LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
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IL RATTO DI BECKENBAUER
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IL RATTO DI BECKENBAUER
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"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La Pretura di Capracotta e i suoi pretori più illustri
I problemi finanziari del Regno d'Italia non permisero nel 1891 di realizzare un censimento della popolazione, ma in quello precedente del 1881 Capracotta contava 3.902 abitanti. Il quarto mandamento del circondario di Isernia, di cui la nostra cittadina era capoluogo, comprendeva altri quattro comuni: Castel del Giudice (1.639 ab.), Pescopennataro (1.470 ab.), San Pietro Avellana (2.472 ab.) e Sant'Angelo del Pesco (1.461 ab.), raggiungendo una popolazione complessiva di 10.944 abitanti. L'ultimo censimento generale della popolazione del 2011 ha registrato invece 950 abitanti a Capracotta, 355 a Castel del Giudice, 300 a Pescopennataro, 537 a San Pietro Avellana e 368 a Sant'Angelo del Pesco, per una popolazione totale di 2.510 anime, due terzi di quella che nel 1881 risiedeva a Capracotta e poco più di quella che viveva allora a San Pietro Avellana. Un confronto che lascia attoniti. Tale confronto, di per sé, giustifica abbondantemente l'abolizione degli uffici di pretura in comuni come il nostro, in cui il dato giuridico, anche in tempi demograficamente non sospetti, era già spaventosamente inefficiente: basti pensare che nel 1967 «il coefficiente della Pretura di Capracotta è 0,06 [ovvero] c'è lavoro per un ventesimo di magistrato, all'incirca». Nel 1978 il divario aumentava ancora: «il tribunale di Mistretta ha una circoscrizione di 27.000 abitanti; ed esistono preture come Capracotta con meno di 5.000 persone». La necessità politica di sopprimere le preture mandamentali e le tante riforme tese a razionalizzare la giustizia italiana nulla tolgono all'importanza di questo ufficio pubblico che tra il 1809 e il 1989 ha rappresentato uno strumento fondamentale per avvicinare lo Stato centrale alla periferia, lubrificando i meccanismi del primo grado di giudizio nei processi civili e penali, che altrimenti avrebbero intasato i grandi tribunali, come poi è oggettivamente accaduto. Ma cos'era la pretura nello specifico? Negli ordinamenti moderni il pretore era un giudice a cui era affidata la giurisdizione in materia civile e penale, oltre a importanti compiti di natura amministrativa e di volontaria giurisdizione, tra cui i giudizi in tema di lavoro e previdenza, di opposizione avverso sanzioni amministrative, oppure, in veste di giudice tutelare, le inchieste in materia di infortuni sul lavoro, il controllo dei registri dello Stato civile, la presidenza della commissione elettorale mandamentale, il controllo del funzionamento degli uffici del giudice conciliatore, la direzione delle carceri mandamentali ecc. La pretura era dunque un organo monocratico, in quanto la giurisdizione era esercitata da un magistrato unico, non da un collegio. Essa aveva sede nei capoluoghi di provincia, di circondario e di mandamento, come nel nostro caso. La legge n. 30/1989 abolì le preture mandamentali istituendo la pretura circondariale, dalla quale dipendevano, per alcune funzioni, le altre preture (definite sezioni distaccate). Successivamente il giudice di pace, istituito nel 1991, ha assorbito, oltre alle funzioni dei giudici conciliatori, anche alcune funzioni che appartenevano ai pretori. Infine il d.lgs. n. 51/1998 ha disposto la soppressione di tale organo sostituendolo con il giudice di tribunale, detto anche giudice unico di primo grado, a far data dal 2 giugno 1999 per tutti i processi civili e dal 2 gennaio 2000 per tutti i processi penali, il quale decide in composizione monocratica, escluse alcune ipotesi in cui è tassativamente prevista la composizione collegiale. Mi sembra doveroso fornire un elenco - incompleto ma il più esauriente possibile - di tutti i magistrati che hanno esercitato le funzioni di pretore nel nostro Comune, a partire dal grande giurista cosentino Vincenzo Lomonaco (1811-1883) che, «superata felicemente la prova di pubblico concorso fu con decreto dell'11 giugno 1838 nominato regio giudice del circondario di Capracotta»: Vincenzo Lomonaco (1838-39); Vincenzo Gismondi (1849-50); Filippo Ricciuti (1850-1851); Raffaele Meale (1851-1854); Matteo Giordano (1854-1859); Francesco Cocco (1863), sospeso; Vincenzo Varclè (1863); Luigi Arcuri (1863-64); Nicola Giovannitti (1864-65); Francesco Bruni (1865-66); Giuseppe Giustino Giordano (1868-70); Antonio Ciamarra (1872-73); Alfonso Striani (1873-74); Gaetano De Salleri (1874-75); Antonio Avigliano (1878-79); Domenico Crescenzi (1879-80); Giulio Rocco Forgione (1880-81); Nicola Fusco (1881-83); Pietro Conto (1883); Filippo Moriniello (1883-84); Raffaele Rebecchi (1884), Mariano Tedeschi (1884-85); Francesco Piergianni (1885-86), Renato Luciano Bardari (1886), reggente per aspettativa del titolare; Gaetano Perna (1886-87); Ernesto Milano (1887-92); Antonio Campanile (1892); Vincenzo Martino (1892-93); Alessandro Carrella (1893-94); Vittorio Buresti (1894-96); Enrico Granata (1894-95), reggente per aspettativa del titolare; Gaetano Canzano (1896-97); Vincenzo Gesuè (1897-98); Domenico Colozza (1898-1900); Goffredo Martella (1900-04); Domenico Giuseppe Tito Casilli (1904-06); Raffaele Ferrara (1906-07); Alfredo Lombardi (1908-10); Ennio Giorgi (1910-12); Giorgio Borrelli (1912-14); Giovanni Senerchia (1914-20); Olinto Conti (1920-22), reggente per posto vacante; Michele Cerabona (1922-23); Gaspare Tusa (1923-24); Alfredo Ricciardelli (1924-25); Carmine Natalizia (1926-27); Oliviero Piccinini (1927-28); Cosmo Perna (1928-30), reggente per posto vacante; Leopoldo Baumgartner (1930-31), reggente per posto vacante; Nicola Gargiulo (1931-32), reggente per posto vacante; Luigi Cutelli (1932-33); Michele Amendola (1933-34), reggente per posto vacante; Aurelio Esposito (1934-38); Pasquale Barbato (1936-37), reggente per aspettativa del titolare; Donato Carnevale (1938), reggente per posto vacante; Claudio Giaccio (1938-39); Carlo Gianlombardo (1939-40); Giuseppe Curzio (1943-44); Giovanni Sette (1946-47); Giuseppe Gualzetti (1958-60); Mario Fedele (1962-64). Attestata sin dal 1838 come Regia Giudicatura di circondario, la Pretura di Capracotta era situata in corso S. Antonio e la sua giurisdizione, come già anticipato, si estendeva su altri quattro comuni. L'organico dell'ufficio capracottese era formato da cinque dipendenti pubblici: il pretore, un vicepretore, il cancelliere, un vicecancelliere e un usciere. Se il pretore e l'usciere erano unici per l'intero Mandamento, le cariche di vicepretore e cancelliere variavano per ogni comune ma spesso, in assenza dei titolari, venivano ricoperte dal sindaco o dal segretario comunale. Fra i giuristi più illustri a presiedere la Pretura di Capracotta ne devo menzionare almeno tre. Il primo di essi è Vincenzo Lomonaco, nato ad Aieta, in provincia di Cosenza, nel giorno d'Ognissanti del 1811 da Biagio, dottore in legge, e Rachele Marsiglia. Fin da fanciullo «si rivelò d'ingegno svegliato e dedito agli studi». Nel 1828 si trasferì a Napoli per completare ufficialmente la sua formazione ed è lì che «diede alla luce eleganti prose, e poesie, e monografie letterarie e scientifiche nei giornali e nelle riviste del tempo». Laureatosi il 16 marzo 1833, superò facilmente la prova di concorso e nel 1838 venne nominato regio giudice del Circondario di Capracotta, dopodiché, il 5 giugno 1839, fu promosso di classe e destinato al Circondario di San Sosti, nella natia provincia cosentina. Negli anni della maturità Lomonaco sarà autore di vari e validissimi studi storico-giuridici: dalla "Storia de' principii della legislazione" (1844) al "Dante giureconsulto" (1872), da "L'ortografia italiana" (1864) agli "Studii paralleli tra il mondo romano e germanico" (1874). Tuttavia, la cosa che stimola il mio interesse sta in quel che disse l'on. Giuseppe De Riseis (1833-1924) alla Camera dei Deputati il 19 febbraio 1890, quando confessò all'illustre assemblea che Lomonaco, «essendo restato per parecchi anni nel paese del [...] celebre giureconsulto Stanislao Falconi, in Capracotta, completò colà su i libri i migliori studi, costretto dalla neve e dal freddo a non poter uscire o a studiare, senza avere certamente che pochissime cause né biblioteche od anche molti libri, ma soltanto pochi e buoni, e studiandoli molto. È là, egli diceva, che mi son formato giureconsulto, se lo sono. Ed infatti lo era». Grazie alle parole del De Riseis, insomma, posso affermare che l'insigne Vincenzo Lomonaco risiedette a Capracotta ben più dei 12 mesi in cui ricoprì la carica pretoriale e che proprio da noi trovò gli stimoli giusti per diventare il grande magistrato che tutti conosciamo. Un secondo giurista illustre che mosse i primi passi nel nostro paese fu Antonio Avigliano, illustre non tanto per gli studi giuridici - che pure furono eminenti - quanto per aver sposato la baronessa capracottese Silvia Falconi, con la quale diede alla luce, il 13 ottobre 1879, Elisa, futura moglie del poeta-paroliere Salvatore Di Giacomo. Elisa Avigliano, infatti, sarà la discreta musa ispiratrice di suo marito, seguendolo «in queste curiose escursioni e non si lasciava scoraggiare dalla scelta di mete, talvolta, insolite. La povera Elisa veniva indotta a seguire il Poeta per fondaci e angiporti, nei tenebrosi vicoli e chiassoli dietro Porta Capuana e il carcere di San Francesco, al Pendino, al Mercato, in una Napoli brulicante di colore, a caccia di documenti dal vero, da fissare sul taccuino o nella Kodak». Un terzo ed ultimo pretore degno di menzione fu senza dubbio Ernesto Milano (1862-1933), ex uditore con funzioni di vicepretore nel mandamento dell'Avvocata di Napoli, prima di essere nominato, dal 1887 al 1891, pretore a Capracotta con uno stipendio annuo di 2.200 £ (circa 10.000 €), a seguito del trasferimento dell'avv. Gaetano Perna. Alla morte di Milano, avvenuta in piena epoca fascista, verrà celebrato come «eletta figura di gentiluomo e di studioso, [che] seppe affermarsi e conquistare l'estimazione generale; fu, infatti, fra i primi del concorso per uditori e seppe distinguersi per le doti d'intelletto, la dottrina e la solerzia, e nelle Preture di Capracotta nel Molise, in quelle di Esperia, di Sora e Caserta ove è sempre ricordato con ammirazione». Ernesto Milano fu anche un prolifico autore di monografie, studi giuridici e riforme legislative. Aggiungo che durante il mandato di Milano la carica di vicepretore era affidata a Lorenzo Di Ciò (1845-1921), uomo di legge nato a Forlì del Sannio ma oriundo capracottese poiché, rimasto «orfano di padre all'età di soli cinque anni, fu cresciuto dai nonni paterni a Capracotta». Il 13 novembre 1887 Di Ciò rassegnerà le dimissioni per dedicarsi alla vita politica - diventando, cinque anni più tardi, sindaco di San Pietro Avellana - e all'attività notarile, venendo sostituito in quel ruolo da un nostro compaesano, l'avv. Michele Falconi, figlio di Giangregorio e Luisa Conti, confermando la tendenza all'avvicendamento delle nomine. La funzione di cancelliere era invece esercitata da Gaetano Del Trono, giunto a Capracotta nel 1886 da Roccasecca. Il 19 gennaio 1888, dietro sua esplicita richiesta, Del Trono lascerà il nostro paese per la Pretura di Pontecorvo ed il suo posto sarà assegnato al capracottese Vincenzo Mosca (1851-1898), vivacissimo studioso di diritto, specialmente dell'estinzione del reato a seguito della remissione della querela. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artieri, Penultima Napoli, Longanesi, Milano 1963; Atti parlamentari, Camera dei Deputati, XVI:4, Roma, 19 febbraio 1890; A. Avigliano, La nuova legge sull'ammonizione, Carabba, Lanciano 1890; C. Castellano, Il mestiere di giudice. Magistrati e sistema giuridico tra i francesi e i Borboni, Il Mulino, Bologna 2004; M. Cervi, La giustizia in Italia, Longanesi, Milano 1967; Codice penale per gli Stati di S. M. il re di Sardegna, Lao, Palermo 1861; L. Di Ciò, Dai feudi e titoli della famiglia d'Alena, Putaturo, Castel di Sangro 1896; S. Di Giacomo, Lettere a Elena, Osanna, Venosa 1998; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d’'lena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; S. Felici, La remissione del querelante e la tassa sulle sentenze, Stracca, Frosinone 1896; E. Gorrieri, È ancora valida una rivendicazione di settore?, in «Corriere della Sera», Milano, 29 settembre 1978; V. Isacco e C. Salvarezza, Commentario della legge sulla pubblica sicurezza del 20 marzo 1865, Fodratti, Firenze 1867; V. Lomonaco, Storia de' principii della legislazione, Azzolino, Napoli 1844; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021; E. Milano, Di alcune riforme nel rito civile e penale dinanzi le più basse magistrature, Tip. dell'Ancora, Napoli 1891; P. Paletti, Le tutele e le curatele nelle preture mandamentali e comunali, Ceccarelli, Terni 1888; G. Trono, Lomonaco Vincenzo: necrologia, in «Il Filangieri», VIII:1, Vallardi, Milano 1883.
- La motosega a nastro di zio Geremia
Mattina d'estate con il paese che si sveglia e, preceduta da uno sferragliare di tutto rispetto, ecco arrivare la motosega a nastro di z' Geremia. A rimorchio del proverbiale camioncino cassonato Volkswagen di color avana - gemello di quello con cui Squarcione si recava il lunedì mattina al mercato usando il cassone come rivendita corredato dalla sua mitica stadera -, montata su un carrello sorretto da quattro ruote metalliche a cuscinetto senza sospensioni: una versione maggiorata delle nostre "carrozze" giovanili. Più volte mi sono domandato dove fossero i freni, giungendo poi ad una risposta da far rizzare i capelli: semplicemente non c'erano! Unico governo di questa sorta di sobbalzante "chiatta" a rimorchio, la sbarra in ferro color ruggine che la collegava al camioncino. Roba che oggi la Stradale non ti ritirerebbe la patente: le darebbe direttamente fuoco! Il motore, un monocilindrico statico a gasolio, si accendeva a manovella dopo aver inserito un cartoccio acceso detto "sigaretta", in un apposito alloggiamento per il preriscaldamento della testata. Come ho detto altre volte, era identico a quello che azionava la manovia degli anni '70: questo marroncino scuro, azzurro l'altro. Una cinghia azionata da un rullo coassiale al volano trasmetteva il moto alla girante collegata al rotore inferiore della sega verticale a nastro, con cui si tagliavano i grossi tronchi della legna da ardere prima di accatastarli in attesa dell'inverno. Il martellare ritmico del motore si associava al profumo del fumo di scarico vomitato a scatti da un silenziatore a forma di melanzana col cappellotto, nero di fuliggine, fermato da una robusta vite a farfalla: un gigantesco sigaro bicolore metallico. Il veloce pulsare rallentava, diventando un tossicchiare asmatico quando il tronco era particolarmente grande o resistente, ma z' Geremia, riducendo la spinta sul piano di appoggio, sapientemente prendeva il pennello dentro il secchio penzolante dal rotore superiore, umettando così di grasso il nastro e facilitandone lo scorrimento. Il motore ringraziava, riprendendo a pieni polmoni il suo ritmico battito. Il secchiello, perennemente appeso, col suo ampio ondeggiare, durante gli spostamenti, era come la bandiera sventolante sull'albero maestro di un veliero. Un bocchettone rotondo al di sopra della testata, rigorosamente aperto, mostrava il ribollire dell'acqua di raffreddamento del cilindro, una enorme caffettiera da rabboccare di tanto in tanto. Il fischio del nastro metallico, che duettava con il motore, si percepiva anche a distanza e, in certe giornate, subiva il contrappunto di qualche motosega a catena col tipico violento sparacchiare del piccolo motore a scoppio da qualche altra parte del paese. Inutile dire che di sistemi di sicurezza nemmeno l'ombra, ma la maestria di z' Geremia sopperiva a tutto. Sul volto misterioso e sereno uno sguardo concentrato si palesava sotto la visiera dell'eterna coppola calcata in avanti per proteggersi dai trucioli che ogni tanto volavano. Tradizione paesana e tecnologia arcaica fuse in uno spettacolo che marcava lo scorrere delle stagioni in un tempo lontano. Credo di aver passato ore a contemplare questa specie di orchestra che suonava e si muoveva al ritmo dei tronchi tagliati che cadevano al di là della postazione dell'operatore: i bassi scanditi dal motore, i tenori e contralti nella cinghia e nelle giranti con i soprani nel nastro che scorreva veloce. E quando la canzone terminava, un tappeto di segatura aromatica e una macchia d'olio scuro erano tutto ciò che restava... Francesco Di Nardo
- Storia del ciclismo agnonese
Quando si correvano gare ciclistiche con passione e con il tubolare di scorta portato sulle spalle, ad Agnone si organizzavano gare dilettantistiche con partecipazione di gruppi sportivi e con gare interregionali. Le prime notizie sul ciclismo di Agnone risalgono al maggio del 1905 con la partecipazione ad un convegno ciclistico dello Sporting Club, composto d Giuseppe Leonelli, Giovanni Sammartino, Achille Manoppella, Filippo Di Lollo, Giulio Sammartino e Felice Di Ciero. Questi ciclisti percorsero in bici l'itinerario con andata Agnone-Carovilli-Roccaraso-Sulmona-Popoli-Chieti e ritorno Chieti-Pescara-Ortona-Vasto-Agnone. Successivamente, nel luglio 1912, si trova una gara Carovilli-Agnone. Una gara ciclistica si svolse nel mese di luglio del 1914. La tappa fu Agnone-Caccavone-Agnone. Vi parteciparono 8 ragazzi e l'ordine di arrivo fu: Biagio Cerimele; Ciro Amicone; Vincenzo Marcovecchio. Successivamente, nel settembre 1924, ci fu una gara Agnone-Vasto-Agnone di 166 km. con la partecipazione dell'agnonese Luca Marinelli che giunse settimo con un ritardo di 40 minuti. Nell'agosto 1926 due baldi giovani agnonesi, Enrico Zarlenga e Ciro Amicone, decisero di fondare un gruppo ciclistico dandogli il nome "Cicli Atene", in onore di Agnone, da molti definita «l'Atene del Sannio». In quella occasione fu organizzata una gara il 5 agosto 1926. Il percorso fu Agnone-Carovilli-Agnone, per un totale di 52 km. con di arrivo: Giuseppe Pannunzio (Cicli Atene); Luca Marinelli (autonomo); Giovanni De Ciocchis (Atala); Mario Di Lollo (Cicli Atene); Tito De Simone (Peugeot). Nel settembre 1930 una nuova corsa Agnone-Isernia-Agnone di 120 km. fu vinta dall'agnonese Placido Zimangasse, grande appassionato di ciclismo e tecnico di biciclette. Nel 1954, un altro appassionato di ciclismo, il grande "bartaliano" Pietro Zarlenga, riprese il vecchio gruppo "Cicli Atene" del fratello Enrico, mettendo su un'attività lavorativa, montando pezzi di bici, forcelle, canne, telai a saldatura autogena verniciati a mano e "asciugati" in un forno - particolare da lui realizzato - ad aria calda ricavata dalla forgia. Le bici così realizzate avevano anche un logo che portava impresso lo stemma di Agnone con la scritta "Cicli Atene" sia sotto sia fissato sopra la canna di passaggio della forcella e sulla canna obliqua. A me, ragazzino di 6 anni, affascinava il modo in cui erano concepite, la tecnica di riparazione, come sostituire i tacchetti dei freni e i fili, "rappezzare" una camera d'aria o, da una vecchia, ricavarne una più piccola creando un manicotto evitando qualsiasi perdita. Favoloso era centrare l'asse agendo sui niples dei raggi della ruota o sostituire il mozzo dei pedali rimontando i pallini a sfera o della canna: era uno spasso, lo si faceva con molta facilità. Pietro Zarlenga organizzava gare ciclistiche nell'area dell'Alto Molise e Abruzzo ed i suoi più intimi collaboratori erano Giovanni Bianco detto Nannino, Sandro Bartolomeo detto Sandruccio, Panfilo Zocarro, detto Panfiluccio, Tonino Di Ciero e Paolino Zarlenga. Ognuno aveva la sua mansione: punzonatore, cronometrista, addetto agli atleti ospiti e preparazione dei sacchetti per il rifornimento. La vecchia bottega della ex Salita Castelfidardo era il punto della punzonatura delle biciclette e, nello stabile adibito a garage, c'erano delle enormi callàre piene d'acqua che venivano utilizzate, a fine gara, come "doccia" dei ciclisti. Questi atleti facevano veramente molti sacrifici sia per percorrere quei 100 chilometri su strade proibitive che per spostarsi con le biciclette che allora erano molto pesanti. Le gare avevano come sponsor Alfredo Cirilli di Pescara, venditore di biciclette, il resto spesso ce lo rimettevano loro di tasca propria. I percorsi normalmente erano Agnone-Carovilli-Agnone od Agnone-Staffoli-Capracotta-Pescopennataro-Agnone. Nella gara del Giro dell'Alto Molise del 1954 Agnone-Pietrabbondante-Staffoli-Capracotta-Pescopennataro-Agnone, oltre al "GS Cicli Atene" ci fu una grande partecipazione di ciclisti interregionali, con la presenza anche di Alessandro Fantini, grande ciclista professionista di Fossacesia, più volte maglia rosa al Giro d'Italia, scomparso tragicamente nel Giro di Germania del 1961. Negli anni a venire, dalla federazione ciclistica furono disputate gare con corridori professionisti tipo la "Tre giorni del Sud". Il 24 maggio 1959, con la 9ª tappa Napoli-Vasto, transitò in Agnone il 42° Giro d'Italia. La gara fu vinta da Gastone Nencini. All'attraversamento di via Marconi, vicino la Fonderia Marinelli, furono sistemate delle campane che, al transito dei girini, suonarono a festa. Il giorno successivo un giornale sportivo scrisse che le campane di Agnone avevano «svegliato i campioni italiani»: fu una delle prime vittorie italiane a quel Giro. Enrico Zarlenga Fonte: https://www.facebook.com/, 11 ottobre 2017.
- Annina Carnevale, 'a Masra
La città di Cetraro vanta una grande tradizione di sartoria. Tanti furono i sarti che operarono nella nostra città, soprattutto nel centro storico. Alla marina invece ricordo Gino Pugliese (Ginu u Sartu), nella foto lo vediamo con il caro Franco Zavatto, che in seguito divenne vigile urbano. Ma una menzione particolare va fatta sicuramente ad Annina Carnevale, da tutti conosciuta con l'appellativo di 'a Masra, la Maestra! Carissima amica dei miei nonni e dei miei genitori, nonna di Giuseppe Aieta, (aveva infatti sposato Fiorino Aieta), la signora Annina, originaria di Capracotta, un paese del Molise, apprese l'arte di cucire lavorando nella sartoria di suo cognato a Roma, dove prepararono l'abito da sposo al re Umberto di Savoia. Poi si trasferì a Cetraro, dove lasciò tracce di grande sartoria. E per tutti divenne 'a Masra! Tommaso Cesareo Fonte: https://www.facebook.com/, 22 ottobre 2023.
- Il sostituto insegnante
Mi ero diplomato da poco. Eravamo sotto Natale e non si vedeva ancora nessuna supplenza nelle scuole. Allora mio padre, presidente della locale Società di Mutuo soccorso degli Artigiani, scrisse all'organo provinciale preposto all'associazione di categoria, di cui non ricordo il nome, prospettando l'opportunità di istituire in paese un corso di aggiornamento culturale per i giovani artigiani apprendisti. Propose il mio nome come insegnante. La cosa andò avanti e in breve tempo il corso fu istituito e ne fu affidata a me la direzione. Cominciò così la scuola artigiana. Era l'anno 1940. Le lezioni si svolgevano a casa, nel pomeriggio, nella cucina di mio zio Oreste, che, per l'occasione, veniva sgombrata, piuttosto malvolentieri, dalle donne e dai bambini. Trattandosi di giovanetti di età poco inferiore alla mia, le lezioni non assumevano un tono cattedratico: erano alla buona, stile casareccio. Erano una sorta di corso di richiamo. E in verità si trattava di richiamare dall'archivio della memoria, ove si erano, per così dire, ben sedimentate, le principali nozioni di aritmetica e di geometria studiate nelle ultime classi delle elementari e di ampliarle opportunamente. In particolare, per la loro attinenza ai problemi del lavoro: le misure del sistema metrico, le figure piane e solide. In più: la radice quadrata e il teorema di Pitagora, ritenuti utili per la risoluzione di casi concreti. Il tutto integrato da esercitazioni di disegno, in ispecie geometrico, eseguite su scala a riduzione. Uno dei frequentanti era compare Michelino "La Tosca", mio coetaneo, muratore ormai, spiritoso e arguto come un po' tutti nella sua famiglia. Era lui che dava il tono alle lezioni, permeandole di buon umore. Un giorno mi dovetti assentare improvvisamente e non feci in tempo ad avvertire gli allievi. Giunti in casa all'ora solita per la lezione, essi trovarono mio zio Oreste, falegname, il quale li avvertì della mia partenza e si offrì di sostituirmi per quel giorno. Evidentemente gli spiaceva di rimandarli indietro così, senza alcun costrutto. Michelino "La Tosca" prese la cosa in burla. – Mastr'Orè...! Beh...! – esclamò allegro e ironico. Quel "beh...!" voleva dire tutto: Mastro Oreste che si mette a fare scuola...!. La cosa sapeva proprio di barzelletta. Gli altri allievi, dietro a "La Tosca", sbottarono a ridere e due o tre di essi, come mi raccontò dopo lo stesso zio Oreste, si piegarono in due, presi da un irrefrenabile accesso di riso. Per niente suggestionato, mastro Oreste cominciò la lezione, nel corso dalla quale gli stupefatti allievi si avvidero che l’improvvisato sostituto era un ottimo insegnante, anche meglio, almeno sul piano delle considerazioni pratiche, del titolare. Gli allegri scolari della scuola artigiana non sapevano che mastro Oreste, ai suoi tempi, aveva frequentato, e con molto profitto, due classi di scuola tecnica, che allora era scuola di tutto rispetto. Se avesse fatto un'altra classe, diceva qualche volta, durante la prima guerra mondiale avrebbe fatto l'ufficiale. Ma la famiglia aveva dovuto ritirarlo dagli studi e avviarlo all'arte, come si diceva, per mancanza di mezzi. (1983) Domenico D'Andrea
- Bir-Bill, il gallo portafortuna
Dindi e Lallo erano fratelli e vivevano nel paese di Capracotta, con la madre, la signora Veronica. Facevano i meccanici; riparavano le biciclette, le motociclette e le automobili. Erano amici di un gallo portafortuna: il gallo del loro pollaio, il quale, quando era stanco di stare nell'orto, andava a passeggiare in paese, entrava nella bottega dei due fratelli e ci stava contento. Qui volava da un'automobile all'altra, dentro gli scaffali, sui travi o sulla finestra, o sporgeva il collo di tra i ferri della grata, per farsi vedere. Di tanto in tanto lanciava all'aria qualche cantatina, e Dindi e Lallo gli rispondevano, come se fossero anch'essi due galletti canterini. In tutti i pollai di Capracotta non c'era un gallo così bello e forte. Pareva un re: un re guerriero. La cresta era come un elmo rosso scuro, quasi nero; e i bargigli sembravano una barba severa. Il becco era forte, pronto a colpire, e gli occhi, freddi, senza espressione, come quelli delle persone furbe, che non lasciano capire ciò che pensano. Aveva le piume rosse e la coda che sembrava un grande punto interrogativo blu. Camminava diritto, superbo, da padrone. Nell'orto, le galline lo seguivano beccando i semi tra l'erba e chiocciando. Il farmacista di Capracotta lo guardava con ammirazione, e volle dargli un nome. Lo chiamò Bir-Bill. – Ih, com'è ridicolo! – esclamò la signora Veronica. – È il nome di un medicamento inventato da me – rispose serio il farmacista. Fu lui, per primo, a dire che il gallo della signora Veronica portava fortuna; perché aveva sotto le ali certe piume nere che, a guardar bene com'erano disposte, formavano dei numeri, i numeri, si diceva, del lotto. La notizia si era sparsa in paese; e le comari invidiavano la fortuna dei due fratelli e della loro madre che, un giorno o l'altro, sarebbero diventati ricchi. La signora Veronica stimava il farmacista come un bravo uomo, molto istruito; ma a quelle bubbole non credeva e non pensava. Accaddero però due fatti i quali persuasero tutti che Bir-Bill era veramente un gallo portafortuna. Una sera, finito il loro lavoro, Dindi e Lallo, mentre stavano per chiudere la bottega e tornare a casa, videro il gallo appollaiato su una trave. Si provarono a farlo scendere, ma l'animale non si mosse. Pareva deciso a passare la notte lassù. Allora stabilirono di lasciarlo in pace, e se ne andarono. Quella notte entrarono i ladri nella bottega. E c'erano delle motociclette nuove, diverse biciclette e una bella automobile, già riparate. I ladri avrebbero potuto fare un grosso bottino; senonché il gallo si mise a starnazzare e a volare per la bottega, facendo un chiasso d'inferno. La gente del vicinato si svegliò, si affacciò alle finestre, e si chiedeva che cosa stava succedendo. E così i ladri, per non essere scoperti, scapparono. Cesare Zavoli Fonte: C. Zavoli, Bir-Bill, il gallo portafortuna, Mutilati, Carpi 1951.
- Amo, quia amor: una ragione per vivere ed un'esperienza da fare
Tre semplici parole che sono il presente indicativo attivo e passivo del verbo "amare". Ma sono anche l’essenza e la sintesi del messaggio gridato del Vangelo, della psicologia dinamica e della pedagogia cristiana. Indicano la motivazione che determina l'energia, la direzione e la intensità della condotta di ogni persona. I motivi esistenziali danno un senso a tutta la propria vita, hanno rapporto con la conoscenza dei valori essenziali dell’esistenza umana e della singola esistenza concreta, con l'impegno a vivere tali valori. Il bisogno di "salvare se stessi", di superare i limiti della banalità quotidiana, la dedizione totale a cause nobili o a persone bisognose, prescindendo da ogni soddisfazione immediata, aiutano a scoprire il senso della propria esistenza. Non si può comprendere una persona se non si conosce "il motivo" o "i motivi" ai quali servono tutte le altre tendenze. Per questa ragione pare che i motivi esistenziali meritano attenzione nella ricerca psicologica. L'importanza di una "intenzione centrale", di un "progetto generale" della propria vita, di un "orientamento verso l'essere autentico" proprio e altrui, manifestano un'eccezionale carica motivazionale. La motivazione rende l'azione appropriata, scegliendo i mezzi adatti a raggiungere il fine inteso, la rende persistente, finché lo scopo non sia raggiunto, la fa ricercante, spinge cioè a selezionare le condotte che portano al raggiungimento dello scopo. L'apprendimento umano è motivato da stimoli non emotivi o leggermente piacevoli, ma da stimoli superiori, che soddisfano la "persona intera", rafforzano la sua autostima, il suo senso di crescita, di realizzazione di sé e dei suoi ideali. Sono espressione di motivi che funzionano in modo autonomo, originale. C'è una prepotenza dei motivi che parte dai bisogni fisiologici e di sicurezza e si innalzano al sentimento di appartenenza, al bisogno di affetto e di stima e culminano nel bisogno di autorealizzazione. La consapevolezza di "essere amato" genera la sorgente viva e zampillante dell’amore, in una comunione che niente e nessuno può spezzare. La verifica dell’amore è sperimentare di essere amato. Anche quando sbagliamo e ci allontaniamo dagli altri, confusi e solitari, certi solo di essere amati, nella gioia di dar senso alla vita orientata sempre verso il bene dell'altro. Il mistero della Trinità, per la fede cristiana, non è solo una verità da credere e una dottrina da contemplare, ma è un'etica da vivere. È la fonte dalla quale derivano i criteri per le scelte concrete e quotidiane: tre Persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione da formare un solo Dio. Più persone uguali e distinte per provenienza, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo: l’uomo nuovo in Cristo Gesù. «La Trinità non è una specie di teorema celeste, per esercitazioni accademiche dei teologi, ma è una sorgente da cui devono scaturire l'etica del contadino e del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e dell'economia», diceva don Tonino Bello. La Trinità è una storia che ci riguarda: è a partire da essa che va pensata tutta l'esistenza cristiana. La famiglia è modello originario e fonte, è il luogo dove si anticipa nei segni la comunione, l'essere amati da Dio in modo completo, esaustivo, gratuito. Dio si è servito della famiglia per trasmettere il suo messaggio trinitario, come parabola, modello originario, fonte e approdo finale della nostra esistenza terrena. La famiglia cammina nella storia come icona della Trinità, agenzia periferica della Trinità. Icona (= immagine viva) non ha una funzione puramente didattica, ma sacramentale, cioè rende presente la realtà raffigurata, è segno vivente. Con il termine icona si recuperano le due dimensioni della famiglia cristiana: quella di parabola del modello trinitario e quella di sacramento, cioè attraverso la comunione della vita familiare noi godiamo di quella comunione divina che proveremo soltanto nella vita ultraterrena. Se è linguaggio parabolico, la famiglia trasmette al mondo il messaggio che le è stato affidato. È immagine provocante non immagine neutra da incorniciare e chiudere in un album, che provoca cioè alla comunione, all’amore donato e gratuito, alla convivialità. Per questo oggi invochiamo una Chiesa sempre più trinitaria, cioè che si apra sempre più alla fraternità e all'amicizia. «Amatevi come Io vi ho amato», «Io vi ho amato per primo», «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», non sono slogans o modalità di superficie, ma esperienza di vita. Il come traduce in concreto l'amore di Dio per noi. Gesù non è una nozione, ma una presenza, non un personaggio del passato che si guarda con ammirazione, ma una Persona viva, una gioiosa esperienza quotidiana, lo scopo della vita, l'Unico da contentare e di Cui contentarsi. Questa certezza, "essere amati”, " il simbolo di una predilezione sconfinata di cui siamo oggetto, è disponibilità agli altri, sapere accettare volentieri incomprensioni, fallimenti e tradimenti senza disperare. Riconoscerlo è "sapienza del cuore", da sàpere, sapore, gusto, sale. È il sale della vita, essere amati per amare. È perfetta letizia, afferma san Francesco d'Assisi, convinti che se ci fidiamo di Lui e ci affidiamo a Lui, ci dà la freschezza dei vent'anni anche a ottanta anni. L'esercizio dell'amore porta le dimensioni temporali del buon Samaritano, che colloca il suo servizio nell'ora giusta, affinando il predominio del cuore e il predominio dell'intelligenza alle esigenze del fare. La parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37) può essere definita la vicenda dell'uomo comune che parla all'uomo comune. Il banco di prova è la vita: «fa' questo e vivrai». Una versione attuale della parabola proposta da Vittorio Fusco, un espertissimo esegeta molisano di Campobasso, può rendere l'idea della sua radicale impertinenza nei confronti del sentire comune: «Il punto non è aiutare, ma piuttosto quello di trovarsi in una situazione in cui si può essere aiutati solo da un negro, da un ebreo, da un comunista [...] insomma uno che è dall'altra parte della barricata». L'impertinenza della parabola è mostrata anche dalla risposta del dottore della legge alla domanda di Gesù su chi sia il prossimo. Egli rimane sul vago, non coglie il dettaglio (il Samaritano), a dimostrazione della dimensione scandalosa di quanto ascoltato. Il prossimo è chiunque si trovi nel bisogno, così come chiunque può usare nei suoi confronti il proprio potere di bene. La riflessione psicologica precisa il fattore tempo e la consapevolezza: una precisa attitudine alla relazione, alla compassione e alla disponibilità a correre dei rischi consentono di superare paure e incertezze e rispondere alla voce della coscienza: «cosa succederà a Lui se non mi fermo»? Amare senza misura, «disposto cioè a giocare in perdita per il bene del prossimo, felice di pagare prezzi da capogiro pur di salvare una sola vita umana, capace di raggiungere perfino il più indisponente nemico, deciso a scavalcare le lusinghe della violenza, anche quando c'è da ricuperare un sacrosanto diritto», sempre don Tonino Bello. Intorno a questo tema si generano atteggiamenti che rilanciano cambiamenti di vita e di mentalità. Egli aveva capito davvero che la misura dell'amore è "amare senza misura". Non è enfasi, ma dimensione laica di vivere la santità. La solidarietà, non intesa come vago sentimento, ma come farsi carico delle sofferenze degli altri è il nome dell’amore senza misura, che traduce il Vangelo in atto. Le esigenze del Vangelo sono esigenze fortissime e... insopprimibili. La consapevolezza di "essere amato" ha una grande valenza pedagogica. Chi sa di essere amato ama, chi è amato ottiene tutto. Educare è "cosa del cuore", ha affermato Don Bosco, i cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Ragione, religione amorevolezza - tre parole cardine del suo sistema preventivo - esigono la conoscenza dei bisogni di una persona, imparando i linguaggi differenti per qualità, peso e valore. La presenza dei genitori nei primi anni di vita e di educatori attenti e sensibili nella scuola è determinante per la crescita positiva, perché la certezza di essere amato infonde la forza di affrontare la realtà, incoraggia nel cammino della vita, apre ad orizzonti positivi di ottimismo. Avere un cuore di pietra è la malattia meno diagnosticata. Il grande pericolo, per gli educatori di ogni tempo, è di vivere con cuore duro, lontano e assente. Il cuore di pietra, duro, insensibile è la malattia da temere e combattere per ritornare al "cuore di carne", che è una "religione dell'interiorità". Sentire il tocco di una perenne freschezza, il vento creatore che rigenera la vita e la rinnova, è l'atteggiamento richiesto di ogni educatore. Gli psicologi ritengono che le grandi sindromi che accompagnano la vita dell'uomo di oggi sono per lo più alterazioni affettive. Nella misura in cui ci si allontana dalla vita del cuore, ci si allontana da se stessi, dalle proprie relazioni, dalle proprie scelte di vita. La linea della persona e la linea del cuore, delle motivazioni profonde e delle radici salde, sono da seguire prima della legge. I ragazzi di oggi hanno bisogno di essere amati, di sentire che sono un valore per quello che sono: tiene sempre viva la capacità e l'esigenza di amore filiale, fraterno, coniugale, materno e paterno. In una parola "essere amati per amare" sempre. Dal punto di vista psicologico una relazione d'amore rispetta e valorizza la natura dinamica dell'amore, porta alle estreme conseguenze la capacità di relazione dell’essere umano e porta a riscoprire e attuare una verità fondamentale: la vita è un bene ricevuto, che tende per natura a diventare bene donato. Il dinamismo tipico dell'amore è proprio un dinamismo trascendente (superiore alle semplici forze umane), che provoca continuamente ogni persona ad uscire da sé per incontrare l'altro e amarlo, ad un innammoramento totale che è fondamento efficace di ogni trascendenza, sia nella ricerca della verità, sia nell'attuazione dei valori umani, sia nell’orientamento da adottare. Siamo al punto terminale di quel processo di maturazione e conversione che la persona, come afferma Lonergan, grande filosofo e teologo contemporaneo, dalla autotrascendenza conoscitiva (conversione alla verità), passa alla autotrascendenza morale (conversione ai valori affermati e attuati) ed infine alla autotrascendenza religiosa, che è conversione all’universo, al suo fondamento, al suo fine. [Bernard Lonergan, 1985] La vita indica questo innammoramento totale, ed è pensabile come "energia d'amore" che si muove in un dinamismo di trascendenza. La pedagogia cristiana insegna che essere amati è la condizione essenziale per educare. Riconoscere che l’amore non inibisce, non castiga, non impone, ma accoglie, comprende, aiuta la persona, una - unica - originale nella sua ricca diversità, attiva nel conseguimento del suo fine, ispirata e diretta da principi universali della religione e della morale. Una vita non è umana se non la sorregge un pensiero per il quale si vive e si ama e ci si sacrifica amando. Questo pensiero è suggerito dal Vangelo e dalla verità di Cristo, che anima tutto, insegnamenti ed interessi, lasciando tutto nel posto assegnato, come il sole, che senza nulla turbare, tutto rischiara. «Noi non impariamo per il piacere di imparare, ma per saper vivere meglio, per affermare meglio il nostro essere», scriveva Eugène Devaud. Solo con l'apporto di una volontà decisa, di un amore gratuito si può fondare un’esistenza serena ed eticamente valida. L'educazione è una scelta di amore e di speranza, una risposta del cuore animata da una profonda passione, è impresa comunitaria che passa per uno scambio affettuoso tra generazioni. Se è cosa del cuore, occorrerà dilatare il cuore perché si stabilisca un vero flusso educati tra chi è amato e chi ama. È un'arte gioiosa, non un lavoro forzato, perché aiuta a sviluppare la persona in modo armonioso e sereno. Un esempio validissimo è dato da Maria di Nazareth, la Madonna Madre di Dio e nostra, definita dal Vangelo di Luca kekarotinamene (amata gratuitamente e per sempre da Dio). Ha dato di più perché ha ricevuto di più, è per noi «segno di consolazione e di sicura speranza». Anche Dante scopre nel volto di Dio il volto dell'uomo e in Dio si rispecchia, trovando in Lui il suo stesso volto. «Luce intellettual piena d'amore», «Amor che move il sole e l'altre stelle», rendono possibile la comprensione amorosa di tutta la realtà umana, naturale, divina. Il papa Francesco commenta, nel centenario della morte di Dante (1321-2021), la grande eredità cristiana dell'autore della Divina Commedia. «L'essere umano con la sua carne, può entrare nella realtà divina, simboleggiata dalla rosa dei beati. L’umanità, nella sua concretezza, con i gesti e le parole quotidiane, con la sua intelligenza e i suoi affetti, con il corpo e le emozioni, è assunta in Dio, nel quale trova felicità vera e la realizzazione piena e ultima, meta di tutto il suo cammino». È il transito a «l'etterno del tempo» (Par XXXI, 38) e la rivelazione piena come «l'uom si etterna». (Inf XV, 85). Nessuno ha il diritto di privarsi di questa felicità: Leggere Dante è un dovere, rileggerlo un bisogno, gustarlo un gran segno di genio, comprendere con la mente, l'immensità di quell'anima è un infallibile presagio di straordinaria grandezza. [Nicolò Tommaseo] Nell'amor «che tutto il ciel move, non moto con amor e con disìo» (Par XXIV, 132) è compendiata la filosofia di Dante. Principio e fine di ogni cosa e specialmente dell'anima umana è Dio-Amore. Nella mia esperienza di sacerdote e di insegnante di Scienze umane ho sempre avvertito la limpida responsabilità di rendere i giovani protagonisti della loro crescita, prefigurando una convivenza creativa, serena, non competitiva per una società democratica e solidale. Amandoli suscitavo il loro interesse, la loro curiosità, la loro voglia di imparare, coinvolgendoli «nell'arte più appassionante dell'esistenza, e nell'esperienza più ricca della vita, che è l'educazione. La libertà, la democrazia, il cristianesimo non si imparano se non si vivono subito fra i banchi di scuola e nella vita» diceva Mario Lodi. È proprio vero che la felicità di imparare, il gusto di collaborare, la voglia di comunicare, confrontarsi e capirsi inizia nella famiglia, si completano nella scuola, si realizza nella vita. L'esempio di Lorenzo Milani, nel centenario della sua nascita, ha segnato profondamente la mia vita. Mi ha consegnato un commovente e dolcissimo testamento, proprio lui così aspro e tagliente nelle scelte, si addolcisce e si illumina di tenerezza con queste commoventi parole: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto a suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo». Conservano ancora una carica di amore e di provocazione per la Chiesa e la società di oggi. Restano un punto di riferimento per tutti e invitano a confrontarsi con una esistenza totalmente spesa per Dio e per gli altri, fedeli al comandamento dell'amore: «Amo perché sono amato». Osman Antonio Di Lorenzo
- Il territorio di Capracotta: note geologiche
Ma geologicamente io, profano della materia, non posso che additare al lettore una dissertazione che ne scrisse un eminente geologo, il prof. Senofonte Squinabol dell'Università di Torino, pubblicato sulla rivista "La Géographie" nel luglio 1903 (edizione Masson a Parigi), col titolo "Une excursion à Capracotta en Molise". In essa l'autore osserva che le rupi sulle quali si stende l'abitato, formate di strati sovrapposti, sono costituite da conglomerati di grossi elementi calcarei ricchi di frammenti silicei grigiastri, la eui disposizione, in apparenza orizzontale, è in effetto inclinata verso sud-ovest. Afferma che questi strati fan parte di un piegamento di cui una parte della volta superiore emerge in fondo del dirupo, così da arguirne che lo scoscendimento provviene dalla frattura della parte superiore del piegamento, generata dalla erosione del suo rivestimento schisto-marnoso del flysch dal Chondrides intricatus e Chondrides affinis. Che una simile tipica costituzione e disposizione di strati presentano il Colle delle Cornacchie, il Monte Campo, il Monte S. Nicola, notandosi in tutta l'alta valle del Verrino la frequenza di franamenti e scorrimenti di terreno provocati dalle acque d'infiltrazione, i quali alla loro volta han mutata e confusa la disposizione primitiva di quegli strati. Esaminando il massiccio del Monte Campo l'autore ne distingue la natura geologica nella parte inferiore e in quella superiore, osservate risalendone lo scoscendimento. Dice la inferiore presenta roccie calcari Dolomitiche di ben 18 metri di spessore con ovuli di silice nera e grigia e con frammenti fossili tra cui dei Briozoari e numerose impronte del Taonurus tenuestriatus, che lasciano rapportarne la formazione al cretaceo superiore: e alla basse affiora una massa di conglomerati argilloso-calcari provenienti dalla erosione degli strati superiori spessa 15 metri. Che la parte superiore si presenta invece composta di un ammasso di breccia calcareo profonda 35 a 40 metri frammista di numerose scaglie di silice, con detriti fossili di Chrysoforis, di Oxyrhina, di Pecten, di Ostrea, di Nummuliti, i quali tutti ne lasciano supporre l'origine all'Eocene inferiore, non più al cretaceo come alla parte inferiore. La superficie di questo ammasso, declinante a sud-est, ossia il dorso del monte, il franamento della cima di esso ad ovest, lo spaccato delle Fosse di cui ho fatto cenno innanzi, le torsioni svariate degli schisti argillosi entro le pieghe delle roccie sottostanti verso sud, e specialmente quelle elicoidali fra i grés, le marne, gli schisti nell'avvallamento detto Valcona; l'erosione a solchi sul lato meridionale di quest'ultimo, sono oggetto di speciale esame dell'autore, che ne rende attraente la lettura. Curiosa la descrizione del suolo sull'alto del Campo il quale, mentre si presenta fastidioso al cammino delle persone, e pericolosissimo pei grossi quadrupedi per una sequela di sporgenze di duri massi pietrosi, intersecate da solchi e da vuoti disuguali in direzione del declivio, nei quali si rischia di aver serrati i piedi o rompersi le gambe, tutto questo, dice l'autore, costituisce un fenomeno bello e interessante. Tale «surface, herrissée de pointes aigüies de fragmentes de silex présente aussi dans toute sa beauté le phénoméne du Lapiaz ou Kerren felder. Ces Lapiaz ont des sillons paralléle dont la profondeur at teint parfois 2 à 3 metres e montrent, par la forme de leur bords, qu'ils sont dus a l'èlargissment et à la confluence de plusieurs trous en série linéaire». A questa superficie spugnosa ed assorbente l'autore attribuisce l'imbibizione delle acque di pioggia e di neve che alimentano le sorgenti nel basso e nelle estreme falde del monte. Altri fatti geologici studiati dall'autore sono: la formazione di uno stagno a sud dell'abitato a 1.197 m. d'altitudine nella valle fra il Monte Capraro ed il bosco di Vallesorda detto Lago di Mingaccio; formazione avvenuta intorno al 1815 a cui seguì un lento disseccamento cosicché nel 1858 il laghetto era scomparso per formarsi di nuovo nel 1868, e che ora per effetto del moltiplicarsi delle erbe palustri intorno alle rive tra cui copiosi Pomatogeton, va lentamente restringendosi: poi la cosiddetta Grotta di S. Nicola, nella contrada Macchia, ossia un lungo crepaccio del monte omonimo ricoperto da macigni serrati nel crepaccio stesso provenienti dalla frattura superiore di esso e facienti da volta alla grotta: infine le sorgenti minerali della Zolfanara nel letto del torrente Molinaro ad ovest dell'abitato a 1.000 m. d'altitudine le quali egli trovò piuttosto abbondanti, 4.000 litri al giorno contenenti minerali solforosi magnesiaci e ferruginosi. A proposito della composizione di quest'acqua trovo registrata notizia che fu analizzata dal prof. Carusi in principio del seco lo XIX il quale vi rinvenne: gas acido carbonico; gas idro-solforico sottocarbonato di ferro; muriato di calce; solfato di magnesia, però senza indicazione delle relative quantità. Un altro cenno geologico del nostro territorio trovasi in Del Re "Descrizione dei dominii di qua dal faro": «Una parte dei monti a misura che si avvicina a Capracotta S. Pietro, Vastogirardi, Agnone da a divedere depositi calcarei e frattura scagliosa sparsi di fogliette micacee, di particelle quarzose e di globetti selciosi. Fra i suoi fendimenti al nord di Capracotta si osservano pezzi di pietra nera compatta e pesante impregnata di ossido bruno di manganese». Posso aggiungere che non si ha memoria di devastazioni cagionate da tremuoti nell'ambito del territorio di Capracotta, mentre il limitrofo di S. Pietro spesso ne ha subite di assai violente, per cui, dopo quello del 1913, fu dichiarata zona terremotata. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il presidente Magliano... e l’ineffabile Paganelli
E qui purtroppo io debbo esprimere senza veli una dolorosa verità, pur se questa vulneri la persona morale di un magistrato, cui mi legò sempre un sentimento di sincera amicizia. Ma si tratta del pubblico interesse: gli affetti personali debbono rimanere fuori dell'uscio. Ordunque la detta causa, già avariata dalla Camera di Consiglio, era stata incardinata – come dicesi in nostro barbaro gergo forense – nell''8° Sezione del Tribunale; ma non si sa con quali manovre le fu fatto mutar domicilio col mandarla alla sezione undecima, presieduta dal barone Magliano Gian Domenico: si pensò che quivi spirasse aria migliore, poiché, mentre giudice aggiunto nella sezione era un onesto e buon giovane di Capracotta, ignaro dell'ambiente, giudice anziano era l'impagabile Paganelli, di cui ci occupammo recentemente in occasione dell'altra scandalosa assoluzione, pronunziata in favore del famigerato Matera fra lo stupore e la nausea universali. Questo Paganelli è personalmente una persona simpaticissima: il suo conversare è gaio, talvolta arguto, sempre spensierato. Egli non vuol dare dispiaceri al prossimo; e per lui è prossimo... colui che gli sta vicino: il brav'uomo piglia la parola dalla parte dell'etimologia. L'umanità, che domani può essere svaligiata o imbrogliata, egli non la vede. Egli vede l'imputato e non vuole che abbia guai; e perciò o assolve o dà la piccola condannella. E si badi che la sua non è poi l'indulgenza di Magnaud, anzi la giutizia di Magnaud, che sa trascendere dal precluso stadio processuale e andare alle cause: cioè alle vere, alle alte responsablità sociali. Signor no. Il presidente Paganelli non ama di guardar le cose che, per disgrazia, si trovino un palmo al di là del suo autorevole naso. Che importa a lui che domani Matera sfrutti un'altra "tracchiosa"? Purché Matera se ne vada a casa contento, avvenga che può. Mi direte che questa è un po' la filosofia di "Padre Braciola", e io vi risponderò che questa filosofia è prevalente nella magistratura addetta a simili giudizii. Bisogna, a tal proposito, lealmente riconoscere che la questura ha bene il dritto di protestare per certe conclusioni giudiziarie. Roberto Marvasi Fonte: R. Marvasi, Gli errori e le reticenze del capitano Fabbroni, in «Scintilla...», VI:266, Napoli, 27 luglio 1911.
- La mia infanzia condizionata dalla distruzione di Capracotta
Capracotta accoglieva la mia esistenza l'11 novembre 1944, un anno dopo la distruzione del paese compiuta dai Tedeschi dopo l'armistizio stipulato a Cassibile presso Siracusa il 3 settembre 1943. Parte dei cittadini, dopo il tristissimo evento, era stata costretta a lasciare il paese per andare in campi di concentramento lontani, parte era stata ospitata da parenti in Agnone, come era avvenuto per i miei. Nella primavera del 1944 i capracottesi ritornarono nel luogo natio con tanto spirito di sacrificio, ma animati da grande speranza e, rimboccandosi le maniche, avviarono la rinascita del paese. I miei avevano ricostruito il primo piano della casa quando questa fu allietata dalla mia nascita l'11 novembre 1944 che, pur tra le macerie, era un segno di vita e speranza nel futuro. La farmacia che, a mala pena, vendeva medicinali essenziali, non aveva latte in polvere per neonati, così i miei mi cercarono una balia; era una signora che aveva partorito una bimba e abitava vicino casa della mia nonna materna nel quartiere S. Antonio uno dei due in cui il paese è diviso e io ero in quello di S. Giovanni. La mattina mia madre mi metteva in uno zaino e papà, dopo avermi avvolta nel suo cappotto a ruota, mi portava da mia nonna dove la balia di tanto in tanto veniva ad allattarmi; la sera papà veniva a riprendermi per riportarmi a casa. L'inverno fu particolarmente freddo e, quando c'erano tre o quattro metri di neve e sulla strada non vi era nessuna orma, mio padre doveva mettere gli sci per accompagnarmi e, a volte, mi consegnava a mia nonna attraverso la finestra. Un giorno infuriava la bufera, chiamata a Capracotta filippìna. La copiosa neve del cielo con la furia del vento formava un vortice con quella che era a terra. Papà, temendo che stessi morendo assiderata, perché sentiva agitarmi molto nello zaino, bussò ad una porta per controllare il mio stato di salute ma, quando aprì con molta preoccupazione lo zaino, con grande meraviglia ricevette un mio bel sorriso ereditato da mia madre; così rincuorato riprese il cammino verso casa di mia nonna. Finito il periodo di allattamento e l'attraversamento del paese, crescevo con frequenti attacchi di tonsillite dovuti al freddo sofferto nei miei primi mesi di vita, circondata dall'affetto dei miei in una vita di sobrietà. Non si vendevano giocattoli così io e le mie coetanee, per divertirci, esercitavamo la nostra creatività costruendo pupetti di pezza, usando scatole vuote di lucido per scarpe come fornelli per cucinare e cerchietti dei lumini come bracciali. Costruivamo il nostro tesoro: una specie di caleidoscopio, scavando un piccolo fosso nelle macerie dove mettevamo tanti pezzetti di vetro colorato che si trovava in grande quantità, coprendoli con uno più grande su cui io e la mia più cara amica ci scambiavamo piccoli regali. Io cucivo i vestitini per i suoi pupetti e lei faceva le copertine a maglia per i miei. Anche con poco ci divertivamo un mondo: giocavamo a palla, a "campana", a battimani (la mano destra con la sinistra dell'amica che ci stava di fronte e poi viceversa), festeggiavamo il battesimo dei nostri pupetti con liquori fatti di acqua e "giuggiole", caramelline alla menta o di acqua, e "barchette", caramelline di liquirizia. Il mio primo giocattolo fu un bambolotto di celluloide compratomi a Roma, quando i miei mi portarono in occasione dell'anno santo del 1950. All'inizio della scuola elementare accolse me e le mie compagne di classe un edificio molto bello, ricostruito con il Piano Marshall, fornito di termosifoni, altoparlanti in ogni aula e grandi manifesti con immagini di tutte le bombe con la scritta a caratteri cubitali: SE TROVATE UN OGGETTO SIMILE, NON TOCCATELO! AVVISATE SUBITO I CARABINIERI. Dopo aver compilato un questionario a scuola, fui ritenuta appartenente a famiglia benestante (il benessere del dopoguerra!) per cui, quando le mie compagne di classe avevano il pacco dei viveri, a me davano solo le caramelle. Io guardavo i formaggini che ricevevano, desideravo averli, ma nei negozi non si vendevano, per cui pensai di barattarne qualcuno con la fetta di caciocavallo che mia madre mi metteva nel panino. Come la scuola, tutto il paese rinasceva più bello di prima, ma restava il triste ricordo della distruzione come nelle pagine del diario della levatrice Cesarina Lanzoni Trotta di cui riporto alcune sequenze: Ci eravamo da poco alzati, quando il vecchio Gildonio, banditore ufficiale del Comune, annunciava con queste parole la prossima distruzione del paese: «Si avvertono i cittadini che fra poco il paese sarà distrutto»... Per due giorni fuoco e mine ridussero il nostro paese in un cumulo di macerie... Le chiese da cui era stato tolto il SS. Sacramento si trasformarono inevitabilmente in taverne; gli altari furono trasformati in tavoli sui quali si impastava un po’ di farina per sfamare specialmente i bambini che, ignari di di quanto stava accadendo, reclamavano il cibo; il mio piccolo Aldo di soli tre mesi, durante il primo giorno pianse continuamente... era passata da un pezzo l'ora della poppata ed io avevo solo la bottiglia vuota con il biberon non avendo potuto allattare naturalmente. La signora Carmela De Renzis allora, che aveva il suo piccolo Ezio coetaneo del mio, mi diede un po' di zucchero con il quale speravo di preparare almeno dell’acqua zuccherata ma i soldati impedivano di arrivare al serbatoio idrico. Al colmo della disperazione misi quel po' di zucchero nella bottiglia, la riempii di neve, la misi in seno per farla sciogliere e gliela feci bere. Calmati i morsi della fame, il bambino si addormentò, lo avvolsi allora in una coperta e lo feci riposare in uno dei loculi vuoti della nostra cappella... Fra i tanti disagi passavano intanto i giorni e si giunse al 22 novembre; passarono in quei giorni file interminabili di soldati, carri armati e automezzi diretti verso il fiume Sangro, mentre il giorno successivo non si vide più traccia di Tedeschi. Si tirò un sospiro di sollievo nella speranza che arrivassero presto gli Inglesi a portare il cibo che scarseggiava e ad alleviare gli stenti della popolazione... Le famiglie furono smembrate con persone caricate su camions diversi in località diverse e molti poterono riunirsi solo al termine del conflitto. Restarono a Capracotta il medico, il farmacista, il custode delle carceri, quello del cimitero con le rispettive famiglie, il parroco e pochi altri, cosicchè terminato lo sfollamento ci ritrovammo a Capracotta in 92 civili... Il Natale del 1943 rimarrà pure fra i miei tristi ricordi della guerra... In quei giorni, intanto, le truppe inglesi erano state sostituite da quelle polacche e la mattina di Natale, andando a Messa, ebbi la sorpresa di vedere la Chiesa gremita di quei soldati. Celebrava infatti un loro cappellano militare che al momento dell'omelia cominciò a parlare nella loro lingua; io naturalmente non lo capivo, ma penso che parlasse delle loro famiglie lontane, perché ad un certo punto i soldati si misero a piangere... Con l'arrivo dei Polacchi si attenuarono abbastanza anche i nostri stenti; erano stati tanto provati che si compenetravano nelle nostre sofferenze ed avevano compassione di noi. In questo clima di relativa calma arrivammo al 22 maggio 1944, giorno dedicato a santa Rita e quel giorno segnò la partenza da Capracotta degli ultimi soldati. Giuliana Carnevale
- Polvere di cantoria: l'organo dei bidoni
E aggiungi ancora un po' d'amore a chi non sa che farne. [L. Battisti, 1971] Questa volta la "polvere di cantoria" va in un campo di prigionia... Il sentire di una comunità e lo spirito liturgico di una nazione si è sempre tradotto nella varietà degli organi realizzati nelle relative chiese e cattedrali. Il cattolicesimo concepì il canto e la musica come qualcosa di verticale e di trascendente: sulla deriva dettata dal gregoriano, soltanto il coro poteva cantare con gli strumenti che erano di rincalzo. Di conseguenza gli organi rimasero di dimensioni relativamente ridotte, anche negli strumenti più grandi. Diversamente, la Chiesa riformata, in una concezione trasversale, dichiarò il canto e la musica come costituenti della Liturgia della Parola stessa: l'assemblea doveva cantare e così nacquero gli splendidi corali della Riforma coi relativi preludi, che gli organisti intonavano per segnalare cosa si cantasse in quel giorno, visto che l'assemblea conosceva a memoria le parole ed i motivi, belli ma semplici. Questo fece sì che gli organi della Chiesa riformata, a differenza di quello che avvenne nella Chiesa romana, assumessero dimensioni poderose e diventassero simboli unificanti delle comunità locali e vanto dei fedeli. Una concezione rimasta fino ai nostri giorni: se per i luterani l'organo è strumento di preghiera, in altri ambiti, purtroppo, è un accessorio per semplici colonne sonore delle funzioni e perfettamente sostituibile con chitarre, tastiere elettroniche e quant'altro. Da qui anche l'introduzione di melodie profane e poco adatte se non orribili. La locuzione "animare la liturgia" dimostra, a mio avviso - e parlo in termini filosofici e non religiosi - uno scadimento della liturgia: l'anima della funzione sacra è la Divinità stessa. Se una funzione deve essere animata forse deve prima essere "rianimata" l'importanza della liturgia tra fedeli, alcuni sacerdoti e anche svariati vescovi! Mi ritengo un privilegiato: la cattedrale in cui svolgo il mio incarico tiene molto in considerazione l'importanza di una corretta musica liturgica e della scelta dei brani. Tutto questo prologo era necessario per raccontarvi come una necessità di preghiera comune ancora più intensa si sia concretizzata nell'"organo dei bidoni". Nel 1945, tra Rimini e Cervia, venne realizzato un enorme campo di prigionia ad opera delle truppe alleate: il più grande sul suolo italiano e poteva ospitare fino a 150.000 persone, tanto che si calcola che nei due anni di attività ne transitarono almeno 300.000. Erano detenuti perlopiù prigionieri tedeschi, quindi probabilmente luterani, anche se il campo fu comunque multietnico. Loro stessi lo chiamarono Enklave Rimini. Vi sorsero orchestre, giornali, ospedali, cinema, teatri e una università di 60 docenti, chiamati appositamente dalla Germania. Tra i prigionieri si sentì la necessità di rendere più sentita la preghiera domenicale e quotidiana tramite la realizzazione di un organo a canne. L'idea fu del sottufficiale Eusebius Schäbung, organista, e dell'organaro Werner Renkewitz. Vi collaborarono architetti, ingegneri, falegnami e semplici operai. La latta dei bidoni servì a costruire le canne metalliche e le ance mentre tutto il legno disponibile fu usato per il somiere, la cassa, i tasti e le canne lignee. Il fil di ferro per le catenacciature mentre il cuoio dei gambali per i giunti e le guarnizioni dei ventilabri. Le portelle di chiusura sulla facciata furono decorate dal pittore Peter Recker, selezionato dopo un concorso tra i prigionieri, con due angeli in un giardino intenti a suonare un liuto ed un violino. Il sacerdote del campo portava da fuori tutto ciò che nel campo non era disponibile. Venne così alla luce uno strumento di 502 canne, con tastiera e pedaliera con la seguente disposizione fonica: Manuale: prinzipal 8' - gedackt 8' - octav 4' - flöte 4' - nasat 3' - superoctav 2' - terz 1 3/5' - mixtur 3 fach 1 1/3'. Pedaliera: subbass 16' - bordun 8' - nachthorn 4' - posaune 16'. Una disposizione tipicamente tedesca e la posaune (ancia forte) al pedale ne dimostra il notevole "carattere". Insomma, non era proprio un giocattolino. Invece che dai mantici, il vento era generato da un sistema idraulico come nell'antica Roma; altre fonti invece parlano di mantici regolamentari. In tre mesi l'organo fu approntato e il 13 settembre 1945 alle 20:15 (giorno, mese ed ora della nascita di chi scrive!) si udirono le prime note. Domenica 15 settembre l'organo, battezzato Jubilate, ma ormai chiamato "organo dei bidoni" od "organo di latta", sostenne il canto di 1.000 coristi durante la messa a cui era presente persino il vescovo di Rimini. Nella notte di Natale del '45 risuonarono i corali "Kommet, ihr Hirten" (Venite, pastori) e "Nun soll es werden Friede auf Erden" (Ora ci sarà pace sulla Terra). Sistemato in un capannone diventato chiesa e poi anche auditorium, la Deutschlandhalle, suonava alle funzioni del mattino e della sera. Al di sopra della consolle a finestra campeggiava la scritta: «Chi sarà mai che un domani, che noi saremo già lontani, su questi tasti poserá le mani, un brivido avvertirà e religiosamente rifletterà sui prigionieri e sul buio durato tanti anni». Con la Pentecoste del 1947 l'organo fu donato alla curia di Rimini per essere montato in una apposita cantoria della chiesa allora facente funzioni di duomo. Messo provvisoriamente in un magazzino, si racconta come venisse comunque azionato durante le notti di Natale per invocare la pace nel mondo. Questo fino al 1964, quando un incendio lo distrusse in buona parte. Siamo sicuri che avrebbe fatto questa triste fine qualora fosse stato portato in Germania? A voi la risposta. Mi accorgo però che un sorrisetto sardonico è comparso sul mio viso nello scrivere queste considerazioni. Su un sito web tedesco dedicato esclusivamente allo strumento, viene peraltro riportato il ritrovamento nel 2005 di alcuni suoi resti e, da tempo, si parla di una sua ricostruzione. Il maestro Daniele Rossi, organista dell'Accademia di S. Cecilia di Roma, ha affermato: «Questa storia fa venire i brividi: l'ingegno umano unitamente alla fede ha reso possibile un'opera al di là della resa ottenuta. Sarebbe bello che qualcuno si prendesse la cura di ricostruirlo soprattutto a memoria di una guerra terribile». E, aggiungo io, per rispetto verso chi ha realizzato questo sogno. Francesco Di Nardo
- Anelli alla pecorara ecopacifisti
Ringrazio Maria Luisa che a Capracotta li ha creati davanti ai miei occhi e mi ha lasciato da parte il sugo senza ricotta, e poi telefonicamente mi ha dato dei ragguagli per procedere. La situazione in cui sono nati era molto bella: una casa conviviale in cui vengono ospitati gli animatori della manifestazione estiva "Vivere con cura", organizzata da Antonio D'Andrea (fondatore del movimento uomini casalinghi) con il sostegno del Comune di Capracotta. Nella casa si mangia vegetariano, e molto spesso vegan, per orientamento dei cuochi che lì si incrociano... un'esperienza di condivisione di saperi pratici, gustosi pranzi e cenette e tante interessanti discussioni su cosa si può fare per rendere questo mondo un po' più accogliente ed ecologicamente consapevole. E per la prima volta ho visto all'opera un forno solare di grandi dimensioni! Ma bando alle chiacchiere e passiamo al lavoro! 100g di semola di grano duro; 100g di farina di kamut; acqua q.b.; sale a piacere. Setacciare e impastare le farine con l’acqua e il sale. Lavorare bene e poi dividere l'impasto in pallette che pian piano vanno rollate prima fra le mani e poi sulla tavola a formare dei cordoncini non più grossi di un dito. I cordoncini vanno tagliati in pezzetti da 8cm circa e attorcigliati su loro stessi formando un cerchietto: unite premendo bene le due codine! La loro forma ricorda i totani, no? Fritti con la pastella finiranno nel mio prossimo scoglio libero al posto dei cuori di palma, così abbiamo km zero ed un prodotto ecologicamente impeccabile. Ed ecco il risultato finale! Una volta pronti gli anelli si buttano in acqua bollente con un po’ d’olio d’oliva per evitare che si attacchino. Passiamo ora al mitico condimento pecoraro... condimento già abbastanza ecopacifista per natura, perché vegetariano, ma se vogliamo perfezionarlo in senso vegano basta sostituire la ricotta di pecora con ricotta veg... Vi consiglio di seguire attentamente le ricette di Concita e di Chicca. Io ho avuto un problema tecnico dovuto al fatto che non mi posso portare il PC in cucina e non sempre ho la stampa o la copia della ricetta a portata di mano. Quindi sono andata a memoria, ma il latte di soia e la panna vegetale non hanno cagliato e non sapevo più cosa fare... ho ripetuto due-tre volte aggiungendo un po' d'aceto... ma nulla, il latte restava liquido... allora ho buttato un po' di listerelle di agar-agar e pian piano raffreddandosi l'ammasso si è rappreso in modo ricottoso... Certo, mezzo litro di latte di soia insieme a 50ml di panna veg bio non potevano andare a finire nel lavandino! Il miracolo estremo è stato che a piatto ultimato questa fanghiglia rosata sapeva davvero di ottima ricotta! E ora passiamo al... Sugo ortolano 1 cipolla; 1 spicchio d'aglio; 1 chilo di pomodori maturi; 1 melanzana; 1 peperone; 1 zucchina (o due piccole); un pezzetto di zenzero; alloro; basilico; peperoncino a piacere. Si fa il soffritto con la cipolla, l'aglio, l'alloro, il peperoncino e il pezzetto di zenzero. Nel frattempo riducete a dadini tutte le altre verdure e aggiungetele al soffritto (dalle più coriacee alle più morbide, prima peperone poi melanzana e infine zucchina). Fate andare un pochino e poi aggiungete i pomodori a pezzetti. Incoperchiate e fate cuocere secondo il vostro gusto, magari aggiungendo un po' di acqua calda della pasta. Alla fine basilico e un giro di olio a crudo. Il mio alla fine è uscito così... A questo punto avete tutti i componenti da assemblare: anelli, ricotta veg e sugo ortolano! Vi auguro buon appetito notando che il formato di questa pasta è davvero speciale, in India la considerebbero un cibo degno del tempio di qualche dea e lo chiamerebbero forse yoni noodles! Ci sarebbe da fare un'indagine mito-antropologica in Abruzzo! Mariagrazia Pelaia Fonte: https://www.veganblog.it/, 9 settembre 2009.
- Usi e costumi di Capracotta: rimedii popolari
Una volta, il popolo nostro, anzi che consultare il medico nei casi di grave malattia si affidava ciecamente a qualche cerretano, che spesso colle sue cure rendeva più grave il male e mandava ll povero infermo all'altro mondo senza passaporto legale. Oggi, grazie al rapido diffondersi dell'istruzione, il popolo non si fa curare che dall'uomo di scienza, ma non è ancora del tutto liberato dall'impostura e dalla superstizione. Così, nella pleuritìa, come dice l'anonimo delle Memorie Capracottesi, vi è la barbara usanza di strofinare forte sulla parte che duole per rompere la puntura, come volgarmente suol dirsi. In caso di dissenterìa, usa uova indurite nell'acqua e ricotta marzolina; per la risoluzione dei foruncoli ed altri tumori il cerume degli orecchi e la foglia di giusquìamo; per l'oftalmia si fa lavare l'occhio con acqua dove hanno bevuto animali equini; per la nuvoletta della cornea vi passano sopra un cerchietto d'oro; per i tagli si applica sulla ferita la epidermide di spicchi d'aglio o la tela di ragno, per il morso del cane si applica sulla ferita il pelo dello stesso; per la sìgosi del mento il pane pesto sull'incudine; per le affezioni epigastriche o di petto, si sollevano fortemente le costole (che dicesi alzare le ossa dell'anima) cingendole strettamente con un fazzoletto; per facilitare la suppurazione si suole applicare sul tumore la sugna vecchia di cavallo o di volpe. Inoltre, per evitare l'ascensione di vermi dall'intestino allo stomaco, si usa la collana di aglio sul collo dei fanciulli o la pìttima d'aglio, menta e foglie di pesco peste e applicate sull'ombelico. Per le contusioni e scalfitture si usa il plasma dell' achillea mille folia, volgarmente detta erba a finocchietto. Per aprire i piccoli ascessi suppurati si adoprano le foglie della Datura stramonium, il caglio o la resina di abete. Oggi ancora, contro la febbre terzana si adopera il decotto di genzianella polverizzata in miscela col vino, che vien messo all'aperto e bevuto nelle primissime ore del mattino del giorno dopo. Ne' dolori di ventre il sale comune e l'olio sono le medicine più in uso e nei casi cronici si arriva a passare sull'addome una pietra freddissima e più comunemente un grosso martello di ferro; spesso, anche le mano d'un gemello. La tosse si cura col decotto di fichi secchi, le malattie di fegato con quello di gramigna, gli affanni col pettorale di cartone spalmato di cenere e burro, l'asma con la limatura di ferro, e a rimarginare le ferite provvede la ruta e se di fresco prodotte il tabacco, la fiamma o il grasso dei capelli. Per i geloni si strofina forte sulla parte della mano o de' piedi ammalati uno spicchio d'aglio diviso a metà o tenendo le mani sull'incudine riscaldata a contatto degli ardenti metalli lavorati. Il cimurro viene debellato con la brodaglia di pasta e fagioli non condita, mescolata a pepe e a vino, la flussione d'occhi con bagni d'acqua ferrata, nel qual caso gli occhi si asciugano con pelle di talpa. Nei dolori di gola viene a questa applicata la cenere calda o più comunemente la calza del piede sinistro. Perché? Mistero. Le ferite degli animali si curano con l'olio ferrato, la tosse con olio fritto ed aglio o con suffumigi di sacco di carbone. Si preservano i legumi dagl'insetti, introducendo nella massa un arnese di ferro; i formaggi affondandoli nel grano, i salami (specialità del paese) lasciandoli insaporire dal sale in mezzo al fumo; si rendono, poi, consistenti pressandoli fortemente. Come si vede, alcuni di questi rimedi sono vere superstizioni, altri medicamenti forse insufficienti, ma che possono avere una certa efficacia. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: la strega
È senza dubbio la bestia nera del popolo, lo spauracchio dei bambini, il terrore di tutte le madri. Credono che si trasformi in cento maniere, che penetri nei sacrari delle famiglie sotto forma di gatto o di cane e che rivolga specialmente le sue attenzioni e accordi le sue terribili simpatie ai bambini, di cui succhierebbe il sangue. I bimbi dormono ed ecco la fera Dea avvicinarsi a loro, succhiar loro sangue e batterli con sacchetti di finissima arena, poi sparire rapida come il vento. Ogni sabato le brutte bestie tengono concilio e, dopo essersi unto ben bene il corpo, ballano demoniescamente ignude intorno ad un grosso fuoco, sin che a cavallo d'un caprone, volano a Benevento, sotto il famoso noce. Né il maleficio si limita ai bimbi e alle fanciulle. Chi, se non la strega, può intrecciare la criniera dei cavalli e farne delle anella larghe, tonde dette staffe per potersene servire, nelle sue detestabili corse? Chi, se non lei, può molestare i cani da guardia, quando la notte è alta e tutto tace e sul gregge vigila la luna? Ah! bisogna immunizzare gli animali che vivono con noi dal fascino della strega. Ecco perché sulla fronte dei cavalli e dei cani si fanno delle croci, radendone il pelo. Il popolino, per liberarsi dalle streghe, non dimentica al sabato di buttare sul fuoco un pizzico di sale e di conficcare il coltello sotto la sedia, operazione questa che vien detta ferrare la brutta bestia. Maggiore efficacia viene data alla scopa (granàra), che vien posta dietro la porta d'entrata, prima di andare a letto o a uno speciale sacchetto di spago o di crine a maglie (bucco) o a una grossa pannocchia di granturco. La strega, essi dicono, prima di poter dare sfogo al suo cattivo genio, deve contare i fili della scopa, quelli del sacchetto, i chicchi di granturco; e, siccome quest'operazione richiede molto tempo, e la strega teme la luce, canterà il gallo ed allora la brutta bestia scomparirà sino al tramonto del sole. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Ricordo di Manduccio
Caro Manduccio, sono passati quasi sessant'anni da quel lontano 27 dicembre del 1940, che ci vide insieme per l'ultima volta lungo il percorso dal nostro paese a Castel di Sangro. Quel giorno splendeva un bel sole. La neve fresca, caduta abbondantemente in quei giorni, brillava di un biancore abbagliante. La strada era chiusa fino alla cantoniera della Montagna ed era lì che stazionava l'autocorriera (il postale) che faceva servizio dal paese allo scalo ferroviario di San Pietro. Per raggiungerla partimmo tutti e due di buon'ora, a piedi, unendoci ad un gruppo di compaesani, in gran parte militari, che rientravano ai loro reparti dopo un breve periodo di licenza. Tu dovevi rientrare a Ciampino; io dovevo raggiungere la sede scolastica di Montalto di Rionero Sannitico, cui ero stato destinato. Le vacanze natalizie quell'anno, primo anno di guerra, erano state ridotte a pochissimi giorni e questo spiega l'insolita anticipazione della ripresa del servizio. Eri pieno di entusiasmo per il tuo lavoro di fotooperatore a bordo degli aerei. Giunti sotto il Monte, ci fermammo un momento sotto i faggi incappucciati di neve, che, alla luce del sole che filtrava fra i rami smerlettati di bianco, davano un aspetto fiabesco al paesaggio. Tu scattasti una foto che poi mi spedisti a Montalto. Alla Montagna prendemmo il postale che ci portò alla stazione. Poi prendemmo il treno e facemmo insieme, scambiandoci le ultime confidenze, l'ultimo tratto del percorso fino a Castel di Sangro. A quella stazione, l'ultimo saluto e il commiato. Per me il viaggio in treno era finito. Ricordo che sostai un momento sulla banchina per vederti partire. Tu dal finestrino, sorridente come sempre, mi salutasti con la mano. Fu l'ultima volta che ci vedemmo. Alla fine di gennaio mi giunse a Montalto l'ultima tua lettera. C'era, acclusa, la fotografia scattata sotto il Monte. Conservo ancora la foto e solo un pezzo della lettera, cari segni della memoria di quella indimenticabile giornata. Mi dicevi che avevi scelto di far parte delle formazioni combattenti, in allestimento anche a Ciampino, destinate ad essere impiegate operativamente in Africa settentrionale: «questa grande pacchia finirà e, detto fra noi, quasi ne sono contento. Voglio vedere se realmente è vero ciò che si prova in guerra». Partisti per l'Africa col Conte Rosso. Io lo seppi in paese, appena rientrato dopo la chiusura delle scuole. Una sera del mese di giugno di quello stesso anno 1941 il comunicato radio annunciò l'affondamento, ad opera di aerosiluranti nemici, del Conte Rosso. La nave aveva da poco lasciato il porto di Siracusa. Noi tutti trepidammo perché su quella nave c'eri tu. Pochi giorni dopo il Ministero della Guerra ti dava per disperso. Il sottile filo che ancora manteneva accesa la nostra speranza, si spezzò e noi rimanemmo col nostro dolore. Qualche tempo dopo, nel mese di luglio, pervennero al Muncipio, dal Ministero, alcuni tuoi effetti personali: un'agendina, con la tua scrittura, che io riconobbi, gli occhiali da sole e altri oggetti, che non ricordo. I più lontani ricordi di te risalgono all'infanzia. Tu avevi cinque o sei anni più di me. Ti rivedo quando, nelle sere estive, giocavi con i tuoi compagni di scuola e di giochi, sulla via Nuova. Movimentavate coi vostri chiassosi giochi tutto San Rocco. Ti rivedo allo Sci Club, d'inverno, col maestro Ottorino che vi faceva divertire, in attesa delle gare. Ti rivedo vicino al banco, nella bottega di zio Colitto, intento ad imparare l’arte o a mastreggiare con la macchina fotografica, ritenuta da lui, come mezzo di integrazione del magro guadagno della bottega. Il lavoro scarseggiava. E allora tu e i tuoi coetanei, Pasqualino, Aurelio, Nicola, Giappone, vi arruolaste nell'Aeronautica per sbarcare il lunario e magari costruirvi un avvenire. Eravate appena usciti dall'adolescenza. Facesti il tuo apprendistato nell'aeroporto di Ciampino. Quel po' di arte fotografica appresa da zio Colitto ti giovò e ti indusse a scegliere il ruolo di fotooperatore a bordo degli aerei. Quando tornavi in licenza mi mostravi le foto scattate in volo, alcune delle quali, ricordo, di una grande drammaticità. Il tuo ritorno a casa, in licenza, era atteso con impazienza e salutato con gioia da noi tutti, parenti e amici. La tua espansività, il sorriso che irraggiava il tuo volto, la signorilità del tuo portamento, conquistavano la simpatia di tutti. Ce ne andavamo in campagna con l'immancabile Kodak, la tua macchina fotografica. Mi parlavi della tua nuova vita, del tuo nuovo lavoro, per il quale sentivi molta attrazione, delle tue speranze. Mi aprivi al mondo della città, così diverso dalle nostre piccole esperienze. Conservo alcune delle fotografie fatte durante le nostre escursioni. Particolarmente cara me ne è una scattata sulle pendici di Monte Capraro, sopra alle Fonticelle. Venne con noi quel giorno Giulio, un tuo caro compagno, di cui non ricordo il cognome. Fu lui a scattare la foto sul Monte. Vi si vede la strada che serpeggia bianca sotto di noi e, lontano, sullo sfondo, il panorama del paese, adagiato ai piedi della Guardata. La campagna è brulla. Doveva essere primavera perché sembra di scorgere i bocci sui rami delle piante: l'ultima tua primavera capracottese. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- La festa triennale della Madonna di Loreto
A Capracotta ogni tre anni, nei giorni sette, otto e nove settembre, si festeggia la Madonna di Loreto, la cui statua si trova nella chiesetta poco distante dal paese. Non si sa se la data 1622 riportata sulla facciata si riferisca alla sua costruzione o riedificazione. Nel settembre del 1978 l'edificio consacrato al culto cristiano fu eretto a santuario. Circa la statua della Madonna ci sono diverse leggende. La scrittrice Lina Pietravalle (1887-1956), in un racconto pubblicato su "Il Tempo" nel gennaio del 1951, parla della Madonna degli Alberi: «un dì lontanissimo orde di predoni decisero di abbattere la foresta, di venderla e di fabbricarci uno strano paese; erano anche persuasi che nel suo cuore cupo fossero nascosti antichi tesori. L'albero alfiere era meravigliosamente bello, rigoglioso, giovane. Appena l'accetta del brigante arrivò a recidere il tronco, cadde recisa pure la mano e la Madonna apparve in cima. Il secondo brigante, schiumando rabbia, appiccò il fuoco all'albero, ma anche la sua mano bruciò come una foglia secca. Nessuno osa più da allora infrangere la legge severa della foresta, la sua ricchezza è di tutti i montanari, appartiene al paese». Un'altra leggenda dice che un giorno in agro di Capracotta, in un bosco di fronte al quale si ergeva una piccola cappella, la Madonna apparve ad un carbonaio intento ad abbattere un pero selvatico. L'albero si lamentava dei colpi della scure; il carbonaio, spaventato, scappò via; dopo un poco si fermò, si girò e vide tra i rami del pero l'abbagliante figura della Madonna. L'uomo raccontò tutto ai suoi compaesani e l'albero divenne oggetto di culto per circa un mese, finché un giorno i fedeli si accorsero che la pianta non era più al suo posto; nella vicina cappella però era apparsa magicamente una struttura lignea raffigurante la Madonna di Loreto. Il simulacro non era altro che il tronco del pero. La Madonna di Loreto (protettrice dei viandanti) si chiama così perché il suo culto si diffuse soprattutto presso le popolazioni dellItalia meridionale come i capracottesi che praticavano la transumanza, dopo che, secondo quanto si narra, la casa della Madonna fu portata a Loreto dai crociati e francescani, smontata pezzo a pezzo e ricomposta sulla collina. Ogni anno a settembre, prima di lasciare il paese, i pastori con le greggi si radunavano davanti alla chiesa, per salutare Capracotta e invocare la protezione della Madonna per il periodo di lunga assenza. Anche il Capitolo, collegio di undici sacerdoti, aveva molte pecore e proprietà in Puglia, ricavandone cospicui proventi che permisero agli inizi del 1700 la costruzione della maestosa chiesa madre consacrata nel 1725 e il regalo della dote alle ragazze povere del paese. Il culto della Vergine lauretana è molto sentito da tutti i capracottesi; anche quelli che vivono molto lontano cercano di non mancare ogni tre anni nei giorni sette, otto e nove settembre alle solenni celebrazioni in suo onore. C'è il motto: «chi l'otto settembre non è venuto, o è morto o si è perduto». La sera del sette la statua della Vergine viene trasferita in processione dal santuario alla chiesa madre. Il giorno otto, dopo la messa solenne, si svolge una lunghissima processione per le strade del paese addobbato con bandierine, palloncini a forma di fiori e con coperte di seta e drappi raffiguranti la Vergine alle finestre. Le celebrazioni terminano il giorno nove con l'atto di consacrazione alla Madonna, recitato in piazza da tutto il popolo; segue poi il trasferimento della statua al santuario. Molto suggestiva è la sfilata dei cavalli che, riccamente addobbati, scortano la statua della Madonna di Loreto per un tratto di strada e, abilmente addestrati, La salutano con uno scalpitante inchino, quando la sera del sette esce dalla chiesetta e quando il nove vi rientra. Giuliana Carnevale
- Linguine allo scoglio libero
Cos'altro mi manca dei pochissimi piatti a base di pesce mangiati nella mia vita prevegan? In generale nulla di nulla tal quale. Potendo veganizzare... dagli spaghetti alle vongole felici alle linguine allo scoglio libero il passo è stato breve... Questo è stato l'ultimo piatto che ho preparato prima di partire per le vacanze verso una meta... montana! Capracotta in Molise, località dal nome veganizzabile in futuro come "Caprafelice", come abbiamo scherzato con Stefano durante il nostro freschissimo - che nostalgia! - soggiorno. Le reazioni al mio piatto di vongole-pistacchio e il sorprendente sequel riassunto nella versione di Sauro Spaghetti alle vongole vegan (grazie, onoratissima!) mi hanno fatto capire che ci sono molti aspiranti vegan che hanno un debole per il pesce e tanti vegan con qualche rimpianto... Francesca, tu mi hai chiesto espressamente di essere nuovamente stupita. Beh, ci provo... Di linguine allo scoglio, il mitico piatto dell'estate, ne mangiavo una sola porzione all'anno, al mare, al ristorante - o al massimo facevo un bis per le feste natalizie, surgelato già pronto... Se avessi dovuto prepararmelo da sola non lo avrei mai assaggiato... di solito i poveri animaletti più ingombranti finivano sempre nel piatto di chi mi stava vicino (ben contento!)... Anche di linguine allo scoglio libero ne mangerò comunque un solo piatto o massimo due all’anno... perché? Leggete il seguito e lo capirete al volo! Prima di passare in cucina un paio di doverose considerazioni per i nostri amichetti marini. Anche gli onnivori dovrebbero cominciare seriamente a pensare di sostituire di tanto in tanto (e man mano sempre più spesso) il pesce con surrogati vegan, perché molte specie sono ormai in estinzione e perché il livello di inquinamento è tale da rendere veramente rischioso per la salute umana un consumo ittico regolare. I mari di tutto il mondo sono in una fase agonizzante... il 40% delle acque è considerata dagli scienziati in situazione grave. La cosa che più mi ha colpito di recente è stato un documentario su La7 dedicato agli squali, animali sempre più perseguitati da una cieca mattanza, ormai sull'orlo dell'estinzione (nella cucina orientale si usa la pinna ai pranzi di matrimonio, uno status symbol mangereccio... una bestia del genere uccisa solo per una piccola escrescenza della sua epidermide!). Alcuni penseranno, che bello ci potremo fare il bagno nelle acque di tutto il globo finalmente in sicurezza! Ma il prezzo da pagare per questa insensata pescificina sarà l'alterazione dell'equilibrio nella catena alimentare marina: sparito il predatore che chiude l'anello della catena le specie più piccole che si nutrono di vegetazione marina prolifereranno senza misura e quindi si mangeranno le praterie e le foreste sottomarine: l'effetto sarà paragonabile a quello della sparizione della foresta amazzonica... effetto serra, problemi di ossigenazione nelle acque che porteranno lentamente tutto il pesce a morire... Qui trovate una petizione per gli squali da firmare e varie notizie. Allora W lo squalo e W lo scoglio libero! Procedimento Non è semplice mettere insieme una lista così eterogenea di ingredienti... ma se il piatto si cucina una volta l'anno il sacrificio si può fare... non vi dico che giro ha dovuto fare Stefano per trovare i cuori di palma! Ha visitato i supermercati di tutti i paesi del circondario! Per fortuna invece avevo già in casa la provvista di alghe, anche se per l'occasione ne avrei voluto provare qualcuna nuova, ma non ho avuto il tempo di andare a Roma a comprarle. Una piccola notazione di costume e poi passo al piatto: al recente pranzo delle first ladies del G8 a Roma i giornali scrivono dei menu vegetariani per alcune di esse... a cui viene servito solo pesce e non carne... Cercando la ricetta onnivora delle linguine allo scoglio in rete mi sono resa conto che viene da molti siti classificata come ricetta adatta anche ai vegetariani! A tale pranzo per rispetto nei confronti delle first ladies di religione islamica non sono stati portati in tavola per nessuno piatti a base di carne di maiale né vino. Per la first lady vegan, la signora indiana, invece menu a parte: forse perché di religione politeista? Francesca, mi hai messo a dura prova chiedendomi di stupirti. Come andare oltre le vongole felici? Ovviamente con lo scoglio... ma come sostituire le cozze? Questo è stato il problema più arduo. Allora mi sono guardata intorno alla ricerca di un suo parente nel mondo vegetale... e mi sono venute in mente le mandorle. Quelle che sono riuscita a trovare però erano veramente chiare... non avrebbero mai potuto passare per cozze! Allora, come travestirle? Ho cercato nella magnifica rete un colorante alimentare nero e... meraviglia! Ho scoperto che il nero chimico con cui si colora il carbone della Befana (a cui bacio le mani) può essere sostituito da carbone vegetale! E ne avevo un avanzo in casa per una recente ecografia epatica! Ma allora il caso vuole che realizzi questo scoglio vegan... mi sento come Sordi sfidato dal piatto di bucatini... (solo che il mio è ancora immaginario). Superato lo scoglio della cozza eccovi il procedimento. Lavoro preparatorio: come travestire le mandorle da cozze. Si mettono a bollire 200 g. di acqua e si sciolgono 3 pasticche circa di carbone vegetale insieme alle mandorle. Sembra di cucinare code di rospi, tanto più che ho usato un pentolino bianco... Il risultato non è di immediata apparenza e si sarebbe tentati di buttare tutto nel secchio... ma se con un coltellino fate saltare la buccia più coriacea della mandorla spunterà una superficie piena di radichette, molto simile alla peluria di una cozza... e questa parte, molto porosa, diventa nera... Ecco la cozza vegan! La cosa più strana è che anche l'odore della mandorla dopo il trattamento fuligginoso si fa più marino... pura suggestione? Sembrerebbe che le mandorle siano veramente le cugine vegetali delle cozze... Non ci posso credere, ma almeno dal punto di vista scenografico ho la possibilità di andare oltre in questo tentativo... Lavoro preparatorio: come "marinare" tutti gli altri ingredienti. Immergerli in ciotoline d'acqua con le varie alghe. I pistacchi con la kombu, e poi secondo il proprio gusto. I cuori di palma vanno svuotati della parte centrale cercando di non romperli e poi affettati. L'interno può figurare nel piatto come chele di qualcosa... Le cicerchie e il farro vanno fatti cuocere separatamente con alga kombu e un po' di nori, un aglio e una foglia di alloro (e sarebbero già buoni così). I fiori di zucchina li ho fritti con una pastella di farina integrale, acqua frizzante e sale. Nella mia immaginazione dovevano svolgere il ruolo di seppia... ma poi mi sono accorta che aprendo e spianando bene il fiore veniva la forma di una stella marina! E allora ne ho fritti alcuni in questa guisa... Per cominciare l'esecuzione del piatto vero e proprio, ho fatto il "fumetto" che in vari siti onnivori propongono come base di partenza, cioè un soffritto di cipolla, carota, sedano (più la mia onnipresente foglia di alloro) sfumato con vino bianco a cui si aggiungono scarti vari di pesce che io ho ovviamente sostituito. Nel fumetto vegan dopo il soffritto si buttano i tre tipi di alga (senza esagerare, direi raccogliendo tutti i vari pezzi utilizzati per le marinature e cotture, aggiungendo due cucchiai di nori in frammenti). Poi ho aggiunto tutte le varie brodaglie che avevo messo da parte dopo aver cotto farro, cicerchia e "marinato" gli altri ingredienti (speriamo che non dimentico qualcosa... non è stato facile assemblare questo scoglio libero). Dopodiché ho preparato il soffritto con aglio, foglia di alloro e peperoncino e ho buttato i pistacchi-vongola con il loro liquido di marinatura. Ho aggiunto subito dopo le cicerchie-cozza sgusciata. Dopodiché pian piano ho aggiunto tutti gli altri ingredienti messi in marinatura (anacardi, popcorn - sì, pure quelli, ma una parte li ho tenuti secchi, macadamia, germogli di soia) e il farro, aggiungendo il fumetto. Ho fatto insaporire un po' e ho aggiunto i pomodorini tagliati a metà. È venuto un sugo un po' denso (forse la prossima volta il farro lo aggiungo solo a piatto finito). L'odore che il sugo sprigionava era piuttosto invitante... e soprattutto marino... Nel frattempo avevo messo su l'acqua della pasta con qualche cucchiaio di fumetto vegan e ho buttato le linguine. A metà cottura le ho scolate, ho spento il sugo cotto nel coccio e ho trasferito una buona parte del sugo (quasi uno stufato) e delle linguine in una padella per proseguire la cottura con un po' d'acqua della pasta fumettosa. Quando le linguine si sono cotte, ho spento e preparato la "cofana" di portata... e qui mi sono proprio divertita a comporre la scena (l'immagine è quella di apertura). Intanto cospargere di prezzemolo e un bel giro di olio evo sabino... poi altri mestoli di sugo, sopra i palmitos-calamari e tutto intorno le stelle marine-fiori di zucca con le frittelle di pastella avanzata che sembrano delle soglioline fritte. Una manciatina di pop-corn secchi a mo' di strani crostacei... Per concludere un giro di mandorle travestite da cozze, poche delle quali (aprire una mandorla a mo' di cozza è impresa quasi disperata) private della mandorla sostituita con una cicerchia della grandezza corrispondente (per fortuna ce n'erano alcune molto piccole). Questo solo per puro divertimento... non certo per goduria alimentare... Ho messo anche un'allegra fetta di limone... E poi via di forchetta! Beh, io sono rimasta davvero stupita... e altrettanto Stefano... certo ormai erano... linguine di mezzanotte... Mariagrazia Pelaia Fonte: https://www.veganblog.it/, 8 agosto 2009.
- Cronachetta bibliografica
L'arte di scrivere le prefazioni non è tanto comune, soprattutto le prefazioni alle opere degli altri. Inutile dire perché... La lode che l'autore s'aspetta non può essere posta nel dimenticatoio: e del resto la verità esige di comparire in qualche modo alla luce. Allora si dà un colpo al cerchio ed uno alla botte; quando si è poi uomini come Francesco d'Ovidio si ha ogni mezzo per soddisfare la propria coscienza e l'altrui desio... Ecco qui una raccolta di folk-lore: Oreste Conti, "Letteratura popolare capracottese", con prefazione di Francesco d'Ovidio (Napoli, Piero, 1911). Capracotta per chi non lo sapesse (e questo può darsi senza infamia, perché il nome non è celeberrimo) è terra del Sannio, patria comune al Conti e al d'Ovidio: il primo dei quali ha raccolto con amorosa cura locuzioni e modi di dire, usi e costumi, proverbi, indovinelli e novelle del paese; il secondo si è preso l'amichevole incarico di accompagnare il nuovo libro per il mondo sotto l'egida del suo nome e della sua dottrina. Ed ha scritto la prefazione. Dove si dice e non si dice, si loda e non si loda. Per es.: «Oreste Conti, gentile d'animo come d'aspetto, ha un'innata disposizione alla poesie ed alle lettere»; «Non si può conoscerlo... senza deplorare che egli non sia stato avviato agli studi classici»; «L'opera sua è condotta alla buona»; «Non ci mancherebbe altro che io facessi, al buono e valente compositore di questo libro spigliato ed amabile, il tiro di renderglielo pesante e ruvido!». Attenuazioni, limitazioni, lodi a volte eccentriche (nel senso etimologico); dal complesso resulta qual è il giudizio d'un uomo di alta competenza. Perché Ferdinando Martini ha detto che le prefazioni si saltano a piè pari? A volte, si leggono soltanto quelle... Giuseppe Ulivi Fonte: G. Ulivi, Cronachetta bibliografica, in «Il Marzocco», XVI:32, Firenze, 6 agosto 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: durante le tempeste
Quando il tempo minaccia, perché le nuvole bianche annunziatrici di grandine corrono per il cielo, le donnicciuole, in segno di scongiuro, agitano in alto vibratamente le corone e recitano a voce alta il Rosario. Se le bianche cavalle dei cieli, insensibili a tanto strazio di cuori, a tanto fervore di preci, si sciolgono in grandine, viene piantato verticalmente nel terreno un grosso coltello, si fanno tintinnire i campanelli posti davanti l'immagine de' Santi, si scuotono furiosamente le catene dei camini e spesso si gettano sulla strada. E pensare che dette catene, per tema di disturbare le anime de' proprî defunti o d'invocare i diavoli, non vengono toccate che per gli usi domestici. Ma, se anche lo scotimento delle catene non vale ad arrestare il malefico potere, una vergine uscirà all'aperto a raccogliere chicchi di gragnola con la bocca. Il tempo, però, non sempre è cavaliere! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: Giovedì Santo
In chiesa, la mattina del giovedì santo, ha luogo la funzione della lavanda ai piedi, che si svolge alla presenza di numeroso popolo. Tre sacerdoti bagnano e asciugano le estremità di dodici vecchi, scelti tra i più anziani e più poveri del paese, che rappresentano i dodici apostoli. In fine della sacra funzione, l'Arciprete dona a ciascun Apostolo un grosso cipollato (pane a forma tonda), una staièlla (pasta dolce rettangolare), due litri di vino e de' confetti. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- La scrittura
La mano dell'uomo mostra in vari modi la sua opera. Anche la "Mano di Dio", quella che fece vincere l'Argentina al Mondiale del 1986, altro non era che la mano dell'uomo (di Diego Armando Maradona) che ha modificato tante cose. Prima che l'uomo intervenisse con la sua mano a bonificare i laghi, le pianure e i corsi dei fiumi con le dighe, l'Europa era un'immensa foresta. La mano dell'uomo si è fatta sentire anche sui terreni, dissodandoli e coltivandoli con l'aiuto degli animali, specialmente buoi e cavalli. Si è fatta sentire anche nella costruzione di pagliai e muretti in pietra a secco e di macère diffuse in tutto il mondo. La mano dell'uomo si è fatta sentire nella scrittura che, secondo alcuni autori, è nata nel 4.000 a.C. segnando il passaggio dalla preistoria alla storia. Le prime forme di scrittura utilizzavano i disegni, detti anche pittogrammi, che rappresentavano oggetti. Poi sono venuti gli ideogrammi che, oltre agli oggetti, rappresentavano idee. Infine la fonetica, che non usa né simboli né disegni, ma suoni. I Greci l'adottarono dai Fenici circa 3.600 anni fa, aggiungendo le vocali al loro alfabeto consonantico e gutturale. I Romani conobbero la scrittura greca nel 500 a.C. tramite gli Etruschi e, con pochissim modifiche, crearono l'alfabeto latino. La storia e la scrittura si sono dunque mosse in un'unica costante direzione, da est verso ovest, finché non ricevette un'ulteriore poderosa spinta quando Cristoforo Colombo scoprì l'America. Nello scrivere si sono usati vari materiali come tavolette di argilla, pietra, cera, legno, pelli di animali, foglie di papiro, via via sostituite dalla pergamena (membrana ricavata da pelle di pecora, capra o vitello). Dal 1100 circa entrò in uso la carta. Per tutto il Medioevo l'arte dello scrivere venne coltivata dalla Chiesa, nelle scuole annesse alla cattedrale e nei monasteri, nei vari scriptoria, essendo la scrittura una mansione per pochi, riservata alle università, alle corti e ai monasteri. Molti scrittori dell'epoca dovevano infatti cercarsi un mecenate se volevano guadagnare qualcosa, ancor più se avevano famiglia. Così si sono salvatie, grazie ai copisti, le orazioni di Cicerone, le odi di Orazio, le storie di Tacito, i libri di Varrone sull'agricoltura, i testi di medicina e molti altri, tutte opere che sarebbero andate altrimenti perdute, travolte dalla furia devastatrice dei vari popoli barbari. Nel 1300 il passaggio dalla copia amanuense o alla stampa rappresentò una svolta di enorme importanza per la scrittura e, più ampiamente, per la cultura, lontana dalle grandi masse. Gli scrittori non ricorrevano più allo scrivano ma allo stampatore, in grado di fornire molteplici copie della stessa opera in tempi più rapidi e a prezzi decisamente inferiori. Con la diffusione della stampa la scrittura raggiunse la gente comune e favorì il desiderio di informazione. Molti riconoscono in Dante il primo utilizzatori della lingua italiana, chiamata all'epoca "volgare"; il Petrarca, nello stesso periodo, utilizzava ancora il glorioso latino e non credeva nella cultura popolare; Boccaccio, invece, si guardava intorno mentre scriveva il Decamerone in italiano (ma sapeva anche il latino). Tutto si modifica, anche la scrittura, ed alcuni termini sono stati abbandonati mentre altri se ne sono aggiunti, perché, insieme agli uomini, migrano pure le idee. Ed anche il dialetto si modifica, essendo la scrittura una cosa viva: prova ne sia il fatto che, tornando in Italia, alcuni emigrati capracottesi in Argentina, America, Canada e Venezuela, parlano un dialetto "antico", insegnato loro dai genitori al tempo della grande migrazione e perciò diverso rispetto al dialetto attuale. Dal fuoco, scoperto 800.000 anni fa e diffusosi in tutto il mondo "soltanto" 400.000 anni fa, l'evoluzione della Terra è stata sempre aiutata dall'intelligenza e dalla scrittura, insomma dalla mano dell'uomo. Lucio Carnevale
- La prudenza (II)
La prudenza come virtù naturale Per virtù della prudenza intendiamo la capacità dell'uomo, alla luce della semplice ragione, di escogitare, scegliere ed attuare i mezzi adatti per raggiungere il fine virtuoso. Su questo piano l'uomo può abituarsi ad una sorta di discernimento pratico con una visuale che non esce dal ristretto orizzonte delle cose di questa terra; così va intesa l'abile conduzione degli affari e delle mansioni che uno deve svolgere in un determinato contesto storico: non si tratta di capacità posta al servizio del Bene nel senso assoluto, ma al servizio di un bene particolare. Se poi si tratta di risorse messe al servizio del male e del peccato, ci troviamo davanti alla prudenza della carne che si oppone alla prudenza virtuosa, cioè dello spirito (Rom 8,5). La prudenza soltanto naturale suppone nell'uomo la capacità di percepire il valore dei princìpi, morali della legge naturale, mentre la prudenza della carne è il rifiuto di ogni norma etica. La prudenza come virtù soprannaturale La prudenza soprannaturale riguarda solo, quelli che sono in grazia di Dio e posseggono la carità. Il prudente non agisce solo alla luce della ragione, ma sotto l'influsso della grazia divina e alla luce della legge di Cristo; i suoi atti acquistano valore per la vita eterna. La prudenza dirige le altre virtù, ma presuppone nel cristiano la fede, la speranza e la carità con le quali egli prende coscienza delle cose, cioè diventa partecipe della vita di Dio. In questa partecipazione inadeguata, attraverso la concretizzazione pratica della prudenza si attua il fine dell'esistenza del cristiano. «È il vivere la carità nella situazione, è la capacità e la sensibilità interiore a cogliere l'appello del momento di grazia». La prudenza, come tutte le altre virtù, ci è stata data nel battesimo; cresce in noi attraverso la ripetizione di atti buoni e con la vita della grazia. Essa ci aiuta a emettere giudizi pratici nella vita di tutti i giorni. La prudenza naturale e quella soprannaturale sono uguali per quanto riguarda il loro oggetto materiale e nel fatto che ambedue risiedono nell'intelletto pratico. Sono però diverse per la loro origine in quanto una nasce dalla ripetizione di atti buoni sul piano naturale, mentre l'altra nasce dall'infusione da parte di Dio. Differiscono per l'oggetto formale: in una ci sono motivazioni del tutto umane, mentre per l'altra sono presenti scopi che si riallacciano alla fede e sono sostenuti dalla carità. È motivo di differenziazione anche l'estensione, perché per una l'ambito è d'ordine naturale, per l'altra invece è soprannaturale. Il contesto della prudenza Ogni virtù cardinale è un centro intorno al quale ruotano altre virtù che, a seconda del ruolo che svolgono, sono chiamate parti integranti, soggettive o potenziali della virtù-cardine. Le parti integranti sono quegli elementi che costituiscono, integrano la virtù o l'aiutano nel suo esercizio. Parti soggettive sono le diverse specie nelle quali si suddivide una virtù cardinale. Parti potenziali sono le virtù annesse o derivate che stanno in relazione con la loro virtù-cardine, ma non ne hanno tutta la forza, o sono ordinate ad atti secondari. Le parti integranti della prudenza che stiamo per descrivere in maniera successiva, nella realtà non sono altro che un unico movimento di coscienza in cui noi immaginiamo i differenti aspetti al fine di studiarli, ma non dobbiamo dimenticare la loro unicità fonda- mentale e vivente. Gli atti della prudenza hanno un doppio momento di realizzazione: momento conoscitivo dei mezzi da adoperare e momento esecutivo. Il momento conoscitivo è costituito prima di tutto dalla conoscenza della realtà. Da un esame della situazione concreta e delle circostanze si passa ad un giudizio obiettivo sulla validità dei mezzi che si vogliono adoperare per raggiungere lo scopo. La conoscenza esatta della realtà è un requisito fondamentale per evitare un agire basato soltanto sulle "buone intenzioni". Per conoscere la realtà l'uomo prudente fa uso prima di tutto della memoria, cioè non tanto della capacità mnemonica del ricordo, ma della perfetta concordanza tra la nostra capacità conoscitiva e la realtà qual è in sé. Infatti questa possibilità di obiettivare la realtà può subire facili deformazioni, omissioni e coloriture diverse. Alla memoria bisogna unire la capacità di distinguere con perspicacia le condizioni reali dell'agire in un determinato momento. La capacità di imparare dall'esperienza della vita e dalla realtà molteplice delle cose quale sia la scelta da fare, è un elemento che va tenuto nel debito conto. Si tratta di spogliarsi di una certa forma di autosufficiente saccenteria per rivestirsi di una serena disponibilità di apprendere sia dal mondo in cui operiamo che dalle persone che ci circondano, prescindendo dai ruoli e dalle capacità di ciascuno, poiché l'insegnamento a volte ci può venire donde meno ce lo aspettiamo; d'altra parte, essendo infinito il numero dei casi che si possono presentare nella pratica, nessuno deve presumere di essere in grado di risolverli tutti e da solo. Infine il nostro esame della realtà deve avere la disponibilità ad affrontare con chiaroveggenza ed oggettività le situazioni-limite nelle quali per operare ci si deve rifare ai princìpi primi ed universali. «La duttilità a sempre nuove risposte a situazioni sempre nuove non ha nulla a che vedere con la mancanza di carattere; salvo che Si consideri come carattere l'ostinazione e la resistenza contro la verità delle cose reali, vale a dire mutabili». Secondo elemento della fase conoscitiva è la ponderazione della validità dei mezzi; si tratta qui di emettere un giudizio e di fare una scelta. Il giudizio deve essere la conclusione di un ragionamento logico che si presenti a noi come decisivo e non in fase di dubbio. La scelta suppone la possibilità di fare una selezione in cui, dopo aver esaminato i mezzi, si rifiutano quelli meno adatti per fissare la nostra attenzione su quelli che rispondono meglio allo scopo prefisso. Nel terzo atto della prudenza abbiamo la fase imperativa. Fino a questo momento, dopo l'esame valutativo dei mezzi e la scelta di essi, noi stiamo ancora fermi al livello delle intenzioni; bisogna quindi scendere alla fase operativa. Qui si entra in pieno nella virtù della prudenza che, dopo aver esaminato, valutato e scelto, comanda l'azione in base a quanto è stato a suo tempo ponderato e scelto. Si tratta qui di compiere un'azione della ragione che ordina con cognizione di causa la traduzione pratica di quanto è stato idealmente concepito in linea teorica. Nella fase imperativa le difficoltà aumentano, ma la virtù dà i suoi frutti proprio in questa realizzazione. Come nella fase conoscitiva ci sono degli elementi che rendono più sicuro l'esame dei mezzi, così a livello precettivo ci possono essere degli elementi che sicuramente perfezionano la prudenza nel momento di realizzare quanto è stato conosciuto e valutato. Questi elementi sono: la previdenza, cioè la capacità di vedere prima le conseguenze, i vantaggi, gli svantaggi e i molteplici risvolti del nostro agire. La memoria, l'esperienza della vita, la capacità di discernere, l'essere aperti al contributo che ci può venire dagli uomini e dalle cose sono tutti elementi che ci fanno essere previdenti e quindi prudenti; la circospezione, cioè la preoccupazione di situare nel suo giusto posto un'azione che necessariamente dovrà fare i conti con il mutare continuo delle circostanze della vita; la cautela, cioè quell'insieme di accorte considerazioni che permettono di agire nella contingente mutabilità dei fatti in cui si mischiano il bene e il male. Il prudente deve munirsi di cautela per superare in parte e possibilmente del tutto gli ostacoli che impediscono di raggiungere il bene. Pertanto cautela deve intendersi quel tipo di vigilanza che ci consente di stare in guardia contro le insidie che possono intralciare il cammino verso il bene. I vizi che si oppongono alla prudenza La prudenza è stata descritta come una virtù che riceve la misura, la dimensione, la possibilità di attuarsi dalla realtà, ma al tempo stesso essa dà la misura alla volontà e all'azione; traduce cioè la verità delle cose reali nel campo del bene per la persona umana. In questa opera di trasformazione la prudenza è la virtù del giusto mezzo nella concretezza delle cose. L'eccedere, l'uscire dal giusto mezzo provoca il vizio. Contro la virtù della prudenza si può quindi mancare per eccesso o per difetto. Per difetto si manca contro la prudenza in relazione alle diverse fasi che costituiscono gli atti integranti della prudenza stessa. A livello del momento conoscitivo possiamo avere: la dissennatezza, cioè il disprezzo e la trascuratezza nel valutare quegli elementi che ci offrono la possibilità di rettamente giudicare; la precipitazione, che è un modo irriflessivo e precipitoso di agire, per lo più sotto lo stimolo della passione e del capriccio. A livello valutativo possiamo avere la superficialità, che è il giudizio non ponderato sulla validità dei mezzi. È una mancanza di quella vigilanza che ci viene raccomandata dal Vangelo. A livello esecutivo possiamo avere l'inconcludenza, cioè la mancanza di decisione, una volta che l'esame e la valutazione dei mezzi sia stata fatta; l'incostanza, invece, è il cambiare parere e mutare propositi per futili motivi o almeno senza una causa proporzionata. Per eccesso si manca contro la prudenza non con un rifiuto totale di essa, ma con una sua accettazione distorta. Infatti si tratta di valutazioni sbagliate che agiscono non per il fine ultimo, ma per scopi peccaminosi e almeno sbagliati in quanto i mezzi possono essere anche buoni, ma i fini sono errati. È la prudenza della carne la quale, invece di essere al servizio del retto agire umano, è al servizio di valori terreni e caduchi. Tale è il comportamento dell'astuto il quale fa uso della memoria, della intelligenza e della circospezione per temporeggiare e per studiare la tattica del suo agire. Altro tipo di prudenza della carne è l'inganno e la frode, cose queste del tutto lontane dalla prudenza vera perché in opposizione a quanto Cristo ci ha insegnato in fatto di semplicità e di lealtà nei rapporti col prossimo. Il denominatore comune in tutti questi atteggiamenti è, secondo san Tommaso, l'avarizia, cioè lo smisurato desiderio di possedere ogni cosa al fine di garantirsi la grandezza del proprio valore. La prudenza invece, oltre ad essere oggettiva e realistica, è sapiente valutazione delle cose di questo mondo. «Essa racchiude in sé l'umiltà di colui che tace, cioè che conosce senza pregiudizi; la fedeltà della memoria; l'arte del sapersi lasciar dire qualche cosa; la vigile capacità di dominare l'imprevisto. Prudenza significa la cauta serietà e per così dire il filtro della riflessione e nello stesso tempo l'audace coraggio per la definitività della decisione». Mario Di Ianni Fonte: M. Di Ianni, La prudenza, in «La Rivista del Clero Italiano», LXI:5, Vita & Pensiero, Milano, maggio 1980.
- La prudenza (I)
«Perché la prudenza è la prima delle virtù cardinali?». Questa domanda mi fu rivolta tempo fa da un ragazzo delle scuole medie. Preso così alla sprovvista, tentai a caldo di dare una risposta pertinente dicendo che nella Sacra Scrittura è elencata per prima. Il ragazzo accettò la risposta con un generico segno tra il soddisfatto e il dubbioso, con un'espressione del volto che lasciava intravvedere una vaga soddisfazione di aver messo in difficoltà l'insegnante. Quello sguardo birichino mi rimase impresso a tal punto, che nel ritornare a casa, lungo la strada, mi andavo ripetendo anch'io: «Ma perchè proprio la prudenza al primo posto?» Tra le tante reminiscenze scolastiche, affiora, di tanto in tanto, alla memoria anche il fatto che forse nel pensiero classico ci doveva essere un elenco delle virtù... ma dove e da chi, mi restavano un mistero. Siccome «il ferro va battuto quando è caldo», appena rientrato in casa, mi misi al lavoro scartabellando i trattati di morale e di ascetica, ma le idee non è che mi si chiarissero molto anche perchè notai con sorpresa che i probati auctores non danno molto spazio nelle loro opere alla virtù della prudenza. Allora, con santa pazienza, ricominciai da zero e mi accostai alle opere di s. Tommaso quasi con timore. Da questa e da altre letture sono venute fuori le seguenti note sulle virtù cardinali. Un primato giustificato Per ritornare al quesito del ragazzo: «Perché la prudenza è la prima virtù cardinale?», bisogna rispondere che la Sacra Scrittura non viene molto in aiuto alla risposta data. Infatti in Sap 8, 7 la prudenza non è citata come prima virtù cardinale: «Essa [la sapienza] insegna temperanza e prudenza, giustizia e fortezza, di cui non c'è nulla di più utile nella vita dell'uomo». Tra i filosofi del mondo classico la prudenza ha una preminenza sulle altre virtù, ma in genere si tratta di elencazione senza addurre dei motivi che giustifichino tale primato. Nel pensiero cristiano si è sempre citata la prudenza quale prima virtù cardinale per un motivo intrinseco. S. Ambrogio e s. Agostino ci offrono l'elenco delle virtù così come sono enumerate oggi. S. Ambrogio dice esplicitamente che la prima fonte del dovere è la prudenza e che la giustizia non può esistere senza la prudenza. A queste affermazioni fa eco s. Tommaso quando afferma che la prudenza è la misura, la causa prima, il giusto mezzo, la generatrice e moderatrice di ogni virtù. Ma le asserzioni di questi santi, per quanto meritino il nostro massimo rispetto, non fugano appieno il dubbio, o almeno non appagano la curiosità sul perché della preminenza della prudenza sulle altre virtù. Prima di tutto dobbiamo sgombrare il campo da una questione pregiudiziale. Nella nostra mentalità moderna le graduatorie tra grandezze spirituali e morali sembrano cose che hanno attinenza con l'allegoria o, in ogni caso, con cose in fondo inutili. Infatti concedere un primato o riconoscere di fatto una preminenza tra le virtù cardinali sembra quasi ozioso o almeno da lasciare alle sottili elucubrazioni d'altri tempi. Ed invece non è così. Il motivo per cui nella teologia scolastica la prudenza ha un primato non è un qualche cosa di superficiale e di accessorio, ma è un motivo profondo che giustifica pienamente tutti gli appellativi dati alla prudenza dai grandi teologi. La prudenza trascende le altre virtù e le dirige al fine ultimo, indicando in tutte quale sia il fine da conservare. Mentre le altre virtù hanno un ambito ben definito, la prudenza ha un ambito estesissimo ed è norma di tutte le virtù, poiché ad esse indica nella concretezza pratica quale sia il bene da conseguire in una situazione esistenziale ben definita. La prudenza pur tenendo conto di quale deve essere il fine dell'uomo, indica in ogni atto virtuoso quali sono le finalità intermedie e pratiche per raggiungere il fine ultimo. S. Tommaso dice che il bene, cioè l'ideale di bontà dell'uomo è quello di «essere conforme alla ragione» (I, II, 18, 5); ed ancora: «Il bene dell'uomo è che la ragione sia perfetta nella conoscenza della verità, e che gli appetiti inferiori siano regolati secondo la regola della ragione». Per ragione dobbiamo intendere la molteplicità dei modi di cogliere, di vedere e di percepire il reale. Ora la percezione della realtà non serve solo a livello speculativo, ma anche a livello pratico per poter ben agire. In questo senso la prudenza riceve la possibilità di attuazione dalla realtà, non già da una forma velleitaria di buona intenzione. La realizzazione del bene esige la conformazione del nostro agire alla oggettiva e concreta realtà in cui operiamo. Altro aspetto della prudenza è quello di essere una virtù che decide e comanda dopo che l'intelletto pratico ha capito il da farsi. È una virtù che dà misura ed è rivolta prima di tutto alla volontà e in un secondo momento all'azione. La prudenza, in tutto l'ambito del bene, traduce la verità delle cose reali nella bontà dell'agire umano. Sotto questo profilo la prudenza genera le altre virtù. Definizione della prudenza La prudenza è la virtù che fa rettamente discernere ed agire in tutte le circostanze della vita; indica nei singoli casi cosa bisogna fare e cosa evitare, quali mezzi adoperare, il quando e il come... per ottenere i vari scopi contingenti e per conseguire, in ultimo, il fine supremo. Non si tratta di un complicato modo di pensare e di agire, ma è l'orientamento della persona umana a discemere qual è la volontà di Dio in un determinato luogo e momento. Si tratta di realizzare nelle singole circostanze la vocazione alla santità di ogni uomo. In questo senso la prudenza non è quella disposizione d'animo a tutto rallentare pesando e soppesando i pro e i contro di ogni agire; è invece uno scegliere il bene con generosa prontezza nelle diverse situazioni concrete, o «è un modo divinamente ispirato di essere docili alle ispirazioni di Dio». Nella S. Scrittura non troviamo una parola precisa corrispondente al termine greco fronesis, però dai diversi contesti si può desumere il perché è stato tradotto ora con sapienza ora con prudenza. In molti passi questi termini vengono riportati sempre in coppia: «Jahvè fondò la terra con sapienza e consolidò i cieli con prudenza». Nell'Antico Testamento la prudenza viene indicata come un dono di Dio: «È il Signore che conferisce la sapienza e dalla sua bocca provengono la sapienza e la prudenza». In Baruch la prudenza s'indentifica con la legge di Dio. La prudenza, pur essendo un dono di Dio, non esime l'uomo dalla ricerca, dalla formazione personale. Nel libro dei Proverbi vengono suggeriti tre punti per educarsi alla prudenza. Primo punto: la preghiera al fine di ottenere la luce da Dio. Secondo: la docilità per ascoltare i consigli di chi ha autorità su di noi e ha possibilità di correzione nei nostri riguardi. «È sulla strada della vita chi accetta la correzione, ma chi disprezza l'ammonimento si smarrisce» (Prov 10,17). Anche chi crede di non aver bisogno di consigli deve essere aperto ad ascoltare i pareri dei saggi e dei prudenti: «Con una saggia direzione si fa la guerra e la vittoria viene dal numero dei consiglieri» (Prov 24,6). Terzo: l'esperienza che suggerisce le regole pratiche all'agire prudente e che ha il suo fondamento nel timore di Dio e nell'umile riconoscimento dei propri limiti perché «non c'è sapienza, né prudenza, né senno davanti a Jahvè» (Prov 21,30). Per colui che cammina sulla via della prudenza ci sono i seguenti benefici: la lontananza dalle seduzioni del male, il saper parlare e tacere a tempo debito, il retto consiglio e la capacità di emettere dei giudizi equilibrati sulle cose di questo mondo. Favoriscono la prudenza e sono sue alleate la rettitudine, la misericordia e la giustizia; mentre sono contro la prudenza la pigrizia, l'ira e la smodata bramosia della ricchezza. Nel Nuovo Testamento possiamo notare che il concetto di prudenza non si discosta molto dalle idee fondamentali dell'Antico Testamento. La frase di s. Luca riferita a Gesù dodicenne: «Tutti si meravigliavano della sua prudenza» (Le 2,48) può ben applicarsi a tutta la vita del Cristo. Gesù fu prudente con i suoi discepoli rivelando ad essi tutte le verità con delicatezza pedagogica e preparandoli all'evento doloroso della passione. Gesù fu prudente con i nemici senza dare mai loro l'occasione di coglierlo in fallo. Esortò i suoi seguaci ad essere prudenti come serpenti e semplici come colombe; inculcò, attraverso l'insegnamento delle parabole, la prudenza al fine di costruire l'edificio della propria santità sulla roccia e non sulla sabbia. Inoltre chi riconosce nella sequela del Cristo un valore sommo, dimostra grande prudenza, se per questo scopo rinuncia a tutto. S. Paolo raccomanda ai cristiani di Efeso di comportarsi da prudenti e non da stolti; raccomanda ancora la prudenza a chi aspira all'episcopato e alle donne anziane affinché siano di guida alle giovani. La prudenza cristiana deve essere sorretta nelle scelte dallo Spirito Santo ed orientata verso la promessa della felicità eterna; mentre la prudenza della carne porta lontano da Dio e s'identifica con la «prudenza dei figli di questo mondo» (Le 16,8). Il tema della vigilanza, così ricorrente sia nel Vangelo che negli altri scritti del Nuovo Testamento, è direttamente ricollegabile al tema della prudenza. Le vergini che attendono lo sposo con costanza sono dette prudenti da Gesù, mentre le stolte hanno commesso una grave imprudenza perché non hanno saputo valutare la venuta dello sposo con le loro scorte di olio (Mt 25). Anche s. Pietro esorta a stare vigilanti: «Siate sobri e vigilate» (1Pt 5,8). E l'Apocalisse ripete: «Se non vigili, io verrò a te come un ladro» (Ap 3,3). Natura della prudenza S. Tommaso dice che il bene, cioè l'ideale di bontà dell'uomo, è quello «di essere conforme alla ragione». Qui ragione deve essere intesa come la molteplicità dei modi di cogliere, di vedere, di percepire la realtà. La ragione può essere speculativa se ha per compito la percezione della realtà vera in quanto vera; se ha per scopo la percezione della realtà per poter agire, allora si parla di ragione pratica. In altre parole: il cogliere la realtà in tutta la sua estensione può arricchire il mio patrimonio di conoscenze e fornirmi la base per ulteriori speculazioni, si tratta allora di conoscenza speculativa, mentre la conoscenza della realtà che non è fine a se stessa ma in funzione del ben agire, è detta conoscenza, ragione pratica. La virtù della prudenza appartiene alla nostra ragione pratica. Chi è prudente, prima di porre un'azione, non solo immagina vagamente quello che deve fare, ma agisce con fatti che gli permettano di avere un quadro completo della situazione. In base a tale giudizio si fanno le scelte. È un lavoro tipico delle nostre facoltà di discemere cosa bisogna fare e cosa evitare. Le virtù vengono in genere divise in virtù intellettuali e morali a seconda se risiedono in una o nell'altra facoltà dell'uomo. Le intellettuali risiedono nell'intelletto e lo perfezionano in ordine alle capacità di acquisizione di nuovi concetti o nozioni; quelle morali risiedono nella volontà. Tra le virtù intellettuali ve ne sono alcune con caratteristiche del tutto speculative, mentre altre sono virtù intellettuali pratiche e tra esse c'è la prudenza il cui fine è quello di conoscere le realtà contingenti per potervi inserire l'onesta risposta dell'uomo. Mario Di Ianni Fonte: M. Di Ianni, La prudenza, in «La Rivista del Clero Italiano», LXI:5, Vita & Pensiero, Milano, maggio 1980.
- Ricordando padre Mario Di Ianni
Lo scorso giugno mi sono recato a Roma per una serie di eventi culturali. Il mio arrivo, mercoledì 28, è coinciso con l'entrata in agonia di Mario. È stato un dono del Signore per me rivederlo un'ultima volta e assistere p. Andrea mentre lo ungeva con l'olio santo. Due giorni dopo è morto. Da qualche tempo le sue condizioni di salute erano peggiorate e viveva nella casa di cura delle nostre suore. Qualche mese prima l'avevo trovato abbastanza lucido, così gli chiesi di benedirci. Lui acconsentì e vedendo che il suo vicino di letto non rispondeva «Amen», mi guardò dicendo: – Ho benedetto anche lui, perché non risponde? In queste sue parole riassaporai la sua ironia e il suo spirito battagliero che tanto ci accomunavano. Venivamo entrambi dalla stessa zona, seppur da due regioni diverse, Abruzzo e Molise, che in realtà così diverse non sono. È l'unico confratello al quale ho dato da subito del "tu" e tolto l'appellativo "padre". Per me il professor Di Ianni, docente di Teologia morale all'Università Urbaniana, era semplicemente Mario. Quando vivevamo insieme nella comunità di corso Rinascimento passavo ogni mattina in camera sua - porta sempre aperta - mentre si dedicava alla lettura del quotidiano. Lo salutavo con un «Ciao guaglió» e iniziavo a parlarci in dialetto. Mi piaceva accentuare la mia dizione quadrese per farmi dire ogni volta: – Voi di Quadri parlate più agnonese degli agnonesi. Intuivo una certa ostilità tra Capracotta, cittadina natale di Mario, che amava in modo viscerale, e Agnone, borgo noto per via delle sue campane. Dopodiché mi ricordava che il mio paese fosse quello delle streghe, ed io gli spiegavo che in realtà Quadri era il paese delle belle donne e che il binomio strega/femme fatale non fosse mai del tutto tramontato. Non credo che le mie parole lo convincessero ma per me passare del tempo con lui serviva a crescere e ad assaporare una certa familiarità che spesso manca tra confratelli. Era sempre disponibile e ogni volta che gli chiedevo di rivedere qualche mio scritto lo faceva volentieri, apportando correzioni e osservazioni. La sua vita era stata segnata dalla morte nel 1942, durante il parto, della madre Rosa e del fratellino Giuseppe. All'epoca Mario aveva tre anni, era struggente sentirgli dire: – Non ricordo nemmeno la voce di mia madre. Sulla sua scrivania, al centro di scaffali pieni di libri, campeggiava la foto della genitrice, mi diceva che una volta morto avrebbe chiesto al Signore di poter passare giornate intere a parlare con mamma Rosa. Una tenerezza infinita emergeva dalle sue parole, una mancanza incolmabile che però l'aveva portato a vivere una vita piena di Dio, piena d'Amore. Mi raccontava della sua famiglia di carbonai che si divideva tra Capracotta e San Paolo Civitate in provincia di Foggia, dei sacrifici e del "sangue buttato" di papà Paolo, dei suoi fratelli Aldo e Rosa, rispettivamente generale dell'Esercito Italiano e maestra elementare, del cugino Carmine, divenuto sindaco della cittadina natale; a ricordare che l'impegno paga sempre. Oltretutto anche la vita religiosa non era stata una passeggiata, mandato a tredici anni a Narni in Umbria a studiare alla Piccola Opera, un ambiente tutt'altro che comodo, poi il noviziato ad Agrano in Piemonte, dove i giovani venivano sottoposti a dure prove. Dopodiché, al termine dell'anno di noviziato, il 4 ottobre del 1957, emise la prima professione religiosa votando obbedienza, castità e povertà. Dopo otto anni, il 18 dicembre del 1965, venne ordinato sacerdote nel Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore a Roma, precedentemente aveva frequentato gli studi filosofico-teologici alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo amore per la conoscenza non si arrestò nemmeno di fronte agli impegni gravosi dettati dall'essere vicedirettore dell'Istituto per i minori in difficoltà (Enaoli) di Torvaianica nel Comune di Pomezia. Infatti durante la permanenza sul litorale laziale continuò gli studi di Teologia morale all'Alfonsianum di Roma ed insegnò in diverse scuole medie. Nel 1988 rientrò nella città eterna a tempo pieno e iniziò la carriera accademica alla Pontificia Università Urbaniana, dove è rimasto in cattedra fino al 2011 e ha lasciato un ricordo indelebile per le sue qualità umane e dottrinali. Numerose le pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: "La verità nel comunicare" (ed. Viverin); "Metodologia" (ed. Pontificia Università Urbaniana); "La distruzione di Capracotta 1943-1944" (ed. Comune di Capracotta); "Appunti di Metodologia teologica" (ed. Pontificia Università Urbaniana). Ha poi curato per l'Enciclopedia Cattolica la voce: "Fecondazione artificiale". Encomiabile infine il lavoro svolto per la Provincia Italiana dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù risistemando l'archivio e la biblioteca. Mario, lontano da ogni diatriba, ha compreso a fondo il messaggio rivoluzionario cristiano. Non si è mai seduto al tavolo dei potenti, con l'esempio della sua vita ha sempre dichiarato la totale incompatibilità tra la Parola e il potere. Non ha mai barattato la sua libertà di figlio di Dio con la sicurezza della vita comoda di chi, come la folla, prima grida «osanna» e poi «crocifiggilo», ha vissuto con generosità, estraneo alle seduzioni della ricchezza, la cui azione soffoca il messaggio evangelico e rende sterili. Ha dato abbondante frutto. Grazie guaglió. Domenico Rosa Fonte: https://www.mscitalia.org/, 19 settembre 2023.
- Costruzione di una capanna antica di boscaioli a Capracotta
I "Magnifici 7" esistono anche a Capracotta ma non vestono da cowboy e non usano pistole bensì mani, testa e tanto amore per ciò che fanno! In ordine di età abbiamo: Giovanni Di Rienzo, nato il 18 febbraio 1938; Adriano Comegna, nato il 6 febbraio 1939; Carmine Ciolfi, nato l'11 maggio 1941; Mario Sozio, nato il 30 maggio 1942; Vincenzo Santilli, nato l'11 settembre 1947; Michele Di Lullo, nato il 7 maggio 1952; Lucio Carnevale, nato il 26 marzo 1955, il più giovane del gruppo. Sono tutti accomunati dal fatto di esser nati a Capracotta e di essere pensionati. Ma non sono tutti sani: qualche patologia ce l'hanno! Uno non ci vede, uno non ci sente, uno zoppica vistosamente, uno c'ha la tendinite, un altro è invalido, uno è troppo anziano, uno ha il mal di schiena... insomma, gli acciacchi sono tanti ma sono tutti pronti a lavorare, segno che le vecchie abitudini son dure a morire. Per costruire la capanna dei carbonai, Adriano si è rivelato particolarmente esperto, avendo da bambino dimorato in un pagliaio come uaglióne tuttofare. Nell'eseguire l'opera ci sono voluti quasi tre mesi, ovvero l'intera stagione estiva appena conclusa. Si lavorava solo di mattina, rare le apparizioni pomeridiane per via del caldo e della stanchezza. Abbiamo cominciato livellando il terreno nel luogo scelto per costruire la capanna, poi abbiamo scorticato i due pali portanti e quello orizzontale del colmo del tetto. Tutti gli altri pali sono stati scorticati per circa 1 metro e bruciati nella parte che tocca il terreno, così da farli durare più a lungo. I pali sono stati assemblati in modo tale da avere la forma di una capanna. La parte esterna è composta da pali di legno fissati uno vicino all'altro e messi a formare un tetto, ricoperto poi da un telo di plastica. Sopra a questo sono state poste delle zolle di erba (tòppe) oltre ad una rete metallica atta a non farle scivolare. Si sono utilizzate le zolle d'erba sia perché trattengono il caldo all'interno sia per fini ornamentali, poiché su queste crescerà l'erba. Nella parte posteriore è stata ricavata una finestra per far luce all'interno. In quella anteriore, invece, per non far defluire l'aria calda si è creata una piccola porta, costruita da Sebastiano Pepìtte in bottega, con relativa serratura a chiave antica ed una catenella (cateniéglie) per chiudere la porta provvisoriamente in assenza di chiave. Completa il tutto un bel comignolo, realizzato da Mario Magnapatàne, grandissimo falegname. Prima di passare alla descrizione dell'interno vorrei però raccontare un episodio accaduto durante la realizzazione della capanna. Eravamo ad inizio lavori e ci furono delle discussioni su come posizionare un palo, meglio sarebbe dire un albero, vista la sua grandezza! Non trovando un accordo, me ne andai portandomi via la motosega, il martello ed altri attrezzi e lasciando tutti interdetti. Poco dopo arrivò il direttore del Giardino della Flora appenninica di Capracotta, Maurizio De Renzis, il quale, vedendo tutti in silenzio, domandò: – E ora cos'è successo? Alla fine tornai ed il lavoro proseguì. Riprendendo il discorso, informo che la parte interna del pagliaio, circa 15 metri quadri, è costituita da una zona notte, una giorno ed un lettino: lo spazio è infatti sufficiente per quattro adulti ed un bambino. Completano il tutto una bella piattaia con relative stoviglie, un focolare con paiolo (chettùre) per la polenta, una casseruola (pulzenètte), posate e due appendiabiti. Non mancano i tipici attrezzi da lavoro dei boscaioli, su tutti il segone (ŝtuócche). Finito il lavoro abbiamo issato, come di consueto, una bandiera sul tetto e abbiamo proceduto all'inaugurazione con spumante e fiumi di allegria per festeggiare il fine lavori (capecanàle). Ci tengo a precisare che durante l'estate si è fermata moltissima gente a scattare foto e a chiederci cosa stessimo facendo, e noi abbiamo risposto a turno alle domande che ci venivano poste pur di non abbandonare il lavoro. Non sono mancati momenti ludici con colazioni offerte ora da uno ora dall'altro, bevute di birra ed altri aneddoti e racconti divertenti. La capanna - che è provvisoria - è stata costruita per ricordare a pochi anziani la giovinezza e a tanti giovani che, prima dei contadini e degli allevatori, nei nostri luoghi vi erano i taglialegna, per cui si dovrebbe parlare di attività agro-silvo-pastorale. Ma come si fa a narrare un mondo che non esiste più? Un mondo in cui tutto puzzava di pecore, legna, carbone, terra, letame e pietre? Nei tempi passati si condivideva il pane, oggi il sapere... Lucio Carnevale
























