in caso positivo, assicurava che «la produzione verrà offerta a Società distributrici che posseggono una rete più vicina all'area oggetto della ricerca», fermo restando che la raffinazione sarebbe stata prerogativa di Montecatini Edison «e comunque in impianti nazionali e destinati al mercato italiano». Il 21 maggio 1971 arrivò l'ok alle esplorazioni che, precedute dai rilievi geofisici eseguiti dall'AGIP Mineraria, toccarono i 2.000 metri di profondità e furono realizzate in ottobre dalla Western, poi, nel luglio 1972, dalla tedesca Prakla. L'11 giugno 1973, tuttavia, la Montedison presentò istanza di rinuncia perché i risultati della prima campagna furono «purtroppo deludenti» e quelli della seconda «di qualità scarsa e molto povera». L'Azienda concluse il proprio rapporto sostenendo che «l'area non presenta [...], dopo l'effettuazione dei lavori geologici e geofisici sopra accennati, ulteriori prospettive, tali da suggerire una prosecuzione dell'attività esplorativa». Col senno di poi tiriamo un sospiro di sollievo. Un paese d'alta montagna, per sua natura vocato agli sport invernali, alla cura delle malattie respiratorie, alla produzione casearia e al cosiddetto slow living , non poteva esser deturpato dalle attività di perforazione legate ai combustibili fossili. Ma va ribadito che i capracottesi non si tirano mai indietro quando c'è da esplorare, ed è stato giusto averci provato. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Ciafani, G. Zampetti e A. Di Matteo, Texas Italia. L'estrazione di petrolio e l'ipoteca sul futuro del mare e del territorio italiano , Atti del convegno, Legambiente, Monopoli, 12 luglio 2010; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; Montecatini, Permesso di ricerca "Capracotta" 1970-1973, Documentazione tecnica dei titoli minerari cessati; F. Orlando, Un esperimento per il Mezzogiorno: Borgo a Mozzano , in «Prospettive Meridionali», VII, Centro democratico di Cultura e di Documentazione, Roma 1961.

  • Le fonti di Monte San Nicola e la Maraton-Gita del '69

    Per molto tempo Monte San Nicola è stato tenuto in debita considerazione per il fatto di esser ammantato di mistero, per via della presenza di una grotta di difficile esplorazione che, da piccoli, consideravamo abitata da spiriti, demoni e tesori, il tutto dovuto ai racconti dei nostri nonni. Il monte è stato sempre bistrattato e superficialmente considerato a livello storico visto lo scarso rispetto nei tempi a seguire salvo qualche approfondimento recente da parte di Bruno Sardella. Nel 1848 i fratelli Saverio e Domenico Cremonese segnalarono la presenza sul Monte della Macchia (com'era allora denominato) i resti di un oratorio, di «mura in opera poligonale terminanti ad est in una struttura semicircolare» e frammenti di ceramica comune e scorie di fusione. Nel 1904 Antonio De Nino relazionò la presenza di frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta, con la denominazione del santo barese che «è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata». Nel 1931 Luigi Campanelli individuò la presenza di tombe: Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! Triste spettacolo! Nel 1992 purtroppo il sito archeologico subì la quasi totale distruzione per effetto dei lavori di posa del metanodotto della Rete Nazionale! Dove c'è vita inevitabilmente c'è acqua, ed ecco che da questo punto di vista il Monte San Nicola può ben dirsi fortunato perché è circondato da innumerevoli sorgenti di vita: la Fonte la Gravara, la Fonte del Forno, la Fonte di S. Giovanni, la Fonte Cannavina, la Fonte dei Castrati e più giù, a mezzogiorno, c'erano l'Ariente e la sorgente Scannese. Nel 1969, in occasione della festa triennale della Madonna, a don Geremia Carugno venne l'idea, innovativa quanto geniale, della prima Olimpiade Lauretana: col supporto del prof. Michele Potena " la Salaròla " e dell'ing. Giuseppe Sammarone " la Furnàra " fu difatti organizzata la cosiddetta Maraton-Gita. Lunga circa 16 km. e con partenza dalla piazza principale, la corsa si snodava per tutto il territorio orientale con la maggior parte del percorso allo scoperto, senza nemmeno la presenza di alberi, "circumnavigando" Monte San Nicola e toccando quasi tutte le fontane summenzionate. I gruppi erano sedici, costituiti da cinque concorrenti l'uno, fra cui era d'obbligo la presenza di una donna, che terminava la sua corsa nei pressi della Fonte del Forno. Posso confermare che per molti quella esperienza fu massacrante, forse perché ne avevano sottovalutato l'arditezza: di certo chi non aveva preso sul serio quella maratona fra rovi e sentieri non battuti andò incontro a crampi e distorsioni, senza contare che la gara si svolse in un giornata d'agosto sotto un sole battente e un caldo asfissiante. Ogni volta che ci avvicinavamo a qualcuna di quelle fontane ci sentivamo come dei cammelli nel deserto; trangugiavamo un illimitato quantitativo delle diverse e freschissime acque messe a disposizione da madre natura, con l'unico desiderio di arrivare quanto prima al traguardo, l'agognata meta dei cammellieri che vedono sbocciare nel mezzo del deserto il raro fiore rosso di Palestina: il miral... Filippo Di Tella

  • Molisani e molisanità

    Il molisano ama molto il lavoro, qualsiasi lavoro, domestico e pubblico (per esempio ripitturare la facciata del Municipio di Campobasso). Purché gli sia concesso di farlo con l'alacrità di un messicano sfiatato. Dunque nessuno gli ingiunga di affrettarsi. Non abituato a comandare, non sa nemmeno ubbidire. Tutte le argomentazioni sull'isolamento e la ruvida naturalezza dei molisani, l'amabile indulgenza per gli agi che la regione non offrirebbe suggeriscono ai turisti più saputi l'idea di celebrare questa condizione come garanzia di zelante austerità e encomiabili virtù. Così insistono nel consigliare ai molisani di continuare a praticare l'isolamento e la naturalezza per restare in eterno ruvidi, poveri di beni e di spirito, ma tanto tanto simpatici. Si sa che i litigiosi governanti delle altre regioni d'Italia passano il tempo in dispute diuturne (diurne e notturne) e in deplorevoli inciuci. Al contrario quelli molisani preferiscono impegnarsi in più graziose funzioni e quando capita di dover prendere qualche decisione (diciamo a caso: la promozione televisiva della regione) in men che non si dica si mettono d'accordo e si precipitano in TV. A quelli si induriscono le natiche, questi sono abituati alle lievi brezze delle performance all'aria aperta. Quelli insaziabili di potere (e ricchezze annesse) vivono schiavi delle cariche pubbliche, questi titolari di scarse risorse con quelle di cui dispongono si dedicano a spaventare le zanzare. In questi ultimi tempi si tengono nelle varie sedi istituzionali molisane molti tavoli di lavoro motivati da un'unica idea fissa: la salvaguardia delle radici e dell'integrità della regione, minacciate dalla globalizzazione. Ebbene, tutte le pur intelligenti proposte avanzate risentono di una chiara mancanza d'equilibrio derivante da un clamoroso errore ottico. Non si riesce a vedere simultaneamente le cose come sono, entro un unico scenario, e si finisce sempre per considerarle a macchia di leopardo. Oggi un'istanza per la valorizzazione di Campitello Matese, domani un'altra per l'invaso di Occhito. Una, urgentissima, per trovare una soluzione al dissesto infinito della Bifernina, un'altra per distrarre dall'emergenza infinita della Bifernina. Oggi l'alta velocità per la Campobasso-Termoli, domani l'improcrastinabilità della Termoli-San Vittore. Oggi i turcinelli a Ripalimosani, domani i cavatelli a Macchia Valfortore. Senza tregua. Evidentemente tutti i mali della vita sociale molisana e della sua storia non nascono dal niente. La loro origine sta in una chimica bislacca di corpi semplici eternamente senza sintesi, una incontenibile e letale forza centrifuga che rompe, fraziona, polverizza e disperde ogni tentativo di aggregazione. Ognuno per sé e, quando occorre, tutti contro tutti. Per la crescita della regione si dovrebbe... si potrebbe... se quei forcaioli dell'opposizione... se il Corso di Campobasso... nei centri storici sarebbe necessario... se dipendesse da noi... se veramente Di Pietro... se Jorio fosse più tosto... se, come nei paesi più evoluti, i buoi invece di essere buoi fossero trattori... Sé sé! Su una cosa sono d'accordo i molisani (conservatori, progressisti e apolitici). Ed è che tutti sembrano interessati alle sorti della regione, alla sua rinascita, alla sua consegna (o restituzione) alla vita che conta, esibendo i tanti titoli depositati nella sua storia secolare. Tutti sono convinti dell'opportunità di cambiare rotta, di finirla con le sterili sagre strapaesane di cozze, cocozze e taccozze e di avviare una trasformazione profonda e solidale di tutti i comportamenti, politici, economici, sociali, intellettuali e amministrativi con l'obiettivo ideale e morale di diventare al più presto cittadini europei (per esempio, attraverso il cosiddetto Corridoio-V-Termoli-Kiev si potrebbe andare verso una promettente balcanizzazione, e successiva uralizzazione, dribblando, allo stesso tempo, il fastidioso ostacolo dell'italianizzazione). Notizie vere (e verosimili) dal villaggio: "Capracotta perpetua il ricordo di Alberto Sordi dedicandogli un monumento. In un film l'attore romano l'aveva definita una Cortina per villeggianti non facoltosi"; "Frosolone risponde a Capracotta: anche la cittadina delle coltellerie è stata citata da Alberto Sordi in un film. L'attore romano vi recitava la parte di Fra Cacchio da Frosolone. Un comitato locale sta organizzando una degna celebrazione"; "Campobasso, come già Frosolone e Capracotta con Alberto Sordi, si appresta ad inaugurare un monumento a Vittorio De Sica. In un film in cui interpretava il ruolo di un preside inflessibile il grande attore ciociaro sanzionava una disattenzione di un precario con la famosa battuta: Ti faccio trasferire a Campobasso!". Alla cerimonia d'inaugurazione parteciperà un pronipote di Virgilio Riento. Specialità molisane: semplicità, forza di sopportazione, e soprattutto sofferenza lunga e silenziosa sotto serene apparenze. Quella che il poeta inglese Keats chiamava: "La capacità di saper resistere al negativo". Quella che dopo un'operazione chirurgica riuscita così così ("Bisogna rioperare") fa dire al malato che, comunque, il dottore ha fatto del suo meglio. Il molisano ha una cattiva salute di ferro. Il molisano sopporta le privazioni perché porta dentro di sé le norme di quella saggezza che colloca l'individuo al di sopra delle avversità. Un particolare stoicismo istintivo e elementare, una sorta di senechismo innato e dunque inconsapevole che non lo avvilisce neppure nelle sventure. Neppure quando, con la cicatrice ancora aperta, si rende conto che in certi chalet post terremoto non si sta affatto bene come a casa propria. Se qualcuno ci pensasse potrebbe mettere in relazione la complessità del carattere dei molisani con la conformità del territorio. Per esempio, l'asprezza e la severità di certi coltivatori diretti deriva senza alcun dubbio dalla connessione intima con il paesaggio collinare, petroso e argilloso, franoso e franato, di orizzonte limitato, senza climi estremi, ma anche senza dolci tepori. È particolarmente gratificante sentire un forestiero che, appena entrato in contatto con la cultura vera della regione (che peraltro è sotto gli occhi del mondo intero, se solo si degnasse di voltare la faccia), descrive i molisani con lo stesso rigore scientifico con cui un esploratore descriverebbe gli indigeni della foce dell'Orinoco. Miti, ospitali (cioè, traducendo nei fatti, prodighi di scamorze e taralli), spontanei e perfino (ma questa forse è soltanto una obliqua captatio ) che il portico della piazza di Jelsi ricorda tanto il colonnato di San Pietro. Il problema non è tanto come gli altri vedono il Molise, il problema è che gli stessi molisani non conoscono, non sono sicuri o non sanno distinguere le proprie caratteristiche demo-etno-antropologiche. Un cultore del dubbio direbbe: "Non sapere chi siamo, né dove andiamo". Prendete i portavoce per antonomasia: gli intervistatori locali inviati agli appuntamenti culturali. Tutti indistintamente, arresi e avidi di risposte, si chinano di fronte agli artisti arrivati ad Altilia o al Savoia per fargli la fatidica domanda: “Come trova i molisani? Che ci può dire del Molise?”. E la risposta, puntuale come la scadenza del mutuo, è sempre un facsimile di quella fornita benevolmente tempo fa dalla ballerina Luciana Savignano e parafrasata recentemente anche da Massimo Ranieri (interpellato ad Altilia a "Voci di una notte di mezza estate"): "Non ero mai stata/o in questi posti remoti dove ho avuto la bella sorpresa di trovare una natura incontaminata e un'ottima accoglienza". E ben gli sta (all'intervistatore di turno), ché, nella stessa situazione, una nota giornalista campobassana pagò un conto anche più imbarazzante. Quando in un convegno alla sala Ersam chiese a un collega di Roma: "Come trova i giornalisti molisani?" e quello, tra il sornione e l'implacabile, rispose: "Bene, bene, molto vivaci, vi manca solo un po' di professionalità". E va bene. La ricerca del molisan character è un mito pericoloso (e minaccioso). I segni particolari della moli sanità: una leggenda. Nessuno infatti potrebbe confondere, data l'estensione della regione, un abitante dell'alto (sic!) o, meglio ancora, dell'altissimo (sic!) Molise (già diversi tra loro) con uno della zona industriale di Termoli, o un venafrano con uno del basso (sic!) o del bassissimo (sic!) Fortore, che è quasi più pugliese. Del resto, in mancanza di una identità linguistica comune e sull'esempio dell'illuminante plurilinguismo di Campobasso (dove i borghesi di Vazzieri non capiscono il dialetto e i santantunari veraci non parlano l'italiano) quasi tutti i 136 paesi molisani si sono attrezzati reclutando linguisti di buona volontà per redigere grammatiche, dizionari e modi di dire contrastivi con l'italiano. Così ora, a far bella mostra di sé nei reparti specializzati, ci sono: il santeliano-italiano, il tufarolo-italiano, il luparese-italiano e via compulsando sino all'annunciato roccapipirozzese-italiano. Il risultato è mirabolante e non mancherà di spaccare la linguistica in due epoche: un calcolo ancora ufficioso fa sospettare infatti che almeno il 5% delle 2.400 lingue di uso scritto, censite nel mondo, è patrimonio della regione Molise. Il molisano è molisano, molisano, molisano. Come diceva quello? Nessuno è perfetto! Gianni Spallone Fonte: https://giannispallone.wordpress.com/ .

  • Paese che vai, stranezze che trovi: i nomi più bizzarri delle città italiane

    Altolà, Fiumelatte, Paperino sono nomi che possono funzionare per dei cartoni animati oppure per dei racconti a tema fantastico. In Italia, però, queste località esistono davvero, ed è per questo motivo che il sito "Hundredrooms" ha deciso di stilare una lista delle città nostrane dai nomi più bizzarri, eccone alcune tra le più stravaganti. Purgatorio: si trova in provincia di Trapani e vanta una tra le costa più belle del paese. Inoltre, è conosciuta anche per la famosa processione dei Misteri, che si celebra durante la Settimana Santa. Strangolagalli: è un Comune italiano situato in provincia di Frosinone e il suo nome deriva da diverse leggende. Una fra tutte narra di alcuni nemici che tentavano attacchi alla località al cantare dei galli. Per questo motivo, secondo le credenze, gli abitanti del luogo avrebbero deciso di ucciderli tutti. Capracotta: città in provincia di Isernia, il suo nome deriva dai Longobardi. Questo popolo era solito sacrificare una capra cotta come simbolo di buon augurio. Pocapaglia: è una frazione piemontese del Comune di Cuneo, famosa non solo per il suo nome bizzarro, ma anche per il buon vino che dalle sue terre viene prodotto. Donnadolce: si trova nel Comune di Comiso ed è un piccolo borgo ricco di bellezze e cultura. Si dice che il sorriso delle donne del luogo renda questa località ancora più piacevole da visitare. Paperino: si trova nei pressi di Prato e il suo nome non ha nulla a che fare con Qui, Quo e Qua. Deriva invece da un legionario romano di nome Paperium, fondatore di una delle 45 ville presenti nella località. Casa del Diavolo: situata in provincia di Perugia, il suo nome è, come si può intuire, molto evocativo. Il nome, secondo la leggenda, deriva dalla distruzione del paese da parte delle truppe di Annibale. Secondo altri, invece, il nome trarrebbe origine da una casa di perdizione per briganti nel lontano passato. Fiumelatte: è un piccolo paese situato lungo il lago di Como. Il suo nome deriva dall'omonimo fiume, il più corto di tutta Italia, che misura appena 250 metri e le cui acque bianche richiamano il colore del latte. Belsedere: frazione della provincia di Siena conosciuta soprattutto per l'ottimo vino. Il nome potrebbe essere puramente goliardico. Altolà: si tratta di una frazione di Porto Cesaero situata in provincia di Modena e anche in questo caso, non essendoci miti e leggende a identificarne il nome, molti sostengono sia goliardico. Michele Iacovone Fonte: https://urbanpost.it/ , 7 maggio 2017.

  • Christmas in Love

    Ora, non voglio minimamente stare qui a raccontarvi la trama del film o altro, perché, onestamente, mi sembra una perdita di tempo. E della bassissima qualità filmica di questi cine-panettoni si è già detto fin troppo, come se le parole servissero veramente a qualcosa. Più se ne parla male, e più il pubblico corre a guardarli. E pure io, ogni tanto, li guardicchio, un po' perché ho un debole per Massimo Boldi (Cipollino è uno dei miei miti fanciulleschi, insieme a Bim Bum Bam e i Puffi), un po' perché sono curioso come una scimmia. Ho preso "Christmas in Love" come avrei potuto prendere "Natale in India" o "Merry Christmas", tanto uno vale l'altro, visto uno visti tutti. Tralasciando, come detto, tutto il discorso prettamente tecnico, la domanda che da un bel po' mi pongo è la seguente: perché questi film fanno successo? La coppia Boldi-De Sica si è da poco sciolta, i telegiornali e i giornali ne hanno dato una rilevanza quasi storica, nemmeno fossero Totò e Peppino. Ma a molti dispiaceva, veramente, c'era gente con le lacrime agli occhi. Ma cos'hanno questi maledetti film per acchiappare così tanto il pubblico? Cercherò di trovare una soluzione al quesito. L'atmosfera natalizia. Perché al posto di chiamarsi "Natale sul Nilo" il film non si intitola "Ferragosto sul Nilo"? Semplice, direte voi, perché viene lanciato nei cinema a Natale. Chiaro, dico io, e aggiungo, ma perché non lo lanciano in piena estate? Ma è ovvio, perché i produttori hanno paura di floppare, perché sanno che un film del genere è una boiata tremenda, e sono consci del fatto che in estate la gente preferisce andare al mare piuttosto che chiudersi dentro una sala cinematografica. E allora puntano al Natale, aiutati dal classico "rincoglionimento natalizio", fra alberi e presepi, regali e cenoni, ci sentiamo tutti più buoni, etc... etc..., e vabbè, che sarà mai?, perché non divertirsi con Cipollino e De Sica? Il luogo esotico. Fin dagli esordi vanziniani di "Vacanze di Natale" (1983) l'azione si svolge in un luogo di sicuro impatto: Cortina, l'Egitto, l'India, l'America, al limite l'Olanda, ma mai, che ne so, a Capracotta o Riccione, dove cioè vanno in ferie il 70% degli italiani. E perché lo fanno? Ovvio anche questo, perché sanno che lo spettatore comune, invidioso di chi può girare mezzo mondo, va al cinema a vedere chissà quali straordinari luoghi esotici, e, in una sorta di transfert psicologico, pensa egli stesso di essere in India, in Egitto, e via discorrendo. Il cast. Oltre al simpatico Boldi e al raccomandato De Sica (con quel cognome, oibò...), la produzione ci infila dentro sempre qualche nome d'acchiappo. Qualche nome popolare, s'intende, qualcuno che bazzichi in televisione giorno e notte, giusto per far credere allo spettatore di essere davanti al proprio schermo casalingo, per metterlo a proprio agio. E così, ecco spuntare i "gloriosi" camei di Maria De Filippi, il bel Giorgino del Tg1, Emanuela Folliero dei Bellissimi di Rete 4, il mascellone di "Beautiful" (perdonate, non ricordo il suo nome...), Sconsolata e via così, con due o tre nomi di grido: Enzo Salvi (Er Cipolla, che tanto piace ai ggiovani), Biagio Izzo (quello che qualcuno ha definito il nuovo Troisi, sì, come no...) e i visi di gomma brutti e poco divertenti dei Fichi d'India. Et voilà, attori non bravi ma estremamente popolari: il piatto è servito, i 15enni sono accontentati, i 30enni pure, e le casalinghe pure (a vedere il mascellone di "Beautiful" andranno sicuramente in brodo di giuggiole). "Christmas In Love" ha poi una particolare caratteristica: nel cast compare anche Danny De Vito. Sì, avete capito bene, proprio lui, Danny De Vito. Danny De Vito? Sputtanarsi una più che dignitosa carriera con un tale scempio? Evidentemente sì. Ma aleggia il mistero: come abbia fatto De Vito a passare in 12 mesi da Neri Parenti al "Big Fish" di Tim Burton resta, indiscutibilmente, un mistero degno di Montalbano. Le musiche. Per risultare il più accattivanti e popolari possibili, ogni film di Natale che si rispetti ha la sua bella musichetta alla moda. Non importa poi che siano schifezzuole di infimo grado, l'importante è che abbiano venduto e che siano passate almeno una trentina di volte su MTV e "Top Of The Pops". E un anno tocca a quella litania di " aserejè aserejà " o come caspita si scrive, poi è il turno delle atmosfere indiane di non so chi, e con "Christmas In Love" si è dato spazio alla solfetta spaccaballe di una nanerottola 17enne (di cui non ricordo il nome...), che dai microfoni di "W Radio 2" Fiorello non ha esitato a definire la nuova Ella Fitzgerald (vabbè, ma Fiorello è un simpaticone, che ce voi fa?), scoperta da Tony Renis (questo è un po' meno simpatico...), vincitrice, proprio per le musiche del suddetto film, di un David di Donatello (?!). Capito? La trivialità. Ognuno ride come vuole, ma giocare basso è sempre una garanzia. Neri Parenti punta tutto sulle solite gag a suon di culi, merda, piscia, tette e figa, che per carità, non è proprio roba da Oxford, ma si va sempre sul sicuro, soprattutto verso il pubblico più giovane, quello che se guarda i fratelli Marx s'addormenta e sbuffa, ma se vede Boldi in mutande si sganascia dalle risate. Nota a parte: ma che cazzo di gioventù sta venendo fuori? Chiusa parentesi. Insomma, con la trivialità si fanno dei gran bei soldoni, non importa poi se le battute sono le stesse da vent'anni a questa parte. Ho snocciolato 5 punti, ma potrebbero essere molti di più, e ognuno si può fare i suoi. Certo è, che se il cinema italiano per tirarsi su le ossa è costretto ad aspettare il periodo natalizio accendendo un lumino nei confronti di San De Laurentiis Martire (perché con i prodotti più artistici non si fa n'euro), vuol dire essere proprio alla frutta. "Ma questi filmetti evitano il fallimento del cinema italiano", ci raccontano da vent'anni. Ma a questo punto, pur di non vedere certe vaccate, sarebbe meglio che il cinema italiano morisse per sempre. Marco Poletti Fonte: https://www.debaser.it/ , 1 novembre 2007.

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