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  • D'Andrea, una storia tutta italiana

    «La motivazione è la spina dorsale della nostra impresa». Sono le parole orgogliose di Ermanno D'Andrea, patron dell'omonima azienda, leader mondiale nella produzione di accessori di alta precisione per macchine utensili. Quella del signor Ermanno è la storia di una lungimiranza tutta italiana, di un acume che trova il suo cuore pulsante nello stabilimento di Lainate, una delle cittadine più produttive della zona ovest di Milano. La storia di un'azienda che fattura 22 milioni l'anno e che grazie a un margine di guadagno del 50% è stata in grado di schivare i colpi della crisi. Un totale di 135 dipendenti con il 75% di esportazioni che vedono in cima colossi mondiali come Russia e Cina. Sorride Ermanno quando mostra su un cartellone i pezzi storici che hanno reso famoso il marchio, come la prima serie di teste TS in grado di eseguire qualsiasi lavorazione di «tornitura a pezzo fermo», create dal padre Marino ormai più di sessant'anni fa in un'Italia in piena ricostruzione post-bellica. Da Capracotta a Milano, dal Molise alla Lombardia. «Al Nord c'è la concatenazione con le altre aziende, fondamentale per una realtà come la nostra». Lontanissima dallo stereotipo della fabbrica grigia e sporca, la D'Andrea accoglie i propri dipendenti in ampi spazi luminosi, curati nel minimo dettaglio e allietati da una vasta cornice floreale. «Cerchiamo di fare il possibile – ricorda il presidente – per garantire ai nostri operai la massima serenità nel lavoro». Operai che vengono adocchiati dalla D'Andrea sin da giovanissimi, messi a far scuola all'interno dell'azienda e che ricevono una mensilità in più quando le cose vanno nella giusta direzione. Una chiara filosofia del lavoro che boccia però il nostro sistema scolastico: «In Italia abbiamo tanti disoccupati, ma è tutta gente non preparata. Le scuole tecniche sono ancora rimaste all'età della pietra, negli anni non c'è stata evoluzione di contenuti». Implicito riferimento anche al suo Molise, la terra che non ha mai dimenticato, tanto da creare nel 2002 un altro stabilimento a Castel del Giudice, un piccolo centro in provincia di Isernia che ha garantito una trentina di posti di lavoro e soprattutto ha permesso, come ci tiene a sottolineare, «il ritorno all'ovile di molti emigrati». L'umiltà di un uomo che non si è fatto sopraffare dalla tendenza, ormai comunissima alla maggior parte delle imprese italiane, di delocalizzare all’estero. La creatività di un uomo sempre al passo coi tempi, pronto ad aggiornarsi e a rimodernare i propri impianti. La trasparenza di un uomo e della sua azienda nei confronti dei propri dipendenti e dei propri clienti, invitati direttamente in fabbrica per testare l'affidabilità dei prodotti. E la pazienza del miglior imprenditore, che confidando nelle proprie potenzialità è capace di lasciarsi alle spalle anni difficili: «Sono andato in rosso per dodici anni, ma ho sempre creduto nell'azienda fondata da mio padre. I finanzieri? La rovina del nostro mestiere, hanno come unico fine l'utile». Adriano Lo Monaco Fonte: https://damorirne.wordpress.com/, 24 marzo 2014.

  • Con le ali ai piedi

    Questa mattina abbiamo anticipato la sveglia per evitare il caldo del pomeriggio. Alle 6 eravamo già in cammino con la luna alta nel cielo alla nostra destra e i primi raggi del sole dietro la montagna a sinistra, mentre la valle era coperta da una bassa e fitta coltre di nebbia. Decidiamo di non prendere la variante su sentiero e dopo circa un chilometro e mezzo arriviamo a Rivisondoli, altra meta di turismo invernale ma, a causa della crisi, piena di case in vendita, come in tutte queste località. Qui troviamo il primo bar aperto e ci fermiamo a far colazione. Attraversiamo Rivisondoli passando di fronte alla Chiesa di San Nicola scendendo lungo le scale che portano alla base dell'abitato dove andiamo in cerca della ciclabile che arriva a Roccaraso. Ci viene in aiuto una simpatica signora che ogni mattina fa la sua passeggiata tra i due paesi e ci accompagna fino alla chiesetta di San Bernardino. Da qui, attraversato un parco giochi e fatta una piccola deviazione rispetto a quanto indicato sulla guida, prendiamo la strada per Pietransieri che raggiungiamo dopo quattro chilometri. Il paese è stato teatro di uno degli eccidi di guerra più efferati da parte dei nazisti dove persero la vita 128 persone per lo più anziani, donne e bambini ed è ricordato da un tempio. Da Pietrasantieri iniziamo a scendere lungo l'alberata provinciale e dopo aver attraversato le frazioni di Carceri Alte e Carceri Basse arriviamo prima di pranzo ad Ateleta. Con grande cordialità ci accoglie Kerstin del curatissimo B&B Colle Sisto dalle cui finestre si vede il Monte Secine con di fianco Capracotta e alle sue pendici Castel del Giudice, antichi borghi già in Molise. Prima della cena nel B&B facciamo il giro del paese salendo e scendendo lungo ripide stradine e scale che lo attraversano. Nella parte alta, in piazza Carolina, il monumento a Gioacchino Murat fondatore del paese fatto costruire dai tanti abitanti emigrati negli Stati Uniti. Di fronte ancora un monumento che ricorda le vittime della guerra alla quale queste popolazioni pagarono un tributo altissimo. Terminiamo il giro del paese con un aperitivo in un pub dove mentre sorseggiamo due birre arriva, ospite inatteso ma gradito, un bel cavallo bianco! Vania Michelotti e Francesco Ferraro Fonte: https://www.diquipassofrancesco.it/, 2016.

  • L'avvocato Ninetta (XIV)

    Scena III Francesco e detti, Totonno (passeggia). Francesco – Eccomi quà. Bravo. Sempre così, sempre in pace e contenti. Giacinto – (Ce pare.) Francesco – Giacì, mi hai fatto proprio una sorpresa e nu piacerone di condurre la signora, non mi aspettavo questo onore. Gelsomina – L'onore è sempre mio. Francesco – Accomodatevi. (seggono Giacinto e Gelsomina al divano, Francesco ad una sedia) Hai fatto nu tulettone. E perché t' 'e puosto sta sciassa, 'a casa mia nun è casa di sciassa, ccà se tratta di una riunione di amici. Giacinto – È la Baronessa che ci tiene a fare mettere 'a sciassa. Gelsomina – Verite, a me l'arichetta me piace nu pucurillo. Francesco – Ah! quando è così non parlo più. Giacinto – A proposito. Cì, ti debbo accusà 'o servitore tujo. Francesco – E pecché, t'ha fatto qualche cosa? Giacinto – S'è puosto a mbrusunià pecché io t'aggio chiammato Ciccio, dicenno che t'aveva chiammà Commendatore. Te pare mò fra de nuje nce stanno sti cerimonie. Francesco – Chillo è nu giovine affezionato, Totonno, e po' ci tiene alle forme perché ha servito tutte case distinte. Scusami caro Giacinto, hai torto. Gelsomina – (dando un pizzico a Giacinto) E 'a primma io te l'aveva ditto. Giacinto – Ah!... Francesco – Che c'è? Giacinto – Niente... niente... è un affare mio! Francesco – E la signora come va che si è decisa di venire stasera, Giacinto m'ha detto che non andavate a nessuna parte di sera. Gelsomina – Vedite... ogne tanto quacche serenata, se fa n'accezione. Giacinto – Acqua à. Francesco – (Parla bona assaje chesta.) Ed io vi ringrazio che questa eccezione l'abbiate fatta per me. Gelsomina – Vuje site nu signore nobile e civile, e perciò io sarebbe venuta da leio. Giacinto – Vì che te votta Marzo! Francesco – È vostra bontà di credere così. Giacinto – È meglio ca cagno discorso si no chesta sà quante ne votte. Dunque Cì, tu mò cu chi si rimasto. Sulo c' 'a piccerella? Francesco – E già. Da che aggio perduto quell'angelo di mia moglie... che donna! Che donna! E 'a figlia vene tale e quale 'a mamma, bella e bona! Tu non conosci Maria? Giacinto – No, nun l'aggio visto ancora. Francesco – E adesso vedrai quant'è bella. Sta ultimando la sua toeletta. Sai, è ragazza... e poi è figlia di Eva. Giacinto – Accussì se chiammava mugliereta? Francesco – Seh! se chiammava Adamo. Ho detto figlia di Eva per dire ch'è donna. Giacinto – E quanno po' tu jesce resta sola? Francesco – Io le ho preso la governante, embè, 'a restava sola. Giacinto – E 'a governante 'a governa ogni ghiurno? Francesco – Ma che l'ha pigliato pe canario? Si capisce che la governante sta sempe ccà giorno e notte. Giacinto – Io chesto vuleva dì... nce sta sempe... nun è che vene nu giorno sì e n'ato no. Francesco – Uh! Giacì, figlio mio, me faje certe domande curiose. Gelsomina – Vuje l'avite compiatì pecché chisto è pazzo c' 'a capa. Francesco – È stato sempe nu poco originale. Giacinto – Neh! a proposito, che te fanno fà ncopp' 'o tribunale? Francesco – 'O scupatore, 'o purtiere. Non sai che io sono Presidente di Sezione. Giacinto – Comme fosse nu vice sindaco. Francesco – E che nce trase. Mò me faje n'ato pasticcio. Giacinto – Ma se mi hai parlato di sezione, llà nce sta ’o Vice Sindaco. Francesco – Ma che nce trase 'o Municipio c' 'o tribunale. Gelsomina – Ah! 'o tribunale! Mò aggio capito io. Vuje fusseve chillo che s'assetta areto 'a banca? Francesco – (Chesta m'ha pigliato p'acquaiolo!) Precisamente, quello che se mette assettato in mezzo. Gelsomina – Ah, ah! nun me pozzo tenere 'a risa. Francesco – E pecché ve facite sta risata? Gelsomina – Pecché sto penzanno comm'avita paré curiuso cu chillo cuppulone ncapa e c' 'o vaverazzaro d' 'e criature. Francesco – Chesta l'ha pigliata pe na mascherata. Gelsomina – Ma pecchè v'avita vestere accussì curiuso? (ride) Francesco – Così, vuole la legge. Giacinto – Gelsomina, ma basta mò. Finisci di ridere, che l' 'e pigliato pe Pulecenella a Ciccio. Mò me nquarto mò! Gelsomina – Vattè, statte zitto... và scola!... Cu permesso d' 'o Presidente. Francesco – Questi sono affari di famiglia... fate pure. Gelsomina – Voglio rirere, haje che dicere? Giacinto – Ma se capisce... perché non sta bene di ridere per... Gelsomina – Vattè, mo t'azzecco nu buffettone... cu permesso d' 'o Presidente... Francesco – Io ve l'aggio dato, fate quello che volete. Giacinto – E comme te vene ncapo. Chella 'o fa overamente. Francesco – Io pozzo sapé sti cose. (Vì che bell'ambo asciutto hanno fatto tutt'e duje.) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Una lettera da Ulla

    Carissimo signor Travaso, sono felice di poterle finalmente scrivere. Sono la signora Teresa Dani o Ildegarda Cardella, faccia lei, ho la prima madre russa, il padre italiano, la seconda madre turca, uno zio svizzero originale e due radioline giapponesi. Vivo a Capracotta e faccio la governante di una governante, faccio cioè la governante a casa di una signora che fa la governante. Sono naturalmente costretta ad avere a mia volta una governante, Diega, che praticamente è governante di una governante di una governante. La governante da cui lavoro guadagna due milioni al mese, io ne guadagno due, Diega ne guadagna due. 2+2+2=6-2-2-2=0 cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia. Mah! Mio marito è giovane, molto giovane, almeno così mi sembra, perché non mi ha mai voluto dire quanti anni ha. Quando lo intervistano (quasi mai), anzi non lo hanno mai intervistato da quando è nato, dice di avere sedici anni (è un sedicente sedicenne). Fa il capostazione ma è disoccupato perché qui a Capracotta non c'è la stazione. Le scrivo per consigliarle di fare dei quiz, dei giochi a premi anche sul suo giornale, anche se a me personalmente non piacciono. In TV li seguo tutti e telefono a tutti. Il mese scorso ho pagato di telefono 86.477.000 lire, ma non sono poi molti se lei considera che ho vinto un videoregistratore, 70 chili di pasta (ho dovuto comprare un altro armadio), un frullatore, tre fustini di detersivo e un puzzle di Heidi. Le sto chiedendo di fare dei giochi sul suo giornale perché in fondo non sono poi così tante le trasmissioni di giochi, quiz, gare e concorsi a premi. Sono soltanto: "Cantando cantando", "Tutti in famiglia", "Bis", "Moglie e marito", "Doppio slalom", "Pronto è la RAI?", "Big!", "Il gioco è servito", "C'est la vie", "Colpo grosso", "Telemike", "Parole d'oro", "La ruota della fortuna", "Chi tiriamo in ballo?", più i giochi all'interno di: "Europa Europa", "La giostra", "Raffaella Carrà Show", "Buona fortuna", "Fantastico", "Ieri Goggi domani", "Domenica in"... Certo l'ideale sarebbe se si potesse inserire qualche quiz all'interno dei TG, del segnale orario, del servizio metereologico, delle estrazioni del lotto e del monoscopio. Spero proprio che il mio consiglio venga seguito e lasciandola ne approfitto per fare un annuncio: AAAAAAAAAA Affitto barca a motore a basso prezzo perché manca il motore e con qualche altro sconto visto che manca pure la barca. Distinti cordiali. Daniela Conti Fonte: D. Conti, Lettere da Ulla, in «Il Travaso delle Idee», II:3, Roma, aprile 1988.

  • I trulli molisani

    I trulli molisani sono costruzioni in pietra per il riparo occasionale di pastori e contadini. Sono caratterizzati da una architettura semplice e spontanea e l'impiego di materiale lapideo reperito in loco pone queste strutture in perfetta simbiosi con l'ambiente naturale di altura. I caratteri costruttivi ed architettonici di queste opere derivano da quelli pugliesi in ragione degli spostamenti delle greggi connessi alla transumanza, ma, a differenza di questi ultimi, il trullo molisano è essenziale nella forma e nella funzione; infatti è privo di elementi decorativi sulle facciate ed è costituito prevalentemente da un unico ambiente a pianta circolare variabile tra i 3 e i 4 metri di diametro. Questi manufatti venivano realizzati in pietra posata a secco: spianata la terra, con pietre appena sbozzate, si costruivano i paramenti perimetrali, uno interno e l'altro esterno, per un'altezza di un metro un metro e mezzo. L'intercapedine che si formava tra i due muri veniva riempita con pietrame irregolare a pezzatura ridotta, che rendeva queste strutture calde d'inverno e fresche d'estate. All'interno ci si accedeva tramite un varco di piccole dimensioni sorretto da un architrave monolitico. Le porte d'ingresso venivano costruite basse per offrire una migliore difesa dalle condizioni climatiche più avverse. Sono presenti, nella maggior parte dei trulli rilevati, alcune nicchie che venivano utilizzate dai pastori come piani di appoggio per masserizie e piccoli oggetti di uso quotidiano. Particolare valenza architettonica assume la copertura conica, realizzata disponendo lastre di pietra in aggetto a formare cerchi concentrici che diminuiscono gradualmente verso il culmine della copertura. Questa tecnica costruttiva non deriva né dal sistema a volta né dal concetto di catenaria dell'arco, in cui i vari conci di pietra venivano fatti lavorare a semplice compressione. Viceversa, nei trulli molisani, per ottenere la caratteristica copertura conica, ogni filare di pietra veniva spostato leggermente di qualche centimetro verso l'interno fino alla posa dell'ultimo concio. In questo modo le singole lastre venivano fatte lavorare a presso flessione, tecnica millenaria i cui principi sono stati utilizzati anche dal Brunelleschi per la realizzazione della cupola del duomo di Firenze. Sabino Lo Buono Fonte: S. Lo Buono (a cura di), I tratti della ruralità. Recupero conservativo dei manufatti rurali, Fotoceramica Molise 2000, Campobasso 2009.

  • Þūnraz

    Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *þūnraz il cui significato è "tuono" (in antico alto tedesco è donar, in tedesco è Donner, in antico frisone è þuner; in medio olandese donre, in olandese è donder; in antico inglese è þunor, in inglese è thunder ed infine in danese è torden), identifica quella divinità del pantheon germanico che, stando agli scritti riguardanti la mitologia scandinava quali l'Edda Poetica di Snorri Surluson, nacque dall'unione di Óðinn (Wōđanaz) e Jörð; divenne poi uno dei governatori di Ásgarðr dacché primeggiava per forza e possanza fra gli Æsir tutti. Il martello Mjöllnir (frantumatore) è la sua arma e dall'utilizzo di questa sono soliti sprigionarsi tuoni e lampi. Snorri Sturluson nel Skáldskaparmál racconta di come Mjöllnir fu forgiato dal nano Sindri, il quale oltre alla capacità di frantumare ogni cosa gli si fosse parata dinanzi diede al martello la capacità di resuscitare i defunti. Con il Frantumatore al suo fianco, a bordo del suo carro trainato da capri - da qui deriva uno dei suoi epiteti, Öku-Þórr - Þor si rese protagonista di eroiche imprese quali la pesca del serpe Jörmungandr e la cattura dell'Ase Loki, padre di quest'ultimo. Þūnraz è attestato come Donar in antico alto tedesco, Thūnor in antico basso tedesco (sassone) a volte riportato come Thunær nelle abrenuntiationes (voti di rinuncia al culto di divinità estranee al credo cristiano volti a confermare la piena conversione a quest'ultimo), Þūnor in anglosassone, Þórr/Þor in norreno ed infine come Thor negli scritti latini quali le "Gesta Darorum" di Saxo Grammaticus. Il culto del suddetto era presente anche fra le genti longobarde; per confermare ciò è sufficiente ragionare sull'origine del toponimo Capracotta, comune del molisano fondato per l'appunto dai Longobardi in età altomedievale. Quest'ultimo richiama una delle ritualità in onore dell'Ase Þórr compiute dai Longobardi nell'atto di fondare una nuova città. La descrizione di quest'ultima ci è stata tramandata dai "Dialogi" di Gregorio I detto Magno e dal "Martyrologium Romanum" di Cesare Baronio Sorano; il rituale apotropaico prevedeva l'uccisione di una capra alla quale seguiva poi un banchetto rituale con le sue carni, chiaro riferimento all'episodio narrato da Snorri Sturluson che va sotto il nome di Gylfaginningin nel quale l'Ase sfama se stesso ed alcuni suoi compagni con i capri del suo carro e li resuscita il giorno seguente. Marco Alimandi Fonte: http://www.leviediwodanaz.com/, 30 agosto 2018.

  • Nunzio, vobis

    Sacra Rituum Congregatio, Palazzo del Laterano, lunedì 28 febbraio 1707 – Sia lodato Gesù Cristo, entrate. – Sempre sia lodato. Con la schiena leggermente ingobbita e il collo taurino, il solito portamento da plantigrado bastonato, Nunzio entrò a passi corti nell'ufficio del Prefetto, il card. Gaspare Carpegna. I due si conoscevano appena e i rapporti erano improntati al più austero protocollo canonico. Un cardinale e un prete, pur colleghi nel magistero della Chiesa, erano distanti anni luce in quanto a dignità ecclesiastica. Carpegna era un uomo forte, in tutti i sensi, prestante nell'aspetto e potente nelle relazioni. Oltre alla più alta carica nella Sacra Congregazione dei Riti egli era da oltre trent'anni cardinale vicario di Sua Santità. – Al diavolo le formalità. Noi dobbiamo stringerci in catena, Reverendo, per cui premetto che quest'oggi sarò cristallino con voi. – Al servizio, Vostra Eminenza Reverendissima, con la stessa franchezza. – Padre, la mia vita è stata magnifica ma, per leggi a noi ignote, la mia fede si è rivelata mediocre. Sinora mi sono concentrato sui successi materiali, quasi mai su quelli spirituali. Non guardatemi così, non aspiro a rivalutare il pietismo. Ah ah ah... se il mio predecessore sentisse solo proferirla quella parola, mi incendierebbe cogli occhi, senza ricorrere alla pece. – Vostra Eminenza, io sono un montanaro, un umile sacerdote abruzzese che tenta... – Smettetela con questi ammenicoli ossequiosi, diamoci del voi senza troppi fronzoli. Nonostante vi sopravanzi di quarant'anni, voi siete migliore di me. In questi mesi ho avuto modo di apprezzarvi e vi confido che non siete un semplice canonico, voi rappresentate la purezza bambinesca, quella purezza che è tanto cara a Nostro Signore. I vostri natali in quel piccolo castello di montagna vi hanno conservato puro, ingenuo, riguardoso. Tutto il contrario di questa lurida città. Voi siete il preferito per la delicata missione che ho in mente, un incarico che, se svolto con giustezza, potrebbe aprirmi uno spiraglio di paradiso. Voi, d'altronde, non ne avete bisogno; le luci del paradiso sono per voi accecanti già da molti anni. – Ma... Cardinale... non dite così! Il cielo non è un premio, bensì una speranza. Nessuno può dirsi certo di raggiungerlo, nonostante la sua vita terrena sembri ineccepibile. Gli occhi con cui Dio ci guarda sono infinitamente più grandi dei nostri. Noi siamo soltanto l'ombra di ciò che Lui ha creato e, come l'ombra, la nostra misura varia al mutar della posizione dell'astro solare. Anche quando l'ombra è all'apice delle proprie dimensioni, non avrà mai la profondità della Cosa cui appartiene, men che meno l'enormità di Colui che l'ha creata. Allo stesso modo noi tutti non siamo che un cangiante riflesso di questo mondo che Dio ha creato. E se il sole è a perpendicolo l'ombra addirittura scompare, così noi svaniamo quando l'Altissimo ci guarda. E diventiamo niente ai Suoi occhi. – Nunzio, la vostra personalissima apologetica mi commuove... il sole che crea l'ombra attraverso l'uomo... l'ombra che scompare sotto lo sguardo del sole... Iddio che tutto crea e tutto vede... – Sapete inoltre che sono un fedelissimo del cardinal Vincenzo Maria Orsini. Qualunque missione vogliate affidarmi è a lui che dovete rivolgervi. Nei corridoi vaticani si dice che prima o poi diventerà sommo pontefice... – Caro Nunzio, conosco abbastanza bene gli intrighi dei miei colleghi cardinali che serpeggiano ai piedi di Clemente XI e so per certo che il vostro protettore, se Nostro Signore non lo chiamerà a Sé anzitempo, non diventerà papa prima di un trentennio. Il prossimo Vicario di Cristo sarà certamente un De Comitibus, uno dei conti di Segni, la cui famiglia sta aspettando da generazioni di far salire al soglio qualcuno che riscatti le antiche vergogne del giovane Benedetto IX, lo scriteriato sodomita Teofilatto di Tuscolo. Ciononostante, vi assicuro che ho già parlato col cardinal Orsini e mi ha concesso di rubarvi a lui. Gli ho promesso un occhio di riguardo semmai dovessimo rinchiuderci presto in conclave... Mentre parlava, il Cardinale guardava dalla finestra il brulicante andirivieni di plebi e mercanzie, pensò che doveva essere una febbre ciò che agitava quella moltitudine affaccendata, quei traffici, quelle bestie mai abbastanza dome davanti ai carri, quei bimbetti che chiedevano l'elemosina a tutte le ore del giorno. – Ma chi dà loro tanta forza? – pensò il Cardinale ad alta voce. – Se voi, Eminenza, pensate che questo sacerdote possa riuscire nell'impresa che avete in mente, non posso che accettare l'incarico e dirmene onorato, consigliandovi però di riservare più di un dubbio sul mio valore. Non sono un uomo del secolo. Ho conosciuto soltanto monaci e seminari e manoscritti e sacramenti. Per me il mondo visibile sta tutto nelle cento leghe che separano l'Urbe dal Contado di Molise. – State tranquillo Nunzio, sebbene il mandato che vi conferirò potrebbe portarvi lontano da Roma e dalla vostra diocesi, resterete nell'ambiente a voi più congeniale, quello della santità. Avete capito bene... Vedete, io credo che un giorno sarete santo e chi, meglio d'un santo, può percepire la fragranza della santità altrui? Voi, monsignor Nunzio Baccari, dovrete recarvi da coloro che stanno in odor di santità e, senza rivelar nulla della vostra persona e della vostra missione, corrispondere direttamente con me su ogni dialogo che avrete, su ogni dubbio che nutrirete, su ogni scoperta che farete circa il presunto beato. Sapete bene che Santa Romana Chiesa è inerme contro la devozione popolare, ché quando questa esplode distrugge ogni canone e rischia di tramutarsi in divinazione, in superstizione, in eresia. – Cardinale, riponete troppa fiducia nella persona mia e non vedo come possa passare inosservato in tali indagini. Tuttavia sappiate che se è davvero questo il vostro desiderio, tenderò all'ottimo per onorare la vostra richiesta. – È questo il mio desiderio. – Così sia. Avete già previsto un mio imminente ingaggio? – Vedete che a voi le cose non serve nemmeno dirle? Voi leggete nel pensiero. Da alcuni anni c'è qui a Roma un minimo calabro, si dice sia un mistico di nome Nicola. In realtà è il vecchio portinaio della Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, dove stanno quelli della sua regola, e il popolo del Rione Colonna lo acclama come santo. In questi giorni di gravi saccheggi e continue scorribande Roma non può permettersi di cadere in falsi miti e gratuite devozioni. Non è questo il modo giusto per riportare i pellegrini a Roma. Voi – e cominciò a battere il dito medio sulla cattedra – dovrete indagare sulla fama del frate Nicola e riferire a me in questo stesso ufficio, senza che il Segretario Apostolico si accorga di quanto stiamo facendo. – Immagino che dovrò soggiornare fuori del Palazzo del Laterano per poter compiere la missione. – Esatto, Nunzio. Claudio, il servo che vi aspetta qui fuori, è un giovane molto diligente, vi accompagnerà nelle stalle dove vi fornirà una palandrana scura un poco sgualcita. Spero non vi dispiacerà cambiarvi d'abito lì dove riposano i cavalli. D'altronde, proprio sotto il fiato di un bue e di un somaro è nato il Redentore. Per dormire alloggerete invece nella locanda di via del Moretto. – Più sono logori i miei indumenti, più è felice la mia anima. Più è povera la mia casa, più è ricca la mia fede. – Voi non siete un prete, siete un monaco! – In origine era quella la mia vocazione ma mio padre mi impedì di entrare in convento... – Se foste entrato in convento, non sareste qui ad aiutarmi. Che il Signore benedica vostro padre. – Vostra Eminenza Reverendissima, vi ringrazio della stima che mi riservate e mi confermo vostro servo. – Addio Nunzio. Nunzio uscì dall'ufficio del Prefetto fingendo una sicumera che non gli apparteneva. Il servo Claudio, che lo attendeva fuori mangiando una mela, salutò il reverendo padre e gli chiese di seguirlo. Nel lungo corridoio che dal Laterano porta alle prime scale, Nunzio fu internamente soverchiato dalle domande. Perché Carpegna gli aveva affidato un'ambasciata così singolare? Cosa voleva il Cardinale da quei poveri frati? Nello scendere la prima rampa di scale fu assalito da un ulteriore dubbio, quello di esser stato circuito. Nunzio temeva di esser diventato il delatore privato del Cardinale, magari per mandare al rogo quell'umile frate calabrese. Era comunque contento di aver accettato l'incarico perché in questo modo avrebbe conosciuto Nicola e, nel caso, avrebbe potuto finanche aiutarlo, difenderlo, salvarlo. Ma più di tutto egli doveva riverenza al Cardinale. Disubbidire significava tradire la Chiesa, la madre che amava di più al mondo. Questo è solo un piccolo frammento del romanzo che vorrei scrivere ma che, nei fatti, non ho ancora scritto. "Nunzio, vobis" prenderebbe il largo dalla biografia del capracottese Nunzio Baccari - vescovo per nomina e papa per profezia - per raccontare lo scontro tra il cattolicesimo ufficiale e la religiosità popolare del primo XVIII secolo, quando l'ortodossia controriformistica, ormai ridondante, si infranse al muro del secolarismo, in una Roma sempre più lontana dalle grandi metropoli europee. Francesco Mendozzi

  • L'avvocato Ninetta (XV)

    Scena IV Totonno indi Ninetta, Bettina, Cesarino e detti. Totonno – (annunziando) La signora Ninetta Rocco nei Spaghetti e tutta la sua famiglia. (via) Giacinto – 'A vì lloco essa! Gelsomina – Che songo asciute 'e spaghette? Francesco – No, mò esce l'arrusto. Gelsomina – Pecché ha ditto i spaghetti chillo? Francesco – Ha voluto intendere che la signora Ninetta Rocco è maritata Spaghetti. Lasciatemi andare incontro. (esegue) Oh! signor avvocato, qual piacere di vedervi stasera. Vi siete ricordata della mia cara Maria? Ninetta – Era nostro dovere di venire stasera. Francesco – Grazie, grazie! Siete troppo buona. Bettina – (vedendo Giacinto) Uh! ccà ce sta 'o Barone nuosto. Come state? Giacinto – Eh! non c'è male. (Comme le prode 'a capa a sta vecchia.) Cesarino – Che veco! Gesummina c' 'o marito!... aggio fatto toppa 'e faccia. (si ritira in disparte) Gelsomina – (È isso 'o nfame!...) Francesco – Ah! voi lo conoscete? Allora presento soltanto la Baronessa sua moglie. Ninetta – (dandole la mano) Fortunatissima di conoscerla. Francesco – La signora Ninetta, sua madre, e il sig. Cesare Spaghetti marito della sig.ª Ninetta... Addó sta? Che se n'è fatto? Ah! eccolo là, D. Cesare. Che d'è, ve ne site scappato? Cesarino – Stavo vedendo tutti questi belli fiori. Francesco – Sò tutte regale che ha avuto 'a piccerella mia! Gelsomina – (piano a Giacinto) Comm' 'a cunusce a sta vecchia! Giacinto – Conosco il padre quann'era piccerille, steveme nculleggio assieme! Gelsomina – Vattè, busciardo! (gli dà un pizzico) Francesco – Signori accomodatevi: lasciamo prima venire qualche altro e poi passeremo nel salone. Giacì scusa, fa assettà 'a signora al divano. Giacinto – Ma subito. E quanno 'o diceva! (siedono Ninetta e Gelsomina al divano. Francesco e Bettina in mezzo, Cesarino e Giacinto all'altro lato) Ninetta – Sono lieta di prendere posto accanto alla Baronessa. (Io a chesta 'a saccio e nun ricordo addò l'aggio vista.) La sig.ª Baronessa è tanto buona che si contenterà della mia compagnia. Gelsomina – È bona 'a vocca vosta. Bettina – E 'a santa addò sta, nun se vede ancora. Francesco – Poco pò tardà, se steva fernenno 'e vestì. Cesarino – (piano a Giacinto) Quella llà è 'a signora vosta? Giacinto – Sissignore, nc'avete che dì? Cesarino – No, mi fa piacere di conoscerla. Giacinto – E a me pure m'ha fatto piacere conoscere vostra moglie... l'avvocato. Cesarino – A proposito, come l'avete trovata? Giacinto – Bona assaje, in professione. Cesarino – Avete visto che tutto chello che ve diceva io era vero, e vuje 'a pigliasteve a pazzia. Giacinto – Vuje purtateve sempe accussì che fate bene gl'interessi della famiglia. Ninetta – E la sig.ª Baronessa è molto tempo che sta a Napoli? Gelsomina – Comme, io ccà sò nata e vuje me facite st'addimmanna. Ninetta – Eppure non si crederebbe, dalla pronunzia sembra forestiera. Gelsomina – Pare accussì pecché quanno voglio saccio parlà trisco. Giacinto – Siente che sta cumbinanno muglierema. Cesarino – Ninetta se sta spuzzulianno a Gesummina. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Weekend lungo

    Il weekend lungo cioè il ponte del 2 giugno. A dire la verità ho lavorato in tutti i giorni in cui si lavorava e così, ancora una volta più che sopra, sono rimasto sotto il ponte... Tuttavia il 30 maggio era sabato e lunedì 1 giugno era un prefestivo quindi due mezze giornate, e alle 13:30 a casa! Il meteo è stato ottimo, forse sta davvero per arrivare l'estate... anzi no ora che sto scrivendo questo racconto sono due giorni che non fa altro che piovere ad intermittenza... Comunque il tempo nel ponte del 2 giugno è stato eccellente e così insieme a Cinzia siamo andati a correre in due tra i più bei posti del Molise e secondo me anche d'Italia, peccato che però non li conosca nessuno... o forse meglio così... Giorno 31 maggio 2015: Campitello Matese (in provincia di Campobasso), dove abbiamo corso a circa 1.424 m.s.l.m. Giorno 2 giugno 2015: siamo andati a correre a Capracotta (in provincia di Isernia) dove in località Prato Gentile l'altitudine è di circa 1.580 m.s.l.m. Due posti di montagna straordinari. Massimiliano Guerriero Fonte: http://ilguerrierochecorre.blogspot.com/, 9 giugno 2015.

  • Antonio Sammarone, il vigile che amava foto e computer

    Pescara. È stato lui a creare il nucleo Infortunistica della polizia municipale di Pescara. Ed è stato sempre lui a promuovere i primi controlli in strada sui mezzi pesanti, ben sapendo cosa c'è dietro il mestiere del camionista, che era il lavoro del suo papà. Chi lo ha conosciuto non ha dubbi sul fatto che il maggiore Antonio Sammarone è stato un vigile urbano di quelli che non si dimentica. È morto ieri, pochi giorni prima del suo 65esimo compleanno, che avrebbe festeggiato il 6 luglio. Dopo un anno esatto di malattia, il suo calvario come lo definiva, lascia la moglie Marilena, con cui era sposato da quasi 40 anni, le figlie Teresa, di 37 anni, e Cristina, 32 anni, mamma di Naike e Luigi, i nipoti adorati. Pur essendo nato a Pescara il maggiore aveva origini molisane, considerato che i suoi genitori erano di Capracotta, un paese che lui adorava. Oltre al lavoro, che amava davvero, era appassionato di computer e di foto, e si divertiva a catalogarle. Per lui arrivano solo parole di stima dai colleghi che lascia al comando di polizia municipale di via del Circuito e che oggi pomeriggio lo accompagneranno nel suo ultimo viaggio. Una scorta composta da motociclisti e da un mezzo della polizia municipale seguirà il feretro da casa, in via Candeloro, fino alla chiesa di San Luigi, dove saranno celebrati i funerali e ci sarà un picchetto, sia fuori, che dentro la chiesa. Sammarone ha lasciato davvero il segno. I componenti storici del corpo ricordano che ha cominciato nel 1976 e all'inizio era un motociclista. Questa esperienza lo ha segnato, tant'è che prima di morire ha espresso il desiderio di posizionare sulla sua bara il casco, quello indossato in servizio. «Insieme a Gianni Aspite (anche lui in pensione) ha creato il Nucleo infortunistica, ricordano il maggiore Fabio Ballone e il tenente colonnello Mario Fioretti, ed è stato lui a impostare il Nucleo così com'è oggi, dal punto di vista della struttura, della disciplina, dei mezzi, mentre era tutto più confuso, meno organizzato». «Credeva nel proprio lavoro e lo difendeva a spada tratta, lui credeva nell'istituzione», ricorda Ballone, aggiungendo che Sammarone era «iper-attivo e iper-efficiente e se si rendeva conto che avevi delle grane si materializzava al tuo fianco». «Alle 7 lo trovavamo in ufficio», prosegue Ballone, «già alla macchina da scrivere (quando non c'erano i computer) e proprio per questo scherzavamo con lui dicendogli che era una specie di "mitragliere di coda". Quando c'era Sammarone di servizio avevi le spalle coperte, e anche di notte si è sempre prestato ad intervenire in caso di necessità. Era estremamente responsabile, un giovane-vecchio, e per questa sua peculiarità gli avevamo assegnato il soprannome di Nannò. Aveva sempre una parola da spendere per chiunque, un consiglio a chi lo chiedeva, e oltre ad avere un ottimo rapporto con i colleghi era una persona umile, un bravo padre di famiglia, un uomo corretto, educato». Per Fioretti è doloroso parlare di Sammarone, non solo collega ma anche amico, e i ricordi si affollano nella mente perché sono state tante le esperienze che hanno vissuto insieme. «Era molto attivo, sempre puntuale, non si è mai ammalato, era davvero un vigile serio, veramente bravo sia dal punto di vista professionale che umano», dice sempre Fioretti, «e questo aspetto si notava quando accoglieva i cittadini. Andava d'accordo con tutti, non solo con me, era molto preparato nell'Infortunistica, e quello che si vede oggi lo ha creato lui». Dopo 35 anni di attività il maggiore ha lasciato la polizia municipale e dal 2014 combatteva contro la malattia. Il 13 giugno, appena 11 giorni fa, ha scritto su Facebook uno dei suoi ultimi post: «Oggi si compie un anno che è iniziato il calvario che sto percorrendo, non so fino a quando, sperando di poter lasciare al più presto la croce che nostro Signore mi ha assegnato». Poi il ringraziamento alla famiglia e agli amici veri, che gli sono stati vicini nella sofferenza. Flavia Buccilli Fonte: https://www.ilcentro.it/, 24 giugno 2015.

  • Riguardando le vecchie foto...

    Era l'incontro di primavera "Aquile Pontine". Durante uno dei percorsi previsti passammo sulle strade per Capracotta andando verso Roccaraso. Il gruppetto di facinorosi dava il gas a manciate sul misto tortuoso della montagna, quando ci fermammo per aspettare quelli rimasti indietro la vidi. Nessun dubbio, era una calamita attaccata sotto lo scarico destro. Ma come ha fatto... Prima non c'era... Uno scherzo forse! Poi il ricordo di quel tlack! forte, secco, sentito pochi chilometri prima. Ecco cos'era stato! L'avevo "raccattata" per strada lungo il ciglio della strada tra l'asfalto e l'erba. Ma quanto abbiamo piegato, chiesi a Fabrizio... Mi guardò e sorrise, poi disse: – Solo un po' Vladimì, solo un po'. Vladimiro Corbari Fonte: https://www.facebook.com/, 25 marzo 2020.

  • Nomi e cognomi

    Comincio dai cognomi. Alcuni se la prendono con gli animali: Scornavacche, Mangiocavallo, Magnagatti, Mazzacani, Capracotta... non proprio da animalisti o vegetariani. Ci sono cognomi che lasciano dubbi soprattutto a chi è costretto a portarli. Immaginate un Mezzasalma giovane e robusto? O un Cantalamessa che decide di diventare ateo? O un Appicciafuoco che volesse fare il pompiere? Incontrando un Sanguedolce a chi non verrebbe di provare un assaggio? Ma peggio andrebbe per un Trombatore che dovesse scoprirsi impotente, o per un Salvato che dopo un incidente non trova chi lo aiuta... Per non dire di un atleta dal beneaugurante cognome Vittoria quando dovesse perdere una gara! Ci sono dei cognomi che provocano esiti esilaranti quando si accoppiano in caso di matrimonio: pensiamo ad una signorina Castrogiovanni che decidesse di sposare uno che si chiama Giovanni... eppure esiste una signora Giunta Domenica in Paradiso (Domenica è il nome, Paradiso è il cognome del coniuge che per tradizione si aggiunge a quello della moglie). Ci sono modi per risalire alle origini dei cognomi, per chi fosse curioso di sapere le ragioni di tanta stranezza (o perfidia). E c'è anche la possibilità prevista dalla legge di cambiare cognomi poco onorevoli o motivo di scherno: di questa possibilità ha opportunamente approfittato il signor Felice Mastronzo, che è riuscito a cambiare in Mastranzo. Ma quello che più meraviglia è la scelta dei nomi che invece vengono imposti ai figli inconsapevoli da genitori improvvidi quando non sadici. Chiamare un figlio Felice, Fortunato o Modesto vuol dire esporli al ridicolo quando poi il Felice va incontro a guai, il Fortunato dovesse risultare perdente, o il Modesto mostrarsi superbo. Certo, è una tentazione per un genitore della famiglia Magno chiamare il figlio Alessandro o Carlo, o per un Di Dio scegliere Angelo. Si trova in elenco Marco Polo (predestinato alle esplorazioni?), ma anche Bianco Natale, Gatto Silvestro, Cavallo Donato (a cui secondo un vostro proverbio neppure il dentista dovrebbe guardare in bocca!). Tempo fa chiamare i figli Benito o Adolfo o Nikita era segno di chiaro orientamento politico, adesso imporre il nome di Ash dei Pokemon o Morticia della famiglia Addams o Arya del Trono di Spade, espone gli sfortunati figli al bullismo dei compagni. E ci sono nomi che condannano chi li porta ad una forzata coerenza: Gaia non dovrebbe mai essere triste, Diletta non può mostrarsi antipatica, Pia andrà presto al catechismo, Penelope dovrà sempre essere fedele, Bianca non può permettersi una abbronzatura... Invece ho conosciuto una Chiara con carnagione e capelli scuri, e una Bruna biondissima. In entrambi i casi i genitori avevano scelto il nome prima della nascita, peggio per la bambina che non ha corrisposto! A volte penso se non sarebbe meglio che nomi e cognomi fossero sostituiti da codici, come nel nostro pianeta... L'Alieno Fonte: https://www.alienotranoi.com/, 16 febbraio 2020.

  • Umberto Gastaldi: un prof che ha lasciato il segno nella mente e nel cuore degli alunni

    Anziano professore di Filosofia, ricoverato a Vicenza, solo, viene cercato, ritrovato e curato dagli studenti. Il ministro della Istruzione Valditara offre il suo aiuto, ma lui replica: «Bastano i miei ragazzi. Ho imparato a mettermi da parte per il bene dei miei ragazzi. L'insegnamento è un rapporto d'amore e la mia classe mi ha trovato dopo quaranta anni». È arrivata all'apice delle istituzioni la vicenda del professore, rintracciato dai suoi ex alunni della Vª D del liceo scientifico "Gobetti" di Torino, preoccupati per le sue precarie condizioni. Nicoletta Bertorelli, oggi docente romana di Filosofia, ha allertato i vecchi compagni e ricostruito la rete dei social scovandoli a Torino, Roma, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti. Incancellabile il ricordo di quell'insegnante dai modi austeri ma dalle riflessioni profonde, capace di coinvolgere nell'amore per la filosofia. La prima esigenza espressa dal professore agli ex allievi è stata "donare" loro i libri della sua biblioteca personale e di ricuperare le lettere scritte in tanti anni di carriera scolastica. «Sapeva aprirsi ad una socievolezza tenera, – ricorda la ex alunna con grande affetto, – dai gesti inconfondibili». Il loro comportamento è semplicemente l'espressione di una scuola di vita e partecipazione dialogica delle attività. La vicenda dell'anziano professore è manifestazione di quella creatività che nasce sui banchi di scuola, ben strutturata e motivata, vissuta con tanta passione e tanto amore. Dopo 40 anni si ritrovano, si sentono vicini e decidono di incontrare il professore. La preoccupazione corre sul web e si diffonde in Italia, da nord a sud e si estende anche in Europa. Persino un ex allievo della Nasa chiede di onorare il professore e porgere i suoi saluti. «Adesso che lo abbiamo trovato non lo lasceremo più», chiosa una ex alunna. Una storia triste, ma con un lieto fine, in un panorama desolante in cui i docenti sembrano entrare in trincea, più che entrare in classe. La figura del professor Gastaldi e dei suoi ex allievi emanano una bella luce "luminosa", che squarcia le tenebre dell'egoismo e della chiusura e apre orizzonti di solidarietà, di rispetto e di riconoscenza. Anche il giornalista di Rai 3, Massimo Gramellini, nella trasmissione "Le Parole" ha dedicato uno spazio ampio al prof. Gastaldi. L'educazione è l'arte più appassionante dell'esistenza, l'esperienza più ricca e coinvolgente della vita, apre alla crescenza, alla conoscenza, al sapere e all'amore. Spinge alla fiducia e alla speranza che il seme gettato nei solchi della mente e del cuore presto o tardi germoglierà. «Nessuno educa nessuno, nemmeno se stesso, ci educhiamo insieme, nella comunione, attraverso la mediazione del mondo». È l'affermazione centrale della pedagogia di Paulo Freire, un noto educatore dei nostri tempi. L'educazione come "pratica di libertà" (titolo di un suo libro) comporta la negazione dell'uomo astratto, isolato, senza legami con gli altri e col mondo. Pensare se stessi e il mondo simultaneamente, senza separare il pensiero dall'azione. L'educazione diventa così uno sforzo permanente attraverso cui le persone percepiscono criticamente come sono in divenire nel mondo, con cui e in cui si trovano. Insegnare, dall'etimologia della parola, significa lasciare un segno, il segno decisivo che lascia è l'amore per l'alunno e il sapere. Educare-insegnare significa, secondo l'espressione di Romano Guardini, «iniziare la persona alla realtà tutta intera». La vita si accende solo con la luce, come la luce si accende solo con la luce. Chi educa suscita cammini di luce e di vita, ciascuno gioca la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. L'educazione raggiunge il suo scopo quando chi l'ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato. Educare non è clonare, ma accendere la vita con il dono della vita, suscitando cammini di libertà, di una esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità, che solo "rende veramente liberi". Le radici cristiane, per ogni educatore, non sono considerate come elemento decorativo o confessionale, ma come risultato di scelte libere, di studi e ricerche che connotano l'identità di una vera educazione, centrata sulla persona. Il radicalismo evangelico è qualitativo, ha una radice che lo genera, una direzione che indica e la qualità che lo sviluppa: Dio. Rende capaci di proclamare verità inossidabili, incoercibili, «murate all'interno della nostra natura»: il rispetto e la valorizzazione dell'altro, il rispetto della verità e della giustizia, il rispetto e l'amore del prossimo. «Dove abita Dio?» è stata ed è la domanda che tutti ci poniamo. «Dio abita dove lo si lascia entrare», fu la risposta di Martin Buber, pensatore esperto di relazioni umane. Il "modo" in cui questi ex alunni hanno cercato l'incontro è identificabile con il mezzo/media che è stato adottato. All'interno della cultura digitale, spicca in particolare la presenza delle più svariate dating apps, che ogni giorno appaiono sul mercato digitale e attirano quanti cercano il modo più efficace e rapido di incontrare altre persone e mettersi in rapporto con loro. Le dating apps sono tutt'altro che effimere e costituiscono un fenomeno sociale inarrestabile. Queste applicazioni sono diventate un nuovo modo per incontrare persone e interagire con loro. Oggi, afferma papa Francesco, la cultura digitale mette in evidenza l'importanza della relazione e della comunicazione sociale fatta con il cuore, per sintonizzarsi veramente con l’altro. Un cuore che con il suo palpito rivela la verità del nostro essere e che per questo va ascoltato. Questo porta chi ascolta a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, al punto da arrivare a sentire sul proprio cuore anche il palpito dell'altro. Allora avviene il miracolo dell'incontro. [Messaggio per la 57ª Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali] Per usare la terminologia proposta dallo psicologo Eric Berne, occorrono stimoli, gesti fisici per una comunicazione veramente umana, che il mondo digitale ritiene ancora valida, soprattutto nell'ambito delle dating apps. La logica promossa dalle dating apps può essere integrata da un classico della letteratura, "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Il ricco dialogo tra il principe e la volpe contiene alcuni indizi in contrasto con i giochi sentimentali offerti dalla logica degli incontri che avvengono attraverso le dating apps. Ricordiamo un passo: – In principio tu siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Ogni giorno potrai sederti più vicino. Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenta la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono dei riti. – Che cosa è un rito? – disse il piccolo principe. – È quello che fa un giorno diverso dagli altri, un'ora dalle altre ore. Il racconto tematizza i riti affettivi evocati che preferiscono la gradualità all'immediatezza. La volpe rivendica il rito come condizione per un'autentica conoscenza reciproca e una relazione duratura, che continua a maturare attraverso il rispetto dei ritmi dettati dalla pazienza, in ossequio ai limiti del tempo e dello spazio. Possono aiutare a superare il meccanismo proposto dalle dating apps e ad alimentare relazioni vere e sane, evitando ogni segno di profanazione e promuovendo la costruzione dell'intimità. "Il Piccolo Principe" è una fiaba illuminante. Può aiutare a prendere coscienza delle relazioni fragili e allontana dalla logica mercantilistica degli affetti, per lasciarsi alle spalle l'epoca dei riti tristi e delle relazioni deboli. Si muovono secondo i parametri del desiderio, non dell'amore. L'amore si pone all'interno dell'antropologia cristiana e si sviluppa nell'esperienza che diventa scoperta dell'altro, cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione nell'ebbrezza della felicità. Cerca il bene dell'altro, diventa rinuncia e prontezza al sacrificio per l'altro, come donazione totale. Non è attimo fugace e non lo si può concepire in un contesto di incontri effimeri e limitati al piacere biologico. È una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianeità del nostro esistere. Non è rifiuto dell'eros, non è il suo avvenelamento, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza. [Benedetto XVI, "Deus caritas est"] Nella odierna società globalizzata e plurale le caratteristiche descritte diventano stabili e durature, solo se le dating apps diventano di fatto mezzi ideali per non comportarsi come nomadi affettivi e consumatori assuefatti ai giochi offerti che ricalca la logica consumistica. Possono essere permeati da un grande respiro umano e far vibrare l'animo assai sensibile di chi trasmette sentimenti vivi e profondi e fortemente umani. Fa emergere un naturale ottimismo tipico di chi ha lavorato tra i giovani e in mezzo ai loro problemi, ai loro sogni, alle loro speranze. L'impegno di amore e di cultura per la loro formazione viene ricambiato con la riconoscenza e la stima. I sentimenti di un vecchio "saggio professore", le sue profonde meditazioni e le sue efficaci pennellate piene di vita e di grande amore non svaniscono e sfumano nel tempo. L'educazione è sempre un processo di didattica attenta e di comunione. Non può essere offerta da altri come un semplice regalo, né può essere realizzata da solitari come i gas nobili dell'aria. Questo processo di reciprocità e di comunione diventa impegno quotidiano e fatica da vivere e realizzare nel logorante ma gioioso compito educativo. Accoglienza e condivisione di un percorso e la reciprocità del rapporto insegnante-alunno sono aspetti essenziali. Non si può educare se non si entra in un rapporto diretto, in una relazione personale, profonda, corretta, duratura. Chi insegna impara e chi impara insegna: l'allievo lascia sempre qualcosa di sé all'insegnante. La relazione non è mai a senso unico, ha sempre un alone di reciprocità, nella viva percezione dell’importanza della libertà, nel sommo rispetto di chi è educato, nella rinunzia ad ogni tipo di manipolazione. In un passo del Vangelo di Giovanni (Gv. 6,60) si riporta la cronaca di un insuccesso di Gesù, proprio nella sua terra, tra i suoi discepoli. «Molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui». Motivano l'abbandono: «questa parola (= insegnamento) è dura». Dura non perché indichi una parete vertiginosa da scalare, ma perché invita a pensare in grande, a volare alto, a scendere in profondo, a capovolgere l'immagine di un Dio facile. La svolta del racconto avviene attorno alla domanda: forse volete andarvene anche voi? Gesù non suggerisce risposte, non impartisce ordini o lezioni, ma porta a guardarsi dentro, a cercare la verità del cuore. «Cosa vuoi veramente? Quale è il desiderio che ti muove?» Sono le domande del cuore, le sole che penetrano e guariscono davvero. Appello alla libertà ultima di ogni discepolo: siete liberi, andate o restate, è il momento di decidersi. Meravigliosa la risposta di Pietro che contiene l'essenza gioiosa della fede: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Attorno a te ricomincia la vita, tu tocchi il cuore e lo fai ripartire, con la delicatezza potente della tua parola, con la forza trascinante della tua presenza. È povera cosa, un soffio, una vibrazione nell'aria, una goccia d'inchiostro, che puoi ascoltare o rifiutare, fare tua o relegare nel repertorio delle follie. Tu hai parole, qualcosa che non schiaccia e non impone, ma si propone e lascia libero. Se l’accogli spalanca sepolcri, accende il cuore, insegna respiri, apre strade, offre carezze, incendia le menti, mette in moto la vita. [E. Ronchi] Le "parole" di un insegnante saggio e serio danno vita al cuore, allargano, dilatano, purificano e ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, perché la vita vive di verità altrimenti si ammala, vive di libertà altrimenti patisce. Danno vita allo spirito, perché custodiscono il nostro cromosoma divino. Danno vita anche al corpo, agli occhi, alle mani, all’andare e al venire. Al dono a all'abbraccio. Costruiscono relazioni profonde che scavano l'animo e lo rinnovano, nel rispetto, nella riconoscenza, nella cura e nella memoria. La vicenda del professore di Filosofia Umberto Gastaldi può far riconoscere nei momenti e nei rari intervalli luminosi della vita che «educare è bello». Osman Antonio Di Lorenzo

  • La merenda letteraria #1

    Leggere libri è un'attività che, in Italia, di anno in anno, sembra si vada estinguendo. Tuttavia c'è uno zoccolo duro di lettori che non si lascia ingannare dalle statistiche e che non abbandona la carta stampata, un'esigua ma rispettabile percentuale di italiani che ama la lettura, che adora acquistare e sfogliare libri, e che trova questa un'attività indispensabile per la propria esistenza, una ragione di vita. Assieme ad altre persone si è allora deciso di promuovere una nuova iniziativa culturale, in barba al deserto culturale nel quale viviamo. Grazie all'avv. Vincenzo Giuliano, che ci ha concesso l'utilizzo dei locali dell'onorabile Società di Mutuo soccorso dei Pastori e degli Artigiani, daremo il via ad un particolare ciclo di incontri: La merenda letteraria Ci riuniremo ogni tre settimane e, di volta in volta, approfondiremo un grande argomento scelto in precedenza, leggendo e commentando brani dei libri che ognuno porterà all'incontro. Al contempo, per far sì che non sia soltanto un noioso ritrovo di lettori, ci gusteremo anche una buona merenda con dolci fatti in casa, infusi, tisane e quant'altro. Il primo incontro è fissato per domenica 2 aprile, alle ore 17:30, presso i confortevoli locali della Società Pastori ed Artigiani di via S. Maria delle Grazie 6. E l'argomento proposto per questo primo appuntamento è il seguente: Il mondo negli occhi delle donne Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva il mondo con la sensibilità tipica dell'universo femminile: il tema è talmente aperto che potete portare qualsivoglia variazione e proporre qualsiasi divagazione. Ah, se potete, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Per la prima locandina de "La merenda letteraria" ho scelto una tela di Bianca Santilli realizzata nel 1965, "Donne capracottesi", che a suo modo racconta una concezione tradizionale ma legittima del mondo femminile. P.S. bis: Non è obbligatorio ma, visto che utilizzeremo i locali di una onorabilissima Società di mutuo soccorso fondata nel 1874, sarebbe bello se ci tesserassimo, riaffermando così lo spirito comunitario con la quale è nata. L'iscrizione costa 15 € per gli uomini e 10 € per le donne. Ma, ripeto, non è obbligatoria. Francesco Mendozzi

  • Chiesa madre

    A guardia delle poche case intatte salve sullo sfacelo immobili stanno alteri come sentinelle i monti da sempre ad incorporare sole e tormenta monumenti alla fierezza della gente amica. La Chiesa madre delle altre maestosamente in piedi si è fatta focolare ai figli profughi che sulle are sacre impastavano tra l'estasi immobili dei santi come al Camposanto nel silenzio amico delle tombe di famiglia. La gente che salì fino a te dalla sua guerra - la guerra che ti sfiorò con l'agre fumo di quel rogo - e che accogliesti come Madre sui maestosi portali del tuo asilo ti saluta grata e se ne va dolente come figli che irresistibile una forza strappa dalle ginocchia materne. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, L'arcobaleno (versi per Capracotta), Tip. Litterio, Agnone 1993.

  • Guardando al futuro: Mario De Renzis

    Durante il fascismo e negli anni Cinquanta, Sessanta e per i primi anni Settanta, con i giornali controllati, la cronaca nera non si era più fatta. Di conseguenza, a tanti crimini efferati non si era più data voce e se la notizia non si dava a mezzo stampa non c'era altro modo per darla. Questo ha fatto la fortuna della cronaca e del cronista, quella figura che oggi non esiste più. Non si può essere un cronista senza conoscere un obitorio o un posto di polizia, là dove le notizie puoi prenderle realmente. Tre poliziotti e un funzionario, secondo me, hanno avvicinato la gente alla polizia: Franco Evangelisti, soprannominato "Serpico", ucciso davanti al "Giulio Cesare" da un gruppo di Nar intenzionati a levargli le armi. Lo conoscevano tutti come il poliziotto di quartiere, la figura che quarant'anni dopo ci siamo "inventati" nuovamente. Era uno che aveva uno spiccato senso dello Stato, era un forte comunicativo e credeva profondamente nel suo lavoro. Mi ricordo che in occasione di una colluttazione con due delinquenti, questi lo buttarono dal primo piano di un palazzo; non si fece poi tanto male, ma gli misero un busto. Qualche tempo dopo, appena aveva ricominciato a camminare, incappò in una rapina e arrestò il rapinatore con tutto che portava ancora il busto e aveva difficoltà a muoversi. C'era poi Giovanni Maimone, famoso per il suo cane Dox con il quale assistette praticamente a tutti i fatti di cronaca degli anni Cinquanta e Sessanta e che non faceva assolutamente pensare che fosse un poliziotto. L'abitudine, infatti, era vedere la camionetta della Celere, non un signore che camminava con giacca e cappello come un qualsiasi padre di famiglia. E non possiamo dimenticare il maresciallo Spatafora, il più forte autista della Polizia di Stato. Poi abbiamo un funzionario che aveva capito che il mondo era cambiato, che circolava tanta droga e troppi ragazzi ne facevano uso. Lui, che l'aveva visto con i suoi occhi girando per i tanti commissariati della Capitale, si inventò le "mamme coraggio": una casella postale nella quale potevi lasciare quel che volevi, anche la confidenza su un figlio drogato o la descrizione dello spacciatore. Gianni Carnevale, un funzionario bello, simpatico, affabile che infondeva sicurezza alle persone che gli si avvicinavano per una denuncia, per un'informazione. Perché non era il vecchio, classico funzionario, ma un ragazzo moderno, pronto a mettersi al servizio del cittadino. Uscivamo dal dopoguerra, la gente guardava la polizia con la costante paura di essere arrestata e questi personaggi umani, capaci di vivere la vita quotidiana e stare vicino alle persone per aiutarle e impedire che qualcuno potesse fargli del male, anticiparono quello che pochi anni fa il capo della polizia De Gennaro coniò come slogan per la Polizia di Stato: «Vicini alla gente». Questa è stata la grande trasformazione che tali personaggi hanno contribuito a portare nella polizia, in un momento difficilissimo in cui c'era di tutto: grandi manifestazioni di centinata di migliaia di persone, lotte per la terra e per la casa, lotte per il lavoro. Il rapporto tra giornalisti, fotografi e polizia è cambiato con l'arrivo del terrorismo. Se prima un funzionario poteva far salire sulla macchina un giornalista o un fotografo oppure lo poteva far avvicinare a un'operazione senza complicazioni, adesso il terrorismo aveva portato sfiducia. Gli anni di piombo hanno inciso negativamente sui rapporti con la stampa, ma perché era nato qualcosa di talmente forte e cruento che rendeva difficile fidarsi di chiunque. Come facevi a fidarti di qualcuno se non potevi sapere mai qual era il nemico?! Allora tutti cominciarono a chiudersi e questa chiusura ebbe un’influenza negativa sui bei rapporti che prima esistevano. Accanto al terrorismo poi arrivò anche la privacy a chiudere ancora di più la possibilità di raccogliere e divulgare informazioni, a distanziare ulteriormente le posizioni degli organi di stampa e delle forze dell'ordine. Una volta se c'era un morto in macchina il funzionario o il poliziotto ti faceva avvicinare a fotografarlo, oggi lo deve prima coprire. Rimane però che la polizia ha fatto un salto di qualità migliorandosi man mano, proprio perché ha avuto dei grandi personaggi nati dalla strada. Di questo De Gennaro ne è un esempio classico, un poliziotto, uno sbirro vero, capace di dare la svolta modernizzatrice alla polizia. Gli altri, come Santillo, Macera o Improta, un grande mediatore di questioni politiche che ha avuto direttamente a che fare con i terroristi, sono stati grandi, ma nella loro sfera. Tagliente è stato tutto: ufficiale della caserma "Maurizio Giglio" che girava ventiquattr'ore su ventiquattro, dirigente di turno sulle volanti, poi funzionario di turno in sala operativa, a seguire funzionario dell'ufficio di gabinetto, poi dirigente del C.O.T., presente su tutti gli avvenimenti che si sono verificati in quegli anni e sempre pronto a spendersi a favore di qualsiasi giornalista, ed ancora capo di gabinetto e dal mese di agosto 2010 questore di Roma. Sentendo sempre la necessità di avvicinarsi alla gente e di valorizzare i suoi uomini. Per chiunque altro, oggi, sarebbe difficile se non impossibile fare la stessa carriera, perché non ci sono più le premesse: è cambiato il sistema di lavoro, e poi è cambiato quello che prima si poteva fare senza incappare nella Magistratura- Ma tra le persone che stimo c'è anche Gianni Letta. Persona con un fiuto tremendo e capace di decidere in tempi brevissimi, è uno di quei personaggi usciti fuori dal libro "Cuore". Pur avendo avuto una carriera luminosissima, è sempre stato capace di mantenere un rapporto familiare con i suoi amici e con le persone che hanno lavorato con lui. È una persona sulla quale chiunque apparteneva alla diaspora de Il Tempo ancora oggi sa di poter contare. Perché è sempre pronto ad aiutare e a spendersi. Il Tempo era il suo Tempo. Si diceva il nostro giornale, lo sentivamo un'appartenenza, una qualificazione. E questo perché il direttore Letta fu capace di farci sentire parte di questa grande famiglia. Non avevamo bisogno di sentirci della Roma o della Lazio, ci bastava sentirci de Il Tempo. Aveva un fiuto tremendo e decideva in tempi brevissimi. In quegli anni ho vissuto e raccontato tanti episodi pesanti e mesti, ma il peggiore credo sia stato quello che poi ha in parte cambiato il corso della storia italiana. Ero un ragazzo, una mattina mi trovavo all'università e con un gruppo di poliziotti decidemmo di andare al bar. All'improvviso ci ritrovammo avvolti in una nuvola di fumo nero. Fumo di bombe carta. Si sentiva sparare, non si capiva esattamente cosa fosse e non si vedeva oltre un palmo di naso. Poi la giornalista inglese accanto a me cadde. Cercai di darle una mano e mentre mi chinavo su di lei, i due poliziotti al mio fianco si accasciarono a terra. Uno gravemente ferito, l'altro, Passamonti, morto. Avevo davanti uno spettacolo orripilante, non solo di paura ma di terrore. La Celere che stava a pochi metri si avvicinò per raccogliere il poliziotto ferito, mentre io guardavo questi corpi riversi a terra e non riuscivo a spiegarmi il perché di una violenza così assurda di questi gruppi dell'estrema Sinistra. Mario De Renzis Fonte: M. Di Nardo, Doppiavela 21, 113 pronto! Un viaggio tra storia e immagini, Angeli, Milano 2012.

  • Risorse umane: don Carmine Sciullo

    Dopo i primi due anni l'opera di Vietri fu affidata per due mandati alla direzione di don Carmine Sciullo, che si presentò con questa lettera: Benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, illustrissimi Genitori, sono qui da alcuni giorni e godo nel constatare tanto bene fatto a favore della gioventù della ridente Vietri in appena due anni di vita oratoriana. Ne sia ringraziato il Signore. Le speranze sono ancora molte per l’avvenire ed ho ferma fiducia che si arriverà alla meta desiderata e proprio con l’appoggio Vostro di Cooperatori, Cooperatrici e di Genitori amanti del bene dei propri figlioli ed in genere della gioventù vietrese. Mentre quindi ringrazio tutti quelli che hanno in qualsiasi maniera cooperato con il Signor Direttore d. Luigi Violante e con gli altri Salesiani, prego tutti, approfittando del mio primo saluto riconoscente, non solo a continuare ma a moltiplicare questa benevolenza ed assistenza verso il nostro e Vostro Oratorio. I Vostri e nostri giovani, bisognosi, specie in questi tempi di vigilanza assidua e cure particolari, devono trovare nell'Oratorio, ingrandito e bene attrezzato, il loro ambiente sereno onde formarsi, ad imitazione dell'angelico Beato Domenico Savio, «un carattere ed un’ossatura morale ben salda» e diventare così, come recentemente ha detto il Papa «giovani di integra fede, pronti a rinunciare alla mediocrità, ad uscire dall'equivoco, se mai vi fossero caduti; giovani che vogliono la vita divina, e la vogliono abbondantemente: giovani che, studiando o lavorando, parlando, pregando e soffrendo, abbiano in cuore - come fiamma che li brucia - l'amore appassionato per Gesù, l'amore per le anime». Questo è lo scopo per cui la prima Cooperatrice Salesiana di Vietri, la benemerita Duchessa da Voi tutti conosciuta e stimata, ha messo a disposizione la Sua Villa Carosino. E noi Salesiani siamo qui venuti per accogliere i Vostri figli, o Genitori, e guidarli nel nome di Don Bosco Santo e con il sostegno fattivo dei Cooperatori zelanti e delle benemerite Cooperatrici. Avanti quindi, con sempre maggiore dedizione e rinnovato entusiasmo, perché l'opera è santa. Su questi nostri rinnovati propositi di bene, all'inizio del nuovo anno oratoriano, che è pure anno mariano, invochiamo propiziatrice la benedizione della potente nostra Ausiliatrice. Nuovamente ringrazio, ossequiando tutti di famiglia. Obbligatissimo, sac. Carmine Sciullo - Direttore. Gli anni della direzione di don Sciullo furono determinanti per la "creazione" della casa, sia dal punto di vista strutturale, affiancando nell'impegno don Villani, sia per la creazione della comunità salesiana e la conoscenza della stessa nell'ambiente. Don Carmine Sciullo è nato a Capracotta (Isernia) il 20 novembre 1915. Durante il secondo conflitto mondiale, subito dopo lo sbarco, in cui Capracotta fu distrutta dall'esercito tedesco in ritirata, operò quale volontario nella Resistenza. Da giovane sacerdote si mise a disposizione della chiesa locale per sopperire alle necessità del clero; preziosa fu la sua opera nell'assistenza spirituale alla popolazione sia in loco che in diaspora e di collegamento tra le famiglie che erano rimaste divise. Per questo nel dicembre del 1943 ottenne dal Town Major di Capracotta il permesso di circolazione per la campagna e nelle ore di coprifuoco. Dal 1954 al 1959 esercitò a Vietri l'incarico di Direttore dell'Oratorio, e per il 1955-56 quello di vicario economo nella parrocchia di San Giovanni. Per l'azione di salvataggio ed assistenza alla popolazione durante i giorni dell'alluvione dell'ottobre 1954 gli fu conferita dal Presidente della Repubblica la medaglia d'argento al valore civile. In occasione del 30° anniversario del doloroso evento, il Comune di Vietri gli assegnò una medaglia d'oro con pergamena. In età matura, sessantenne, coronò anche il vecchio sogno di svolgere la sua attività pastorale da missionario nel nord dell'Argentina (Formosa), ove si trattenne per 15 anni, e costruì per riconoscenza anche una cappella mariana. La sua biografia e le sue opere sono raccolte in un locale "museo". Attualmente vive nella comunità salesiana di Caserta, ove continua, compatibilmente con l'età e con la salute, a collaborare nelle celebrazioni e nella pastorale. In occasione delle celebrazioni dei 60 anni dell'opera salesiana a Vietri, il 27 maggio 2012, nonostante l'avanzata età, è voluto essere presente per inaugurare, alla presenza del Sindaco e della comunità festosamente raccolta, la Mostra documentaria rievocativa della storia dell'Oratorio salesiano. Il 13 agosto di questo stesso anno, il Consiglio comunale di Vietri sul mare, con deliberazione n. 39, gli ha conferito la cittadinanza onoraria; la cerimonia pubblica ha avuto luogo il 13 ottobre nell'aula consiliare. A Vietri don Sciullo era tornato, calorosamente accolto dalla comunità e in particolare dagli ex allievi, già nel gennaio 2001 per il 25° di messa di don Gennaro Tesauro, ed, in precedenza, il primo maggio 1997, quando si trattenne anche in una fraterna colazione. Affiancarono don Sciullo don Antonio Morelli di Minturno (Latina), con compiti di aiutante; don Saba Troise di Portici, con l'incarico di confessore e aiutante; e don Marino Cecconi di Sonnino (Latina), con l'incarico di confessore e aiutante, che fu collaboratore anche dei successivi direttori don Villani e don Valastro. Nell'anno scolastico 1961-62 ebbe un incarico di insegnante di religione al Trani di Salerno. Don Cecconi lo possiamo definire il classico salesiano da cortile, nel senso che si prestava prevalentemente quale assistente nel campo, nelle sale, oltre agli impegni pastorali e sacerdotali. Era diventato popolare per la sua capacità di avvicinare anche i "lontani", con i quali non mancava di cimentarsi anche in discussioni politiche. I ragazzi non vietresi che frequentavano l'oratorio in modo occasionale collegavano l'opera direttamente alla sua persona. Assieme a don Villani, quale economo, operò pure don Alessandro Pentecoste di Marcianise (Caserta); in precedenza, ancorché residente nella casa di don Marino Cecconi Salerno, collaborava quale confessore. A don Villani, che pressato dagli impegni finanziari per coprire le esposizioni dovute ai lavori dell'opera, chiedeva più collaborazione per l'assistenza e la pastorale, successe nella carica di direttore don Antonino Valastro, Delegato Ispettoriale di Pastorale Giovanile, proveniente dalla direzione di Torre Annunziata. A Vietri era anche delegato locale per i cooperatori ed ex allievi. Se si eccettua don Rocca (motociclista), a Vietri fu il primo salesiano motorizzato: nel 1964 riuscì a far acquistare per la casa una Fiat 750, che guidava personalmente. Aniello Tesauro Fonte: A. Tesauro, A 60 anni con don Bosco a servizio dei giovani di Vietri, Tip. Lita, Vietri sul Mare 2012.

  • Hai voluto il welfare sostenibile? Adesso pedala

    L'estate è tempo di riflessioni. Vale pure per il welfare aziendale che sta affrontando quella che abbiamo già definito come una "fase di transizione", alla costante ricerca di risposte puntuali alle questioni che l’emergenza sanitaria ha (ri)aperto. È stato spiegato più volte che la pandemia ha stimolato una rinnovata esigenza di wellbeing da parte delle persone: non si tratta più solo di dare soddisfazione a limitate necessità, bensì di rispondere a richieste complesse, seppur legate agli aspetti più basici (in particolare il riferimento è al macrotema della salute). Per qualche esperto è quindi arrivato il tramonto delle offerte di welfare concentrate esclusivamente nella fornitura di beni-servizi e si è aperta la stagione della consulenza per il welfare. D'altra parte, è qui che il mercato smette di essere ristretto e si apre in modo inesplorato offrendo innovative occasioni ai diversi soggetti coinvolti, non più costretti a confrontarsi, per esempio, esclusivamente sulle logiche di prezzo. Proprio perché il periodo estivo lo consente, mi sono proiettato a mia volta su qualche riflessione legata proprio alla logica del servizio e della consulenza. Ho avuto la fortuna (e il piacere) di trascorrere una settimana sulle montagne del Molise, in un paese a circa 1.400 metri d'altitudine che qualche tempo fa Alberto Sordi, nel film "Il conte Max", definì con una battuta la "Cortina in miniatura". Per la verità Capracotta è oggi una rinomata località turistica, nota soprattutto per l'estesa pista di sci di fondo che ospita gare nazionali e internazionali. Il nome ne tradisce l'attività principale che, ovviamente, si è nettamente ridimensionata nel corso della storia del paese (le cui origini risalgono all'XI secolo): oggi di capre (e pecore) se ne vedono davvero poche e resistono solo per l'ostinata passione di qualche pastore e di rari giovani che proseguono la tradizione. In piena estate, senza le nevi perenni che consentono di sciare anche con il caldo, i monti della zona e la natura circostante sono ideali per passeggiare, fare trekking e andare in bicicletta. E proprio nel 2021 il Comune, attraverso la Pro Loco, ha messo a disposizione dei turisti, a fronte di un economico contributo, un servizio di noleggio di mountain bike a pedalata assistita (quelle cioè che consentono davvero a tutti, neofiti compresi, di fare escursioni affrontando le salite più impegnative). Dopo aver apprezzato la straordinaria comodità di pedalare "aiutato" dalla tecnologia, mi sono interrogato su quali potenzialità potessero generarsi se al noleggio delle biciclette si affiancassero altri servizi offerti ad hoc alla clientela (ovviamente a pagamento e che gli esperti definirebbero "a valore aggiunto"). Qualche idea balenata sotto il cielo terso che solo l'alta montagna può offrire: cestino di prodotti tipici per la merenda al sacco; escursioni di gruppo con guida locale che attraverso uno storytelling adeguato possa intrattenere i biker con aneddoti del luogo e preziose informazioni turistiche; suggerimento degli itinerari più suggestivi con possibili agevolazioni economiche nelle località d'arrivo (per esempio menù dedicati nei rifugi, ecc). Ammetto che la logica del servizio, come si dice, mi abbia preso la mano e ho preferito rindossare in fretta i panni del narratore in vacanza. Non sfugge che ormai in ogni mercato i prodotti in sé siano sempre più considerati al pari di una commodity e a fare la differenza sia proprio il servizio. Vale certamente anche per il welfare aziendale, chiamato oggi più che mai a fare in modo che le persone si sentano davvero bene. Come ha di recente spiegato uno dei massimi esperti della materia intervenendo all?evento "Wellfeel, benessere organizzativo e welfare aziendale", promosso dalla casa editrice Este e di cui Tuttowelfare.info è stato media partner, per essere efficace, il welfare deve essere aderente ai bisogni delle persone, ma deve anche essere accogliente e facilmente utilizzabile da tutti. Tuttavia, è noto che la legge di Stabilità del 2016 che ha dato nuovo slancio al welfare ha indotto soprattutto le aziende più piccole ad applicare i vantaggi normativi in particolare per integrare la retribuzione in modo defiscalizzato oppure ad affidarsi a soluzioni più comode (se non "preconfezionate"). È certamente più "facile" erogare un buono pasto, piuttosto che fornire un intero servizio agevolato alle persone in grado di rispondere alle loro (reali) esigenze. Ecco perché siamo probabilmente di fronte all'alba di una nuova era del mercato del welfare, in cui la consulenza sarà imprescindibile. Non si dimentichi poi un ulteriore dettaglio. A distanza di cinque anni dalla legge di Bilancio che ha rivoluzionato il settore, è noto che sono stati numerosi i casi in cui player e aziende abbiano interpretato con creatività - ma possiamo anche dire con opportunismo - i vantaggi normativi previsti dal Legislatore che, al contrario, si era immaginato un aiuto concreto delle aziende in particolare sui temi della sanità, della previdenza e dell'istruzione. La stessa consulenza può allora promuovere forme di welfare che abbiano realmente quella rilevanza sociale tanto auspicata, così che gli sgravi fiscali possano avere un senso per la collettività e non esclusivamente per il singolo. Non vuol dire che debbano per forza sparire dal paniere del welfare i beni-servizi di rapida fruizione, ma è chiaro che per prima cosa serve riorientare il welfare nella direzione di cui tutti hanno bisogno. Si parla in questo senso di "welfare sostenibile", ma c'è ancora confusione in merito a questa espressione. Farsi affiancare da chi - come numerosi player di welfare stanno già facendo - è in grado di declinarlo nelle diverse organizzazioni è un'occasione per l’intera società. Dario Colombo Fonte: D. Colombo, Hai voluto il welfare sostenibile? Adesso pedala, in «Touchpoint», 7, Milano, agosto-settembre 2021.

  • Raus! Wir essen ein Schaf!

    I tedeschi erano arrivati da pochi giorni a Capracotta, decisi a rimanerci per i loro sporchi affari. La festa della Madonna di Loreto era finita ma la letizia di quei giorni non era rimasta in cuore alcuno. La presenza dei nazisti in paese era una spada di Damocle, un macigno che pesava sulle esistenze di ogni cittadino. I crucchi, infatti, stavano provvedendo a requisire, casa per casa, ogni ben di Dio. E non cercavano soltanto alimenti utili al proprio approvvigionamento, no, cercavano soprattutto gli uomini, i capracottesi maschi che non erano al fronte: i capifamiglia, i soldati in licenza, i giovani riformati e i non più giovani. Furono tanti i capracottesi che, certi di subire un rastrellamento nei locali dell'asilo d'infanzia e di finire chissà dove in qualche campo di lavoro, si diedero alla macchia. Qualcuno scappò verso il Verrino, in direzione di Agnone, qualcun altro verso il Sangro, giù ai casolari che ancor oggi è possibile ammirare dal belvedere. Proprio lì sotto, precisamente presso la cosiddetta masseria di Maone, incuranti degli eventi che stavano destabilizzando il paese, vi erano Silvio Cacuàcce Paglione, e Costanzo Sozio. I due si stavano cucinando una bella pecora, un po' al brodo e un po' arrosto. Ad un certo punto videro sopraggiungere un fiume di gente: altri non erano che quei capracottesi che stavano tentando di evitare il rastrellamento nazista. Ma Silvio e Costanzo, ignari di tutto, avevano paura che la loro pecora non sarebbe bastata per tutte quelle bocche affamate e così il primo, combà Cacuàcce, celebre per la sua furberia, convinse Costanzo a fingersi un soldato tedesco, così da spaventare tutti. Molti pastori, infatti, a quel tempo portavano il paŝtràne, un cappotto del tutto simile a quello militare. Al sopraggiungere di quella marmaglia, fu allora facile per Costanzo gridare con tono soldatesco qualche parola in finto tedesco. La tensione, che già animava quei poveri fuggiaschi, divenne terrore puro e così si dispersero in men che non si dica. A Silvio e Costanzo non rimase altro che gustarsi la pecora in santa pace. Francesco Mendozzi

  • L'avvocato Ninetta (XIII)

    Scena II Totonno, Giacinto e Gelsomina. Totonno – Favorite, favorite da questa parte... accomodatevi in questo salotto. Giacinto – (in abito nero e cravatta bianca) L'avimmo fatto nu poco prestulillo, nun è venuto nisciuno ancora? Gelsomina – (in abito nero ma un po' caricata, piano) Io te l'aveva ditto ch'era priesto, tu vaje sempe c' 'a pressa. Simme venute p'appiccià 'e cannele ccà ncoppa. Giacinto – (piano) Nun accomincià a rusecà, si no stasera fernesce male 'a facenna. Totonno – (Comme sò curiuse sti duje.) Dunque, chi debbo annunziare al signore? Giacinto – Le dicite a Ciccio che ce sta 'o Barone e 'a Baronessa di Capracotta. Totonno – A Ciccio? E chi è stu Ciccio?! 'o zeppolaiuolo 'o puntone? Giacinto – Ciccio, 'o patrone tujo. Totonno – Lo chiamate Ciccio, vulite dì il Commendatore. Giacinto – Questi sono affari che non ti riguardano. Io 'o chiammo accussì pecché simme paisane ed è amico mio da quanno eramo piccerille. Tanno 'o chiammavo Ciccio e mò pure 'o chiammo Ciccio. Totonno – Quest'è n'affare 'e tant'anne fa, ma mò è n'ata cosa, pecché mò è viecchio ed è Commendatore. Giacinto – Uh! nun me seccà. Tu vide quanta cunte aggia dà a nu servitore. Fà 'o duvere tujo e và dinto. Totonno – Mò vaco... Mò vaco. Vedite che specie 'e Barone sò sbarcate sta sera ccà ncoppa. (via borbottando) Giacinto – Vì quant'è farenella stu servitore. Gelsomina – Tu 'o vide che pure 'o servitore t'ha cunusciuto quanto si ciuccio. E comme, io aggia avé 'o scuorno nfaccia pe causa toja. Io che songo na Baronessa. Giacinto – Baroné, sà che t'avviso, nun facimmo jacovelle stasera ccà ncoppa... nun facimmo ridere 'a gente. Gelsomina – Nfaccia a me dice nun facimmo jacovelle? A me che songo na signora aristocrateca. Giacinto – Statte zitto, appila, nun te fa sentì d' 'a gente, parla comme t'ha fatto mammeta, pecché si vuó parlà pulito dice nu munno 'e ciucciarie. Gelsomina – Io dico 'e ciucciarie? Sà pecché nun te ceco n'uocchio, pecché stammo ccà ncoppa. Tu si nu cafone 'e Capracotta e vuó mparà a me? Giacinto – Sicuramente che te mparo a parlà, tu mme mine ogne vongole 'e chesta posta e nun te n'adduone. Gelsomina – Vattè, vattè... Chi me cecaje 'e spusarme stu guaio, aggia passà 'a figliulanza mia vicino a stu lotene. Giacinto – Io te l'aggio ditto tanta vote, spartimmoce. Gelsomina – E quanno? Facimmolo pure mò. Giacinto – Ma però 'e denare nun t' 'e dongo senza 'a donazione? Gelsomina – No, chesto t'annozza nganna. (seguitano a bisticciarsi) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • L'importante è finire

    La mattina parte così: alla radio passano questa canzone, celebre ed iconica. Era il 1975 quando Mina spiazzò tutti con questa canzone presentata in TV nel programma Rai "Adesso musica". Fu quasi uno scandalo: il testo di Cristiano Malgioglio fu ritenuto troppo trasgressivo, pieno di allusioni di natura sensual-sessuale che la più grande cantante italiana non mancò di sottolineare ed evidenziare, tanto che la Rai vietò la diffusione della canzone durante la trasmissione radiofonica "Hit Parade". Inserito nell'album "La Mina" (1975), il brano, con l'arrangiamento perfetto e calzante del maestro Pino Presti, raggiunse comunque, a dispetto dei soliti benpensanti, immediatamente le vette della hit parade fino a piazzarsi in seconda posizione, permanendo ai primi posti in classifica per 35 settimane. Il titolo della canzone inizia con una parola comunissima, persino banale da risultare quasi scialba ed insignificante, mentre, al contrario, è una parola gravida di significato. Gravida è forse la migliore sua definizione, perché "importante" nel suo significato etimologico significa esattamente "portare dentro" ed indica qualcuno o qualcosa che "riesce a portarsi dentro", riesce a penetrare all'interno fino a toccare la sfera interiore, l'ambito intimo. Ciò che l'etimologia ci svela è che bisogna portare qualcosa dentro, per essere importanti, averlo dentro o, in caso, portarlo da fuori: "una sorta di import-export", espressione che, per l'appunto, è strettamente connessa alla parola in questione. Il concetto in sé sembra banale ed ovvio, ma, a pensarci bene, non è proprio così. L'importanza non è una semplice dote naturale innata, frutto del caso o della fortuna, bensì di una studiosissima coltivazione di sé, di una grande consapevolezza nel e del rapporto fra il sé e l'esterno. Se così non fosse tutto diventerebbe, davvero banalmente, "importante", al punto tale che, come direbbe Keith Haring, nulla poi davvero lo è. Mentre invece l'"importanza" è, di fatto, un qualcosa che ha attivamente ed efficacemente la possibilità e la capacità di influire sulle azioni, le attività e l'equilibrio delle persone e degli ambienti. Guardando, ad esempio, i fatti di questi ultimi giorni come i danni del maltempo in Italia. L'attenzione è quasi tutta centrata su Venezia. E certo Venezia è una città importante, culla di arte, di cultura e di fascino. Ma se davvero Venezia è così "importante", perché usarla come una "mucca da latte" dandola in pasto ad orde di pseudo-turisti, che raramente ne comprendono il vero significato e la vera portata e la consumano al pari di un "hot dog - mordi e fuggi"? Perché non tutelarla, difenderla, proteggerla a partire dal suo fragilissimo contesto ambientale? Lo stesso vale per Firenze, per Roma, per Napoli ma anche per Matera, per Brunico, per Capracotta e per Licata e per tanti altri luoghi. Diciamo che vale per l'Italia tutta. Potremmo parlare anche di Taranto e della bruttissima vicenda della ex Ilva. Cosa è davvero importante in quel caso? Non dovrebbe essere così difficile da comprendere... Eppure, al di là delle dichiarazioni, dei post sui social con relativi commenti e polemiche, sembra che "ciò che è dentro" interessi molto poco, che venga dimenticato e svilito per ciò che appare "importante" da fuori, che pure è estremamente soggettivo e relativo. Venezia vale di più di Matera? La salute vale meno della politica? Domande difficili. Quasi tutte senza risposta. Forse però basterebbe riscoprire il senso profondo della parola "importante" e della sua preziosa relatività, per cui ogni nostro piccolo gesto è importante nella coscienza con cui è fatto, per cui le cose e le persone che ci stanno intorno sono importanti perché viventi nella nostra attenzione, perché sono parte di noi, perché sono dentro di noi. Noi siamo Venezia, come Matera, siamo Taranto come Roma. Noi tutti. Italiani. Perché l'Italia è importante. È nostra. E non deve finire... (come la canzone...) Parole Parlate Fonte: https://paroleparlate.wordpress.com/, 19 novembre 2019.

  • Campioni d'Italia!

    Anche quest'anno i Campionati italiani di corsa in montagna a staffetta si sono rivelati un appuntamento a cui la nostra società non poteva mancare. Anche se si sono svolti a quasi 800 km. di distanza da Morbegno nel quasi profondissimo Sud. Così sabato 23 maggio un gruppetto dei nostri atleti; rappresentanti di tutte le categorie (junior, senior e master), si sono recati a Capracotta in provincia di Isernia, sfidando il caldo e affrontando un lunghissimo viaggio con il sostegno del frigo portatile del Takko (usato a sua insaputa come raffredda piedi). Questa volta, dopo le critiche giunte al Carlo per il suo stile di guida, la conduzione del pulmino è stata affidata al "tranquillo" Lelle che in neanche 10 minuti ha preso confidenza del mezzo e mimando le gesta di Sebastian Loeb lo ha lanciato lungo le autostrade di mezza Italia a velocità forsennata, tanto che i moscerini si suicidavano prima di spiaccicarsi sul parabrezza per evitare il dolore. Nell'ultimo tratto poi, tipo strada di Bema, ha minacciato di morte circa 200 abitanti del luogo imprecando contro la loro lentezza, e gambizzandone una decina. Capracotta si trova quasi sul cucuzzolo di una montagna, a 2 giorni di cavallo da qualsiasi altro insediamento umano e rimarrà nei cuori degli atleti per la simpatia, la giovinezza, la cordialità e la pienezza di vita dei suoi abitanti. Il sopralluogo del percorso ha dato molte soddisfazioni e conferme alle squadre, tranne, come al solito, al sottoscritto che ne è rimasto scioccato e ancora una volta si è ripromesso di non partecipare più a questo rito. La serata è passata all'insegna della tranquillità, alcuni atleti hanno cercato inutilmente per ore di raggiungere la "movida" capracottese ma non hanno trovato neanche una mezza balera e sono stati costretti a tornare in albergo. Il mattino dopo la gara si è svolta sotto un sole cocente ma a parte questo si è rivelata davvero spettacolare con il risultato, che ha visto l'ennesima vittoria della Forestale, incerto fino alla fine grazie a una grande prestazione dei fratelli Dematteis. Le nostre squadre si sono comportate egregiamente, la squadra senior, composta da Tacchini, Sansi e Nappo, si è piazzata al tredicesimo posto nonostante il raffreddore del quasi trentenne Sansi che comincia a rendersi conto dei problemi dell'età che avanza. Da ricordare il terzo posto della squadra master composta da Leoni (padre), Sebastian Lelle Carganico e Mario Barlascini. Un complimento particolare va poi fatto alla squadra junior che è riuscita a vincere il titolo italiano con grande sorpresa (seee... eran 8 mesi che lo programmavamo) grazie alla buona prestazione di Peyronel, all'incremento decisivo del modesto Buzzetti, e alla scampagnata con raccolta di funghi di Leoni. Terminata la gara le squadre si sono concesse un doppio pranzo e partiti nel pomeriggio, hanno trovato il tempo (grazie al ritorno alla guida del Carlo che è andato talmente veloce da far girare gli orologi al contrario) di recarsi in spiaggia stabilendo il primato irripetibile di esser riusciti a fare il bagno al mare il giorno stesso in cui è stato corso un italiano in montagna. Credo che questa sia stata una delle migliori trasferte affrontate e spero che possano esserci altre occasioni, magari un po' più vicine, per vivere delle esperienze così. Ah dimenticavo: Siamo noi! Siamo noi! I campioni italiani di corsa in montagna a staffetta categoria juniores siamo noi!!! Luca Buzzetti Fonte: L. Buzzetti, Campioni d'Italia!, in «Ali ai Piedi», Morbegno, luglio 2009.

  • La partita a lu cafè

    Zermolo D'Orfeo era un mio carissimo compare, onesto, gentile, affettuoso, ma, come tutti ne abbiamo, aveva qualche difetto, il più grave era quello di bere molto vino; in tal modo trascorreva tutto il giorno in uno stato di ubriachezza; amava giocare a tresette, ma, ubriaco, combinava tanti errori e, quasi sempre, la partita se ne andava a monte. Ora vi racconto un ultimo fatto accaduto, giocando, al caffè. Mi si presentò un giorno, traballante, mi strizzò l'occhio e poi mi disse: – Andiamo, compare mio, facciamo una bella partita, ma, mi raccomando, non fare il ciampóne (pessimo giocatore). Che tu lo sia, lo sappiamo tutti, è cosa certa!... Gli risposi: – Che offesa, io sono ciampóne?!... Ma, come te, non ce n'è a questo mondo!... Il fiascone di vino, che consumi ogni giorno, ti ha gonfiato la trippa come una botte a tal punto che, del tuo cervello, ormai vuoto, c'è rimasto solo l'osso. Siént'a mmé, vàtte a jettà déndr'a nu fuósse. Vedremo ora cosa combinerai, seduto a tavolino, giocando come mio compagno!... Infatti tra le coppe e i danari, tra le spade e i bastoni, me z'è mpicciàte lu cumpàre e la partita ze n'è jùta in alto mare! Lentamente, piano, piano, il compare si avviò verso il bancone, per pagare l'importo della partita persa, mentre io gridavo ad alta voce: – Paga mó, ca sié d'Agnóne! Poi, anziano depresso, il povero compare mio se ne andò all'altro mondo!... Una notte lo sognai che giocava a tresette con san Pietro, come compagno, custode della porta del Paradiso, il quale ridendo a crepapelle, gli disse: – Questa porta, amico mio, te l'aprirò solo quando avrai imparato a giocare, con me, il tresette, cioè solo quando avrai imparato a portarlo a termine, senza commettere nessun errore. Umberto Colacelli Fonte: U. Colacelli, Voci del cuore, Tip. S. Giorgio, Agnone 2001.

  • Anche le antilopi portano fortuna

    Nonna Margaret diceva che sognare le antilopi in primavera porta fortuna e io oggi di fortuna vorrei averne proprio tanta, vista la missione particolarmente pericolosa che tra un po' devo affrontare. Prima di svegliarmi ne ho sognata una che saltava allegramente nella savana. In Italia è pieno autunno, ma le giornate particolarmente miti mi ricordano che adesso nel mio Sud Africa è primavera. Mi chiamo Donald James Campbell, sono un pilota di caccia e combatto per gli Alleati, contro l'esercito tedesco sulla linea Gustav. Oggi è l'8 novembre 1943 e devo andare in missione con uno dei dodici Spitfire MkVc sudafricani del 4th Squadron SAAF di stanza a Palata, un piccolo paese del Molise, dove gli alleati hanno realizzato un aeroporto avanzato per i caccia, dotato di una lunga spianata resa scorrevole da pannelli in metallo lamellato. Il briefing di ieri sera ci ha messi di fronte a una missione particolarmente pericolosa. In Abruzzo dobbiamo distruggere alcuni ponti ferroviari sul tratto che va dalla galleria Tre Croci prima di Roccaraso a quella di Rivisondoli. Ce n'è uno, in particolare, denominato "Dieci Ponti" per via di dieci archi che lo compongono, è il più grande, ma il più pericoloso da colpire, perché è dominato da due batterie antiaeree Flak che incrociano il tiro sui voli che attraversano proprio in quel punto il valico chiuso ad imbuto sotto il paese di Roccaraso, una nota località sciistica degli Appennini. Questo paese si trova al centro della linea Gustav. Su una serie di fotografie aeree scattate qualche giorno fa dai nostri ricognitori, abbiamo individuato i quattro ponti più piccoli che sono stati assegnati ad altrettanti aerei, mentre gli altri otto aerei dovranno distruggere i Dieci Ponti. L'arrivo degli aerei avrà questa sequenza: i primi sei giungeranno con qualche minuto di anticipo aggirando il Monte Arazecca per dividersi all'imbocco del Piano dell'Aremogna; due si dirigeranno immediatamente sulla cima di Monte Maiuri che sovrasta il valico e scenderanno in picchiata alla sua base per mitragliare e annientare le due postazioni contraeree Flak che incrociano l'ingresso degli aerei sull'altopiano sotto Roccaraso e poste una su un piccolo spiazzo alla base del monte, l'altra di fronte sul lato opposto del valico; mentre gli altri quattro aerei proseguiranno sotto la cima di Monte Zurrone per scendere progressivamente di quota dall'altra parte dell'altopiano e con un'ampia virata sorvolando Rivisondoli si allineeranno alla linea ferroviaria per colpire in sequenza i ponti più piccoli. Gli altri sei aerei arriveranno direttamente a raso all'imbocco dell'altopiano e in sequenza sganceranno una bomba ognuno sul grande ponte posto sotto il paese di Roccaraso. È una operazione complicata, perché deve essere eseguita in maniera coordinata e in maniera tale che, provenendo gli aerei da più parti il nemico rimarrà disorientato. Tutti gli aerei sono caricati con bombe da 227 libbre e con le spolette preparate affinché esplodano solo toccando terra, in maniera che i ponti vengano distrutti alle fondamenta. Attualmente in quel tratto della Gustav sono attestati i Paracadutisti tedeschi della 1ª Divisione Heidrich e ci hanno ricordato che sono tra i migliori reparti della Wehrmacht. Che Dio ce la mandi buona, perché temiamo che qualche altra postazione contraerea sia stata collocata in punti sconosciuti. L'intelligence e le rilevazioni aeree hanno compiuto un buon lavoro di ricerca, ma le montagne coperte da una fitta vegetazione ben si prestano a nascondere ogni cosa e i tedeschi in quel tratto sono stati molto bravi a fortificarle in maniera adeguata. Sono le 7:30 e nella baracca adibita a mensa alcuni civili del posto, reclutati a far servizi, ci stanno servendo la colazione: uova strapazzate, pane tostato, biscotti con marmellata di fichi preparati dal forno di Palata; tè a volontà. Noi piloti siamo privilegiati, sappiamo che per chi si trova in prima linea la vita è ben diversa, ma volare non è cosa semplice e di poco conto. Ci apprestiamo ad alzarci da tavola e dalla saletta ufficiali sopraggiunge il maggiore Waderg, già pronto, che ci richiama ai suoi ordini e velocemente ribadisce ad ogni pilota la sequenza di volo degli aerei, e lo schema di attacco concordato. Io faccio parte del gruppo di quattro aerei che dovrà abbattere i ponti più piccoli e volo in quarta posizione per colpire il ponte prima della galleria che immette verso la stazione di Rivisondoli. Gli aerei del campo sono una trentina e i nostri Spitfire sono schierati per primi, carichi già di carburante. Il mio ha la sigla KJ-R e come gli altri reca disegnata sullo stabilizzatore verticale l'antilope, simbolo del reparto. Mi accorgo che per uno strano gioco della luce mattutina è l'unica già illuminata dai primi e bassi raggi di sole. Che sia un buon segno. Lo spero proprio. La partenza dei primi sei aerei è fissata per le 9:30, mentre gli altri sei li seguiranno con tre minuti di ritardo. Ci fermiamo ancora un po' sulla pista vicino agli aerei per continuare mettere a punto le varie fasi dell'attacco, ripercorrendo le manovre che ognuno dovrà compiere appena sorvolato il fiume Sangro che segna la linea di combattimento principale dividendo i due eserciti in guerra. La discussione è minuziosa e il momento della partenza arriva in un batter d'occhio. Io prima di salire guardo, senza volerlo, ancora una volta l'antilope. Mi rendo conto che è diventata quasi una piacevole ossessione. Vorrà dire che mia nonna mi sta pensando. Siamo in volo da una decina di minuti dopo aver preso una leggera quota verso il mare Adriatico con una repentina virata che ci consente incanalarci dentro la valle del Trigno fino a girare verso destra per sorvolare l'abitato di Agnone e poi quello di Capracotta, in quel punto inizierà la missione vera e propria essendo arrivati sull'altra riva del Fiume Sangro. Superata Capracotta, quasi a toccare il campanile della chiesa, aumentiamo al massimo la velocità e il primo pilota dei sei aerei che precedono, informa il comandante, sul primo aereo del secondo gruppo, che ci stiamo dirigendo verso ovest per aggirare il Monte Arazecca. L'esecuzione della manovra di sorvolo della montagna è così repentina che dalle postazioni poste sulla cima i primi colpi di mitragliatrici raggiungono il cielo quando ormai siamo già passati. Da quel punto i primi due aerei raggiungono la cima di Monte Maiuri e scendono in picchiata e li perdiamo immediatamente di vista. Noi quattro passiamo quasi a raso al fianco nord della cima di Monte Zurrone e all'improvviso sentiamo il crepitio sinistro di un quadrinato Flak posto in una radura appena sotto di noi. I primi tre aerei passano indenni scendendo repentinamente di quota e mentre io mi accingo a seguirli vivo una sensazione duplice e allucinante. In rapidissima sequenza mi appare l'antilope disegnata sul timone di coda dell'aereo che mi precede e sento il crepitare di diversi proiettili che colpiscono un ala, si conficcano nel motore smorzando all'improvviso il suo movimento e facendo virare l'aereo verso sinistra. È la fine, il pensiero vola a mia nonna e ad alta voce mi rivolgo a lei dicendo che si sbagliava, quando affermava che sognare le antilopi di in primavera porta fortuna. Sento un brivido di freddo che scorre dietro la schiena. Poi con sorpresa mi rendo conto che la stabilità dell'aereo non è compromessa e mi rendo conto che accorgendomi di ciò una scarica di adrenalina avvolge il mio corpo e soprattutto la mia testa rendendomi vigile come non mi era mai capitato e ponendomi avanti agli occhi tutte le manovre che mi erano state insegnate nel caso mi fossi trovato in una situazione simile. Devo atterrare planando dolcemente. Devo sganciare la bomba da 227 libbre più o meno all'altezza di 750 piedi, in maniera tale che il percorso finale sia dolce e privo di pericoli. Se tutto andrà per il verso giusto, purtroppo sarò prigioniero dei soldati tedeschi. Tra i primi quattro aerei, che devono colpire i ponti più piccoli, mi trovo in posizione avanzata e perciò mantengo l'aereo leggermente a sinistra perché il ponte prima della galleria di Rivisondoli è posizionato verso nord. In prossimità del Piano dell'Aremogna, seguendo gli ordini ricevuti abbasso la quota di volo fino a toccare quasi gli alberi della cima dell'ultimo contrafforte da dove individuo immediatamente il ponte a nord che ha una sola arcata. Per essere sicuro di colpirlo scenderò fino a 75 piedi. Appena il tempo di pensarlo e con la mano schiaccio il pulsante per liberare una grossa bomba che lo colpisce in pieno. Faccio un'ampia virata e mi accorgo che nei paraggi un gruppo di tedeschi, peraltro ben mimetizzati nel terreno, che non avrei potuto vedere se avessi volato appena più alto, stanno compiendo delle operazioni lungo la strada che sale a fianco della ferrovia. Non lascio sfuggirmi l'occasione e mi preparo a mitragliare lungo tutto l'asse stradale per poi risalire in quota ripercorrendo lo stesso percorso di arrivo. Effettuata una virata completa allineo l'aereo all'asse stradale e guardando sulla sinistra mi rendo conto che anche gli altri ponti più piccoli sono stati abbattuti, l'ultimo è a ridosso del paese. Più in la lo scontro aereo per distruggere i Dieci Ponti è in pieno corso e si notano grandi nuvole di polvere alzarsi nell'aria. La missione è andata a buon fine. Apro il fuoco lungo tutto il tratto stradale trovandomi immediatamente di fronte alla montagna, quindi prendo quota, ma nel frattempo da una spianata sul fianco della cima più alta inizia a sparare una contraerea. Porca miseria! Ecco la sorpresa. Doveva capitare proprio a me. Non faccio in tempo a rendermene conto che, alzando ancor più velocemente l'aereo, sento lo schianto di due colpi che si infilano da qualche parte. Immediatamente le lancette di alcuni strumenti impazziscono e vedo uscire carburante a fiumi da un'ala, l'altimetro funziona. La prima fortuna: non c'è traccia di incendio. Ma l'aereo incomincia a vibrare maledettamente e perdo quota. Mi rendo conto che l'unica possibilità di salvezza è di atterrare con tanta altra fortuna proprio in mezzo a quel grande prato. Così compio un'ampia virata con il motore che continua a singhiozzare maledettamente. Riesco gradualmente e con grande difficoltà ad allinearlo al manto erboso. La contraerea non spara più, hanno visto che sto tentando l'atterraggio. Così facendo mi accorgo che il cuore batte forte e sembra voglia uscire dal petto. Sono operazioni compiute in brevi secondi, ma all'improvviso mi torna in mente lo sguardo lanciato verso il timone sulla pista dell'aeroporto: l'antilope! Altro che fortuna. Io, l'uomo che ha sognato l'antilope nella primavera del Sud Africa sto precipitando. Porca miseria! In un attimo ritorno alla realtà più diretta della guida dell'aereo. Incomincio ad urlare: devo salvarmi! Devo salvarmi! E mi torna davanti agli occhi il primo istruttore di volo, il buon Halker che spiegandoci come tentare di atterrare in situazioni del genere ci urlava ogni operazione da eseguire. Le ho eseguite tutte. Ecco, ecco, sono riuscito a stabilizzarlo questo benedetto aereo, lo sto portando giù come un aliante, sembra un aliante. Mi meraviglio di me stesso. Urlo per farmi coraggio. Cavolo Donald James! Ma ti rendi conto con quale sangue freddo stai compiendo manovre semplici ed efficaci? Bravo! Forza, continua così, solo trenta piedi e tocchi terra. I soldati che avevano tentato di ripararsi in qualche maniera vedendo gli altri aerei allontanarsi, sono scesi lungo la china del colle che stavano minando e vengono incontro all'aereo che si abbassa ancora. Gli passo sulla testa e sembra di toccarli, non li vedo più sono dietro, l'aereo è a dieci piedi e parallelo al suolo del grande piano. Ce l'ho fatta. E incomincio a gridare ancora più forte: ce l'ho fatta! Sono salvo! Mi balza davanti agli occhi quasi accecandomi i raggi del sole, sto contro il sole e mi appaiono sfocati i contorni dell'antilope. L'antilope di nonna Margaret. Nonna Margaret aveva ragione. L'antilope a primavera. Ma no è autunno, un maledetto autunno di montagna. E mentre l'antilope svanisce sull'erba sento un rumore quasi dolce, un fruscio. È l'erba. Il morbido fondo del Prato mi ha accolto dolcemente come la savana riceve morbidi, che quasi non la toccano, gli zoccoli dell'antilope che salta. È fatta, maledetta contraerea. Che sia maledetta la guerra! Raus! Raus! Raus! Fuori! Fuori! Fuori! Furono queste parole a ricollocarmi nella realtà, dopo che mi ero abbandonato sul seggiolino con gli occhi sbarrati guardando il cielo e cercando non più la sagoma dell'antilope ma il volto umano e paterno del Signore. Invece apparvero all'improvviso due volti sovrastati dall'elmetto. L'elmetto dei paracadutisti tedeschi. I quali con la pistola in mano aprirono il tettuccio e mi invitarono a saltare giù. Mentre giungevano e svanivano inesorabilmente i flebili rumori degli undici aerei che tornavano a Palata. Ugo Del Castello Fonte: https://roccarasozoom.it/, 24 gennaio 2019.

  • Chiesa di Dio, popolo in festa! Fatemi un po' di spazio per favore...

    Le notizie della disposizione logistica della ordinazione episcopale di mons. Camillo Cibotti al Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino (CH) sono state presentate dalla stampa e altre fonti d'informazione, in modo diverso: sarà all'interno della chiesa ed aperta solo ai possessori di pass; si svolgerà completamente all'aperto nel grande piazzale antistante il santuario. In realtà, è stato - com'è giusto e liturgico - all'interno ma, da fuori, si poteva seguire su un maxischermo allestito sul sagrato da sotto un porticato ombreggiato e con un numero congruo di posti a sedere. In effetti, la chiesa, conteneva a malapena: i fedeli di Isernia-Venafro - che per qualche ora devono essere rimaste... città deserte -, le autorità civili, il servizio d'ordine, la protezione civile, i tanti sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli, gli amici... i numerosi vescovi convenuti da diverse diocesi. Era presente - in spirito ecumenico - persino un sacerdote ortodosso di nome padre Anatoli. Non solo la grande navata centrale, quelle più piccole laterali e i transetti erano stracolmi, ma persino l'ampio presbiterio che sembrava non poter contenere i concelebranti. Per un attimo, ho temuto che... neppure il neo vescovo... trovasse posto. La Madonna ha fatto il miracolo di far entrare anche chi scrive che non era riuscita ad ottenere il benedetto pass, un dono dal cielo arrivato per mezzo di una signora che ha rinunciato ad entrare all'ultimo minuto per via del caldo temuto: "un'attenzione" della Mamma mi ha fatta trovare al posto giusto... al momento giusto. Ogni tentativo di convincere l'efficientissimo servizio d'ordine era stato vano. Fossero così incorruttibili tutti i potenti della terra! Nessuno può dire quanti eravamo, neppure per approssimazione... solo il Signore ha potuto contarci... I parcheggi, pur grandi, erano pieni in un modo che solo una foto da un aereo avrebbe reso l'idea. Una gentile signora della protezione civile, mi ha informata sulla "strana" assenza dei pullman che non vedevo: tutti erano stati dirottati verso Casalbordino lido e, i fedeli, sono stati trasportati al santuario con un servizio di navette. Per rendere con un immagine il loro numero bisogna evocare l'immagine biblica de «le migliaia di miriadi» dei figli di Rebecca e Isacco (Gen 22,60). Una simbolica "rosa dei venti" tracciata mentalmente con le risposte dei presenti, indicava gli invisibili "punti cardinali" delle varie provenienze: Casalbordino e tutti i suoi abitanti in primis, poi Isernia, Venafro, Chieti, Vasto, Campobasso, Lanciano, Teramo, Sulmona, Trivento, Avezzano, Atessa, Castel di Sangro, Termoli, Capracotta... chi può dirli tutti? Forse i parcheggi con le auto? Neppure, perché tutti i casalesi saranno venuti certamente a piedi. L'11 giugno è il giorno della festa della Madonna dei Miracoli - Patrona della Diocesi -, il giorno in cui i pellegrini sono stati tradizionalmente sempre numerosissimi e la consacrazione episcopale di mons. Camillo Cibotti di Casalbordino si è inserita nel suo grembo come un gioiello nel cuore della roccia, nel Pane spezzato, nella fraternità tutta... fin nella preziosa bottiglietta d'acqua condivisa senza schizzinosità. Persino le bancarelle dei tanti venditori ambulanti stranieri e non, con i loro colori e profumi, erano parte integrante e sostanziale del giubilo per questo evento, come i grappoli di palloncini in vendit che rallegravano bambini e cielo azzurro sì, proprio come le parole del canto: «Chiesa di Dio, popolo in festa» è stato un unicum di misteri divini e tripudio umano, tanti raggi di luce che si sono concentrati come un punto focale sotto lo sguardo di Maria. I tre vescovi previsti dalla tradizione per l'ordinazione c'erano tutti: mons. Giancarlo Bregantini arcivescovo di Campobasso-Boiano, mons. Bruno Forte (consacrante) e mons. Salvatore Visco, vescovo di Capua e amministratore apostolico della Diocesi di Isernia-Venafro, di cui mons. Camillo Cibotti prenderà al più presto il ruolo di ordinario. Erano presenti anche tutti i vescovi della CEAM (Conferenza Episcopale Abruzzese e Molisana) e tanti altri impossibile da conosce e/o riconoscere. La celebrazione eucaristica tutta, è stata sottolineata e impreziosita sin dall'inizio con dei canti meravigliosi eseguiti da un coro femminile e maschile a quattro voci. Le letture della liturgia della Parola sono state scelte dal Libro dei Proverbi (8,22-31) che prefigura Maria come Sede della Sapienza, il salmo 44 che esalta la bellezza di una Sposa e regina, la seconda lettura da quel meraviglioso libro di consolazione che è l'Apocalisse (Ap 21,1-5), nel passo che ci promette «cieli nuovi e terre nuove» e nell'immagine radiosa della Gerusalemme Celeste che come sposa scende dal cielo e delle lacrime che saranno tutte asciugate. Il Vangelo, invece, è stato quello di Giovanni delle nozze di Cana, divinamente cantato dal diacono Andrea Manzone che sarà ordinato a breve sacerdote. Nel loro "insieme", una traccia biblica tutta mariana scelta, per l'ordinazione di mons. Camillo Cibotti, che ha fatto del suo stemma episcopale un inno d'amore a Maria. Subito dopo i riti d'introduzione, il vescovo di Chieti-Vasto mons. Forte, esprime la sua gratitudine al Santo Padre per la nomina a vescovo di mons. Cibotti, segno di predilezione per la nostra chiesa locale ma, anche dispiacere per il venir meno di un aiuto importante per il suo ministero. Nell'omelia che segue, egli fa una lettura multipla del Vangelo delle nozze di Cana che presenta come prototipo dei segni che manifestano la gloria di Gesù, Maria come Colei che indica la strada ai discepoli e spiega il significato del vino come simbolo della Nuova Alleanza già prefigurata da diversi profeti. In Isaia specialmente come simbolo della Torah (la Legge ebraica) che deve riempirci fino agli occhi. Sempre il vino, per significare che Dio - con Gesù - è entrato in modo potente nella Nuova Alleanza. Poi parla delle anfore contenenti l'acqua della purificazione che rappresentano la Radice Santa del popolo ebraico e la chiesa messianica e i servi che sono l'immagine di noi tutti. Maria che parla per l'ultima volta dicendo: «Fate tutto quello che egli vi dirà», manifesta la fiducia incondizionata nel Figlio. Un "indicatore di direzione" per tutti noi e anche per il neo vescovo che viene invitato dal presule a donare ai suoi fedeli tutti e in modo prioritario la fede e l'evangelizzazione. Poi, mons. Forte, ha invitato i fedeli di Isernia-Venafro a chiedere per loro con altrettanta forza la fede al loro pastore. Egli termina con una preghiera a Maria Vergine dell'ascolto, Arca dell'Alleanza in cui cielo e terra si sono incontrati e Madre della Speranza, per sostenere Camillo vescovo nel suo ministero. Un altro interminabile applauso conclude la Liturgia della Parola. Dopo la lettura del mandato del Santo Padre segue l'interrogazione dell'ordinando sulla sua effettiva volontà di esercitare il proprio ministero fino alla morte. La risposta di don Camillo, chiara e netta nella sua pronuncia che ravviva anche la nostra fede è sempre: «Lo voglio». Subito dopo, mons. Camillo si stende prono sul tappeto predisposto, mentre il coro e tutta l'assemblea canta le litanie dei santi. È stato un momento solenne e di grande emozione: il simbolo altamente visibile dell'umiltà di un uomo che si annienta davanti a Dio e al ministero che gli sarà subito dopo conferito. Nel silenzio - ad un tratto quasi irreale - nonostante le centinaia di persone presenti, sembrava veramente di veder volare nello spazio aereo della basilica tutti quegli angeli e santi che abbiamo invocato cantando a protezione del novello pastore consacrato al Signore e alla sua gente. È seguita poi l'ordinazione vera e propria dalle mani di mons. Forte e l'imposizione delle mani da parte del consacrante e dei concelebranti. L'imposizione delle mani è un rito antichissimo, una sorta di benedizione e trasmissione dei poteri, quasi una messa a parte di qualcuno per una speciale missione. Mosè pone ad esempio la sua mano su Giosuè per farne il proprio successore (Nm 27,18-20; Dt 34,9). Il rito è proseguito con l'unzione crismale e una preghiera, la consegna del Vangelo, dell'anello, della mitra e del pastorale. Una serie di "consegne", simboli rispettivamente di: impegno e annunzio della Parola di Dio, vincolo di fedeltà alla Chiesa sposa di Cristo, fulgore della santità nel presentarsi a Cristo e della guida e cura del gregge a Lui affidato. Terminata la liturgia eucaristica e la benedizione finale, il neo vescovo mons. Camillo Cibotti ha rivolto un pensiero a tutti i presenti, preceduto e seguito da applausi scroscianti e una gioia incontenibile che si è fatta: ressa, spinte e... un continuo «fatemi un po' di spazio per favore» da parte di tutti coloro che avrebbero voluto salutarlo, parlargli, baciare l'anello, comunicargli la propria gioia, ma eravamo in tanti, tantissimi, dunque... impossibile. Lo salutiamo allora con quella preghiera che ha scritto sul proprio stemma "Non stancarti di dire Ave Maria" e ci immergiamo di nuovo in quel mondo di umanità delle bancarelle degli ambulanti, tra bambini, giovani e meno giovani, in direzione delle nostre case e famiglie: il popolo di Dio che s'incammina con mons. Camillo e tutti gli altri pastori, sulle strade del Vangelo con fede ravvivata, facendo sostare a lungo nel nostro cuore la preghiera a Maria quella Donna che spazzò le nubi della distruzione dal raccolto dei poveri e apparve ad... un povero: il contadino Alessandro Muzi nel lontano 11 giugno 1576. Una scelta non casuale, quella di questa ordinazione episcopale di don Camillo nel giorno della festa della Madonna dei Miracoli, nella sua Casalbordino: una festa "nel cuore in festa" della Mamma e di miriadi di fedeli. Nota bene: si ringrazia l'anonima signora che mi ha donato il pass, la signora Filomena Flesca di Capracotta che, con affetto materno, ha custodito le mie cose mentre cercavo di muovermi per qualche foto, e il preziosissimo giovane Daniele Petrocella di Castel di Sangro che ha scattato da postazione migliore tutte le foto in primissimo piano e le ha spedite via mail in nottata. Tutti saranno ricordati nella preghiera. Ines Montanaro Fonte: http://www.piazzarossetti.it/, 12 giugno 2014.

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