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  • Ma chi sono gli alabardati?

    A volte mentre si sta guardando una partita di calcio, si odono strane parole: gli alabardati, i ducali, i partenopei... Reazione dell'uomo della strada: ma che cavolo sta dicendo questo? Tranquilli, c'è una spiegazione. Non possiamo sempre chiamare la Juve Juve, la Roma Roma, e il Capracotta Capracotta: spesso è utile, anche a puri fini linguistici, usare altri nomi (nomi che non sono inventati ma hanno il loro bravo fondamento). Dunque per indicare i giocatori del Parma possiamo ben dire "i ducali" (ricordate il Ducato di Parma di scolastica memoria?). Non voglio pensare che non sappiate che i partenopei sono i napoletani, che i lagunari sono i veneziani, che i diavoli sono i rossoneri: queste sono troppo facili. I blucerchiati? Sì, la Sampdoria, per via della sua maglia: blu con delle strisce colorate che avvolgono la maglia. I granata? No, niente a che fare con bombe e guerre, ma anche qui semplicemente il colore della maglia del Torino. E tornando ai simboli, i grifoni sono i genoani, la Vecchia Signora è la Juve, le aquile sono i laziali. I lariani e i brianzoli a chi li associate? Su, un po' di geografia, è facile: Como e Monza! Ah, state ancora rimuginando su chi sono gli alabardati? Vabbè, ve lo dico: la Triestina. Ecco, ora sapete qualcosa in più: usate questi nomi, farete bella figura. Lucio Marco Leoni Fonte: http://guide.supereva.it/, dicembre 2000.

  • Monsignor Falconi e il suo discorso

    Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittore delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona, egli era nativo di Capracotta; ed essendo stato, per alcuni anni, segretario dell'arcivescovo Clary a Bari, aveva rivendicata la palatinità delle chiese di Acquaviva e Altamura e ne aveva ottenuto titolo di arciprete mitrato e giurisdizione episcopale: beneficio, che gli fruttava circa seimila ducati l'anno. Era fratello del procuratore generale Falconi, e zio dell'attuale deputato e sottosegretario di Stato per la giustizia. Tanta fiducia riponeva in lui Ferdinando II, che volle pernottare ad Acquaviva, ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete, non in quello che fu di casa Mari, e passò poi in possesso di don Sante Alberotanza. Nel palazzo di don Sante alloggiarono Murena, Bianchini ed altri del seguito e vi stettero assai a disagio. Il principe e la principessa della Scaletta furono obbligati a passare la lunga notte in veglia, tanti erano gl'insetti che popolavano la camera loro destinata. Il Re apparve a tutti dimagrito e invecchiato. Al pranzo dei Sovrani provvide la cucina reale; agli altri, molto suntuosamente, monsignor Falconi, che aveva un ottimo cuoco. Il vino fu offerto da don Girolamo Jacobellis, il quale, prima di consegnarlo, lo assaggiò alla presenza di molti, forse per eccesso di prudenza; ma il vino servi al seguito, non alla famiglia reale. Il Re si ritirò quasi subito con la Regina, nella sua camera da letto. Il solaio di questa, essendo poggiato su travi perchè malsicuro, era stato fatto da monsignor Falconi puntellare. La mattina del 13, Ferdinando II si levò di buon'ora, e dopo di avere atteso agli affari della provincia e del circondario, accolse gli omaggi delle autorità, del clero e dei maggiorenti e diede pubblica udienza. Molte furono le suppliche presentate; Acquaviva rigurgitava di forestieri. V'erano convenute le guardie d'onore del circondario, i sindaci e i decurioni dei comuni vicini. La piazza, che separa l'episcopio dalla chiesa, era brulicante di popolo, e gremiti i balconi, le finestre e le terrazze. Tutti sventolavano fazzoletti e bandiere e applaudivano al Re, che, alle dieci, usci dal palazzo vescovile, insieme con la Regina e coi principi reali e si recò, a piedi, alla vicina chiesa cattedrale. A una povera donna, che lo richiedeva di elemosina, fece largire trenta ducati. Alla porta della chiesa le guardie d'onore e le urbane facevano ala e, sull'ingresso, aspettava monsignor Falconi, circondato dal capitolo. Prima di benedire la famiglia reale con l'acqua santa, monsignore pronunziò un discorso, che, per le strane iperboli contenutevi, merita essere esumato. Con citazioni delle sacre carte, il prelato cominciò dal delineare la figura del vero Re, immagine di Dio in terra, e poiché tutte le virtù, che debbono adornare un Re, egli rinveniva, in grado eminente, in Ferdinando II, la cui gloria «è esaltata dalle prime intelligenze europee», cosi chiudeva la sua conclone: Sì, o Sire, d'oggi innanzi pregheremo ancor più; e pregheremo Dio che vi conservi lunga serie di anni alla sua Divina gloria, all'amore de' vostri popoli, che vi amano, e vi amano di cuore, ed alle delizie della Vostra Famiglia. Pregheremo che tenga lungi da voi ogni generazione di amarezze: che vi dia giorni sereni e tranquilli, e che compia ogni vostro desiderio, ch'essendo desiderio di padre, e di padre il più pio, il più giusto, il più te nero de' suoi figli, non può non essere accetto e caro a lui, Re dei Re, Sole di giustizia, Padre primo dei popoli tutti della terra. Pregheremo infine che vi colmi di ogni maniera di grazie con cotesta fulgidissima Stella che allato vi splende, esempio anch'Ella di virtù preclarissimo, e col principe ereditario, erede veramente dell'ingegno e della pietà, della giustizia e degli altri pregi di mente e di cuore del padre, e cogli altri Reali principi e principesse. Dopo il sermone, che il Re ascoltò in piedi sulla soglia, preceduti da monsignor Falconi, gli augusti viaggiatori entrarono nella chiesa, prendendo posto presso l'altar maggiore. Dopo il canto del "Domine salvum fac regem", l'arciprete invitò il Re a prender possesso dello stallo canonicale che, come prima dignità del capitolo, gli spettava nelle chiese palatine. Compiuta la cerimonia del possesso, la famiglia reale si recò ad ascoltare la messa, detta dallo stesso prelato nella cappella della Vergine delle Grazie. Raffaele De Cesare Fonte: R. De Cesare, La fine di un Regno, vol. I, Lapi, Città di Castello 1900.

  • Il dolmen di Santa Lucia

    Il primo ad ipostatizzare il verbo "essere" nella forma sostantivizzata "l'essere" fu il neoplatonico Porfirio ben settecento anni dopo l'inizio degli studi sull'ontologia ad opera di Parmenide. Questo per dire che tante volte uno le cose le ha proprio sotto gli occhi ma non le vede. Per esempio, quanti di voi si erano accorti che a Capracotta c'è un dolmen? Qualcuno a questo punto si chiederà: cos'è un dolmen? Anche se fondamentalmente Google dovrebbe aver tolto la necessità di fare domande e dare risposte, lo spiegherò brevemente per chi non avesse voglia di cercarlo. "Dolmen" è una parola nordica che vuol dire "tavola di pietra" (dol = tavola e men = pietra), in pratica un pietrone grosso posto parallelo al terreno su altri pietroni grossi. da non confondersi con il menhir, che sarebbe un pietrone messo in verticale. Sono stati costruiti un po' dappertutto in Europa in un periodo che va dal Neolitico all'Età del Ferro. Le teorie sulla loro funzione sono varie e spaziano dall'essere un altare sacro all'essere dei mausolei (guardate quanto dobbiamo a Porfirio per questo utilizzo del verbo "essere"), oppure delimitare spazi sacri per qualche motivo o tutte queste cose messe insieme. In Italia sono famosi i dolmen presenti in Puglia, quindi non molto distanti da Capracotta, in Sardegna e in Sicilia. Questo sarebbe forse il più nordico dei dolmen presenti nell'Italia peninsulare. La struttura si trova sopra Santa Lucia, praticamente dalla Fonte Chiara si sale su, verso un sentierino che porta alla cava ed è li, poche centinaia di metri dopo. Magari ci avete fatto le scampagnate a fianco, ci avete appoggiato sopra la birra e la griglia con tacche de pecra e non vi siete mai posti la questione. È un pietrone messo in orizzontale su altre pietre e il fatto che non sia una casualità ma che sia stato messo lì da qualcuno è testimoniato dal fatto che è fissato in quella posizione tramite delle zeppette di pietra con la roccia che c'è dietro, che ho evidenziato nella foto. Il problema della datazione rimane aperto perché un archeologo molisano, al quale ho posto la questione, è dubbioso se ritenerlo un dolmen del neolitico, in quanto troppo a nord nell'Italia peninsulare (che lo renderebbe a mio parere appunto più interessante), e lo faceva risalire all'epoca presannitica. Sarebbe necessario chiedere a degli esperti affinché vengano fatti per lo meno degli scavi e dei rilievi; in ogni caso questa struttura andrebbe annoverata nel patrimonio di strutture megalitiche capracottesi insieme alle mura ciclopiche. Riccardo Mordeglia

  • La neve che non ti aspetti...

    Come ben saprete nei giorni scorsi molte regioni del Centro e del Sud Italia sono state interessate da copiose nevicate. Molto stupiti saranno stati coloro che, approfittando anche del periodo festivo, avevano deciso di passare qualche giorno nelle regioni meridionali, pensando di trovare il classico clima mite che, nell'immaginario diffuso, rappresenta il Sud Italia. Più o meno lo stesso stupore che avranno provato quelli che avevano deciso di passare il Capodanno 2014-2015 in Puglia o in Sicilia: anche in quel frangente la neve imbiancò non solo le zone collinari, ma si spinse fino alle coste, interessando persino zone dove non cadeva da diversi anni. Ma è così insolita la neve sull'Italia meridionale? I fenomeni degli ultimi giorni sono stati sicuramente eccezionali in molte aree per durata e intensità, ma la neve al Sud non è poi così rara. Bisogna poi distinguere tra le diverse zone: il versante adriatico, per esempio, ha in generale una nevosità decisamente maggiore rispetto a quello tirrenico, a causa delle irruzioni fredde provenienti dai Balcani e dall'Europa nord-orientale; se ci spostiamo poi nelle aree interne, sugli Appennini, la neve è ovviamente molto frequente e vi sono alcune località, come la molisana Capracotta, dove si verificano spesso accumuli nevosi importanti. Perché allora, ogni volta che la neve fa la sua comparsa sulle regioni meridionali, ci si stupisce? Forse perché spesso si ha l'abitudine sbagliata di associare alcune zone, non solo d'Italia ma anche del resto del mondo, al loro clima estivo e alla loro vocazione di località di vacanza, senza pensare che le differenti stagioni possano presentare caratteristiche molto diverse e senza inoltre tener conto della morfologia del territorio. Per esempio la Grecia, solitamente associata a immagini di sole, caldo e cielo terso, d’inverno può avere un aspetto ben diverso, anche a causa del fatto che l'80% del suo territorio è montuoso. Qui le nevicate in inverno sono abbastanza frequenti, spesso accompagnate da forti venti, e talvolta possono interessare anche Atene e Salonicco, città che si trovano sul mare, proprio come successo negli ultimi giorni. Ad eccezione delle montagne cretesi che superano i 2.400 metri e dove è anche possibile sciare, sono più insolite, ma non rare, le nevicate sulle isole: proprio negli ultimi giorni la neve ha imbiancato anche le spiagge di Creta e di altre isole dell'Egeo e dello Ionio. Caratteristiche simili a Creta si hanno a Cipro: anche qui, sui Troodos, la catena montuosa interna, la neve è di casa nei mesi invernali, ma talvolta raggiunge anche le zone costiere, come nel febbraio 2015 quando nevicò a Larnaca. Spostandoci sul versante atlantico, invece, se si pensa al Marocco viene subito in mente il caldo del deserto assolato; tuttavia, in Marocco vi è anche la catena dell'Atlante, le cui vette più elevate superano i 4.000 metri: anche qui la neve non manca ed è possibile sciare in alcune zone. Proprio sui monti dell'Atlante sorge la località di Ilfrane, centro turistico invernale noto anche come la "piccola Svizzera d'Africa", sia per il microclima sia per lo stile architettonico. Non lontano dalle coste marocchine vi sono le Isole Canarie: conosciute anche come le "isole dell'eterna primavera", esse potrebbero di primo acchito sembrare quanto di più lontano vi sia dalla neve. Tuttavia, in alcune di queste isole si superano abbondantemente i 2.000 metri e quasi ogni inverno sulla cima delle montagne fa la comparsa la neve; discorso poi a parte merita il Teide, il vulcano di Tenerife, la montagna più alta di Spagna, che con i suoi 3.718 metri è spesso ricoperto da una coltre nevosa. Sempre parlando di isole vulcaniche, ma spostandoci nel Pacifico a latitudini decisamente tropicali, anche le Hawaii, con le loro cime superiori ai 4.000 metri, sono spesse imbancate dalla neve; agli inizi dello scorso dicembre, però, la neve ha addirittura raggiunto quote relativamente basse, mentre sulle cime più elevate se ne è registrata quasi un metro! Gli esempi che si potrebbero citare sono tanti. Onde evitare, quindi, di essere colti impreparati da una nevicata, diventa importante essere sempre informati sui climi e microclimi dei luoghi che si intende visitare… oltre che, ovviamente, consultare le previsioni prima di mettersi in viaggio. Samantha Pilati Fonte: https://www.fondazioneomd.it/, 13 gennaio 2017.

  • In America... sognando Capracotta

    Gran parte dei primi immigrati negli Stati Uniti provenienti da Capracotta arrivarono nella zona a cavallo del fiume Delaware tra il New Jersey e Filadelfia (Pennsylvania). Alcuni si stabilirono a Trenton, la capitale del New Jersey e pochi altri a Filadelfia, ma la maggior parte si sistemò in due città più piccole: Burlington City (New Jersey) e Bristol (Pennsylvania) che si trova dall'altra parte del fiume Delaware rispetto a Burlington. Molti sono rimasti a Burlington City mentre altri, dopo essere stati inizialmente ospiti di capracottesi che erano già arrivati lì, dopo qualche tempo, si sono trasferiti altrove. I loro nomi erano Di Rienzo, Carugno, Di Ianni, Paglione, Sozio, Del Castello, Carnevale, Ferrelli, Di Tanna e molti altri. Negli ultimi 36 anni è stato un capracottese, Harmand Del Castello, ad essere il sindaco di Burlington City. Darlene (Comegna) Scocca, eletta nel 2003, è l'attuale sindaco. Ci sono talmente tanti cognomi capracottesi a Burlington City che questa potrebbe, a buon titolo, essere chiamata la città gemella del paese d'origine sulle montagne del Molise. C'è da dire comunque, che molti di questi immigrati si definivano abruzzesi - e alcuni ancora oggi lo fanno - sia per l'affinità che per la vicinanza geografica con quella regione italiana che una volta era unita al Molise. Arrivavano sui bastimenti come la Cristoforo Colombo, salpati dal porto di Napoli con poche cose e, spesso, senza soldi. Generalmente facevano la traversata in terza classe o sul ponte e non in prima o seconda. Se arrivavano attraverso il porto di New York erano sottoposti ai controlli sanitari ad Ellis Island fino circa al 1930 quando questa struttura fu chiusa. All'entrata del porto erano accolti dalla Statua della Libertà la cui vista rinforzava la loro speranza per un futuro migliore rispetto a quello possibile in un piccolo, povero paese italiano con poco lavoro. In America alcuni cognomi - spesso la sola ultima lettera - furono cambiati; alcuni fortuitamente ad Ellis Island poiché gli ispettori non conoscevano l'ortografia dei nomi italiani. Altre volte invece, le famiglie italiane cambiarono intenzionalmente il nome per farlo apparire più "americano" ed evitare così di essere discriminati. Ad esempio "Angelaccio" divenne "Angelo". Le famiglie dei capracottesi si aiutavano a vicenda. Alcune famiglie condividevano una singola casa (a schiera) fino a quando si potevano permettere ognuna di comprarne o affittarne una propria. Generalmente per primi arrivavano i nonni e i padri, trovavano lavoro e dopo si ricongiungevano con mogli e figli. Nel corso della Prima guerra mondiale alcuni immigrati ritornarono in Italia per combattere per il loro Paese d'origine ma alla fine della guerra tornarono negli Stati Uniti. Altri combatterono con le forze armate americane contro la loro Patria. Nella Seconda guerra mondiale invece, molti immigrati capracottesi insieme ai loro figli che costituivano la prima generazione di italo-americani, combatterono nelle forze armate americane, alcuni persino sul suolo italiano. Molti degli uomini che da Capracotta arrivarono in America sul finire dell'800 e nella prima metà del '900 trovarono impiego in fonderia in stabilimenti come l'U.S. Pipe di Burlington e il Griffith Pipe nelle vicinanze di Florence sempre nel New Jersey. Altri lavorarono nella costruzione della ferrovia oppure divennero artigiani come muratori o imbianchini, ecc. Alcuni aprirono dei negozi di generi alimentari o delle botteghe di calzolai oppure divennero fornai ovvero lavorarono presso piccole imprese messe su dai loro compaesani che erano arrivati in America prima di loro. Mentre gran parte delle donne rimaneva a casa a cucinare, rammendare o lavorare all'uncinetto, altre lavoravano nell'industria tessile. Altri uomini, donne e bambini lavoravano, spesso a mezza giornata, nelle aziende agricole raccogliendo fagioli ed altri ortaggi. Successivamente alcuni si misero in proprio dopo aver acquistato i loro poderi. Fino alla fine degli anni '40 alcuni dei bambini erano costretti a lasciare la scuola per lavorare e dare il loro contributo alla famiglia. Non c'è bisogno di ricordare che tutti per un po' dovettero barcamenarsi tra mille difficoltà dal punto di vista finanziario e si consideravano poveri per quanto riguardava i beni materiali ma ricchi perché erano in America. Continuavano a godere dei semplici piaceri della vita come il cantare, fare il vino sotto casa, suonare la fisarmonica, ritrovarsi una volta a settimana insieme a parenti e amici italiani senza, naturalmente, dimenticare il buon cibo italiano come il ragù per la pasta, il brodo di pollo o le polpette. Tanti avevano il giardino con alberi di fico anche se il terreno era piccolo e frequentavano le chiese cattoliche. Si tenevano in contatto con i parenti rimasti a Capracotta per mezzo di lettere e, più tardi, telefonate. Negli anni '50 le famiglie di Burlington, Florence, Bristol insieme al Sindaco di Jersey City, raccolsero venticinquemila dollari e regalarono a Capracotta uno spazzaneve per sostituire quello distrutto dai tedeschi durante la guerra, in modo da poter almeno assicurare la distribuizione della posta e del cibo nei mesi invernali. Uno dei primi ostacoli che gli immigrati dovevano affrontare era la barriera della lingua. Quasi nessuno parlava inglese e non potevano comunicare bene con chiunque non fosse italiano. I bambini dovettero imparare l'inglese a scuola ed in questo erano incoraggiati dai genitori e dai nonni affinchè si assimilassero alla cultura americana. Questo è anche il motivo per cui molti giovani delle nuove generazioni non parlano italiano. Molti delle vecchie generazioni, invece, non hanno mai imparato a parlare un buon inglese o non l'hanno imparato affatto. L'italiano non faceva parte delle lingue studiate nel sistema scolastico americano e quindi le giovani generazioni non hanno avuto l'opportunità di imparare la lingua delle loro origini. Oggi ci sono dei corsi di italiano in alcune università e qualche corso serale. I nuovi "americani" hanno dovuto affrontare diverse discriminazioni subito dopo il loro arrivo, soprattutto da parte di altri europei che erano arrivati negli Stati Uniti molto prima e ora occupavano posizioni influenti nelle comunità americane, come gli irlandesi. Queste discriminazioni spesso hanno impedito loro di ottenere i lavori migliori ma, con il passare degli anni, con perseveranza ed educazione, hanno superato la maggior parte di questi problemi. A causa di problemi di famiglia o per mancanza di adattamento allo stile di vita americano, solo pochi ritornarono a Capracotta. – Eravamo poveri ma contenti – ci ha detto Charles Sebastiano Comegno, ottantaseienne, falegname in pensione che si stabilì a Burlington City dopo essere sbarcato ad Ellis Island con sua madre Pasqualina nel 1923 all'età di due anni. Allora si ricongiunsero al padre, ai nonni, a tre zii e al fratello del nonno molti dei quali lavoravano in una fonderia. Gli ispettori di Ellis Island cambiarono l'ultima lettera del loro cognome da Comegna a Comegno. – Mi ritengo fortunato; – continua – non avrei mai avuto quello che ho oggi – una casa ed una pensione – a Capracotta perché non c'era lavoro lì, ma amo ancora quel piccolo paese che ho visto da soldato americano durante la Seconda guerra mondiale e tante altre volte da allora. Bruno Sozio che ora, sessantenne, vive a Tom River (New Jersey), arrivò negli anni '50 con suo padre Americo ed è vissuto a Burlington e poi in Florida, commenta: – Lavoravano sodo e venivano pagati – non come succedeva a volte in Italia – e così abbiamo potuto vivere dignitosamente. La statua dedicata agli emigrati che si inaugurerà il prossimo 8 settembre a Capracotta è stato il sogno di un cugino di Bruno, Joseph Paglione di Burlington la cui famiglia arrivò sul finire dell'800. Joseph arrivò nel 1958 dopo aver imparato a fare il sarto a Roma e oggi gestisce un negozio di abbigliamento. – I nostri antenati – ci dice – hanno fatto in modo che la nostra vita fosse più facile spianandoci la strada e mettendosi alla prova. Questa statua vuole rappresentare il loro viaggio, il loro sacrificio e la loro decisione sofferta di lasciare la terra natia per poter dare migliori opportunità economiche alle loro famiglie. Carol Comegno (trad. di Lucia Giuliano) Fonte: C. Comegno, In America... sognando Capracotta, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Gli arcipreti di Capracotta

    L'arciprete rappresentava il più elevato in grado tra i preti legati alla chiesa matrice, ovvero il maggior centro religioso (per ricevere i sacramenti e partecipare alla Messa) da cui dipendevano gli abitanti dei piccoli villaggi vicini e dei feudi a bassa densità demografica. L'arciprete era il responsabile del clero locale e dell'adorazione divina e soprintendeva ai doveri del ministero ecclesiastico. Le cappelle private, che si andavano gradualmente moltiplicando sui possedimenti dei latifondisti ed a cui erano legati alcuni presbiteri, non erano esenti dalla giurisdizione dell'arciprete. A Capracotta le cappelle private erano perlopiù sostituite dagli altari, storicamente assegnati alle confraternite o alle famiglie più agiate: Baccari, Campanelli, Carfagna, D'Andrea, Di Bucci, Di Rienzo e Mosca. L'arciprete della Chiesa Madre era dunque alla testa di tutto il clero della parrocchia ed era responsabile della corretta esecuzione dei suoi doveri ecclesiastici e del suo stesso stile di vita, improntato alla morigeratezza. Il primo arciprete capracottese di cui si ha memoria è Berardantonio Rosa, che resse la chiesa locale dal 1522 al 1545, negli anni terribili della «mortifera pestilenza». Quello attuale è invece don Elio Venditti, nominato parroco di Capracotta nel 1997, che nel 2016 ha festeggiato il mezzo secolo di sacerdozio. In questi 497 anni di storia Capracotta conta appena 20 arcipreti - con una media di circa 25 anni di durata ciascuno - a volte intervallati dalla reggenza di un economo curato. Il primo parroco di cui ho testimonianza scritta è Pietro Paolo Carfagna (1618-1685), colui che diede il via alla compilazione del "Catalogus omnium rerum notabilium", il registro della nostra Chiesa Madre sul quale sono appuntati eventi storici e religiosi, nascite, battesimi, matrimoni e funerali, restauri architettonici ecc., dando vita a un vero e proprio scrigno di preziose informazioni su Capracotta. Il Carfagna è celebre per essere stato l'involontario protagonista tanto dell'epidemia di peste del 1656, ammalandosi e guarendo dopo tre mesi, quanto del saccheggio di Boccasenzossi del 9 luglio 1657, quando fu sequestrato e torturato per giorni. Discendente d'una secolare e valorosa famiglia di combattenti, il 20 ottobre 1640, con bolla del vescovo Carlo Scaglia, era anche stato nominato «rettore della Chiesa di S. Amico e della cappellania di S. Salvatore di Agnone». Pietro Paolo Carfagna fu poi il maggior promotore della ricostruzione della Chiesa Madre, un'impresa che si concluse ottant'anni dopo. È uno dei protagonisti del mio "L'inaudito e crudelissimo racconto", in cui compare come direttore del carcere nel quale sono detenuti i due preti slovacchi Giovanni Simonide e Tobia Masnizio, evasi il 1° maggio 1675 dal gruppo di condannati che da Bratislava deve raggiungere Messina. I due slovacchi scriveranno che «l'arciprete e dottore apostolico Pietro Paolo Carfagna, di cui si è già parlato, e il maestro Antonio Cauliano all'inizio, quando ancora nutrivano un barlume di speranza d'una nostra conversione - se così si può dire -, ci mandavano spesso pane, uova e formaggio, e padre Antonio tre volte ci fece recapitare perfino carne arrosto e olio». L'arcipretura più lunga è proprio la sua (47 anni), seguita da quella di Arcangelo Di Rienzo (45 anni). La più breve porta il nome di Marcello Campanelli (5 anni), seguita dall'arcipretura di Francesco Mosca (7 anni). Per fini di consultazione, presento la lista completa degli arcipreti della nostra parrocchia dal 1522 ad oggi: Berardantonio Rosa (1522-1545) Amico Carfagna (1545-1561) Arcangelo Di Rienzo (1561-1606) Loreto Tartaglia (1606-1622) Donato Pettinicchio (1622-1638) Pietro Paolo Carfagna (1638-1685) Marcello Campanelli (1685-1690) Giuseppe Di Rienzo (1690-1710) Francesco Antonio Del Baccaro (1711-1734) Giuseppe Campanelli (1734-1766) Francesco Mosca (1766-1773) Liborio Campanelli (1774-1795) Vincenzo Campanelli (1803-1833) Achille Conti (1836-1846) Agostino Bonanotte (1847-1889) Filippo Falconi (1889-1917) Leopoldo Conti (1919-1945) Nicola Angelaccio (1945-1967) Geremia Carugno (1967-1997) Elio Venditti (1997-oggi) Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, S. Giorgio, Agnone 1986; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947.

  • Il nuovo parroco di Pietracupa

    Agli inizi degli anni di piombo, Pietracupa aveva l'aspetto di un tranquillo borgo dell'Italia meridionale, con una popolazione di residenti composta in maggioranza da un modesto numero di persone impiegate nel settore pubblico, nel settore privato, nell'agricoltura e da molti pensionati. Il grande esodo verso il Nord Italia e verso i paesi esteri si stava completando, per cui il numero dei residenti era fortemente diminuito e le nascite si potevano contare sulle dita di una mano. In questa situazione di evidente contrazione demografica, prendeva consistenza un altro fenomeno, molto positivo, l'interesse degli emigrati pietracupesi ad investire nella ristrutturazione delle loro case in paese. Questo interesse era favorito sia da una maggiore disponibilità economica rispetto al passato, sia dalle migliorate condizioni di agibilità delle strade nazionali e sia e soprattutto dal desiderio di poter soggiornare nel paese natio, in occasione delle vacanze estive. Per queste ragioni, il paese, agli inizi degli anni '70, era tutto un fiorire di cantieri edili aperti per ristrutturare case, cantine, stalle, secondo i personali gusti dei proprietari, che spesse volte contrastavano con i gusti dei vicinanti. Comunque sia, non vi sono state macroscopiche irregolarità del piano regolatore ed il paese, ancora oggi, ha mantenuto l'aspetto di un piacevole borgo, con caratteristiche risalenti all'epoca medioevale. Una volta ristrutturate le case, le famiglie hanno preso l'abitudine di ritornare abitualmente in paese, mantenendo vivo quel legame di appartenenza ad una comunità dai valori profondi, che di fatto sino ai giorni nostri ha tenuto stretti i suoi legami con il paese natio. In questo quadro socio-economico della Pietracupa anni '70/'80, il paese, nel Settembre del 1977 è stato arricchito dalla presenza di un nuovo Parroco, Don Orlando Di Tella, venuto a sostituire Don Manfredo, ritiratosi dall'incarico di Parroco per motivi di malattia. Come è accaduto precedentemente con Don Manfredo, anche ora mi risulta difficile parlare con distacco di Don Orlando, perché mi legano a Lui rapporti di grande rispetto, di grande stima e di grande amicizia, maturati nel corso degli anni. Pertanto, senza cadere nel banale, mi permetterò di illustrare con dati di fatto l'importanza del contributo umano e religioso che Don Orlando ha dato ed ancora sta dando al paese di Pietracupa. Era il settembre del 1977 quando, nel percorrere via Trento, zio Corradino Delmonaco mi ha fermato e mi ha presentato Don Orlando. La prima impressione che ho avuto di Lui è stata positiva; Don Orlando aveva ed ha una corporatura imponente, un volto caratterizzato da uno sguardo intelligente , un sorriso schietto e sincero ed una voce ben marcata e dal timbro forte. Dopo questo incontro, mi ricordo che, tornato a casa, ho raccontato a mia moglie di aver conosciuto il nuovo parroco, ed ho aggiunto: – Ho riscontrato in Lui una certa rassomiglianza caratteriale e fisica con Don Camillo, il personaggio nato dalla penna dello scrittore Giovanni Guareschi, ma in versione molisana. Nel periodo successivo a quell'incontro, Don Orlando, in breve tempo, era diventato il personaggio più richiesto e più amato nel paese. Mi ricordo che all'epoca era Sindaco del paese Angelo Gallo, e poiché girava la voce che il Vescovo di Trivento aveva intenzione di spostare il nuovo arrivato in altra sede, c'era stata una manifestazione popolare, per cui un gruppo di delegati locali voleva recarsi dal Vescovo, per farlo desistere da qualsiasi idea di allontanare il nuovo Parroco. La sua prima dimora in paese era ubicata nei pressi di via Trento e la famiglia Carnevale lo ha assistito per molti anni in maniera amorevole e familiare, così come ha fatto, negli anni a seguire, la famiglia di Remo Di Sarro. Don Orlando, nei 40 anni di vita pastorale in paese, ha ottenuto due risultati importanti, il primo risultato, di carattere squisitamente religioso, è stato quello di aver reso operative le direttive scaturite dal Concilio Vaticano II° e di aver riportato molti fedeli del paese a frequentare la chiesa. Il suo carisma, le sue capacità organizzative, la sua abilità oratoria nel semplificare e rendere facilmente comprensibili a tutti gli uditori i concetti filosofici della dottrina cattolica, sono i meriti che gli vengono riconosciuti da molti. A tutto questo si deve aggiungere anche l'attenzione e la cura quotidiana verso i problemi e le difficoltà dei suoi parrocchiani, soprattutto nei riguardi degli ammalati e dei giovani ai quali ha sempre dedicato una particolare attenzione nel guidarli ed aiutarli praticamente nel loro percorso di vita. Il secondo risultato è stato quello di aver stimolato, nelle sedi opportune, e contribuito a far valorizzare a livello nazionale, il patrimonio culturale, religioso ed artistico di un piccolo sconosciuto borgo molisano, come Pietracupa, in maniera tale che ora è inserito nel gruppo dei borghi più caratteristici d'Italia e viene citato su riviste e libri di interesse nazionale, come quelli editi dal Touring Club. I risultati più evidenti di tutto questo lavoro sono la ristrutturazione della meravigliosa cripta della Chiesa Madre con il bellissimo crocifisso in legno del 1500, la ristrutturazione della Chiesa Madre stessa, secondo lo stile rupestre del primo cristianesimo, la ristrutturazione della Chiesa di S. Giorgio, con gli affreschi del 1200. Il recupero di tutti questi beni culturali, è stato il motivo che ha indotto ed induce molti viaggiatori e turisti ad includere nei loro viaggi nel Molise la visita del piccolo caratteristico borgo rupestre. La cultura non è patrimonio di singoli, la cultura è patrimonio del mondo e Pietracupa, a questo punto, fa parte del mondo. Nell'anno 2009, Don Orlando ha festeggiato i suoi 50 anni di sacerdozio. Non ero presente alla cerimonia, ma mi hanno detto che molte persone, venute da ogni parte del Molise, erano presenti per manifestare il loro affetto ad un sacerdote che è stato sempre vicino ai loro bisogni spirituali ed umani e questo, credo, sia stato il miglior modo per dire grazie al loro parroco, gratificato anche dalla Curia, che lo ha eletto Monsignore. Ma la presenza più bella è stata quella dei suoi allievi vecchi e nuovi, grati al loro professore di essere stato un educatore ed un docente che ha saputo inculcare, non solo conoscenze professionali, ma soprattutto cultura per la loro formazione di studenti oggi e di uomini per il domani. Nel corso di un incontro confidenziale avuto di recente con lui, Don Orlando mi ha raccontato la storia della sua vocazione sacerdotale. Il suo racconto, che riporto integralmente, è molto indicativo della spiritualità e del profondo inconscio che invade colui che viene scelto per fare il servo di Dio: Nel paese che mi ha dato i natali, Capracotta, mio padre era un proprietario di un forno ubicato proprio adiacente la nostra abitazione. Una sera, un amico di famiglia è venuto in casa per farci visita e, nel bel mezzo di un discorso, rivolgendosi a mio padre gli ha chiesto: «Che strada dovrà prendere questo giovane nel corso della sua vita?». Mio padre a quel punto ha incominciato a valutare tutte le attività che avrei potuto fare in seguito. Così parlando, all'improvviso mi ha chiesto: «Cosa ne pensi delle mie proposte?». Senza titubanza alcuna ho risposto parlandogli di una proposta non compresa nel suo elenco ed ad alta voce ho detto: «Voglio fare il prete» e nel dire queste parole ho sentito dentro di me un grande calore ed una grande voglia di uscire all'aperto, di correre e di esternare quella gioia intensa che invadeva la mia persona. Sono entrato in chiesa ed ho iniziato a suonare le campane richiamando l'attenzione di molta gente, compreso mio padre che mi aveva seguito in strada. Dopo questo episodio, ho iniziato il mio percorso formativo presso la Diocesi di Trivento e non ho mai perduto la gioia di essere utile al Signore. Nel seminario ho sofferto molto della mancanza di mia madre, alla quale ero legatissimo, ma il Signore mi ha ripagato con altre gioie, quelle di essere utile a Lui ed al mio prossimo. Quando durante l'inverno, mi reco nel Molise, in una Pietracupa deserta ed abbandonata, la presenza di Don Orlando è rassicurante perché vuol dire che il paese è vivo, perché è viva la fiammella delle nostre tradizioni, che, il parroco insieme al sindaco ed agli altri 220 abitanti presenti in loco, mantengono sempre accesa. Nella mia sfera privata, due sono i momenti nei quali ho percepito maggiormente lo spessore umano di Don Orlando, durante i funerali dei miei genitori e la sua presenza in occasione del matrimonio di mia figlia, da Lui celebrato nella Basilica di S. Sabina a Roma. Probabilmente sarò un inguaribile sentimentale, ma quel giorno dell'11 luglio del 2004 nello splendore di quell'antica Basilica di epoca Romana, in mezzo a tanti amici e parenti venuti anche dall'America, la presenza di quel sacerdote, le sue parole affettuose e commosse verso Andrea e Claudia, che aveva veduto crescere sin da bambina, mi hanno fatto sentire intorno a me la presenza di un amico, di un consigliere spirituale, che condivideva la gioia di un padre, che vedeva la propria figlia avviarsi radiosamente verso il suo futuro di donna e di mamma. Claudio Camillo Fonte: C. Camillo, Una valigia di cartone. Un viaggio nel passato e nel presente della comunità pietracupese, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Da Capracotta alla corte dello scià di Persia

    Premessa Sono nato a Capracotta, piccolo centro dell'Alto Molise, detto anche il "paese dei sartori", nel quale, dal secolo scorso, si sono formati quasi duemila sarti che, dopo un lungo periodo di affiancamento con grandi maestri del settore, hanno preso ognuno la propria strada lavorativa in giro per l'Italia e il mondo. Anche io faccio parte di questa schiera di sartori: da Capracotta sono approdato prima a Roma e poi a Teheran dove ho trascorso trentadue anni della mia vita lavorativa. Dal mio rientro dall'Iran sono passati molti anni. Non è stato facile per me ricordare e cercare di riportare in semplici righe un'intera vita professionale e non, avvenimenti vissuti, a volte piacevoli a volte drammatici, condividere emozioni, ripensare a tutte le persone che ho incontrato e con le quali ho condiviso parte della mia vita e della mia attività lavorativa di sarto. Alla fine, stimolato anche dalla curiosità delle persone che mi circondano, mi sono deciso a raccontare i fatti più importanti che hanno caratterizzato il trentennio vissuto in Iran. È stata un'esperienza stimolante ma allo stesso tempo faticosa per la mia età. E di questo sono grato a tanti e, in particolare, ai miei familiari, a mia moglie, alla quale ho sottratto molte ore della mia giornata e a mia figlia, alle quali spesso mi sono rivolto per avere un supporto nel ricostruire alcuni accadimenti o semplicemente un confronto per riuscire a descrivere e trasmettere in modo più efficace alcune sensazioni o situazioni. L'auspicio è che questo mio sforzo possa fornire un ulteriore elemento di conoscenza di un Paese straordinario, con le sue abitudini, la sua filosofia e le sue contraddizioni in cui si avverte il fascino del Medio Oriente. Claudio Del Castello Fonte: C. Del Castello, Da Capracotta alla corte dello scià di Persia. Memorie di trent'anni vissuti a Teheran, Amazon, Lëtzebuerg 2019.

  • Italo

    A sera le vacche ad una ad una rientravano pesanti per essere munte, allora Italo le indirizzava alla stalla; compiva questo rito con la facilità di chi lo fa con abitudine, ma anche con lo stesso distacco un po' flemmatico di chi per sua natura tratta le cose o l'intera esistenza con schermata distanza. Alto, asciutto, di corporatura ben proporzionata, non sembrava affatto un contadino anche quando era impegnato a scaricare balle di fieno dai cavalli o in attività egualmente faticose; solo il colorito ambrato tradiva la continua esposizione all'aria aperta nei pascoli e nei campi come un esperto pioniere, ma in ogni azione metteva un'istintiva signorilità. Italo condivideva la stessa casa, in una sorta di grande clan animato da diversi bambini liberi e chiassosi, con le famiglie dei fratelli Guido e Mario, anche loro schivi e di poche parole, e la madre Michela. Da questa realtà di tanto in tanto si astraeva: appoggiato ad un rudimentale bastone, si fermava accavallando un piede sull'altro e guardava lontano; assorto in questa posa inseguiva chissà quali pensieri. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • Una terra montana ricca di squisiti formaggi e siti archeologici

    L'Alto Molise rappresenta sicuramente uno dei territori che meglio hanno conservato il paesaggio rurale e la cultura contadina. Siamo nella provincia di Isernia, nella zona interna del Molise, in un territorio montano appartato, solitario e sconosciuto, dove il traffico delle auto è quasi assente e il rumore di fondo è il canto degli uccelli. In questo territorio - che consigliamo di visitare in primavera, per la fresca bellezza della natura, ma anche in autunno, per i bellissimi colori del paesaggio e per la possibilità di effettuare l'acquisto dei tipici formaggi che vengono venduti proprio in questa stagione - più che altrove si sono conservate antiche tradizioni rurali, rimaste integre con il passare del tempo. La cultura contadina autentica è miracolosamente ancora viva e un sapore di antico si respira nell'aria, ma di un antico nobile, impreziosito da un artigianato ricco di echi lontani, da espressioni artistiche popolari. Basti pensare che in questa zona si producono le campane per le chiese di tutto il mondo e che l'antica tradizione degli zampognari tinge ancora i caratteri della cultura locale, sino ad evocare il fiabesco, la leggenda. Il paesaggio è il vero protagonista della scena; un paesaggio che si distende in ampie visioni di monti e colli che si susseguono in diversi profili di terre mai troppo scoscese. Qui i monti non sembrano tali, ma piuttosto delle ampie colline, o meglio dei poggi, dei colli arrotondati e talvolta distesi sulla sommità in assorti altipiani. Si ha sempre la sensazione di un territorio selvaggio, anche quando viene coltivato e non si comprende mai bene il confine tra la campagna e la natura. Qui, la protagonista è l'erba, o meglio le erbe dei monti, i fiori di campo, quelli selvatici; le erbe dei campi di fieno, i profumi intensi di una campagna rimasta intensamente bucolica. Le praterie sembrano sconfinate, i verdi cangiano in tutte le tonalità stagionali, sino a divenire gialli aranciati e bronzati nelle estati siccitose. Dove finiscono le praterie, cominciano le foreste, i boschi, i boschetti, la macchia, le fustaie e poi ancora la prateria e infine la gariga (macchie di arbusti sempreverdi intercalate a radure erbose). I vecchi frutteti, le siepi di biancospino, prugnolo o rosa canina, i piccoli campi immersi in un mare di erba, i segni dei tratturi, le piccole chiese rupestri, le antiche masserie, testimoniano di una civiltà rurale che disegna ancora il paesaggio senza contraddizioni con la natura. E tutto questo per chilometri e chilometri, senza altro a turbare lo scorrere di un paesaggio senza tempo, se non piccoli borghi o silenziose cittadine, come Agnone, San Pietro Avellana, Capracotta, Carovilli, Pietrabbondante, Vastogirardi. Eccoci nel territorio dell'antico popolo dei Sanniti Pentri Siamo nel territorio dell'antico popolo italico dei Sanniti Pentri che ci hanno lasciato diverse opere importanti, come le cinte murarie megalitiche e soprattutto il teatro di Pietrabbondante, il teatro antico più alto d'Italia, sito a più di mille metri di altitudine. Nei piccoli paesi è possibile assistere ad alcune tra le feste popolari che hanno saputo meglio mantenere una intensa autenticità, assai lontana dal folklorismo di maniera. Qui vi è ancora un popolo contadino e di pastori che vive la propria cultura istintivamente, senza la contaminazione della modernità. I piccoli centri montani, tutti compresi tra i 900 e i 1.400 metri di altitudine, sono sovente racchiusi in forme nettamente distinte dal territorio circostante. In queste terre così ricche di verdi pascoli, l'allevamento ovino e bovino ha radici storiche che si perdono nel tempo. L'Alto Molise è terra di tratturi, qui passavano infatti le antiche vie erbose attraverso le quali le greggi venivano portate dal vicino Abruzzo verso il Tavoliere della Puglia, a svernare in luoghi più ospitali e meno freddi. L'Alto Molise ha conservato anche visivamente, almeno in alcuni tratti, i segni dei tratturi. Qui passano infatti i tracciati di ben tre tratturi: Celano-Foggia, Lucera-Castel di Sangro, Pescasseroli-Candela. La cultura della prateria nell'Alto Molise non è solo transumanza, ma soprattutto allevamento bovino, all'interno di un'economia agrozootecnica basata su prodotti "poveri" ma di ottima qualità. In questo quadro si muovono figure dal sapore antico come i massari, i vaccari, i mastri casari (cascieri), i buttari: tutti personaggi che ancora è possibile incontrare in queste terre sospese nel tempo. Sono i formaggi e i tartufi le più autentiche tipicità dell'Alto Molise In un simile contesto storico e naturalistico i formaggi, soprattutto quelli vaccini, rappresentano senza dubbio la più autentica tipicità dell'Alto Molise. A cominciare dalla "stracciata di Agnone", il caciocavallo, le scamorze dell'Alto Molise, le trecce. La tecnica di base per ottenere tutti questi prodotti è quella classica della pasta filata, tradizionale anche in diverse altre aree dell'Appennino centro-meridionale, ma che qui mantiene una spiccata originalità e una tipicità conferita soprattutto dalla particolarità dei pascoli. Il latte crudo viene messo a scaldare in contenitori di rame, o caldaie di acciaio, a una temperatura di 38° C, poi vi si versa il siero acido del giorno precedente. Si aggiunge quindi il caglio di vitello lattante. Dopo circa 20 minuti si rompe la cagliata in granuli grandi quanto chicchi di mais e si lascia raffreddare il tutto per circa un'ora. La pasta è ormai pronta per essere sistemata sul tavolo spersore, tagliata e filata in acqua bollente. Dai diversi tipi di lavorazione si ottengono diversi formaggi a pasta filata. Per produrre la "stracciata" si lavora la pasta in tini di legno e con arnesi di legno, al fine di ottenere delle strisce larghe dai 3 ai 5 centimetri, che una volta salate vengono ripiegate su se stesse in pezzature da 500 grammi. La "stracciata" è ottima fresca, da consumarsi al massimo entro uno o due giorni; ma se ciò non avviene, il formaggio diventa burroso, tipo stracchino, e quindi spalmabile. Dalla pasta filata si può ottenere anche il caciocavallo, il tipico formaggio vaccino che ha la forma di una grande pera. La pasta viene inserita in un contenitore e premuta a mano, bagnata in acqua bollente. La lavorazione a mano serve a spurgare la pasta dal siero e a conferire la tipica forma che rende inconfondibile il caciocavallo. Inconfondibile è anche il sapore, tendente al dolce, con spunti aromatici che nelle versioni a lunga stagionatura arrivano sino al piccante. La scamorza ha la medesima lavorazione del caciocavallo e così pure le trecce, nate dall'abilità e dalla fantasia locali che hanno creato la tipica forma originale a forma di treccia, appunto, dove lunghe strisce di pasta filata vengono attorcigliate tra loro. Nell'area si producono anche altre tipologie di formaggio, tra cui il ben noto formaggio pecorino di Capracotta, la cui area di produzione interessa tutto l'Alto Molise. I formaggi citati possono essere acquistati nei numerosi caseifici artigianali o nelle piccole aziende agricole zootecniche, in tutti i centri del comprensorio. Carovilli, Vastogirardi e San Pietro Avellana sono famosi anche per il tartufo bianco e per quello nero, che insieme ai formaggi caratterizzano l'ottima gastronomia locale. I luoghi da visitare II centro più importante dell'Alto Molise è Agnone, che racchiude una serie di motivi di attrazione, a cominciare dal centro storico ricco di testimonianze artistiche. Le antiche case in pietra, i bei portali, le numerose chiese, il convento di Santa Chiara e il monastero di San Francesco con il bellissimo chiostro. E soprattutto ad Agnone si respira più che altrove un'aria di antico, quasi di magico. Non a caso, in questa cittadina si producono le campane per tutte le chiese del mondo. Qui ha sede infatti la Pontificia Fonderia Marinelli (consigliata una visita al museo delle campane). Agnone è anche famosa per l'artigianato e in particolare per la lavorazione del rame, dell'oro e del ferro battuto. Capracotta, a pochi chilometri di distanza, è uno dei borghi più alti dell'Appennino, sito a 1.421 metri di altitudine; qui le nevicate sono particolarmente abbondanti e il paese ha saputo creare una solida tradizione nel campo degli sport invernali. In particolare gli amanti dello sci da fondo possono trovare delle piste talmente ben curate ed attrezzate da essere state scelte come sede di uno degli appuntamenti del campionato del mondo di sci nordico. Capracotta conserva un bel centro storico con le caratteristiche case in pietra e le strade lastricate. Pietrabbondante (1.027 metri di altitudine) è un centro agricolo montano famoso soprattutto per i resti archeologici del teatro-tempio dei Sanniti Pentri che risale al II° sec. avanti Cristo. In particolare, il teatro rappresenta una perfetta sintesi tra architettura ellenistica e struttura italica. Notevoli sono i grossi sedili in pietra scolpiti nella roccia. San Pietro Avellana (960 metri di altitudine) è famoso per la raccolta e la valorizzazione del tartufo bianco (mostra, la prima domenica di novembre) e del tartufo nero (prima domenica di agosto). Vastogirardi (1.200 metri di altitudine), in splendida posizione, con vista sul gruppo montuoso delle Mainarde, conserva una solida tradizione nell'arte casearia che ci ha regalato le particolarissime "treccine", dette appunto di Vastogirardi. Qui la pasta filata viene lavorata in un modo del tutto singolare; dopo la coagulazione il formaggio viene fatto riposare in modo che possa assumere una consistenza tale da poter essere lavorato a trecce. Nel comune di Vastogirardi merita una visita anche la Riserva di Montedimezzo che tutela una bellissima foresta ad alto fusto di faggio. Della Riserva fa anche parte la foresta di Collemeluccio, nel Comune di Pietrabbondante, distante circa 20 chilometri, dove invece si può ammirare una rara foresta di abete bianco, ricordiamolo, l'unico abete autoctono (originario) dell'Italia peninsulare. E come scordare Carovilli (1.100 metri di altitudine), noto centro per la produzione del tartufo bianco, in splendida posizione tra boschi e prati verdissimi e vista panoramica sui gruppi montuosi del Matese e delle Mainarde. Da ammirare anche i casali rurali in pietra che si trovano nelle praterie circostanti; nei pressi la già citata foresta di Montedimezzo. Marco Manilla Fonte: M. Manilla, L'Alto Molise, una terra montana ricca di squisiti formaggi e siti archeologici, in «Vita in Campagna», XXIII:6, Verona, giugno 2005.

  • Da Capracotta alla Germania

    Correva l'inizio dell'anno 1960, quando all'ufficio di collocamento di Capracotta arrivò dalla Germania una richiesta di manodopera. Questo, in base ai contratti di reclutamento di manodopera previsti tra l'Italia e la Germania dall'accordo del 1955. Gli iscritti alle liste dei disoccupati vennero avvertiti dell'offerta di lavoro, al ché cinque di essi decisero di accettarla facendo quindi domanda. Dopo qualche settimana ai cinque arrivò l'invito di presentarsi a Verona per sottoporsi ad una visita medica. In quella città, infatti, c'era la sede della commissione tedesca istituita appositamente per accertare lo stato di salute delle persone interessate ad emigrare in Germania. Va ricordato che allora non esisteva la libera circolazione dei lavoratori come la conosciamo oggi. Per poter arrivare in Germania gli interessati dovevano sottoporsi ad una visita che, visto come veniva espletata, era da considerare al limite della violazione della dignità umana. Solo chi era sano al 100% passava; gli altri venivano rimandati a casa. Ed era proprio questa la paura di tante persone, cioè quella di non superare la visita e quindi vedersi rispediti al mittente, il che comportava la perdita di denaro, che allora non c'era, per le spese necessarie ad affrontare il viaggio per Verona. I primi cinque capracottesi partirono l'11 Aprile del 1960 e si chiamavano: Pasquale Carnevale, Nicola Colangelo, Enrico Di Ianni, Donato Pollice e Giovanni Potena. Arrivati a Verona tutti e cinque superarono le visite mediche. Quattro di essi, caricati su un treno, furono mandati a lavorare in una cava di pietre nei paraggi di Baden Baden, al sud della Germania. Mentre il quinto, Enrico Di Ianni, approdò nei pressi di Stoccarda, in una fabbrica di legno compensato. Arrivati a destinazione, i quattro vennero sistemati in una baracca senza né bagno e né acqua. E lì rimasero, qualcuno per soli otto mesi, fino cioè alla scadenza del contratto. Qualcun altro, dopo il ritorno a Capracotta per le festività natalizie, la primavera successiva tornò di nuovo a lavorare in quel luogo per rimanerci ancora qualche anno. Quelli che non tornarono a lavorare nella cava di pietre, al ritorno in Germania si cercarono un altro lavoro e vi rimasero a lungo. Uno di essi, Donato Pollice, che come tutti gli altri voleva restare in Germania solo per pochi anni, continua a vivere ancora lì, assieme alla moglie ed ai figli che lo raggiunsero nel 1966. Infatti, il sogno di queste persone era quello di tornare in Italia non appena messi da parte i soldi necessari per comprare una casa nuova, magari non a Capracotta da cui tutti scappavano in quegli anni, ma in una città dove i figli potevano fare una vita diversa da quella che loro avevano conosciuto. Tuttavia, ben presto si dovettero rendere conto che l'emigrazione non era un capriccio, ma una mano forte e pesante capace di piegare il destino delle persone. Questi emigrati hanno svolto le mansioni più basse ed i lavori più duri, sempre accettate per necessità ma anche in cambio di certezze contrattuali e retributive quasi sconosciute negli ambienti sociali e lavorativi da cui erano partiti. Le condizioni di vita della prima generazione ha poi condizionato quelle delle successive generazioni a causa del rigido sistema scolastico e formativo tedesco che, per l'alto tasso di selettività che esprime, tende a riprodurre i ruoli sociali di partenza. Il basso grado di integrazione degli immigrati italiani in Germania rispetto ai ruoli sociali che sono stati loro riconosciuti pur nella fase di sensibile evoluzione e sviluppo che ha caratterizzato la storia recente di questo paese, trova, secondo me, in sostanza due risposte ragionevoli: prima di tutto, ha funzionato il grande scambio tra buoni salari, buona attesa pensionistica e buoni servizi sociali da un lato ed accettazione di mansioni e ruoli di rango non elevato dall’altro. In più, la permanenza in Germania da parte dei nostri emigrati è stata concepita e vissuta come una presenza temporanea, in vista di un auspicabile ritorno in patria. Ma la presenza temporanea, via facendo, si è trasformata in insediamento stabile ed in molti casi definitivo per l'affiorare di elementi che non erano compresi nell'iniziale progetto di vita, e che solo con il tempo vi sono entrati in maniera preponderante. Il radicarsi dei figli e dei nipoti; l'investimento dei risparmi in terra tedesca, in particolare nelle case; la convinzione, con l'avanzare dell'età, di non poter fare a meno della qualità dei servizi sanitari e sociali, che ancora non trova adeguato riscontro in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali. Nell'anonimato democratico e civile degli italiani in Germania, al quale evidentemente non sfuggono né i molisani, né i pochi capracottesi rimasti, vi è dunque un duplice segno che va pazientemente decifrato. Da un lato vi è un segnale di progresso sociale, cioè di lavoratori stabilizzati che sentono meno il morso del bisogno e della tutela o che ad un certo punto del loro percorso lasciano un'occupazione dipendente e si avviano verso un'attività in proprio. Dall'altro una rivelazione assai preoccupante di un'esclusione sociale ancora forte e di una conseguente ricaduta in aree di marginalità indistinta, dove è difficile recuperare una pratica attiva dei diritti in collaborazione con soggetti sindacali e politici. A questo punto tengo a precisare che non è mia intenzione mettere in cattiva luce gli italiani che vivono in Germania, ma cerco di descrivere la loro reale situazione che vede, come accennavo prima, anche degli esempi positivi. Certo è che la colpa, se di colpa si può parlare, di questa difficile situazione, non va attribuita solamente agli stessi italiani, ma soprattutto al Paese ospitante. Perché, nonostante la Germania fosse una storica terra di immigrazione, è mancata, da parte dei governi succedutisi nel tempo, la volontà di attuare concrete politiche di integrazione sociale dei lavoratori stranieri. Questi, infatti, pur essendo, grazie anche all'impegno del Sindacato, sempre stati integrati dal punto di vista lavorativo, poiché indispensabili a sostenere il boom economico tedesco, non hanno mai beneficiato di interventi volti a garantire il loro inserimento nella collettività (vedi ad esempio la mancanza di adeguate politiche scolastiche). Per anni il Sindacato, che mi onoro di rappresentare, si è battuto affinché venisse varata una legge di tutela e integrazione per i lavoratori stranieri, ma solo negli ultimi anni il Governo tedesco ha varato una legge che dà un minimo di garanzie sociali (ad esempio corsi di lingua per i lavoratori stranieri). Un'ultima osservazione vorrei farla sui molisani. In Germania è difficile trovarli, sia perché sono dispersi in grandi aree, sia perché non si sono aggregati nei modi usuali degli altri emigrati, vale a dire in associazioni paesane e regionali. Per motivarli verso il Molise occorre prima individuarli e realizzare una possibilità di colloquio. Tuttavia, per farlo bisognerebbe avere un progetto serio e strumenti adeguati, forniti dall'iniziativa degli enti pubblici. Ma dov'è tutto questo? Giovanni Pollice Fonte: G. Pollice, Da Capracotta alla Germania: uomini in cerca di fortuna, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Padre Marcello e il centerbe

    I protagonisti di questa storia sono padre Marcello da Campozillone, al secolo Enrico Lepore, e padre Luciano De Paola da Capracotta, entrambi transitati tra il 9 settembre 1961 e il 30 giugno 1966 nel Convento dei frati minori cappuccini di Isernia. La loro vita monacale - e l'amicizia che li legava - li ha soprattutto avvinti a una delle figure più carismatiche del francescanesimo moderno, quella di san Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione (1887-1968), quando i due frati oravano e predicavano tra le mura del Convento di S. Giovanni Rotondo, con padre Marcello e padre Luciano che si occupavano principalmente di regolare l'ordine delle (innumerevoli) confessioni con Padre Pio. Di san Pio, oltre ai miracoli e ai prodigi compiuti, si raccontano centinaia di aneddoti, tutti molto divertenti. E uno di questi coinvolse proprio il casertano padre Marcello e il capracottese padre Luciano. Padre Marcellino Iasenzaniro, biografo di Padre Pio, racconta nel suo libro che questi, «nel partecipare al momento conviviale, stava attento a quanto avveniva o si diceva a refettorio». In un freddo pomeriggio d'inverno padre Luciano e padre Marcello, allora giovani sacerdoti alle prime armi, per allentare la tensione del lavoro che svolgevano intorno al venerabile Pio, decisero di compiere un'escursione sui monti garganici che sovrastano il convento. L'aria era particolarmente gelida e, per riscaldarsi, i due fraticelli pensarono bene di portarsi dietro una fiaschetta di centerbe, un liquore abruzzese ad alta gradazione alcolica, pari a circa 70 gradi. Salendo sulla montagna, assaggiavano di tanto in tanto un sorso del micidiale distillato. Il giorno dopo ognuno riprese il proprio lavoro, con padre Marcello a mettere ordine al confessionale delle donne, «che quella mattina sembrano particolarmente irrequiete, tanto che è costretto ad alzare sovente la voce, per ridurre alla calma le più vivaci». A mezzogiorno tutti a mensa. Padre Marcello, nell'assaggiare le pietanze, si accorse che la sua lingua era diventata insensibile ai sapori, per via del centerbe tracannato il giorno prima. Forse era ancora un pochino ebbro e a padre Luciano - che mangiava di fronte a lui, all'altro capo del refettorio - alludendo al liquore, gridò: – Sento la lingua come bruciata. A quel punto intervenne Padre Pio, seduto al centro: – È perché stamattina hai parlato troppo al confessionale! Padre Marcello, che di solito aveva la battuta facile, decise di non replicare, perché se avesse tirato in ballo la storia del centerbe avrebbe di sicuro "avuto il resto" dal corrosivo Padre Pio! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. S. Calò Mariani e P. Corsi, Foggia medievale, Grenzi, Foggia 1997; A. Dalla Serra, Memorie storiche dei cappuccini della provincia di Sant'Angelo, a cura di A. da Ripabottoni, Curia Provinciale dei Cappuccini, Foggia 1988; M. Iasenzaniro, Padre Pio: profilo di un santo, vol. II, Padre Pio da Pietrelcina, S. Giovanni Rotondo 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Uno xenodochio a Capracotta

    In via Arco a Capracotta, allo spigolo di un fabbricato, rimane a vista una lapide apparentemente incomprensibile, non solo perché è in latino, ma anche perché segnala qualcosa che non esiste più. Si tratta di una pietra rettangolare, limitata da una cornice piuttosto semplice e di grandezza non particolare, dalla quale si ricava con un po' di fatica questa epigrafe: XENODOCHIUM HOC VETVSTA TE MAIORVMQUE INCVRIA PENITVS DEMOLITVM ANNO ITERO 1720 ET 1721 A FVNDAMENTIS REÆDI FICATVM FVIT EX LEGATO R.D. PHI LIPPO BARDARO ET NONNVLLORVM PIETATE Questa pietra non sfuggì a Luigi Campanelli che ne parlò nelle sue memorie sul territorio di Capracotta. Egli annotava, peraltro, che l'area vicina veniva definita con il toponimo di Ospedale. Quest'ultima notazione forse ci aiuta a capire qualcosa che oggi non esiste più, ma che una lapide ci costringe a ricordare. Il termine "ospedale" si riferisce ad una struttura che ha la funzione specifica di accogliere ed assistere persone che si trovano in un particolare stato fisico. Non pensiamo ai moderni nosocomi. Nel Medioevo gli ospedali erano edifici di grande semplicità destinati ad una accoglienza molto sommaria. Quasi sempre non più di uno stanzone dove poteva essere accolta, anche in promiscuità, una persona che aveva bisogno di cure che privatamente non era in grado di farsi fare. Una particolare attenzione a tal tipo di assistenza appartenne a congregazioni laicali che nel regno di Napoli si diffusero al tempo di Roberto d'Angiò con il proliferare delle congreghe dedicate all'Ave Gratia Plena. Lo xenodochio, invece, pare avesse avuto la funzione più specifica di accogliere gente di passaggio. Coloro che genericamente definiamo pellegrini, ma che potevano essere anche semplicemente viaggiatori con interessi religiosi. Insomma una sorta di taverna che però rientrava in una gestione in qualche modo regolata dalle organizzazioni della chiesa. Nell'Alto Medioevo lo xenodochio diventa anche una parte del monastero. Un ambiente collegato, ma esterno al monastero, realizzato in maniera che potesse essere utilizzato autonomamente senza disturbare la vita del cenobio, pur godendo dell'assistenza dei monaci. Ad esempio nel 742 nei pressi di Montecassino esisteva un S. Benedetto ad Caballum nelle cui pertinenze era uno xenodochio. Dovrebbe essere la più antica attestazione della esistenza nell'area cassinese di una struttura destinata ad ospitare i pellegrini. Siamo nell'epoca immediatamente precedente il concilio di Nicea II (787) che dette particolare importanza alla necessità che le chiese possedessero reliquie di santi favorendo ed istituzionalizzando, in fin dei conti, un traffico di ossa dall'Oriente all'Occidente. Non sappiamo quasi nulla del loro funzionamento e come venisse ripagata l'assistenza che veniva assicurata, che aveva sicuramente un costo. Lo xenodochio, dunque, pur essendo espressione dell'organizzazione religiosa non aveva il carattere del monastero, quanto piuttosto del luogo di accoglienza occasionale. Anche per i monaci. Si pensi allo xenodochio che nell'XI secolo la comunità di Montecassino aveva in proprietà a S. Michele sul Gargano, proprio per assicurare una decorosa accoglienza ai monaci che da Montecassino si recavano  nel santuario. La piccola pietra di Capracotta, ricorda dunque che tra il 1720 e l'anno seguente fu demolito l'antico xenodochio e ne fu realizzato uno nuovo. La demolizione del vecchio fu determinata da incuria. Quindi è da presumere che da molto tempo esso non venisse usato. Ovviamente nulla sappiamo della sua forma e della sua consistenza, anche perché non abbiamo manco conoscenza dell'edificio ricostruito. Neppure riusciamo a capire quanto sia stato speso per la ricostruzione che fu finanziata con un cosiddetto "legato" (ovvero per disposizione testamentaria) di Filippo Bardaro e con la generica "pietate nonnullorum", cioè con il contributo volontario di "qualcuno". Possiamo ritenere, però, che la sopravvivenza nella lapide del termine xenodochio, che appartiene alla tradizione altomedioevale, sia un indizio per immaginare che a Capracotta un edificio destinato all'ospitalità e collocato subito fuori della cinta muraria più antica, esistesse, come si suol dire quando non si hanno elementi certi, da tempo immemorabile. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/, 7 settembre 2012.

  • Così 4 milioni di italiani taroccano la villeggiatura

    Fa impressione, ma soprattutto tristezza, apprendere (fonte: il mensile Focus) che in questo momento circa 4 milioni di italiani stanno fingendo di essere in vacanza in posti esclusivi, ma in realtà sono tappati in casa o - nella migliore delle ipotesi - stanno trascorrendo la villeggiatura in posti tanto modesti da vergognarsi di documentarli sulle proprie pagine Facebook. Esempio: uno è in ferie a Capracotta (semi-ridente paesino montano in provincia di Isernia) ma sui social invia selfie dalla spiaggia di Villasimius (paradiso sardo per ricconi). Ma i furbetti dell'autoscatto possono fare ben altro: devi accontentarti di ballare in un dancing di paese? ok, ma puoi sempre mettere in rete un'immagine (costruita) che ti immortala davanti al Billionaire; il vip più famoso che hai conosciuto è Giggi il bagnino o Nando il barista? va beh, però sul web nessuno ti impedisce di photoshopparti con Fabrizio Corona (ammesso e non concesso che «Furbizio» sia meglio di Giggi o Nando); ogni giorno mangi pane e frittata sulla spiaggia libera? niente paura, le applicazioni in grado di teletrasportarti ai tavoli del ristorante Cracco sono abbondanti ed economiche (l'opposto cioè dei piatti serviti da Cracco); la tua unica conquista è stata la cameriera (o il cameriere) della pensione dove hai prenotato una vacanza «tutto compreso» (bevande escluse)? tranquillo, usando la app di cui sopra puoi farti baciare da Belen (se sei un lui) o da Iannone (se sei una lei), o viceversa se sessualmente sei di larghe vedute. Insomma, il mondo dei bluffatori del Ferragosto a cinque stelle regala sempre e comunque orizzonti di infinito squallore infinito. Tutto perché «la verità ti fa male, lo so», come cantava Caterina Caselli, che - giustamente - non voleva essere giudicata da nessuno. Idem per i poveretti delle vacanze del «vorrei, ma non posso», decisi tuttavia a fare un «figurone» con gli amici. In che modo? Trasformandosi in sfacciati turisti tecno-simulatori. Gente che alla fatidica domanda «Dove sei stato in ferie?», non si rassegna a rispondere con un realistico «Albergo Mariuccia, a Capracotta», ma preferisce millantare un fantasmagorico «Hotel Residence Cormoran, a Villasimius». Ma gli «amici», che sotto sotto sono carogne, ti chiederanno di tirare fuori le «prove». E qui nascono i problemi. Tutt'altro che insormontabili. Per evitare di essere scoperti basta infatti procurarsi virtualmente il kit completo del villeggiante-falsario. Nulla di illegale e, per giunta, gratis. Garantito il trasferimento nel paradiso turistico, anche se ti trovi nell'inferno della località più sfigata del mondo. A questo punto cerchiamo qualcosa delle app magiche a misura di (falsi) vip estivi. Roba ideale per Napalm51, il mitico «leone da tastiera» inventato da Crozza: uno che non abbandonerebbe la sua sedia di web-odiatore per nessuna sdraio al mondo. Lui, le ferie, non le prende. Al limite se le inventa. Come quei quattro milioni di connazionali, abituati a navigare su internet esclusivamente per far emergere il proprio ego. Insomma, un popolo di repressi che, per dare un senso al «se stesso estivo», millanta ferie da favola, utilizzando ad esempio l'applicazione Fake Gps «che modifica la vostra posizione su Google Maps, rendendola condivisibile sui social». Trucco ben noto ai tanti professionisti del ritocco col selfie scam che «consente di scaricare, come sfondo per gli autoscatti, scenari di rinomate località». Obiettivo: «Mettere in rete selfie di vacanze finte, spacciandole per vere». Con tanto di vip (inventati pure quelli) applicati con lo sputo del photoshop a fianco al vostro faccione inspiegabilmente sorridente. Per concretizzare l'operazione rivolgetevi con fiducia all'apposito sito PhotoWithMe, che mette a disposizione una lunga serie di immagini di gente famosa in ogni settore dello scibile umano da inserire nell'autoscatto modello-celebrity. Il tutto da mixare con l'applicazione che consente di scaricare lo scenario preferito direttamente da Google Street View. Risultato? «Apparire (senza essere) in resort extralusso, ristoranti costosissimi, discoteche alla moda e spiagge da incanto». «Chi vuole condividere scatti in località da sogno – spiegano gli esperti del settore – ha a disposizione una miriade di app che consentono di inserire lo sfondo panoramico che preferiamo sul nostro selfie. Le più utilizzate sono le app Fake Gps e Fake My Location che permette di raggiungere le località vacanziere più remote rimanendo stesi sul divano di casa». Il tocco di classe per disattivare i sospetti degli amici più diffidenti? «Falsificare anche la nostra posizione su Google Maps». E a quel punto anche i più incalliti malpensanti dovranno arrendersi all'«evidenza». A operazione compiuta, avrete però il problema di non poter più uscire di casa per non rischiare di essere smascherati. E allora niente di meglio che rivedervi il film "Mari del Sud". Ricordiamo la trama: Alberto (Diego Abatantuono) è un consulente finanziario in procinto di andare in vacanza ai Tropici con la moglie e la figlia, quando scopre di non avere più un euro. Per non perdere la faccia davanti a colleghi e vicini di casa, insieme alla sua famiglia si chiude nella cantina della propria abitazione, facendo credere a tutti di essere partito. La necessità di non farsi trovare da nessuno, insieme alla possibilità di osservare le vite dei vicini in loro assenza, dà origine a numerose situazioni comiche all'interno del film. Questo ciò che accade «all'interno del film»; all'interno della realtà, invece, c'è solo la certezza di ritrovarsi in una situazione patetica. Ma ognuno è libero di mortificarsi come vuole. Basta esserne coscienti. Nino Materi Fonte: N. Materi, Così 4 milioni di italiani taroccano la villeggiatura, in «Il Giornale», Milano, 23 luglio 2018.

  • Caproni a Capracotta

    Per lei voglio rime chiare, usuali: in -are. Rime magari vietate, ma aperte: ventilate. Rime coi suoni fini (di mare) dei suoi orecchini. O che abbiano, coralline, le tinte delle sue collanine. Rime che a distanza (Annina era così schietta) conservino l'eleganza povera, ma altrettanto netta. Rime che non siano labili, anche se orecchiabili. Rime non crepuscolari, ma verdi, elementari. (G. Caproni, "Per lei", 1959) La bella cantante napoletana, che è stata invitata a Capracotta per la festa "Mari e Monti", dopo essersi esibita in alcune canzoni anni '70, è venuta a mangiare al nostro tavolo accanto a due simpatici e socievoli signori che poi ho scoperto essere i suoi genitori. A questo trio dagli occhi luminosi ho decantato le bellezze di Capracotta, il fascino di questo paesaggio, che irretisce paesani e villeggianti. Montagne a perdita d'occhio che cambiano forma e grandezza a seconda dei punti di osservazione e della distanza e che col variare della luce assumono velature di colore continuamente diverse. Non solo il paesaggio ho elogiato ma anche quella autenticità, ormai merce rara, che rimanda la gente di questo paese. Persone con salde radici, abituate alla fatica, con tanta voglia di fare e di raccontarsi. Gli sguardi degli abitanti, forse perché fin dai tempi antichi si sono spinti lontani, sono aperti al nuovo. I capracottesi sono stati infatti abituati con la transumanza ad incontrare altri popoli, altre abitudini e altri valori e, in tempi più recenti, con l’emigrazione hanno attraversato oceani e continenti. Per me Capracotta è come un'isola che ti avvolge interamente con il cielo e le montagne e non vorresti più andare via. Dalla terrazza della chiesetta di S. Lucia, sulle pendici del Montecampo, l'emozione è tale che non ti chiedi più nulla perché sei tutt'uno con il paesaggio. Capracotta ti regala la protezione delle sue montagne e quando scendi a valle ti volti a rimirare il suo bel verde condito dalle pale eoliche che sembrano grandi uccelli e ben presto la nostalgia si fa struggente. Al termine del mio racconto i miei occasionali compagni di tavolo erano così tanto entusiasti che la madre della cantante ha esclamato: – Vendiamo la casa di Roccaraso e compriamola qui. Un'altra caratteristica dei capracottesi è quella di aver incoraggiato i figli a studiare, anche a prezzo di molti sacrifici. Come mi ha raccontato un teologo nato a Capracotta, ma presto inurbato a Roma, di questi almeno un migliaio hanno conseguito la laurea e alcuni hanno anche raggiunto posizioni ragguardevoli in Italia e nel mondo intero. Carolina, maestra di ricamo, mi ha raccontato che i suoi figli e i suoi fratelli sono tutti professori, mentre a Lei - donna - non è stato permesso di studiare. Ciò nonostante ha l'aria di essere una intellettuale e mi ha chiesto di dedicarLe la poesia "La ricamatrice" di Giorgio Caproni. Quest'anno infatti per il 2° ciclo di "Donne e Poesia" avevo scelto come tema "Caproni a Capracotta" ed ho letto in pubblico una serie di poesie tratte dalla raccolta "Il seme del piangere" dedicate dal poeta alla madre. Prima di iniziare la poesia "La ricamatrice" ho guardato intorno per cercare la signora Carolina e pur non vedendola, pensando che magari stesse nascosta in qualche anfratto… le ho dedicato ugualmente la poesia a voce alta… Nel sole era il cantare candido, d'un canarino. Vedevi il capo chino (e acre) strappare la gugliata nuova, per ricominciare. (G. Caproni, "La ricamatrice", 1959) Ma Carolina, maestra di ricamo, non era proprio venuta, confermando così quello spirito un po' da monelli, più volte da me riscontrato tra i capracottesi di ogni età. Restando nel tema della monelleria, un altro tipico personaggio è Natalino un ex-elettricista che, alle porte di Capracotta, ha costruito da sé una casa-laboratorio esclusivamente con materiali di riciclo e un sistema acustico e di illuminazione eco-compatibile. Un pomeriggio siamo andati a trovarlo e ci ha accolto con canzoni anni '70 insieme a pane, formaggio e a un "goto de vin" che io e la mia amica padovana non ci siamo lasciate scappare. All'ingresso di questo regno fai-da-te (cucina, focolare, cantina, sala da pranzo, ripostiglio e veranda) campeggia una frase curiosa e ironica: "Qui abita nessuno". Giusi Anna Salmaso Fonte: http://www.vivereconcura.it/, agosto 2010.

  • Il Paesello

    L'uomo lascia il Paesello, ma mai il Paesello lascia l'uomo. L'uomo porta sempre con sé una parte del Paesello, il ricordo di quei prati, quella piazzetta, quel panorama, tutto gli rimane vivo nella mente, inciso nel cuore, ed ivi rimane una parte di quella casetta, la scuola elementare, la chiesetta e i luoghi ove si sono trascorsi i più bei giorni della vita, la fanciullezza, il sacro luogo ove riposano e sorvegliano i suoi antenati. Vi sono eredità nella vita che invecchiano ma non si cancellano. L'uomo emigra in lontani continenti ma il cuore, lo sguardo, rimangono sempre sul paesetto; s'incammina per le vie di Londra, si intrattiene nei caffè di Parigi, si perde tra i grattacieli di New York, si incanta nei misteri d'Oriente, ma è il Paesello che domina il pensiero, lo sguardo. L'uomo lascia il Paesello per una nuova dimora, una nuova vita e diviene il Magistrato, il Diplomatico, il Mago Industriale ma in sé è sempre quel ragazzetto del Paesello. Il Paesello, sia una città, sia una borgata con due casette e una sola via, ma, piccolo o grande, sono le memorie della fanciullezza che ne fanno una metropoli, un po' di quella fanciullezza avvolta nella storia di ieri. Il gioco del pallone, la gita in campagna, i primi giorni di scuola, la vendemmia, la prima comunione, la ragazza a cui avevi rubato il primo bacio, la chiamata alle armi, tutto è parte del Paesello, parte dell'uomo, malgrado la grandezza, malgrado i titoli e gli onori acquistati. Vi è sempre quella nostalgia che lo induce al ritorno, a incamminarsi per la via di ieri ove il cuore rinasce e il corpo ringiovanisce. Il Paesello è un nido di memorie ove i sogni si realizzano, le riunioni di famiglia, il ritorno dello zio d'America, il battesimo del neonato, il matrimonio della cugina, i canti folcloristici. L'uomo ritorna al Paesello e lo trova cambiato: nuova generazione, nuova vita, nuova dimensione, cerca i vecchi amici, si incammina per la via di ieri e osserva, il passato ritorna, nulla è cambiato e lì l'albero di ciliegie che spesso rubava, il balcone della ragazza del primo bacio, la montagna che adesso sembra una collina, tutto sembra piccolo oggi nel Paesello, ma piccolo è il mondo, gli anni comandano cambiamenti e ci recano nuovi valori, nuova vita, ma il Paesello, malgrado che esista solo nella memoria, è il luogo più bello, il luogo più grande che esista. Il Paesello. John Paglione (trad. di Fernando Di Nucci) Fonte: J. Paglione, Il Paesello, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Massoni del "Verrino Trionfante" in via Falconi

    Vi ho già raccontato della lunga permanenza, tra il 1821 e il 1824, del carbonaro Salvatore Pitocco a Capracotta (qui) e dell'arresto del brigante Giovanni Wolff, il 21 ottobre 1864, nelle campagne di Macchia (qui). Quelle sono due pagine relativamente importanti nella storia della nostra cittadina sulle quali ho tentato di far luce. Oggi voglio aggiungere un nuovo tassello a quegli studi, sperando di allargare i margini della ricerca sulla massoneria e la carboneria capracottesi, sul brigantaggio e la Reazione, sui moti liberali e l'Unità d'Italia. Due sono stati gli studiosi nostrani che, a un secolo di distanza l'uno dall'altro, hanno affrontato questi temi in modo organico e approfondito: Oreste Conti con "I moti del 1860 a Capracotta" (1911) e Alfonso Battista con "Capracotta e l'Unità d'Italia" (2011), a cui si aggiunga la monografia sulla "Identità molisana e Unità d'Italia" (2012) curata dalla Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino" della Diocesi di Trivento, diretta dal nostro don Alberto Conti. Oreste Conti ci informa che, prima del 1841, «a Capracotta si era costituita una società segreta improntata e animata dal verbo massonico. Ne fu subito duce, o presto divenne, il reverendo D. Michelangelo Campanelli, avendo a compagni fondatori D. Gaetano e D. Amatonicola Conti, D. Francesco e D. Bernardo Falconi». Il nome della società rimandava "Al Verrino Trionfante", in una mistura di idee rivoluzionarie e identità rusticale che non mancherà di generare qualche sorriso in chi legge. Le riunioni del gruppo massonico avvenivano alla Casa della Madonna, l'ex asilo infantile di Capracotta, e dopo il 1859 ebbero luogo in casa di Filippo Falconi, futuro grande benefattore del popolo capracottese. Chi scrive è convinto che la massoneria (e la carboneria) abbiano svolto un ruolo fondamentale e positivo nello sviluppo culturale, ideologico e spirituale d'Italia, propagando i semi del liberalismo e della democrazia. Soprattutto nel Mezzogiorno, la loro segretezza era dovuta al persistere di un potere arcaico e feudalistico che non permetteva pubblicità a idee che minavano la struttura cristallizzata della società. Tornando ai nostri giorni, spero che molti di Voi avranno notato, al civico 14 di via Nicola Falconi (poco prima della scalinata di via Sannio), un singolare fregio sul portale di quel bel palazzotto in pietra. Il fregio riporta chiaramente un compasso - indiscutibile effige massonica, segno dello spirito, dell'astrazione e dell'intraprendenza personale -, le iniziali D. V., la data del 1893 e diversi altri elementi che cercherò di decifrare. Ma com'è possibile che un massone abbia fatto scolpire il compasso sulla chiave di volta del proprio portone di casa, mettendo in pericolo la società segreta cui apparteneva? Chi potrebbe essere quel D. V.? E che voglion dire gli altri segni presenti assieme al compasso? Al primo quesito rispondo grazie alla data stessa: nel 1893, data di edificazione del palazzo, erano probabilmente venuti meno i presupposti della segretezza. Il Regno d'Italia era ormai un dato di fatto e il proprietario dell'edificio forse voleva rivendicare con orgoglio i propri trascorsi nella massoniera capracottese del Verrino Trionfante. Per quanto riguarda le iniziali del nome, è difficile scoprire chi abitasse in quella casa oltre 120 anni fa. Dalle interviste effettuate sono riuscito a risalire al nome di Donato Vizzoca (forse il figlio di Florindo, che prese parte agli scontri capracottesi del 1860?), colui che certamente costruì l'edificio ma che non ne era proprietario. Ciò significa che o Vizzoca utilizzava il compasso come stemma della propria impresa edile (ma allora dovremmo trovarne altri in paese) oppure gli fu commissionato da chi abitava lì. Per quanto concerne gli altri simboli presenti assieme al compasso, posso ipotizzare che si tratti di una squadra (a sinistra) e di una piuma (a destra): la prima vuole simboleggiare la misurazione della realtà oggettiva; la seconda è la metafora dell'anima massonica, poiché «libertà, uguaglianza, rispetto, rendono il cuore del massone leggero come una piuma». Infine le foglie: nel simbolismo massonico troviamo spesso quelle di acacia, a rappresentare la speranza e la continuazione della vita dopo la morte, legate al mito di Hiram, l'architetto del Tempio di Gerusalemme. Credo che i massoni della loggia del Verrino Trionfante abbiano invece sostituito l'acacia con qualche arbusto prettamente capracottese, ad esempio il biancospino o, più ragionevolmente, l'agrifoglio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria, One Group, L'Aquila 2011; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; A. G. Mackey, Lessico massonico. Vocaboli, simboli, riti, significati e regole, Atanor, Roma 2018; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino", Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia, Gemmagraf 2007, Roma 2012.

  • 40 anni fa i primi inning in terra tarantina

    È forse un adagio un po' troppo utilizzato ma rimane pur sempre vero che, da un punto di vista sportivo, nelle bocche della maggior parte dei tarantini c'è spazio solo per masticare il calcio. È vero oggi ed era sicuramente vero 40 anni fa. E d'altronde non poteva essere altrimenti, se si considera che il 31 ottobre 1976, in un Novara-Taranto di Serie B, faceva il suo debutto con la maglia rossoblù il bomber di Capracotta, Erasmo Iacovone. La città dei Due Mari si preparava insomma, proprio 40 anni fa, a vivere il suo breve, intenso e in una certa misura drammatico biennio di glorie calcistiche, quello di cui tutti i padri tarantini raccontano inorgogliti e commossi ai propri figli. Ai successi del mondo del pallone faceva coro un rimarchevole impegno da parte dell'amministrazione comunale di allora nel campo dell'edilizia sportiva, di cui non si sottovalutava l'importanza sociale. Come sottolinea lo storico Giuseppe Stea, «delle attuali strutture sportive pubbliche, l'80% fu progettato e realizzato dal 1976 al 1983», a testimonianza di una grande attenzione per la creazione di spazi comunitari per la pratica sportiva in ogni quartiere. Non è allora forse un caso che, pur nel monopolio calcistico sulla nostra città, proprio alla data 17 ottobre 1976 risalga la prima partita ufficiale di baseball giocata a Taranto. In quella domenica autunnale di quaranta anni fa, la neonata formazione jonica della A.S. Baseball Mitem Sud ospitò al Salinella B la più esperta compagine salentina del GBC Cus Lecce, in un incontro valevole per la seconda giornata della 1° Coppa C.A.B.S. Mar Vin, un torneo di preparazione alla serie C organizzato dal CONI e dalla FIBS in Puglia. Sono questi i dati che emergono dall'archivio raccolto in questi anni, con cura certosina, da Antonio Maggio, presidente dell'attuale rappresentativa jonica di baseball, i Tritons Taranto, e dai ricordi di alcuni pionieri del Batti&Corri locale, come Piero Romano o Mimmo Galasso. Attraverso una serie di trafiletti di secondaria importanza su testate quali "Il Corriere del Giorno" e "La Gazzetta del Mezzogiorno", si riconosce, talvolta nitidamente, talvolta lacunosamente, l'attività in quegli anni di un fervente movimento in rapida crescita. Quella A.S. Baseball Mitem Sud si era costituita, con tanto di presentazione alla stampa in un bar del Borgo, in data 29 giugno. Lo sponsor, in una città come la nostra, non poteva che essere una ditta dell'indotto dell'Italsider, e il presidente e finanziatore della nuova impresa sportiva, il commendatore Angelo Guarini, fu in parte spinto a caricarsi di quell'onere dall'affetto verso suo figlio, appassionatosi allo sport nazionale americano. Si potrebbe quindi pensare che il baseball a Taranto fosse nato come frutto di un isolato atto di mecenatismo interessato. Niente di più falso. Veniamo infatti a sapere da Mimmo Galasso, storico lanciatore tarantino e negli anni '90 dirigente dei Maran 74, che, nei due anni precedenti alla nascita della Mitem, ben quattro squadre di baseball, più o meno amatoriali per organizzazione, erano attive nel nostro territorio. Queste usavano sfidarsi tra loro in partite stracittadine su campi di fortuna, tra i quali lo spiazzo antistante la palestra Ricciardi rimaneva il preferito. La Mitem stessa nacque dalle ceneri di una di queste formazioni, la Leader Taranto. Volendo andare ancora più indietro nel tempo, il baseball era approdato per la prima volta a Taranto, come in tante altre realtà italiane, insieme alle truppe alleate alla fine del secondo conflitto mondiale. Nella città du spezzijedde (una versione locale del gioco della lippa, imparentato questo a sua volta con gli antenati angloamericani del baseball) però, lo sport americano per eccellenza sembra aver attecchito su un’iniziativa tutta locale. Fu infatti il cestista Passariello, ammaliato dal fascino della disciplina, a coinvolgere alla metà degli anni '70 i primi ragazzi della periferia tarantina alla pratica di questo nuovo sport. L'entusiasmo per la novità e la bellezza del gioco fecero il resto: si stima che, entro il 1976, una quarantina di ragazzi avessero già indossato un guantone e lanciato la palla con le cuciture. Alcuni tra questi riuscirono appunto a coinvolgere l'imprenditore Guarini, il quale nel settembre 1976 si dichiarava impressionato dalla loro fame di sport: «Guardando questi ragazzi non me la sentii di dire loro di no [...] si tratta di ragazzi veramente in gamba, volenterosissimi». A quella prima Mitem Sud, che trovava in un tarantino purosangue come Piero Romano uno dei propri giocatori di maggiore prospettiva, non mancava l’internazionalità. Il lanciatore partente era infatti spesso l'italoamericano Eupremio Hayworth, mentre il miglior battitore era indiscutibilmente l'italoaustraliano Ferrari, autore di un homerun al debutto assoluto della squadra a Monteroni (Lecce) e scomparso purtroppo anni addietro in un terribile incidente stradale. Oltre ai pionieri con la divisa navy blue della Mitem, non va dimenticato l'apporto straordinario di Michele Dodde, arbitro di quel primo storico ball game al Salinella. Generale in pensione dell'esercito, Dodde era in quegli anni contemporaneamente giudice di gara, cronista e fotoreporter del baseball primordiale a Taranto e nel resto della Puglia, una vera e propria colonna portante per il movimento dunque. Certo è che sfogliando le testate locali di quei mesi possiamo notare come non mancassero errori e incomprensioni quando era il momento di dedicare qualche riga al baseball: per fare degli esempi banali, la Mitem diventa talvolta Mitez e l'arbitro Dodde viene citato come Doddole in più di una sede, ma le foto che ci rimangono di quella prima partita del 17 ottobre 1976 tramandano una significativa verità su cui riflettere: la curiosità attorno al baseball era qualcosa di notevole nella Taranto dell'epoca e l'attendance era sicuramente superiore a quella in cui oggi si può sperare per una qualsiasi partita di Serie C Fibs al Sud. Nell'intento di celebrare una storia ormai longeva, nella speranza di ritrovare quell'entusiamo originario e di vivere in futuro nuovi glory days col baseball a Taranto, i Tritons si stanno facendo promotori di una mostra-evento in occasione di questo sorprendente quarantesimo anniversario, da tenersi in dicembre nel capoluogo ionico. Nell'attesa, ho l'onore di tramandare ai posteri il tabellino di quella partita senza precedenti che, quarant'anni fa, inaugurò il cammino del baseball a Taranto: GBC Cus Lecce-A.S. Mitem Sud Taranto 5-4 (I), 2-1 (II), 5-1 (III), 0-1 (IV), 0-0 (V), 0-0 (VI), 12-7 (tot.). Partita sospesa al VII inning per insufficienza di luce. Marco Costante Fonte: https://www.percontotuo.it/, 17 ottobre 2016.

  • G come Gettone, D come Depuratore

    Se la Parola rappresenta una delle forme di potere per eccellenza, quale occasione migliore per sfogliare un Dizionario tranese, fatto di parole, iniziali messe in evidenza, tra vizi e virtù della nostra città, mini storie e personaggi da dimenticare o da esaltare? È in questa rappresentazione e altalena di potere e parola, sfumature e randellate, carezze e sberle, che vi offro una nuova idea, una nuova rubrica. Buona lettura. Ogni martedì, su Traniviva. Baciamo le mani. S come Sgommato: nell'ultimo numero di "Avviso di chiamata" ho citato un consigliere comunale di larga stazza come Gianni Gargiuolo. Il bello è che in una nota pubblicata sempre da Traniviva, dallo stesso GG, il Nostro ci chiede apertamente un nomignolo. Provocato, lo accontento subito. Ricordandomi la sua faccia uno di quei simpatici pupazzi della fortunata serie di Sky, non potevo esimermi. Gianni Gargiuolo è lo Sgommato per eccellenza. R come Rendicontazione: a parte quella che prima o poi si farà all'interno della traballante maggioranza retta da Gigi R., un regolamento di conti già strisciante ma che prima o poi sarà esplicito e roboante, viste le tante provette di veleno che si stanno sommando intorno al gruppo dirigente in questione, noi tranesi stiamo aspettando un'altra rendicontazione, molto più prosaica, ma utile per capire che fine fanno i soldi pubblici. Stiamo parlando della rendicontazione del mitico TIF: ce la promisero in estate, con conferenza stampa annessa. Stiamo ancora aspettando. Forse si aspetta la nomina dell'addetto stampa comunale per fare una gran cerimonia? L'ultima volta che in consiglio comunale Beppe Corrado ha chiesto notizie sulla questione, qualcuno invece di rispondere - a sentire lo stesso Beppe C - è letteralmente sbiancato. D come Democratici (tranesi): i lupi perdono il vizio ma non il pelo. In questo momento di travaglio, passaggio e transizione, faranno finta di non pestarsi più i piedi e faranno finta di andare d'accordo. Dopo l'elezione di Renzi vedremo. Tra Cuccovillo, Ferrante e De Laurentis, Avantario, quattro storie e quattro anime politiche completamente diverse, quale sarà il piatto offerto dai piddini tranesi? Minestrone riscaldato o ragù con rutto continuativo? T come Talpa: raccolgo il grido di dolore dei colleghi della mia redazione, in quanto non mi occupo propriamente di cronaca: ma come è possibile che per le notizie provenienti dal Comando dei Vigili urbani, ci sia sempre e solo un'unica testata giornalistica locale che riporta per prima notizie riguardanti l'attività della Polizia locale? A quando, come in tutto il mondo, anche a Capracotta, un elenco mail a disposizione per mandare segnalazioni contemporaneamente a tutte le testate e non solo ad una? Talpa amica di una sola testata, se ci sei, batti un colpo anche a Traniviva. D come Depuratore: onde evitare nuovi rossori a maggio e giugno, sia per i bagnanti in acqua, sia per i politici, che poi devono trovare scuse, cominciamo fin d'ora, a costo di sembrare un po' squinternati, come il folle che a Ferragosto ti chiede cosa fai la sera di Capodanno, a martellare perché sia mantenuta la promessa di avviare in questo autunno i lavori di ripristino del prezioso elemento, il Depuratore, appunto. Cellamare, Scaringi e co. andate fin d'ora con pinne ed occhiali a Palazzo a rompere i maroni settimanalmente al Professore Assessore Ambientale e al lucido Gigi. G come Gettone: non è possibile che i consiglieri comunali tranesi guadagnino più del doppio di quelli barlettani per il gettone del consiglio, ma soprattutto per quello di presenza, molto più frequente e preziosa, come per i bambini i gettoni delle giostre, relativo alle Commissioni. Mi piacerebbe essere una mosca per vedere che fanno e dicono e decidono in quelle commissioni, perché io e gli altri cittadini, dobbiamo poi scucire dalle nostre paghe, quei settanta euro e passa a botta. Riducetevelo! Giovanni Ronco Fonte: https://www.traniviva.it/, 19 novembre 2013.

  • Castelli, viabilità, paesaggi del Molise medievale

    Il castello di Pesche costituisce un eccezionale esempio di recinto fortificato in Molise: a pianta trapezoidale, sorge a mezza costa sul versante meridionale del monte San Marco (m. 931) in posizione di controllo sulla valle del Carpino e su Isernia con ampia visuale sino a Venafro e al fiume Volturno. Conserva nell'angolo nord-occidentale il mastio costituito da un torrione merlato posto al vertice della fortificazione preceduto da due torri semicircolari affrontate, una ad est, l'altra ad ovest, impostate sul pendio naturale della roccia; quattro torri di dimensioni minori sono individuabili nella fitta vegetazione lungo le mura di cinta, due mediane e due angolari sui lati settentrionale e orientale; la torre nell'angolo sud-orientale si conserva integralmente poiché è stata adattata a colombaia; è probabile che altrettante torri fossero presenti anche sul lato meridionale e su quello occidentale, distrutte e obliterate dalle successive cellule edilizie. Il borgo murato di Vastogirardi, a ridosso del tratturo Celano-Foggia, si trova in cima ad uno sperone calcareo dell'alta valle del Trigno; sul versante settentrionale una barriera rocciosa separa il territorio di Vastogirardi da quello di Capracotta con rilievi che oscillano tra i m. 1.300 e i m 1.350 e che scendono fino al Piano Sant'Angelo e alla Difesa Grande, la valle lacustre dove nasce il fiume Trigno. Il borgo è caratterizzato da una cinta muraria che racchiude un'ampia corte: si tratta di un nucleo ancora abitato con il palazzo ove un tempo risiedeva il feudatario e la chiesa di San Nicola di Bari che si trova nel punto più elevato del borgo, in posizione simmetrica rispetto alle due porte di accesso; la residenza signorile, invece, nasceva riadattando il corpo di guardia che doveva essere presente a difesa della porta di accesso al borgo sul lato nord-occidentale; le mura che cingono il sito sono caratterizzate da un'altezza costante frutto dell'adattamento alla conformazione geomorfologia del sito; l'orizzontalità delle mura stesse è spezzata dalla presenza di tre torri: una rompitratta a pianta circolare posta sul lato settentrionale e due angolari, una circolare nell'angolo orientale del recinto e la torre presso la porta principale di accesso al borgo, nell'angolo nord-occidentale, a pianta poligonale. Le due porte di accesso si trovano sulle due estremità del crinale, su cui si adagia il borgo fortificato: una, quella principale, sul lato nord-occidentale, l'altra, secondaria, sul lato sud-orientale; la porta nordoccidentale venne inizialmente fortificata con un torrione, il donjon. Se i recinti e i borghi murati costituiscono un piccolo numero, sono assai numerosi gli esempi di borghi con castelli-residenza, ossia provvisti del castello, la residenza del feudatario, la maggior parte dei quali hanno subito interpolazioni e riadattamenti che spesso ne hanno cancellato l'impianto originario. Per alcuni di essi, tuttavia, è ancora possibile distinguere il nucleo originario. Tra gli esempi più caratteristici ricordiamo quelli di Bagnoli del Trigno, Pescolanciano, Carpinone e Macchiagodena. Il castello di Bagnoli del Trigno, a cavaliere delle valli del torrente Vella e del fiume Trigno, seppur oggi in stato di rudere, conserva la sua strategica posizione svettando tra le due valli con un ampio controllo sul territorio circostante e su Pietrabbondante a nord-ovest e Civitanova del Sannio a sud-ovest; è a pianta quadrangolare con massicce mura perimetrali a scarpa; in età rinascimentale, sotto il controllo della famiglia Sanfelice, il castello fu oggetto di ampliamento sui lati nord ed ovest. Le massicce mura a scarpa del castello di Pescolanciano poggiano direttamente sul banco roccioso, come un'integrazione orografica alla rupe stessa. Esso si trova alle propaggini nord-orientali del monte Totila (m. 1.359), su uno sperone roccioso che scende ripido sul lato nord-orientale sfiorando il tratturo Castel di Sangro-Lucera con dolce pendio sul lato meridionale, ove inizia l'abitato odierno. Nell'angolo nord-orientale è riconoscibile il mastio, originario nucleo fortificato dell'edificio; a pianta quadrangolare, appare più alto del resto del castello rinascimentale. Il castello di Carpinone presenta i caratteri di una residenza fortificata che ha subito molteplici trasformazioni e rifacimenti. L'edificio domina il fiume Carpino. Un complesso sistema collinare interessa il versante meridionale e nord-occidentale, mentre sul versante orientale un accentuato terrazzamento separa il territorio di Carpinone da quello di Frosolone. L'edificio, a pianta pentagonale, si imposta direttamente sullo sperone di roccia sottostante. Il castello di Macchiagodena si affaccia sulla valle di Boiano in posizione di controllo sulla sottostante viabilità. Lo sperone su cui si imposta, scosceso verso ovest, domina la confluenza di due torrenti. L'edificio è a pianta sub-quadrangolare; restano le basi dei muri perimetrali e tre robuste torri cilindriche, una più grande nell'angolo nord-orientale, una nell'angolo sud-orientale e la terza nell'angolo sud-occidentale. Per tutti questi castelli e borghi murati è attestata l'esistenza tra l'XI e il XII secolo, periodo in cui i normanni si radicarono nel territorio del futuro Molise, da un lato conquistando ed inglobando le precedenti fortezze longobarde, dall'altro costruendone di nuove; da esse si sarebbero originati gli attuali paesi e comuni molisani. Alcuni castelli, come si è visto, rimangono in forma di ruderi, spesso nella parte apicale del centro urbano. È il caso, oltre al già citato esempio di Bagnoli del Trigno, del castello di Pietrabbondante del quale restano alcuni piccoli lacerti murari al vertice del picco calcareo che domina l'abitato sottostante, del castello di Rionero Sannitico nella parte più elevata del paese, di quello di Forli del Sannio, del castello dell'attuale borgo di Rocchetta al Volturno, a pianta rettangolare, che conserva l'impianto tardo-rinascimentale e si eleva sulla viva roccia con ingresso a sud sull'orlo di uno strapiombo; e ancora, del piccolo villaggio di Roccaravindola della cui fortificazione resta qualche traccia al vertice del dosso collinare che domina l'alta valle del Volturno. E gli esempi potrebbe continuare. Il numero delle torri isolate è decisamente esiguo e sono tutte allo stato di rudere. Tra esse: la torre di Santa Maria dei Vignali presso Pescolanciano, la torre di Colle Alto in agro di Torella del Sannio e la torre di Boiano. Degna di nota e di estremo interesse, la torre di Santa Maria dei Vignali con pianta circolare e bassa scarpa; essa trova la sua ragion d'essere nella posizione strategica a guardia del tratturo Castel di Sangro-Lucera e non è un caso che sia impostata al vertice di una precedente fortificazione preromana, fenomeno non raro in Molise; della torre di Colle Alto a pianta quadrangolare di circa m. 5x5, si conserva un piccolo lacerto murario del fronte settentrionale che risulta difficilmente contestualizzabile; la torre di Boiano è anch'essa a pianta quadrangolare ed è ubicata in posizione di controllo alle pendici della fortificazione di Boiano lungo il tratturo Pescasseroli-Candela. Nella porzione orientale della Contea di Molise sono stati individuati una cinquantina di fortificazioni e castelli, la maggior parte dei quali hanno generato gli attuali borghi e comuni. La ricerca, ancora in itinere, sta fornendo molteplici elementi utili ad approfondimenti futuri. Il limite di questo territorio, che per estensione copriva un'area pari a circa la metà di quello occidentale ricadente nel Principatus, si innesta nell'altissimo Molise, a Castel del Giudice, Capracotta e Agnone, passa per Trivento e Salcito, scende poi ad includere Castropignano e Campobasso sino a San Giuliano del Sannio più a sud, risale verso Campodipietra, Sant'Elia a Pianisi, Casacalenda e Guardialfiera per proseguire, infine, piegando verso nord-ovest in direzione di Mafalda e tornare a Trivento lungo il confine che corre parallelo al corso del fiume Trigno. Sul piano geomorfologico questo territorio è molto variegato: offre paesaggi da montani a basso collinari che raggiungono quote comprese tra i 1.746 m. s.l.m. di Monte Campo, presso Capracotta e i 285 m. s.l.m. di Guardialfiera. A parte il picco montano di Capracotta a nord-ovest, le elevazioni massime sono localizzate nel settore centrale dove affiorano le litologie più competenti: da sud Colle Senaglio (950 m.), Colle Marasca (974 m.), Monte Andrea (930 m.), Monte Mauro (1.025 m.); da qui i versanti digradano in modo consistente e progressivo verso nord-est, cioè verso la costa, dove si raggiungono le quote più basse. Procedendo parallelamente ai principali assi fluviali, il Trigno e il Biferno, si tagliano in senso trasversale le successioni geologiche che compongono questo settore della catena appenninica molisana strutturato nel corso della orogenesi mio-pliocenica. Le successioni geologiche sono rappresentate prevalentemente da terreni marnosoargillosi e sabbioso-arenacei, mentre le litologie calcaree, fatta eccezione per la zona di Capracotta e di Agnone, risultano molto più limitate rispetto al Molise occidentale. Gabriella Di Rocco Fonte: G. Di Rocco, Castelli, viabilità, paesaggi del Molise medievale, in «Spolia», Roma, gennaio 2016.

  • Capracotta: trekking nel cuore dell'Appennino

    Un piccolo nucleo di case in pietra fra le vette più alte del Molise. Questa è Capracotta, uno dei comuni più in quota d'Italia con i suoi 1.421 metri d'altitudine. Il punto più elevato del territorio comunale coincide con la sommità del Monte Campo (1.746 metri). L'incontro fra tre regioni è vicino ed è segnato dalla lunga catena delle Mainarde, estremo lembo del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Il paese è una stazione climatica nota soprattutto a chi ama ritemprarsi in oasi tranquille, al riparo dalle rotte turistiche più frequentate, ma anche agli appassionati di sci di fondo: la bella zona di Prato Gentile è stata infatti più volte teatro di competizioni nazionali e internazionali di questa disciplina. In linea con la filosofia della villeggiatura a tu per tu con la natura, attorno al paesino sono stati tracciati ben 130 chilometri di sentieri segnalati, ideali per il trekking e, in certi casi, anche per le due ruote. Le attrattive ambientali sono davvero tante. Nella zona si apprezzano gli ecosistemi tipici della quote medie appenniniche: splendidi boschi di faggio, abetine, radure e alpeggi che in primavera si presentano nella loro veste più seducente e colorata. Ogni tornante presenta scenari non antropizzati e panorami sempre diversi: da un lato le cime delle Mainarde, tutte sopra i 2.000 metri, e il grande massiccio della Majella; dall'altro le valli dell'alto Volturno e del Trigno, il Matese e tutto l'alto Molise. Se poi si capita da queste parti in agosto, si avrà la fortuna di assaggiare la "pezzata", antichissima pietanza a base di carne di pecora preparata dai pastori durante la transumanza, nella grande festa campestre che si svolge a Prato Gentile. Prima di imboccare uno dei tanti sentieri escursionistici ricavati fra queste montagne, vale davvero la pena di fare una visita al Giardino della Flora Appenninica (lo si incontra proprio sulla provinciale che collega l'abitato a Prato Gentile, a 1.550 metri d'altitudine). I circa 9 ettari di parco costituiscono un rarissimo esempio di "orto botanico naturale", perché la maggior parte delle specie botaniche che vi si incontrano sono spontanee ed endemiche della flora dell'Appennino centro-meridionale. La stessa architettura interna del giardino è naturale e non presenta segni di intervento umano, se si escludono le opere di sistemazione dei sentieri preesistenti e di miglioramento della fruibilità da parte di visitatori e studiosi. L'itinerario escursionistico qui segnalato è un percorso ad anello piuttosto breve (circa tre chilometri) che si sviluppa poco sotto i 1.400 metri d'altitudine, con un dislivello decisamente contenuto (150 metri). Altri sentieri, ben più impegnativi, sono descritti nelle guide in vendita nella zona. L'Anello Di Nucci, intitolato a un socio del Club Alpino Italiano, prende il via a circa tre chilometri da Capracotta, in località Fonticella. Nelle vicinanze degli impianti di risalita per il Monte Capraro si apre uno spiazzo con una fontana e un'area picnic. Da qui partono anche i sentieri per il Capraro e il Cavallerizzo. Lasciata l'auto nel parcheggio si prosegue a piedi, in un primo tempo sulla strada asfaltata per Staffoli. Dopo 500 metri si notano sulla destra una tabella segnavia e un grosso masso con la segnaletica bianca e rossa del Cai, a indicare l'imbocco del Sentiero Di Nucci. Lo si imbocca in senso antiorario, affrontando un tratto in leggera salita fra begli esemplari di faggio e campi abbandonati. Poi ci si addentra nella faggeta, da attraversare sempre seguendo la segnaletica bianca e rossa sui tronchi, fino a una piccola radura che offre vedute incantevoli sul paese e sulla vallata sottostante. Poco più avanti il sentiero sfocia in uno splendido anfiteatro naturale chiamato Coppo della Madonna. L'acustica perfetta lo rende un luogo ideale per ospitare concerti nella stagione estiva. Da qui gli amanti delle scalate possono raggiungere il prato della Crocetta (250 metri a sud-ovest) per affrontare il sentiero segnato che si inerpica fino alla vetta del Capraro (il più alto del Molise settentrionale). Il Sentiero Di Nucci rientra invece nel bosco per salire, in pochi minuti, in prossimità della cima del Monte Cavallerizzo. A sinistra si contemplano lemura ciclopichee la porta d'accesso di un antico insediamento fortificato. Si tratta dei resti di una città fondata nel III secolo a.C. dai Sanniti, la fiera popolazione che per molto tempo sbarrò il passo all'espansione romana. Cento metri più avanti ci si ritrova su una roccia a strapiombo a 1.465 metri di quota: uno spettacolare balcone panoramico con vista sui monti del Matese, delle Mainarde e della Meta. In basso si nota il paesino di Vastogirardi con il castello e, nelle vicinanze, i resti del Tempietto italico (pure di epoca sannita). Poi il sentiero punta verso nord, entrando nella vasta faggeta di Coste Acereta. In effetti si percorre un lungo costone roccioso, scendendo gradualmente nel bosco. Fra gli alberi si intravede l'altipiano di Monteforte con il suo impianto eolico. A un tratto il sentiero piega decisamente a ovest e inizia a salire fra le rocce. Dopo un tratto a zig-zag si torna a scendere in rettilineo mentre la vegetazione si fa meno densa. In un'altra radura si incontra la Fonte della Netta: dal vecchio abbeveratoio sgorga sempre acqua, sebbene non ci siano più greggi da dissetare. Infine si esce allo scoperto per ricongiungersi col tratto iniziale del sentiero e tornare, in poche centinaia di metri, sulla strada asfaltata. Fonte: http://www.cercaturismo.it/.

  • Le due tedesche

    Arlette e Berta erano due tedesche di Berlino che avevano avuto la fortuna di vincere un concorso quali addette all'ambasciata tedesca a Roma. Da sempre amiche avevano qualcosa di particolare, qualcosa di più... insomma erano due trans. In Germania non c'è l'obbligo di trascrivere il sesso sulla carta di identità, nel loro caso c'era una X, erano sempre riuscite a passare per donne, questo le aveva evitato di avere problemi in una società che si proclama liberista ma che, in effetti, è piuttosto discriminante. Arlette era alta, longilinea, piacevole di viso, bionda, lunghe gambe affusolate e piedi da far felice un feticista, Berta stessa altezza ma massiccia di corpo, aveva uno sguardo e un portamento deciso, tette non molto pronunciate, insomma piuttosto mascolina. Amanti della libertà, dopo sei mesi di lavoro in cui avevano avuto modo di imparare l'italiano, decisero di passare un mese di vacanza in un villaggio naturista, insomma di nudisti; vicino Roma ce n'era uno a Capracotta ma lo scartarono per motivi pratici, avevano timore di incontrare qualche persona di loro conoscenza. Girando nel web scovarono il villaggio "Le Betulle" vicino Torino, faceva al caso loro. Per l'occasione pensarono ad un più comodo viaggio in auto; non possedendone, si recarono in una concessionaria Volkswagen ove scelsero la meno costosa, una Up! rossa parva sed apta nobis (Berta aveva studiato il latino). In mancanza della somma in contanti, Berta, che era la "caposquadra", firmò una serie di cambiali e poi, contentissime, presero l'autostrada che le portò con l'ausilio del navigatore satellitare al villaggio turistico "Le Betulle". All'ingresso nessun problema; gli fu assegnato, a loro prudente richiesta, il bungalow più lontano dai luoghi frequentati da tutti. Il capo villaggio Sigismondo, disponibile e sorridente, le aveva accontentate e finalmente le due ragazze si poterono riposare. Ritornate alla realtà si posero il problema della loro nudità dinanzi a tutti, nel villaggio c'era l'obbligo del nudismo. Nessuno, tranne gli addetti, poteva girare vestito e così Arlette e Berta uscirono dal bungalow in costume adamitico. Gli ospiti del villaggio erano tutti abituati alle altrui nudità ma nel vedere due trans rimasero meravigliati, mai successo in passato. Alcune madri si rivolsero a Sigismondo facendo presente che loro non avevano alcun problema nel vedere due trans nudi, il problema erano i bambini che facevano domande su due donne mezze uomini. Cosa rispondere loro? Sigismondo era in difficoltà, quale decisione migliore? Avvicinò Arlette e Berta chiedendo loro di aiutarlo a risolvere il problema, le due accettarono di mostrarsi in pubblico con uno slip, in cambio ebbero un soggiorno gratis di un'altra settimana. Tutto bene allora? Quando mai: Arlette e Berta con uno slip, peraltro mini che metteva in mostra un "bozzo" sospetto attiravano l'attenzione dei villeggianti più di prima; le due dame se ne fregarono, come pure Sigismondo che aveva altri problemi da risolvere. Poi un avvenimento: nell'entrare nella sala del ristorante Arlette e Berta furono interpellate da un signore di mezza età che: – Signorine ci sono due posti nel tavolo dove siamo io e mia moglie Gemma, se voleste accomodarvi sarebbe per noi un piacere. Le due acconsentirono anche perché il cotale con occhiali cerchiati in oro e per lo stile personale dava l'idea di una persona agiata. – Io sono il classico milanese, non per niente mi chiamo Ambrogio e siamo in questo villaggio per la prima volta, voi avete attirato l'attenzione mia e di mia moglie, siamo nudisti come tutti oltre che anticonformisti, non ci meravigliamo di vedere due trans, anzi! Se volete ordinare, cameriere... Gemma era una bella signora di mezza età, capelli tinti in azzurro come gli occhi, bella figura sicuramente migliorata in qualche istituto di bellezza, era piacevole ma non distaccata come tante persone ricche, cercava lo sguardo soprattutto di Berta... – Signore a questo punto propongo una passeggiata digestiva, in vacanza si tende a mangiare un po' troppo, alla mia età crescono il naso e, purtroppo anche la pancia! Si era creata un'atmosfera distesa e amichevole, Gemma aveva preso sottobraccio Berta, il cummenda Arlette. Tutti erano in vena di confidenze e si raccontarono le loro rispettive esperienze: Ambroeus era figlio di gioielliere ed aveva seguito le orme del padre, Gemma era un'insegnate di disegno e talvolta metteva in mostra i suoi quadri in una galleria, le sue opere venivano bene accolte dal pubblico (soprattutto dagli amici). Strada facendo i quattro incontrarono Sigismondo particolarmente  ossequioso con Ambrogio. – Signor capo villaggio vorremmo stare vicino alle nostre amiche, qualora ci fosse un bungalow nei pressi del loro... – Siete fortunati, proprio questa mattina si è liberato un bungalow vicino a quello delle signorine, farò trasferire subito i vostri bagagli in quell'alloggio. Gemma chiese: – Sapete il significato di Sigismondo? È colui che protegge, un nome che gli si addice! A quell'ora attorno alla piscina c'erano poche persone, i quattro approfittarono delle sdraio libere per un riposino. Dopo due ore, di comune accordo si recarono nello store per vedere quello che c'era di bello, gira che ti rigira arrivarono alla vetrina degli orologi, e Ambrogio: – Vedo che la signorine non hanno l'orologio al polso, che ne dici Gemma se facciamo loro un piccolo omaggio? Chiamalo piccolo omaggio! Arlette e Berta misero al polso ognuna un Rolex d'acciaio, non era d'oro ma il loro prezzo era sicuramente alto. Un bacio di ringraziamento tra Berta e Gemma e tra Arlette e Ambrogio, poi tutti a correre come adolescenti. Arrivarono ai bungalow e si sdraiarono sul letto scambiandosi i relativi partners, ripresero a baciarsi ma poi giunse l'ora della cena e rimandarono le coccole a dopo cena. Arlette a Berta: – Che ne dici di deliziarci con un detto latino? – Ut sis noctis levis cena brevis. Applauso a Berta. – Abbiamo capito, ci aspetta una lunga notte di bagordi sessuali e dobbiamo restare leggeri di pancino! Gemma aveva espresso il suo pensiero e soprattutto aveva preannunziato il loro futuro notturno. Niente passeggiata, tutti e quattro avevano il pensiero al sesso e così fu. Berta scoprì in Gemma una "gatta" pelosissima e dalle labbra grandi, anche il popò si apriva e chiudeva ritmicamente, pian piano furono accontentati ambedue magno cum gaudio. Più problematico l'approccio di Ambrogio con Arlette: inizio manuale col cosone della ragazza, un po' più difficile l'approccio orale ma giunto al popò proprio non se la sentiva. Arlette pian piano lo convinse e Ambrogio dovette ammettere che gli era molto piaciuto, ebbe col suo ciccio un orgasmo lungo e piacevolissimo, era diventato bisessuale! Ormai le coppie si erano sparigliate, quasi tutte le notti erano da "Mille e una notte" e fu difficile rientrare nella realtà. Durante l'ultima colazione, prima di ritornare alle rispettive sedi, Berta si esibì con un'altra frase latina: – Concordia magna dilabuntur. Un sigillo a quello che ormai era diventato fra di loro puro amore. Durante il viaggio di ritorno fu Ambrogio che: – Sai cara cosa era durante la Prima guerra mondiale la "Berta"? Te lo dico io. Un lungo cannone a grande gittata che i tedeschi usarono in guerra, la tua Berta come se la passava a "cannone"? Ho capito che aveva un grosso calibro ed una lunga gittata. Ambrogio aveva conoscenze in alto loco nei Ministeri di Roma, talvolta aveva foraggiato qualche ministro e le loro amanti, ne approfittò per chiedere ed ottenere il trasferimento alla Delegazione tedesca a Milano di Arlette e di Berta. Conclusione della storia come da aforisma: «L'amore è un gioco a cui due persone possono giocare e entrambi vincere». Nel loro caso Arlette, Berta, Ambrogio e Gemma vinsero in quattro. La loro storia era pour toute la vie. Alberto Mazzoni Fonte: https://www.aphorism.it/, 16 luglio 2019.

  • Gustavo va al mare

    Ma il messaggio di Luna era ancora tutto lì. Stava ancora tutto lì. C'era tutto. Lo feci scorrere verso il basso. In fondo, Luna aveva scritto: «Mio Dio, come mi piacerebbe che tu mi chiedessi di fare qualcosa insieme, un viaggio, chessò... Mio Dio, come avrei voglia di starti vicino e di alleviare la tua solitudine, la tua malinconia. Sentirmi vivere attraverso il tuo desiderio... Ma non voglio fare la crocerossina, tanto più che questo atteggiamento adolescenziale mi sembrerebbe un po' ridicolo per noi due, per la nostra "seria" professione comune. Dovremmo forse tenere i nervi saldi, ma soprattutto il cuore saldo, per aiutare chi ci chiede soccorso. Un transfert fra noi due, un transfert che assomiglia tantissimo a un innamoramento sembra sembra proprio il colmo». Luna aveva ripetuto due volte sembra, come una sorta di balbuzie del linguaggio scritto. C'era un nome per questo? Boh, avrei dovuto saperlo. Ma perché diavolo scadeva tanto in basso col transfert? Conclusione da adolescente cotta innamorata: «Non sono brava a scrivere lettere d'amore... Magari fossi brava come mio fratello. Lui sì che sa scrivere tutto. Ma ti posso dire che mi manchi, Gustavo. Questo te lo posso dire. Anche quando ti vedo, mi manchi. Mi manchi tantissimo, mio Gustavo... Ti voglio bene. Tua Luna Mio Dio. Il coraggio della rivelazione. Questo almeno Luna ce l'aveva. Bisognava ammetterlo. Ti voglio bene. Detto da lei era come ti adoro. Le mancavo perfino quando mi vedeva. Timida Luna. Compare, scompare e poi riappare. Ma che farsene della rivelazione di una cara amica che dovrebbe restare appunto una cara amica? Mi trovavo in una di quelle situazioni in cui all'improvviso, clic. Un'idea, clic. Una vita nuova, clic. Sì, mi sarebbe piaciuto rifarmi una vita da qualche parte. Una vita nuova, per sfuggire allo stato di cose conosciute. Non che tutte le cose conosciute fossero proprio noiose o fastidiose, no. No. Ma arriva uno di quei giorni in cui si vorrebbe ricominciare tutto da un'altra parte. Da qualsiasi parte. Qualsiasi cosa. In una qualsiasi casa. Volevo entrare in tutte le case, in tutti i cassetti. Essere tutti. Dovunque. Chessò, magari una nuova vita a Pedaso. Oppure Bressanvido, Capracotta, Canicattì, Vigevano, Molfetta, Nereto Controguerra, Pisticci, Diano Marina, Brisighella, Roseto degli Abruzzi, Marostica, Civitavecchia oppure Civitanova Marche, chessò. Come sarebbe stato giardiniere municipale a Roseto degli Abruzzi? Oppure una vita da impiegato comunale a Nereto Controguerra, a Diano Marina? Oppure giornalaio a Civitanova Marche? Queste domande mi giravano in testa. Come sarebbe stato tornare in monovolume dalle vacanze estive sulle Dolomiti, e riaprire la casettina con vista sul mare, magari a Pedaso? In compagnia di una donna, due bambini e un cane. Come sarebbe stato tutto questo? Come sarebbe stato trovare al ritorno il rubinetto del bagno che gocciolava sempre di più? La rabbia, quel tipo di rabbia. Come sarebbe stato riaprire le finestre sul mare e sentire il profumo di bucato mentre vedi sulle terrazze circostanti dieci cento mille canotte e mutande stese al sole ad asciugare? Come sarebbe stato, mettiamo, pensare che da domani si ricomincia il lavoro, e speriamo che la contabilità l'abbia portata avanti il capufficio Righetti? Come sarebbe stato rientrare dalle vacanze a casa dei suoceri e sentirsi felice perché oggi è sabato, perché c'è ancora un giorno per non pensare, e domani non si lavora e si portano i bimbi ai giardinetti pubblici, e poi una passeggiata al molo, e poi un gelato in piazza, e poi al cinema, e poi forse una pizza fuori? Com'era tutto questo? Come sarebbe stato vivere un'altra delle infinite possibilità di vita? Com'era? Come sarebbe stato, guardare in pantofole un soporifero show del sabato sera su raiuno o su retequattro? In compagnia di una moglie che ci ronfava divinamente accanto sul divano di cuoio marrone in soggiorno? Come sarebbe stato udire i bambini litigare sopra in camera e il cane che abbaia sul balcone al gatto che miagola di sotto? Come sarebbe stato accompagnare la moglie dal parrucchiere o aspettarla fuori dai negozi del corso nella passeggiata del sabato pomeriggio? E andare a riprendere i bambini a scuola. E portare fuori il cane per l'ultima passeggiatina della giornata. Il profumo del caldo pane fresco la mattina. Aspettare il turno, in coda davanti a un automat di vhs e dvd, per noleggiare un film da domenica pomeriggio. E magari il sabato sera con la scusa degli amici, prendere la macchina e andare sulla riviera per un po' di sesso nascosto, rapido e indolore. Come sarebbe stato tutto questo? Mettiamo rifarsi una vita a Roseto degli Abruzzi, a Pedaso oppure a Civitanova Marche? Una vita parallela, in uno degli infiniti binari paralleli della nostra esistenza. Una vita nell'universo alternativo di Pedaso. O Roseto. O Civitanova». Mi vennero in mente i Camaleonti. Canzoni d'estate, allegre canzoni colorate. Mi bombardò in testa un'improvvisa nostalgia per quegli anni che avevano sfiorato la mia mente plastica di bambino. Bambino in giro con moto di rivoluzione e di rotazione su se stesso, sopra una giostra che allora doveva sembrarmi tutto l'universo. Con una girandola in mano. Come i matti. Gira gira in tondo, potesse cascare il mondo. Armonie e melodie che mi davano una gran voglia di crescere subito. Volevo diventare grande per baciare in bocca la mia bella maestra bocca d'oro. Mi vennero in mente i Dik Dik e l'Equipe 84. Mi vennero in mente anche i Nomadi. Mi venne in mente Mina e poi Battisti. Mi venne in mente la Formula 3. Mi venne in mente Gino Paoli. Mi venne in mente il sapore del sale. Mi venne in mente Little Tony. Riderà riderà, tu falla ridere, perché. Mi venne in mente riderà. Mi venne da ridere. I miei che mi spiavano dietro la porta, mentre giocavo serissimo con giacche azzurre e indiani in guerra dentro il fortino di legno colorato. Il Fort Allamo, con doppia elle. Così. Pellerossa che poi salivano sul plastico elicottero rossonero lego, e con giacche azzurre trasportate d'urgenza nel metallico ospedale meccano dai pompieri clementoni. A sirene spiegate. Indiani e giacche azzurre enormi che non entravano mai nei mezzi di locomozione e che dovevano arrangiarsi sul tetto. Anche con una ferita al cuore. Giacche azzurre che scendevano nel campo di subbuteo per l'ultima sfida cogli indiani. In quel territorio dove il pallone occupava un quarto della porta. Cowboy che giocavano a palla con gli apache, anche con una freccia nel cuore. Riflettori che non si accendevano. Riflettori dipinti sul campo e che non si accendevano mai, proprio mai. Pubblico assente che non c'era mai. Stavano ancora sullo zero a zero, quando i miei occhi si aprirono di nuovo. Mi manchi tantissimo, mio Gustavo... Ti voglio bene. Tua Luna. Renzo Ardiccioni Fonte: R. Ardiccioni, Hippocampe, Le Presses du Midi, Toulon 2019.

  • Capracotta, neve e sci da fondo

    Capracotta è situata al centro di un sistema montuoso delimitato dai complessi di Monte Capraro e Monte Campo, apprezzato come attrezzato punto di riferimento per tutto lo sci di fondo del centro-Italia. Nello splendido scenario naturale di Prato Gentile, godibilissimo d'estate ed innevato d'inverno, sono stati infatti ospitati nel 1997 i Campionati Nazionali di Sci di Fondo, consacrando Capracotta tra le località di elezione per tale disciplina. La strada descrive per circa 38 km' una dolce ma costante salita scandita dal mutamento della vegetazione che passa dai boschi di cerro e faggio agli arbusti sempreverdi del pino nano e del ginepro. Sul versante adriatico il Comune è raggiungibile dalla Fondovalle del Trigno (n. 650) e da quella del Sangro (n. 652), entrambe vie a scorrimento veloce. Solo il tratto di collegamento con la Valle del Sangro assume i connotati di tipica strada di montagna, passando da 200 m.s.l.m. a 1.421 m.s.l.m. in circa 30 km. Il borgo si presenta con architetture in pietra locale. Architettura in pietra locale, paesaggi brumosi della montagna appenninica, neve che oltrepassa i piani delle case in inverno ed aria fresca in estate, ottimi latticini e pecorino locali. Centotrenta chilometri di sentieri segnati e relativa cartina (reperibile presso la Pro Loco) rappresentano un'ulteriore attrattiva per il visitatore, che non può partire da Capracotta senza aver prima assaggiato la pezzata, pietanza della civiltà della transumanza. Fonte: Capracotta, neve e sci da fondo, in «Camper Press», VI:220, Verona, 27 novembre 2014.

  • Il paese dei balocchi

    Piccoli saggi di democrazia diretta. "Soldi", la canzone con cui Mahmood ha vinto l'ultimo festival di Sanremo, è diventata la più scaricata su internet della storia d'Italia: solo su YouTube è stata ascoltata oltre cento milioni di volte. Per intenderci: "I giardini di marzo" di Lucio Battisti sta sui dieci milioni, "Volare" di Domenico Modugno sui dodici. Non fosse per l'accidente che "Soldi" vinse coi voti della giuria di qualità, cioè delle élite radical chic di Capalbio (a conferma che poi tira lo stesso vento per tutti, a Capalbio o a Capracotta), e non fosse per l'altro accidente, che Mahmood è un immigrato di seconda generazione, quindi in sé disarmonico al sovranismo, e fosse invece soltanto per assecondare la sacra volontà del popolo, "Soldi" potrebbe assurgere a inno nazionale, per di più con quel titolo corrispondente all'unanime aspirazione. Se pensate si tratti di sarcasmo, siete fuori strada: com'è risaputo, dalla maturità è stata abolita la traccia di storia col motivo che lo scorso anno era stata scelta soltanto dall'1,7 per cento dei candidati. L'introduzione del gusto degli studenti nello svolgimento degli esami è un passo deciso lungo il cammino che conduce al paese dei balocchi, nostra inevitabile meta. E l'attestato s'è avuto ieri, quando hanno chiesto al presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, se condivida Di Battista quando propone di derogare dalla regola dei due mandati in Parlamento. È meglio di no, ha risposto Morra, ma se gli attivisti diranno di sì a me va bene. Cioè, se i miei elettori vogliono una cosa sbagliata, io gliela do: sintesi insuperabile di un suicidio collettivo. Mattia Feltri Fonte: M. Feltri, Il paese dei balocchi, in «La Stampa», Torino, 20 giugno 2019.

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