LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Santilli, il grande scienziato capracottese ignorato dalla scienza ufficiale
Esiste una tenzone fra Einstein e uno scienziato naturalizzato americano di origini molisane, Ruggero Maria Santilli, nato a Capracotta l'8 settembre del 1935. Einstein, per ovvie naturali ragioni, ignora che Santilli ponga in discussione le sue teorie, o meglio, le considera di gran lunga superate. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire chi è Ruggero Maria Santilli, personaggio abbastanza controverso - acclamato da studiosi di mezzo mondo che lo hanno proposto candidato al Premio Nobel per la Fisica - tenacemente aborrito da un altrettanto buon numero di scienziati che albergano nell'altra metà del mondo. Brillante studente all'Università di Napolim si laurea in Fisica ottenendo il dottorato di ricerca in Fisica teorica presso l'Università di Torino. Nel 1968, accogliendo l'invito dell'Università di Miami a svolgere attività di ricerca con i fondi della N.A.S.A., si trasferisce in America. Insegna Fisica all'Università di Boston per poi passare al M.I.T., una delle più importanti università di ricerca del mondo con sede a Cambridge, nel Massachussetts, e raggiunge l'apice della carriera come fisico teorico al Dipartimento di Matematica dell'Università di Harvard. Lo scorso settembre ha organizzato, attraverso la Ruggero Maria Santilli Foundation, associazione di cui è presidente e fondatore, la conferenza internazionale su Astrofisica e Cosmologia della materia e dell'antimateria presso la Repubblica di San Marino, che gli ha conferito la più alta onorificenza: la nomina di Commendatore di Gran croce dell'Ordine equestre di Sant'Agata. Al convegno sono stati trattati molti argomenti: l'espansione accelerata dell'universo, il Big Bang, la materia oscura, l'energia oscura e i buchi neri. Ma cosa ancora più importante sono state presentate le verifiche sperimentali, effettuate da scienziati europei e degli Stati Uniti, di un'ipotesi teorica "inventata" proprio da Santilli che, basandosi sugli innovativi concetti di isoredshift ed isoblueshift, prevede deviazioni all'interno dei mezzi materiali della celeberrima teoria della relatività speciale di Einstein. Il prof. Santilli è noto nel mondo della scienza per aver proposto nel 1978, quand'era all'Università di Harvard, una generalizzazione strutturale della meccanica quantistica e della relatività ristretta ai cosiddetti sistemi interni (particelle che si muovono una a contatto con o dentro l'altra, come nella struttura degli androni, nuclei o stelle, piuttosto che particelle muoventesi nel vuoto, come nella struttura atomica descritta nella meccanica quantistica e relatività di Einstein). Per tale formulazione Santilli dovette inventare matematiche completamente nuove, oggi note come "matematiche santilliane" e, nel frattempo, ha ricevuto consensi da tutto il mondo. Ad esempio Karl Popper, il grande filosofo inglese della scienza, in uno dei suoi ultimi libri, ha espresso grande approvazione per i suoi studi, come anche il fisico americano Micho Kaku; mentre la scienza ufficiale continua ad ignorarlo, anche se ha scoperto una nuova specie chimica, chiamata "magnecolare", diversa da quella molecolare, adatta ad una combusione completa che rimuoverebbe l'idrogeno dall'atmosfera e, quindi, di grande interesse ecologico. Ma perché noi molisani di tale genio della Fisica non ne abbiamo quasi mai sentito parlare? Nel 1995 Santilli organizzò un convegno internazionale, proprio nel Molise, nel Castello Pignatelli di Monteroduni, una settimana di congressi scientifici che videro la partecipazione di oltre 150 fra scienziati, membri dei comitati Nobel, direttori di laboratori di fisica, presidenti delle accademie scientifiche, proprio per discutere e divulgare le invenzioni venute dopo quella di Einstein, incluse quelle di matematica pura, fisica, chimica ed ingegneria. Il rapporto con la classe politica di allora (tranne qualche eccezione) fu pessimo tanto che Santilli se ne andò sbattendosi dietro le porte e giurando che non avrebbe mai più rimesso piede in Molise. Ma ciò che è più grave è che la stampa nazionale non si accorse o, come Santilli sostiene, non volle accorgersi di quello che era accaduto a Monteroduni: sei volumi di atti di quel convegno e tre monografie per 3.000 pagine di nuove ricerche. Già, perché Santilli, senza mezzi termini, denuncia l'ostracismo della stampa, definendola assoldata e politicizzata, cieca e sorda di fronte all'invenzione di quel nuovo carburante pulito, a struttura non molecolare, oggi chiamato Santilli MagneGas. Se un giorno gli si dovesse dar ragione si potrebbe definirlo: ecologista per eccellenza, tanto ci tiene a far comprendere che il Pianeta va salvato e che lui da anni è impegnato in questo senso al punto che, tra le tante cose, ha studiato un sistema per il disinquinamento delle acque reflue a seguito della molatura delle olive; problema che interessa il Molise come tutti i paesi del Mediterraneo produttori di olio. Ma perché Santilli ce l'ha con Einstein? In effetti Santilli nega di avercela con lo scienziato tedesco anzi, ammise in una intervista: «L'ho sempre lodato, chiamando la consistenza assiomatica della relatività ristretta majestic». E aggiunge: «Tutti i problemi etici e scientifici contemporanei non sono causati da Einstein, ma dai suoi seguaci che si appoggiano al suo nome per avere credibilità. Gli articoli di Einstein sono seri perché identificano con chiarezza le condizioni di applicabilità che sono quelle particelle di onde elettromagnetiche muoventesi nel vuoto. Da questo i seguaci di Einstein hanno esteso l'applicazione delle sue teorie a tutto l'universo in una maniera non scientifica perché fatta senza esprimere le limitazioni ed approssimazioni consequenziali». Non siamo in grado di esprimere un giudizio sul valore scientifico di questo illustre studioso, ci siamo limitati a tracciarne il profilo per renderlo meglio noto ai molisani. Vittoria Todisco Fonte: V. Todisco, Santilli, il grande scienziato "capracottese" ignorato dalla scienza ufficiale, in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso, 19 gennaio 2012.
- Capracotta e le cascate del Verrino
Risveglio in una bella giornata di sole, notte tranquillissima, ci troviamo nel centro montano di Capracotta a più di 1.400 metri d'altezza, il più alto comune del centro-sud Italia. Anche la vegetazione qui è quella di alta montagna ed è possibile vedere un raro bosco di abeti bianchi, sono presenti impianti sia per lo sci alpino che per lo sci di fondo. Anche se la gente del posto ci ha detto che le piste per lo sci da discesa sono ormai in disuso da anni, mentre i quindici chilometri di piste per lo sci di fondo che attraversano un bel bosco di faggi ed abeti sono scelte spesso per ospitare gare nazionali ed internazionali. Questa mattina vogliamo andare alla ricerca delle cascate del Verrino, dopo alcune ore perse lungo una strada stretta e dissestata, una persona del posto ci informa che è meglio fare retromarcia in quanto la strada più avanti si sarebbe fatta impraticabile per mezzi delle nostre dimensioni, indicandoci un modo più agevole per giungere alla meta. Finalmente in tarda mattinata giungiamo al cospetto dell'agognata cascata, immersa in un ambiente alquanto suggestivo e bucolico. Alla base della stessa un bel laghetto dalle sfumature color smeraldo invita a bagnarsi nelle sue acque. Nel pomeriggio saliamo fino alla zona di Prato Gentile dove sono presenti gli impianti sciistici. Ignote le origini dell'originale nome del paese, si ritiene che sia dovuto all'usanza longobarda di sacrificare una capra prima di insediarsi in un luogo. Tra i monumenti del centro storico spiccano il Palazzo baronale, la chiesa di Santa Maria Assunta e quella di Santa Maria di Loreto. Lungo la strada che dal paese sale verso lo splendido scenario naturale di Prato Gentile, meta di passeggiate durante la bella stagione ed apprezzata meta sciistica per gli amanti degli sport invernali, ad oltre 1.500 metri di altezza è ubicato il Giardino della flora appenninica che, con i suoi 10 ettari, ospita un raro esempio di orto botanico la cui vegetazione è totalmente legata alla spontaneità ed alla creatività della natura fino ai margini di un bosco di abete bianco. E per finire in bellezza la serata ci facciamo attrarre dal menù del ristorante "L'Elfo". Ristorante molto caldo ed accogliente, ambiente caratteristico, ricavato dalle cantine di un vecchio palazzo signorile. La cucina molisana è specializzata in piatti a base di tartufo e selvaggina. Per smaltire la lauta cena (ottimo il rapporto qualità/prezzo) passeggiamo in solitudine nella fresca aria della notte. Al risveglio bella giornata di sole ma aria frizzante da alta montagna, salutiamo Capracotta per dirigerci a Pescopennataro, un piccolo borgo di 150 anime arroccato su di uno sperone di roccia dal quale si domina tutta la vallata del Sangro... Rapa Nui Fonte: https://iviaggidellavergine.com/, ottobre 2020.
- Capracotta, il tetto di Altosannio
Capracotta segna lo spartiacque tra Molise e Abruzzo. Da un lato i monti severi e imponenti dell'Aquilano e del Chetino, dall'altra le dolci colline del Molise. All'interno di questo maestoso anfiteatro si adagiano paesi e contrade che di notte mandano luci e sembrano riflettere mille bagliori. Se si guarda a nord, nella valle scorre, non visto dall'alto, il fiume Sangro, in prossimità del quale si adagia Castel del Giudice, l'ultimo comune molisano al confine tra le due regioni. Al di là del fiume si scorge l'Abruzzo aquilano con una serie di paesi e borgate: Ateleta, Carceri Basse e Carceri Alte, poi Pietransieri. Entrando con l'occhio nel Chietino, sempre nelle adiacenze delle località prima citate, appaiono Pizzoferrato, Gamberale e la Valle del Sole, località sciistica situata alla stessa altitudine di Capracotta, un tempo alpeggio estivo delle mandrie provenienti dalle Puglie. L'intero orizzonte visivo è coronato dai bastioni e contrafforti della Maiella e, più a ovest, dalle Mainarde. Sul profilo orientale della Maiella, come ultima sua propaggine, si leva, nitido, il Monte Porrara e il "guado" o "passo di Coccia" sul quale d'inverno l'addensamento delle nebbie e delle nuvole è, spesso, indice premonitore del sopraggiungere di correnti gelide da nord. Alle pendici del Monte Porrara si adagia l'abitato di Palena (non visibile da Capracotta); più in là, digradando verso est, troviamo, tra gli altri, i comuni di Lama dei Peligni, visibile da Monte Campo, di Fara San Martino (dove si produce la pasta) e di Torricella Peligna e Taranta Peligna. Se aspro è il panorama dell'Abruzzo, morbido e sinuoso è quello del Molise a sud: Pietrabbondante con le sue inconfondibili rocce, Poggio Sannita, Bagnoli del Trigno, Salcito, Duronia, Torella. Poi giù verso la valle del Verrino, Fontesambuco e le masserie di Ortovecchio. Il fiume non si vede ma lo si intuisce che scorre gagliardo nella valle. L'occhio risale lungo i crinali ed ecco apparire in lontananza paesi come Campolieto, Montecilfone, Montagano. Poi su tutti, come un transatlantico adagiato sul mare, appare Campobasso con l'inseparabile Ferrazzano e il Castello Monforte. Una visione incantevole che riconcilia con la vita. Perfino il parco eolico di Monteforte si adegua allo scenario e sembra volersi mimetizzare col paesaggio superbo che lo circonda. D'estate i colori sono vivi, variegati in tutte le tonalità, varianti dal verde intenso al giallo dei prati falciati, dal bruno dei boschi al nudo della roccia esposta al sole. D'inverno tutto è bianco e, se c'è il sole, la neve manda riverberi luminosi. Lo spettacolo non è tuttavia sempre così idilliaco: spesso le nebbie dense e fitte avvolgono il mondo a me caro e mi impediscono di spaziare nell'infinito. Tutto diventa ovattato, le cose spariscono e un bozzolo denso ricopre case, uomini e paesaggi. In compenso, alla mezzanotte del 31 dicembre, quando il tempo è galantuomo, è possibile vedere le luminarie e i fuochi d'artificio che rimbalzano da un lato all'altro dell'anfiteatro: luci intermittenti, stelle filanti, botti, più vicini, più lontani. È un'apoteosi di colori, una festa degli occhi che non sanno dove prima guardare. L'anno nuovo si annuncia così. Dalle finestre di casa, ben coperta, mi affaccio sul palcoscenico di questo magnifico teatro e dentro di me, in assoluta solitudine, mi rivolgo gli auguri di buona salute. E di serenità. Maria Delli Quadri Fonte: M. Delli Quadri, Il mondo di Maria, a cura di E. C. Delli Quadri, Youcanprint, Lecce 2021.
- Il mulino del Duca di Capracotta
Prima dell'arrivo dei Francesi l'intera zona di Guastra apparteneva al Duca di Capracotta, nella persona di Giacomo Capece Piscicelli (1727-1777) e poi di suo figlio Carlo (1758-1799), ed in quel luogo esisteva, sin dal 1754, un mulino ad acqua che alimentava una qualche fabbrica. Nella seconda metà dell'Ottocento, dopo l'eversione feudale napoleonica, quell'opificio divenne una ramiera per mano dell'isernino Basilio Antonelli, che si trasferì ad Agnone per lavorare come forgiatore. Nel 1880 la ramiera passò definitivamente sotto la proprietà della sua famiglia e, nel 1890, le cronache la dicevano attivissima. Ubicata a destra del fiume Verrino, in località San Quirico Alto, la ramiera fu smantellata nel 1950 e sostituita da un'altra ad energia elettrica. L'edificio originario, oggi in territorio di Agnone, si componeva di due corpi aventi una pianta ad "L" ad altezze differenti, mentre la struttura portante era in pietra squadrata. Il corpo in basso era il laboratorio della ramiera ed oggi credo sia adibito a ricovero per gli animali. Il soffitto del primo piano era poi costituito da capriate in legno e la facciata principale presentava un cornicione con semplici mensole in pietra. Tra i due corpi vi era un porticato con un solo pilastro in pietra con copertura in tegole. I portali e gli stipiti delle finestre erano anch'essi in pietra lavorata. Per essere una cascina di campagna, insomma, presentava delle caratteristiche davvero nobili! Francesco Mendozzi
- Le intellettuali di piazza Vittorio
Augusto Fornari ci propone un liberissimo, «quasi spalancato», per citare un'altra commedia, adattamento da "Le intellettuali" di Molière con la drammaturgia di Chiara Becchimanzi, padrona di casa italo-iraniana con posizioni ultra-moderniste, luminosa apparizione del gruppo, assieme a Giorgia Conteduca, la sorella minore filo-tradizionalista Monika Fabrizi, l'irresistibile cameriera Tina, Giulia Vanni, la fantastica zia figlia dei fiori, Teo Guarini il principe del deserto conteso fra le due sorelle e Claudio Vanni, regista tiktokkaro divoratore di ciambelline al vino e taralli. Il nucleo originale della trama rimane: due sorelle, un matrimonio dell'una con l'ex dell'altra, che pare disprezzare uomini e convenzioni, «femmina saccente» direbbe Molière, che parodizza i "finti" intellettualismi del suo tempo, ma poi pure un po' del nostro. Qui però cambia il contesto, siamo appunto ai giorni nostri e a scontrarsi in una famiglia mista fra Iran e Italia sono sempre due sorelle: una "super-illuminata" che ospita in casa le più audaci performance ed espressioni artistiche della Roma bene, pedissequamente seguita da un regista imbecille che riprende in analogico ma pubblica in digitale e la minore innamorata nientemeno che del partito rifiutato dalla sorella, con cui vorrebbe convolare a giuste nozze. Nel mezzo una storia famigliare di fughe e rinascite fra paesi d'origine. La sorella illuminata vuole negare il matrimonio alla sorella tradizionalista, col timore, dice lei, che lo sposo la conduca nel vortice dell'integralismo, ma in realtà pentita di aver perso la sua chance con lui per troppo orgoglio "femminista". Fanno da cornice i personaggi della cameriera e della zia, i due veri pilastri comici della scena. Che dire oltre? Un adattamento brillante e divertente, anche se forzato in alcuni punti: ad esempio le manifestazioni eteree dei genitori, interpretati da Cinzia Leone e Vittorio Hamarz Vasfi, naturalmente eccellenti, ma con dei personaggi che sembrano incastrati a forza in una trama che non li richiederebbe. Per il resto un testo ritmato, accompagnato dal disegno luci e da una scenografia che ci porta dritti dentro la casa di questa famiglia complicata, un po' come quella di tutti. Indimenticabili le performance live di Stefano Fresi, terzo fratello "trapper" in giro per tournée fra Capracotta e Campo di Carne, così come le manifestazioni di autostima estrema della zia fulminata e l'ingenua popolarità della cameriera. Una commedia che funziona, tiene il pubblico e ci porta dentro la leggerezza del racconto. Ottima la regia di Augusto Fornari, così come in generale la coralità degli attori, unica nota stonata appunto le video-proiezioni con i fantasmi della coppia progenitrice, che in fondo non aggiungono nulla alla freschezza del racconto, anzi forse lo appesantiscono un po', anche perché l'accenno del fascinoso Vittorio al viaggio dall'Iran, dobbiamo dirlo con mestizia, passa rapido in cavalleria. In scena al Teatro Tor Bella Monaca a Roma per sole due date, anche la commedia soffre evidentemente di questi tempi (post?)pandemici, ma ne consiglio una visione in altri palchi, se non altro davvero per la bravura degli attori. Fabiana Dantinelli Fonte: https://www.fermataspettacolo.it/, 29 dicembre 2021.
- Amore e gelosia (XXXIX)
XXXIX Finalmente era giunta a casa! Camminando sveltamente, quasi correndo per le strade di Nocera, Elisa si era diretta attraverso stradine e stradette verso la sua abitazione: voleva rifugiarsi nella sua stanza, al buio, buttarsi sul letto e scaricare tutta la tensione accumulata con un pianto liberatorio! Il suo Salvatore, l'uomo che lei amava profondamente, l'aveva delusa! Che meschineria! Ricorrere a don Alessandro per rivederla, strapparle un gesto d'amore e di riconciliazione profittando del suo essere donna innamorata, e accantonare ancora una volta i motivi di frizione che incrinavano il loro rapporto senza spiegazione alcuna! NO! A costo di rompere tutto, NO! Come poteva accettare ancora che la madre lo dominasse in quel modo? Ormai aveva 51 anni, era ben più che un uomo maturo, doveva decidere che cosa voleva fare della sua vita e con chi! Quella donna infernale non gli dava spazio oltre quello che lei riteneva sufficiente per tenerlo legato a sé, e lui ci godeva, ci pascolava in quella situazione, con un egoismo addirittura bambinesco! Ma così facendo, lasciava lei in quel limbo, in quell'oblio infernale degli anni che passavano e niente si decideva! Entrò in casa e salì le scale: finalmente, la sua cameretta la accolse coi caldi tendaggi alle finestre e i puff e i cuscini del suo letto. Ma non appena si lasciò andare distesa, scattò come una molla: un pensiero la colse e l'avvolse come una coltre: "Sono stata troppo rude, l'avrò fatto soffrire? Salvatore è un poeta, un uomo con una sensibilità esasperata, per lui anche la cosa più lieve si trasforma in dramma! Sì... ho esagerato, nessuna altra donna avrebbe fatto e detto ciò che fatto io!". Ormai si torceva le mani per l'angoscia... "Come posso rimediare, come posso fargli capire che anche io sto soffrendo?". Ormai la sua mente era in ebollizione, non poteva più fermare i pensieri che galoppavano: "Ed ora dove sarà? Con chi sarà? Si tratterrà a Nocera e verrà a trovarmi oppure se ne tornerà a Napoli? Se riparte non lo vedrò mai più, mai più!". Infine decise: "Devo vederlo, magari senza che lui mi veda, ma devo vederlo! Se riparte va alla stazione, ci vado anch'io e...". Lasciò in sospeso che cosa avrebbe fatto: in un baleno uscì dalla stanza e dalla casa, montò sul birroccino del giudice suo padre e con uno schiocco di frusta e un «Aaah!» rivolto al cavallino parti, diretta alla stazione. Dalla finestra al primo piano si affacciò proprio lui, il giudice: aveva sentito il trapestio e alla vista del suo calesse che si involava, pensò ad un furto: ma riconobbe un lembo del vestito verde di Elisa e scuotendo la testa se ne tornò dentro, alle sue letture: "Il mondo sta cambiando troppo velocemente" pensò... "Qui le donne ormai la fanno da padrone. Poveri noi, dove andremo a finire?". Francesco Caso
- Gli ultimi giorni di mio padre
Sono tornata nel mio paese natale, a San Severo, dopo aver cercato inutilmente lavoro a Roma per cinque anni. Tornai a casa lo scorso agosto. Mio padre decise che dovevano essere delle belle vacanze. Nella nostra utilitaria alle 9:00 eravamo pronti per partire: mio padre, mia madre, Alessandra (mia sorella minore) ed io. – Dunque dove andiamo? E mio padre ci portò nei posti della nostra infanzia, nei luoghi in cui siamo cresciute. Ad esempio a Capracotta, dove andammo in vacanza da bambine per tre anni di seguito. E anche a Castelnuovo, dove c'è "La Fonte": una vecchia fontana dove ci fermavamo da piccole a bere l'acqua "buona". O dove mia mamma si recava durante la sua prima gravidanza, quando aspettava me, si trattava del suo primo incarico nella scuola. A San Marco in Lamis. Ci siamo fermate nei boschi presso chioschetti dove si serviva solo birra e caffè orrido. Ci ha portato a Marina di Lesina e sul lago di Lesina, in un posto speciale solo per noi. Nel senso che ci portava mia mamma e mia sorella Alessandra per svagarle. Nei bar, nei ristoranti e nelle pizzerie ero molto tesa perché sono molto timida e non mi piace quando la gente mi fissa e mio padre mi disse più di una volta: – Rilassati! Sei troppo tesa! Mangia con le mani la pizza! Ne vuoi un po' della mia? E ci rideva su. Con la musica a tutto volume in macchina con il mio papà che batteva le mani sul volante a tempo. La prossima estate mio padre non ci sarà. Valeria Luisa Manna Fonte: https://diociama.org/, 24 aprile 2018.
- Conferenze napoleoniche
Ieri, 8, alle ore 21:30, il signor Oreste Conti per invito dei soci, disse, in una sala del Circolo d'Unione, la prima delle sue conferenze napoleoniche: "Napoleone e le sue guerre". Intervenne l'élite del paese e tutta la numerosa eletta colonia di villeggianti. Notata la presenza dell'onorevole senatore Falconi. La dotta e geniale conferenza, in cui la figura del grande Guerriero è tratteggiata da un punto di vista affatto nuovo, detta con entusiasmo e con parole forbite, rivelò nel Conti, oltre che un cultore di studi napoleonici, anche un elegante dicitore, onde il pubblico gli fu largo di sinceri e calorosi applausi. Al venti corrente, il Conti parlò sul tema: "Napoleone e l'Italia". Entrambe le conferenze, poi, saranno dall'Autore ripetute a Roma e a Napoli, nel corso dell'anno. Al valoroso giovane auguri di lieto avvenire! Verso le ore 2:45 del giorno 16 settembre 1911, due sconosciuti, mediante scasso della porta d'ingresso, penetrarono nella farmacia di Castiglione Costantino, fu Giuseppe, d'anni 55, del luogo, e da un cassetto, che pure scassarono, involarono a danno dello stesso lire 60 circa in biglietti da 5 e 10 lire. I ladri sorpresi dal figlio del derubato, a nome Ciro, alla vista del giovane fuggirono. L'arma del C. R. indaga con tutto zelo, per assicurare alla Giustizia i due malfattori. Stefano Amicone Fonte: S. Amicone, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XVIII:15-16, Agnone, 30 settembre 1911.
- Capracotta, dalle origini ai giorni nostri: situazione preistorica locale
Cosa è successo sul nostro territorio? Ognuno, se ha delle basi concrete, può sviluppare sue ipotesi, perché l'arco di tempo che passa dall'insediamento di Isernia al sito della civiltà del ferro de La Macchia e le tombe dello stesso periodo de Le Guastre è per noi umani inquantificabile: passano cioè ben 727.000 anni! Assisteremo all'estinzione dell'Erectus, all'origine del Neanderthaliensis, alla sua scomparsa ed alla venuta del Sapiens, ma nessuna testimonianza è rimasta sul territorio, o forse non è mai stato abitato. Sappiamo, da tracce lasciate sul terreno dell'Appennino centrale, che 36.000 anni fa c'è stato un grande incendio, ma rimase isolato, senza nessun progetto pianificatore: sarà stato realmente naturale, un'autocombustione. Diversamente avverrà dopo la rivoluzione agricola, o neolitica, con nuova pietra riferita alla manifattura più levigata della stessa e alla comparsa della ceramica, iniziata nel 7.000 a.C. nella Mezzaluna Fertile. Quando l'uomo inizia ad addomesticare le piante e gli animali e ad incendiare grandi territori per ricavarne sia campi coltivabili che pascoli, se ne trovano tracce dal 5.000. al 400 a.C., come avviene al giorno d'oggi in Amazzonia. Se questi siano stati accesi dall'uomo del posto che si acculturava o da una cultura civilizzata invasiva, dominatrice della natura ed autoregolamentata, nessuno può dirlo, o forse la genetica, secondo la culturalizzazione dei popoli contermini l'uno con l'altro e il progresso delle tecniche agricole, dovrebbe essere avvenuta la prima ipotesi: se è così si è trattato di una rivoluzione culturale. Ci vorranno 2.000 anni perché arrivi sull'Appennino e, non a caso, i suoi tempi coincidono con le tracce degli incendi, molto frequenti da questo periodo. Fernando Comegna Fonte: F. Comegna, Capracotta, dalle origini ai giorni nostri, Kaos, Tivoli 2013.
- Il posto più bello ed economico dove andare sulla neve in Italia
Andare sulla neve, fare la cosiddetta "settimana bianca", è considerato spesso un lusso. Ma non è affatto vero. Dipende tutto da dove si va. Ci sono infatti luoghi di montagna economici ed altri effettivamente carissimi. E c'è un posto di montagna dove andare sulla neve che costa pochissimo ed è anche bellissimo. E si trova in Italia. Dove? In Molise! Quando si dice "Molise" i più simpatici rispondono «ma non esiste», riprendendo un tormentone del web. In realtà il Molise esiste eccome ed ha tantissimo da offrire, solo che in pochi lo frequentano. Invece vale la pena andarci per ammirare una natura rigogliosa, visitare borghi incantevoli e spendere poco. Già perché in Molise tutto costa meno rispetto ad altre regioni più blasonate d'Italia. E non ha nulla da invidiare. Anzi qui non sono ancora arrivate - e speriamo non arrivino mai - le speculazioni edilizie, qui il paesaggio è ancora semplice e rurale come una volta. Se quindi volete andare qualche giorno sulla neve e cercate una località in cui non spendere tanto, che possa offrire piste da sci, servizi e una natura spettacolare allora la meta che fa per voi è Campitello Matese o la più piccola Capracotta. Campitello Matese e Capracotta sono le due località di montagna più famose del Molise e di tutto il Centro-Sud. Sono stazioni sciistiche piuttosto rinomate e località apprezzate anche in estate. Insomma, la montagna perfetta. Sull'Appennino molisano ci sono tre massici, uno di questi, il più antico e con vette oltre i 2 mila metri è il Matese. Famoso non solo per le sue cime, ma anche per le sue grotte, fra le più importanti d'Italia. In questo paradiso naturale si trova Capitello Matese a 1.490 metri di altitudine. Lungo Monte Miletto, la vetta più alta del Molise, si snodano le oltre 40 km. di piste da sci raggiungibili con 5 sciovie e 2 seggiovie. Dalla cima di Monte Miletto si gode di uno spettacolo straordinario che arriva fino alla Majella e al Vesuvio, al Gargano e i Monti dell'Irpina. Numerose le passeggiate per lo sci di fondo e tra i tanti sentieri da fare con le ciaspole o a piedi se non c'è neve ci sono le Gole del Quirino e le cascate di San Nicola. Ci spostiamo in provincia di Isernia, dove a pochi passi - in linea d'aria - dall'Abruzzo si trova un'altra importante stazione sciistica, uno dei posti di montagna più belli ed economici d'Italia, Capracotta. È uno dei comuni più alti dell'Appennino: si trova a 1.421 metri ed è circondato da importanti vette. La più imponente è il Monte Campo che raggiunge i 1.746 metri. Oltre al grazioso borgo dove soggiornare e che offre spettacolari panorami sui monti e valli circostanti, Capracotta è un riferimento per gli appassionati di sci, seppur di dimensioni ridotte. Ha due piste, una da sci alpino servita da una seggiovia sul Monte Capraro e un'altra per lo sci di fondo in località Prato Gentile. Ma quanto costa una giornata sulla neve a Campitello Matese o a Capracotta? Uno skipass giornaliero a Capracotta si aggira sui 20 euro a persona, a Capracotta in mezzo alla settimana perfino solo 15 euro. E per dormire a Campitello una notte in alta stagione invernale si aggira sui 100 euro a notte, mentre a Capracotta si trovano soluzioni anche a 80 euro. Insomma, il Molise esiste ed offre soluzioni economiche per passare una giornata o un weekend sulla neve. Cinzia Zadro Fonte: https://www.viagginews.com/, 18 gennaio 2022.
- Ut sit Deus omnia in omnibus, Capracottæ etiam
Uno dei temi più affascinanti della storia delle religioni, che accende il dibattito attuale tra i monoteismi abramitici, consiste nella possibilità o - meglio - nella opportunità di raffigurare ciò che non può essere rappresentato: Dio. Oltre la polemica iconoclasta dell'VIII-IX secolo, il cristianesimo ha sempre creduto possibile dipingere il Signore, come superbamente dimostrato dall'affresco michelangiolesco della "Creazione di Adamo", presente su una volta della Cappella Sistina di Roma, probabilmente la più celebre tra le rappresentazioni dell'Onnipotente. Addentrandoci nel Molise, segnalo che in un articolo del 30 marzo 2014 Franco Valente sosteneva che sopra alcuni altari antichi delle nostre chiese, nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII fu realizzata una finestrella apparentemente avulsa dal contesto; una finestrella, chiamata cimasa, la cui esistenza andrebbe ricondotta a una questione teologica, quella della janua Cœli, la "porta del Cielo". Per Valente, infatti, il termine janua Cœli è da intendersi come «porta che immette nella sfera celeste e dalla quale si affaccia il Padreterno atteggiato a giudicare con la mano destra. Con la sinistra si appoggia a un globo sul quale è impiantata una croce [globo crucigero, N.d.A.]». A Capracotta l'unica raffigurazione di Dio proviene originariamente dalla Chiesa Madre ma la potete ammirare nel Santuario di S. Maria di Loreto, precisamente al di sopra dell'altare che sostiene l'antichissima statua lignea della Vergine. L'Altissimo dell'altissima Capracotta è bello ed austero, severo ma benevolo, un anziano Signore di nero vestito che s'affaccia alla porta del Cielo per offrire un ritaglio di paradiso per mezzo della Vergine Maria, la testimone più attendibile di come si possa raggiungere la pienezza attraverso l'incontro con Lui. A che Dio sia ogni cosa in tutto, anche a Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Forte, S. Nono e V. Vitiello, Dipingere Dio, Albo Versorio, Milano 2008; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Enne, Ferrazzano 2003.
- Il porco e l'Albergo Vittoria di Capracotta
Mi raccontava mia madre che il proprietario di un maiale a Capracotta ebbe l'urgente necessità di partire per Roma per problemi familiari. Perciò si rivolse a un suo conoscente, anch'egli possessore di un maiale, per chiedergli il favore di tenergli il porco per una settimana. Per scrupolo gli domandò pure quanto gli sarebbe costato quello "scomodo". Alla richiesta di una cifra che gli sembrò esorbitante gli rispose: – Allora lo lascio all'Albergo Vittoria... almeno magna colla salvietta! Franco Valente
- Amore e gelosia (XXXVIII)
XXXVIII I due uomini erano rimasti lì nella sagrestia come due allocchi: letteralmente colti di sorpresa dalla reazione forte di Elisa, il prete se ne stava seduto alla sua scrivania con gli occhi che ancora tentavano di inseguire la figura bella e forte della donna fiera che si era ribellata come una tigre; don Salvatore invece teneva ancora un braccio steso e proteso in avanti, quasi a voler fermare Elisa che nel frattempo era già sparita dalla vista. Poi... dopo quasi un minuto di silenzio... – Don Salvato'... ma voi avete visto? – Don Alessa'... visto e sentito, purtroppo! Al prete non è che venissero troppo le parole in bocca: era davvero sbigottito! – Ma cheste so' cose 'e pazze! Una donna che reagisce così... così ..... Ma in che mondo viviamo? Dove andremo a finire? Che scostumata, davanti al suo prete e al suo fidanzato! Invece di ascoltare, assentire con umiltà e essere grata che le stavamo offrendo, no tendendo una mano, questa la mano l'ha morsicata, un altro poco se la mangiava! – Aaah... – fece don Salvatore – bellissimo, davvero grande! Superba... E che occhi! Scagliavano lampi! Che donna, che donna! Il prete sbigottì ancora di più: – Don Salvatore... Ma state bene? Che state dicenne? Ma l'avete vista bene? Quella n'atu poche ve sbranave e vuie... Il poeta scoppiò in una sonora risata: – Aaah, don Alessandro... non preoccupatevi! Cose mie, cose di poeta! Tutto a posto, missione compiuta! Siete stato un vero amico, è andata meglio di come pensavo! Mi avete aperto la porta giusta per riconquistare Elisa e oltretutto me l'avete fatta amare ancora di più! È proprio 'a femmena che fa per me! E che ne dovevo fare di una pecorella docile e sottomessa, sai che noia!... Grande, grande! E come mi ama! Il prete lo ascoltava con la bocca aperta incredulo: "Poveretto, questo si è nu poche rimbambite! La mazzata è stata forte, na femmena che risponne accussì non se l'aspettava e mò nun sape chelle che dice... Povero uomo!", così pensava don Alessandro, guardando l'altro uomo ormai di una certa età che invece ora aveva preso ad andare avanti e indietro per la sagrestia con energia e sorrideva da solo e parlava, parlava. – Grande, sì, è stata grande! E mò il gioco si fa interessante! Mò ci divertiamo! Mò scendono in campo le truppe corazzate! Aimme vede' chi è più forte! Madonna, che spasso! E che fuoco! Che sguardo la mia Elisa! Io una donna così me la sposo! E certo che me la sposo! Poi sembrò rinsavire e si rivolse a don Alessandro: – Caro amico mio, mi fareste l'ultimo favore di accompagnarmi alla stazione? Devo tornare a Napoli e c'è un treno fra mezz'ora, a piedi potrei non farcela... – Allora... Tutto a posto, don Salvatore? Sicuro tutto a posto? – chiese titubante il prete. – Sì, sì, ancora grazie amico mio... da questo momento consideratemi un vero amico vostro... Ma avete un carrozzino pronto per... – Non preoccupatevi don Salvatore... Fuori ci sta la carrozza di Cicce a meza botta, vicine al Gran Caffè... Quello vi porta alla stazione in un lampo! – Ah, bene, bene! Allora me ne vache e vi saluto con grande affetto! Ci vediamo in questi giorni don Alessandro... – l'uomo era tutto sorridente e felice – È certo che ci vediamo! Infilò poi la tenda che separava la sagrestia dalla chiesa e a sua volta andò via, lasciando solo don Alessandro che capuzziava ripensando a quanto era accaduto: poco ci aveva capito, tranne che a parer suo donna Elisa era na grande scostumata! Ce vuleva 'o curpine pe na femmena accussì! Francesco Caso
- La trebbiatura con i cavalli
In campagna si trebbiava sull'aia, con i cavalli. Lo si faceva ancora, fino a qualche anno fa, nelle vecchie masserie del mio paese, a Macchia e a Guastra. Chi abbia assistito, almeno una volta, alla trebbiatura con i cavalli può considerarsi fortunato. Si è goduto uno spettacolo straordinario degno dei mitici tempi georgici, di sapore quasi omerico. L'aia davanti alla masseria è cosparsa di un folto tappeto di spighe, sul quale i cavalli, appaiati in più ordini, girano al trotto pestando con gli zoccoli. Lo strato di spighe viene continuamente rimosso e rivoltato dai trebbiatori, che usano lunghe forcelle, in modo che la pestatura avvenga il più uniformemente possibile. Dirige la "danza" ruotante degli agili quadrupedi un contadino, uno dei più validi, piantato al centro dell'aia, che stringe in una mano le estremità delle lunghe corregge a cui sono legati, a raggiera, i cavalli, e nell'altra una lunga frusta che fa schioccare ritmicamente. È come una giostra vivente. Deve essere abile e forte il trebbiatore che dirige. Ruotando su se stesso, in sintonia con i cavalli, molla e tira le corregge, secondo come la situazione richiede; e sprona. È una gran fatica e quindi gli viene dato presto il cambio. Via via che la trebbia procede, i contadini rastrellano con lunghi rastrelli i mucchi di chicchi sprizzati dalle spighe pestate; altri trebbiatori spandono sull'aia nuovi mannelli da trebbiare. Le donne attendono che soffi la tramontana per "conciare" il grano nuovo, per separare cioè, sollevandolo con la pala e qualche volta con le mani, il grano dalla cama e dalle rische (la pula e le reste). La trebbiatura con i cavalli si concludeva con una festa, la sagra del grano trebbiato. Ce la racconta, nel suo bel libro "Letteratura popolare capracottese", il nostro compaesano Oreste Conti, al cui ricordo, in queste note, si intende rendere un devoto ed affettuoso omaggio. Quando la trebbia volgeva al termine, uno dei trebbiatori, il più giovane, si faceva avanti sull'aia, con una bella manciata di spighe in una mano e una fiasca di vino nell'altra: vino, s'intende, della cantina padronale. Dava da mangiare le spighe ai cavalli e porgeva poi la fiasca al "padrone" perché iniziasse, con una lunga sorsata, la grande bevuta augurale, cui partecipavano tutti i trebbiatori. Si era agli ultimi giri. Per ogni giro dei cavalli, un giro di spighe e di fiasca: tanti, quanti erano i componenti della famiglia padronale. Il primo giro, in segno di rispetto, era dedicato alla moglie del capofamiglia, l'ultimo, all'ultimo rampollo. C'è da pensare, ma questo il narratore non lo dice espressamente, che la suggestiva cerimonia, che sicuramente evocava, come accennato, antichissime costumanze, terminasse, al cader delle ombre, fra danze, suoni e canti d'allegria. Alla fine, veniva elargito, da parte del padrone, un dono, consistente in beni di natura, a tutti i trebbiatori. Viene spontaneo pensare che ogni singolo dono venisse accompagnato da una breve cantata estemporanea, in onore del donatore e del beneficiario. Termina così il racconto della sagra della trebbia sull'aia nelle vecchie masserie del mio paese. Termina anche questa storia, che ha preso impulso dal ricordo di vecchie costumanze paesane, ora non più in uso. Storia di cose e fatti che hanno vivificato, appena ieri, la vicenda umana quotidiana di tanta gente, contadini e operai, che in questa terra ha vissuto e generosamente operato. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Capracotta: una perla nel bianco
Capracotta è un paesino di montagna di 903 abitanti della provincia di Isernia situato a 1.421 m. sul livello del mare, è meta turistica in estate ed in inverno, in estate per i suoi percorsi naturalistici ed in inverno per le sue copiose nevicate che attirano turisti e amanti dello sci. Ci sono due piste, una da fondo e una da alpinismo. L'offerta turistica è stata arricchita e completata sin dal 1997 con la realizzazione di un comprensorio per lo sci alpino lungo le pendici di Monte Capraro. In particolare, è stata realizzata una pista di media difficoltà (rossa) con tratti adatti a soddisfare le esigenze di tutti gli sciatori. È possibile inoltre avventurarsi in diversi tracciati fuoripista sempre perfettamente battuti. Quest'anno le nevicate sono state molto forti. Tra le case, dove il vento ha determinato accumuli più sostanziali, il manto bianco ha superato circa i due metri e letteralmente sommerso i primi piani delle abitazioni. Ciò ha determinato la chiusura della scuola per diversi giorni. Gli alunni hanno accolto con entusiasmo l'eccezionalità dell'evento che ha permesso loro di stare a casa, non uscire e di godersi a pieno l'ambiente familiare. Capracotta ha battuto il record mondiale di neve, a testimoniare il tutto le immagini che hanno fatto il giro del mondo sui media. Valentina Paglione e Concetta Trotta Fonte: https://lascuolafanotizia.it/, 29 gennaio 2017.
- La masseria Colaizzo di Castel del Giudice
Sulla strada provinciale tra Capracotta e Castel del Giudice vi è la cosiddetta masseria Colaizzo (alias Nicola Izzi), un casale in linea, sviluppatosi parallelamente alle curve di livello al fine di ridurre in fase di costruzione lo sbancamento del terreno, che risulta composto da tre zone indipendenti, probabilmente risultato di aggregazioni successive dal 1800 in poi. Il complesso aveva sia funzione residenziale che di supporto all'attività agricola, che già negli anni '70 erano alquanto ridotte, oggi annullate. La copertura è stata oggetto di rifacimento negli anni '80, con inserimento di cornicione in cemento armato in sostituzione di quello precedente in lastre di pietra a sbalzo. Si tratta di un edificio costituito dall'accostamento in linea di tre corpi indipendenti ed uno arretrato, con abitazioni a pianta rettangolare. Interessante la scala con loggetta del modulo centrale, sul fronte a sud, probabilmente ad uso padronale. La muratura è in pietra squadrata, i pavimenti a "lisce" di arenaria e il tetto a due falde. Le tre scale interne, presenti in tutti e tre i moduli, conducono alle stalle. Al piano seminterrato, oltre alle stalle, vi è un vano con caminetto, presente anche in un ambiente del corpo di fabbrica più vicino alla strada. Nella sola abitazione centrale è presente un forno. In questa masseria trovarono inizialmente rifugio, nel settembre 1943, i soldati neozelandesi evasi dal campo di lavoro PG 78/1 di Acquafredda di Roccamorice (PE). In virtù di quell'ospitalità i proprietari del casale, Rodolfo, Gasperino e Alberto Fiadino, furono condannati a morte dal tribunale nazista istituito a Villacanale (Agnone) e i primi due furono passati per le armi in località Sotto il Monte il 4 novembre 1943. Alberto riuscì a fuggire. Francesco Mendozzi
- Amore e gelosia (XXXVII)
XXXVII Alle tre e mezza del pomeriggio del giorno dopo, Elisa si presentò puntuale alla chiesa del Corpo di Cristo per tenere la lezione di catechismo ai fanciulli che dovevano fare la prima comunione. A quei tempi eravamo in piena età rurale: l'influenza dei preti e della religione sulla società era davvero notevole e buona parte del tempo libero della gente, in specie delle donne, orbitava attorno alle chiese e alle iniziative che il clero promuoveva per mantenere saldo il Cristianesimo nel cuore delle masse. La vita era scandita dai ritmi e dai riti della religione cattolica: mettersi fuori di essa voleva dire l'ostracismo totale. Tutta la comunità ti additava e ti scacciava, finché come pecorella smarrita non si tornava all'ovile a chiedere perdono per essere riammesso a far parte della società benpensante. Quando un prete chiedeva in nome della religione, si poteva solo ubbidire, docilmente: e così ora stava facendo Elisa. Avrebbe voluto trascorrere quel pomeriggio in compagnia delle sue amiche ma niente da fare: la chiesa aveva bisogno di lei? Lei andava! Entrò e fu stupita dal silenzio che l'avvolse: normalmente i fanciulli e le fanciulle tanto quieti non stavano, i loro trilli risuonavano dappertutto rimbalzando per le navate, e ci voleva il bello e il buono per tenerli calmi e far seguire loro la lezione di catechesi. "Staranno in sagrestia, a mangiucchiare qualcosa" pensò Elisa, e si diresse nel retro dell'altare per andare a vedere. Entrò e ancora il silenzio permeava le stanze della sagrestia, avvolta nella penombra. Solo una luce in fondo era accesa e illuminava con chiarore vacillante l'ultima stanza. Ormai era chiaro che i ragazzi non c'erano, ma tanto valeva andare a vedere fino in fondo. Avanzò ancora e con una mano scostò un tendaggio che separava quell'ambiente dagli altri: seduto alla scrivania v'era don Alessandro il prete che stava scrivendo alla fioca luce di un candelabro con cinque candele. – Don Alessandro, ie songhe venute ma addo' stanne 'e uagliune? Il prete alzò la testa: aveva uno strano sorriso sulle labbra: – Niente catechismo oggi, cara Elisa... Oggi dobbiamo rimediare a uno sbaglio e fare un'opera buona... Vuoi aiutarmi? Elisa fu incuriosita: di che si trattava? – E come no, don Alessandro! Che cosa devo fare? Da dietro una voce che lei conosceva fin nelle fibre più intime di sé, intervenne: – Nun ie fa niente, amore mio... Mi devi solo perdonare e avimme fa' pace! Salvatore! Era il suo uomo che aveva parlato! Salvatore che era entrato in una chiesa e l'aveva aspettata, lui che vedeva i preti come il fumo negli occhi! L'istinto la spinse a girarsi di scatto e buttarsi nelle sue braccia, ma la ragione la fermò un attimo prima; si girò lentamente e: – Ah, sei tu... Sei venuto a Nocera... Perché? Devi dirmi qualcosa? Pensavo ti fossi dimenticato della mia esistenza, sono passati quasi venti giorni e... Il poeta le pose una mano sulla bocca: – No! Sono passati 19 giorni, 18 ore e – guardò l'orologio appeso al muro – e 15 minuti... E non c'è stato un secondo che io non ti abbia pensato, amore mio... La giovane vacillò, stava quasi per cadere, tanto le ginocchia non la sorreggevano. – Hai tenuto il conto... Bene... E non hai pensato che per qualcuno tutto questo tempo poteva essere più lungo di diciotto anni? – Una lacrima le calò per una gote, la strofinò via con rabbia e continuò – Ora ti presenti qui e col dono che il Signore ti ha concesso, mi parli col miele in bocca! Grazie, Salvatore, ma sono solo parole, non mi servono! Così dicendo voltò le spalle e col busto eretto, l'orgoglio che la sorreggeva se ne andò, uscì dalla sagrestia, poi dalla chiesa e la piazza deserta l'avvolse nel suo cammino precipitoso verso casa, col cuore che voleva scoppiarle in petto... Francesco Caso
- Il bronzo di Capracotta e non di Agnone
Sig. Direttore Stimatissimo, avendo avuta l'occasione di leggere nell'Appendice dell'ultimo numero, che porta la data dei 18 di questo mese, come fra i tanti preziosi oggetti di antichità rinvenuti nel nostro Sannio si faccia menzione anche del così detto bronzo di Agnone, sappia nel mio interesse tanto il Signor Direttore che la Commissione preservatrice dei monumenti sannitici che un tale nome indebitamente gli fu dato dal Cremonese, dopo che pel primo venne ad osservare l'oggetto in mia casa ai 15 maggio 1848 d'infelicissima memoria, imprimendone destramente i caratteri su lamina di argento, per così farne la sollecita pubblicazione. È il fatto che non ammette contradizione di sorta alcuna, poiché il bronzo in parola fu rinvenuto dal mio bifolco, a nome Pietro Tisone, in un mio terreno a pochi metri lontano dalla mia casa di campagna, sita nell'agro di Capracotta, nella contrada detta Macchia, e non già in quello di Agnone, voluto dal Cremonese medesimo. Fu dunque la sola ragione di campanile che indusse quest'ultimo di chiamarlo bronzo di Agnone, presso la società archeologica di cui egli fa parte. Ed ecco perché anche nell'Enciclopedia Popolare sotto la parola Osca lingua troviamo fatta menzione della lapidetta sotto il nome di bronzo di Agnone. Ond'io come associato a detta opera premurava la Direzione Pompa in Torino a correggere l'articolo dalla erronea dicitura del Cremonese, dopo avergli fil filo narrato tutto l'accaduto. Promise il sig. Pompa Luigi soddisfare questo mio desiderio con rinnovare l'articolo sul Supplemento Perenne, ma la immatura morte lo colpì, ed ogni mia speranza andò perduta con lui. Anche il sig. Caraba, venuto un giorno nella mia casa campestre per osservarne la località, mi prometteva siffatta soddisfazione; ma toccatagli la stessa sventura del Pompa, ogni mia correzione rimase lettera morta. Sicché, sig. Direttore, mi rivolgo tanto alla bontà di Lei, che a quella del bravo archeologo sig. Perrella, onde non ignorino che se il bronzo di che è parola (e del quale mi addolora sempre più la perdita), mi fu strappato e direi quasi per forza dal figlio del mio compare di quel comune, non debba poi ulteriormente avere la pena di sentire che il monumento osco siasi rinvenuto in tenimento tutt'altro che quello del mio paese; e che da oggi innanzi abbia il bene di sentirlo appellare nel di Lei giornale col giusto nome di bronzo di Capracotta e non di Agnone. Perdonerà, sig. Direttore, se l'abbia bastantemente tediata con la presente lettera, mentre mi creda per la vita, suo Devotissimo. Capracotta, 22 aprile 1877. Giangregorio Falconi Fonte: G. Falconi, Cronaca, in «La Libertà», I:29, Campobasso, 25 aprile 1877.
- Cose sociali nel Meridione
L'agitazione popolare lungi dal diminuire nella bassa Italia, vieppiù si ravviva e non è per l'effetto di quei fenomeni che appariscono dietro una reazione violenta, o una repressione sanguinosa, no; ma è per l'effetto delle condizioni economiche lagrimevoli in cui giace il paese e che pare siano ben lungi dal sparire. A Capracotta gli operai tumultuando hanno ucciso un carabiniere, una fiera lotta ne nacque tra popolani e le truppe accorse sul luogo, furono fatti molti arresti. Nella provincia di Benevento, il brigantaggio è il solo mezzo che rimane come espediente di vita, a questa popolazione affamata. Da Ustica il compagno Roberto d'Angiò scive che colà si perseguita e si perquisisce, su vasta scala, egli stesso fu passivo di una perquisizione nella notte del 26 al 27 agosto p.p., nella quale si potette dopo tante cure e prevensioni, sequestrargli il manoscritto della biografia di Angiolillo. Perfino a Bovino, i segugi si spinsero a fargli una perquisizione in vista di afferrare questo prezioso gioiello di propaganda che fatalmente è caduto nelle loro mani. Egli dice: «I governanti non vogliono che la genesi degli atti di rivolta siano studiati e fissati personalmente; ma trovano semplicissimo il modo di annientarne le traccie, piuttostoché sopprimere le cause». Angelo Maffucci Fonte: A. Maffucci, Cose sociali: Italia, in «L'Avvenire», IV:56, Buenos Aires, 16 ottobre 1898.
- Un profilo di padre Luciano da Capracotta
La famiglia De Paola è originaria di Riccia, in provincia di Campobasso. A questa apparteneva Antonio De Paola, che era un ufficiale del Corpo Forestale e che, per un certo periodo, ha vissuto a Capracotta dove il 2 febbraio 1928 è nato il figlio Luciano, fratello minore della maestra Giuseppina (1920-2009), che in seguito diventerà la moglie di Durante Antonarelli (1915-1993), il medico condotto di Lupara che a Capracotta lasciò ottimi ricordi di sé negli anni '50. Luciano prese presto i voti e si fece frate nell'Ordine dei frati minori cappuccini. I luoghi della sua attività spirituale partono ovviamente da San Giovanni Rotondo, dove regolava l'ordine delle confessioni con padre Pio, futuro santo. Grazie alle notizie fornite da Enzo Antonarelli, nipote di padre Luciano, sappiamo che egli fu ospite delle comunità francescane di Manfredonia, Termoli, Agnone, Isernia e Venafro, dove si spense troppo presto a soli 55 anni, il 9 novembre 1983. La prassi di cambiare il nome, per chi diventa frate, non è mai stata obbligatoria e prescritta dalle norme, ma è stata adottata nei secoli da molti religiosi che hanno voluto così sottolineare il taglio con la vita precedente e l'adesione radicale ad un nuovo e alternativo stato di vita, qual è la consacrazione, in un totale affidamento e abbandono a Dio. Padre Luciano, tuttavia, scelse di non cambiare il suo nome di battesimo, in sintonia con san Francesco d'Assisi. Antonarelli afferma che «quando [padre Luciano] ci veniva a trovare, a Capracotta o a Termoli, dove ci trasferiamo nel '57, a casa era una festa; sempre sorridente, trasmetteva gioia e serenità». Non fatico a crederlo perché il nome di Luciano De Paola compare anche nella biografia di padre Pio realizzata da Marcellino Iasenzaniro, con riferimento a un divertente episodio a sfondo "alcolico" (che ho raccontato qui), che restituisce un frate cappuccino tutt'altro che solenne. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Iasenzaniro, Padre Pio: profilo di un santo, vol. II, Padre Pio da Pietrelcina, S. Giovanni Rotondo 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Il nuovo Podestà di Capracotta
Il dottor Ermanno Santilli è stato nominato Podestà di questa cittadina in seguito alle dimissioni - per ragioni familiari - del dottor Gregorio Conti, che per ben 9 anni ha con amore e prestigio tenuto la carica Podestarile. Nell'occasione S. E. il Prefetto Monticelli ha inviato una lettera al dottor Conti, nella quale, fra l'altro, dice: Nel momento in cui Ella lascia la direzione di codesta Amministrazione comunale, tenuta per un sì lungo periodo di tempo con piena soddisfazione della cittadinanza e delle autorità superiori, Le esprimo il mio vivo compiacimento per l'opera intelligente, disinteressata e pregevole da Lei prestata a favore dell'Azienda comunale che molto se ne è giovata. Certamente l'egregio dottor Santilli, col quale ci congratuliamo, seguirà le orme del suo predecessore pel bene del nostro paese. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLII:9, Agnone, 24 ottobre 1935.
- Archeologia di Agnone
Presentazione della ricerca e dei luoghi Il presente contributo costituisce la sintesi delle ricerche effettuate nell'ambito del XXIV Ciclo di Dottorato in Metodologie conoscitive per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni culturali presso la Seconda Università degli Studi di Napoli. Le indagini topografiche sono state svolte in Molise nei territori compresi nei limiti amministrativi dei Comuni di Belmonte del Sannio, Agnone, Capracotta, Vastogirardi e San Pietro Avellana, appartenenti alla Provincia di Isernia. Si tratta di un'area cerniera tra la valle del Sangro, la Marsica e il Sannio Pentro, un comprensorio che per la sua collocazione geografica ha mostrato forti potenzialità archeologiche sin dall'inizio delle indagini. La centralità di quest'area e il suo valore strategico in epoca sannitica risultano ben chiare se consideriamo la vicinanza del santuario di Pietrabbondante, il principale centro religioso e politico del Sannio, posto a soli 6,8 chilometri a sud di Agnone, in connessione col Tratturo Celano-Foggia. I confini territoriali della ricerca sono ben marcati a nord, est e ovest. A ovest il limite è dato dal percorso del Tratturello San Rocco-Piana delle Vacche e dal Torrente Sente (l'attuale limite di divisione tra le Regioni Abruzzo e Molise), a nord invece la demarcazione orografica è rappresentata dalla catena di monti costituita da Monte Sant'Onofrio, Monte San Nicola, Monte Campo e Monte Capraro, mentre a est la linea ideale di confine è rappresentata dalla catena montuosa di Schienaforte, la Costa e Colle San Biagio (lungo la quale passa il confine tra Abruzzo e Molise). Meno definiti risultano invece i margini meridionali, dove le ricerche sul campo sono state condotte sino alle propaggini settentrionali di Monte Pizzi e alle estremità meridionali delle pianure di Piano San Mauro e della Cocozza, sino al vallone Zelluso. Dal punto di vista geomorfologico il comprensorio presenta un'estrema varietà di caratteri, passando da un paesaggio collinare nella valle del Torrente Verrino, con altimetrie che si aggirano intorno ai 500 metri s.l.m., ai leggeri pendii della conca di Agnone, sino ai picchi di Monte San Nicola e Monte Capraro che raggiungono rispettivamente 1.500 e 1.700 metri di altitudine. Questa estrema varietà di situazioni geografiche, che condiziona anche la natura dei terreni e la loro produttività agricola, ha inciso profondamente sulle dinamiche insediative e sullo sfruttamento del territorio. Le indagini hanno mostrato una maggior concentrazione di insediamenti nella conca di Agnone e lungo la valle del Verrino, in opposizione a una rarefazione delle presenze nei territori più marcatamente montuosi di Vastogirardi e San Pietro Avellana. L'area della ricerca può esser idealmente divisa in due settori distinti con caratteristiche geomorfologiche specifiche in cui la linea di divisione può essere rintracciata nel sistema montuoso che va da Guado Ogliararo sino a Monte Capraro. La conca di Agnone rappresenta il bacino imbrifero del Torrente Verrino, alimentato dagli affluenti principali, quali il Vallone Fossato e il Vallone della Rocca, e da varie aste torrentizie minori che solcano profondamente il territorio, presenti sia sulla destra che sulla sinistra idrografica. Il territorio compreso tra Agnone, Capracotta e Belmonte del Sannio, in cui sono presenti maggiori termini argillosi, è caratterizzato da forme dolci con pendenze non accentuate, soggette spesso a isolati movimenti franosi, inciso profondamente da un sistema di ruscellamento superficiale ben strutturato. Il secondo settore comprende invece i territori di Vastogirardi e San Pietro Avellana e si caratterizza per morfologie più aspre, con rilievi spesso contraddistinti dalla presenza di estesi affioramenti rocciosi alternati a forme di terrazzamento sub-pianeggiante, determinate da depositi alluvionali generati dai corsi d'acqua, in modo particolare dal Torrente Vandra nel caso di San Pietro Avellana e dal Fiume Trigno per Vastogirardi. Non mancano poi vaste conche intermontane di origine carsica con presenza di inghiottitoi, come nelle località Monteforte e Piano Sant'Angelo. La maggior parte dei rilievi è costituita da elementi litologici appartenenti in prevalenza alla formazione di Gamberale-Pizzoferrato, con marne a orbulina e alternanza di calcilutiti, radiolariti e marne argillose del Miocene Inferiore-Oligocene. Fanno eccezione i rilievi meridionali sui quali si sviluppano gli abitati di Belmonte del Sannio e Agnone, costituiti essenzialmente da arenarie meno soggette ad erosione rispetto alle zone vallive circostanti. Queste ultime, assieme ai terrazzamenti di origine alluvionale che ritroviamo ad esempio nelle località Staffoli, Piano San Mauro, La Cocozza, sono caratterizzate dalle formazioni del Flysch di Agnone negli elementi litologici argilloso-arenacei del Messiniano Inferiore. I tratti distintivi di questa vasta area si traducono nella disponibilità di risorse idriche e boschive, di larghe fasce di territorio adatte all'agricoltura alternate a estesi pascoli montani. A partire dai 900 metri circa s.l.m., i pendii dei monti non interessati da coperture boschive mostrano le tracce dell'intenso sfruttamento a cui sono stati soggetti nel passato. Interi pendii anche molto acclivi sono stati regolarizzati con terrazzamenti realizzati con muretti a secco. Tali opere hanno garantito la stabilità del territorio, arginando fenomeni di dilavamento superficiale dei terreni garantendone un buon drenaggio. Nel passato l'intenso sfruttamento del suolo dei rilievi ha prodotto frequenti ed estesi accumuli di pietrame derivanti dall'opera di spietramento dei terreni. Molto comuni sono inoltre gli stazzi, recinti più o meno estesi formati da muretti realizzati con pietre a secco, utilizzati in passato per la raccolta degli animali al pascolo. Spesso questi recinti ospitano costruzioni di forma circolare in calcare locale, denominate caselle o capanne, adibite al ricovero temporaneo dei pastori. La casella ha un'altezza massima di circa due metri, copertura a pseudo volta ottenuta con la sovrapposizione di filari di pietra stringenti verso il centro del vano. Le capanne e gli stazzi presenti numerosi nel territorio, soprattutto oltre i 1000 metri di quota, sono il segno delle intense attività di pascolo stagionale svolte negli ultimi secoli. Non disponiamo invece di dati sulla pastorizia nelle epoche più antiche, tuttavia la fitta rete di mulattiere e i tratturelli (Sprondasino-Castel del Giudice, Ateleta-Biferno, San Rocco-Piana delle Vacche), collegati a loro volta ai principali tratturi diretti verso il territorio apulo e l’Abruzzo, suggerisce che anche aree le montuose di Agnone, Capracotta, Vastogirardi e San Pietro Avellana costituirono in passato terminali e/o tappe importanti di transumanza. La configurazione geo-litologica conferisce a una parte del territorio un'accentuata fragilità di fronte ai processi di degrado dei versanti, com'è facile riscontrare analizzando la diffusione dei fenomeni franosi. Le valli secondarie, caratterizzate da strette e profonde gole scavate da corsi d'acqua a carattere torrentizio, hanno fianchi decisamente scoscesi, dove l'occupazione umana risulta improbabile. Lungo il corso del Trigno gli insediamenti antichi evitano le aree pianeggianti. Lo si riscontra per esempio nelle località di Staffoli, Piano San Mauro o La Cocozza. Si tratta infatti di zone soggette agli straripamenti del fiume o a frequenti impaludamenti nel periodo invernale. Le ricognizioni con la raccolta dei dati di superficie sono state effettuate in maniera intensiva e sistematica a tendenziale copertura totale. Esse sono state indirizzate verso una conoscenza quanto più organica e capillare possibile del territorio, registrando testimonianze di ogni tipo, dalla preistoria all'età moderna. Una fondamentale fase del lavoro ha riguardato la definizione di un quadro delle fonti, in grado di fornire dati utili per la ricostruzione dell'antico paesaggio antropizzato. Sono state a tal proposito prese in esame fonti scritte a carattere storico-letterario, epigrafico, documentale e geografico. L'attività sul terreno si è svolta in tre campagne, tra gli anni 2009 e 2012, in modo particolare nei periodi compresi tra i mesi di agosto e marzo. Nello stesso periodo sono state effettuate indagini attraverso prospezioni geofisiche che hanno interessato un campione di 5 insediamenti ritenuti promettenti nell'ambito di questa metodologia di ricerca. Nei settori montani oltre gli 800 metri s.l.m. sono preponderanti gli incolti, le aree boscate e i pascoli. Qui la ricognizione archeologica può essere praticata con successo solo nelle limitate porzioni di terreno ancora coltivate o in zone in cui durante l'inverno il manto erboso risulta poco sviluppato. L’esodo dalle aree montane, verificatosi principalmente nella seconda metà del '900, ha inciso sull'intero complesso di attività (principalmente agricole e zootecniche) che per secoli avevano garantito il sostentamento della popolazione. Un semplice confronto tra le immagini del volo base IGM (1954-1955) e quelle recenti documenta chiaramente l'espansione di superfici ricoperte da boschi e incolto. Sono state schedate in totale 135 Unità Topografiche corrispondenti a strutture, sepolcreti, aree di frammenti fittili o ritrovamenti isolati posizionate su cartografia IGM in scala 1:25.000 e identificate con un numero progressivo. Sono state realizzate anche 10 Schede che riguardano rinvenimenti avvenuti in passato che però non è stato possibile localizzare con precisione. Il risultato ottenuto non costituisce solamente un catasto delle evidenze che permetta interventi di tutela e di valorizzazione, ma più in generale un supporto per la programmazione territoriale. Esso cerca inoltre di fornire una plausibile ricostruzione storica del territorio, delle dinamiche insediative manifestatesi nel tempo, dalla preistoria sino al Medioevo. Bruno Sardella Fonte: B. Sardella, Archeologia di Agnone, Scienze e Lettere, Roma 2021.
- Capracotta, 13 ottobre 1961: una giornata all'insegna del ciclismo
A metà ottobre 1961 la federazione ciclistica professionisti organizzò la "Tre Giorni del Sud", una corsa di ciclismo su strada che si disputò nel Molise con percorso di 480 km. circa, suddiviso in 3 tappe (a loro volta suddivise in 2 semitappe). La vittoria fu dell'italiano Vito Taccone, che completò il percorso in minor tempo precedendo i connazionali Gastone Nencini e Imerio Massignan. La partenza avvenne da Cassino con semitappa mattutina con arrivo a Capracotta, dove vinse Luigi Zanchetta. La semitappa pomeridiana, con partenza da Capracotta e arrivo ad Isernia, vide la vittoria di Franco Bitossi. Fu una giornata meravigliosa. A pranzo, a Capracotta, eravamo con i corridori e parlammo con i nostri campioni preferiti: Vito Taccone, Gastone Nencini, Angelo Coletto, Imerio Massignan, Graziano Battistini, Martin Federic Bahamontes, con Eberardo Pavesi direttore della Legnano. Alla partenza della seconda semitappa, vicino alla Chiesa di Sant'Antonio, mio padre aveva un giornale tra le mani e, passando Bahamontes, gli chiese se lo voleva e così fu. Qualcuno scherzò dicendo che correndo avrebbe letto il giornale… Mio padre, invece, che sapeva molto di ciclismo e faceva parte della Federazione Ciclistica Italiana, spiegò che una volta partita la tappa e usciti da Capracotta, il ciclista avrebbe messo il giornale tra il torace e la maglia per proteggersi dal freddo nella discesa verso Staffoli. Quella manifestazione fu fatta una sola volta, sostituita successivamente dal giro del Tirreno- Adriatico. Capracotta, per una volta, divenne anche la regina del ciclismo! Enrico Zarlenga
- Tiénghe une che ŝta arrète a re menìŝtre e vùtta forte
Nell'anno scolastico 1970-71 insegnavo matematica a Poggio Sannita, nella sezione staccata della scuola media di Agnone. Nel tranquillo tran tran di quella scuola di periferia improvvisamente arrivò un ciclone! Fu nominato bidello un capracottese, tale Antonio Carnevale, nome d'arte Cacapaglia. Non lo conoscevo ma al primo incontro subito mi inquadrò: – Ma tu sié de la razza de re Carmenùne! Era allegro fino all'inverosimile, con una parlantina a volte fluida e veloce, altre volte impastata e stentata, ma sempre piacevole nel suo caratteristico dialetto non proprio capracottese. Essendo più grande di me lo chiamavo «ze 'Ndogne» però, nonostante gli chiedessi di non farlo, mi si rivolgeva sempre con un riverente «Prufessó». Nelle ore di buco tra una lezione e l'altra andavo a cercarlo e chiacchieravamo; mi raccontava delle sue passate difficoltà nel lavoro e della sua fortuna per essere stato nominato bidello! – E chéŝta è fatìja? – e così non stava un momento fermo. Lo prendevo in giro dicendogli che aveva fatto una bella carriera venendo da Roma e finendo in una scuola media di periferia, oltretutto lontano da casa; era un tasto dolente e apertamente mi diceva di sognare il trasferimento nella scuola media dell'amata Capracotta. In quel periodo i trasferimenti erano molto difficili da ottenere ed io gli ripetevo: «Càmba cuavàglie ca la jèrva crésce!», detto capracottese per indicare una cosa quasi impossibile ad avverarsi. Mi divertiva sempre la sua spettacolare risposta: «Prufessó, i tiénghe ùne (accentuava la u in modo caratteristico) che ŝta arrète a re menìŝtre e che vùtta forte!»; aveva dunque un amico capracottese, molto importante, che lavorava a Roma nel Ministero della Pubblica istruzione, che era appena sottoposto al ministro della Pubblica istruzione e che premeva molto per il suo trasferimento! In un'altra occasione mi fece ridere a crepapelle. Avevo una collega isernina che insegnava francese; la sua macchian quasi sempre era sporca di fango; ad Antonio dava fastidio che una professoressa si presentasse a scuola con una macchina così ridotta e prese l'abitudine di lavargliela, logicamente gratis. – Prufessó, sò ddù o tre juórne ca chéla màchena puzza gné re culèra! Ma le sià ca i l'àje addùmannate? Signó, ma che ce cacàte déndr'a sa màchena? Seppe così che la professoressa era proprietaria di un allevamento di mucche e spesso, prima di venire a scuola, andava nell'azienda per controllare se tutto filava liscio e non era difficile che pestasse escrementi di mucca. Antonio restò qualche anno nella scuola media di Agnone ,di cui Poggio Sannita era sezione staccata; poi il suo angelo custode, a furia di «vettuà forte arrète a re menìŝtre», riuscì a farlo felice e contento, facendogli avere l'agognato trasferimento a Capracotta. Grande Antonio Carnevale, in arte Cacapaglia! Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, E mó vè maiie auanne! Pillole di saggezza popolare capracottese, PressUp, Settevene 2020.
- Amore e gelosia (XXXVI)
XXXVI Il parlottio tra i due uomini durò per circa una decina di minuti. Le teste seguivano il discorso con rapidi movimenti: assentivano, venivano scosse a destra e a sinistra, si alzavano o si abbassavano, finché ad un certo punto cominciarono a muoversi all'unisono: un'intesa era stata trovata! Infatti poco dopo i due si strinsero la mano, il prete accennò ad una breve benedizione a don Salvatore e i due si congedarono, don Alessandro salì sulla carrozzella che don Salvatore gli aveva conservato per farlo accompagnare alla stazione, mentre il poeta si diresse a piedi su per il rettilineo, diretto ai quattro palazzi, dove aveva un appuntamento con un amico. Passarono altri giorni. A Nocera Elisa aveva ormai compreso fino in fondo di aver commesso il più grave errore della sua vita: dare ascolto alla madre le era costato il fidanzato! Salvatore non era venuto più, né aveva scritto o telegrafato. Si era semplicemente dimenticato di lei, con una alzata di spalle l'aveva gettata nel dimenticatoio, come si fa con una ciabatta! E ora, che cosa fare? La ragazza stava davanti allo specchio di casa sua e guardava la bella figura che il vetro le rimandava: aveva ormai circa 30 anni, sì, la sua figura era ancora molto bella, ma fra poco competere con giovani ragazze sarebbe stato inutile, oltre che stupido! Ma d'altronde che cosa voleva? Se Salvatore l'aveva dimenticata in così breve tempo, voleva dire che non avevano costruito su basi solide, che l'amore non c'era e dunque non era mica possibile inventarlo! Era immersa in questi bui pensieri quando una cameriera entrò in quell'ambiente che un po' intimidiva e chiese se potesse parlare. – Ma certo Dorina, dimmi dimmi... Che succede? – No, è che di là c'è don Alessandro, il prete del Corpus Domini e chiede di voi... – Di me? – Chiese meravigliata Elisa... "E che vorrà mai?", poi rifletté e disse – ...E fallo passare! Magari mi fa declamare alcuni passi del messale durante la funzione! Dopo una ventina di secondi, una tonaca nera varcava la soglia ed entrava nella stanza. – Signorina Elisa, come state? Una bellezza, da quel che vedo... ma... avete avuto comunicazioni dal vostro fidanzato? Quando viene? Anch'io ho da chiedergli alcune cose, di cultura ovviamente... – Eeeh, don Alessandro, temo che ne avremo ancora per molto, mi ha scritto che è super impegnato col teatro e quindi ancora non potrà venire. Se ne parlerà la prossima settimana... Il prete fece finta di accettare per buona la stentata giustificazione della ragazza. – Ah, bene, bene, e voi... state davvero bene, donna Elisa? Qui ci voleva una risposta appropriata, doveva evitare di suscitare sospetti in quell'uomo già furbo di suo. – Tutto bene, padre. E domenica vorrei essere la più elegante, stiamo studiando le toilettes... – Eh, ma domani pomeriggio non potrete farlo, niente amichette, cara signorina! Mi dovete fare un favore... Si fermò un attimo, don Alessandro: da questo momento in poi avrebbe compiuto una vera "mezzaneria", che tra l'altro era anche un peccato mortale! Però continuò la recita, stavolta non poteva tirarsi indietro. – Di che si tratta don Alessandro, dite, dite! – Fece la bella dama che lo fronteggiava. – Niente, è che la signorina Nannina domani non andrà a fare catechismo, potreste sostituirla voi? – Ma... Io ho tante cose da fare... Perché non lo chiedete a Carolina? È libera domani, e accetterà sicuramente... Il prete scosse la testa: – No, no... meglio se venite voi, avete più pazienza! Alle tre mezza, mi raccomando! Non aspettò risposta don Alessandro. Prima che la giovane potesse replicare, tagliò corto e se andò. Francesco Caso
























