top of page

I risultati della tua ricerca

Cerca in questo sito

2372 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Non vivo nel passato

    Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. Tutto avviene ora, sotto i tuoi occhi, mio simile lettore. È un va e vieni tra passato e presente e io mi sento come su un ottovolante. A ben vedere mi aiuta l'erba, il suo fumo, a ricreare i ricordi, le sensazioni di una vita vissuta tra giganti, nel lungo addio al Novecento. A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell'inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare. La creazione poetica era la sua unica letizia, come il piacere «dell'arido vero» di Giacomo Leopardi, altro grande sofferente. Le persone che abbiamo amato, una volta scomparse ci hanno lasciato qualcosa, un modo di camminare, un modo di parlare, un vezzo, uno sguardo. A me Amelia ha lasciato lo sguardo radente di quando si appostava all'angolo di una strada per incontrare se stessa, temendo di essere un vaso vuoto. Mi faccio una sigaretta con una cartina dove mescolo un chicco di afghano nero. Sdraiato sulla poltrona del mio salotto apro "Prove tecniche di follia" di Aldo Rosselli, al capitolo XII. In via del Corallo 25, poco dietro piazza Navona, si sale su per una scala abbastanza anonima, anche se con qualche accenno seicentesco, infine si accede al quinto piano a un minuscolo appartamente mansardato... Amelia Rosselli, mia prima cugina e compagna-amica complice degli anni dell'infanzia e poi, in modo più forte e definitivo, degli inquieti anni dell'adolescenza (avendo lei cinque anni più di me), non ha bisogno di parlare perché ci troviamo subito avviluppati in una nostra comune storia altalenante. Storia di malattie, certo, anche se diverse, anche se sempre tra loro colloquianti in un sussurro di antiche matrici traumatiche e proprio per queste passate sotto il silenzio di ciò che è un paesaggio da sempre accettato, persino ovvio. Quasi sempre mi accoglieva in pantofole e vestaglietta... Lei si rifugiava nel letto stretto di monaca, mentre il mio sguardo lentamente si aggirava intorno ai rari mobili di francescana essenzialità. In un angolo il letto, dal lato opposto una scrivania rettangolare su cui erano adagiata pochi mucchi di carte e di libri, da studentessa che si preparasse a un esame perpetuo. Dal lato più basso del letto mansardato l'unica finestra che dava su un cortile e tetti e cupole di una Roma dai toni soprattutto ocra... la cronaca dice che il pomeriggio di una domenica, l'11 febbraio 1996, il corpo insieme munto e sgonfio di Amelia si era gettato da quella bassa finestrella del quinto piano. Sfiorando le verdi foglie di una grande pianta esotica aveva sfondato il pavimento di un corridoietto sottostante, un lungo volo... un tonfo da nessuno udito in quella domenica vuota e grigia... Un taxi mi trasporta nel luogo del fatto... A pochi metri macchine della polizia, rossi furgoni dei pompieri. Come un automa salgo le scale, suono alla porta... da dentro mi dicono che non posso entrare... il cadavere è all'interno del cortiletto, di difficilissimo recupero. Sono già accorsi quelli della scientifica... mi trovo ad abbracciare la vecchia domestica: "La signora sembrava stare meglio". Poi Aldo bussò all'appartamentino sotto quello di Amelia. Gli aprì l'amico Paolo Ungari che, seduto in una poltrona, riceveva le domande perentorie di un giornalista a cui cercava di rispondere con precisione, ma con la testa a quel cadavere lì sotto. Ecco che iniziano a entrare nel mio racconto visioni. E il tempo si frantuma e si ricompone, come nei suoi versi. Il tempo di un libro è pur sempre altro da quello reale. È la memoria involontaria a dettarlo, che accresce la realtà vissuta. Ho letto da qualche parte che Almodóvar, un regista che amo, ha in mente un film dove il protagonista, invecchiato e senza più la vocazione artistica, si aiuta con l'eroina per ricordare. Io sono una persona dai gusti meno estremi e mi accontento della marijuana, sperando di riaccendere gli ultimi fuochi del Novecento. Il baretto di piazza Argentina, che ci vedeva spesso seduti a bere un succo di frutta o una tazza di tè, ora non è più quello. Ero passato lì davanti da poco. Quel bar aveva una saletta interna e un giovane cameriere veniva a prendere le ordinazioni con aria allarmata. Era come se sapesse che Amelia non sarebbe riuscita a tenere in mano la tazza di tè che aveva appena chiesto, che prima o poi all'improvviso sarebbe caduta, frantumandosi sul pavimento lucido. Amelia sembrava contenta che l’accompagnassi, era serena, non sospettava di nulla. Parlavamo di poesia e di magia, del suo Lorenzo Calogero, del suo Rocco Scotellaro, che sembravano vivi accanto a noi. Se accennavo a René Crevel, il mio amato surrealista suicida, le si allargavano gli occhi. La politica faceva capolino raramente nei nostri discorsi. Era primavera inoltrata e lei avrebbe voluto andare al mare a prendere il sole. Facevamo programmi, gite in Abruzzo, voleva vedere il mio paese d'origine: Celano. Aveva sentito parlare del Castello Piccolomini, aveva visto l'affresco di Giotto della "Morte del cavaliere di Celano", dove era raffigurato san Francesco con la morte in diretta del cavaliere. Conosceva naturalmente il "Dies Irae", attribuito a Tommaso da Celano. «Al dunque sei lunatico perché sei nato nell'antica Celene, il paese della luna!» esclamò ridendo nel suo modo brutale. Mi parlò di Capracotta, dove era andata a villeggiare tutta sola, tra vecchie che la spiavano dietro le finestre. All'improvviso cadde il silenzio, un silenzio pieno di voci. Mi misi a guardare il pavimento, iniziando a bere la mia acqua tonica. Poi tornai sui surrealisti minori. Mi disse che in un viaggio a Parigi aveva conosciuto André Breton. Le sue poesie non la attraevano, ma il romanzo "Nadja" le sembrava un capolavoro. Guardava la sua tazza di tè, senza bere, come se la temesse. Amelia "auscultava" le mie parole, come una straniera che voglia perfezionare la lingua, mangiandosi le finali, forse per scovare altri sensi in quelle nuove espressioni, monche. Avevo l'impressione di essere per lei una nuvola di parole. La sua voce a tratti cavernosa era quella di una signorina inglese che pronunciava la nostra lingua per la prima volta arrotando le erre. Poi prese la tazza, che puntualmente scivolò dalle sue dita frantumandosi sul pavimento. Arrivò trafelato il cameriere con una scopa. Pulì i cocci in silenzio, dicendomi poi di non preoccuparmi. Ero, al solito, in fibrillazione. Non sapevo come aiutarla. Avevo letto che gli schizofrenici non sanno tenere nulla in mano, che tutto gli pesa più del dovuto, che perdono il senso della realtà, piombando in una infernale confusione interiore. Tuttavia mi sembrava ben lontana dalla necessità di un ricovero in una delle cliniche del Portuense o dei colli romani, di cui lei non mi svelò mai i nomi. Amelia sembrava meravigliata, lei per prima, di quella che sembrava una marachella. «Al dunque, non l'ho fatto apposta» disse e scoppiò a ridere. Quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche. Le parole animavano ombre. E dinanzi a quelle visioni, Amelia non riusciva più a reggere le tazzine. Uscimmo e attraversammo la strada per poggiare i nostri avambracci sull'inferriata di piazza Argentina. Era quello un punto dove si vedevano i gatti miagolare a una vecchia gattara che li riforniva di cibo. «Cammino per Roma come fossi cieco» le dissi all'improvviso a lei: «Devo preoccuparmi? Mica finirai sotto un autobus?». Rise, ma subito dopo convenne di non vedere alcunché anche lei. «Ho una gran folla dentro ma, al dunque, non credere, non sono tutti amici». Feci l'abitudine a quel suo concentrato "al dunque" ripetuto anche nelle sue poesie. Parlava in versi, Amelia, con evidenti storpiature, affollate di significati. Renzo Paris Fonte: R. Paris, Miss Rosselli , Neri Pozza, Vicenza 2020.

  • Usi e costumi di Capracotta: usi natalizii

    La sera di Natale le famiglie si raccolgono intorno al grosso ceppo, che arde e si consuma sotto il patriarcale camino, dove tante generazioni passarono scaldandosi e conversando e dove sembra che ancora alitino gli spiriti degli avi. Prima che si compia il grande mistero, nella calma silenziosa della terra rivestita di bianco, i contadini lasciano le case coloniche, le masserie , e, reggendo nella destra fruscelli di legne secche, accese e bagnate di petrolio, vengono in chiesa. Qua e là, dalle case illuminate, si propaga nello spazio la pastorale dell'invisibile cornamusa, che suscita l'allegria ne' ragazzi e teneri ricordi ne' vecchi. Il popolo, in segno di giubilo e per devozione, lasciando le case illuminate sino a giorno, trae in chiesa, dove, a vero dire, più che raccogliersi e pregare, mangia e fa baldoria. Gl'innamorati si dànno occhiate e, quando le circostanze lo permettono, baci e pizzicotti. Guai allo sventurato che venisse al mondo in questa notte! Sarà lupo-mannaro... Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.

  • Capracotta e la rivoluzione italiana

    Ho già avuto modo di esprimere la mia idea secondo cui quel lungo processo storico-politico, promosso dalla carboneria, mediato dai grandi intellettuali del tempo e ottenuto in termini subottimali dalla dinastia sabauda, che va sotto il nome di Unità d'Italia, per quanto concerne la nostra cittadina, da sempre marginale rispetto ai grandi eventi della Penisola, fu perlopiù un susseguirsi di episodi quantomai folcloristici quando non espressamente patetici. Non fraintendetemi. Non faccio parte della schiera di sciocchi nostalgici del Borbone che rileggono la storia d'Italia alla luce dell'occupazione piemontese e che magari benedicono pure il brigantaggio, mettendone in risalto il ruolo antimperialista piuttosto che il fine criminale. L'Italia è una e santa, ma quando si parla di Capracotta nel periodo 1848-1870, dove pure si contano feriti e morti in seguito agli scontri tra guardie e briganti, tra liberali e reazionari, è necessario fare qualche precisazione che non rende merito all'Unità. Vi sono infatti due aneddoti che fanno, letteralmente, sorridere: il primo riguarda il patriota Pilade Bronzetti (1832-1860), il secondo il rivoluzionario Raffaele Piccoli (1819-1880). Molti sapranno che Pilade Bronzetti partecipò alla battaglia di Milazzo, durante la quale si distinse per un'azione piratesca nel catturare due vapori borbonici nel porto di Messina. Bronzetti morì due mesi e mezzo dopo a Castel Morrone, durante uno degli ultimi combattimenti del Risorgimento italiano, quello della battaglia del Volturno. Alla fine di quel sanguinoso ed eroico scontro caddero quattro borbonici e sedici garibaldini, tra cui il suddetto capitano dei bersaglieri. Fatta l'Italia molti patrioti corsero sul campo di battaglia di Castel Morrone alla ricerca delle spoglie mortali dei più illustri caduti, per tributar loro i dovuti onori. A rinvenire il corpo di Bronzetti fu Matteo Renato Imbriani (1843-1901), che poi lo custodì nella sua casa per circa quarant'anni, prima di consegnarlo alla città di Trento. Tuttavia, prima che Imbriani entrasse in possesso dei resti mortali di Pilade Bronzetti, si diceva nella ristretta cerchia dei cultori che questi venissero conservati «in sacro deposito» a Capracotta, in casa del patriota Matteo Forte, un personaggio minore della sterminata galassia garibaldina. Questo manteneva evidentemente contatti molto stretti nella nostra cittadina (amici fidati, compagni d'armi o parenti acquisiti) ai quali aveva affidato il presunto cadavere del martire bersagliere. Ma quando gli comunicarono che Imbriani aveva ritrovato il vero corpo di Bronzetti, «il Forte dette di volta al cervello». Vi avevo anticipato pure di un secondo caso, quello di Raffaele Piccoli. Piccoli aveva partecipato alla spedizione dei Mille ma, fortemente deluso dalla piega monarchica del processo unitario, subito dopo il 1861 decise di organizzare, sotto la bandiera repubblicana, «un gruppo di briganti che combatterono contro gli invasori sardo-savoiardi». L'azione del Piccoli, partita dalla Calabria natia, lo portò in breve tempo ai confini settentrionali dell'ex Regno delle Due Sicilie, dove egli pensò bene di «continuare nel Molise montuoso quella rivoluzione che per ragioni varie era fallita in Calabria». Non ancora ricercato dalla polizia, nonostante avesse già ripudiato il Regno d'Italia, da Isernia giunse a Carovilli dove rubò stola e cotta e, fintosi sacerdote, approdò a Vastogirardi. Qui, sull'onda dell'entusiasmo, «spedì corrieri ai capitani della Guardia Nazionale di altri comuni», al fine di coinvolgere nel suo progetto quelle forze dell'ordine che erano nate col preciso intento di sradicare il sentimento antagonista postunitario. All'adunata di Vastogirardi si presentò soltanto la Guardia nazionale di Capracotta che, invece di esser collaborativa, sembrò a Piccoli fortemente scettica. Il rivoluzionario e il capitano della nostra milizia litigarono di brutto sul da farsi, con Raffaele Piccoli che alla fine «fece delle esternazioni in chiesa contro Capracotta», costringendo le guardie a trarlo in arresto. Egli riuscì in un primo momento a fuggire, riparandosi in casa della famiglia Salvani da dove, una volta circondata dai militari, ne fuoriuscì un prete - tal padre Manuele - che, fucile alla mano, sparò in direzione delle guardie capracottesi! Dopo mille altre peripezie di tal fatta, Raffaele Piccoli morì suicida in un albergo di Catanzaro. Insomma, giusto per dire cos'è stata l'Unità in Alto Molise... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Basile, Raffaele Piccoli liberale calabrese , in «Nuovi Quaderni del Meridione», VIII:32, Fond. "Ignazio Mormino", Palermo 1970; A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria , One Group, L'Aquila 2011; S. Bucci, Molise 1848. Cronaca, personaggi e documenti , Enne, Ferrazzano 2000; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta , Pierro, Napoli 1911; L. Gamberale, Il mio libro paesano , Sammartino e Ricci, Agnone 1915; A. Marra, Pilade Bronzetti. Un bersagliere per l'Unità d'Italia , Angeli, Milano 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Paparazzo, Raffaele Piccoli , La Calabria, Roma 1898; G. Protomastro, Matteo Renato Imbriani-Poerio. Ricordi e aneddoti , Vecchi, Trani 1904; Scuola di Formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino", Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia , Gemmagraf 2007, Roma 2012.

  • La Fonte del Comunice e la corsa degli asini

    A nord di Capracotta, a circa 600 metri dall'abitato e in prossimità del Campo Sportivo, c'è una fontana molto cara agli abitanti del paese, utilizzata fino agli '60 come lavatoio, senza alcuna moderna diavoleria. Era la fontana delle socializzazioni fra vecchie e nuove generazioni, con tutti i pettegolezzi che sicuramente nascevano tra una chiacchiera e l'altra, con gli amori inconfessati o dichiarati, mentre per un bucato bianchissimo si operava in casa con la famosa colata con la cenere. Dagli anni '50 e per circa un decennio fu scelta come partenza della corsa degli asini, su di un polveroso sterrato che terminava dopo 450 metri presso la curva delle capre, mentre la corsa dei cavalli iniziava appena dopo Ponte di Ferro e terminava dopo 900 metri nel medesimo punto. Era una manifestazione che attirava grandi e piccini e rappresentava uno dei pochi momenti in cui i quattro quartieri di Capracotta (S. Giovanni, Terra Vecchia-S. Rocco, S. Antonio e S.M. di Loreto) si ritrovavano mischiati per una manifestazione campestre, occasione in cui si poteva affermare la propria bravura e supremazia, che per un anno intero sfociava in sottili sfottò che lasciavano l'amaro in bocca ai perdenti. I nomi degli asini erano fantasiosi: Cardone, Nestore, Sansone, Stanlio, Rosina ecc., anche se, a dire il vero, erano soverchiati in numero da giumente, muli e cavalli. Ma il nome dell'asino che negli anni '60 risuonò a lungo a Capracotta, persino nei discorsi che si tenevano nella "boutique" di Brièle Di Tella, esperto cacciatore e barbiere, era Taccone. Era questo un asino sangiovannaro, una vera e propria garanzia, visto che vinse quasi sempre. Il nome fu certamente scelto per ossequiare e omaggiare il famoso ciclista scalatore abruzzese di allora: Vito Taccone (1940-2007), denominato il "Camoscio d'Abruzzo". Filippo Di Tella

  • Il miracolo di Castel del Giudice

    Sull'onda di quello che sapevo (era il 2012) sommariamente di Castel del Giudice ma che al convegno "Molise futuro/prossimo" avevo scoperto in dettaglio, mi organizzo per una visita al paese. Da Campobasso passo per Staffoli e poi per Capracotta, percorrendo una strada che attraversa un territorio bello e ordinato. Già prima di Castel del Giudice costeggio gli impianti di mele che conferiscono al paesaggio un aspetto moderno e produttivo; arrivo al Municipio, la piazza è piccola come quelle dei paesi piccoli. Lino Gentile arriva dopo qualche minuto e subito dopo faccio la conoscenza del sindaco, Giuseppe Cavaliere. Mi invitano a sedere nell'aula consiliare posta al piano terreno dello stabile municipale per una ricognizione all'ingrosso di quello che visiterò minuziosamente nel corso della mattinata. Partiamo dai riconoscimenti; Legambiente, in collaborazione con l'ANCI e con Symbola, nel 2009 ha attribuito a Castel del Giudice il premio "Futuro Italiano" per l'innovazione territoriale, nel corso dell'incontro intitolato "Piccoli comuni, territori di qualità" che ha avuto luogo alla Fiera di Milano. In quella circostanza Alessandra Bonfanti ed Ermete Realacci, rappresentanti di primo piano dell'associazione a livello nazionale, stabilirono con il comune molisano una relazione che ancora dura. Gentile e Cavaliere, a turno e con sperimentato ritmo sinergico, mi illustrano una per una e con maggiore articolazione le iniziative che hanno in corso, collocandole consapevolmente all'interno dello scenario sociopolitico regionale. Il decisivo salto di qualità, nello sviluppo di questa suggestiva vicenda, c'è stato nel 2000, con Gentile al suo primo anno di sindacatura, quando conosce Ermanno D'Andrea, un imprenditore come ce ne sono sempre meno in quest'Italia allo stremo. D'Andrea è originario di Capracotta ed è figlio di Marino che l'8 settembre del '43, dopo l'armistizio Badoglio, quando i tedeschi si ritirarono lasciando sul terreno attrezzatura e materiale bellico, smontando quello che aveva trovato nel suo paese costruì una macchina per sfacciare e alesare i metalli. Si trasferì prima a Roma e poi negli anni Cinquanta a Milano dove, nel 1951, mise a punto la sua invenzione. La D'Andrea, con Ermanno, perfeziona la sua dotazione tecnologica, fino a diventare leader mondiale nel settore degli accessori per macchine utensili. Nel 2000 inaugura la sede principale di Lainate e subito dopo, nel 2002, quella di Castel del Giudice che entra immediatamente in produzione occupando 25 giovani del luogo e dei comuni viciniori. Ermanno D'Andrea è animato da motivazioni etiche che mette alla base della sua cultura imprenditoriale; con i proventi dela sua attività ha finanziato progetti di solidarietà per la costruzione di pozzi d'acqua e di ospedali in Guinea. L'incontro con Gentile innesca il virtuoso processo di entusiasmante governance locale ancora in corso. Antonio Ruggieri Fonte: A. Ruggieri, Per un Molise glocale. Modelli di rigenerazione territoriale , in D. Grignoli e N. Bortoletto, Dal locale al globale e ritorno. Nuovi paradigmi e nuovi modelli di azione , Angeli, Milano 2019.

  • Per la viabilità il tempo sembra trascorso invano

    Per le riprese filmate di quella sorta di documentario che abbiamo in animo di comporre, daremo alcuni colpi di obiettivo a largo campo su tutta la provincia, facendo un raffronto, fugace e sommario, tra la situazione del marzo 1970 e quella del marzo 1972. Riserveremo, invece, i primi piani ad Isernia, sia perché nel capoluogo è più facile raccogliere tutte le componenti dell'evoluzione della provincia, sia perché, sui suoi sedicimila abitanti, sarà piuttosto facile condurre una sorta di indagine campione. Fatta eccezione per il cambio delle targhe, da CB in IS, nessun gande mutamento si può notare nei Comuni altomolisani in conseguenza dell'istituzione della provincia di Isernia. C'è stato, è vero, un timido affacciarsi di Capracotta alla ribalta della storia locale, ma è facile capire come esso sia dovuto più all'intraprendenza del dinamico sindaco di quel Comune che non ad un rinnovamento delle condizioni obiettive nelle quali si è costretti ad operare. C'è stato, a Capracotta, un risveglio di attività turistiche e sportive, risveglio, però, che a solo merito di quel Comune va ascritto, visto che esso si è giovato di provvidenze e strutture che anche dalla vecchia provincia di Campobasso si sarebbero potute ottenere. Su qualche strada, poi, è stato rifatto il manto di usura, qualche ponticello è stato aggiustato, ma tutto questo rientra nel novero delle cose che, con un po' di impegno in più, dalla vecchia provincia di Campobasso si sarebbero potute ottenere, essendo essa in dovere di concederle ed i rappresentanti altomolisani in dovere di pretenderle. Si è registrato, quindi, il passaggo di alcune strade dalle competenze dell'Amministrzione provinciale a quelle dell'ANAS, ma anche questo si è ottenuto più con interventi a livello centrale che non per uno sforzo concreto dei nuovi organismi provinciali. Senza dire che tale mutamento di paternità per le strade in questione ha rappresetnato, almeno finora, un fatto negativo e non positivo, visto lo stato di penoso abbandono in cui versano le importantissime aarterie che collegano ad Isernia Frosolone, a Nord-Est, e Colli al Volturno, a Nord-Ovest, con buona pace dei valenti assessori provinciali che tali zone si ritrovano. Per la viabilità, quindi, anno zero, anzi... anno due sotto zero, visto che sono trascorsi invano due anni. Non parleremo, qui, dell'assistenza, per la quale ci si è limitati a fare la vecchia ed anacronistica politica del buono dell'ECA o della prefettura, che tanto di Feste Farina e Forca ancora conserva in questa misera parte della misera regione molisana. E nel problema assistenziale includiamo senz'altro quello relativo ai dementi ed ai cosiddetti orfanelli, per i quali forse un'indagine più approfondita potrebbe portare ad un'inchiesta ben diversa da quella che sulle colonne di un giornale si può condurre. Né, ovviamente, parleremo della caccia e della pesca, sia perché chi scrive queste note prova una repulsione congenita per questi strani modi di concepire lo sport (sterminio di animali fatto per diletto!) sia, principalmente, perché queste due attività sono state date in gestione a feudatari locali che nessun mutamento di qualifica potevano avere da un semplice cambiamento di chi il beneficio ha loro concesso. E ci riferiamo a riserve e padronati vari, più d'una volta e da più d'una voce stigmatizzati, nelle stesse adunanze del Consiglio provinciale. Il nostro sguardo va, quindi, alla scuola, ai trasporti ad essa connessi, a tutte quelle attività, insomma, mediante le quali si gestiscono i futuri destini dei pochi ed ahimé infelici giovani che ancora hanno la forza di restare attaccati alla loro terra altomolisana. C'è stato, nei primi mesi di vita della nuova provincia, un vero e proprio fuoco pirotecnico di richieste di istituzione di nuovi istituti tecnici nell'Alto Molise: scuole dalle quali dovevano uscire periti dalle più varie specializzazioni, tutti col fagotto bell'e pronto per altri lidi, dove chimici ed elettrotecnici, radiotecnici e periti vari trovano effettivamente lavoro, al di là del fatiscente e mortificante miraggio di un’occupazione... di fortuna. È stato evidente lo spirito demagogico di tali richieste, destinate spesso a fare da alibi per l'inazione politica ed altrettanto spesso intrinsecamente finalizzate, come dicevamo, ad un'emigrazione dei diplomati o ad una loro dequalificante sottoccupazione. Per i trasporti il discorso si fa forse ancora più serio, quando si vede, non importa come, che gli studenti pendolari più fortunati perdono almeno due ore al giorno per raggiungere la sede della loro scuola. E non a caso a Macchia d'Isernia per poco non si è ricorsi alla violenza, quando gli studenti erano costretti a raggiungere la scuola come i capelloni raggiungono la meta delle loro vacanze. Pasquale Passarelli Fonte: P. Passarelli, Isernia: una provincia per morire , Libreria Scientifica, Napoli 1974.

  • Ricordando don Orlando Di Tella

    Quando un amico se ne va cerchiamo di fissare nella nostra mente l'ultimo momento in cui gli abbiamo parlato o lo abbiamo visto. È un fatto naturale cercare di rompere le regole naturali e immaginare che il tempo non esista. È una sorta di reazione teologica alla paura dell'eternità assoluta. Ricordare gli amici  dopo la loro scomparsa è uno degli aspetti di quell'eternità relativa che appartiene a tutti noi. Mi piaceva ragionare con don Orlando di queste cose ogni tanto. Quando lo incontravo in giro per il Molise, ma soprattutto nella sua grotta di Pietracupa. Per me don Orlando era uno dei preti di famiglia perché la casa di suo padre fornaio aveva un muro in comune con la casa di mio nonno a Capracotta e in famiglia si raccontavano sempre quelle storie di amicizia che fanno la storia delle nostre comunità. Specialmente se quel muro è fonte di calore in un paese dove il freddo la fa da padrone. Don Orlando era uno di quei preti che ti metteva a tuo agio perché non era fondamentalista nella sua logica teologica e dialogava ribaltando su chi gli stava di fronte il suo punto di osservazione. Così, quando Mario Bergoglio divenne papa, ebbi la tentazione di telefonargli per  dirgli che la sua Chiesa ora aveva un Padre che gli assomigliava. Nel modo di muoversi e nel modo di ragionare. Per questo suo modo di porre la storia degli altri al centro della sua storia era convinto che anche gli altri ragionassero come lui e che l'apparato burocratico, al quale doveva necessariamente rivolgersi per compiere la sua missione, facesse parte di quel disegno divino nel processo di salvezza dell'uomo. E allora, con la rassegnazione di chi è consapevole di essere dalla parte della verità, si è fatto carico di sofferenze di cui Dio terrà conto nel giorno del grande Giudizio. L'ho visto all'indomani del suo ottantesimo compleanno, forte e radioso come una roccia di Monte Campo. L'ho sentito parlare della morte e dell'eternità come se fosse la naturale conseguenza dell'essere in vita. L'ho sentito entusiasta quando, inchiodato nel letto del S. Camillo a Roma, gli comunicavo che dentro sua chiesa rupestre di S. Salvatore a Pietracupa continuava a raccogliersi la comunità di cui era pastore. Tanta gente avvertiva che lo spirito di don Orlando riempiva quella grotta naturale che per lui non era solo uno spazio liturgico, ma anche il grande ventre della Madre di Dio da cui tutto aveva origine e al quale aspirava a ritornare. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/ , 27 agosto 2014.

  • Il bazar della rabbia

    Un luogo di tutte le rabbie: non ce n'è una senza diritto di cittadinanza in piazza San Giovanni a Roma, piena, ma non straripante. Sgorga la rabbia, ecco. Perde come da un buchino gocce di popolo stanco di aspettare per ore sotto un cielo infido, generoso soltanto di pioggerellina. C'è chi se ne va, esausto, mentre Beppe Grillo arriva diciotto minuti prima delle nove. È che molti erano lì dalle prime ore del pomeriggio. Giravano gli stand ad acquistare le t-shirt celebrative, a bere da bicchieri di plastica una birra Forst, a mangiare tramezzini al tonno, a informarsi compiaciuti sui miracoli del volontariato che coinvolge anche i non praticanti: un caffè due euro, contributo compreso. A sera, e quando San Giovanni aveva comunque il popolo traboccante che sa accogliere, c'era chi si guardava fiaccato e sedeva sui marciapiedi umidi. E poi lui è salito sul palco, trionfante come un imperatore di due millenni fa, e sotto le braccia erano alzate al cielo, l'urlo ha infiammato l'aria. Eccolo lì l'uomo che tiene assieme tutte le rabbie, le fa combaciare come per prodigio, le moltiplica e ne fa una forza che percorre terrorizzante e inafferrabile la città della politica. E però davvero è un bazar in cui ci si smarrisce. Si può incontrare chiunque, qua dentro, ed è un meticciato delle rivendicazioni che è il loro orgoglio. Sventolano le bandiere dei No-Tav. Esibiscono i cartelli dei comitati contro il Ponte sullo Stretto. Un tizio porta fisicamente la sua croce su cui c'è scritta la ragione del supplizio: quarant'anni di lavoro per mantenere un milione di farabutti. Ecco, il lavoro. Lo dice Beppe Grillo, dal palco, che lungo lo Tsunami Tour è stato fermato da sguardi imploranti lavoro, lavoro, un po' di lavoro. Ce n'è un altro che gira vestito come D'Artagnan, in teoria un vendicatore degli ultimi, e ce l'ha con Rocco Papaleo che fa la pubblicità dell'Eni e, dice D'Artagnan, l'Eni sta devastando la Basilicata. Prima che Grillo concludesse questa lunga giornata, e questa corta e lampeggiante campagna elettorale, un piccolo imprenditore dal palco s'era commosso pensando ai pagamenti che dallo Stato non arrivano, e ai quattro ragazzi che in settimana ha dovuto lasciare a casa. Non è per indulgere nel colore che sempre manifestazioni di questo genere offrono, e però c'è persino quello che con un amico svolge il tazebao del Movimento Uomini Casalinghi, che si pone come obiettivo il ritorno al matriarcato e ha per slogan qualcosa come «le donne a governare il mondo, gli uomini a rigovernare le case», un programma da cominciare con la raccolta di erbe e bacche spontanee a Capracotta (testuale). Si riuniscono infine tutti per l'applauso convinto, nervoso, entusiasta. Si intonava, tra l'altro, una canzone che aveva per ritornello «libera l'acqua». La intonavano i ragazzi sotto lo striscione di fondazione della laocrazia, neologismo che sta per democrazia partecipata dal basso. Eccolo lì il secondo collante: la convinzione, in sbalorditivo manicheismo, dell'esistenza di una cupola oscura, cinica, crudele, mascalzona, con i partiti e la politica a tenere il vertice, e attorno certa magistratura, la grande imprenditoria, le banche, la finanza, i sindacati, il giornalismo; e sotto gli umili e i candidi che si sono riversati qui per spezzare le catene. Tutte le rabbie radunano questi buoni e di fuori tutti i cattivi, uno schema caldo e consolante, stasera e sempre. Un ragazzone allegro circola vestito da cardinale e dietro c'è la bara del «vecchio politico» (una trovata vista in parecchie altre adunate). Signori attempati si schierano da uomini-sandwich, uno vuole la Siria libera, un altro vuole l'Italia fuori dalla Nato, un altro ancora la fuga dall'euro. Un banchetto vende le magliette della Guerrilla e del Che. La missione in Afghanistan, urla Grillo, è una missione del piffero. Uno striscione ancora, e bello grosso, ce l'ha con la tessera del tifoso. Niente è di troppo. Il sistema divide et impera, aveva detto un oratore molto bravo, molto sveglio, molto bellino, una specie di prodotto da X-Factor, senza offesa per lui e per chi fa il programma: il sistema ci ha reso diffidenti, scontrosi, parla della sua Milano dove nemmeno gli riesce di portare le borse delal spesa alle donne, che all'assalto generoso lo scansano atterrite. Anche se poi non è che qui sia proprio il festival della simpatia: non appena vedono un taccuino da cronista si ritraggono come davanti a un fucile, occhi pieni di stupore e spavento. C'è in compenso la nursery, per cambiare i pannolini ai bimbi e allattarli, madri e piccini accolti dal cartello piuttosto, allegro, di leggera e innocua tendenza berlusconiana, e con un tocco di grammatica leghista: «Si intrattiene pure le mamme purché giovani». Non conta: conta il desiderio febbrile della fantasia al potere (copyright Gianroberto Casaleggio), la fantasia di essere normali, semplici, di accalcarsi alle transenne per fotografare il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, come fosse Calderoli a Pontida. Di essere brave persone in un mondo sozzo. La battaglia più vecchia del mondo infuria ancora. Mattia Feltri Fonte: F. Sforza, Lo tsunami , La Stampa, Torino 2013.

  • Usi e costumi di Capracotta: ossa nel piatto

    Non istarò qui a parlare del matrimonio tra i nostri popolani. Si sa, il cuore umano è sempre quello e il rito più sacro della vita è per ogni dove lo stesso. Io parlerò d'una costumanza tutta capracottese. Quando gli sposi, circondati da una folla d'invitati, si seggono a tavola, trovano ognuno davanti un piatto coverto. Tra la generale attenzione, scoprono, e compaiono delle... ossa. I commensali, allora, plaudono calorosamente e il pranzo, abbondante, se non fine, incomincia. Forse, la ossa vengono presentate per ammonire gli sposi che il matrimonio non è una cosa tanto liscia e che nella nuova condizione, avranno spesso da rodere degli ossi molto duri, o forse anche per ammonirli che la bellezza muliebre e la gagliardìa maschile sono doni transitori. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.

  • I fantasmi del Mons Fortis

    La seconda escursione da me organizzata in data 10 agosto 2020 ha avuto come fulcro l'area di Monteforte e Ospedaletto, più precisamente i resti dei due feudi insistenti in località Terravecchia (individuata sulle carte IGM col toponimo Colle Parchesciana) e sulle collinette dell'Ospedaletto. Guidati da Giovanni Fiadino e Pasqualino Potena, siamo partiti dalla Crocetta e presto giunti nei pressi di quella che poteva essere una chiesa, stando agli scavi effettuati nel 2000 da un gruppo di archeologi coordinato dalla grande Letizia Ermini Pani (1931-2018). Della chiesa, di cui non è possibile stabilirne con certezza la dedicazione, si intravedono le mura perimetrali e una vaga forma absidale; nei suoi dintorni furono rinvenute diverse suppellettili ed ossa umane, a riprova che anche un cimitero doveva lì esistere. La chiesa è situata su un'ideale linea di congiunzione tra quella di Macchia Strinata, di Vallesorda e di Vastogirardi, tutte dedicate a san Nicola. Poco sopra quei ruderi abbiamo ammirato le fondamenta di quella che potrebbe essere una torre longobarda a base quadrata, posta su un'altura da cui è possibile controllare con precisione la viabilità tra la valle del Verrino e quella del Trigno, l'antico confine che in epoca normanna divideva il Principato di Capua dal Ducato di Puglia. Questa torre di guardia era probabilmente in contatto visivo con le altre ubicate sul Monte San Nicola e su Monte Miglio, per cui l'altezza approssimativa doveva attestarsi ad almeno 12 metri. L'insediamento di Terravecchia, con tanto di chiesa e torre, raggiunse l'apice demografico e fiscale nella prima metà del XIV secolo, arrivando a contare 96 fuochi (circa 430 persone): basti pensare che allora Capracotta aveva 720 abitanti e Vastogirardi appena 300, il che fa intuire che se in un primo momento il feudo di Monteforte (sorto prima dell'anno Mille) era abitato soltanto da militi addetti alla sorveglianza viaria, nel '300 a quelle guarnigioni si erano affiancate le famiglie e i religiosi. La peste nera del 1346 falcidiò l'Europa, giungendo fin dentro le più remote contrade del continente, e nella numerazione dei fuochi aragonese del 1443 Monteforte è infatti un deserto umano. Dopo una lunga passeggiata al di fuori della sentieristica convenzionale siamo finalmente giunti alla sorgente del Trigno e quindi alla piana dell'Ospedaletto, dove abbiamo rilevato l'esistenza di un secondo impianto turrito, seppur interamente ricoperto dalla vegetazione e, soprattutto, di una vaga orma urbanistica di casalini. In assenza di prove documentali o archeologiche, è infatti legittimo credere che l'Ospedaletto debba il suo nome alla presenza di un medievale hospitium , un luogo di ospitalità per viandanti. Tra spietramenti vari e pietre dal buon taglio ne abbiamo ritrovata una (foto in alto) che altri, prima di noi, avevano già scoperto ma sostanzialmente taciuto. Alessandro Mendozzi, però, ne ha scoperta un'altra (foto in basso), quasi impossibile da riconoscere in condizioni di piena luce. A differenza di quella di San Nicola della Macchia ( qui ), la prima pietra dell'Ospedaletto porta inciso un cosiddetto fiore della vita, un simbolo caro tanto ai cristiani quanto ai pastori d'altura. Il fiore della vita è una stella a sei raggi con funzione decorativa utilizzata dagli Italici sin dal VII sec. a.C. e (ri)valutata nel Medioevo, almeno nella simbologia, dalla Chiesa di Roma per via di quell'eccellenza geometrica che rimandava alla perfezione di Dio. Va detto che nei pressi della torre dell'Ospedaletto sussistono resti di mura sannitiche e di continuo vengono ritrovate suppellettili realizzate oltre 2.000 anni fa, puntualmente trafugate. La seconda pietra dell'Ospedaletto mostra l'incisione di un'aquila, o comunque di un uccello rapace. Non avendo nozioni di araldica ho chiesto all'archeologo dott. Bruno Sardella un'amichevole consulenza, il quale ha proposto una coerente interpretazione di stampo federiciano, nel senso che la presenza dell'aquila sveva con lo scudo fra le zampe è un simbolo comune che ricorre, anche in Molise, su stemmi e monete. Nel caso specifico la pietra poteva far parte di una chiesa o, meglio, della torre stessa. La presenza in un così ristretto spazio di un fiore della vita e di un'aquila federiciana, entrambe ascrivibili al XIII sec., rafforza la suggestione di un hospitium , di una vera e propria stazione di servizio per quegli avventurosi pellegrini che, a differenza dei pastori, seguivano i tratturi non per fame ma per salvezza, non per lavoro ma per indulgenza, non per sfortuna ma per grazia. Pellegrini che cercavano Dio sui monti di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Ermini Pani, Decorazione architettonica e suppellettile liturgica in Abruzzo nell'alto Medioevo , in AA.VV., L'architettura in Abruzzo e nel Molise dall'antichità alla fine del secolo XVIII , Atti del convegno, L'Aquila, 15-21 settembre 1975; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Nassa, Ritrovamenti monetari del Medio Volturno e delle zone campane limitrofe nel quadro dei più noti ripostigli scoperti in area sannitica , in «Annuario ASMV», Piedimonte Matese 1999.

  • La Fonte della Lama e i reperti tombali sannitici

    La Fonte della Lama, assieme a quella della Terra Vecchia, di Carvilio e del Romito, si intreccia alla ricca storia capracottese. Essa è ubicata nella zona chiamata Le Guastre, precisamente sulla bretella di collegamento tra la "mulattiera autostradale M1-A1" (Capracotta Fundione-Casino-Santa Croce-Guastra-Agnone) e la "mulattiera autostradale M14-A14" (Capracotta Mattatoio-Macere-Meluccia-Macchia). L'origine del suo nome non è dato a sapersi ma con molta probabilità deriva dal nome dell'alga verde che si forma sul bordo e all'interno della fontana e che in dialetto capracottese chiamavamo appunto lama . La Fonte della Lama si trova in posizione quasi centrale rispetto a tre masserie Di Tella e agli inizi del '900 il Soprintendente per l'archeologia dell'Abruzzo Antonio De Nino, durante gli scavi all'interno della masseria di Gabriele Di Tella, rinvenne quattro tombe sannitiche. Erano della cosiddetta prima età del ferro e avevano forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco e chiuse con lastroni di pietra grezza. In una delle quattro tombe furono rinvenute una cuspide di lancia a foglia larga, una fibula frammentata, un gladio o pugnale lungo 82 cm., simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena, e una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. È una delle poche fontane ad erogare costantemente acqua in qualsiasi periodo dell'anno, essendo alimentata superiormente dalla sorgente omonima ubicata in un prato dove, a primavera, sembra di essere nel Texas: l'unica differenza è che, al posto del petrolio, da più polle sgorga acqua che si innalza verso il cielo per oltre un metro! Filippo Di Tella

  • La consacrazione della Chiesa Madre

    D.O.M. DIE XXVI AVGVSTI MDCCXXV ALPHON SVS MARICONDA PATRITIVS NEAPOLITANVS SECVNDVS E FAMILIA EP(iscop)VS TRIVENTINVS TEM PLVM HOC STATO RITV CONSECRAVIT ANNIVERSARIA DIES EST DOMINICA IV AVGVSTI ARA VERO PRINCEPS DIE VII OCTOBRIS MDCCXXIII. CONSECRATA FVERAT A FRANCISCO BACCARIO EP(iscop)O THELESINO HVIVS OPPID(i) PATRITIO La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, per come la vediamo oggi in tutta la sua opulenta magnificenza, venne consacrata la prima volta il 26 agosto 1725 e in quell'occasione il vescovo di Trivento Alfonso Mariconda (1671-1737) decise che, di lì in avanti, l'anniversario della celebrazione sarebbe caduto annualmente la quarta domenica d'agosto, per cui domani la nostra chiesa compirà ufficialmente 295 anni, dando l'avvio a un percorso spirituale, storico e artistico che ci porterà nel 2025 al 300° anniversario. È tuttavia probabile che al momento di quella consacrazione, nel 1725, i lavori di ristrutturazione alla chiesa non fossero ancora terminati, di sicuro non lo erano due anni prima quando il capracottese Francesco Baccari (1673-1736), vescovo di Telese, aveva consacrato l'altare maggiore per dar modo a don Francesc'Antonio di riprendere in tempi brevi l'attività liturgica. Le due benedizioni sono incise su di una lapide posta all'ingresso del tempio. Tra il 1723 e il 1755 la Chiesa Madre di Capracotta conobbe però una lunga serie di traversie ecclesiastiche che fecero rallentare l'apertura al culto del nuovo tempio barocco. Il nodo della vexata quæstio fondamentalmente stava nel pessimo rapporto esistente tra la popolazione e il clero capracottesi da una parte e le alte sfere diocesane dall'altra. Dalla cronotassi della diocesi di Trivento si apprende infatti che mons. Mariconda lasciò il Molise nel 1730, nominato vescovo di Acerenza e Matera. Al suo posto giunse Fortunato Palumbo (1675-1753), un monaco celestino che visse un ministero episcopale travagliato e pieno di amarezze. Uomo forse troppo severo e poco diplomatico, il vescovo Palumbo assistette a «tante pene che gli vennero da parte di Capracotta», legate perlopiù all'enorme patrimonio della cappella di Santa Maria di Loreto, che proprio in quegli anni risultava tra i maggiori locati alla Dogana di Foggia, con un capitale armentizio di quasi 16.000 capi di bestiame. La natura e la mole delle rimostranze che il Vescovo dovette subire - e che la cittadinanza capracottese pure subì - fu tale che, giunti al momento della definitiva consacrazione della Chiesa dell'Assunta, egli negò l'autorizzazione, costringendo il popolo a ricorrere direttamente presso Carlo VII, re di Napoli, il quale a sua volta intimò a mons. Palumbo di compiere il proprio ufficio. Il diniego del Vescovo fu categorico e si tramutò in proibizioni e diffide anche nei confronti di Donato Sammartino, il sacerdote agnonese che il 23 dicembre 1748 aveva provveduto al rito di consacrazione su incarico della regia delegazione di Napoli. La crisi diplomatica senza eguali tra Trivento e Capracotta rientrò un pochino alla volta grazie alla pazienza di don Giuseppe Campanelli, che nel 1734 aveva sostituito l'arciprete Francesco Antonio del Baccaro, e si risolse definitivamente con la nomina a vescovo di Giuseppe Carafa, che il 14 settembre 1755 consacrò la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta perché aveva probabilmente compreso e valorizzato il potenziale di Capracotta, una cittadina in cui il clero locale era in procinto di ottenere la forma capitolare ad approvazione papale e dove le congregazioni laicali erano ricchissime e numerose. D.O.M. DIE XIV M(ensis) SEPTEMBRIS A.D. MDCCLV ILL. R. D. D(ominus) JOSEPH CARAFA EP(iscop)VS TRIVENTINVS TEMPLVM HOC STATO RITV CONSECRAVIT ANNIVERSARIO VERO DIEM FESTVM AD QVARTAM DOMINICAM MENSIS AVGVSTI CVM CONSVETIS INDVLGENTIIS TRANSTVLIT Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , San Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Capracotta: un borgo-gioiello a 1.421 metri di altezza

    A 1.421 metri sul livello del mare, nel cuore dell'Alto Molise, sorge uno dei borghi montani più belli e più alti dell'Appennino meridionale: Capracotta. Fresca d'estate e nevosa d'inverno. Capracotta è diventata famosa proprio per l'abbondanza delle sue nevicate: nel 2015 ha stabilito il record mondiale per centimetri di neve caduta in sole 18 ore. Stiamo parlando di 2 metri e mezzo! La più grande nevicata di tutti i tempi e del pianeta. Capracotta è una delle mete più rinomate per lo sci alpino e per lo sci di fondo, spesso sede di gare nazionali e internazionali (come i Campionati nazionali di sci di fondo del 1997). Poco resta, nell'attuale conformazione urbanistica, del suo antico e glorioso passato, spazzato via dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e ravvisabile in alcuni palazzi e chiese; ma ciò che possiamo vedere è un borgo piacevole, ordinato e dall'aspetto tipicamente montano. È inserita in un contesto naturalistico mozzafiato che la rende una meta imperdibile anche d'estate. Pascoli a perdita d'occhio, boschi di faggi e abeti: un paradiso per gli amanti della montagna. Merita una visita il Giardino della Flora appenninica, un raro esempio di orto botanico naturale. A 1.550 m.s.l.m è, naturalmente, tra i più alti d'Italia. Capracotta vale una visita anche solo per la bontà della sua cucina. A farla da padrone sono i formaggi, sia vaccini che ovicaprini: prelibato il pecorino di Capracotta, che figura anche tra i prodotti agroalimentari tradizionali riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Ma la regina indiscussa della cucina tipica è la pezzata , a cui è dedicata una sagra la prima domenica di agosto. Era il piatto tradizionale dei pastori che praticavano la transumanza con le loro greggi: una sorta di stufato di carne di pecora "depezzata", fatta a pezzi (da qui deriverebbe il nome "pezzata"), condita con poche patate, pomodori ed erbe aromatiche. Il segreto della bontà di questa ricetta tradizionale risiede nella qualità della carne (solo carne di pecora allo stato brado dei sani pascoli molisani) ma anche nella lunga preparazione, che richiede ore di lenta bollitura in grandi paioli di rame posti sul fuoco. Il risultato è un sugo lento ma cremoso, che ha raccolto tutti gli umori e i sapori di questo straordinario prodotto nostrano. Brunella Muttillo Fonte: http://www.lovelymolise.com/ , 1 agosto 2020.

  • Il prezzo dell'amore

    Il guardiano delle mucche aveva anticipato a Michele la notizia del fidanzamento di Antonio e Michele ne fu contento, solo aspettava che fosse Antonio a dargli la notizia per prepararsi all' entratura . L' entratura era una cerimonia, a quel tempo, che si faceva per rendere ufficiale il fidanzamento e consisteva in una festa data per far conoscere tutti i membri della famiglia ed anche per accordarsi sulla dote da dare ai figli con l'atto di matrimonio. In questa occasione i fidanzati si scambiano un anello, che si chiama appunto l'anello di fidanzamento. Incoronata distribuì l'ultima razione di granotto ai polli e andò in cucina ad approntare il pranzo. Sull'aia si rincorrevano i cuccioli del pastore tedesco sotto gli occhi di Diana, mentre i passeri intrecciavano voli tra i rami delle querce e le rondini garrivano nel breve cielo, al di qua della stalla, disegnando spirali con le alucce nere nell'azzurro del cielo. Da valle proveniva il borbottio del trattore gommato, col quale Michele era intento ad erpicare il terreno appena arato. Quando la luna comparve nel cielo come una nuvoletta grigia e trasparente, Michele giunse sull'aia e spense il motore, liberando l'aia dal suo borbottio sgarbato, facendo sentire soltanto lo stridere della ruota della carriola che il salariato spingeva, intento a trasportare il letame nella concimaia. – È tornato Antonio? – domandò al salariato, ma non ebbe il tempo di attendere risposta che la 1100 TV rossa, svoltò la breve carraia. Dalla finestra Incoronata spiò e buttò la pasta, invitando a presentarsi, di lì a un momento, a tavola per il pranzo, che solitamente si consumava di sera, avendo anche più tempo a disposizione per trattenersi con calma a parlare delle loro cose. Ad uno ad uno gli uomini si appressarono al lavandino per lavarsi le mani e poi presero posto attorno alla tavola imbandita, dove la minestra di fagioli con la pasta fumava beatamente, spandendo il suo squisito profumo nell'aia. Antonio riempiendo i bicchieri annunciò: – Papà mi sono fatto la fidanzata. – Oh! Che bella notizia e chi è? – rispose Michele – Quando ce la farai conoscere? – aggiunse. Incoronata tutta sorridente, con le gote di pesca. – Si chiama Concettina e il padre tiene la masseria vicino al convento di Casacalenda. Tengono dieci vacche e una bella casa, sono sicuro che vi piacerà. – Alla salute! Alla salute! Auguri! Auguri! – gridò il salariato mentre alzava il bicchiere per invitare tutti a brindare con lui. Incoronata chiedeva tutti i particolari della ragazza, l'età, come aveva i capelli, il colore degli occhi, l'altezza. Insomma tutti i particolari che maggiormente interessano alle donne. – Allora quando ce la farai conoscere la futura nuora? – chiese Michele. – Non questa, ma quell'altra domenica – soggiunse Antonio, mentre Incoronata continuava ad interrogare il figlio per sapere se sapeva cucinare, ed accudire i polli. – È proprio quella che ci vuole in questa casa – disse Antonio. – Solo che la mamma non la porta in campagna a lavorare, del resto sa fare tutto in casa. Sapessi che belle maglie sa fare con le mani. – Allora dobbiamo preparare l'anello? – domandò Incoronata. – Andrete voi due a comprarlo a Campobasso. Fatevi consigliare dal compare ché dobbiamo fare una bella figura – continuò Incoronata. Il gualano che s'era messo allegro per i bicchieri trangugiati, andò a prendere l'organetto ed incominciò a suonare e a cantare "Marina". I vicini che respirarono l'aria di festa corsero a visitarli e così la serata si trasformò in tarantella tra calici rubini e dorati e fette di spalla stagionata e bruscolini vari, che mai mancavano in casa Tracanna. Nella notte il mugghio insistente e lamentoso di Rosina ruppe l'incantesimo ed il festino si trasformò in un corri corri di infermieri e veterinari che si davano da fare tra Rosina ed il vitellino, che venne fuori candido e bello come un bambinello e dolce come ricotta appena rotta al tocco dello spin santo. Il giorno dopo Michele e Antonio portarono la notizia del fidanzamento e quella della nascita del vitellino al compare Giovanni, a cui chiesero consiglio per l'anello di fidanzamento. Il compare li accompagnò dal suo orefice di fiducia. Le signorine che servivano al banco si diedero a mostrare gli ori più belli per la fidanzata di Antonio, ma ora per il prezzo, ora perché il pezzo non piaceva, i due non si accontentarono se non dopo due ore che erano trascorse davanti al banco. Chi sceglieva era Antonio, ma chi pagava era Michele e lui quando doveva sborsare un soldo trovava mille scuse per non farlo. Tornati a casa mostrarono l’anello a Incoronata che rimase incantata davanti allo splendore della gemma di turchese che sormontava lo spesso oro intrecciato all'anello. – Speriamo che se lo saprà meritare – disse Incoronata tra soddisfatta e malinconica. – Ho stirato i vestiti e le camicie per l'altra domenica. – Michele tu dovresti comprarti una cravatta perché quella che hai è un po' sgualcita – disse Incoronata. – Non fa niente. Ci sarà tanto da parlare che quelli non ci faranno caso alla mia cravatta – rispose Michele. Arrivò la vigilia della fatidica domenica dell' entratura . A sera Michele raccomandò al garzone di fare buona guardia all'indomani, quando loro sarebbero stati assenti e di non dare retta a nessuno. Anzi per stare più spensierati legheremo Gemma e Bruck davanti alla stalla e al pollaio e tu non allontanarti di molto con le vacche, magari le darai un po' di fieno in più. – Antò t'arracchemànne... fatt'onore – disse il garzone come per incoraggiarlo. Chiusero il portone ed andarono tutti a letto. Antonio restò a lungo a pensare alla cerimonia del giorno dopo e poi continuò nel sonno. Sognò il volto di lei che gli sorrideva, poi quello della madre, poi quello della suocera. Però le figure gli passavano davanti sorridendogli per un attimo e poi sfuggivano abbronciate, come per prendersi gioco di lui. Nel sonno vide Concettina che si dava in una risata sguaiata scomparire facendogli le boccacce. Si svegliò di soprassalto, accese la luce e spiò che erano le due della notte. Stette ancora a girarsi nel letto, sperando di riassopirsi, ma quelle immagini continuavano a infastidirlo, finché non fissò nella mente il volto di lei così come la vide la prima volta, sorridente sulla finestra della cameretta. E con il volto di lei nel cuore, dormì placidamente. Al secondo canto del gallo Incoronata si alzò dal letto ed accese il fuoco del camino per riscaldare l’acqua per il pastone e quella per il bagno. Il cielo terso diceva che anche quell'oggi sarebbe stata una bella giornata e con lena si diede a disbrigare le faccende domestiche. Il volto di lei era radioso nella penombra della cucina illuminata solo dal riverbero della fiamma del camino sulle pesche delle gote vellutate, sempre rosse come fanciulle spensierate. Ma negli occhi, guardandola attentamente, aveva un certo che di leonino e una fierezza che è propria di certe bestie feroci. Infatti guai a toccargli il figlio, sarebbe stata capace di inforcarti senza pietà. Preparò il pastone per il maiale e per i vitelli, poi recò il caffè a Michele e al sala riato ed attese che l'acqua per il bagno fosse abbastanza calda per essere stemperata a sufficienza per riempire la vasca del bagno, che consisteva in un secchione di legno. Per il bagno i Tracanna avevano riservato un sottotetto appartato, ricavato dall'attiguo fienile. La latrina che conteneva solo il lavabo ed il vaso all'inglese, non era sufficiente a contenere la vasca, ed era provvisoria perché in tempi migliori avrebbero costruito il bagno in un altro locale più spazioso. Incoronata, riempito che ebbe il secchione, si denudò e vi si immerse dentro provando un gran sollievo. Quando si bagnava lei se ne stava oltre un'ora immersa nell'acqua tiepida, provando un mare di piacere ad insaponarsi i seni sodi come caciocavalli di Capracotta, che si irrigidivano ancor più sotto il contatto delle dita che fregavano i capezzoli, ora con dolce carezza, ora con ritmo più svelto. Godeva quelle sensazioni beandosi di essere ancora capace di tanto, nonostante i suoi quarant'anni. Forse a quaranta anni una donna di città è nel pieno delle sue attività, ma quelle di campagna sembravano vecchie decrepite, rese ancora più vecchie dai lunghi fazzolettoni neri che portavano annodati sotto il mento. Ma Incoronata no, lei faceva eccezione, con le sue pesche sulle gote! E aveva i capelli corvini che spuntavano sotto il fazzoletto giallo, solo aveva dei lunghi baffi sotto il naso. Ma il detto diceva donna baffuta è sempre piaciuta. Michele era di quindici anni più anziano e lei spesso precisava ai suoi amici che l'andavano a trovare «io sono giovane, non sono vecchia», come per reclamare a sé quella parte di attenzioni che ogni donna reclama, specie quando il marito è preso da altre faccende e il poco tempo che resta in casa, non gli basta che per dormire e dare ordini. Lavata che s'ebbe, si cosparse tutta di borotalco ed indossò l'abito della festa: la gonna di velluto plessato, la camicetta bianca ricamata sotto il corpetto di velluto. Al collo una catena di oro doppio, eredità della suocera. Legò dietro la nuca il fazzolettone e lo fermò con uno spillone d'oro. Sembrava un regina slava allo specchio dove la sua figura diveniva più maestosa per via degli orecchini d'oro, a pendolo ed il medaglione con la figura di sant'Onofrio legato alla catena. S'affacciò sul gradino davanti alla tenda che divideva la stanza per il bagno e disse a Michele: – Io sono pronta. Michele non poté fare a meno di trattenere il respiro e diede un'esclamazione: – Ué, ué! come ti sei fatta bella! Poi che anche gli uomini furono ben vestiti, montarono sulla 1100 TV e presero la via di Casacalenda. – Ci vorrebbe pure un mazzo di fiori – disse Michele. – Macché fiori papà, che ci mettiamo a perdere tempo, a che servono, tanto Concettina sono sicuro che non ci tiene. – I fiori subito si sciupano, – aggiunse Incoronata – c'è già l'anello che è bello. Dopo una mezz'ora di viaggio, la 1100 imboccò il vialone che portava alla casa di Concettina. Antonio diede la solita strombazzata e l'uscio si aprì e tutti vi si fecero davanti, tranne i genitori della sposa che restarono ad attendere in casa. Ugo D'Ugo Fonte: U. D'Ugo, Il prezzo dell'amore , Ed. Goliardiche, Trieste 2003.

  • Il mostro sotterraneo

    A morire oggi tocca a Checco, 87 anni. Il lutto manda in scompiglio la piccola comunità resistente di Castel Sant'Angelo sul Nera. Mentre le ruspe strappano lembi di mura paesane, Nello replica mogio: «Meglio morire che continuare a soffrire». Non si sa se la frase sia riferita alla morte del suo anziano amico Checco originario di Vallinfante, oppure al suo amato paesello, sebbene Nello sia nato a Rapegna, pochi passi più a sud. «Qui mi annoio. Ho 82 anni, altri 82 non ne camperò. Se ci fosse qualcosa da fare mi risolleverei ma le giornate scorrono monotone». Il cappello blu da pescatore è ben stretto sulla testa tonda e pelata dell'uomo, le mani robuste faticano a entrare nelle tasche dei pantaloni. Gli automezzi pro SAE alzano una quantità spropositata di calce e le forze dell'ordine, irrequiete, dondolano dall'altra parte della strada. «Se tornassero in vita i vecchi di una volta scapperebbero via di fronte a questo sviluppo. Ogni cosa ha una fine, ci siamo spinti troppo oltre. Questo terremoto non ci abbandonerà mai. Nella roulotte sto bene; in confronto a quando andavo al pascolo con le pecore e dormivo per terra è un lusso, mi sento quasi un re». Un enorme arbusto di sarcia, pianta inodore che cresce sempre vicino l'acqua, tocca quasi il tettuccio della roulotte di Nello, il quale cambia argomento bofonchiando, virando sul tema della guerra, una costante nelle memorie dei nonni. «Lo zio di mia moglie è stato ucciso lungo la strada per Visso. Spesso mitragliavano nel bosco alla cieca, sia SS che partigiani, e noi ragazzini ci arrampicavamo sui rami dei tassi per sfuggire ai proiettili. A parte un giorno che il cielo si oscurò di aeroplani e capimmo che erano arrivati gli americani. La guerra ci ha tirato fuori dalla miseria, da una vita da condannati fatta di schiene piegate e patate rancide. Il progresso... tutto è cambiato ora, pure l'inverno. Non fa più così tanta neve come 70 anni fa, quando facevamo gallerie sotto i cumoli di nevischio». Nello si allontana zoppicando e lo immagino mezzo storto non perché invalido o spossato, ma perché si muove nel contrattempo, nel ritardo dei nostri giorni, arrancando il passo di fronte una società imborghesita che se ne frega di tutto. «Ci vediamo il prossimo inverno, se Dio vuole». Ma contro ogni pronostico, Nello rimane nei paraggi, scrutandomi dalle sue postazioni invisibili. Attende al mio fianco per non lasciarmi solo, fino all'ora in cui una Jeep, incuriosita dal mio pollice proteso al cielo, si ferma aprendo uno sportello cigolante. Il tatuaggio preciso di un mondo appare sull'avambraccio irsuto di Stefano, di mestiere benzinaio. «La mia casa fa parte del 2% che sono rimaste intatte, le altre sono da buttare. Non chiedermi il perché di tanta fortuna. A causa dei crolli continui però non posso rientrare e sono costretto a fare il pendolare fino a Castelraimondo, nella casa di mia madre. Anche il sottosuolo così come le fonti di metano hanno avuto problemi con le scosse, obbligandoci a tener chiuso questa stazione per settimane». L'epicentro del sisma è stato registrato dietro al Monte Cardosa, nel paesetto di Campi che è già suolo umbro, raggiungibile in svariate ora di cammino.  Ma dal fondo dello stradone appare miracolosamente un SUV coi vetri oscurati guidata dal cinquantenne Bruno, un imprenditore di Forgaria nel Friuli (Udine), primo al mondo - a detta sua - nella fabbricazione e collaudo di archi da gara. Discutiamo all'interno della sua cyber-macchina raccatta viandanti. «Sai a cosa porta un sisma? Solo al beneficio. A parte i morti, che il giorno seguente tutti dimenticano come i titoli conclusivi di un film, il resto è fatto esclusivamente di cose positive. A me ha cambiato la vita e mi ha reso ricco! Avevo 20 anni, venivo da una tale miseria che vedevo solo buio. Poi ho realizzato che con un disastro simile avevo da lavorare per i prossimi trent'anni. I manovali diventano carpentieri, i contadini diventano manovali, c'è ricchezza per tutti, credimi». Con una scusa zompo fuori dall'abitacolo e guadagno qualche metro di collina ventosa. Respiro. Un cartello indica Campi Vecchio; pare di toccare il cielo e in nove passi sono solo nel fitto del bosco. Rallento il passo come suggerito anni fa da un allevatore di Capracotta. Non vorrei che finisse troppo in fretta questa pace, perché ogni volta che salgo e ritorno sulle Montagne degli Dei, mi sembra di tornare a me stesso. Da quassù fa quasi spavento vedere quanto poco spazio occupano gli umani nel paesaggio. L'uomo e le sue chiese, le sue scuole, i suoi commerci, i suoi partiti, i suoi campi agricoli paiono quasi irrisori al cospetto del bosco. Contemplando dall'interno il ventre della selva scura, si ha quasi paura di restare soli. Mille occhi ti osservano, mille (r)umori ti assalgono. Ricordi, pentimenti, rimorsi, malinconie. Steso tra un mucchio di foglie lisce come cenere, scruto un capriolo maschio aggirarsi a pochi metri di distanza. Sono sottovento e il mio odore non arriva alle delicate narici del quadrupede, il quale vortica attorno a un robustissimo faggio che pare sostenere tutta quanta la volta celeste come la cima del Redentore sulla piana di Castelluccio. Via dell'Istrice è un mosaico di tegole rotte e pavimenti sfondati; una macchina senza ruote giace morta a fianco di una betoniera carica di cemento indurito. Una staccionata e un gregge improvviso di pecore cicciottelle fungono da diversivo per eludere una ronda dei carabinieri che pattuglia la zona rossa. Seguo gli scaltri ovini e insieme, complici fuggiaschi, tocchiamo terra umbra, osservando le prime case sfasciate di Campi. Nei pressi dello spiazzale svetta l'albero tricolore del Piantamaggio, testimone di un'antica tradizione popolare. Gianpaolo, nativo di Campi, è il Presidente del famigerato "Club Zozzoni Campi". «È come un lutto, solo che al lutto non c'è rimedio. Qui invece confidiamo nel rivivere il nostro paesetto, prima o poi. Sarà cambiato di certo, ma lo rivedremo. Più il tempo passa però, più mi pare d'odiarlo quel paesetto lassù, perché è come se non avesse identità. Quel giorno, per circa trenta minuti il terreno ribolliva, borbottava, come se un mostro cattivo spingesse dal di sotto della crosta terrestre» racconta Gianpaolo con smorfie e latrati. «E pensare, ripeto, che Campi era viva: organizzavamo ogni anno mille sagre, 250 persone a ballare, la festa della Sangria! Spesso vado su a Campi Alto a raccogliere qualche fico e ripenso a quelle estati che non potevi passeggiare dalla gente che c'era...». «Ora invece non se passa dai sassi» interviene sornione Lorenzo, 19 anni, muratore e aspirante cuoco. Matthias Canapini Fonte: https://www.unimondo.org/ , 19 marzo 2020.

  • La cappella di Santa Lucia del Vinalar

    Un caso di profonda devozione sta nell'edificazione della cappella di Santa Lucia del Vinalar. Il quartiere del Vinalar era popolato da un nucleo di coloni italiani e spagnoli che aravano e seminavano la terra, e che serenamente raccoglievano i frutti della terra. Un luogo inospitale era stato trasformato in un giardino. Erano una meraviglia per gli occhi quelle campagne colme di frutti, quei campi di verdure tenere e succose, e di ortaggi, e quei terrazzamenti di melica ed i vigneti senza fine, tra fichi, palme e melograni. Al Vinalar viveva Angelo Santilli. Un giorno, nell'accendere il forno a legna, Angelo perse la vista. Subito invocò la protezione di santa Lucia, alla quale promise di innalzare con il proprio sacrificio una cappella se gli avesse ridonato la vista. Difatti agli inizi del secolo è stata inaugurata, con amici e parenti, la vecchia piccola cappella del Vinalar, a somiglianza di quella di Antilo, costruita su ordine di Francisco Gomez, il quale vestiva con calzoni da gaucho, ushutas e capelli intrecciati, pur essendo un uomo ricco e figlio del suo tempo. Tuttavia lo sforzo di Angelo fu superiore in nobiltà. Egli non solo regalò il suo terreno, ma fabbricò i mattoni e costruì fisicamente la cappella. Aveva recuperato la vista e, per questo, aveva mantenuto la sua promessa. Io l'ho conosciuto Angelo. Era piccolo, magro e di una semplicità dolce e benevola. Ricordo che aveva una barbetta alla Francesco Giuseppe ad orlargli l'ovale e, quando veniva in città a trovare gli amici, montava un cavallo bianco, dalle cui bisacce ripiene tirava fuori, per la gioia del palato dei bambini, le primizie di frutta più varia, che i piccoli attendevano con trepidazione . Un giorno Angelo morì e, come per magia, per quel giardino che era il Vinalar iniziò la decadenza. La cappella di Santa Lucia del Vinalar diventò pubblica nel 1932 ma, a partire dal 1947, se ne costruì un'altra nelle vicinanze. E così, dopo 4 secoli, fu eretta in Santiago del Estero una nuova cappella sotto l'invocazione di santa Lucia, giacché, stando ad alcuni documenti, al momento della fondazione della nostra città vi era una cappella, retta dai gesuiti, sotto quel nome, per cui nel 1777 la chiesa della Compagnia di Gesù viene definita «vice-parrocchia della città di Santiago col nome di Santa Lucia ». Questa Santa, che pregando presso la tomba di sant'Agata, ottenne la guarigione di sua madre, fu una delle giovani martiri cristiane che, sotto l'infelice periodo dell'impero di Diocleziano, preferirono morire piuttosto che abiurare la loro fede. I festeggiamenti di santa Lucia si celebrano il 13 dicembre. Quell'oratorio familiare si è oggi trasformato in un affollato luogo di pellegrinaggio. Dal 1943 i fedeli, concentrandosi tra la Chiesa della Madonna della Mercede e piazza Belgrano, si dirigono a piedi di buon'ora fino alla cappella del Vinalar, dove assistono alla Messa, alla funzione solenne e alla processione serale. In questo modo, dopo quattro secoli, a Santiago del Estero è stata ripristinata una devozione, quella per santa Lucia. Orestes Di Lullo (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: O. Di Lullo, Templos y fiestas religioso-populares en Santiago del Estero , Santiago del Estero 1960.

  • I pastori capracottesi della Maiella

    Giovanni Venditti di Capracotta di Rafaele sono pastore Petr. stato 1893 sino al 1899 La transumanza fu croce e delizia, fu bestemmia in partenza e gioia al ritorno. Il pastore, protagonista di quella migrazione di genti, bestie e culture, ne è il perfetto deus ex machina , almeno nell'immaginario comune. Infanzie giocate a badar pecore sotto il sole e la pioggia: guai a perderne una, guai a ritrovarla azzoppata. Famiglie lasciate incustodite nell'inverno capracottese: «chissà se mamma e tata saranno ancora vivi quando torno»... In quegli otto mesi di transumanza il pastore organizza, sgobba, guida, suda, custodisce, ripara, tratta, minaccia, subisce. Ma non esiste pastore senza pecora. E nemmeno esiste il pastore "e" la pecora. Perché il pastore è la sua pecora. Egli è la declinazione appenninica dello zen. La pezzata, quel piatto topico che, tra invenzione e tradizione, tenterà in seguito di cantarne le gesta, non è che il simulacro di un'era sepolta per sempre, che mai tornerà, e di cui pochissimi esseri umani viventi son testimoni. E per questo dobbiamo rispettarla. Il pastore, dicevo. A volte il pastore non sta tranquillo nemmeno quando torna in famiglia. Perché in alcuni casi, durante l'estate, il locato - l'affittuario di una posta pugliese che comprende pascolo e ricovero per greggi e pastori - per un verso o per un altro non partecipa alla scummessa de la Uardata dell'8 maggio e si vede costretto ad acquistare le erbe estive fuori Capracotta, cosicché il pastore riparte alla volta di nuovi lontani pascoli per la monticazione, stavolta a nord. La presenza del pastore (non solo capracottese) sui pascoli della Majella è scolpita nelle pietre. E la maggior parte di tali incisioni la si trova in alta montagna poiché realizzata da pastori transumanti che occupano i prati più alti, visto che quelli in basso, vicini ai paesi del fondovalle, è riservata ai locali i quali evitano di scolpire il loro nome vicino al proprio centro di residenza. Qui ho raccolto, grazie alle segnalazioni di Liberatore Di Cesare, Lorenzo Potena e Giovanni Fiadino, due di quelle pietre - preziose, a questo punto - capaci di parlarci di un'epoca lontana e di uomini, spesso bambini, non per forza cristallizzati nelle secolari mansioni di custodia pecorum . La prima pietra maiellese, scoperta da Lorenzo Potena nel 1985 sul sentiero Tre Portoni ad oltre 2.673 m. di quota, è quella del pastore Giovanni Venditti (1868-1960), capofamiglia di pastori, in quanto fratello di Concezio (1870-1947), zio di quel Giacomo (1901-1992) intervistato nel 1971 dall'antropologa Elisabetta Silvestrini ( qui ) e prozio di quello stesso Giacomo che oggi guida un'azienda zootecnica in agro di Sant'Angelo del Pesco. Il nome di Raffaele, scolpito da Giovanni sulla pietra, non è, come ci si aspettava, quello di suo padre, bensì quello del suo datore di lavoro, il grande proprietario armentizio Raffaele Petrilli (1848-1912), per il quale lavoravano tanti capracottesi, come ho ricordato in un precedente articolo . Sebastiano Di Cesare di Capracotta di anni 13 24 agosto 1925 La seconda pietra è quella di Sebastiano Di Cesare, un pastore che nel 1948 appare in tutta la sua bellezza bucolica, ricoperto di pelleccióne , uardamàcchie e strangunèra , persino sulle pagine della rivista del Touring Club Italiano "Abruzzi e Molise", immortalato da Alfredo Trombetta proprio sui pascoli della Majella. Dopo una lunga gavetta sui tratturi d'Appennino e dopo aver imparato a maneggiare latte e sale, Sebastiano si dà alla produzione casearia, divenendo addirittura il primo capracottese a confezionare e distribuire latticini in quel di Londra: il 12 luglio 1961 il giornalista Antonio Perrini gli dedica un appassionante articolo per "Il Tempo". Quella società pastorale, di cui i pastori erano fieri ma che quasi mai auspicavano per i propri figli, conosce ora l'ingresso di iugoslavi, asiatici, africani. Persone che tuttora ricordano, nei solchi del viso e nell'idioma incomprensibile, l'arcaicità della pastorizia e l'impenetrabilità della vita. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l'arco , Adelphi, Milano 1975; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Micati, Grotte e incisioni dei pastori della Majella , Carsa, Pescara 2000; A. Trombetta, L'abbigliamento dei pastori , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1999.

  • Chisseneimporta

    Ma chisseneimporta se, nella campagna elettorale delle amministrative 2011, non si è parlato della viabilità di Milano, o delle fognature di Pisticci, o dei servizi sociali di Vico Equense, o del bilancio dell'Asl di Monfalcone, o del vigile di quartiere a Gallarate, o dell'asilo comunale di Capracotta, o dei parcheggi di Pinerolo, o dell'assistenza anziani di Altopascio, o della tangenziale di Montevarchi, o delle asfaltature di Orosei, o della raccolta differenziata di Cesenatico, o del centro accoglienza di Porto Empedocle o dei sostegni per le famiglie di Sant'Angelo Lomellina? Chisseneimporta se ai nostri occhi meravigliati si è di nuovo palesata - dissacrante, commovente, volgare, chiassosa, arrogante, scorretta, sputazzante, pernacchiosa, flatulente, buffonesca, farfugliante, maliziosa, diffamante, servile, veniale, povera, milionaria, elegante, stracciona, ammiccante, lasciva, scilipota, stradacquania - si è mostrata, dicevo, Italia, discendente da Bombolo, figlio di Alvaro che diede a Gegia due gemelli, Ric e Gian, i quali partorirono Fenech e Cassini, cugine di Buzzanca - l'arbitro cornuto - e di Banfi - "porcaputtena, ricchione" - delle storiche famiglie dei Fede e dei Mora, del ramo Corona, della nobile schiatta dei Ramba de' Cicciolini? Chisseneimporta se, ancora una volta, a urne chiuse, più forte di tutto e tutti, eterno, immutabile e trasversale, ha vinto il Pensiero Unico italiano, ovvero quello di Pulcinella? Mario Schiani Fonte: M. Schiani, Chisseneimporta , in «La Provincia di Lecco», Lecco, 14 maggio 2011.

  • Chierchia e Salvini nella stessa foto

    In rete è stata condivisa e commentata da un numero cospicuo di utenti: si tratta di una foto che ha lasciato tutti sgomenti, ne hanno parlato sia i giornali che le piazze virtuali scatenandosi in boutade di vario spessore. È l'immagine che ha tenuto incollato allo schermo l'intero popolo della Terra di Mezzo per giorni. No, non è lo scatto del buco nero, quello in confronto è  una roba che ci si aspettava da un momento all’altro, prima o poi. Stiamo parlando della Vicesindaca della città di Campobasso - nonché esponente di spicco del Partito Democratico molisano guidato dal segretario Facciolla -, Bibiana Chierchia, che ha posato per un selfie accanto a lui: il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, Lega Nord. Che si tratti di un evento innaturale lo capirebbero anche Tinky Winky, Dipsy, Laa-Laa e Po dei Teletubbies: c'erano più probabilità di trovare un licaone che allatta un koala orfano dietro le frasche del parchetto Leopardi. Riassunto: Il giorno 11 aprile la Vicesindaca di Campobasso pubblica uno scatto di lei con Salvini Matteo e dall’altra parte del globo muoiono diversi reporter di National Geographic. Per la serie "INDIMENTICABILIINCONTRI" è il titolo del post che la professoressa Chierchia sviluppa così: E dove altro se non nel cuore del Veneto e davanti allo stand della sua amata Lombardia potevo io imbattermi nel Salvini in campagna elettorale perenne? Eppure mi tocca rivelarvi, amici cari, un segreto: è stato lui a chiamarmi, a scocciarmi, a muovere petulanti richieste. Con il suo vocino da capitonino, mi ha chiesto, richiesto, quasi implorato di metterci una buona parola con il "nostro Zingaretti": Salvini vuole iscriversi al PD! BuonaGIO'. Se il significato del messaggio per molti era palesemente ironico e canzonatorio, per altri la decodifica non è stata poi così scontata. Qualcuno ha pure colto la palla al balzo per cavalcare l'onda della polemica giornaliera ma la Vicesindaca più volte ha ribadito la sua distanza non solo politica ma soprattutto umana dal personaggio Salvini. Ciò che non è chiaro, invece, riguarda la vera dinamica che ha portato i due a scattarsi una foto insieme. Il primo indizio a cui far assolutamente caso è proprio quella bella insegna in alto nel frame che spazza via ogni dubbio: "Lombardia, una straordinaria esperienza di gusto". Erano a Vinitaly ed erano per forza ubriachi. Ma c'è una seconda ipotesi: non erano ubriachi e con altissima probabilità la Chierchia aveva appena tirato fuori la 'mbosta da dodici chili confezionata a Capracotta e Salvini non aveva una foto di lui insieme al cibo da almeno dieci minuti. Terza ipotesi: la Chierchia si era ferita ad un dito affettando il salamino da mettere nella 'mbosta e l'odore del sangue ha richiamato il ministro che ha iniziato ad avvicinarsi prima girandole intorno due volte e poi sferrando l’attacco che ha ucciso tutti quelli che hanno guardato la foto per più di tre secondi. Quarta ipotesi: Salvini vede una bella donna dai capelli rossi e incuriosito le chiede"“di che parte sei?". Quando la Chierchia risponde "PD", Salvini traduce "Padova" e le chiede un selfie. Ma osservando attentamente l'immagine, sempre ad una distanza di sicurezza, è possibile infine trarre l'unica possibile reale conclusione: mentre Matteo ha l'espressione del bebè che finalmente ha appena espulso il tappo liberando otto chili di cacca nel pannolino, la Chierchia ha indubbiamente quella di colei che glielo sta cambiando. Cristina Salvatore Fonte: http://moliseweb.it/ , 18 aprile 2019.

  • La mossa del cavallo

    Carissimi Calimero e Giancarlo, ci sono cascato in pieno, come descritto in oggetto, ieri 1 aprile 2015, Calimero e Flavio sono riusciti almeno per mio conto a realizzare a pieno il pesce d'aprile 2015. Con grande stupore della maggioranza dei telespettatori, si sono scambiati i ruoli di presentatori, cioè Flavio Insinna lo abbiamo visto alla conduzione dell'Eredità e Calimero a quello di Affari Tuoi, e devo aggiungere che Calimero, presumo per fare lo spavaldo e difendere la categoria, cioè il suo collega Bonolis, il mattatore maleducato, che nella relazione di ieri "La mossa del cavallo" il sottoscritto ha massacrato di accuse pesanti. Quindi, Calimero, per solidarietà verso il suo collega, ha mostrato con forza il torace da petto di piccione e si è comportato nella stessa stregua, cioè da maleducato, nei panni di mattatore, prendendo in giro in modo persistente un concorrente alquanto diversamente abile nel linguaggio, originario e residente nella località: Capra Cotta, in provincia della Sgurgola. Proprio in una delle località citate dal sottoscritto, dove desidererebbe ritirarsi in pensione, oppure nd' luc' della buonanima di Z' Nculen' in località Putignano (BA), ovviamente, se dovessi essere risarcito dalle Istituzioni. Quindi ho ritenuto opportuno difendere a spada tratta un mio eventuale concittadino Sgurgolano. Calimero dal sottoscritto è stato bocciato da tale conduzione televisiva. Invece Insinna l'ho visto solo preoccupato di dover lasciare il suo ruolo iniziale di conduttore, dove effettivamente lo ritengo al giorno d'oggi insostituibile per il suo modo elegante ed umanitario verso i concorrenti. In ogni caso il pesce d'aprile è riuscito, ci sono cascato in pieno, ma questa sceneggiata non mi ha distratto dalla mia proposta iniziale, cioè quella di sottoporci appassionatamente  a core a core alla macchina della verità, con tutti i personaggi citati dal sottoscritto nella relazione di ieri titolata: "La mossa del cavallo", con il solo scopo di verificare chi sono i veri buoi che dicono cornuto all'asino sottoscritto. Cioè, di verificare chi sono effettivamente i bugiardi patentati oppure chi invece ha sempre detto la verità, come il sottoscritto, durante sedici anni di intensa attività politica. Concludo quindi, carissimi Calimero e Giancarlo, siete tutti sotto scopa, quindi se entro cinque giorni non riceverò Vostre notizie Vi aspetta uno sputtanamento colossale con la divulgazione di 10.000 volantini satirici. Quindi, tutti a sottoporci alla macchina della verità, presso la trasmissione Verdetto Finale, dal giudice dott.ssa Maccaroni, altrimenti sarete tutti sputtanati. E che sputtanamento Vi aspetta, al modo ed alla moda di: "Je suis Charlie", Pierre Samedì. Con una vignetta umoristica che rimarrà incisa per sempre nella storia. Ciao ed a presto spero... Pietro Sabato Fonte: http://www.nuovagenerazioneroma.it/ , 28 marzo 2015.

  • Fenomenologia cortinese

    L'Epifania (e la Guardia di Finanza) tutti i cinepanettoni si porta via. Eppure riguardando un vecchio film come  Il Conte Max (1957, regia di Giorgio Bianchi) si capisce che la tradizione è più antica di quanto si vorrebbe e che anche l'ultimo  Vacanze di Natale a Cortina , un po' bistrattato, deve molto a quel modello, molto precedente alla serie vacanziera inaugurata nel 1983. Non c'è solo - oggi - il De Sica figlio che ripete e iperbolizza i birignao del De Sica padre, vero conte Max Orsini Varaldo, che presta la sua identità all'edicolante Alberto (Sordi) che invece che trascorrere come ogni anno il capodanno "a Capracotta" decide di "vedere un po' di mondo", dunque sperimentare i lussi del vagone letto per puntare sulle Dolomiti. C'è anche una citazione forse involontaria: nell'ultimo  Vacanze , la coppia proletaria che oggi si direbbe aspirazionale, da sempre ingrediente fondamentale cinepanettonico, è anch'essa imperniata sul borgataro romano edicolante, oggi un efficace Ricky Memphis. Come ieri, il finto conte-edicolante Max, anche oggi l'edicolante (ma con orgoglio proletario) Massimo si mischia col "bel mondo" di aristocratici e bon vivants. Anche i luoghi sono gli stessi. Nel Conte Max, Sordi non riesce a essere ammesso al Cristallo, dove invece, grazie a un biglietto miracolosamente scontato su Internet, Massimo riesce a trovare posto e fare amicizia nientemeno che con Emanuele Filiberto. Insomma, nulla è cambiato in cinquant'anni di aspirazioni italiane, "Cortina è sempre Cortina". Com'è possibile? Lo si chiede a Giovanna Nuvoletti, giornalista, fotografa e anche scrittrice, che sta finendo proprio un romanzo ambientato a Cortina, luogo a cui è particolarmente affezionata, e di cui il padre, il mitologico conte Giovanni Nuvoletti, ha rappresentato forse il più importante personaggio simbolico. «Una delle attività principali di papà era presentare libri all'hotel Savoia. Era brillantissimo. Le signore della prima fila si entusiasmavano, si commuovevano, lo seguivano a bocca aperta. I mariti nelle seconde file, come sempre, lo invidiavano un po'» dice Nuvoletti figlia. Nelle  Finte Bionde (1989, vanzinianismo in purezza, film disconosciuto perché quasi sperimentale nel suo feroce iperrealismo documentaristico) il solito gruppo romano cerca posto in uno dei ristoranti carissimi all'aperto (probabilmente il Caminetto) e poi molto soddisfatto lo trova. Il cameriere dice: "siete fortunati, era il tavolo del conte Nuvoletti". Loro estasiati. Replica del cameriere: «il conte ha disdetto all'ultimo, ha detto che ci sono in giro troppi romani». Quello dell'amore dei romani per Cortina rimane un mistero, così come il mito stesso della "perla delle Dolomiti". Si è stati diverse volte, ed è sempre rimasto un dubbio: certo, il paesaggio è molto bello, il paese però non è niente di che, moderno, un po' cementificato. Ci sono tanti altri posti, l'Alto Adige per esempio, molto meno costosi, eppure Cortina rimane Cortina, almeno dagli anni Venti. Giovanna Nuvoletti mi fulmina subito: «La bellezza di Cortina non è discutibile. E sai perché? Perché è fatta dello stesso materiale di Capri. Le Dolomie, me lo diceva appunto mio padre, sono le stesse rocce dei Faraglioni. È quello che dà al paesaggio quell'aria inimitabile, le dolomie sono depositi legati al mare, e ai piccoli crostacei che anticamente conteneva. Il signor de Dolomieu li studiò...». Giovanna Nuvoletti ci ha fatto pure un anno di scuola a Cortina, la terza elementare. Il padre abitava nella famosa Villa Bella, di proprietà della seconda moglie, Clara Agnelli, sorella dell'Avvocato. C'è una famosa foto di lui con un maglione molto anni Settanta e un cappello con una piuma in testa e tre cani al guinzaglio. Giovanni Nuvoletti, mi dice la figlia, frequentava Cortina fin dagli anni Trenta, ci sono belle foto di lui che scia a fianco di Umberto di Savoia e Edda Ciano («una donna molto bizzarra ma originale e di qualità»). La sua storia è pure un po' da Conte Max o da Vacanze di Natale. Bel provinciale, due lauree, aitante e affascinante, riesce a entrare nel bel mondo «da giovane, prima di incontrare mia madre ma anche dopo, aveva avuto una fortunata carriera di seduttore di gran signore belle e annoiate. E nello stesso tempo affascinava i mariti con la conversazione e la cultura». «Nel mio primo romanzo, Dove i gamberi d'acqua dolce non nuotano più, per i capitoli ambientati negli anni Trenta ho utilizzato aneddoti veri che mio padre mi andava raccontando, pochi mesi prima della sua morte. Lì si capisce bene come ambienti elitari fossero spesso in ricerca di personaggi affascinanti e brillanti... anche mia madre Adriana Pellegrini, di nascita borghese, ma dotata di bellezza strepitosa, di naturale eleganza e di umorismo frizzante fu adottata dagli stessi ambienti». Quando Nuvoletti sposa in seconde nozze Clara Agnelli, già maritata Fürstenberg, nell'Italia degli anni Cinquanta è uno scandalo. Nuvoletti non nasce conte, «viene adottato, il titolo di conte lo ricevette negli anni 70 da uno zio, Perdomini, conte in quanto discendente da antico figlio illegittimo della famiglia Gonzaga. Naturalmente, poiché i titoli nobiliari avevano da tempo perso valore legale, la cosa fu soprattutto decorativa. Famosa è la battuta di marina Cicogna, che lo definiva l'autonobile, con allusione Fiat». La leggenda vuole che l'Avvocato abbia sempre provato fastidio nei confronti di quel cognato, elegante e eccentrico forse più di lui. «Non credo si trattasse di rivalità dandistica, quanto il fastidio di ritrovarsi in famiglia uno che in fondo non era nessuno ma aveva qualità impagabili – e poi esisteva fra loro anche il riconoscimento reciproco di notevole intelligenza... un rapporto agrodolce, direi». Nuvoletti, che scrive due romanzi,  Un matrimonio mantovano e  Un divorzio mantovano , che rifonda e presiede l'Accademia italiana della cucina, si diverte anche a interpretare piccole parti al cinema (tra cui l'indimenticato chirurgo Azzerini nel Prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue), anche qui dunque cinema e anche qui Alberto Sordi. La Cortina che racconta Giovanna Nuvoletti è molto diversa da quella vanziniana. Giovanna Nuvoletti, che dirige anche la internettiana Rivista Intelligente , l'ultimo cinepanettone non l’ha visto. «Dai trailer mi sembrava che la neve fosse finta, e che fosse stato girato in un altro posto». «Ho ricordi di un posto di bellezza abbagliante», mi dice invece. «I miei primi soggiorni risalgono agli anni Cinquanta-Sessanta, allora era frequentato da intellettuali, artisti e aristocratici "sublimi". Esisteva una vera religione dello sci, e chi meglio sciava era un dio in quegli ambienti. Era tutto molto semplice ed elegante. Risultava naturale frequentare i migliori maestri di sci, che raccontavano le storie della loro valle, e portavano la loro giovanile energia in ambienti assai raffinati». Ma la cafonalizzazione di Cortina allora quando è cominciata? C'è un momento preciso? «Le serate me le ricordo soprattutto negli anni '70, le mie. Si andava poco nelle case, eravamo giovani. Si frequentavano molto i rifugi e le baite, dove si mangiavano canederli, maiale affumicato, e si bevevano svariate abbondanti grappe. Ho un vago ricordo di esser stata portata da mio padre a ricevimenti in case, in appartamenti travestiti da baite, un po' kitsch, con industriali vari». Gli anni Settanta, momento del trapasso? «Allora è cominciata una certa invasione di generone romano, le cui rappresentati femminili si coprivano d'ori anche in pieno giorno, e non sapevano neanche sciare». Sempre questo amore da parte dei romani. «Vengono a Cortina da tempi antichi. Parlando dei miei amici romani, non erano cafoni, ovviamente non venivano su il week end, ma possedevano case dove si trasferivano con figli e bagagli per intere estati e tutte le vacanze invernali. Poi c'erano anche i romani cafoni, ma finché sono stata minorenne mi era proibito frequentare gente maleducata». Veneti e romani. «Anche calabresi». Di sicuro il target cortinese non contempla «lombardi, liguri e piemontesi», cioè le terre dell'understatement, «non solo, oltre alla sobrietà hanno loro montagne più vicine». La definitiva mutazione pre-Suv c'è stata negli anni Ottanta, 1quando hanno cominciato ad affacciarsi signore in Ferrari Testarossa con moon boots di pelo e gioielli di pomeriggio». Poi naturalmente la mania del dirndl , il costume tipico ampezzano. La mia impressione è sempre stata che tutte queste signore che si affacciano su Corso Italia in direzione Cooperativa (il supermercatone sulla via principale che è un po' il luogo cult di ritrovo, dove si possono trovare ragazzini in Moncler e col Blackberry, e le cui buste della spesa in tela gialla con una margheritona stilizzata sono spesso sfoggiate come status symbol di ritorno a Roma), con gonnoni a fiori e bustini a stelle alpine non si abbiglierebbero mai in questo modo nelle località di provenienza, nemmeno pagate molte decine di migliaia di euro. «Il dirndl per noi vecchie frequentatrici di Cortina era religiosamente riservato alle oriunde. Avevamo rispetto per gli usi locali. Alcune di noi ne avevano uno in seta, a volte antico, che però sfoggiavano solo nelle case, alle feste – magari per un carnevale chic. Ma mai assolutamente di giorno, per il passeggio». Poi gli anni Ottanta. «Ricordo che mio padre aveva rinunciato, non so perché a sciare. Passeggiava con Clara sulla strada della ferrovia (quando ci fu), e tornava sempre dal paese ridendo. Ormai l'eleganza non era più regina delle vie di Cortina, punteggiate di vistosi e goffi nuovi ricchi impellicciati dalla cima della testa alla punta dei piedi. I cafoni cortinesi dell'ultimo anno che sono passata a Cortina, doveva essere il 2007, erano assolutamente divini. Signore della bassa in dindrl e Gucci. Signori dalla faccia unta e losca in Ferrari». Pellicce, Ferrari, dirndl, gioielli. É forse l'unico posto in cui si possono trovare ancora maschi adulti che in pieno pomeriggio passeggiano con cappotti di visone, mantelli di leopardo. Ma non sarà che alla fine Cortina piace sempre ai (nuovi) ricchi proprio perché alla fine è un mite paesotto democratico, col suo Corso, i suoi riti tutto sommato semplici, non dissimili da quelli di provenienza, e nessuna discriminazione per il new money . Forse a St. Moritz o a Gstaad si avrebbero ben altre difficoltà, non solo linguistiche. Massimo Boldi, un'autorità, ha sostenuto che qui ci sono soprattutto finti ricchi: «tanti di quelli lì che si fanno vedere impellicciati e col macchinone spesso sono dei poveracci. Per pagarsi la vacanza da ricchi fanno un prestito da 15 mila euro e poi lo pagano con le rate». Ma Nuvoletti smentisce sdegnosamente: «coi prezzi che ci sono attualmente a Cortina i finti ricchi certo non possono arrivarci. È difficile anche per me che appartengo al ceto medio». Michele Masneri Fonte: https://www.rivistastudio.com/ , 12 gennaio 2012.

  • Calciomercato mon amour

    Come ogni anno impazza nell'estate il calciomercato. Acquisti, scambi, pettegolezzi e manovre delle squadre in vista della nuova annata sportiva sono il sale che da anni ormai condisce le vacanze del tifoso italico. Voci vicine all'ambiente danno la Juventus sempre più vicina a Pedro Luiz Miralcros fortissima ala spagnola. La squadra torinese ha previsto un ingaggio triennale per 14 milioni di euro al mese. Il giocatore intervistato a proposito ha commentato: "Es siempre estado mi sueno poder jugar en e la Juventus. Jo soy grande tifoso. Jo amo molto Italia. Italianos muy caloroso!" Il Chelsea da par suo non è certo rimasto a guardare, rilanciando con un offerta di 25 milioni di euro al mese più un bonus di varie zoccole siberiane al giorno per 5 anni da scegliersi a catalogo, gentile omaggio del presidente Abramovich. Il giocatore intervistato a proposito ha commentato: "Es siempre estado mi sueno poder jugar en e la Chelsea. Jo soy grande tifoso. Jo amo molto Englatera. Englesos muy caloroso!" L'Inter invece sta procedendo ad una massiccia campagna acquisti per il completamento del suo parco giocatori. La società prevede di portare l'organico a 134 effettivi, tra i quali 118 stranieri, 6 allenatori ed un piano di allargamento dello stadio di san siro, con inserimento di altre 4 porte, per poterli farli allenare tutti insieme. Scetticismo da parte dei bene informati sulla mozione presentata alla federazione per aumentare il numero di giocatori per squadra da 11 a 33. Le piccole squadre da par loro si danno da fare pur con budget diversi. L'Atalanta ha ingaggiato tre squadre intere del Mali per cinque anni allo stesso costo complessivo di una serata in discoteca del bomber Vieri. I giocatori, tutti sprovvisti si permesso di soggiorno e di età media inferiore ai 16 anni, sono stati gentilmente accolti da una delle società sponsor della squadra bergamasca ed impiegati come lavoratori part time in una fabbrica di polenta taragna. La Roma punta invece sui gioielli di casa, sempre alla ricerca del nuovo Totti. Quest'anno farà il suo debutto in prima squadra il giovanissimo Brando Capracotta, diciottenne di belle speranze, che dopo essersi messo in evidenza in un'unica apparizione nella nazionale giovanile, dove ha segnato con un fortuito rimbalzo della palla sotto l'ascella, ha visto crescere le sue quotazioni in una sola settimana, fino alla ragguardevole cifra di 4 milioni di euro al mese. Intervistato dai giornalisti sportivi Capracotta ha commentato: "Aho, ce lo so che so ffortunato cioè li regazzini deveno annà a scola e io nun è che annavo tanto bbene, speciarmente nitaliano, però ce lo sai che è, io annavo aggiocà cogli amici mia che se conoscemio de quanno che eravamo regazzini e semo cresciuti nzieme... cioè mo, mmagari cioè spero che er mister me facci ggiocà perche se lo decide er mister pe' Capracotta va bbene, che io possò pure sta'n panchina se nun me fa ggiocà, poi io aspetto er momento bbono, m'alleno, cioffiducia ner mister, che lui ce parla a nnoi ggiovani, poi ce Totti, grande France', speramo de fa bbene, io m'alleno, e me metto a disposizzione d'a squadra..." Protagonista indiscussa del calcio mercato sarà quest'anno, ancora una volta, il Real Madrid. Dopo Zidane, Owen, Roberto Carlos, Beckham e tutta una serie di nomi illustri del calcio ingaggiati negli anni precedenti, la compagine madrilena si appresta a mettere a segno una campagna a dir poco inarrivabile. Già chiuso l'affare per l'acquisto di tutta la nazionale argentina al completo, a Madrid si danno ormai per certi gli arrivi di Pelè, Maradona, Rumenigge, Baggio e tutta una sfilza di leggende del passato riesumate per l'occasione a prezzi faraonici. La cifra complessiva per questa operazione non è ancora ufficialmente nota, ma i bene informati azzardano una stima pari all'acquisto di un pianeta del sistema solare con tutti i satelliti. Il soprannome di "galacticos", mai come in questo caso, sarà meritato. A margine delle varie notizie di calciomercato ha destato scalpore il singolare caso di Elio De Magistris, un brillante laureato in fisica teorica. Il giovane scienziato, dopo la scadenza dell'ennesimo contratto di collaborazione a progetto a 750 euro al mese, è balzato agli onori della cronaca per avere rapito e segregato il coetaneo Mirko Frucchi, terzino della Fiorentina. De Magistris sfruttando l'incredibile somiglianza fisica con il Frucchi si è per lui spacciato presentandosi qualche giorno fa al ritiro estivo della squadra. Il suo piano per sperare in un futuro migliore è però andato storto. Già insospettiti dall'ottimo eloquio del De Magistris, capace addirittura di coniugare il congiuntivo ma sfortunatamente scevro di nozioni calcistiche, i compagni di squadra non hanno avuto più dubbi quando il giovane, al primo passaggio ricevuto, ha raccolto la palla con le mani, urlando "gol". Obongo Fonte: http://www.obongoforever.com/ , 19 giugno 2007.

  • Emma Simonetti e il profilo di Quirino Leoni

    Il profilo in bianco ritagliato è quello di Quirino Leoni (1828-1897), pittore, poeta e copista nella Roma papalina alle prese con la Breccia di Porta Pia. Cattolico e liberale, Leoni fu esiliato dallo Stato pontificio nel 1863 perché membro attivo del Comitato nazionale romano, di cui facevano parte «persone rispettabili e stimate», esponenti dell'alta borghesia cittadina e mercanti di campagna dalle infiammate idee mazziniane. Quel volto ritagliato, dicevo, è opera di Emma Simonetti, cantante, pianista, artista a tutto tondo che nel 1896 aveva sposato l'archeologo Lucio Mariani. Cresciuta in una famiglia di artisti e madre di altrettanti uomini d'arte e d'intelletto (tra cui lo storico dell'arte Valerio Mariani e la bibliotecaria Lucilla Mariani), la Simonetti realizzò il profilo di Quirino Leoni nel 1900 e lo fece a Capracotta, la stazione climatica nella quale confluiva la crema della borghesia e dell'aristocrazia romana e napoletana. Quel ritaglio autografato dalla Simonetti è diventato, assieme a tanti altri, un oggetto d'antiquariato che non è difficile reperire sui siti di aste online. Probabilmente Emma Simonetti Mariani ritagliò il profilo di Quirino Leoni, tipicamente primonovecentesco, sulla base d'una stampa che aveva trovato a Capracotta o che aveva portato con sé in vacanza. Il fine era forse quello di utilizzarlo in futuro per eventuali copertine a mo' di sovrimpressione, tecnica antesignana del moderno fotomontaggio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Amici dei Musei di Roma, Bollettino dei musei comunali di Roma , vol. XXX, Gangemi, Roma 2016; C. Hugo, Rome en 1886: les choses et les gens , Imp. Nationale, Paris 1886; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Sacchi Lodispoto e S. Spinazzè, Attilio Simonetti. Pittore alla moda e antiquario a Roma: 1843-1925 , Berardi, Roma 2019; M. E. Tittoni, Protagonisti del Risorgimento a Roma. Aristocratici e mercanti di campagna , in AA.VV., Il Risorgimento dei romani. Fotografie dal 1849 al 1870 , Gangemi, Roma 2011.

  • La fontana delle Croci, o del Calvario

    Una delle tre "facce da bronzo" che nel tempo passato ha appagato gli uomini e gli animali tormentati e assetati, appartiene a questa fontana che, come le due di quella di San Giovanni, ha un'età risalente al 1890. Il suo nome è lo stesso del quartiere di Capracotta più in quota, generalmente sferzato dai freddi venti di origine balcanica, dovuto alla presenza di una sovrastante croce del Calvario, eretta dell'eremita Gaetano Fiadino. Durante la Via Crucis del Venerdì Santo quello è il luogo della tredicesima stazione della Passione di Gesù Cristo, ma spesso, per il freddo intenso e il forte vento o per la presenza di neve, non è stato possibile effettuare la relativa funzione religiosa. In passato la zona circostante la fontana era invasa da un numero incalcolabile di animali di grande e piccola taglia che caratterizzavano la fiera dell'8 settembre, un mercato multilingue, visto che i dialetti dei paesi limitrofi erano fuori del comune per noi capracottesi! Era quello il giorno in cui si acquistavano i maialini da ingrassare e macellare nel periodo invernale con l'augurio vanaglorioso da parte dei venditori: – Che ti si possa spezzare la trave di casa che lo sorreggerà. La risposta degli acquirenti stava in un sorriso di cortesia con malcelata seccatura, poiché pensavano che a Capracotta, in moltissime case, la trave in oggetto poteva flettersi ma mai spezzarsi. A tal proposito mi torna in mente la particolare ed enigmatica considerazione di mio nonno che aveva il vezzo di informarmi che a Capracotta vi era sì la ferrovia ma che sicuramente non avrei mai udito il fischio del treno! Filippo Di Tella

  • Risveglio

    È triste, doloroso, ammettere il fallimento. Quella sera, la testa sotto il cuscino del divano, Chiappone rifletteva sul bilancio in rosso della sua vita. "Sono un buono a nulla, altro che amministratore", disse al cuscino, senza trattenere un orribile singulto. Per la vergogna, la rabbia, la delusione, si era ingozzato di tonno e cipolle. A stomaco liberato, tornò a riflettere sul da fare. Lanciarsi dalla finestra o simili azioni neanche a parlarne, visto come era andata la volta delle piattole. Piuttosto c'era da prendere una decisione, a costo del licenziamento. "Chiamo Tinazzi e mi dimetto", decise, dopo un tormento di rutti e sensi di colpa. Prima che afferrasse la cornetta squillò il telefono. – Sergio carissimo, sono Tinazzi. Buonanotte, pensò Chiappone, avrà saputo del corso. – Sei tu, Marco? Stavo per chiamare e dirti tutto. – Ho telefono apposta – , lo interruppe Tinazzi. E mi chiami ancora carissimo? – Una potenza, Sergio, sei stato una vera potenza. Ho parlato con Baro e Caramella. Sono entusiasti. Pensa, dopo essersi complimentati, mi hanno chiesto dove avessi trovato un talento come il tuo. – Allo zoo, gabbia dei babbuini – , rispose amaro Chiappone. Avvertiva ancora dolore, dopo quella rozza perquisizione. – Dai, Sergio, non fare il cretino. Caramella mi ha raccontato tutto. Si è trattato di una messinscena, è la prova di iniziazione che fanno ai nuovi. – Anche il dito in culo? Si sentiva preso in giro, anzi, a essere precisi, per l'oggetto della perquisizione. Lui era soltanto un professore, cosa poteva saperne di quelle nuove tecniche, di diavolerie da colloquio di assunzione. – Il dito? Certo, anche il dito fa parte della procedura. – La voce dell'amico era dolce e suadente, come fa una madre col suo piccolo. – Devi capirli, Sergio. Data l'importanza della carica, vogliono essere sicuri, devono verificare che il nuovo entrato sia una persona per bene. Perciò l'accusano ingiustamente di aver rubato, per verificare come reagisce. Test di ingresso, esame delle reazioni. E se fosse uno scherzo della fantasia? e se dall'altro capo del filo non ci fosse nessun Tinazzi ma solo la proiezione dei suoi desideri? Chiappone indugiò a riflettere. Era già successo ad alcuni colleghi. Devastati dalle frustrazioni di quel lavoro, ansiosi di una pur minima gratificazione, si erano inventati chi l'annuncio dell'arcangelo Gabriele, chi la consegna delle tavole della legge e chi la telefonata del re di Svezia, con tanto di assegnazione del Nobel per l'erboristeria. – Cosa posso fare per convincerti? – , supplicò allora Tinazzi, dopo che Chiappone gli ebbe confidato queste sue paure. Dall'altro capo un sospiro sofferto, attimi infernali. Che fare? Dimmi, luna, dimmi che fare! Credere per davvero di non essere affetto da allucinazioni e, di conseguenza, risorgere a nuova vita? Oppure... oppure dare con la testa contro il muro!? E dormire, sììì, dormire! Beninteso, dopo ricovero in apposita struttura convenzionata e previa attestazione "che il paziente è affetto da prostatite acuta di sospetta origine alimentare". Basta! Chiappone decise di andare incontro alla sua sorte. – Chiudi, Marco. Ti richiamo per un controllo. Mentre componeva il numero accarezzò forte il casco. C'è bisogno di affetto prima dell'abbraccio col fato. – Fesso, mi credi adesso? – , rispose Tinazzi dopo due squilli. E Chiappone pianse calde lacrime di affetto. Nel congedarsi fece in tempo a dire: – Prima che mi dimentichi, Marco... quella somma. Sai, non penso ad altro, ci passo intere notti, non riesco a dormire. – Eeeh, quanta fretta. Appena una settimana di lavoro e già chiedi lo stipendio? Dopo il terribile spavento decise di rimuovere l'esperienza del corso. Certo, permaneva il ricordo di quell'indice nodoso, ma vuoi mettere il fastidio alla prostata col paradiso del doppio lavoro? Una dimensione nuova, tutta da assaporare, incrinata appena dal mistero della facciata del condominio Tinazzi. Malgrado ne studiasse i particolari non vi scopriva niente di anormale. Intonaci e cornicioni degni di un Palazzo Ducale, pittura nuova di zecca, tetto da paese dei campanelli. "Che bel palazzo", concluse in estasi, dopo un lungo appostamento. "Vattene, maiale, o chiamo la polizia!", gridarono dall'alto. Era stato scambiato per un lurido guardone. Fatta eccezione per il deprecabile insulto, riferì tutto all'amico, disse che, a suo giudizio, non c'era bisogno di alcun intervento. Tinazzi s'incavolò di brutto, fece anche la ramanzina. – Hai già dimenticato gli insegnamenti di Caramella? – , e poi: – Sei andato dalla signora Capracotta? Non c'era andato no, dopo l'incidente del trinciapollo. O la screanzata porgeva le sue scuse o non avrebbe mai messo piede in quella casa. Tinazzi fu irremovibile, giunse a minacciare la revoca dell'incarico. Chiappone fu perciò costretto a chinare il casco. Per forzare le resistenze della signora decise di servirsi dall'allievo Ugatti, esperto in scasso di serrature, teche di faraoni e organi vari. Il giovane era anche un fior di ragazzo e, attraverso lo spioncino, impose le sue doti di rubacuori. La Capracotta si lasciò subito concupire. Prima disse "un attimo solo e apro", poi corse in camera per agghindarsi come una pornodiva in pensione e infine spalancò porte e quant'altro. Alla sua vista l'allievo Ugatti, cui dai sette ai novantacinque andavano bene tutte, senza nemmeno dire buonasera, si avventò sulla signora e prese a succhiare dappertutto. Figuriamoci quella. Ricambiò prontamente, lì, su due piedi, in sala di ingresso, sollazzando il giovanotto con una magistrale lezione di arte della fellatio. Sebbene spettatore di stupro a una settantenne, Chiappone pensò bene di non intervenire. Lasciati i due amanti, ora impegnati in un amplesso in stazione eretta, varcò il fatidico balcone e prese a ispezionare con la lente. Due ore durò la caccia alle mosche, due ore di inferno, tra gemiti e cigolii provenienti da dentro, cui si aggiunsero gli schiamazzi di una pornotroupe accorsa a filmare l'evento. Malgrado il clima di eccitazione riuscì a individuare il guasto, una lieve fessura tra i marmi di un frontalino. Visto che c'era associazione, chiese alla troupe di riprendere la crepa, cosa che fu interpretata come una variante naif alle scene in ingresso. Nell'andar via provò a chiamare Ugatti, ma non ci fu niente da fare. Era strafatto di cocaina, coinvolto in un gioco a tre con la governante della Capracotta e pare avesse lucrato succosi diritti. Durante la proiezione espresse di nuovo i suoi dubbi all'amico. "Sei proprio sicuro che si debba intervenire?". D'accordo che i soldi vengono prima di tutto, va bene per l'avanzamento nella scala sociale, ma certe correlazioni iniziava a farle anche lui. – Sicuro??? – , sobbalzò Tinazzi. – Ma l'hai vista quella fessura? Hai pensato ai danni a terzi che può arrecare? – No. – Te lo spiego io, ignorante. La disamina di un ingegnere va rispettata, specie se tu sei un modesto professore. Per farla corta, il Tinazzi partì dai monsoni australi, adombrò con accortezza lo spettro dello scioglimento dei ghiacci, per approdare alla faglia di San Ciro, al catastrofico terremoto di Milano Marittima e all'eruzione del monte Argentario. "Ammazza!", fece Chiappone, "quanto sono ignorante" e convenne che il balcone avrebbe costituito una seria minaccia in caso di ripetizione simultanea di quegli eventi. L'ammissione di ignoranza gli fece venire in mente qualcosa d'altro. – A proposito, Marco, vorrei sempre parlarti di quella sommetta. – Uffa, come sei assillante! Credo di essermi già espresso con chiarezza: regoliamo tutto a fine mese. – Dopo l'assemblea di condominio? – , azzardò Chiappone, visibilmente perplesso. Aveva perso dei chili, a furia di passare le sue notti sulle carte. Intanto si guardava intorno. A parte due panche, un lenzuolo alla parete e il proiettore, il salotto di Tinazzi non esisteva. Mancavano i pavimenti, i muri erano grezzi, gli infissi divelti. Perfino il bagno, che un tempo aveva ospitato una piscina tropicale, era ridotto a una caverna. Un gran buco al centro lasciava intendere dove l'amico sfogasse le sue incombenze. Chiese il motivo dello sconquasso. – Niente – , minimizzò Tinazzi. – M'era venuto a noia. Ho deciso di rifarlo diverso. "Che gran signore il Marco", pensò Chiappone."“E che amico. Mi aiuta anche a spedire le lettere di convocazione di assemblea". Questa si tenne direttamente a casa Tinazzi. Erano presenti Chiappone, l'amico, i carabinieri e due corazzieri. Nessuno dei condomini aveva risposto all'appello. – Che facciamo? – , domandò perplesso l'amministratore. – Niente, procediamo lo stesso, ho due deleghe. All'unanimità Chiappone fu nominato presidente dell'assemblea. – Fai le somme – , ingiunse Tinazzi porgendogli le deleghe. Dopo un turbine di calcoli, durante il quale perse venti chili, finalmente lesse il risultato: Condomini presenti: l'ingegner Marco Tinazzi. Per millesimi 50. Presenti per delega: Il dottor Mele e il cavalier Costacurta. Per un totale di millesimi 450,1. Assenti: gli altri ventotto. – Ma il Mele e il Costacurta non sono quei due poveretti del quinto piano, l'uno non vedente e l'altro schizofrenico grave? – , insinuò Chiappone. – Zitto! – , lo fulminò Tinazzi. – Perché, cosa ho detto? – Si parla tanto di legge sulla privacy e tu vai a spifferare in pubblico i guai della gente? Vuoi che finiamo tutti in galera? Chiappone si grattò candidamente la cocuzza. – Ah già, la legge, hai ragione”. – Cari condomini – , ruppe gli indugi Tianzzi, – visto che è presente il cinquanta per cento più uno dei proprietari, l'assemblea è validamente costituita. A quelle parole Militi e Corazzieri scattarono sul saluto militare. Da fuori giunsero le note dell'Inno di Mameli. "Che gran signori, che classe", restò ammirato l'amministratore. "Altro che buffonate della scuola!". – Presidente! – , invocò Tinazzi. Subito i corazzieri si affiancarono a Chiappone che scattò sull'attenti e gridò: – Agli ordini! – Comodo, comodo – , largheggiò l'amico. – Vogliamo dare lettura del verbale della seduta precedente? – E dove stiamo, a scuola? – Poiché era stato centrato da un'occhiataccia, aprì il librone e si inventò di suo: – In virtù dei poteri a me conferiti... – Ma che dici? Cosa farnetichi, cretino! – , fu costretto a intervenire Tinazzi, che poi aggiunse: – Chiedo la parola. – Prego, che le tue parole sien conte – , fece Chiappone, che era un fanatico della Divina Commedia. "Sì, i conti. Li facciamo dopo. Una volta per tutte". – Signori – , attaccò Tinazzi, rivolto ai corazzieri, – non vi annoierò con i discorsi che hanno infiammato le precedenti riunioni. Tutti ormai siete convinti che non si debba più frapporre tempo al tempo. Il condominio, la nostra casa comune, è a un passo dal disastro. No, no, vi prego, non c'è bisogno che aggiungiate altro. Già sento il vostro grido di dolore, già scorgo l'ansia, la paura, negli sguardi smarriti dei vostri figlioletti. Qualcuno di voi è venuto perfino a bussare alla mia porta, a chiedere di intervenire, di fare presto, prima che il tetto ci crolli addosso. Per tale motivo non indugerò sul terremoto di Milano Marittima o sulla faglia di San Ciro. Vi mostro subito i preventivi delle tre ditte prescelte dal nostro amministratore. Prego, ragioniere, legga pure. – Due cose, prima di cominciare – , fece Chiappone, schiarendosi la gola. – Questo non è previsto. Tu devi leggere e basta. – Primo, io sono un professore. – Sì, sì, andiamo avanti. – Inoltre, la Caramella Lavori società di fatto, la Carpenterie Edili società individuale e la Caramella Holding Costruzioni, io non le conosco affatto. No, tanto per l'esattezza. Tinazzi levò gli occhi al cielo, sbuffò platealmente, fece un cenno ai carabinieri. I due, estratte le manette, presero ad agitarle con noncuranza. Cosa che lasciò Chiappone un po interdetto, anche perché, a pensarci bene, uno di quei due era Cartonazzo Michele, noto allibratore al cinodromo comunale, e meglio conosciuto come Michele Tressette, tale essendo la quota che offriva, a prescindere dal cane. "Anche lui arrotonderà col doppio lavoro", sospirò tra sé Chiappone, prima di leggere i preventivi. Questi, come ogni gara che si rispetti, risultavano di ardua interpretazione. Chiappone li compulsò scorrendo a turno ora l'uno ora l'altro: – Due milioni e ottocento, questo è il primo. Poooi... – sudava come un animale tra quelle cifre – un momento che ora leggo eh – e inforcò due cannocchiali per decifrare il carattere minuscolo – duuue, due milioni e ottocentouno, giusto! – qui venne il turno di una rassicurante lisciatina al casco –, e ora il terzo... ma dov'è il terzo? – Ce l'hai davanti, stupido! – , uno dei corazzieri. – Uuuh, che scemo, non avevo visto. Il terzo preventivo è: due milioni ottocento virgola cinque... – Tutto per mille, naturalmente – , intervenne paonazzo l'amico. Era anche lui madido di sudore. Fremeva, si agitava sulla sedia, incrociava in continuazione lo sguardo di Tressette. – Mille? – , fece Chiappone, candidamente. – Dai, Marco, vabbene che sono agli inizi, ma mettersi a sottilizzare per mille lire! – Maledetto, io ti strozzo! – Marco, che ti è preso? non ti avevo mai visto così agitato – , cadde dalle nuvole l'amministratore. L'altro capì l'errore e si armò di pazienza. – Procediamo con calma. Ti pare mai possibile che un intervento così radicale costi soltanto due milioni? – No eh? – No di certo! Quindi... – Quindi? – , incalzò Tressette. – Quindi... Come il sole di oriente, che a poco a poco semina i suoi raggi, e lividi bagliori spande nel buio, timidi dapprima, poi ardimentosi, similmente accadde nell'aere di Chiappone. Mise insieme Baro, Caramella e la fessura, rivisse l'esperienza del dito in culo e finalmente approdò all'aurora del risveglio. – State dicendo che quei preventivi vanno moltiplicati per mille, che quindi valgono miliardi. Capito bene? – E c'era bisogno di fare mezzanotte per arrivarci? – , disse un corazziere al Tinazzi. – A proposito, Marco – , aggiunse levandosi il cimiero, – ci pensi tu a includere casa tua... nel tutto? – Già fatto – , annuì Tinazzi, accennando alla lista dei millesimi. Alzatosi in piedi, proclamò solennemente: – Propongo che si passi senza indugi alla votazione. – Votano anche loro? – , chiese a quel punto Chiappone, indicando Tressette, il compare e i due colossi. – Vuoi sfottere? – Per carità, ci tengo allo stipendio. Lo chiedevo perché temo non ci sia la maggioranza qualificata. – Ma se abbiamo 500,1 millesimi!? – Duecentocinquanta virgola zero cinque, prego – , corresse Chiappone. Un ghigno amaro, frutto di mille disincanti, gli storse le labbra. – Ho provato a fare la somma dei millesimi condominiali – , spiegò all'amico. Che rispose con un basso insulto: – Perché, ne sei anche capace? – Hai ragione, pensavo di non esserlo, visto che mi usciva sempre duemila. E dire che ce la mettevo tutta. Notti intere, ore e ore di lezione passate a bisticciare con quei millesimi. Sai, Marco, è lì che ho temuto di impazzire... Tinazzi lo ascoltava con le mascelle contratte. Era impallidito e palpava con insistenza la giacca. Un istante prima Tressette gli aveva allungato qualcosa che prontamente aveva infilato in tasca. – Che bestia, mi dicevo – , stava proseguendo Chiappone, – nemmeno una semplice addizione so fare. Eppure lo sanno tutti che quella somma è uguale a mille. Ieri, tornando da casa tua – a proposito, a quando la festa di inaugurazione? – mi sono fatto coraggio e ho consultato il regolamento condominiale. E finalmente ho capito. – Fermi! – , fece a quel punto Tinazzi, a corazzieri, Tressette e secondo carabiniere. Erano scattati in piedi, chi con la molletta, chi con manette e chi con elmo impugnato a mo' di clava. – Dimmi un po', cosa avresti capito? Chiappone a sua volta brandì il casco, lo strinse sotto l'ascella come un pallone di football americano. – Semplice, che il fesso non ero io ma gli altri ventotto poveracci. Qualcuno aveva cancellato i millesimi veri col bianchetto, sostituendoli con altri moltiplicati per due. Ecco perché la somma fa sempre duemila. Ed ecco perché alle assemblee c'è sempre il numero legale. Chi vuoi si prenda la briga di controllare, e chi vuoi si accorga che sulle lettere di convocazione la sua quota è moltiplicata per due. Con questo accorgimento un totale di presenti per 500,1 millesimi fa maggioranza. Peccato nessuno sappia che è su base duemila. – Ehi Perry Mason! hai mai pensato a metterti in affari? – Senza il cimiero anche quest'altro corazziere era riconoscibile. Si trattava del galoppino di Tressette, un marcantonio che il principale spediva dagli scommettitori insolventi. Chiappone non gli diede retta, continuava a fissare Tinazzi. – E pensare che ho cercato anche di avvisarti. Non so quante volte ti ho parlato di quella somma che non tornava. Ma, come ogni furbo, non hai mai sospettato che fossi sul punto di scoprire tutto. Voialtri, gente di affari, siete convinti che il mondo si divida in svegli e fessi... – Tu sei matto –, esclamò con forza Tinazzi. Continuava ad asciugarsi le mani sul vestito, trattenendo a stento l'agitazione. – Tu vaneggi, Sergio, hai bisogno di cure. – Me lo dicevi anche a scuola, Marco. Quando sedevamo allo stesso banco e consumavo tre stilografiche al giorno. Bastava che mi voltasi e spariva la penna. Se ti incolpavo del furto scoppiavi a ridere, ricordo ancora quel sorriso beffardo, quei tuoi occhi irridenti. Arrivasti perfino a dire che soffrivo di allucinazioni. – Ne ho la conferma, adesso. – Come era paranoia l'accusa di aver spalmato il burro del mio panino al salame sulla sedia del professor Anfosso. Cercai di spiegarlo al preside ma figurati lui, mettersi contro la famiglia Tinazzi: mi accusò di incolpare un innocente. Ebbi cinque mesi di sospensione, perché quel poveretto, scivolando dalla sedia, si era fracassato il culo. – Il burro apparteneva al tuo panino, ci furono i riscontri della Scientifica... – Che però si rifiutò di ascoltare la testimonianza di Fattori. Te lo ricordi Fattori? quel compagno un po' sordo, a cui avevamo appioppato il soprannome di Sordello? Ti aveva sorpreso durante l'intervallo, mentre spalmavi il burro. Purtroppo nessuno volle prestargli fede. Dissero che era menomato... La pistola di piccolo calibro brillò alla luce delle fotoelettriche. A Tinazzi tremava il polso, non era adatto per quel tipo di lavoro. Chiappone, che la conosceva bene la morte, fosse biologica o civile, non si smosse. – ... come se un sordo non ci vedesse – , concluse con amarezza. Per scoppiare a ridere di un riso altrettanto amaro, interminabile, come la vita di uno statale. Poi smise di colpo, si fece serio, c'era da sistemare l'ultima tessera: – Visto che devo morire, desidero rammentarti uno degli insegnamenti di Caramella. In casi del genere, nel ripartire le spese di lavori comuni, bisogna dividere per mille la quota del condomino più importante. Tanto, chi vuoi che vada a controllare se ha pagato cento milioni oppure centomila lire? – Fuori! sparisci – , gli fece segno Tinazzi con la pistola. Durante la requisitoria di Bertoglio aveva avuto modo di riflettere. Non c'era uno straccio di prova che confortasse quelle accuse bislacche. Certo, rimaneva il bianchetto, ma si fa presto a tirarlo via col diluente. Poiché Chiappone era rimasto fermo al suo posto, fu costretto a ripetersi. – Vattene, sei libero, mi hai sentito? – A cosa devo? – È da stupidi sporcarsi le mani per un coglione. – Le tue sono già sporche di burro – , rispose secco Chiappone, prima di infilare il casco e affogarvi i pensieri. Carlo Capone Fonte: C. Capone, School River , Lulu, Raleigh 2010.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | Statuto | Contattaci

​

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943​​​

bottom of page