LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Capracotta: tombe sannitiche con suppellettile funebre
Nel territorio di Capracotta, in questi ultimi giorni, ho preso nota di parecchi luoghi che fanno testimonianza di antichità abbastanza remote. Uno di essi è il Monte di s. Nicola, monte che si dirama dal Matese. Sulla sua vetta, di forma quasi conica, sono ancora visibili alcune tracce di mura poligoniche, che s'interrompono e si rannodano a scogliere naturali schistose. Una di queste scogliere prende nome di Segone. I massi delle mura scomposte rotolarono a valle. Sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata. Perpendicolarmente, a valle, si distende la contrada Macchia, proprietà del signor Tommaso Conti. Intorno alla masseria di questo signore i laterizî frammentati sono innumerevoli. Si ricorda da molti che la iscrizione osca, in lastra enea, nota col nome di Bronzo d'Agnone, fu rinvenuta appunto in questa contrada da un Pietro Tirone, bifolco del sig. Giangregorio Falcone, capracottese, e venduta poi a un orefice d'Agnone. Dunque non Bronzo di Agnone dovrebbe chiamarsi, ma capracottese. Nelle bassure di detta contrada della Macchia, durante i lavori campestri, di tempo in tempo si rinvennero e si rinvengono tombe a inumazione con suppellettile funebre. Da oggi innanzi, secondo gli ordini dati dal proprietario del podere, sarà scrupolosamente conservato ogni oggetto che vi si potrà rinvenire. Ancor più oltre di questa contrada, sempre in discesa, continuano a vedersi i frammenti di laterizî antichi, fino alle scaturigini della Fonte detta dell'Eremita. Volgendo poi a destra, cioè ad est-ovest, e mantenendo sempre quasi la stessa altezza, si giunge alla collina di santa Croce, tra pochi avanzi di muri medievali, forse soprapposti a rovine di pago o vico di nome sconosciuto. Uno dei tratti di questa collina, si chiama Le Guastre, e dove il sig. Gabriele di Tella possiede una masseria. Le tombe che vi si rinvengono, sono della così detta prima età del ferro; ed hanno la forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco e chiuse con lastroni di pietra grezza. Poco o nulla si tenne conto dei vasi di creta che vi si rinvennero. Gli oggetti raccolti conservati e generosamente donati a me dal proprietario sig. di Tella, compresa una lancia che ebbe già in dono il cav. Michele Falcone e che ha gentilmente donata a me per completare la collezione della suppellettile rimasta, appartengono a quattro tombe. Di una tomba, perduti i vasi e qualcos'altro, rimane soltanto una cuspide di lancia, in ferro, alquanto piegata, forse pel peso di qualche masso franato. Di un'altra tomba, ma di bambino, si conservano tre braccialetti di lastrina enea, senza saldatura nel ricongiungimento longitudinale e con quattro sottili scanalature trasversali in ogni estremità; di più, anche in bronzo, due anellini di filo cilindrico, a sei giri l'uno, a cinque giri l'altro. Appartengono alla collezione dei bronzi due grosse armille, anche di lastra senza saldatura, ma ciascuna con quattordici sbozzature trasversali e con taglio netto e altresì trasversale nelle due estremità, taglio che, per effetto della elasticità del metallo, permetteva l'adesione dopo che l'oggetto era passato sul braccio. Essi appartengono a una terza tomba, secondo che riferiscono gli operai scavatori. Di una quarta tomba, certamente di guerriero, gli oggetti hanno maggiore importanza, e meritano una particolare descrizione. Sono di ferro e di bronzo. In ferro abbiamo una cuspide di lancia, a foglia larga e senza costola, lunga 0,51; più una fibula frammentata con ghiande laterali nell'arco; inoltre un gladio o pugnale, lungo 0,32, compresa l'elsa, simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena, ed una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. In bronzo poi si hanno pochi frammenti di cinturone, e una armilla, anche di lastra ripiegata e senza saldatura, a tre giri e più: in una estremità sporge una specie di mezza ghianda liscia. Più notevoli sono due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito. Il più grande ha il diametro di m. 0,22. Dalle estremità andando verso il centro vi è una serie circolare di stellette a sei foglie, chiuse da parecchi graffiti circolari e concentrici e alternate da fori triangolari. Ancora in dentro, vengono due altri circoli di forellini; e in ultimo, intorno al foro centrale, vi sono prima sei giri di fori rettangolari e per chiusura un circolo di triangoli. Tra tutti questi giri a traforo si svolge una serie continua di graffiti circolari. Per sostegno del disco, si osservano sei grossi fori in linea curva da una estremità e due dall'estremità opposta. Simile lavorazione si riscontra nel disco minore che ha il diametro di m. 0,13. Di altri luoghi notevoli per la storia primitiva dei popoli che li abitarono, dirò in successivi rapporti. Antonio De Nino Fonte: A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune, in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei, Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904.
- La grotta del diavolo
Un giorno tre giovani, cosiddetti coraggiosi, incuranti del pericolo e avidi di ricchezza, decisero di tentare l'avventura in totale disprezzo delle note proibizioni. Come rito propiziatorio si recarono dal "magaro" per consultarlo e chiedere consigli. L'uomo, altrettanto avido, pensando alla grossa ricompensa in natura ricevuta e a ciò che avrebbe preteso poi, disse che erano necessarie tre cose per riuscire nell'impresa: non avere mai paura e andare avanti sempre; non portare addosso croci, immaginette religiose, medaglie di santi e Madonne; mai invocare il nome di Dio, qualunque cosa potesse accadere. I tre partirono, pieni di entusiasmo per l'impresa che, secondo loro, li avrebbe consegnati alla storia. Con cautela entrarono nella grotta e iniziarono la discesa. Il terreno era sdrucciolevole e difficile da calpestare. Era buio e, man mano che procedevano, cercavano invano appigli per sostenersi. Ma... c'è sempre un "ma" nelle storie... i lacci degli scarponi erano incrociati, dunque loro portavano addosso, senza saperlo, un simbolo proibito, cioè la croce. All'improvviso, nell'oscurità più totale, cominciarono ad accendersi tante fiammelle che crepitavano, ondeggiavano, sparivano qua e ricomparivano là, più grandi, più piccole come tanti fuochi fatui che aleggiavano nel cunicolo oscuro e senza aria. I giovani continuarono ad avanzare intrepidi, cercando di nascondere la paura che subdolamente cominciava a manifestarsi. Le fiamme diventavano sempre più grosse e numerose, tanto che il coraggio iniziale vacillò. Diventarono incerti e titubanti prima, poi furono assaliti dal terrore, mentre le fiamme paurosamente guizzanti come grossi serpenti avvolgevano ogni cosa. I giovani cominciarono a urlare, impazziti, mentre dalle viscere della terra saliva un rumore sordo come di tuono e la montagna, scossa dal terremoto, sussultava e ondeggiava paurosamente. Uno dei tre, senza riflettere e in preda al terrore, gridò: – Madonna mia aiutami! A questa incauta invocazione, una scossa terribile squassò la grotta, le fiamme divamparono ancora più alte e fu uno sconvolgimento totale. I tre giovani furono scaraventati con violenza fuori della grotta e lanciati come missili lontano dal luogo tanto cercato. Quando ripresero conoscenza, doloranti e acciaccati, si accorsero che ognuno di loro era solo: dei compagni neanche l'ombra. Dove erano finiti? Quello che aveva fatto l'invocazione si ritrovò immerso nel pozzo nero della canonica di San Francesco in Agnone; il secondo era disteso in un campo presso il vescovado di Trivento, il terzo aggrappato ad una quercia del bosco di Caparreccia. Svanite tutte le speranze di ricchezza, i poveracci ringraziarono la Madonna per non averli fatti morire; poi, feriti e zoppicanti, rientrarono nei luoghi di origine, ma non raccontarono a nessuno la loro triste avventura. La notizia tuttavia trapelò, per cui, in seguito, nacque la leggenda che si diffuse per ogni dove. Giuseppe Delli Quadri Fonte: G. Delli Quadri, Ricerche, ricordi e fantasie di un ottuagenario molisano, Bastogi, Foggia 1985.
- Monteforte
Il mio lavoro di ricerca, dopo Macchia Strinata, si focalizza su un abitato abbandonato, sito nel territorio comunale di Capracotta: Monteforte. Questo, insieme a Macchia, appartiene al Comune di Capracotta perché entrambi posseduti dalla famiglia d'Evoli di Castropignano e facenti parte della stessa curia baronale. La collina Colle Parchesciana, con il toponimo di Terra Vecchia, dove insistono i resti dell'abitato, è posta a sud dei territori di Vastogirardi ed Agnone. Una prima descrizione in ordine di tempo di questo territorio viene data dal geografo Al-Idrīsī nella seconda metà del dodicesimo secolo. Nel descrivere gli itinerari e le diverse località del mondo conosciuto nel suo libro geografico "Libro del Re Ruggero" esamina l'area in oggetto, luogo di confine tra i territori normanni del Principato di Capua e del Ducato di Puglia. In esso cita Agnone, Monte del Melo (Monte Miglio) e Li Cerri e li pone ai piedi del «gabal 'awlad b.rral», cioè ai piedi del monte dei figli dei Borrello. In quest'epoca i signori di quest'area sono i Borrello, una famiglia comitale di origine franca discendente dai conti di Valva. I «Burrelli filii», essendo attori partecipi nelle vicende della conquista normanna, inserendosi abilmente nel gioco politico, in alterne alleanze con i signori longobardi di Benevento e di Salerno e, più tardi, con i Normanni, riescono ad estendere il loro dominio in questa parte dei Molise e del contiguo Abruzzo. Gualterio figlio di Borrello III dona nel febbraio del 1083 al monaco Giovanni eremita la chiesa di S. Nicola di Vallesorda «ubi capite Berrino bocatur». Questo territorio confina con Monteforte, ed intorno alla pieve si svilupperà il Casale di Vallesorda presso la «fonte que vocatur Spongia» in «Monte Capraru». Nel Catalogus Baronum contemporaneo al Libro di Re Ruggero viene censito il feudo di Monteforte. Il barone signore è Guglielmo de Anglono (filii Burrelli) che lo tiene in suffeudo dal conte Ugone II di Molise. «Tenet de predicto Comite Hugone Castellum judicis, et Monte fortem et Anglonum quod est feudum VIIJ militum et cum augmento obtulit milites XVJ et Serventes XVJ». Tiene come suoi vassalli e curia baronale: Tancredi di Civitella e suo fratello per Civitella, sito ad est di Agnone, Iozzolino di Caccabono per [...], Roberto di Macchia e suo fratello per Macchia Strinata, Gentile Senebaldo per Castelnuovo sito a nord di Civitella, Gualterio barone per Castel Barone sito a Monte Castelbarone, Roberto del Vasto per Vastogirardi, ed infine Gualterio Bodano per Capracotta. Il fratello Horrisius, feudatario di Simone di Sangro (dei Borrello), tiene in feudo, nell'area agnonense, Castiglione Messer Marino, Belmonte, Rocca dell'Abate e nella valle sangrina Fallo, Civitaluparella e Pescasseroli. Guglielmo tiene in dominio diretto i feudi strategici di primaria importanza. Il primo, Agnone, perché è il nucleo demico più numeroso e ricco ed è anche percorso da un braccio tratturale. Il secondo, Castel del Giudice, perché è cerniera e controllo di due bracci tratturali, di un tratturo e di una via che segue il fiume Sangro ed infine il terzo, la nostra Monteforte, perché punto di transito e di controllo tra la valle del Verrino, da Agnone, e la valle del Trigno (Vastogirardi), strada che conduce rapidamente al tratturo Celano-Foggia. Nell'alto Medioevo la migrazione armentizia subisce forzatamente una sosta, causata dalle continue invasioni, dalla conseguente scarsa sicurezza delle vie, dalla povertà e dallo spopolamento verificatisi nei primi secoli. Con l'avvento dei Normanni, nella Puglia liberata dalla occupazione bizantina, rinasce l'attività pastorale. Nel XII secolo la nuova unità territoriale del "Regnum" permette il riavvio della transumanza invernale. Questo istogramma desunto dal Catalugus Baronum mette in relazione i valori reddituali espressi in militi tra i feudi dei paesi limitrofi a Monteforte. Quest'ultimo, sommato a Castel del Giudice ed Agnone, dà 8 militi. Il rapporto è di 1 milite per 24 fuochi o famiglie. Analizzando bene il valore di quest'abitato dovrebbe essere tra 0,5 ed 1 milite considerando la successiva estrapolazione dei dati dalle subventio angioine e dalle decime ecclesiastiche del XIV secolo. Valore che corrisponde ad una popolazione tra le 50 e le 100 anime. Da documenti tratti dall'Archivio di Montecassino abbiamo notizia che nel 1272 il Comestabulo Roberto di Agnone vende alla chiesa di S. Giovanni di Monte Capraro un terreno del territorio di Monteforte chiamato «li Valluni» e che nel 1276 concede due parti delle Vicende dello Spineto sito nella stesso luogo. I documenti sono redatti nel vicino Casale di S. Nicola in Vallesorda, che è feudo ecclesiastico della prepositura cassinense di S. Pietro Avellana. Nella subventio generalis del 1277 la tassazione angioina, ridotta in grani, mostra un rapporto di grandezza «pro propria facultatis» tra i vari abitati limitrofi ed il nostro centro. Monteforte è tassata per 4 once 19 tarì e 4 grani che corrisponde a 2.784 grani. I fuochi nel 1277 sono circa 92 con una popolazione presunta di 400 anime. Monteforte risulta tra quelle con minore gettito fiscale, tra le meno ricche e le meno popolose, quindi con meno fuochi. Analizzando la successiva della 1320, dove la tassazione è ridotta questa volta dal valore monetario al presunto numero dei fuochi. Ricordiamoci che i singoli abitati pagano ognuno a seconda della propria facoltà (ricchezza) e non necessariamente i più ricchi sono quelli più abitati. Per questo calcolo ci siamo attenuti, come ipotesi interpretativa, a quella del Filangieri, che ci pare più documentata e plausibile, dove le Università comprese sotto le 50 once di rendita vengono tassate per 30 grana a fuoco. Monteforte è tassata per 4 once 24 tarì e 16 grana. In quarantatré anni la tassazione è quasi invariata, e si presume quindi anche il numero della popolazione abitante sia rimasta costante. Monteforte possiede 96 fuochi, Capracotta 160, Macchia Strinata 180, Castrum Gerardi 66, mentre Agnone è la più numerosa con 918 fuochi. Considerando 4,5 persone per nucleo famigliare o fuoco, il nostro abitato possedeva 432 anime mentre Agnone 4.131, vera cittadina in rapida crescita sia in popolazione che in ricchezza. Nelle decime ecclesiastiche del 1328 i chierici di Monteforte pagano 3 tarì, la tassazione più bassa presente nel grafico. Ciò a conferma ancora che l'abitato è tra i meno ricchi sia di rendite che di popolazione. Altre notizie si hanno dai Notamenta del De Lellis, tratte dagli Archivi Angioini perduti. Dalla regestazione si ha che: nel 1309 il milite Corrado di Montagano padre di Francesco acquista da Guglielmo Bodano Capracotta e Monteforte. Nel 1316 paga l'adoa «pro tertia parte Castri Capracotta» e «pro quarta parte Montis Fortis». Nel 1320 succede al padre come erede Francesco figlio di Corrado e «pro medietate ad [...] Castris Montis agani, medietatis Castri Friseloni, et pro Peslo Lanzani cum Casali s. Blasj sub servitio unc. unius e tt. 15, tertia parte Castri Capracotte, quarta parte Montis fortis, et Castri Clauius et medietate Castri Montis Luponis tt. 28 et gr. 5». Nel 1327 «pro feudali servitio tertia parte Caprecotte sub adhoa tarì 3, pro 4° parte Montis Fortis sub adoha tarì 1.10». Nel 1331 «tertia parte castri Capracotte sub adhoa tarì 3, quarta parte Montis Fortis sub adhoa tarì 1 et grana 5». Compra nello stesso anno da Costanza consorte di Corrado di Agnone un altro quarto del feudo di Monteforte «sub Adhoa» di tarì 1 e grana 5. Nel 1335 muore Francesco e gli succede il figlio primogenito Corrado che paga l'adoa tarì 3 gr. 10 per metà di Monteforte e l'anno successivo paga il relevio «medietatis Castris Montisfortis» insieme al resto della curia baronale once 1 e tarì 15. Da queste notizie abbiamo una parziale ricostruzione della successione feudale per Monteforte: 1272, Roberto d’Agnone; ante 1309, Guglielmo Bodano 1/4; 1309-1320, Corrado di Monte Agano 1/4 e Corrado di Agnone 1/4; 1320-1331, Francesco di Monte Agano 1/4 e Corrado di Agnone 1/4; 1331-1335, Corrado di Monte Agano 1/2; 1417, Antonello d'Evoli. Se analizziamo il rapporto del valore ridotto in grani del feudo dell'adoa del 1327 con quello limitrofo di Capracotta ed i dati desunti dalla subventio 1277 e della subventio del 1320 del rapporto di "grandezza e ricchezza" con Capracotta, risulta mediamente poco meno che doppia come rendita di servizio che il feudatario deve al Re ed ancor di meno come fuochi: subventio 1277, Capracotta/Monteforte 2.082/1.013 = 2,05; subventio 1320, Capracotta/Monteforte 4.807/2.896 = 1,65; adoa 1331, Capracotta/Monteforte 180/100 = 1,8. All'inizio del XIV secolo Monteforte è un centro abitato di modeste dimensioni e ricchezza. Nella metà del secolo una catastrofica pandemia sia in proporzione che in intensità depaupera il quadro demografico della popolazione europea. La micidiale peste bubbonica, conosciuta come la peste nera, tocca altissime punte di mortalità tra i contagiati, si stima superiore all'80%, ridimensionando la popolazione italiana da 11 milioni del 1300 a 8 milioni del 1350. La peste nera epidemica dal 1348-50 innesta carestie alimentari e infezioni periodiche nei decenni a seguire. Molte Università, soprattutto quelle più piccole, vengono abbandonate. Il morbo non lascia adito a fortuite incolumità. Nel 1417 Antonello d'Evoli si impossessa di Speronasino, Castropignano, castro Monteforte e di Capracotta. Un secolo dopo, pochi paesi sono presenti nella numerazione dei fuochi aragonese del 1443. I più popolosi sopravvivono con un forte calo demografico. Nell'area in esame 17 paesi sopravvivono su 35 elencati. La metà è abbandonata. Monteforte è disabitata, deserta. Nell'elenco della Terre della prima numerazione dei fuochi aragonese del 1443, trascritta nel "Liber focorum Regni Neapolis" conservato nella Biblioteca Berio di Genova, viene citata «exab. Mons Fortis erat et est tar. 10» insieme a Mons Millulus, la vicina Monte Miglio. Il libro è uno strumento fiscale predisposto prima del 1456 e dopo il 1449. Le cifre del «que erat» sono riferite alla tassazione del 1447 e quelle «que est» del 1449, che sono coincidenti con la prima numerazione del 1443. In entrambe le tassazioni il valore è di 10 tarì; oramai è un feudo rustico ed il signore è Antonello d'Evoli. La quale famiglia la possiede per altri due secoli. La nostra survey sui resti dell'abitato accerta la modesta estensione e piccolezza confermata dalla documentazione rimasta. Si ha l'impressione che sia Monteforte più un incastellamento di controllo e a funzione militare come Speronasino, che un paese in funzione abitativa come Macchia o Capracotta. Giosa Menna Fonte: https://giosamenna.wordpress.com/, 1 giugno 2018.
- L'abito professionale e l'abito urbano
Nelle multiformi stratificazioni di cui è costituita la cultura popolare è possibile individuare alcuni gruppi che, almeno fino all'inizio del nostro secolo, indossavano abiti specifici e correlati alla propria attività lavorativa. Più che della sottile indagine di Bogatyrëv (sull'uso del costume antico, o di determinati colori, da parte di alcuni gruppi professionali, come ad esempio i mugnai), si intende qui fare uso di distinzioni più grossolane, data la scarsità di studi sull'argomento per quel che riguarda l'area italiana. Il collegamento tra abito e mestiere è infatti duplice: da un lato si parla di elementi di abito direttamente funzionali allo svolgimento dell'attività lavorativa, ed eventualmente indossati solo o prevalentemente durante il lavoro; dall'altro possono costituirsi complessi di abbigliamento non direttamente funzionali, o non più tali, ma volti a costruire anche attraverso l'abito una identità specificamente collegata al mestiere. Tra l'uno e l'altro fatto esistono ovviamente situazioni intermedie, soprattutto per quello che riguarda quegli elementi di abito in origine funzionali al mestiere ed in seguito indossati esclusivamente come segno di identità professionale. Particolarmente interessante quindi, in questa linea di indagine, può essere l'abbigliamento di quei gruppi che si trovano in una condizione strutturalmente diversa da quella contadina, come ad esempio gli artigiani, o dei gruppi mobili, che, pur appartenendo alla cultura popolare di etnia italiana, si collocano in una condizione di opposizione rispetto ai gruppi stanziali agricoli, secondo l'antica opposizione tra mobilità e stanzialità. Alcune indicazioni nella letteratura sull'abbigliamento popolare italiano forniscono notizie sull'abito degli artigiani, segno della relativa agiatezza degli artigiani professionali e della particolare posizione da essi occupata all'interno della cultura popolare. Già nelle classi agiate coloro che rappresentavano cariche pubbliche o esercitavano alcune professioni liberali indossavano abiti di particolari colori, come i medici dei secoli XIV-XV-XVI, a Firenze, vestiti prevalentemente di nero o di rosso, o i lettori dell'università di Bologna nel Rinascimento, che si distinguevano per facoltà attraverso i colori dei loro abiti, nero, viola o porpora; nel secolo XVII, in Umbria, i medici erano vestiti con mantelli di colore paonazzo (un colore intermedio tra il viola e il blu); nel XVIII secolo professori d'università, medici e avvocati cominciarono ad usare questi colori solo durante l'esercizio della loro attività. Così nella cultura popolare, sin dal secolo XII, possono individuarsi alcune caratteristiche dell'abbigliamento degli artigiani, come quello degli arrotini nel secolo XII; dei falegnami e muratori nel secolo XIII; dei mugnai nel secolo XV. Diversa indagine richiedono gli abiti o gli elementi dell'abito direttamente funzionali al lavoro artigiano e solo per esso indossati: i bianchi vestiti di mugnai e panettieri; i camiciotti dei fabbri; i grembiuli di cuoio dei calzolai, le uniformi azzurre dei ferrovieri, i grembiuli di alona dei barilai messinesi, i camiciotti bianchi degli imbianchini genovesi. Accanto alla funzionalità pratica di questi abiti, ovviamente primaria, si possono leggere elementi simbolici di identificazione con il proprio lavoro e con la materia lavorata e trasformata attraverso di esso (il colore bianco in rapporto alla farina ed alla pasta, il cuoio in rapporto con il cuoio da lavorare, eccetera), come se al mimetismo utilitario si aggiungesse un mimetismo simbolico; estremo esempio di mimetismo con la materia è il caso dei rematori veneziani del secolo XVIII, che nelle battute di pesca per i signori veneziani indossavano abiti verdeazzurri allo scopo di non spaventare la preda. Nell'area settentrionale il blu e l'azzurro erano usati in abiti di lavoro: i pantaloni di velluto blu, usati largamente oltre confine, erano stati importati dalla Savoia nel Piemonte dagli operai frontalieri; i facchini genovesi della dogana e porto franco usavano un corto gonnellino di cotone blu; il grembiule blu e ancora usato dai contadini nell'area atesina; azzurre erano le antiche divise dei ferrovieri, ecc. Anche i contadini sardi avevano, insieme all'abito usato quotidianamente per il lavoro, abiti direttamente funzionali ad alcuni tipi di lavori agricoli: i peddis o pannus de anànti, grembiuli di cuoio o di panno, venivano usati in numerose occasioni di lavoro, mentre mezze maniche (mangittus) venivano usate particolarmente per la mietitura, insieme a ditali di cuoio o canna, per proteggere le mani e le braccia dal logorio e da eventuali colpi di falce. Tra i più conosciuti abiti professionali è da considerarsi l'abbigliamento dei pastori, che nella versione usata per il lavoro era molto simile in tutta l'area continentale italiana, con le eccezioni significative della Sardegna e dell'arco alpino. Questo abbigliamento era caratterizzato dalla effettiva e persistente funzionalità dei suoi elementi, e da una stretta correlazione con l'attivita esercitata. I pastori, di ovini o di bovini, facevano uso di abiti di pelle di animale (giacche, guardamacchia, fasce per gambe) o di stoffa (mantelli) per proteggersi rispettivamente dal freddo o dal vento durante la transumanza e le ore passate all'aperto; si usava il materiale più immediatamente disponibile, cioè la pelle degli animali allevati. L'abito costituito per la maggior parte di pelle animale rappresenta una scelta che investe la sfera tecnologica ed economica, e insieme un elemento simbolico di identificazione con quegli animali che sono la principale cura e fonte di sussistenza. I pastori coperti di pelli si vestivano, per così dire, da bestie, e non in funzione autodenigratoria, ma con la fierezza della propria condizione che è tipica delle società pastorali. A Capracotta (IS) il pastore Giacomo Venditti ha descritto l'abito che indossava da pastore, nella sua giovinezza, come un abito decorato e portato con orgoglio: la giacca di pelle di pecora (pelliccione) era tutta ornata di bottoni di vari colori e di pezzi di pelle marocchino, policroma. L'abbigliamento in cuoio conserva infatti ancora oggi un suo carattere di aggressività, legato com'era, in origine, alle culture degli allevatori e soprattutto dei cacciatori; l'abbigliamento in cuoio ha contraddistinto alcune categorie di "duri" o presunti tali, tassisti, camionisti, motociclisti, punk, blousons noir degli anni '50, figure legate in qualche modo alla strada e ad un reale o preteso nomadismo. Nelle sue versioni più "nere", l'abbigliamento in cuoio diviene l'emblema dei bracci armati delle dittature (nazisti, fascisti), o dei riti e comportamenti sessuali della componente sadomasochista. Altri gruppi professionali legati alla cura e allevamento di animali, come i massari, o i guardiani delle grandi aziende agricole in Calabria, vestivano abiti di foggia brigantesca, e indossavano cappelli decorati con spilli dalle capocchie lucenti; questo modo di apporre abbondantemente spilli, o bottoni policromi, o spille con segni vari, documentato presso gli antichi guardiani delle aziende calabresi, presso i pastori del Molise descritti più sopra, e oggi negli abiti dei giovani mafiosi calabresi, in occasioni cerimoniali come pellegrinaggi a santuari, si ricollega almeno in apparenza alla distribuzione dei gradi e delle medaglie nelle divise militari, ed e certamente segno di una fierezza e di una valentia, pacifica o no, individuale o di gruppo. La specificità dell'abito pastorale sembra mantenersi anche nell'evolversi di alcuni elementi dell'abito; sempre a Capracotta, nel corso dei primi decenni del secolo XX era usato dai pastori un particolare tipo di pantaloni, con la cinta alta, tutti foderati di lana, non assimilati agli altri abiti. L'abito dei pastori di Capracotta nel secolo XX era indossato dai carbonai; questi costituiscono infatti un altro gruppo mobile rispetto alla comunità contadina stanziale. Per gli abiti dei pastori di altre regioni possono citarsi gli abiti di tipo greco di alcuni gruppi di pastori calabresi; gli abiti dei bergamini, pastori di bovini transumanti dell'area bergamasca, che usavano mantelli funzionali al riparo dal freddo notturno, e simili a quelli dei pastori dell'Italia centromeridionale, e che indossavano un abito particolare con pantaloni corti al ginocchio, ghette, cappello rotondo scuro; gli abiti dei pastori della campagna romana; gli abiti dei pastori siciliani. I gruppi mobili si distinguono all'interno del mondo popolare anche attraverso il vestiario. Cosi i carrettieri ed i mediatori, nella Val Leogra, portavano come segno distintivo un fazzoletto al collo; i carrettieri canavesani indossavano un berrettone a sacco di maglia rosa e nera. Si distinguevano, anche attraverso l'abito, i Kramari (merciai ambulanti) della Carnia, e gli spazzacamini valdostani. Gli abiti dei venditori e lavoratori ambulanti aprono prospettive alla problematica dell'abito urbano, per via dei numerosi contatti con la cultura popolare urbana, e gli elementi culturali assorbiti attraverso i continui spostamenti. L'abito popolare urbano presenta, infatti, numerosi e cospicui motivi di interesse, anche se è stato finora poco studiato. Solo alcuni abiti indossati nell'ambito delle classi popolari sono abbastanza conosciuti, in genere a causa di alcune caratteristiche particolari, e in qualche modo assimilati al costume delle campagne: si vedano ad esempio per il secolo XIX l'abito delle donne genovesi, caratterizzato dal noto mezaro, l'abito delle donne veneziane, con scialle triangolare, o l'abito delle minenti romane. Un'altra tipologia di abito urbano è costituita dall'abbigliamento dei venditori ambulanti delle città; i loro abiti tuttavia possono essere studiati solo indirettamente, attraverso le immagini fotografiche, gli acquerelli, le tempere, le stampe del secolo XIX. Le descrizioni relative all'attività dei venditori ambulanti non prestano sempre la dovuta attenzione all'abito, ma piuttosto al tipo di commercio esercitato, o alle grida. Tra le classiche descrizioni possono citarsi quelle del Pitré, che in molti casi si dimostra attento all'abito di venditrici di uova, di mestolaie, di venditori di scope, di venditori di terracotte, di acconciategami, di venditrici di cesti e ventagli; questi abiti non si distinguono da quelli usati comunemente nelle classi popolari urbane, tranne nel caso dei venditori di verdure, e di pesce, che presentano un abbigliamento diversificato perché si tratta, rispettivamente, di contadini e pescatori. Alcuni abiti di venditori ambulanti sono direttamente funzionali al tipo di attività esercitata, come i camiciotti o grembiuli dei sorbettieri di Napoli, o il lungo pastrano dei caffettieri ambulanti di Napoli o siciliani, che ricordano in un certo modo le divise di lavoro usate dagli operai nelle fabbriche. Altri abiti urbani, desunti dal già citato repertorio di stampe e di descrizioni ottocentesche, che indulgono sovente al pittoresco, sembrano costituire una rielaborazione popolare di modelli di abbigliamento propri di altri ambiti o gruppi sociali; oltre al caffettiere ambulante, che come si è già detto veste un abito di tipo operaio, possono citarsi l'abito delle guide (dette "Ciceroni") alle solfatare di Pozzuoli, che appare simile ad una divisa civile, e l'abito del contastorie, che particolarmente nell'area di Napoli ha avuto importanti ed accurate descrizioni. I contastorie napoletani declamavano ad alta voce, leggendole, storie epico-cavalleresche, incentrate soprattutto sul ciclo carolingio; essi erano infatti chiamati Rinaldi dal nome del più famoso ed amato dei paladini cristiani, e lavoravano soprattutto sul molo del porto, dinanzi ad un pubblico costituito prevalentemente di pescatori; dalle descrizioni di Pio Rajna, del 1878, l'abbigliamento dei contastorie appare assimilato ad un abito borghese di tipo elegante ma in disuso, prevalentemente nero, con giacca, panciotto, pantaloni, cappello di paglia o berretto nero, e in un caso orecchini ad anello alle orecchie. Nelle stampe ottocentesche e nel volume di De Bourcard, del 1853, documenti più antichi del testo di Rajna ma come si è detto in maggiore misura volti al pittoresco, l'abbigliamento del contastorie napoletano appare visibilmente di tipo antiquato: cappello, frac a lunghe code, occhiali, due fazzoletti, uno bianco e l'altro colorato, pantaloni, scarpe, panciotto, cravatta fuori moda; da questo abbigliamento viene distinto quello dei contastorie che narravano cantando (e non leggendo) storie di miracoli o storie lacrimevoli; questi lavoravano in varie piazze della città, o davanti all'edificio della dogana, e indossavano una giacca lunga, talvolta bianca come quella dei cuochi. L'abito del contastorie riflette ed amplifica lo status sociale di questo artista nella cultura popolare urbana, particolarmente di Napoli; nel suo abito nero, e particolarmente nel frac a code, il contastorie ha dell'attore (si pensi all'utilizzazione dello stesso genere di abito un secolo più tardi, da parte di Totò e di Charlot, forse attraverso la mediazione dell'abbigliamento del clown circense Leale), e dell'intellettuale, magari definito nella cultura popolare il "professore"; l'unione di teatralità e intellettualità richiama immediatamente un altro protagonista degli spettacoli di piazza, il ciarlatano, il cui abbigliamento nei secoli più recenti sembra presentare alcune analogie con quello qui descritto del contastorie. Non possono evitarsi, in questa sede, anche alcuni accenni all'abito degli operai. Nella fine analisi di Aris Accornero, viene individuato un passaggio dalla dicotomia abito da lavoro/abito della festa, nella quale era implicito che non esistevano differenze tra l'abito usato durante lo svolgersi di un lavoro e l'abito per recarsi al lavoro; in seguito, con l'introduzione nelle fabbriche degli abiti da lavoro e poi delle tute blu, cambiano lentamente anche le caratteristiche dell'abito per recarsi al lavoro, e quelle dell'abito da festa, in via di sparizione. In una prima fase quindi l'introduzione dell'abito da lavoro nelle fabbriche sembra essere una prerogativa delle categorie di operai più qualificate, tant'è vero che gli operai meno qualificati, muratori, cavatori, scalpellini, allo stesso modo dei braccianti, scrive Accornero, non indossano specifici abiti da lavoro; la divisa di lavoro è un segno positivo di status all'interno della cultura popolare; in seguito, invece, la progressiva attuale tendenza alla sparizione delle divise da lavoro sembra qualificarle negativamente. Nel testo di Accornero vengono analizzate le diverse funzioni degli abiti da lavoro in fabbrica, con le differenze che sottolineano le diverse gerarchie di operai all'interno dell'azienda, e che definiscono la tuta o la divisa di lavoro segno dei lavori più umili, con i quali ci si insozza maggiormente; la tuta diviene poi un emblema della condizione proletaria, e viene indossata con fierezza nelle manifestazioni di piazza dagli anni '60-'70. Un abito che indicava una condizione professionale, sia nelle città che nelle campagne, è, infine, quello delle nutrici; si e già citato l'esempio delle balie e delle domestiche originarie della Brianza, che lavoravano a Milano e che indossavano il costume brianzolo; nell'area siciliana le balie vestivano di nero, o invece, nell'uscire fuori dalle case dove prestavano servizio, indossavano un costume ben curato e piacevole a vedersi: La nutrice fuori di casa è come un oggetto di lusso per la famiglia che la tiene: e percià va vestita con un certo costume non ordinario per altre donne della sua condizione, un costume attraente. È possibile forse riflettere sul duplice significato di questo tipo di abito delle nutrici; da un lato, c'e il riconoscimento di una identità e di una origine diverse da quella dei signori di città che le danno lavoro; identità ed origine che vanno rispettate, anche perché sono la garanzia della qualità del servizio prestato (nell'implicita equazione campagna-salute-buona qualità del latte); dall'altro, la diversità espressa nel costume viene in qualche modo asservita, attraverso la cura della confezione e l'eleganza, alle esigenze di prestigio delle classi borghesi e aristocratiche urbane; e forse anche da considerare che le balie avevano una condizione ed un ruolo privilegiati nei confronti delle comuni domestiche. Elisabetta Silvestrini Fonte: E. Silvestrini, L'abito popolare italiano, in «La Ricerca Folklorica», VII:14, Grafo, Brescia, ottobre 1986.
- Emigrazione italiana in Argentina
Alla fine del XIX secolo l'Argentina si era organizzata come Repubblica. Dopo la "Conquista del Deserto", comandata dal Generale Julio A. Roca, la Nazione aveva ottenuto, grazie alla sconfitta degli indiani d'America, una superficie di circa 1.300.000 kmq., ovvero un territorio equivalente a quasi quattro volte l'Italia. Secondo il Censimento del 1869 l'Argentina era il paese più spopolato d'America: un abitante ogni 2 kmq. Occorreva quindi popolare questi estesi e vasti territori e manodopera per lavorare la terra. I suoi pensatori politici (Alberdi e Sarmiento) sostenevano che «governare è popolare» e suggerivano di ricorrere all'immigrazione europea. Dicevano: «L'Europa ci darà il suo nuovo spirito, le sue abitudini industriali, le sue pratiche di civilizzazione tramite l'immigrazione che ci ha inviato. Vogliamo trapiantare in America la libertà inglese, la cultura francese, la laboriosità dell'uomo europeo? Prendiamo parti vive di queste nelle abitudini dei suoi abitanti e piantiamole qui. La pianta della civilizzazione non si diffonde dai semi. È come la vigna: prende dal grappolo». La carta costituzionale apriva l'immigrazione «a tutti gli uomini del mondo di buona volontà che volevano vivere in terra argentina». All'inizio del XX secolo l'Argentina era la terra del benessere, era il "granaio del mondo", esportava carni e cereali in Europa. Nutrì il Vecchio Continente durante la Prima guerra mondiale. A Buenos Aires si costruirono palazzi ad opera di architetti e con progetti importati dalla Francia. Contemporaneamente, in questa stessa epoca ci fu una crisi generale in Europa ed in particolare in Italia. L'Italia espelleva i suoi figli e l'Argentina li invitava e li accoglieva per i motivi detti precedentemente. Si emanò la legge 876 dell'immigrazione, attraverso la quale si offriva gratis il biglietto per la nave, in terza classe. Si designarono in Europa agenti speciali che fomentavano l'emigrazione verso l'Argentina. Si consigliavano gli interessati e gli si offriva accoglienza ed alloggio «all'Hotel degli immigranti» al porto di Buenos Aires, assistenza medica e li si orientava alla ricerca del lavoro. In alcune zone gli si consegnavano gratis lotti di terre. All'interno si crearono uffici di immigrazione per aiutare gli ultimi arrivati. In poche parole gli si concessero gli stessi diritti civili dei nativi. Fino al 1891 l'Argentina fu il paese che ricevette più emigranti. Tra il 1891 e 1895 il Brasile capitanò la lista dei paesi accoglienti grazie al raccolto del cacao. A partire da allora gli Stati Uniti d'America rappresentarono la meta preferita dagli italiani. L'Argentina ricevette più di 4.000.000 di italiani e tutti portarono la loro scienza, la loro arte, la loro laboriosità lasciando la loro impronta. Nel 1895 la metà degli abitanti di Buenos Aires erano stranieri e mischiarono il loro sangue con la creola (donna nata nell'America centro-meridionale da genitori europei). Si arrivò a dire che «l'Argentina è la seconda patria degli italiani». «Mi manca solo il sangue italiano per essere un tipico porteño» (Jorge L. Borges). «Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo». «Argentina: paese bilingue dove si parla spagnolo ed italiano» (diceva una enciclopedia dell'epoca). Le navi erano passate dalle vele al vapore, le imbarcazioni erano più grandi, più sicure e più veloci; il tempo di percorrenza del viaggio si accorciò a venti giorni; le compagnie di navigazione desideravano ottimizzare i loro viaggi. Dall'America all'Europa andavano carichi di cereali e carni, e per non ritornare vuoti, cercarono di riempirli con le persone, per questo abbassavano i prezzi dei biglietti transatlantici. L'Italia, dal canto suo, regolamentò l'emigrazione per darle un canale appropriato e dare sicurezza ai suoi cittadini oltre frontiera. Nelle città e nei paesi italiani si ricevevano e si leggevano con molta attenzione ed interesse le "lettere d'America", che inviavano ai loro familiari quelli che erano emigrati per primi. Le notizie che si ricevevano dai parenti emigrati suscitavano speranze: «Dal più ricco al più povero tutti vivono di carne, pane e zuppa tutti i giorni e nei giorni di festa tutti bevono allegramente. C'è da mangiare per tutti. Si può uscire a cacciare con la mano. Qui la gente è così buona che è una meraviglia». Le partenze dall'Italia furono molto tristi, tanto che la maggior parte degli emigranti non ritornò mai più a trovare i propri cari. Il viaggio oltre l'Oceano non fu esente di difficoltà, malattie ed affondamenti. L'insediamento o la sistemazione in Argentina - come succede nella maggior parte dei casi - non fu facile. Si giungeva in terre sconosciute. Nostra nonna ci raccontava come era dura la vita a Capracotta, specialmente in inverno, durante il quale si congelavano le tubature dell'acqua o quando nevicava molto si doveva uscire di casa attraverso le finestre del primo piano. Questo, oltre alla crisi dell'epoca, sommato al desiderio di avere un'opportunità, che la patria non ci offriva, più le aspettative che l'America dava, fu ciò che ci motivò ad emigrare verso il Nuovo Continente. Non abbiamo potuto rilevare la quantità di capracottesi che arrivarono in Argentina. Al contrario fu facile con quelli che arrivarono a Santiago del Estero, in quanto tutti questi si insediarono nello stesso luogo ed insieme: Villa Zanjòn, a sud della capitale. Tra gli emigranti capracottesi che arrivarono a Santiago del Estero, Argentina, alla fine del XIX secolo c'erano: Bilotti, Borsellino, Carugno, Castiglione, Conti, Di Bucci, Di Luozzo, Di Lullo, Di Nardo, Di Nucci, Di Rienzo, Di Tano, Gianserra, Giuliano, Griffa, Iocca, Labbate, Maranzano, Matteo, Palumbo, Pettinicchio, Santilli, Speciale, Terreri, Trotta, Yanucci, ecc. A Buenos Aires si insediarono, tra l'altro, Di Rienzo, Sozio e il noto Torquato Di Tella che fondò quella che nella sua epoca fu l'industria argentina più importante: "Siam Di Tella". Antonio Virgilio Castiglione Fonte: A. V. Castiglione, Emigrazione italiana in Argentina, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.
- Il santuario che unisce d'Annunzio a Capracotta
Ci sono libri che hanno per l'anima e la salute un valore opposto a seconda che se ne servano un'anima bassa, una forza vitale inferiore o invece una più alta e possente: nel primo caso sono libri pericolosi, che frantumano e dissolvono, nell'altro gridi di araldi, che chiamano i più valorosi al loro valore. Il Santuario della Madonna dei Miracoli di Casalbordino (CH) nasce nel XVI secolo, allorquando l'anziano contadino Alessandro Muzio di Pollutri, nella tarda mattinata del 12 giugno 1576, vuol constatare i danni che la grandinata del giorno prima ha arrecato al suo campo di grano sito nella Piana del Lago, in agro di Casalbordino. Prima di giungere al campo sente la campana che annuncia la Messa e si inginocchia a pregare; in quel momento Alessandro viene avvolto da una luce celestiale e gli appare la Madonna. Ella lo rassicura circa la sorte del suo campo (effettivamente rimasto intatto nella generale distruzione) e gli chiede di andare dal parroco, affinché richiami i fedeli ad osservare il riposo domenicale. La grandinata rappresentava dunque un castigo divino per l'inosservanza del terzo comandamento. Dopo un'accurata indagine, le autorità ecclesiastiche fecero erigere in quel luogo una cappelletta ma la sua fama si diffuse velocemente in ogni dove, interessando i paesi del Molise e dell'alta Val di Sangro, e arrivando fin nelle Marche, nelle Puglie e persino in Campania. I prodigi attribuiti all'intercessione della Vergine Maria lì venerata furono talmente tanti che spontaneamente, già nel primo '600, il santuario fu detto della "Madonna dei Miracoli". Nell'oceanica massa di pellegrini che ha sempre affollato quel luogo spiccano ancor oggi i capracottesi, legati alla Madonna dei Miracoli da un'antica leggenda. Si narra che l'immagine di Maria, pronta per il pellegrinaggio, attendesse sul sagrato senza che nessuno si offrisse di portarla in processione, date le pessime condizioni meteorologiche. Il parroco interpellò quattro donne di Capracotta - che erano lì per la festa - che si dissero onorate di portarla a spalla. Terminata la processione, la lasciarono nuovamente sul sagrato. Da allora quella tradizione si è consolidata, tanto che nello statuto della festa dell'11 giugno è scritto che solo i capracottesi e le donne possono avvalersi di tale privilegio «e da allora gli uomini hanno perso il diritto di portarla, a favore delle loro signore, fiere e gelose di questo diritto, conquistato "sul campo"». Grazie a quel pellegrinaggio Casalbordino è diventato uno dei luoghi caratteristici della cultura popolare abruzzese, tanto che il 9 giugno 1893, mescolati alle migliaia di fedeli, vi giunsero il pittore Francesco Paolo Michetti (1851-1929) e l'esteta Gabriele d'Annunzio (1863-1938), armati il primo di macchina fotografica e l'altro della capacità di (rac)cogliere le evocazioni tipiche della gente d'Abruzzo. Francesco Caponi sostiene che la «drammaticità fatalistica che anima le pitture del Michetti e le novelle popolari del d'Annunzio non corrispondono esattamente a quello che i fedeli esprimevano, ma è certo che a Casalbordino confluiva tutta l'umanità dolente della vasta zona». Infatti esiste tuttora una via degli Storpi, così chiamata per i tanti mendicanti deformi che si ponevano lungo la strada per chieder l'elemosina. Dopo quel viaggio Gabriele d'Annunzio terminò il suo "Trionfo della Morte", un romanzo tutto ambientato in Abruzzo, tra Guardiagrele, S. Vito Chietino e Casalbordino. E nel libro quarto vi è la scena in cui il protagonista Giorgio Aurispa si reca in pellegrinaggio al Santuario della Madonna dei Miracoli per allontanare da sé la tentazione del suicidio. Lo spettacolo a cui assiste è invero raccapricciante. Al posto di una deflagrazione di carità cristiana Giorgio si trova di fronte alla degradante e macabra orgia della sottomissione religiosa: malati che si umiliano per chiedere una grazia e disgraziati che approfittano della propria deformità per impietosire i passanti. Questo fanatismo cristiano, dettato dalla superstizione e non dal misticismo, segna nell'animo di Giorgio una netta rottura con la sua terra d'origine e con la religione, inducendolo a ripiombare nel desiderio di morte. Grazie al taccuino inedito del "Trionfo della Morte" - conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma - posso affermare che nella scena casalese vi sono personaggi tipici di Capracotta e dell'Alto Molise, che d'Annunzio toccò con mano. Dall'undicesima alla tredicesima nota il Vate abbozzò testualmente: Banchi pieni di tamburelli, di fiori di carta e di lustrini. Nocciuole infilzate come rosarii. Bricchi di carrube - tinozze di lupini - limoni - aranci - castagne - lunghe file di rosarii di tutti i colori - di tutte le materie. Vasto Gelardi - sotto Capracotta - che porta sul busto un ricamo brillante come una squama di pesce. Una donna alta, grifagna - con il manto rosso girato intorno alla vita - porta un gran crocifisso nero nel pugno - gesti violenti. Quell'umanità schifosa che, invece di abbandonarsi alla volontà di potenza e al disfacimento del concetto di io, si rimette a un dio che c'è ma che non esiste, è per d'Annunzio la prova di un Occidente decaduto, agonizzante, sconfitto dalla morale cristiana della povertà, dell'umiliazione e dell'impotenza, ma che in realtà nasconde, nel riflesso di Dio, l'ingigantirsi dell'io. Tuttavia anche per quei pellegrini nauseanti, per quelle «donne del Trigno [che] camminano stracche, curve, con le gambe aperte», giungerà la morte. Come un verdetto, come una liberazione, come un trionfo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Caponi, Il santuario che unisce Abruzzesi e Molisani, in «Madre di Dio», 5, Casalbordino, maggio 1999; A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019; G. d'Annunzio, Trionfo della Morte, Treves, Milano 1894; M. T. Imbriani, Gabriele d'Annunzio. Un taccuino inedito del "Trionfo della Morte", in «Sinestesie», VI-VII:4, Avellino 2008-2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. it. di F. Masini, Adelphi, Milano 1977.
- Isernia negli anni '20-'30
E siamo al calzaturificio di Adelina Pinti. È senza dubbio il migliore negozio di calzature per quell'epoca. Vi si trovano le migliori marche di calzature, con una clientela molto vasta. Ed alle riparazioni provvedeva Antonio Manuppella Furmica. A lato vi è un altro salone. È gestito da un altro Pettine Gaetano. In alto vi è un'insegna in inglese che non dimenticherò mai, e che diceva "Barber Shop HairCut-Shave". Con questo locale si chiudeva Palazzo Cimorelli e si passava a Palazzo Melogli. Il proprietario era Don Gaetano Melogli. Il complesso era abbastanza vasto, perché partendo da questo punto, su piazza Giosuè Carducci formava l'angolo con via Orientale, e proseguendo ancora, arrivava sino ad un giardino di sua proprietà. Su piazza Giosuè Carducci vi sono dei locali a piano terra gestiti prima da Domenicantonio Fantini il vecchio, che vi aveva una cantina con locanda, e successivamente da Alfredo Graziani con la moglie e i figli, i quali incrementarono i locali creandovi un ristorante decoroso con un modesto albergo. E giriamo su via Orientale. Ed eccoci alla famosa Taverna. Si potrebbe scrivere una storia sull'importanza di questo centro di sosta e di transito, che nel periodo antecedente la costruzione della ferrovia Isernia-Vairano funzionava come smistamento del traffico che ingolfava la Taverna della Croce. E si protrasse per molti anni ancora. In essa affluivano tutti i mezzi leggeri che volendo evitare la salita della Taverna della Croce ritenevano conveniente fermarsi in questo punto, al centro di Isernia. Vi affluivano mezzi pubblici e privati, sempre a trazione animale, sia quelli che facevano servizio di posta e passeggeri, come quelli privati. Ed il locale era apprezzato soltanto per questo uso. Vi erano delle mangiatoie per accogliere oltre venti cavalli. Più a valle, vi era un locale altrettanto ampio che serviva come rimessa dei mezzi più delicati quali carrozze e carrozzini, mentre gli altri mezzi venivano parcheggiati lungo via Orientale. E la taverna era gestita da Filippo Favellato, il quale con l'aiuto dei figli Paolo, Felice, Vincenzo e Cosmo riusciva a farla funzionare molto bene. Di fronte a questa bolgia infernale, vi era la bottega da bastaio di mio nonno, Antonino Santilli detto Letterino. E fu il "primo" di Capracotta a trasferirsi a Isernia nel 1870, dove sposando mia nonna Carmela Iadisernia detta Cacaraia generò la sua famiglia, formata da 5 figli. E poiché la maggioranza dei mezzi che affluivano in quei tempi, in quel luogo, provenivano da Agnone, da Capracotta e dagli altri centri abitati dell'Alto Molise, si intendeva che la bottega fosse un punto di riferimento per tutti. Ed erano amici bene accolti, di tutte le categorie sociali. E ricordo benissimo le soste frequenti che vi faceva Don Adelchi Falcone durante i suoi giri elettorali e il Principe D. Luigi Pignatelli, il quale accompagnato con un suo lussuoso carrozzino dal fattore, il caro Ruggero Capossela, vi sostava frequentemente. E poi all'inizio di ogni estate, vi era il passaggio obbligato della famiglia dei Duchi D'Alessandro, la quale, proveniente da Napoli, con una carrozza lussuosa e con due superbi cavalli da sella al seguito, si trasferiva nel suo castello di Pescolanciano per passarvi l'estate. E vi sostavano per il ristoro dei cavalli. Con il passare degli anni, e con il progresso, cominciò lentamente la sostituzione dei trasporti a trazione animale con automezzi a motore. E iniziò il passaggio di ogni mezzo, ma ciò che più destava l'ammirazione di tutti era il passaggio e la sosta, che facevano ogni anno le macchine da corsa, che dopo aver disputato la Targa Florio in Sicilia, rientravano a Milano per via ordinaria, ma erano condotte dai meccanici dei piloti, che a quell'epoca erano Sivocci, i Masetti, fratelli Giulio e Carlo. Era diventata una consuetudine che durante la sosta a Isernia, la sera, venisse offerta nel ristorante Graziani una cena ai meccanici, i quali ripartivano la mattina seguente. E dopo questa divagazione, riprendo continuando con il braccio di via Orientale. Sul lato destro salendo, vi è un grande deposito di legname. Lo gestisce Filippo Fantini. In esso vi è anche una bottega di falegnameria. Più avanti vi sono i depositi di vini ed olio che D. Pietro Lorusso gestiva, con una clientela molto vasta. Poiché in quell'epoca nelle nostre zone esistevano pochi vigneti e la produzione di vino era quasi zero, ecco la necessità della gestione di una vendita di vino all'ingrosso. Vittorino Santilli Fonte: V. Santilli, Isernia che non c'è più (anni '20-'30), a cura di L. Bonaffini, Iannone, Isernia 2018.
- Le memorie pastorali di Capracotta
Capracotta è un paradiso dell'escursionismo. Questi invitanti Campi Elisi d'altura hanno visto transitare nei secoli i guerrieri sanniti e carecini, i pastori transumanti, i prigionieri di guerra in fuga, gli emigranti e gli inurbati di ritorno e oggi gli sciatori e i fondisti, i naturalisti e i forestali, i pellegrini, i trekker e gli amanti delle passeggiate in solitudine. I motivi di attrazione di questo paese, che con i suoi 1.416 metri di quota è uno dei più alti d'Italia, sono numerosi: il bosco degli abeti soprani e le rilassanti distese di abetine, Prato Gentile e l'eremo di San Luca, il monte Capraro e il monte Campo, il giardino della flora appenninica, il parco fluviale e le fonti del Verrino, le ciclopiche cinte murarie sannitiche, le antiche fonderie del rame, le sorgenti dell'acqua zolfa, le masserie e i fontanili. La panoramica passeggiata che proponiamo va alla scoperta delle vestigia pastorali di Capracotta. Alle pendici del monte San Nicola si riconoscono i resti di una piccola cittadella agro-pastorale, con i suoi recinti, i campi coltivati a legumi di montagna, gli stazzi e le capanne in pietra a secco, le sorgenti e i fontanili. Passava di qui il tratturello che lasciava l'Ateleta-Biferno e saliva a Castel del Giudice e a Capracotta, intercettando così un ampio comprensorio di pascoli estivi. Le greggi transumanti proseguivano poi lungo la valle del Verrino, toccavano Agnone e Poggio Sannita e confluivano nel grande tratturo Celano-Foggia al ponte di Sprondàsino sul fiume Trigno. Itinerario Lo scenario della passeggiata è l'ampio declivio che dalla cresta tra il monte Campo (m. 1.746) e l'elegante profilo del monte San Nicola (m. 1.517) scende verso la strada Capracotta-Agnone e la valle del Verrino. Punto di partenza può essere il Caseificio San Nicola, localizzato a 3 km. da Capracotta sulla strada che scende ad Agnone; oppure lo slargo che s'incontra 700 metri più avanti, comodo per parcheggiare. In entrambi i casi ci s'innalza dolcemente sugli antichi tratturi inerbati e in parte lastricati che solcano magnifici pascoli frequentati ancor'oggi da greggi di pecore e mandrie di vitelli. Il percorso di salita può avere come riferimento i triangoli gialli del metanodotto Snam che punta alla base della parete rocciosa del monte San Nicola. Recinzioni e muretti di pietre fanno da quinte alle numerose capanne in pietra a secco che costellano il percorso. Alcune capanne sono inserite nei tratti rialzati dei macereti di pietrame. Altre sono poste a guardia dei recinti e degli stazzi. L'occhio si esercita subito a scovarle e a cercarne gli ingressi architravati e mimetizzati tra gli ammassi di pietre. Più in alto si ritrovano anche muraglioni di pietre e rocce, resti di mura sannitiche e medievali. Si raggiunge infine il valico del San Nicola (m. 1.446), punto di massima depressione della cresta e snodo di sentieri. Il guado invita a dedicare tutto il tempo necessario all'osservazione dei magnifici panorami dei due versanti: a nord, la Maiella, la valle del Sangro, i paesi dell'alto Vastese, la lunga cresta del monte Castel Fraiano segnato dall'interminabile rosario delle pale della centrale eolica; sul versante molisano lo sguardo segue invece le valli del Verrino e del Trigno con i profili dei paesi che si rincorrono dall'alto Molise fino ai monti del Matese. In discesa conviene seguire inizialmente il percorso diretto che fiancheggia le rocce e gli sgrottamenti del San Nicola. L'obiettivo è il bellissimo trullo, la capanna a tholos che troneggia pochi metri sopra la fonte del Forno (m. 1.356), restaurata nel 2005. Dalla fonte conviene ora tagliare il versante in quota, seguendo in discesa i viottoli scavati dai bovini che portano a un container rosso, ben visibile, e alla sede estiva di un'azienda zootecnica (produzione biologica di carne e latte). Lungo il percorso potremo osservare il recinto di pietra di uno stazzo discretamente conservato e la base della vicina capanna di pietra. Raggiunte le strutture dell'azienda zootecnica non resta che seguire la sterrata che scende verso la poco trafficata provinciale Agnone-Capracotta. Il percorso sull'asfalto non è troppo noioso e consente anzi di ammirare un'ultima capanna di pietra sul fianco della strada, quasi una piccola casa cantoniera. Occorrono 700 metri per tornare al parcheggio o 1,4 km. se si è partiti dal caseificio San Nicola. Carlo Finocchietti Fonte: http://www.camminarenellastoria.it/, 5 giugno 2010.
- L'abbandono di Sant'Angelo
In un paese distrutto, il problema della vita è angoscioso, mancavano cibi, l'acqua era scarsa. A tamponare queste vitali necessità non vi era altra soluzione: abbandonare il paese distrutto. Il comando alleato fece pressione da Capracotta affinché la popolazione abbandonasse il paese. Il predetto comando non poteva inviare mezzo di trasporto perché tutti i ponti risultavano distrutti. È forse da questa ambivalenza tragica tra ordine e disordine da parte della popolazione, nasce il dolore, un dolore tra l'altro e cioè il dolore più vivo: quello di abbandonare il paese. E così i santangiolesi, la quasi totalità, nei primi di dicembre decise di raggiungere, a piedi, Capracotta. Le fasi del viaggio, tenuto conto della natura delle strade, la mancanza di forza, ognuno portava qualche piccolo sacco sulle spalle. Dopo quasi una lunga giornata di cammino si raggiunse Capracotta, dove alla periferia, i camion inglesi ed americani ospitarono i profughi effettuando la distribuzione di viveri. La colonna era formata da una decina di camion ed a tarda sera si raggiunse Carovilli dove il comando alleato aveva provveduto a preparare un accampamento. Si cercò di raggruppare tutti i nuclei familiari per non creare confusione. A Carovilli si rimase per una settimana. In questo periodo nacque un bambino e la partoriente venne assistita da un medico polacco ed il bambino porta il suo nome (Enrico). Da Carovilli, sempre per mezzo di camion, i profughi vennero fatti affluire a Campobasso. La sosta si protrasse per ancora una settimana. Di qui si partì in treno (carri merci) per raggiungere la città di Bari. Qui si sostò per qualche giorno e poi si raggiunse, il giorno di Natale, la stazione di Taranto. Sempre in treno, si raggiunse la Basilicata e precisamente il Comune di Pisticci in provincia di Matera. Tutti i profughi vennero fatti alloggiare in aule scolastiche. A ciascun profugo vennero consegnate due coperte, un materasso, una ciotola di alluminio, cucchiaio e forchetta. Il pasto veniva confezionato e servito dal personale del Comune con l'aiuto di qualche persona scelta fra i profughi. Dopo qualche settimana di permanenza a Pisticci iniziò lo smistamento nei vari comuni delle Puglie. Alcuni vennero inviati a Martina Franca, altri a Castellaneta, Oria, San Vito dei Normanni, Trani. Circa un centinaio, a mezzo autocorriera, raggiunse il Comune di Montescaglioso. In questo grande centro agricolo si arrivò la sera del 31 dicembre 1943. Le autorità del Comune misero a disposizione il pian tereno della casa comunale. L'accoglienza, da parte della popolazione di Montescaglioso, fu calorosa. Il mattino del 1° gennaio 1944 tutti i santangiolesi vennero invitati a pranzo dalla popolazione. Ogni giorno le donne del paese portavano viveri. Col passare del tempo il Comune organizzò una specie di refettorio in modo che ciascuno, a mezzogiorno, disponeva di un piatto caldo. Questo refettorio, per ragioni diverse, venne soppresso e ciascuna famiglia, con mezzi di fortuna, provvedeva a confezionarsi la propria cucina. Cesare Zezza Fonte: C. Delle Donne, Momenti, Graficart, Formia 1994.
- La Tavola Osca: un primordiale masterizzatore
Chiunque si soffermi a destra della fontana che si trova prospiciente piazza Falconi, nota una nicchia dove sono stati collocati due manufatti di cui, la maggior parte, non sa cosa vogliano rappresentare e/o significare, sebbene abbiano avuto un ruolo fondamentale nella storia di Capracotta. Uno è la rappresentazione in scala della vecchia Torre Medioevale, sostituita dall'attuale fontana, e l'altro è, fissata ad una lastra di pietra autoctona, la copia in scala della Tavola Osca del III° sec. a.C. L'originale viene conservato dal 1873 nel British Museum di Londra (3° piano, galleria G69). Per quanto riguarda le sue origini, il suo ritrovamento casuale presso la Fonte Romita nel 1848, la storia e la traduzione di ciò che risulta riportato su ambo i lati della "tavoletta", lascio la "parola" in corsivo agli studiosi, fra questi il compianto "maestro" Domenico D'Andrea, mentre io mi soffermerò su alcune personali considerazioni tecniche. La tavoletta, ad Unità d'Italia avvenuta, fu offerta in vendita al governo italiano per 1.000 lire, e pensare che a Garibaldi fu concessa una buonuscita di 5 lire! per ritirarsi a a Caprera. Fu così che finì a Londra nel 1873, venduta da un commerciante di Agnone, e ciò contribuì a far sì che per quasi un secolo sia stata chiamata "Tavola di Agnone". Visitando il Museo di Londra, l'ho osservata e fotografata minuziosamente. Pensavo di trovarla situata da sola in una vetrinetta, come una regina, e ben messa in evidenza; invece si trova a fare compagnia ad altri reperti storici senza neanche un cartello che ne evidenzi la sua presenza! La "tavola", a dire il vero, dovrebbe essere chiamata "lamina", visto che lo spessore medio è pari a 4.2 mm., la base circa 165 mm., l'altezza circa 279.5 mm., il peso circa 2.332 gr., e dovrebbe essere una lega di bronzo con una percentuale piombo. Osservandola si evince che: le frasi sono alquanto profonde e i caratteri simili sono di eguale dimensioni; lo spessore non è costante, la lamina è bombata al centro e lo spessore ai lati è di circa 3,5 mm. mentre al centro è circa 5 mm.; le frasi non risultano ottenute per battitura (non si evidenziano i normali rilievi ai bordi) bensì con una normale fusione; la cosa strana è che è l'unica lamina fra tutte quelle presenti a riportare le parole da ambo i lati e ad avere una leggera bombatura al centro, che porta a considerare l'eventualità che servisse a produrre tavolette di argilla recante preghiere e invocazioni rivolte agli dei, e si può pensare di avere a che fare con l'antisegnano dell'attuale masterizzatore. La procedura del calco è simile a quella utilizzata per la rilevazione delle impronte digitali. La tavoletta di creta sotto allegata è il "negativo computerizzato" della Tavola Osca, ottenuto simulando una normale operazione di creazione dei bassorilievi. A tal proposito si potrebbe obiettare che la lingua osca si leggesse e/o si scrivesse da destra verso sinistra, però bisogna fare delle opportune considerazioni storiche. La romanizzazione dei Sanniti Le guerre fra i Romani e i Sanniti cominciarono intorno alla prima metà del IV secolo a.C. e terminarono nel 290 a.C. con condizioni di pace molto dure; iniziò la romanizzazione con l'introduzione del latino e, entro il 100 a.C., la romanizzazione del Sannio era un fatto compiuto. Per un cinquantennio, fra il 270 a.C. e il 220 a.C., vissero in pace e furono fedeli alleati di Roma. Gli antichi abitatori del Sannio celebravano i loro riti all'aperto, i templi coperti cominciarono a sorgere verso la fine del III secolo a.C., la loro concezione monumentale e architettonica testimonia l'adozione di esperienze romaniche ed elleniche; com'è facilmente riscontrabile nel Teatro-Tempio di Pietrabbondante, risalente al 250 a. C. insieme alla Tavola Osca. Notevoli nella lingua osca le concordanze con il latino, attribuite agli scambi linguistici avvenute tra le due lingue. La più antica iscrizione peligna è, infatti, in lettere latine. La letteratura sannita è stata molto povera, seppure sia mai esistita. La coscienza nazionale dei Sanniti Fino al III° secolo a.C. le quattro tribù (Carecini, Caudini, Irpini e Pentri) erano riunite in un'associazione, la Lega Sannitica, che Livio chiama "Civitas Samnitium". La coscienza nazionale era molto forte e quando il pericolo di un'invasione incombeva, i Sanniti dimenticavano le discordie interne e fronteggiavano uniti il mondo esterno. «La Lega conteneva in seno gli elementi del federalismo, un tipo di sistema verso cui i popoli Sabelli sembra che avessero una sorta di inclinazione istintiva», dice il Salmon, che in questo paragrafo si trascrive passo passo. Si pensi agli insorti della Guerra Sociale, quasi tutti Sabelli o Sabellici, che nella loro unione dovevano costituire qualcosa di più di un patto militare. Il fatto di aver stabilito una capitale unica e un senato a Corfinium, di aver periodicamente convocato un'assemblea, di aver assunto il nome "Italia" e di aver in qualche modo una cittadinanza comune, rivela un tentativo di dare all'Italia un assetto federativo. La diaspora dei Sanniti La guerra scoppiata in Oriente contro Mitridate allontanò Silla, sempre in cerca di occasioni per accrescere il suo potere, dal teatro delle operazioni contro i Sanniti nel centro Italia. Mario, in assenza di Silla, suo rivale nella lotta per il potere, torna in auge e concede ai Sanniti quei diritti giuridici e sociali che Silla negava per il suo implacabile odio dovuto per le prime guerre sannitiche combattute dai suoi antenati. La sfacciata partigianeria a favore di Mario porta i Sanniti ad approntare un esercito nel tentativo di ostacolare l'avanzata di Silla contro Mario e nel novembre dell'82 persero la loro ultima grande battaglia a Porta Collina. Silla si vendicò ferocemente dell'appoggio da essi dato a Mario e ordinò di sterminarli insieme ai difensori di Praeneste e fece del Sannio un paese devastato, un deserto, tanto che, dice Flora, «era quasi impossibile scoprire il Sannio all'interno del Sannio». E tuttavia non riuscì ad annullare l'identità di questo fiero e indomito popolo. Nella diaspora, perché proprio di diaspora si trattò, molti di essi emigrarono in altre parti dell'Impero, sin nella Gallia Cisalpina e Transalpina. Ironia della sorte, la figlia di Silla, Fausta Cornelia, andò sposa a un sannita. Gli insediamenti sannitici erano due (uno a Guastra e uno a Macchia) e la tavoletta di bronzo veniva portata in processione, toccando i 15 "orti" ad anni alterni e le tavolette d'argilla facevano parte del corredo funerario dei sanniti tumulati in tombe coperte con lastroni di pietra. A tal proposito, nel 1939 mio nonno, mentre arava, scoperchiò con la punta del vomere una di queste tombe e vennero alla luce dei reperti di terracotta, compresa una di queste tavolette incise. Un sordo rumore si riscontrava per quasi tutto il terreno quando mio nonno arava e questo lo indusse alla considerazione di trovarsi davanti a un cimitero! E per questo motivo il terreno fu lasciato a pascolo per sempre! Mio nonno e mia nonna ci parlavano sempre di un muro chiamato "delle Monete", di una chiesa sconsacrata, le cui pietre servirono per costruire il "quarto" della masseria, di tombe presenti all'interno di una masseria!, cose che all'età di 10 anni ci lasciavano esterrefatti per la paura, visto che siamo cresciuti con le favole di streghe, stregoni e lupi. Francamente si pensava che fossero le solite balle raccontate dai nonni: solo circa 20 anni fa mia nonna e mia madre hanno confermato che ciò era vero! Viene allegato il percorso che univa i due insediamenti e che fa parte di un complesso progetto di valorizzazione turistico-storica di alcune zone appartenenti ai Comuni di Capracotta, Agnone e Pietrabbondante mediante la stesura di sentieri percorribili a cavallo, mountain bike, a piedi ecc. e fra questi spicca anche quello relativo alla scoperta dei vecchi mulini di Agnone: Santa Lucia, San Francesco, Santa Chiara, Santa Maria d'Agnone, dell'Unità di Agnone, e di Capracotta: Santa Croce, delle Ramiere ecc., tutti prospicienti il fiume Verrino. A tal proposito verrà restaurata la copia, in formato digitale a colori, di una vecchia mappa del '700 gentilmente messa a disposizione dal Comune di Agnone attraverso l'assessore al turismo Armando Li Quadri. Tutti i percorsi sono tridimensionali e georeferenziati, sarà possibile percorrerli anche con l'ausilio di smartphone e/o cellulari con ortofoto satellitari e GPS incorporati. Filippo Di Tella Fonte: F. Di Tella, La Tavola Osca: un primordiale masterizzatore, Capracotta 2010.
- Pulcheria
Pulcheria era nubile, curata nell'aspetto e dai modi aggraziati, come il nome prometteva; amica della nonna, quando andava a comprare il latte dal vicinato si tratteneva a parlare dei fatti del paese, dei pellegrinaggi dai quali portava in ricordo delle medagliette. Il suo sguardo era vago per via di una malattia agli occhi e questo le conferiva un atteggiamento dolce quando raccontava delle storie che sapeva esporre con dovizia. Abitava vicino alla Chiesa di S. Giovanni, dal lato della strada che affaccia sul precipizio, in una casa piccola ma confortevole, che divideva con la sorella Concetta anche lei non sposata. Dal portone si saliva per una piccola scala di legno fino ad una cucina dal pavimento di tavole che scricchiolava ad ogni passo, dove entrava il sole obliquo attraverso la finestra ornata da un vaso di fiori; qui le due donne si dedicavano al cucito e trascorrevano la loro vita semplice e dignitosa. Sempre ricordavano a tutti come la quiete di quel nido tempo addietro fosse stata turbata da un evento straordinario: durante la seconda guerra un ordigno era precipitato a fare danno e minacciare l'equilibrio delle pie sorelle, infatti dicevano che il conflitto tanto mondiale aveva scelto un modesto pertugio di camino per fare altro fracasso e proprio il loro. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- L'epigrafe del primo basso della Congrega
Ho accennato alla Congregazione della Visitazione e Morte di Capracotta nell'articolo del 7 luglio scorso, incentrato sull'ormai scomparso cristogramma di via Carfagna (qui). Oggi voglio invece parlarVi di una lastra di pietra incisa, presente nel primo dei quattro fondachi situati tra la fine di via Roma e l'inizio di via San Giovanni, tutti di proprietà della ex congrega capracottese e oggi chiusi al pubblico perché abbandonati, fatiscenti, cadenti. Difatti, venendo da capabbàlle in direzione capammónde, «sottoposte al descritto primo piano vi sono quattro bassi, dei quali due congiunti l'uno coll'altro dalla parte verso Michelangelo Mosca». Proprio nel primo fondaco - da cui si accede attraverso il secondo - è presente una lapide che contiene una misconosciuta epigrafe datata 1851. La pietra recita così: D.O.M. QUOD SUI ESSET UNDE FRATRUM ANIMÆ PIARENTUR AN. NIC. CONTI CONGRECÆ PRÆFECTUS FACIENDUM SAXI SINU CURAVIT MDCCCLI Avendo riscontrato delle difficoltà nella lettura dell'iscrizione, mi sono affidato all'epigrafista dott.ssa Lucia Rainone per sciogliere le abbreviazioni e le convenzioni epigrafiche, grazie al cui aiuto ho tradotto come segue: A Dio Ottimo Massimo, poiché appartenesse a loro, da dove le anime dei fratelli fossero purificate, Antonio Nicola Conti, Prefetto della Congregazione, procurò un rifugio di pietra. A quanto pare Antonio Nicola Conti, priore della Congregazione della Visitazione e Morte dal 1834, nel 1851 rese disponibile un rifugio (in senso figurato) in pietra al di sotto della Chiesa Madre con l'obiettivo di purificare le anime di tutti i fratelli. Come si rileva da una doppia scrittura privata del 1° gennaio 1851, quei due locali attigui vennero infatti locati per dieci anni dalla confraternita al Comune di Capracotta per istituirvi il corpo di guardia urbana, «ritraendosi il pigione di annui docati quindici». In un altro foglio, datato 31 ottobre 1855, si fa menzione anche degli altri bassi, affittati a un canone di 6 ducati annui; il terzo fondaco fu infatti locato al canonico don Gaetano Vizzoca e l'ultimo venne invece affittato da Andrea Ferrelli. Stando così le cose, si potrebbe dire che, tra il 1851 e il 1860, la polizia di Capracotta non solo fermava e arrestava i presunti criminali ma ne purificava anche l'anima, chissà con quali mezzi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Sant'Angela e monsignor Pizzella
Angela Merici è nata a Desenzano del Garda il 21 marzo 1474 ed è morta a Brescia il 25 gennaio 1540. È stata canonizzata il 24 maggio 1807, 267 anni dopo la sua dipartita. Come si spiega un'attesa così lunga e, soprattutto, che c'entra mons. Bernardo Antonio Pizzella, vescovo nativo di Capracotta? Per sbrogliare questa matassa è necessario risalire ai decreti di papa Urbano VIII riguardanti la proibizione del culto pubblico dei servi di Dio prima della loro beatificazione, che in tal caso richiedeva un apposito processo de non cultu. Il 13 marzo 1625, infatti, il papa aveva ordinato la soppressione «di ogni marca esteriore di devozione verso persone non ancora dichiarate beate o sante dal Seggio Apostolico; contemporaneamente, egli annulla ogni processo iniziato senza l'osservanza di questo decreto», con l'eccezione dei culti cosiddetti immemorabili, ovvero cominciati almeno un secolo prima dei decreti urbaniani. Tuttavia ogni immagine od oggetto di devozione relativi a persone considerate sante, dovevano esser conservati al di fuori delle chiese, fino alla proclamazione ufficiale della Santa Sede. Il culto di Angela Merici rientra in questa casistica, visto che fu considerata santa dal popolo all'indomani della morte. Al suo funerale partecipò una folla immensa e persino le epigrafi che circondano il suo sepolcro ne evocano, senza mezzi termini, la santità. Per metter fine a quell'ufficiosa idolatria, nella Chiesa di Roma, dopo aver atteso che passassero esattamente cento anni dalla morte - così da poterne considerare immemorabile il culto - cominciò a montare un'onda pro Merici, fomentata da tanti monasteri europei di suore orsoline, ordine fondato proprio da Angela nel 1536. Fu così che, dopo prolungate interruzioni, fra il 1757 e il 1768 ebbero luogo i processi diocesani per appurare l'esistenza di un culto su Angela Merici e sulla sua effettiva legittimità. Le tappe del primo processo furono due: una a Roma, sede della Santa Romana Chiesa, e una a Brescia, dove la Merici aveva operato e dov'era effettivamente sorta la devozione in suo onore. Per quanto ci riguarda, punterò i fari solo sul secondo processo diocesano, quello di Roma. Il 10 ottobre 1757 il cardinale Giovanni Antonio Guadagni (1674-1759), vicario dell'alma urbe, aveva infatti aperto il processo di beatificazione a Roma sul culto, le virtù e i miracoli attribuiti ad Angela Merici, avendo come giudice monsignor Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), delegato del cardinale vicario, e come postulatore della causa Domenico Trajani, per conto di madre Virginia Saracinelli, superiora del monastero romano delle orsoline. Il processo si svolse lì, «nel parlatorio di sinistra, vicino all'ingresso, un locale adiacente alla chiesa della comunità». Lo scopo era quello di esaminare il culto pubblico reso ad Angela prima e dopo i decreti di Urbano VIII, e di autenticare i documenti conservati negli archivi del monastero in varie lingue (portoghese, francese, tedesco, italiano e latino), il che richiedeva l'impiego di traduttori giurati. Mons. Pizzella, vescovo e giudice della tappa diocesana del processo, prese visione di tutte le testimonianze provenienti dai vari conventi, primo fra tutti quello di Bordeaux, dove veniva ampiamente osservata la festa di Sant'Angela; presenziò inoltre alle deposizioni di ben dieci religiose. Infine visitò gli archivi orsolini con esperti di lingue, calligrafia ed arti varie, per verificare ogni documento, iscrizione e immagine su Angela. Il Pizzella chiuse il processo il 2 luglio 1759, inviando atti e conclusioni alla Sacra Congregazione dei Riti, a cui spettava dare inizio al processo apostolico di beatificazione. Il 30 aprile 1768, Clemente XIII pronunciò finalmente il decreto che approvava il culto di Angela Merici, e dunque la sua beatificazione. Su esplicita richiesta di madre Luisa Schiantarelli, nessuna cerimonia di beatificazione venne celebrata in S. Pietro. I motivi erano due: guadagnare tempo ed evitare inutili spese. La canonizzazione di sant'Angela avvenne soltanto quarant'anni dopo. E se ancor oggi è la patrona di Desenzano del Garda, è merito anche del capracottese Bernardo Antonio Pizzella. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Albino, Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise, vol. I, Solomone, Campobasso 1864; A. De Spirito, Visite pastorali di Vincenzo Maria Orsini nella diocesi di Benevento: 1686-1730, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2003; C. Doneda, Vita di s. Angela Merici da Desenzano fondatrice della Compagnia di S. Orsola, Venturini, Brescia 1822; G. M. Feroni, Sacra Rituum Congegratione Beatificationis, & Canonizationis Ven. Servæ Dei Angelæ Mericiæ institutricis Societatis S. Ursulæ Beatæ vulgo nuncupatæ: positio super dubio, Typ. Reverendæ Cameræ Apostolicæ, Romæ 1763; L. Mariani, E. Tarolli e M. Seynaeve, Angela Merici. Contributo per una biografia, Àncora, Milano 1986; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; B. Pacca, Notizie istoriche intorno alla vita ed agli scritti di monsignor Francesco Pacca, Cappellacci, Velletri 1837; A. Placanica, La Calabria nell'età moderna, vol. II, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1985; F. M. Salvatori, Vita della santa madre Angela Merici fondatrice della Compagnia di S. Orsola ossia dell'instituto delle orsoline, Lazzarini, Roma 1807.
- Capracotta, quando il nome è pericoloso
Al censimento del 2011 il comune di Capracotta, in provincia di Isernia, è risultato avere 950 abitanti, una manciata di persone al di sotto della quota oltre la quale la legge impone a chi vuole presentare una lista di raccogliere le firme dei cittadini a suo sostegno. La fantasia di abitanti ed eventuali "forestieri" interessati poteva non conoscere freni e affollare la scheda elettorale, eppure si è contenuta, visto che il manifesto ufficiale delle candidature riporta soltanto tre formazioni per altrettanti aspiranti sindaci: va notato, peraltro, che alle elezioni precedenti erano soltanto due, dunque c'è già stato uno sforzo maggiore e almeno una lista provoca curiosi ricordi. Il riferimento, ovviamente, non è al gruppo che sostiene la ricandidatura di Antonio Vincenzo Monaco, "Uniti con Capracotta nel cuore": cinque anni fa, in realtà, la lista si chiamava "Uniti per Capracotta", ma la parte grafica è rimasta sostanzialmente uguale. Così il bel fiore rosso - un lilium? - impiegato nel 2011 è tuttora in bella vista nel contrassegno nuovo e potrà certamente essere riconosciuto con facilità dai cittadini che vorranno confermare il ruolo e l'operato dell'amministrazione uscente; non è certo sufficiente non cambiare le insegne per ottenere il secondo mandato, ma in qualche modo aiuta a non disperdere le forze ed evita di aumentare la confusione. Ben difficilmente, invece, gli abitanti di Capracotta avranno visto prima l'emblema del gruppo sorteggiato per primo su schede e manifesti, la "Lista Beta". Un marchio del tutto anonimo, che però ai drogati cronici di politica dovrebbe ricordare qualcosa: la grafica, infatti, è praticamente identica - al di là dello sfondo, allora bianco e adesso verde - a quella vista giusto un anno fa a Roccavivara, un paese in provincia di Campobasso (sempre di Molise si parla). E allora il M5S accusò i depositanti di quella lista, al pari di quelle omologhe denominate Alpha e Gamma, di avere presentato formazioni «che dopano la competizione elettorale aumentando considerevolmente il numero dei candidati»: il gruppo se la prese soprattutto con «alcuni appartenenti alle forze dell'ordine che, approfittando della norma, vanno alla ricerca di piccoli comuni, preferibilmente non nella propria regione, solo al fine di beneficiare dei permessi elettorali». Qui non si è verificato se le cose siano andate così, ma chi ha presentato la lista - a sostegno del candidato sindaco Davide Pucci - deve sperare in un esito migliore rispetto all'anno passato: allora le liste Alpha, Beta e Gamma in totale a Roccavivara ben 0 voti, quindi non dovrebbe essere una impresa impossibile. Resta da vedere la terza lista, a sostegno di Candido Paglione. Sul piano simbolico non ci sono problemi - e come potrebbe esservi, se l'ingrediente fondamentale è una veduta del paese, mentre sul fondo si stagliano le montagne e il sole occhieggia da dietro - ma leggendo il nome si può restare perplessi. Perché "Capracotta viva", certamente, ha alla base l'idea di una città che non ha mai smesso di muoversi e, nel caso, vuole dare una scossa al paese; quelle due parole vicine, però, danno una strana impressione. Se viste in fretta, infatti, queste possono essere lette in modo tragico e sanguinolento come "Capra cotta viva" (in tempi di persone arse vive, non è certo una bella immagine) o in maniera comunque ambigua come "Capracotta viva", come a dire che non si sa se la povera capra sia stata cotta o sia viva (evidentemente non cotta) e nessuno ha modo di svelare l'arcano. Almeno Vittorio Sgarbi, nella sua lista del Partito della Rivoluzione in corsa a Cosenza, aveva sì piazzato un capra nel simbolo, ma questa non aveva l'aria di essere cotta. Gabriele Maestri Fonte: https://www.isimbolidelladiscordia.it/, 31 maggio 2016.
- Iacovone: la grande anima di Taranto
Chi di noi, nato e cresciuto nella "Repubblica fondata sul pallone", almeno una volta, da bambino, inseguendo una sfera su un campetto da calcio non ha sognato per un istante di essere il suo idolo, il suo piccolo eroe esemplare? A questa domanda, a questo gioco della "memoria di cuoio", hanno prontamente risposto undici autori. Così, nel cassetto dei ricordi sono andati a ripescare la loro "figurina" preferita, quella del loro calciatore del cuore per attaccarla a questo nostro album. Avrei potuto scegliere Rudy Krol al quale mi ispiravo, le sue cavigliere bianche, i suoi lanci. Avrei anche potuto scegliere Nestor Combin che si produsse nel primo gesto tecnico che ammirai davanti alla tv quando avevo cinque-sei anni in un Milan-Fiorentina non certo passato alla storia. E a dirla tutta avrei potuto scegliere Marco Van Basten, Rivera, Maradona, Kevin Keegan, Falcao, Roberto Baggio... Ma scelgo lui, Erasmo Iacovone. Chi era costui? Arrivò a Taranto nel novembre del 1976. Il Taranto Calcio era il regno di un macellaio-presidente, Giovanni Fico, che a noi tarantini faceva ingoiare bocconi amari perché lungi dal saccheggiare i guadagni del mattatoio portava a casa, in un'intera campagna acquisti, chessò... Bussalino, un difensore prelevato dal Brescia. La tribù ionica faceva buon viso a cattivo gioco e si arroccava nella speranza di una salvezza all'ultima giornata, magari in uno scontro diretto contro la Spal di Ferrara piegata al novantesimo grazie a un'autorete. E invece quel novembre del '76 arrivò questo ricciuto baffone un po' sovrappeso. Veniva dal Mantova. Era un uomo del Sud nato a Capracotta, in Molise. Il primo anno giocò accanto a Jacomuzzi e segnò otto gol, tutti di testa. Per elevazione batteva anche Beppe Savoldi (mister miliardo). Ruvido e legnoso con la palla tra i piedi, volava nel cielo dell'area di rigore avversaria e raggiungeva vette e palloni fuori portata per tutti gli altri. I terzini o le ali non dovevano fare altro che crossare fuori misura e lui... ci arrivava. Iacovone è il simbolo di una città innamorata del calcio, ma che dal calcio non ha mai ricevuto nulla. Lunga e anonima militanza in Serie B, campionati al cardiopalma in C e poi il de profundis tra fallimenti, squali, sciacalli, venditori di macchine agricole e truffatori che hanno lasciato il segno più nei tribunali sportivi e ordinari che nell'albo d'oro. L'apice di questa malasuerte è rappresentata da Erasmo Iacovone. Nel campionato 1977-78 il ragazzo di Capracotta con la faccia da garzone di bottega, ma con la magia dell'uomo da area di rigore, si mette la squadra sulle spalle e la porta ai vertici del campionato di Serie B. Insomma, per la prima volta il Taranto lotta per la Serie A. Lo stadio Salinella è una bolgia e il popolo rossoblù inneggia ai suoi gol. Io al campo ci andavo con mio zio. Mi portava per mano per farmi entrare gratis in gradinata fino a che crebbi troppo e dovemmo iniziare a pagare il biglietto. Era lì, in gradinata, che soffrivamo e godevamo quando battevamo il Bari o sconfiggevamo avversari storici e più titolati come il Modena, il Como o il Cagliari. Poi sarebbe arrivata la militanza tra gli ultrà in Curva. Negli anni Settanta il Salinella sfiorava quasi sempre i ventimila spettatori. Era uno stadio all'inglese: legno e tungsteno. Mia madre a qualche chilometro di distanza si accorgeva di un gol del Taranto per via del boato che arrivava fino al mio quartiere. Eppure lo stadio era lontano, sorto in uno dei rioni satellitari della città: un caseggiato dopo l’altro, tute delle acciaierie appese ai fili gommati. Gente sconfitta affacciata alle finestre. Nel frattempo Iacovone era diventato bravo anche con i piedi. Al Bari segnò con un delizioso pallonetto mentre nell’altra area di rigore Aldo Serena restava all'asciutto. Ora dribblava, giocava di sponda ed era dimagrito acquistando in velocità. I lanci illuminanti di Franco Selvaggi (uno che avrebbe vinto il Mundial dell'82) erano tutti per lui. I cross di Graziano Gori una manna per la sua elevazione. Aveva ventisei anni ed era nel pieno della maturazione calcistica. Il presidente Fico, il vecchio macellaio, ricevette molte richieste per l'attaccante. Il suo numero nove lo volevano la Roma di Gustavo Giagnoni e, soprattutto, la Fiorentina perché Ezio Sella segnava poco. A novembre la dirigenza fu subissata di richieste, ma Giovanni Fico decise di resistere alle sirene ammaliatrici e tenersi Iacovone. Per la tifoseria in ansia fu una liberazione. Per Iacovone invece quel niet si trasformò in una condanna a morte. La domenica pomeriggio del 5 febbraio del '78 il Taranto ricevette la Cremonese. Io ero al solito sugli spalti. Ci fu un vero e proprio arrembaggio e Iacovone cercò di bucare in tutti i modi un Alberto Ginulfi particolarmente ispirato. Divenne una sfida all'interno della gara. Erasmo calciava di destro, sinistro e tentò un paio di colpi di testa, ma Ginulfi gli negò il gol andando a prendere il cuoio all'incrocio dei pali un paio di volte. Finì 0-0, ma la squadra e Iacovone uscirono tra gli applausi. La maglia era stata sudata e onorata. E ormai era esploso l'amore tra la tifoseria ed Erasmo. Nonostante l'improvvisa notorietà, infatti, era rimasto il ragazzo semplice di uno sperduto paese del molisano. Riservato, timido, impacciato nelle interviste. Il suo hobby era cucinare per sé e per la moglie Paola che ai tempi era in attesa di una bambina. Ma, si sa, i miti si costruiscono anche sull'epica della morte. Durante la notte la sua Diane 2 cavalli fu sbriciolata da un'Alfa 2000 che viaggiava a fari spenti sulla Taranto-San Giorgio. Alla guida un ladro di automobili in fuga. Iacovone stava rientrando a casa dopo aver passato la serata con amici e calciatori in un locale fuori città. Ecco, ancora oggi penso che lui sia l'emblema della città. Iacovone nell'arco di una manciata di mesi aveva incarnato l'anonimato, la speranza, il successo e all'apice della sua parabola era sopraggiunta la tragedia. Un uomo che incarna il destino di un popolo. Il boom, l'acciaio, il benessere e poi il cancro, la gogna sociale, le stimmate della città mortale. Si può piangere per un calciatore? Ai tempi avevo quasi quindici anni e marinai la scuola per andare ai funerali di Erasmo Iacovone celebrati nello stadio Salinella. La notizia della morte me la diede mio padre quando mi svegliai per andare a scuola. «'A muerte Iacovone... hann'arrestato Zelico Petrovic (il portiere di quel Taranto) che voleva andare ad ammazzare quello che lo ha investito. Vestiti che è tardi!». Fu allora che mi accorsi che quell'uomo mi aveva permesso di sognare. Piansi, dunque. E a piangere fu tutta la città e anche l'uomo duro, il macellaio, che davanti ai microfoni si percosse il petto per non aver ceduto in novembre il ragazzo alla Fiorentina. A tempo di record gli venne intitolato lo stadio di Taranto. E oggi, anche militando in serie di poco prestigio, continuiamo ad andare allo stadio, allo Iacovone, e c'è sempre un momento durante ogni partita in cui si inneggia a lui, a Iacogol! Riconoscenza, senso di appartenenza, affetto... che vi devo dire. A volte succede. A volte accade che un popolo si identifichi e si innamori del più schivo tra i suoi eroi. Un eroe tragico il cui nome riecheggia a distanza di decenni in uno stadio del profondo Sud. Cosimo Argentina Fonte: C. Argentina, Iacovone. La grande anima di Taranto, in «Avvenire», Milano, 15 luglio 2015.
- La fata e le sette chiavi
C'era una volta una donna con tre figlie. Un giorno, non avendo da mangiare, disse alla maggiore d'andare per cicorie in un prato vicino. La figliuola obbedì; ma, mentre tagliava una grossa cicoria, si aprì ai piedi della giovine un fossato profondo, che la inghiottì. Giunta in fondo, si trovò in un magico palazzo, dov'era una fata che le disse: – Da questo momento tu sarai la mia domestica. Ti consegno sette chiavi che aprono sette porte di sette bellissime stanze; banda, però, di non aprirne l'ultima, ché ne morresti. E, in così dire, le diede una grossa rosa sanguigna. Scomparsa la fata, la giovinetta, spinta dalla curiosità, volle aprire proprio la settima camera, avendo in petto la purpurea rosa. Grande fu la sua meraviglia e il suo spavento, scorgendo in mezzo alla vasta sala un grosso pozzo con degli scheletri umani intorno. Non contenta della trasgredita proibizione, né paga della curiosità, volle aprire il pozzo e guardarvi dentro. Non l'avesse mai fatto! La rosa diede sangue, sì che, tornata la malefica fata e, accortasi di tutto, tagliò la testa alla giovinetta. La madre, intanto, non vedendo tornar la figliuola, mandò la seconda a cercarla, ma la poverina ebbe l'istessa sorte della prima. Inquieta la madre, incaricò la piccina di cercare le sorelle. Il destino portò anche lei nel fosso a tanti fatale, sì che vi cadde e la solita fata le consegnò le solite sette chiavi, facendole la solita raccomandazione, e dandole la rosa purpurea. La piccina volle curiosare la settima stanza, ma, prima di aprirla, fosse caso o furberia, si tolse la rosa dal petto. Fu la fortuna sua e delle infelici vittime della malefica fata! Perché, nel fondo del pozzo vide un unguento miracoloso: lo prese, ne unse i teschî e gli scheletri sparsi sul pavimento della stanza e, d'un tratto, centinaia e centinaia di morti tornarono in vita, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti a coro inneggiando alla vita, benedicendo alla gentile salvatrice. La fata, intanto, era tornata e, visto l'accaduto, chiamò l'Eroina e le disse: – Tu, fra tante, sei stata l'unica a scovrire il mistero. Questo palazzo è tuo. La ragazza ringraziò e, con la madre e le sorelle, ivi venne ad abitare. Più tardi, prese marito e visse a lungo felice. L'Anonimo finì: – Io ebbi un bellissimo abito. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- L'America dei capracottesi
Gli abitanti dei paesi del Molise Altissimo l'America la scoprirono presto, ma non era l'America dove più tardi la maggioranza dei partenti sarebbe andata per cercare lavoro e fortuna. Era l'America portegna e pampeana dell'Argentina, per pochi era quella platense dell'Uruguay, per qualcuno quella fazendera del Brasile. Di quell'America, lontana un mese di nave, si era incominciato a parlare quando, poco dopo la metà dell'Ottocento, diventava ogni anno più chiaro che il mondo della pastorizia e della transumanza si contraeva e la sua crisi avrebbe coinvolto anche i piccoli artigiani. D'altro canto, proprio la transumanza aveva abituato tanta gente ad allontanarsi da casa anche per molti mesi e a lasciare alle donne la coltivazione del fazzoletto di terra e la cura dei figli e degli anziani. Dei primi capracottesi che scelsero quell'America che parlava una lingua non difficile da capire e che pregava in latino, come nelle chiese del paese, non sappiamo molto. Peccato, bisognerebbe colmare questa lacuna. Abbiamo solo qualche testimonianza indiretta, per altro preziosa. Come quella, ormai mitica, di Edmondo de Amicis, che nella descrizione del suo viaggio verso l'Argentina, compiuto nel 1884, parla della bellissima giovane capracottese - «un vero fiore in mezzo a un letamaio» - protetta da un vigile e austero genitore o come quella di Torcuato S. Di Tella, fino a qualche anno fa ministro della cultura del governo Kirchner, che ricorda un primo viaggio del nonno e dei due fratelli di lui nel 1894. Fu negli ultimi decenni dell'Ottocento che un'altra America si rivelò agli abitanti del Molise Altissimo, come a quelli di altre aree molisane: la Mèreca 'bbòna, come sarebbe stata chiamata dai primi anni del nuovo secolo in poi. Questa Mereca non era 'bbòna perché aveva il cuore più tenero con i suoi immigrati, che ormai s'affollavano a centinaia di migliaia ogni anno davanti alla porta stretta di Ellis Island. Anzi. Gli italiani erano i più numerosi tra i nuovi arrivati, ma anche quelli meno graditi. Furono i primi bersagli di campagne xenofobe e, in alcuni drammatici casi, di attacchi razzisti. Nessuno poi regalava niente ai nuovi venuti; le difficoltà della lingua erano temperate solo dal fatto che l'avviamento al lavoro avveniva tramite la bossatura, che si traduceva in un ulteriore fattore di sfruttamento; le condizioni di vita nei grandi tenements delle little Italies ammorbanti e appesantite dalla promiscuità. La maggior parte di coloro che si erano trasferiti soli e per un tempo determinato, per mettere da parte i risparmi da reinvestire in paese, vivevano da bordanti, vale a dire a pensione presso una famiglia di immigrati, dove trovavano il sostegno essenziale per andare avanti, anche in questo caso con rinunce e in pesanti condizioni di promiscuità. Gli incidenti sul lavoro erano in agguato e, quando arrivavano, l'unico soccorso per le famiglie colpite veniva dalla solidarietà delle società di mutuo soccorso, quando c'erano e funzionavano. Non a caso, furono proprio gli italiani ad animare le lotte sociali del primo ventennio del Novecento negli U.S.A. e tra di loro non mancavano i molisani, qualcuno addirittura in posizione di guida, come Arturo Giovannitti, che con i suoi poemi dette voce alle sofferenze e alle speranze di milioni di immigrati. Eppure quella Mèreca, nell'immaginario di milioni di emigrati meridionali, era ben presto diventata 'bbòna perché, nonostante le sue durezze, offriva possibilità di lavoro e di promozione sociale sconosciute nei paesi di partenza. Anzi, prima ancora, dava la possibilità di un salario fisso e regolare, che per gente di campagna, abituata spesso a lavorare in cambio di generi di prima necessità, rappresentava una liberazione e una condizione di autonomia. La paga settimanale, insomma, era la chiave per entrare in un altro mondo, nella civiltà industriale. Tra i meridionali, i molisani furono tra i primi e tra i più numerosi a partire per gli Stati Uniti, relativamente alla consistenza della popolazione. Nel quarto di secolo tra il 1880 e il 1905 furono circa 127.000 quelli che vi si recarono, il 60% del totale degli emigrati della provincia. La tendenza si era ormai decisamente invertita: per ogni molisano che metteva piede a Buenos Aires, cinque sbarcavano a Ellis Island. Uno studio della Fondazione Agnelli sui viaggiatori delle navi dirette a New York tra il 1880 e il 1891, attesta che oltre l'11% fossero molisani, una percentuale enorme se si considera il rapporto tra la popolazione della provincia e quella italiana. Tra quelli di cui fu annotata la provenienza, compaiono anche 11 capracottesi, lo 0,28% dei suoi 3.900 abitanti, rilevati al censimento del 1981. Molti di meno, naturalmente, dei partenti effettivi, che per varie ragioni sfuggivano ad un controllo sistematico. La pista, insomma, era aperta, anche se è lecito pensare che il Molise Altissimo si sia decisamente distaccato dalla sua preferenza argentina solo nel decennio precedente alla Prima guerra mondiale. Fino a quella data, i molisani, dopo lo sbarco, si spargevano nello stato di New York e in quelli più vicini alla costa atlantica (Rhode Island, New Jersey, Connecticut, Massachusetts, Pennsylvania, Ohio, West Virginia), con la tendenza a ricomporre in piccoli nuclei le comunità paesane, cogliendo l'offerta di lavoro nei settori dei lavori pubblici (picche e pala), dell'edilizia, dell'agricoltura e della lavorazione dei prodotti agricoli, delle manifatture tessili e, più tardi di quelle meccaniche. Le occasioni più dirette per gente uscita dalle campagne si trovavano sulla tracca (costruzione di strade e ferrovie) e nelle miniere. Fu così che molti molisani, assoldati allo sbarco dagli emissari delle grandi compagnie, si ritrovarono nelle miniere della Pennsylvania e del West Virginia e addirittura in quelle del Colorado e del New Mexico. Ammontano a molte diecine i nomi dei molisani caduti nelle due maggiori disgrazie minerarie degli Stati Uniti: Monongah (West Virginia), di cui ricorre quest'anno il centenario, dove perirono oltre ottanta emigrati provenienti da paesi molisani, e Dawson (Colorado), dove scomparvero anche lavoratori di San Pietro Avellana. La maggior parte degli emigrati tornava periodicamente a casa per investire i risparmi in casa e terra, concepire qualche figlio e maturare una nuova decisone di partenza. Circa una metà, però, rientrò definitivamente. Negli stessi anni, i molisani avevano posto anche delle consistenti teste di ponte in Canada, che si riveleranno utili a distanza di alcuni decenni. Anzi, dopo che prima nel 1921 e poi nel 1924 le porte degli Stati Uniti si chiusero all'emigrazione di massa dei decenni precedenti, lo sbocco canadese divenne più cercato e considerato. Dopo quelle date, i trasferimenti negli Stati Uniti dovettero passare attraverso il filtro stretto delle quote d'immigrazione stabilite per ogni singolo Paese, che limitarono a poco più di cinquemila unità il numero di immigrati provenienti dall'Italia. Praticamente, l'anelito verso la Mèreca 'bbòna si ridusse, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ai ricongiungimenti familiari e all'arrivo di coloro che, nati per precedenti vicende migratorie negli Stati Uniti, erano cittadini americani a tutti gli effetti. Nel secondo dopoguerra il sistema conservò la stessa rigidità, aggravato semmai dalla preoccupazione di impedire l'ingresso a chi poteva professare ideologie e posizioni politiche non gradite. Come sempre accade, le maglie si allargarono a seguito di interventi legislativi integrativi, come il Refugee Relief Act del 1953, che consentì l'ingresso di 60mila italiani da individuare nella categoria dei congiunti di cittadini americani, dei profughi, dei rifugiati e degli orfani. L'Alto Molise ne ebbe benefici, sia per le possibilità che si aprirono ai profughi di alcuni paesi collocati lungo la "linea Gustav", gravemente colpiti dalla guerra, sia per l'opportunità offerta a parenti di vecchi emigrati o a figli di emigrati ritornati nei paesi d'origine, che avevano conservato la cittadinanza americana. È il caso, ad esempio, dei fratelli Sozio, nati negli U.S.A. da quell'Antonio che era emigrato nel primo decennio del Novecento e che, dopo la morte della moglie Angelina, era tornato in paese con i suoi sei figli. Uno di loro, Amerigo, nel viaggio di trasferimento negli U.S.A. nel 1956, scampò fortunosamente al naufragio dell'Andrea Doria. La Mèreca dei vecchi emigranti era diventata ormai per tutti l'America, vale a dire il Paese guida del mondo occidentale, che aveva partecipato in modo determinante alla sconfitta del nazi-fascismo, anche se durante la "guerra fredda" il maccartismo aveva introdotto pesanti limitazioni ai diritti di cittadinanza. Era diventata, soprattutto, la società affluente che non negava un lavoro a chi ne aveva bisogno e metteva a portata di mano i beni di consumo, che permettevano di assaporare gli agi dell'esistenza. Era anche il Paese che per quasi tutto il ventesimo secolo ha chiesto ai suoi immigrati assimilazione in cambio di lavoro e benessere, cioè l'accettazione non solo delle regole di convivenza, ma anche di nuovi modelli culturali ed etici. Sicché il senso delle radici e il ricordo degli ambienti di origine sono restati confinati nella sfera della nostalgia e dei racconti familiari. Solo ora che le tendenze mondiali all'omologazione hanno risvegliato, per reazione, la curiosità per le origini e lo spirito di confronto tra diverse culture, si sta comprendendo che il vecchio e povero paese, da dove si sono mossi i nonni e i genitori o dal quale si è partiti da giovani, rappresenta qualcosa di più di un punto di fuga, può aiutare a soddisfare quel bisogno di identità al quale non si può sfuggire per lungo tempo nella vita. È quello che sta accadendo, ad esempio, a Burlington (New Jersey), dove la comunità dei capracottesi, sotto la spinta di un instancabile animatore come Giuseppe Paglione, sta tessendo la tela di rinnovati rapporti con il paese d'origine. Quello che per i molisani era stata la Mereca nei primi decenni del Novecento, è diventato il Canada nel venticinquennio successivo al secondo conflitto mondiale. Con i vecchi e i primi emigrati del dopoguerra si è prontamente attivato un ramificato sistema di richiami (sponsorizzazioni) che dalla seconda metà degli anni cinquanta in poi ha portato in Canada circa 35mila molisani, concentratisi nell'Ontario, a Montreal e nell'area di Vancouver. Essi, per l'iniziale presenza nei lavori pubblici e nell'edilizia, hanno partecipato allo sviluppo e alla modernizzazione delle maggiori città canadesi, diventandone parte integrante non solo sul piano sociale, ma anche sotto il profilo culturale e politico. In molti centri, infatti, il tasso di italianità è molto significativo e, per così dire, quello di molisanità non è meno interessante. Alcuni studiosi canadesi hanno scritto che l'incidenza degli immigrati provenienti dal Molise sull'intero flusso d'arrivo nel dopoguerra ammonterebbe al 10% circa, la percentuale più alta tra tutte le province italiane. Per il succedersi delle generazioni e per le progressive integrazioni familiari, oggi si può realisticamente affermare che in Canada vi siano non meno di 150mila persone d'origine molisana. In questa costellazione di molisani, è inserita la comunità capracottese di Leamington, che oggi si riaffaccia ad un rapporto rinnovato con il paese d'origine. A differenza dell'emigrazione molisana negli U.S.A., che per la sua lontananza nel tempo e per le politiche assimilazionistiche praticate in quel paese si è largamente dispersa, quella in Canada è più viva e più organizzata. L'ancora alta incidenza di coloro che sono nati in Molise e le più accentuate dinamiche culturali di un Paese bilingue e multiculturale hanno creato spazi più ampi per la coltivazione dello spirito delle origini e per l'aggregazione associativa a base comunale e regionale. Vi sono già oltre ottanta associazioni comunali e due federazioni molisane, in Ontario e nel Quebec, che le organizzano. L'augurio più vivo che ad esse possa aggiungersi - e distinguersi - quella dei capracottesi del Canada, e diventare così il ponte per rinnovate relazioni con il comune d'origine, che fa bene a non dimenticarsi di loro, anzi a cercare di raccogliere tutti i suoi figli sparsi nel mondo intorno alle comuni radici. Norberto Lombardi Fonte: N. Lombardi, L'America dei capracottesi, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.
- La colonna marmorea sul Monte Capraro
La prima attestazione documentale su Capracotta viene fatta risalire al 1040, allorché Gualtiero Borrello, signore di Agnone e delle relative pertinenze, donò al monastero benedettino di S. Pietro Avellana l'agro del versante nord, tra Vallesorda e Monte Capraro, in quell'area compresa tra la Spogna, la sorgente del Verrino, e il "castello" di Capracotta, che venne dunque escluso dalla suddetta donazione. Gli studiosi sostengono che a cavallo dell'anno Mille i Borrello caratterizzarono e dominarono i «più aspri territori del medio corso del fiume Sangro e in quelli dell'Aventino, del Volturno e dell'alto Trigno, tra l'Abruzzo e il Molise. Territori questi sui quali a suo tempo si erano insediati i Borrello investiti da principi di Benevento, facendone un piccolo regno che, pur vassallo di quei signori, fu incredibilmente indipendente, al punto che in qualche occasione li avversò apertamente». Allo stato attuale, grazie alla sterminata bibliografia contenuta nel primo volume della "Guida alla letteratura capracottese", si può affermare che il primo documento sul quale compare il territorio di Capracotta risale invece al 964, quasi un secolo prima della celebre ed inflazionata data del 1040. Fu padre Giovanni Vincenzo Ciarlanti (1600-1653) a riscoprire quel manoscritto nel 1644 ma fu Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716) a dargli la giusta eco, quando nelle sue "Gesammelte Werke" apparvero gli annali conservati presso la Biblioteca di Hannover, tra cui il 29° foglio dell'anno 964, quello che a noi interessa. In quell'anno, infatti, il territorio di Capracotta si trovò nel mezzo della nuova spartizione del Sannio operata dai principi longobardi Landolfo III e Pandolfo Capodiferro: il primo si aggiudicò il versante tirrenico di Isernia, il secondo quello adriatico di Bojano e Agnone. Monte Capraro si poneva dunque sul confine tra le due zone, tanto che il documento in questione recita: De prima parte a vertice de monte Mateso et directe per ipse serre in vertice de monte Joanniprande. Et deinde quomodo venit in serra de colle Petroso silve ipse aque per eadem loca discurrentes, alie contra predictam Ysernie et alie contra Boclanu, et abinde, quomodo incipitur ipse mons, qui est super vallem Frigidam, et silva vadit per verticem ipsius montis usque in Maccle, qui dicuntur de Godini. De secunda parte a Maccle, qui dicuntur de Godini, usque in fluvio, qui dicitur Trinio majore, et deinde in serra de monte Capraro, ubi ficta fuit ex antiquitus columna marmorea, que finis fuit de jam dicto comitato Ysernino, et deinde, quomodo pergit ipsa serra de jam dicto monte Capraro, et pervenit in monte Rendenaro, et vadit usque in Salectu, ubi similiter ex antiquitus ficta fuit columna marmorea, que finis fuit de jam dicto comitatu, et abinde, quomodo vadit in fluvio Sangro. Il suddetto codice longobardo ci racconta come «la prima parte del confine andava dalla cima del Matese direttamente verso la vetta del Gianipero. E da quei boschi giungeva a Castelpetroso, seguendo varie colline rocciose, dopodiché un ramo si dirigeva verso la succitata Isernia e un altro verso Bojano, e da lì, punto di partenza della montagna stessa, al di sopra di Valle Fredda, percorreva la parte superiore di Macchiagodena. La seconda parte del confine, da Macchiagodena seguiva il Trigno e, di conseguenza, procedeva verso Monte Capraro, dove nei tempi antichi c'era una colonna di marmo che definiva i termini della contea d'Isernia; quindi continuava oltre il suddetto Monte Capraro per giungere al Vallone Molinaro [Rendinara] e infine scendere a Saletto, dove similmente si favoleggia che in tempi antichi ci fosse un altro pilastro marmoreo a indicare i limiti della succitata contea, che in seguito correvano sul Sangro». Molti di Voi sapranno che sono il massimo propugnatore dell'ipotesi sulla fondazione romana di Capracotta (qui) e questo frammento, a mio avviso, ne rafforza tutta la suggestione. Dico ciò perché quando l'autore del manoscritto sostiene che sul Monte Capraro «ficta fuit ex antiquitus columna marmorea», probabilmente si riferisce a un periodo storico di molto antecedente al 964, inquadrabile nell'antichità tardo-romana e non in quella barbarica. A maggior ragione l'utilizzo di colonne in marmo, poste sul vertice del Monte Capraro a Capracotta e a Castel del Giudice, sul sito del Santuario della Madonna in Saletta (o Salcito?), rimanda alle croci di vetta che il cristianesimo eresse un po' ovunque sulle cime europee a mo' di benedizione, dato che la Bibbia cita, deprecandolo, il culto reso agli idoli pagani sulle montagne, denominate "luoghi alti". Evidentemente la croce di legno, simbolo del Redentore, ha sostituito nei secoli la colonna di marmo, simbolo di Roma, operando quella rifunzionalizzazione e quella sostituzione di valori che ho indicato come preminenti nell'articolo sulla fondazione romana di Capracotta. Se i Romani estinsero i Sanniti, abbattendo i loro pochi manufatti o mutuandone il significato, lo stesso fecero i cristiani a danno dei Romani, demolendo ogni simulacro pagano o cambiandone il valore in chiave monoteistica. Ed ecco perché la favoleggiata colonna marmorea di Monte Capraro va ad aggiungersi alle prove in favore della fondazione romana di Capracotta e dei centri limitrofi, nati forse per ossessionare gli ultimi Sanniti restii a chinare la testa di fronte alla grandezza di Roma; quegli stessi centri che, con l'arrivo dei Longobardi, furono trasformati in castelli, ovvero borghi cintati sulle alture appenniniche. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, vol. I, libro I, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1986; G. Bova, Le pergamene angioine della Mater Ecclesia Capuana: 1281-1282, vol. V, Palladio, Salerno 2017; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio, chiamato hoggi Principato Ultra, Contado di Molisi, e parte di Terra di Lavoro, Provincie del Regno di Napoli, Cavallo, Isernia 1644; N. M. Cimaglia, Illustrazione di un diploma di Oderisio Conte dato alla badia di S. Giovanni in Verde nell'anno 1068, Napoli 1780; J. F. Du Clot de la Vorze, La Bibbia sacra, difesa dalle accuse degl'increduli, Foresti, Brescia 1822; A. Ferrari, Feudi prenormanni dei Borrelli tra Abruzzo e Molise, Uni Service, Trento 2007; E. Gattola, Historia Abbatiæ Cassinensis per sæculorum seriem distributa, libro I, Sebastianum Coleti, Venetiis 1733; G. W. von Leibniz, Annales Imperii Occidentis Brunsvicenses ex codicibus Bibliothecæ Regiæ Hannoveranæ, vol. III, in Gesammelte Werke, libro I, Pertz, Hannover 1846; J. M. Martin et al., Registrum Petri Diaconi, vol. III, École Française de Rome, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; P. Settefrati, La storia di S. Pietro Avellana dall'anno 1026 all'anno 1727, Grafikarte, Roma 2003; F. Valente, Croci stazionarie nei luoghi antichi del Molise, Regia, Campobasso 2012.
- Capracotta: il mondo pastorale antico (III)
Un lavoro di grande precisione topografica fu approvato per la Corte, nel 1760, dall'agrimensore Agatangelo Della Croce, nativo di Vastogirardi e anch'egli proprietario di armenti. Le sue "Piante topografiche e geometriche del regio Tavoliere di Puglia", dedicate al re di Napoli Ferdinando di Borbone, da poco salito al trono, furono vendute alla Dogana dalla vedova. Alla metà del Cinquecento, sotto il Vicereame Spagnolo, furono riordinate le norme che aveva dato Alfonso d'Aragona un secolo prima. La superficie pascolativa del Tavoliere venne ridotta a favore di quella destinata alle semine in conseguenza dell'incremento demografico. Il canone di affitto aumentò del 50%, passando da otto a tredici ducati per ogni centinaio di pecore e da venticinque e trentasette per gli animali grossi. Ma soprattutto si sostituì il noto sistema di distribuzione dei pascoli, detto "numerazione", con l'altro della "professazione", parola che deriva dal verbo latino "profiteri", nel significato di dichiarare. I locati usarono non più, come per il passato, contare il numero degli animali e pagare in base a tale compito, ma dichiaravano una cifra che il doganiere si limitava a registrare, senza preoccuparsi di controllarne la veridicità. Evidentemente il fisco, più che mai bisognoso di impinguare le entrate, non ne scapitava, al tempo stesso che i proprietari di pecore, facendo una rivelazione esagerata ad arte, ottenevano una quantità di erba superiore all'effettivo bisogno, sborsando un prezzo tutto sommato modico, quale era quello della fida. Il numero delle pecore dichiarato salì vertiginosamente fino a toccare punti di 3, 4 e 5 milioni. Con la professazione si favorì una speculazione dei pastori ricchi a danno dei più poveri. I piccoli armentari, privi di risorse finanziarie, non potendo gonfiare la professazione, dovevano accontentarsi di porzioni insufficienti di pascolo e soggiacere al prezzo salato con il quale i loro colleghi ricchi rivendevano gli erbaggi avuti con il marchingegno fiscale descritto. In prosieguo di tempo, il cambiamento avvenuto nei modi di dispensare i pascoli non si rivelò il migliore e diede occasione a numerose contestazioni dei pastori, che si trovavano in difficoltà per la esosità dei tributi e per alcune cattive annate, che si tradussero in generale moria del bestiame e in carestia per gli uomini. Quando nel 1612, la rigidità eccezionale dell'inverno provocò una disastrosa mortalità di pecore, il cui numero scese a poco più di mezzo milione, al sistema della professazione subentrò quello della "transazione". Essa consisteva in un accordo che strinsero i locati e la Corte reale, in base al quale i primi si impegnarono a pagare 192.000 ducati in maniera forfettaria, senza rivela del numero degli animali. Questo sistema durò fino a metà secolo, quando una prammatica del viceré dispose che si tornasse alla volontaria professazione. Il mondo pastorale fu in subbuglio, tentò di resistere, ma dovette piegarsi. Si rivelava a luce meridiana il fatto che la Dogana era stata istituita con il solo intento di carpire ai pastori quanto più denaro possibile e rendere l'industria armentizia la prima fonte del gettito fiscale reale. In pieno 1700, secolo dei lumi e della rivoluzione francese, le cose dovevano avviarsi a volgere altrimenti. Esplose la sotterranea discordia fra gli abruzzesi ed i pugliesi. Questi ultimi avevano da sempre mal tollerato la presenza dei primi, che consideravano usurpatori dei loro diritti ed occupatori della loro terra e, sulla scorta anche della scienza economica del tempo ispirata dalla corrente fisiocratica, rivendicarono all'agricoltura la primarietà del ruolo produttivo e chiesero che finalmente la gande pianura pugliese smettesse di essere il "deserto" e la «steppa del Regno di Napoli». Sotto i Borboni fu avanzata tutta una gamma di soluzioni varie, le più ardite delle quali si spingevano fino alla proposta di sopprimere quel tipo di pastorizia primitiva, giudicata antieconomica ed anacronistica, e fare posto alla coltivazione della landa pugliese sacrificata ai locati abruzzesi. Scesero in campo esponenti dell'economia, della finanza e della politica, si ascoltarono le voci autorevoli del molisano Galanti, del leccese Palmieri, del Filangieri, del Galiani, del Delfico. Tutti propendevano per una messa a coltura del Tavoliere e avviarono quel processo che sarebbe sboccato poi nella legge del 21 marzo 1806 che abolì la Dogana della mena delle pecore e istituì l'Amministrazione del Tavoliere di Puglia. Giuseppe Napoleone, che la promulgò, dispose che le terre a coltura e a pascolo venissero censite in perpetuo ai coloni e ai locati, dietro pagamento di un canone fisso. I locati divenivano enfiteuti per le terre che già possedevano e in proporzione al numero reale delle pecore, mentre tutti quelli che avevano solo speculato sulla professazione, senza possedere le pecore, furono esclusi dalla censuazione. Quando Napoleone cadde e sul trono di Napoli tornò Ferdinando di Borbone, la censuazione fu salvaguardata, però furono aiutati i vecchi locati abruzzesi che non avevano avuto la liquidità necessaria per partecipare alla censuazione. Sembrò che la transumanza riprendesse secondo i vecchi schemi. Ma con l'unificazione delle terre dell'Italia la legge del 26 febbraio 1865 dispose «l'affrancamento delle terre del Tavoliere di Puglia», soppresse l'Amministrazione del Tavoliere e demandò ogni cosa alla Direzione delle Tasse e del Demanio di Foggia. Tutti gli armentari che per secoli, fin dal 1447, avevano affittato i pascoli pugliesi e vi avevano condotto le pecore durante l'inverno, godettero la facoltà di entrare in possesso, pagando una somma 22 volte superiore al canone di affitto precedente. Furono obbligati ad estinguere il debito o in un'unica soluzione, oppure in 15 rate annuali a partire dal 1° gennaio 1868. Molti pastori nostrani non divennero né censuari né proprietari, o perché mancò loro la disponibilità di quattrini, oppure perché non ebbero l'apertura di mente tale che consentisse di contrarre il debito quindicennale. Alcuni altri, invece, o perché forniti di capitale, o perché accettarono le condizioni poste dallo Stato unitario, divennero padroni a pieno diritto e costituirono quelle proprietà che molti hanno ammirato e che, in casi eccezionali, sopravvivono ancora oggi. Gli anziani di Capracotta ricordano un nome, quello di Antonio Conti, che fu un personaggio intorno al quale fiorì il mito dell'uomo danaroso e stupefacente per i possedimenti feraci e sconfinati. Le famose poste di Giordano presso Lavello, della Solagne a Venosa, e di Valle Castagno a Montensilone gli appartennero. Ma più di tutti sono memorabili i Palumbo, presso San Severo, che per l'entità del valore fecero la fortuna della loro famiglia. Un'altra celebre posta è nella memoria dei nostri concittadini, quella della Rosa Marina, in tenimento di Lavello, appartenuta a Ruggiero Conti. Luigi ed Alessandro Campanelli possedettero numerose masserie di là dell'Ofanto, fra Lavello, Minervino, Corato e Spinazzola, come pure decantate furono le proprietà di Giovanni Conti nella posta di Stingete, presso Manfredonia, e nella campagna di Cerignola. Soprattutto però la memoria va alle migliaia e migliaia di uomini che, a qualunque gradino della gerarchia pastorale appartenessero, massari o pastori, casari o butteri, impersonarono la leggenda del tratturo e della transumanza. Costretti a trascorrere gran parte dell'anno lontano dal paese e dagli affetti della famiglia, conobbero ogni genere di privazione e menarono una vita di lavoro, dignitoso ma avaro. Ligi al loro compito, gli si assoggettarono con disciplinata rassegnazione ma sentirono, specialmente i più sottoposti, cocente l'umiliazione inferta dal potere costituito sulla roba. La loro mercede fu povera, neanche bastevole alla sopravvivenza. I ritmi dell'impegno furono continui, con brevi soste durante la permanenza in montagna. Non conobbero svaghi né distrazioni di sorta, se si eccettua quelle familiari o le altre della vita in comune, cordiale e leale. Le sole forme di acculturazione le trassero dal gruppo di appartenenza e, antropologicamente parlando, risultarono di elevato livello civile ed umano. Menarono un'esistenza modesta, risicata e travagliata, eppure crearono un modello di comportamento e una scala di valori che noi talvolta ammiriamo e rimpiangiamo. Senza ostentazione, possiamo dichiararci fieri di loro ed impegnarci ad esserne anche degni. Luigi Conti Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986.
- Capracotta: il mondo pastorale antico (I)
Quando ho preso visione del programma di queste celebrazioni ed ho letto che il primo agosto era la data fissata per questo incontro, subito si è affacciato al mio pensiero il ricordo storico che essa risveglia e, quasi quasi, vi ho intravisto il segno del destino. Certamente, gli organizzatori hanno agito a caso, ignari lontanamente del significato che la ricorrenza odierna riveste per la nostra cerimonia per di più coincisa con la giornata domenicale, solenne in sé, fatidica per l'occasione e tale da agevolare un discorso commemorativo collettivo. Correva l'anno 1447 quando il re di Napoli Alfonso I d'Aragona, detto il Magnifico, vincitore solo da 5 anni sulla spodestata dinastia angioina, istituiva con la prammatica del 1° agosto la famosa Dogana della mena delle pecore di Puglia, con cui provvide a regolare e a riorganizzare il sistema della industria armentizia, permettendole di raggiungere il massimo sviluppo e di toccare i fastigi della sua esistenza secolare. Quello che noi celebriamo oggi, e che rinnoveremo per tutta la settimana veniente, intestata alla Pezzata, non è un semplice rito di maniera ma la commemorazione di un costume e di una tradizione che appartennero al popolo di Capracotta lungo il susseguirsi di molte generazioni. Di esse noi ci sentiamo eredi e continuatori e sulla loro traccia tentiamo di ricostruire la nostra memoria collettiva e la comune identità di popolo, per rintracciare con le radici remote gli auspici e le direttrici dell'avvenire. Chiunque di noi capracottesi annovera i suoi anni di vita dalla quarantina in su, di sicuro porta impressa nella mente la visione, a tacere d'altre, degli anni fervidi succedenti al secondo conflitto mondiale, quando sopravviveva, sia pure al tramonto, ancora robusta e vitale la transumanza pastorale. Nei miei occhi affacciati sull'infanzia, ed in quelli dei più anziani fissati sulla stagione operosa della loro esistenza, si profila come attuale l'immagine vissuta di un mare bianco di velli lanosi. Sono le mandrie sterminate degli ovini, di ritorno o alla partenza per la Puglia, biancheggianti sui freschi pascoli della nostra montagna, che richiamano alla mente altri tempi ed altra economia, che fecero indelebile nel nostro animo la civiltà del paese che ci è caro. Sappiamo tutti che la maggior parte dei nostri concittadini ha tratto, nel passato, il sostentamento vitale dall'attività pastorale. Sappiamo anche che le condizioni geografiche o climatiche della nostra montagna spingevano la gente a svernare nella Puglia assolata e ricca di prati, con una vicenda alterna di trasferimenti autunnali e primaverili, che vanno sotto il nome di "transumanza". Le origini di questa costumanza sono molto antiche e si perdono nella notte dei tempi. Né il parere degli studiosi è univoco, ché c'è chi la fa rimontare a molto tempo prima della storia di Roma antica, e che invero, sulla scorta dell'erudito Varrone o di altre tracce quali l'iscrizione posta sulla porta nord dell'antica Sepino, la colloca in epoca romana repubblicana. Nell'alto Medio Evo, in coincidenza con le emigrazioni di popoli, altrimenti conosciute come invasioni barbariche, il fenomeno transumante subì certamente delle contrazioni, ma risorse, in seguito, ad opera dei Normanni e soprattutto degli Svevi, i cui re predilessero le due regioni che furono il teatro maggiore di questi spostamenti stagionali, l'Abruzzo e la Puglia. Fu infatti Federico II a fondare la città dell'Aquila e a soggiornare a lungo a Lucera, presso le sue truppe saracene più fidate. Fu Manfredi, suo figlio, a porre le basi dell'odierna Manfredonia. La dominazione angioina non interruppe il filo della tradizione, ma la floridezza cessò a causa della concessione in proprietà di quasi tutti i pascoli demaniali e per l'imposizione di forti tasse. È vero, d'altro canto, che la regina Giovanna preparò ed accelerò quel processo generale di riordinamento della transumanza, che sarà l'opera duratura dei Sovrani aragonesi. Alfonso d'Aragona e suo figlio Ferrante, nel secolo dell'Umanesimo e delle Signorie, con la creazione della Dogana, di cui si è fatto cenno innanzi, diedero un'ottima sistemazione alla pastorizia, soprattutto a quella transumante, destinata a durare nel tempo. L'istituto doganale che essi vollero fu concepito come lo strumento di cui si doveva avvalere la Corona per creare una fonte di ricchezza per la nazione, ma fu pensato eminentemente come il mezzo più adatto a procurare al regno il cespite maggiore delle sue entrate. La Corte possedeva in Puglia numerose estensioni di terreno saldo pascolativo, che era utilizzato al di sotto delle sue enormi possibilità. Alfonso d'Aragona, tenendo presenti altre organizzazioni del genere esistenti in Europa, in modo speciale la "Mesta", o "Meseta", di Spagna che associava gli allevatori di pecore degli altipiani e delle pianure di Andalusia e di Estremadura, decise di costringere tutti gli armentari abruzzesi che possedevano più di 20 pecore ad usare la superficie pascolativa pugliese pagando il canone modesto di 2 ducati veneziani per ogni centinaio di pecore e di 25 ducati per altrettanti capi di animali grossi, quali mucche, buoi, cavalli. Il re sapeva bene che una delle difficoltà che aveva sempre trattenuto i sudditi della montagna a scendere d'inverno nella piana era rappresentata dall'insicurezza dell'itinerario, soggetto a mille pericoli ed anche alle non poche violenze dei baroni e degli altri feudatari. Ragione per cui, con la sua patente del 1° agosto 1447 intese assicurare il migliore servizio agli utenti dei pascoli demaniali, favorendoli con una messe di privilegi che valsero da soli a convogliare verso il basso una moltitudine di uomini e di animali. Il primo re aragonese nominò un funzionario catalano, Francesco Montember, doganiere, cioè capo unico ed indiscusso del nuovo ente, con i più ampi poteri intesi a proteggere e ad incrementare in ogni modo l'industria armentaria. All'inizio stabilì che la sede della Dogana doveva essere Lucera, l'antico centro e capoluogo di Capitanata, però Ferrante, suo figlio, nel 1468 la trasferì a Foggia, città dove era destinata a rimanere per tutta la sua durata. I due perni su cui ruotò tutta questa perfetta e complessa istituzione furono rappresentati dalla creazione del "Foro riservato" e dal monopolio di tutte le aree pascolative possibili. Col primo caposaldo tutte le persone, proprietari e pastori, vennero sottratte alla giustizia ordinaria, sia civile che penale, ed assoggettate ad un apposito tribunale costituito presso la Dogana. Persino d'estate un funzionario regio seguiva i pastori in Abruzzo e ne amministrava le funzioni giudiziarie. Il procedimento sommario con cui questo ufficio operava, nel debellare le lungaggini e i cavilli della giustizia ordinaria, suscitò molto sollievo nella generalità dei pastori e indusse tanta gente estranea alla transumanza a concorrere all'acquisto delle erbe, pur di ottenere il beneficio dell'esenzione dalle vie giudiziarie normali. Vibrate ma inascoltate furono le proteste dei feudatari. Perché i pastori abruzzesi affluissero in Puglia fu concessa loro la riduzione del prezzo del sale, l'esenzione del dazio sui viveri e fu abolita qualsiasi tassa sul ricavato dalla vendita dei prodotti ovini. Tutti i titolari di imprese pastorali eleggevano quattro deputati generali, due dell'Abruzzo Ultra (Aquila) e due dell'Abruzzo Citra (Chieti), alla cui giurisdizione appartenevano in quei tempi anche Capracotta e tutti gli altri paesi che hanno da sempre gravitato intorno ad Agnone. Compito dei quattro deputati fu, oltre a quello di garantire un contatto diretto con il re e con il doganiere, la tutela degli interessi dei "locati", espressione questa con cui erano chiamati i proprietari delle pecore che trascorrevano l'inverno nella Puglia. Luigi Conti Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986.
- Ernesto Di Tella
Ernesto Di Tella è un altro intervistato. Subito dopo l'intervista si è ammalato. Grazie a lui ho avuto molti dettagli sulla storia dell'emigrazione e sui problemi di integrazione. Ernesto è sposato con una donna olandese. Anche lui, come Gino Scalzo e Gino Infosino, è stato presidente dell'Associazione Italiana di Delft. A proposito di scambio culturale, mi ha raccontato che in casa si parlava olandese con i figli. Alla mia domanda su come si facesse a insegnare ai figli l'italiano, mi ha detto che durante la settimana non era possibile, lavorando fino a tardi la sera, passare molte ore con loro parlando italiano. Per questo motivo l'educazione era affidata alla donna, che naturalmente parlava con il proprio figlio la lingua madre. Era difficile per lui far mantenere la lingua italiana al figlio. Tuttavia colpiva molto questo particolare, confermato dagli altri italiani, che c'è proprio un Gevoel, «un sentimento» molto forte per la lingua e la cultura italiana da parte dei giovani della seconda generazione. Quindi è stato facile per loro andare in Italia, anche senza parlare la lingua, ed imparare subito a capirla e parlarla, a «sentirla la lingua». Per dirla all'olandese: il Taalgevoel, il sentimento per la lingua. Il ruolo dei genitori italiani, soprattutto degli uomini, era quello di trasferire l'amore per l'Italia ai propri figli, attraverso racconti sulla famiglia, sul luogo in cui erano cresciuti, sul paese. Ernesto mi ha raccontato con grande soddisfazione che suo figlio cerca una casa proprio a Capracotta, nel paese da cui la sua famiglia proviene. A proposito delle descrizioni della famiglia e dell'Italia fatte dai genitori italiani ai propri figli, ecco un brano tratto dall'intervista a Ernesto, in cui racconta la capacità del figlio di riconoscere suo nonno, sebbene non l'avesse mai incontrato prima. Questo per me è significativo per capire cosa provano i giovani della seconda generazione nei confronti dell'Italia. L. B.: «Ha trasmesso l'amore per l'Italia a suo figlio?». E. D. T.: «È successo un fatto davvero strano quando lui aveva quattro anni. Dalla descrizione che gli avevo fatto io di mio padre è riuscito a riconoscerlo quando siamo andati insieme a Capracotta. Eravamo nella piazza. Da lontano vede scendere un signore con le vacche e lui comincia a urlare: "Nonno! Nonno!". Era un signore con le vacche, ed era mio padre. C'erano sulle montagne alcuni signori con le vacche, ma lui quello con il bastone, con il cappello lo aveva riconosciuto subito. Si mise a correre, e gli infilò la manina dentro la sua mano. Mio padre lo guardava sorpreso. Si diceva: "E chi è questo bambino, questo rosso?". Lui diceva "Daniel Daniel", l'altro "Nonno nonno" e si capirono. Mio figlio parlava olandese e mio padre capracottese. L'istinto di mio figlio in quell'occasione è stato incredibile». Laura Briganti Fonte: L. Briganti, I processi di integrazione di tre generazioni di italiani a Delft, in «Il Presente e la Storia», II:75, Ist. Storico della Resistenza, Cuneo, giugno 2009.
- Antonio
Antonio saliva la strada fermandosi di casa in casa e scuotendo una scatola di latta con l'immagine della Madonna per la raccolta di monete da offrire alla chiesetta che custodiva all'altro capo del paese. Il suo passo era incerto e il corpo si muoveva allo stesso modo con difficoltà. Vestiva abiti scuri e portava un paio di occhiali dalle lenti pesanti tali che non si sapeva esattamente dove guardasse. Accennava a volte ad un sorriso stereotipato ed enigmatico. Di poche parole tra il rassegnato e il sofferente, aveva risposte vaghe che producevano imbarazzo. Qualcuno diceva che avesse previsto il futuro di una bambina, la malattia, un pericolo imminente che avrebbe superato e poi... il padre della piccola non volle sapere altro. In paese si diceva che Antonio avesse un antico testo, misterioso, dal quale sapeva trarre delle conoscenze impossibili al resto della gente. Si diceva... e ciò lo rendeva ancora più strano, più indefinibile, soprattutto agli occhi dei bambini che lo guardavano con timore e curiosità. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Ghiaccio di casa, "prime luci" a Capracotta
Due giorni dopo la cascata del Peccato in Val Vomano io e Cristiano approfittiamo delle buone condizioni e decidiamo di andare a fare la cascata di Capracotta. Io non l'ho mai vista, a parte d'estate, quando lui una volta tornando da Frosolone me l'aveva indicata. Partiamo alle 7 e in un'oretta buona di auto siamo lì. Il posto è molto bello, aperto, la vista spazia. Troviamo delle tracce e in venti minuti siamo alla base; mentre cammino penso all'apritore Giorgio Ferretti, che la salì da solo nel '90... Cristiano ha salito varie volte la cascata, quindi mi concede di andare avanti. C'è un primo salto, 13-15 m., un ripiano e un secondo salto di circa 40 m. Vado. Il ghiaccio non è ottimo ma il tiro è divertente, arrivo in sosta e recupero il mio socio che subito mi riprende in sicura. Si sta comodi, è una bella cengetta. Da qui osservo che in alto c'è una calotta grigia al centro della cascata, e intuisco che lì scorre un sacco d'acqua e quella parte grigia sarà spessa qualche cm... quindi per passare rimane la striscia di ghiaccio laterale, abbastanza stretta. Salgo. Come prevedevo c'è un calottone vuoto al centro, bisogna tenersi ai lati... mi sembra fragile e non mi sento sicurissimo, ma piano piano vado su. Esco, e mi godo il sole e il panorama mentre recupero Cristiano. Quando arriva ci scambiamo un'occhiata e un sorriso, autoscatto, e giù per il canale a sinistra della cascata. Scendiamo veloci e alle 13:30 siamo a casa. Non mi sembra vero aver fatto una cascata in mezza giornata visto dove vivo... ghiaccio di casa mia, per sottile che tu sia... vabbè, le rime non sono il mio forte. Comunque è stato un bellissimo lunedì mattina da cassaintegrato. Luca Maspes Fonte: http://appenninistadoc.blogspot.com/, 10 marzo 2009.
- Tra profumi e tassametri ecco i molisani di Roma
Il comun denominatore di Antonello Venditti, del giocatore della Roma Alberto Aquilani, di Laura Biagiotti e della scrittrice Chiara Gamberale? Il Molise. Il cantore della romanità, la stilista di via Condotti, la giovane promessa del calcio e quella delle patrie lettere, tutti vantano radici (più o meno ramificate) molisane. Un dna fatto di umiltà, modestia e laboriosità, e (perché no?) di creatività, condiviso con una sottile schiera di cantanti e campioni, attori e registi, manager e imprenditori, parlamentari e ministri. Una pattuglia di vip che è la punta di lancia di un esercito di «molisani di Roma», tra i quali spiccano l'esercito di 2.000 tassisti e gli oltre 200 profumieri. «I molisani nati nella regione d'origine e poi trasferitisi qui a Roma sono tra i 20 e i 25mila», spiega Giampiero Castellotti, giornalista e cofondatore di «Forche Caudine», la più importante associazione di molisani, nata nel 1989. «Altrettanti sono quelli di prima o seconda generazione, o pendolari: studenti universitari e militari». Ma il mestiere tipico dei molisani di Roma è senz'altro quello del tassista. «Delle 6.000 licenze di taxi della Capitale – sottolineano nella sede di Forche Caudine, in via Foligno 27 – quelle intestate a molisani sono tra le 1.500 e le 2.000». Una percentuale che non trova riscontro in nessun'altra comunità. Un fenomeno sociale, questo dei molisani-tassisti, che affonda le sue radici nella più antica storia contadina di quella regione. Per spiegarlo, bisogna tornare indietro di qualche decennio, quando i primi molisani immigrati mettono a frutto la loro pratica coi cavalli e trovano lavoro come stallieri dei vetturini soprattutto a Borgo e attorno a via Sannio. Molti dalle stalle saltano ben presto in vettura come conducenti. Pronti, non appena passa il treno del progresso, a mettersi al volante dei primi taxi. Non a caso, la prima licenza da tassista del Comune di Roma viene rilasciata proprio a un molisano. In pochi anni il noleggio di autovetture da piazza con tassametro, nella Capitale, diviene l'attività economica predominante di paesini appenninici come Bagnoli del Trigno, Salcito, Pietrabbondante, Pietracupa, Trivento. «Quella del taxi – spiega Giampiero Castellotti – è diventata una vera e propria cultura, per i nostri corregionali. I conducenti partivano e tornavano dalle vacanze in carovane di auto pubbliche dipinte di giallo o di verde, che destavano l'allarme della polizia stradale. Ci sono stati giovani avvocati che quando lo studio chiudeva si mettevano al volante del taxi del padre per pagarsi le vacanze. E a Bagnoli del Trigno, ancora oggi, impartiscono, ogni anno, la benedizione dei taxi». L'altro polo economico dei molisani di Roma è stato, ed è ancora, la profumeria. Quasi tutti originari di Sant'Elena Sannita, i profumieri detengono una specie di monopolio per questa attività commerciale nella Capitale. Eppure i loro inizi sono stati da arrotini. Il paese a ridosso di Sant'Elena, infatti, è Frosolone, dove resiste da secoli una tradizione medievale di lavorazione di forbici e coltelli, che i santelenesi acquistavano e vendevano in giro per le strade della Penisola. Le prime coltellerie della Roma capitale d'Italia le hanno aperte proprio i loro bisnonni, amano ricordare i molisani, che si stanziarono al Pigneto, attorno al ponte Casilino, all'Alberone, dove facevano capolinea i primi pullman che andavano e venivano dal Molise, e dove arrivava il magàre, lo stregone-medico con il suo carretto di rimedi. Dall'arrotatura alla vendita di coltelli e poi a quella di saponi, schiume da barba e profumi, il passo è stato breve. Oggi i santelenesi controllano o gestiscono più di 200 profumerie (alcune all'avanguardia, con punti benessere e spazi espositivi per mostre d'arte), facendosi un vanto di non aver mai fallito e di essere i primi a chiudere e gli ultimi ad aprire i negozi. Piccolo, ma di prestigio, anche il nucleo dei sarti, quasi tutti di Capracotta. Tra loro, il presidente dell'Accademia dei Sartori, Sebastiano Di Rienzo, che ha lavorato per marchi prestigiosi come Valentino. «Svolgono quasi tutti il lavoro da mediano», spiega Castellotti, con metafora calcistica. «Realizzano il prodotto, e poi i grandi nomi della moda applicano l'etichetta. D'altra parte, il molisano difficilmente diventa protagonista. Lavora lontano dai riflettori perché viene dalla montagna e non ha né la solarità dei napoletani né la passionalità del meridionale. Tutt'altro, è una persona estremamente rigorosa con un senso della giustizia e della misura molto forte, una tenacia d'acciaio e una forza di volontà irriducibile». Gian Piero Milanetti Fonte: G. P. Milanetti, Tra profumi e tassametri ecco i molisani di Roma, in «Il Giornale», Milano, 27 dicembre 2005.
- I ricatti del brigante Primiano
Alcuni studiosi che adorano più gli smaccati accenti romantici della verità storica, ritengono che Fabiano Marcucci, detto Primiano, fu «brigante per necessità, che alla macchia si era dato per una contrastata vicenda d'amore di manzoniana memoria». In quell'arco temporale che va dal 1821 al 1871, tra gli incassati e morbidi valloni della Maiella, ben oltre i 2.000 metri di quota, si riunivano infatti molte bande brigantesche d'Abruzzo che, una volta razziati popoli e paesi valligiani, tornavano in altura per disperdersi nei meandri della grande montagna, costringendo pochi anni dopo il comando generale dell'esercito dell'Abruzzo Citeriore a disporre la costruzione di un fortilizio in pietra, il famoso blockhaus, per il ricovero delle truppe che, ormai senza quartiere, davano la caccia agli ultimi irriducibili membri della temuta Banda della Maiella e alle tante realtà brigantesche operanti sul territorio. Nato a Campo di Giove (AQ) e con un passato da pastore, Primiano Marcucci decide di darsi alla malavita molto presto: a soli 21 anni «si accoda ad una banda brigantesca che agisce tra il Molise e la Puglia. Ben presto, per la sua intraprendenza, ne diventerà il capo indiscusso». La sua carriera criminale termina nel 1864, quando, in procinto di fuggire in America e dopo che sulla sua testa comincia a pendere una taglia di 4.250 £ (circa 22.000 euro), viene arrestato nei dintorni di Roma grazie alla delazione della sua amante. Durante il processo, Marcucci conferma senza rimorso e con apparente spavalderia «di avere ucciso qualche centinaio di persone», e per tale motivo viene condannato prima a morte e poi all'ergastolo. In realtà, vista la buona condotta carceraria, viene scarcerato nel 1911, dopo 45 anni di prigione, facendo ritorno, seppur anziano, a Campo di Giove. Sette anni dopo muore in un ricovero per anziani de L'Aquila. Grazie alle carte processuali della Corte d'Assise di Sassari in possesso di Lucio Fiadino, ho potuto visionare alcune delle prove che incastrarono Primiano durante i processi del 1864-65, e tra queste spiccano due "pizzini" scritti in lapis e indirizzati a Gaetano Campanelli e Domenico Palumbo, due agiati proprietari di Capracotta e Pescopennataro. Quello che emerge da questi due ricatti scritti è una vera e propria estorsione, e testimoniano quanto fosse territorialmente ampio il potere del brigante Primiano e quanto fosse diffuso e pervasivo il racket ai danni di allevatori e possidenti del Centro-Sud. Furono proprio Campanelli e Palumbo a denunciare Marcucci, consegnando i due pizzini nelle mani del pretore di Capracotta, il cav. Nicola Giovannitti, l'11 agosto 1864. Sul primo ricatto, quello indirizzato a Gaetano Campanelli, c'è scritto: Don Gaetano Campanelli, per la giornata delli 22 corrende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due conpleti, per premura quattro camige, sei calzette para sei, scarpe para quattro, sicari para otti, sei cappelli di castoro, tre fazzoletti di seta, otto vino barile, due cagicavallo para quattro, mortadelle para dieci, pirisutto due. A quanto pare le richieste del brigante Primiano si riferivano a una banda di almeno sei uomini e, pur risultando affatto esose sul piano pecuniario, appaiono piuttosto modeste in ambito alimentare (non mancano però i beni di lusso come i sigari). Sul secondo ricatto, quello inviato a Domenico Palumbo di Pescopennataro, si legge similmente: Don Domenico Palumbo, per la giornata delli 20 presende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due, cappotti due, camige sei, calzzette para sei, scarpe para sei, vino barili due, prisutto tre, cagicavalli para sei, sicari paccotti sei. Questi due ricatti furono tra gli ultimi fatti recapitare dal brigante Primiano, poiché nell'autunno di quell'anno venne catturato dalla polizia italiana e sbattuto in prigione. Le vittime, come vediamo, non esitarono invece a ricorrere alla giustizia ordinaria, denunciando immediatamente la tentata estorsione, forse perché esasperati dalle continue scorribande di questi delinquenti che, travestiti da eroi popolari, facevano man bassa per le campagne altomolisane. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Alesi e M. Calibani, Majella Parco Nazionale: le più belle escursioni, Ricerche, Folignano 2007; M. Ciarma e G. Tinari, Dal Risorgimento abruzzese alle origini del brigantaggio post-unitario. Gli atti della Gran Corte Criminale di Chieti, Tinari, Bucchianico 1999; F. D'Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l'Unità, Amm. Provinciale, L'Aquila 1994; A. De Jaco, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Ed. Riuniti, Roma 1976; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, Milano 1983.
























