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  • Per lo sviluppo del turismo invernale in Italia

    Signor L. V. Bertarelli, sono un vecchio giramondo non ancora in disarmo, un socio vitalizio del Touring, e perciò sono ben lieto della Sua vigile iniziativa per mettere in valore le stazioni invernali italiane. A Salsomaggiore, parlando da medico a medici, ho illustrato di preferenza il lato sanitario della questione, convinto che gli esercizi fisici all'aria aperta, anche d'inverno, costituiscono un ottimo mezzo per rinvigorire i corpi indeboliti e gli spiriti depressi dall'affannosa vita cittadina. Per raggiungere lo scopo, occorre sviluppare l'organizzazione turistica; crearla là dove ancora non esiste. Perciò ho pubblicamente invocato l'aiuto del Touring, ho incitato tutti coloro che si occupano di cure climatiche, di educazione fisica, di esercizi sportivi, a visitare, a far conoscere quei luoghi nostri che potrebbero diventare buone stazioni invernali montane, a patrocinarvi la creazione di alberghi e lo sviluppo delle vie di comunicazione. In corsa fantastica, ho accennato alle bellezze invernali del Piano della Mussa e di Bardonecchia, al Moncenisio e al Bacino della Thuile; all'alta Valsesia e alle cascate della Toce; a Campodolcino ed al Passo di S. Marco; al Piano del Barbellino ed al bacino di Bormio. Ho richiamato, in particolare, l'attenzione sul magnifico bacino di Livigno, che, grazie alla nuova grande strada, dovrebbe diventare un immenso campo di schiatori, non meno frequentato dell'Engadina, forse più bello, perché più ricco di sole. Ella certo conoscerà la meravigliosa strada, che da Semogo sale in ampie curve sulle pendici del Foscagno, dal lato di Val Viola, ammantato da una annosa foresta; si svolge quasi piana, a circa 2.000 metri, nell'alto circo delle Tre Palle, e poi, per il sommo di Eira, discende nella valle di Livigno: lunga una dozzina di chilometri, larga, al fondo, circa due chilometri, alta circa 1.800 m. su livello del mare. Per la sua bellezza, non teme il confronto con Davos. Ho ricordato Ponte di Legno, Val Rendana, la Madonna dei Campigli, la Meldola, gli altipiani di Folgaria e di Asiago, S. Martino di Castrozza e Alleghe, Cortina d'Ampezzo e Misurina ed altri luoghi ancora del nostro conteso confine. Ho invitato i colleghi a promuovere stazioni invernali anche nell'Appennino, dove l'Abetone, la montagna Pistoiese, l'alto Casentino, fatti conoscere dai medici toscani, meriterebbero maggiore fortuna. Pochi italiani conoscono l'incantevole Monte Amiata, così ricco di foreste, di castelli, di miniere, di panorami insuperabili. Dovrebbe, secondo me, divenire una stazione di primo ordine d'estate e d'inverno. Negli Abruzzi, sulla ferrovia di Sulmona, le stazioni alte di Pescocostanzo (1.450 m.), di Roccaraso (m. 1.236), di Capracotta (metri 1.600), dove già esistono alberghi, meriterebbero di essere subito messe in valore anche d'inverno. E Vulture, cantato da Orazio e studiato dal Di Lorenzo, col suo bellissimo S. Michele, con i suoi bagno di Monticchio; i Monti di Lagonegro, col Sirino alto 2.000 metri, Rifreddi, altipiano di 1.000 metri sulla strada Potenza-Laurenzana, non dovrebbero essere dimenticati. E perché non dovremmo incoraggiare il Club Alpino Silano, che ha nella Sila col Montenero, con la Botte Donato, con San Giovanni in Fiore, luoghi così degni di essere conosciuti e visitati? La Sicilia è ben conosciuta, ma la Sardegna rimane sempre l'isola dimenticata, l'isola misteriosa, che lascia un ricordo incancellabile in quanti l'hanno percorsa. Anche in Sardegna, a Fonni e sui dolci clivi del Gennargentu, potrebbe sorgere una stazione invernale. Come Ella ben dice, molti luoghi non sono ancora preparati: molti dei maggiori interessati non sono ancora maturi. Ma appunto perciò è necessaria una più intensa propaganda. A tale scopo, gioverebbe organizzare carovane e portare sul luogo i primi esploratori. Poi la funzione creerà l'organo e il Touring darà le direttive per far sorgere e crescere gli alberghi, per sviluppare e mantenere le vie di comunicazione. Le accludo copia dell'ordine del giorno da me proposto a Salsomaggiore e votato all'unanimità. Suo dev.mo, Antonio Monti Fonte: A. Gerelli, Per lo sviluppo del turismo invernale in Italia , in «Le Vie d'Italia», II:1, Touring Club Italiano, Milano, gennaio 1918.

  • Il Clipper di Capracotta

    Solidarietà: forma di impegno etico-sociale a favore di altri. Atteggiamento di benevolenza e comprensione che si manifesta fino al punto di esprimersi in uno sforzo attivo e gratuito, teso a venire incontro alle esigenze e ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di un aiuto. Inizio il testo con una definizione per raccontare al meglio la storia che sto per iniziare. Un fatto realmente accaduto, di solidarietà e amore smisurati che oltrepassano il confine e che, nonostante le distanze, ricongiungono all'amata terra chi fu costretto a partire. La miseria delle circostanze portarono molti meridionali, a cercare fortuna altrove. I cittadini di Capracotta, comune montanaro in provincia di Isernia, non vennero risparmiati da tale sacrificio e partirono, cercando fortuna altrove. Nessuno dimenticò però il paese di provenienza (quella cittadina dagli inverni fin troppo difficili) il secondo comune più alto degli Appennini, tanto da essere definito il paese delle bufere. Il manto nevoso spesso arriva a superare i 2 metri, fino ad arrivare al record di quest'anno durante il quale sono stati rilevati 256 centimetri caduti in 18 ore. Lo sapeva bene la signora Eda Di Nucci, capracottese di nascita, ma emigrata a Trenton, in America; tornata in Molise per una visita notò i disagi a cui ancora erano costretti i suoi conterranei. Raccontò tutto al marito, Giovanni Paglione, e ad altri capracottesi in America tra cui John Arbitelli (sposato ad una capracottese); questi pensò di recarsi a Jersey City per parlare, grazie ad alcuni amici influenti, con il sindaco John V. Kenny. Ci riuscì, si recò da lui consegnandogli una lettera: "Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1.421 mt. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco. [...] Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purchè ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. I nazisti vollero divertirsi un giorno a ridurre in frantumi l'unico spazzaneve che possedevamo e che ci era tanto utile ed indispensabile. [...] La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve?" La lettera era firmata dal sindaco di Capracotta, Gennarino Carnevale. Il sindaco Kenny accolse la proposta, si mise subito in moto creando un comitato pro Capracotta ovvero "Carnival for Capracotta: to Provide a Snowfighter for Humanity" (per dare uno spazzaneve ad una comunità) del quale facevano parte 28 emigrati non solo molisani, anche campani. In pochissimo tempo misero in moto una macchina di propaganda tanto efficiente che i risultati si videro prestissimo. Il comitato si era prefissato l'obiettivo di raccogliere 20.000 dollari: l'azione iniziò a metà ottobre ed al 9 dicembre Clipper era stato già acquistato. La campagna di solidarietà si chiuse con una serata di grande festa chiamata "Carnevale delle stelle". Durante la festa all'Armony di Jersey City intervennero numerosi artisti e atleti famosi, stelle di Hollywood tra cui Frank Sinatra. Il New York Times, il 10 dicembre '49, dedicò un'intera pagina alla notizia a cui diede il titolo "Italian Village Assured of Jersey City Snowplow" (Paese italiano rassicurato dallo spartineve di Jersey City). Il Comitato per Capracotta, raggiunto il primo obiettivo, se ne pose un secondo: far giungere il dono in Molise per Natale. Venne imbarcato con un lieve ritardo, il 30 dicembre del 1949: Spazzaneve da 20.000 $, dono della popolazione di Jersey City ai 4500 residenti di Capracotta, nell'Appennino italiano, caricato a bordo della nave Exiria al pontile 84. I cittadini di Jersey comprarono la macchina di 11 tonnellate in risposta alle molte difficoltà invernali ed alle molte avventure in Capracotta dopo che i nazisti distrussero il loro unico spazzaneve. La nave arrivò a Napoli sabato 14 gennaio 1950 e lo spazzaneve Clipper giunse, il 16 gennaio successivo, a Capracotta, in un'atmosfera di grande festa. La cerimonia di accoglienza durò tutta la giornata, dal mattino fino a tarda sera alla presenza, ovviamente, dell'Ambasciatore degli Stati Uniti che nel suo discorso così affermò: «Ho l'onore, dott. Carnevale, nel consegnarle lo spazzaneve a nome del sindaco Kenney e della popolazione di Jersey City, di affermare che tale dono onora chi lo riceve quanto chi lo fa». Una bella storia di solidarietà che si riassume facilmente nelle parole di Giovanni "John" Paglione, il marito della signora Eda, la capracottese che fece partire l'intera macchina: «[Clipper] non è solo un macchinario per pulire la neve, ma è un simbolo di fratellanza e amicizia che regna tra il popolo italiano e gli italiani d'America provenienti da tutte le regioni». Ma ciò che occorre maggiormente sottolineare è che Capracotta, piccola realtà del Molise, in un periodo difficile ancora sconvolto dalla guerra, riuscì a far parlare molto di sé ed a risolvere un grandissimo problema legato alle bufere di neve che, nei periodi invernali li emarginava completamente anche dal resto della regione. Ma lo fece completamente da sola e non grazie all'aiuto del Governo italiano. Quei capracottesi che lo Stato italiano portò a fuggire, furono loro da lontano ad aiutare la propria comunità. Da soli, con i propri sforzi. Daniela Alemanno Fonte: http://briganti.info/ , 16 marzo 2015.

  • Fistelia

    Ma nessuno ch'io mi sappia ha investigato l'etimologia del nome di Fistelia , del quale FISTUVIS e simili non sono che la pronunzia barbara, e questa ricerca, convalidata dalla scoperta delle monete con la detta leggenda del Contado di Molise, esser può di più forte argomento onde vieppiù attribuirla alla ragione che fu poi de' Sanniti , e ad accennarne la situazione. Da' Lessici è noto che i Greci dissero Ισθλη la pelle di capra, sinonimo d'Ιξαλη. Alla prima di queste voci aggiungendosi il digamma, avremo Fισθλη, e con più facile pronunzia Fισθελη, d'onde Φιστελια, come nella leggenda delle dette monete. La leggenda barbara, o sannitica, io credo un'alterazione, o corruzione della denominazione primitiva, denominazione greca come i nomi di tutte le altre città di greca origine, che or vado riconoscendo nel Sannio in un tempo anteriore alla conquista de' Sanniti. Che se Fistelia dinota pelle di capra , la denominazione analoga di Capracotta guiderebbe a riconoscervi il sito della ignota città, ed a chi mi dicesse tal denominazione analoga non essere bastevole risponderei esservi pure un argomento di fatto quasi per dimostrarlo, dir voglio un grande recinto di mura ciclopee in una delle vette di Capracotta , nella più elevata situazione della Provincia di Molise; e ciò che più importa osservare si è che al di sopra di quelle rovine, e propriamente il così detto Fonte del Romito ad un mezzo miglio in circa dalle rovine istesse, ed a tre miglia da Capracotta , scoprivasi presso di antica muraglia la celebre tavola di bronzo con iscrizione sannitica, la più estesa che finora si conosca, e che riguarda, come sembra, culti e sacrifizii e molti e diversi numi, e con quella parecchie monete, tra le quali una ancora coll'epigrafe SIVUTSIB. Nicola Corcia Fonte: N. Corcia, Di alcune città greche nel Sannio , in AA.VV., Memorie della Regale Accademia Ercolanese di Archeologia , vol. IX, Stamp. Nazionale, Napoli 1862.

  • Capracotta, stazione di cura, soggiorno e turismo

    Km. 87 da Campobasso. Caratteristico paese posto sul crinale della montagna ai confini settentrionali della Provincia, a 1.400 metri s.l.m., dotato di un buon albergo e di altri esercizi minori, è principalmente noto e frequentato nella stagione invernale per i suoi campi di neve ampi e movimentati che incontrano il più largo favore fra gli sciatori. Il paese è congiunto da un servizio automobilistico giornaliero alla stazione ferroviaria di S. Pietro Avellana, da cui dista 14 km., nel mentre una strada provinciale lo unisce alla Statale Istonia da un versante ed alla vallata del Sangro dall'altro, rendendo facile l'accesso anche per via ordinaria. Capracotta vanta pure una colonia di villeggianti nella stagione estiva ed un notevole concorso di appassionati del diporto venatorio in quella autunnale. Fonte: Campobasso e la sua provincia , in «Rivista delle Stazioni di Cura, Soggiorno e Turismo», XVII:1-2, Federazione Fascista Esercenti Industria Idrotermale, Roma, gennaio-febbraio 1941.

  • Gli alberghi di Capracotta dal 1904 ad oggi

    In poco più di un secolo a Capracotta si sono avvicendati, il più delle volte sovrapponendosi data la mole di avventori, ben nove hotel, con l'industria del turismo che nacque ufficialmente nel 1904, quando vennero impiantati ben tre alberghi di categoria, due nel rione Sant'Antonio, uno in quello di San Giovanni. Si pensi che l'Ente nazionale italiano per il Turismo verrà istituito soltanto quindici anni dopo. Il primo hôtel-pension di Capracotta è l'Albergo Cimalte del sig. Vincenzo Giuliano, sito in corso Sant'Antonio 67, in quello che allora era il palazzo dell'avvocato conciliatore Ruggiero Conti. In Puglia si diceva che il Cimalte fosse caratterizzato da «sfarzosa eleganza e buon gusto» e che rendeva accessibile ai clienti l'illuminazione elettrica, la posta-telegrafo e il «servizio proprio di vetture alla stazione dietro richiesta». Questo hotel chiuse definitivamente i battenti all'inizio degli anni '30 ma il suo nome è consegnato alla storia della letteratura europea da quando lo scrittore Christian Beck, nell'estate del 1909, «viveva all'Albergo Cimalte e partecipava ai trattenimenti musicali». Sapevate che il lungo soggiorno di Beck a Capracotta darà vita al romanzo "Le papillon", pubblicato a Liegi nel 1910? Esattamente di fronte al Cimalte aprì invece l'Hotel Monte Campo, nel palazzo del giudice di tribunale Giulio Conti, un albergo che restò in funzione almeno fino al 1935. Questo albergo è tornato a nuova vita, nel nome, grazie al suo omonimo che si trova oggi alle pendici di Monte Campo. Riaperto al pubblico nel 2018 grazie all'amore e ai sacrifici della famiglia Carnevale, l'ex Albergo Santa Lucia, ribattezzato Monte Campo, vive oggi una seconda giovinezza. Nel lontano 1905 venne inaugurato, in via San Giovanni (oggi via Pescara), l'Albergo Quisisana, un hotel che il proprietario - il sig. Nicola Nardizzi di Roma - aveva dotato di «cessi all'Inglese», ossia di servizi igienici composti da «una seditoia ordinariamente di marmo o di lavagna, sotto di cui vi sia un vaso di figura conica troncata, il di cui cerchio maggiore sia ligato alla seditoia, ed il minore sia innestato in un tubo di piombo, che liga colla tubolatura di argilla invetriata; nel punto ove questo vaso si unisce al tubo vi si fissa una valvola, la quale mediante il giro di una chiave che corrisponde lateralmente al sedile, si apre il fondo di tale vaso, e si chiude dopo esserne passati gli escrementi; prima di chiudersi però, girando altra chiave, si apre un tubo di acqua che lava il vaso, e per altro ramo dello stesso tubo n'esce un filetto di acqua per lavarsi». Si pensi che il Quisisana era talmente quotato (o pretenzioso) da battere bandiera svizzera: al centro del balcone del terzo piano sventolava infatti una croce bianca su sfondo rosso, come quelle delle residenze elvetiche nelle quali si andava per migliorare lo stato di salute. È risaputo che Capracotta è da sempre considerata una Svizzera in miniatura se pure Giovanni Piccoli, nel 1906, «si fece promotore di un progetto per la costruzione di un albergo di quattrocento camere nelle vicinanze di Capracotta [...] in modo da fare una specie di Svizzera Abruzzese Molisana ». Quando il Quisisana chiuse l'attività il palazzo ampio e signorile che l'ospitava venne acquistato da Agostino e Ruggero Santilli. Le strutture ricettive capracottesi, inizialmente aperte soltanto nella stagione estiva da giugno a settembre, cominciarono ad accogliere turisti anche in quella invernale a partire dal 1914, cioè da quando gli sport invernali presero il sopravvento sulle più antiche attrattive di Capracotta: la caccia, le escursioni a cavallo, il tiro a segno e la cura delle malattie respiratorie. Gli anni '10-'20 rappresentano infatti il periodo più splendente per la nostra cittadina, tanto che d'inverno sui campi di sci si disputavano le gare più prestigiose e d'estate giungeva il jet-set dal sangue blu: dai principi Colonna, Chigi, Borghese, Migliano, Caracciolo, Ruspoli, al duca di Roccamandolfi, dai marchesi della Scaletta, Cappelletti e Merighi, al conte Rovasenda. Entrata a pieno diritto tra le stazioni climatiche per la villeggiatura estiva e per gli sport invernali, nel luglio 1924 aprì a Capracotta il longevo e dinamico Albergo Vittoria, di proprietà di Antonino e Oreste Ianiro, un palazzotto di corso Sant'Antonio 77 che contava 16 camere e 28 letti, in cui «prendevano alloggio anche note personalità, come la Marchesa Papè-Scaletta e il Principe del Drago». Fu proprio il Vittoria l'unico hotel a sopravvivere alla furia devastatrice della guerra, restando aperto sino al 1985, e in quei sessant'anni fu l'albergo per antonomasia sia come pernottamento che come ristorazione. Nei suoi locali pranzò l'ambasciatore statunitense James Clement Dunn quando presenziò alla cerimonia di arrivo del Clipper o l'ex presidente della Repubblica Giovanni Leone quando venne ripetutamente a Capracotta sul finire degli anni '70. Nel 1952, tuttavia, in via Santa Maria delle Grazie 15 aprì l'Hotel Perla Montana, un modesto albergo che rimase in funzione almeno fino al 1963 e il cui proprietario rispondeva al nome di Lazzaro De Renzis. Ben prima della recente riapertura dell'Hotel Monte Campo, l'ultimo albergo ad aver visto la luce è stato l'Hotel Capracotta, situato in via Vallesorda, seguito a distanza di anni dal limitrofo Albergo Conte Max, fratello del primo. L'Hotel Capracotta nacque nel 1995, quando Capracotta ritrovò la via per uno sviluppo dell'industria turistica tale che, al momento dell'apertura, la struttura vantava quattro stelle; il Conte Max è invece sorto per mere esigenze di spazio riattando gli anonimi ed inutilizzati locali di quel che avrebbe dovuto essere una residenza per anziani. Concludo dicendo che se nel 1904 Capracotta contava lo stesso numero di alberghi di oggi, ciò ha un duplice significato. Da una parte è motivo d'orgoglio, in quanto significa che la nostra cittadina ha dimostrato per oltre un secolo che è possibile irreggimentare il turismo d'alta montagna nonostante la lontananza da metropoli e grandi vie di comunicazione, nonostante una provincia, quella d'Isernia, poverissima in termini di risorse e di valore, nonosante una regione, il Molise, che non ha le strutture e le materie prime dell'Abruzzo, nonostante l'impossibilità di sviluppare lo sci alpino per via di montagne che non superano i 1.800 metri. D'altro canto il confronto tra il 1904 e oggi è impietoso perché dimostra che in 120 anni non vi sono stati significativi sviluppi o che questi, qualora concretizzatisi, sono stati bastonati da una malattia endemica che nessun amministratore pubblico ha voluto, saputo o potuto sconfiggere: lo spopolamento. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. Antonarelli, Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta , in «Momento-Sera», Roma, 28 agosto 1952; G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977; F. De Cesare, Trattato elementare di architettura civile , vol. II, Reale, Napoli 1827; V. Ferrandino, Banche ed emigranti nel Molise. Credito e rimesse ad Agnone fra Ottocento e Novecento , Angeli, Milano 2011; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; A. Mor, Christian Beck , Studium, Roma 1953; N. Notaro, Fra bagni e villeggiature , in «L'Eco delle Puglia», XV:55, Bari, 19-20 giugno 1909; Turismo: Valorizziamo Capracotta , in «Luci Molisane», I:4-5-6, Campobasso, gennaio-febbraio-marzo 1935.

  • La fontana di San Giovanni, aristocratica e ammonitrice

    La fontana di San Giovanni fu costruita in pietra viva nel 1890 per permettere l'approvvigionamento idrico degli abitanti di quel quartiere, dato che l'abbeveraggio degli animali era delegato al pilone pubblico distante soli 100 metri, di fronte all'attuale busto in bronzo di Emanuele Gianturco. La fontana ha una lunga storia tanto che quest'anno ha festeggiato il 130mo anno di vita. A guardarla bene, pare avere una testa "aristocratica" con due belle ciocche di capelli al vento, ed occhi di bronzo, di lato due spessi pendenti: di certo gode di ottima salute, pur avendo testato e tastato due guerre mondiali e due pandemie. Esporre all'altrui attenzione i miei ricordi d'infanzia, legati a questa fontana, potrebbe essere per me imbarazzante e difficoltoso, in quanto potrei cadere in un atteggiamento troppo personalistico, viziato da commenti soggettivi, per cui cercherò di non cadere nella retorica, precisando di volta in volta il mio pensiero su ciò che ho vissuto e su ciò che la fontana "ha da dire". Dalla sua posizione, infatti, essa ha potuto scrutare ed esaminare l'andirivieni di tanti capracottesi, indaffarati sui 100 metri di via San Giovanni. Ha visto persone tornare dalla frutteria di Giovanni "Squarcione" Monaco, dalla cartolibreria di Bambina e del maestro Onorino, dall'alimentari di Giacomo Venditti, dal sale e tabacchi di Alfonso Dell'Armi, dove ho visto per la prima volta le banane che, essendo prodotti di importazione, erano allora sotto il controllo dei monopoli di Stato. Ha visto persone intente a sgomberare il quartiere dai cumuli di neve da smantellare giù "Sotto la Terra" attraverso due tombe , di cui una attualmente libera nell'attraversamento e l'altra chiuso da un portone per evitare che le gelide folate di vento provenienti da nord sferzino inesorabilmente, anche in periodo di calma, il borgo del Cutturieglie . Ha visto e sentito per tanti anni gli schiamazzi e le urla di noi giovincelli cresciuti a pane, acqua e zucchero, avventarsi contro una misera palla nell'intento di saggiare il giuoco del calcio. Come porta usavamo infatti la fontana stessa la quale, nonostante avesse pali di grande spessore, non aveva traversa e, come spesso accade, dove c'è una porta da calcio lì c'è una finestra a vetro. Nel nostro caso era quella di Antonino "Cacapaglia" Carnevale, la cui finestra inesorabilmente andava in frantumi e noi, evanescenti e fuggiaschi, lo vedevamo il più delle volte con la finestra sotto l'ascella recarsi da Vincenzo "la Furnara" Sammarone, il falegname del quartiere, che comprendeva la precaria situazione del momento e cercava i tutti modi di aggiustare i danni nonostante il vetro fosse di difficile reperibilità. In moltissime circostanze l'intervento o la presenza della guardia municipale Antonio "Catena" Sammarone permetteva ad Antonino di dormire e mangiare tranquillo per un certo periodo, almeno fino al successivo, scontato, incidente di percorso. Fra questi originali e autentici personaggi di San Giovanni non posso fare a meno di sottolineare una figura di spicco spesso sottovalutata ma che era la disponibilità e l'umiltà fatte persona: Mario "Nigghione" Paglione, dirimpettaio nonché grande amico di Erasmo Iacovone, il quale riuscì a dar vita a una squadra di calcio con uno scalcinato gruppo di ragazzi. Per oltre un decennio, tra gli anni '70 ed '80, la squadra di calcio diventò un elemento di socialità per l'intera popolazione di Capracotta. Il calcio di allora non era solo uno spensierato hobby perché il presupposto reale del rivaleggiare con le altre squadre - e che il presidente Paglione ci teneva a ricordare sempre prima di scendere in campo - stava nell'attaccamento alla maglia e al paese. Quando oggi mi avvicino alla fontana la osservo attentamente, e anche se non lo dà a vedere mi pare gonfia di nostalgia, le ricordo di quella spensierata gioventù che le faceva compagnia e che giocava con "lei". E lei, di rimando, con quell'aria di sussiego, sembra sussurrarmi, con parole trasportate da una folata di vento, che sopra la sua testa c'è una meridiana che scandisce inesorabile il trascorrere del tempo e che alla sua sinistra c'è il vetro d'una finestra, vuole nel contempo ammonirmi sull'imprevedibilità e labilità dell'esistenza, pare voglia dirmi che basta una pallonata per fermare il gioco... Filippo Di Tella

  • Intervista a Tommaso Labranca

    Domanda: – Su "Andy Warhol era un coatto" definisci il trash come «emulazione fallita di un modello alto», a tuo avviso esiste anche un trash non emulativo? Risposta: – No, non esiste. Sempre però restando al mio modello di trash che si basava proprio sull'osservazione dei derivati rispetto al modello alto. Quello è stato uno dei più grandi errori della mia vita, usare un termine che altri avrebbero usato in tutt'altro modo. Il mio trash non aveva nulla a che vedere con le burlette fatte da studenti fuori corso o con i distinguo operati da giornaliste snob davanti alla cultura popolare, soprattutto di origine televisiva. Perché i nemici del trash odiano la tv, non possiedono nemmeno il televisore, e poi parlano solo di televisione. D: – Veniamo al tuo rapporto con i cannibali , uno dei fenomeni più interessanti della letteratura italiana Anni 90. Ritieni che molti di loro abbiano perso quella vena innovativa perdendosi nel macchiettistico o negli argomenti mainstream? R: – Più passa il tempo, più mi rendo conto di quale fuffa fosse stata l'onda cannibale. Una squallida operazione di marketing nata ai tavolini di una casa editrice che, scemato l'interesse dei media, non ha portato a nulla. E supportata dai vecchietti del Gruppo 63 cui non pareva vero poter succhiare linfa giovane per tornare a dettar legge. Gli stessi protagonisti tenevano a non essere rinchiusi in gruppi o scuole . Ricordo il modo in cui Tiziano Scarpa sosteneva la sua indipendenza, anche perché legandosi a una conventicola avrebbe poi scontentato un'altra. Non ritengo che sia stato uno dei fenomeni più interessanti della letteratura italiana, anche perché non era letteratura, era editoria. C'è una forte differenza, su cui tornerò in maniera più specifica. Certo che si sono dati tutti al mainstream. Al di fuori di quello non si resta stregati né si arriva a Cinecittà. Ora sono tutti cresciuti, sposati e con prole. Il tengo famiglia non risparmia nemmeno gli scrittori più trasgressivi. D: – Come si è evoluto il neoproletariato a seguito della grave crisi economico-sociale che ha colpito l'Italia negli ultimi anni? R: – La crisi ha insegnato una cosa fondamentale al neoproletariato: il vittimismo. Quando uscì quel mio libro l'idea che loro avevano di se stessi era: «Sono troppo figo, faccio l'agente immobiliare e la sera porto la mia donna a mangiare l'aragosta», frase che mi è stata detta realmente da un agente presso cui stavo comperando casa. Oggi, invece, amano vedersi come vittime di quarantenni crudeli (e loro ne hanno trentacinque), cervelli destinati alla fuga (la maggior parte ha solo la terza media e una preparazione infima), membri di una generazione senza speranza in un futuro di certezze. Nota che fino a qualche anno fa erano loro i primi a ridere delle certezze . Quante volte li ho sentiti dire: «Ma a che ti serve una casa di proprietà? Tanto oggi sei qui, domani magari a New York» O ancora: «Certo che mi faccio un'altra vacanza, so godermi la vita io». E sotto con il credito al consumo. Quando uscì "Neoproletariato" i campioni fasulli del buonismo di sinistra mi accusarono di essere cattivo con i poveri senza nemmeno aver letto il libro. Io non sono cattivo. Sono stronzo. E voglio vedere i neoproletari morire di inedia, di stenti. D: – Ritieni che questa crisi abbia innescato dei processi di decrescita felice o per lo meno ci sia un ritorno a certi valori di sobrietà o siamo ancora dominati dal barocco brianzolo? R: – La decrescita felice è una palla messa in giro da gente strapagata con la rubrica fissa su Repubblica o il programma su RaiTre. D: – Che consigli ti sentiresti di dare a chi, in un'epoca di profonda crisi economica, vuole intraprendere la carriera di scrittore/saggista? R: – Durante la mia ultima e pessima esperienza editoriale ricevevo inediti di persone che sognavano di pubblicare il loro romanzo. Nelle lettere di presentazione, oltre ai segnali di sicura mitomania («Il mio è il romanzo che l'Italia attende, perfetto nella trama come nello stile») scrivevano che da vent'anni lavoravano come dirigenti delle Ferrovie, medici, avvocati. Qualche volta ho anche risposto, dicendo: «Gentile signore, lasci perdere. Tenga duro fino alla pensione e poi si dia ai viaggi organizzati». Crisi o non crisi il mio consiglio è lasciare perdere. O meglio, se si crede che basti scrivere un librino per diventare ricchi, darsi subito allo spaccio di droghe. Se poi si sceglie comunque un'esistenza di umiliazioni, di difficoltà, di collaborazioni mal pagate con i giornali, allora fatelo. Ma non dite che non vi avevo avvertito. D: – Parli spesso di immigrati di lusso che si lamentano di Milano, ma lo sai che sono le stesse persone che quando tornano al paesello dicono quant'è figo svolgere qualche professione del sottoproletariato intellettuale (in genere chiamandola con il termine in inglese) nella mitica Milano guardando dall'alto in basso noi che siamo rimasti nel paesello? R: – Certo che lo so! Gli stessi che quando arrivano qui iniziano a dire: «E questa sarebbe una metropoli?» e magari arrivano da Capracotta. Non riesco a capire cosa si aspettino. Forse il sindaco che va a riceverli in stazione? Poi, di ritorno al paesello si lamentano: «Ma è già tutto chiuso? A Milano a quest'ora siamo ancora a bere sui Navigli!». Dove, sia precisato, vanno solo loro. Lo dimostrano le urla beluine nei dialetti più ruspanti che escono dai locali truffaldini sui Navigli e a Brera. Là un milanese non mette piede dopo le 19. D: – Parlando del tuo rapporto sostanzialmente d'amore con Milano, indichi come punto di cesura della storia cittadina la strage di Piazza Fontana, com'è cambiata la città a seguito di quel tragico evento? Com'era Milano prima e com'è diventata dopo? R: – Preciso che sono sensazioni nate a posteriori. Ero troppo piccolo quando scoppiò la bomba, però certe cose si percepiscono anche da bambini. Ho detto in altre occasioni che il 12 dicembre 1969 è stato il nostro 11 settembre 2001. Solo che non abbiamo mai saputo dimostrare affetto per la città ferita come hanno fatto i newyorchesi per la loro. Certo, qui tutto è in scala più piccola, ma l'affetto non si basa sulla misura. Quel giorno Milano è diventata più cupa, più diffidente. Si è accorta che la mala romantica, con un proprio codice e relegata in ore e zone ben precise della città si era trasformata in un pericolo invisibile e diffuso, che poteva nascondersi anche tra chi stava al potere e chi credevi fosse lì per difenderti. Il ladruncolo della mala era umano, il terrorista era arrogante, convinto di essere migliore di te perché aveva letto male due testi di cattivi maestri. Non è stato un cambiamento solo milanese, ma nazionale. D: – In Francia esiste un forte dualismo città-provincia. Ritieni che in Italia esista un qualche contrasto tra metropoli e città di provincia? Ti vedresti in una qualsiasi città di provincia del centro Italia? R: – In Francia hanno Parigi e intorno è tutta campagna. In Italia abbiamo sempre avuto le città, dove si immaginava che la vita fosse più libera, più divertente, più ricca. Noi non abbiamo metropoli, intese come agglomerati sconfinati di architetture banali e slum e isole di ricchezza. Abbiamo città molto piccole come estensione, in cui non ci permetteremmo mai di buttare giù il patrimonio storico. Da noi la scala è un’altra e si basa sulla concentrazione di saperi, know how, capacità e possibilità. Un fenomeno che ha ben descritto Elio Fiorucci nell'intervista che ha rilasciato a OssoBook: Milano non è una grande città dal punto di vista territoriale, ma lo è dal punto di vista della concentrazione, perché ci trovi tutto e prima di tutti. Roma è più rarefatta, non ha mai visto svilupparsi il terziario, anche quello un po' funky degli anni Ottanta, quando ci si inventava un lavoro . La colpa credo sia della eccessiva presenza della politica che uccide la nostra capitale. Mi vedo in una piccola città di provincia del Centro Italia, ma solo come turista! Cinquant'anni di abitudini e ritmi sono difficili da eliminare, penso ne soffrirei un po'. D: – Ragionando in una prospettiva storica, in quale "sinistra" ti riconosci? R: – In nessuna. Non voglio più sentire parlare di sinistra. Io sono progressista, autonomo e liberale. La sinistra non è più nulla di tutto questo. È retrograda, D'Alema è il nuovo Andreotti, Vendola è illuminato come un massaro dell'Ottocento. Gente capace di spacciare Letta per il nuovo. D: – Quali sono le notizie o i fenomeni mediatici che ti irritano maggiormente? R: – Le ondate di calore. I delitti irrisolti tra buzzurri tatuati delle zone depresse. Le eccitazioni legate a Internet (impazza sulla Rete, YouTube esplode, il Popolo della Rete si esalta). Le manifestazioni con spettacolino cromatico al seguito (calzini azzurri, sciarpa bianca, popolo viola). Gli innamoramenti per il guru di turno (Grillo, papa Francesco, Berlusconi, Santoro). Quasi tutte le notizie di politica interna divise tra chi vede la luce e chi non vede più nemmeno la lampadina. Andrea Ialenti Fonte: A. Ialenti, Interview , in «Labrancoteque», XIV, 2013.

  • Un'idea in più

    Se vi trovate nella zona di Isernia d'inverno, alzate lo sguardo verso le cime innevate dell'Appennino e puntate verso il Monte Capraro, dove a Prato Gentile potrete godere di numerose piste di sci nordico. D'estate potete salire in quota per sfuggire alla calura, fare una passeggiata nei dintorni di Capracotta e magari visitare il Giardino della Flora Appenninica, un orto botanico a 1.525 metri di quota, ai margini di un'antichissima foresta di abete bianco. Francesca Filippi Fonte: F. Filippi, I Love Green: oltre 100 idee per una vacanza nel verde , Mondadori, Milano 2014.

  • Il conte Max

    « È che voi venite dal basso! » L'ambizioso edicolante di via Veneto, Alberto Boccetti, è il protagonista di questo splendido e riuscito remake de "Il Signor Max" del 1937, firmato Camerini, il quale, usando toni scherzosi ma sarcastici, descrive le abitudini dell'alta borghesia fine anni '50, attraverso le avventure di un giovane ed umile romano, fortuitamente scambiato per un gentiluomo dal sangue blu. Alberto lavora presso un'edicola e spesso si intrattiene con il suo caro amico, il Conte Max, nobile decaduto. Quando Alberto gli comunica scoraggiato la partenza per Capracotta, dove dovrà festeggiare il Capodanno come imposto dallo zio, il Conte suggerisce di cambiare itinerario e visitare la bellissima e sofisticata Cortina d'Ampezzo, con tanto di una «puntatina a Chamonix». Il giovane, rapito dal forte entusiasmo di scoprire una realtà così moderna e facoltosa, decide di ritirare i suoi risparmi e partire alla volta di una vacanza di lusso. Arrivato in hotel, la sua identità viene scambiata con quella del Conte Max Orsini Varaldo a causa di un cameriere pasticcione, ma questo fraintendimento gli permetterà di conoscere la raffinata e sfuggente Elena, Baronessa di Rivombrosa, e di seguirla in Spagna, insieme alla sua blasonata compagnia di nobili e imprenditori miliardari. Tornato dall'euforica e breve esperienza ispanica, Alberto confida l'accaduto al Conte Max e spera, in cuor suo, di poter rivedere la Baronessa, di cui si è follemente innamorato. Ahimè, la sorte gioca brutti scherzi poiché la governante della Baronessa, la giovane e ben educata Lauretta, in un breve soggiorno a Roma, crede di riconoscere il Conte Max nei panni di Alberto, tornato alla sua vita di giornalaio. Da questo momento, inizia per Alberto una corsa nel dividersi tra il giovane e "cafone" Conte blasonato e l'edicolante squattrinato, nella speranza che Lauretta non riesca a scoprire l'inganno e confidarlo alla sua amata Elena. Dopo mille sotterfugi ed inganni Alberto dovrà ricredersi sul mondo dei ricchi, realizzando che, a conti fatti, il vero amore, l'affetto e la generosità sono valori ben più nobili degli stemmi impressi nei quadri di famiglia. La trama lineare e di facile comprensione prevede un confronto tra due posizioni sociali: nobiltà e gente comune. Molte scene chiave descrivono le abitudini tipiche della società borghese fine anni '50, come il gioco del bridge, la serata a teatro, la vacanza a Cortina, la giornata a cavallo. I nobili appaiono allo spettatore in tutta la loro vanità: amanti dei viaggi, dei vestiti eleganti, di suntuose feste, di circoli chiusi e inaccessibili. In contrapposizione agli ambienti frequentati dal popolo, che fa festa nel circolo ferrotranviere e che, come gli zii di Alberto, vive in appartamenti umili ma decorosi. Sul piano semiotico, così facendo, vengono evidenziate due categorie: ricco vs povero ed essere vs sembrare. A livello connotativo, il ricco sembra apparire agli occhi di Alberto la sua massima aspirazione, colui che sa godersi a pieno la vita,sempre alla moda, che riesce a «vivere in un sogno». Il popolo, al contrario, appare noioso, fuori moda, goffo, maleducato, che «viene dal basso» e non nutre il desiderio di voler emergere. Il personaggio di Lauretta si inserisce nella storia come elemento di congiunzione tra questi due piani, con l'obiettivo di rimescolare le associazioni iniziali elaborate da Alberto ed aiutarlo nel rivedere tutte le sue convinzioni. Questo ruolo nella trama è decisivo ed essenziale. Potremmo definirla "la coscienza di Alberto", colei che tutti i giorni respira aria borghese ma, essendo di umili origini proprio come lui, si dimostra più realista e disillusa. La sceneggiatura non lascia nulla al caso; l'ingenuità e l'onestà di Alberto vengono minuziosamente descritte in piccoli gesti o frasi celebri: «Nemmeno molto in verità, a Capracotta ce faccio un mese di villeggiatura, vero!»; «Qui ci voleva il Signor Conte, un dritto de niente... Che s'è offeso?». Allo stesso modo, il carattere e l'attitudine accattone del Conte Max vengono riassunti in ingegnose e brevi battute: «Guarda me per esempio, quando cerco un amico non guardo al titolo, guardo l'uomo. Chi sono i miei amici? Tu, il fornaio, il lattaio, il droghiere»; «Scusi, per il rimborso dei biglietti non usufruiti?». Tuttavia il Conte Max rappresenta il vero aiutante di Alberto, che lo sosterrà al fine di conquistare la nobildonna Elena, ma la conoscenza di Lauretta porterà il giovane ad un cambiamento interiore, e alla fine sceglierà di rinunciare ad effimeri sogni per un amore sincero. I temi trattati da questa storia non sono affatto banali: ambizione, pregiudizio, discriminazione sociale, senso di appartenenza, solidarietà. Le simpatiche e goffe battute di Alberto non confondono tuttavia il messaggio del film. Terminate le risate rimane una riflessione importante: desideriamo tutti, una volta nella vita, essere "il Conte Max", ma a quale prezzo? L'erba del vicino sembra sempre più verde. Questa storia, in fondo, descrive le nostre debolezze e l'incessante ricerca verso la perfezione, il successo, la vita comoda. La pellicola originale, "Il Signor Max", girato nel 1937, vede come protagonista Vittorio De Sica molto giovane, di cui Sordi studia e riprende smorfie, alcuni movimenti e quella cadenza fonetica effimera e leggera tipica del borghese. Dopo vent'anni Giorgio Bianchi decide di riportare questa splendida e tenera storia nei cinema italiani, scegliendo Sordi come protagonista, dopo aver girato il fortunato "Buonanotte avvocato" al fianco di Giulietta Masina, e con il quale presenterà nel 1959 una gradevole commedia, "Il Moralista". La regia di Bianchi non ha nulla da invidiare a quella di Camerini, e la presenza di Sordi rende la storia decisamente più comica e godibile fin dall'inizio. Il personaggio di Alberto nelle vesti del Conte Max ricorda l'emblematico e furbo Conte Alfonso dei Pasti in "Arrivano i dollari" girato nello stesso anno. La sua geniale interpretazione di due ruoli cosi differenti (edicolante e nobile) gli aprirà la strada verso una carriera brillante e colma di successi. Il caro Albertone Nazionale ci regala un altro dono da tenere con cura e rispetto. Nulla a che vedere con il remake voluto da Christian De Sica nel 1991, aspramente criticato e tristemente rilegato a film di serie B. Della serie: la classe non è acqua. Federica Ragnini Fonte: http://www.filmscoop.it/ , 30 ottobre 2012.

  • Tra leggi e collegi

    Le elezioni dopo il conflitto mondiale furono le prime a suffragio universale maschile (21 anni compiuti e servizio militare) e nelle quali erano presenti liste riferite a dei partiti politici. La legge elettorale venne profondamente riformata e si introdusse il sistema proporzionale con scrutinio di lista e l'applicazione del metodo D'Hondt, dal nome del matematico belga che lo aveva inventato. Si definirono 54 circoscrizioni provinciali, il Molise fu accorpato a Benevento in un unico Collegio denominato Campobasso-Benevento. Il voto si tenne il 19 novembre 1919 e in due delle sette liste presentate in Molise erano compresi i nomi di Angelo Del Lupo (1859-1932) e Piero Baldassarre (1879-1966). Piero era figlio di Michele, un agente delle imposte in servizio nel paese, dove erano nate anche le sorelle Elvira e Esterina. A Riccia trascorse l'adolescenza per poi seguire i genitori a Roma. Impiegato ministeriale scalò tutte le posizioni della carriera fino a diventare Capo di Gabinetto nel Ministero dei Lavori Pubblici, mantenendo con molti riccesi continui ed ottimi rapporti. L'ingegnere Del Lupo era ed era stato più volte consigliere e Presidente della Deputazione provinciale; partecipò alla competizione tra le fila della lista di ispirazione demo-massonica "Stella Raggiata", non riuscì nel suo intento nonostante a Riccia doppiasse nel numero di preferenze Baldassarre, più fortunato di lui risultando, con 13.759 voti totali, il penultimo eletto del Collegio in forza alla lista riformista "Il Rastrello". Lo scioglimento anticipato della Camera nel maggio del 1921 portò a nuove elezioni, che videro impegnato ancora Baldassarre, questa volta schierato con la lista dei Combattenti. Risultò eletto, ottenendo un buon risultato. In questa tornata dovette scontrarsi con un altro candidato di origini riccesi, Adelchi Falconi, noto avvocato erariale in corsa con il listone molisano di "Concentrazione". Il padre, Vincenzo, appartenente ad una importante e distinta famiglia di Capracotta, stava ricoprendo la carica di pretore quando, nel 1876, nacque a Riccia suo figlio. Adelchi restò soltanto pochi anni nel nostro paese, bastevoli, però, a far sì che in queste elezioni venisse premiato con il maggior numero di preferenze individuali per la sua lista, senza, comunque, risultare eletto. Baldassarre rappresentò alla Camera il Collegio fino al 6 aprile del 1924 data di convocazione delle elezioni per la XXVII legislatura, la prima dell'era fascista. Antonio Santoriello

  • Il fascino dell'eresia

    Molti sono convinti che la storia sia un elenco di avvenimenti raccontati dagli storici. Ma la storia è come i moderni social network . Le verità vanno attentamente analizzate perché non sono assolute. Una questione ancora avvolta nel mistero riguarda la venuta di Carlomagno nella Longobardia Minore e più precisamente a S. Vincenzo al Volturno. C'è la corrente dei professori del "copia-incolla" che fanno carriera ripetendo le cose scritte da altri e c'è la corrente dei cosiddetti eretici della storia. Uno di questi è il prof. Giovanni Carnevale, don Nannino, di Capracotta. Lo ha ricordato nel 2017 Francesco Mendozzi nella sua rassegna degli uomini illustri di Capracotta. Dalla sua citazione partirò per iniziare una piccola rassegna di grossolane mistificazioni che solo personaggi come Giovanni Carnevale hanno il coraggio di rivelare al mondo. Comincio da Triverno, uno dei punti strategici dell'Italia Meridionale. Oggi ci si passa velocemente e velocemente ci si ferma a fare colazione da SteLor dove fanno panini speciali. Triverno si trova sull'attuale Statale tra Isernia e Venafro. Da quel punto si dirama una strada antica (che non a caso ancora oggi conserva il nome di Strada Vecchia), che permette di costeggiare il Volturno e di seguirlo, con un po' di buona volontà, fino a Capua (l'antica Casilinum) dove era possibile superarlo per proseguire verso Napoli. Comincio dunque da questo punto del Molise. Gli "storici camaleonti" sono quelli che adattano il proprio colore alle esigenze di carriera. Molti storici ritengono che Carlomagno non sia mai venuto nel Molise. Per questa necessità di bottega anche Giovanni Villani (che scrisse una storia universale di Firenze durante il Giubileo di Bonifacio VIII nel 1300) da costoro è considerato poco attendibile. Anche quando racconta che Carlomagno conquistò il castello di Tuliverno (Triverno frazione di Pozzilli): (Carlomagno) confermò a la Chiesa ciò che Pipino suo padre l'avea dotato; e oltre acciò dotò la Chiesa del ducato di Spuleto e di Benivento. E nel regno di Puglia ebbe più battaglie contro a' Longobardi e ribelli di santa Chiesa, e assediò e distrusse la città di Lacedonia ch'è in Abruzzi tra l'Aquila e Sermona, e assediò e vinse Tuliverno il forte castello a l'entrare di Terra di Lavoro, e più altre terre del Regno che teneano ribelli di santa Chiesa, e tutti gli sottomise a sua signoria. Se non si seguono i ragionamenti del prof. Carnevale è difficile capire perché Giovanni Villani diceva il vero! Io credo a Giovanni Villani. E credo pure a Gennaro Morra, il massimo storico venafrano, che aveva le stesse convinzioni. Franco Valente

  • La prima volta di Capracotta su un quotidiano

    Napoli, lunedì 20 settembre 1824. Sul "Giornale del Regno delle Due Sicilie" apparve un lungo articolo di cronaca interna, non firmato, nel quale si informava che il giorno prima Sua Altezza Reale il duca di Calabria, l'«Augusto figliuolo di Ferdinando», aveva fatto rientro in Napoli dopo un soggiorno nella riserva di caccia di Montedimezzo. È questa la prima volta in cui Capracotta compare in un articolo stampato su un quotidiano, il Giornale del Regno, pubblicato nella capitale borbonica dal 1821 al 1848. La visita del principe Francesco, futuro re Francesco I delle Due Sicilie, venne infatti descritta per filo e per segno dall'ufficiale capracottese Bernardo Falconi dieci giorni dopo in un'avvincente relazione , però, grazie al "Giornale del Regno delle Due Sicilie", abbiamo una cronistoria più ampia sul viaggio di Sua Altezza. Il cronista, con una piaggeria che non ha eguali nelle democrazie odierne, cominciò col dire che: Il dì 13 del corrente alle ore 9 antemeridiane S. A. R. volle salire parte a cavallo parte a piedi sul più eminente sito della sua tenuta, detto Montedipenna. L'A. S. si compiacque dell'ampia veduta che colà aprivasi al guardo, e col favore de' telescopi scoprì vari luoghi lontani de' quali domandò minutissimo conto. Scesa quindi dalla parte opposta del monte stesso alla contrada coltivatoria denominata Pignataro, ed ivi trovati molti suoi coloni, che trebiavan le biade, si benignò di entrar seco loro in discorso su quel meccanismo, suggerendo ad essi qualche util mezzo di migliorarlo. Noi notiamo tali circostanze, perché nulla più onora un Principe reale quanto la cognizione della pastorizia e dell'agricoltura che la base pur formano delle civili società, cognizione che quando va unita a quella delle arti utili, come si verifica appunto in persona di S. A. R., diviene di prosperità pubblica assai doviziosa sorgente. Dopo aver migliorato in quattro e quattr'otto la tecnica agricola dei braccianti molisani intenti a lavorare la dura terra del Bosco di Pignataro, oggi in Comune di Vastogirardi, il sovrano manifestò «il desiderio di portarsi sulle alture di Capracotta». E fu così che: Gli abitanti di quel comune e di Vastogirardi fossero tosto corsi con movimento tutto spontaneo ad agevolargli con sollecito e non interrotto lavoro il disastroso cammino. S. A. R. mandando ad effetto il suo disegno, il dì 18 circa le ore 7 antimeridiane, fra le acclamazioni più lusinghiere di quelle popolazioni si recò al monte detto Campo, il più elevato tra i monti di quelle adiacenze. La smisuarata altezza del sito, e la serenità del tempo permisero all'accurato Principe giunto alla sommità, di osservare co' cannocchiali vasta parte di varie provincie del regno, godendo d'uno de' punti di vista più grandiosi che gli Abruzzi presentano. Il 17 settembre, non pago e mai stanco, Francesco volle lasciare il «suo Casino per restituirsi alla Capitale», ma prima di tornare nella bella Napoli, pensò di visitare le due maggiori città di quella Provincia, Isernia e Campobasso. Il redattore continuò la sua deferente cronaca: Alle ore sei e mezzo pomeridiane giunse S. A. R. ad Isernia. Nella città vi fu la sera generale illuminazione. Faceva sovratutto splendida figura bella macchina assai brillantemente illuminata e disposta in forma di tempio dirimpetto all'abitazione dell'A. S. R., nel centro interno del quale vedevasi in quadro trasparente l'augusta immagine di S. M. il Re Nostro Signore in atto di mostrar il codice delle leggi al suo popolo. Stando alle informazioni presenti sul Giornale del Regno, il duca di Calabria soggiornò proprio nel suo palazzo, oggi conosciuto col nome di Palazzo De Lellis-Petrecca, impiantato su una domus romana e affacciantesi su corso Marcelli, il bellissimo decumano della città pentra. Proprio dinanzi all'edificio le autorità d'Isernia montarono una «macchina assai brillantemente illuminata», il che fa pensare alla successiva erezione in quelle adiacenze, nel 1832, d'un obelisco in onore di Ferdinando II, demolito nel 1896. Il giornalista raccontò quindi l'entrata in Campobasso del 18 settembre: Gli abitanti di quella capitale le andarono incontro con rami verdeggianti gridando Viva il Re, viva il Duca di Calabria . L'ingresso dell'Augusto figliuolo di Ferdinando in quella città non poteva esser contrassegnato da più liete dimostrazioni di rispetto e di amore, e formerà sempre un'epoca memorabile ed avventurata per quella fedel popolazione. Appena egli giunse si affrettò a visitare la chiesa colleggiale di S. Leonardo, ove si fecero trovare l'intendente con tutte le altre autorità di quel capoluogo; e dove fu introdotta da Monsignor Pasca vescovo di Boiano con tutto il clero. Ivi l'A. S. R. ricevé la benedizione del Santissimo. Il dopo pranzo l'A. S. si recò a percorrere la nuova strada detta di Termoli, e quindi passò ad osservare il real collegio Sannitico, con prendere esatto conto del metodo d'insegnamento ch'ivi si tiene. Soltanto il 19 settembre Sua Altezza decise di tornare a casa, scortato in Terra di Lavoro dal «Marchese di S. Agapito, e general O’Farris, [e] da Monsignor Vescovo di Cerreto»; si pensi che «quest'ultimo transito fu una continuata festa eccitata dall'entusiasmo più puro per sì fausto avvenimento». Ciononostante il cronista del "Giornale del Regno delle Due Sicilie" era talmente fanatico ed ossequioso nei confronti della dinastia borbonica che mai avrebbe pensato possibile la reazione borbonica del 1860 contro il dilagante liberalismo, l'Unità d'Italia realizzata dai Savoia nel 1861 ed infine la nascita della Repubblica Italiana nel 1946 dopo la drammatica esperienza del fascismo. La storia raccontata dai quotidiani non corrisponde mai a quella dei libri di storia e il motivo è presto detto: la storia è inattuale per definizione e non ammette giochi di parte. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; M. De Leonardis e G. Venditti, La storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare De Leonardis , Volturnia, Cerro al Volturno 2018; R. Garrucci, La storia di Isernia raccolta dagli antichi monumenti , Napoli 1848; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742. Notizie interne , in «Giornale del Regno delle Due Sicilie», 223, Napoli, 20 settembre 1824.

  • Il mulino del Verrino e… il ponte sul fiume Kwai

    Nel territorio di Capracotta, su una mappa del 1700, sono indicati, con le distanze segnate in palmi napoletani e all'altitudine di 1.023 m., i mulini di Santa Croce, situati di poco sotto la casa colonica della famiglia Mendozzi ( r'Amecùne ) ed alla confluenza di due torrenti: il Verrino e un altro rio che in estate generalmente era - e lo è tuttora - in secca. Quello era l'unico punto nel quale l'orografia del territorio permetteva lo scavalco del fiume con la messa in opera di un ponte di legno lungo circa 12 metri a collegare la contrada di Guastra e la zona di Monteforte. Il ponte era strategicamente necessario per lo sfruttamento agricolo e pastorale dei terreni confinanti e antistanti il mulino ad acqua affatto funzionante. Dal prelievo delle acque sorgive, poste nel comune di Capracotta, venne messa in opera sul territorio di Agnone una profittevole centrale elettrica necessaria al funzionamento della ferrovia Agnone-Pescolanciano, conosciuta col nomignolo di "Colomba Bianca" ed inaugurata il 6 giugno 1915. La linea era lunga 37,6 km. per circa 3 ore di percorrenza, aveva binario unico, scartamento ridotto (950 mm.) e trazione elettrica a corrente continua e tensione di 1.200 volt, con la fermata Capracotta-Vastogirardi posta a 1.100 m.s.l.m. e distante circa 12 km. dal centro abitato, utilizzata per il trasporto di persone e per lo scambio di derrate e prodotti agricoli. L'unico vagone ferroviario venne chiamato "Colomba Bianca" per via del suo colore anche se, non molto tempo dopo, passò dal bianco immacolato al verde ramarro, forse proprio per simboleggiare la rapidità dei movimento del sauro. La vita di tutti, grandi e piccini, scorreva secondo i ritmi scanditi dalla natura, in un'idilliaca simbiosi con essa, che sembrava perpetuarsi da sempre e per sempre, finché vacillò e venne spazzata via dalla Seconda guerra mondiale. Nel settembre del '43, difatti, i guastatori tedeschi in ritirata distrussero in maniera capillare tutte le infrastrutture, l'intera linea aerea fu divelta e, con un carrello munito d'un robusto rostro, furono spezzate tutte le traversine in legno, mentre motrici e materiali accessori vennero dati alle fiamme. Gli stessi guastatori appiccarono il fuoco a molti dei casolari di Guastra e demolirono quel ponte di legno che aveva resistito al tempo ed alle acque, un'opera la cui distruzione richiese molta fatica e sudore da parte dei nazisti! Suscita un pizzico di ilarità il fatto che gli abitanti della zona decisero di ricostruire il ponte proprio il 16 ottobre 1943, nello stesso periodo in cui in Thailandia veniva completata la costruzione del ponte ferroviario sul fiume Mae Klong (per lo meno stando al film "Il ponte sul fiume Kwai"). I capracottesi delle contrade utilizzarono tutto ciò che l'occasione del momento permetteva loro, a partire dai binari della ferrovia che, lasciati alla mercè di personaggi senza scrupolo, furono venduti come materiale per la ricostruzione. Si pensi che alcuni acquirenti subirono persino un processo con l'accusa di incauto acquisto oppure altri li prelevarono nottetempo come "ricordo", nonostante i rischi, perlopiù penali, che tale azione comportasse. La necessità di ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto era tangibile e imperante. I solai e le travi delle abitazioni furono ricostruiti grazie al taglio degli abeti di Pescopennataro e sotto la ferrea sorveglianza delle guardie forestali. Ciò nonostante non tutti potevano permettersi l'acquisto dei materiali, tanto che si sarebbe potuto chiosare il varietà televisivo "Bambole, non c'è una lira"! Il ponte fu ricostruito in un misto di leggenda e mistero, ed è tuttora lì, pur con qualche ammaccatura dovuta all'inclemenza degli agenti atmosferici. Ricostruito nel giro di un mese con struttura portante in acciaio e sovrastruttura in legno, necessitò di molte travi per limitarne la flessibilità. La salvezza e il ripristino del ponte furono forse la sola cosa positiva di quell'orribile autunno del 1943, dato che moltissime famiglie, seppur ospitate in quantità nei casolari e nei tholos di campagna delle contrade di Guastra e Macchia, furono costrette a lasciare il paese come sfollati. Questo accadde perché, giova ripeterlo per far chiarezza e per evitare stucchevoli revisionismi storici, molti abitanti dei comuni vicini, risparmiati dalla furia devastatrice della guerra, non mostrarono alcuna solidarietà verso chi abitava lassù in cima, dove stavano i resti delle case fumanti! La leggenda secondo cui i capracottesi furono gli artefici della sparizione e della mancata ricostruzione della ferrovia è totalmente pretestuosa, figlia del deleterio campanilismo allora imperante. Qualora ipotizzassimo un "prelievo forzoso" di 15.000 metri di binari, all'appello ne mancherebbero comunque altri 60.000! Concludo dicendo che il ponte sul fiume Mae Klong aveva la struttura portante in legno coi binari posati sopra e almeno ebbe l'opportunità di sentire il fischio del treno che vi transitava dopo la disumana condizione lavorativa imposta dai giapponesi ai 60.000 prigionieri di guerra australiani, inglesi, olandesi e americani e ai 200.000 asiatici costretti ai lavori forzati. Per quanto riguarda il ponte sul fiume Verrino, invece, è un po' fantasioso che tutto ciò accada... Filippo Di Tella

  • Capracotta, Alto Molise: il borgo amato dal conte Max

    Capracotta è un piccolo comune di 887 abitanti della provincia di Isernia, in Molise. Si trova a 1.421 metri sul livello del mare ed è, dopo Rocca di Cambio, il comune più alto dell'Appennino. Ha fatto parte del Regno di Napoli e del Regno delle Due Sicilie. Nonostante le origini medievali, il borgo ha un aspetto moderno a causa della ricostruzione dovuta ai danni della Seconda guerra mondiale, eccetto alcuni monumenti come le chiese. Dagli anni '50 è iniziata a diventare una delle principali stazioni sciistiche molisane, assieme a Campitello Matese, determinato lo sviluppo economico e turistico. È piuttosto controversa l'origine del nome. Ugo Mosca, in un vecchio studio, ha sostenuto l'ipotesi che provenisse dalla combinazione di due presunti termini italici, kapp - luogo alto - e kott - luogo roccioso - che descrivono due proprietà del territorio cittadino. Altri fanno derivare il toponimo da due termini latini: Castra cocta , cioè da una presunta presenza di accampamenti militari protetti da un agger coctus (una recinzione in mattoni). Recenti studi, infine, attribuiscono le origini del toponimo (e della fondazione stessa dell'abitato) alla tradizione religiosa dei Longobardi di sacrificare una capra in onore del loro dio Thor, appena insediatisi in un luogo appena conquistato, e di mangiarne le carni come rito apotropaico contro l'esaurimento delle fonti di sostentamento del gruppo tribale che, diventando stanziale, si faceva comunità. Al periodo longobardo, non a caso, risale la più antica attestazione del nome: un atto di donazione del 1040. Questi studi si basano su un esame particolareggiato delle persistenze storico-toponomastiche dell'Alto Molise e di tutti i territori italiani dominati nel Medioevo dai Longobardi. In Italia, infatti, esistono altre "Capracotta": in Campania, Lombardia, Toscana e Umbria. Si tratta di luoghi pianeggianti o vicini al mare ma tutti conquistati e governati dagli Uomini dalle Lunghe barbe. Lo stemma del paesino testimonia, tuttavia, una leggenda. Questa afferma che alcuni zingari vollero costruire un villaggio e accesero un fuoco per arrostire una capra. Ma questa capra saltò sul fuoco e riuscì a fuggire. Nel punto in cui l'animale si fermò esanime, gli zingari decisero di stabilirsi. In realtà, questo rito, più che a riferirsi a un fatto storicamente verosimile (gli zingari arrivarono in Italia soltanto a partire dal XV secolo quando Capracotta contava più di mille abitanti), sembra voler giustificare il carattere eternamente peregrinatorio degli abitanti di Capracotta. Le più antiche tracce della presenza umana nel territorio del Comune di Capracotta risalgono al Paleolitico: in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Il primo insediamento stabile risale, invece, al IX secolo a.C. Si tratta di un centro abitato ritrovato nel corso di cinque campagne di scavo promosse dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Molise tra il 1979 e il 1985 nei pressi della Fonte del Romito. Gli scavi archeologici hanno svelato l'esistenza di un sito con una vitalità di circa mille anni: da alcune capanne circolari del IX secolo a.C. a edifici in marmo del I secolo d.C. collocati in un contesto urbano ben pianificato. L'attuale paese di Capracotta, invece, nasce sullo sperone della Terra Vecchia nei primissimi decenni del Medioevo durante la conquista longobarda del Mezzogiorno d'Italia (fine VI-inizi VII secolo d.C.). Si sviluppa nei secoli successivi attraverso la pratica della transumanza, cioè lo spostamento invernale degli armenti dalle alture dell'Abruzzo al Tavoliere delle Puglie. Durante la Seconda guerra mondiale, Capracotta viene quasi interamente distrutta dalle truppe tedesche in ritirata verso la Val di Sangro con il fuoco e la dinamite. Tra i monumenti perduti, vi era una torretta dell'orologio, ultimo residuo delle antiche mura di cinta, spazio oggi recuperato come fontana. Negli anni '50 il borgo fu interamente ricostruito e vi fu installato un impianto da sci sopra il Monte Capraro. Il borgo ha avuto una forte vocazione turistica già a partire dalla fine dell'Ottocento, in modo particolare con l'attrazione di turismo da Napoli. Agli inizi del secolo scorso, numerose famiglie dell'aristocrazia romana e soprattutto napoletana trascorrevano le vacanze invernali nei comodi e confortevoli alberghi cittadini. In una citazione di Alberto Sordi ne "Il conte Max", Capracotta è descritta come la piccola cortina d'Ampezzo degli Abruzzi. Capracotta è famosa anche per le abbondanti nevicate. Nel mese di marzo del 2015, nel giro di 17 ore, è caduta più di due metri di neve battendo il precedente record di Silver Lake in Colorado (Usa) dove, nel 1921, erano caduti 193 centimetri di neve in 24 ore. Le architetture religiose sono: Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta; Chiesa di Sant'Antonio di Padova; Chiesa di San Giovanni Battista; Santuario della Madonna di Loreto; Chiesa di giuspatronato di San Vincenzo Ferreri; Cappella campestre di Santa Lucia. Le aree naturali sono: Giardino della Flora appenninica; Prato Gentile; Parco fluviale del Verrino; Riserva naturale di Pescobertino; Sorgente dell'Acqua Zolfa; Villa comunale. Dal 1962, in località Prato Gentile, viene celebrata "La Pezzata", sagra della pecora bollita che si tiene ogni prima domenica di agosto. La tradizione di bollire la pecora risale alla pratica della pastorizia transumante lungo il tratturo. Nel 2014 questo piatto è stata inserito tra le "eccellenze" dalla rivista "Gambero Rosso". Difatti sul territorio capracottese passa un tratturo tra i più importanti d'Italia. Interessante anche la visita al Giardino botanico della Flora appenninica, situato a soli 2 km. dal paese. Discreta è l'attività culturale. Il Comune edita ogni tre mesi un periodico cartaceo, "Voria". Ogni anno, poi, viene pubblicato il "Diario di Capracotta: fatti e curiosità di un anno", un volume che racconta i principali avvenimenti accaduti nel periodo compreso tra il mese di luglio e quello di giugno dell'anno successivo. Sempre con cadenza annuale il Comune indice un concorso letterario e fotografico a tema, i cui contributi vengono pubblicati di volta in volta in un apposito volume. Agli inizi dell'anno 2013, è nata l'associazione "Amici di Capracotta" per recuperare, valorizzare e promuovere il patrimonio culturale cittadino. Capracotta è meta frequentata soprattutto l'inverno per lo sci, con turisti provenienti prevalentemente dal Lazio, dall'Abruzzo e dalla Campania. La pratica più diffusa è quella dello sci di fondo in località Prato Gentile (1.573 m.), alle pendici di Monte Campo (1.746 m.), presso il prestigioso stadio del fondo "Mario Di Nucci", che nel 1997 ha ospitato i Campionati italiani assoluti e nel 2004 la Coppa Europa. Da quella località si diramano tre piste di diversa difficoltà (anello di monte, anello di valle e anello turistico), per una lunghezza complessiva di oltre 15 km. Dal 1995 sono stati installati impianti per lo sci alpino alle pendici del Monte Civetta, a confluenza col Monte Capraro (1.730 m.), che comprendono: Seggiovia Monte Civetta; Sciovia Piana del Monte. Queste due seggiovie portano alle seguenti piste: Monte Capraro (1.630-1.380 metri); Piana del Monte (1.560 m.); Pista sotto il Monte (1.380 m.). Giuseppe Tetto Fonte: https://unsic.it/ , 3 luglio 2017.

  • Ricostruisce da sé la fabbrica distrutta

    Agnone, 7 novembre. Quando dal valico di Vastogirardi, che divide il bacino del Trigno da quello del Sangro, si scende in tenimento di S. Pietro Avellana, e propriamente nella "Piana della Valle", attraversata dal filo tortuoso della Vandra, l'affluente più montano del Volturno, è come se d'improvviso un sipario si alzasse davanti agli occhi per mostrare allo sguardo attonito un meraviglioso scenario: tanto diverso da quello che ci si lascia alle spalle. Dal valico, sovrastato dal cono di Monte Miglio, si può ammirare palmo a palmo tutta un'ampia conca di un colore verde che cangia dallo smeraldo dei prati, al cupo dei boschi di cerro e di faggio che per centinaia di ettari ammantano i declivi dei monti che contornano la conca stessa: a destra, poi, ove la piana si restringe, si vedono le rovine di S. Pietro Avellana, nelle cui radure vanno sorgendo i nuovi fabbricati. Paesaggio d'incomparabile suggestiva bellezza, anche se aspra ed un po' primitiva. Nella piana della Vandra si ergono i caseggiati della "Stazione razionale di alpeggio", una delle cinque esistenti in tutta l'Italia; ed ai piedi di Monte Miglio, stagliandosi sullo sfondo dei faggi, svetta l'alto fumaiolo di uno stabilimento industriale, dalla cui sommità un filo di fumo, nero e denso, piegandosi al vento come un drappo, si allunga nell'aria disperdendosi in fiocchi sempre più radi. È questa la fabbrica, la nuova fabbrica di laterizi di un molisano dalle mani incallite e dalla volontà di ferro: Ruggiero Santilli; e di essa diremo per dimostrare di che pasta e di che tempra è fatta la gente nostra. Nel novembre del 1943 le truppe tedesche in ritirata sulla sinistra del Sangro, lasciarono sulla destra il solco della "terra bruciata". Fu raso al suolo S. Pietro Avellana, e della fabbrica di laterizi di Ruggiero Santilli non restò in piedi che il fumaiolo immane, cero spento, sovrastante cumuli informi di macerie. Quando il [...], paziente - sussultava quando metteva allo scoperto qualche parte dei sepolti macchinari - accatastava il legname delle travature - e così da mane a sera, tenace, puntiglioso, insensibile al morso del vento ed alla fatica deprimente. Sembrava una formica che si accanisse su di un mucchio di grano per portar via dei chicchi; ed una formica egli era nella proporzione delle ingenti rovine. Quando i due figli Nicola ed Ercolino si accostarono al vecchio padre per scongiurarlo a trarsi dalle macerie e di smettere la pazzesca fatica, Ruggiero Santilli, la formica umana, li guardò fisso, con le mascelle contratte e, poi, netto e tagliente sibilò: «ricostruirò la fornace!». Soggiogati da tanta volontà operante, i figli si unirono al padre nel lavoro immane: chiesero l'aiuto di qualche vecchio operaio della fabbrica: e scavarono, sgombrarono, riesumarono macchinari, eressero muri e sistemarono impiantiti: riattarono i condotti dei forni: e così dopo mesi e mesi di travaglio dei corpi e degli spiriti, un bel giorno dal camino della fabbrica di laterizi uscì di nuovo un filo di fumo, che sventolò nell'aria come una insegna di vittoria. A distanza di nove anni dalla distruzione, oggi, la fabbrica di laterizi, rinnovata negli impianti e nel macchinario, lavora a pieno ritmo, dando lavoro e pane ad oltre 60 operai. Una modernissima escavatrice a carrelli dentati, rode l'argilla che dalle falde di Monte Miglio, una piccola Decauville trasporta e scaraventa in un frantoio. Di qui, ridotta in una umida e luccicante pasta, la buona terra viene compressa nelle forme, e dalle trafile sgorgano i mattoni, di ogni forma e dimensione, che dopo un adeguato prosciugamento vengono inghiottiti dai cunicoli di una modernissima fornace. Di fuori si alzano cataste di manufatti, che vengono irradiati in tutte le regioni circostanti. Quando si contemplano le rovine dell'antistante stazione ferroviaria, e si considerano gli scheletri delle case del vicino paese, la ricostruzione della fabbrica sembra un miracolo: ed è in realtà un autentico miracolo, di tenacia caparbia, d'intelligenza e di fede. E sembra di ascoltare un racconto di Jack London, quando i figli raccontano, fra l'altro, l'assalto del fisco e la reazione paterna. Non ancora erano state ricoperte le nuove mura che a Ruggiero Santilli fu intimato il pagamento dei "profitti di guerra"! Egli fece presente che nulla più possedeva all'infuori delle rovine della fabbrica di laterizie e della casa di abitazione, e sollecitò che lo avessero lasciato in pace alla ricostruzione. All'invito, invece, seguì l'ingiunzione per ufficiale giudiziario, ed allora, proprio come si leggerebbe in un racconto di London, Ruggiero Santilli, perduto il lume della pazienza e della ragione, piombò come un bolide in un certo ufficio, e tanto sbraitò e tante ne disse che gli fu minacciato l'arresto! Questo premio inusitato alla sua tenacia gli fu peraltro evitato da una successiva più umana considerazione: ma il buon Ruggiero Santilli afferma tuttora che quello fu l'ostacolo più duro a sopportarsi e superarsi. Per la verità, uomini dello stampo di Ruggiero Santilli onorano grandemente il nostro Molise, perché essi ben costituiscono un esempio luminoso delle virtù insuperabili della nostra gente e stanno altresì ad ammonire i facili miracolisti della rinascita, che la volontà operante e la tenacia costituiscono la malta indispensabile per la ricostruzione. Eugenio Jannone Fonte: E. Jannone, Ricostruisce da sé la fabbrica distrutta alla maniera di Jack London , in «Corriere del Molise», Campobasso, 9 novembre 1952.

  • Identità molisana: Capracotta

    Capracotta, stazione climatica e sciistica a 1.421 metri di altitudine al centro di un sistema montuoso delimitato dai complessi di Monte Capraro e Monte Campo, è oggi un attrezzato punto di riferimento per tutto lo sci di fondo del centro-Italia. Splendidi gli scenarii naturali, Prato Gentile in particolare, architettura in pietra locale, paesaggi brumosi della montagna appenninica, neve che oltrepassa i piani delle case in inverno ed aria fresca in estate, ottimi latticini e pecorino locali, Capracotta vanta origini che risalgono all'Età del Ferro per via dei reperti venuti alla luce in località Le Guastre. In località Fonte del Romito (o Fonte Romita) è stata invece rinvenuta nel 1848 la famosa Tavola Osca, o Tavola di Agnone, tavola bronzea in lingua osca recante un'iscrizione sacra. Origini antichissime, dunque, anche se testimonianze vere e proprie del paese non si hanno se non a partire dall'epoca normanna. Feudo dei Borrelli prima e in seguito dei della Posta, dei Carafa, dei d'Evoli, dei Cantelmo, dei Piscicelli e nuovamente dei d'Evoli, ultima casata feudale di Capracotta fu quella dei De Riso. Il Palazzo Baronale, fatto edificare dai signori Gualtieri-Budone nel XVI sec. extra moenia ed in posizione impervia, è stato oggetto di successivi rifacimenti: struttura rettangolare, tre piani, incluso pianterreno con due portali in pietra sagomata e uno stemma araldico inciso, la facciata anteriore affaccia su piazza Falconi, mentre quella posteriore si sporge sulla rupe che delimita a nord-ovest l'abitato. Panoramica nella sua posizione sopraelevata è la Chiesa parrochiale di Santa Maria Assunta in Cielo, di architettura tipicamente montana e databile al XVIII sec., sebbene le sue origini risalgano al XIII sec. Al suo interno, a tre navate, vi sono una serie di decorazioni marmoree, che interessano l'altare maggiore con la balaustra, e lignee, relative alla copertura del fonte battesimale. Di interesse artistico è anche per il Gruppo della Visitazione, attribuito allo scultore napoletano Giacomo Colombo, nonché un prezioso organo settecentesco (il Principalone). Nell'agro, in contrada Macchia, la presenza di centinaia di tholos (rifugi in pietra) è testimonianza concreta della civiltà pastorale, che qui è ancora vivissima in una pietanza particolare, la pezzata, cui è legata una celeberrima sagra in agosto. Capracotta e gli sport invernali Capracotta offre al turista ottime strutture e una qualificata scuola sci per ogni tipo di disciplina. Gli appassionati di sci nordico possono disporre delle suggestive piste di sci di fondo "Mario di Nucci" nelle distese di Prato Gentile, che nel 1997 hanno ospitato i Campionati Italiani Assoluti di Sci di Fondo; mentre per gli amanti dello sci alpino è disponibile il funzionale comprensorio di Monte Capraro con pista lunga 1.481 metri, un dislivello di 252 e una pendenza media del 18%. Tale comprensorio è dotato inoltre di un efficientissimo impianto di risalita composto da uno ski-lift con una capacità di portata di 720 persone all'ora e da una seggiovia capace di trasportare 900 persone all'ora. Capracotta è sede di un antichissimo Sci Club fondato nel 1914 che si fregia di due importantissimi riconoscimenti in ambito sportivo quali la Stella d'Oro dei CONI e il distintivo d'Oro FISI. Tra i più antichi d'Italia, lo stesso Sci Club ha compiuto i 90 anni il 19 febbraio 1914. I socii fondatori furono diciotto e i primi sci, costruiti con il legno, vennero acquistati a Chiavenna, ai confini con la Svizzera, anche se con il passare del tempo cominciarono ad essere costruiti in loco. Dal 21 al 24 febbraio 2004, lo Sci Club - in collaborazione con Regione Molise, Provincia e Camera di Commercio di Isernia, Comune, Pro Loco e Scuola Italiana Sci di Capracotta - organizzó la Coppa Europa di Sci di Fondo, che ha visto attori nella menzionata pista di sci di fondo gli atleti di tutte le nazioni europee. Nicola Franco Fonte: http://www.amicomol.com/ .

  • Molise, una piacevole sorpresa

    Il Molise è difficilmente una meta scelta per lunghe vacanze, oscurata dall'offerta turistica di più appetibili regioni del mezzogiorno. Ma - piccola regione incastonata ad ovest dall'Appennino sannitico e a est dal litoriale adriatico - conserva e persevera piccoli gioielli naturalistici e archeologici. Chi passa per qua non può esimersi per esempio dal visitare il sito archeologico di Altilia-Sepino. Un'area a cielo aperto localizzata lungo la statale 17 che dal capoluogo di Isernia arriva sino a Benevento. Qui le antiche costruzioni della civiltà sannitica convivono con i resti del successivo insediamento romano: l'anfiteatro, il museo, il sistema di drenaggio delle acque. Nella stessa area, passeggiando tra colonne centenarie, quasi integralmente conservate, i casolari dei contadini. Ancora abitati. Così capiterà di visitare questi resti archeologici e imbattersi in un'anziana signora che spinge la carriola carica di legna. Suggestioni e fascino di culture quasi incontaminate. Nella provincia di Isernia, la seconda e unica dopo Campobasso, da non perdere è un tour per l'Alto Molise. Il paesaggio è dominato da boschi e vallate a cui si alternano borghi, palazzi nobiliari, fonti, torri, botteghe artigiane. Il tutto inserito in un paesaggio che li vede convivere con rovine italiche e romane, resti di castelli, monasteri medievali, nel pieno rispetto della natura che offre pregiati frutti come funghi e tartufi. Qui è poi possibile praticare, per gli amanti del genere, diversi sport di montagna: come lo sci di fondo a Capracotta o l'arrampicata sportiva nelle falesie di Frosolone. Da segnalare inoltre il paese di Agnone, oggi quasi spopolato rispetto al passato ma ricco di diverse attività culturali legate alla presenza del museo pontificio delle campane e al teatro Italo Argentino fatto costruire dalle comunità di emigrati molisani nell'America Latina che hanno cosi voluto omaggiare il paese d'origine. Un gioiello di architettura che ospita le tappe di importanti spettacoli teatrali. L'Alto Molise infine è tappa di tante feste tradizionali e folcloristiche di cui la regione sempre più, con ritardo rispetto ad altre, sta puntando alla loro riscoperta, tra queste la più famosa è la festa della zampogna a Scapoli. Un evento che si svolge l'ultima settimana di luglio e richiama centinaia di visitatori che campeggiano a Castel San Vincenzo, in prossimità di uno dei laghi della regione. Per chi dalla montagna volesse spostarsi verso la costa, il Molise offre un discreto litorale. Il mare è quello della riviera adriatica per cui si perde molto del fascino e dei colori del mediterraneo ma la città di Termoli diventa comunque un centro balneare frequentato per tutto il periodo estivo e la città merita un'attenzione particolare per la presenza del grazioso borgo svevo situato a est e a ridosso del mare. Una zona a traffico limitato dove scoprirete il piacere di passeggiare per stretti vicoli che da ogni parte riconducono al mare. Da Termoli si possono raggiungere facilmente le isole Tremiti: i collegamenti per queste isole sono garantiti più volte al giorno, salvo condizioni meteo sfavorevoli per la navigazione. Infine dalla città si arriva a Pescara via autostrada in meno di un'ora o scendendo verso sud si raggiunge la penisola del Gargano, in provincia di Foggia. La regione vanta, particolare non trascurabile per gli amanti del turismo enogastronomico, una tradizione culinaria e una qualità di prodotti degni delle migliori recensioni. In Molise tutto è buono: i formaggi, soprattutto vaccini, come il caciocavallo, la stracciata, le carni, quelle bovine in testa, e gli insaccati come la soppressata e la salsiccia, l'olio di cui segnala quello di Venafro, cittadina confinante con la Campania e il basso Lazio. Anche il pesce, proveniente soprattutto dell'Adriatico è di qualità come la freschezza dei prodotti ortofrutticoli provenienti soprattutto dalle piane del Basso Molise come Campomarino, in prossimità di Termoli. Qualche riga sui vini. Il Molise ha pochi vitigni autoctoni, tra questi la Tintilia che da vita a un rosso pregiato che negli ultimi anni sta recuperando terreno per la qualità e per la sua diffusione, visto l'aumento delle esportazioni. L'ultima edizione del Vinitaly ha premiato la produzione vitivinicola della regione con tre grandi menzioni due per il rosso e una per lo Chardonnay. Muoversi in Molise significa necessariamente spostarsi via terra perché gli aeroporti più vicino sono quello di Napoli, Foggia, Pescara. Ed è vero che il sistema di infrastrutture è piuttosto scarso anche se i collegamenti ferroviari con la capitale, solo per fare un esempio, sono garantiti nell'arco di tutta la giornata e anche nei giorni festivi. Ma una volta qui è facile arrivare in Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Basilicata. Arrivare in Molise e restarvi per qualche giorno non ha la pretesa del grande resort o della movida dei grandi capoluoghi ma si nutre della semplicità e affabilità delle persone che sapranno accogliere il viaggiatore consigliandogli i percorsi naturalistici più affascinanti. Elisabetta Atzeni Fonte: https://www.mediterraneaonline.eu/ , 1 maggio 2009.

  • Il cielo e le osservazioni da Capracotta

    Allora, anche se è andato male il piccolo star party qualcosina si è osservato la mattina del sabato. Siamo scesi dalla postazione che avevo previsto di usare (località Prato Gentile a quota 1.580 m.) e per sbucare fuori dalle nuvole abbiamo ripassato il paese, che dista 2 km. da questo prato, e siamo andati alla base di una funivia a circa 1 km. dal paese ma dalla parte opposta (a circa 1.400 m. di quota). Da lì ho fatto varie registrazioine con l'SQM-LE ma con il viavai di nuvole (non solo quelle alte ma soprattutto quelle basse che coprivano peggio di una nebbia fitta!) è difficile avere valori buoni anche perché le nuvole diffondevano tantissimo la luce di Capracotta ma anche quelle delle luci delle auto che raramente passavano. Comunque, nel periodo migliore, a un'altezza di circa 60° (allo zenit oramai stava la Via Lattea, visto che abbiamo osservato dall'una alle due e mezzo) il SQM segnava valori compresi tra 21.35 e 21.40. La Via Lattea era veramente luminosa allo zenit! Secondo me in una giornata normale o buona si può arrivare alla 21.5, valore alto per un posto nell'Appennino. Il mio binocolo 21-30-37X100 ha risentito del viavai delle nuvole e dopo un'oretta si è anche fortemente appannato! Però prima ho visto cose molto belle, compresa una netta Crescent senza ausilio di filtri, come anche la Nord America e una parte della Pellicano. Per non parlare della forma ad X greca della nebulosità vicino a Gamma Cygni, spettacolare! Basse sull'orizzonte c'erano sempre nuvole ma, vista in un modo divino, sempre a 20x, M16 e M17 (che ho chiamata Omega come se fosse Omega Centauri!) osservate meglio di quando lo feci due anni fa dall'Amiata. Poi ho osservato con il Dobson da 250mm e con il filtro OIII la velo: era una cosa incredibile, da mettersi a contare i filamenti, sembrava una foto (è quasi meglio di come l'abbiamo osservata con il 400 mm. all'Amiata). Alla fine, poco prima di appannarsi, ho osservato anche la cometa 2009P1 che con il 250 mm. si notava la coda già in visione diretta, con un bel nucleo non puntiforme ma ben luminoso. Ras Algehu Fonte: http://forum.astrofili.org/ , 17 ottobre 2007.

  • Le croci stazionarie di Capracotta

    Sul territorio di Capracotta vi sono ben undici croci stazionarie, erette per segnare le stazioni della Via Crucis, per indicare il luogo di un'apparizione miracolosa, per benedire dall'alto la popolazione oppure per la devozione d'un privato cittadino. Altre volte innalzare una croce stazionaria su una base in pietra serviva a permettere la partecipazione alle sacre funzioni in tempo di epidemia, in sostituzione degli altari provvisori collocati nelle piazze o di fronte alle chiese, una soluzione che consentiva di evitare il contagio durante la preghiera. La più grande croce stazionaria capracottese è certamente quella che sta sulla vetta di Monte Campo, a 1.746 metri s.l.m., più volte innalzata a causa del maltempo che l'ha di volta in volta abbattuta: l'attuale croce in ferro, inaugurata il 1° novembre 1982, è talmente possente che non sembra temere alcuna tormenta di vento e neve. Quella precedente è invece esposta su quello che oggi viene chiamato "Sentiero degli Stupori". La seconda croce stazionaria, in ordine d'importanza, è forse quella del Calvario, situata a ridosso del quartiere de 'Ngima a 'l Cruce ed utilizzata un tempo come stazione della Via Crucis. Dedicata «a Gesù di Passione», fu eretta nel 1907 da «Fiadino remita di S. Luca a sua devozione»: la tradizione orale vuole pure che quella croce indichi il luogo d'una precedente apparizione mariana. Al pari di quelle della Madonna di Loreto e de La Crocetta, questa croce presenta sull'asse orizzontale, assieme agli oggetti sacri, gli oggetti tipici del martirio di Gesù: la lancia che penetrò il costato, il martello e la tenaglia utilizzati per fissare e rimuovere i chiodi, il palo della flagellazione, la scala con cui venne rimosso il cadavere, ecc. Oltre a quella del Calvario, vi sono tre croci stazionarie lontane dal centro abitato: quella di Monte Cavallerizzo, in località La Crocetta, quella del Procoio e quella di Santa Croce. La prima è eretta sul crocevia di antichissimi presìdi religiosi cristiani e precristiani, tra le mura ciclopiche di sannitica memoria e l'ex monastero benedettino di S. Giovanni. A volerla furono i coniugi Giacomo Di Tanna e Colomba Merola «in devozione alla Madonna di Loreto in un punto strategico dove si vedevano tre paesi: Capracotta, Agnone e Vastogirardi, poiché allora il bosco era più basso». Le altre due croci (di cui la seconda piuttosto recente) sono innalzate come punti di preghiera per la nomadica civiltà pastorale; nello specifico su quella del Procoio è incisa la data del 3 maggio 1925 «a devozione di Carmine Trotta». Di fronte al Santuario di S. Maria di Loreto v'è un'altra croce stazionaria, presente in quel luogo sin dal XVII secolo, il che potrebbe collocarla di diritto nel novero delle croci post-1656, quando, per limitare il terribile contagio della peste, si decise di officiare le funzioni sacre all'esterno della venerabile cappella piuttosto che fra le sue mura. La particolarità di questa croce sta anche nel gallo che la sormonta, sostituito nel dopoguerra da Filuccio Trotta, simbolo di Pietro che rinnegò Gesù. La penultima croce stazionaria del territorio capracottese sta dinanzi al cimitero comunale e fu eretta dal «popolo di Capracotta a ricordo della santa missione dei padri cappuccini di Campobasso» dell'11-23 aprile 1939. Non a caso quella croce presenta lo stemma tipico dei francescani: due braccia incrociate, una nuda, l'altra coperta dalla manica del saio. L'ultima croce stazionaria è quella del Casino, posta all'inizio della mulattiera lastricata in selce che un tempo portava i nostri contadini alle sottostanti campagne della Lamatura, del Morrone e di Guastra, per cui credo che quella croce, voluta da Lucia Campanelli, proprietaria dei terreni adiacenti, sia stata eretta per benedire il lavoro e i lavoratori dei campi. Sul nostro territorio vi sono almeno altre tre croci stazionarie che non ho preso in considerazione perché ascrivibili a opere artistiche più che a oggetti cultuali: mi riferisco alla croce sulla vetta di Monte Capraro, a quella posta dinanzi alla Chiesa di S. Lucia e al cosiddetto Cristo delle Nevi che potete ammirare a bordo strada poco prima di arrivare a Prato Gentile. In ogni caso, quando passate davanti a una croce, non dimenticate di segnarvi: è un gesto di rispetto verso chi soffre, verso chi crede, verso chi trasmigra. Francesco Mendozzi

  • Le fontane Di Nucci tra miele, ghiande e tartufi

    Le ultime quattro fontane che si incontrano percorrendo la mulattiera che collega Capracotta ad Agnone passando per Guastra sono quelle che mio nonno Domenico Di Nucci ( Pascalìtte o Jennarùcce ) mise in opera, ognuna col suo compito specifico. Salvo una parentesi quinquennale in America e qualche sporadica uscita di lavoro invernale nella vicina Puglia, egli visse sempre nella sua proprietà di campagna, consistente in un casolare che fino agli anni '70 non aveva energia elettrica ma che era sorvegliato da una schiera di arnie ubicate all'interno di un vasto terreno recintato e protetto da un bosco di pioppi, cerri e querce di una certa consistenza. La prima fontana, attiva sia d'estate che d'inverno, era situata all'interno del fabbricato e alimentava esternamente un bagno coperto, sottostante il fabbricato stesso, dotato di water e lavandino. La seconda fontana, adiacente al fabbricato, veniva usata per innaffiare l'orto, per l'igiene personale, per lavare i panni (infatti aveva incorporata una valchèra in pietra) e per dissetare le api con le quali, senza protezione alcuna, mio nonno intratteneva lunghi colloqui. La terza fontana serviva per dissetare i suoi animali: sei mucche, due asini e alcuni maiali da ingrasso dentro l'area recintata, abbellita con fiori multicolori e roseti sperimentali, e circondata da alberi da frutto. La quarta e ultima fontana era situata sulla mulattiera, al di là della recinzione, e veniva utilizzata dai viandanti. Con questi spesso ci si intratteneva e a volte si apparecchiava una tavolata volante di modo che chi transitava su quell'irto sentiero potesse usufruire d'un pranzo rinvigorente. I primi anni del dopoguerra furono duri e magri per tutti i capracottesi che, a costo di grandissimi sacrifici, stavano venendo fuori dalla distruzione del paese: tuttavia mio nonno curava e ingrassava tre-quattro maiali per la macellazione. Le migliori carni di agnello, capretto, vitello e maiale venivano vendute ai cosiddetti "signori", personaggi che a volte disprezzavano il prodotto offerto con pretestuosi rilievi pur di diminuirne il prezzo richiesto dall'allevatore, il quale col ricavato doveva sostenere le varie spese sopportate durante l'anno. Mio nonno, quando lasciava i maiali allo stato brado sotto querce, cerri e pioppi, ci obbligava a fare attenzione affinché questi mangiassero soltanto le ghiande, non quelle «puzzolenti patate di colore nero», questo per evitare che la carne del porco assumesse un caratteristico odore poco apprezzato dai futuri acquirenti. A tal riguardo nonno Domenico ribadiva che ciò che mangiano i maiali non è adatto alla dieta dei cristiani. Tuttavia ignorava due cose. La prima è che avrebbe potuto evitare di arare qualsiasi terreno perché dalle ghiande, una volta trattate e macinate al mulino del Verrino, si sarebbe potuta ottenere una farina per la preparazione di pane e dolci. Le ghiande sono frutti ricchi di fibre e proteine ma anche di carboidrati, sali minerali e vitamine del gruppo B, possiedono un potere antiossidante, sono prive di glutine, diventano alleate preziose di chi soffre di celiachia, favoriscono la digestione e infine proteggono il cuore. La seconda cosa che mio nonno non poteva sapere è che quelle «puzzolenti patate di colore nero» altro non erano che tartufi, quei funghi ipogei a forma di tubero che sono stati così rivalutati che oggi hanno dei prezzi di acquisto proibitivi, per non dire folli. A quanto pare, in quella circostanza non gli tornò utile il motto che ripeteva spesso: – Fino alla bara tutto s'impara! Filippo Di Tella

  • Iacovone bomber dal cuore d'oro

    In occasione dell'anniversario della morte di Erasmo Iacovone abbiamo raccolto un pensiero da parte di mister Graziano Gori, all'epoca compagno di squadra del bomber di Capracotta. Domanda: – Delle sue doti tecniche sappiamo abbastanza ormai, ma chi era Erasmo come uomo, all'interno dello spogliatoio e fuori dal campo? Risposta: – Nello spogliatoio era un ragazzo umile, socievole e disponibile al dialogo. Come uomo era una persona che metteva la sua esperienza a disposizione dei ragazzi che iniziavano a venire con noi in prima squadra. Non si sentiva quel personaggio che la Taranto sportiva acclamava. Arrivò in punta di piedi e poi mese per mese cresceva come persona importante nello spogliatoio. D: – Dell'ultimo campionato che disputaste in serie B che ricordo hai e dell'ultima partita? R: – Dopo quell'ultima partita disputata insieme contro la Cremonese, rientrammo negli spogliatoi troppo nervosi, perché era una partita che dovevamo vincere ma non ci riuscimmo per le parate del portiere Ginulfi. Quindi avemmo un diverbio di quelli che succedono a fine partita. È rimasto tutto in sospeso perché poi il martedì dovevamo parlare e chiarirci e chiederci scusa, quel martedì non è mai arrivato. Mi è rimasta questa cosa sul groppone perché con lui avevo un ottimo rapporto, già ci conoscevamo avendo fatto la Nazionale di serie C insieme. Era un giocatore importante sia per me che per Selvaggi perché finalizzava il nostro lavoro, un ragazzo di spessore sia fuori dal campo che dentro il campo. D: – La sera della partita eravate tutti insieme? R: – No, non c'è mai stata quella cena fra giocatori. Lui uscì con il nostro barbiere e altri due tifosi del Taranto per andare a cena. Al ritorno lo accompagnarono a casa, lui salì e chiamò la moglie. Poi gli venne in mente che in questo locale di San Giorgio ci sarebbe stato uno spettacolo, lui andò da solo e la morte lo ha colpito per una questione di fatalità. Per coincidenza questo spettacolo non iniziò, lui andò via ed è successo quello che è successo. D: – Dopo quella scomparsa Taranto ha vissuto anni bui. Secondo te c'è la possibilità di tornare tra i professionisti? R: – Ora sono la persona meno indicata perché alleno la juniores, è chiaro che siamo in testa e dobbiamo cercare di raggiungere la promozione ma non sarà facile perché ci sono delle concorrenti agguerrite. D: – Come ti stai trovando alla guida della juniores e quanto è importante la cura dei giovani per una società che vuole fare bene nel mondo del calcio? R: – Un'esperienza molto bella, si cerca di trarre il meglio da questi ragazzi che vanno presi nella maniera. Io mi baso soprattutto sui principi dell'educazione sportiva. Poi a livello tecnico tattico si cerca di fornirgli una base tecnico tattica. Di conseguenza se vengono a disposizione meglio ancora. Poi se vengono i risultati meglio ancora. Per quanto riguarda le strutture siamo in difficoltà, qui mancano le basi, vengono sempre rimandati lavori e siamo costretti ad allenarci a Statte. Ripeto, tra la cultura sportiva che c'è al Nord Italia e quella che c'è al Sud c'è una differenza enorme. Andrea Loiacono Fonte: https://giornalerossoblu.it/ , fe bbraio 2019.

  • La donna e la mosca

    Il romanzo "Il vecchio e il mare" di Hemingway è, come si sa, tutto un intreccio di astuzie e di intelligenze tra l'uomo e un simpatico pesce, che induce a svariate riflessioni. Forse perciò pensavo al grande scrittore americano l'altra sera mentre mi gironzolava intorno una mosca che ha preso stanza nella mia casa in questi giorni in cui l'autunno si annuncia stemperando gli ultimi tepori settembrini con fresche bordate di pioggia. Anche tra me, che vado sbrigando i soliti lavori donneschi, e questa bestiola si è instaurato un rapporto di incontro-scontro, un dialogo con un interlocutore muto che esprime con giri di danza e rapide volute quel che gli frulla nell'occhiuto capino. Certamente quel punto nero che vaga nell'aria è in possesso di un radar infallibile tanto preciso e immediato è lo scatto al minimo sentore di pericolo. Non direi gradita la coabitazione con quest'essere vagante. Apparteniamo a civiltà diverse: il suo popolo non conosco l'uso del bagno. La mia convivente lo visita sì, ma per curiosare, per zampettare sulle maioliche e, magari, testimoniare il suo passaggio autografandosi con un puntino nero. Ed è un caso se identifica, almeno, la finalità del locale, perché generalmente, si comporta come i Romani antichi, prima che Vespasiano provvedesse alle necessità naturali. Anzi la mia ospite va oltre: esce dal bagno balbettando e si posa qua e là su piatti e vivande e, per quanto io la preceda ponendo coperchi e chiudendo gli stipi, essa ha sempre l'abilità di eludere le mie precauzioni. Eccola, piccolo punto mobile intorno alle luci di un lampadario, danzare forse al ritmo di sognate melodie, adagiarsi su un cristallo, scendere in picchiata e scomparire per ritrovarsi proprio lì sul cestino del pane or ora affettato. Ma ora attendo che torni a posarsi su un mobile e, appena giunge, cerco di catturarla avvicinandole lentamente un morbido panno per mandarla, senza farle male, a compiere fuori di casa le sue piroette in più ampie volute. Ma in un attimo mi sfugge e, libera, già si diverte a sciare su un piano inclinato. Poi scompare, acquattandosi chissà dove e riappare flessuosa, ondeggiante, forse intonando un peana col suo impercettibile fiato. Non è la prima volta che mi capita di ospitare in autunno una mosca che, come rondine tardiva, indugia nella mia casa e misegue di volta in volta appena accendo e spengo le luci da una stanza all'altra. E, ogni anno, i soliti problemi. Oggi ho ospiti e lei non capisce, mi sfugge attirata dallo scintillio dei cristalli e degli argenti, si posa sulla mensa imbandita, gironzola sui piatti e si ferma su un appena visibile granello di pane. È troppo, deve andarsene: chiudo gli scuri in ogni stanza per deviarla verso una piccola striscia di luce nel vano di una finestra; la rinserro agitandole addosso la tenda, spalanco la finestra e - finalmente - esclamo vittorisa: – È fuori. Macché, dopo un po' rieccola, rivitalizzata da quella boccata di ossigeno, si dà, impazzita, a rivisitare le stanze planando sui mobili e raggiungendo in un batter d'occhi i soffitti. Di lì tu spia per venirti a carezzare i capelli e ripartire per riprendere la sua carmagnola. Di nuovo volteggia, s'ecclissa, ritorna, scende nel basso sul pavimento, si ferma ad analizzare possibili cibi e subito aleggia verso l'alto. È la sua civiltà: il suo popolo non ama gli infimi strati: nutrirsi appena e volare, sempre volare su su ad esplorare gli spazi. – Le mosche si uccidono, sono dannose – mi dice un'amica di cui non faccio il nome per evitarle le contumelie degli animalisti. – Non puoi emulare Tobia; erano altri tempi allora, altra civiltà. Oggi non siamo immunizzati; non siamo protetti da simili untori. Mi convinco che ha ragione e torno a mettere in atto il mio morbido panno. Lo avvicino pian piano, pian pianino in un raro momento di distrazione per lei e, infine, la chiudo dolcemente nel tessuto, la libero verso il cielo azzurrino e, infine, la vedo allontanarsi, sempre più piccola, ormai invisibile. Annotta. Lascio i lavori consueti e seguo su Raitre la serata d'onore di Giuseppe Verdi condotta dal prof. Mirabella. Si affollanno nella mente i ricordi. Il pensiero torna ad Hemingway, già, gli animali... Ricordo un'altra sera di solitudine in ascolto di note verdiane. L'eleganza festosa del celebre brindisi mi porta istintivamente a muovere le mani e le dita seguendo il Maestro d'orchestra e lei, riapparsa come uscita dal nulla, si dà a ritmare con me le fervide note del canto, lei, spirito dell'aria, elfo gioioso che ama la musica e si mescola tra gli uomini, lei, la volante, sublime, incantevole mistero tra gli infiniti misteri del cosmo. Elvira Santilli

  • La storia der monno

    E scesero l'ebbrei co' la pagnotta come fanno da noi li pecorari quanno che fa neve a Capracotta, co' le cioce, le pecore e somari, e annaveno vennenno la ricotta. Ereno scarcinati montanari e quelli cittadini e gente dotta; li giudii faceveno l'affari perché quell'antri, invece che alla grana, penzaveno a cercasse la fortuna sopra le stelle e, co' maniera strana, senza avecce la pratica opportuna, staveno sveji la nottata sana a contemplasse er cèlo co' la luna. Diceveno: – Se monta facirmente sopra 'sto cèlo, co l'architettura: basta 'na scala forte e resistente; annacce a piedi è cosa più sicura. Eppure era 'na razza intelligente! Ma voleveno vince la natura senza li razzi e senza er propellente, sortanto a mezzo de 'n'imparcatura. Fu decisa così la costruzzione e ce messero a capo Minchiore; e chi je dava torto e chi raggione, perché alla gente piace de discore. Er prete diede la benedizzione, messe la prima pietra della tore. E puro er Padreterno scese a vede' che staveno facenno 'sti fregnoni. Prese 'na pietra, ce se messe a sede' e dimannò perché tanti matoni. E quelli j'arisposero: – Che crede? Che dice lei? Che noi nun semo boni d'arivà in paradiso? – Ce vò fede – rispose lui – e voi sete cojoni. E subbito je venne 'na penzata, proprio da Padreterno, accusì fina che penzannoce fece 'na risata. «Mo v'accommido io, pe' la matina!» E je confuse a tutti la parlata che quella gente diventò cretina. Raggionaveno tutti a 'na maniera, ma però se capiveno ar contrario. Si un diceva «pace, bona sera» l'antro capiva «guera» ar suo frasario; pareva da stà all'Onu, alla frontiera! E fecero un linguaggio immagginario pe potesse capì, però nun c'era né l'arfabeto, né er vocabbolario. Inzomma era 'na tale confusione che Abramo disse a Sara: – Annamo via, ché, si restamo qui, addio raggione! E fatta d'ogni cosa masseria, guidanno co' li cani e cor bastone le pecore, escì fora de Turchia. Era Sara più bella della Lollo, più de Bardò, più mejo de Sofia; ci aveva 'na capoccia sopra er collo ch'era davero 'na fottografia; quanno faceva poi vede' lo scollo chi lo vedeva entrava in fantasia. Co' la posta moderna, ar francobollo ce metteveno lei, parola mia! Era Sara p'Abbramo 'na passione, ci annava pazzo, se la spupazzava, se la teneva sempre ar padijone. Quante ricotte che j'arigalava! Però bisogna dì che, in concrusione, Sara, chissà perché, nun je fijava. Gustavo Quadrini Fonte: G. Quadrini, La storia der monno , Santoro, Roma 1962.

  • Quo vado? A Roccaraso!

    «Qui fa freddissimo, più che a Roccaraso». La citazione in "Quo vado" è valsa alla località sciistica abruzzese una notorietà superiore a ogni attesa. La gratitudine del paesino di 1.630 anime è stata tale che Checco Zalone ne è diventato quasi cittadino onorario: «Non mancheremo di conferirgli un riconoscimento. Lo aspettiamo con ansia», spiega il sindaco Francesco Di Donato. Il perché è presto detto: «Sono convinto che le ricadute turistiche le vedremo sia nel breve che nel lungo termine». Quando per diventare celebri basta una battuta di un film di successo. Sempre all'ultimo Zalone deve dire grazie Abano Terme, citata nella colonna sonora: «I bidelli cantavano e per un raffreddore gli davano 4 mesi alle terme di Abano, con un'unghia incarnita eri invalido tutta la vita». Anche qui, il sindaco ha invitato Checco per sdebitarsi: soggiorno e cure termali inclusi. Il fenomeno è antico quanto la commedia all'italiana, e ha avuto conseguenze curiose. Chi non ricorda la battuta di Totò: «Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo»? Ma forse non tutti sanno che nel capoluogo piemontese è nata un'associazione, con tanto di sito internet, che sotto il nome di "Uomini di mondo" raccoglie tutti coloro che, anche per poco, hanno prestato servizio militare (o civile) nel cuneese. I film di Nanni Moretti hanno regalato la celebrità a quartieri di Roma poco noti fuori dalla Capitale: nell'indimenticabile passeggiata in vespa di "Caro diario" salva Spinaceto («Pensavo peggio, non è per niente male»), e boccia Casalpalocco («Trent'anni fa Roma era una città meravigliosa, perché siete venuti a vivere qui?»). E se il rione Ovo Sodo, prima dell'omonimo film di Virzì, era noto solo ai livornesi, a Norcia, borgo umbro celebre per i suoi insaccati, è nata una salumeria intitolata al personaggio interpretato da Gassman nel film di Monicelli: Brancaleone da Norcia, l'arte della norcineria dal 1200. Spesso, nelle pellicole in questione, i luoghi menzionati (e resi immortali) neppure si vedono: solo evocati, diventano comunque tormentoni. Un esordiente Carlo Verdone, goffo ragazzone trasteverino in "Un sacco bello", deve raggiungere la madre a Ladispoli, ma l'incontro con una ragazza spagnola in vacanza lo spingerà a rinviare la partenza all'infinito («Porta lei a Ladispoli no?». «Ma che sei matto, ce sta mi' madre»). Anche Gavinana, il borgo del pistoiese dove Ugo Tognazzi-alias conte Mascetti ha spedito moglie e figlia in "Amici miei", nel film è solo un'inquadratura piena di neve alle spalle di Milena Vukotic («Posto pubblico di Gavinana? Mi passi mia moglie». «Mezzo metro di neve. Come si fa? Ci s'ha solo le scarpe da ginnastica»). C'è chi ha paragonato Zalone ad Alberto Sordi per la sua capacità di raccontare l'uomo comune, con i suoi pregi e i suoi difetti. E anche per la forza delle sue battute, capaci di rendere oggi diremmo virali cose e luoghi prima sconosciuti. E se Roccaraso spera, grazie a Checco, in un aumento di prenotazioni, nel '57 il Sordi di "Il conte Max" aveva fatto altrettanto per una località sciistica molisana da 900 abitanti. Al nobile decaduto interpretato da Vittorio De Sica Sordi, edicolante che sognava il bel mondo, spiegava: «Per le vacanze vado a Capracotta, la chiamano la Cortina degli Abruzzi». E Capracotta non dimentica: 60 anni dopo c'è ancora l'hotel Conte Max. Maurizio Di Fazio e Chiara Ugolini Fonte: M. Di Fazio e C. Ugolini, Quo vado? A Roccaraso! Tutti i borghi resi celebri dalla battuta di un film , in «La Repubblica», Roma, 10 gennaio 2016.

  • La beccaccia (Scolopax rusticola)

    La beccaccia, chiamata anche dai cacciatori "la regina del bosco", è uno dei più bei trofei che un vero cacciatore può sognare. La sua caccia è un autentico incontro di fioretto dove all'abilità del cacciatore e del suo cane, in prevalenza setter, sono contrapposti la furbizia, l'abilità e il modo particolare di comportarsi della beccaccia stessa. È proprio il suo comportamento naturale nei confronti del cane (che, come si accennava prima, di preferenza dev'essere un cane a pelo lungo, per poter girare agevolmente nei boschi intricati e spinosi) a renderla difficile da cacciare e da prendere. Il volo è vario col caratteristico becco in giù, ma mai molto alto. Il fucile da usare dev'essere a canna corta e poco strozzata, per poter permettere di sparare con successo anche nel fogliame più fitto. Per i pallini, di solito il piombo del n. 7 o 8 viene considerato il migliore. Questo accorgimento non si usa in alcune zone italiane, la più famosa delle quali è Capracotta, nell'alto Molise, dove per le caratteristiche del terreno è possibile incontrare sia beccacce sia beccaccini, per cui almeno come prima cartuccia se ne usa una con piombo n. 10. Decio Frugis Fonte: D. Frugis, Dizionario della selvaggina , in «L'Europeo», XXVI:38, Milano, 17 settembre 1970.

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