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  • I paesi più elevati dell'Appennino

    Cartolina di Capracotta (1905). Nelle Alpi l'uomo si arrampica e si insedia, in qualche caso, fin sopra i 2.000 m. Si cita, come il villaggio abitato tutto l'anno, più alto di tutta la zona alpina, quello di Juf nei Grigioni, che spinge le sue case fino a 2.135 m.; ma anche nel versante italiano della catena alpina vi sono piccoli villaggi che si avvicinano assai a quell'altitudine: il più elevato è forse Trepalle, una frazione di Livigno (prov. di Sondrio), che arriva a 2.070 m., lasciando indietro, ma appena di qualche decina di metri, i più alti gruppi di case della Valtournanche e di qualche altra valle laterale della Val di Aosta. Nell'Appennino le abitazioni permanenti sono ben lontane dal raggiungere simili altezze: sono rari i casi di paesi che superino i 1.400 m.; come il paese più elevato di tutta la lunga catena, si ricorda anzi spesso Capracotta nel Molise, che raggiunge 1.420 m. E il grazioso, pittoresco paesetto che si aderge tra il M. Capraro (1.721 m.) e il M. Campo (1.645 m.), le due più alte vette del pianalto di Carovilli, su una collina precipitante a NO verso la valle del Sangro, ha tratto partito di quel primato ed è venuto giustamente in fama come soggiorno estivo: un buon albergo - caso rarissimo nel Molise, più ancora che in Abruzzo - vi ospita i forestieri che non si peritano di salire il fresco pianalto, uno dei più belli del Sannio. Ma di Capracotta e dei suoi dintorni mi propongo di scrivere un'altra volta: il paese ha infatti molteplici attrattive, sì che può rinunziare anche volentieri al primato dell'altitudine. Invero per questo riguardo essa è, o meglio era (i lettori vedranno subito la ragione di questo imperfetto) superata da altri due paesi, Gioia Vecchia nell'Abruzzo vero e proprio, e il Castelluccio di Norcia in un riposto cantone dell'Umbria. Gioia Vecchia sorgeva sul valico che dal bacino del Fùcino mena nell'alta valle del Sangro, a 1.433 m., lungo una strada che fu certo frequentata sin dall'età antica, quando la regione faceva parte del territorio dei Marsi; e questi, che avevano appunto per centro il Fùcino, ebbero probabilmente una qualche fortezza - o forse un santuario - non lontano da Gioia, forse nella regione ora detta Temple; il valico assicurava infatti per loro il dominio dell'alta Val Sangro, che loro apparteneva fino alla gola di Opi, ove, al posto del villaggio attuale di Opi, doveva sorgere pure un castello marso. Certo Gioia Vecchia era abitata nell'alto medio Evo, perché vien ricordata, con la sua chiesa maggiore, Santa Maria, già in documenti del secolo XII. E in quei secoli oscuri ed assai torbidi per l'Italia centrale, il villaggio di Gioia Vecchia aveva probabilmente parecchi compagni in Abruzzo, annidati su cocuzzoli ripidi, in vista alle valli, per ragion di difesa. Più tardi, molti di quei villaggi furono abbandonati e caddero in rovina; Gioia invece rimase in piedi, ma una parte dei suoi abitanti scese al piano e diè origine a Manaforno, poi detta Gioia Nuova o Gioia de' Marsi, all'angolo sud-ovest del Fùcino. Si vuole che occasione alla prima migrazione fosse il saccheggio dato al paese da Marco Sciarra nel 1592. Certo molto più tardi una nuova discesa in massa degli abitanti si ebbe nel 1807 in seguito ad un altro feroce episodio di brigantaggio; e da allora, mentre la Nuova Gioia, al basso, in riva al lago, si faceva sempre più popolosa, la vecchia borgata decadeva ognora più e vedeva diminuire il numero dei suoi abitanti, ridotti ormai a pochi pastori tenacemente avvinti al luogo natio. Negli ultimi decenni tuttavia, dopo il prosciugamento del Fùcino, essendosi la Nuova Gioia arricchita notevolmente per lo sviluppo dell'agricoltura, anche la vecchia si era assai avvantaggiata, avviandosi a divenire quasi un soggiorno estivo per gli abitanti della conca del Fùcino non più ravvivata dalle acque del lago. Le vetuste case di Gioia Vecchia eran state restaurate, anzi intorno alla chiesa madre, elegante nella sua architettura seicentesca, si affollava un gruppo di edifici che potevano quasi dirsi palazzi: il paese appariva bianco, lindo, gaio, nella chiostra severa dei monti brulli, al viaggiatore che faticosamente risaliva dal Fùcino la bella strada sangritana distesa in innumeri risvolti; si restava quasi maravigliati di trovare a tanta altezza una borgata di così bell'aspetto, quasi pretenziosa. Sopravvenne il terremoto marsicano del dicembre 1915 e della povera Gioia Vecchia, come della più recente Gioia de' Marsi sul Fùcino, non rimase che un ammasso quasi irriconoscibile di macerie. Ora la Gioia bassa risorge e vede già allinearsi in lunghe serie parallele le sue casette asismiche; Gioia Vecchia ospita ancora fra le sue rovine qualche famiglia nei mesi estivi, ma d'inverno non è più abitata se non occasionalmente: come villaggio permanente credo non risorgerà più. Il primato per altitudine fra tutti i paesi dell'Italia appenninica spetta oggi al Castelluccio di Norcia, il quale del resto, con le sue case più elevate, superava già di una ventina di metri (e anche venti metri contano in questi record di altezza!) Gioia Vecchia, di oltre trenta Capracotta: la sommità del cocuzzolo ove è appollaiato il Castelluccio raggiunge infatti 1.453 metri. Singolare villaggio questo, perduto nel cuore di uno dei più aspri ed elevati massicci del nostro Appennino, i Sibillini, a tre ore di faticosa strada mulattiera da Norcia, del quale è frazione, a quattro buone ore di cavallo da Arquata del Tronto, il paese più vicino dell'opposto versante adriatico. Chi risalga da Norcia, raggiunta la Madonna delle Grazie, donde lo sguardo spazia sul Piano di Santa Scolastica, brulicante di case e di villaggi, deve superare la dorsale dei M. Velica (1.714 m.) e Ventosola (1.719 m.), che si leva ripida e brulla ad oriente di quel piano. Su di essa serpeggia la magnifica strada rotabile da Norcia ad Arquata, ma la mulattiera pel Castelluccio l'abbandona presto per inerpicarsi verso il Ventosola, ad ovest del quale una selletta permette di scendere al Piano Grande. Il Piano Grande, al quale il Castelluccio deve in sostanza la sua esistenza, uno dei più tipici piani carsici dell'Umbria: lungo, da nord a sud, circa 6 km., largo tre o quattro, alto 1.270-1.300 m., si apre tra la dorsale anzidetta e la principale catena dei Sibillini; interamente chiuso e perciò senza sfogo esterno, in lievissimo declivio da nord a sud, coperto di una coltre alluvionale, smaltisce le acque di pioggia e quelle di fusione delle nevi per mezzo di inghiottitori (sei ne ho visti io due anni or sono) aperti verso l'angolo sud-ovest; nel più grande di essi si perde il fosso detto i Mergari che traversa il piano. Si ritiene - e non è inverosimile - che le acque infiltrantisi nel sottosuolo per mezzo di questi inghiottitori vadano ad alimentare alcune sorgenti sul fianco NE del sottoposto Piano di Santa Scolastica, una delle quali è nota per il suo regime irregolarissimo. Il piano del Castelluccio è in parte messo a fieno, ma sui fianchi, dove comincia il pendìo ospita anche campi di grano e di orzo, che si arrampicano arditamente fino a 1.450 metri! Falciato il fieno al principio dell'estate, serve poi di pascolo a diecine di migliaia di pecore provenienti in gran parte dall'Agro Romano, ed anche a stuoli di cavalli e buoi. Veduto dall'alto il piano è magnifico: il suo fondo livellato, verdissimo, appena interrotto dai punti bianchi di quattro o cinque edifici, e dalle più numerose macchie semoventi delle mandre di pecore, contrasta singolarmente con la dorsale nuda, selvaggia dei Sibillini che si leva ripida, quasi sempre chiazzata di neve anche nell'estate, culminando in fondo nel Vettore arcigno e intollerante, che ha fatto spazzare dal suo inseparabile ospite, il vento, fin la robusta, colossale croce, eretta sulla cima dalla pietà dei fedeli! A nord, un cucuzzolo, alto 150 metri sul Piano Grande divide questo dal più piccolo Piano Perduto, celebre per la feroce mischia combattutavisi nel 1522 fra quei di Norcia e i confinanti di Visso, divisi per divergenze di confini; sul cocuzzolo si aderge il Castelluccio, con le sue case addossate, serrate, come per difendersi tutte insieme dal più temibile nemico: la neve. I tetti fortemente inclinati, a largo spiovente, le finestre altissime dal suolo e inverosimilmente piccole, come tanti buchi nelle mura robuste e spesse, ci attestano la preoccupazione principale degli abitanti. E sono circa cinquecento gli abitatori di questo nido montano, che vanta anche una tradizione storica assai antica, come erede di quel fosco Castel de' Sennari, covo di genti randagie e di briganti, che i Nursini distrussero nel 1528. Ma i tranquilli ed ospitali contadini e pastori d'oggi non ricordano le vecchie storie dei tempi andati, quando i Sibillini, circondati di paurose leggende, tenuti quasi fuori del consorzio umano, vedevano i loro gianchi arrossarsi per stragi fratricide fra gli abitanti dei villaggi posti tutto in giro alle falde. Un tempo il Castelluccio era solo un villaggio estivo: d'inverno gli abitanti scendevano tutti a Norcia, dove occupavano, a quanto si dice, il quartiere più alto, detto Capo la Terra ; ma da oltre un secolo questa abitudine è abbandonata anche negli inverni più rigorosi. Moltissimi emigrano bensì coi loro greggi di pecore nella Campagna Romana, ma i pochi che restano - e tra questi l'elemento femminile predomina - sfidano l'isolamento quasi assoluto che la neve crea tutto intorno a loro. Il Castelluccio ha appena tre o quattro mesi di vita. Non di rado sul tardo agosto o al più ai primi di settembre cominciano le nevicate, e il mantello invernale non lascia il paese per sette, talora otto mesi: la neve si accumula altissima, in modo da precludere ogni accesso; gli abitanti sono obbligati perfino a scavare tra casa e casa dei passaggi coperti per poter comunicare fra di loro. Il Piano Grande, sul quale stagnano anche sovente fitte brume è spesso intransitabile, al punto che in passato e talvolta ancora adesso si facevano suonare continuamente, nei giorni più fosci, le campane dell'unica chiesa, affinché qualche viandante sperduto potesse, dietro la guida del suono, trovare scampo in paese. La posta non arriva da Norcia per più settimane, anche per un mese, ogni comunicazione col resto del mondo è interrotta. Il paese più alto dell'Appennino è un'oasi solitaria in mezzo a un invalicabile deserto bianco. Roberto Almagià Fonte: R. Almagià, I paesi più elevati dell'Appennino , in «Le Vie d'Italia», XXVII:7, Touring Club Italiano, Roma, luglio 1921.

  • Jurico e «uno di Capracotta che pasturava al Iacci di Murella»

    Cesidio Gentile (1847-1914). Cesidio Gentile è considerato il più noto tra i poeti pastori della storia della transumanza, anche se in realtà non era un semplice pastore, bensì un massaro. Nativo di Pescasseroli, Gentile è anche conosciuto col soprannome di Jurico , che in dialetto pescasserolese significa "cerusico": il nomignolo è infatti legato al fatto che suo nonno, anch'egli pastore, serbava conoscenze rudimentali di medicina, o perlomeno di fitoterapia, come si dice nell'odierna scienza farmacologica. Cesidio Gentile imparò a leggere e scrivere in completa autonomia, senza l'ausilio di alcuna scuola. Il suo italiano era infatti dialettale, tanto nel parlato come nello scritto, era un idioma tratturale, un esperanto comprensibile a tutti coloro che attraversavano gli Abruzzi per le Puglie e viceversa. Tutti i pastori dell'antica società transumante, anche quelli di Capracotta, portavano con sé libri e manuali. Nelle loro capanne mobili leggevano, raccontavano, tramandavano poesie, canzoni e leggende, si istruivano, facevano di conto e memorizzavano il cosiddetto rutìlie , le soluzioni biodinamiche dell'astronomo Rutilio Benincasa (1555-1626) che qualcuno - chissà chi - aveva impresso su carta e che ancor oggi rendono mitica l'aura di tanti pastori e contadini nostrali: uomini-pecora, stregoni chirurghi, gente che aveva compreso a fondo il valore ultimo della vita, quello della naturalità. Il fatto che un pastore come Jurico poetasse non deve quindi stupire. Anche Giacomo Leopardi, nel "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", aveva riportato gli strali esistenzialisti d'un pecoraio che, sotto una grande luna opalina, diceva: Forse s'avess'io l'ale da volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, più felice sarei, dolce mia greggia, più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dì natale. Il mestiere del pastore era certamente duro, durissimo, ma dilatava a dismisura lo spazio ed il tempo. Su prati sconfinati sotto cieli stellati in giornate interminabili il pastore, per definizione solingo di fronte all'affollato bestiame non pensante, s'abbandonava a struggenti riflessioni filosofiche, raggiungeva una trascendenza verticale ch'è possibile toccare solo in uno stato avanzato dell'io. Si pensi al "Canto del servo pastore" di Fabrizio De André, in cui il protagonista, un pecoraio, per di più orfano, che ha ormai preso le sembianze della natura circostante, con dolcezza senza pari, letteralmente, prega: Mio padre un falco, mia madre un pagliaio, stanno sulla collina, i loro occhi senza fondo seguono la mia luna. Notte, notte, notte sola, sola come il mio fuoco, piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco. A Capracotta il più celebre poeta pastore è stato forse Luigi Ianiro, il quale compose tante poesie - la maggior parte oggi introvabili - tra cui la seguente, semplicissima nella struttura e nel tema, ma sicuramente emblematica dell'istruzione raggiunta da un umile conduttore di greggi: Bella è la mia montagna, sacra la mia foresta, dove la mia compagna a sospirarmi resta, dove abita la bimba mia, la sera e la diman prega, innocente e pia, prega per me lontan. Ritornando alla figura di Cesidio Gentile, va detto che egli fu autore di una curiosissima "Leggenda marsicana", stampata «a spese d'un amico mecenate», e di migliaia d'altri versi che nel 2005 Domenico Padalino ha sapientemente raccolto in un volume di poesie "non sperse". Ma Jurico deve la propria fama anche al compaesano Benedetto Croce (1866-1952), che nella "Storia del Regno di Napoli" dedicò un'ampia sezione al poeta pastore di Pescasseroli. Tra le tante opere compendiate dal Padalino, ho rinvenuto la «Seringha pastorala», composta «l'anno 1897 [...] sotto l'ombra del faggio»: si tratta di una raccolta di versi costituita da un'introduzione, un lungo poemetto, due lamenti e una serie «di [rime] ottave, terzine, quartine e sciolte». A noi interessa il poemetto, intitolato "Il corno di Zapponeta", in cui Gentile ha immaginato «un colloquio che fanno tre pastori al ponte di Rivolo vicino a Zapponeta», in Puglia. I tre pecorai si chiamano Gerardo, Giacomino (o Iachitto) e Domenico (o Mingo), e provengono rispettivamente da Scanno, Lecce dei Marsi e Pescasseroli. Ognuno dei tre non fa che decantare il proprio paese natio: l'autore avverte che «l'antagonista è lo scanneso», Giacomino «loda molto il monte Meta dove lui pastorava» e Domenico «si contenta di commattere con l'orso». Nella 33ª strofa de "Il corno di Zapponeta" Jurico fa dire a Giacomo: Ma la comodità di Cavallaro crede che non esiste alla Maiella. Uno di Capracotta ebi a condaro che pasturava al Iacci di Murella. Solo di ghiacci si poteva saziaro e ogni giorno si perdia un agnella. Ce la rapiva uno arpiono fiero e lui doveva staro sembro in pensiero. Il cippo funerario di Jurico. In quest'ottava a parlare è Giacomo, che riporta quanto riferito da un collega di Roccaraso, ossia che il pascolo di Cavallari ( Cavallaro ), oggi frazione di Pizzoli, non è confrontabile con quelli della Maiella, anche se uno di Capracotta ebbe a raccontare ( ebi a condaro ) che pascolava ( pasturava ) allo Iaccio delle Murelle, dove soltanto di ghiacci poteva saziarsi ( saziaro ) e dove perdeva ( si perdia ) ogni giorno un agnello; a rubarglielo era un'aquila reale ( uno arpiono fiero ), per cui stava sempre ( sembro ) in pensiero. Giacomo si chiedeva allora se quel pastore di Roccaraso, che tanto decantava i pascoli della Maiella, non gli avesse detto una bugia. È impossibile dire chi fosse il pastore di Capracotta che pascolava sui nevai dell'Anfiteatro delle Murelle, forse si tratta soltanto di un'invenzione poetica di Cesidio Gentile. Sicuramente i nostri pastori affollavano d'estate i pascoli più alti delle montagne abruzzesi perché quelli "comodi" a valle se li prendevano gli autoctoni. Il 26 ottobre 1914 Jurico morì in Molise, a Civitanova del Sannio, a seguito di una caduta da cavallo. Sul luogo del suo incidente l'amministrazione comunale ha piantato un cippo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Folklorica pastorale capracottese , De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910; B. Croce, Storia del Regno di Napoli , Laterza, Bari 1972; C. Gentile, Leggenda marsicana , Tip. Lunense, Sarzana 1904; C. Gentile, Raccolta delle poesie "non sperse" , a cura di D. Padalino, Foggia 2005; M. Gioielli, Cesidio Gentile, il pastore-poeta , in «Molise Extra», XVIII:9, Isernia, 12 marzo 2011; G. Leopardi, Canti , a cura di A. Donati, Laterza, Bari 1917; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; Officio di Statistica Provinciale, Quale fu, qual'è, quale potrebbe essere la Provincia del 2° Abruzzo Ulteriore , Grossi, L'Aquila 1875; E. Silvestrini, Pastori e scrittura , in «La Ricerca Folklorica», III:5, Brescia, aprile 1982; A. M. Socciarelli, Gli aspetti antropologici nell'opera di "Jurico" , in G. Tarquinio (a cura di), La vita e le opere di Cesidio Gentile detto "Jurico", poeta-pastore di Pescasseroli (1847-1914) , Kirke, Avezzano 2015.

  • Capracotta, gli antichi sapori pastorali della pezzata

    Nella splendida cornice appenninica di Capracotta, in provincia di Isernia, è possibile gustare gli antichi sapori della tradizione pastorale rimasti immutati nel tempo. Uno dei più rappresentativi è quello della pezzata, una gustosa pietanza a base di carne di pecora legata alla pratica della transumanza delle greggi. Le antiche tradizioni pastorali molisane rivivono in una ricetta dai sapori antichi fortemente legata ai pascoli montani della regione, ed in particolare della zona Capracotta. Si tratta della pezzata, una pietanza a base di carne di pecora bollita tanto sostanziosa quanto semplice. Le sue origini sono legate alla pratica della transumanza e all'usanza di utilizzare la carne degli animali che non sopravvivevano al trasferimento dai pascoli in pianura a quelli in quota, come cena dei pastori che, una volta "depezzata", la cuocevano a lungo con i pochi ingredienti che avevano a disposizione durante il viaggio. I sapori genuini di questa ricetta carica di tradizione rappresentano ancora oggi uno dei simboli della cucina regionale che, non a caso, la celebra con una grande sagra annuale. A testimonianza del forte legame con il territorio e la cultura locali, la Pezzata è stata inserita nell'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Molise. La pezzata è una pietanza a base di carne di pecora cotta a lungo in paioli pieni di acqua nel quale vengono aggiunte delle patate, qualche pomodoro e, talvolta, anche altre verdure ed aromi per arricchire di sapore e di profumo questo piatto nato come pasto "d'emergenza" e trasformatosi in una vera e propria prelibatezza. La Pezzata viene preparata, oggi come un tempo, seguendo la ricetta dei pastori. Il segreto del suo successo è il sapore delizioso della carne conferito dall'alimentazione a base di erbe dei pascoli montani che, pur essendo meno vasti di quelli in pianura, garantiscono un maggiore apporto di nutrienti. Il pascolo in altura apporta benefici anche alla consistenza della carne che, grazie alle lunghe camminate che affrontano le pecore in montagna, risulta più soda. Per celebrare questa ricetta così legata alla tradizione locale, l'Amministrazione Comunale di Capracotta, all'inizio degli anni '60, ha deciso di dedicarle una sagra che, sebbene con qualche sporadica interruzione, ha superato le 40 edizioni. Si celebra ogni anno la prima dimenica di agosto e richiama migliaia di visitatori che hanno l'opportunità di gustare i piatti tipici molisani, tea cui, appunto, la Pezzata e la carne di agnello alla brace, ricevendo per ricordo una forchetta di legno, una ciotola ed un bicchiere di terracotta. Chi desidera preparare la pezzata seguendo l'antica ricetta dei pastori potrà semplicemente arricchirla aggiungendo soltanto delle patate e dei pomodori. Nel corso del tempo, però, la ricetta è stata anche oggetto di alcune piccole reinterpretazioni, mai invasiva, che l'hanno resa ancor più sfiziosa mediante l'aggiunta di ulteriori ingredienti come sedano, carote, cipolle e un pizzico di peperoncino. La carne viene cotta in grandi paioli riempiti d'acqua. La prima operazione da compiere è la "schiumatura", ovvero l'eliminazione del grasso in eccesso venuto a galla a seguito della cottura, dopodiché, oltre al sale, si aggiunge qualche patata (anche con la buccia) che continua ad assorbire il grasso rilasciato durante la lunga cottura (almeno 4 ore) e qualche pomodoro per dare colore al brodo senza renderlo, però, troppo rosso. Eleonora Autilio Fonte: https://www.turismo.it/ , 4 aprile 2019.

  • Amore e gelosia (XXV)

    XXV Il cavalluccio che tirava la carrozza scalpitava per le strade sconnesse e il vetturino lo incitava facendogli sentire lo schiocco della frusta sulle orecchie. Don Salvatore gli aveva chiesto di fare presto: – Stu cavallucce sape trutta'? E famme vede', puorteme ampresse ampresse abbasce San Giuvanne, po' te regale mezza lira! E alla fine, tra "aaah!!!" per lanciarlo e "iiih!!!" per frenarlo nelle curve, la povera bestia tutta sudata, con la schiuma alla bocca, giunse ai piedi della bella scalinata di San Giovanni in Parco. Ed era quasi ora: un altro poco e l'animale sarebbe stramazzato a terra tanto trafannava! Il poeta, che in quel momento tutto sembrava tranne un poeta, piuttosto un ossesso, scese precipitosamente, letteralmente lanciò una lira intera al vetturino che avrebbe voluto ringraziare per tanta generosità, ma non ebbe il tempo: come un imberbe giovanotto di meno di 20 anni, don Salvatore affrontò il terribile scalone di petto, facendo gli scalini a due e a tre per volta. Una terribile smania lo aveva preso: era sicuro, arcisicuro che la sua bella Elisa non fosse, come aveva detto la madre, a casa della zia. "Quella se n'è uscita c' 'a cugina, chellate che manche ce pare, e cu nu pare e cafuncielle 'e Nucere! E mó chiossà che stanne facenne! Ah, ma si l'acchiappe!". In men che non si dica si trovò davanti alla porta della zia di Elisa, bussò e dovette attendere qualche minuto. Un suono di pianoforte, lento, dolce, si spandeva nell'aria, sembrava provenisse proprio da quella casa... Non ebbe il tempo di approfondire: – Chi è? – Chiese una voce femminile. La voce di Elisa! Allora era a casa, non era uscita! E mó che figura avrebbe fatto, che cosa avrebbe potuto dire? – Sono io, Salvatore... La porta si aprì e la bella figura della sua innamorata si incorniciò sulla soglia, illuminata fiocamente da un lume su un mobile nell’atrio. – Salvatore! Tu qui! Che gioia, come sono contenta, mi hai fatto una sorpresa, grazie! Ma entra, entra... Zia! C'è don Salvatore, il mio fidanzato! Il poeta entrò seguendo Elisa che lo aveva preso per una mano e lo conduceva con lei, e lui la seguiva docilmente. In quel momento era la sua dea, la sua Madonna la sua... Tutto! Un vocio e il suono del pianoforte provenivano dal salotto: i due entrarono e... sul divano sedevano la zia e la figlia; su due poltrone occupavano il posto due giovanotti elegantemente vestiti e al pianoforte la figlia minore, la cuginetta più piccola si esibiva, e all'apparire di Salvatore Di Giacomo pensò bene di cambiare musica e cominciò a strimpellare "Marechiaro", proprio la sua canzone che lui più odiava! La gioia di qualche istante prima si tramutò in astio. – Buonasera – disse freddamente, guardando in tralice la sua Elisa, che capì subito. – Giacomo, ti posso presentare questi due giovanotti? Quello è Alessandro, il fidanzato di Maria mia cugina, e il più piccolo invece è un altro nostro cugino, figlio di una sorella di mammà, Ernesto... La ragazza prese un attimo di pausa e poi con orgoglio disse: – Ragazzi, questo signore è il mio fidanzato, don Salvatore Di Giacomo, il grande... Non riuscì a continuare: i due giovani scattarono dalle poltrone e con ardore e venerazione si accostarono a quell'uomo tanto famoso. – Don Salvatore Di Giacomo! Che onore, e che gioia conoscervi! Parlavano all'unisono, e la loro ammirazione piacque tanto al poeta che si rasserenò. Tutto a posto, il mondo non era crollato e la sua Elisa amava ancora solo lui. Per il momento... Francesco Caso

  • Gli antefatti storici dell'inimicizia tra Agnone e Capracotta

    Per motivare la ragion d'essere dei documenti che presenteremo di seguito sarà utile, anzi necessario, risalire a quei fatti quotidiani che poi fanno la storia di ogni popolo. Di certo, dobbiamo ricordare che i capracottesi, data la posizione geografica del proprio paese, nel tempo hanno avuto sempre una certa inclinazione a scendere dai propri monti e a trovare una posizione più congrua e dignitosa per il proprio vivere. Tante negli anni passati furono le famiglie quasi al completo che si trasferirono ad Agnone, o che, pur vivendo ancora a Capracotta, ebbero contatti quasi quotidiani con la realtà agnonese per motivi economici, commerciali e lavorativi. Quale fu l'accoglienza degli agnonesi? I documenti e le testimonianze che riportiamo in queste pagine serviranno a dimostrare quali realmente furono le relazioni tra le due comunità. Pur avendo a che fare con due popoli volenterosi e ben preparati nelle proprie attività di lavoro e di iniziativa, spesso si notano delle vere e proprie inimicizie e polemiche tra le varie famiglie e i vari casati. Tutto ciò che abbiamo qui evidenziato o appena accennato viene messo in rilievo nei vari documenti che abbiamo cercato di rilevare nel tempo più o meno lungo in cui le popolazioni agnonese e capracottese hanno avuto modo di frequentarsi, incontrarsi e, perché no, tante volte ritrovarsi a collaborare per cercare insieme un miglior modo per il vivere delle singole famiglie e delle due comunità. Fin dal XVI secolo, la diversa altitudine, le caratteristiche del territorio, obiettive ragioni di viabilità e collegamenti, una differente densità di popolazione, avevano diversamente caratterizzato le due comunità. «Agnone, con le sue scuole e convitti – ci dice Paride Bonavolta, la cui famiglia si trasferì da Capracotta ad Agnone nei primi anni del '700 – era da tempo il naturale centro di attrazione da centri anche lontani, tanto da essere definita l'Atene del Sannio. Ma non furono solo le scuole a caratterizzare la città perché, favoriti dai commerci con le regioni vicine, fiorirono anche l'artigianato e il commercio. Come conseguenza ben presto si consolidò una intraprendente borghesia che tra il XVIII e il XIX secolo generò coraggiose iniziative associative in campo bancario, industriale e associativo, che culminarono ai primi del '900 con la realizzazione di una ferrovia privata e e di una centrale idroelettrica. Era quindi inevitabile che molte famiglie capracottesi, o parte di esse, compresa la mia, lasciassero il paese per Agnone, attratte dalle maggiori opportunità lavorative o per avviarsi ad una professione, contando quest'ultima su un buon numero di medici, farmacisti, notai, insegnanti ed avvocati, essendo anche sede di tribunale». La Rivoluzione francese del 1779 ebbe i suoi effetti anche in Italia, e in modo particolare nel Meridione, al tempo dell'eroica ma sfortunata Rivoluzione napoletana del 1799, già ampiamente trattata in una precedente pubblicazione del nostro Liceo. E anche il Molise fu un territorio dove le idee cardine di detta rivoluzione - liberté, égalité, fraternité - ebbero una grande adesione ed interesse. Nell'Alto Molise le due fazioni - i seguaci dei Borboni e i nuovi liberali (chiamati giacobini) - sia ad Agnone che a Capracotta si trovarono a fronteggiarsi in un modo spesso violento e disarmante, così da procurare disordini e improvvise adesioni da parte di tutta la popolazione, che si schierava, spesso presa dall'improvvisazione, o con l'una o con l'altra parte. È da presupporre che anche tra i nostri due paesi, i due schieramenti si trovarono "l'uno contro l'altro armato", procurando così disordini e spesso danni irreparabili. Come nel caso della reazione sanfedista ai danni dei giacobini agnonesi legati al martire Libero Serafini, quando, racconta ancora il Bonavolta: «il mio avo Venanzio, dai testi postunitari ricordato come "un capracottese" sposato ad una agnonese, fu colui che, insieme ad altri, raccolse prove contro i giacobini agnonesi che in realtà erano espressione della ricca borghesia locale che, come comprovato, manu militari aveva voluto imporre ed esportare le idee repubblicane nel circondario, e quindi a Capracotta, sicuramente più legata per le sue origini contadine ai Borboni». Anche nei fatti legati al periodo risorgimentale, prima alla lotta tra liberali e borbonici e successivamente tra "briganti" e "galantuomini", sia Agnone che Capracotta ebbero un ruolo non indifferente. A Capracotta la popolazione si divise, ci furono dei rivoltosi che si schierarono decisamente contro un gruppo di liberali tra cui c'era anche il sacerdote Filippo Falconi, parroco del paese; uomo molto dotto e deciso difensore della cosa ecclesiastica. Non sbaglio se, come risulta dalle fonti, affermo che accanto a una storia nazionale del Risorgimento, esiste anche una storia "capracottese" di tale movimento, con fatti e illustri personaggi della nostra cittadina. Potremmo a modo di esempio fare i nomi del chirurgo Fortunato Conti e Stanislao Falconi, grande avvocato e procuratore presso la corte di cassazione del Regno delle Due Sicilie, giurista raffinatissimo. O Padre Giuliano da Capracotta, frate cappuccino, che nel 1860 depone il saio di frate e indossa la camicia rossa, partecipando alla Battaglia del Volturno contro l'esercito borbonico. Vincenzo Di Rienzo, garibaldino, presente a Teano all'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. È medaglia d'argento al valor militare per le campagne 1866-1870. La comunità agnonese guardò sempre con attenzione e un senso di rispettosa invidia questi personaggi, i quali si affermavano in più campi, come quelli della politica, della giurisdizione e delle scelte di vita più congeniali alle future generazioni. Anche Agnone tuttavia aveva partecipato agli eventi risorgimentali con numerosi suoi cittadini, come Michele D'Onofrio, amico di Garibaldi - di cui si conserva ancora una lettera autografa - e di Felice Cavallotti, Alessandro Gamberale, Stefano Di Primio, Gelsomino Ferrara, Giuseppe Maria Busico e Vincenzo De Sire. Quest'ultimo si arruolò nell'esercito della Repubblica romana del 1848 e successivamente fu arrestato dalla reazione papalina, passando poi molti anni nelle prigioni borboniche. Per i suoi trascorsi e per la somiglianza fisica con l'eroe dei due mondi, fu soprannominato Garibaldi e con tale nomignolo visse con attestati di stima ed affetto fino alla morte, il 7 febbraio 1890, prima di essere nominato cavaliere del Regno nella ricorrenza del 17 marzo 1890. Ma fu soprattutto nel periodo successivo all'Unità che i due paesi si confrontarono per più di cinquant'anni sul piano politico-istituzionale, come testimoniato puntualmente dal libro "Il Molise. Dall'Unità alla Repubblica" di Antonio Arduino. E così nel 1861, appena costituita l'Unità d'Italia, furono definiti anche i collegi politici elettorali; il Molise fu suddiviso in sette collegi aventi per capoluogo rispettivamente Agnone, Boiano, Campobasso, Isernia, Palata, Riccia, Larino. Capracotta, come gli altri paesi dell'Alto Molise fece parte del collegio di Agnone. Le prime elezioni del 1861 premiarono Ippolito Amicarelli, un sacerdote di Agnone perseguitato dal Borbone. Gli elettori furono pochissimi: basti pensare che a Napoli Silvio Spaventa, nativo di Bomba e successivamente ministro dei Lavori pubblici nel governo Minghetti, fu uno dei primi eletti con soli 100 voti. Nelle successive elezioni venne eletto l'agnonese Francesco Saverio Sabelli, che venne poi riconfermato anche nel 1867, al quale, dopo le sue volontarie dimissioni, succedette il sacerdote Giuseppe Tamburi, anche lui dimissionario nel 1869. Cosicché il collegio si rese vacante e cominciò ad essere meta di candidati forestieri non votati nei loro paesi di appartenenza. Agnone divenne quindi "rifugio" di altre regioni per mancanza di un candidato idoneo presente nel collegio. Questa situazione durò fino al 1876, quando Nicola Falconi di Capracotta si presentò come candidato e fu eletto ottenendo consenso da tutti; consenso che sarà ininterrottamente riconfermato nelle successive candidature. Da alcune fonti postume possiamo dire che Falconi ebbe l'abilità inserirsi al di sopra delle due fazioni agnonesi, il partito di Giovanni Ionata e quello di Francesco Saverio Sabelli, che allora erano in lotta tra di loro, contendendosi il potere amministrativo locale e quello della deputazione provinciale. Tuttavia vi era tra Agnone e Falconi una certa promessa di ritiro di quest'ultimo qualora si fosse reperito un idoneo candidato agnonese. Questo periodo durò, senza alcun turbamento fino al 1900, ma da quell'anno le cose cominciarono a cambiare, in seguito alla riforma mandamentale, anche a causa del fatto che Pietrabbondante fu distaccata dal mandamento di Agnone e San Pietro Avellana da quello di Capracotta. La reazione di Agnone contro Falconi sfociò in una serie di accuse fatte dai tre periodici editi in quel tempo. Capracotta, patria dello stesso deputato, reagì in modo più chiaro ed inequivocabile con le dimissioni in massa della giunta e dal consiglio municipale; ciò non servì a nulla, in quanto la legge fu approvata a scapito di Agnone e Capracotta. Agnone continuò la sua battaglia almeno a livello dei giornali e tra questi si distinse "Il Risveglio Sannitico" di Luigi Gamberale. Fu un periodo duro per il nostro Molise, il Volturno stava per essere venduto ai fautori - a detta del Risveglio - che rispondevano ai nomi di Fazio e Veneziale, i quali si dichiararono innocenti e risposero agli attacchi di Gamberale, il quale nei suoi scritti, incriminò anche il deputato capracottese, definendolo amico della cricca di Veneziale. Si cominciò ad opinare in Agnone la candidatura di un esponente locale. Intanto Falconi era stato nominato senatore del Regno e finalmente Agnone, come era nei patti, riuscì a liberarsi del dominio capracottese. Ma fecero male i calcoli in quanto Falconi aveva già fatto le premesse per la candidatura del nipote, Tommaso Mosca. Il 7 marzo 1909 furono convocati i comizi elettorali e vi fu un'affluenza d'elettori alle urne come non mai, con 1.903.687 votanti su 2.930.437 iscritti. Ad Agnone gli elettori furono 5.810 e fu eletto, al primo scrutinio, Tommaso Mosca, ministeriale, con 1.715 voti contro i 1.336 riportati da Alessandro Marracino, votato dagli agnonesi e dalla sua Vastogirardi. A dimostrazione dell'accesa animosità della campagna elettorale, riportiamo due esempi "letterari" (si fa per dire!) di entrambi gli schieramenti. Il 1 gennaio 1909, un certo Rocco Moauro fu Raimondo di Caccavone, fece pervenire a molte case di notabili di Agnone un foglietto dato alle stampe, dal titolo "Strenna di Capodanno" - il cui originale è conservato presso la Biblioteca "Labanca" di Agnone - frutto, a nostro avviso, della coalizione di tutti i paesi del circondario a favore del candidato capracottese Mosca, contro Agnone. È sentenza risaputa e da tutti è conosciuta: gli agnonesi nulla fanno senza frode, senza inganno. L'anagramma Agnonesi è: si negano - per due tornesi come fosse un gran tesoro si negano tra di loro. Nega il figlio al genitore; il donatario al donatore; come Giuda traditore negò Cristo redentore. Agnonesi ingannatori o venditori o compratori; sono con tutti fraudolenti, con l'amico o col parente, con la povera e ricca gente. È di Agnone il calderaio, l'orefice e l'ottonaio, l'argentiere ed il ramaio, l'avvocato ed il notaio, non escludo il clero tutto. Sono tutti di una pasta: agnonesi? E tanto basta! Sempre in quelle votazioni gli agnonesi risposero boicottando la candidatura Mosca con la seguente canzonetta popolare (di anonimo): Evviva Marracino, il nostro candidato, evviva i risveglisti, evviva il comitato. Cantate pure "Evviva Agnone" il sette marzo, la votazione. Viva la nostr'Agnone, la prima del collegio che della fitta nebbia n'ha fatto pregio. Fuori il duro ghiaccio e la neve ammucchiata, fuori li traditori, fuori la forc'armata, fuori la camorra d'una volta detta che l'immane piovra male fine aspetta. Furon sette i peccati di prima qualità che il falco ci donó, che brutta eredità! Grida fischi abbasso pur si ripeterà: fuori falconi, mosche e capre in quantità. Cantate pure, dite così: Non è per noi don Tommasì... Dunque nel 1912, in occasione della riforma elettorale, la lotta tra Agnone e Mosca si riaccese per sfociare questa volta nella forma più violenta e campanilistica nel 1913, quando Mosca venne implicato nello scandalo del Palazzo della Giustizia a Roma e fu quindi costretto a dimettersi. Agnone prese la palla al balzo, questa volta il candidato doveva essere agnonese e la persona più rappresentativa e prestigiosa era Giovanni Piccoli, un ginecologo ostetrico che accettò la candidatura. Mosca rimise il suo mandato parlamentare agli elettori. Si doveva decidere tra Mosca, deputato dimissionario, Marracino di Vastogirardi e Giovanni Piccoli, nuovo candidato agnonese e sul quale Agnone concentrò tutti i suoi sforzi. Gamberale, per favorire la propaganda del Piccoli, lo fece attraverso due periodici e a sua volta per difendersi dai feroci attacchi della stampa agnonese questi risposero con un periodico edito a Capracotta, con il compito di rispondere alle accuse e a sua volta dì accusare pesantemente. Dunque nessun candidato venne eletto e si dovette ricorrere al ballottaggio che avvenne con Mosca, unico rimasto a causa del ritiro degli avversari. Ma la lotta non era ancora finita, Mosca avrebbe dovuto fare ancora i conti con le elezioni. Marracino sentendosi intruso si ritirò lasciando campo libero. Così gli strascichi elettorali continuarono per altri mesi, ancora dopo le elezioni che continuarono a causa del clima rovente, sia ad Agnone per il tradimento di Ionata in favore di Mosca, sia a Capracotta dove alcuni parenti decisero di non votarlo. Poi venne la guerra e non vi furono più votazioni. Non possiamo non riportare qui alcuni significativi passaggi del discorso tenuto a Capracotta in occasione del 70° anniversario della sua distruzione dallo storico Raffaele Colapietra che in tal modo descrive - con voluto tono provocatorio - i motivi del "superamento" di Capracotta sulla rivale Agnone e della decadenza di entrambi. «Nel secolo passato – afferma il noto meridionalista – si è determinato quindi una sorta di vuoto di una città illustre, come Agnone, che non è stata più messa in grado di esercitare quel ruolo attrattivo, coordinativo, dato anche e soprattutto dagli istituti di istruzione e da una classe intellettuale assolutamente incomparabili con tutto il Molise che le era proprio e che è venuto a mancare, mentre, invece, venuto meno più tardi il ruolo comunitario ed egemonico delle grandi famiglie capracottesi, venuta meno la pastorizia, l'Alto Molise è quel deserto, diciamo, o almeno quel difficilissimo luogo di articolazione politica che è ancora oggi». Nel secondo dopoguerra nel Parlamento italiano furono invece gli agnonesi a prevalere con Remo Sammartino e Bruno Vecchiarelli, che, l'uno senatore e l'altro deputato, furono eletti ininterrottamente dal 1948 al 1992, sostituendosi così al dominio capracottese di Falconi e Mosca, durato dal 1876 al 1912. E veniamo così ai giorni nostri e alle polemiche non ancora del tutto sopite tra i due paesi dell'Alto Molise. Come, ad esempio, quella per la paternità della famosa Tavola Osca, prezioso documento e simbolo dei comuni progenitori Sanniti, tuttora conservata al British Museum di Londra. La vexata quaestio nasce dal fatto che nella bacheca del suddetto museo dove era esposta la tavola, la stessa veniva definita come "Tavola di Agnone", per il semplice fatto che era stata venduta agli inglesi dagli agnonesi e che il primo a farne degli studi specifici era stato il medico e archeologo Francesco Saverio Cremonese di Agnone. E allora, è giusto dire: Tavola di Agnone o Tavola di Capracotta? La storia è questa: nel marzo del 1848, un certo Pietro Tisone, bovaro della masseria di Giangregorio Falcone di Capracotta, per caso, scavando una fossa presso la Fonte del Romito, trovò la preziosa lamina di bronzo e la consegnò al suo padrone. Francesco Saverio Cremonese, attraverso l'orefice agnonese Vincenzo Paolo D'Onofrio, che per commercio faceva raccolta di monete, vasettini, scodelline fittili e di altre reliquie antiche, fece pressante richiesta della lamina al Falcone. A stenti e non prima di quattro o cinque mesi quest'ultimo cedette e la lamina passò nelle mani del richiedente; successivamente finì al commerciante romano Alessandro Castellani, quindi a Napoli ed infine - non si è mai capito bene come - nel 1873 passò al British Museum di Londra, pare venduta per 4.000 lire. Insigni studiosi con obiettività ed alto senso di giustizia hanno denunciato il furto del reperto e del nome, diventato ormai vulgata. Ma una recente notizia, che rende ancor più paradossale l'intera vicenda, apparsa su tutti i giornali locali, ci dice - ironia della sorte! - che, secondo nuove ipotesi di studio, la Tavola è in realtà niente po' po' di meno che di Pietrabbondante! E infatti, in un incontro tenutosi ad Isernia il 22 gennaio di quest'anno, Bruno Paglione e Paolo Nuvoli, autori del libro "Gli enigma. La Tavola Osca e Pietrabbondante", hanno avanzato il sospetto che il mitico reperto non sia stato trovato tra Agnone e Capracotta, ma che in realtà provenga da Pietrabbondante, come, secondo loro, recenti studi confermano. La qual cosa dovrebbe in un certo senso riavvicinare gli eterni contendenti, questa volta coalizzati insieme contro il nuovo inaspettato nemico: Pietrabbondante! Al di là di ogni sterile, e ridicolo, campanilismo, secondo noi la questione si risolve semplicemente così: la tavola è stata trovata nel territorio di Capracotta, è stata studiata per la prima volta da un agnonese, e l’unico nome attribuibile - e universalmente riconosciuto dagli studiosi - è quello di "Tavola Osca". Fine della polemica! Francesco Paolo Tanzj Fonte: F. P. Tanzj, La storia che ci unisce: storia dell'Alto Molise , S. Giorgio, Agnone 2015.

  • L'avvocato Ninetta (XXIV)

    Scena XIII Giulio, Cesarino, Bettina e detti. Giulio – Che cosa è questo chiasso? Cesarino – È succieso 'o fatto. Ninetta – È la signora Baronessa che ha preso gelosia del marito. Giulio – Ma Gelsomina finiscila, non è questo il luogo di far delle lazzarate. Gelsomina – Se n'è venuto isso, chist'auto spito sicco. Levateve 'a nanze ca le voglio scippà 'a faccia a chella ciucciuvettela. Bettina – Neh guè, neh guè? Tu cu chill'haje grandissima ciantella. Tu 'o saje ca parle cu figliema che tene tanta na laura. Gelsomina – Ebbiva essa! Se n'è asciuta chest'ata cuccuvaja c' 'o lavere e 'o fecatiello. Bettina – Uh! cuccuvaja... a me cuccuvaja!... Ah! vajassona impertinente, te faccio stà a duvere. Ninetta – Mammà, tu scendi troppo basso a venire a competenza cu na stiratrice che porta 'o rasulo ammanecato ( guardando Cesarino ) dint' 'a sacca. Cesarino – Uh! malora chesta ha ntiso tutte cose! Giacinto – Comme, muglierema porta 'o rasule? Gelsomina – Sicuramente, pecché nc'avite che dicere? Avite ragione che facite 'e guappe ccà ncoppa, ma si scennite abbascio... Giulio – Baró, Baró... purtatevella... si no ccà fernesce male... Giacinto – Gesummì, jammuncenne... jammoncenne... Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta , Gennarelli, Napoli 1921.

  • Chi conosce la mela zitella?

    Nasce da terreni incolti e simboleggia la voglia di rinascita di un'area interna dell'Appennino, quella molisana, il meleto biologico di Castel del Giudice, in provincia di Isernia. Un contesto naturale che trae linfa dall'acqua dei monti di Capracotta e dal fiume Sangro. Cinquanta ettari in stato di abbandono sono stati trasformati nel meleto bio Melise, azienda compartecipata di cui fanno parte investitori, cittadini e amministrazione. Accanto, un rigoglioso Giardino delle Mele Antiche dove si contano circa 50 varietà di mele autoctone. Questa storia di frutti perduti inizia una decina di anni fa grazie all'Associazione Arca Sannita, voluta dall'agronomo Michele Tanno che ne è il presidente: “Castel del Giudice è il paese della mela e vanta un'ottantina di tipologie, alcune comuni al territorio limitrofo abruzzese. La più antica del meleto è la Limoncella, conosciuta già nel Medioevo, dalla buccia gialla, croccante e profumata, che si adatta alle zone con gelate tardive. C'è poi la mela Zitella, gialla con sfumature rosa: matura ad ottobre ed è caratterizzata da una patina che la protegge contro l'umidità. Il nome deriva dall'uso che le donne non maritate ne facevano come cosmetico ma anche dalla tarda maturazione del frutto. Autoctona è anche la mela Gelata, che all'interno presenta zone vetrose, quasi ghiacciate: ha buccia verde e consistenza soda. Più piccola e piatta è la mela Tinella che resta sull'albero fino a quando sono cadute tutte le foglie: si conserva a lungo ed ha un sapore leggermente acidulo”, racconta Tanno. Fra le varietà che colorano l'autunno nei filari di Castel del Giudice spiccano anche la mela Florina, fiammante e nutriente, la mela Dolorina, dalla forma allungata e la Primiera che si raccoglie a settembre ed ha un sapore dolcissimo. A livello economico-commerciale, le antiche mele hanno rilanciato il territorio tanto da permettere la realizzazione di un progetto di albergo diffuso, Borgo Tufi. Complessivamente la produzione annua è di quasi 5 mila quintali di mele, in parte trasformate da un'azienda veneta in succhi di frutta e prodotti per l'infanzia. La distribuzione avviene attraverso gruppi di acquisto equo-solidali in Italia e in Germania e tramite la vendita diretta. Il prezzo medio di un kg di mele è di 1,5 euro. Antonia Matarrese Fonte: https://www.lacucinaitaliana.it/ , 19 novembre 2018.

  • La morte di Pasquale Antenucci

    L'atto di morte di Pasquale Antenucci. La notte del 23 Febbraio, dopo breve e fatale malattia, l'inesorabile morte rapì all'affetto dei congiunti e degli amici Pasquale Antenucci. Servì degnamente la patria molti anni fa, congedandosi col grado di Furieremaggiore di Cavalleria, ed in paese, datosi operosamente al commercio, seppe crearsi una modesta quanto invidiabile posizione sociale. Fu tetragono alle molteplici avversità che lo colpirono nell'odissea della sua vita, massime per l'immatura morte di due distinte compagne. Onesto negoziante, amico impareggiabile e generoso benefattore, lascia un vuoto incolmabile in coloro che lo conobbero. Le esequie furono imponenti, e col concorso della musica cittadina, tutto il popolo rese con un vero plebiscito di dolore l'ultimo tributo di affetto al caro estinto. Municipio, di cui era Consigliere, Circolo d'unione, Tiro a segno, Sodalizii ed altre istituzioni erano largamente rappresentate. Con la morte di lui, a 50 anni, un vecchio e rispettabile padre rimane nella desolazione, e due cari e piccoli bimbi restano organi al mondo, affidati - per fortuna - alle cure di buoni parenti, ai quali arrechi conforto il pensiero che nel ferale silenzio dell'avello Pasquale non rimarrà solo, ma gli aleggerà costantemente il ricordo mesti ed imperituro degli amici! Ferdinando De Matteis Fonte: Interprete, Corrispondenza da Capracotta , in «Il Grillo», X:8, Isernia, 24 marzo 1895.

  • Un architetto abbastanza famoso per un progetto abbastanza sbagliato

    L'antica torre angioina. Settanta anni fa l'Istituto Italiano di cultura a Stoccolma, una delle opere architettoniche italiane più significative realizzate all'estero, era stato progettato e arredato dall'architetto Gio Ponti. Era ispirato a una idea, di una decina di anni precedente, dell’ingegnere Carlo Maurilio Lerici. Collaborarono al progetto l'architetto svedese Ture Wennerholm, Ferruccio Rossetti (ampliamento dell'atrio d'ingresso) e Pier Luigi Nervi (ideazione dell'Auditorium - immagine di testa). L'architetto Ferruccio Rossetti da poco aveva redatto, su incarico del Ministro per i Lavori Pubblici, anche il Piano di Ricostruzione di Capracotta notificato al sindaco Carnevale il 31 gennaio 1949. Tra le cose più significative del Piano dell'architetto Rossetti vi era la previsione della demolizione di tutto il cuore del nucleo antico di Capracotta, dal sagrato della chiesa di S. Maria Assunta fino a Piazza Falconi, compresa la storica torre dell'orologio. Le vicende amministrative e i retroscena politici sono stati dettagliatamente ricapitolati e puntualmente analizzati nelle ricostruzioni pubblicate da Francesco Mendozzi e non credo necessario aggiungere altro a una rappresentazione cronachistica che rende bene la sofferenza dell'amministrazione comunale nell'adottare quelle decisioni che avrebbero definitivamente cambiato i connotati del paese. Con il senno di poi siamo capaci tutti di ragionare. Perciò oggi ci rendiamo conto che quelle demolizioni furono un drammatico tentativo di dare una dignità formale a una realtà che appariva in una condizione di degrado spettrale. Ciò non significa che oggi si debba accettare una condizione urbanistica che non esiterei a definire insignificante sul piano architettonico e anonima su quello identitario. Fortunatamente Capracotta, nonostante l'ineluttabilità degli eventi bellici e l'imbecillità dei distributori di morte, conserva una delle chiese più belle della regione e dalla sua consistenza architettonica si deve partire per ricostruire un carattere che restituisca al popolo capracottese il senso della sua storia. Partendo dalla consapevolezza che il popolo capracottese è come l'esercito nomade di Giacomo Caldora. La sua forza stava nella sua mobilità. Capracotta è una entità astratta che ha un polo di attrazione in quel luogo dove ancora sopravvive la definizione di "Terra Vecchia", ma il suo popolo è caratterizzato da una massa puntiforme distribuita in ogni angolo del globo terrestre. Non devo dare consigli, come suggeriva François de La Rochefoucauld a Fabrizio De André «I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi», però ogni tanto bisogna provarci. Se non altro per certificare la nostra esistenza in vita. Capracotta non è un accidente della storia e per una serie di circostanze che interessano la Nazione di cui fa parte ha l'opportunità di proporsi per un grande progetto di riqualificazione che non sia una banale proposizione dei modelli della civiltà borghese. Capracotta, e non solo l'Amministrazione Comunale su cui grava la responsabilità della tempestività delle scelte, deve rivendicare quel ruolo di avanguardia progettuale che le spetta non solo per una questione altimetrica territoriale, ma anche perché urbanisticamente deve recuperare il terreno perduto. Per colpa di tutti e di nessuno. È un momento molto particolare della sua storia. Il paese ha bisogno di cultura da una parte e di condottieri che indichino una strada da percorrere dall'altra. È la sfida delle future generazioni. "Terra Vecchia" di Capracotta e la sua riqualificazione potrebbe essere una grande occasione (forse l'ultima) per sollecitare un rinnovato interesse dei giovani ai luoghi delle loro radici ma che si traduca anche in un investimento economico capace di produrre reddito. Per dirla con Machiavelli: «Dimenticano gli uomini più facilmente la morte del padre che la perdita del patrimonio»... Il momento è decisivo. Franco Valente

  • Il grande Sud

    Fra le valli del Trigno e del Sangro, in vista della Maiella che domina l'orizzonte verso ovest, sembrano rivivere il Canada, la Baviera, la Scandinavia... A sud, oltre la Montagna di Frosolone, compaiono le giogaie del Matese. È difficile, nella geografia dell'Italia della neve, pensare a un luogo meno conosciuto di questo. D'inverno come d'estate, però, le alture in provincia di Isernia offrono molto a chi le visita. Per gli appassionati di storia, il fascino di questi altipiani sta nella presenza dei santuari sanniti di Vastogirardi e Pietrabbondante (il tempio di quest'ultimo centro è uno dei monumenti più famosi del Molise), nelle mura di Vignali nei pressi di Pescolanciano, nell'eremo medioevale di San Luca poco distante da Pescopennataro. Ad Agnone, la Atene del Sannio, spiccano per eleganza le chiese di San Francesco e Sant'Emidio, oltre le quali è obbligatorio visitare la Fonderia Marinelli, che ha prodotto campane dal Medioevo ai nostri giorni. Nella fabbrica, tra decine di campane in preparazione, si trova su un piano rialzato un piccolo museo che racconta la storia di questa particolarissima arte. Ma il fascino di queste montagne dall'altezza modesta (il Monte Campo arriva a 1.746 metri, il Monte Capraro a 1.730) sta soprattutto nella natura. A Pescopennataro e in altri centri dei dintorni, gli spuntoni calcarei ai quali si addossa l'abitato danno al paesaggio un aspetto fiabesco. Nei boschi innevati compaiono le tracce del lupo e quelle del capriolo e del cinghiale. In tutte le stagioni è possibile ascoltare il ritmico battere del picchio nero, o fermarsi in silenzio all'alba o al tramonto nella speranza di sentire il richiamo del gufo reale, il più grande rapace notturno italiano. Per i biologi, però, la principale attrattiva di questi monti sono le foreste di abete bianco, un'essenza diffusa in passato sull'intero Appennino, e che sopravvive oggi, oltre che nell'Alto Molise, soltanto nelle foreste dell'Abetone, del Casentino e dei Monti della Laga. D'inverno, la neve abbondante rende ancora più suggestivi questi boschi. Accanto alle strade, e in particolare a quella che sale da Pescopennataro alla montagna, le sagome imbiancate degli abeti formano una spettacolare muraglia. Non appena ci si inoltra nel folto con ai piedi le racchette da neve o gli sci, l'impressione di essere nel grande Nord è completa. Da qualche tempo l'Italia dello sci ha iniziato a scoprire l'angolo più settentrionale del Molise. Tracciate all'inizio degli anni Novanta, le piste da fondo di Capracotta sono diventate famose, e hanno ospitato nel 1997 i campionati italiani assoluti. Ogni fine settimana d’inverno, gli anelli ai piedi del Monte Campo si affollano di appassionati del passo pattinato e dello skating. Nonostante lo scarso impatto ambientale, però, lo sci da fondo sportivo non è il modo migliore per apprezzare le bellezze di queste piccole ma suggestive montagne. Per ammirare i panorami verso la Maiella e il Matese e per cercare le tracce della volpe e del lupo, la soluzione migliore sono le racchette da neve. Ormai diffusissime su buona parte dell'arco alpino, le ciàspole consentono ai visitatori dell'Alto Molise di apprezzare nel modo migliore le suggestioni dei boschi innevati. Nel Bosco degli Abeti Soprani, tra Pescopennataro e Capracotta, le piste da fondo riducono drasticamente il campo d'azione di chi preferisce le racchette. Brevi passeggiate sono possibili con partenza dalla strada che sale da Pescopennataro all'Eremo di San Luca e a Prato Gentile. Chi preferisce un'escursione più lunga deve partire dal camping (chiuso d'inverno) a monte di Pescopennataro, e inoltrarsi in salita nel bosco in direzione delle pareti rocciose del Monte Campo. Un valloncello e un tratto in obliquo a sinistra portano a incrociare le piste da fondo, oltre le quali si può salire al crinale nei pressi del Monte San Nicola. Per salire alla vetta del Monte Campo, "tetto" dell'Alto Molise e splendido belvedere sul Bosco degli Abeti Soprani, occorre invece salire in auto da Capracotta verso Prato Gentile. Una deviazione sulla destra porta all'albergo Monte Campo e alla chiesetta di Santa Lucia. Da qui, un viottolo innevato supera un ripido pendio, e poi continua con minore pendenza attraverso un rimboschimento fino all'orlo dei salti rocciosi che dominano il bosco. Verso sinistra, in breve, si raggiungono i 1.746 metri della cima. Stefano Ardito a Capracotta. A Rosello, dove il Molise lascia il posto all'Abruzzo, un'altra bella passeggiata con le racchette ha per meta il bosco di abete dell'omonima oasi WWF, istituita nel 1992 ed estesa su 211 ettari. Dal paese e dal Centro Visitatori si segue la strada per Pescopennataro, si devia a sinistra seguendo le indicazioni e si posteggia davanti a un albergo. La strada porta in breve all’ingresso del bosco. Dopo aver costeggiato l'area faunistica del capriolo si tocca la Fonte Volpona e si sale a destra verso Colle Zingarolo. A un bivio si torna a sinistra, si raggiunge in discesa il Fosso Turcano e si segue il sentiero-natura dell'oasi che riporta alla Fonte Volpona e al percorso dell'andata, lungo il quale si torna al posteggio. L'ultima bella escursione sulle racchette si svolge nella Riserva Naturale di Colle Meluccio, costeggiata dal tratturo che collegava Celano con Foggia. Esteso su 187 ettari e legato al nome di Desiderata Melucci, una nobildonna che lo acquistò nel 1625, il bosco è stato abbattuto tra il 1915 e il 1918 per fornire legname all'esercito, ed è poi ricresciuto grazie al Corpo Forestale dello Stato. Nonostante la limitata estensione, questa abetina merita senz'altro una visita. Da Pescolanciano si segue la strada per Pietrabbondante fino a una caserma del Corpo Forestale e alla vicina area da picnic. Il viottolo che si addentra nella riserva, indicato da un cartello, inizia 500 metri più a nord, oltre Case Colle Meluccio. Traversato un fosso, si supera una sbarra e ci si addentra nel bosco di abeti secolari per un tracciato stradale ben visibile che porta a un'ampia radura. Prima di tornare indietro conviene proseguire per un tratto verso sinistra, in direzione sud-ovest, addentrandosi nel tratto più spettacolare della foresta. Stefano Ardito Fonte: S. Ardito, Il grande Sud , in «PleinAir», 318, Milano, gennaio 1999.

  • Ci si vede a Casamiccio!

    Casamicciola è oggi un centro termale d'eccellenza. Adagiata ai piedi del Monte Epomeo, riposa sulla parte settentrionale della splendida isola di Ischia. Lo stemma del Comune rappresenta una donna che immerge le gambe nell'acqua d'un fiumiciattolo, il che si ricollega alla leggenda del suo nome. Si narra infatti che una matrona romana di nome Nizzola, impedita nel camminare, immerse gli arti inferiori nelle calde acque di un ruscelletto che scorreva nei pressi della sua abitazione e prodigiosamente guarì. Da quel momento in poi la notizia si sparse per ogni dove e gli ammalati cominciarono ad affluire presso la «casa di Nizzola», poi divenuta Casamicciola. Per quel che interessa a noi, dirò invece che il grande Lorenzo Giustiniani usava il termine Casamiccio, come se la seconda parte della parola, Miccio, fosse un nome proprio di persona. Inutile dire che Casamicciola ha un nome buffo e simpatico almeno come quello di Capracotta, e da noi esiste un modo di dire piuttosto singolare. Quando parliamo di una località remota, lontanissima, facciamo spesso riferimento a Casamicciola: – Quìre vè da Casamìcce... – Da addó sié menùte, da Casamìcce? – Aje arrevieàte a Casamìcce! Sono questi modi di dire legati alla bella località ischitana ma che in realtà ripropongono in salsa montanara ciò che tanti altri fanno normalmente con Capracotta, prendendola come emblema di luogo isolato dal mondo, quasi leggendario. Ma quando e come sono nati questi modi di dire a Capracotta? Sfogliando le "Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese" di Oreste Conti non ve n'è traccia, il che significa che probabilmente si tratta di detti nati dopo il 1909, anno di pubblicazione della prima raccolta di motti nostrani. Tuttavia, spulciando la corrispondenza del sen. Nicola Falconi (1834-1916), ho trovato una lettera particolarmente interessante. Si tratta di una missiva che l'allora ministro della Pubblica Istruzione Leonardo Bianchi (1848-1927) inviò all'illustre politico capracottese. La lettera, spedita proprio da Casamicciola, è datata 28 agosto 1905 e in essa il ministro Bianchi comunicava a Falconi che, nonostante il suo pregiato invito, non avrebbe potuto raggiungerlo a Capracotta per motivi familiari. Riporto la missiva: Carissimo amico, ho ritardato a scriverti sperando indicarti il giorno in cui sarei venuto a visitare codesti simpatici luoghi, e a passare qualche giorno, magari uno solo, ospite tuo, ma pur troppo le vicende delle cose regolano fatalmente il timone della volontà. Non potevo, per molte ragioni, andare in Sardegna, e vi sono stato obbligato da ragioni di indole diversa. Credevo disporre del mio tempo almeno sino al 7 settembre e la ricaduta avveratasi in questi giorni della povera mia signora, da tre anni malata, ha volta la relativa tranquillità del mio animo, ed impedita ogni libertà di movimento che non sia per preciso ed indeclinabile dovere. E così il vivo desiderio di visitare te e De Amicis e codesti monti, che, come stazione estiva, devono essere in tutti i modi incoraggiati, ha dovuto essere per il momento soffocato e rimandato ad altro tempo. Sta sano, mio carissimo amico, ed abbimi sempre tuo aff.mo Bianchi. Nicola Falconi aveva probabilmente invitato Leonardo Bianchi e Mansueto De Amicis (1851-1924) ad assistere alla festa della Madonna di Loreto, ma il primo dei due si vide costretto a trattenersi nella località termale perché sua moglie aveva avuto una brutta ricaduta. Siccome questa lettera venne pubblicata a mezzo stampa dall'Eco del Sannio, è legittimo credere che possa aver dato il via all'adagio su Casamicciola, col popolo capracottese che finalmente poteva burlarsi di una località più stramba di Capracotta stessa! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese , Frattarolo, Lucera 1909; Echi molisani , in «Eco del Sannio», XII:17, Agnone, 13 settembre 1905; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Serao, Dal vero , Perussia e Quadrio, Milano 1879.

  • Le figure del cav. Croce Conti e del sig. Agostino Conti

    Capracottesi in fermento (foto: G. Paglione). Fra lo schianto di una distinta ed amata famiglia, fra le sincere e spontanee manifestazioni di dolore dell'intero paese, così largamente rappresentato a queste pietose ed imponenti esequie, si è fatalmente schiusa una tomba per raccogliere la preziosa esistenza del Cav. Dott. Croce Conti! Parlare minutamente di lui, di questo impareggiabile padre di famiglia, di questo avveduto e distinto professionista, di questo integerrimo cittadino e pubblico amministratore, sarebbe addirittura opera vana, perché ogni elogio renderebbe sbiadite le diverse epoche della sua vita intemerata. Il paese, senza eccezione, aveva per lui un culto del rispetto; i conoscenti si sentivano avanti la sua simpatica ed affabile persona compresi da un sentimento di profonda venerazione! Nato in Capracotta nel 1823, compì lodevolmente gli studi, e nel 1849 conseguì la laurea in medicina nella R. Università di Napoli. Il suo svegliato ingegno e le vaste cognizioni professionali gli conferivano il dritto di stabilirsi in una città, dove avrebbe potuto affermare il suo valore, ed addivenire una vera illustrazione della scienza. Ma la sua eccessiva modestia gli fece preferire il paese natio, come per mettere a vantaggio di esso i tesori del suo sapere, e pareggiare i savi fratelli per accrescere il lustro della sua cara famiglia. E per la famiglia egli fu simbolo di pace e di attività, imperocché consacrò tutto sé stesso al miglioramento civile ed economico, curandone l'educazione e l'istruzione, massime dell'unico gioiello del suo cuore, del bravo figlio Guglielmo, nel quale con indicibile affetto vedeva rispecchiate le nobili qualità dell'animo suo. Lo abbiamo visto, cedendo alle preghiere degli amici, ed anche delle Superiori Autorità, occupare in diverse volte - senza ombra di ambizione - le più importanti ed onorifiche cariche del paese, quelle di Sindaco, di Conciliatore, di Presidente della Congregazione di Carità e di altre Commissioni, e dovunque egli ha portato la serietà e la rettitudine del suo animo, la lucidezza della sua mente, la moralità della sua coscienza. Lo abbiamo veduto nei tempi difficili della rivoluzione, pieno di patriottismo e di prudenza, contribuire con l'opera e col consiglio al trionfo della libertà. Ed è meritevole di essere ricordata la lunga esposizione scritta che egli fece al Consiglio Comunale nel 1852, assumendo la prima volta le funzioni di Sindaco sotto l'attuale regime costituzionale, la quale esposizione contiene un esatto programma d'amministrazione, le cui norme rivelano i suoi alti proponimenti per dare vita nuova e prospera alla azienda comunale, che molto si avvantaggiò del suo indirizzo. Come medico e come cittadino, inutile affermarlo, è la figura più cara e popolare che esista. Chi non ricorda di essere stato da lui amorevolmente curato e confortato, e quanti non vennero con disinteresse aiutati e consigliati? Nel 1889, quale benemerito della salute pubblica, fu insignito dell'onoreficenza di Cavaliere della Corona d'Italia, ed io che dal rimpianto Sindaco del tempo, cav. Cesare Conti, ebbi il gradito incarico di comunicare al decorato la Sovrana concessione, riportai della sua rara modestia un incancellabile ricordo! Con la scomparsa del Cav. Croce Conti, viene a mancare al paese un altro dei pochi superstiti di una generazione di onesti ed intelligenti che dettero alle famiglie il savio indirizzo del lavoro e del dovere, che ebbero di mira il progresso e la civiltà, e che furono esempio di quell'amore e di quella fratellanza che - fra la marea delle facili discordie - sono l'orgoglio di Capracotta! Le loro invidiabili condizioni economiche ne sono l'adeguato compenso! Forse questi fuggevoli cenni, esposti con parola disadorna pari al vivo dolore dell'animo mio, malamente compendiano il tuo passato sereno e glorioso; ma ti conforta che ad esso saranno costantemente e religiosamente uniti i più sacri e pietosi ricordi della tua riconoscente e desolata famiglia, ed il nostro imperituro rimpianto; il rimpianto della gratitudine più sincera ed affettuosa pel tuo nome onorato e benedetto!... Erano passati appena 7 giorni dalla perdita del rimpianto Dott. Cav. Croce Conti, e non ancora cominciavano a dileguarsi le intense impressioni di angoscia lasciate dalla triste sventura, che la morte inesorabile tornò a visitare quella casa di dolore e di raccoglimento, strappando, la sera del 15 aprile, al più sacro e riconoscente affetto del figlio, Dottor Giovanni e degli afflitti parenti la non meno cara esistenza del signor Agostino Conti, nell'età di 81 anni. Fatalità di destino! Due fratelli che in vita si divisero le gioie ed i disinganni, e di cui nessuna causa mondana poté mai rallentare i saldi legami della loro invidiabile concordia, anche in morte vollero presto ricongiungersi nel bacio del Signore! La famiglia rimase sopraffatta da immane sgomento, il paese rattristato e commosso dall'inaspettato e lugubre evento! Il Sig. Conti ebbe dalla natura il dono eccezionale di un'intelligenza superiore; e, dopo gli studi, si dedicò all'industria armentizia, nella quale il senno e l'attività gli furono fonte di meritate ricchezze. Amò la famiglia quanto se stesso, e potette con ragione essere soddisfatto dei frutti dell'educazione e dell'istruzione, che a preferenza ebbe la diligente premura d'impartirle. Uomo di proverbiale probità e di onestà scrupolosa, fu di carattere fermo e di cuore espansivo e generoso. Temprato ai disagi della vita ed alle domestiche sventure, trionfò su di esse, perché ebbe la costanza nei propositi, la sicurezza nelle azioni, la virtù della rassegnazione. Fece parte di ogni comitato che ebbe di mira l'unità italiana, che caldeggiò non senza serî pericoli. Fu capitano della Guardia Nazionale, e rappresentò nel 1867 il mandamento di Capracotta come Consigliere Provinciale. Fra i molteplici suoi affari, ebbe tempo di occuparsi efficacemente anche delle locali amministrazioni pubbliche, in cui stette quasi sempre ora come Sindaco ed ora come assessore e consigliere. Nell'ultimo sindacato del 1888 e 1889 vanno ricordate due opere igieniche di eminente utilità da lui iniziate e compiute, cioè la sospirata costruzione delle fontane, che dettero al paese acque salubri ed abbondanti, e l'ampliamento del cimitero con zone coverte, rispondenti alle esigenze del nostro clima. Come Presidente della Congregazione di Carità, seppe resistere energicamente alle pretese del Fondo Culto per conservare all'Ente il pingue patrimonio di circa lire trecentomila, e della beneficenza ebbe con gli altri componenti il nobile concetto di istituire nel 1872 un ginnasio, che segnò pel Comune un grande passo nella via del progresso, e del quale la gioventù studiosa, che ancora trova ad avvantaggiarsene, deve essergli assai riconoscente. Nel 1877 l'Amministrazione da lui presieduta approvò la fondazione del nostro fiorente Asilo Infantile, che completa la beneficenza, esplicandola lodevolmente anche nelle forme educative. Capracotta, che sa apprezzare le virtù dei suoi figli, ha reso, il lunedì santo, con imponente concorso di autorità, di associazioni e di persone di ogni condizione, solenni i funerali celebrati al benemerito don Agostino, il cui nome modesto nella storia cittadina avrà dritto al doveroso rispetto di quanti hanno a cuore il lavoro e la rettitudine, la famiglia e la patria! Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Sotto i cipressi , in «Il Cittadino Agnonese», I:8, Agnone, 3 maggio 1900.

  • Amore e gelosia (XXIV)

    XXIV Dalla stazione, don Salvatore si fece condurre direttamente a casa di Elisa abbasce 'a Starza. Il vetturino lo riconobbe e lo salutò cordialmente: – Don Salvatore, che piacere! Per la prossima Piedigrotta ce deliziate cu na bella canzone da vosta? Stamme aspettanne tutti quanti! Tutta Nocera nun parla che ’e vuie! e che onore che tenite ’a fidanzata che è na nocerina! e che bella ragazza, donna Elisa! L'uomo continuò a chiacchierare per tutto il viaggio che non fu breve, considerando che la Starza dista parecchio dalla stazione, e poi la carrozzella dovette inoltrarsi per stradine di campagna. Il poeta lo ascoltava distrattamente e sorrideva, non rispondendo che a monosillabi; e d'altronde, qualunque cosa avesse detto, non è che importasse tanto al vetturino: quello che contava era che di sera, tornando a casa, avrebbe riferito tutto alla famiglia vantandosi di avere avuto come cliente il grande Salvatore Di Giacomo, quello della canzone "Marechiaro"... ah sì, ed anche "'E spingule francese"! Poi, come Dio volle, la vettura giunse a destinazione e don Salvatore scese davanti alla villa di don Antonio Avigliano, il padre di Elisa. Dall'interno lo avevano già avvistato, perché prima che potesse bussare la porta si aperse e la bella faccia di sua suocera emerse dalla penombra della casa. – Don Salvatore! e vuie che facite ccà a chest'ora? Vi aspettavamo per sabato! È successo qualcosa, non mi tenete in apprensione! Il poeta rimase interdetto: e ora che cosa poteva trovare per giustificare la sua levata di capo? Era partito così, d'impulso, e solo ora si rendeva conto che il suo gesto poteva apparire sciocco e infantile. – No, signora, niente, niente... è solo che... Elisa è dentro? Volevo parlarle un momento, una sciocchezza, ma... La donna sorrise e fece un viso comprensivo: "Ah, era l'amore! niente altro che l'amore! Don Salvatore ha completamente perso la testa per la mia figlia bella" pensò. – Entrate, entrate... ma Elisa non è qui! È a casa di sua zia a San Giovanni in Parco! Ora la mandiamo a prendere, state tranquillo! Voleva stare un poco con la cugina, dovete capirla... entrate e accomodatevi. "Dunque non è in casa, come sospettavo! A casa della zia! eh no, ci vado io a vedere se è vero", questi pensieri si aggirarono subito turbinosamente in testa all'uomo. – Non vi scomodate, cara suocera... ho ancora la vettura fuori, ci monto e mi faccio portare a San Giovanni, così faccio una sorpresa alla mia Elisa. E senza attendere risposta, don Salvatore si precipitò fuori, risalì sulla carrozzella e disse al vetturino: – A San Giovanni in Parco, vai, di corsa! Francesco Caso

  • Quando, stretta al mio fianco

    F. Hayez, "Il bacio", 1859, olio su tela. Quando, stretta al mio fianco, in atto leggiadrissimo d'amore, da qualche Dea appreso, mi prendevi la mano, e al collo bianco tuo l'avvincevi, il core, oh, mi batteva, ai tuoi bei vezzi preso! E mi scendea sugli occhi, mentre ridevi, argentina e vaga, un velo, un abbandono, ch'a te cadere mi faccia ginocchi: e per la immensa plaga l'eco portava dei tuoi visi il suono. I fiorellin del prato, odorosi, dischiusi a l'aura pura, drizzavano lo stelo, madandoci un effluvio profumato insieme a la natura, mentre ci baciavam dinanzi al celo. Dolce, molle stormiva un alito gentil d'infra le fronde; edera tutto incanto al lumeggiare de l'argentea Dora, che, specchiandosi a l'onde, sì c'ispirava de l'amore il canto! Berardino Conti Fonte: B. Conti, Poesia , in «Aquilonia», III:4, Agnone, 10 marzo 1886.

  • Alla riscoperta della ferrovia Agnone-Pescolanciano

    La vecchia stazione di Vastogirardi-Capracotta, oggi demolita. La sua lunghezza totale era di 37 chilometri e 309 metri, che venivano coperti in circa due ore di viaggio. A parte Pietrabbondante, le località intermedie che avevano una stazione su di essa erano molto piccole. Una fermata era intitolata "Trivento-Bagnoli" e un'altra "Vastogirardi-Capracotta", ma le località interessate erano lontane molti chilometri. Curiosa la situazione di Capracotta, a cui erano intitolate due stazioni: quella dell'Agnone-Pescolanciano e un'altra sulla Sulmona-Carpinone, ma dalla prima distava circa venti chilometri, e poco meno dalla seconda: distanze tali da non invogliare certamente gli abitanti del paese a servirsi della ferrovia; paradossalmente, sulla Sangritana, che correva vicinissima al centro abitato, non vi era alcuna fermata intitolata a Capracotta! Guglielmo Evangelista Fonte: G. Evangelista, Alla riscoperta della ferrovia Agnone-Pescolanciano , in «Molise Economico», X:3, Campobasso, dicembre 1983.

  • La reincarnazione di Theodor Mommsen e la storia dei Sanniti pentri

    Theodor Mommsen (1817-1903). Theodor Mommsen, storico, numismatico, giurista, epigrafista e filologo tedesco, generalmente considerato il più grande classicista del XIX secolo, premio Nobel per la letteratura nell'anno 1902, morì nell'anno 1903. Ignoravo che lui fosse la causa della diffusione della "sindrome Viteliù", convinto che nell'aldilà, avendo conosciuto e confrontato le conclusioni delle sue ricerche con Giacomo Devoto, morto nell'anno 1975, con Valerio Cianfarani, morto nell'anno 1977, con Edward Togo Salmon, morto nell'anno 1988 e con Sabatino Moscati, morto nell'anno 1997, si fosse ricreduto sull'origine dei popoli che tra il XI ed il IX secolo a.C. occuparono i territori della penisola italica centro meridionale. Anche i premi Nobel hanno la capa tosta ; pertanto, Devoto, Cianfarani, Salmon, Moscati ed i viventi Adriano La Regina, Gianluca Tagliamonte, Gianfranco De Benedittis, Stefania Capini, Angela Di Niro, Roberta Cairoli, Valeria Ceglia e tanti altri storici e studiosi, farebbero bene a cambiare mestiere e dare credito a chi oggi "reincarna" Theodor Mommsen e diffonde la "sindrome Viteliù". Il reincarnato Mommsen è venuto a conoscenza solo nel novembre 2017 della scoperta fatta nel mese di settembre dell'anno 2004 di una necropoli arcaica nel territorio del comune di San Pietro Avellana, località Piana di Sangro, di cui si conoscono 25 sepolture databili tra l'VIII e il VI secolo a.C. e, preso dalla foga della sua scoperta, non solo ha localizzato la «Val Fondillo a Barrea», mentre è nel comune di Opi, ma ha stimato, bontà sua, le tombe tra il «IX-VIII secolo», mentre sono datate, quelle di Barrea, località Baia-Convento, tra il 899 a.C. e il 200 a.C. Il reincarnato Mommsen ignora che la necropoli di Barrea è stata scoperta nella Vallis Regia e risale ad un periodo che va dal VII all'IV secolo a.C. e della necropoli di Alfedena, in località Campo Consolino è stato scritto: «Nel 1882 si rinvenne una necropoli italica unica per la sua imponenza ed importanza, con tombe ad inumazione databili dal VII al III sec. a.C. Ne sono state stimate circa 15.000 e ne sono state esplorate circa 3.000». Per la necropoli di Scontrone, sappiamo: «L'area era già conosciuta come sito di necropoli di epoca italica, tant'è che tornano alla luce sepolture con reperti provenienti da strati relativi a epoche diverse che vanno dalla prima età del ferro (IX secolo a.C.), all'età romana (dal II-I secolo a.C. fino all'età imperiale)». Per la necropoli di Guastra (così scrive il reincarnato Mommsen, o forse è Guastre?) di Capracotta, la datazione dei reperti è compresa tra il 590 ed il 525 a.C.; mentre per il territorio di Pietrabbondante, scrive la Soprintendenza Archeologica del Molise: «Le testimonianze più antiche, risalenti al V secolo a.C., sono quelle dei corredi restituiti dalla necropoli in località Troccola, sulle pendici occidentali del monte Saraceno. La sommità di questo monte verrà fortificata con una cinta muraria in opera poligonale, raccordata ad opere di difesa poste a quote più basse, in un momento in cui il territorio viene dotato di strutture difensive per opporsi alla minaccia romana. In questo momento (seconda metà del IV secolo a.C.) inizia la frequentazione del luogo di culto in località Calcatello». Sulla base di quanto illustrato e, soprattutto, sulla datazione delle necropoli, il reincarnato Mommsen vuole riproporci la sua bufala (non la mozzarella campana) sull'origine dei popoli di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita. Partiti dalla Sabina : i giovani migranti, a cui il reincarnato Mommsen non dà alcuna identità, si sarebbero per prima stanziati tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro e solo in seguito, con altre migrazioni avrebbero dato origine ai popoli che si denominarono Pentri, Caudini, Irpini. A rigor di logica, in base alla datazione delle necropoli citate dal reincarnato Mommsen e sulla sua inoppugnabile certezza dell'avvenuto 1° stanziamento degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dovremmo quanto meno scoprire che i loro discendenti (Pentri, Caudini ed Irpini), emigrando nelle rispettive sedi, fossero stati inumati in necropoli che dovrebbero per forza essere datate molto, ma molto dopo il IX-VIII secolo a.C. Purtroppo per il reincarnato Mommsen, le testimonianze delle necropoli scoperte presso i Pentri, i Caudini e gli Irpini, confermano l'inesistenza del 1° stanziamento tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: la loro inumazione è avvenuta prima dell'VIII secolo a.C., ossia era coeva o addirittura più antica, di quella dei loro presunti progenitori. Moscati scrisse: «l'ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. […]. La datazione si colloca tra l'VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica [area che includeva: Pentri, Carricini, Frentani, n.d.r. ]. Successivamente scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie». Moscati non poteva conoscere ciò che fu scoperto nella pianura di Bojano, negli anni successivi alla sua morte: aree funerarie risalenti cronologicamente, scrive De Benedittis, al periodo compreso tra il IX ed il IV sec. a.C. Un'area, quella di Bojano, scrive De Benedittis, aperta agli scambi culturali sin dall'Età del Ferro probabilmente legata a quella viabilità naturale che attraversa la Piana di Bojano. Nella collezione Del Pinto, spicca il più antico reperto: «Fibula ad arco serpeggiante [...] Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo». Bovaianom/Bojano era la "città madre", la capitale dei Sanniti/Pentri, un popolo già presente ed operante sul territorio ancor prima che una "anonima" popolazione si stanziasse tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro. Anche per il popolo dei Sanniti/Irpini abbiamo ritrovamenti occasionali che permettono una datazione che va dagli inizi del IX sec. a.C. agli inizi dell'VIII. Per il popolo dei Sanniti/Caudini: le sepolture portate in luce a Montesarchio sono più di 3.000, distribuite lungo un arco cronologico compreso tra la prima Età del Ferro e la fine del IV-inizi del III secolo a.C. La storia, più che le necropoli, testimonia il contemporaneo sviluppo economico, sociale e bellico dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Caricini, Pentri, Caudini ed Irpini, definiti dagli Storici i Sanniti della montagna: alla fine del V secolo a. C. occuparono la città etrusca di Capua (anno 445 a.C.) e la città di Cuma (anno 421-420 a.C.). Probabilmente il reincarnato Mommsen ignora che l'edificazione delle aree sacre e dei templi scoperti nel territorio dei Sanniti/Pentri è così descritta dalla Soprintendenza: Vastogirardi, frequentata dal IV sec. a.C. Pietrabbondante, frequentata dal III sec. a.C. Schiavi d'Abruzzo, fine III ed inizio II sec. a.C. Campochiaro, alcuni reperti trovati nel santuario sono stati datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a.C. Sepino, frequentazione a partire dal IV sec. a.C. San Giovanni in Galdo, frequentato già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. Come si può giudicare sacro per eccellenza il santuario di Pietrabbondante? Il reincarnato Mommsen ignora che «solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio con uno schema tipico dell'età ellenistica mediato dall'ambiente campano e latino. Gli ultimi scavi hanno indagato l'area a sud-ovest del complesso monumentale teatro-tempio individuando l'importante domus publica: unicamente alla fine del II-inizi del I secolo a.C. il centro religioso di Pietrabbondante fu considerato il Santuario della Nazione Sannita». Nel periodo precedente, La Regina scrive del santuario di Pietrabbondante: «Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d'Abruzzo, San Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benché segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a.C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri». Purtroppo il reincarnato Mommsen continua a divertirsi, manipolando soprattutto la storia dei Sanniti/Pentri. Che riposi in pace. Oreste Gentile Fonte: https://molise2000.wordpress.com/ , 4 novembre 2017.

  • Devozione alla Madonna: verità e leggenda

    La Madonna di Loreto (foto: A. Mendozzi). Tra noi Cattolici la devozione alla Madonna è talmente diffusa che non c'è paesino o contrada che non abbia toponimi mariani. Anche Capracotta in questo ha dato il suo contributo. Abbiamo due Chiese intitolate a Maria: la Chiesa Madre e la Madonna; due vie: S. Maria di Loreto e S. Maria delle Grazie e, una volta, c'erano gli "alberi" della Madonna. I titoli coi quali invochiamo la Madre di Dio sono ugualmente numerosi al punto da suscitare meraviglia per la fantasia che hanno avuto i fedeli nell'invocare Maria. Il titolo più grande, che riassume tutti gli altri, è "Maria Madre di Dio". Esso ci introduce nel mistero principale della nostra fede: Dio uno nella sua sostanza divina in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Maria, la piena di Grazia, è chiamata alla relazione unica di Figlia, di Madre e di Sposa. Tutte le verità di fede che riguardano Maria sono le conseguenze logiche di questo titolo. Lei viene al mondo immacolata, diventa Madre nella pienezza della Grazia dando alla luce la Fonte della santità. Coopera con il Figlio alla Redenzione dell'uomo, diventa il prototipo della Chiesa ed è assunta in cielo nella gloria degli Angeli e dei Santi. Questo spiega la devozione del popolo cristiano a Maria e nei 2000 anni di Cristianesimo c'è stata sempre una lodevole gara nel venerare la Madre di Dio con Chiese, Santuari e istituzioni in suo onore. La nostra Gente, attraverso le vicissitudini di venti secoli di storia, sotto la guida della Chiesa, ha conservato il culto a Maria ma spesse volte ha mischiato "Fede" e "religiosità". Ora la fede è la virtù teologale attraverso la quale noi aderiamo profondamente a quanto Dio ci propone di credere tramite il magistero della Chiesa. La religiosità è il bisogno che ogni essere umano sperimenta davanti a fatti e realtà che non sa spiegarsi ed allora ricorre al numen al quale attribuisce poteri speciali che non sono fatti oggettivi ma prodotti della sua fantasia. La fede di noi Cattolici non è un prodotto che viene dal basso ma dall'alto, cioè da un preciso irrompere di Dio nella storia dell'uomo. Nel caso della devozione a Maria Santissima è chiaro che procede dalla fede nella Madre di Dio così come ci viene insegnata dalla Chiesa. Molte volte nella purezza della fede si sono inserite pratiche di culto non corrette in cui l'elemento scaturente dalla "religiosità" ha avuto un certo rilievo su quello proveniente dalla "Fede". Circa la venerazione della Madonna in Capracotta bisogna affermare che essa deriva dalla fede autentica dei nostri avi, rettamente tramandata, tuttavia si deve ammettere che alcuni elementi di "religiosità", starei per dire, quasi fisiologici, sono rintracciabili. Ed allora ecco la mitizzazione e la leggenda che mia nonna Filomena mi narrava con tanta convinzione. Si sarebbe trattato di un suo antenato al quale, mentre pascolava le pecore in quel di Valle Sorda, apparve la Madonna nelle sembianze della statua che si venera ancora oggi. Informate le autorità, si decise di portare in processione la statua nella Chiesa Madre. Ma la Madonna, nottetempo, ritornò nel bosco. Apparve ancora ad altri pastori, si fecero altre processioni, ma la statua immancabilmente ritornò nel bosco, fino a quando le autorità decisero di fare una dimora momentanea sul Colle dove fino a pochi anni or sono c'era l'asilo, il che spiega perché quell'edificio si chiamasse "Casa della Madonna". Dunque la Madonna, apparsa ai pastori, accettò di risiedere momentaneamente nella cappella della Madonna delle Grazie, fino alla costruzione dell'attuale Chiesa. Fin qui la leggenda e, come tutte le leggende, ognuno la racconta a modo suo. Niente di strano che qualche compaesano, di fine memoria, possa offrire altri elementi... Certamente le apparizioni a Valle Sorda sono un tipico esempio di "religiosità" che è sconfinata nella fantasia e nel mito. Con ogni probabilità i Monaci Benedettini di Montecassino (la cui presenza nelle nostre zone si evince anche dai toponimi squisitamente benedettini) avranno esortato il popolo di Dio alla devozione alla vergine Santissima offrendo alla venerazione un simulacro già diffuso in altri luoghi d'Abruzzo e ponendolo nella piccola cappella che si trovava nei pressi dell'attuale chiesa. Forse il rifiuto della Madonna, apparsa ai pastori che, portata in paese, tornava nel luogo dove era stata vista dalla gente semplice, avrà voluto indicare i dissapori tra l'autorità dell'arcipretura di Capracotta e i monaci-contadini che vivevano lungo i tratturi. Questa ipotesi potrebbe essere suffragata dal conflitto al quale il Papa Gregorio XV volle porre fine abolendo le scomuniche scambiatesi tra il Vescovo ed altri non ben identificati ecclesiastici e laici cui fa riferimento una bolla del 1628. Il grande teologo e martire Dietrich Bonhoeffer, vittima illustre del nazismo, davanti al dilagare della secolarizzazione sosteneva che bisogna riportare il Cristianesimo alla purezza delle origini, eliminando tutte le incrostazioni della storia. Il primo passo da fare è istruirsi con impegno ed oggettività. Noi onoriamo Maria nella purezza della fede cercando di togliere tutto ciò che sa di "religiosità" e di mito. Mario Di Ianni Fonte: M. Di Ianni, Devozione alla Madonna: verità e leggenda , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Fonde Vrecciara

    La Fonte Brecciaia (foto: F. Mendozzi). Nascòŝta tra le ròcchie e re cantùne ce ŝta na fundanèlla d'acca chiara, da tutte è canusciùta, a tutte è cara ru sòle s'arrespècchia 'nghe la lune. O funtanèlle mé, F ó nde Vrecciàra tu vita sié pe mé, amica vèra, a 'ssacqua frésca e pure tu dié restòre, passa 'nziéme a l'arsùra ògne ranc ó re. Se passe e véve 'ssacqua fresca e pura come nu viécchie amìche m'arcanùsce, me dié 'na voce mèntre scùrre sfrùsce e me fié luce quande è notte scure. Le sacce ca la vita è tante amara, le sacce ca la via è l ó nga e storta, chi sò, d ó vàije spiérte, add ó me porta tu sulamènte 'acc ó ntale a ru mare. Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: O. A. Di Lorenzo, Prete oggi: viaggio della conoscenza. Da Capracotta al cuore della gente con memorie e speranza , Volturnia, Isernia 2024.

  • Viteliù - E venne il tempo

    Roma, idi di Majus dell'anno 68V Il vecchio si svegliò di soprassalto. Sudato e in preda all'agitazione, come ogni volta che quel sogno tornava. Accadeva sempre più spesso, ultimamente. Quella scena lo perseguitava. – Signore... Sentì la voce del servo vicina e preoccupata. Durante il sonno aveva gridato e Kaeso era entrato nella stanza per vedere cosa fosse accaduto. – Sto bene, era solo quel sogno. Il solito incubo; ma è sempre più vivo e... sempre più doloroso. – Succede quasi ogni notte ormai, signore – disse il servo. – Non riposate più. – Si direbbe che... – Cosa? L'anziano cieco tese la mano per farsi aiutare e sedette sul letto. Il servo gli infilò i calzari. – ...si direbbe che il passato torni con insistenza per annunciarmi qualcosa. Forse vuole invitarmi a rompere gli indugi. Orinò nel pitale di stagno che Kaeso gli aveva avvicinato, poi chiese acqua per lavarsi. Quella mattina - l'alba era appena spuntata - si lavò il viso con particolare cura. – Salvare la memoria e l'onore – mormorò, come se dovesse ricordare a se stesso un dovere. – Salvare la vita di chi è rimasto – , aggiunse. Si asciugò il volto con un panno di lino grezzo e subito dopo ordinò con risolutezza: – Prepara un bagno caldo – e si tolse i calzari da solo. – Padrone – , disse il servo, – oggi... con tutto il rispetto... non è nessuna delle ricorrenze che voi solitamente celebrate... Non si spiegava, Kaeso, quella richiesta inconsueta. – Fai come ti dico – fu l'unica risposta, dal tono piuttosto deciso. Il vecchio attese che l'acqua si scaldasse nel caldaio di rame appeso sul focolare, poi si fece aiutare per spogliarsi ed entrare nella tinozza di legno. Kaeso non l'aveva mai visto completamente nudo, in tutti quegli anni. Un fisico solido, nonostante l'età, pensò il servo, e ancora capace di una qualche agilità. Notò la spalla e il braccio destro più muscolosi rispetto all'altra parte del corpo, come accadeva per gli uomini atti alle armi, segni lievi di antiche ferite e uno strano tatuaggio al centro del petto. Un toro che incornava un cane o qualcosa del genere. Ciò che lo colpì di più era un segno sotto il ginocchio sinistro. Il sangue gli si raggelò nelle vene: era l'inconfondibile callo lasciato dallo schiniere indossato dai più feroci tra i guerrieri italici. Il servo deglutì, ma non ebbe il coraggio di proferir parola. Il bagno durò poco. Quella stanza povera non aveva visto che poche volte una tale scena, almeno dal tempo in cui i due vi abitavano. – Non pensare che io sia impazzito – disse l'anziano rialzandosi per asciugarsi, – o incanutito al punto da non ricordare il calendario del mio popolo e le ricorrenze. Ho ancora bene a mente tutte le feste sacre dell'anno, i templi e tutti gli dèi della Tavola. S'interruppe. Pensò al sogno e alle ultime, terribili, immagini che i suoi occhi avevano visto. – La Tavola... – si riprese e alzò la testa come per guardare lontano – ...è tempo che riveda la luce e che torni al suo posto. Il tesoro... Viene un tempo per tutte le cose – disse rivolto a Kaeso – e anche questa volta il giorno è arrivato. Fece una pausa, restò assorto nei suoi pensieri. – Ieri mi hai detto dei falchi – riprese, – volteggiavano con in-sistenza su questa casa. Non è vero? – Sì, è così, erano tanti, tutti insieme. I piccioni di Roma fuggivano terrorizzati. – Un segno... un altro. E l'incubo che si fa insistente... Ancora una pausa. Poi alzò il capo come per guardare lontano. – Sì, accadrà oggi" disse con risolutezza e trasse un profondo respiro. – Signore... – provò a prendere la parola il servo. – E non chiedermi più nulla! – L'anziano lo interruppe bruscamente. – Piuttosto prendi le forbici e il rasoio. Questo non era davvero mai accaduto. Da quando lo conosceva - ed erano passati ormai quasi otto anni - il vecchio non si era mai tagliato i capelli né la barba che insieme formavano un'unica foresta bianca e selvaggia, a tratti ingiallita, intorno al viso scavato dalle rughe. Kaeso aveva imparato ad avere rispetto di quel vecchio che Lucio Cornelio Silla, il Dictator in persona, gli aveva ordinato di servire. – Dovrà vivere il più a lungo possibile sino a che io sarò in vita – gli aveva detto, – ma non dovrà lasciare Roma, pena la tua morte – . E Silla non era uomo da non mantenere certe promesse. Da quel momento lo schiavo di origine umbra si era preso cura di quel vecchio e un funzionario aveva sempre badato a versare quanto bastava per sostenere entrambi. Non era molto, ma sempre meglio della vita che Kaeso avrebbe condotto restando nel fondaco della fullonica tra le vasche dei colori per i tessuti dove aveva lavorato fino a quell'incontro; lì gli acidi lo avrebbero ucciso o mutilato molto presto. Perciò lo schiavo aveva imparato a vedere nell'anziano la sua rendita vitalizia e gli era rimasto accanto nonostante la morte di Silla, perché, per ordine espresso del senatore Gaio Licinio Verre, il denaro continuava a essere versato regolarmente. Molti a Roma credevano che il suo assistito fosse un notabile di una qualche tribù non latina, forse un sacerdote, che aveva reso dei servigi a Silla tanto da guadagnarsi il vitalizio dello stato romano, ma nessuno sapeva davvero la verità. Pochi avevano udito la sua voce. Kaeso, pur non conoscendo chi fosse veramente quell'uomo, aveva capito che nel passato doveva essere stato importante fra la sua gente. Italici, certamente, e la lingua osca che entrambi parlavano lo testimoniava, ma quale delle genti delle montagne? Quel vecchio aveva i tratti e il parlar colto e autorevole di un capo, o di un sacerdote, senza particolari inflessioni. Ora, la certezza di trovarsi di fronte un guerriero, sannita forse, aveva provocato nel servo fremiti di paura. Temette per più di un attimo che fosse un Pentro, sopravvissuto chissà come alle stragi ordinate da Silla. I Pentri, la razza più temuta e odiata dai Romani da due secoli e oltre. Il popolo che Silla aveva condannato alla damnatio memori æ . Era forse, il vecchio, un capo sopravvissuto alla battaglia di Porta Collina? Un traditore passato in segreto dalla parte dei Romani? Chi fosse dunque l'anziano e perché Silla lo avesse lasciato in vita, in pratica prigioniero a Roma, Kaeso lo ignorava. Ma, fin dall'inizio di quella storia, aveva avuto l'impressione netta che per lui fosse meglio così. Una sola volta lo schiavo aveva provato a chiedere spiegazioni, ricevendo una risposta tale da non lasciar dubbi. Non avrebbe saputo la verità e soprattutto non doveva chiederla. Quella mattina stavano succedendo cose nuove. Qualcosa si preparava. La stranezza del bagno, il taglio dei capelli e della barba. Un fremito di paura attraversò di nuovo la schiena del servo cui dolevano le viscere per la tensione che vi si andava accumulando. Di natura non era un coraggioso e una vita quieta e riparata dai guai era stata sempre il massimo delle sue aspirazioni. Terminò l'operazione seguendo le istruzioni dell'anziano che chiamava "signore" o "padrone" ignorandone del tutto il nome. Il casco dei capelli bianchi ora era ordinato e la barba bianca, lunga pochi centimetri, incorniciava il viso che sembrava ringiovanito di almeno dieci anni. Il vecchio chiese al servo di trarre da una cassa, fino a quel momento mai aperta, una tunica e il bastone che vi erano contenuti. Terminata la vestizione l'uomo si alzò: davanti a Kaeso apparve una figura diversa, solenne e dritta, dentro quella tunica chiara di lana grezza bordata di rosso, il vestito di un capo. Il volto autorevole, nella mano destra l'alto bastone di legno chiaro che alla sommità portava una piccola scultura di bronzo raffigurante la testa di un toro. Lo schiavo stentò a riconoscere nella persona che stava osservando il vecchio silenzioso e burbero che aveva servito per quegli otto lunghi anni. – È ora di andare – disse il cieco e porse il braccio per farsi accompagnare all'uscita. Kaeso fece appena in tempo a prendere la bisaccia e il mantello leggero. Uscirono. La temperatura era ancora fresca a Roma in quel mattino di mezza primavera. Una rossa aurora annunciava il sole che non era ancora spuntato all'orizzonte. Nelle strade la vita aveva cominciato a correre in quello che era uno dei quartieri commerciali della città. Nel giorno che divideva in due il mese di Majus , cadeva la festività dedicata a Mercurio, il dio alato figlio di Giove e di Maja. Arbitro di tutti gli dèi, era venerato dai commercianti come loro protettore. Proprio questi ultimi, quella mattina, erano stati i primi a scendere in strada. Il vecchio e il suo servo ne incontrarono diversi con rami di alloro nelle mani mentre si dirigevano verso la fonte sacra di Porta Capena. Qui avrebbero bagnato le fronde e, con queste, il proprio capo. Tornati a casa, avrebbero provveduto ad aspergere con la stessa acqua le loro mercanzie; era infatti antica credenza che il rito, accompagnato da preghiere e invocazioni a Mercurio, servisse a cancellare le colpe del passato legate alla disonestà e, nel futuro, a favorire gli affari. Svoltarono nella via dei pellai, una strada larga, in leggera discesa, con marciapiedi su entrambi i lati e passaggi pedonali fatti di blocchi di pietra allineati, più alti di quasi due piedi rispetto al fondo, pavimentato con grandi lastre calcaree. I primi carri già la percorrevano. Non erano poche le botteghe già aperte; sui banconi all'esterno gli artigiani e i loro schiavi sistemavano le merci in bella evidenza; qualcuno era già al lavoro, chino a tagliare pelli o a cucire suole. Profumo di cuoio, colle e pelli appena conciate accompagnarono la coppia in tutto il percorso fino a metà della via. Di qui i due svoltarono a destra, imboccando una strada più stretta e ancor più brulicante di vita. Era la strada dei lanaioli impegnati dal periodo di lavoro più intenso di tutto l'anno. La prima lana, tosata nei giorni precedenti, era stesa ad asciugare dopo il lavaggio. Alcuni pastori, riconoscibili dalle vesti di pelli o di lana grezza e dagli strani calzari a punta tenuti fermi da stringhe di cuoio al polpaccio, accompagnavano i proprietari delle greggi impegnati a contrattare il prezzo della preziosa materia prima con i bottegai e gli artigiani. Le grida e il rumore dei carri carichi di lana che entravano in città si confondevano con i canti delle donne già intente a cardare decine di velli. Migliaia di pecore senza più la pesante protezione invernale sostavano, strette l'una all'altra per ripararsi dal freddo, poco fuori delle mura della città, tappa obbligata del loro imminente viaggio verso i monti della Sabina e dei Marsi. L'anziano conosceva bene l'odore dolciastro della lana grezza e a un certo punto si fermò. Alzò un poco il capo e dilatò le narici inspirando profondamente. Catturò con un leggero senso di piacere quel profumo a lui tanto familiare. Era il quartiere che negli anni del soggiorno forzato a Roma egli era solito frequentare soprattutto nei mesi di Majus e Junius . L'unica strada in cui ritrovava, nella città nemica e straniera, qualcosa della sua terra. Si fermava volentieri ad ascoltare i diversi dialetti della sua lingua madre divertendosi a indovinare le provenienze di pastori e proprietari. Con qualcuno intrattenendosi più a lungo. Erano le uniche occasioni nelle quali Kaeso vedeva barlumi di serenità nel vecchio che accudiva. Quella mattina l'anziano restò fermo solo per pochi attimi, assorto. Il grido di un nibbio che volava basso sui tetti di Roma alla ricerca della prima preda della giornata lo distolse. Volse la testa in alto come per vederne il volo, dunque riprese la marcia, nuovamente concentrato sulla missione che da troppi anni attendeva di compiere. Nicola Mastronardi Fonte: N. Mastronardi, Viteliù. Il nome della libertà , Itaca, Castel Bolognese 2012.

  • L'arma chimica

    L'effigie di Gennaro Carnevale sulla moneta del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico di Roma. Finalmente! Quando, durante la Grande Guerra si sentì per la prima volta parlare di un nuovo mezzo di offesa di cui i Tedeschi si erano serviti - i gas asfissianti -, un senso di orrore e di riprovazione si diffuse in tutte le Nazioni civili. Il sentimento umano insorse, e da tutte le parti fu biasimata severamente questa insidia distruggitrice di vite umane. Non si pensò in quel primo momento di sorpresa, che non meno terribili e medicinali erano gli altri mezzi bellici ritenuti leciti dalla Convenzione dell'Aja, che i tedeschi così violavano apertamente. Cessato lo stupore, si passò subito alla rappresaglia, e gli alleati si servirono anch'essi dei gas asfissianti. Oggi si parla, più o meno insistentemente, dell'Arma Batterica. Pare però che le apprensioni che si nutrivano per quest'altra micidialissima Arma, che il dott. Flick ritiene capace di produrre effetti spaventosi e terribili, non siano giustificabili: così almeno sostiene il tenente generale medico Arcangelo Mennella. Son trascorsi quattordici anni dal giorno in cui i tedeschi effettuarono, nel settore di Ypres, fra Langermarck e Bixschoote, il primo attacco con gas asfissianti, e durante tutto questo tempo l'Arma Chimica è stata sempre considerata inumana e barbara. Anche recentemente il Mazzini Beduschi, trattando dell'ossigeno elettrolitico - argomento questo in cui egli è indubbiamente ben ferrato - ha riferito che, avendo interpellato un clinico sull'uso dell'ossigeno nella cura dei gassati, gli fu risposto che, quanto alla cura, va bene, ma che la Guerra Chimica è inumana. Inumana? Ma perché? Basta guardare un po' spassionatamente in faccia la realtà, senza che più o meno ammissibili ideologie facciano deviare il ragionamento dalla logica conclusione, per convincersi del contrario. È stata forse l'Arma Chimica quella che ha procurato le mutilazioni più orribili, le sofferenze più atroci, le invalidità permanenti più penose? Assolutamente no. E se noi consideriamo l'Artiglieria come una nobile Arma, non chiamata né barbara né inumana, perché dobbiamo designare con tali appellativi l'Arma Chimica? Son forse "umani" i torrenti di fuoco rovesciati sulle linee e sulle retrovie nemiche? Si parla d'insidia: ma soltanto l'Arma Chimica è insidiosa? E le navi colate a picco dai sottomarini in agguato? D'altronde, pretendere certe esclusioni di colpi in una guerra che doveva decidere i destini di parecchi popoli, significa voler pretendere troppo. La guerra moderna non si può più combattere così come i «Cavalieri antiqui» combattevano le loro battaglie, e ogni Esercito, per difendersi, si serve di tutti i mezzi che ha a propria disposizione. L'Arma Chimica è un'Arma uguale alle altre: non è né più inumana né più insidiosa di altre sue consorelle. È stata biasimata troppo, e ingiustamente. È necessario convincersi ch'essa sarà quella che avrà parte decisiva nelle Guerre future. Senza dirne più male, va considerata pur quello che è. L'hanno capito anche a Ginevra, dove, dopo tutti gli ostracismi, è stata - finalmente - riconosciuta lecita la Guerra Chimica. Era tempo! Gennaro Carnevale Fonte: G. Carnevale, L'arma chimica , in «L'Officina», III:1, Roma, gennaio-febbraio 1930.

  • Lo spazzaneve dello Zio d’America

    Il problema degli spazzaneve non era mai stato d'attualità come quest'anno nei comuni del Sud. In passato ci si limitava a spalare le strade, qualche volte si costruivano spazzaneve rudimentali; ma nella maggior parte dei casi, ci si rassegnava all'isolamento. Ora invece, nessun comune fa a meno della macchina che apre le strade. L'Anas è ossessionata dalle richieste telegrafiche. Quest'anno qualche agricoltore ricco ha avuto una trovata. Dopo aver adattato a spazzaneve i trattori che gli servono normalmente per l'aratura e per la mietitura, li ha messi a disposizione dei comuni, domandando compensi che qualche volta arrivano fino a 20.000 lire al giorno. È difficile dire quanti telegrammi sono stati inviati ai ministeri e quanti ne sono stati inviati invece ai parenti americani. In Abruzzo, per esempio, l'eccezionale nevicata di questo anno ha fatto nascere negli abitanti di molti comuni di montagna la speranza di un nuovo miracolo di Capracotta. Ecco di che si tratta: due anni fa, Capracotta rimase sepolta sotto la neve. La notizia non commosse gran che gli italiani, ma i molisani d'America, quando lo vennero a sapere attraverso le lettere dei parenti, decisero di mettere termine alle insufficienze dell'Anas. Fecero una sottoscrizione e comprarono uno spazzaneve GM, fornito di un apparecchio ricevente e trasmittente, di un lettino, di una cassetta di medicinali e di liquori. Oggi il GM di Capracotta è un mito, anche se avendo le ruote di gomma non serve molto in un comune di montagna, per non parlare dell'alto costo della manutenzione. Brucia infatti tre litri di benzina a chilometro. In tutto il Sud la dotazione degli spazzaneve è risultata insufficiente. L'Anas (Azienda Nazionale Autonoma Strade) con quelli che ha a disposizione si è preoccupata soltanto di tenere sgombri i valichi dell'Appennino che portano a Napoli e a Roma. Nel Molise per sgomberare 533 chilometri di strade statali ci sono due lancianeve a turbina e sette spartineve, oltre a qualche camion "tre assi", adattato a spazzaneve con una lamiera ricurva fissata davanti alle ruote. Ogni compartimento dell'Anas infine ha l'abitudine di aprire solo i tratti di strade della sua zona. L'autonomia provinciale gli consente cioè di non coordinare il proprio lavoro coi comportamenti vicini. Così molto spesso le strade sono state aperte solo a metà e la neve le ha riempite di nuovo prima che il lavoro potesse essere terminato. Sabato 11, alle nove del mattino, uno spazzaneve fu fatto partire da Alfedena con cinque cantonieri a bordo per aprire il passo di San Francesco che conduce a Colle a Volturno, collegandola provincia dell'Aquila con quella di Campobasso, via Isernia. Lo spazzaneve percorse circa otto chilometri e dopo dodici ore di lavoro arrivò al confine della provincia. Non l'oltrepassò neppure di un metro. Se avesse fatto altri tre chilometri in più avrebbe incontrato una strada già sgombra e il valico sarebbe stato più transitabile. Se il servizio degli spazzaneve è apparso insufficiente in Abruzzo e Molise, in un'annata eccezionalmente nevosa come quest'anno, in Lucania spesso questa macchina che apre le strade è stata soltanto un mito. Nella provincia di Matera, che comprende 29 comuni e che ha una superficie di 3.442 chilometri quadrati, normalmente non esiste alcun trattore. Grossi comuni come Migliorico, Montescaglioso, Ginosa, Laterza, Pisticci e lo stesso capoluogo che si trova a 401 metri di altezza, tutti gli anni devono affrontare il problema delle strade chiuse dalla neve, che nel 1949 raggiunse e superò il metro d'altezza. La mitezza del clima però ristabiliva presto la normalità. Quest'anno invece i muri di neve resistono, si solidificano. E l'isolamento dei paesi non dura più pochi giorni, come nelle annate normali, ma rischierebbe di durare settimane se non arrivassero i soccorsi dell'Anas e dei carabinieri e se il clima si mantenesse sotto zero. Ora siamo a metà febbraio. In questa parte della Lucania (nel Molise e in Abruzzo accade lo stesso) cominciò a nevicare il 3 febbraio. La tormenta sradicò i pali della luce e del telefono. I sedici guardafili della zona provvisti di un solo automezzo senza catene, cercarono di ristabilire i contatti ma non ci riuscirono. Mancò la luce. I molini e i pastifici si fermarono, le botteghe artigiane e le poche officine chiusero. Eppure, a Matera, dove l'amministrazione provinciale è deficitaria, il comune ha saputo trovare dieci milioni per la squadra di calcio. Uno spazzaneve non costa di più. Luigi Locatelli Fonte: G. Corbi, L. Locatelli e S. Morriconi, Tragedia e commedia del freddo , in «L’Espresso», Milano, 19 febbraio 1956.

  • «E che scié uarduate 'Ndò, re cuazze che te freca?»

    Questa è la storia di una vedova di Capracotta, una donna umile ma ferrigna, come buona parte delle donne capracottesi d'un tempo. Suo marito Antonio era sepolto da tempo al cimitero comunale, in una cappella che affacciava sui pascoli a sud del paese. La vedova andava tutti i pomeriggi a trovare il coniuge defunto, al quale non mancava di dedicare un eterno riposo. A ben vedere, al cimitero ci andava anche per conversarci un po' col marito. Un giorno, infatti, gli raccomandò di badare ai buoi che la sera prima aveva lasciato al pascolo, affinché, incustoditi, non andassero a mangiarsi le lenticchie ammucchiate nel terreno che costeggiava il muro del camposanto. Il mattino successivo, però, la vedova trovò l'intera piantagione di mìccole divorata dai bovini. Così, tornata nel pomeriggio sulla tomba del marito, sbottò: – E che scié uarduàte 'Ndò, re cuàzze che te frèca? Francesco Mendozzi (su idea di Gregorio Giuliano)

  • Symbolum Nativitatis #1

    Il presepe francescano è un fermoimmagine. È l'infinitesimale istante in cui una insolita storia familiare si trasforma in una prospettiva universale, in un emblema di speranza e riscatto, di gloria e vita eterna. Il presepe è la povertà che trascende il suo aspetto materiale per tramutarsi nella ricchezza del Verbo. La scena è quella di una grotta sulla collina di Beit Lehem, al cui interno sta una coppia apparentemente mal composta tra un anziano falegname e una virtuosa Giovinetta, tra di essi una mangiatoia utilizzata a mo' di cuna e, in cielo, una meteora particolarmente luminosa che ravviva gli oliveti e i deserti. È in quel frangente che Dio riscrive la Storia. La realtà severa e ammonitrice del vecchio testamento si converte nella bimillenaria avventura di amore e redenzione nella quale siamo immersi come liquido amniotico. Come può un momento - che per definizione svanisce non appena lo si nomina - protrarre un'eredità tanto travolgente per gli uomini del pianeta? Il mistero del presepe è proprio questo: nel suo batter d'occhio sta il messaggio cristiano perpetuo. E nel cristianesimo vi sono tutti i valori che stanno alla base della nostra quotidianità. Manca lo spazio per un solo sentimento, la di- sperazione, ovvero l'assenza di speranza. «Il Regno dei Cieli non avrà fine»: per quale motivo dovremmo disperare? Il presepe rudimentale che ho pensato per la prima edizione di "Presepi e quartieri", dunque, intende esaltare il momento infrangibile della natività capovolgendone le sue peculiarità: da baleno effimero, da istante fuggevole, si fa natura (apparentemente) morta. Sul pavimento le briofite del Monte di San Giovanni, tessuti vascolari che assorbono e spurgano acqua in continuazione. Le volte della grotta emulate da cimaglie del Monte di San Luca, sterpaglie per definizione sterili. A figurare i santi personali di Maria e Giuseppe, due chianconi del Monte delle Cornacchie, ché la Fede è saxo durior , più dura del sasso. Attorno alla scena della natività, la neve: acqua che muta il suo stato al mutare della temperatura. Il Bambino verrà posizionato il 25 dicembre, nel giorno del sole invitto. L'unico elemento ahimé artificiale del presepe è l'impianto a led: per motivi di sicurezza, purtroppo, non è possibile utilizzare le fiamme vive, le quali avrebbero rappresentato l'elemento naturale ideale per chiudere il cerchio di questo primo symbolum nativitatis . Il sito scelto per il presepe è la scalinata del sagrato della Chiesa di San Vincenzo e della Madonna Incoronata. Quella scalinata, infatti, può in qualche modo richiamare il colle di Betlemme su cui sorge la Basilica della Natività, dove nel 2013 toccai con mano la stella d'argento sotto la quale nacque il Figlio di Dio e dell'uomo. Guglielmo di Ockham sosteneva che Dio differisce dalla pietra perché questa è finita. La teologia ci invita, anzi ci impone, di immaginare una pietra infinita. Buon Natale a tutti. Francesco Mendozzi

  • La chiamata

    Senza accorgercene, passiamo la vita ad essere chiamati, da quando nasciamo fino alla fine. La chiamata può essere vocale o su carta, in qualche caso persino spirituale. Al giorno d'oggi tramite un telefonino, in passato tramite i fischi degli amici. Da piccoli venivamo chiamati dalla mamma, anche se non ancora parlavamo, e lei ci ha insegnato a farlo. Si passa alla chiamata della maestra, a scuola, per essere interrogati, fino a quella del professore, sempre per lo stesso motivo. Non si contavano i richiami per le marachelle fatte. Ad alcune chiamate puoi anche rispondere di no o far finta di non sentire, ma non tutte le chiamate andavano perse. Quando giungeva la chiamata/cartolina alle armi dovevi partire per forza e, passata la prima visita generale, ti vaccinavano sul petto senza che comparissero, nella maggior parte dei casi, reazioni di alcun genere. Per i renitenti che non rispondevano alla chiamata dello Stato, l'alternativa era quella di espatriare, altrimenti se erano guai. Per fortuna, il servizio militare è stato abolito. Alcuni, nati poveri in luoghi caldi, mettevano per la prima volta le scarpe proprio durante il servizio militare. Si partiva di solito per gli Alpini ma erano gettonati anche altri corpi come l'Aeronautica o l'Esercito. Su richiesta, si poteva andare anche nei Carabinieri, Guardia di finanza, Forestale, Vigili del fuoco o Guardie carcerarie. A proposito, ecco un breve aneddoto sui secondini e Capracotta... Correva l'inverno 1957-58 ed è noto che allora cadesse molta più neve di oggi e si poteva praticare un solo sport: lo sci. I capracottesi hanno sciato in tutta Italia, compresa la Sicilia! Partì per la Trinacria una bella squadra composta da Luigi Angelaccio, Adriano Comegna e Mario Fiadino, accompagnati da Pasquale Sozio, detto " Cecélla ", per andare a fare una gara alle Madonie. Di neve, però, non ce n'era, come non c'erano i telefoni cellulari! Visto che gli organizzatori siciliani avrebbero rimborsato viaggio ed albergo solo se la gara si fosse effettivamente svolta, mandarano un telegramma allo Sci Club Capracotta per avvertirli del problema, ma i nostri atleti erano già partiti, anzi avevano già preso il treno per Napoli e pure il traghetto... ci fu un disguido! Una volta arrivati in Sicilia, rimasti senza soldi per tornare a casa, Adriano ricordò che un nostro paesano, Angelo Di Bucci, faceva il secondino in un noto carcere di Palermo, il famigerato "Ucciardone". Il paesano, avendo saputo del problema, non esitò ad ospitare tutti gli atleti. Qui le versioni divergono e non tutti i pareri concordano sull'accaduto. C'è chi dice che dormirono all'Ucciardone e chi afferma che, avuti i soldi da Angelo, ripartirono col treno la sera stessa o la mattina dopo. Ora torniamo alla "chiamata"... Altri rispondevano alla chiamata spirituale del Signore facendosi preti: lì imparavano a leggere, a scrivere e a far di conto, poi imparavano il latino, il greco e l'italiano. Vi erano persino chiamate/vocazioni multiple! Si pensi che nella famiglia Carnevale ben 4 fratelli sono diventati preti. Altre chiamate, tramite fischi, arrivano dai tanti amici per giocare a carte o per bere insieme e divertirsi. Chi si è sposato e ha avuto la fortuna di avere i figli, ha ricevuto chiamate da loro per qualsiasi tipo di richiesta, di aiuto o per semplici consigli. A 94 anni, un mio zio chiamava la mamma perché gli venisse ad alleviare i forti dolori che accusava e diceva in continuazione: «Mamma mia! Mamma mia! Mamma mia!». L'ultima chiamata da cui non ti puoi esimere - almeno per chi crede - è quella del Padreterno. Si sa che la morte non è lontana dalla vita e tutte e due vanno a braccetto. Anzi, a ben vedere, la morte fa parte della vita. Temere la morte significa morire due volte: si nasce soli e l'ultima chiamata, infatti, è privata. Lucio Carnevale

  • Luciano Sammarone: «Conoscenza e consapevolezza sono la via»

    Sulmona, 25 novembre. Al tempo e alla strada capita di attribuire ruoli più prossimi all'allontanamento che alla condivisione e alla conoscenza. Non è andata così il giorno in cui Luciano Sammarone, direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise, mi ha ricevuto a Pescasseroli, presso la sede dell'Ente Parco. Tutto si è svolto in un tipico pomeriggio novembrino, in cui una pioggerella indecisa, un freschetto da cappotto, si lasciavano attraversare da una nebbiolina timida. La strada che mi ha condotto nella sede dell'Ente Parco, sita in via Lucia n° 2 in Pescasseroli, è la Marsicana SS83. Per chi non la conosce, la si consideri al pari di una donna sinuosa e piena di curve, tutte al punto giusto e tutte a preannunciare scorci di natura esilaranti. La sensualità di questa strada porta alla visione del lago di Barrea, annuncia l'ingresso alla Camosciara, corteggia, appassionatamente, tratti di bosco fitto in vestizione di un egregio e damascato foliage. Mostra orgogliosa qualche capo di bestiame che, si gode le ultime giornate di libertà, prima dell'arrivo degli attesi fiocchi di neve. A questo tempo scientificamente meteorologico, umanamente figlio di madre natura e a questa strada che attrae e seduce, ha fatto da corona e da palinsesto il tempo e la perizia del colonello dei Carabinieri Luciano Sammarone. Un'intervista di quasi sessanta minuti, quella consumatasi intorno al tavolo di vetro della sala riunioni del parco, insieme al neo-rieletto direttore Sammarone. A capotavola io e i miei appunti, alla mia destra il Direttore con il suo telefono silenziato, per meglio accogliere e soddisfare ogni mia domanda. Domanda: – Dal 2022 la tutela dell'ambiente entra in Costituzione. Si è detto nell'interesse delle future generazioni. È davvero una cosa nuova, ne avevamo davvero bisogno, o era già tutto disciplinato e si era, semplicemente disatteso? Risposta: – No, cento anni di Parco hanno significato tanto. Il Parco nasce per tutelare le silvane bellezze e i tesori della natura. Questo l'intendimento iniziale che si conserva intatto ancora oggi, la conservazione non è un punto di arrivo e le sfide, perché ciò sia concretizzabile sono sempre nuove e sempre più numerose. Il mutare delle società richiede nuove azioni, per certi versi è stato più facile convincere i nostri nonni a rinunciare ad un pezzo di pascolo a favore dell’introduzione di riserve integrali che, far capire ad "orde" di turisti di frequentate il Parco con il cane al guinzaglio, oppure di evitare l'uso delle biciclette in alcune aree. Questi sono paradossi rilevanti, in passato con i frutti della montagna ci si "cacciava" il pane, ci si viveva. Oggi in montagna ci si va quasi sempre per diletto. Necessario quindi codificare nuovamente e implementare l'esistente legislativo, soprattutto perché nel frattempo sono subentrate tante scoperte, seppur resta molto da risolvere. In tutti questi anni il Parco ha affrontato e vinto molte battaglie, si pensi alla storia della Cicerana, oppure la battaglia degli anni Settanta per scongiurare un impianto scioviario sopra al Monte Marsicano, si pensi, altresì, alla realizzazione di un impianto sciistico, secondo alcuni mai tramontato, che da Passo Godi dovrebbe raggiungere l'Aremogna. Il tempo comporta ed importa cambiamenti e sfide, che necessitano di una pronuncia legislativa adeguata. Queste sono battaglie iconiche, se ne potrebbero elencare di minori e di quotidiane. In un'ottica più ridimensionata, possiamo affermare che la conservazione ha raggiunto buoni obbiettivi, si pensi al lupo, al camoscio. La narrazione, riferita al  lupo, è cambiata molto, seppur si sta assistendo ad un'inversione di tendenza. Purtroppo, le criticità persistono! Riferendoci agli orsi possiamo sostenere che vi è qualche unità in più, siamo lontani dalla mattanza degli anni Ottanta, che si caratterizzò per innumerevoli episodi di bracconaggio. Per l'anno venturo, infatti, con l'ausilio di una stima su base genetica, verosimilmente possiamo aspettarci un incremento positivo delle unità. Tutto sulla scorta di un progetto scientifico e di ricerca. Questo richiede nuove misurazioni e incessanti confronti, in questo contesto non è concepibile l'immobilismo di azione e di studio. D: – Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è, tra le altre cose, risorsa turistica, pertanto generatore di flussi economici. Neppure questo aspetto contribuisce ad una totale accettazione di esso, improntando tutti ad una coesistenza collaborativa e laboriosa? R: – Non siamo davanti ad un vero rifiuto, ci si trova ad affrontare una mancata consapevolezza, cosa ben diversa. Lo spettro « arriva il Parco e mi mette i vincoli » persiste ed è ancora sbandierato. La sfida "Abruzzo Regione verde d'Europa", la rete delle aree protette ha fatto e fa la differenza. L'orso si sta allargando verso nuove aree protette, si veda la riserva Regionale del Genzana, il Parco Sirente-Velino e il Parco Nazionale della Maiella, tutte sinergie su cui si deve investire e lavorare senza sosta. Non si può asserire che manchi una coscienza in tal senso, bensì si è carenti di consapevolezza. Spesso sfugge la reale comprensione dei contenuti, degli aspetti e delle finalità di un'area protetta. Non si abbia a tralasciare che i famosi e tanto celebrati servizi ecosistemici, realmente masticati da pochi contribuiscono al mantenimento del tutto. Nel mio piccolo, per fornire risposte concrete a chi taccia il Parco di questa o quella colpa, ho voluto rispondere con un approfondimento di analisi improntato sulla realtà di Pescasseroli e quella di Roccaraso. La prima realtà vive di Parco, la seconda prevalentemente di turismo invernale. L'andamento demografico delle due, dal 1981 al 2021, è stato quasi omogeneo, questo attesta che non è il Parco a decretare lo spopolamento di un territorio rispetto ad un altro. Quando 100 anni fa nasceva il Parco non vi erano strutture ricettive o di accoglienza, vi erano attività connesse ai greggi e alla pastorizia. Oggi la presenza di strutture alberghiere e affini si fa rilevare. Questo denota l'avvenimento di una scelta fatta negli anni. Si è quasi smesso di allevare pecore, perché oggettivamente più impegnativo: « con la pecora ci devi uscire la mattina e ci devi stare fino a quando rientri la sera » . L'allevamento su Alpi e Appennini, negli anni Ottanta, era pressoché tramontato, la ripresa successiva è imputabile esclusivamente alla politica agricola comunitaria. D: – Qual è un'area del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise meno nota che meriterebbe di essere più conosciuta? R: – Sicuramente la parte molisana e non lo sostengo perché nato a Capracotta. Da un punto di vista naturalistico la parte del Molise è maggiormente conservata in termini di integrità naturalistica e nulla ha da invidiare al resto del territorio del Parco. Mentre in Abruzzo ben sette paesi si svegliano al mattino e vedono il Parco, in Molise e in Lazio, il Parco si sviluppa in montagna. In queste realtà per toccare il Parco con mano, bisogna fare prima chilometri in macchina, si pensi a Valle Fiorita in Molise e a Val Canneto in Lazio. La distanza dai nuclei abitativi decreta la maggiore o minore frequentazione e quindi la conoscenza e l'integrità degli stessi. Molto fa anche l'investire o meno. Nei versanti abruzzesi si è investito di più, si è creduto di più. Il Parco stesso, dal turismo e dalle frequentazioni non incamera nulla, incassa solo il ricavato dei centri visita, pur garantendo la tenuta della rete sentieristica. I servizi di gestione dei percorsi a numeri chiusi sono affidati a società terze. D: – Che tipo di visitatore ha oggi il Parco? R: – Di tutto. Chi va in montagna oggi ha caratteristiche abbastanza trasversali, anche perché sono differenti le aree turistiche del Parco stesso, si passa da quelle a portata di mano per famiglie, tipo Campitelli, Camosciara, lago di Barrea e via dicendo, a quelle ad identificazione più impegnativa, per esempio, dalla statale si può salire sul Marsicano cimentandosi in ore e ore di escursione. Capita, persino, di imbattersi in turisti in ciabatte lungo i sentieri. Continuo il nostro spendersi per far comprendere la necessità di un approccio adeguato alla montagna. L'altra faccia della medaglia è il mancato apprezzamento di chi frequenta, perché non ben edotto su luogo, aspetti e contenuti. D: – Il direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, nel suo operare, si sente più responsabile nei confronti del bene naturalistico da tutelare o nei confronti di chi vive o è prossimo al Parco e alle sue pertinenze? R: – Il Parco, in quanto patrimonio naturale, è difficile da scorporare da tutto il resto. Ci si sente più responsabile per i cristiani, perché un orso senza i cristiani la sua strada la farebbe comunque, le persone in qualche modo vanno informate e acculturate. I cittadini vanno indirizzati a forme di utilizzo più responsabili, cambiamenti questi, in cui il Parco ha creduto e ha fatto. Gli orsi confidenti sono lo scotto, se vogliamo, della maggiore consapevolezza. I nostri nonni non davano ad un orso che, si avvicinava in paese, il tempo di divenire confidente, lo ammazzavano. L'orso diviene confidente a seguito dell'accettazione da parte di tutti. Gli orsi non arrivano nei paesi perché hanno fame, arrivano perché hanno trovato un modo più facile per superare la concorrenza con animali più forti, il cassonetto e i tanti rifiuti che oggi si trovano nei centri abitati sono mezzo e strumento più facile per placare la fame. L'orso Carrito non era uno scapestrato, era un ragazzo di 15 anni con gli ormoni a palla, che faceva scemenze. Già l'anno successivo si era dato un contegno! La responsabilità di un direttore è a 360° e per tutti, la tutela e la conservazione sono i principi cardine di un Parco e io li sento tutti. Condivido, altresì, il pensiero di molti cittadini che dicono: « Il Parco lo abbiamo fatto noi » . Tutto vero nella misura in cui i cittadini sono stati capaci e atti a rispettare una legge dello Stato. La legge 157 stabilisce che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e quindi di tutti, pertanto tutti obbligati alla tutela della stessa. Si pensi alle associazioni venatorie e al loro cambiamento. Premesso che non ritengo la caccia uno sport e non posso pensare di ridurre tutto al semplicistico dibattito caccia sì, caccia no. Le questioni e i comportamenti sono mutati! Oggi gli ATC (ambiti territoriali di caccia), spesso, collaborano con il Parco, per  le tempistiche di apertura della caccia. Per salvare i cuccioli di Amarena si collaborò rinviando l'apertura della caccia nelle zone d'interesse. D: – La carriera nell'Arma dei Carabinieri l'ha distinta per operazioni contro il bracconaggio e il consumo di suolo, oggi a che punto siamo a tal riguardo? R: – Il bracconaggio, per quanto vedo io, può coincidere con l'uso di esche e bocconi avvelenati. Si fa persino difficoltà a definirlo bracconaggio tanto è vile. Similare allo sparare sui civili indifesi durante una guerra. Si distingua lo sparare ad un animale cacciabile seppur a caccia chiusa, dallo sparare ad un orso. Quest'ultimo è un atto di bracconaggio assolutamente gratuito, nel primo caso trattasi di caccia illegale. Fermo restando che le pronunce di sentenza fanno capo alla magistratura. Il consumo di uso del suolo interno al Parco è abbastanza monitorato, in una scala generale, forse, contribuiscono le aree protette ad  attenuare i numeri della media matematica. D: – Che ruolo ha il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise nelle scuole? R: – Un ruolo fondamentale. Noi abbiamo convenzioni con 13 istituti comprensivi di tutta l'area attorno al Parco. La presenza nelle scuole è l'azione quotidiana che serve a tenere viva l'attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto perché siamo noi adulti, spesso, a dare fregature ai giovani. Ci occupiamo male di tanti aspetti. Ogni anno proponiamo e riversiamo nelle scuole progettualità importanti, accolte dal ministero sia con linee Unesco che con le ZEA (zone economiche ambientali). L'innovazione di quest'anno è stato il progetto con la scuola "Gesuè" di S. Felice al Cancello che, ci ha permesso di raggiungere e coinvolgere realtà difficili attraverso la vicenda dell'orsa Amarena. D: – Se Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise fosse un libro a cui aggiungere capitoli, che capitolo aggiungerebbe e che titolo gli darebbe? R: – Non saprei, una domanda difficile! È chiaro che l'obbiettivo resta sempre quello della conservazione. Chi come me ha vissuto e ha avuto la fortuna di lavorare sui temi della conservazione sente di più questa chiamata. Sovente mi accusano di avere l' orsessione ! L' orsessione può sembrare una forma negativa del termine, in realtà quando vivi situazioni come quella di Juan Carrito... – a questo punto il direttore, prende in mano il suo telefono e mi mostra la foto della schermata di apertura e mi dice: « Io il mio amico me lo porto dietro, non so se sia diventato un angelo custode o cosa »... Stiamo entrambi guardando la famosa foto, dove il cucciolo sta col muso nella neve. Rifletto su quel legame che, a distanza di due anni dalla morte dell'orso, è rimasto indissolubile e mi sento più serena, siamo in buone mani, il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise non poteva essere in mani migliori! – Questi accadimenti ti fanno capire quanto questa specie sia fragile, quanto si deve ancora fare. Si devono mettere in sicurezza tanti tratti si strada. Fui nominato, per la prima volta, direttore del Parco il 24 settembre 2019. Il 24 dicembre 2019, poco prima dell'inizio della messa della notte di Natale, mi trovavo ad assistere al pianto del cucciolo dell'orsa che era morta nei pressi di Castel di Sangro. Juan Carrito è morto poco distante da quella zona che, si era messa in sicurezza per mezzo di un sottopassaggio. Il titolo di un capitolo, pertanto, coincide con tutto quello che vorrei fare per creare sicurezza ed incolumità. Purtroppo è un libro dei sogni, mancano le risorse. Solo l'anno scorso abbiamo richiesto, mediante schede FSC, alla Regione un finanziamento per mettere in sicurezza quel tratto di strada nei pressi di Castel di Sangro dove sono morti tre orsi in poco tempo. È chiaro che, sulla conoscenza e sulla consapevolezza si può lavorare senza tante esigenze monetarie e lo si deve fare continuamente, responsabilizzando chi vive il territorio. D'altro canto, seppur impopolare, quello che sto per dire va considerato, che tutti pensano di conoscere tradizioni ed usanze delle aree parco. Purtroppo non è così: questi luoghi non sono mai stati per mandrie di cavalli o di mucche, bensì di greggi. Oggi avere un gregge implica costi più alti e questo richiederebbe risorse che il Parco, in sé, non ha. È chiaro che non si può vivere solo di turismo, le scelte e gli investimenti della politica dettano le linee, a loro decretare funzionalità e orientamenti. Il pastore da sempre ha avuto un rapporto di affetto e convivenza con la sua montagna. I vecchi pastori giravano con le "accettelle" per mantenere custodito il prato. I vaccari e i cavallari si dichiarano custodi della montagna, pur non avendo comportamenti di attenzione e "manutenzione" verso di essa. Su questo si deve investire, investimento che non può sostenere il Parco. Va rimessa in moto un'economia locale, soprattutto in virtù dei cambiamenti climatici in atto. Il rispetto del nostro patrimonio naturalistico richiede sforzi e sinergie. Noi compriamo tutto dai paesi asiatici perché meno costoso.  Tanto risparmio è imputabile a processi di produzione meno rispettosi dell'ambiente e delle risorse umane. Certificando il tutto è possibile attivare filiere locali, creare lavoro e interesse nei giovani, tutto questo non si improvvisa, richiede sostegno e dedizione. Questo non ci renderebbe schiavi solo del turismo. Comprendo le inimicizie che mi attirerò, ma il turismo in essere non permette più ai giovani che intendono vivere in queste zone, di trovare case libere e a prezzi ragionevoli, perché tutto improntato alla chiamata dei turisti. Chi decide di restare o di venire a vivere in montagna ha bisogno di case, di servizi, di prospettive. Le linee di indirizzo in un piano socio-economico le può delineare il Parco, ma la differenza la possono fare solo i comuni, le regioni, lo Stato. Questa è la vera sfida, la conservazione fine a se stessa non ha senso, basti pensare che abbiamo pochissime aziende che allevano, producono trasformano prodotti a livello locale. Ho proposto l'acquisto di un mattatoio mobile, a spese del Parco. Nessuno ha manifestato interesse perché gli allevatori di vitelli preferiscono la grande distribuzione. Inteso che né io né il Parco possiamo decidere per i privati cittadini. Ben fanno sperare i giovani che stanno sperimentando le nuove semine; si deve lavorare alla ricerca di attività economiche che, siano veramente sostenibili o quantomeno compatibili. D: – Sei rientrato da poco da un convegno svoltosi in Emilia-Romagna. Di cosa si è parlato e da chi è stato promosso? R: – Rientro da un format organizzato da Oltreterra (nuova economia per la montagna), con la collaborazione di Legambiente, Slow Food, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e Fondazione Alberi Italia. Un incontro durato più giorni e giunto all'undicesima edizione. Si è parlato di come fare impresa, di come fare attività sociale, di come fare gestione forestale, di come migliorare la convivenza, di come fare turismo. Si è rilevata la necessità di riportare la geografia nelle scuole, non solo sotto il punto di vista fisico, anche dal punto di vista di appartenenza e di conoscenza. Si è lavorato allo studio e alla promozione di azioni economiche sostenibili e replicabili per la montagna italiana. Un pensatoio diviso in più tavoli di discussione, divisi per competenze, per formazione orientati all’animazione forestale. Varcare la soglia del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è stato bello! Beneficiare della conoscenza, dell'esperienza e della competenza del direttore Luciano Sammarone   è stata una incoraggiante lente di ingrandimento sul futuro dei nostri giovani. L'oggi e il domani hanno a patrimonio comune la conoscenza di ciò che è stato ieri. Si dispone di giovani, si aiutino a restare perché in questa congiuntura temporale si dispone alla direzione del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise di un uomo capace, lungimirante e volenteroso. Cesira Donatelli Fonte: https://www.corrierepeligno.it/ , 25 novembre 2024.

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