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  • Del tempo e dell'eternità

    Nell'Italia centrale vi è un piccolo villaggio in cima a una montagna, di nome Capracotta, che domina la valle del fiume Sangro. Nel dicembre del 1943 si combatteva giù in quella valle. La neve era pesante e si dovettero riportare i feriti lungo un ripido e tortuoso sentiero di mulattiere. Fu un viaggio duro di quattro ore e molti morirono perché esposti al fuoco nemico durante la salita verso il punto di soccorso del reggimento. La maggior parte delle case nella valle sottostante Capracotta era macerie e ogni giorno i cannoni da 88, che suonavano come treni merci mentre ci rimbombavano sopra, creavano nuovi cumuli di pietre. In una notte fredda, poco prima di Natale, ai soldati di quell'avamposto in cima alla montagna fu ordinato di resistere. Si attendeva un attacco tedesco di lì a poche ore. Per avvertire il comandante inglese del recente movimento di truppe e delle armi pesanti che Jerry stava trasportando sul lato opposto della montagna, un vecchio contadino italiano e la moglie malata avevano guadato il fiume ghiacciato ed erano sfilati attraverso la terra di nessuno nel vallone. All'interno della postazione di soccorso un giovane medico britannico era seduto a guardare il fuoco. Stava pensando alla moglie e al figlio rimasti in Inghilterra. All'improvviso sembrò avere una premonizione e un terrore perché alzò gli occhi e, sorridendo con una punta di disagio, disse nel suo accento inglese: – È una brutta cosa... una brutta cosa morire in una terra straniera lontano da casa. Stiamo tutti combattendo e morendo in una terra straniera lontano da casa. Mentre sediamo attorno al fuoco pensando ai vecchi volti familiari, agli amici che sono entrati nella stanza della nostra vita per poi uscirne, ai sogni perduti della nostra giovinezza, a tutte le persone e a tutti i luoghi che sono spariti nei recessi del passato, mentre rimembriamo queste immagini fugaci, anche noi abbiamo una premonizione e un terrore: sappiamo che la morte ci ha segnati uno ad uno. Sappiamo che ogni cosa sulla faccia della terra cambia e si dissolve per sempre e che le mode e le ricchezze di questo mondo sono incerte. Non vogliamo morire e restare sotto una fredda terra straniera lontano da casa, perché sappiamo che attraverso l'oceano oscuro della morte, oltre l'ultimo orizzonte, ci sono un paese migliore e una vita eterna. Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo perché temiamo l'ignoto. «Tutti i miei domini per un istante di tempo!» gridò Elisabetta I, regina d'Inghilterra, sul letto di morte; la vecchia Elisabetta, che per cinquant'anni aveva sperperato tutto in inciuci politici e intrighi mondani. I grandi uomini del passato, uomini di genio artistico, uomini di borsa e di potere, uomini di profondo senso umanitario, non importa quale sia la loro forza, tutti han ceduto a un rumorino impercettibile, al ticchettio dell'orologio. Nessuno di loro ha potuto conquistare il tempo, tranne l'Uno. Son caduti uno dopo l'altro i grandi prìncipi di questo mondo. L'ombra di Adolf Hitler, che si muoveva sì ferocemente lungo la Wilhelmstrasse, è ora sbiadita nei libri di storia. E Benito Mussolini, la cui sete di gloria l'ha portato a scatenare la furia della guerra moderna contro l'indifeso popolo tribale d'Abissinia, e che teneva sempre discorsi pomposi da un alto balcone di Roma, mostrando un mento rotondo e un braccio teso alle folle ululanti di sotto... dov'è adesso? Il suo corpo, appeso per i piedi in piazzale Loreto a Milano, giace in una tomba senza nome. Dove sono tutti i cesari del passato? Forse non sono anch'essi seccati come l'erba e appassiti come un fiore? Quando il grande pittore italiano Raffaello morì all’età di trentasette anni, portarono il suo magnifico dipinto incompiuto de "La Trasfigurazione" in corteo funebre come emblema dell'incompletezza della vita e della brevità del tempo. Il sole sorge e il sole tramonta. Gli anni passano uno dopo l'altro: come la neve alla fine dell'inverno, scompaiono e vanno via. I fiumi scorrono incessantemente verso il mare e il ricordo delle cose precedenti viene presto dimenticato. Siamo estranei e pellegrini sulla terra: la nostra casa è oltre. Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo, perché temiamo l'ignoto. Il gioco è a perdere, a meno che non lo abbandoniamo e accogliamo l'eternità a braccia aperte, qui e ora. Oliver Barres (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Poliorama letterario di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2020.

  • Pietro Paglione

    Lo avrete visto tutti correre con i colori della Podistica Ostia, soprattutto nelle gare lunghe come la Roma-Ostia. Ebbene, quel signore dall'aria così gioviale, che con i suoi sessantacinque anni ben portati macina chilometri su chilometri stando a centro gruppo, non è un amatore qualsiasi ma un atleta completo che da moltissimi anni divide il suo cuore fra il podismo e lo sci di fondo. Pietro Paglione, molisano di Capracotta, è iscritto alla nostra squadra fin dal 1982 e, prima di allora, aveva iniziato l'attività podistica con la squadra dei Vigili del Fuoco, tra i quali ha lavorato fino al pensionamento. Ma la corsa a piedi era considerata da lui come un allenamento per il ben più duro e da lui più amato sport dello sci di fondo, che aveva iniziato a praticare fin da ragazzo. Da ciò potete capire come la tenacia e la resistenza alla fatica siano fra le sue doti migliori. Comunque, da questo sport faticoso ed impegnativo egli ha tratto molte soddisfazioni. Per quanto riguarda lo sci di fondo nel 1955 è arrivato 21° nel campionato italiano assoluti dei 15 km.; nel 1959 ha vinto una gara internazionale di 10 km. sulle Madonìe mentre in numerose altre gare ha ottenuto ottimi piazzamenti, qualificandosi spesso tra i primi 5 arrivati. Ha partecipato anche a molte gare podistiche e la sua migliore prestazione è stata un terzo posto in una gara nel Molise alla quale ha partecipato anche Giuseppe Moscatelli. I suoi tempi migliori sono 42' nei 10.000 m. ed 1h 43' nella Mezza Maratona. Ha trasmesso la passione dello sport ai suoi figli ed anche ai suoi nipotini. Il figlio Marco ha praticato come lui sia lo sci di fondo che il podismo ed è stato un atleta delle gloriose Fiamme Gialle fino a quando, alcuni anni fa, ha dovuto smettere per infortunio. L'altro figlio pratica lo sport del calcio ed i suoi nipotini svolgono attività di nuoto e di calcio. I suoi allenamenti comprendono lo sci di fondo ogni 7-10 giorni e la corsa a piedi 3 volte alla settimana. Si allena generalmente al mattino presto perché ci tiene molto ad accompagnare a scuola gli amati nipotini. Pietro Paglione è un atleta che non smetterà mai di correre, perché lo fa con piacere e senza nemmeno stancarsi tanto, temprato com'è dai suoi trascorsi sportivi. Lo vedremo certamente ancora a lungo correre con i nostri colori sociali e la sua aria perennemente serena. La sua innata gentilezza e la sua disponibilità ad aiutare la squadra nell'organizzazione di tutte le manifestazioni sportive in cui è impegnata ne fanno un elemento importantissimo per la Podistica Ostia, che da lui trae esempio su come debba essere un vero sportivo. Fiorella Bizzarri Fonte: http://www.podisticaostia.it/ .

  • La cultura contadina

    Il primo impatto con il duro lavoro nei campi lo ebbi all'età di 6-7 anni, era il periodo della mietitura e per la prima volta andai con i miei in contrada Malvone. Mi spiegarono che i grandi non potevano perdere tempo in lavori come la raccolta delle spighe di grano e quindi era giusto che i bambini si rendessero utili (adesso si chiamerebbe lavoro minorile). Le spighe, infatti, non bisognava lasciarle sul campo perché sarebbe stato uno spreco e perché "era peccato" poiché il grano, come il pane, era sacro e non bisognava sprecarlo. Così scoprii quale era la prima mansione per un ragazzo: raccogliere le spighe dopo che i grandi avevano mietuto e "legato" i covoni. Ricordo ancora di come mi sentivo importante perché avevo contribuito a procurare il grano per fare il pane e le sagne . Era un lavoro che facevo volentieri senza sapere cosa mi aspettava negli anni successivi. C'era infatti una rigida divisione del lavoro in cui gli uomini si occupavano di tutto ciò che atteneva i lavori più pesanti come l'aratura ed erpicatura del terreno seminato a cereali, patate e granturco, grano per assicurare i carboidrati per tutto l'anno, ma anche orzo e farro, fave, avena e soprattutto il fieno, che servivano per il mantenimento del bestiame. Il bestiame era importante sia come ausilio nel lavoro che per la produzione di latte e carne, anche se quasi tutta la carne la mangiavano re segnùre perché vitelli, agnelli e capretti si vendevano ed il ricavato veniva utilizzato per provvedere alle varie spese che si facevano nel corso dell'anno e bisognava stare attenti perché a volte neanche bastavano e se moriva un vitello era considerata una disgrazia per la famiglia. Ogni animale aveva un nome proprio sia se si trattasse di una vacca che di un animale da soma, i nomignoli erano di solito diminutivi molto fantasiosi: Quagliarella, Ruscetta, Bianchina, Rumanella; tra i muli il nome più comune era Barone, forse per vendicarsi di antiche angherie. C'erano numerose fiere nella zona in cui si andava per vendere o comprare animali. Le più aspettate erano Tutti i Santi e la Maddalena a Castel di Sangro e l'8 settembre a Capracotta, ma si arrivava fino a Sulmona o Isernia per comprare un mulo o una vacca, all'otte settiémbre di Capracotta si compravano soprattutto maiali. Ricordo particolarmente la fiera dei Santi dalla quale era d'obbligo per gli uomini tornare con le castagne e con i cachi, frutta classica del tardo autunno ed occasione soprattutto per i ragazzi per assaggiare frutti non coltivati nella nostra zona. La frutta si mangiava in poche altre occasioni, una era quella della raccolta delle patate. All'epoca le patate si scambiavano con fichi, uva, pesche, con ambulanti provenienti dal basso Sangro a cagna patàne dicevamo, ed era la gioia dei ragazzi. Lunghe attese ai bordi della strada per aspettare ru carrozzìne ed effettuare lo scambio di merci. Si diventava uomini molto presto, all'età di 10-11 anni, perché un ragazzo rappresentava un'energia fresca aggiuntiva ed a volte sostitutiva di quella di una persona anziana non più in condizioni di fare il lavoro duro. Pur nell'inevitabile assegnazione a lavori più leggeri e meno importanti e poi infine all'inattività, c'era un sacro rispetto per le persone anziane che erano considerate sagge ed alle quali si ricorreva sempre per qualche consiglio. I lavori più delicati, come la sarchiatura e la quasi intera coltivazione degli ortaggi insieme a tutti i lavori domestici, erano affidati alle donne che si occupavano anche di lavori di cucitura e della filatura della lana. Con la lana poi si lavorava ai ferri ottenendo calze e maglie che le donne anziane raccomandavano di portare anche d'estate pecché assùchene ru sud ó re , ma più che avere la funzione di asciugare il sudore, soprattutto le maglie di lana a righe, erano delle vere e proprie camicie di forza di cui ci sbarazzavamo al primo sole di primavera. Le donne avevano anche il compito di preparare e portare il pasto agli uomini che si recavano al mattino presto in campagna e come contenitore venivano usati cesti che si portavano sulla testa; per attutire il dolore provocato dal peso si usava uno strofinaccio arrotolato: la spara . Di norma si trattava di una colazione che si faceva con gli ingredienti che di solito si usano per un pranzo: infatti si mangiava pasta asciutta oppure polenta o minestre, non c'erano piatti e si mangiava tutti nello stesso recipiente. La mietitura invece riguardava tutti perché bisognava fare in fretta per sottrarre il grano maturo alle furie della grandine o di altre calamità naturali. A proposito vale ricordare che quando si avvicinava una tempesta minacciosa, nel periodo del grano maturo, si correva a suonare ru camban ó ne perché si sosteneva che le onde sonore della grossa campana frantumassero la compattezza della nuvola carica di grandine. I covoni venivano ammucchiati per essere poi trasportati con muli alla più vicina aia dove fino ai primi anni 50 si slegavano e si trebbiava facendo passare più volte un equino sui mucchi dei covoni fino a che i chicchi non si separavano completamente dalla parte leggera e dalla paglia, chi non aveva animali batteva il grano con i forconi. Le aie, alcune delle quali sono ancora visibili, erano situate in punti alti ed esposte ai venti perché questa lavorazione di separazione - detta scamà - si faceva con l'ausilio del vento. Esisteva anche una approssimativa rosa dei venti per indicarne la direzione. Arrivarono poi le prime trebbiatrici semiautomatiche, che furono una vera e propria rivoluzione per l'agricoltura, ma rimase parzialmente in vigore, per molti anni, il sistema antico perché la farra , cioè il farro, si raccoglieva troppo tardi e la trebbiatrice nel frattempo era partita per altre zone a maggiore altitudine. In questo contesto si realizzò una delle prime cooperative con l'acquisto di una trebbiatrice, ma di questo parleremo in un altro capitolo. Nel periodo strettamente invernale, che veniva considerato mal tiémbe vero e proprio, le poche giornate che si recuperavano venivano utilizzate per pulire le stalle dal letame e portarlo nei campi da seminare, oppure per procurarsi legna da ardere o altri lavori di recupero e di risistemazione di attrezzature agricole. I lavori erano equamente distribuiti durante tutto l'anno, dalle arature a maiésa , alla semina, alla falciatura, alla mietitura ed alla raccolta in genere. La maiésa era un sistema di aratura profondo che di solito si faceva prima dell'estate e si lasciavano consumare le zolle dal sole e dalle piogge estive. In questo caso si chiamava maiésa a sòle , ma si arava anche dopo la mietitura lasciando il compito di consumare le zolle alla neve. Per eseguire questo tipo di lavorazione, chi non aveva le vacche da utilizzare si rivolgeva a qualcuno che lo faceva di professione ualàne , oppure la faceva manualmente usando ru pedènde . Con l'arrivo dei primi trattori, arando più a fondo, vennero alla luce terreni non sfruttati fino ad allora e di conseguenza più fertili per alcuni anni. Il lavoro più pesante arrivava con la falciatura e la raccolta dei cereali che metteva a dura prova la salute di tutta la comunità. Per la falciatura si usava la falgia mentre per la mietitura la falgìglia , entrambe dovevano essere ben affilate e per questo si affilavano usando un martello con una benna ed una specie di incudine che si piantava a terra. Questa operazione si chiamava arrenduccuruà , in pratica con una percussione sul taglio si stirava l'acciaio delle falci rendendolo più affilato e con denti di sega molto irregolari che le rendevano taglienti. L'approvvigionamento del fieno, falciatura, essiccazione al sole, legatura con reti per ridurne il volume e trasporto richiedevano un lavoro molto impegnativo. Una volta pieno il pagliaio, si provvedeva ad ammucchiare il fieno rimanente, nel campo, in grossi mucchi attorno ad una pertica detti sctiglie , poi d'inverno, a tempo perso, si provvedeva a riempire di nuovo il pagliaio che nel frattempo si era quasi svuotato trasportando il fieno stipato in 1 o 2 scteglière , qualcuno usava anche locali delle masserie come fienile temporaneo. Per una famiglia media che possedeva 2-3 vacche, un mulo e qualche capra o pecora la campagna del fieno richiedeva circa un mese, solitamente dal 10 giugno all'Immacolata che si festeggia ancora la prima domenica di luglio insieme a S. Nicola, festeggiato di solito il giorno dopo, e rappresentava l'unica festa comandata di riposo prima di passare alla mietitura dell'orzo e poi del grano. Le operazioni di raccolta dei cereali e del trasporto dei covoni si protraevano per tutto il mese di luglio ed i primi di agosto e questo periodo era considerato il più importante dell'anno. Una famiglia media di 4 persone coltivava 4-6 tomoli a grano ricavandone 15-20 quintali, 2-3 tomoli di altri cereali per alimentare il bestiame tra cui vitelli e maiali, 1-2 tomoli adibiti alla coltivazione di patate, granturco ed altro. Le colture, in quasi totale assenza di concimi salvo il letame prodotto dalle proprie bestie, seguivano una rigida rotazione ed occorreva possedere almeno 10 tomoli di terra per sopravvivere. La produttività dei terreni e del lavoro era molto bassa e non competitiva per tutta una serie di ragioni. L'altra caratteristica negativa era la frantumazione della proprietà dei terreni in piccole particelle, frutto di più divisioni e frazionamenti passati tra vari eredi, la cui dislocazione obbligava a lunghi spostamenti per raggiungerli, o per passare da una contrada all'altra, con conseguente perdita di tempo che veniva sottratto al lavoro. Questa frantumazione è sopravvissuta fino ad oggi ed è quasi impossibile convincere un castellano a scambiare qualche terreno per favorire il riaccorpamento delle proprietà. Non tutte le famiglie possedevano 10 tomoli di terra ed i più sfortunati ricorrevano ad affitti molto onerosi e pagati in natura, con una parte del raccolto stabilita di volta in volta, oppure andavano a lavorare a giornata. I più fortunati avevano, oltre ai terreni a sufficienza per sopravvivere, almeno due vacche ed un mulo. Questi animali rappresentavano un valido mezzo di trazione per aratura, erpicatura ecc. Chi non aveva questo minimo era sottoposto ad una vita più dura perché doveva lavorare, oltre che per sé e la propria famiglia, per sopperire alla mancanza di terreni ed animali pagando in giornate di lavoro. Le vacche da latte arrivarono negli anni 60, nel periodo precedente le vacche servivano soprattutto perché si potevano utilizzare per l'aratura ed altri lavori. Il sistema di misura dei terreni corrispondeva ad un sistema di misura del grano: un tomolo di terra equivaleva ad un tomolo di grano, ossia la quantità di grano occorrente per seminare un tomolo di terra. Il tomolo ( tumbre ) era l'unità di misura del terreno, mentre per il grano l'unità era ru mezzìtte che era anche un recipiente in legno tarato alla misura giusta. La salma era anche l’indicazione del carico che un mulo poteva trasportare e corrispondeva a circa 1,5 quintali per cereali, patate, legna, ma più genericamente il termine veniva utilizzato per indicare misura di un carico di qualsiasi merce. I terreni, salvo eccezioni, erano equamente divisi tra coltivazioni e pascoli arborati; più raramente si possedevano boschi e in quelli demaniali vi era il divieto assoluto di raccogliere legna, neanche quella secca. Ci sarebbe da scrivere un intero capitolo per testimoniare l'accanimento della forestale e dei guardaboschi nei confronti dei poveracci che si azzardavano a raccogliere qualche fascio di céppe o a tagliare una pianta secca, nelle aree demaniali, per scaldare i propri figli. Le piante si abbattevano con l'accetta, ma con il rientro dei primi emigranti dagli USA era arrivata una sega a due impugnature che chiamavamo ru sctu ó cche , anche con questo utensile "moderno" si impiegavano giornate intere per abbattere una grossa pianta. Ricordo di aver impiegato una giornata intera per abbattere, insieme ai miei, una grossa pianta di cerro in località Cannella. La fascia di terreni di più valore, e cioè più vicina al paese, era adibita quasi interamente a scopi agricoli, ma chi non aveva terreni in questa fascia era costretto a lavorare terreni lontani, situati nella parte dove c'erano i pascoli. Ne nascevano conflitti senza fine perché di solito si praticava l'alpeggio lasciando da maggio a novembre le vacche nelle zone più alte del territorio. Insieme alle vacche, lasciate la notte nei pascoli alti, c'era l'abitudine di lasciare una mula perché le femmine di questi equini affrontano i lupi a suon di calci proteggendo gli altri animali e soprattutto vitelli e puledri che sono facile preda. Le vacche di notte invadevano i campi coltivati creando danni e liti che il più delle volte finivano sul tavolo del Pretore. I fatti si svolgevano in una atmosfera siloniana dove i pochi soldi che si avevano finivano nelle tasche di avvocati che imbastivano cause sul fatto che una vacca aveva invaso un terreno perché doveva attraversarlo per andare ad abbeverarsi oppure lo aveva fatto volontariamente e quindi c'era colpa! Non era raro sentire la classica espressione: " te manne a Crapacòtte ", Capracotta era sede appunto della Pretura. Ricordo ancora la disperazione che ci assaliva quando una vacca eludeva il controllo e si dirigeva verso un campo coltivato, soprattutto a granturco, perché ne sono molto ghiotte e ne sentono l'odore a grandi distanze. Dopo le trebbiatrici, sempre più sofisticate, arrivarono i trattori cingolati e poi le falciatrici e le mietilega, le motoseghe, autentiche meraviglie della tecnologia che fecero scoprire quanto poco produttivo fosse il lavoro praticato fino a quel momento e come la pratica dell'autosufficienza appartenesse al passato, all'epoca cioè dove per sopravvivere un contadino doveva produrre quasi tutto quello che occorreva alla famiglia per cui anche le colture meno produttive per le caratteristiche dei nostri terreni venivano praticate per ricavarne quel minimo necessario alla sopravvivenza. Ad esempio, per falciare un tomolo di terra ci voleva una giornata prestata da un uomo in forze, poco più di mezz'ora per una moderna falciatrice. Il lavoro di una giornata di un boscaiolo poteva essere sostituito da 15 minuti di motosega. Il problema era che non c'erano i soldi per comprare le attrezzature agricole e solo qualcuno più facoltoso ci riusciva, all'epoca non c'erano contributi statali per le macchine agricole, quantomeno per le piccolissime aziende agricole che caratterizzavano l'Alto Molise. Quasi tutte le famiglie vivevano esclusivamente di agricoltura e piccoli allevamenti, pochi erano gli artigiani , una diecina in tutto, 5-6 gli esercizi commerciali tra cui 2 cantine. Le case erano state rattoppate recuperando le macerie lasciate dai tedeschi che la sera dell'8 novembre del '43, come vedremo in un altro capitolo, diedero alle fiamme il paese distruggendolo quasi totalmente. Quasi ovunque al piano terra alloggiavano maiali galline ed a volte anche pecore e capre, mentre il piano superiore era adibito ad abitazione, il riscaldamento nei rigidi inverni si limitava a quel poco di calore che può dare un focolare nelle ore diurne. Sì, perché la sera il fuoco veniva spento e qualche tizzone che era sopravvissuto veniva coperto dalla cenere abbelàte e serviva al mattino dopo per riaccendere il fuoco. I servizi igienici, quando c'erano, si limitavano ad un buco che accedeva direttamente alla fogna, l'acqua si andava a prendere con le conche alle fontane pubbliche perché nelle case, almeno nel primo dopoguerra, non c'era l'acqua. Le giovani donne andavano a lavare i panni a ru munnàre , era un'occasione per loro per mettersi in libertà togliendosi le gonne e rimanendo in sottana a sguazzare nell'acqua limpida, un'occasione anche per noi adolescenti per ammirare le cosce bianche nascosti dietro ai cespugli, a le véteche . Il frigorifero di casa era la finestra esposta a nord e quindi più fresca delle altre, i più fortunati possedevano una radio, non c'era ancora la televisione. A volte ascoltavamo Radio Praga, in italiano, che oltre alla propaganda filosovietica trasmetteva canzoni moderne. Il primo apparecchio tv fu acquistato nei primi anni '60 da un circolo ed era collocato nella vecchia palestra dell’edificio scolastico, nello stesso locale proiettavano periodicamente film e siccome si pagava il biglietto, 50 lire, e noi ragazzi non ne avevamo neanche una di lire, ci arrampicavamo sul davanzale delle finestre. Ricordo di aver visto un intero film dal titolo "Circo in fiamme" arrampicato su una di quelle finestre. Tutte le volte che sento parlare di sottosviluppo del terzo mondo faccio notare che meno di mezzo secolo fa , gran parte del mezzogiorno d'Italia era nelle stesse condizioni del terzo mondo attuali. E mezzo secolo nella storia dell’umanità sono un lampo. Il reddito annuo di una famiglia tipo era così composto: circa 10-15 quintali di grano, circa 10 quintali di patate, 1 o 2 quintali di granturco, cipolle agli e erbe aromatiche varie, un maiale di circa 1 quintale, alcune forme di formaggio ed uova sufficienti per fare le pallòtte , il latte necessario a tutti gli usi della famiglia. In condizioni normali per produrre 3-4 quintali di grano occorreva la lavorazione di un tomolo di terra con 1-2 giornate per l'aratura, 1-2 giornate per la semina ed erpicatura, 3-4 giornate per la mietitura, 1-2 giornate per il trasporto e per la sistemazione sull'aia, dove gli esperti costruivano vere e propri capolavori, manucchiàre , con la parte superiore a forma di tetto, con migliaia di covoni, 1-2 giornate per trebbiare e riportare a casa il grano. Quindi 3-5 giornate di lavoro per quintale di cereali prodotto, una produttività decisamente scarsa, infatti il sistema è sopravvissuto fino a che non è stata superata l'economia dell'autosufficienza dove si impegnavano al massimo le forze produttive della famiglia per ricavarne il minimo per sopravvivere. Nelle annate buone si accumulava qualcosa mentre in quelle cattive malannàte si consumava tutto quello che si aveva. Vestire decentemente era un lusso e ognuno aveva solo il vestito della festa e qualcuno in più per il lavoro. Per la maggior parte dei casi si trattava di stoffa riciclata e molte volte di provenienza americana, da dove arrivavano pacchi spediti da parenti emigrati. Non ho mai capito se i vestiti appartenessero agli emigrati e famiglie oppure ad altre persone; comunque ricevere un pacco da parte dei parenti "ricchi" era sempre una festa ed aprirlo una sorpresa soprattutto per i bambini. I grandi fingevano un certo distacco. A proposito di pacchi, sono da ricordare gli aiuti del piano Marshall, che nei primi anni '50, arrivavano dagli USA sottoforma di pacchi contenenti scatolette e alimentari a lunga conservazione di vario genere, questi venivano utilizzati in modo discriminatorio per cui se c'era solo il sospetto che uno fosse comunista o socialista veniva automaticamente escluso. Il contenuto non era una grande cosa ma la fame nel dopoguerra ingigantiva il valore dei pacchi, peraltro ben confezionati. Ricordo in particolare una margarina in scatola che noi spalmavamo sul pane, quel poco di pane che c'era. Paradossalmente il periodo di maggiore sviluppo delle attrezzature e delle macchine agricole coincise con una grande ondata migratoria e ben presto molti terreni, che avevano sfamato migliaia di persone nel corso degli ultimi secoli, furono abbandonati. Restarono alcuni ettari a fieno e prato pascolo, per questo ultimo uso nella fase in cui gli animali da sfamare diminuirono drasticamente, vi fu improvvisamente e per la prima volta nella storia che conosciamo un'offerta superiore alla domanda. Ma il declino degli allevamenti impiegò solo qualche anno in più di quello dell'agricoltura attraversando una fase in cui c'erano pochi allevatori, tutti appartenenti alla vecchia generazione, ed avevano più spazi a disposizione per pascolo e fieno. Purtroppo neanche in quella fase si ebbero iniziative zootecniche di rilievo ed i vecchi allevatori si limitarono ad aumentare di qualche capo il patrimonio aziendale. Qualcuno arrivò ad avere oltre dieci capi ma senza che questo facesse avvertire l'esigenza di costruire stalle razionali e più rispondenti alle esigenze. Ricordo che in quella fase ci fu la possibilità di utilizzare i capannoni della Coop 1° Maggio, ma gli allevatori non ritennero necessaria la cosa. I terreni situati nella parte più bassa del territorio comunale sono attualmente occupati da meleti impiantati dalla società Melise, ma di questo parleremo in un altro capitolo. Ora i pascoli di una volta sono diventati quasi inaccessibili per la crescita dei cespugli, ma in compenso ci sono le stradine dei tartufai che per raggiungere le zone più ricche di questo prezioso tubero attraversano terreni impervi ed accidentati. Sarebbero necessarie - e questa a mio parere è la vera sfida che abbiamo davanti - iniziative zootecniche con allevamenti allo stato semibrado di bovini, ovini e soprattutto caprini, questi ultimi da usare come decespugliatori naturali per riportare i pascoli allo stato originario; senza l'ausilio di questi erbivori nel giro di qualche decennio sarà impossibile individuare i confini di un terreno. È indispensabile dare una risistemata ai terreni abbandonati eliminando i cespugli e ripulendo le strade mulattiere che oramai sono quasi completamente richiuse dalla vegetazione. Nicola Zaccardi Fonte: N. Zaccardi, Fesct' e mal tiemb'. Castel del Giudice tra memoria e progetto , Ires, Pescara 2007.

  • Sei proposte d'intitolazione

    Per una volta, una soltanto, parlerò di attualità, ovvero di alcune proposte d'intitolazione di luoghi pubblici nella nostra Capracotta. Avevamo un circolo per gentiluomini intitolato a Calzella Carfagna, capitano ​generale delle artiglierie di Carlo V, un teatro scolastico dedicato a Carlo Goldoni e un'associazione reduci che portava il nome di Cesare Battisti. Abbiamo tuttora una scuola intitolata al deputato Tommaso Mosca, una pista per lo sci di fondo dedicata a Mario Di Nucci, un campo di calcio intitolato al bomber Erasmo Iacovone, un'associazione medica in omaggio ad Antonio Conti e una sala dello Sci Club al pioniere Giovanni Paglione. Le mie attuali proposte d'intitolazione sono invece le seguenti: Belvedere "William G. Congdon", al celebre pittore americano che militò nel '43 a Capracotta come ambulanziere ( qui ) e che nel '46 tornò in paese per aiutarci a ricostruirlo; Biblioteca comunale "Elvira Santilli", alla più grande scrittrice capracottese, seconda soltanto, a livello regionale, a Lina Pietravalle ( qui ); Giardino della Flora appenninica "Valerio Giacomini", all'ecologo che ideò il nostro apprezzatissimo orto botanico naturale d'alta quota; Pro Loco "Oreste Conti", al folclorista autore dei più validi studi sugli usi, costumi e tradizioni orali di Capracotta ( qui ); Stazione dei Carabinieri "Osman Carugno", all'eroico maresciallo che salvò decine di persone dalle persecuzioni naziste e per cui fu eletto, dal popolo ebraico, Giusto tra le Nazioni; Villa comunale "Amelia Rosselli", alla più grande poetessa del Novecento italiano che a Capracotta, nel 1965, scrisse 22 poesie pubblicate nella sua "Serie ospedaliera" ( qui ). Ci tengo infine a ricordare che la popolazione capracottese, nel gennaio del 1950, promise agli americani di intitolare una strada a John Vincent Kenny, allora sindaco di Jersey City, per ringraziarlo del Clipper, il prezioso spazzaneve che la comunità italo-americana aveva appena inviato al Comune di Capracotta. Quella promessa non fu mantenuta per cui oggi, seppur in colpevole ritardo e nonostante Kenny sia stato condannato per estorsione, bisognerebbe tenere fede alla parola data settant'anni fa. Perché, a mio avviso, le promesse vanno sempre mantenute. Francesco Mendozzi

  • Ove il Verrino

    È vera questa striscia montana che fissa in eterno i tramonti d'agosto ove, in argentee scaglie, serpeggia il Verrino e torce il tormento che scende giù giù nella valle. Qui, dalle rupestri dimore, discese il Sannita a spiar tra i vigneti lontane minacce e tremò di stupore al sole cadente. Qui, io ancora vi guardo, monti della mia terra, barriera del mio cielo. Elvira Santilli Fonte: E. Tirone Santilli, L'ora dei sogni , Oxiana, Anacapri 2005.

  • Il manutentore sognatore

    È troppo facile pensare e parlare di un personaggio importante, famoso, magari anche premiato. Di personaggi che hanno lasciato un segno nella nostra vita e nella nostra storia ce ne sono. Non famosi al di fuori del territorio, ma famosi dentro, all'interno di una, anche se piccola, comunità. Famosi perché tutti li conoscono, anche senza apparire sui giornali o sugli schermi televisivi. Per questo parlerò di un personaggio che ha lasciato, e continua a lasciare, un segno nella mia di vita e soprattutto nella vita e nelle vie del suo bel paese natale, Capracotta. Tutti lo cercano, alcuni scherzosamente lo beffano, altri lo ammirano, tal'altri lo invidiano, ma pochi veramente pochi non gli vogliono bene. E come potrebbero non volergliene. Un signore in un cantuccio: – Sì, io vado sempre da lui, non ti lascia mai a mani vuote. Un vecchietto con un fantastico bastone di legno attorcigliato che racconta più storie del suo padrone: – Eh, ma quand'è petulante! – Sì, ma quando lo chiami scappa sempre, come nu diàvele – fa eco una donnona con le braccia massicce che sta ammassando la pasta per deliziarsi del suo piatto del giorno: – Auóje ze magnàme sagne e mìccule. Devo andare alla casa di riposo per sistemare un armadio... porto un poco di pizza che abbiamo fatto a sòrma cugina ... vado alla Chiesa Madre a portare il leggio... devo finire di lucidare il mobiletto a re cumbàre ... al museo contadino ho portato due sedie per far riposare i visitatori... ti serve qualcosa, devo andare ad Agnone, e menì ce jéme anzimiére a Cuastiéglie . Così scorrono tutte le sue giornate. Ogni giorno, prima di ogni cosa, se ne va, lui, guardando ogni angolo del suo paese... all'alba verso la montagna che l'ha visto nascere, dove è cresciuto, dove ha studiato mentre le sue Caterina, Gennarina e forse... Alfonsina brucavano la fresca erbetta della primavera. La guarda, la montagna, guarda il bosco, i prati dei pascoli. Sofferma lo sguardo sul fontanile e... meravigliato, nota che quest'anno di acqua ne esce molta, ha piovuto tanto e si vede. Camminando lungo la strada scruta nel sottobosco se si dovesse scorgere un piccolo segnale che tradisce la presenza di un funghetto. No, non ci sono. Quest'anno c'è stata una stagione fredda quindi è stata scarsa la crescita di funghi. Trova però una ottima, bellissima e coloratissima fragolina. – Mmmh, che sapore, sembra quasi di avere un fiore in bocca. Chissà se riesco a trovare qualcosa da portare a casa, da far mangiare ai miei nipoti e, anche ai miei figli. Ah, stavolta dovrò accontentarmi di un po' di verdura, ci sono qui dei bellissimi voccarùsce e così mia moglie ci potrà fare i suoi saporitissimi ravioli. Già mi viene voglia di mangiarli: ricotta delle nostre pecore e voccarùsce all'interno, sugo di pomodoro semplice semplice che li avvolge fuori. Ne possiamo dare anche due, magari già cucinati, a sòrma cugina , ca sennò quanda ze le magna ! Oh, anche dei ravascìne , forse uno... me lo mangio. Poi raccoglie un robusto filo d'erba, lo mette in bocca se lo passa da un lato all'altro schiacciandolo tra i denti e assaporando la freschezza che sprigiona, pensando alle pecore che godono di questa sensazione sempre mentre gustano gli aromi che l'erba fresca o secca riserva in ogni stagione... e va. Tornando, cammina dondolandosi un po' di qua e un po' di là. – Ehi, Pasquà, gnà stieà? – chiede. – Bunariéglie, tenìsse nu puchìtte de cemiénte ? – chiede Pasquale. – Vié alla casa che vedéme. Cemento, chiodi, sega, colla, aglio, filo di antenna, coltello, pane e tante altre cosa ancora. La sua non è una casa, è un emporio! Tutti vanno, chiedono e ricevono, però... non tutti capiscono e riconoscono la sua disponibilità. Molti lo danno per scontato, ma ci sono per fortuna altri che apprezzano la sua dedizione verso il prossimo, tale che a volte si dimentica momentaneamente di avere una famiglia. Un giorno, mentre stava facendo delle osservazioni su come venivano condotte delle operazioni organizzative di eventi del suo paese, gli fu fatto notare che la "critica" migliore è "darsi da fare". Mettersi a disposizione degli organizzatori, collaborare, partecipare. – Vedi che se hai voglia di non stare con le mani in mano, puoi darti da fare per cose che riguardano tutta la comunità, almeno la tua opera va a vantaggio di tutti e, già questo, è una grande gratificazione. Essere di aiuto per una comunità intera è una iniziativa che dovrebbero provare tutti i cittadini, grandi e piccini, ognuno per quello che può fare o che può dare. Se tutti lo facessero ne deriverebbe un vantaggio per la società intera, si apprezzerebbe di più il bene comune e si sentirebbe davvero di appartenere ad una comunità. E da lì è nata la collaborazione con la vita e gli eventi di Capracotta. Nonostante l'età cerca sempre di partecipare e di essere uno dei primi. Si prepara la sua inseparabile cassetta degli attrezzi ed è pronto per partire. Non gli serve altro. Certo non sempre è un santo, soprattutto quando non mangia ad orario "prestabilito"! A volte si fa prendere da qualche piccola gelosia, perchè (forse a torto) si sente messo da parte, messo in secondo piano, non più protagonista. Allora è meglio non discutere, lasciar sbollire, far passare del tempo e poi... tutto mogio mogio ritorna ad essere il marito, il papà ed il papanonno di sempre. Poi ci sono le interminabili discussioni su quello che lui ritiene sia giusto secondo la "sua" opinione che, ovviamente, si scontra con il pensiero del resto della famiglia che ormai, cresciuta nel numero e nell'età, si compone di molti fronti con idee diverse. Non ne parliamo quando si affrontano discorsi di politica, lui uomo di ferrei principi, sani ideali, un po' testardo e, non ultimo, ancora un po' sognatore, non si fa capace che il mondo nel frattempo sia cambiato, e che ciò che dicono "quelli" a volte sono tutte menzogne e che stanno fregando anche lui. Ma... forse... è meglio così, è meglio che ci sia ancora qualcuno che abbia dei valori da trasmettere agli altri, come ha fatto con noi figli, come continua a fare con i suoi nipoti. Valori di libertà, di scopi di vita, di lealtà, di onore, di rispetto. Valori che oggi sono più parole che fatti. Valori che devono essere rispolverati e ripresi in considerazione. Valori da insegnare ai nostri giovani. Nonno Fagiolo con la piattella piatta piatta, con il suo viso che poche volte si illumina con un sorriso è l'immagine del tempo che scorre e che mantiene con forza l'immagine di un essere umano saldo e sì, si può dire anche virtuoso. Una cosa lo ha veramente molto ferito, forse più di ogni altro accadimento a Capracotta, ciò che è avvenuto alla Chiesa Madre: quella parte in più, quel cancellare una parte del tempo della storia, la presenza di un potere che non è stato possibile controllare, che non si è abbassato a dialogare e forse neanche ha molta voglia di modificare l'operato. Quello lo ha segnato tanto. Tanto da non consentirgli di entrare più serenamente nella chiesa che lo ha accolto fin da piccino. L'ha vista sempre come una fortezza inespugnabile, salda e sicura, ed ora la vede violentata, a torto o a ragione, ma lui la vede così. E guarda male chi crede che possa essere il responsabile, che ha consentito ciò. Guarda male anche tutte le menzogne che girano intorno a questa operazione. Forse quella è la cosa che gli fa più male. È un uomo di principi, i suoi principi. Si può pensare che possa essere esagerato, troppo intransigente e poi... che te ne importa, pensa a campà ! Ma per lui proprio questo è campare. C'è anche da dire che nei momenti in cui è più sereno, ascolta con attenzione, capendo le ragioni che gli vengono spiegate e riuscendo anche a convincersi. Chi lo conosce bene lo apprezza, così per quello che è, e tantissimi lo fanno. Il suo nome è un lasciapassare, una garanzia, un certificato di qualità: sono il figlio di..., mi manda nonno..., mi ha detto il compare..., serve a... E funziona sempre. Chi ha provato lo sa! A questo punto penso che quasi tutti avrete capito e se non avete capito sarete curiosi di sapere chi sia questo personaggio che, sicuramente, passerà alla storia di Capracotta. Un segno lo ha lasciato e continua a lasciarlo, che gli altri lo vogliano o no, senza troppo rumore mediatico (oddio questo proprio no, ha un vocione che sveglia tutta Capracotta alle sei di mattina). È uno dei personaggi caratteristici di Capracotta: Cesìne re Sgammìne . Carla Falcone Fonte: C. Falcone, Il manutentore sognatore , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • Emigrati ma non dimenticati

    Molti capracottesi furono trapiantati dalle loro dimore a causa della II Guerra Mondiale. Conseguentemente, il destino portò alcuni molto lontani dal loro paese natio. La mia famiglia fu una di queste. Voglio innanzitutto ringraziare entrambi Enza, mia sorella maggiore, ed anche Carmine, il mio fratello maggiore, per le loro rimembranze dell'autunno del 1943 poiché io ero ancora bambino. Ecco, le memorie personali di famiglia che voglio condividere con voi... I Tedeschi presero Capracotta il 9 settembre del 1943. La confusione regnava in paese. Moltissime famiglie decisero di partire, specialmente quelle fortunate ad avere parenti o familiari che li accoglievano. I soldati tedeschi perlustrarono tutte le case in cerca di uomini per arrestarli. Mio padre e mio zio, grazie all'aiuto di una vedova vicina di casa, si nascosero in uno ripostiglio in soffitta al quale si accedeva tramite una botola segreta. Rimasero nascosti per più di due giorni e finalmente uscirono fuori alla partenza dei soldati. All'arrivo degli Inglesi (parte delle Forze Alleate) nella primavera del 1944, il paese si trovava in subbuglio. Tutti fummo informati dell'imminente inizio dei bombardamenti e nello stesso tempo esortati a tenerci pronti per l'evacuazione. Mio padre preparò la nostra famiglia per il trasporto nei camion delle Forze Alleate. Ci portarono a Campobasso, negli accampamenti a tende per un paio di giorni, poco tempo dopo fummo caricati negli sporchi treni di trasporto, senza sedili, stesi per terra durante tutto il viaggio. Durante questo periodo d'evacuazione mangiammo solamente pane duro e del formaggio. La nostra destinazione fu Campi Salentina in provincia di Lecce, nella Puglia. Vivevamo in un convento che serviva anche da ospizio ed eravamo in sette. Cinque fratelli e due sorelle. Mio padre trovò lavoro con i soldati americani. Portava a casa cibo americano e noi piccoli eravamo contenti. Le suore del convento ci volevano molto bene e gli anziani giocavano sempre con noi. Mamma e papà cominciarono a fare conoscenze. Sebbene contento del lavoro che faceva con le Forze Americane stazionate a Campi Salentina, il sogno di mio padre era sempre quello di riportare la sua famiglia a Capracotta. Quando la guerra finì prese la decisione di farlo. Nessuno di noi si poteva immaginare quello che vedemmo al ritorno in paese. Lo shock subentrò nel vedere la nostra casa diroccata. Vivemmo in queste condizioni per molti mesi. Nonostante tutto papà non perse mai il coraggio e con le sue proprie mani intagliava mobili, sedie e stoviglie usando i rami degli alberi, sempre intento a ricominciare una nuova vita. Purtroppo queste dure esperienze lo portarono a decidere di spostarsi e questa volta a Latina, nel 1950. Trovò lavoro in un caseificio. La famiglia era anche cresciuta, adesso eravamo in otto. I quattro maggiori iniziarono a lavorare in mestieri diversi, i piccoli frequentavano la scuola. Era la fine del 1956. Grazie alla cittadinanza americana di mia madre, avemmo l'opportunità di venire in cerca di una nuova vita in America. Ci sistemammo a Burlington, nello stato del New Jersey, nel luogo dove nel 1911 mamma, Elena Sozio, era nata. Qui in America, facendo uso dell'arte e mestieri imparati in patria iniziammo un nuovo capitolo di vita. Con la forza del lavoro e l'aiuto di Dio tutti ottenemmo successo. Malgrado i lunghi anni di separazione dal nostro paese ci sentiamo ancora oggi molto attaccati e vicini. Basta entrare nelle nostre case o posti di lavoro per ammirare le nostre fotografie ed artefatti che ci riconducono a Capracotta. Nonostante le migliaia di miglia che ci tengono lontano dalle nostre radici, le memorie del nostro paese di nascita rimarranno per sempre vive e strette nel cuore. Il mio paese Se proprio lì si nasce e lì si muore uno tutto questo non lo può capire, questo che tutti noi portiamo nel cuore da quando che siamo partiti da quel Paese. Ma solo se si pensa a queste belle antiche chiese, a queste case tante bombardate e messe a terra, sì quel '43 da quella guerra, a ripensare a quei prati alberi e pinete che lo circondano. E poi d'inverno è festoso lo stesso con un mantello bianco che lo copre, la neve che lenta cade a fiocconi e i giri degli uccelli cercano i bocconi. Mi sembra un sogno da quel dì lontano eppure quando ritornai quella mattina mi sembrava accogliermi con una orchestrina e piú che entravo dentro a quelle stradelle come una Mamma sembrava che mi abbracciasse ed io me ne andavo in armonia contento di rivedere Capracotta mia! Giuseppe Paglione Fonte: G. Paglione, Emigrati ma non dimenticati , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Facciamo chiarezza sulla Torre di Capracotta

    Vedere la fotografia dell'abbattimento dell'antica torre orologiaria di Capracotta è un colpo al cuore per tutti noi. Era il 27 agosto 1970 quando una squadra di operai terminò di picconare il feticcio turrito. Il nodo della questione sta infatti tutto lì: quella abbattuta nel '70 non era più la Torraccia del XV secolo ma una sua brutta copia. A guardar bene la fotografia si capisce come essa, al momento della demolizione, non avesse più nulla di storicamente pregevole: oramai sembrava un silos di stoccaggio di derrate alimentari. Ma andiamo per ordine. I contributi scritti più organici sulla storia recente della torre capracottese sono firmati dall'ex sindaco Antonio Vincenzo Monaco ( qui ) e dall'ex medico condotto Antonio Di Nardo ( qui ). Se il primo ci illustra le vicissitudini burocratiche che dal 1963 in poi portarono all'abbattimento dell'edificio, il secondo prova a raccontare il "non documentabile", ovvero le schermaglie personali che, tra il 1952 e il 1970, portarono all'effettiva demolizione della Torre. Anticamente i torrioni erano due, gemelli, tant'è che nell'apprezzo feudale del 1671 il tavolario Donato Antonio Cafaro scrive che «solamente vi è rimasto uno, dove è la porta detta Nova, dove stà l'orologgio». Col passare dei secoli quella torre si è indebolita sempre più e, all'indomani della Seconda guerra mondiale, mostrava preoccupanti lesioni che dalla nicchia della fontana raggiungevano il tetto. Nel primo piano di ricostruzione generale, approvato il 15 luglio 1950 dal Ministero dei Lavori Pubblici (decreto n. 2722), la Torre dell'Orologio risultava però tra gli «edifici intatti o completamente ricostruiti» ma il Comune di Capracotta, amministrato da Gennaro Carnevale (1946-55), nel 1952 lo restaurò arbitrariamente, tant'è che dopo quel "restauro" la Torre perse ogni valore storico, configurandosi come un esempio raffazzonato di architettura popolare. È questo il momento in cui Capracotta perde realmente il suo monumento! A tal proposito il dott. Di Nardo scrisse che «la torre era stata letteralmente, irrimediabilmente cancellata da una murata di bolognini e da intonaci di cemento. Il tetto a lìsce era stato rimosso e sostituito da un terrazzo in cemento armato recintato da una ringhiera in ferro», così com'era stato rimosso l'archetto in pietra che sorreggeva la campana. Per sostituire le parti più antiche e rivestire il corpo del manufatto la ditta appaltatrice aveva «adoperato tutti i bolognini elaborati nei cantieri della disoccupazione ed ammucchiati in prossimità del campo sportivo». I lavori di restauro, a differenza di oggi, vennero realizzati da operai non specializzati: a quello scempio parteciparono infatti tutti i disoccupati di Capracotta, sarti, contadini, pittori, calzolai ecc. La decisione di stravolgere la Torraccia fu legata anche a questo: a far lavorare le persone che si trovavano in stato di indigenza. Come ci conferma Monaco, il terzo lotto del piano di ricostruzione, approvato il 12 novembre 1953 dal Ministero dei Lavori Pubblici (decreto n. 3295), interessava «anche l'abbattimento della Torre dell'Orologio» e del fabbricato retrostante, per i quali veniva sancito il «divieto di riedificazione». Questo era il segno che il Comune - di cui Nicola Ianiro era sindaco pro tempore - dopo aver "sostituito" la Torre, aveva ormai deciso di buttarla giù. Ma la necessità di demolire torrione e fabbricato retrostante era diretta emanazione delle idee di grandeur urbanistica che, sospinte da Noè Ciccorelli (1895-1976), montarono presso buona parte della comunità capracottese e che prevedevano il prolugamento di corso S. Antonio fin sulla Terra Vecchia, nella speranza che dalla Chiesa di S. Antonio si potesse scorgere il sagrato della Chiesa Madre. Dal 1953 al 1970, dunque, le decisioni politiche del Comune di Capracotta circa la torre orologiaria sono ruotate attorno a questo: osservare quanto prescritto dal piano di ricostruzione che imponeva l'abbattimento della Torre o sorvolare sugli obblighi di legge, assumendosi la responsabilità politica (e penale) di un tale atto. La cronistoria che Antonio Vincenzo Monaco fa nel suo contributo è sostanzialmente impeccabile, nel senso che racconta con dovizia di particolari l'altalenante iter burocratico. Questo si interrompe più volte a causa delle rimostranze dei proprietari dell'abitazione dietro la Torre; altre volte il processo accelera sotto la pressione del Ministero dei LL. PP. e della Soprintendenza ai Monumenti degli Abruzzi e del Molise. Fatto sta che sotto le giunte di Vittorino Conti (1955-60) e di Carmine Di Ianni (1960-65), pur ripresentandosi a ondate l'urgenza di abbatterla, la nuova torre in stile I.A.C.P. continuò a scandire le ore dei capracottesi. Nel 1965 si riaffacciò, con inenarrabile e definitiva prepotenza ideologica, il dilemma della demolizione della Torre, che vide coinvolte persone ancor oggi in vita (interne ed esterne al consiglio comunale) per cui sarebbe irriguardoso addossar loro responsabilità dirette. Dirò soltanto che tra il 1965 e il 1970 quella benedetta torre diventò l'ago della bilancia delle lotte politiche cittadine, che si inseriscono in una vera e propria quiŝtióne capracuttése : una disfida che in realtà durava da ben prima della Grande Guerra e che vedeva scontrarsi le due farmacie (chiamate "partiti") di Capracotta. Una delle due fazioni, quella del dott. Filiberto Castiglione, era a favore dell'abbattimento della Torre, così da godere di maggiore spazio di fronte alla propria attività. L'arma di ricatto utilizzata dal "partito" Castiglione stava nel fatto che l'altra farmacia, quella di Alfredo Conti, esercitava la professione in assenza delle dovute garanzie deontologiche e legislative. A ciò si aggiunga che il proprietario della ditta appaltatrice (di cui non farò il nome), grazie a "mirate insistenze" presso il Ministero dei LL.PP., riuscì a travalicare qualsiasi delibera comunale, pur di accelerare il processo di demolizione della Torre. All'indomani dell'insediamento della nuova giunta guidata dal notaio Michele Conti, avvenuto l'8 giugno 1970, il feticcio della Torre dell'Orologio venne buttato giù, ponendo fine all'unico glorioso - ma ormai indecoroso - testimone della Capracotta quattrocentesca. Concludo dicendo che, per comprendere a fondo la vicenda della Torre e per non incorrere nelle fesserie che spesso si leggono sui social network , è necessario immergersi nello spirito del tempo - lo Zeitgeist , come dicevano i filosofi tedeschi -, un'epoca nella quale nessuno protestò per l'abbattimento della Torraccia, nessuna manifestazione fu indetta, nessun comitato cittadino fu istituito. Basti pensare che nel 1963 persino la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio, l'organo deputato dallo Stato a conservare il patrimonio storico-artistico del Belpaese, si era detta favorevole alla demolizione. Secondo voi oggi chi si assumerebbe la responsabilità di modificare totalmente un edificio medievale o di abbatterlo nel silenzio generale? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Conti, Capracotta il "mio" paese , Capracotta 2016; A. Di Nardo, Sfogliando le memorie , Mancini, Tivoli 2005; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. V. Monaco, La Torre dell'Orologio , in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009.

  • Un servizio a tutta pagina

    Sul Rotocalco, il primo articolo di Tommaso è una variazione su un tema per lui non troppo inconsueto: il vecchio che viene in soccorso del nuovo che l'avrebbe dovuto soppiantare. Stavolta le due parti sono coperte da un anziano cavallo e da un moderno spazzaneve. La scena è un paesino dell'Alto Molise, Capracotta: «La sera del 10 febbraio arrivò a Campobasso un montanaro che cavalcava una giumenta. Finché era rimasto in sella, nessuno avrebbe potuto indovinare la sua età, la sua condizione, la sua provenienza perché il lungo mantello dal quale era avvolto gli copriva anche la punta del naso; e la tesa di un cappellaccio di feltro, calcato sino alle orecchie, gli nascondeva il resto del viso. Il cavaliere intabarrato veniva da uno dei paesi dell'Alto Molise che erano rimasti isolati, per la neve. Era Emanuele Paglione, procaccia di Capracotta. Nelle bisacce, legate dietro la sella, portava i sacchi della posta». È successo che il modernissimo spazzaneve di cui dispone il paese sia rimasto intrappolato fra due alte muraglie gelate. Il procaccia, allora, non ci ha pensato su: ha sellato la cavalla e ha affrontato una marcia di undici ore. Due storie curiose si intrecciano. La prima è quella della stirpe Paglione: dai tempi del governo borbonico ha assunto l'impegno di garantire il servizio postale a Capracotta, la consegna dei plichi deve avvenire «al massimo ogni cinque giorni, in ogni stagione, con qualsiasi tempo, a qualunque costo». Per questo, anche stavolta, l'ultimo erede non si è fatto fermare dalla grande nevicata. Dall'altra parte c'è lo spazzaneve, un Alaska Clipper: «Forse il più potente che esista in Italia. È arrivato a Capracotta per un fortuito caso di guerra. Quando era passato il fronte, il paese era rimasto distrutto per due terzi. Nell'inverno '44, però, una cinquantina di persone era tornata fra le rovine. Era stato un inverno freddissimo, i montanari erano rimasti isolati, erano dovuti intervenire gli alleati lanciando viveri e coperte col paracadute». La storia era finita sui giornali di oltreoceano: «I corrispondenti di guerra americani avevano organizzato una spedizione di soccorso; ogni giorno telegrafavano lunghi resoconti ai loro giornali; e, forse, avevano calcato un po' la mano. Da noi, naturalmente, non si era saputo con quanta emozione fosse stata seguita, negli Stati Uniti, quella vicenda». Così a guerra finita, un sindaco del New Jersey aveva scritto al municipio di Capracotta. Chiedeva dove era meglio sbarcare lo spazzaneve acquistato col ricavato di una grande colletta. Qualcuno aveva pensato a uno scherzo e invece era vero: il potentissimo Alaska Clipper era arrivato sui monti del Molise. E, alla prima occasione impegnativa, si era bloccato. Enrico Mannucci Fonte: E. Mannucci, I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi: una vita da prima pagina , Baldini e Castoldi, Milano 1995.

  • Le capre

    È una contrada dove le capre debbono esserci state sempre, dai tempi dei tempi, se è vero che due dei paesi che sono in quelle parti portano ancora nomi che con la parola "capra" hanno strettamente a che fare. È una contrada civile, d'antica illustre civiltà, che ha il suo perno in una montagna le cui pendici non sono molto lontane da una città famosa, ma che conserva ancora, per fortuna, alunché di rustico e primitivo. Le automobili che, provenienti dal nord, transitano su quella montagna per arrivare alla città famosa, incontrano ancora - ma sempre più raro - qualche gruppetto di capre nere, con quelle barbette al vento, con quel tipico passo di mandria fra prudente e smemorato che va dietro a un pastore, per lo più vecchio, con una verga in mano, una borraccia militaresca dietro le spalle. Le automobili vorrebbero fermarsi, le signore specialmente sarebbero curiose di veder meglio quello spettacolo insolito; e le signore straniere mandano alle volte gridi di meraviglia, ma la disattenzione di chi guida o la fretta d'arrivar in città li trascina via tutti, senza guardare, come in una folata di vento distratto. Conosco uno di questi greggi di capre. Il pastore è vecchio, combatté nella prima guerra mondiale. Da quella guerra, insieme con una ferita a una gamba, portò via un tascapane, e una borraccia; gli piacevano. E, insieme con quella borraccia (il tascapane si è rotto, anche se fu sostituito per due volte da altri tascapani, portati da un nipote durante la seconda guerra mondiale), il pastore, oramai vecchio, porta con sé una coperta, a tracolla. I cosciali d'inverno non se li fa fare di pelle di capra; per una superstizione. Li vuole di pelle di pecora: quasi bianchi, screziati di giallo. Conosco anche quella superstizione, queste piccole manie, ho discorso più di una volta col pastore che vien chiamato, come tutti i pastori, con un soprannome: Caiello. Ma questo non importa. Quel che importa sapere è che quest'anno, dopo forse mille anni, da tempo immemorabile, è venuta sulla montagna e in tutta la contrada tanta neve come mai era venuta. E anche tanto gelo. Incominciò il due febbraio verso mezzogiorno, quando in mezzo a una pioggerella fredda prese a baluginare qualche fiocco di neve. Poi nel pomeriggio ci fu calma. E verso sera venne una nevicata lieve, innocua, quasi primaverile. S'era attaccata più che altro alla crosta degli alberi e, nelle prime ore della notte, quasi accarezzata dall'alito di un vento tiepido, s'andava lentamente sciogliendo. Il pastore Caiello era uscito dalla sua capanna: gli mancavano due caprette. Dovevano essersi fermate poco più giù, in uno stazzo antico; e non aveva preoccupazioni. Le avrebbe certo ritrovate, anche se era di notte. Gli piaceva invece quella nevicata leggera e quel vento tiepido che presto l'avrebbe spazzata via. Fu in quell'attimo, mentre aveva già ritrovato le due caprette, tutte fradice d'umidore, che l'aria cambiò. All'improvviso: un'aria gelida, polare, da levar la pelle; senza vento. Un'aria che, introdottasi all'improvviso in quell'umidore che si andava sciogliendo, lo fermò, lo rattrappì, lo inchiodò, come per una trama di mille aghi sottili, nella corteccia degli alberi. Così conficcato, il gelo penetrò a fondo nella midolla degli alberi, la ferì a morte. Il pastore Caiello pensò in quel momento alle gambe delle due caprette che, inzuppate d'umidore, si erano anch'esse rattrappite, mentre risalivano verso la capanna, ma pensò di più ai tre olivi che aveva giù, ai piedi della montagna. Soltanto tre olivi; ma alti, belli, fronzuti, comprati a soldo a soldo con i sacrifici di tutta la sua vita, in un pezzo di terra poco più grande di un fazzoletto. E adesso i tre olivi stavano morendo. Lieve, verso l'alba, dopo una notte in cui il pastore Caiello non prese sonno, ricominciò a nevicare; e non finiva più. Ricominciò verso l'alba, dopo tutti quei delitti perpetrati contro le piante e le erbe, la grande nevicata: lieve, innocente, come se nulla fosse accaduto. Adesso al pastore Caiello non piaceva più la neve, era pieno di rabbia. Sapeva che tutti i germogli, anche delle erbe e degli arbusti più resistenti al freddo, anche lassù sulla montagna, per i morsi di quel gelo, venuto all'improvviso dopo l'umidore, erano morti; e che se voleva salvarsi e salvare le sue bestie, doveva far presto. Più volte era disceso dalla montagna, ma adesso era un affare serio. Aveva nevicato, fitto fitto, tutta la mattina; già due palmi di neve. Dopo mezzogiorno incominciò la tormenta; le assi della capanna, dove Caiello aveva passato quasi tutta la vita, incominciarono a scricchiolare; fuori il "mondo" era già così buio di foschia nevosa e di vento che quasi più non ci si vedeva. Quando la mandria delle capre comparve sulla strada grande, dove passano le automobili, fu come se tutte le barbe delle capre e del caprone e anche delle caprette giovani fossero intirizzite e le zampe rattrappite tra gelo e neve: così dure, queste, a venir fuori dall'involucro della neve alta, così rigide nel far scivolare e battere gli unghioni dei piedi sul ghiaccio... Il pastore Caiello non sapeva più a che santo rivolgersi. Andava qua e là, gli scarponi entro la neve, a incoraggiar con la verga - leggera ora come una piuma - questa o quella delle sue bestie; ma non c'era nulla da fare. Il passo, già di solito mezzo prudente e mezzo smemorato della mandria, sembrava adesso stregato non si sa da quale incanto; le barbe delle capre, appena un vuoto si formava nella tormenta, stavan tutte rivolte da una parte, quasi incantate, come se, caduto all'improvviso, quasi per miracolo, l'impeto del vento e della neve, in quel vuoto dovesse comparire un suono strano, una specie di campano d'argento o la barba di un santo miracoloso. Perfino il caprone che, con le sue corna abbassate, aveva fatto fin allora da battistrada nella tormenta, stava immobile, come estatico, imbacuccato di neve e di gelo. E maledetto anche il modo come son fatte le capre, proprio la pelle delle capre: che, con quegli intrighi di peli, con quei fili, or morbidi ora aspri di lana, par fatta apposta per afferrare il gelo, per tenere stretti i fiocchi della neve e i nodi del ghiaccio. Il pastore Caiello non sapeva a che santo rivolgersi. Ma più di tutto erano una disperazione i piccoli nati, i capretti che eran venuti al mondo poche settimane o pochi giorni prima. Tirar su la zampetta a uno, mezzo affogato nella neve; sollevare il musino a un atro che, ostinato, anche nel pieno della tormenta, a poppare dal petto della madre, s'era poi accasciato, come tramortito, sulla strada, con le labbra ancor piene di latte; soffiare sugli occhiucci del più piccolo, un esserino sottile sottile, dal pelo nero come la pece, però morbido e lucente come ebano, le cui zampette posteriori il pastore aveva messo dentro la tasca sdrucita della sua giacca ma che col musino doveva stare appoggiato fra gomito e avambraccio del suo protettore... questa sì è una passione vera, far da mamma e da guardiano. Quando finalmente, a notte inoltrata, arrivarono a una casa che sta proprio sulla strada maestra e si aprì una luce, tutte le capre e anche il caprone e i capretti rimasero con le teste alzate, gli occhi spalancati in mezzo ai peli annodati di ghiaccio, le barbette immobili, incantate, come se, in mezzo alla tormenta, nel buio della notte, la piccola nave ondulante della mandria nera in marcia fosse stata presa all'improvviso nella striscia splendente e luminosa di un faro. Stettero immobili, tutte le facce voltate da una parte; e il pastore capì che erano arrivati. Era questa la casa d'un prete che al pastore Caiello era stato sempre amico. Parente di parenti; e anche la sorella del prete, la "zia", gli aveva sempre fatto la faccia amica, specie quando per Pasqua, quasi per abitudine, il pastore portava un capretto e per l'Ascensione il latto "caiato". Ma quella sera, allorché il pastore comparve con tutto l'armento, i visi non furono amici. Il prete aveva scoperto proprio in quelle sere di neve, leggendo entro un vecchio libro di poesie latine, che le capre, specie il caprone, mandano un odore immondo, e la "zia", diventata negli ultimi anni sempre più bisbetica, inorridì all'idea di avere chi sa per quanto tempo come ospiti il pastore e la sua mandria, anche se sapeva che, non lotana dalla casa dove abitavano, avevano in proprietà una stalla vuota. Ci fu una breve discussione, quasi un alterco; il pastore ebbe un lampo d'ira negli occhi. Poi pensò che i due in fondo non avevano torto se al primo comparire, in quella notte d'inferno, gli avevano fatto la faccia scura. Per fortuna c'era nella casa rustica un ragazzo, il nipote del prete, che aveva il cuore buono. Fu lui che rabbonì lo zio e la zia, fu lui che, in mezzo alla neve, accompagnò Caiello e le sue bestie nella stalla, si assicurò che la porta di questa reggesse bene agli urti del vento e - poiché era anche ghiotto - si fece dare, prima di tornare in casa, una tazza di latte. Con furbizia di contadino, il pastore Caiello pensò di sfruttare la ghiottoneria del ragazzo e insieme il suo amore per le bestie. Era un ragazzo chiuso, con la fronte bassa, i capelli tutti ispidi come i peli di un istrice, ma un poco fantastico. Gli piacevano le bestie, soprattutto le capre. E nelle ore in cui non aveva nulla da fare – poiché le scuole per il maltempo, continuando a nevicare, eran chiuse – correva verso la stalla. E lì, seduto su una trave, vicino alla mangiatoia, mentre la neve continuava a cadere, il ragazzo dai capelli irsuti si faceva venire vicino le capre, specie quelle più snelle e graziose; forzava con le mani le zampette di questa o di quella bestiola a mettersi sui suoi ginocchi e lentamente ne accarezzava la testa. Come gli piaceva, quando la capra, a un rumore improvviso nato in mezzo al silenzio della neve, subito voltava la testa come incantata, con quel musino allungato, quasi a intento a capire... "S'è innamorato delle capre", diceva tra sé il pastore Caiello, e lo lasciava stare. Al ragazzo piaceva soprattutto una capretta snella e gentile, dagli occhi incredibilmente dolci, con le due piccole corna, che spuntavano tenere fra i peli della fronte. E come rideva contento il ragazzo, quando, le zampette della bestiola sui suoi ginocci, le faceva il solletico con le dita sotto il mento e quella volgendo rapida gli occhi, a un minimo rumore del vento dalla parte della finestra, rimaneva come trasognata; ma poi, quasi ritornando in se stessa, dava una lieve zuccata a lui, con la sua spalla, come se fossero tutti e due d'accordo a non aver paura del vento, a continuare il gioco. Rideva felice, e qualche volta, se una spera di sole, interrompendo la nevicata, entrava nella stalla, si metteva a ruzzare con le capre come se fosse anche lui un capretto... Il pastore lasciava fare. Furono giorni difficili, meno che per il ragazzo. La neve crebbe fino a un metro, un metro e mezzo, arrivò quasi all'altezza dell'ultimo cardine della porta della stalla. Bisognava spazzare via la neve, bisognava andare ogni giorno nel paese vicino, a procurare il mangime; bisognava cuocere parte del mangime entro una conca di rame in un camino posticcio, scavato in una parete della stalla. E quando le capre si ammalarono, fu necessario andare in paese in cerca del veterinario e poi delle medicine. A tutte queste cose si prestò il ragazzo e, nelle ore in cui di solito andava a scuola, si prestò perfino, con grave scandalo della zia, a vendere il latte. Adesso che le scuole si sono riaperte, anche le capre son tornate lentamente sulle pendici della montagna. Il pastore Caiello fa, nella sua mente, i conti della battaglia combattuta. Tre delle capre più vecchie morte; tre capretti, e non soltanto uno, offerti come sacrificio per l'ospitalità, lunga e noiosa, che i padroni della casa hanno concesso. Ma il nerbo dell'armento è intatto; giovani e vecchi tutti in gamba su per la salita. Peccato che gli olivi siano definitivamente perduti. Il pastore Caiello è stato a visitarli col cuore trepidante, in uno degli ultimi giorni della dimora nella stalla. Li ha visti come "stregati": i fili nudi, di quella che un tempo era stata la chioma delle foglie, abbassati, umiliati quasi fossero rami di salici piangenti. E morti: proprio scheletri bianchi come fantasmi. Questa è una ferita che gli rimarrà nel cuore. Per il resto tutto si accomoderà. Vero è che la primavera quest'anno è ancora come addormentata; ma i germogli dei rovi, su, nella montagna, proprio quelli che parevan morti peggio degli olivi, ecco che incominciano a rispuntare. Le spine, pensa il pastore, nella vita sono più dure a morire che i fiori e i frutti. Anche gli arbusti di carpino e di quercia presto rimetteranno fuori le loro puntine vive, così gradite alla lingua raposa delle capre; e tutto sarà in fondo come prima. Come sempre, come mille anni fa. Solamente ci saranno di nuovo le automobili che, transitando sulla montagna, incontrano ancora - ma sempre più raro - qualche gruppetto di capre nere, con quelle barbette al vento, con quel tipico passo di mandria fra prudente e smemorato che va dietro a un pastore. Le automobili vorrebbero fermarsi, le signore specialmente sarebbero curiose di veder meglio quello spettacolo insolito, ma la disattenzione di chi guida o la fretta d'arrivare in città li trascina via tutti, senza guardare, come in una folata di vento distratto. Bonaventura Tecchi Effettivamente sono numerose le località, il cui nome ha a che fare con la parola "capra", da Capranica e Caprarola, due paesi della provincia di Viterbo (probabilmente quelli ai quali allude lo scrittore di Bagnoregio) alla famosa isola di Caprera, legata per sempre al ricordo di Garibaldi; dalla meravigliosa Capri, nel golfo di Napoli, a Caprara, nelle isole Tremiti; da Capracotta (Campobasso) a Capranica Prenestina (Roma); da Capraia, nell'arcipelago toscano, a Caprona e a Caprile. E l'elenco è tutt'altro che finito. Fonte: B. Tecchi, Storie di bestie , a cura di F. Mazzoleni, Bompiani, Milano 1965.

  • Sulle tracce di Nunzio Baccari, dalla Lungara a Trevi

    Papa Benedetto XIII morì il 21 febbraio 1730, lasciando la diocesi di Roma nelle mani del vicario generale che, per i troppi impegni, si vide costretto a delegare molti dei suoi compiti ai fedelissimi del pontefice, tra cui il capracottese Nunzio Baccari. Tra il giugno e l'ottobre 1730, infatti, mons. Baccari, vescovo di Bojano e soprattutto vicegerente di Roma (colui che coadiuva il vicario generale della chiesa romana nelle funzioni di governo), si ritrovò a celebrare due importanti funzioni religiose, una a Trastevere, l'altra nel Rione Trevi. La prima, avvenuta domenica 18 giugno, fu quella «di porre la prima Pietra fondamentale della nuova chiesa da erigersi alla Longara da' Padri della Congregazione de' Pii Operari in onore del Patriarca S. Giuseppe». Durante la seconda funzione, celebrata domenica 8 ottobre, mons. Baccari «consagrò la chiesa parrocchiale di S. Maria in Via de' Servi di Maria e l'Altar Maggiore della medesima chiesa dedicandolo alla Madonna SS.ma de' Sette Dolori, nel quale ripose le reliquie de' SS. MM. Vitale e Innocenzo, dichiarando per giorno anniversario di essa consagrazione in avvenire le seconda domenica di ottobre». La costruzione della Chiesa di S. Giuseppe alla Lungara, benedetta da Nunzio Baccari nel 1730, terminò quattro anni dopo e vi è tuttora annesso un convento affidato alla congregazione dei cosiddetti Pii Operai, costituitisi a Napoli nel 1600 per volontà di padre Carlo Carafa. Vista da fuori, la chiesa trasteverina è piuttosto anonima, con una semplice facciata su due ordini; una volta entrati si scopre invece una pianta ottagonale con pareti ricche di marmi e d'ori, tanto da far fatica a credere che un tempio così ordinario possa contenere elementi estetici tanto ricchi e raffinati. Per quanto riguarda la Chiesa di S. Maria in Via, la storia è un po' più complessa, poiché questo edificio - documentato sin dal 955 - fu ufficialmente completato nel 1594 e affidato ai Servi di Maria, per cui la consacrazione officiata dal presule Baccari risulterebbe posteriore di oltre un secolo. Nel febbraio scorso mi sono recato in quella chiesa dove, dopo aver bevuto un bicchiere dell'acqua miracolosa che sgorga dal suo pozzo, ho cercato tracce della cerimonia di Nunzio Baccari: tra le tante lapidi apposte sulle pareti e nelle cappelle non ve n'è nessuna che rimandi alla dedicazione del 1730. È certo che Nunzio Baccari abitasse nei pressi di quella chiesa, tanto che quando morì, i parroci romani furono convocati «presso la Chiesa di Santa Maria in Via per il trasferimento della salma del Baccari dal suo palazzo alla Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani». Tornando a noi, è lecito immaginare che l'oggetto di consacrazione non fu la Chiesa di S. Maria in Via ma il retrostante oratorio, detto Chiesa del SS. Sacramento, che nel 1727 era stato riedificato dopo aver ricevuto la benedizione di papa Benedetto XIII. Ahimé, quando nel XIX secolo venne sventrata via del Tritone, fu demolita anche la speculare Chiesa dell'Angelo Custode, posta a destra del SS. Sacramento, ed oggi l'armoniosità dell'intero complesso è irrimediabilmente compromessa. Nunzio Baccari, che stava scalando le gerarchie ecclesiastiche a testa bassa, continuò l'opera pastorale e teologica di Benedetto XIII in una Roma che stava allora riscoprendo il suo antico splendore, incurante delle sfide che venivano lanciate a Dio e alla Chiesa. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX , Tip. Vaticana, Roma 1891; D. Di Nucci et al. , Baccari, d'Avalos, Petra e Pizzella. Altomolisani nella Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani a Roma , Cicchetti, Isernia 2019; «Diario di Roma», 2011, Roma, 24 giugno 1730; «Diario di Roma», 2059, Roma, 14 ottobre 1730; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youncanprint, Tricase 2016; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro sino ai nostri giorni , vol. XCIX, Tip. Emiliana, Venezia 1860; C. Rendina, Le chiese di Roma , Newton Compton, Milano 2000; D. Vizzari, La chiesa di San Giuseppe alla Lungara , Ardor, Roma 1986.

  • La porta lignea della collegiata di Santa Maria del Piano

    Tra le varie opere d'arte presenti nella collegiata di Santa Maria del Piano a Montella, particolare importanza ha la maestosa porta lignea di noce nera scolpita e intagliata, pregevole prodotto artistico realizzato nella seconda metà del XVI secolo. Il portale si affaccia in posizione leggermente rialzata sulla piazza principale di Montella. Un'indicazione abbastanza precisa circa la data di realizzazione dell'opera emerge dall'iscrizione marmorea posta sull'architrave, la quale recita: ANT(onius) Q(uondam) GABRIELIS CARFANEUS AD HONOREM BEATÆ MARIÆ VIRGINIS HA(n)C PORTAM POSUIT AN(no) D(omini) MDLXXXIII La persona citata nell'epigrafe, Antonio Carfagno di Gabriele, è il committente sia del portale sia dei pregevoli battenti lignei, così come si evince dalla presenza sul portale della collegiata dello stemma in pietra della famiglia Carfagno, un leone rampante con una spiga in bocca, stemma presente anche in due piccoli riquadri posti negli angoli superiori delle imposte lignee. Il committente Antonio Carfagno, discendente da una nobile famiglia originaria di Capracotta (Isernia), era stato sindaco di Montella nel 1577. Lo stato di conservazione della porta può essere giudicato buono, nonostante i battenti mostrino le numerose ferite subite nel corso dei secoli per l'incuria degli uomini e per la continua esposizione alle intemperie. Un primo restauro fu eseguito a Napoli sul finire degli anni Sessanta del Novecento; successivamente, dopo il terremoto del 23 novembre 1980, l'opera è stata oggetto di nuovi lavori di consolidamento. La porta, che misura cm. 286 di larghezza e cm. 486 di altezza, presenta un alto zoccolo al disopra del quale sono collocati ventidue pannelli figurati di diversa grandezza, undici per ciascun battente. La figurazione di questi riquadri non mostra una netta prevalenza di temi sacri, come sarebbe lecito aspettarsi all'ingresso di un luogo di culto: dei ventidue pannelli intagliati solo quattro, seppure i maggiori, recano figure di santi, mentre gli altri sono decorati con puttini, mascheroni, draghi e motivi fitomorfi. I due riquadri maggiori sono posti nella parte centrale della porta; in quello di sinistra è raffigurato San Pietro, mentre in quello di destra San Paolo. Entrambi i santi sono collocati in cartigli al disotto dei quali due cherubini reggono un vaso, mentre in alto sempre due cherubini sono posti ai lati di un mascherone. Due riquadri sui quali sono intagliati motivi fitomorfi separano i pannelli sopra descritti da quelli superiori raffiguranti: a sinistra Cristo Redentore e a destra la Madonna con il Bambino. Anche queste immagini sono inserite in cartigli contornati nella parte superiore ed inferiore da due testine, e ai lati dalle medesime viste di profilo. Riccamente intagliata è la cornice che circonda i pannelli di ciascuna imposta. Essa presenta una fitta decorazione di motivi vegetali abitati da teste di puttini finemente lavorate. Nonostante il brulicare di queste numerose forme decorative, il ritmo serrato e l'apparente caoticità che caratterizza taluni particolari, la porta di Santa Maria del Piano riesce a mantenere una compostezza classica e un colpo d'occhio di notevole armonia e unità. Adelio Moscariello Fonte: A. Moscariello, La porta lignea della collegiata di Santa Maria del Piano , in «Napoli Nobilissima», IV:2-3, Napoli 2003.

  • I primi quarant'anni dello spazzaneve

    Splendido successo della manifestazione organizzata dalla Pro Loco e dal Comune di Capracotta, per ricordare il 40° anniversario dell'arrivo del mastodontico spazzaneve in questo delizioso centro turistico molisano. Durante il periodo della manifestazione, il gigantesco spazzaneve esposto davanti alla scuola statale "S. Giovanni Bosco" ha richiamato la curiosità dei giovani e dei turisti interessati a conoscere i particolari tecnici della macchina, illustrata dall'autista incaricato al funzionamento del mezzo; con la partecipazione di numerose autorità giunte dalle varie località della regione e da Roma, tra cui il senatore Remo Sammartino, il dr. Danny Palusci, il dr. Michele Conti, il dr. Carmine Di Ianni, il dr. Pasquale Venditti ed il dr. Mario Comegna. Il sindaco dr. Antonino Sozio, chiudendo la manifestazione alla presenza di molti concittadini, ha voluto indirizzare parole di vivo elogio e di felicitazione agli organizzatori e alla Pro Loco augurando altresì nuovi successi all'opera invernale del famoso spazzaneve. Si è inoltre congratulato con i giovani artisti per aver presentato nella simpatica manifestazione saggi di disegni e pittura. Rachele De Renzis Fonte: R. De Renzis, I primi quarant'anni dello spazzaneve , in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso 1990.

  • L'asinello vestito a festa

    Era l'anno 1972 quando due amici, Antonio Sammarone (mio padre) e Pasqualino Monaco, decisero di vestire un asinello alla tradizionale festa dell'8 settembre, una novità per il corteo che sfilava durante la processione attraversando il paese: di solito era accompagnata solo da cavalli che, bardati di tutto tiro, sfoggiavano con eleganza e disinvoltura lungo il percorso. I due amici Antonio e Pasqualino ebbero l'idea, un po' per spirito di goliardia, di cambiare qualcosa al solito corteo, seguendo l'esempio di una tal zio Giangregorio, che avevano visto già sfilare altre volte durante la processione mentre sedeva sulla sella di un somarello tenendo le gambe di lato, portando un fumante sigaro alla bocca ed una singolare coppola in testa. Fu così, quasi per gioco, che Antonio e Pasqualino decisero che anche loro avrebbero accompagnato il corteo della festa dell'8 settembre con un asinello che, però, avrebbero vestito con stoffe e merletti, cambiando di poco quella tradizione che fino ad allora aveva visto sfilare solo i cavalli. Inoltre, assistere a quel corteo era sempre stato un evento di forte richiamo e di partecipazione collettiva, quindi perché non introdurne una piccola modifica? La novità ben presto divenne moda ed il numero dei somarelli è cresciuto a tal punto da creare, ancora oggi, due categorie ben distinte di partecipanti: da un lato i cavalli che, col passo fiero ed elegante, sfilano lungo le strade del paese, dall'altro gli asinelli che ispirano più simpatia e tenerezza e restano il divertimento specialmente dei bambini, che fanno a gara per potervi salire sulla groppa. Organizzare il somarello per quei giorni continua a richiedere una buona collaborazione ed un certo impegno di gruppo: di solito si va a prenderlo fuori Capracotta e si tiene in prestito durante la festa, al termine della quale, viene riconsegnato al legittimo proprietario. A questo punto segue la fase del lavaggio per evitare che l'asinello stesso possa emanare degli odori troppo forti. Si passa, quindi, al momento più creativo che lascia libero spazio alla fantasia ed alle fattezze di ricercati lavori di sartoria: qui pizzi, merletti, foulard e coccarde giocano il ruolo da protagonisti su quel drappo che viene tagliato e cucito con una certa precisione e abilità. Di solito l'acquisto dei tessuti, la scelta dei modelli e l'applicazione di centrini, strass e perline richiedono la maestria di abili mani femminili. Nel corso degli anni, a partire dal primo asinello vestito nel 1972, i tessuti hanno subìto delle modifiche, infatti si è passati dai primi più semplici e lineari, ai successivi più preziosi e decorati, da stoffe e mantelle più tradizionali se ne sono avute di più sfarzose ed originali. Poi col passare del tempo sono cambiate non solo le mode e gli stili, ma anche i nomi degli stessi asinelli: da Margherita a Bettina fino alle ultime Chiara e Costanza, le cui coccarde tricolori hanno espresso un pizzico di patriottismo che quest'anno ha voluto ricordare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Lo spirito di gruppo continua ad essere il legame che tiene in moto tutta l'organizzazione, non può quindi mancare uno spuntino, a base di pizza bianca, portato da un amico il giorno del 9 a metà mattinata, mentre sono in corso le ultime fasi di sistemazione del festoso drappo. Si aggiungono poi delle foto scattate per ricordare gli attimi che hanno visto la partecipazione del gruppo, adoperatosi nel dare piccoli consigli e suggerimenti per creare delle fattezze lussuose ed eleganti, non tanto per lo spirito di competizione, in vista del premio da vincere, quanto per l'onore di sfilare lungo il corteo, al quale parteciperà l'intero paese. L'asinello, vestito così a festa, è finalmente pronto per unirsi agli altri del gruppo, ognuno abbigliato secondo uno stile e decorazione particolari. Alla fine vederli sfilare tutti insieme è un vero coinvolgimento collettivo che cattura l'attenzione e la curiosità di quanti sono appostati ai lati della strada per vederli percorrere le strade del paese. Se ci si accosta alle persone che attendono il loro passaggio, è facile sentire qualche voce esprimere il parere su quale sia l'asinello preferito: forse per i colori che all'occhio risultano più brillanti, forse per lo sfarzo che trova espressione in dettagli e particolari diversi o semplicemente per la simpatia che ogni somarello riesce a suscitare mentre accompagna il corteo. Bisogna, comunque, fare una precisazione: questi somarelli non possono competere con i cavalli che sfilano fieri ed a testa alta, beh, quelli sono una categoria a sè ed è meglio non farli imbizzarrire durante il passaggio! Tornando a noi, al termine del corteo che il giorno 9 settembre conclude i tre giorni di festeggiamenti, è abitudine radunare tutti gli asinelli in piazza Falconi per un saluto finale: a proposito una piccola modifica ha visto quest'anno il raduno prender luogo per il corso S. Antonio dove c'è stato anche un momento di brindisi che ha segnato il termine della cerimonia. La festa ancora una volta ha riscosso la numerosa ed assidua partecipazione popolare, richiamando molti compaesani da destinazioni diverse, persino dagli Stati Uniti e dal Canada, dove risiede una consistente rappresentanza di quanti, nei tempi passati, sono emigrati oltreoceano in cerca di fortuna, senza dimenticare il legame con il paese di origine. I ritmi festosi sono giunti ormai a termine: un pizzico di malinconia si avverte verso sera quando, per le strade, le luminarie sono già spente ed i suoni della banda che ha accompagnato i festeggiamenti sembrano quasi lontani; i giorni passati sono stati vissuti con intensità ed ognuno ne porterà con sé il ricordo. Si preparano già le valigie ed in parecchi sono pronti a ripartire verso le città luogo di abituale dimora; nell'animo si avverte un po' di nostalgia per quei momenti di festa che hanno coinvolto l'intera popolazione che si è mossa lungo le strade sembrando il corso di un fiume che scorre a ritmo lento e cadenzato. È facile emozionarsi ancora di fronte a tali manifestazioni che spesso legano il sacro al profano, unendo alla tradizione anche un po' di folclore. Da quando il primo somarello bardato si è unito al corteo della festa dell'8 settembre è trascorso parecchio tempo, precisamente ben 39 anni, il trascorrere dei quali ha segnato il passaggio da una generazione all'altra, portando con sé il segno dei cambiamenti dettati dalle mode e dalle tendenze del momento e conservando ancora il desiderio di vivere quei momenti di festa con partecipazione nel rispetto di una tradizione, che nata un po' per caso da due amici, si vuole mantenere negli anni a venire. Marinella Sammarone Fonte: M. Sammarone, L'asinello vestito a festa , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. II, Proforma, Isernia 2012.

  • I duchi di Capracotta a Pomigliano d'Arco

    Nonostante ospiti uno dei più grandi poli industriali dell'Italia meridionale, la cittadina di Pomigliano d'Arco, situata ad est di Napoli, ha delle architetture civili e religiose di tutto rispetto, come la Taverna del Passo, la Chiesa di San Felice e quella del Carmine. Meno nota, quasi sconosciuta agli stessi pomiglianesi, è la piccola e periferica Chiesa di San Pietro e Paolo, sita nell'area residenziale di Pacciano, sul versante orientale della ex via Mezzana, ed oggi fagocitata dall'enorme parrocchia in cemento di San Pietro Apostolo. In realtà quell'edificio, che faceva parte di una vera e propria masseria, non ha mai goduto di buona salute se non in un breve frangente storico agli albori del XIX secolo. Già nel 1615 la chiesetta veniva descritta da Giovanni Battista Lancellotti, vescovo di Nola, «pubblica, priva di rendite e in cattive condizioni». A quel tempo pare vi fosse anche una torre con orologio a base quadrata, risalente al XIII secolo, che proteggeva il fabbricato dei Caracciolo di Sant'Erasmo, da cui l'intero complesso prendeva il nome. Nella medesima visita del 1615, il vescovo Lancellotti esaminò anche un'altra cappella, privata, ubicata nella stessa masseria Caracciolo ma, dopo quella santa visita, per circa due secoli il «Casali Pacciani» e relative pertinenze spariscono dalla storia scritta. Nel catasto onciario del 1753-54 la chiesetta non risulta nemmeno registrata, anche se gli studiosi Giovanni Basile e Annunziata Esposito, sulla base di altre testimonianze, sostengono che fosse ancora aperta al pubblico e povera. Le notizie relative alla Chiesa di San Pietro e Paolo a Pacciano riappaiono a partire dalle visite pastorali effettuate tra il 1807 e il 1810, quando, nelle relazioni scritte la chiesuola è definita « Cappellam S. Petri et Paoli », di proprietà dei signori di Capracotta, che evidentemente la sostenevano economicamente. I nobili che allora tenevano il titolo di Capracotta erano i Capece Piscicelli, nella persona di Antonio Capece Piscicelli (1785-1839), VII° duca di Capracotta dal 1799 e patrizio napoletano, figlio di Carlo e dell'ormai celebre Mariangela Rosa de Riso. Quelli sono gli anni in cui la ricca famiglia dei Capece Piscicelli rinnova il bel palazzo in via Monte di Dio a Napoli, la villa estiva ad Ercolano e un villino rustico a Massa di Somma, imprimendo il nome di Capracotta su una vasta area del Napoletano. Tornando alla Chiesa di San Pietro e Paolo, nel 1813 questa diventa di patrocinio dei signori Pietra-Molara, che la mantennero in buone condizioni almeno fino al 1824, evadendo così dall'orbita dei signori di Capracotta, ormai alle prese con problemi testamentari. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Albanese, Cronache di una rivoluzione. Napoli 1799 , Angeli, Milano 1998; G. Basile e A. Esposito, Pomigliano sacra: parrocchie, chiese, cappelle , Giannini, Nola 2010; R. Caneschi, Documenti di storia pomiglianese: le città, le strade, i monumenti , Università Popolare di Pomigliano d'Arco, Napoli 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • All'U.S. Capracotta il 1° torneo "Erasmo Iacovone"

    Nell'incomparabile scenario di Monteforte, là dove la natura ha elevato uno stadio di ineguagliabile bellezza, si è concluso il 1° torneo di calcio "Erasmo Iacovone", organizzato dalla Unione Sportiva Capracotta. Non poteva essere scelto posto migliore per onorare e rievocare la figura del giovane calciatore tragicamente scomparso lo scorso febbraio che, pur cresciuto calcisticamente in altri lidi, portava impresso il marchio di questa sua terra, di questa natura limpida, semplice, schietta, riversatasi nel suo carattere con la medesima forza con la quale un torrente si getta in un fiume. Carattere che faceva di Erasmo Iacovone un giovane taciturno come lo sono in genere i montanari, quasi timoroso della popolarità, schivo delle lodi e della gloria che gli derivava dal suo talento calcistico, che lo rendeva un solitario ma con forti legami affettivi, come solitarie sono le cime dei monti che hanno fatto corona alle migliaia di sportivi sparsi sull'immenso prato i quali lo hanno ricordato commossi, attraverso la parola affettuosa di Don Alfredo De Renzis che gli fu vicino in vita ed in morte nella città di Taranto. L'ondata di commozione che ha pervaso i presenti si è elevata sino al cielo che, d'incanto, si è scrollato di dosso le nubi foriere di pioggia ed ha regalato alla folla uno di quei stupendi, delicati tramonti settembrini che solo è dato da gustare qui, nel Molise altissimo. È stato uno spettacolo indimenticabile di folla, di partecipazione accorata, un momento di vera umanità quello vissuto a conclusione del Torneo, giustamente vinto - anche per diritto affettivo e sentimentale - dai ragazzi di Capracotta che alla fine hanno prevalso sulla irriducibile ed alquanto sfortunata compagine di Vastogirardi. Il punteggio, 4 a 1, è di quelli che non ammettono discussioni, ma onestà vuole che si dica che in campo, per tutto il primo tempo, una squadra sola ha dettato legge: il Vastogirardi, partito alla grande sotto la spinta di un centrocampo ottimamente orchestrato dai fratelli Marchione. È stato un continuo assalto alla porta di un Capracotta disorientato vuoi per la perfetta manovra dei vastesi, vuoi per l'evidente emozione che attanagliava i suoi atleti; e si deve solo alla sbadataggine degli attaccanti avversari se Pettinicchio non è stato costretto a raccogliere più volte il pallone in fondo alla sua rete. Clamorose, tra le altre, le occasioni mancate al 15', al 25' e al 36'; quest'ultima con ben due attaccanti soli davanti alla porta; e, come spesso succede in simili casi, la squadra che sbaglia viene punita. Infatti al 43' su una punzione centralissima, il portiere Antonelli Giuseppe commetteva una papera colossale lasciandosi sfuggire sotto il corpo un tiro sferrato da Ianiro Bruno che così realizzava la prima rete. Si ripeteva ancora l'estremo difensore vastese al 7' del secondo tempo facendosi beffare da un pallonetto malizioso ma non certo imprendibile di Mosca Attilio. A questo punto la squadra di casa saliva in cattedra e cominciava a macinare azioni stroncando i generosi avversari, che, pur continuando a lottare, accusavano chiaramente la fatica e la disillusione. Appena dopo otto minuti, al 15', si aveva la terza rete ad opera del giovanissimo Monaco Luca, ragazzo di una intelligenza calcistica notevole, che si ripetava anche al 44' con una segnatura che gli consentiva di assicurarsi il titolo di cannoniere del Torneo. Al 25', intanto, il Vastogirardi in un sussulto d'orgoglio, aveva ottenuto la rete della bandiera. Alla fine dell'incontro le autorità presenti hanno proceduto alla premiazione delle squadre e degli atleti. Una targa ricordo è stata donata ai familiari di Iacovone che a loro volta hanno offerto una artistica coppa. Le formazioni: U. S. Capracotta: Pettinicchio Vincenzo, Di Nucci Massimo, Giuliano Leopoldo, Paglione Emilio, Sammarone Paolo, Carnevale Pasquale, Di Nucci Luciano, Carnevale Michele, Monaco Luca, Mosca Attilio, Ianiro Bruno. U.S. Vastogirardi: Antonelli Giuseppe, Cenci Domenico, Colucci Mario, Marchione Bruno, Amicone Nicola, Vespa Pasquale, Antonelli Roberto, Marchione Giulio, Spognardi Camillo, Marchione Michele, Farina Felice. Tutte e due le squadre hanno impiegato il 13° giocatore. In precedenza, per il 3° e 4° posto, il Carovilli aveva battuto il Roccasicura per 2 reti ad 1. Nicolino Camposarcuno Fonte: N. Camposarcuno, All'U.S. Capracotta il "1° Torneo Erasmo Iacovone" , in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.

  • Giovan Battista Di Ianni e il magazzino di San Sabino

    La Basilica di San Sabino a Canosa, consacrata nel 1101, ha vissuto alterne vicende legate alla cattedra del suo vescovo. L'indipendenza dell'arcipretura di Canosa da quella di Bari fu infatti confermata da Pio IV e poi da Clemente VIII con un breve del 2 giugno 1602. In seguito al concordato tra la Santa Sede e il Regno di Napoli del 1818, la diocesi di Canosa fu invece soppressa e il suo territorio annesso a quella di Andria. Si pensi che soltanto nel 2002 Canosa ha riottenuto la sede vescovile titolare. Tornando al XVI-XVII secolo, e precisamente a cavallo tra il documento pontificio menzionato poc'anzi, il Capitolo canosino si ritrovò a gestire una delicata faccenda con Marco Antonio Renna, un personaggio del luogo che vantava il patronato sull'altare della Madonna di Costantinopoli, interna alla chiesa stessa. Il cosiddetto giuspatronato era un privilegio ecclesiastico altomedievale che riguardava la relazione tra un beneficio (in questo caso un altare) e colui che ne aveva costituito la dote patrimoniale. Attraverso questo istituto giuridico coloro che dotavano un altare, una cappella o un'intera chiesa, disponevano infatti anche del beneficiato. Il Renna era stato richiamato dal Capitolo di Canosa a «provvedere alla quasi totalità degli arredi mancanti o indecenti». Sapendo di essere nel torto, egli dispose che alla sua morte venisse ceduta al Capitolo di San Sabino la sua apotheca in località Pagliarone, ovvero «un magazzino situato nella piazza di questa città», in cambio di una messa a settimana in suffragio della sua anima. Risolta in tal modo la questione con Marco Antonio Renna, il Capitolo si attivò per rendere presto redditizio quel magazzino, tant'è che «illam alienavit Ioanni Baptiste de Ianno de Capracotta tractu temporis absque assensu Apostolico, ut apparet ex visitatione facta ab illustrissimo Domino Felice Siliceo Preposito Canusino felicis Recordationis in anno 1611, et ad presens de novo possidetur per Reverendum Capitulum que non solum non locatur sed de proprio solvit Carolenos decem singulis annis Beneficiato Sancte Caterine pro Censu supra dictam apothecam functo». A quanto pare, prima del 1611, il capracottese Giovan Battista Di Ianni - certamente un benestante che non si occupava di armenti, in quanto non iscritto alla Dogana di Foggia - affittò dal Capitolo di San Sabino il magazzino per stoccarvi forse il grano, dietro la corresponsione di un canone annuo di 10 caroli. E la visita del preposito canosino Felice Siliceo (1568-1626) conferma l'esistenza di quel contratto di locazione. Il medesimo contratto che legava il Di Ianni al Capitolo di San Sabino rimase in vigore finché, durante la successiva visita del prevosto Giovanni Giacomo Siliceo (1624-1677), il Capitolo determinò di «rinunziare al magazzino: [ma] si decide di parlarne al di fuori della visita» ufficiale dell'altro Siliceo. Questa semplice storia mercantile che ebbe luogo a Canosa nel primo '600 vuol soltanto riaffermare la storica intraprendenza imprenditoriale e commerciale dei capracottesi in terra di Puglia e, semmai, aggiungere al novero dei 36 maggiori "locati" del XVII secolo anche coloro che operavano in settori diversi dall'industria armentizia, come il suddetto Giovan Battista Di Ianni. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Drago, «Atti della Santa Visita fatta del Reposto Giovanni Giacomo Siliceo, dove vi è la Visita locale e reale di tutte le cose esistenti in questa Chiesa» , in L. Bertoldi Lenoci, San Sabino. Uomo di diaologo e di pace tra Oriente ed Occidente , Atti del convegno, Canosa, 26-28 ottobre 2001; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , Youcanprint, Tricase 2016; M. Pierno, Artisti nella Puglia centro-settentrionale tra XI e XIII secolo. Produzione artistica tra stile, identità e autocoscienza , in «Venezia Arti», 26, Ca' Foscari, Venezia, dicembre 2017.

  • Incontri con il bosco (III)

    Lasciato alle spalle il lungo tratto del percorso caratterizzato dal bosco ceduo, si arriva all'inizio di una grossa curva posta in discesa da dove si può osservare una piana con la presenza della la fustaia che scende dal Guado Spaccato, sulla destra mista a grossi massi. «Uno spettacolo di Paradiso» esclama Michele. Questa aggregazione della bellezza con il sacro non è affatto fuori tema. La storia dei popoli, in molti casi, ci rappresenta i boschi come luoghi sacri. Nella Persia si chiamavano "paradisi" i parchi e i giardini ornati di alberi. Nella Grecia la maggior parte dei boschi erano considerati sacri e venivano gestiti dai sacerdoti. I Romani, poi, classificavano i boschi in sacri luci , dedicati alle divinità silvane, e in boschi profani, distinti in silvæ ceduæ (cedui) ed in silvæ altæ (fustaia). Scendiamo nella vasta conca dove sono segnati due sentieri, uno prosegue per la vallata che porta alla Cannavina e l'altro al Guado Spaccato. I nostri sguardi sono rivolti alla sommità delle piante in cerca della luce. E avvertiamo sensazioni di calma e serenità, rafforzate dal rumore del silenzio. Lasciamo alle nostre spalle la conca piena di alberi, e ci avviciniamo alle quote più basse della vallata. La temperatura e l'umidità sono leggermente aumentate. Mario subito nota che il bosco è cambiato: «Qui il bosco è più ricco. Il faggio, con maggior frequenza, è associato con l'abete bianco. C'è la presenza di altre specie arboree: acero montano, frassino, olmo montano, perastro, ma anche un rigoglioso novellame di faggio ed abete sottocopertura delle due specie arboree». Richiama la nostra attenzione un popolamento di piante di frassino posto alla destra del percorso. Piante molto omogenee per altezza e diametro. Il frassino è specie eliofila, ama il sole o di mezz'ombra, sempre pronto a colonizzare gli ambienti disturbati per qualsiasi causa naturale e/o antropica. Ci imbattiamo in una radura con un'altra associazione vegetale, non più arborea ma erbacea e arbustiva. «Con tutti questi alberi, la radura è proprio fuori posto» esclama Giovanni. Mario, memoria storica, dà subito la sua risposta: «Questa radura è vicina alla Fonte dei Castrati e come dice lo stesso nome, qui venivano a pascolare e poi a bere durante l'estate gli animali castrati. Questo ci fa dedurre che ci troviamo in presenza di un ambiente forestale e vegetale modificato dall'uomo». La radura, infatti, è invasa da un fitto tappeto di rovi, di felci, ortica, qualche sambuco. Tra le specie arboree è presente il perastro, con il troco avvolto, fin sopra la cima, dall'edera, in un generoso abbraccio. Quest'ultima non è pianta parassita, perché è dotata di proprie radici, ma utilizza i tronchi degli alberi come semplice sostegno. L'edera veniva utilizzata un tempo nella medicina popolare, ma per la sua velenosità si sconsiglia qualsiasi uso alle persone poco esperte. Di nuovo Mario: «Completiamo il nostro racconto dando qualche notizia sui tagli del bosco». Premetto che l'uomo, per ottenere i molteplici benefici che il bosco può offrire, deve operare con interventi selvicolturali: questi si concretizzano essenzialmente nella scelta degli alberi da tagliare o da conservare e altresì preoccuparsi di assicurare la rinnovazione del bosco. Per conseguire tale obiettivo, si valorizza la capacità di tutte le specie arboree di produrre semi o quella di alcune specie di latifoglie di generare nuovi alberi, cosiddetti polloni, a partire dal punto in cui vengono tagliate. A questo punto però devo dire che il taglio del bosco è strettamente collegato alla forma di governo - ceduo o fustaia - ed al trattamento. Questo, nel caso del ceduo, può essere semplice (con taglio raso) o matricinato (con il rilascio di matricine), mentre nella fustaia dipende dalla gestione a tagli successivi (fustaia coetanea) o a tagli saltuari (fustaia disetanea). Ciò premesso, in modo semplice e schematico, vi segnalo che i tagli di abbattimento si definiscono in: tagli di raccolta finale, quando gli alberi superata una certa età o comunque una certa soglia dimensionale, vengono abbattuti per produrre legname. Con la precisazione che il taglio è funzionale alla raccolta del prodotto ma anche alla rinnovazione del bosco. «Ma qual è l'età giusta per effettuare i tagli?» chiede Giovanni. «I tagli» rispondo, «non possono essere eseguiti in qualsiasi momento della vita del bosco sia che si tratti di ceduo che fustaia. Tra un taglio di raccolta e l'altro, deve trascorrere un certo numero di anni. Tale periodo viene comunemente chiamato turno. Questo può cambiare in funzione della specie arborea che si deve tagliare e della stazione in cui si trova. Nella nostra situazione, per il ceduo di faggio il turno è almeno di anni 20-25, mentre per la fustaia si può arrivare a più di anni 120». «Inoltre» spiego ancora «ci sono i tagli di rinnovazione quando l'eliminazione di alcuni alberi è finalizzata a favorire la rinnovazione o la crescita delle giovani piantine già presenti e i tagli colturali quando l'eliminazione di alcuni alberi va a vantaggio di quelli che restano, perché più funzionali agli obiettivi da conseguire (specie arboree da salvaguardare, disseminazione, protezione della rinnovazione ecc.). Tecnicamente si tratta di interventi mirati alla riduzione della densità arborea (sfolli e diradamenti )». «Servono ad eliminare la concorrenza fra gli alberi» afferma efficacemente Mario. Infatti faccio notare che i tagli di sfollo e di diradamento, che possono essere di varia intensità, permettono agli alberi che rimangono di crescere più velocemente e in maniera più equilibrata, perché dispongono di una maggiore quantità di luce, acqua e alimenti nutritivi. «Se ho ben capito,» aggiunge Michele «con i tagli colturali si determina, in un certo qual modo, la qualità del bosco, legata alla valorizzazione di alberi con fusti migliori (forma regolare, grande vigore) e, potenzialmente, con valore economico più elevato». «C'è da aggiungere» riprendendo la parola Giovanni, «che prima di dare inizio alle operazioni di taglio, bisogna fare la martellata». Ha ragione Giovanni, figlio di boscaiolo, e aggiungo che con la martellata si esegue la formale scelta degli alberi destinati al taglio o da riservare. Ci saranno pertanto due operazioni: la martellata, quella per la segnatura degli alberi da battere, e che si esegue con il martello forestale su un tratto di radice superficiale tale da restare evidente sulla ceppaia della pianta da tagliare; la scelta degli alberi da preservare a dote del bosco nella ceduazione con il rilascio di matricine o nella conversione da ceduo a fustaia. La segnatura viene eseguita con un semplice anello in vernice rossa sul fusto delle piante. «Qui finisce il nostro incontro con il bosco» dico agli amici. «Ma perché hai voluto scrivere questo racconto?» chiede Michele. La risposta è semplice: dare un modesto contributo per conoscere e amare il bosco. E poi per onorare l'amicizia. La nostra amicizia. Perché anche il bosco è uno di noi. Un amico generoso che dà accoglienza a tutti. E come tutti gli esseri viventi è soggetto alla successione delle stagioni della vita: nascita, crescita, maturità, vecchiaia e morte. Voglio chiudere però con un aneddoto che Benedetto Croce ricorda in un suo discorso sui doveri della borghesia nelle province napoletane, a dimostrazione che agli uomini di buona volontà non mancano mai le occasioni di poter compiere atti benefici. Il filosofo e storico così scrive: Mi sta in mente come simbolo l'aneddoto, letto in un vecchio libro, di un parroco che visse nella seconda metà del Seicento in un paesetto del Molise, Montagano. Nel quale essendo capitato, circa un secolo dopo, l'economista Giuseppe Maria Galanti, e avendo visto con meraviglia la contrada tutta coperta di alberi e di frutti della qualità più squisita, e domandando come era sorta quella rigogliosa coltivazione, seppe che quel parroco, di cui durava la memoria, Damiano Petrone, non dava altra penitenza ai peccatori che di piantare alberi, e le piantagioni erano in ragione del numero e della qualità dei peccati, e quando i peccatori si scusavano di non aver gli strumenti e gli attrezzi necessari, egli trovava il modo di sovvenirli. Domandò altresì il Galanti se quel parroco fosse stato uomo di dottrina, gli risposero che era ignorante, ma conosceva e osservava il Vangelo e aveva un naturale buon senso. Tra le piccole cose di buon senso da proporre, in aggiunta all'esempio del buon parroco, c'è che l'ecologia forestale e in particolare la selvicoltura, nei modi adeguati, dovrebbero essere materie di insegnamento obbligatorio nelle scuole dei Comuni montani. Lorenzo Potena Fonte: https://www.altosannio.it/ , 2 settembre 2018.

  • Incontri con il bosco (II)

    Sorpassiamo il sentiero che porta a Portella Cieca e subito dopo lasciamo anche la pista di fondo, per seguire quello che ci porterà alla Fonte dei Castrati. A mano a mano che si scende e dopo il primo tratto della Cannavinella, il bosco ceduo sembra allargarsi, perché è aumentata la luminosità; il suolo è più profondo e fertile, la provvigione (la massa legnosa formata dal volume totale degli alberi in piedi di un popolamento) è aumentata, maggior presenza di novellame (giovani piantine nate da seme), presenza di matricine (piante che devono provvedere alla produzione di seme per sostituire, con nuove piantine, le vecchie ceppaie a mano a mano che muoiono). Si nota qualche abete bianco insieme all'olmo montano. Sul lato destro del percorso rocce e massi affioranti non mancano mai, concorrenti con gli alberi per l'occupazione del suolo. Siamo sempre in presenza del bosco ceduo che fra poco lascerà il posto al bosco ad alto fusto. «Ma perché spesso si parla male del ceduo?» irrompe Michele. Cerco di rispondere alla curiosità di Michele. Ci sono sicuramente delle posizioni sbagliate e esagerate contro il ceduo. Dato per certo che il bosco ad alto fusto è la forma di governo più naturale per tutte le piante sia aghifoglie che latifoglie, mentre il bosco ceduo rappresenta un particolare adattamento di un certo numero di piante latifoglie che hanno una più o meno spiccata capacità di riprodursi per polloni su ceppaie tagliate. Va tuttavia riconosciuto che questo governo di bosco ha consentito, nel passato, con tagli più frequenti, di avere prodotti legnosi (legna da ardere, carbone vegetale, materiale legnoso per le attività agricole ed artigianali soprattutto per le popolazioni di montagna) a turni più brevi (20-30 anni durata variabile in relazione alla fertilità della stazione), che non con l'alto fusto, dove la maturità della pianta avviene anche oltre 120 anni. Il ceduo tuttavia "sfrutta" a ritmi più intensi il bosco, con cambi repentini e violenti delle condizioni di luce, temperatura, umidità interne al bosco. Infatti in 120 anni - periodo del turno di una fustaia di faggio - il ceduo viene tagliato quasi cinque volte, stravolgendo l'ecosistema bosco. Anche per questi motivi i nostri nonni inventarono per il faggio il "ceduo a sterzo" che operativamente è una sorta di frazionamento del taglio ceduo in tre volte, assicurando in questo modo condizioni migliori di copertura - meno erosione del suolo - e continuità ecologica, con la rinuncia di una piccola parte del profitto. Per concludere, i montanari capirono da soli che il ceduo a taglio raso aveva dei limiti e trovarono il giusto rimedio. «Però a me piacciono i cedui quando assumono la chioma a forma piramidale e rotondeggiante» esclama Michele. Voglio ricordare che la forma di governo a ceduo con taglio raso non è la più indicata per la produzione dei tartufi. Le tartufaie, infatti, smettono temporaneamente di produrre dopo il taglio e riprendono tale attività quando i polloni si sono di nuovo accresciuti. La tartufaia però non muore, perché le piante simbionti continuano a vivere allo stato di ceppaia priva di fusto. Queste piante, dopo 4-5 anni che avranno ricostruito parte della loro chioma, potranno dare nuovamente i tartufi. Il trattamento del ceduo a sterzo (presenza di polloni di età diversa su ogni ceppaia), invece, risulta più favorevole alla crescita dei tartufi, perché le ceppaie non vengono mai private completamente dei fusti. Inoltre lo sviluppo dei tartufi viene favorito dalla graduale conversione del ceduo in fustaia. Questa infine, nella giusta densità, è la forma di governo più favorevole per la crescita e lo sviluppo dei tartufi. Comunque, la collettività di Capracotta deve molto al bosco ceduo. Ricordo quando, finito il taglio delle sezioni individuate dai guardaboschi comunali con l'alta sorveglianza del Corpo Forestale dello Stato, si assegnava ad ogni famiglia, per quel diritto di godimento sancito dagli usi civici, la legna per il riscaldamento domestico. Poi, l'Amministrazione Comunale, con il sindaco Carmine Di Ianni, della quale anche tu, Michele, facevi parte, fece redigere il Piano di Assestamento dall'Università Forestale di Firenze, per una migliore gestione del bosco; alla stessa Amministrazione va riconosciuto anche il merito di aver avuto l'idea di realizzare il Giardino della Flora appenninica. Al mattino, al sorgere del sole e qualche volta anche prima, Capracotta sembrava un fiume carsico sotterraneo che usciva in superficie e si riversava per le strade in direzione del bosco per prendere possesso della legna assegnata e della porzione di ceppe che apparteneva alla catasta, come dote. Chi a piedi, chi con la vettura per effettuare già il ricaccio. Le ombre dell'alba si davano voce, ma la solidarietà non andava oltre, perché ognuno pensava essenzialmente per sé. Nel bosco poi si sentivano piccole schermaglie verbali per la sottrazione di qualche ceppa, dall’ambito del virtuale confine della catasta vicina. Anche mamma, ormai catalogata come vedova di guerra, andava. E io la seguivo. Ma i protagonisti delle giornate successive erano i proprietari degli animali da soma e soprattutto i mulattieri. Su e giù per i tortuosi percorsi nel bosco e poi al paese per portare la legna a destinazione. Senza sosta. L'abbeverata degli animali era anche l'occasione per prendere un boccone e qualche bicchiere di vino, perché il pranzo completo si consumava la sera a casa. Il quartiere di S. Giovanni era pieno di animali da soma che venivano utilizzati per tutti i lavori agricoli e poi anche per il ricaccio della legna. Tra i mulattieri c'erano Pasquale Dolce , noto per i suoi muli "viziosi" (recalcitranti), poi Ubaldo Precuórie , Raffaele ( Paièle) Muscone , quelli della numerosa famiglia di Totta, Nestorino, il mio vicino di casa, l'umile e silenzioso Nicola di Virgilia con la sua mula. È difficile dire chi di loro due fosse più magro, per carenza di cibo o per l'eccessiva fatica. Forse per tutte e due le cose. Ma insieme - Nicola e la sua mula - sapevano esprimere tanta abilità e resistenza da non essere sicuramente gli ultimi della categoria dei mulattieri. E poi tanti altri dei quali si è persa la memoria. «Posso dire una cosa?» e senza aspettare risposta, Giovanni, il più giovane della comitiva, continua: «È una vita che sento parlare di usi civici ma mai nessuno mi ha detto che cosa sono». Mario: «La domanda è per te, Michele. Tu hai avuto modo, sia come amministratore che come notaio, di conoscere gli usi civici». Michele: «Ammetto che è un compito alquanto difficile, ma cercherò di rispondere. Non è cosa semplice» esordisce, «dare una definizione compiuta e giuridicamente corretta di uso civico, perché la costruzione del concetto di uso civico è opera essenzialmente della dottrina e della giurisprudenza. Riferendomi quindi a questa, possiamo dire che per usi civici si intendono quelle facoltà che gli abitanti di un Comune hanno di godere in vario modo di fondi comuni e gli stessi trovano il loro fondamento nel diritto alla vita delle popolazioni che se ne servono». «L'uomo per vivere ebbe il bisogno, insieme agli animali, di alimentarsi e lo fece con i prodotti spontanei e naturali che la terra offriva. Quando poi i primi popoli si vennero costituendo, con l'abbandono del nomadismo, si stabilizzarono, su una porzione di territorio per l'uso della terra e dei frutti che la stessa poteva offrire». «L'origine storica degli usi civici si può fare coincidere con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.), a seguito delle invasioni barbariche». «I popoli "barbari" sconvolsero il territorio conquistato e i relativi diritti di proprietà e di possesso. Tutti i godimenti, compresi gli abitanti vinti, diventarono preda dei vincitori». «In breve, spogliarono in tutto o in parte i privati e i Comuni lasciando ai cittadini l'uso dei pochi prodotti che la terra poteva offrire affinché potessero vivere (ecco ricomparire gli usi civici). Il sovrano però tenne per sé le terre migliori, i suoi condottieri le altre e - secondo l'ordinamento delle tribù di provenienza - ne divisero parte con loro compagni di ventura, con l'obbligo della fedeltà e di portare le armi in guerra, in sostegno dello stesso Sovrano». «Ma come già ho cercato di dire,» riprende Michele, «il fondamento del diritto agli usi civici, a favore delle popolazioni locali, era anche sorretto dalla proprietà della terra preesistente all'infeudazione, per effetto del diritto naturale di ogni cittadino ad occupare le terre; delle quali poi furono spogliate dai barbari. Ne discende che anche quando la terra, sulla quale già si esercitavano gli usi civici, subì della modificazioni, col passare della stessa nel regime del demanio regio o in quello feudale, gli usi civici restarono integri e invulnerati». «In tempi relativamente più vicino a noi, la legge 2 agosto 1806, emanata da Giuseppe Napoleone, abolì la feudalità ma conservò gli usi civici a favore delle popolazioni». Michele si ferma per qualche istante, come a riflettere su quanto aveva appena detto. Poi riprende a parlare: «Si può, quindi, affermare che l'origine degli usi civici in Italia ed in particolare nel Mezzogiorno è strettamente collegata all'istituzione della feudalità da parte soprattutto dei Normanni (uomini del nord Europa, originari della Norvegia)». «Tra le varie specie di usi civici» continua Michele, «si possono distinguere: Uso civico di pascolo. L'uso civico di pascolo che è tra i più antichi, non si esaurisce soltanto nella utilizzazione delle colture erbacee del terreno per l’alimentazione del bestiame ( jus pascendi ), ma anche nella utilizzazione delle altre risorse naturali del terreno: abbeveraggio degli animali e l’uso di fontane d’acqua potabile ( jus aquandi ), sistemazione in loco dei pastori durante il periodo di pascolo ( jus pernoctandi ), utilizzazione dei frascami e legna morta per la cottura degli alimenti e la caseificazione. Jus lignandi . È il diritto di fare legna per i bisogni domestici o per i lavori rurali. Esso comprende anche la possibilità di usare non soltanto la legna utile abbandonata dal proprietario, ma anche la legna secca di qualunque natura e dimensione. Altri usi civici minori: raccogliere spighe, ghiande, castagne, cavare le pietre, cuocere calce e mattoni, fare il carbone. La legge n. 1766 del 1927, poi, sul riordino degli usi civici, ha distinto i diritti di uso civico in due classi. Nella prima classe sono compresi gli usi essenziali per la mera sopravvivenza; nella seconda classe gli usi utili: i diritti - congiunti con i precedenti o da soli - di raccogliere o trarre dal fondo altri prodotti da poter fare commercio e che comunque eccedono quelli che sono necessari al sostentamento familiare. Nel linguaggio comune i beni di uso civico vengono definiti come demanio civico universale e sono sottoposti al più rigoroso regime della indisponibilità proprio dei beni demaniali (mare, spiaggia, fiumi), imprescrittibili, inusucapibili e inalienabili. Per questi motivi il demanio civico non va ascritto tra i beni patrimoniali del Comune, perché la proprietà del demanio civico appartiene alla sua collettività. Mentre al Comune sono attribuite le funzioni amministrative in materia di vigilanza e gestione dei beni che restano indistinti ed indivisi fra i cittadini della collettività. A voler essere ancora più precisi, l'amministrazione vera e propria dei beni civici spetta alle Amministrazioni Separate dei Beni di Uso civico, enti autonomi aventi personalità giuridica propria, costituiti da un Comitato di Amministrazione e da un Presidente». Questa volta è Mario: «Ma chi è il cittadino avente diritto di uso civico?». Di nuovo Michele: «Cittadino è colui che ha il domicilio d'origine o acquisito nel territorio di un Comune. Per questo, non vi è dubbio che, con riferimento ad un dato territorio, il diritto di uso civico e la conseguente qualificazione di naturale o utilitarista attiene non solo a chi vanta il diritto di nascita in quel determinato territorio, ma anche a colui che non avendo tale requisito, ha, successivamente alla nascita, stabilito le propria abituale dimora in quel territorio». Giovanni, preso dalle parole di Michele: «Ma quale utilità ne deriva per il bosco e per i pascoli?». «Di tutela soprattutto» risponde Michele. «Il principio che le terre civiche, comprese nella categoria dei boschi e dei pascoli, sono inalienabili, cioè che non possono essere venduti - la vendita costituisce un'eccezione e può avvenire soltanto in determinate condizioni e nei modi stabiliti dalla legge -, ha consentito di conservare il patrimonio dei boschi e dei pascoli integro e disponibile anche per soddisfare le esigenze delle generazioni future. Inoltre c’è ancora un altro aspetto da considerare, quello che favorisce la buona e sostenibile gestione dei boschi. La già ricordata legge 1776/1927 stabilisce che i terreni utilizzati come boschi e pascoli permanenti siano sottoposti al regime delle leggi forestali e alla ingerenza diretta dell’Autorità Forestale». «E la cosiddetta fida pascolo che cos'è?» ancora Giovanni. «La fida pascolo è il pagamento al Comune di un compenso per l'uso a scopo di pascolo di beni demaniali. È lo stesso compenso che i cosiddetti locati proprietari di armenti transumanti, superiori a venti pecore, dovevano pagare alla Regia Dogana per la Mena delle pecore in Puglia - istituita da Alfonso I d'Aragona il 1 agosto 1447 - per il pascolo invernale». Voglio riportare alla vostra memoria, continuando il discorso di Michele, come, con il ritorno della primavera, il bosco esce dal periodo di riposo e si riveste di verde per riprendere l'attività di fotosintesi. Nel paese riprendevano, dopo il lungo inverno, le attività sociali ed economiche. Una di queste era di dover assicurare gli alimenti al bestiame con il pascolo estivo e l'uso civico concorreva a questa finalità a tutela di tutti. Per noi meno giovani, non è difficile ricordare la piazza principale del paese piena di allevatori e proprietari di bestiame. Eleganti, con il vestito della festa, di velluto rigato o di panno grigio, che andavano alla riunione, presso la sede comunale, per l'assegnazione del pascolo secondo gli animali dichiarati da ognuno di essi. Tale operazione continua tuttora con scadenza triennale, ma la presenza degli allevatori è molto diminuita. Di nuovo Mario: «Proseguiamo, ci aspetta la fustaia». Lorenzo Potena Fonte: https://www.altosannio.it/ , 1 settembre 2018.

  • Incontri con il bosco (I)

    È estate: tempo di vacanze e passeggiate nel bosco. Ho accolto con piacere l'invito degli amici Mario e Michele di fare una escursione. L'appuntamento è fissato davanti alla ex bottega dei fabbri ferrai, zio Gaetano e zio Michele. Il giorno stabilito, a sorpresa, viene anche Giovanni. È una giornata con il cielo azzurro e pieno di sole gioioso. In macchina: «Dove andiamo?» chiede Michele a Mario. «Alla Fonte dei Castrati attraversando la Cannavinella» di rimando Mario. Giunti all'inizio del percorso, Michele verso Mario: «Cosa ricordi di questo posto?». Mario, grande conoscitore del territorio, appoggiato con le robuste mani sul bastone, inizia a parlare: «Ogni luogo che incontriamo ha una sua memoria. Qui ci troviamo nella piccola radura della Fonte Carovilli, sulle pendici calcaree di Monte Campo, a quota 1.600 metri s.l.m., sulla linea verticale che congiunge la Selletta con i Montetti di Carovilli. Questa è sicuramente la fonte più cara a noi ragazzi del quartiere di S. Giovanni: è stato uno dei punti di riferimento delle nostre scampagnate estive». La sorgente sgorgava da sotto le radici di due grossi faggi ancora presenti e alimentava un abbeveratoio di legno posto a valle della stessa. La vena sorgiva, danneggiata nel tempo, è stata recuperata con il lavoro di alcuni cittadini, i cui nomi si possono leggere su una targa posta a monte della fonte. L'altra radura che si trova più a monte, sotto la Selletta, nel passato fungeva da imposto, luogo dove veniva scaricata e accatastata la legna alla fine dell'esbosco con gli animali, per essere poi portata a destinazione nel paese. In questo posto venivamo a sciare quando non c'era neve a Colle Liscio della Guardata, vicino al paese. La pista partiva dal punto più alto e terminava all'imposto. «A Colle Liscio, quando la neve era abbondante, ogni dopo pranzo, sciavamo agevolmente. Ognuno sceglieva la lunghezza della pista adatta alle proprie capacità. Chi si fermava alla metà, chi un poco più sopra, fino a raggiungere il vecchio serbatoio dell'acqua. Il più bravo era Antonio "la Fornaia", audace e temerario. Aveva un'attitudine naturale a sciare. E bene. Oggi vive in Svizzera. È un eccellente artigiano e maestro di sci. Poi c'era Adriano, che aveva adattato per sci due doghe di una botte di rovere, trovata nella casa, distrutta dai Tedeschi, degli eredi dell'on. Tommaso Mosca e che attualmente è di tua proprietà» dice Mario, indicando Michele. Tutti avevamo in tasca qualche chiodino e un sasso per fissare, di nuovo, gli sci di legno, in caso di rottura delle logorate cinghie di cuoio. «Ricordo» continua Mario, «un dopo pranzo, quasi all'altezza del serbatoio, comparve un signore, dentro una tuta tutta bianca, come la neve che copriva la Guardata. Chi è, chi non è. Nessuno lo conosceva. Tre larghe curve lo sconosciuto sciatore giunse alla fine della pista vicino al ponte n° 2. Era Aurelio Di Rienzo ( Cennaflòra ), fratello del più noto professore Salvatore». A me e a mio fratello Michelino, gli sci li costruiva nonno Pasquale, classe 1889, che di mestiere faceva il muratore; ma durante il periodo invernale lavorava il legno stagionato di faggio e costruiva attrezzi ed utensili per la casa e per il lavoro. Ma ricordo anche che, senza alcuna esitazione, buttava gli sci nel fuoco del camino quando io e mio fratello tornavamo da sciare bagnati e con le mani violacee per il freddo. Mentre nonna Lauretta cercava di riscaldare le nostre mani tra le pieghe della lunga gonna di lana mista a lino, intiepidita dal fuoco del camino. Il giorno dopo, però, il nonno, uomo buono e di poche parole, era già al lavoro per costruire i nuovi sci. Oggi anche Colle Liscio è cambiato: sta assumendo una struttura e un aspetto diversi da quelli a cui eravamo abituati. Il colle non è più liscio e dove prima sciavamo liberamente senza ostacolo alcuno, oggi vi sono rovi di rosa canina, cardi, perastri, aceri, cicuta. Era l'età, la nostra, con il ricordo e i segni, ancora evidenti, dell'ultimo evento bellico. La guerra - l'atto più bestiale dell'uomo - aveva disfatto le nostre case e soprattutto il nostro vivere. La ricostruzione del paese era iniziata già con lo sguardo rivolto al domani. Malgrado tutto, noi ragazzi eravamo allegri. Avevamo spazi di libertà enormi. Nessuno ci seguiva, anche se vi era sempre qualcuno che, per benevole curiosità, ci teneva gli occhi addosso. Di quel periodo di guerra, ricordo che eravamo, insieme a molte altre famiglie, "ospitati" all'interno del cimitero, perché il paese era occupato dai Tedeschi. E due soldati, con la miccia di color nero in mano, erano pronti per distruggere l'ingresso del camposanto. Su alle Croci, poi, vedevamo il casotto di zio Raffaele Potena, in fiamme. Ma ricordo pure un giorno terribile. Era il mese di giugno, dell'anno 1945. Avevo cinque anni. All'imbrunire, seduto sul gradino del portone di casa, sentivo gli urli di dolore della mamma. Le donne del quartiere entravano ed uscivano da casa. Qualcuna mi metteva la mano sul capo. Mamma restò chiusa in camera per quattro mesi. Solo dopo ho saputo che in quel giorno era arrivata la notizia della morte di papà in Germania. Aveva trentacinque anni. Guerre maledette. «Per tornare a parlare del bosco,» continua Mario, «a me sembra che questo luogo risenta un poco della mano dell'uomo perché ha perso sicuramente le sue forme strutturali più naturali. Bisogna pur ammettere che la pista per lo sci di fondo, che ha creato questa piccola chiaria, ha dato e continua a dare qualche beneficio economico a Capracotta». «Per andare giù, per la Cannavinella, alla Fonte dei Castrati» continua Mario «propongo di prendere il sentiero che parte dalla Selletta, dalla pista di ritorno di sci, perché voglio farvi vedere come sia interessante il soprassuolo forestale che sta a monte della pista». Intorno a noi la zona è caratterizzata da un insieme di alberi mescolati e avvolgenti massi, sicuramente distaccatisi da Monte Campo, spesso di notevoli dimensioni e ricoperti di verde muschio. Alberi innervati nella roccia madre e sollevati in alto dalla forza della natura. «Alberi di pietra. Legna da ardere, dura all'accetta. Come dicono i miei fratelli boscaioli» aggiunge Mario. Un ambiente avvolto dall'ombra, dove i raggi del sole trovano difficoltà ad arrivare al suolo. Con fusti filanti alla ricerca della luce e con chiome strette a contatto le une con le altre. Le piante sottoposte, dominate, difettose o malate spesso hanno il cimale secco. La necromassa è notevole per la caduta di rami secchi e piante intere. Non c'è traccia alcuna di piantine da seme. «È una situazione forestale di difficile catalogazione, almeno per me» dice con molta onestà, Mario. Michele, che ha attraversato quella zona anche altre volte, aggiunge: «Quello che avete detto è esatto e sicuramente questi alberi hanno uno scarso valore economico e commerciale. Però qui la natura ha costruito una combinazione alberi-roccia-massi-muschio di notevole bellezza ed armonia ambientale». Faccio notare che ci troviamo sicuramente di fronte ad un ceduo invecchiato, alquanto malconcio per le difficili condizioni vegetative a causa delle avverse condizioni pedologiche e climatiche. Le piante che stiamo osservando sono polloni di età anche avanzata, derivanti probabilmente da ceppaie che hanno avuto origine, più o meno remota, da piante da seme. In sintesi, questa piccola eco-unità può essere definita ceduo con la presenza di alcune matricine meno numerose che altrove, anche per danni da neve. La piccola comitiva, guidata da Mario, continua a camminare e arriva al sentiero che conduce a Portella Cieca. «Osservate quest'altra situazione,» esordisce di nuovo Mario: «perché, a poca distanza da quella che abbiamo lasciata, è completamente diversa». Michele, con tono secco e provocatorio che spesso lo contraddistingue, commenta: «A me sembra una fustaia». «E non hai completamente torto» gli rispondo, precisando che è una fustaia un poco irregolare, definita transitoria. È una situazione alquanto complessa, spiego, ma semplice nella sua esposizione. Qui c'è un ceduo che sta passando a fustaia derivante da taglio di conversione: cambiamento della forma di governo del bosco o di una sua piccola unità, da ceduo a fustaia, in modo che il ceduo assume gradualmente la fisionomia di un bosco ad alto fusto. La conversione avviene sia mediante tagli dei polloni che per libera evoluzione a seguito di invecchiamento (il termine va inteso come superamento dell'età minima del turno di taglio e non come invecchiamento fisiologico). Se un ceduo viene abbandonato o trascurato per le difficili condizioni in cui si trova, tende a ritornare spontaneamente verso la struttura originaria che è la fustaia. Con questo processo, che avviene in tempi più o meno lunghi in relazione alle condizioni di fertilità della stazione, si ripristinano forme più vicine a quelle naturali migliorando gli equilibri e la stabilità del bosco. Si tratta di un fenomeno che per specie spontanee come querce, carpino e faggio diventa irreversibile quando i polloni hanno raggiunto l'età avanzata, in quanto, se ulteriormente tagliate, le ceppaie ricacciano stentatamente o per nulla, per mancanza di gemme dormienti vitali alla loro base. Faccio notare ai miei amici come questa copertura forestale eserciti una notevole funzione antierosiva su pendenze del versante pari al 70%-80%, perché ogni pianta ha sviluppato, in forma notevole, l'apparato radicale superficiale per trattenere il terreno vegetale asportato dalle acque. Mario sembra non aver fretta a riprendere il cammino. Anzi si gira verso di noi: «È necessario fare un passo indietro per chiarire le differenze che ci sono tra il bosco ceduo e il bosco ad alto fusto». All'invito di Mario, sento anche io il bisogno di rendere le nostre riflessioni comprensibili con l'aiuto della selvicoltura: la scienza e l'arte che, con l'aiuto di altre discipline (ecologia, botanica, pedologia, climatologia), studia e fornisce le norme tecniche per la coltivazione e la gestione dei boschi. «E il soggetto da gestire, il bosco, come va definito?» chiede Giovanni che da ragazzo andava alla ricerca di nidi e li sapeva distinguere tra i vari uccelli. È stata da tempo abbandonata l'espressione alquanto retorica e insufficiente che definiva il bosco come un insieme di alberi, proseguo nella mia spiegazione, per presentarlo invece come un ecosistema biologico - a dominanza di alberi - complesso e dinamico; al quale partecipano anche altri organismi vegetali e animali (arbusti, fiori, specie vegetali minori, funghi batteri, licheni - associazione tra un alga e un fungo -, mammiferi, uccelli, insetti), che intrecciano rapporti e relazioni di vario genere, sia tra loro che con l'ambiente fisico (suolo, luce e clima) che li circonda. L'intricato complesso di relazioni tra le componenti dell'ecosistema, le interazioni con gli ecosistemi circostanti e con le diverse perturbazioni esterne, fanno si che ogni bosco sia un sistema a sé stante, con caratteristiche evolutive proprie e propri equilibri che lo rendono unico e diverso da ogni altro bosco. Non si può, inoltre, trascurare di mettere in evidenza come la grande varietà di specie vegetali ed animali concorre ad attribuire al patrimonio forestale un alto livello di biodiversità che rende il bosco sano e ricco di vita. L'uomo governa e tratta i boschi con i tagli. In relazione al modo di governo, si ha il bosco ad alto fusto se la rinnovazione avviene per seme cosiddetta via gamica. Per il silvicoltore quindi, il significato di alto fusto è in relazione all'origine delle piante e non al loro sviluppo. Mentre si ha il bosco ceduo se la rinnovazione avviene prevalentemente per via vegetativa agamica, mediante l'emissione di polloni su ceppaia tagliata. In questo caso solo la parte aerea - fusto e chioma - si rinnova, in quanto la ceppaia, la parte basale del tronco, continua ad assicurare la vita dei nuovi polloni. Mario: «Ma come bisogna procedere per mettere in atto le azioni per una buona gestione dei popolamenti forestali?». Prevedevo questa domanda. Nel tascapane, insieme a altre cose utili (acqua, coltello e binocolo), avevo messo degli appunti su questo argomento. «Abbiate un poco di pazienza» dico agli amici. Ecco, ho trovato quello che serve. E comincio a leggere. Si inizia con una serie di operazioni preliminari che possono essere, in sintesi, le seguenti: scelta degli obiettivi che si vogliono perseguire; descrizione delle caratteristiche fisiche e morfologiche della stazione forestale; descrizione del soprassuolo; scelta dei trattamenti. Scelta degli obiettivi (per una buona gestione dei popolamenti forestali): mantenimento del sistema bosco in equilibrio con l'ambiente, agendo sui processi evolutivi del sistema senza turbare eccessivamente gli equilibri esistenti; assecondare la rinnovazione naturale; favorire la diffusione delle specie autoctone; tendere, limitatamente ai tipi forestali che lo consentano, alla costituzione di popolamenti misti; effettuare utilizzazioni non intense e dilazionate nel tempo; favorire, nelle classi di diametro superiori, la presenza di soggetti di elite, per portamento e stato vegetativo, che possano garantire una disseminazione di qualità, ma anche dei soggetti monumentali e/o secchi e marcescenti che consentano la formazione di particolari nicchie adatte alla vita di varie specie animali e di insetti, accrescendo in questo modo la biodiversità del sistema; agevolare, compatibilmente con particolari esigenze socio-economiche locali, la conversione delle formazioni governate a ceduo in fustaia, procedendo, a seconda dei casi, con interventi diretti, o per invecchiamento, ovvero lasciando le formazioni alla libera evoluzione; saper coniugare gli obiettivi sopra elencati con la valorizzazione degli aspetti economici e sociali che il bosco può svolgere in alcune realtà forestali. Per lo studio della stazione forestale, i caratteri distintivi della stazione da esaminare sono: la morfologia, orografia, pendenza, rocciosità della zona, la temperatura, la piovosità totale e la relativa distribuzione nell'anno, la presenza di neve, il suolo, la luminosità. Per lo studio del soprassuolo forestale, il modo in cui si rinnova il bosco (ceduo o alto fusto), i caratteri distintivi sono la composizione specifica (indica la ripartizione tra le specie costituenti il bosco che si definisce puro quando una sola specie costituisce almeno l'80% della copertura; boschi misti o polispecifici quando sono costituiti da molte specie di latifoglie, di conifere o di conifere e latifoglie) e la struttura (indica la distribuzione delle piante nello spazio). Si chiamano boschi monostratificati o monoplani quelli in cui tutti gli alberi dispongono le loro chiome su un unico strato, cioè pressappoco alla stessa altezza. Boschi pluristratificati o biplani quelli dove gli alberi occupano con le loro chiome lo spazio aereo a diversa altezza dal suolo e non su un unico livello. Struttura per età (bosco coetaneo e disetaneo) e stadio di sviluppo. Aggiungo ancora che i diversi parametri che caratterizzano un bosco sono tra loro correlati e collegati. Terminata la lettura dei miei appunti, Mario riprende il cammino e noi insieme a lui... Lorenzo Potena Fonte: https://www.altosannio.it/ , 28 agosto 2018.

  • Capracotta, religiosità e transumanza

    Capracotta, si sa, rimane uno dei simboli forti della civiltà della transumanza dell'Europa mediterranea. I segni ci sono tutti: i prodotti, le sagre, le usanze, i trulli inseriti tra le pieghe della montagna come in un museo a cielo aperto. Lo stesso paese, nella composizione e nel carattere, rimane una sorta di icona tra due santuari storici della transumanza: il santuario di Cerere, di Fonte del Romito, e la chiesa di Santa Maria di Loreto, sul lato opposto. Com'è noto, nel santuario (ampio giardino sacro) dedicato a Cerere i pastori transumanti tra le aree costiere della Frentania e quelle interne pagavano la tassa ( vectigal ) per poter trascorrere l'estate sui monti del Sannio dei Pentri; tassa che il santuario percepiva per conto dello stato, proprietario dell' ager populi Samnitis destinato a pascolo. Il santuario aveva una propria legge sacra con 15 divinità, riti e Decumanii (concessionari del suolo pubblico) incisi nella nota Tavola Osca, sorta di "locandina" di bronzo affissa con chiodo alle pareti, rinvenuta nel secolo XIX tra i ruderi e conservata al British Museum di Londra. Questo antico santuario aveva funzioni riferite anche all'agricoltura, come si evince dalla stessa "titolare" Cerere, dea delle messi, assistita da un folto nucleo di dee minori specializzate e da poche divinità maschili, tra cui i due Giove, uno addetto a regolare la pioggia e l'altro a seguire la crescita dello stelo. Tanti secoli dopo la chiesa di Santa Maria o Madonna di Loreto si collocherà ugualmente dentro il grande fenomeno della transumanza, ma con funzione principale di protezione divina e di azienda armentizia. Ad esigere la tassa, detta "fida", provvedeva questa volta la Dogana della mena delle pecore di Puglia, istituzione amministrativa, economica e giudiziaria con sede definitiva a Foggia. La Madonna di Loreto, che oggi protegge gli aviatori lungo le rotte del cielo, a Capracotta era venuta a proteggere i pastori con le greggi nel loro andare per essere tra i monti molisani e il Tavoliere di Puglia e viceversa. Su una pianta dei tratturi un’altra chiesetta dedicata a Santa Maria di Loreto figura alle porte di Foggia. Le antiche piste erbose del tempo di Cerere, nel XVI secolo erano diventate vie larghe come autostrade e andavano dall'alto Abruzzo al Golfo di Taranto intersecate da tratturelli e bracci per coprire a rete il territorio ed assicurare pari opportunità di intrapresa ovunque. Si trattava di vie speciali, organizzate e controllate, ma pur sempre esposte a pericoli di vario genere rispetto ai quali con la nuova religione cristiana la Madonna rimaneva la grande protettrice nelle versioni popolari di "Incoronata" e di "Santa Maria di Loreto". Prima della grande transumanza moderna la chiesa era un eremo mal ridotto, come si leggeva sulla soglia dopo i lavori che nel 1622 la fecero noviter et ampliata ; cioè nuova e ingrandita per rispondere adeguatamente alla crescita del settore avviata dagli aragonesi nel XV secolo. Tale rilancio aveva elevato anche a Capracotta il numero dei pastori che in partenza o in arrivo avevano come punto di riferimento gli spazi antistanti la chiesetta a qualche chilometro dal paese. Dinanzi alla chiesa, infatti, in autunno i pastori provenienti dai monti circostanti si preparavano e partivano per la Puglia. E nello stesso posto sostavano al rientro in primavera, riabbracciando parenti ed amici prima di risalire le vette e trascorrervi l'estate. Due incontri che suscitavano profonde emozioni, come si evince dai racconti d'epoca: « Qui i pastori si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro i fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii raccomandavano nella preghiera l'incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine » . Il rito, continuano i testi, destò un « sommo fervore di fede » da parte degli abitanti verso la Madonna da indurre questi « non soltanto ad ergerle il tempio, ma a profonderle copiose e svariate donazioni » . Ben presto Santa Maria di Loreto divenne così una consistente "masseria armentizia" forte di 8mila pecore, 50 equini, 12 buoi e 100 mucche. A guidarla fu una confraternita, sorta di « società di mutui aiuti spirituali e materiali » , che nelle feste era presente per le vie del paese con il proprio stendardo. All'inizio del XIX secolo, ai tanti locati (proprietari di pecore) diventati enfiteuti perpetui delle terre del Tavoliere sottratte alla transumanza con la legge napoleonica del 1806, si aggiunse anche S. Maria di Loreto, diventata Congregazione di Carità. Non va dimenticato che la "masseria" di Santa Maria di Loreto non operò solo nel campo della pastorizia transumante, perché, come dicevo, le sue attività spaziarono in altri settori. Essa, infatti, pur rimanendo « la proprietà più cospicua » del paese nel settore della transumanza, l'attività che dal 1670 al 1700 pose Capracotta « tra le prime 10 città di origine dei venditori di lana alla Fiera di Foggia » , operò nel credito accordato ad una varietà di soggetti privati e pubblici, tra cui si ritrovano in pieno Settecento l'Università (ducati 61 capitalizzati a 1.525), l'Annunziata di Napoli (ducati 3.000), il duca di Capracotta in Napoli (ducati 6.732), concittadini vari (ducati 1.270), il seminario di Trivento (ducati 500). L'attività agricola contava su campi del circondario e su boschi da dissodare in quel di Canosa di Puglia; boschi avuti in enfiteusi, come accennato prima, dopo la legge napoleonica del 1806. Si trattò naturalmente di attività minori collaterali a quella principale della transumanza, ininterrotta nei secoli anche se con variazioni quantitative di animali, come si evince dal prospetto seguente: 1600 (pecore 9.500); 1660 (3.030); 1774 (4.000); 1680 (2.800); 1690 (11.000); 1700 (11.210); 1710 (5.600); 1720 (5.000); 1730 (5.000); 1740 (9.000); 1750 (17.980); 1760 (5.500); 1770 (10.000); 1780 (4.280); 1790 (13.024); 1800 (13.334). Ma ciò che contraddistingue la Madonna di Loreto o Santa Maria di Loreto è la sua centralità nella vita di Capracotta e quindi nella storia locale, elemento identitario culturale insostituibile. È per questo che ancora agli inizi del XX secolo, anche se la transumanza perdeva sempre più posizioni, la festa con al centro la chiesa di S. Maria di Loreto tornava puntuale e affollata, come racconta nell'Almanacco Regionale del 1924 Berengario Amorosa: « Ogni tre anni vi si celebra la festa il giorno 8 settembre. Caratteristica è la processione che accompagna la statua della Vergine. Essa è preceduta da varie confraternite, e da due o trecento cavalli, ricoperti di variopinte gualdrappe, infioccati di nastri, cavalcati da robusti montanari, alla cui testa sventola il vessillo della locale Società dei Vetturini ». Da allora l'appuntamento triennale dell'8 settembre continua sempre vivo, festoso e partecipato da capracottesi che tornano al paese da qualsiasi nuova loro residenza italiana e straniera. Con tutto il rispetto per la scienza, mi viene da dire che la Madonna di Loreto o Santa Maria di Loreto è nel DNA di ogni capracottese, dovunque nato e residente. Natalino Paone Fonte: N. Paone, Capracotta, religiosità e transumanza. Dal santuario di Cerere alla chiesa di Santa Maria di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Cooked Goat

    Capracotta è il più alto villaggio permanentemente abitato degli Appennini, a circa 4.263 piedi d'altezza, situato a nord-est di Napoli e circondato dalle enormi catene montuose delle Mainarde a sud-ovest, della Maiella a nord e del Matese a sud. Si trova ai piedi di una piccola montagna a se stante, il Monte Campo, dall'alto del quale si possono vedere entrambi i mari: il Tirreno e l'Adriatico. Ciò ha spinto i Tedeschi ad occupare il villaggio quando gli Alleati sbarcarono in Italia da meridione durante la Seconda guerra mondiale. Sopravvivono tuttora delle rovine conservate in quello stato, per ricordare agli abitanti quel tempo funesto. Capracotta (che in inglese significa Cooked Goat ) è il paese natale di mio padre e dei suoi genitori, immigrati in America nei primi del '900. I popoli di lingua osca conosciuti come Sanniti erano i nostri antenati nell'Appennino centro-meridionale, prima e durante il dominio di Roma. Alle persone che vivevano in montagna non piacevano le grandi città, e ancor meno piaceva il controllo che Roma esercitava su di loro, conquistando la loro terra. E così furono spesso in guerra con Roma per due secoli, prima di perdere la cosiddetta guerra sociale del 91-87 a.C. Le vestigia dell'antica città di Saepinum possono essere ancora visitate. Durante il rigido inverno, con la neve che raggiunge a volte l'altezza di 16 piedi, vivono 1.000 anime a Capracotta; in estate, la popolazione sale a oltre 5.000. Anche se molti capracottesi se ne sono andati per lavoro a Roma, a Napoli, a Milano, tornano ogni estate per godersi il bel paesaggio montano, l'aria fresca e non inquinata, e ritrovare i parenti rimasti. Per molti anni, sebbene Capracotta fosse un isolato villaggio, era ed è ancora noto in tutta Italia per una festa speciale che si tiene lì la prima domenica di agosto: la Pezzata. La festa è una commemorazione della grande tradizione montanara della transumanza, lo spostamento annuale delle mandrie di bovini, ovini e caprini fino alle pianure della Puglia in inverno, che tornavano in primavera. Vi sono ancora grosse sezioni di tratturo, le ampie strade per le greggi che serpeggiavano attraverso i monti fino alle vaste pianure del sud. A typical drovers' trail is over one hundred yards wide, and in the days before good roads it must have served as the main artery of communication. The most celebrated is the one that runs from the territory of the Pentri past Bovianum, Saepinum, Beneventum, Aequum Tuticum and Gerunium to Apulia; it is the subject of the famous inscription from Saepinum of Marcus Aurelius' reign. Negli ultimi anni Capracotta è diventata una specie di resort sia d'estate che d'inverno, con la pratica dello sci di fondo e dello sci alpino, e un nuovo hotel a 4 stelle, spesso sede di conferenze e incontri. Lo abbiamo visitato due volte, nel 1991 e nel 1996. La maggior parte dei residenti non parla inglese, cosicché io e mio marito abbiamo preso lezioni di italiano per tre anni in preparazione della nostra prima visita. Durante quella visita abbiamo conosciuto il villaggio e incontrato i miei parenti, le famiglie Di Bucci e Di Lullo. Purtroppo non sono riuscita a trovare nessun componente Di Nucci che abbia identificato la parentela con me. Tuttavia, in paese sono quasi tutti parenti: l'ho appurato dopo aver esaminato i registri di nascite e matrimoni del XIX secolo. Abbiamo creato forti legami con questi cugini, e tornai di nuovo nel 1996, quando rimasi per una settimana a casa di mia cugina Margherita Di Lullo, durante i giorni della Pezzata. Eravamo stupiti di vedere, già alle 6 del mattino di quella domenica, la lunga fila di macchine che giungevano in paese. L'Italia le province di residenza sono parte del codice alfanumerico presente sulle targhe delle auto, e così abbiamo potuto capire da dove venissero questi turisti. Abbiamo visto molte macchine provenienti dal nord, da Milano, dozzine da Roma e da Napoli. Nell'ottobre del 1960 sono emigrata dall'Ohio alla California settentrionale. Ho subito amato il paesaggio fatto di asciutte colline dorate, eucalipti grigio-verdi e ulivi, il cielo enorme, intensamente blu in quell'aria secca. Così diverso dall'umida verdezza dell'Ohio centrale. Quando ho visitato Capracotta, sono rimasta sorpresa di vedere l'identico tipo di paesaggio. Non mi ero resa conto che un "luogo" potesse essere nel mio dna. Barbara Di Nucci (trad. di Francesco Mendozzi) Bibliografia di riferimento: E. T. Salmon, Samnium and the Samnites , Cambridge University Press, Cambridge 1967.

  • Quattro matrimoni capracottesi: 1953-1965

    Diana Paglione e Pasquale Paglione L'officiante della cerimonia nuziale fu don Gennaro Di Nucci mentre il custode era il padre Vincenzo "la Madonna". Splendida giornata quel sabato del 27 giugno 1953: la temperatura massima fu di 26 °C, la minima fu di 12 °C. Il passaggio della sposa con l'abito bianco veniva salutato non solo con la dovuta pacatezza ed esultanza che si conveniva in questa speciale occasione ma anche, per alcune prossime al matrimonio, con una personale inquietudine e insofferenza per il semplice fatto che non tutte avevano l'opportunità di avere un proprio abito nuziale. Ecco che l'abito da sposa, che era considerato come un qualcosa di intimo e personale, in molte occasioni fu "prestato", dopo previo aggiustamento da parte delle brave sarte del paese, a chi in quelle circostanza non poteva permetterselo; senza dimenticare che in qualche circostanza l'abito fu confezionato con i paracadute recuperati durante le operazioni militari degli Alleati. Nel febbraio del 1950 in contrada Guastra di Capracotta invece fu utilizzato per un matrimonio carnevalesco. Anna Di Rienzo e Antonio Di Nucci Il matrimonio tra Antonino Pascalìtte e Anna fu celebrato nella Chiesa della Madonna di Loreto da don Gennaro Di Nucci il 7 settembre 1955 in una splendida giornata di sole con temperatura massima di 26,5 °C e minima di 12 °C. Non appena la cerimonia religiosa terminò, gli sposi vennero ricordati con qualche foto alla bisogna; il fotografo professionale non era sempre presente e ci si accontentava di foto scattate da qualche amico. A volte succedeva che ci fosse la macchina fotografica ma mancava il rullino. In ogni caso l'attesa di vedere le fotografie era spasmodica, perché queste erano disponibili in bianco e nero soltanto parecchie settimane dopo l'evento. Mio padre e mia madre si rivestirono con gli abiti del matrimonio per farsi scattare la fotoricordo dopo ben tre mesi, precisamente a Natale del 1951, visto che il giorno delle nozze il fotografo non c'era. Una settimana prima della Prima Comunione, mia madre, dopo un tormentoso viaggio per le curve e i tornanti di Sant'Onofrio, accompagnò me e mio fratello Mario ad Agnone, nello "Studio Leone", per farci fotografare con l'abito scelto per il sacramento. Il pranzo nuziale, generalmente, veniva consumato in casa con i parenti più stretti, in quanto non tutti potevano permettersi di prenotare l'Albergo Vittoria, ubicato alla fine di corso Sant'Antonio a Capracotta. Quella del pranzo di nozze era l'occasione buona per mangiare ciò che normalmente si gustava solo a Pasqua o a Natale: ad esempio le lasagne e la carne di vitella o di manzo. A pomeriggio inoltrato iniziava la seconda fase, con l'allargamento dell'invito ad amici e parenti lontani, si gustavano i panini imbottiti con prosciutto e caciocavallo, il tutto irrorato - non per gli astemi! - dal vino che, spesso, veniva allungato con l'acqua, per mitigarne gli effetti alcolici. La festa veniva allietata dal dù bòtte (organetto) o dalla fisormanica, sulle famose arie di un eclettico e versatile Gabriele Di Tella. Infine i servitori passavano con le vandiére colme di paste e confetti dell'industria dolciaria Carosella di Agnone. Lina Mendozzi e Pietro Di Rienzo I due convolarono a nozze giovedì 2 gennaio 1958 con temperatura massima di 8,2 °C e minima di 0 °C, cielo nuvoloso e poca neve. Il sacerdote officiante fu don Nicola Angelaccio. Per noi marmocchi in età prescolare l' uscita della sposa vestita di bianco fu vissuta come un'esperienza indimenticabile, da non lasciarsi sfuggire. Pur non essendo parenti della sposa ci appostavamo a meno di un metro dal portone col naso all'insù in attesa che si aprisse quella benedetta finestra col famoso buccìtte e comparisse la guantiera colma di riso - a dire il vero poco, vista la magra di allora -, di coriandoli, di confetti ricci di Carosella e infine di quell'esiguo tesoretto costituito da monete di 5, 10 e 20 lire, più qualche metallo pesante e lire fuori corso. Il contenuto veniva rovesciato in strada dalla mamma nel momento in cui la sposa varcava il portone, accompagnata da applausi, lacrime di gioia e, a volte, anche di dolore, perché il matrimonio comportava la partenza della sposa per altri lidi (Stati Uniti, Canada, Australia ecc.). Era quello il momento ideale per catapultarsi, senza contegno, alla ricerca di qualche doblone, a rischio di venir calpestati dalla folla. Il magro bottino veniva speso per l'acquisto delle famose "barchette" da Pascalétta a S. Giovanni, delle biglie di vetro e, a partire dal 1961, delle figurine Panini da Leo, vicino al sali & tabacchi di Genoveffa. Insomma, ci accontentavamo di poco! Colomba Potena e Antonio Di Nucci Il matrimonio tra Antonio Di Nucci Sarrafenùcce e Colomba Potena fu celebrato a Ortona il 19 aprile 1965 in una splendida giornata di sole, mentre a Capracotta quel giorno fu nuvoloso con temperatura massima di 6,5 °C e minima di 0 °C. Quella fu una giornata indimenticabile. Partimmo da Capracotta alla buonora con una Fiat 600, un freddo cane e ben coperti. Era la prima volta che oltrepassavo il confine che divideva il Molise dall'Abruzzo; un ulteriore motivo di esaltazione risiedeva nel fatto che avremmo pranzato in un ristorante "estero". Dopo la fotografia di rito, senza alcuni parenti che si erano persi nel viaggio, ci dirigemmo al ristorante dove, con grande stupore, ammirai per la prima volta un'ampia distesa d'acqua più grande del Lago della Vecchia e del bacino di Monteforte quando s'allagava. Lo stupore più grande fu ammirare il colore azzurro dell'acqua, che soltanto sui libri di scuola avevo visto a colori, dato che il televisore di casa era sì a colori ma con 256 sfumature di grigio! Il pranzo fu sostanzioso, anche se, per vergogna o timidezza, dovetti mangiare, oltre alla carne, anche una portata di pesce, che per giunta non mi piacque, forse perché non era quello che conoscevo, il baccalà di Natale. Filippo Di Tella

  • Capracotta "sentinella"

    Fra quei monti fatti a sella verso oriente alla Maiella, d'invidiabile condotta, laborioso e rispettato, vi è un paese situato su gran massi a punta rotta, Capracotta. Tutta gente risoluta, educata ed evoluta, dal bracciante al proprietario, dall'artiere al magistrato (dei quali ultimi ne ha dato molti; è scritto all'inventario millenario). Vivon come? Una porzione con l'industria del carbone, e non meno sembran nati pel bestiame. Questi veri redditissimi mestieri son dai padri sempre stati tramandati. Nell'inverno, dal Natale fino a tutto il Carnevale, quale gioia in quelle sere... Par che giri l'allegria Per le case e per la via... Mascherate, canto e bere, che piacere! Tutti dicon che quel canto affascina e sa d'incanto, di purissima dolcezza; completato è da natura, con quell'aria fresca e pura par che l'alma ti accarezza... Che bellezza! È una provvidenza vera pel malato che dispera. Spesso, come ad ogni costo se ne vedon, per guarire, per sollazzo, per gradire, specialment'è in luglio e agosto, il più bel posto! Capracotta "sentinella" guarda, guarda dalla sella dei tuoi monti i campi estesi. Sia se sgrombro, o con la neve, riconoscer ti si deve, che t'invidiano i paesi in tutti i mesi. (giugno 1914) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.

  • Ma che deplorevole incidente!

    Il fattaccio avvenne alla stazione di Carovilli il 12 marzo 1919. Ben sette anni prima il pioniere avv. Leonardo Falconi (1862-1932) aveva istituito un servizio automobilistico utile a tutti coloro che, giunti in treno alla stazone di Carovilli, intendevano arrivare a Capracotta, che prima del 1912 era raggiungibile solo su diligenza. Fu proprio l'automobile del servizio navetta l'oggetto della stucchevole contesa che vado a raccontarvi oggi attraverso le parole del sottotenente Francesco Paglione. Stucchevole non perché non ci fossero buone ragioni per litigare - ci sono sempre motivi validi per una scazzottata! - ma perché quelle ragioni erano pretestuose, strumentali alla lotta tra la famiglia Castiglione e quella dei notabili Conti, una vera e propria battaglia che stava dilaniando il tessuto sociale e culturale di Capracotta dalla fine dell'800 e che dopo il 1905 rappresentò il fulcro delle drammatiche vicende legate alla Banca di Capracotta, presto fallita per incompetenze, lotte intestine e fughe di denaro. I protagonisti della nostra lite erano il succitato Francesco Paglione, reduce dalla Grande Guerra, e il sindaco di Capracotta Amato Nicola Conti. Il primo esigeva che gli fosse assicurato un posto sull'automobile per far ritorno a casa in seguito agli ordini ricevuti. A tal richiesta, il secondo aveva pronunciato offese personali e ingiurie antimilitaristiche; nello specifico, il sindaco aveva gridato: «Noi pacifisti pisciamo in culo a chi fa o va in guerra». A quel punto, il soldato alzò le mani verso il primo cittadino, rappresentante di quelli che egli chiamava «atavici signorotti [...] dispensati, esonerati ed imboscati». Ecco cosa fece scrivere il sottotenente Paglione sulle pagine de "Il Faro", bisettimanale isernino: La sera del 12 corrente, alla viciniore stazione di Carovilli, alla partenza dell'automobile per Capracotta, successe un vivacissimo incidente. La vettura era tutta occupata ed il sottotenente degli arditi sig. Paglione Francesco, studente di medicina dell'Università di Napoli, insistette presso il maresciallo dei carabinieri di Carovilli colà presente, affinché gli avesse procurato il posto nell'automobile, viaggiando egli per ragioni di servizio. Infatti doveva rientrare in residenza per far constatare al Comando carabinieri di Capracotta che, ripartito dalla licenza per raggiungere il proprio reparto, tornava in paese in attesa di ordini superiori, e ciò in dipendenza delle recentissime disposizioni ministeriali concernenti gli studenti. Il Paglione avendo asserito che in simili casi i militari hanno la preferenza sui borghesi, il signor Conti Amatonicola, sindaco di Capracotta, non richiesto si permise interloquire e con una frase da suburra (indecentissimo turpiloquio da non potersi citare) si permise prima oltraggiare al plurale tutti i militari, cioè l'esercito che ha salvata e resa gloriosa la Patria; poi precisando l'ingiuria, offendeva individualmente l'ufficiale che ha partecipato alla guerra col suo fervido entusiasmo patriottico e col suo vivace ardore giovanile. Per l'immediata tutela della propria dignità personale e dell'onorata divisa che indossava, il Paglione schiaffeggiò energicamente l'imprudente e reagiva all'altro insulto del Conti che, facendo scempio ed abuso della sua qualità di sindaco, minacciò che se fosse stato a Capracotta gli avrebbe fatto mettere i ferri! Secondo quel signore, Capracotta civilissima merita l'oltraggio di essere considerata la terra ove impunemente possa esercitarsi l'arbitrio, il sopruso e la prepotenza, ove si può fare a meno e delle leggi patrie e delle altre leggi di educazione, di onestà e di civiltà che consigliano la gratitudine e non l'oltraggio verso coloro che hanno esposta la propria esistenza per la Patria! Il sindaco Conti affidò sempre a "Il Faro" la sua risposta, datata 10 aprile 1919, smentendo formalmente di aver «ingiuriato genericamente l'esercito», tanto che la redazione del giornale auspicò «il velo dell'oblio per la pace di tutti». Così non fu, perché la disfida tra il primo cittadino Amato Nicola Conti, «ottimo padre di famiglia, laborioso cittadino premuroso del pubblico bene», e il sottotenente Francesco Paglione, «medaglia d'oro al merito della sanità pubblica», attraverserà persino il ventennio fascista e la Seconda guerra mondiale e tornerà con rinnovata forza negli anni '50 per estinguersi finalmente nel decennio successivo, quando una decisione dell'amministrazione comunale tenterà di tranciare, di fatto, ogni rivendicazione personalistica dell'una e dell'altra parte. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Notizie del territorio di Capracotta , Tip. Sannitica, Agnone 1899; L. Campanelli, Lettera-proemio ad una futura pubblicazione , Colitti, Isernia 1902; A. N. Conti, L'incidente di Carovilli , in «Il Faro», I:7, Isernia, 10 aprile 1919; R. Conti, Osservazioni intorno alle "Notizie del territorio di Capracotta raccolte da Luigi Campanelli" , Alterocca, Terni 1902; A. Di Nardo, Sfogliando le memorie , Mancini, Tivoli 2005; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Paglione, Deplorevole incidente , in «Il Faro», I:6, Isernia, 25 marzo 1919; G. Paglione, Servizio automobilistico in montagna , in «Il Mattino», Napoli, 24 ottobre 1912; G. Paglione, Ai cittadini di Capracotta. Note polemiche in risposta al sig. Raffaele Conti , Sammartino e Ricci, Agnone 1920; I. Sammarone, La Banca di Capracotta: storia di un dissesto , in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

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