LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
2290 risultati trovati con una ricerca vuota
- I regali
I primi anni che lavoravamo all'estero, lo Zigrino e io, il tempo ci passava abbastanza bene. Eravamo partiti con l'idea di mettere insieme ventimila lire per ciascuno, tutti e due coi medesimi progetti pel nostro ritorno: comperare un campo. Dapprincipio questa occupazione, di veder crescere il nostro peculio giorno per giorno e di calcolare quanto avremmo risparmiato mangiando pane e lardo, pane e formaggio, pane e pomodori, e cucinando la sera un piatto di minestra da noi, rappresentava una divisione di giorni e di ore. Ma poi ci facemmo l'abitudine, e il tempo non passava mai. Certe volte lo Zigrino mi diceva: «Sono invecchiato qui senza accorgermene». Zigrino poteva avere quarant'anni; io ne avevo venticinque. Un giorno morì un nostro compaesano e compagno di lavoro, che non abitava con noi. Si era coricato come si mettesse in viaggio per sbrigare anche questa faccenda, e chiuse gli occhi. Ci ricordammo allora come egli era partito prima di noi dal paese, come lo ritrovammo laggiù, e i giorni che ci eravamo fatta compagnia discorrendo. Erano passati dieci anni. Da allora il tempo cominciò a precipitare, passava senza che neppure ce ne accorgessimo, come si vedono passare di notte i treni lampo. Facemmo il conto di quel salto di dieci anni che era stato tanto breve, e avevamo appena avuto il tempo di dire ogni tanto frasi come queste: «Oggi piove», «Fa freddo», «Guarda la neve», «C'è un bel sole». Ultimamente i soldi crescevano lentamente, sempre più lentamente. Li serbavamo su di noi in una tasca che ci eravamo fatta nella fodera del panciotto. A volte ci traversava la mente l'idea che se ci fossimo perduti ci saremmo perduti con qualche migliaio di lire addosso, come un bariletto di polvere d'oro. Alla fine della settimana facevamo i conti. Ci pareva a volte di avere molto più denari, perché durante la settimana facevamo la somma a memoria e finivamo col fantasticare e col credere di esserci sbagliati a contare. Lo credevamo sempre volentieri. Poi, a ricontare quei biglietti ripiegati, con quell'odore, colore e consistenza di roba usata, passata per tante mani, come qualcosa che serbasse il calore della pelle degli altri, delle mani di mezza umanità, ci accorgemmo che mancava parecchio a raggiungere la somma che credevamo di possedere. Poi ce ne dimenticavamo, e il giorno dopo c'illudevamo nuovamente mancasse poco alla cifra che ci eravamo fissa in mente. Negli ultimi tempi eravamo arrivati a diciottomila lire. Diciotto era un numero simpatico. Ma diciannove ci pareva molto bello, e venti era grasso, pieno, come un uovo pieno; ma ce ne voleva. Una mattina di festa, mentre uscivo dall'osteria tenuta da un italiano, ma non delle nostre parti, scoprii sulla proda lungo il fiume certe pianticelle che mi pareva di conoscere. Lo dissi al mio compagno Zigrino: «Bada che son piante di pomodoro e di zucca». Ci tornai e le sradicai piano piano perché non si rompessero. Erano proprio quello che dicevo: i pomodori avevano le prime fogliuzze merlettate e già si sentiva l'odore che fanno, quel profumo che i ragazzi sentono bene negli orti. E le piantine di zucca erano turchine, con le prime foglie disposte come due polmoni. È buffo, certo, pensare che cosa fa un uomo lontano dal suo paese; e ora, quando vedo gente che parte, ora che sono tornato a casa mia, fantastico su tante cose puerili che formano il segreto della gente lontana da casa. Io e lo Zigrino stavamo attenti a quelle piantine, aspettando il giorno che dalle prime foglie della zucca sarebbero venute fuori le foglie nervate. Questo ci servì a misurare meglio il tempo. Pensavamo che le piante crescono fatalmente, lasciano spuntare le foglie, e spunta un grumolo nuovo tra queste, e poi si arriva al nodo dei fiori. Ricordavamo la campagna quando pare che non si svegli mai; poi un giorno qualcosa si scioglie nell'aria, tutto diviene lesto, solerte, e le piante si mettono a crescere. E l'inverno è come se non ci fosse mai stato. Il giorno della fioritura sembrava lontano, ma perché è fatale che la pianta cresca, i giorni della pioggia e del sole divengono una prospettiva, ma sicura. Insomma, come vedere la crescita d'un fìglio. Che sembra lenta, lui pare che rimanga sempre piccino; ed ecco è già grande, e per lui il tempo ricomincia a passare senza che si fermi mai. Ed ecco una mattina avemmo ventimila lire per uno, piu il prezzo del biglietto di ritorno. Camminavamo per la città, una sera che era festa, ed era bello ora che dovevamo partire. Già diventava tutto per noi un ricordo visto da lontano; ci ricordammo di tutto quanto era stato, le sere e le mattine con certi dolori diversi, il tempo profondo come un viaggio, le parole di ieri che pareva ancora risuonassero nella nostra stanzuccia, e tutto ci tornava a mente come se lo capissimo soltanto ora. Zigrino quella sera disse: «Non hai pensato che non possiamo tornare a casa senza regali pei parenti e gli amici. I regali sono necessarii; è il più bel momento del ritorno quando la gente aspetta che tu apra la valigia: i bambini stanno in gruppo, non parlano; la donna non osa mettere le mani sulle valige e aspetta come sanno aspettare le donne. Alla fine tu cavi fuori i regali uno per uno, come animali strani, di terre lontane e i ragazzi li stringono quasi temendo di vederli scappare. Poi si parla di queste cose per molti giorni». «È vero», dissi io. «Ma se tu ti metti a comperare regali, non ti restano più ventimila lire tonde. Tra parenti e amici, pensa che cosa ci vuole. Non si possono fare cattive figure. Bisogna pensarci prima». Camminammo un poco pensierosi lungo il fiume. Io pensavo che avevo una Bibbia in ispagnolo e l'avrei portata al maestro. Ma ci voleva ben altro. «Rimaniamo ancora un anno», disse Zigrino. «In quest'anno metteremo insieme un po' di roba. Ma le ventimila lire non si toccano». Ci pareva che a toccare queste ventimila lire, sarebbero franate come quei castelli di sabbia che i ragazzi fanno sulla riva del mare. Stabilimmo una lista di oggetti da procurarci, e più pensavamo e più gente ci tornava alla memoria. Pregustammo le grida, la sorpresa, la confusione, tutto. E anche a chi non ci voleva bene avremmo regalato qualcosa; perché a volte fa bene essere grandi con chi non ci vuole. Tutte le sere, prima di andare a dormire, rimuginavamo che cosa ci sarebbe voluto per ognuno. A volte, mentre mangiavamo, ci ricordavamo d'improvviso d'una persona. Nelle lettere che ci mandavano da casa, era specificato ogni volta chi ci salutava: la moglie cominciava sempre col dire che stava bene, e cosf i ragazzi: dei ragazzi scriveva uno per uno tutti i nomi; poi scriveva i nomi dei parenti, degli amici, dei conoscenti, e il nome ci bastava di vederlo scritto perché leggessimo anche come era fatta la pesona; volevamo tanto bene alla gente nostra da sembrarci che il nome di ciascuno fosse un elemento proprio suo e formato apposta per lui, come la forma del naso e il colore dei capelli. Le lettere erano sempre le stesse; mentre io leggevo, Zigrino me ne diceva dei pezzi a memoria. A volte i nomi non venivano nella stessa sequenza delle altre volte, e ci mettevamo a domandarci se non fosse accaduto qualche cosa di male. A volte ci prendeva la curiosità di sapere come era una contrada, un pezzo di campagna, se il campo era seminato e se gli alberi fossero stati tagliati. Poi, da quando mandammo a dire che saremmo tornati presto, la lista dei nomi scomparve dalle lettere, ed era la moglie che parlava di sé e dei figlioli. Diceva che aspettava il ritorno, e la vedevamo stilla soglia della porta. Passò l'anno. Ma intanto venne la crisi, ci fu poco lavoro, e non soltanto non guadagnammo un soldo di più, ma ci mangiammo i denari del viaggio. Bisognò ricominciare daccapo a guadagnarlo. Cosi passarono altri cinque anni. Stavamo all'estero da oltre quindici anni. Partimmo un giorno quasi senza gioia. Tutti ricordano come andò coi nostri regali. Eravamo riusciti a metterne insieme parecchi. Ma le bambine erano cresciute, i bambini erano diventati grandi, e a nessuno andavano bene né le scarpe né i vestitini che avevamo comperato. In quegli ultimi anni non avevamo contato piu il tempo che passava. Quando io tirai fuori le scarpe dalla mia valigia e mi accorsi che i ragazzi mi guardavano delusi, mi arrabbiai. Volli che almeno la bimba più piccola si mettesse un paio di scarpe, ma le facevano male, e pianse tutta una sera in un angolo, fino a quando gliele tolsi dai piedi e le buttai dalla finestra. Ma al Zigrino capitò peggio: gli era morta la moglie mentre egli tornava, e lo seppe soltanto quando fu a casa. Zigrino aveva cinquantacinque anni. Stette molti giorni senza parlare, chiuso in casa. Corrado Alvaro Fonte: C. Alvaro, I regali, in R. Di Paolo (a cura di), Il Sud: un mondo da scoprire, Morano, Napoli 1972.
- Carmine Carnevale, storia di un imprenditore di Capracotta a Londra
Capracotta. Era il mese di dicembre di 58 anni fa, nel 1960, quando tra lacrime e apprensioni per il futuro, Carmine si lasciò il suo paese alle spalle e raggiunse Londra dove si ritrovò tra tanti veneti, friulani e piemontesi, a fraternizzare in una metropoli sconosciuta. Gli bastarono sei anni per mettersi in proprio ed aprire la sua prima attività. Da allora, ne ha fatta di strada, insieme alla moglie, di origine toscana, e a tutta la famiglia con cui ha condiviso successi imprenditoriali, riconoscimenti straordinari, e purtroppo lutti dolorosissimi che gli hanno strappato via gli affetti più cari per un padre. Oggi coadiuvato dall'ultimo figlio Luigi, dalle sorelle e da altri familiari, controlla un gruppo imprenditoriale con oltre 200 addetti con sede principale a Londra e presenza in varie città britanniche. Esclusivista nell'import di prestigiosi marchi del Made in Italy, ha stabilimenti produttivi nel settore lattiero-caseario e distribuisce, oltre a prodotti di grandi marche, anche le tipicità proprie dell'Alto Molise a conferma di un legame affettivo con la sua terra d'origine che è rimasto sempre saldo e forte. Recentemente ha voluto rilevare, ristrutturare, in modo mirabile, e riaprire l'hotel-ristorante Monte Campo restituendolo alla comunità come frammento di un mosaico che innalza e arricchisce l'offerta ricettiva di uno dei borghi più suggestivi degli Appennini. Ieri, al termine di alcuni giorni in cui ha inteso condividere le bellezze e le tradizioni della sua terra con molti dei suoi dipendenti, scrutando un paesaggio meraviglioso gli è tornato in mente quell'inizio di dicembre del 1960 quando, a 19 anni, si incamminò verso l'ignoto senza conoscere una parola d'inglese né avere nessuno che lo aspettasse o a cui rivolgersi a Londra. Stringendomi il braccio mi ha detto «mai avrei pensato di tornare qui dopo 58 anni da imprenditore. Nell'andar via ero solo animato dalla voglia di conoscere il mondo, lavorare e vivere onestamente». Con Carmine e la sua famiglia ci siamo conosciuti nel 2011, quando mi accolse e mi fece visitare le sue aziende a Londra e a Bedford, cogliendo la sua giustificata soddisfazione per i meritati risultati che aveva raggiunto. Lo incoraggiai a tenere vivo il legame con il Molise ringraziandolo per l'idea, che già coltivava, di investire a Capracotta. Da allora non ci siamo più persi di vista e ieri mi sono ritrovato a condividere con Carmine, Luigi e una miriade di collaboratori di varie etnie, una giornata ricca di emozioni, sguardi, saluti e qualche ricordo personale triste, come quelli che puoi vivere solo nelle terre del nostro Sud, dove l'anima di chi emigra resta sempre a cavallo tra luogo di partenza e luogo di arrivo. Michele Petraroia Fonte: https://www.molisenews24.it/, 12 dicembre 2018.
- Ho letto e vi racconto "Io e la civiltà sannitica"
"Io e la civiltà sannitica" prende spunto dal ritrovamento della cosiddetta Tavola di Agnone, una lamina di bronzo del IV secolo a.C. in lingua osca che riporta i nomi delle divinità di quella civiltà e che ora è conservata al British Museum di Londra. Tale ritrovamento, avvenuto nel 1848 nel paese di origine del prof. De Simone, Capracotta, viene erroneamente attribuito ad Agnone da cui il reperto prende nome. De Simone nel suo studio rivendica a gran voce, sottolineando l'importanza del reperto, che la lamina osca sia chiamata Tavola di Capracotta. Continua poi con passione ed entusiasmo la sua indagine ricostruendo la storia di quel popolo antico per evidenziarne i caratteri e farne rivivere l'ideale: l'Italia come confederazione. Un sistema cioè di vita associata che, mantenendo intatte la libertà, l'indipendenza, la sovranità originaria di ciascun gruppo etnico, proponeva un'alleanza con altri gruppi etnici tra i quali una dialettica permanente che ne regolasse i rapporti. Il sistema di vita politico proposto dai Sanniti è quindi di estrema attualità perché sottolinea oggi come allora lo sforzo che deve essere fatto per organizzare un potere sicuro che non sia tirannico ma in grado di assicurare la vasta gamma delle libertà pubbliche e private perché tali libertà realizzano l'ideale della libertà in assoluto. Le caratteristiche principali di questo popolo furono quindi la difesa della propria indipendenza ed il rispetto per l'indipendenza degli altri popoli con i quali proponevano di vivere in confederazione. Tito Livio dice dei Sanniti, sottolineandone in modo esemplare il carattere fiero: «Erano così instancabili nella difesa, anche senza successo, della propria libertà che preferivano rischiare la sconfitta che rinunciare alla vittoria». In questo lavoro il Professore, presentandoci un popolo antico della storia del nostro Paese, ci lancia quindi dei messaggi forti ed un invito al rispetto dell'altrui dignità e libertà dandoci modo di conoscere ed apprezzare un uomo. Vanda Oggioni Fonte: V. Oggioni, Ho letto e vi racconto "Io e la civiltà sannitica" del prof. Antonio De Simone, in «Mosè Sera», I:1, Monza, gennaio 1998.
- Polvere di cantoria
Non la vedi ma è lì. Nel silenzio esalta il raggio di sole che dalle grandi finestre corre a far brillare le dorature lignee nel loro abbraccio con le canne argentine. È testimone del passaggio dei secoli e si diverte a sporcare le labbra e le mani degli artigiani che fanno rivivere le note del tempo. Ha visto allievi con le mani incerte e maestri sereni. Davanti a lei la scienza si lega all'arte e lo spirito si fa armonia. Si agita nel forte generale e si quieta nelle sonorità tenui che invitano alla meditazione e, per chi crede, alla preghiera. Vive nel respiro incessante dei mantici e, quando tutto ormai tace, aspetta che il vento diventi, ancora una volta, musica. Ha visto la luce di speranza brillare negli occhi di tanti artisti ed è stata incolpata per un suo granello tramutatosi in lacrima. Si è mescolata alle volute di incenso e al profumo degli spartiti. È polvere, solo polvere, null'altro che polvere... ma polvere di cantoria... Francesco Di Nardo
- "Addio alle armi": la figura del Cappellano, Ettore Moretti e Nick Nerone (II)
L'altra fonte potenziale per le informazioni di Hemingway sugli Abruzzi è Beato Nicola Nerone (Nick), una figura che è nota agli studiosi di Hemingway, ma l'intera portata della sua influenza su Hemingway e sulla scrittura di "Addio alle armi" non è stata in precedenza esplorata. Antonio Di Nardo (1929-2016), per diversi anni medico condotto di Capracotta, nelle sue "memorie" scrive che il suo insegnante di scuola elementare era Dante Nerone di Pietrabbondante, un altro paese di montagna a circa 20 chilometri a sud di Capracotta. Dante Nerone ha insegnato a Capracotta dal 1932 al 1939, e prima di allora nessun legame è stato trovato tra la famiglia Nerone e Capracotta. Nei registri di Pietrabbondante, abbiamo trovato diverse persone di nome Nerone: uno di loro si chiamava Beato Nicola, nato il 29 dicembre 1895 e fratello maggiore di Dante. Beato Nicola emigrò negli Stati Uniti quando aveva 10 anni con una sorella e due zii materni. Ha frequentato il liceo negli Stati Uniti e una foto della classe del secondo anno mostra Nick con sua sorella e un'amica; nel 1915, dopo la licenza liceale è tornato in Italia perché chiamato alle armi e arruolato. Negli archivi del Regio Esercito Italiano abbiamo ritrovato i fogli dello stato di servizio di Beato Nicola. Il 27 novembre 1915 è entrato come allievo ufficiale all'Accademia militare di Modena, il 18 marzo 1916 è stato assegnato al 206° Reggimento di fanteria ed il 6 aprile 1916 è arrivato in territorio di guerra. L'8 ottobre 1917 è stato ferito e ricoverato all'ospedale militare di Como; è stato dimesso il 16 aprile 1918 con un anno di servizio sedentario. Il 10 agosto 1918 è stato distaccato presso la 7a Compagnia Scaricatori aggregato al Deposito "Savoia Cavalleria", a Milano. Durante questo periodo è stato sottoposto a terapia riabilitativa presso l'Ospedale Maggiore di Milano, dove era in cura anche Hemingway. Il 19 novembre 1919 è stato congedato ed è tornato negli Stati Uniti. Per il servizio prestato in guerra è stato insignito con tre distintivi d'onore per le ferite subite. Ha inoltre ricevuto le seguenti medaglie al valore: Croce al merito di guerra; Medaglia d'argento al valore militare (20-21 maggio 1916, Marcai di Sopra- Passo Vezzena); Medaglia di bronzo al valore militare (1-3 novembre 1916, San Marco); Medaglia di bronzo al valore militare (19 agosto 1917, Monte S. Marco di Gorizia); Medaglia di bronzo al valore militare (9 ottobre 1917, Bainsizza). Ha ricevuto la prima ferita e la Medaglia d'argento al valore durante la Strafexpedition austriaca sull'Altopiano di Asiago, le tre medaglie di bronzo e le altre ferite sul fronte dell'Isonzo. Al tempo della sconfitta di Caporetto (24 ottobre 1917), Nick era ricoverato in ospedale a Como, dove rimase per sei mesi. È probabile che Nerone ed Hemingway si incontrarono per la prima volta a Milano, all'Ospedale Maggiore, dove entrambi andavano per la riabilitazione, tra agosto e ottobre 1918. Il nome di Nick Nerone compare tre volte nelle lettere di Hemingway, due volte nel 1918 e una nel 1921. La prima è una lettera alla famiglia scritta l'11 novembre 1918 (giorno dell'armistizio): Terminate le cure sono stato invitato da un ufficiale italiano a prendere due settimane per la caccia e la pesca alla trota nella provincia degli Abruzzi. Vuole che trascorra il Natale ed il Capodanno nella sua casa di campagna e garantisce una bella caccia alla quaglia, al fagiano ed al coniglio. Gli Abruzzi è luogo assai montuoso, ed è nel sud dell'Italia e sarà molto bello nel mese di dicembre. Ci sono diversi fiumi con buone trote e Nick sostiene che la pesca è buona. Perciò farò lì la mia licenza. «Nick» è quasi certamente Nick Nerone, che evidentemente si riferiva all'Abruzzo come la sua provincia. Poi ancora, il 28 novembre 1918, Hemingway scrive alla famiglia: «Ho promesso a Nick che andrò a caccia con lui negli Abruzzi». Tuttavia, proprio come Frederic Henry nel romanzo, Hemingway non mantenne la sua promessa a Nick. Durante le sue vacanze di Natale, prima di tornare negli Stati Uniti, scelse invece di andare con James Gamble a Taormina, in Sicilia, che, come sappiamo, è il limite estremo dei viaggi di Frederic Henry nel romanzo. Nel 1921, Nick Nerone fu mandato a Chicago per lavorare nel consolato italiano e lì con Hemingway rinnovarono la loro amicizia. Durante l'estate e l'autunno del 1921, si incontrano spesso e tirano di boxe insieme. Michael Reynolds definisce l'amicizia di Hemingway con Nick durante l'estate del 1921 «un dono inaspettato, un antidoto per l’umore instabile di Hemingway». Quando Hemingway condivise con Nick il suo desiderio di tornare in Italia con la sua futura moglie, Hadley, Nick incoraggiò ancora una volta il suo amico ad andare in Abruzzo, e così prese accordi per la giovane coppia. In una lettera a Grace Quinlan del 21 luglio 1921 (il suo 22° compleanno), Hemingway spiegò: Andremo a Napoli e resteremo lì finché arriva il caldo della primavera. Suppongo a Capri e poi negli Abruzzi. Probabilmente a Capracotta - c'è un bel torrente per le trote lì - il Sangro - il campo da tennis ed è a 1.200 metri sopra il livello del mare - il posto più bello di cui tu abbia mai sentito parlare. Ho tutte le notizie sui prezzi eccetera dal mio miglior amico, Nick Neroni, che è appena arrivato in questo paese. Siamo stati insieme in guerra e se ne è rimasto un po' con me e mi ha dato tutte le informazioni. Lui tornerà in autunno e ci organizzerà tutto. Abbiamo quindi le prove scritte che Nerone parlò a Hemingway degli Abruzzi e di Capracotta. Tuttavia, ancora una volta, la visita in Abruzzo con Nick Nerone non è mai avvenuta. Gli sposi Hemingway andarono invece a Parigi su consiglio di Sherwood Anderson. Perciò Hemingway non ha mai visitato l'Abruzzo, nonostante l'incoraggiamento entusiasta di Nick Nerone. L'inclusione degli Abruzzi nel romanzo e la disattesa promessa di Frederic di andarci potrebbe derivare dal senso di colpa di Hemingway per aver deluso due volte il suo amico Nick Nerone. Il fascino di Nick su Hemingway è evidente in gran parte della sua narrativa. Nella sua storia inedita "The Passing of Pickles McCarty or The Woppian Way", il protagonista è un pugile italo-americano di nome Nick Neroni, che cambia il suo nome in Pickles McCarty, descritto come «un pugile da strapazzo che si guadagnava da vivere come pugilatore negli incontri di contorno a quelli principali. Uno di quei giovani pieni di buona volontà che si possono vedere se si arriva abbastanza prima dell'incontro più importante, e che con gran versamento di sangue e gran roteare di braccia si menano di brutto sul ring finché uno finisce K.O. per un minimo fisso garantito». Non è difficile vedere nel pugile italo-americano tornato clandestinamente in Italia e arruolato negli "Arditi", la figura dell'amico di Hemingway, Nick Nerone. E in "Addio alle armi", Nick Nerone quasi certamente è il modello per il personaggio di Ettore Moretti, descritto come un ventitreenne italiano che viveva negli Stati Uniti, allevato con una sorella da uno zio, diplomato al liceo e arruolato nell'Esercito italiano come tenente, desideroso di diventare capitano, tre volte ferito e più volte decorato, tutti dettagli che corrispondono perfettamente a Nick Nerone. C'è motivo di credere che Nick Nerone fosse negli Abruzzi con la sua famiglia prima del luglio del 1921 e che abbia visitato Capracotta, all'epoca una stazione sciistica molto importante nell'Italia centro meridionale. Nicoletta Conti (1883-1958), un'anziana signora del villaggio, raccontava che negli anni immediatamente successivi alla guerra, tra il 1920 e il 1921, un giovane che gli abitanti del paese chiamavano "l'Inglese" trascorse alcuni giorni a Capracotta. Era Beato Nicola Nerone che tornò in America nel luglio del 1921 e invitò Hemingway a visitare Capracotta negli Abruzzi? Se è così, non possiamo escludere che abbia conosciuto o sentito parlare di padre Placido, un frate popolare della zona. Nel 1922 Nick Nerone è tornato in Italia dove ha continuato la sua passione per il pugilato. Tuttavia non c'è più traccia di contatto tra Nick ed Ernest dopo il 1922, quando Hemingway si trasferisce in Francia, forse a causa delle loro divergenti scelte di vita. Nick Nerone infatti, divenne un fascista convinto e militante, mentre Hemingway diventò antifascista. Nel 1940 Nerone si laurea in Lingue e Letterature straniere all'Università di Venezia, insegna inglese a Bojano e poi a Campobasso dove in seguito si sposa e ha un figlio, Antonio, che continua a custodire la memoria di suo padre e gentilmente ci ha concesso l'accesso alle sue carte. C'è una coda in questa storia: secondo un nipote di Nick Nerone, che ci ha contattato, Nick fece un ultimo tentativo di comunicare con Hemingway quando il famoso scrittore visitò l'Italia nel 1948. Chiese a suo cognato, Ugo de Iorio, di consegnare a mano una lettera a Hemingway presso l'hotel in cui si trovava a Roma. Tuttavia non sappiamo quale messaggio ci fosse nella lettera. Non c'è tra i documenti di Hemingway alla JFK Library e non sappiamo se Hemingway abbia mai risposto. Beato Nicola Nerone è morto a Campobasso il 21 agosto 1951 all'età di 56 anni. I dettagli di Hemingway sugli Abruzzi e su Capracotta sono troppo vividi per non provenire da qualcuno con una profonda conoscenza della regione. Quella persona era padre Placido o Nick Nerone o forse entrambi? Finché non avremo la prova che Hemingway ha incontrato padre Placido in Italia, una risposta definitiva alla domanda rimarrà inevasa. Tuttavia è quasi certo che uno o entrambi siano la fonte delle informazioni di Hemingway, che hanno dato un contributo importante al tema di "Addio alle armi", un romanzo che chiarisce l'amore di Hemingway per l'Italia e il suo popolo. Vincenzino Di Nardo e Michael Kim Roos Fonte: V. Di Nardo e M. K. Roos, "Addio alle armi": la figura del Cappellano, Ettore Moretti e Nick Nerone, in «Ácoma», XXV:15, 2018.
- "Addio alle armi": la figura del Cappellano, Ettore Moretti e Nick Nerone (I)
In "Addio alle armi", tramite Frederic Henry e per via del Cappellano, Ernest Hemingway descrive il paese di Capracotta e gli Abruzzi, nell'Italia centrale, in maniera così poetica, vivida ed accurata da convincere qualunque nativo di Capracotta, che i dettagli siano stati forniti da qualcuno con una conoscenza diretta della regione. Nel secolo scorso Capracotta faceva parte degli Abruzzi, divisi poi in due separate Regioni: Abruzzo e Molise. Capracotta fa ora parte del Molise. Questo idilliaco paese, a 1.421 metri sul livello del mare, il più alto degli Appennini a quel tempo, era noto non solo per le abbondanti nevicate e un clima freddo, come descrive Hemingway, ma anche come luogo di pace e bellezza, dove tutti trattano gli altri con rispetto e ospitalità. Queste abitudini, comprese le serenate notturne alle ragazze, erano comuni fino a qualche decennio fa. Hemingway ha catturato tutto molto bene. Tuttavia quando scrisse il romanzo non aveva mai visitato Capracotta o gli Abruzzi, né li avrebbe mai visitati per il resto della sua vita. Pertanto, sorge la domanda: chi fornì a Hemingway i dettagli sugli Abruzzi che avrebbe poi usato così efficacemente nel romanzo? Nessuno dei biografi o dei commentatori di Hemingway ha dato una risposta soddisfacente a riguardo. Nella nostra vasta ricerca attraverso gli archivi italiani e le lettere di Hemingway, abbiamo identificato due potenziali fonti. Uno è un sacerdote, Rodolfo D'Onofrio, ovvero padre Placido, originario di Capracotta, prete-soldato nell'esercito italiano probabilmente sul fronte del Piave. L'altro è Beato Nicola (Nick) Nerone, anch'egli nato negli Abruzzi, trasferito negli Stati Uniti da ragazzo e tornato poi in Italia per prestare servizio nell'esercito italiano durante la Grande Guerra. Uno di essi o entrambi avrebbero potuto fornire a Hemingway le informazioni sugli Abruzzi. Non possiamo essere certi che Hemingway abbia mai incontrato padre Placido, ma i tratti fisici del sacerdote e il suo carattere corrispondono a quelli del cappellano di "Addio alle armi". D'altra parte, sappiamo per certo che Hemingway non solo incontrò, ma divenne amico di Nick Nerone a Milano durante la convalescenza nel 1918. Nel 1921 poi il loro legame si rafforzò durante il periodo in cui Nerone prestò servizio nel consolato italiano a Chicago e Hemingway stava per intraprendere la sua vita di aspirante scrittore in Europa. Nerone è il modello per il personaggio di Ettore Moretti in "Addio alle armi". Nel romanzo, ovviamente, Frederic apprende degli Abruzzi dal cappellano, di cui non è citato il nome e che è uno dei più stretti amici di Frederic (oltre al tenente Rinaldi, il chirurgo, e poi a Catherine Barkley). Nel secondo capitolo, il cappellano invita Frederic a visitare gli Abruzzi durante il suo allontanamento dal fronte nell'inverno del 1916-1917. Tuttavia, dopo il congedo di Frederic, quando torna al fronte nel terzo capitolo, delude profondamente il cappellano dicendogli che non è stato negli Abruzzi, ma nelle città italiane di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Villa San Giovanni, Messina, e Taormina, dove apparentemente si era abbandonato ai piaceri sensuali che non avrebbe potuto ottenere invece negli Abruzzi. Eppure il gentile cappellano lo perdona e rimangono amici. Anche se Frederic non sviluppa mai il tipo di fede e di amore per il Signore che ha il cappellano, continua a pensare a lui anche dopo aver disertato l’esercito, durante la ritirata di Caporetto, ed il Cappellano ha nel romanzo l'importante funzione di rappresentare la fede religiosa bilanciando il materialismo razionalista dell'ateo Rinaldi. Questo timido sacerdote è molto diverso dal distaccato prete descritto nel racconto di Hemingway del 1927 "Un idillio alpino", che non risponde al saluto «Grüss Gott» e non risponde mai a nessuno se non con freddo inchino; al contrario, il cappellano di "Addio alle armi" è timido, educato, parla con tutti, sorride anche a coloro che vorrebbero prenderlo in giro, ma è fermo nella sua fede e spiega a Frederic il significato dell'amore. La maggior parte dei tentativi per identificare la fonte del cappellano si sono concentrati su due persone: don Giovanni Minozzi e don Giuseppe Bianchi. Così come il sacerdote del romanzo, don Minozzi (1884-1959) era abruzzese, ma non di Capracotta poiché era nato ad Amatrice, che a quel tempo era nel nord degli Abruzzi (ora nel Lazio), a circa 200 chilometri a nord di Capracotta. Don Minozzi non poteva avere il tipo di conoscenza dettagliata di Capracotta che il cappellano mostra di avere nel romanzo. Era capitano dell'Ordine dei Cavalieri di Malta e poi, dall'ottobre del 1916, al servizio nell'Intendenza Generale del Regio Esercito Italiano. Lo storico Olin D. Wannamaker lo descrive come «un uomo energico, molto impulsivo, una sorta di vortice», molto diverso dal cappellano del romanzo. Don Minozzi era un uomo d'azione; si muoveva lungo tutto il fronte di guerra, dietro le prime linee, ed era ben noto per aver promosso la creazione di numerose "case del soldato". Più tardi, sebbene non fosse un fascista, ebbe buoni rapporti con il Duce, Benito Mussolini. Inoltre dal suo diario di guerra sappiamo che don Minozzi dal 21 giugno al 7 luglio 1918 non era nella regione del Basso Piave dove si trovava invece Hemingway. Pertanto, è estremamente improbabile che lui e Hemingway possano essersi incontrati e diventati amici. Dovremmo perciò escluderlo dalla nostra considerazione come fonte per il cappellano del romanzo. D'altra parte don Giuseppe Bianchi (1882-1965), un sacerdote di Firenze, è stata una scelta comune degli studiosi di Hemingway quale fonte per il cappellano, soprattutto perché è probabile che lui e Hemingway si siano incrociati sul fronte italiano. Don Bianchi era tenente del 70° Reggimento Fanteria della Brigata di Ancona (69° e 70° Reggimenti), che si trovava infatti nel Basso Piave durante il periodo in cui Hemingway era colà distaccato. E Don Bianchi doveva occuparsi anche del 69° Reggimento, il cui cappellano, all'epoca, era ricoverato per ferite. E poiché il rapporto cappellani/preti-soldato era all'epoca di 1 a 7, riteniamo che in quella Brigata (69° più 70° Reggimenti) ci fossero altri preti-soldato. Tuttavia, a differenza di Frederic e del cappellano nel romanzo, è improbabile che don Bianchi abbia frequentato la stessa mensa di Hemingway e abbia avuto una intima conoscenza degli Abruzzi. Da Giovanni Cecchin e dal diario di don Bianchi sappiamo che quest'ultimo era a Pralongo (Casa Scrinzi), la sede del comando del Reggimento, a circa sei chilometri da Castelletto (Casa Botter), dove si trovava invece Hemingway, e a sette chilometri da Fossalta di Piave dove lo scrittore fu ferito. Don Bianchi frequentava la mensa degli ufficiali di grado più elevato, mentre la mensa descritta nel romanzo e frequentata da Frederic è quella di un ospedale da campo dove l'ufficiale di grado superiore era solo un maggiore. Giovanni Cecchin racconta che dopo essere stato ferito, Hemingway ricevette il primo soccorso a Fornaci di Monastier e il giorno seguente fu trasferito a Melma di Treviso (ora conosciuta come Silea di Treviso) circa undici chilometri a ovest di Fornaci dove c'era, secondo Richard Owen, un ospedale della Croce Rossa con personale volontario della Repubblica di San Marino. Il cappellano di questo ospedale da campo si chiamava don Giuseppe Guidi, di San Marino. Lo studioso italiano Giovanni Cecchin sostiene che a Fornaci, don Giuseppe Bianchi riconobbe Hemingway e lo battezzò. Il biografo di Hemingway, Jeffrey Meyers, usando come fonte il Cecchin, dichiara: «A Fornaci, un prete fiorentino, don Giuseppe Bianchi, passò accanto ai feriti, mormorando parole sante e ungendoli». Hemingway in seguito dichiarò ad Ernest Walsh di aver ricevuto il sacramento dell'estrema unzione in quel momento, anche se questo è molto improbabile dal momento che Hemingway non era stato ferito mortalmente. Nel marzo del 1927, durante un viaggio attraverso l'Italia con Guy Hickock, Hemingway fu incaricato dalla futura moglie, Pauline Pfeiffer, di cercare il cappellano che lo aveva battezzato quando fu ferito e riportare la prova scritta del battesimo per potersi sposare nella chiesa cattolica di Parigi. In una lettera a Isidor Schneider del 23 marzo 1927, Hemingway dice che era «su alla Repubblica di San Marino per vedere un prete che conoscevo durante la guerra». Hemingway e Hickok si recarono a San Marino, che si trova a circa 380 chilometri a nord di Capracotta, per incontrare il dott. Amedeo Kraus, direttore dell'Ospedale della Croce Rossa a Villa Varetton, dove Hemingway fu curato per un breve periodo dopo essere stato ferito. Kraus però non c'era, essendosi trasferito. I due, tuttavia, incontrarono don Giuseppe Guidi, il sacerdote dell'ospedale da campo. Così padre Guidi è il sacerdote al quale Hemingway si riferisce nella lettera a Schneider. Comunque nel suo diario di guerra don Guidi, così come don Bianchi, nulla dice dell'incontro con Hemingway né avrebbe potuto avere una profonda conoscenza di Capracotta e degli Abruzzi. Hemingway e Hickok andarono poi a Rapallo per incontrare Ezra Pound. Don Giuseppe Bianchi a quel tempo, dopo essere entrato nell’'rdine dei Frati Benedettini con il nome di "Frate Gerardo Maria", era «priore» del Monastero di San Prospero a Camogli, circa nove chilometri da Rapallo, ma non abbiamo trovato prove in quell'archivio che Hemingway e Hickock si siano ivi recati. Inoltre il diario di guerra di don Bianchi (fra Gerardo Maria) è conservato nell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, dove il frate ha vissuto fino alla fine della sua vita, ma non contiene alcuna traccia della storia di Hemingway, nessuna traccia di un incontro tra lo scrittore e il frate, non un certificato di battesimo né una foto dei due. In realtà, nessun certificato di battesimo di Hemingway è mai venuto alla luce. Insomma, non ci sono prove che Hemingway abbia incontrato don Bianchi nel 1927 ed ottenuto un certificato di battesimo da riportare a Parigi. Non c'è nulla che suggerisca una qualche familiarità che avrebbe indotto Hemingway a modellare il cappellano di "Addio alle armi" su di lui. Noi riteniamo che la fonte più probabile per il cappellano del romanzo sia padre Rodolfo D'Onofrio, nato a Capracotta il 23 agosto 1882 e morto a Roma il 23 aprile 1938. Chiamato alle armi nell'aprile 1903, quando era ancora chierico, con la qualifica di «infermiere», fu congedato nel settembre 1904. Nel giugno 1905 fu ordinato sacerdote (frate cappuccino) con il nome di "Padre Placido da Capracotta". Nel maggio 1915 fu poi richiamato nel Servizio Sanitario della 9a Compagnia di Sanità di Roma con il grado di caporal maggiore e poi di sergente; nel 1918 fu trasferito alla 7a Compagnia di Sanità di Ancona. Sfortunatamente nel foglio matricolare militare non si fa quasi mai menzione della zona di destinazione del soldato, ma compare solo la dizione «in zona di guerra». Non sappiamo quindi dove il sacerdote si trovava; probabilmente nella stessa area del 70° Reggimento della Brigata Ancona nello stesso periodo in cui Hemingway era lì. Inoltre, nel temperamento e nella descrizione fisica, padre Placido è più vicino al cappellano del romanzo di quanto non lo siano don Minozzi o don Bianchi. In "Addio alle armi", il sacerdote è descritto come giovane, piccolo, bruno e timido; arrossisce facilmente ed è antimilitarista. Nessuno dei sacerdoti presi in considerazione, tuttavia, era tecnicamente molto giovane nel 1918. Don Minozzi avrebbe avuto trentaquattro anni, mentre sia don Bianchi che padre Placido ne avrebbero avuto trentasei. Entrambi sarebbero stati considerevolmente più vecchi del diciannovenne Hemingway. Ma è ragionevole che Hemingway abbia descritto il cappellano del romanzo così giovane per accentuare la sua purezza e innocenza, tratti che si adattano meglio a padre Placido. Dai registri dell'esercito risulta che Rodolfo D'Onofrio era piccolo (163,5 cm.), molto più basso di don Minozzi (179 cm.) o di don Bianchi (176,5 cm.), entrambi più alti della media per il tempo. Inoltre don Minozzi e don Bianchi fecero richiesta per essere nominati al rango di tenente cappellano, ma padre Placido non lo fece, segno della sua timidezza e del suo antimilitarismo. Padre Placido era un "prete soldato", non un ufficiale, anche se, al pari degli autisti americani di ambulanze, gli sarebbero stati concessi dei privilegi. È più probabile perciò che si sarebbe potuta creare un'amicizia con il giovane Hemingway, che non era nemmeno lui un ufficiale. Dopo aver lasciato l'Esercito, padre Placido fu nominato segretario della Provincia monastica di Roma e successivamente inviato in Sardegna, forse per ragioni politiche, ovvero perché non gradito al regime fascista, riferiscono i compaesani di Capracotta, un fatto, questo, che potrebbe aver ispirato l'atteggiamento pacifista del sacerdote del romanzo. In conclusione, Rodolfo D'Onofrio sarebbe stato un modello molto più aderente al cappellano del romanzo di qualsiasi altro sacerdote considerato dagli studiosi di Hemingway. Tuttavia, non abbiamo alcuna prova che lui e Ernest Hemingway si siano mai incontrati, quindi la nostra teoria rimane una congettura. Vincenzino Di Nardo e Michael Kim Roos Fonte: V. Di Nardo e M. K. Roos, "Addio alle armi": la figura del Cappellano, Ettore Moretti e Nick Nerone, in «Ácoma», XXV:15, 2018.
- Monte S. Onofrio e il piano di Capracotta
Monte S. Onofrio Agnone, provincia di Campobasso, 4 settembre 1901. Siamo in otto: Salvatore Piccoli e i suoi 2 fratelli; i 3 fratelli Mastrostefano, Cellario ed io. Si parte alle 6:50 da Agnone, prendendo la strada di Castiglione. Per viottole e sentieri raggiungiamo la vetta alle 8:50. Credo che siamo all'altitudine di m. 1.400. Di lassù si scorge l'Adriatico; a nord ovest si ha la Maiella; ad occidente M. Capraro e il piano di Capracotta; a sud dietro ad altre montagne distinguesi il Matese, e si scorge a sud-est il castello di Campobasso; ad oriente la catena del Pizzuto e M. Mauro. Ridiscendiamo alle 11, e rientriamo in Agnone alle 13. Piano di Capracotta Agnone, 7 settembre 1901. Il dottor Piccoli con tre suoi figliuoli, il professore Armanni Luciano, i fratelli Mastrostefano ed Erasmo Micherelli verso le 6 del mattino si avviano in carrozza da Agnone a Capracotta. Arturo Cellario, Salvatore Piccoli ed io li seguiamo in bicicletta. La strada sale fino al Muro Mingone e ai Tre Termini, per ridiscendere un poco fino al Casone degli Staffoli e poi risalire fino a Capracotta. Attraversiamo il bosco Girardi, lasciando a sinistra il castello del marchese Girardi, posto su un'altura. Si distendono intorno a noi estesi pascoli dove migliaia di bovini pascolano, ricchezza di questi bei siti delle montagne abruzzesi. Alla sinistra s'erge il Monte Capraro (m. 1.721). Giungiamo a Capracotta alle 10:40, simpatico villaggetto, posto all'altitudine di circa 1.400 metri. Siamo ricevuti gentilmente in casa del signor Conti. Si fa un po' di riposo e, a piedi, per comodi sentieri, giungiamo alla vetta del Campo di Capracotta alle ore 12:30. Credo che siamo all'altitudine di m. 1.676. Una grande croce sovrasta alla cima. La giornata non ci è molto propizia, pure grandioso è lo spettacolo. Indistinta travediamo la costa dell'Adriatico, fra Ortona e il promontorio Gargano. Ci si assicura che con un tempo sereno si distinguono le vele delle barche, le isole Tremiti e perfino le coste della Dalmazia. Sette province di lassù si dominano: Campobasso, Foggia, Benevento, Terra di Lavoro, Chieti, Aquila e Teramo. Un visibilio di montagne, di valli, di fiumi, di strade, di villaggi scorgesi. Che bellezza, che imponente spettacolo! Alle 13 ridiscendiamo. Siamo in casa del signor Conti fino alle 17, e di poi i 3 ciclisti partono per Carovilli, per proseguire l'indomani il viaggio in bicicletta fino a Napoli. Manlio Simonetti Fonte: M. Simonetti, Passeggiate ed ascensioni, in «L'Appennino Meridionale», IV:1-2, Napoli, gennaio-aprile 1902.
- Salvatore Rossetti cittadino onorario di Capracotta
Salvatore Rossetti, classe 1933, è un'autentica istituzione di Capracotta. Da oltre 80 anni, col suo fedele Fiat 241, parte da Perano, in provincia di Chieti, e raggiunge Capracotta per vendere frutta e verdura sceltissima, pesata alé alé con l'altrettanto fedele stadera. Tutti lo conosciamo col nome di Salvatóre de Peràne ma in realtà vive a Scosse, una frazione di Altino, lì dove si coltiva il celebre peperone dolce di Altino (che ha pure un museo), comune confinante con Perano. Chi conosce bene Salvatore sostiene che i suoi orti siano speciali ed è grazie ai frutti del suo lavoro annuale che, instancabilmente, raggiunge Capracotta per rivenderli. Salvatore Rossetti è forse l'ultimo rappresentante dell'antica classe dei carrettieri peranesi, dove un tempo vi erano oltre 80 famiglie dedite a questa attività. Salvatore vende frutta e verdura a Capracotta da ben 83 anni, da quando cioè aveva 6 anni e, col carretto trainato dal cavallo, si recava nel paese altomolisano insieme a suo padre Cosimo. Successivamente utilizzò l'Apecar ed infine il camioncino attuale, prodotto dalla Fiat tra il 1965 e il 1983. Personalmente lo ricordo pranzare sempre al Rifugio "Prato Gentile" gestito da Mario Comegna e Teresa Venditti, coi quali aveva un rapporto speciale, soprattutto dopo la dipartita della moglie Giuseppina, un evento luttuoso che lo ha segnato nel cuore ma non nelle membra, rimaste agili e iperattive come un tempo. Salvatore Rossetti va considerato cittadino onorario di Capracotta e chissà che un giorno non lo diventi davvero! Francesco Mendozzi
- Fai come Joe Paglione: segui il cuore e non dimenticare la tua identità
Quando Joe Paglione, residente nel South Jersey, è stato inserito nella Italian American National Hall of Fame nel 2009, sono stati menzionati tre suoi risultati: il club "Amici della Lingua Italiana", da lui fondato nel 1996 e che oggi conta circa 200 soci; il suo lavoro nelle comunità locali italo-americane; la realizzazione del Monumento all'Emigrante nel suo paese natale, Capracotta. Questi risultati scaturiscono dal suo eterno ottimismo e dalla sua bontà. « Voglio essere ricordato come una persona a cui importa chi siamo » , ha detto. Paglione, infatti, aveva 13 anni quando iniziò la sua formazione come sarto. Era ancora adolescente quando la famiglia si trasferì dall'Italia nella contea di Burlington e lì rimase con lo zio finché non mise su famiglia. Dopo dieci anni di lavoro per conto terzi, nel 1968 avviò la propria attività, vendendo e confezionando « di tutto, dalle scarpe ai cappelli » . Ora è « abbastanza grande per andare in pensione [ma] mi piace quello che faccio e mi piace essere attivo » . Tuttavia ha abbassato i costi, riducendo il negozio da 4.000 piedi quadrati a 500 e limitando le ore di lavoro. Il Joseph Paglione Fine Men's Clothing , a Burlington, è specializzato in abbigliamento personalizzato italiano e americano, oltre ai servizi di sartoria. Nel 1971 sposò Peggy, «una tedesca-inglese-olandese della Pennsylvania [che] si è italianizzata » . I loro due figli e cinque nipoti, più i fratelli e i discendenti, formano oggi una famiglia di ben 101 persone, perlopiù residenti nella zona di Filadelfia. Sua madre è nata in America, facilitando così la transizione transatlantica, ma nel 1958 « non esisteva la doppia cittadinanza » , quindi dovette rinunciare alla cittadinanza italiana per diventare americano. Tuttavia, non rinunciò in alcun modo alla lingua, alla cultura e alle tradizioni italiane. Il dott. Louis S. Ruvolo, chirurgo di lunga data a Willingboro, disse a Paglione che desiderava che i suoi genitori gli avessero insegnato l'italiano e che voleva imparare la lingua. Nel 1996, col sostegno di Domenico Coceano e di Matteo Cipriano, Paglione fondò allora il club "Amici della Lingua Italiana", incontrandosi inizialmente nelle proprie case una volta al mese per leggere poesie, racconti e per conversare. Quando il numero dei soci divenne troppo grande per le loro case, il club si trasferì nei ristoranti - tutti italiani, ovviamente -, nei country club e in altre strutture in grado di ospitare i 100 membri che tuttora si riuniscono mensilmente. « Gli ingredienti stanno funzionando bene – ha detto Paglione. – Siamo perlopiù adulti a cui piace viaggiare e che amano la lingua, e renderemo il tutto entusiasmante » . Le cene di solito includono una presentazione od un relatore, come il politico di Filadelfia Frank Rizzo jr. o la chef televisiva Lidia Bastianich. Il club lo trovate online qui ed in altre attività, quali concerti occasionali, campionati di bocce e lezioni di lingua italiana. Le lezioni settimanali di lingua alla Wilbur Watts Intermediate di Burlington sono piuttosto popolari. Vi insegnano quattro nativi italiani: Vera Bonavita Agarwal per la conversazione base, Rosa Marinzoli per i principianti, Anna DeCristofaro per il corso intermedio e Gregorio Candelieri per quello avanzato. L'iscrizione al club costa $ 25, $ 40 per la coppia e $ 10 per gli studenti. Le lezioni di conversazione di dieci settimane costano $ 85; le altre lezioni costano $ 110 e si svolgono durante buona parte dell'anno scolastico. La quota è comprensiva dell'iscrizione al club. Pochi anni dopo la fondazione del club, Paglione si ispirò anche a quelle « storie di stenti » che aveva sentito dai parenti più anziani e decise di realizzare un monumento a Capracotta per ricordare tutti gli emigrati « del nostro paese, della nostra regione, chiunque » (Capracotta ha fatto notizia nel 2015 per aver stabilito un record mondiale di 100 pollici di neve in 18 ore). Nel monumento sono raffigurati un uomo, una donna, due bambini e una valigia « di cartone, come l'aveva mio nonno nel 1903 » . Circa 75 membri del club sono volati in Italia nel 2007 per l'inaugurazione, la santa messa e la cerimonia di dedicazione. Prima della pandemia, Paglione tornava in Italia ogni tre anni. Tornato nel South Jersey, è oggi attivo anche nei Knights of Columbus e nel Rotary Club . Gli "Amici della Lingua Italiana", ovviamente, gli restano nel cuore. Ecco come il club descrive la sua mission : « Mentre la generazione più anziana passa, anche la nostra lingua, cultura e tradizioni passano con loro. La nostra missione è continuare l'educazione e immergere i nostri membri, sia giovani che anziani, in tutta la ricchezza che il nostro patrimonio ha da offrire, in modo che le generazioni future capiscano cosa significa essere italiani » . Ken Mammarella (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://italianamericanherald.com/ , 4 marzo 2022.
- Amore e gelosia (LV)
LV Mammema dice ca tu nun sì bella... mammema mme vò da' 'n'ata dunzella. E io lle dico ca sì, ca po' mm' 'a piglio... (Pecché ll'aggia ubberi', ca lle so' figlio!) Suffrisce, core mio, suffrisce tutto, basta ca doppo pe chello ch' 'è fatto tu rummane cuntento e surisfatto! Sono versi di Salvatore di Giacomo, del 1909 o nei dintorni. Basterebbe leggerli e non ci sarebbe tanto più da discutere o scrivere: tutta la storia che stiamo raccontando è compendiata in questa piccola sofferta poesia... Come finì la sfida tra le due donne? E come avrebbe potuto finire diversamente da come essa si concluse? Elisa perse i suoi migliori anni ad inseguire l'amore di Salvatore, che probabilmente neanche esisteva nel poeta, preso in maniera totale dall'amore per l'arte e dal rapporto morboso, intenso e dittatoriale che ebbe con la madre e con la sua sorella. Ecco che cosa disse in una sua intervista rilasciata alla nobildonna Elena Bacaloglu, una scrittrice rumena trapiantata a Napoli, amica di Matilde Serao e del giovane poeta Ernesto Murolo: «Mia madre mi volle tutto per sé... ho obbedito e nella mia obbedienza ha avuto parte un grande rispetto di qualche cosa che, prima, non avevo forse compreso in lei. Ella ha esercitato su me un potere misterioso, anche quando dubitai che un forte e savio egoismo dominasse il mio egoismo. Ma nel suo potere si nascondeva una ragione più alta della volontà di lei. Forse ella mi ha difeso contro le mie debolezze, forse non potevo amare l'amore e in verità sono giunto a sentire che, in fondo, io non amo veramente che l'arte... non si possono servire due padroni. Queste cose mia madre le ha capite prima di me, le ha indovinate e così ha potuto legarmi a sé». Era questa la verità profonda, che si celava dietro ad un rapporto così burrascoso? Non credo, mi appare come una verità parziale... ecco perché non ho chiuso con l’epilogo questa storia, questo è un pre-epilogo... c'era di più... c'era l'altra donna... c'era la giornalista, la nobildonna Elena Bacaloglu, la stessa cui il poeta rilasciò l'intervista che abbiamo riportato. Epilogo Nel 1908, Napoli era la città d'Italia col maggiore fervore culturale: una rara combinazione di uomini e donne di straordinaria cultura e capacità si era formata nella capitale partenopea che visse anni straordinari di teatro, di poesia e di canzoni. In quello stesso anno, una nobildonna rumena, Elena Bacaloglu, giornalista, scrittrice, decise di trasferirsi a Napoli dove già godeva dell'amicizia di Matilde Serao, fondatrice del giornale "Il Mattino". La scrittrice partenopea introdusse subito la nobildonna tra le migliori menti della città, presentandole il giovane poeta emergente Ernesto Murolo e il grande poeta affermato Salvatore Di Giacomo. Elena Balacoglu era bella, spigliata, colta e donna di mondo: si innamorò di don Salvatore e iniziò una corte assidua, aperta, che se pure non diede i frutti da lei sperati, diede però il via ad una bella amicizia. Ma non era quello che la donna voleva, era solo quello che al massimo il poeta poteva concedere. I tentativi di spingere il rapporto fino alle estreme conseguenze furono più e più volte ripetuti da lei, ma invano! La donna gli dava un appuntamento, lui accettava per poi mancare; lei reiterava l'attacco e lui ancora sfuggiva e sgusciava via, rifugiandosi nel porto sicuro dell'amore per la madre e nella scusa di amare solo l'arte e la poesia. Fu un vero stillicidio, e solo la perseveranza e la pazienza della nobildonna impedì che la loro relazione degenerasse in qualcosa di negativo, in rancore, rabbia o addirittura odio. Tutto questo andò avanti per lungo tempo, finché un giorno non giunse al poeta un telegramma di Elena in cui ella chiedeva una spiegazione definitiva. E il poeta rispose... Dalla sua risposta che riporterò a tratti, ne vien fuori un quadro non di certo idilliaco dell'uomo e peggio ancora, ne esce distrutta la relazione di Salvatore Di Giacomo con Elisa. «Il vostro telegramma mi commuove, mi addolora e mi lascia confuso... Una donna come voi siete... Io non devo permettermi di nascondere il mio pensiero e il mio stato... Il mio pensiero è questo: nessuno più di voi mi potrebbe comprendere meglio e accompagnarsi a me per questa altra pochissima vita che vivrò... Ma io non posso mutare le condizioni fatali in cui mi ritrovo per essere stato buono. Non chiedete di più: per essere sincero io devo dirvi che non posso, forse non potrò forse mai uscire dalle catene che mi avvincono. Io non sono libero: la mia onestà non mi permette più di esserlo... Sono rassegnato di fronte a tutte le mie sventure... Lasciatemi dunque al mio destino e perdonatemi se vi ho fatto del male». L'amicizia con Elena Balacoglu non cessò, la donna continuò ad interessarsi al poeta, ma ormai il sentimento era spento , si trasformò in amicizia amorosa senza alcun impegno da parte di entrambi. Era la formula che don Salvatore desiderava, la stessa che avrebbe voluto applicare al rapporto con Elisa ma lì non gli fu possibile. Il perché è detto chiaramente in questo telegramma, e per certi versi è mortificante per la giovane, ma ancor più per il poeta: egli scrive alla sua amante platonica che non è libero (infatti è fidanzato ufficialmente con Elisa) e non lo è per «essere stato buono», non è libero di spezzare le catene che lo avvincono (sente dunque il rapporto con la nostra compaesana come catene che lo avvincono!) perché la sua onestà non gli consente di agire. Eppure, come dimenticare che quest'uomo ha scritto alcune delle sue più belle canzoni proprio per la donna che sta così tratteggiando male in questo scritto! Non è compito mio capire più di quanto abbiano già compreso gli studiosi del poeta: un terribile complesso edipico, una sensibilità esasperata, una salute instabile, un amore totale per l'arte possono essere giustificazioni sufficienti per aver mantenuto la bella Elisa in una condizione di incertezza e di precarietà per undici anni, e di averla sposata tardi e anche malandato nella salute. Eppure... Io sono certo che Elisa visse tutto ciò con gioia: ella amava il poeta al di sopra delle meschinità umane, lo amava con tutta se stessa e da lui tutto era disposta ad accettare. Alla fine il suo sogno si realizzò: nel 1916, nella Chiesa di San Giuseppe in Napoli, ella ottenne il sospirato SÌ! E fu una conquista solo sua! Vissero insieme per soli 18 anni: lui morì nel 1934, lei gli sopravvisse fino al 1962, dimenticata dai più e dalla stessa Napoli. Dimenticata anche dalla sua piccola città, Nocera Inferiore. Questo racconto servirà, spero, a rinnovellarne il ricordo... Francesco Caso
- Amore e gelosia (LIV)
LIV Il giorno dopo, di buon'ora, vale a dire verso le nove del mattino, don Salvatore si alzò dal letto, si vestì di tutto punto e lasciò l'alberghetto diretto a casa. Era felice oltremodo, le cose si stavano mettendo bene, finalmente! La mammà, piano piano si andava acquietando e avrebbe accettato l'idea del suo matrimonio, Elisa gli aveva ampiamente dimostrato il suo amore, il lavoro procedeva bene, il successo era sempre lì che lo inseguiva e tra l'altro durante la notte gli erano venuti in testa dei versi bellissimi che voleva scrivere e che si prestavano per una meravigliosa canzone napoletana. Doveva solo pensare a quale musicista affidarli per farne un successo. Sì, tutto procedeva bene... Si fermò per strada, entrò in una pasticceria e prese due sfogliatelle ricce, "cumme piacene a mammà" pensò con una punta di orgoglio. "Nun ce sta niente 'a fa'... 'O figlie maschio napulitane per la madre se facesse accidere... E pure 'a mamma desse 'a vita po figlie suoie!". Confortato da questa santa verità, accelerò il passo e in poco tempo giunse a casa. Aprì la porta con la sua chiave ed entrò. In cucina, una scena idilliaca che gli aprì letteralmente il cuore: sedute al tavolo della cucina, le due donne della sua vita stavano bevendo una bella, fumante tazza di caffè napoletano (chella che sule mammà sape fa overamente), e al centro della tavola c'era il piatto degli immancabili biscuttine che cucinava la sua vecchia e che ti dovevi mangiare per forza. – Eccovi qua, buongiorno! E cumme state belle insieme! Ma io vi ho portato una cosa ancora più bella! Indovina, mammà, che cosa c'è nel pacchettino? No, è troppo facile, vi ho portato le sfogliatelle ricce! Elisa, per piacere, mi metti na tazza di caffè? Mò facciamo colazione e poi ce ne usciamo a fare le tue compere, poi torniamo e pranziamo tutti e tre a casa, eh? che ne pensi, amore mio? Con un dolce sorriso la sua bellissima fidanzata si alzò e prima di versare il caffè dalla macchinetta napoletana, gli girò intorno e da dietro si chinò e gli diede un bacio sulla guancia destra. – Salvatore, vita mia bella, tutto quello che vuoi, ma... – Mentre indugiava col pretesto di essere impegnata a non versare caffè a terra o sulla cucina, Elisa stava scegliendo le parole più adatte in quel momento: – Come ti dicevo... prendi il caffè, caro, è ancora caldo... Dunque come ti dicevo, va tutto bene, ma... insomma, ecco...iIo vorrei andare alla stazione e prendere il primo treno per Nocera. Sono in pensiero amore mio, e pure tua madre mi ha consigliato di tornare a casa... e poi.... Ma nun te preoccupa' eh?... Mammà, no, non la mia, la tua... Mi ha confidato che nun se sente troppo bene e non la possiamo mettere a cucinare per noi, ti pare? È vero mammà? Che non vi sentite bene? – Nooo, sto bene, sto bene ora... Ma sule che è meglio che tu tuorne a casa tua... – fece la vecchia signora, poi chiarì, – Pe me non ci sono problemi, se volete restare preparo uno spaghetto con la salsa fresca e na fettina di carne... Ma io ti vedo mia cara e mi accorgo che staie pensanne ai tuoi genitori... Meglio che te ne vai a Nucera, stamme a sentì! – Cumme vulite vuie, mammà! Ma tanto io poi torno e la prossima volta mi trattengo a lungo, molto a lungo! Chesta vota ve stonghe a senti', facce cumme vuie dicite! Il povero Salvatore ascoltava il battibecco e poco capiva: girava la testa una volta di qua e una volta di là sforzandosi di intuire che cosa stava succedendo, ma invano. Cioè, aveva afferrato che le due donne dicevano una cosa ma ne volevano dire un'altra, ma oltre non vi arrivava. – Ué ué... ma, che succede qua? fatemi capire, che cosa state dicendo? – Ma che buo' capi' tu, Salvato'! Non è successo completamente niente! Sule che noi donne siamo più attente di voi uomini, più meticolose... Io e la tua uagliona abbiamo deciso che mò tu accompagni Elisa alla stazione, la metti sul treno e poi te ne torni a casa tua. Questo è tutto! Ma nun te preoccupa', abbiamo passato una bella nottata insieme, abbiamo parlato, ci siamo dette tutto tutto, ma propete tutto! È vero Elisa che ci siamo detto tutto? – Fece la quasi suocera guardando la quasi nuora. – Oh sì sì mammà! – Ci siamo, come si dice: confidate! E mò non abbiamo più segreti! Poi la bella giovane si volse a don Salvatore con piglio deciso: – Salvato', facimme ampresse, puortame alla stazione pecché mò me ne voglie turna' a casa mia! Francesco Caso
- Amore e gelosia (LIII)
LIII La stanza era buia, solo un puntino di luce veniva da un lumino che ardeva sul tavolino dirimpetto al grande letto a due piazze, il letto matrimoniale in cui la vecchia suocera impavida continuava a dormire e dove era defunto il di lei marito anni prima. Non si vedeva quasi niente: "Ma cheste che ha fatto? addó sta? ma fa che..." Un sonoro russare le diede la risposta, ironico come una risata in faccia: proveniva dal rigonfiamento sotto le lenzuola che Elisa, avendo ormai fatto gli occhi, vedeva sempre più distintamente. "Uh Madonna mia, s'è cuccate! s'è mise sotto 'e cuperte 'a birbante! senza me dice niente, manche buonanotte, senza me piglia' 'a cammise a me, si è coricata! ma cheste è propete na..." non finì neanche quello che stava pensando: un sonoro peto si alzò dalle coltri e con esso un sospiro di sollievo della vecchiaccia, che allo stesso tempo si girò nel lettone con un chiaro senso di soddisfazione e si riaddormentò dall'altra parte, riprendendo a ronfare alla grande. "E mò che faccio? la sveglio? e che le dico? chesta è na birbante, na vera birbante!"… Una voce assonnata ma anche divertita si alzò dal fagotto sotto le coperte: – Uè, peccere'! stai ccà? vuoi la cammisella? te ne vuo' ire a durmi' pure tu? e fai bene, ti devi preparare, devi riposare... ti aspettano tempi duri eeehhh... Una bella risata, quasi una sghignazzata, si elevò dal petto rinsecchito della vecchiaccia, che con uno sforzo evidente si alzò sui gomiti e si mise a metà nel letto, appoggiandosi alla spalliera: – Ah, vide che te vuleve dicere che me piace la sfida che mi hai lanciato! Sì, sì, me piace overamente! una cosa tra femmine, che sapimme sule io e tu !e vedimme chi la vince! Con gli occhi verdi che nella penombra riuscivano ancora a lanciare lampi di luce verdastra, la suocera fronteggiava la nuora e questa volta le parti erano invertite, era lei che dominava. – Te pozze fa na previsione, cumme se dice, na profezia? No? non la vuoi sentire? e io te la dico lo stesso... Tu, peccere', tu uagliuttella 'e Nucere, chillu paisielle fore Napule che manche ce sta ncoppa a carta geografica, veramente te cride che 'a spunte cu me? E credici! Ma ricuordete quello che mò te dico: a Salvatore non te lo sposi mai, finché io tengo gli occhi aperti! qua dentro non farai mai la signora Di Giacomo fino a quando ci sarà la vera signora Di Giacomo, cioè io! – Prese un attimo di fiato e agitò la mano: – No, no, nun dicere niente, famme continua': può darsi che a morte mia, se non ti ha ancora lasciata, tu la spunti pure... ma a me a quel punto che mi interessa più? te piglie a figlime viecchie, mente tu sei ancora giovane, ne vale la pena? e si pure te lo prendi a morte mia, ricuordate che la sfida l'ho vinta io! e mò arape il primo cassetto, pigliati la cammesella e vatte a cucca'! Chiude a porta e vatte a cucca'! Si ridistese nel letto, la vecchiaccia e dopo trenta secondi russava di nuovo sonoramente. Francesco Caso
- Amore e gelosia (LII)
LII Immaginate le scena: Elisa si ergeva con la sua potente figura sulla povera suocera che, già piccola di suo, ora per davvero appariva schiantata, sottomessa. "Le ho dato un bel colpo, davvero! L'ho messa sotto! Mò da oggi in poi si deve misurare, Adda sta calma! Ah!, finalmente! Sai mammà mia cumme sarà cuntente quanne le diche cumme l'agge sistemate!"... Con questi dolci pensieri in testa, la bella nocerina si risedette a tavola, stavolta con l'aria quasi da padrona: aveva di nuovo fame, stese la mano, prese un piatto di biscotti fatti dalla suocera e cominciò a mangiarne con gusto, sotto gli occhi della vecchia che sembrava ormai vinta, senza alcuna capacità di reagire. – Bè, allora mammà, mò che ce simme capite, ce ne putimme pure i' a cucca'! Me serve però na camicia da notte, perché non me ne prestate una? La più bella che tenete, mi raccomando eh? La suocera si alzò faticosamente: – Mò vado a prenderla nella mia stanza, nell'armadio. Te piace una camicia di lino puro? Mantiene freschi e te fa durmi' overamente! Sarai contenta! E si avviò verso la sua stanza da letto, mezzo traballante tanto da suscitare un po' di pentimento in Elisa che tutto sommato aveva agito così non perché fosse una iazzera, ma perché provocata severamente dalla suocera. Guardandola da dietro, mezza sciancata e zoppicante, alla giovane venne da pensare altro: "Ma vide nu poche se io mi devo comportare accussì! È na brava femmene, ma si nun la mettevo a posto a Salvatore me lo potevo scurda'! Da domani finalmente posso cominciare a pensare alla data del matrimonio e all'abito da sposa... Madonna, che belle giornate che mi aspettano! Sarte, negozi, calzolai, corredo, ricevimento! Che bella vita! Che bella!"... La giovane si stiracchiò e sbadigliò: s'era fatto davvero tardi e il sonno ormai reclamava la sua parte al giovane corpo. "Dormirò nella stanza di Salvatore, nel suo lettino pe stasera... Ma quanne vene sta vecchia con la camicia da notte, non ce la faccio più, tengo sonno!"... Infatti erano passati più di un quarto d'ora e la porta della stanza della suocera rimaneva chiusa, né alcun rumore proveniva da dentro. "Ma che sta facenne? Eva piglia' na camicia da notte, mica la doveva confezionare! Io ho sonno, me serve 'a camicia da notte! Mo vado dentro e le faccio vede' chi songhe! Sta vecchia scimunita!"… È così fece: si alzò e si diresse verso la stanza della suocera, giunse alla porta, afferrò la maniglia , aprì e... Francesco Caso
- Amore e gelosia (LI)
LI Tra le due donne non passava neanche un filo d'aria: i due visi si erano accostati, azzicche azzicche, fin quasi a sfiorarsi, e gli occhi dell'una si fissavano negli occhi dell'altra, le mani nervosamente agitate lungo i fianchi, quasi pronte a e ghermirsi i capelli e farsi una di quelle strascinate con cui le donne hanno risolto spesso i loro motivi del contendere, per secoli, specialmente nei cortili e nelle comuni di una volta. Ma non successe niente: l'educazione ricevuta e la classe sociale di appartenenza delle due ebbero il sopravvento sul desiderio, quasi una bramosia, con cui avrebbero voluto afferrarsi. Pian piano la rabbia si stemperò e impercettibilmente i due visi cominciarono ad allontanarsi dalla zona di pericolo. La madre di Salvatore, con classe e stile, che Elisa nonostante tutto non poté fare a meno di ammirare, si diresse con calma verso la cucina, dove la macchinetta per il caffè aveva cominciato ad esalare un gradevole profumo e andava quindi rivoltata sottosopra per completare l'operazione, cosa che fece con grande abilità. Elisa a sua volta si era stirata con le mani la gonna e si era sciolta i capelli lunghi e neri, apparendo agli occhi dell'anziana signora in tutta la sua bellezza. “Madonna mia, chesta è accussì bella che facesse arrevutà 'e muorte dinte 'o tavute! perciò chillu figlie mie ha perze 'a capa! Si sta femmena figliasse, facesse criature belle cumme 'o sole! 'e nepute mie!”... Questo passò per la testa all'anziana signora, che all'idea di avere nipoti belli attorno a sé stava quasi cominciando a squagliarsi, ma il corso dei suoi pensieri fu interrotto dalla voce di Elisa, stranamente calma e quasi melodiosa. – Cara suocera... mammà... – esordì, con una punta di civetteria che diede fastidio all’altra – stavo pensando... ah, grazie per il caffè, – fece, mentre prendeva la tazza che la vecchia le porgeva, e con grazia se la portava alle labbra, – dunque... stavo pensando che... sì, questa serata e questa chiacchieratina tra di noi è stata davvero importante! – E giù un altro sorso di caffè, mentre si agitava flessuosa sulla sedia. – Ora però che voi avete chiarito il vostro punto di vista... cara mammà, io per educazione devo chiarirvi il mio... lo meritate, siete così educata e gentile con me! La donna anziana rizzò le orecchie e l'odio per quella smorfiosa ritornò subito a galla, affondando definitivamente l'immagine dei nipotini e le scene idilliache che ne erano conseguite. La guerra riprendeva: – Ah... – fece la vecchia donna – e famme sentì... tu come la pensi? – Ecco, mammà... vedete, è come una sfida, un bel duello tra noi due, una cosa tra femmine! Voi mi avete dato un consiglio: meglio che me ne torno a casa mia e mi sposo un bel nocerino pieno di soldi, magari più giovane anche di Salvatore, e mi faccio la mia bella vita di paese... e tutto sommato mica sarebbe una brutta vita! Ma... mammà c'è un piccolo problema, anzi ce n'era uno, ora sono due: il primo è che io voglio a Salvatore, l'ho voluto prima ancora di conoscerlo di persona, e niente, niente si può mettere tra me e lui! Ora poi c'è un altro problema: voi! – Io? e che c'entro io? – C'entrate, c'entrate, cara mamma, perché ora sono io ad esservi debitrice di un consiglio, per cui ve lo restituisco. – Si interruppe, posò la tazza ormai vuota sul tavolo e si alzò di nuovo in tutta la sua imponenza, notevole per quell'epoca: – Mammà, appreparatevi la mappatella, metteteci dentro le vostre cose e cercatevi una casarella a sola... Sono davvero dispiaciuta, credetemi, ma tra pochi mesi io mi sposo, mi piglio vostro figlio Salvatore e mi trasferisco qua, in questa casa... e quanto tempo voi pensate di poter resistere a vivere qua dentro insieme a me che sarò la signora Di Giacomo? quante ne potrete sopportare? perché ve ne farò di tutti i colori, e se vi lamenterete con la vostra creatura, quello non vi crederà, crederà a me che di notte dormirò accanto a lui, con la testa sopra un solo cuscino, azzicche azzicche! Si mise a ridere la giovane, una risata sfottatoria che fece uscire dai gangheri la suocera, ma continuò a tacere, mentre Elisa continuava: – Sì, sì... saranno giorni splendidi, giorni di amore, di abbracci, di baci in tutte le stanze... meglio che ve ne andate prima, ve lo risparmiate, sentite a me! L'altra taceva e meditava... Francesco Caso
- Amore e gelosia (L)
L Elisa s'era giocata l'ultima carta, quella che riteneva la sua arma vincente: le lacrime! In genere sono un'arma potente che le donne sanno usare alla grande, funzionano e come, specialmente con gli uomini: questi ultimi vengono letteralmente messi al tappeto quando una donna, in una qualsiasi discussione accesa, ricorre al bel visino rigato da copiose gocce che lo solcano, occhi arrossati, singhiozzi disperati. Non vi è scampo, il povero maschio si sente squagliare. Ma come, la sua amata, l'oggetto del suo desiderio, quella che occupa tutti i suoi pensieri è lì che soffre davanti a lui e per colpa di chi? Per colpa sua? «Dio mio, ma cosa sto facendo?», si chiede il povero ragazzo, e subito si precipita a consolare la sua povera donna, dimentico di qualunque cosa lei abbia fatto per scatenare la sua ira. E così tra abbracci, baci e «languide carezze» la pace ritorna e la femmina trionfa e fa un altro passo avanti nella conquista definitiva del cuore e della mente del povero innamorato. È un classico, c'è poco da fare, quell'acqua salata di cui ci ha dotato il Padreterno, Eva ha saputo subito, con Adamo, come usarla a suo vantaggio! Ma stavolta i calcoli di Elisa si rivelarono del tutto errati: di fronte a lei c'era parimenti un'altra donna, e che donna! Una napoletana anziana e benestante, che nella vita ne aveva viste e sentite ben di più di quella giovane «nucerese» bella e intelligente, ma che doveva ancora «mangiarne 'e furne 'e pane» prima di poter competere con quella vecchia arpia, ma c'era di più! Lì la lotta era quasi mortale: una mamma che difendeva un figlio contro una nuora che se lo voleva sposare e conquistarne il cuore per strapparglielo! Gesù, queste avrebbero potuto sbranarsi! Una potente, sonora risata accolse le lacrime di Elisa: – Uh Madonna, ma tu vide vide! Chiagne! E cu lacrime vere! Peccere', sei brava! Davvero sei brava! E qui se ci stava chillu maccarone 'e mio figlio, è capace che me metteve pure 'e mane 'ncuolle! Che grande attrice! Hai capito la paesanotta! Meriti un applauso, davvero! E tra la sorpresa più totale della quasi nuora, la quasi suocera le fece per davvero un applauso, con schiocchi delle mani forti e continui, un lungo applauso ironico, uno sfottò insopportabile che ruppe le ultime titubanze della giovane. – Ah... – fece allora Elisa, asciugandosi il viso con le mani e alzandosi in piedi in tutta la statura per meglio dominare quella vecchiaccia maledetta che voleva rovinarle la vita e scompigliare tutti i suoi piani di battaglia – Ah.... allora accussì stanne 'e cose? – Fece Elisa, con voce sibilante. – Ah... e tu che te credivi che stevene 'e n'ata manera? Che era na passeggiata, che venivi a Napoli fresca fresca e ti piazzavi dentro la mia casa, col più grande poeta della città e a me, a sua madre me dive nu cavece 'ncule e mi cacciavi fuori? Eh sì! Accussì stanne 'e cose! Lo vuoi sapere? Tu a Salvatore te lo puoi scordare, non te lo sposerai mai, stai perdenne sule tiempe, appriesse a mio figlio te fai na vecchia zita e rimane per la vetrina! Vuo' nu cunsiglio 'e mamma? Vavattenne, tuorne 'o paisielle tuoie e spusate a nu bellu giovane de parte toie: mio figlio nun è pe te! Francesco Caso
- Amore e gelosia (XLIX)
XLIX La porta si chiuse alle spalle di Salvatore e in un attimo Elisa ebbe come l'impressione che un vento gelido si fosse sparso per la casa. Era imbarazzata, era la prima volta che rimaneva sola con sua suocera e non sapeva proprio come doveva comportarsi. "Chesta è na vecchia 'nsiste, meglio che me ne sto con due piedi in una scarpa e faccio quello che lei mi chiede di fare", pensava, mentre con un sorriso alquanto sciocco aspettava che la suocera parlasse. – Bè, e mo iammece a cucca', è tardi e io songhe vecchia, nun tengo 'a salute ca tieni tu, peccere'... – esordì l'anziana signora, avviandosi per il corridoio della grande casa. Poi sembrò ripensarci e: – O ce vulesseme fa na bella tazza 'e cafè, eh? Che ne pensi? Elisa la guardò stupefatta: e quando mai era stata così cordiale, familiare? Il femmineo che era in lei si risvegliò in un attimo e la mise in guardia: "Chesta tene coccosa 'ncuorpe, me lo sento! M'aggia sta accorta!"... – Ma sì, mammà, sono d'accordo, facimmece na bella tazza 'e cafè, tra donne è bello, e poi con voi che io amo e stimo tanto! – Bè, mò nun esageramme, peccere'... Tu sei sempre una mia probabile nuora e io una tua probabile suocera... Nun è che tra suocera e nuora corre l'affetto eh! Piuttosto... – la vecchia era andata in cucina e con mani esperte stava caricando la macchinetta – piuttosto, dicevo – riprese a dire – mò me vuo' dicere cumme songhe iute 'e cose? Cumme è che te truove a Napule? O ti credi che io me scenghe tutte le bugie che tu e chillu maccarone 'e figlime m'avite ditte? Si girò e con quegli occhi di gatta, sorniona, fissò la giovane: – E allora? Vulimme mettere le carte in tavola? Che ne dici? Elisa decise di volare basso: "Meglio che facce 'a scema, se no qua finisce male... Ma si 'a putesse vutta' acoppa abbasce... sta vecchia 'nsiste e che ce tene"... – Mammà... ma io non capisco... davvero! Io e Salvatore vi abbiamo detto la verità! Io domani devo andare a comprare... La suocera si mise a ridere, gelida: – E va bbuone! Te ne vuoì fuì pe 'ncoppe 'e canne! E va bene! Sta nucerese, sta uagliuttella 'e paese se crede che me pò mettere 'o cappielle 'ncape! Se se se... allora visto che non vuoi essere sincera con me, giochiamo a carte scoperte: tu addò vuo' arrivà, eh? Una furia! Una iena! Elisa sbandò sotto l'urto di quell'assalto della vecchia donna e stava per rispondere per le rime, ma si trattenne: la furbizia di paese le suggerì di agire diversamente e in pochi istanti il suo bel viso fu pieno di lacrimoni che le rigavano le guance: – Mammà, mammà, vi prego... che cosa vi ho fatto, perché mi trattate così? Io vi voglio bene, voglio bene a voi e a vostro figlio Salvatore, con tutto il cuore! Vi prego, non mi fate soffrire così! Francesco Caso
- Amore e gelosia (XLVIII)
XLVIII Cenarono tutti e tre insieme e tutto sommato fu anche una gradevole serata. La madre di Salvatore fu di una gentilezza squisita con Elisa, quasi irriconoscibile, e il figlio l'avrebbe abbracciata con forza, tanto ne fu contento. "Ma vuoi vedere che sta cambiando? che quasi quasi si è rassegnata e anche l'idea del matrimonio le è entrata in testa? accussì fernisce sta iacuvella ed Elisa me la porto a Napule, ccà, a casa mia! 'A matine quanne scennimme pe Tulede e annanze 'o Gambrinus, sai che schiattamiente! sta uagliona è bella e sape veste! ate che chelli quatte sciacquette che se la tirano e poi nun sanne manche addò s'accumincia per essere eleganti!"... Questi pensieri turbinavano nella mente del poeta e lo rendevano felice: e invero, Elisa era davvero bella ed elegante, e tutte le volte che era venuta a Napoli e sottobraccio al suo uomo si era presentata al Gambrinus o a piazza de' Martiri, i complimenti e le galanterie dei maschi si erano sprecati, le occhiate di invidia e di gelosia delle donne invece l'avevano fulminata, con grande soddisfazione di Salvatore. Figlia prediletta del padre giudice, e della madre ricca ereditiera, Elisa apparteneva ad un ceto di provincia ma di condizione sociale alta: si vestiva nelle migliori sarte di Salerno e di Napoli, e aveva un gusto innato nel saper scegliere le migliori stoffe con cui le sarte le confezionavano dei vestiti splendidi, sotto lo sguardo vigile della mammà che si mangiava con gli occhi quella figlia così bella. La differenza tra lei e le invidiose napoletanine che l'avrebbero voluta fulminare con gli sguardi, era che, nonostante fosse «na provincialotta di paese», Elisa sapeva osare, sapeva scegliere colori che erano scioccanti per quei tempi così ipocritamente seriosi e riservati: la prima volta che aveva conosciuto Salvatore Di Giacomo, era entrata alla biblioteca nazionale con un vestito rosso! rosso, quando le signorine bon ton della buona società napoletana, al massimo vestivano di bianco, di nero e di grigio! Eppure il poeta l'aveva notata subito, e quel vestito rosso l'avrebbe ricordato per tutta la vita. Il verde, il giallo, il rosso e anche il nero e il bianco, le stavano benissimo: esibiva vestiti con tutte le tonalità e mai niente di stonato negli abbinamenti. Il padre spendeva per lei cifre non indifferenti, ma lo faceva anche lui con gioia: vedere quella bella ragazza passeggiare con baldanza per il paese e sapere poi dei suoi successi a Napoli, dove ormai tutti la conoscevano e l'ammiravano, inorgogliva il vecchio giudice e lo rendeva felice. Poi come Dio volle, la cena finì e giunse il momento del commiato: la madre era stata inflessibile in proposito: – Figlio mio, stasera te ne vai a dormire in albergo! Elisa resta ccà cu mme e me fa pure compagnia, ma tu nun puó durmì nella stessa casa con la tua promessa sposa, lo faccio per la sua reputazione e per rispetto ai miei consuoceri... te piacesse eh? N'atu poco figlio mio, prima te la sposi e poi sarete sempre insieme, con la mia benedizione... "Che brava donna è mia madre... e solo ora mi accorgo quanto vuole bene ad Elisa", pensava il figlio, e a malincuore ma anche confortato da come si stava mettendo la situazione, diede un ultimo casto bacio alla sua fidanzata e lasciò la casa per recarsi a dormire in un alberghetto poco distante. Francesco Caso
- Amore e gelosia (XLVII)
XLVII – Ué, peccere'... e tu che faie ccà, cu chi sì venute? a chest'ora miezze 'a via... ma è succiese coccosa? Salvatore aveva aperto la porta di casa e aveva avvisato la madre: – Mammà songhe io, vide cu chi stonghe! – Aveva detto ad alta voce, per avvisare la donna anziana, e quella si era affacciata sospettosa e aveva esordito subito alla grande. – Buonasera mammà... scusatemi l'intrusione, sono mortificata, davvero... sule che... dimane devo fare compere a Napoli, al rettifilo, mammà non si sentiva bene e allora col permesso dei miei genitori sono venuta col treno e Salvatore è venuto a prendermi alla stazione... voleva farvi una sorpresa. La povera Elisa era in soggezione, non sapeva cosa dire per apparare la sequela di bugie che era costretta a sciorinare. Insieme a Salvatore, si erano ripassati più volte che dire e come dirlo, ma la cosa non era mica facile. Si trattava di farla ad una donna scaltra e navigata, molto ma molto più astuta e furba di loro due. E infatti: – Ah... sì venuta sule tu? e a che ora sì venuta? e mammete ti ha fatto venire da sola? ccà ormai nun se capisce niente cchiù, se continua così addó iamme a ferni'! E cumme iè fatte per avvertire Salvatore, mio figlio? Gli hai scritto un telegramma ? Ccà nun è arrivato niente... 'A cosa me puzza, peccere', che è successo, diciammelle, tanto pure lo vengo a sapere! Elisa si sentì la terra squagliare sotto i piedi... che cosa poteva rispondere, quella se ne stava davanti a lei con due occhi penetranti come due trapani che la fissavano e la bucavano, come uscirsene? E meno male che intervenne il suo fidanzato che per la prima volta assunse il piglio di un uomo con la madre: – Mammà, ma la vuoi finire? ma se pò seppurta' che tu te mange 'a sta povera peccerella ogni vota che 'a vide? chella già è stanca, non la fai neanche accomodare e te la mangi viva! e no, mammà, non va bene, non va proprio bene! Elisa è la mia fidanzata, fra poco ci sposiamo pure e tu ancora fai così! allora sai che ti dico? ora me la prendo, la riporto alla stazione e la faccio tornare a casa sua e qui non metterà più piede! ma insieme a lei me ne vado pure io, per sempre! va bene così? Uaneme, che bello! Elisa si sentì letteralmente volare nell'aria! Salvatore che trattava la sua mammà in quel modo, e lo faceva per difenderla! Allora era vero, lui la amava e aveva pure detto che l'avrebbe sposata da lì a poco! Grande, grande, quando sua madre l'avrebbe saputo, avrebbe fatto salti di gioia! La vecchia intanto si era girata verso il figlio, sbigottita e furiosa come una tigre. Stava per assalirlo, ma vide qualcosa negli occhi dell'uomo che la trattenne: "'O scemo stasera è innamorato! mò qualunque cosa dico facce male! meglio che facce a vedè che me la tengo, iucamme vasce vasce, poi a chella vipera ci penso io", pensò in pochi attimi, e subito si adeguò alla nuova strategia. – Hai ragione, figlio mio... – esordì con un sospiro, – certi vote io esagero e non mi rendo conto, ma songhe vecchia, sto sola per ore e ore e... Elisa, entra, entra... avete cenato? no, eh? Mò ci penso io, non vi preoccupate, andatevene in salotto soli soli, ve lo meritate, io vado in cucina a preparare qualcosa... mezz’ora e troverete tutto in tavola... vai figlia mia, vai... E zoppicando un po' si diresse verso la cucina. Francesco Caso
- L'organista azzoppato e l'alluvione
Dai lontani ricordi di infanzia una lettura sul libro di scuola. Un'alluvione, gli uomini del paese impegnati a riparare l'argine del fiume mentre le acque tracimano. I bambini appena usciti di scuola sorpresi dall'alluvione che si rifugiano in chiesa e, terrorizzati, guardano l'acqua salire intorno a loro, assembrati sull'altare maggiore. L'organista della chiesa, ferito ad una gamba, che, non in grado di correre insieme agli altri all'argine crollato, stava sistemando un guasto del grande strumento. Richiamata l'attenzione dei piccoli, dall'alto della cantoria, li fa cantare per smorzare la loro paura. Ed infine i soccorritori che restano sbalorditi trovando la chiesa allagata, l'organo a tutto volume e le voci argentine di un canto di bambini. Il tutto mentalmente ambientato nella Chiesa Madre della mia terra... Francesco Di Nardo
- Uomini coraggiosi e coerenti: monsignor Giandomenico Falconi
Monsignor Falconi era nato a Capracotta, provincia di Isernia in Molise, nel 1810. Era laureato in utroque iure (diritto civile e canonico) e in Sacra Teologia. Nel 1848 fu nominato da Pio IX vescovo di Acquaviva delle Fonti e Altamura. Nell'elogio funebre di Ferdinando II, fatto da Mons. Falconi, si mette in risalto la "nuova" politica economica dei Borbone nei più svariati campi della tessitura, della fonderia, della ceramica ecc., settori economici che ebbero grandi riconoscimenti nelle nazioni straniere, l'amore per le belle arti, realizzato chiamando nel Regno le persone più qualificate del mondo scientifico, accademico e artistico, le calorose ed entusiastiche accoglienze riservate alle visite del Re, la venerazione della Vergine Maria quale Patrona principale del Regno (Ferdinando II fece erigere a Roma in piazza di Spagna la colonna dell’Immacolata), ma vien posto in rilievo anche il clima di assedio culturale che il Regno delle Due Sicilie venne a vivere nel resto d'Europa ed il suo progressivo isolamento. Giova riportare la seguente frase, con cui l'autore Luciano Rotolo chiude questa interessantissima indagine storica: «Ancora una volta dedichiamo questo volume sia a coloro che ieri, come Mons. Falconi, non divennero squallidi doppiogiochisti o gattopardeschi cambia casacche, sia a coloro che, ancor oggi, testimoniano con coraggio la fedeltà ai propri ideali sprezzanti delle possibili conseguenze». Monsignor Falconi morì nel 1862, a 52 anni. Oggi, una strada nei pressi della Cattedrale di Altamura porta il suo nome «come ricordo e testimonianza di un vescovo che amò la sua diocesi pugliese, al punto da morirne di nostalgia». Raffaele De Cesare, noto scrittore nato a Spinazzola, lo ricorda in diverse pagine della sua corposa opera "La fine di un regno", e lo storico Rocco Biondi di Villa Castelli (BR) così scrive, recensendo l'ottimo studio di Luciano Rotolo: «Nel 1861 il Governo invasore piemontese colpì con violente misure repressive i cinquantaquattro Vescovi delle diocesi dell'ex Regno delle Due Sicilie. Solo undici si salvarono da questa ignobile operazione, perché salirono sul carro dei piemontesi. Gli altri quarantatré, che erano rimasti fedeli all'ex Regno, o furono arrestati o costretti a fuggire». Carlo De Luca Fonte: C. De Luca, Il rivolgimento del 1860, Paginaria, Polignano a Mare 2019.
- «Non ostentazione, ma sobrietà»
Mario Iannetta è un fiume in piena. Torrenziale, appassionato, prodigo di aneddoti e dettagli: nonostante la giovane età, traspaiono una preparazione e un entusiasmo unici. La sua sartoria, nel centro storico di Bojano (Campobasso), è un avamposto della tradizione: merito di un apprendistato iniziato all'Accademia nazionale dei Sartori e proseguito presso i più grandi atelier, in particolare la sartoria Aloisio. La sua giacca ha un'eleganza classica rigorosa, con linee semplici e pulite, con una vestibilità che non disdegna la contemporaneità. L'intera lavorazione è svolta a mano con stoffe naturali, senza l'uso di adesivi o di fibre sintetiche. Per quanto riguarda il Trofeo Arbiter, Iannetta non ha nutrito dubbi al momento dell'iscrizione: «Ho sempre sentito parlare con nostalgia di questo evento dai miei maestri. Mi veniva raccontato non solo come momento di confronto, ma anche come una festa per i sarti e gli amanti del fatto a mano. Se non fosse per "Milano su Misura", io e i colleghi non potremmo mai incontrarci tutti in un unico luogo. Inoltre, amo le sfide: non tanto con gli altri, ma soprattutto con me stesso. Sarà un'occasione unica per conoscere filosofie della sartoria diverse dalla mia e per mettermi in discussione. Non ho aspettative sull'esito del Trofeo, voglio coltivare un atteggiamento mentale aperto verso l'inaspettato». Il giovane maestro si dimostra entusiasta all'idea che Arbiter si faccia garante di un «Sistema su Misura Italia» della sartoria e dell'artigianato: «È un'idea fantastica. Da queste parti, c'è un antico proverbio che recita: "Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai in compagnia"». Nondimeno, ammette di avere qualche dubbio sulla fattibilità del progetto: «Spesso i sarti anziani danno la colpa al governo per lo stato in cui versa il mestiere, ma secondo me è il loro atteggiamento di gelosia per i segreti della lavorazione ad allontanare le nuove leve. "Si ruba con gli occhi", ripetono sempre per schermirsi, ma un vero maestro non ha paura di farsi vedere. Bisogna abbattere questo muro di immaturità se vogliamo creare una vera coscienza di categoria». Iannetta nutre un altro sogno ambizioso: riportare la sartoria molisana alla grandezza di un tempo. «Nel '900, dal paese di Capracotta sono espatriati più di mille sarti, poi divenuti celebri sia nei Paesi d'approdo, sia in Italia una volta tornati. Per esempio Ciro Giuliano, il preferito di Totò e di Anna Magnani. Voglio creare una sorta di scuola diffusa per riportare le maestranze nella mia terra». Non stupisce che un uomo così volitivo abbia le idee chiare su cosa sia per lui il su misura: «Al contrario dei marchi di moda, i cui abiti sono fatti per ottenere l'approvazione degli altri, il su misura deve rispondere solo alle tue regole interiori. L'eleganza non è ostentazione, ma sobrietà. È essere se stessi» Alessandro Botré e Benedetto Colli Fonte: A. Botré e B. Colli, Il filo che unisce l'Italia, in «Arbiter», XX:207-43, Milano, giugno 2020.
- Impressioni e ricordi d'Abruzzo
Dopo un'ora di corsa la ferrovia abbandona i vasti piani. Ora la valle è diventata più stretta e il Sangro corre a gara con il treno. Come un'apparizione del Medioevo, vedo da lontano Castel di Sangro che domina tutto il paese con i ruderi del suo ampio castello e le due torri della chiesa. Le ultime case scendono fino alla pianura; il tutto immerso nella luce porporina del tramonto. Il sole è riuscito a forare i grigi nuvoloni e inonda prima di scomparire il paesaggio con i suoi ultimi dardi di fuoco. Appena uscita dal treno, mi ritrovo con la mia valigia, seduta fra due carabinieri nella vettura che va al paese. La diligenza è di una primitività e di una semplicità commoventi. Il sedile non ha più paglia e pezzi di tela grigia fanno le veci dei vetri mancanti. Sono indirizzata all'albergo di Roma, nome pomposo che nasconde, come generalmente in questa regione, una casa di infimo ordine. E purtroppo è così! Al Roma un cameriere, a turno facchino, servitore e macellaio, fa il servizio di tavola con il berretto in testa, un mozzicone di sigaro in bocca e le mani poco pulite. Mi fa l'effetto di un mezzo brigante e penso di chiudere bene, la sera, l'uscio della mia camera! Ma, ad onore dell'albergo Roma, devo dir che non sono mai stata molestata, però ero lieta di lasciare dopo due giorni quella casa poco rassicurante. Se dopo una notte di tempesta, il cielo è tornato sereno, che m'importa se le finestre non chiudevano bene, se il letto era duro e le tende logore? Uscendo dall'albergo sono avvinta dal fascino della piccola città medioevale. Le strade lastricate e strette come androni, girano fra austeri palazzi e case vecchie. La città è dominata tutta dalla sua chiesa e scende in terrazze fino alla grande piazza. La chiesa parrocchiale è resa interessante dagli affreschi insigni del Solimena nel coro. La figlia del sagrestano mi fa vedere con ingenuo orgoglio le quattro Madonne in una foggia che si avvicina all'idolatria: abiti scintillanti, profusione di gemme sul petto e nelle dita affusolate, piedi calzati di scarpette dorate e un diadema sul capo! Bisogna esser nati nel Mezzogiorno per poter unire al sentimento mistico tanta precisione di particolari pagani. Io non potrò mai capire questo contrasto tra la semplicità del dogma cristiano e la forma pagana di cui l'ha rivestito il popolo minuto dell'Italia meridionale. Dalla chiesa di Castel di Sangro, si sale per una salita penosa alla rocca che fu il superbo castello medioevale dei conti de' Marsi. Le intemperie e il tempo che tutto annulla, sono passati su quei fieri massi di pietre e hanno sgretolato e rovesciato ogni muro nella loro continua opera di distruzione. Solo la chiesetta solitaria e il piccolo campanile si sono conservati intatti, abbandonati ora all'umidità e alla solitudine. Il custode, vecchio al pari delle sue rovine, mi apre l'unica cappella tutta affrescata di antichi dipinti del 400. II tabernacolo d'oro sull'altare mi colpisce con i suoi riflessi aurei ed azzurri che illuminano il piccolo santuario. In forma di tempietto, esso è custodito da soavi figure di santi dipinti su sfondo d'oro sulla tavola dell'altare. Esco per entrare nel piccolo cimitero, tutto croci ed erbacce, che va morendo intorno alla chiesa e simboleggia l'abbandono e la decadenza di ogni cosa terrestre. In un buco del muro alcuni teschi macabri ghignano allineati su una mensola, simbolo più atroce della fralezza umana. Del castello non rimangomo che alcuni grossi massi di mura sgretolate e qualche moncone di spigolo che da lontano danno l'illusione di un'alta torre isolata. In mezzo ai sassi e ai cespugli fioriscono dappertutto bianchi, morbidi, profumati fiorellini dai petali così vellutati e incolori che mi rammentano la nostra nivea stella alpina. Il panorama da questa alta rupe sulla valle del Sangro e sull'Appennino Marsicano è bellissimo. Vedo in basso la pittoresca città di Castel di Sangro con le sue chiare e liete case che scendono fino al fiume. Sulla costa rocciosa di una montagna ho la visione gentile di Capracotta, paese elevatissimo e biancheggiante nelle sue numerose caselle sparse sul pendio boscoso del monte. Il custode mi ha narrato il tetro dramma che si svolse secoli fa attorno a quella fortezza. Ricostruisco con l'aiuto della fantasia la fosca scena e vedo Lollio, il truce guerriero sannita che fugge dal campo romano, e inseguito, ripara su questa rupe minacciosa. Già l'assalto del nemico sembra fallito per l'orrenda bufera di neve che si è scatenata sul paese, quando un raggio di luna, forando le nubi e illuminando all'improvviso l'erta roccia, rivela ai romani l'accesso al castello. Lollio fu trucidato e il castello dislrutto. Dicono che nelle notti di neve e di tempesta, l'ombra accasciata del fiero guerriero si mostri irrequieta tra i ruderi deserti e silenziosi. Castel di Sangro è patria di Teofilo Patini; nel cortile della sua casa si trova il gruppo realistico di una Madonna quattrocentesca col Bambino, di fattura un po' rigida. Pochi passi più in là, ammiro la nobile e antica Casa del Leone in pietra scura e liscia con bifore di squisita grazia, e la torre tronca che prende il nome dal grosso leone di pietra che vigila alla sua porta. Bella casa caduta in mano di povera gente, meriteresti un destino più degno della tua nobile origine! L'automobile postale mi porta l'indomani direttamente alla valle del Sangro che si stende da Barrea a Gioia Vecchia in piani verdeggianti e boschi sconfinati. Da Alfedena-Scontrone, la strada sale serpeggiando fino a loccare il pittoresco paese di Barrea, addossato in mezzo al verde cupo dei boschi e guarda la nudità della valle sottostante. Dopo due ore di corsa veloce, appaiono in una bella pianura l'oasi di Pescasseroli, il vasto cerchio di monti spogli e la macchia scura delle sue illimitate e vergini foreste. (1926) Maria Olgiati Fonte: M. Olgiati, Impressioni e ricordi d'Abruzzo, in «Quaderni Grigioni Italiani», I:4, Bellinzona, 1° luglio 1932.
- Uscite nell'Alto Molise
Molteplici uscite del Gruppo Speleologico e C.A.I. Napoli nell'Alto Molise, hanno contribuito a individuare ed esplorare alcune cavità interessanti. Durante l'anno battute nell'area di Venafro, valle di Miranda, Capracotta, hanno evidenziato le potenzialità esplorative di queste zone ancora incontaminate "speleologicamente". Importante è stata la collaborazione con grossi gruppi speleologici locali come quello del Matese e di Campobasso, soprattutto nelle operazioni esplorative. L'attività regionale, tenendo costantemente occupato il gruppo napoletano, non ha permesso di approfondire la conoscenza del territorio in questione, per cui in attesa di una campagna esplorativa, riportiamo il rilievo effettuato su una prima cavità visitata nell'area di Capracotta e sita sul M. S. Nicola (1.517 m.). Ubicazione Percorrendo la strada che da Capracotta conduce ad Agnone (direzione verso Passo Regina) si giunge vicino dei grossi casolari, verso nord è ben visibile il M. S. Nicola. Salendo lungo la cresta (seguire i pali del metanodotto) si arriva in uno spiazzo (30 minuti circa a piedi), subito dopo lo sterrato aumenta di pendenza bruscamente. Proprio da questo spiazzo immettendosi nel bosco del versante nord, dopo pochi metri sotto un grosso masso vicino un canalone è la piccola entrata della grotta. Descrizione Dal rilievo della cavità trattata è possibile dedurre che la grotta di S. Nicola sia di genesi tettonica. La direzione costante est-ovest degli angusti meandri, indicano la possibile presenza di un piano di faglia lungo la stessa, inoltre le creste del M. S. Nicola anche esse direzionate a 90° N. M. affermano questa ipotesi. Oltretutto la cavità è caratterizzata da un lungo camminamento stretto e alto caratterizzato da numerosi crolli, assenti le concrezioni, attività di infiltrazione di acqua è visibile verso la zona di frana, che presenta gran quantità di fango biancastro ricco di carbonato di calcio. Interessante strutturalmente la presenza di una faglia di di rezione NW-SE che disloca il condotto per circa 4 rn. in larghezza e per 6 m. di profondità; il piano di essa immergente a 215° è ben visibile anche perché bisogna proseguire lungo questo. Non c'è dubbio allora che processi tettonici secondari siano subentrati in seguito alla attività della fascia strutturale e principale del M. S. Nicola. L'obbiettivo esplorativo era di potersi immettere in una serie di ambienti carsici intercettando vie sotterranee di deflusso d'acqua, non trovando punti di assorbimento superficiale, l'idea era di ricercare un ingresso lungo fratture e faglie; la frana finale superabile solamente e non facilmente mantenendosi molto in alto nel meandro, non è stata ancora tentata di superare. Strutture dovute al passaggio di acqua non sono state osservate, mentre una intensa frequentazione animale (soprattutto insetti) caratterizza buona parte della cavità. Altre grotte sono state esplorate dal gruppo nel la stessa zona (sul M. Campo), ma crolli e frane impediscono attualmente il passaggio. Aurelio Nardella Fonte: A. Nardella, Uscite nell'Alto Molise, in «Notiziario sezionale del Club Alpino Italiano», Napoli, dicembre 1997.
- Evidenze romane sul Monte Capraro di Capracotta
Il sestante (in lat. sextans) era una moneta in bronzo emessa durante la Repubblica romana. La moneta valeva un sesto dell'asse, cioè 2 once, tanto da esser caratterizzata da due globuli che ne indicavano, numericamente, il valore legale. Il mio amico F. A. ne ha trovata una, qualche anno fa, in territorio di Capracotta, grazie a un comune metal detector, ad appena una decina di centimetri dal suolo. Non è tanto la moneta in sé a destare il mio interesse, men che meno il valore commerciale o numismatico, piuttosto il luogo preciso del rinvenimento: l'ex monastero di S. Giovanni Capraro, proprio a due passi dall'acquasantiera, dal pozzo e dalle mura perimetrali di quell'antico presidio benedettino. E che, a questo punto, forse esisteva ben prima che si diffondesse la regola di san Benedetto da Norcia (480-547). Che la moneta fosse a poca profondità dalla superficie del terreno lo si può spiegare col fatto che, riposando esattamente sulla cresta di Monte Capraro, gli agenti atmosferici hanno via via sciolto il fango soprastante piuttosto che accumularlo, come invece sarebbe accaduto a valle. Tuttavia, la moneta era interamente ricoperta da una spessa patina e soltanto dopo una lunga pulizia sono emerse le effigi e la scritta. Il sestante in questione, infatti, è del tipo più comune, con la testa di Mercurio al dritto e la prora di una galera al rovescio, e l'inequivocabile dicitura ROMA che, cronologicamente, lo inquadra fra il 217 e il 211 a.C. Questa moneta era diffusa in molte città dell'Italia centrale, il che porta a pensare che Capracotta, sul finire del III secolo a.C., stava completando il suo processo di romanizzazione, che sarà definitivo allorquando, una manciata di anni dopo, un rito apotropaico di devotio assegnerà un nome a quelle aspre alture: Capræ Cottæ, le capre di Gaio Cotta. Ma veniamo alla questione del monastero, la cui presenza è attestata poco dopo l'anno Mille grazie al Registrum Petri Diaconi conservato a Montecassino e, a cascata, grazie a una serie di cause e donazioni che investirono tutti i presìdi religiosi a quel tempo attivi sulla dorsale del Capraro: la Chiesa di S. Nicola di Vallesorda, la Chiesa dei SS. Simone, Giuda e Lucia, fino alla Chiesa di S. Giovanni oggi in territorio di San Pietro Avellana e ad altre badie di cui s'è totalmente persa memoria: la Chiesa di S. Lorenzo, la Chiesa di S. Pietro della Serra, la Chiesa di S. Angelo, la Chiesa di S. Stefano e la Chiesa di S. Martino. Il ritrovamento di un sestante romano all'imbocco del nostro monastero potrebbe allora rafforzare la mia ipotesi secondo cui la piccola badia di S. Giovanni Capraro sorgesse su una precedente struttura di epoca romana, non per forza di tipo religioso. Lì stava forse un posto di guardia o - e qui entriamo nella parte più avvincente della faccenda - lì era eretta quella «columna marmorea, que finis fuit de jam dicto comitato Ysernino», menzionata in un manoscritto dell'anno 964: quella colonna marmorea che, ben prima dei Longobardi, segnava il termine del territorio d'Isernia. Dissolto l'Impero romano, i benedettini non fecero altro che sostituire il pilastro, simbolo della Roma pagana, con un cenobio religioso che mandasse in deliquio le divinità romane e che effettivamente conobbe l'apogeo soltanto tra l'XI e il XII secolo. Può, allora, una semplice moneta di bronzo raccontare una storia lunga oltre due millenni, coinvolgere tanti elementi (storici, religiosi, politici, architettonici) i quali, legati assieme, riescono a spiegare la Capracotta attuale? Francesco Mendozzi
- La morte di Filiberto Castiglione
A ricordare Filiberto Castiglione, a serbare memoria della sua esemplare esistenza saranno tanti e tanti molisani, sia quelli che con lui ebbero dimestichezza e confidenza familiare, sia quelli che per ragioni di lavoro avevano frequenti contatti, sia quelli che, pur conoscendolo appena, ne avvertirono ugualmente gli slanci umani del suo cuore, che si esprimeva subito nel tono spontaneo e cordiale del dialogo. E al tempo delle prime esperienze professionali nella capitale, e negli ospedaletti da campo mentre infuriava la guerra sulle terre del Veneto, e nella sua amatissima Capracotta, e nella ospitalità calda di Baranello ed infine a Campobasso, dove la stima e la simpatia divamparono presto intorno a lui. In queste tappe del suo cammino terreno Filiberto Castiglione, abituato ai generosi impulsi del carattere franco, leale, affrontò ogni situazione, accettò ogni responsabilità, specialmente quando il popolo gli affidò il compito di rappresentarlo. E quando fu necessario pagò di persona con la dignità di chi non ha nulla da rimproverarsi, ma è travolto dalla ineluttabilità degli eventi. Filiberto Castiglione ebbe inoltre il culto della famiglia, dell'amicizia, della solidarietà. In questo campo fu un esempio di sollecitudine e di generosità perché si curvò sulle sofferenze come un umile samaritano. Aver considerato per tutta la vita questo compito come una missione è titolo che da solo spiega il rimpianto con cui tanti hanno appreso, all'improvviso, che proprio nella Settimana Santa Filiberto Castiglione aveva concluso cristianamente la sua esistenza terrena. Fonte: Cronaca del Molise, in «Il Tempo», Roma, 29 aprile 1973.
























