LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Boîtes à surprise
In un teatro periferico dei Prati - il Principe, ripulito rinfrescato ammodernato - abbiamo assistito a "Cantachiaro 3". Una rivista desertica, monotonamente orientata alla satira politica: e la politica v'è scarnita, la satira v'è banale. Cesare Maria de Vecchi (torinesissimo: e non è la sola disgrazia di Torino) vi si esprime in pretto napoletano: «c'aggio a fa'?»; e Luigi Federzoni gli risponde con austerità ed eleganza di cui certificano i versi del ritornello: ...ho paura ho paura ho paura e le mie mutande ben lo san... A che continuare? Non è posto qui per il museo degli orrori. La rivista indigentissima arriva tuttavia al traguardo: merito degli attori, che vi si prodigano con duttile lena: la Renzi, Besozzi, Calindri, Enzo Turco (repertorio del vecchio Scarpetta: "'Nu turco napulitano"), la Mari, Ortensi, Thea Prandi (una parentela mancata: e gelosamente ci duole)m Paola Orlova, Licia Barbara, Marica Spada... Federico Collino è tra gli ultimi fedeli a un ruolo che va scomparendo, se non dalla logica dei testi, dalla consuetudine dei palcoscenici. Non v'è più posto, alla ribalta, per i caratteristi: ché le parti di carattere tentano ormai i primi attori, quasi tutti inclini ai promiscui. Metton parrucca e Ruggeri e Stival, e Benassi e Ninchi, e Cervi e Giorda, e Tòfano e Randone; e attori della specializzazione di Collino e di Barnabò diventano pleonastici alle esigenze della distribuzione. Ma poi che anche Collino e Barnabò hanno necessità alimentari, insidiosamente proposte dallo zucchero a mille e dal burro a novecento, e un sarto del prezzo di Gaetano Terreri, e una manicure del rango di Maria Luisa de Filippis, eccoli accoratamente ma legittimamente decisi: guglielmo andrà con la Osiris, Federico è andato con "Cantachiaro". Senonché, scrollate loro di dosso l'amore, se vi riesce. Anche a "Cantachiaro" Collino ha portato quella disperata passionaccia del suo "porco mestiere". Cambia d'abito, di parrucca, di trucco, di modello e di tipo: quasi recitasse otto dieci atti unici di Wilder o di O'Neill - in un rispetto alla battuta così convinto e fervoroso, da farci a tratti dimenticare ch'è religione ad un totem anzi che a un demiurgo. Mette l'impegno di Edmond Castel e di Orbal: con, in più, la colorita precisione di Collino. Gianni Agus, sbalestrato alla rivista da una vendita in blocco bandita dall'Impresa del Nuovo (lui, Besozzi, Calindi, Collino, la Mari), s'è trovato a dover, non che modulare il couplet, flautare la romanza. Ah non per questo, non per questo il fermento sardagnolo di Agus era gorgogliato dal lontano nuraghe come è fama facessero un tempo i rauchi richiami dei corni! Ma tant'è, Agus ha flautato la romanza: con ritmata dolcezza, all'unisono con quel dolce ritmo che è Maria Marchi: nel sobrio commento di gesti e di espressioni che, se trasmigrassero a Giacomo Rondinella, resusciterebbero la spenta nostra fede nella canzone. E Tina Perna? Il teatro di prosa allinea in campo qualche bellezza aggressiva. Lia Zoppelli, Mirella Pardi, dilicatissima l'una, procacissima l'altra, con differenti schidioni egualmente inchiodano la nostra ammirazione al loro immediato apparire. Tina Perna... Tina Perna la arrostisce a fuoco lento. Graziosa, al primo incontro. Al secondo ci si accorge che la sua nuca è vagamente arcuata; la sua fronte, pensosa; i suoi occhi, mobili e profondi. Sono evidenti, al tezo, la armonia snella della persona, la malizia discreta del seno, il rilievo garbato del fianco, la inquietudine nervosa della caviglia... Sconsigliamo, ai giovani troppo prudenti, l'incontro numero quattro; e il "Cantachiaro" numero tre. Attenta e permeata era, con Ruggeri: non rilevante piccola attrice di prosa. Nella rivista, lascia stupiti. Covava, sotto quella sua avvenenza un poco ritrosa e quella sua acerbità ghiotta, il brio la diavoleria il senso di capriccio di una soubrette. Affrettiamoci. Affrettiamoci a dire che gli attori italiani sono sorprendenti. Eredi diretti delle maschere, sono ancora quelli che, nell'arlecchino Bertinazzi, sommuovevano Parigi assai più di quando non l'abbiano commossa più tardi le Cécile le Miss i Maurice, tutti "national". Oggi re domani servi; lunedì sgualdrine martedì màrtiri: capaci d'ogni metamorfosi e d'ogni improvvisazione, d'ogni atteggiamento e d'ogni accento: clowns maravigliosi della recitazione, miracolati trasformisti delle battute, aedi estemporanei di tutti i festini. Insorgenti di dovunque e d'improvviso: crisalidi che diventano farfalle nello spazio di un'ora, e librano inconcepite ali d'oro; girini che nel volger di una sera divengono prepotenti ranocchi, e invece di gracidare dal pantano conclamano dal prato. La fama lo splendore la gloria del Teatro nostro sono, dai secoli, non nei commediografi ma nei commedianti. Il divino Goldoni, d'Annunzio, Pirandello solcani i “cieletti” come luminose eccezioni: la norma è dettata dai Viola dai Cantini dai Gherardi dai Berrini dai Tieri: buona gente e molto rispettabile, ma più diligenti scrivani e che non imbizzarriti poeti del dramma. La tradizione degli attori, no: non è affidata solo ai Rossi agli Emanuel ai Modena ai Salvini ai Novelli agli Zacconi ai Ruggeri, alle Ristori alle Duse alle Pezzana alle Gramatica; è custodita anche - e forse soprattutto - dagli oscuri o dai non rutilanti: da questi, che alla rivista concedono la dignità della prosa e alla prosa la imprevisione della rivista, che simulano Rabagas o il signor Capanna, Amleto o Patapon, Lucinda o il mostro, con eguale scrupolo eguale impegno eguale estro: in queste attrici minori, che una sera emergono inattese dalla opacità dell'ombra per stagliarsi nella luminescenza di una leggiadria che non s'era notata e di un garbo che non s'era avvertito e di una vivacità che non s'era indovinata. Francesco Prandi Fonte: F. Prandi, Boîtes à surprise, in «Le Scimmie e lo Specchio», 9, Milano, novembre-dicembre 1946.
- Le case della Madonna di Loreto
Da secoli la devozione e il culto alla Madonna di Loreto sono sedimentati nell'inconscio collettivo dei capracottesi. La piccola chiesa della Madonna oggi elevata al rango di basilica, quasi a conferma della sua importanza storico-religiosa, si erge isolata sul crinale che separa il bacino del Sangro da quello del Trigno. È detta Madonna di Loreto perché si richiama al culto tributato in Loreto alla Santa Casa della Madonna. Questo culto trovò notevole diffusione presso le popolazioni dell'Appennino centro-meridionale che praticavano la transumanza, antichissima, perché già praticata dai Sanniti. Dove sorge la chiesa della Madonna ai primi di settembre si concentravano le greggi che si apprestavano a scendere dai monti nelle pianure di Puglia. L'evento veniva vissuto in forma festosa ma anche traumatica. Buona parte degli uomini validi partivano anch'essi e lasciavano nella "casa sui monti" le mamme, le giovani spose, i figli minori affidati alla protezione della Madonna e con tanta nostalgia in cuore. Il mito della casa pesava molto sulla scelta della Madonna di Loreto: a Loreto c'era la casa dove era vissuta la Madonna e l'abbinamento tra quella casa e le case che dovevano essere abbandonate per circa sei mesi stabiliva un dinamismo di sentimenti famigliari e religiosi che attenuava la nostalgia. Dopo la loro partenza i boschi di faggio trascoloravano in colori che passavano dal giallo al rosso intenso poi sulla casa della Madonna e su quelle degli esuli cadeva la neve. Nei lunghi mesi invernali, nelle case pressoché sepolte nella neve, si pensava ai cari lontani e si pregava per loro la Madonna. In Puglia i pastori esuli attendevano con ansia l'arrivo della primavera quando avrebbero ripercorso all'insù i tratturi sul passo lento delle greggi e avrebbero riabbracciato alla Madonna fra lacrime di gioia le mamme, le spose, i figli. La natura nel fulgore della primavera partecipava alla gioia di tutti: e c'è da scommettere che anche la Madonna in cielo versava qualche lacrima, anch'essa contenta. Giovanni Carnevale Fonte: G. Carnevale, La Madonna di Loreto, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- Il poeta Berardino Conti
(Capracotta, 12 agosto 1865 - 19 marzo 1905) Bernardino Gaetano Antonio Conti era il primogenito di Giulio e Giovannina d'Alena, figlia del barone Pietro. Per fratelli ebbe Olindo, Ottorino, Oreste e Nestore, tutti personaggi di rilievo, «assai noti e ricordati nel mondo capracottese del Novecento». Il padre era capo plotone della Guardia Nazionale e fu uno dei protagonisti della rivolta antiborbonica avvenuta a Capracotta nell'ottobre del 1860. Il nonno Bernardo, da cui ereditò il nome, fu invece vicecomandante della Guardia Nazionale quando il cugino Gaetano ne era comandante in capo. Lo zio Amato Nicola Conti fu sindaco di Capracotta e presidente della più importante e ricca congregazione laicale, la Confraternita della Visitazione e della Morte. Da queste brevi notizie è facile intuire come la famiglia Conti, nel XIX secolo, occupasse la maggior parte delle più alte cariche dell'amministrazione civile e religiosa di Capracotta. Del giovane Berardino, però, non si hanno molte notizie, forse perché morì a soli 40 anni, un lutto che segnò profondamente la famiglia, col fratello minore Oreste che, in occasione dell'ode "I miei fratelli", scrisse che è «morto il primo ed il migliore». Berardino, infatti, seguì le orme del padre nella professione legale ma, convinto che «in arte, in letteratura, come in politica si dà ad intendere bianco per verde», amava probabilmente anche dilettarsi nella stesura di versi romantici. Sulle colonne di "Aquilonia" - un periodico «politico amministrativo letterario» pubblicato in Agnone dal 1° gennaio 1884 al 16 giugno 1889 -, nelle edizioni del 16 febbraio 1886, del 10 marzo 1886 e del 22 maggio 1887, ho scovato le uniche tre poesie edite di Berardino Conti, tre componimenti semplici che cantano amori ideali o non corrisposti. Il primo, "Ad una margherita", ed il terzo, "Amicizia", sono classici sonetti a schema ABBA-ABBA|CDC-DEE oppure ABAB-ABAB|CDC-DCD; il secondo, invece, è leggermente più lungo e complesso, con uno schema ABCABC a rima incatenata e una licenza sul quarto verso dell'ultima sestina. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- L'8 settembre nei ricordi di un cappellano del Corpo Italiano di Liberazione
Chi scrive è un salesiano di 95 anni. Ho partecipato alla guerra di Liberazione come cappellano militare. L'8 settembre del 1943 ero a Bari per raggiungere i reparti militari dislocati nel Montenegro. Nel pomeriggio di quel giorno, festa della nostra Madonna, ricercai tutti i paesani militari che facevano servizio in quella città. Comprammo una cassetta d'uva per ricordare nostalgicamente la festa. La sera apprendemmo che era avvenuto l'armistizio. Noi cappellani nel Corpo Italiano di Liberazione (gruppo di combattimento "Legnano") svolgemmo il nostro compito nella battaglia di Mignano Monte Lungo (Cassino). Vi morì anche un capracottese cui dovetti dare pietosa sepoltura. La madre era sfollata a Pescolanciano e col suo comandante di artiglieria la raggiungemmo per darle la triste notizia. Da cappellano rividi Capracotta distrutta nel 1944-45 per quattro mesi di convalescenza. I più lontani ricordi dell'8 settembre risalgono a quand'ero bambino. Era finita la guerra 1915-18 e non c'era ancora stata la Marcia su Roma. Come un sogno, ricordo quando la Madonna dal suo tempio fuori paese veniva portata in solenne processione verso la Chiesa Madre. Squarcióne che faceva inginocchiare il cavallo davanti alla Madonna prima che gli altri, numerosi cavalli gualdrappati sfilassero in processione. La Madonna allora non era solo la Regina del cielo ma anche la gran Signora di Capracotta: possedeva greggi e terre in Puglia. Alle sue ricchezze i capracottesi potevano attingere: era la Madonna che forniva la dote a una ragazza rimasta orfana che doveva sposarsi; era la Madonna che manteneva agli studi fuori paese qualche ragazzo particolarmente intelligente e meritevole. Tutti le volevano bene e ciò spiega con quanta gioia si festeggiasse l'8 settembre. Anche allora, come adesso, tutti sfoggiavano un vestito nuovo; suonava la banda, c'era la fiera, una grande processione per le vie del paese e a notte tutto si concludeva con il cielo che si accendeva di fuochi d'artificio. Costantino Carnevale Fonte: C. Carnevale, L'8 settembre nei ricordi di un cappellano dell'Esercito Italiano di Liberazione, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- Il territorio di Capracotta: note ecclesiastiche del 1500-1600
Rientrando nel corso degli avvenimenti del paese entro il periodo del 1500-1600, si presenta fra essi di notevole attenzione la Chiesa intitolata a S. Maria di Loreto ed una pia associazione formatasi sotto lo stesso nome sempre in epoca imprecisata. La Chiesa stessa, un tempo piccola e rozza, era antichissima, come si rileva da un verbale steso il 27 luglio 1622 (anno in cui fu bellamente rifatta) che ha fra le altre queste testuali parole: «Contulimus in venerabili Ecclesia nuncupata Santa Maria de Laureto extra mœnia dictæ Terræ Capracottæ antiquissime constructa et noviter ampliata»... Infatti, sulla soglia dell'eremitaggio affiancato alla Chiesa stessa, leggevasi incisa la data del 1622 in grossi numeri fino a pochi anni or sono in cui l'eremitaggio stesso fu meglio ricostruito. Questa bella e solitaria Chiesetta, che ispira religioso raccoglimento in chi vi si sofferma, e rispettoso ossequio ai concittadini che le passano innanzi, è la maggiore dopo la matrice, e dette il nome alla strada che vi conduce, un chilometro circa dall'estremo dell'antico abitato. Vuolsi che fosse stata eretta per più intensa divozione dei nostri maggiori verso quella Madonna protettrice dei viaggi, perché in quei dintorni eran soliti di radunarsi con gli armenti per condurli a svernare ai bassi piani nei principii dell'autunno, ed ivi, dopo qualche giorno di permanenza, si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro i fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii raccomandavano nella preghiera l'incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine. Così il sommo fervore di fede che s'andò destando tra i nostri antichi verso quella Madonna, li indusse non soltanto ad ergerle il tempio, ma a profonderle copiose e svariate elargizioni. Terreni, oro, animali, danaro le furon a gara generosamente, forse con sacrifizii, donati. Con tali doni e coi loro frutti, serbati con amore pari alla fede, vennero a costituirle un patrimonio vistoso. Le fù messa insieme una masseria armentizia che raggiunse il numero di 8.000 pecore e capre, completamente attrezzata di reti, secchi, caldai, pali ecc. fornita di oltre 50 animali equini da soma, d'una razza di giumente ed un'altra di più che 100 vacche pure con le relative attrezzature, di 12 bovi per la coltivazione delle terre. Le costruirono un apposito fabbricato in paese per riporvi ogni materiale mobile; foraggi, bestie; dettero a mutuo rilevanti somme disponibili; ne curarono la iscrizione alla Dogana delle pecore in Foggia per farle avere il diritto d'una estensione pascolativa di terre del Tavoliere adeguata al numero ed alla specie del bestiame; le acquistarono perfino una vigna nell'agro di Agnone, ne amministrarono scrupolosamente il patrimonio e lo invigilarono così che pervenne quasi intatto ai nostri tempi. Ma delle vicende di questo patrimonio avrò occasione di intrattenermi in seguito. Parecchie altre confraternite o pie associazioni oltre quella di S. Maria di Loreto s'erano andate formando dal nome di svariate cappelle, di S. Antonio, del S. Sacramento, del Carmine, del Rosario, dei Morti, con notevoli dotazioni da svariate offerte. Esse presentavan l'aspetto di società mutue d'aiuti spirituali anziché di materiali. Ciascuna ebbe la propria amministrazione, la propria gerarchia, le proprie insegne con differenti colori. Così quella del Sacramento in rosso scarlatto, in azzurro quella del Carmine, in nero quella dei morti, in rosso rame l'altra di S. Maria di Loreto; e, nelle lunghe processioni delle principali feste, ne svolazzavano al vento gli stendardi, e brillavano alla luce le cappe e le stole di seta, con le quali gli ascritti si presentavano pure in talune funzioni, o in funebri onoranze. Altre istituzioni d'indole ecclesiastica eran sorte col nome di Badie. Non è stato più possibile trovarne le tavole di fondazione, accortamente fatte sparire al tempo delle leggi 1867-1868 per l'eversione dell'asse ecclesiastico. Non ci restano perciò ricordi del nome dei fondatori, dei loro intenti e delle riserve. Ma in conclusione si trattava della destinazione del reddito d'alcuni cespiti immobiliari in favore di ecclesiastici pro tempore addetti dal patrono a queste Badie. Il diritto di patronato probabilmente veniva riservato alla discendenza dei fondatori, i cui successori nominavano l'ecclesiastico: e questi veniva ad assumere le qualità di minuscolo abate. Queste Badie furon quattro, la prima intitolata ai S. Nicola, Giovanni, Rocco e Sebastiano ebbe l'assegno dei frutti di 270 tomoli di terreni (ettari 67); la seconda di S. Antonio di Vienna si ebbe 40 (ettari 10); la terza di S. Maria della Consolazione 24 (ettari 6); la quarta di S. Justa 15 (ettari 4); come rilevasi dall'Onciario 1743: ossia Catasto delle possidenze compilato per ordine del governo di Carlo III. La Commissione feudale del 1808 definì queste Badie quali Benefizii semplici. Era radicata e persistente nello spirito dei tempi la tendenza alla molteplicità di tante istituzioni ecclesiastiche: Chiese, cappelle, confraternite, badie, santuari, clausure e tutte portarono insieme l'accrescimento del sacerdozio; e il sacerdozio a sua volta l'accrescimento e l'arricchimento di quelle; fenomeno che meriterebbe troppi lunghi commenti. La cura delle anime era affidata principalmente all'Arcipretura, ed anche questa era stata dotata, fra l'altro di 140 tomoli (ettari 35) di terreni. Essa venne coadiuvata da altri sacerdoti. Ma fu nel 1622 che fu dato un ordinamento formale al Clero per l'assistenza alla Chiesa, fissandone ad otto il numero dei componenti cioè l'arciprete e sette sacerdoti partecipanti, cui fu assegnata una dotazione stabile, e con approvazione regolamentare pontificia conferita da apposita Bolla dell'Aprile, di Papa Gregorio XV (Ludovisi). La dotazione sul principio esigua, 24 ducati, fu costituita al preedetto Clero dalla stessa pia opera di S. Maria di Loreto, che poi gliela accrebbe notevolmente, finché quel clero stesso poi ne fu elevato alla dignità di Capitolo collegiale insignito in numero di dodici canonici di nomina vescovile nel corso del 1700. Ma i nostri antichi, con quella ricchezza messa insieme con tanto fervore di fede sotto l'auspicio della Madonna di Loreto lasciarono una ben più vasta orma stampata presso i posteri, prima nella scrupolosa conservazione di quel sacro patrimonio che così poté pervenire quasi intatto ai nostri tempi nei quali fu per le leggi trasformato, non so se bene o male, in patrimonio della congregazione di carità, e poi, ed assai più forse, nella ricostruzione e nell'ampliamento della Chiesa madre oltre all'altra precedentemente compiuta nel tempietto votato alla Madonna predetta. E fu appunto verso la seconda metà del secolo 1600 che dové sorgere imperioso il bisogno di restaurare quella Chiesa, di ricostruirla anzi quasi ab imis fundamentis. Perché due luttosissimi avvenimenti s'eran succeduti in quell'epoca e cioè negli anni 1656 e 1657 che, desolando il paese, avevano inquinata la salubrità degli edifici, e della Chiesa specialmente, la quale era stata pure contaminata col sangue d'un ministro della fede, sparso sacrilegamente e compromessa la santità stessa del tempio. Quei due funesti avvenimenti trovansi sommariamente rammemorati nel Registro parrocchiale impresa dall'Arciprete Carfagna del quale ho fatto cenno. Il primo fu la pestilenza della estate del 1656, quella peste che desolò tutto il Regno di Napoli non meno di quella che sedici anni innanzi aveva desolato la Lombardia, tanto nota per quel che ne scrisse il Manzoni; la seconda per una irruzione improvvisa di una numerosa compagnia di briganti in un giorno dell'estate 1657 che fecero man bassa su quanto potettero. Circa le peste si ricorda che, importata nel Reame dalla Sardegna, si diffuse violentissima. Il primo caso dell'epidemia in paese s'ebbe il 4 Agosto 1656 in persona di Giambattista Di Nucci, per infezione presa certo in paese contermine, e il contagio si propagò con rapidità e con violenza tali che in quaranta giorni vi perdettero la vita 1.126 abitanti, e il paese tutto non ne contava forse duemila. Ultima vittima fu Isidoro Mosca il 13 Settembre. Nondimeno, attesta l'Arciprete Carfagna, a tutti i morti poté esser data sepoltura, di tutti furon segnati i nomi, probabilmente molti potettero avere gli ultimi conforti religiosi. Ma ne fu perciò preso anche lo stesso Arciprete e solo dopo lunga convalescenza poté riaversi. Non si riebbe però il suo sostituto nel pietoso ufficio, Francesco Di Nucci. N'ebbero lode dal loro Vescovo Giambattista Ferruzza. Ora è facile figurarsi quale sgomento si fosse propagato nelle famiglie, quante cose fossero abbandonate o distrutte, quanto disordine nelle abitazioni! Fu allora, m'è dato di credere, che dovettero andar disperse o distrutte tutte le memorie dei tempi anteriori, specialmente le carte e le pergamene. In quella peste perì la piccola popolazione del Casale di S. Nicola della Macchia che fu da allora del tutto abbandonato, come attesta anche il Perrella nelle "Effemeridi del Molise". Quanto all'altro funesto avvenimento che seguì alla peste, l'Arciprete Carfagna stesso segnò nel suo "Catalogus notabilium" come il 9 luglio dell'anno appresso 1657, verso le 8 del mattino, irruppe inaspettatamente in paese una numerosa comitiva armata di quei banditi, o meglio assassini, che in quei tempi scorazzavano indisturbati pel Reame di Napoli, i quali subito si dettero a invadere le case depredandole, ed uccidendo coloro che osavano opporre resistenza. S'impadronirono di Amico Pettinicchio, forse noto come il più ricco del paese e lo rilasciarono quando n'ebbero ottenuto il prezzo del riscatto. Entrarono in Chiesa, dove un sacerdote vecchio d'80 anni, Tobia Campanellì, celebrava messa sull'altare della Trinità. Si ricordava in famiglia che questi, all'udire lo strepito del loro ingresso e del popolo piangente che li seguiva si volse gridando: «Pace fratelli». Ma scorgendoli, sordi al suo grido, intenti a manomettere i sacri arredi di valore, non esitò a redarguirli animosamente, fiducioso forse nei sacerdotali paramenti che indossava e del suo santo ministero, al che uno degli assassini gli esplose quasi a bruciapelo un colpo d'archibugio e il vecchio cadde esanime sulla predella dell'altare cospargendola del suo sangue immacolato, fra le grida d'orrore degli astanti e il pianto delle donne. Il bottino portato via da quei manigoldi fu valutato in circa 30.000 ducati ossia 130.000 lire oro, tra suppellettili, danaro, oggetti preziosi, forse pure bestiame. La compagnia dei banditi era composta da 104 individui, a capo di essa era tal Paolo Fioretti, calabrese e conduttori n'erano pure tali Peppe Nastro e uno soprannominato Boccasenzossi. E si vantarono d'andare in giro per l'onore non per danari né per donne. Tutto ciò fù riassunto nel cenno del Carfagna, e infatti questo annota che fu salvo l'onore delle donne nella invasione. Non passò molto però che quasi tutti furon catturati e giustiziati, come meritavano. Da questi eventi dolorosi e inaspettati il paese tutto resto decimato e sconvolto. Il numero dei fuochi che nel 1652 ascendeva a 254 scese a meno di 150, la casa dei Pettinicchio non si riebbe dal grave colpo patito. Ma l'insieme della popolazione si riebbe presto: molti matrimoni riempirono i vuoti formatisi nelle famiglie, e un nuovo ardore di fede sembrò risorgere in coloro che erano scampati alla morte, ai pericoli. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Provate a fare un Sassicaia a Capracotta!
Il 24 aprile 1980, Luigi Veronelli è in onda con il suo Viaggio sentimentale dell'Italia dei vini: un prodotto curioso, decisamente autocelebrativo, pieno di ospiti straordinari, di atmosfere oniriche e di scelte comunicative destinate a una grandissima fortuna. In quella puntata, girato di spalle, Veronelli intervista un sofisticatore che gli spiega come fare 300 ettolitri di vino da 14° alcolici, partendo da 90 Hl di Montepulciano di Abruzzo: una pratica chiaramente, inequivocabilmente, di sofisticazione, punita dalla legge ieri come oggi. Nella stessa puntata, Veronelli intervistava il professor Ciuso dell'Università di Bologna che spiegava come grazie agli additivi e alle aggiunte si potessero modificare i vini in maniera sostanziale: ad esempio colorandoli con l'enocianina o come fosse possibile aggiungere zucchero agli spumanti, aggirando il generale divieto di zuccherare mosti e vini. Ebbene, fare il vino con acqua zucchero e vari ingredienti o dargli colore con l'enocianina sono reati. Decidere alla sboccatura se vogliamo vendere il vino spumante come pas dosé, brut o dry è un'opzione con centinaia di anni alle spalle, nata in Champagne e standardizzata in tutto il mondo: soprattutto, è una scelta lecita e legale. Parto da queste scelte di Veronelli, quasi 45 anni fa per prevenire il fiume di sopracciglia alzate davanti alla puntata di Report di domenica 18 febbraio, perché lo schema sarà, come sempre quello. In ogni puntata che la trasmissione di Rai 3 dedica al vino vengono accostate scelte legittime, ma che non piacciono alla redazione, a reati. Senza dire che le prime sono gravi come i secondi, per carità, ma basta il contesto no? Ecco, no. Report ha una caratteristica strutturale che pressoché tutte le persone con una professionalità hanno potuto constatare: è divertente, ficcante, addirittura vendicatore quando parla di ciò di cui poco o nulla sappiamo. Diventa di una superficialità condita da vere e proprie perle di ignoranza quando si occupa di temi che un minimo conosciamo. Ecco perché personalmente penso che sia un modello di intrattenimento, ma non un modello giornalistico, per quanto premiato da un vasto pubblico. Nella puntata di dicembre dedicata al vino, il punto di partenza è stato l'acquisto di un podere da parte di un giornalista di Report, che avendo tra le pertinenze un piccolo vigneto ha provato a fare il vino e gli è venuto una schifezza. Così spiegava il casus belli Sigfrido Ranucci a Loredana Sottile del Gambero Rosso. Intervistando i vicini, il giornalista vignaiolo aveva scoperto che il vino non gli era venuto perché non aveva usato le magiche polveri dei piccoli chimici, ovvero gli enologi, fautori dei trucchi prodotti dalle multinazionali. Nella puntata di stasera (18 febbraio), lo stesso giornalista intervista un ex collega che ora fa il vignaiolo e che gli spiega come i lieviti selezionati rendano uguali i vini in tutto il mondo annullando il ruolo del terroir. Si potrebbe subito osservare che allora, il vino ricavato dal podere dell'intervistatore, privo di ogni artifizio, non era venuto male, ma semplicemente rivelava il terroir. Trascurando la denegata ipotesi che fare il vino richieda competenze e quindi potrebbe essere stata fatale l'improvvisazione del neofito. Rimanendo su un piano di comprensione esercitata verso tanta sicurezza, si potrebbe magari obbiettare che se davvero esistesse il lievito per fare Opus One a Capracotta o Sassicaia a Melbourne, come mai il mondo è pieno di vini mediocri e invece i vini di certi luoghi e cantine meritano allori internazionali? E veniamo così al punto dell'ignoranza crassa che alimenta il pregiudizio. Nel mosto ci sono molteplici gruppi di batteri e di lieviti (funghi unicellulari). Quelli che trasformano lo zucchero in alcol efficientemente sono i saccharomyces cerevisiae. Quando questi si sviluppano bene e in fretta, gli altri microrganismi debbono cedere il passo e il vino non avrà problemi a concludere la fermentazione. A partire dal secondo dopoguerra, il migliori ceppi di lieviti individuati in giro per il mondo sono stati isolati e riprodotti, per permettere, a chi lo desidera, di aggiungerli al mosto dopo averli reidratati, e avere così una fermentazione ordinata, prevedibile: una caratteristica desiderata specie in certe aree e certe annate. Ad esempio quando la cantina comincia ad essere troppo fredda o i mosti sono troppo zuccherini. I lieviti non uniformano i vini: se così fosse trovato il lievito giusto, avremmo grandi vini dalla stessa uva ovunque. I lieviti giocano un ruolo molto molto limitato nell'aroma dei vini rossi, perché i precursori aromatici sono nelle bucce in quantità determinanti, mentre hanno più peso nelle fermentazioni "in bianco", ovvero senza le bucce: in questi vini, gli esteri prodotti dai lieviti danno un corredo aromatico a vini che, proprio per l'assenza di bucce nel processo fermentativo, avrebbero meno caratteri propri da trasferire al vino. Se non si usano lieviti selezionati, i vini fermentano con lieviti presenti essenzialmente in cantina, non sulle bucce (a meno che non si tratti di quelle lacerate dalle punture di vespe o calabroni) come pure si crede e naturalmente Report va ripetendo. Ovviamente, aumenta il rischio che altri microrganismi agiscano sul mosto prima che i saccaromiceti prendano il sopravvento e questo può incidere sul prodotto finito e il suo aroma. E non sempre quanto fanno i microrganismi diversi dai lieviti saccaromiceti è desiderabile. Dunque, la base di partenza di Report è un assunto (i lieviti selezionati uniformano) e perpetua un equivoco (i lieviti sono sull'uva, mentre ciò non è vero). Il punto chiave però, e mi sembra giusto sottolinearlo, è che tutta questa filippica contro i lieviti selezionati e il mosto concentrato rettificato (MCR) dovrebbe contrapporre i piccoli (virtuosi, bravi, comunque migliori, secondo l'antica testardaggine di Veronelli) ai grossi produttori industriali. E punta a dare l'idea che comunque, MCR e lieviti selezionati se non sono reati sono comunque deprecabili. In realtà, ci sono produttori da pochissime bottiglie che usano lieviti selezionati e MCR, mentre grandi produttori vi rinunciano più che volentieri. Perché? Perché legittimamente esistono diversi mercati del vino, in misura corrispondente a quanti diversi tipi di consumatori esistono. Se il mercato di un vino è fatto di consumatori quotidiani, simili alla maggioranza dei bevitori di vino del passato, l'uniformità tra le annate sarà un valore, perché il vino sarà una bevanda. Viceversa, se il vino è puro piacere edonistico, fuori dall'abitudine di consumo, allora tanto maggiore è la varietà tanto migliore è la proposta al mercato. Si può giudicare uno metodo come migliore e soprattutto moralmente superiore all'altro, essendo entrambi ugualmente leciti e fondati in ugualmente legittime scelte aziendali? Ne dubito. Laddove Report fa centro è sulla critica delle commissioni di degustazione che oggi sono fatte in modo tale da premiare un modo di fare il vino, che raramente è quello meno standardizzato e interventista. Per correggere questa stortura, anni fa la FIVI propose che nelle commissioni di degustazione ci fosse sempre un vignaiolo produttore, con almeno dieci anni di esperienza. Perché? Perché tra chi decide se un vino corrisponde a un modello definito in un disciplinare ci fosse anche chi rischiava le proprie risorse nel rapporto con il mercato, non solo enologi e assaggiatori. Questo perché, ancora una volta vale la pena ricordarlo, le commissioni di degustazione, con il potere di declassare i vini, sono state una battaglia (vinta) indovinate di chi… esatto, Luigi Veronelli, che le chiedeva con veemenza ne "Il vino giusto" (Rizzoli, 1971). Recuperare all'evoluzione del mercato, che ben conoscono i produttori, le commissioni di degustazione è l'unico modo di non gettare il bambino con l'acqua sporca. Purtroppo, ancora una volta, Report perde la chance di ricordare che l'uso di MCR da quest'anno deve essere indicato in etichetta, come lo zucchero degli spumanti o il metabisolfito di potassio, perché così ha voluto l'Ue nel 2021: una piccola rivoluzione copernicana, che insieme all'etichetta nutrizionale potrà costituire una nuova forma di trasparenza. I tempi cambiano e certamente cambiano le esigenze. Quello che non cambia è il bisogno di avere contezza della multiformità del fenomeno vino, rinunciando a presentarsi come guru e giustizieri della notte, ché il comune destino è segnato, dallo sbadiglio e dal telecomando. Michele Antonio Fino Fonte: https://www.gamberorosso.it/, 18 febbraio 2024.
- Il poeta Giuseppe Maria Pizzella
(Capracotta, 1733 - Roma, 1780) La famiglia Pizzella era una delle più antiche e in vista di Capracotta ma abbandonò definitivamente il paese sul finire del XVIII secolo, trasferendosi perlopiù a Roma. Nella prima metà del '700, tuttavia, vi erano a Capracotta due nuclei di quel casato ed in uno di essi figurava l'agiatissimo Mattia Pizzella, il quale, nato nel 1693, viveva in una casa «palatiata di membri 18» nel Ristretto della Terra ed era annoverato - così come lo era stato suo padre - tra i grandi proprietari iscritti alla Regia Dogana della Mena delle pecore. Mattia, vedovo di Antonia D'Andrea, sposata nel 1712, viveva coi figli Giovanni, Saverio, Nicola e Giuseppe. La figlia Anna Rosa era monaca a S. Chiara in Agnone mentre un figlio di nome Alessandro, purtroppo, era morto infante. Il fratello maggiore di Mattia, Bernardo Antonio, risultava proprietario della medesima casa ma non vi risiedeva poiché era cameriere segreto del papa e, dal 1727, era stato nominato vescovo di Costanza in Celesiria. Ai fini di questa "Prima antologia di poeti capracottesi" è Giuseppe Maria Pizzella, il figlio più piccolo di Mattia, ad aver attirato la mia attenzione perché nel 1778 aveva sposato la contessa Maria Giulia Crisolini, sensibile poetessa iscritta dal 1775 all'Accademia dell'Arcadia, un prestigioso club di poeti bucolici del quale era socia, sotto lo pseudonimo di Lyda, anche sua cognata Maria Cuccovilla (1735-1807), moglie di Giovanni Pizzella. Fu così che Giuseppe Pizzella si trasferì anch'egli a Roma, in casa del suocero, «che abitava nel Palazzo Strozzi», oggi Palazzo Besso, un edificio nobiliare che affaccia su largo di Torre Argentina. Allo stato attuale è possibile attribuire soltanto un sonetto al Pizzella: si tratta di un'ode in morte di Pietro Antoniani (1740-1805), poeta e pittore milanese trapiantato a Napoli, facente parte d’una raccolta dell'editore Mazzola-Vocola costituita da canti funebri che i rispettivi autori avevano declamato a un’adunata accademica del 13 ottobre 1778. Il fatto che Maria Giulia Crisolini poetasse con successo nel circolo arcade - in cui aveva scelto lo pseudonimo di Nigella Caristia - mi porta a pensare che il sonetto che leggerete di seguito possa essere farina di quest'ultima, o che la Crisolini abbia aiutato il marito nella stesura del testo. Tuttavia, per quanto riguarda più specificatamente il canto funebre, Giuseppe Pizzella canta il «felice Eroe» che, elevandosi dalle meschinità del mondo, «se n'ascese al Cielo» al pari d'un santo. Il metro utilizzato è quello del sonetto stilnovista con 14 endecasillabi a schema ABBA-ABBA|CDC-DCD. È interessante notare come la totalità delle fonti consultate fissi l'anno di morte di Pietro Antoniani al 1805, una data indicata per la prima volta da Gottardo Garollo nel suo "Dizionario biografico universale". L'esistenza di una raccolta di sonetti composti nel 1778 in occasione della dipartita del pittore milanese diventa a questo punto la fonte bibliografica più autorevole in grado di correggere la data di morte finora conosciuta dell'Antoniani. Per tentar di completare un sintetico quadro biografico di Giuseppe Maria Pizzella, posso aggiungere che egli morì prima del 1781, poiché in quell'anno sua moglie Giulia scrisse un altro sonetto funebre, "Colpa fu sol dell'uom, se l'empia mano", dedicato alla scomparsa del medico Luigi Visoni, in cui si legge: «Dolente anch'io lo Sposo or chiamo invano / questa di mie pene è la più fiera, / ma se illeso non va chi altrui fe' sano, / ceder conviene alla Nemica altera», lasciando intendere che il marito Giuseppe fosse volato in cielo prima dell'amico Visoni. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- 11 agosto 1877: Garibaldi scrive agli artigiani di Capracotta
Nell'ottica di contestualizzare ed approfondire quei piccoli grandi eventi storici riguardanti Capracotta che sono finora stati trattati con troppa superficialità, credo che sia necessario inquadrare con metodo la lettera con cui, l'11 agosto 1877, Giuseppe Garibaldi (1807-1882), dal ritiro di Caprera, rispose agli «amici» di Capracotta. Inutile spiegare come Garibaldi abbia contributo in modo significativo alla costruzione dell'unità politica del nostro Paese attraverso il pensiero e l'azione, cioè tramite «una sorta di ingegneria sociale [...], una rete di intellettuali liberi e senza pregiudizi». Il fatto che la forma statuale del Regno d'Italia fuoruscita dal processo unitario non sia stata quella immaginata da Giuseppe Garibaldi nulla toglie alla sua grandezza di patriota e di combattente ad un tempo. Tornando alla lettera dell'11 agosto 1877, sappiamo che questa è conservata nel Museo della Civiltà contadina e dei Vecchi mestieri di Capracotta, e la potete visionare scendendo nel fondaco di Palazzo Capece-Piscicelli, sede del nostro municipio. In quella missiva l'Eroe dei Due Mondi ha testualmente scritto: Caprera 11 agosto 1877 Miei cari amici Ricambio con voi un saluto di cuore E sono vostro G. Garibaldi Dato che sembra una lettera di risposta, cosa c'era scritto nella lettera inviata precedentemente da Capracotta? E perché Garibaldi "ricambiava" un saluto con i capracottesi? Chi erano infine i veri destinatari? Sono questi gli interrogativi da sciogliere per contestualizzare il prezioso documento. Al primo interrogativo è difficile rispondere in quanto non ci è pervenuta la missiva che i nostri progenitori inviarono all'Eroe dei Due Mondi ma, visto che la risposta venne firmata l'11 agosto, è probabile che i capracottesi la scrissero nel primo semestre del 1877. Sappiamo poi che, fino al 2010 - data dell'inaugurazione del Museo della Civiltà contadina -, la lettera di Garibaldi era conservata presso una delle antiche società capracottesi di mutuo soccorso. Egli, infatti, intrattenne sempre un costante rapporto con quell'associazionismo popolare democratico che si andava costituendo in Italia tramite le società operaie di mutuo soccorso. Garibaldi ne incoraggiò l'attività, convinto che la futura grandezza d'Italia risiedesse dei lavoratori, e ne favorì la costituzione, offrendo assistenza e consulenza, con l'obiettivo di educarli ed elevarli socialmente e culturalmente. Nel caso di Capracotta, quei lavoratori erano i pastori, gli artigiani e i vetturini, le tre maggiori classi lavoratrici. A tal fine, si pensi che già nel 1862 ben 94 società operaie della nuova Italia risultavano in contatto con Garibaldi, «delle quali oltre 60 chiedevano che egli fosse presidente onorario». Lo storico Luigi Tommasini conferma infatti che «si tratta di una cifra estremamente alta, considerando che alla stessa data la prima statistica ministeriale censiva 443 associazioni in tutta Italia». Nel 1885 le società operaie d'Italia erano intitolate a personaggi storici, artisti, letterati e condottieri, ma l'intitolazione a Giuseppe Garibaldi era la prevalente, soprattutto in quelle di impronta marcatamente democratica. Dopo l'Eroe dei Due Mondi vi erano i nomi di altri patrioti: Giuseppe Mazzini, Felice Cavallotti, Aurelio Saffi, Giuseppe La Masa e i fratelli Cairoli. Per quanto concerne la distribuzione geografica, è invece interessante notare come le intitolazioni garibaldine ebbero una presenza considerevole anche nel Meridione, demolendo quel montante revisionismo storico per cui gli strati popolari del Sud Italia fossero stati generalmente ostili al processo unitario. Emerge, nel complesso, un dato storico importante, ossia che il nome di Garibaldi era largamente presente nel tessuto dei sodalizi mutualistici, sia in relazione all'intitolazione esplicita sia per quanto concerne la presidenza onoraria. Ed è proprio questo il tassello che mancava per spiegare la lettera capracottese. La Società artigiana di Mutuo soccorso di Capracotta venne infatti fondata il 20 luglio 1877 (22 giorni prima della lettera di Garibaldi), per cui probabilmente il consiglio direttivo chiese un saluto di benedizione a colui che, seppur ritiratosi dalle scene, rimaneva comunque una superstar. La Società degli Artigiani, tra l'altro, è sempre stata più "ricca" di quella dei Pastori, nata tre anni prima, per cui è possibile che la maggior agiatezza dei soci abbia alzato anche l'asticella dei saluti istituzionali. Chiudo con una citazione garibaldina contenuta nel suo romanzo "Clelia", che dedico agli infausti araldi della capracottesità digitale: Agli stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. R. Di Nucci, Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43, in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011; B. Gera e S. Minerdo, I mille ricordi. Garibaldi e le società di mutuo soccorso, Arca, Torino 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Settefrati (a cura di), Tribunale di Isernia. Società cooperative. Estremi cronologici (1884-1924), Archivio di Stato di Isernia, Isernia 1984-85; L. Tommasini, Nel nome di Garibaldi: solidarietà e associazione popolare, in M. Ridolfi (a cura di), Giuseppe Garibaldi. Il radicalismo democratico e il mondo del lavoro, Ediesse, Milano 2008.
- Il territorio di Capracotta: appendice al paragrafo XVIII
Per una nozione delle famiglie che popolarono un tempo il paese all'infuori delle già menzionate, indicherò qui appresso quelle numerate nei fuochi del 1545 (23 agosto da Girolarno Brancia) e del 1561 (11-12 Marzo imperante il B.ne Vincenzo d'Ebulo), come nell'Archivio napoletano. Ne1la Numerazione più antica (15 Novembre 1522) fatta da Sebastiano Di Santo da Sepino conservo solo degli appunti relativi al mio casato ed a quello dei Carfagna. Più particolareggiata trovasi nel Libro delle Memorie dal folio 23 al 60 la serie delle famiglie nel 1732, compilata da Giustiniano Caporiccio, Saverio Campanelli e Vincenzo Ferraro, che può essere agevolmente consultata. Nel 1561 i fuochi furono contati in numero di 195. Ometto omonimi e metto un saggio di nomi di donne del tempo: Magnificus Nicolaus Perillus - Angelella uxor - Iohannes de Arcangelo Rentii - Mariella uxor - Loretus De Lorecto - Plotarius famulus Liberatoris - Coloritia uxor - Angelus De Carnevale - Fabritius De Stallone - Dominus Iohannes de Arcangelo de Rentio Archipresbiter Macclæ - Valerius De Masciotore - Marcus de Fabritius de Rentio - Paolus de Baccaro - Pellegrina uxor - Ianigrujs de Ianigro - Mariola uxor - Amicus de Amichella - Gloria uxor - Franciscus de Carnevale - Iacobus de Iannone - Bernardinus de Francisco - Pirrus de Marino ferrarius - Amicus Nicolai de Nofrio - Iulius de Ianne - Marcuccia uxor - Iohannes Franciscus De Cagno - Blasius Nicolai de Majo - Penta uxor - Dominicus De Porcazzino - Blasius de Ruscio - Amicus Sanctus Melocco - Grægorius de Petro alias de Armata - Iohannes de Fonzo - Hieronimus de Maccla - Dellicata uxor - Amicus de Bernardo - Iohannes Piccirillus - Iohannes Antonius de Matthaeo - Marcus Antonius Fabritius - Paolus Paglionus - Franciscus de Amico Colagrossi - Nicolaus de Ciocco - Amicus Colai Ciechi - Dominicus Berardus Potenæ - Antonius Petruccii de Augustino - Rosata uxor - Petrus de Simone - Bernardinus de Sernia - Attilia relicta Lucæ Scuffe - Argentus - Matthæus Amicarelli - Donatus Andreæ Cioffi - Iacobus de Masso - Gentiluccia uxor - Violans relicta quondam Hyeronimi Liberatoris - Franciscus Carphaneus - Falcuccia uxor - Magnificus Antonius Melocchi - Nicolaus De Parisio - Alexander, Corradus, Trojanus De Petracca - Bernardinus Garzone (o Gargano ?) - Rita relicta de Iafaio - Magnificus Bernardinus Baccarius - Iulia uxor - Iohanna relicta Francisci Nardi - Filippus Franciscus de Vito - Andreana relicta Berardini de Gabriele - Iohannes Quaranta - Magnificus Bernardinus Carphaneus - Nicolaus Pepe - Bernardus, Sigismundus de Vito - Do.ne Petrus Nicchius de Trani - Sebatianus de Morrone - Rentius de Gavatta - Laura relicta Iohannis Marinis - Amicus, Bartolomeus Virgilius de Ianne - Muccia uxor - Iohannes Nicolai Ianotti - Nicolaus Rosa - Iohannes de Baccaro - Antonius lacobone - Tiberius de Baptista - Tersilia de Baptista - Iohannes de Baptista - Virgilius de Lozzo - Desiata relicta quondam Antonii Mosche - Lazarus Donati Ianiri - Iohannes de Loysio - Sebastianus de Marchetta - Vincentius Mancini - Gregorius de Iafaio - Annibal de Caporeccio - Franciscus de Caporeccio - Gregorius de Majo - Blasius Malavolta - Hyeronimus Tartaglia - Nicolaus Iafurro - Roccus de Verrone - Amicus Comitis - annorum 33 Laura uxor - Michel Angelus filius - Nicolaus Pezzella - Sancta relicta Petri de Carphaneis - Vespasianus Carphaneo - Dominicus quondam Dominici Campanelli annorum 60 - Carphaneus Salvicti Carphanei - Vitus Francisci de Marco - Angelus Simonis - Onofrius de Onofrio - Pyrrus de Lucarella - Ferdinandus Scalzitti - Generoso del Castello di Sangro - Gratiosa relicta quondam Andreæ Ferrelli - Corradus Petracca. L'elenco dei fuochi, come si vede non è completo: ma gli altri cognomi sono gli stessi. Nella Numerazione del 1641 si notano cognomi nuovi come i seguenti ed in italiano: «Andreana Carfagna vedova di Giovan Carlo Castiglione di anni 36 e Jeronimo figlio - Gregorio Mancini casato in Popoli - Cesare Ciolflo - andato alla guerra - Santo Di Ciò del fu Antuono massaro - Attilia Falcone moglie - Francescantonio Colamago casato a Lavello - Isabella D'Andrea fu Marcantonio». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Polvere di cantoria... in studio medico
Essendo la medicina un compendio degli errori successivi e contraddittori dei medici, appellandosi ai migliori di essi si hanno ottime probabilità d'implorare una verità che sarà riconosciuta falsa qualche anno dopo. Dimodoché credere alla medicina sarebbe la suprema follia, se non credervi non ne fosse una ancor più grande, giacché da questo accumulo di errori si sono sprigionate alla lunga alcune verità. [M. Proust, "Alla ricerca del tempo perduto", 1914] Il 18 novembre 1895 il fisico Wilhelm Conrad Röntgen stava lavorando ad un esperimento in cui, all'interno di un'ampolla sottovuoto, un fascio di elettroni veniva sottoposto ad un forte campo elettrico. Il fisico lavorava al buio a causa del suo daltonismo. Casualmente, si avvide che una lastra imbevuta di platinocianuro di bario, posta a poca distanza, si illuminava di una debole luce e, quando pose la sua mano tra l'ampolla e la lastra, su quest'ultima ne comparve l'immagine. Ma non era la mano nella sua interezza: sulla lastra si poteva osservare solo lo scheletro, come se ne fosse l'ombra. Dall'ampolla stava uscendo qualcosa che attraversava la materia a seconda della densità. Gli elettroni, infatti, sottoposti al campo elettrico, si precipitavano verso il polo positivo e, urtandolo, subivano una violenta frenata: l'energia cinetica ad essi impressa dal campo elettrico si trasformava così in calore e radiazioni elettromagnetiche. Poco più tardi, Röntgen sottopose al fascio di raggi la mano di sua moglie, Anne Bertha Ludwig ma stavolta, al posto della lastra, mise una pellicola fotografica. Allo sviluppo comparve lo scheletro della mano della consorte con tutta la fede nuziale e un leggero contorno dei tessuti molli. Erano stati scoperti i raggi X e iniziava la storia di una nuova branca della diagnostica medica: la radiologia. Nella foto le ossa della signora appaiono nere poiché è un'ombra, cioè una zona in cui le radiazioni sono state fermate dalla densità delle strutture calcificate, quindi un positivo fotografico. Oggi sulle lastre siamo abituati a vederle bianche perché osserviamo un negativo. Non saprei dire quando papà decise di acquistare l'apparecchio radiologico per il suo studio medico. Mi sembra di averlo sempre visto lì, nell'ambulatorio accanto alla scrivania e di fronte al lettino medico che era posto al centro della stanza. Nonostente il ricordo di un bambino lo faccia apparire gigantesco, aveva comunque una mole decisa: la struttura in acciaio satinato con il pannello centrale verticale verde medico davanti al quale c'era la pedana per il paziente e lo schermo fluorescente, mentre dietro il guscio blindato che conteneva il tubo radiogeno dove due piccole saracinesche piombate si aprivano per far uscire e collimare le radiazioni insieme ad un fascio di luce che fungeva da puntatore. Al fianco un braccio metallico sosteneva il pannello di comando per l'accensione, la scelta della potenza di emissione e dei tempi di esposizione. Lo schermo fluorescente, montato su un carrello a spostamento bidimensionale con frizioni e contrappesi, era stato ideato per la diagnosi rapida: il paziente era posto tra schermo e tubo radiogeno, mentre il medico, con opportune protezioni, poteva osservare in "presa diretta" le immagini come su un televisore. Questa tecnica, detta schermografia, veniva utilizzata principalmente per la diagnosi della tubercolosi e della silicosi e per indagini di massa. Sopra lo schermo era presente un pannello in plexiglass trasparente: protezione per il medico dagli eventuali colpi di tosse del paziente con TBC in caso di schermografia toracica. Al di sotto, invece, era stato progettato un telo di gomma piombata per limitare l'esposizione ai raggi dell'osservatore. In aggiunta, con lo stesso scopo, erano in dotazione un grembiule e guanti di gomma piombifera pari ad uno spessore di 0,5 mm di piombo. In alcuni casi la schermografia si utilizzava anche per la riduzione sotto controllo visivo di fratture degli arti ma esponeva l'ortopedico a grosse dosi di radiazioni: radiodermiti e tumori della pelle delle mani sono le patologie tipiche dei primi radiologi ortopedici senza contare le patologie leucemiche. Tuttavia, il tubo si poteva ribaltare e utilizzare per l'esecuzione di esami su lastra: insieme ai meccanici di Capracotta, papà studiò la realizzazione di uno stativo in profilati di acciaio e pannelli di legno dove poter posizionare il paziente in tutte le posizioni necessarie e un cavalletto a saliscendi per alloggiare le cassette radiologiche contenenti le lastre da impressionare. Non era possibile, infatti, acquistare e utilizzare un tavolo diagnostico convenzionale per la mancanza di spazio. Accidenti però se funzionava! In cantina, accanto alla caldaia a carbone, un piccolo sgabuzzino fungeva da camera oscura con la canonica lampada rossa, le vasche di sviluppo e lavaggio, i fili con le clips metalliche per far asciugare le lastre e l'inconfondibile odore dei liquidi di sviluppo e fissaggio: pungenti tra acido e dolciastro. Una buona immagine dipende dalla sensibilità della pellicola, dal tempo di esposizione e dalla potenza associata alle radiazioni: paradossalmente, ad un aumento della potenza dei raggi e della sensibilità della pellicola, corrisponde una diminuzione della dose assorbita e non solo per la riduzione del tempo di esposizione: le radiazioni vengono fermate dalla densità degli oggetti e quindi lasceranno in tali oggetti la loro energia. Una radiazione più potente attraverserà più facilmente l'oggetto in esame lasciando in esso meno energia e con meno rischi biologici se l'oggetto è un corpo vivente. Per questo motivo le potenze degli apparecchi sono via via aumentate con miglioramento anche della qualità delle immagini. Così la diagnosi toracica ma anche delle fratture, che papà personalmente steccava e ingessava. Nei casi più gravi, bisognosi di chirurgia ortopedica, era necessario uno steccaggio temporaneo che consentisse il trasporto del malcapitato paziente verso le strutture idonee. Così provvedeva, aiutato dai falegnami di Capracotta, alla realizzazione di dispositivi di contenimento per evitare che lo spostamento automobilistico potesse aggravare la situazione. Tali dispositivi artigianali, realizzati secondo principi rigorosamente biomeccanici, facevano sorridere gli specialisti di riferimento i quali, però, ad una migliore osservazione ne riconoscevano la reale efficacia e, molto spesso, all'invio di un paziente corrispondeva l'arrivo di una telefonata di complimenti da parte dei colleghi. A fianco all'apparecchio radiologico - per inciso - vi era anche un piccolo laboratorio di analisi estemporanee per la VES e l'emocromo, nonché per la compatibilità trasfusionale di emergenza. Poco discosto, il forno ad infrarossi da utilizzare per la riabilitazione dei pazienti con traumi e pregresse fratture: la preistoria della fisioterapia riabilitativa. Gli esami strumentali erano, allora come oggi, di ausilio diagnostico ma anche i principi fondamentali della semeiotica medica vigevano, allora come oggi: ispezione, auscultazione, palpazione e percussione. Il grande apparecchio venne con noi a Tivoli e troneggiò per molto tempo nello studio ma utilizzato sempre più di rado. Le norme sempre più innovative in tema di protezione dalle radiazioni ionizzanti, l'obsolescenza e la vicinanza di strutture diagnostiche più adatte ne imposero lo smantellamento. Tuttavia, il ricordo di quell'avventura pionieristica sopravvive nell'ampolla radiologica, il cuore del silenzioso "gigante verde", col vetro opacato da anni di radiazioni che papà ed io volemmo conservare insieme alla prima testata ad alta energia del mio studio odontoiatrico, in quella eterna coesistenza di passato e presente che sembra aver contrassegnato tutta la mia vita. Francesco Di Nardo
- La pazienza di Enzo
Millecentotrentatré pezzi: 558 personaggi, 14 cavalli, 42 asini, 113 pecore, 110 volatili e così via. Nei dodici metri quadrati di presepe di Enzo Mosca, esposto nel museo diocesano di Santa Chiara, è racchiuso un lavoro di quattro anni minuzioso e attento al particolare. Ogni pezzo è un lavoro a sé: profilo e ritaglio della sagoma, poi delle braccia, la colorazione, gli accessori. Uno sforzo di pazienza e memoria che l'artigiano e artista del legno sulmonese ha fatto richiamando i suoi ricordi di bambino e i racconti. E così mestieri e usanze del passato sono stati sottratti all'oblio: l'arrotino, il bastaio, il funaio, il seggiolaio. Tutti recuperati e rappresentati, intenti, in una dovizia di particolari millesimali, che curano gli arredi degli interni e le scene di vita quotidiana, a formare un quadro d'insieme: una comunità che fu. Operosa e solidale. Con i bambini che giocano, gli scalpellini che sagomano le pietre estratte dalle rocce, i manovali che costruiscono case in pietra, le donne che impastano il pane. Ci vorrebbe la pazienza di Enzo Mosca, per rimettere insieme quella di oggi di comunità, in carne, ossa e mascherina. Perché il 2021, che ci siamo lasciati alle spalle, è stato un anno divisivo e devastante dal punto di vista sociale, prima ancora che sanitario. La pandemia, superata la paura, si è trasformata in un terreno di scontro: vax e no vax, buoni e cattivi, con e senza green pass, lavoratori e "mantenuti". Abbiamo rovinato relazioni personali e amicizie d'infanzia per una diversa visione di un insieme che, però, sfugge in realtà a tutti. Ognuno aggrappato alle proprie certezze, irrobustite dallo scibile dei contrari della Rete, conditi dall'arroganza di un modello di società che ci vuole tutti primi della classe e non parte della classe. Nell'evento dell'Annuario del Germe tenutosi lunedì scorso al cinema Pacifico, il Premio innovazione, lo scienziato e ricercatore Vito Di Cioccio, ci ha dato, con una umiltà e una chiarezza che è merce rara oggi, una lezione umana e di scienza: «La scienza è fatta principalmente di fallimenti – ha spiegato – e da questi si impara più che dai successi». Ci ha spiegato, uno che alla scienza e ai vaccini ha dedicato la sua vita, che la lotta al Covid è in continua evoluzione e che bisogna adattare le risposte alle minacce, bilanciare i rischi, partecipare tutti a trovare una via d'uscita. La pandemia, d'altronde, non dà tregua e ieri, per chiudere con il botto, si è avuto il record assoluto dei contagi: 220 solo nel Centro Abruzzo, 4.773 nella nostra regione, 144.243 in Italia. Di contro i vaccini hanno ridotto considerevolmente i ricoveri in ospedale e gli effetti più gravi della malattia, mentre il virus sembra finalmente essersi indebolito nella sua ultima variante, nella speranza che presto diventi endemico e, se non innocuo, almeno non letale. Non ne siamo fuori e di questo dobbiamo esserne consapevoli, ma oltre al Covid abbiamo, nel 2022, da combattere un'altra battaglia: rimettere insieme i pezzi della comunità che si è disgregata, fare pace con i nostri simili, ritrovare le ragioni e gli strumenti del dialogo e del confronto sereno. Prima che i ricordi di quel che eravamo e l'idea di quel che dovremmo essere cadano nell'oblio e prima di ritrovarci come pezzi spaiati di un presepe al quale non apparteniamo più. Ci vorrebbe la pazienza di Enzo. Patrizio Iavarone Fonte: https://www.ilgerme.it/, 1 gennaio 2022.
- Buona notte mamma
Mamma, dormi?!... Non mi senti?!... Il suon della mia voce non rammenti?!... Son qui vicino a te prostrato, dal bel lungo cammino affaticato; ho i brividi nel cuor, freddo di gelo, ma il sonno è sì greve, che non senti?!... Ho colto un fior per Te, lungo la strada, laggiù nella scarpata e Lello, lo ricordi il mio piccino, m'ha dato, nel partir, per Te, un bacino, m'ha dato a dirti, sai, cose innocenti, ma Tu dormi tanto, mamma, non mi senti?!... Vien giù muovendo lento, il fitto velo della gelida sera e in flebile preghiera, l'ultimo tocco tremola nel cielo e com'eco risponde il mio singhiozzo, ad intervalli e poi si perde. Qui, sul tuo letto rozzo, ricoperto d'agreste verde, scende caldo l'umor del mio dolore, oh, non avverti il suo tepore?!... Or l'ultimo sospiro d'esto giorno va morendo tra i rami del cipresso e con me vien piangendo qui dappresso, l'ore fuggite ormai, senza ritorno!... Oh, dolci giorni di sogni, tempo caro, quando, mamma, tergevi sul mio viso, il pianto, con amabile sorriso!... La mia vita or non è che un pianto amaro, ma la tua mano è fredda e nuda, bianca di neve nella terra cruda e i pianti miei, ahimé, son tutti vani!... Buona notte, mamma, ci rivedrem domani!... Umberto Colacelli Fonte: U. Colacelli, Voci del cuore, Tip. S. Giorgio, Agnone 2001.
- Mappatura dei musei del Molise: Capracotta
A seguito di una delicata opera di ristrutturazione sono stati da poco ultimati i lavori di recupero di ampi locali nel piano seminterrato dalla Casa Comunale, oggi tornati al loro splendore epocale, che nel passato hanno ospitato le famiglie feudali che si sono succedute nel territorio di Capracotta. Nelle varie sale sono stati raccolti gli attrezzi e gli strumenti della vita quotidiana di un popolo di montagna, che raccontano le vicissitudini di intere generazioni che hanno vissuto sacrifici immani dedicandosi a lavori che a mala pena riuscivano a soddisfare le più elementari esigenze personali e familiari. Oggi le varie stanze vogliono ricordare a tutti il nostro passato, le nostre tradizioni, le arti manuali dei nostri padri. I locali, senza barriere architettoniche, sono pronti a ospitare esposizioni, mostre e iniziative culturali di ogni genere. Capracotta mette a disposizione non solo della comunità capracottese, ma dell'intera regione un angolo del proprio patrimonio storico culturale per favorire iniziative che possano concorrere a dare risalto al territorio dell'altissimo Molise in una concezione di miglioramento dell'offerta e nella contestuale opportunità di offrire spazi ad associazioni culturali, enti, privati, per la promozione e la diffusione della nostre specificità e della nostre vicende. Un ringraziamento a tutti coloro che hanno voluto donare i "beni" di loro proprietà facendoli diventare di pubblico interesse e di "proprietà pubblica". Un ricordo alla figura del compianto Loreto Di Nucci, che negli anni passati si è prodigato nel raccogliere presso le case dei capracottesi importanti reperti e per averli catalogati con il loro nome originale, nel vero dialetto degli anni passati. Antonella Golino Fonte: https://antonellagolino.blogspot.com/, 23 settembre 2016.
- «Un saluto a tutti i capracottesi»: Susanna Tamaro verrà a Capracotta?
Il 28 settembre scorso, prima che uscisse il nuovo romanzo di Susanna Tamaro, avevo già scoperto che questo conteneva delle citazioni su Capracotta e che vi era addirittura un personaggio capracottese. La Tamaro aveva commentato allora il mio articolo con un telegrafico «Grazie per l'omaggio. Viva Capracotta!». In tanti abbiamo acquistato "Il vento soffia dove vuole" e le recensioni, fin qui, sono state tutte positive: c'era da aspettarselo. Il personaggio capracottese del romanzo, infatti, che è il marito della protagonista, si chiama Davide Mastronardi, il cui cognome rimanda alla limitrofa cittadina di Agnone, il che ha rafforzato in me l'idea che la Tamaro avesse avuto contatti con Capracotta e l'Alto Molise. Vi erano poi altri elementi a riguardo. Innanzitutto la descrizione caratteriale dell'uomo, un tipico montanaro delle nostre zone, e poi il racconto dell'organizzazione del matrimonio, od ancora «il medico condotto di Capracotta che era in grado di affrontare la nevicata più terribile per andare in soccorso dei suoi pazienti». Queste parole mi hanno fatto pensare ai racconti sulle gesta di Durante Antonarelli ed Antonio Di Nardo, come pure di Michele Notario. Dopo aver letto e gustato il libro, venerdì 26 gennaio ho deciso di scrivere a Susanna Tamaro per saperne di più. Volevo insomma sapere dove e come era nata l'idea di inserire nel libro un personaggio capracottese e se quest'idea era frutto di una qualche conoscenza materiale - sua o per interposta persona - del nostro territorio. Le ho menzionato proprio il dott. Notario perché, per primo, mi aveva pregato di approfondire questo "mistero" letterario. Al termine del mio messaggio ho ringraziato la Tamaro a nome dell'intera comunità capracottese per averci onorato di un'altissima menzione letteraria. Quattro giorni dopo la grande scrittrice triestina mi ha risposto: Caro Francesco, grazie del messaggio. Amo molto il Molise e nel 2017 ho fatto un bel viaggio che mi è rimasto nel cuore. Sono una grande appassionata di sci di fondo e mi ha sempre colpito che ci fosse una pista a Capracotta: l'ho visitata purtroppo in autunno. E ho voluto rendere omaggio a posti così belli. Purtroppo non conosco bene il posto ma non è detto che un giorno venga a fare una bella sciata e a salutarvi. Un saluto a tutti i capracottesi, dottor Notario in primis che spero di conoscere. La Tamaro, insomma, confessa di essere un'appassionata di sci nordico, tanto che è stato proprio questo sport ad averla avvicinata a Capracotta, poiché non immaginava che il nostro paese ospitasse una delle migliori piste italiane omologate dalla F.I.S.I., sede di competizioni nazionali ed europee. Ha poi affermato di avere visitato Capracotta nell'autunno 2017, lasciandoci con la speranza di tornare in inverno per sciare e stare un po' con noi. Cara Susanna, ti aspettiamo a braccia aperte! Francesco Mendozzi
- Il territorio di Capracotta: le prime cronache cittadine
Che gli ordinamenti del primo Aragonese nel 1447 in pro della pastorizia fossero riusciti di giovamento alla nostra popolazione, anzi alle nostre popolazioni montane, può argomentarsi dalla notorietà in cui vennero nell'epoca immediatamte posteriore oscuri paeselli sparsi attraverso i massicci del Gran Sasso, della Majella, delle Mainarde, del Matese; i quali presto ebbero notevole popolamento ed assetto, quali, per citarne qualcuno Scanno, Pescasseroli, Palena, Roccaraso, Pescosostanzo, Frosolone, Celano, S. Demetrio, Morcone; dai quali si levaron non soltanto per ricchezza non poche famiglie, ma a rinomanza per intelletto e dottrina, ad esempio i Cappelli, i Sipari, gli Angeloni, i Croce. Così anche Capracotta fece il suo passo innanzi nell'incremento della popolazione, della prosperità, del progresso intellettuale. Già prima d'ogni altro emerge l'accrescimento costante della popolazione dal succedersi delle Numerazioni dei fuochi. Nel più antico Registro di queste che mi fu dato di consultare, compiuto l'11 Novembre 1522 dal Commissario fiscale Sebastiano Di Santo da Sepino, assistito dall'Arciprete locale Arcangelo Di Rienzo e da Nicola De Cagno e Gabriele Carfagna trovansi noverati 118 fuochi. In quelle successiva del 1545 compiuta il 3 Agosto da Girolamo Brancia, Giacomo Miraglia e Alessandro Passeri, Arciprete Amico Carfagna, Salirono a 134; nell'altra del 1561 a 175; nell'altra ancora del 1575 a 248. Dell'incremento nella prosperità finanziaria primi chiari indizi si traggono dai Quinternioni e dai Cedolari del Molise nel Grande Archivio di Napoli. Nel Repertorio ai Quinternioni di Terra di Lavoro, e Molise leggesi in: «Carovilli, Castiglionis Castri Anno 1515 Salvictus de Carphaneis de Capracotta asserì aver comperato da Bartolomeo ed Adriano Carafa suo figlio ed altri suoi fratelli le Castella di Carovilli e Castiglione e certa parte de Vassalli che tenevano nel Castello de Sangro per ducati 2.700 con tutte le ragioni di mero e misto impero ad jure baronibus». Nel Cedolario di Molise «a 8 Gennaio 1515 prestato R° assenso alla vendita fatta da Bartolomeo Carafa padre e Adriano suo primogenito dei Castelli di Pietrabbondante, Caccavone e Pizzi a Salvitto Carfagna ad jure Baronum al prezzo di ducati 4.300. Il medesimo Salvitto vendeva il 5 Giugno 1517 ad Alfonso de Raho ducati 187-2-10 delle sue entrate sui detti Castelli». Nello stesso Cedolario leggesi: «Per fidem D.ni Dominici Castaldi di Not. di Napoli costitutus sub die vigesima mensis Januari 1583 Fabius de Anna vendidit libere absque pacto de retrovendendo Mariæ de Buccis de terra Capracoctæ pheudum S. Mauri» e nell'altro consecutivo leggesi che dopo di Maria il feudo detto fu intestato a Francesco di Buccio. Negli stessi Registri dei fuochi appaiono i cognomi di altre famiglie venute poi notoriamente in agiatezza, Baccari, D'Andrea, Carnevale, Di Majo, Pettinicchio, Pizzelli, ed altre. Quanto all'incremento nel campo intellettuale indizii sicuri emergono sia dalle indicazioni ora riferite, sia da altre particolari, tra cui in preferenza son da ricordare talune riguardanti la famiglia Carfagna, dalla quale più d'uno venne in rinomanza per essersi segnalato nelle discipline giuridiche o militari. Trascrivo all'uopo prima quel che della famiglia stessa è annotato nel registro dei fuochi del 1522, "Folio 451": Capsilla de Carphaneis, in veteri Numeratione non indicatus, quia dicitur esse ad servitia Cesareæ et Imperialis Mujestatis in partibus Lombardiæ cum alios ejusdem castri Capracottæ. Est persona privilegiata et non exigitur, annorum, 53 viduus. Habet filiam nuptam in civitatem Sulmonis cujdam nobili viro Francisco Andreæ de Baccaris. Petrus Paulus ejusdem frater, solutus, qui similiter est in partibus Lombardiæ annorum 42. Joannes Baptista nepos prædictorum, ex quondam Bernardino, legum doctor eorum frater, similiter absens videtur partibus Lombardiæ annorum 32. Bernardinus nepos prædictorum Abbas tituli Monte Vetere annorum 17. Da questo stato di famiglia risulta come più antico Bernardino addottorato in legge, come attesta il Ciarlanti, divenuto poi in questa eccellente tanto che la Regina Giovanna II gli commise la soluzione d'una importante contestazione territoriale fra Tiberio Caracciolo e la Comunità di Agnone pel Casale di Rocca Labate; e nel 1499 da Re Federico d'Aragona fu nominato Giudice ed Auditore degli Abruzzi. Secondo fu il già nominato Salvitto, che con la raggiunta agiatezza poté competere con nobili feudatari nell'acquisto delle loro possidenze. Terzo è più celebrato fra tutti fu Calzella, che illustrò il casato e il natio loco con la fama di supremo maestro nelle manovre guerresche e più nel maneggio dell'Artiglieria, magistero che a quei tempi poteva dirsi alla sua infanzia. Il Calzella, o Cæcella, o Capsilla come è indicato nel Registro sopradetto, nato il 1369 era dunque vedovo nel 1522 e non aveva avuto che una figlia già maritata al nobiluomo Francesco Andrea de Baccari. Egli trovavasi in quell'anno presso il Comando dell'esercito di Carlo V in Lombardia con altri di famiglia ed anche compaesani. Il Ciarlanti afferma che aveva fatto carriera con Antonio de Leva. Poco appresso egli fu inviato in Toscana a guidare l'Artiglieria come vedremo. Infatti nel Ciarlanti troviamo inserita buona parte di un Breve indirizzatogli da Papa Clemente VII da Bologna in data 8 Novembre 1529, parte che l'autore asserisce d'aver tratta dall'originale conservato dai discendenti del Carfagna in Capracotta. Avvertasi che la prima edizione delle "Memorie storiche del Sannio" venne fuori nel 1644 in Isernia, per cui non è poco a deplorarsi che quel diploma fra altri documenti che certo dovevan rimanere di quella famiglia fosse andato disperso e distrutto come del resto ogni altro antico del paese e delle famiglie, così che nulla ce ne resta, e se non fosse stato il Ciarlanti a rievocarne qualche ricordo tutto resterebbe sepolto nel più completo oblio. In quel Diploma il Papa, encomiando largamente lo studio, la fedeltà, la perizia addimostrate dal Carfagna con efficace profitto della Santa Sede e dello stesso Imperatore, non esita a lusingarlo con l'offerta di tenerlo solo per sé nel caso che per una qualunque ragione si fosse allontanato dal servizio imperiale. E qui credo conveniente copiare la parte trascritta dal Ciarlanti come degna di far parte di quelle Memorie di Capracotta raccolte dal Dott. Mosca e di aggiungervi qualche commento che mi sembra appropriato a completare la storica figura del celebrato guerriero. «Dilecto figlio Calzellæ de Carphaneis nostro et S.e Romanæ Ecclesiæ Tormentorum bellicorum, seu Artelliarum Præfecto, seu Capitaneo Generali [...] Nemo se nobis obtulit nec aptior, nec magis dignus, quam tua devotio, cui curam hujusmodi demanderemus, quique, majori come studio, fide ac peritia cum nobis, tum Serenissimo ipsi Cæsari sis satisfacturus, cujus quidem Serenitas; et si a te demoveri, tuoque ministerio tam egregio, et fido si aliqua ex parte privari ab aliis non facile pateretur, pro eo tamen benevolentiæ, et amicitiæ vinculo, quod inter eam, et nos intercedit, proque perpetuo ejus nobis et S.e Romanæ Ecclesiæ, cujus optimum et observantissimum filium se præstat gratificandi studio libenter permisit, ut nos quoque et eadem Ecclesia hos tuæ virtutis fructus perciperemus». Ora il perché quel Pontefice si fosse degnato di lodare così il Carfagna non poteva derivare che dalle ben riuscite imprese belliche guidate dalla solerte e intelligente opera di tui in quegli ultimi tempi e specialmente in quell'anno 1529 in Toscana, e nell'assedio di Firenze principalmente. È noto infatti che, in seguito alla disfatta di Francesco I a Pavia, Carlo V poteva considerarsi padrone anche d'Italia eccetto la Toscana che schivava di riassoggettarsi alla signoria dei Medici tanto bramata dal Pontefice che era di quella famiglia (Giulio de' Medici). Ma questi, nel concordare con Carlo a Barcellona, poco innanzi alla Lega di Cambrai, ottenne l'impegno suo del riassoggettamento forzato della Toscana ai Medici. Scrive il Guicciardini: «Carlo, subito ch'ebbe fatto l'accordo col Pontefice, commesse al Principe d'Oranges che, a requisizione del Pontefice, assaltasse con l'esercito lo Stato dei Fiorentini; e composero che il Pontefice gli desse prima 30.000 e poi 40.000 ducati per ridurlo a restituirlo alla famiglia dei Medici. All'Oranges si unì a Spello il Marchese del Vasto, e, occupate diverse città e borgate, posero l'assedio a Firenze. Io non dubito che l'Artiglieria del Marchese d'Avalos fosse da allora comandata dal Carfagna, e che, nell'assedio detto, le ben riuscite prove dei cannoni e delle colubrine, come dice il Guicciardini, contro parecchi forti e contro il palazzo dei Signori fossero state dirette dal Carfagna. Ma l'assedio durava a lungo e poiché la risoluzione dei Fiorentini era di difendere Prato, Pistoia, Empoli, Livorno, nelle quali avevano messi presidi sufficienti, fu deliberato dagli assedianti di occuparle». E a questo punto la parola al Giovio: «Francesco Ferruccio, fiorentino era a guardia di Empoli desideroso d'acquistar lode nella nuova milizia. Diego Sarmiento fu mandato dal Principe di Oranges a espugnare Empoli, e il Marchese del Vasto gli diede alcune compagnie di soldati vecchi spagnuoli e provvide di buona artiglieria. Giunte queste, le piantò il Sarmiento fra Arno e terra, e ordinò di battere le muraglie a due lati diversi. Resisteva Alessandro Vitelli con le fanterie italiane. Da la parte del Sarmiento, per la prima e principal cosa Calcella pugliese, maestro dell'artiglieria, in pochi colpi ruppe le mulina et le spezzò in modo che, apponendosi uno margine, rivolse a mano manca un canale di acqua corrente, il quale voltava le rote et le macine, et perciò le fosse, essendogli tolta tutta l'acqua del fiume, si seccarono, e i soldati spagnuoli si confidarono di potere entrare dentro da quella parte. Ma l'argine di terra molle cedeva sotto i loro piedi. Allora furono sparati più di 200 colpi di artiglieria grossa contro la muraglia e questa s'aperse». Così fu presa Empoli. Ma il Ferruccio già era accorso a Volterra che era fortezza assai importante e munita, e contro cui era accampato il Maramaldo. Da Empoli il Carfagna passò a questo terzo assedio. Quindi, segue il Giovio «il Marchese del Vasto, preso e saccheggiato Empoli, col Sarmiento andò a Volterra, perché il Maramaldo (Maramaus lo chiama l'autore) aveva fatto chiedere rinforzi e buon apparato di artiglieria non essendo a nulla riuscito con la propria. Il Marchese aveva piantato pezzi grossi parte per diritto parte per fianco, e foce battere la muraglia con tanta furia che fu aperta con 400 colpi di palle di ferro. Più ancora ne fu gettata in terra dalla parte dove era Maramaldo, onde Ferruccio fu costretto a ritirarsi». E prosegue narrando le vicende furiose degli assalti dati e ripetuti dagli essedianti traverso le mura cadenti in cui trovavansi infisse punte di ferro aguzze, assalti guidati dai capi in persona, e della difesa disperata degli assediati, paurosi forse della inesorabilità del Ferruccio, intenti a rotolare persino botti colme di sassi. Il Sarmiento pel primo cadde per archibugiata, poi il Duca di Navarra, che l'autore chiama Macicao, poi il Carfagna. Scrive testualmente il Giovio: «In questi assalti morirono molti valenti uomini e fra gli altri Calcella pugliese, maestro dell'artiglieria, il quale era reputato il più valente uomo che fosse in quell'esercito, sì come quegli che nelle guerre passate aveva servito benissimo il Signor Antonio de Leva. Vi fu ammazzato ancora Donato da Trani, il quale per essere sufficiente in quella arte era succeduto al Calcella. Tenendo ora innanzi, che questi fatti per la resa di Empoli e di Volterra avvennero nel 1530, e che il Breve di Clemente VII era del Novembre 1529, non rimane dubbio che il Carfagna avesse già preso parte all'assedio di Firenze, si fosse segnalato in esso, nonché nelle precedenti occupazioni di Arezzo, Spello, Pietrasanta, S. Gimignano e altre fortezze toscane, con evidente compiacimento di Sua Santità, il quale glielo esprimeva con quel diploma. Si argomenta bene che il Carfagna doveva essere dottissimo ed espertissimo in balistica. Di Giambattista, quarto dei Carfagna, scrive il Ciarlanti desumendolo dal Chioccarello, come «militando nel 1517 in Lombardia con Antonio de Leva, con carichi al suo valor convenienti, infermatosi nella città di Pavia, dopo ch'ebbe ricevuto dal suo Generale ogni grande onore, vi venne a morire e nel suo funerale furono fatte quelle dimostrazioni che a gran soldati far si sogliono e, volendo in parte mostrarsegli grato fè subito nel medesimo luogo e grado assentare (?) un nipote di quello per nome Desiderio quantunque giovane che ivi esisteva». Desiderio adunque, un quinto della famiglia. Quanto al sesto, ossia Bernardino, il giovane abate di Montevetere, non resta che il suo nome. Come è riferito nella Numerazione la famiglia veniva considerata privilegiata pari alle grandi feudatarie, onde era esente dalla tassa del fuoco. Nello stesso Registro del 1522 e nelle altre Numerazioni del 23 Agosto 1545 e del 10 Marzo 1561 si incontrano i cognomi di famiglie tuttora sopravviventi, in mezzo a molte scomparse, ovvero esistenti in paesi contermini. Occorre qui notare che fino al 1644 nessun Registro o Annotazione si stendeva in paese della Popolazione, né, per quanto si sappia, si conservava copia delle suddette Numerazioni ordinate dagli Aragonesi e continuate sotto i Viceré Spagnuoli. Soltanto in seguito ad ordinanze pontificie i parroci dei nostri luoghi furon tenuti a segnare i battesimi, le cresime, i matrimoni, le morti con le singole date rispettive ed anche le somministrazioni dei sacramenti. Nel 1644 appunto il nostro arciprete Pietro Paolo Carfagna imprese a compilare queste registrazioni in un volume che intitolò: "Catalogus rerum notabilium juxta rituale romanum ad curam animarum pertinentium inceptus ab anno 1644 ab Archipresbitero Petro Paulo Carphaneo" col quale si proponeva dunque anche qualche cenno di fatto memorabile relativo alle anime ed alla comunità. Frattanto, e cioè tra la fine del 1400 e il 1505, l'accrescimento della popolazione aveva portato seco il bisogno di nuove costruzioni fuori della cerchia delle antiche, per cui nuove case si stesero verso settentrione formando, il nuovo quartiere intitolato a S. Giovanni Battista, ed a S. Antonio Abate, altre verso mezzogiorno e ponente, biforcandosi, generarono gli altri intitolati a S. Antonio da Padova e a S. Maria delle Grazie, altre ancora verso oriente e mezzogiorno formarono un gruppo che fu detto quartiere di Celano o dei Rinforzi. Più ampi fabbricati erano sorti in questi piccoli sobborghi. Dei Di Majo, dei Carnevale, dei Pettinicchio nel primo; dei Pizzella, dei Melocchi, dei Baccari, dei Di Tella nei secondi, Chiesette e Cappelle in onore di quei Santi avevano accompagnato la denominazione dei sobborghi e delle vie. Noto che il quartiere verso nord-est dove era l'ampia casa dei Pettinicchio prese nome da una Chiesetta dedicata a S. Antonio Abate di Vienna, protettore dalle epidemie pestilenziali, dal fuoco ecc. Aveva un patrimonio questa Chiesa di diversi beni tra cui una casa presso la Torre dell'Orologio che esisteva ancora nel 1671. Un'altra Cappella al nome di S. Maria delle Grazie era situata poco discosto dal palazzo Baccari (poi Fantozzi, poi Mosca) edificata forse dalla detta famiglia. Questa chiesetta aveva soprastante un piccolo Convento o rifugio di frati Francescani, fondato da Donato Baccari nel 1546. Di queste due Cappelle trovasi ultimo ricordo nella Relazione stesa da Donatantonio Cafaro alla Camera della Sommaria il 15 Aprile 1671 per la valutazione feudale di Capracotta. La Chiesetta e i1 Borgo di S. Antonio da Padova sorsero un po' appresso ma l'epoca precisa non è nota. Quanto ad altre famiglie salite in onori e in agiatezza nel 1500-1600 nulla di meglio che inserire fra questi ricordi quel che ancora resta scritto sui meriti di alcuni individui eminenti venuti da quelle. L'Ughelli cita fra i Vescovi: «Nuntius de Baccariis. Trivientinæ Diocesis Præsbiter. I. V. D. Vicarius primum generalis Beneventi Auditor deinde Cardinalis Thomasi: Cardinalis denique de Comitibus Episcopi Viterbiensis Vicarius generalis. Agnello Rendina Beneventanus successor datus est 14 Martii 1718». Era nato nel 1667 a Capracotta da Filippo Baccari. Da Benedetto XIII fu elevato all'Ufficio di Vice-reggente in Roma, ufficio che tenne anche sotto Clemente XII dopo che Clemente Xl nel 1718 lo aveva nominato Vescovo di Boiano. Morì in Roma il 1735, o il 1736, come afferma il Corsignani, con dispiacere di tutti. Il Corsignani stesso cita Francesco Baccari, Vescovo di Telese e Giovan Prospero Baccari fratelli del Predetto Nunzio e aggiunge che il primo morì in buona opinione nel 1737, e l'altro aveva sposato Antonia Porpora, figlia del gentiluomo napoletano Diego Porpora, Tesoriere di Chieti. Nel nostro Libro delle Memorie sono ricordati entrambi i Vescovi su detti; con l'aggiunta ch'essi avevano conseguito le lauree in Legge ed in Teologia a Napoli e quindi eransi trasferiti a Roma: che Francesco nato in Capracotta il 1673 morì in Cerreto nel 1737 dopo aver predetto il giorno della propria morte come attestò il Canonico Rossi, nel Catalogo dei Vescovi Telesini. Di Francesco abbiamo anche ricordo in una lapide sulla parete sinistra dell'ingresso nella Chiesa che rammenta la benedizione da lui impartita nel 1723 al compimento dei primi lavori di restauro della Chiesa stessa. I Di Majo costituiron pure cospicua famiglia fra cui Innocenzo che censì dai PP. Celestini di Agnone il piccolo feudo di S. Croce, del quale ho fatto parola innanzi. Le due famiglie Baccari e Di Majo però dovettero allontanarsi da Capracotta. Sussiste la tradizione ch'esse vennero a trovarsi in forte antagonismo; e le contese presero una piega minacciosa al segno che d'ordine superiore, non so se civile o ecclesiastico, fu stabilito l'esodo di entrambe. Quella dei Baccari si fermò a Bonefro, quella dei Di Majo a Deliceto, e tutte due le famiglie conservano tuttora il prestigio dall'antico casato nelle dimore elette. Raccontasi che sulla via dell'esilio presso una fontana del Molise, si fossero incontrati due degli antichi contendenti, che ivi si fossero rappaciati fra le lagrime del pentimento, e del dolore d'aver dovuto lasciare i tetti natii; che a quella fonte perciò fosse restato il nome di Fonte del pianto. Dei D'Andrea si ha memoria di Giulio, che, o per aver preso parte al commercio, ovvero alle armate verso l'oriente contro i turchi ritornò in paese nel 1660, conducendo un domestico bosniaco, che egli aveva riscattato dalla schiavitù e che volle far battezzare, come è scritto nel Catalogus rerum notabilium, Leone D'Andrea, fu citato come fra i più agiati della Università; e, per questo stato di agiatezza, lasciaron buon nome Amico Pettinicchio, Fabrizio Carnevale, Antonio Di Tella, Mattia Pizzella. Dalla famiglia Pizzella venne un illustre prelato, Bernardantonio nato qui da Giovanni e Vincenza Polce nel 1687, del quale un cenno biografico è inserito nel nostro libro delle Memorie e che mi piace trascrivere: «Mons. D. Bernardantonio Pizzella, Dottore dell'una e l'altra legge, pei suoi meriti e costumi lodevoli, fin dall'età di 18 anni fu familiare del sommo Pontefice Benedetto XIII, in tempo che era Arcivescovo di Benevento, dal quale fu poi eletto Canonico di quella Chiesa Metropolitana e Cancelliere maggiore. Nei primi anni di ponteficato del detto Papa fu creato suo cubiculario d'onore. Fu decorato anche delle dignità di Canonico di S. Pietro. Dopo fu nominato Vescovo di Costanza in Telesinia, avendo rinunciato alla Diocesi di Melfi, e dichiarato Plenipotenziario dell'archivio di Benevento, assistente al soglio pontificio con altre prerogative. Ebbe facoltà d'inserire nel suo stemma lo stemma degli Orsini di Gravina, e infatti ne prese una parte, la Rosa rossa in campo d'argento». Morì in Roma nel 1760 e sul sepolcro in S. Pietro v'è una lapide che ne ricorda il nome e la Patria. Avrebbe avuta la nomina di Cardinale se la morte non lo avesse raggiunto. D'altre famiglie antiche infine potremo intrattenerci in prosieguo, bastando questa digressione su quelle che ho nominate. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il calendario romano della battaglia contro la neve
30 gennaio 1954 L'On. Sammartino interroga il Ministro dell'Interno per sapere che cosa intenda fare per le popolazioni di Capracotta e di Pescopennataro «sepolte vive» da oltre un mese. 1 febbraio L'On. Sammartino, ricevuto al Viminale dal Direttore Generale della Assistenza Pubblica, prospetta la situazione, che si va facendo grave, per ora, dei Comuni di Capracotta e di Pescopennataro. 2 febbraio Gli Onn. Spataro, Sammartino e Sedati, ricevuti da S. E. l'On. Andreotti, Ministro dell'Interno, espongono la situazione dei centri montani dell'Abruzzo e del Molise e sollecitano dal Governo gli aiuti possibili. Nella stessa giornata, il Sindaco di Capracotta (Nicola Ianiro), telegrafa all'On. Sammartino il S.O.S. della popolazione. L'On. Sammartino telegrafa al Prefetto di Campobasso, perché invii al Ministero proposte concrete di aiuti. Il giornale-radio delle ore 14 dà notizia dell'azione svolta presso le autorità di Governo dai tre Parlamentari sunnominati. La sera, il Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, Gen. Urbani, ricevendo l'On. Sammartino, concorda con il Gen. Silvestri, Segretario Generale dell'Aeronautica, un piano di soccorsi con l'invio di un elicottero a disposizione del Prefetto di Campobasso. 3 febbraio Il Pro Sindaco di Agnone, Sig. Corradino Iannelli, alle ore 10, telegrafa all'On. Sammartino la invocazione generale di aiuti concreti e di mezzi meccanici per la riapertura del traffico. Segnala tragica la situazione di Capracotta e di Pescopennataro. Il Prefetto segnala grave la situazione anche di Casacalenda e di Cercemaggiore, isolati completamente da due giorni e senza viveri. Alle ore 16, l'On. Sammartino è ricevuto dal Ministro dei LL.PP. Sen. Merlin, al quale ripete l'urgenza e la necessità di autentici spazzaneve, come da sua interrogazione nella seduta del 22/8/1953 alla Camera e dello stesso Deputato al Ministro, in data 2/1/1954. Il Ministro convoca al Gabinetto il Direttore generale dell'A.N.A.S., Ing. Cesare Renzi. Si telefona ai Capi Compartimento di Torino e Milano perché dispongano subito l'invio di almeno tre lancianeve ultimo tipo, nel Molise. Si accerta la possibilità dell'invio di un lancianeve a turbina e due a fresa, da raggiungere il Molise per via Adriatica e per via Roma-Isernia; quest'ultimo per aprire il traffico sulla statale n. 86 "Istonia" dal bivio di Pesche al ponte sul Sente. Si stabilisce di consentire che l'A.N.A.S. provveda ad aprire anche la strada per Capracotta e Pescopennataro e si decide di inviare a Campobasso, per coordinare l'azione straordinaria dell'Azienda, l'Ispettore Ing. Carbone. Alle ore 18, il Generale Borghetti, V. Segretario Gen. dell'Aeronautica, comunica all'On. Sammartino che è segnalato in arrivo l'elicottero a Campobasso, dopo una lunga sosta a Frosinone, causa le condizioni atmosferiche sfavorevoli. Il Presidente dell'Unione Provinciale dei Commercianti telegrafa agli Onn. Sammartino e Sedati per plaudire all'azione che stanno svolgendo presso le autorità di Governo e chiede dotazione di spazzaneve e differimento termini pagamento imposte oltre che la dilazione del pagamento presso Banche degli effetti cambiari. 4 febbraio S. E. l'On. Zoli, Ministro delle Finanze, riceve gli Onn. Sammartino e Sedati che gli prospettano la situazione economica grave del Molise, ove le attività produttive sono ferme da circa quaranta giorni e gli portano l'istanza dell'Unione Commercianti del Molise relativa al pagamento delle imposte. Il Ministro dà disposizione al Direttore Generale delle II.DD. perché chieda telegrafiche proposte in merito all'Intendente di Finanza di Campobasso. Assente il Ministro del Tesoro, i due Parlamentari conferiscono col suo Capo di Gabinetto circa l'istanza per il differimento dei termini del pagamento tratte ed effetti cambiari. Ai fini pratici, si richiama il decreto 15/1/1948, n. 1, per l'applicazione analoga da parte del Prefetto, che dichiari eccezionale la contingenza verificatasi. In tal senso i due Parlamentari prendono contatto telefonico col Prefetto di Campobasso. Alle ore 14, gli Onn. Sammartino e Sedati conferiscono, al Viminale, col Capo di Gabinetto del Ministro dell'Interno circa la situazione. Dal Molise si ha notizia che l0elicottero, segnalato in arrivo a Campobasso nel pomeriggio del giorno innanzi, non è in grado di levarsi alla volta dei centri isolati, non consentendolo ancora le condizioni atmosferiche. In quel mentre, telefona il Prefetto di Chieti, che sagnala critica la situazione dei Comuni di Gamberale e Pizzoferrato ed invoca che l'elicottero inviato a Campobasso, sorvolando Capracotta, arrivi fino a quei due paesi per attingere notizie della situazione dei viveri e medicinali. Seduta stante, da Campobasso il Prefetto invoca per telefono aiuti in danaro per i disoccupati, i bisognosi e per gli addetti allo sgombero della neve. L'On. Sammartino, ritenendo da tali notizie insufficiente l'azione di soccorso con l'elicottero, propone di aiuti reali a mezzo di paracadute. Per l'assistenza pubblica, il Capo di Gabinetto del Ministro dell'Interno accoglie la proposta dei due Parlamentari per inviare a Campobasso il Comm. Dr. Abbrescia, Vice Direttore generale dell'Assistenza Pubblica. Gli Onorevoli, prima di lasciare il Viminale, prendono contatto con l'autorevole Funzionario, che è, difatti, in partenza per Campobasso. Alle ore 18, l'On. Sammartino si reca al Ministero dell'Aeronautica dove, a colloquio col Gen. Silvestri, apprende che il Ministero dell'Interno ha disposto l'invio di viveri e medicinali con paracadute. Si discute della orografia dei centri da rifornire per via aerea e si fissa il campo di Latina come base di partenza di due aerei, non appena vengano segnalate idonee al volo le condizioni atmosferiche. Alle 19, il Ministero dell'Interno comunica che, tramite la stazione radio emittente della Prefettura di Campobasso, si è appreso che l'elicottero, dopo un'azione su Matrice, è rimasto inutilizzato, a causa di un grave guasto. Urgono, quindi, soccorsi massicci paracudati, tempo permettendolo. 5 febbraio Alle ore 11, l'On. Sammartino è a colloquio col Gen. Borghetti, V. Segretario generale dell'Aeronautica, per conoscere lo stato delle condizioni per la partenza degli aerei dall'aeroporto di Latina. Condizioni ancora negative. Alle 11:30, lo stesso Onorevole conferisce col Direttore Gen. dell'A.N.A.S., per sapere quando possano giungere i lancianeve annunziati. Il loro arrivo è previsto per oggi. Alle ore 17, il Gen. Borghetti informa l'On. Sammartino che si prevede possibile il decollo degli aerei sull'Alto Molise per l'indomani. 6 febbraio Alle ore 11, gli Onn. Sammartino e Sedati sono ricevuti da S. E. l'On. Gui, Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, al quale espongono il disagio delle masse lavoratrici del Molise, in conseguenza delle persistenti nevicate. Il Ministro consente di mandare a Campobasso un Funzionario del Ministero perché studi, d'intesa col Prefetto Antonucci, un piano di lavoro per l'assistenza ai disoccupati. Parte, perciò, in giornata il Dr. Irmici, del Gabinetto del Ministro. Alle ore 17, il Gen. Borghetti, ricevendo per conto del Segretario generale dell'Aeronautica l'On. Sammartino, informa il Parlamentare molisano che domattina gli aerei sorvoleranno i centri isolati della montagna tra l'Abruzzo ed il Molise. Intanto, automezzi carichi di viveri e medicinali stanno raggiungendo l'aeroporto di Latina per conto del Ministero dell'Interno. 7 febbraio Alle ore 14, il Gen. Silvestri telefona all'On. Sammartino che a mezzogiorno due aerei hanno gettato viveri su Agnone ed i centri d'intorno segnalati; domani l'operazione sarà ripetuta sui centri ove la situazione appare più critica. Per telefono da Isernia si informa l'On, Sammartino che uno dei lancianeve, precisamente quello proveniente da Torino, è ivi giunto alle ore 10 e ripartito alla volta di Agnone. Il Capo Sezione A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Mario Petracca, assicura per telefono il nostro Deputato che, entro la stessa giornata, si presume possibile riaprire la strada almeno fino ad Agnone. L'On. Sammartino telegrafa al capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica i ringraziamenti suoi e delle popolazioni montane del Molise a lui ed ai generosi avieri che, la mattina, sorvolando Agnone, Capracotta e Pescopennataro, avevano dato a quelle popolazioni in ansia la più eloquente dimostrazione della solidarietà nazionale. 8 febbraio Prima di ripartire per Agnone, l'On Sammartino fa la seguente dichiarazione al "Giornale d'Italia": Quella di quest'anno è da considerarsi un'autentica calamità per le nostre popolazioni. Sono quaranta giorni che sulle nostre montagne ogni attività produttiva è letteralmente paralizzata. Intanto, da questa calamità dobbiamo aver tratto qualche avvertimento: bisogna affrontare nel suo insieme il problema delle comunicazioni, che sono già tanto scarse ed inefficienti in tempi normali! Non è possibile che centri popolosi, sedi di scuole, uffici, ospedali come Agnone; capoluoghi di mandamento come Capracotta, Casacalenda, Castiglione Messer Marino, Celenza sul Trigno; paesi della più incantevole montagna come Pescopennataro e Pietrabbondante, debbano vivere, ad ogni invernata, intere settimane fuori dal mondo! Ma c'è di più. Questa triste circostanza mi ha fatto scoprire un'altra verità grave: l'Aeronautica militare possiede solo tre elicotteri. Il problema quindi è anche nella necessità di dotare la nostra Arma area di centinaia di questi moderni mezzi ad atterraggio verticale, che in circostanze come le presenti possono rendere servigi preziosi. 10 febbraio Alle ore 11, l'On Sammartino riferisce al Prefetto di Campobasso sulle circostanze inerenti allo stato eccezionale di molti paesi della regione e lo ringrazia per l’opera sagace e solerte da lui espletata nei giorni scorsi. 11 febbraio Alle ore 21, l'On. Sammartino riceve visita del capo Sezione dell'A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Petracca, col quale discute su problemi inerenti alla organizzazione per lo sgombro della neve nella regione. È con lui il rappresentante di una casa costruttrice di lancianeve. 13 febbraio Oggi l'A.N.A.S. ha dato riaperto al transito il tronco Agnone-Ponte Sente. Il lancianeve a turbina sta riaprendo la strada Staffoli-Capracotta. Dopo di che, provvederà a riaprire il troco Tre Termini- Roccatamburri-Pietrabbondante. 14 febbraio Alle ore 20, il Capo Sezione dell'A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Petracca, informa l'On. Sammartino che sono state riaperte oggi al traffico tutte le strade statali del Molise. 15 febbraio Il Capo Servizio Telegrafi e telefoni del Ministero delle PP.TT. comunica all'On. Sammartino che il telefono della cantoniera di Staffoli sarà collegato con la rete urbana nazionale. N.D.R. Qui termina il calendario interessante per tutti. Ci è doveroso aggiungere che S. E. il Prefetto, il Presidente della Camera di Commercio, Industria e Artigianato, il Presidente dell'Unione Provinciale dei Commercianti, nonché i Sindaci di Agnone, Capracotta, Carovilli, Pescopennataro, Schiavi d'Abruzzo, Castiglione Messer Marino e l'Assemblea dei democristiani di Pietrabbondante hanno inviato con lettere e telegrammi espressioni grate all'On. Sammartino, la cui azione è stata altresì oggetto di nobili commenti da parte della stampa di ogni colore. Fonte: AcR, Il calendario romano della battaglia contro la neve, in «La Fucina», Agnone, 28 febbraio 1954.
- Il Molise è verde
Un anno fa sono stato invitato nel Molise, a Isernia per aprire il primo festival di letteratura di quella città. Ci sono arrivato in treno da Roma e nel tragitto ho notato che l'ultima ventina di chilometri la linea ferroviaria saliva. La città occupa la dorsale di un'altura definita dalle valli scavate dai fiumi Carpino e Sordo, quindi è alta rispetto al territorio che la circonda. Il paesaggio che si può osservare tutto intorno è poco abitato, coltivato e molto verde perché coperto da boschi e segnato da un sistema di tratturi che, con la transumanza, hanno fatto da sfondo al transito di uomini e greggi e hanno caratterizzato la vicenda economica e culturale molisana. Le zone di collina e di montagna che circondano Isernia sono coperte da fitti boschi di cerro e faggio e caratterizzate geologicamente da formazioni calcaree. Dalla piazza della città un forestale mi ha indicato all'orizzonte i confini del Parco Regionale del Matese; il versante molisano è coperto da faggete in alto e alle quote inferiori da castagneti, leccete e da formazioni miste di roverella, cerro e carpino nero fino agli uliveti. Da quelle parti c'è anche uno dei due boschi puri di cipresso presenti in Italia, chiamato Bosco degli Zappini, l'altro è in Toscana. Si tratta di una formazione costituita da cipressi che hanno i rami inseriti orizzontalmente nel fusto; il loro nome scientifico è Cupressus horizontalis, una forma a cui non sono abituato e che avevo visto solo nell'isola di Creta. Durante la mia visita sono riuscito a fare una camminata: a quote un po' più alte, fino ai 1.746 del Monte Campo, ho attraversato con un comodo sentiero una foresta di abeti bianchi considerati relitti dell'ultima era glaciale. Le loro dimensioni sono davvero notevoli tanto che la zona è chiamata Bosco degli abeti soprani. La seconda volta che sono tornato nel Molise era per conoscerne la parte compresa nel Parco nazionale e ho incontrato un monumento vegetale di grande fascino. Nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, il Monte Tranquillo forma con la Chiatra del Re e il Marsicano uno splendido panorama di vette e valli. Una di queste, la Valle Ura, è coperta di boschi di faggio maestosi per imponenza e affascinanti per vecchiaia. Ma la presenza arborea più importante è data da un'altra specie o, meglio, da un unico individuo di un'altra specie: l'acero montano (Acer pseudoplatanus). È uno degli aceri più grandi d'Italia: quasi 7 metri di circonferenza, 30 di altezza e 450 anni di età ed è come se fosse nascosto tra i faggi, quasi a non farsi notare. Noi lo chiamiamo "acero", quindi il genere maschile che in lingua italiana si usa per la maggior parte delle specie arboree: pino, abete, larice, rovere, leccio, melo, castagno ecc. Ci sono poche eccezioni, per esempio la betulla, chissà perché. Ma gli abitanti di Pescasseroli, considerata la capitale storica del Parco, quello che per gli altri è "lacerane", lo chiamano "l'Acera d'Trnghill". Dunque è femmina, una grande madre solitaria di fronte alla quale nel 1960 alcuni boscaioli incaricati di abbatterla deposero le accette e si rifiutarono di eseguire l'ordine. A pochi passi da lei si può visitare la Grotta dei briganti, dove per un decennio, tra il 1861 e il 1870, si nascondeva la Banda Cedrone in aperta ribellione contro l'esercito piemontese. L'Acera era già là da molto tempo e sicuramente i briganti si sentivano rassicurati dalla sua presenza. Anzi l'avrebbero usata come nascondiglio per la refurtiva. A Pizzone, un paese ai piedi della montagna, si narra che sull'Acera veglia un sortilegio. Tutte le valanghe che da secoli scendono giù per il canalone di Valle Ura, schiantando tutti i faggi che incontrano sul loro cammino, si limitano a sfiorare il suo piede senza mai travolgerla. Pare che i briganti avessero fatto un patto con il diavolo: avrebbero nascosto un tesoro frutto delle loro rapine sotto il terreno nella cavità dell'acero e Satana lo avrebbe custodito, accettando un cambio terribile: loro gli avrebbero sacrificato un neonato, sgozzandolo sopra il terreno che copriva il tesoro. Da allora si dice che il diavolo abbia sempre mantenuto il patto di sangue stipulato, tanto che, ogni volta che qualcuno si azzarda a tentare di trafugare il tesoro, all'improvviso attorno all'Acera si scatena una tempesta di vento, pioggia e fulmini che mette in fuga gli incauti. Il tronco alla base è cavo e può ospitare fino a tre persone non troppo voluminose e poi si biforca a un paio di metri di altezza. Chiunque vada a visitarla prova ad abbracciarla, è un gesto istintivo, ma per circondarla del tutto bisogna essere almeno in tre. Non ci sono cartelli che ne segnalino la presenza, una sorta di segreto riservato all'Acera, che insieme al fatto che vive a una quota piuttosto alta, 1.660 metri sul mare, ha contribuito alla sua difesa e ad aumentarne il fascino. L'escursionista nel cercarla potrebbe trovare sul suo cammino i segni del passaggio dell'orso marsicano o del lupo oppure scorgere nel cielo il volo maestoso dell'aquila reale. Daniele Zovi Fonte: D. Zovi, Voci dal bosco, in «La Rivista del Club Alpino Italiano», 5, Milano, novembre 2023.
- La distruzione di Capracotta da parte dei tedeschi in ritirata
Nei giorni dal 7 al 12 novembre i capracottesi hanno vissuto i momenti più tristi della loro esistenza, dovendo assistere inermi alla distruzione delle loro case da parte dei corpi speciali delle SS delle truppe tedesche in ritirata e subire ogni genere di persecuzione, repressione e privazione. Nei tre volumi "1943: la guerra a Capracotta", pubblicati dal Comune di Capracotta alcuni anni fa, sono raccontati con dovizia di testimonianze e con accurata ricostruzione storica i tragici fatti di quelle giornate di novembre del 1943. Alle tante cose dette e scritte, però, ho voluto apportare un ulteriore contributo alle sofferenze di quei giorni, riportando l'esperienza vissuta in quei giorni da Michelina Sozio, (deceduta il 26 marzo 2004), che con commozione e con l'orrore per le guerre ha raccontato la sua storia e quella della sua famiglia in quell'arco di tempo che va dal mese di novembre 1943 al mese di luglio del 1945. Una storia brutta, che non augura a nessuno, che inizia con la distruzione di Capracotta, segue lo sfollamento e si conclude col ritorno definitivo qualche anno dopo a Capracotta. Nei primi giorni del mese di ottobre, credo tra il sette e l'otto, le truppe tedesche si avvicinarono a Capracotta e si accamparono nelle campagne circostanti. In paese occuparono solo l'edificio scolastico che adibirono ad ospedale. Qualche compaesano bisognoso fu anche curato in questa struttura dai tedeschi. Costretti ad indietreggiare i tedeschi a quel punto si stabilirono in paese utilizzando le case vuote e quelle sottoccupate. Di notte dormivano nelle case e di giorno si recavano al comando. Il loro comportamento fu corretto e non fu segnalato nessun atto di molestia alle donne. Tutto questo andò avanti sino ai primissimi giorni di novembre. Il quattro novembre accadde il primo fatto tragico. Furono fucilati dai tedeschi i fratelli Fiadino, rei d'aver ospitato alcuni prigionieri canadesi scappati dopo l'otto settembre dal campo di prigionia di Sulmona. Il banditore Gildonio, tutti i giorni, su comando del podestà di allora, Filiberto Castiglione, ricordava ai cittadini di denunciare la presenza dei fuggiaschi inglesi e a non ospitarli, pena la rappresaglia tedesca, ma i Fiadino ascoltarono la loro coscienza e pagarono con la vita la disobbedienza alle ordinanze tedesche. Nei giorni successivi non si videro più tedeschi in giro e questa calma eccessiva ci mise in allarme. Non sapevamo cosa stava succedendo e cosa potesse accadere. Immaginavamo che i tedeschi erano andati via e che, quanto prima, sarebbero arrivati gli inglesi a liberarci. Ma la mattina dell'otto novembre il banditore Gildonio annunciò: – Uscite tutti dalle case perché fra poco incendieranno il paese. Mia suocera si affacciò alla finestra per capire che stava succedendo e per strada vide zio Antonio Sozio ( Cicchemuórte ) che le riferì: – Sto venendo dalla Piazza e don Filiberto, il podestà, ha detto di portare via tutta la roba perché fra poco i tedeschi bruceranno il paese. Essendo un tipo burlone non fu creduto, però questa volta diceva la verità. Nel giro di qualche ora si scatenò l'inferno, e le case cominciarono a bruciare e a saltare in aria con le mine fatte esplodere dai tedeschi. Quell'anno l'inverno arrivò in anticipo, c'era neve dappertutto e questo rendeva più difficile la decisione di lasciare le abitazioni. Purtroppo non avevamo scelta e anche noi fummo costretti a lasciare la casa. Portai con me un cappotto e uno scialle e la prima notte la passai assieme alla mia famiglia nella casetta del Tiro a Segno, mentre altre persone avevano trovato rifugio nelle chiese e altre nel Cimitero. All'imbrunire del giorno successivo tornammo in paese e notammo che la casa dei miei suoceri non era stata bruciata, quindi decidemmo di rientrare. Verso le dieci del mattino, però, c'intimarono di lasciare nuovamente la casa. Mio suocero, malato di cuore, non voleva uscire e per portarlo via fu una faticaccia. Prima di andare via portammo fuori i mobili e li accantonammo sui marciapiedi, dopodiché, verso mezzogiorno ci dirigemmo verso la Chiesa di S. Antonio, dove si erano rifugiati altri paesani. Appena giunti davanti alla chiesa, sentimmo un forte boato e la nostra casa crollò disseminando pezzi di pietre in tutte le direzioni e in particolare sui mobili addossati al marciapiede, ormai inservibili. Non tutte le abitazioni, però, furono completamente distrutte perché i tedeschi, mettendo le mine una casa sì ed una no, consentirono alle abitazioni non direttamente minate di subire danni meno pesanti. Tra queste anche quella dei fratelli di mia zia Maria, disabitata perché questi parenti vivevano nella masseria in località Guastra. E così io, mio padre, mia madre, le sorelle, mio fratello, mio zio Antonio con tutta la sua famiglia, in tutto eravamo diciassette persone, ci sistemammo in quest'abitazione. I miei suoceri, invece, si sistemarono nella casa di Giacomo Giuliano sotto la piazzetta. Intanto l'esercito alleato era fermo tra Staffoli e Pescolanciano e nonostante le segnalazioni di entrare in paese, perché i tedeschi erano andati via, temporeggiavano a farlo, continuando a cannoneggiare il nostro territorio e quello dei paesi vicini. I disagi per tutti noi capracottesi erano forti. Il cibo scarseggiava e le condizioni igienico-sanitarie spaventose. Si cercava di avere un po' di farina e così si preparava un po' di polenta o pasta fatta in casa. In paese eravamo in tanti ma con la guerra eravamo rimasti: donne, vecchi, bambini e qualche imboscato perché i giovani erano tutti al fronte. Tra il 20 e il 25 novembre, finalmente gli alleati entrarono in paese. C'erano soldati di tutte le razze: canadesi, marocchini, tunisini, algerini, polacchi ed altri. Sembrava la fine di un incubo e invece di lì a qualche giorno ricominciò l'odissea. Giunse l'ordine di lasciare Capracotta perché il paese era diventato linea di fronte di guerra. Nei primi giorni di dicembre iniziò lo sfollamento. L'abbandono del paese verso località che non avevano subito i danni della guerra. Era obbligatorio. Controvoglia anche noi dovemmo lasciare Capracotta. Era mezzogiorno dell'otto dicembre, faceva freddo e, mal nutriti e mal vestiti, coi camion militari fummo portati al centro di prima accoglienza di Campobasso. Qui fummo lasciati all'addiaccio per tutta la notte, assieme agli altri sfollati provenienti dal resto dei paesi dell'Alto Molise e dall'Alto Sangro aquilano e chietino, passando una notte tremenda, in condizioni pietose in mezzo al fango che ti arrivava oltre la caviglia per le piogge abbondanti cadute nei giorni precedenti. Al mattino ci portarono, sempre con i camion militari, alla stazione di Termoli dove pigliammo un treno diretto a Bari. Con noi c'erano sfollati di tutto l'Abruzzo e Molise, provenienti dai paesi che avevano subito la sorte di Capracotta. Arrivati a San Severo in provincia di Foggia, il controllore ci chiese dove eravamo diretti. – Non lo sappiamo, – ripondemmo – ci hanno caricati sul treno a Termoli e non sappiamo qual è la destinazione finale. Al che ci disse: – Prima di arrivare a Foggia il treno rallenta, scendete, nessuno vi vedrà perché è buio. Poi dirigetevi verso San Severo o verso Lucera, paesi ricchi che vi potranno ospitare, perché se andate verso Bari, Brindisi, morirete di fame. Alcuni di Capracotta scesero, mentre noi proseguimmo e la mattina arrivammo a Bari. Nessuno, al nostro arrivo si prese cura di noi. Per tre giorni restammo in attesa sul treno in condizioni igieniche disastrose coi pidocchi che ormai cominciavano a diffondersi con rapidità. Alla fine decidemmo di inviare una delegazione in Prefettura per sollecitare la nostra sistemazione. Solo così il prefetto si decise a darci una destinazione. Potevamo scegliere tra diverse località, noi decidemmo per la città di Trani, perché vedemmo che quella località era più vicina a Capracotta. Cosi ci sistemarono in un vecchio edificio pubblico adibito ad uffici. A noi, cioè alla mia famiglia e a quella di zio Antonio, capitò una stanza di 4x4 m., che, oltre ad essere piccola (eravamo sempre in diciassette), era posta all’ingresso dell'edificio e quindi era usata anche da corridoio per gli sfollati delle stanze adiacenti. Letti non ce n'erano e per dormire, la sera, stendevamo la paglia per sdraiarci sopra, il mattino la ritiravamo e la accantonavamo in un angolo. Una notte, uno sfollato lasciò l'acqua aperta dei bagni e ci allagammo tutti. La paglia si bagnò e non ce la vollero cambiare dicendoci di asciugarla e di riutilizzarla. Una vera tragedia, trattati come le bestie. Non so chi ci ha dato la forza di andare avanti. Nel febbraio del 1944 le cose andarono un po' meglio perché alcune famiglie siciliane e campane andarono via e potemmo sistemarci più comodamente. Da mangiare ci davano brodaglia di foglie di cavolfiori con fave, preparata dalle suore. Il pane era razionato e la razione era di cento grammi a testa. Mio fratello e mio padre, intanto, incominciarono a lavorare con gli americani e a guadagnare qualche soldo. Noi donne non facevamo niente, l'unica attività era di andare a zappare la terra, ma questo lavoro era riservato agli uomini. La scelta era di fare le serve, ma a noi non piaceva. Solo mia sorella Angela, allora diciassettenne, tramite l'interessamento di una persona del Comitato Profughi, fu inserita presso le suore Ventura per continuare il lavoro di sarta che già aveva iniziato a Capracotta. Nel mese di giugno del 1944 lasciammo l'edificio pubblico ed andammo ad abitare in una casa vicino al mare. L'alloggio era gratis. Per campare ricevevamo un sussidio e in più c'era l'entrata di mio padre e mio fratello. Tra maggio e giugno del 1945, ormai a guerra finita, tornammo in paese. Andammo ad alloggiare, questa volta solo la mia famiglia, in una casa malmessa dei miei nonni materni lungo corso S. Antonio. Di lì a qualche mese iniziò il piano di ricostruzione e il paese man mano riprese a vivere. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, La distruzione di Capracotta da parte dei tedeschi in ritirata , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Il territorio di Capracotta: le varie parti del territorio
Sono stato minuzioso un po' troppo forse nello intrattenermi sulle successioni dei feudatari; ma è da considerare che ad esse sono associate le manifestazioni di vita della nostra popolazione in quei tempi. Avvertendo prima che questa non era in principio raccolta in unità; ma sparsa in piccoli e negletti agglomerati di rustici casolari nelle varie parti del territorio. Infatti ciò rilevasi, oltre che dalle vestigia ormai informi di quegli agglomerati, dai documenti già dinanzi ricordati, ossia l'Elenco delle Baronie dell'epoca normanna (1189); la Cedola delle Sovvenzioni dell'Angioina (1320) i Registri delle Adohe (1507) e posteriori. Queste parti, feudalmente ripartite, erano quattro, cioè: Vallesorda; Monteforte; Macchia Strinata o Spineta; Capracotta. Nel 1507 apparve la quinta con Ospedaletto; nel 1568 una sesta con Cannavina e Cannavinelle; Capracotta dunque in principio non fu che l'espressione di una rustica località al pari delle altre. Il complesso dei minuscoli abituri in queste parti sopravvisse col nome di Casali. Né soltahto il nostro territorio era diviso così: molti altri abruzzesi lo erano. Ho riportato ad esempio i nomi dei vari Casali di S. Pietro Avellana. Sulle porte di bronzo di Montecassino trovasi menzionato Pescocostanzo «cum tredicim cellis et villis suis» le quali non erano che analoghe suddivisioni di quel territorio. I signori nominati a reggere queste parti non vi tennero mai soggiorno: è da supporre che loro agenti venissero a trarne militi, tributi, bestiame: forse anche a sedare contese fra la povera gente. Secondariamente sono stato minuzioso sui Baroni del 1500, 1600, 1700 per mettere in rilievo le crescenti invadenze e i soprusi, loro consentiti dallo stesso potere Regio. Né per giunta mi par superfluo annotare il fenomeno che capostipiti di cospicui casati Napoletani sorgessero a contendersi la signoria del territorio nostro. Perché, allora, andavo domandando a me stesso: quale poteva essere la ragione intima della loro aspirazione al dominio d'una regione montuosa, fredda, sterile; d'un paesello di umile gente, fino ad ambirne il titolo di Barone, di Conte, di Duca? Ebbene, le mie modeste indagini suggeriscono che la ragione precipua era questa che il territorio tutto di Capracotta offriva pascoli eccellenti per l'alpeggio del bestiame, specialmente ovino, ed attesoché una delle prime fonti di reddito di quei signori erano appunto le grandi masserie armentizie, essi avevan motivo di disputarsi i luoghi più propizii per condurvele. Prova se n'ha ad esempio che nei capitoli matrimoniali di Aurelia d'Ebulo, rogati dal Notar Castaldi il 10 Marzo 1582, tra i cespiti dotali, è annoverata la masseria armentizia valutata ben 13.000 ducati ossia 55.000 lire e più oro, ed è da credere quindi fosse costituita da quattro a cinquemila capi. Prova n'è pure la maggior valutazione data a Capracotta in confronto di Castropignano e di Civitanova come ho accennato nella nota 106. Maggior prova si trae poi dalle ripetute contestazioni levatesi fra l'Università di Capracotta contro i Duchi Piscicelli, pei tentativi di costoro di stendersi prepotentemente con le loro greggi sulle terre nelle quali pascevano quelle degli abitanti, come riferirò in seguito. Singolarmente delle varie parti del nostro territorio mi convien ricordare: che Vallesorda, quale feudo ecclesiastico dei Cassinesi esteso circa 1.800 tomoli (Ettari 600), non subì ulteriori molestie essendo Montecassino ognora «Neapolitani Regni primus Baro». I suoi primi abitatori, come ho esposto innanzi, vi avevano eretta una Chiesuola dedicata a S. Nicola e che probabilmente era un tempietto ed un Eremitaggio insieme. Di essa non è rimasta pietra su pietra, e mentre qualche vestigio segna ancora il posto ove fu l'Eremitaggio di S. Giovanni Battista sul Montecapraro, della Chiesuola predetta, dei Casolari, se v'eran dappresso, si sarebbe perduta ogni traccia se la loro ubicazione non si trovasse indicata nella "Pianta Topografica dell'intera Tenuta di Vallesorda soggetta alla Badia di Montecassino" rilevata nell'Ottobre del 1773 dall'Agrimensore Michele della Croce di Agnone per incarico ricevutone nella contesa che da tempo si agitava fra i Cittadini di Capracotta e la Badia stessa pei terraggi da questa pretesi. Da quella Pianta si scorge che quella Chiesa era posta sui declivio fra la mulattiera che mena a Vastogirardi ed un fontanina sulla rotabile verso il bosco di Vallesorda. Sotto alla rotabile un ampio e lungo avvallamento declina verso est in cui talvolta si formano dei laghetti. Non è improbabile che il franamento di questa distesa di terreno abbia provocato un tempo la ruina e la scomparsa degli edifici succennati. Credo che ciò dovette avvenire nella seconda metà del 1200, ricordando che nell'istrumento di componimento della vertenza pel vestiario dei Monaci del 1294 fu rilevato che la Chiesa era stata abbandonata dai Monaci stessi, ma le ruine fossero ancora visibili sulla fine del 1700. Sulla sommità del bosco di Vallesorda si stende una radura o meglio prateria cinta tutta da un gran muro formato di grossissimi macigni bene e saldamente collegati a secco; un saggio insomma delle mura ciclopiche, che si incontrano in tante parti d'Italia, specialmente meridionale. Resta ignota la prima destinazione di quel recinto. Una tradizione, udita quando ero fanciullo, la ricordava come un luogo di raccolta nella notte delle giumente coi loro allievi ed i cavalli, per sottrarli all'assalto dei lupi. Parrebbe dar peso a questa tradizione il nome di Monte Ippone (dal greco Ippos, cavallo) in documenti antichi e di Cavallerizza, con cui viene indicata tuttora quella sommità di Monte. Monteforte, dal tempo che fu in dominio dei Borrello, poi dei d'Ebulo, quindi di Caracciolo, dei Cantelmo, del delli Monti trovasi quasi sempre indicato qual feudo abitato. Confusi ammassamenti di pietre rivelano ancora la preesistenza di miseri abituri; forse erano Trulli messi su senza malta. Ma quel che c'è da annotare riguardo a questo feudo è che da esso fu distaccato un buon tratto di territorio verso oriente, che prendeva nome, dal suo Casale di S. Maria Caprara, o S. Maria del Montecapraro, ed aggregato all'agro di Agnone, ed è quello che oggi si designa col nome di Montagna Fiorita, o Colle Fiorito. Ciò si desume fra l'altro da un "Ristretto dei fatti sostanziali incontrovertibili nella causa dell'Università di Agnone con l'illustre Principe di S. Buono, redatto in Napoli il 2 Gennaio 1751" e dalle "Ragioni per l'università di Agnone" per la causa stessa stese ivi nel 14 giugno 1757, citate dal Minieri Riccio. In questi documenti si asserisce come premessa che, per «concessione ottenuta nel 1446 dei provventi giurisdizionali (ossia demanialità) da Alfonso I d'Aragona, l'università di Agnone aveva acquistato alcuni feudi disabitati, e fra questi nel 1484, il Castello di S. Maria del Monte Capraro cum aquis quarumque decursibus principali le acque del Verrino, che, per la sua larghezza media di palmi dieci e la profondità media di mezzo palmo, fosse da considerare come un rivo e non come un fiume. Che esso, traendo origine da tre sorgenti, una detta fonte delle Moree, un'altra detta delli Cimenti, e l'altra propriamente del Capo di Verrino, tutte giacenti in S. Maria di Montecapraro, scorre attraverso territori demaniali e feudali della Università di Agnone, i quali ultimi eran passati da Prospero Colonna ai Gonzaga» e successivamente ai Carafa, ai d'Aquino, ai Caracciolo; e di questi, l'ultimo, Marino, nel 1698 s'era impadronito delle acque, onde l'Università aveva fatto ricorso nel 1736 al Sacro Regio Consiglio per esserne reintegrata in possesso. Ora qui si capisce che il vantato acquisto della Regione di S. Maria Caprara, di cui si tacciono il venditore, le circostanze e l'atto del trasferimento, non potette avvenire che per fatto arbitrario e di sorpresa. Si capisce che, per esservi un Castello, era stato abitato un tempo; che per la contiguità e continuità di piano livellare con Monteforte doveva aver fatto parte del territorio di Capracotta, circostanza questa avvalorata dal fatto che la Città di Agnone non dissimulava il proposito di stendere l'estensione del proprio agro fino alle sorgenti del Verrino ed alla fonte dei Cimenti, ostentandone la antecedente padronanza fino a chiederne la manutenzione in possesso con tutto che dalla lamentata turbativa (1698) al primo ricorso (1736) fossero corsi quasi quarant'anni! Però se arrivò ad ottenere l'annessione della parte di quel territorio fino al torrente che è restato col nome di Vallone di S. Maria Caprara, non riuscì a spuntarla con la restante parte alle sorgenti predette. Non è improbabile che Marino Caracciolo o il suo successore, signore anche di Monteforte e Capracotta, avesse contribuito presso il S. R. Consiglio a dare, come suol dirsi un colpo alla doga ed uno al cerchio, soddisfacendo Agnone con la concessione di S. Maria Caprara, e Capracotta col lasciarla padrona del corso superiore del Verrino e adiacenze. Così l'estremo limite del nostro territorio verso sud-est restò nel punto di confluenza del torrente suddetto col Verrino, che vi formano entrambi delle pittoresche cascatelle. Ivi era un altro molino detto del Signore, che un tempo aveva unita una gualchiera e macchine per apparecchi di pannilana. Detto così forse perché era stato fatto costruire da qualcuno dei d'Ebulo o dei Caracciolo, o forse anche da Capece Piscicelli. Certo questi ultimi ne percepivano emolumenti di cui si lamentavano gli utenti come troppo onerosi. Nel secolo XIX detto molino divenne proprietà privata, e sulla fine di esso fu, dai possidenti fratelli Paglione, ceduto alla Società elettrica del Verrino costituitasi in Agnone, la quale ne derivò un canale animatore dell'energia per la illuminazione della città e per la trazione delle vetture sulla tramvia Agnone-Pescolanciano. Macchia, indicata nel medio Evo col nome di Maccla Spinetarum e di Maccla Strinata, ebbe il suo piccolo centro abitato sull'altura del Monte di San Nicola, ove se ne scorgono le vestigia. Sottoposta un tempo feudalmente a tal Roberto (1189) come ho cennato, l'ebbe circa 60 anni dopo Andrea de Sully, poi Riccardo Anibaldi (1270); poco appresso qualcuno dei Carafa; quindi pervenne ai d'Ebulo, i quali le aggregarono le limitrofe zone selvose di Cannavina e Cannavinello. Dalla Numerazione dei fuochi del 1522 e dalle posteriori emerge che la piccola popolazione ivi residente era considerata quale frazione di Capracotta. Infatti in quella Numerazione trovasi inscritto il nome di Dominicus de Verrone quale Arciprete della Macchia, e nell'altra del 1561 trovasi, con la stessa qualità il nome di Ioannes de Arcangelo de Rentio. Gli scarsi abitanti furon decimati poi dalla peste nel 1656 (di cui tratterò in seguito) e le casette abbandonate e distrutte, come annota il Perrella (Effemeridi del Molise, 29 Novembre). Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! triste spettacolo! Andando in giù verso oriente trovasi la località della fonte del Romito, di cui mi sono a lungo intrattenuto nelle Note Archeologiche. Verso nord-est il dorso del Colle di S. Nicola precipita a picco sull'avvallamento del bosco Cannavinello. Quanto a Capracotta ho già rilevato come attraverso al buio storico del suo tempo antico, apparisse quale denominazione in principio di località, prima che di centro abitato, cioè quella plaga accosto al Vallesorda data al Monastero di S. Pietro nel 1040 da Gualtieri Borello («per finalità dei Capracotta» dice quel testo) fino ai territori di Castelgiudice, di Pescopennataro, di Macchia Strinata. Ho notato pure che, qual luogo popolato, trovasene una prima menzione nel Catalogo baronale del 1189 da cui emerge che la popolazione vi era tanto scarsa da offrire un solo milite al delegato della sua giurisdizione militare Gualtiero Budone. E qui conviene aggiungere che, sia per la ragione che i primi feudatari insediati dai carolingi, dai normanni, dagli svevi disdegnassero la signoria stabile di così remoto e povero luogo montano come il nostro, sia perché questo restasse ignorato e quei nostri progenitori rifuggissero dal richiamarne l'intervento ed il loro governo, certo nessuna menzione di formale investitura feudale di Capracotta trovasi anteriormente a quella aragonese del 1487. Né vestigio di diruto Castello ne lascia lontanamente supporre l'esistenza più antica. Invece sulla maggiore altura all'abitato fu riservata un'ampia area per edificarvi una Chiesa; ed è da credere che quegli antichi vi si andassero lentamente e tacitamente raccogliendo, costruendovi i loro abituri intorno poi vi accorresse la gente sparsa in altri Casali dei dintorni, prima forse quella di S. Nicola di Vallesorda per la ruina anzi cennata. Attrattiva dovette essere la posizione del luogo, prestantesi da più lati a sicura e facile difesa da incursioni frequenti dei tempi. Perché da nord ovest era protetta da inaccessibili dirupi e dalla parte orientale da scoscendimenti che essi completarono con mura, forse anche per consolidare le sovrastanti case: e poi chiusero con porte, addossate a torri, i due ingressi estremi. Anguste viuzze traversarono l'insieme dall'abitato, come ancora si vedono. Una delle torri fu poi demolita, e, su quella che ci restò verso nord, era un arco (ora chiuso da casa addossatale) che probabilmente serviva di vedetta. Le mura impostate come contrafforti, e sotto alle quali col tempo si stesero nuove case, restarono col nome di Rinforzi nei Registri parrocchiali della popolazione nel XVII e XVIII secolo, confermando col nome la primiera destinazione. La casa baronale sorse fuori l'ingresso dall'abitato, chiuso dalla torre predetta, nel 1500 giusta quanto ho riferito a innanzi e che dette motivo alla denominazione di Capracottæ Castrum. È da credere quindi che la signoria di Gualtieri Budone o Sodano non fosse formalmente feudale. E fosse invece una delegazione di giurisdizione militare e giudiziaria e tributaria. Ad ogni modo, poiché la popolazione s'era andata concentrando ed accrescendo stabilmente, avvenne che il territorio circuente più dappresso il paesello seguisse l'evoluzione delle terre consimili nello svolgimento dei rapporti contrastanti tra feudatari e centri abitati, per cui venne ad essere considerato trasformato in Demanio popolare o Comunale, vale a dire che l'uso e la destinazione veniva assunta dalla Comutità, ed il feudatario ne conseguiva dei privilegi tra cui il titolo e provventi diversi, con l'obbligo di provvedere al governo deila Comunità stessa. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- La Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Capracotta
Il titolo di Madonna delle Grazie ha una duplice valenza. Da un lato sta a significare l'effettiva maternità di Maria, il suo essere madre di Gesù Cristo, e dunque madre della grazia divina discesa tra gli uomini in redenzione dei peccati e come messaggio di salvezza. Dall'altro lato, il riferimento riguarda le grazie che la Madonna garantisce agli uomini intercedendo per loro presso il Padre onnipotente. Nel 1671 il tavolario Donato Antonio Cafaro, incaricato di redigere una stima del feudo di Capracotta in vista della sua messa all'incanto, scriveva che questo si componeva di quattro contrade, una delle quali era «il borgo di S. Maria delle Gratie, che stà alla seconda strada, però unito con l'habitatione antica [in cui] vi è un'altra chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Gratie, sita al borgo del medesimo nome, grancia del Clero, et ospitio de' padri della religione di S. Francesco». Sessant'anni dopo, nella "Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia", frate Arcangelo da Montesarchio aggiungeva che a Capracotta fu «edificata una Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, arricchita di molti privilegj, come leggesi in detto breve appostolico, la quale fu benignamente data a' religiosi di questa Provincia a titolo di ospizio, e colla appostolica facoltà di potervi edificare un convento; ma i frati non vi abitano, e solamente vi albergano, quando capitano in detta terra per limosinare le lane, o altro bisognevole pe 'l convento di S. Bernardino di Agnone». Nel 1931, lo storico Luigi Campanelli confermava che «un'altra cappella al nome di S. Maria delle Grazie era situata poco discosto dal palazzo Baccari (poi Fantozzi, poi Mosca) edificata forse dalla detta famiglia. Questa chiesetta aveva soprastante un piccolo convento o rifugio di frati francescani». Questa affermazione era figlia delle ricerche di Gaetano Sabatini di Pescocostanzo, il quale negli "Annales minorum" di Luca Wadding aveva trovato la seguente dicitura: Apud oppidum Triventinæ Diocesis, quod Capracocta appellatur, in regno Napoletano, Donatus Vaccarius qui ordinis tertiarii leges atque instituta domi professus ad cerum præscriptionibus vitam agebat, observantibus ædem atque cœnobium in patrio fundo ædificavit, qui annuente Pontifice maximo ad incolendum deducti, religioni ac populorum saluti egregiam operam novam acceperunt. Alfonso Di Sanza d'Alena, attento studioso delle famiglie illustri capracottesi, sostiene che in via S. Maria delle Grazie, sul cosiddetto Colle, «sorse il palazzo Baccari, vicino al quale si ergeva una cappella dedicata a S. Maria, che si presume fondata da questa famiglia. Infatti il piano soprastante la cappella era occupato da un convento o rifugio dei frati francescani, fondato nel 1546 da Donato Baccari». A proposito della fede e della sua declinazione popolare, padre Mario Di Ianni riportava invece una delle leggende legate alla nostra Beata Vergine Maria di Loreto, secondo la quale la sua statua venne dapprima custodita «dove fino a pochi anni or sono c'era l'asilo, il che spiega perché quell'edificio si chiamasse "Casa della Madonna". Dunque la Madonna [...] accettò di risiedere momentaneamente nella cappella della Madonna delle Grazie, fino alla costruzione dell'attuale chiesa». Allo stato delle attuali conoscenze, dunque, possiamo affermare con certezza che sul territorio di Capracotta esisteva sin dal XVI secolo una chiesa - o una cappella - dedicata alla Madonna delle Grazie, che la stessa era gestita dai francescani e che era situata sull'omonima via, al di sopra di quello che i capracottesi chiamano "Colle". Accanto a queste notizie certe ne abbiamo una incerta, ossia la posizione esatta di detta chiesa, che per alcuni era all'interno del Palazzo Baccari - sede dell'asilo infantile di Capracotta per tutto il '900 ed oggi della residenza anziani -, per altri nei pressi di questo palazzo. Facciamo ora un salto apparentemente insensato e... pensiamo al racconto "La lettera rubata" (1844) di Edgar Allan Poe. La storia di quel breve, fulminante, capolavoro è presto detta: il prefetto di Parigi non riesce a trovare una lettera che è stata rubata, nonostante sia a conoscenza del ladro e della stanza nella quale è nascosta la refurtiva. Le ricerche, minuziose fino all'inverosimile, non danno risultati. L'investigatore Dupin, però, ha una teoria, secondo cui l'eccessiva semplicità del caso non può essere colta dagli inquirenti, i quali non vedono ciò che è davanti ai loro stessi occhi: la lettera. Proprio come quella missiva trafugata, forse la Chiesa di S. Maria delle Grazie l'abbiamo sempre avuta sotto gli occhi e non ce ne siamo mai accorti: a mio avviso, infatti, potrebbe trattarsi dell'alto edificio che sorge al civico 42 di via S. Maria delle Grazie. Per lo storico dell'architettura Mario Ortolani quell'edificio è infatti un esempio notevole di casa "a capanna", tanto che nel 1961 affermava che «a Capracotta è possibile riconoscere, tra le ricostruzioni di guerra, un superstite tipo arcaico turriforme di casa in pietra squadrata, a base rettangolare, a tre o quattro piani, con tetto displuviato a capanna, fortemente inclinato e ricoperto di lastre». La facciata a capanna è un termine architettonico usato per definire la forma della facciata di un edificio quando la copertura presenta solo due spioventi: solitamente si tratta di una chiesa. Il Ministero della Cultura ha censito quell'edificio nel suo Catalogo generale dei Beni culturali sotto il nome degli attuali proprietari (Di Gennaro); ha inoltre certificato che «l'edificio, in pianta rettangolare, si sviluppa su quattro livelli di piano, la muratura è in pietra e la copertura è a due falde [...] L'edificio [è] posto a chiusura dell'espansione edilizia cinquecentesca a Sud del borgo originario». Questo significa che per il Ministero quel palazzo rappresentò nel '500 il confine del centro abitato di Capracotta il quale, evidentemente, era da poco fuoriuscito dalla Terra Vecchia spingendosi in piazza S. Falconi, sul corso S. Antonio e sul Colle. Un secolo dopo l'abitato sarà ancora più vasto e i suoi termini diventeranno invece le chiese di S. Antonio e di S. Giovanni. Visto che a Capracotta soltanto le chiese hanno una facciata a capanna, posso ipotizzare che la Casa Di Gennaro fosse in passato un edificio di culto, anzi che quella fosse la sua funzione originaria. Come ogni chiesa che si rispetti, anche questa doveva avere un campanile ma, probabilmente, era a vela, come spesso si rinviene nelle chiese francescane per evitare qualsivoglia ostentazione architettonica. La sua conversione a edificio residenziale dovette avvenire comunque presto, quando nella prima metà del XVII secolo i francescani lasciarono Capracotta per stabilirsi esclusivamente ad Agnone, nel Convento di S. Bernardino, chiudendo l'ospizio di S. Rocco di via Roma e abbandonando la Chiesa di S. Maria delle Grazie. Ricordo che nel circondario di Capracotta esistono tuttora due chiese intitolate alla Madonna delle Grazie: la prima è quella di Poggio Sannita, edificata attorno al 1590; l'altra a Vastogirardi, edificata nel XVIII secolo su una preesistente cappella. Il mio, insomma, è soltanto un primo passo per cercare di capire quali caratteri avesse una chiesuola cinquecentesca edificata nel cuore dell'attuale abitato di Capracotta e che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di interrogativi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. da Montesarchio, Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia, libro III, Mosca, Napoli 1732; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744), Palladino, Campobasso 2015.
- Dai Borboni alla Forestale
A voler condensare in poche pagine la storia della razza Persano si fa una fatica immane ma piacevolissima poiché è davvero affascinante la genesi e l’evoluzione di questo splendido cavallo italiano. Perché Persano? Perché a Persano, in provincia di Salerno, i Borbone decisero, in una loro tenuta di caccia, di allevare cavalli per ogni loro esigenza (militare, di caccia). Una forma di organizzazione lucida di allevamento equino si deve a Carlo III di Borbone, il quale nel 1763 decise di razionalizzare ciò che già in maniera spicciola e disordinata si faceva da un secolo circa, non solo a Persano ma anche a Carditello (Caserta) e a Ficuzza, in Sicilia. Si lavorava allora, si riproduceva basandosi su due popolazioni cavalline, genericamente definite napoletane e salernitane, molto affini ovviamente perché contigue. La Napoletana più imponente, più "di carrozza", più elegante anche per aver avuto influenze andaluse nei secoli passati, la salernitana più rustica, più forte, meno alta e meno rappresentativa, per solito brada proprio nella Piana del Sele, attorno a Persano. Nel 1741 su un certo numero di femmine di questi due ceppi, (pare 61 femmine!) il Re di Napoli decise di far riprodurre quattro stalloni di razza Araba, che aveva ricevuto in dono dall'Ambasciatore turco Huseyn Efendi in occasione di un Trattato di pace e commercio stipulato tra l'Impero Ottomano e il Regno delle Due Sicilie. I Borbone quindi selezionando per linea femminile su base locale riuscirono a dare vigore e brio ad una linea di razza di grande pregio. Pare che nella loro scelta di apportare sangue arabo (della Mesopotamia) su popolazioni cavalline indigene, non fosse di secondaria importanza il fatto che così si producessero cavalli più leggeri, con diametri trasversi ridotti, un po' più bassi del "carrozziere" di napoletana origine ma tanto più nevrili, tanto più agili e veloci. Si scelse cioè di produrre cavalli più adatti per le tecniche di guerra che stavano cambiando in quel periodo: da guerra di appostamenti, di battaglie frontali, di fanterie opposte, a guerra di movimenti veloci, di aggiramento rapido del fronte nemico, di movi- menti di cavalleria tanto rapidi da risultare sorprendenti. I Borbone cioè compresero fin dalla metà del Settecento quell'evoluzione dello stile dell'Arte Militare che ebbe poi il suo principale artefice in Napoleone, verso la fine del Settecento. E il cavallo allevato a Persano fu un fantastico interprete di ciò: un cavallo brioso ma sereno, tranquillo e confidente col buon cavaliere, forte, robusto e resistente, molto equilibrato ed "intelligente", mai timoroso, mai nervoso. L'evoluzione poi della "Reale Razza" di Persano ha avuto vicende alterne e non sempre fortunate: ad esempio, l'introduzione di sangue centroeuropeo, della razza Meeklemburg, decisa da Ferdinando II, Re Nasone dal 1830 al 1859, non fu una buona idea, producendo soggetti con tare, bassa fertilità, scarso sviluppo osseo nei puledri: fu nefasta quindi la scelta di accoppiare «fattrici indigene di ceppo orientale con stalloni prussiani», come attestò l'allora Direttore Brandi ai suoi Superiori. Ma nel 1860, alla nascita dello Stato unitario, il Demanio dello Stato tentò di gestire la "Razza Governativa di Persano" per alcuni anni e nel 1868 passò la mano al Ministero della Guerra, con una base di ben 356 capi di cui 287 femmine! Si poteva fare, si sarebbe potuto fare un gran bel lavoro di selezione, ma a sorpresa nel 1879 un decreto dello stesso Ministero della Guerra sancì la soppressione della ex "Reale Razza di Persano", ora "Razza governativa di Persano". Si decise di vendere tutto il parco cavalli sulla piazza di Eboli: ma nella casa regnante ben si conosceva il valore quel ceppo genetico, tant’è che il responsabile Cavalli di Casa Savoia acquistò in quella occasione molti esemplari, i migliori forse, che andarono a far parte della tenuta di San Rossore. Altri più idonei furono acquistati da accorti allevatori della stessa Piana del Sele: tra di essi anche un noto produttore di cavalli da trotto (Gargiulo di Afragola). Ma, ancora, nel 1900 il Ministero della Difesa volle la ricostituzione della Razza di Persano: si fece un intenso lavoro di ricerca e acquisizione di ciò che si era stoltamente disperso solo 26 anni prima, ripartendo con 100 fattrici per lo più indigene (o salernitane) ed esemplari di Persano recuperati da San Rossore. Si scelse, per fortuna, di usare soprattutto riproduttori arabi o berberi o beduini: oltre 50 stalloni acquistati tra il 1906 e il 1929 da Siria, Mesopotamia, Egitto. Molti di questi, per saturazione, hanno riprodotto anche in Sardegna, a fare quella base equina dalla quale, nel 1937 col purosangue inglese Rigogolo, si derivò e si iniziò la razza anglo-araba-sarda, con lucida e soprattutto costante programmazione. A Persano invece, si reiniziarono presto forme di meticciamento, forse per la discontinuità della direzione aziendale. Col tempo poi, in relazione a riorganizzazioni logistiche attuate (1954) dall'Esercito Italiano, i cavalli Persano furono concentrati a Grosseto, presso il Centro Veterinario Militare, da dove si continuò a rifornire i reparti montati, via via sempre più ridotti come numero e come esigenze di soggetti allevati in purezza: infatti, scelte diverse si affermarono come linee di sangue maschile, sicché a Grosseto il Persano perse via via rilievo. Alla fine degli anni Novanta, una specifica attenzione al destino di un gruppo di circa 160 soggetti Persani dichiarati di fine carriera venne posta dal Corpo forestale dello Stato. Fu facile concordare con l'Esercito la cessione di quei soggetti sicché 41 femmine "scartate" vennero destinate nell'Azienda demaniale della Torre di Feudozzo in Castel di Sangro (L'Aquila) per tentarne la riproduzione, e circa 120 maschi castroni vennero distribuiti in varie riserve gestite dalla Forestale, per servizi ordinari di pattugliamento del territorio. Sulle femmine persane pure dislocate a Feudozzo, quelle che presentavano problemi non incompatibili con una gravidanza vennero incrociate con salernitani puri ottenendo una leva giovanile di gran pregio. A livello funzionale, i persani si dimostrarono in fretta cavalli di totale affidabilità, intelligenti, rapidi nell'apprendere (non a botte, però!) e dal carattere molto equilibrato e confidente, docile e coraggioso. Nell'ordinario servizio di pattugliamento, hanno poi convinto rapidamente anche cavalieri molto esperti ed adusi ad altre razze. L'inserimento del nucleo di "Feudozzo" nelle procedure in corso presso l'Associazione regionale allevatori della Campania, che opera per conto dell'Aia (Associazione italiana allevatori) alla costituzione di un registro anagrafico del Persano e del Libro Genealogico, fanno ben sperare nella ricostituzione di una base numerica e qualitativa di questa splendida razza storicamente italiana e così il Corpo forestale dello Stato avrà salvato dall’estinzione ancora una razza animale. Giovanni Potena Fonte: G. Potena, Dai Borboni alla Forestale, in «Il Forestale», 54, gennaio 2010.
- Zia Pierina
Per quanto mi sforzi di ricordare zia Pierina o - come la chiamavo io - zia Pina, mi sembra che abbia fatto parte della nostra famiglia da sempre. Con mamma sempre in farmacia e papà in studio o in giro per visite, aiutava nonna a mandare avanti la casa e piano piano era diventata la mia tata con la sua presenza esile e silenziosa. Più che tata, una zia acquisita. Curioso il suo modo di osservare meglio i piccoli oggetti accostandoli di lato agli occhi e, se un oggetto si rompeva il suo commento: – Nen ze putéva murì de pulmunìte... – sdrammatizzava il tutto, la vita è fatta di cose più importanti. Ancora oggi mi ripeto questa espressione in caso di perdita di beni materiali. Apprendevo così anche il dialetto e il primo termine che mi rimase impresso fu papattuócchie: piccolo pupazzetto antropomorfo. Nei giorni caldi della bella stagione la accompagnavo per i campi e a cogliere la cicoria: silenziosamente mi insegnava il rispetto per la terra, madre e nutrice, che lei più volte aveva dissodato e nella quale contribuiva ad impiantare le mie radici. Pochi i ricordi precisi, più un lento fluire nel tempo, come fermarsi e guardare lo scorrere di un ruscello cullato ed abbracciato dal caldo sole d'estate. Ecco allora un pomeriggio alla Terra Vecchia dove lei, seduta accanto a zia Elena, sua sorella, insieme ad altre donne, come in un rito quotidiano a godere del tepore del sole al tramonto, proteggendosi gli occhi con le mani vissute ma sempre dalla stretta dolce ed affettuosa. Scena ben rappresentata da Giulia Paglione in un acquerello che fece in dono alla mia famiglia. Il trasferimento a Tivoli fu il primo distacco da me vissuto verso una persona cara, ma ogni ritorno era una felice occasione per andarla a trovare e poi, adulto, per portarle in visita anche i miei figli. Ancora oggi, passando davanti a quel portone, mi sembra di percepire la sua presenza in cima alla ripida e stretta scala di legno e, per qualche istante, aspetto di sentire la sua voce che mi invita a salire. Francesco Di Nardo
- La storia di Villa Blanc
La storia di Villa Blanc inizia quando, nel 1973, la Società Generale Immobiliare vende la Villa all'Ambasciata dell'allora Germania Federale. Scoprimmo quasi per caso che l'accordo tra le parti prevedeva il perfezionamento del contratto previa eliminazione dei vincoli (e i vincoli sono leggi dello Stato) che tutelavano la Villa. Da allora iniziammo una battaglia, la cui prima vittoria tangibile fu una delibera del Comune in cui si dichiarava la Villa "zona N" (parco pubblico): era il 1974. In quei tempi la Villa era abbandonata a se stessa e chiusa al pubblico, si sperava che quello fosse l'ultimo atto di una battaglia vinta. Diciotto anni dopo, nel 1992, le condizioni della Villa erano ulteriormente peggiorate e la Villa continuava a restare chiusa. In quell'anno, l'allora ministro dei Beni Culturali Ronchey acquisì la Villa tra i beni pubblici per frenare una delle ennesime speculazioni: la storia è nota, Ronchey dovette desistere. Sei anni dopo la Luiss acquistava la Villa. Fummo tra i sostenitori di quella soluzione. Un'università è comunque un servizio pubblico, un'istituzione culturale, e poi la Villa aveva veramente bisogno di restauri immediati. Siamo nel 2002, sono passati quattro anni e la Villa è in uno stato di abbandono crescente e sempre chiusa al pubblico. L'anno prossimo sono trent'anni esatti che la vicenda della Villa ha avuto inizio. Abbiamo lottato contro amministratori sonnolenti, speculatori, vandali, ladri (una volta si sono persino rubati un'intera scalinata), incendi ecc. Ad ogni nuova fase abbiamo chiesto di fare in fretta, abbiamo urlato ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno. Ad ogni nuova fase ci dicevano che finalmente si era trovata la soluzione più adatta alla Villa, che finalmente la Villa era salva e via dicendo. Esauriti i facili entusiasmi di ogni nuova fase, quando tutti discordano del problema, tornavamo a chiedere di fare in fretta, urlare ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno. A trent'anni dall'inizio della nostra lotta e a quattro dall'acquisto da parte della Luiss, la Villa è ancora in stato d'abbandono. Anche questa volta torniamo a chiedere di fare in fretta, a urlare ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno: non vorremmo essere ripetitivi, ma è la situazione a non cambiare. La Villa va restaurata immediatamente e il parco non riceve manutenzioni serie ormai da decenni. Noi continuiamo a sperare che il futuro di Villa Blanc sia tornare ad essere un bene fruibile, che possa diventare una sede universitaria con un parco aperto a tutti. Questo potrebbe essere uno degli ultimi appelli, non perché ci stancheremo di farli, ma perché potrebbe essere la Villa a non esistere più se non si parte immediatamente con un lavoro serio di restauro. Antonina Di Rienzo Fonte: https://digilander.libero.it/leperseidi/, 2002.
- Sintesi
Tra vallate e montagne, tra mari e terre, tra cirri e cumuli, tra tuoni e saette; il giorno e la notte, la luna ed il sole; fra stelle e stelle in vuoto assoluto m'adagio su galassia e lungi ghermisco l'ultima scoperta della scienza; la fermo sul palmo della mano: piccola formica che cerca il suo rifugio e per questo l'accontento. Immerso nel silenzio ancestrale, non distratto da buco nero che tutto s'ingoia d'intorno, osservo l'universo al di sotto del mio piatto giaciglio, conferma assoluta del pensiero di Aristotele. Al di sopra, l'eterno: Signor dell'Infinito! Ugo D'Onofrio
- Sotto il sole caldo dell'estate...
Sotto il sole caldo dell'estate l'uomo scende dai monti per lo stretto sentiero battuto dalle vacche che corre tra le rocce e l'erba rinsecchita. Intorno è forte il ronzio di api e calabroni che si rincorrono tra rari fiori e bassi arbusti. Il fianco assolato della Guardata riserva pochi ripari o zone d'ombra a conforto della canicola eppure tra i rovi di uva spina il tracciato inaridito che suona sotto il passo pesante ad un certo punto compie una svolta e finalmente dietro un masso scopre una fontana gorgogliante unico refrigerio di pastori ed animali. Qui gli insetti si fanno più operosi e l'uomo sudato raccoglie tra le mani quell'acqua fredda di breccia che le viscere generose della montagna hanno portato giù a valle e si disseta; con sollievo si sofferma a guardare intorno, ad ascoltare lo scampanio degli armenti, poi lascia alle spalle il suono della fonte, che man mano ammutolisce, per seguire il limite della pineta alle porte del paese. Flora Di Rienzo
























