LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Ninna nanna al Bambin Gesù
Ahi! dove amor Ti spinge, o mio diletto, e come in questo fien trovi ricetto? Ma Tu gemi, e Tu già tremi di rigore! Ahi mio Bambin, vieni e T'assonna: Ti scalda nel mio seno e fa' la nonna. Mi guardi, e poi sospiri! Ah mio Signore, intendo che vuoi dirmi: è freddo il core! Ma al Tuo sguardo già tutt'ardo, tutto avvampo ormai per Te: caro Ti assonna, riposa in questo core e fa' la nonna. Ai flagelli, alle spine ed agli estremi tormenti pensi forse, e perciò tremi? Ah! bambino tenerino, alla croce non pensar: per or Ti assonna sicuro in questo petto, e fa' la nonna. Non più temer di me: qual fui non sono se fia che ai falli miei rechi il perdono. Io lo imploro or che Ti adoro in Tua culla o mio Gesù. Quindi Ti assonna, dolce Bambino mio, fatti la nonna. So che dormir non dèi, se non nel seno d'un innocente o d'un pentito almeno. Son pentito, son contrito, della colpa sento orror: perciò Ti assonna, caro Bambin Gesù, fatti la nonna. Accetta il mio dolore. E quanto, o Dio, il sonno Tuo fia dolce al pianto mio: mai lasciarTi, sempre amarTi, Ti prometto o mio Bambin; dunque Ti assonna, chiudi le belle luci e fa' la nonna. Giuseppe Di Ciò Fonte: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926.
- Il canto del pastore
Oh Monte del Capraro che tanto ci sei caro, tu metti sì, al riparo, la nostra verità! Madonna di Loreto, noi rispuntiamo a maggio, che splenda il Tuo bel raggio col fior l'intensità! Stella di Capracotta, lume dell'Appennino, faro col Tuo Bambino, sempre ambiamo a Te! È bello l'azzurro manto, è verde tutto il Campo, sei Tu il nostro scampo che ci proteggi ancor! Madonna, gli occhi ai montim lontano or sono i trullim scendiamo noi ai Tuculli tra messe a brucecchiar! Oh Madre, che tristezza allascare i nostri affettim sbarcare tra i dialetti d'altre identità! Lungo il cammin proteggi le tante "pecorelle"... ci sono i fuori leggi nel buio a noi brucar. Faro dei transumanti, tenerezza per i viaggi, dagli occhi Tuoi irraggi virtuose nobiltà. Divina dell'Appennino, anima del Gargano, immensa è la tua mano che ci carezza amor! Quando chiediamo aiuto, ridarci la speranza, sicura ottemperanza, d'amore e di pietà! Ecco di nuovo maggio, il mese di san Michele, mai e mai fu fiele la spada lui impugnò! Nelle terre là di Foggia, infiammatasi la Morgia, i pastori tutti in loggia pronti a ripartir! Camminando si va via con i canti e tanti suoni, tutti pacati e buoni decisi nel marciar! Avanti gli stendardi delle confraternite, l'orgoglio delle cernite d'amore e carità! I canti, oh Madonna, si sprecano... per via innanzi vai, Maria e tutti siam con Te! Sugli stralci del Molise, in tratti a Carovilli, si odono degli squilli che fremono il tremar... I suoni sono misti, avanzano le campane, le avvenenti note sane affliggono... il rintoccar. Si striscia per il Vasto, avanti c’è l'Avellana, la strada è paesana che bello rilassar! Nel camminar di botta, al sole che stracotta, appari, oh Capracotta lacrime ad innaffiar!... Torniamo al Tuo faggeto in Casa di Loreto, il bosco è tutto cheto, ci stringe intenso amor! Per questo, oh terra mia, il sangue non più mi scotta... ti rivedo o Capracotta, Madonna, grazie a Te! Torniamo noi da Foggia tra fiumi, monti e piani energici... sono i richiami che abbiamo fatto a Te! Che bella la Tua chiesetta tra i vegeti della flora, un canto, intenso, implora nei bei riflessi d'or! Tra i monti tutti in fiore le onde son feconde, le valli son gioconde d'echi, un musicar! Maria, sei Tu l'amore di stuoli a noi profondi, mille gli orizzonti che bruciano al Tuo sol. Astro dei nostri siti, rientriamo da Canosa, per Te la vita è ariosa di pace e santità! Madonna di Loreto, rincasiamo da Lucera, che bello tutto era, ci hai largito il cuor! Noi Ti ringraziamo se al nostro cuor si sposa l'esistenza più operosa che gli hai donato amor! Madonna com'è bello tornare in questo sito, ampio è l'appetito per riguardare Te. Eccomi in ginocchio davanti al Tuo sorriso, esprimo dal mio viso tutto, e più non so! Grazie e grazie mille per avermi garantito il buon che ho stabilito prima di partir. Sempre e d'ovunque io sono guardo nel ciel le stelle, l'esteso delle belle lo vedo solo in Te! Al cuore dei presenti le fiamme son roventi, mai saremo assenti finché Dio vorrà! Teodorico Lilli Fonte: T. Lilli, Il canto del pastore a Santa Maria di Loreto in Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- A me resta la pena!
Era l'unico monumento, una secolare torre di pietra, non di cemento, fatta con tanto sudore; sotto una fontanella, e un orologio a metà, alla cima croce e campanella, ogni quarto d'ora a suona'. Cara Capracotta, ora a quel posto c'è una macchina in sosta, quando da te ritorno e arrivo a quel posto in alto mi rivolto e resto di stucco e ripensando cammino, per il Corso o sul Colle, mi rivedo un bambino, con una borsa a tracolla, in una mano un soldino, dato da mamma o da nonna e ci compro da Grifa una caramella o una castagna e che l'eco dei rintocchi il vento si stava a portar assieme ai balocchi e a quella tenera età. Cara Capracotta, ora a quel posto c'è una macchina in sosta, che brutta sorte. Dindi dindi dindi, sembrava dir, dindo dindo dindà, corri a scuola ch'è tardi già; ora a quel posto c'è una macchina in sosta che spruzza veleno e a me resta la pena! Ah se potessi tornar a quella età d'allora, pietra su pietra rifar, com'era quella tor, sotto una fontanella, un orologio a metà, alla cima croce e campanella, come allor farla suona'. Risuonare alle nove, risuonare a mezzogiorno, risuonare quando il sole dietro alla Maiella si nasconde. Dindi dindi dindi, dindo dindo dindà, sembrava dir, corri a scuola ch'è tardi già, l'Ave Maria sta a suona'. Cara Capracotta, che brutta sorte, ora a quel posto c'è una macchina in sosta che spruzza veleno e a me resta la pena! Mario Di Tanna
- Appennino
Qui ad Agnone la rondine nello stesso nido dalle Puglie torna al rintocco della primavera. In alto Monte Campo da dove Matese, le Mainarde, la Maiella, solitarie catene all'orizzonte sfilano nel loro gentile biancore. E da Monte Campo Prato Gentile sulla cui neve vive il passero parco, solitario e la lepre, la cornacchia nera carnivora come faina in agguato. E da Vallesorda ancora Monte Campo bianco che il silenzio avvolge come l'edera il faggio, come l'abetaia il cuore del merlo. Giacomo Garzya Fonte: G. Garzya, Appennino , in «L'Appennino Meridionale», III:1, Club Alpino Italiano, Napoli 2006.
- O Tavola Osca
Tu puoi ancor parlare e dire chi furon i Pentri avi o epigrafe di bronzo, urna di oscofoni segni. Tu hai visto le prove orrende e dure di Aquilonia, città di gloria e di sventura di cui resta solo il nome. Sei rimasta sepolta tra le pietre senza pietra, o Tavola, ti hanno fatto riveder il sole le mani contadine. Ed or, alle genti del mondo parla di Sannio e di Sanniti, perché sei sosta, sei tempio: mio tefurum sempre acceso. Franco Porrone Fonte: F. Porrone, La Tavola Osca. Dalla Macchia di Capracotta al British Museum di Londra. Documento della lingua e della religione dei sanniti , Grafikarte, Roma 1990.
- Capracotta, dicembre 1943
Capracotta era una stazione sciistica, una volta, fredde montagne di blu cristallino, neve sul Sangro, e da laggiù - a partire dai villaggi su quegli altri monti lungo tutte le vette che è possibile scorgere via, fino al cuore d'Europa, erano tedeschi, Fortezza Europa. Là trova posto il nero continente, soluzione costretta in schiavitù, che, come l'Adamo michelangiolesco, aspetta di colmare il vuoto della smortezza. La sola idea li ha sostenuti e dovrebbe continuare a farlo: perché qui a Capracotta, dove la liberazione c'era tra le macerie, come un sacco di bastoni, si raccoglie un uomo teso, ghermito, un uomo sproporzionato, carne che deve aver vissuto troppo a lungo, non così tanta carne quanta ne ricordo. Putrescente persistenza della materia che può assorbire le ferite ma guarirle mai. (Qual è quest'immortale qualità d'Europa, quando, morto nello spirito, il cadavere può giacere dormiente, attendere il suo tempo, e svegliatosi, tormentarci per sempre? La mente nostra non può rintracciarla né rapportarla ad alcuna esperienza dentro noi.) William Grosvenor Congdon (trad. di Francesco Mendozzi)
- Capracotta: una poesia di Vittò
Che bel paese su quest'alta montagna! Qui ti godi la pace, mangi i suoi buoni prodotti e respiri la sua buona aria. Paese molisano, quassù, ti si distingue (come ti si dipinge) solo con tre colori, l'azzurro del cielo, il verde dei tuoi boschi, il bianco della tua neve, ecco perché da te tanta e tanta gente viene. Di tradizioni ce ne sono tante, ma la festa della Pezzata e soprattutto della Madonna di Loreto, sono per te le più importanti. Tanti amici vengono su accompagnati da chi c'è nato quassù. adesso poi?... è meno duro. Se ripensiamo che al tempo antico si veniva su a piedi, o con il mulo, dall'antichissimo tracciato del famosissimo tratturo. Vittorio Simoni
- Invito invernale
Vieni! Vieni! Un piacevole calore spande la fiamma; fischî fuori il vento, cada la neve pur, pioggia d'argento: a Te daccanto vo' librar l'amore. Avrò tre cose belle: il più bel fiore de' vati - che immortale hanno l'accento - Bacco, che tien lo spirito contento e, sogno de' miei sogni, il tuo bel core. Fra un bacio ed un bicchier, la Musa mia, dal rigore invernale intorpidita, evocherà l'accesa fantasia; ond'io, riuniti i canti miei più belli, mentre d'intorno a noi morta è la vita, ghirlanda, li porrò sui tuoi capelli. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Invito invernale , in «La Vampa», II:13, Lucera, 15 febbraio 1908.
- Vacanze a Capracotta
Paese solare Capracotta, dai tetti rossi delle case, tessere di mosaico inserite in campi di fieno e girotondo di boschi. In alto Montecampo fa la guardia mansueto. A luglio pochi turisti, i paesani tornano in agosto come rondini al nido. Girare per le strade silenziose, scoprire cose curiose: civettuole tendine alle finestre, fioriere incavate nei tronchi, sagome estrose di camini. Andare per lunghe scalinate, sostare sul sagrato della Chiesa e di là spaziare nella vallata. Il saluto cordiale della gente! Nei volti asciutti degli anziani i segni di antiche fatiche: boscaioli, carbonai, pastori. Ma dove sono le greggi, le mandrie? Non c'è più transumanza, humus di civiltà ed accoglienza. I pastori ora sono stranieri. La legge del mercato non ha riguardi per l'amarcord. Ma l'estate ogni anno canta la terra dei Sanniti. Di essi riaffiora la rocciosa tempra. Ed è festa! Lina D'Incecco Fonte: http://www.lafonte.tv/ , 31 agosto 2010.
- Vieni a Fuorigrotta
Una volta volevi solo mille lire ed oggi vuoi partire; ma dove vai di preciso tu che sei di Treviso? Te ne vai a Capracotta? Se tu cerchi l'iniquità la parata di mediocrità lo scolo della civiltà vieni a Fuorigrotta. E la figlia brucia dalla voglia e la mamma le toglie la foglia ed ancheggia piuttosto tracagnotta occasione ghiotta (?); tutto questo bailamme di buche senza strade di scavi con le guade binari senza tram vetrine poco glam. Dov'è questa roba qua? Solo a Fuorigrotta. Il politico t'offre la pagnotta il seguace scuce una piotta sotto il naso della poliziotta che saluta la donnola bigotta. Dove trovi questa gente qua di straccioni vestiti da pascià di cretini bevuti sul sofà e cretine con il cincillà? Tutta a Fuorigrotta. La partita contro complotta e riempie lo stadio di masse in assedio incitanti giusto da un'oretta l'attaccante che non dà la botta; e lui in casa rinchiuso la faccia crollata caduta a pera cotta come Pellico recluso ma meno patriota inebetito aspetta che si tolga dai maroni la marmaglia di beoni buoni solo a pelar la gatta e gli lasci la strada tutta libera e vuota per la ghiotta serata un poco galeotta ed invece c'è coda giù fino alla grotta, e lo chiama incazzata la povera Carlotta. Dov'è questa melma qua? Proprio a Fuorigrotta. Il suono della mattina, driiin! Scendo presto per arrivare prima alla serra degli stronzi ondeggianti come bonzi nella saletta dell'Asl, perché oltre cinquanta il medico non canta e chi pianta pretesto è fuori dal contesto e scoppia una manfrina che ognun deve ballar se esente vuole andar. Io sì mi rompo il pacco proprio mi si sfarina ma da qui non mi stacco, debbo risanare un guaio che no, non ho creato e invece mi riguarda in questo immondezzaio. Ma dal muro di lato una tipa mi guarda con l'occhio rapito mi arpiona maliarda ed a maglia uncina. Poi al braccio agganciata la scintilla è scoccata e la frittata è fatta in quel di Fuorigrotta. Quest'incrocio più cieco del mio stesso intestino quando svolto e ci sbuco dalla fine del Pendino. Sulla strada che sale e cresce su dal viale tutto mi può capitare, perfino il vecchio pazzo che fila come un razzo. Io con molta prudenza per la scarsa visione comincio a spuntare; se scende l'affluenza m'infilo piano piano e con circospezione, ché un altro maiale risalendo da Agnano mi può scaraventare detto fatto nel pino. Basterebbe un semaforo a sbrogliare il casino un rimedio mammifero per dire al cittadino di averci la coscienza. Si è avvertito il Comune del pericolo immane ma non ha provveduto; neppure un vigilino a dettare precedenza e lo stesso Prefetto ne sa pure di meno e l'incrocio fa schifo da togliere il fiato. Dopo mesi di protesta e giare di veleno al quadrivio fottuto non hanno mandato nemmeno una marmotta. E sicuro il difetto causerà la botta qui a Fuorigrotta. E la moglie beve tè di foglie il maritino brulica di voglie ed accoglie un'ucrainotta vivace e poliglotta nella sua villetta dietro via Arlotta a bere una coppetta della sciampagnotta e morde la caciotta della ragazzotta da noi a Fuorigrotta. Son tornate le cicale sulla via Terracina polacche e nigeriane, son circa una dozzina. Macchinando le incontri allo spiazzo di benzina, fanno anche gli sconti a chi in auto s'avvicina. È una vista carnale brada come la Pampa, vacche d'esportazione esperte nella samba. Ah ma che confusione che problema bestiale! Ed a chi la racconti che sei uno neutrale e che se rallenti lo fai per una pompa ma solo di benzina? Nel cuore della notte c'è così tanta vita che non ci pare vero che sia attecchita accanto al Cimitero pieno di ossa rotte. È un gran capogiro il fisico sballotta inizi a stare male ma non ti disperare, puoi sempre peggiorare se entri all'Ospedale San Paolo che ti adotta in zona Fuorigrotta. Mamme con la spesa pensilina del bus fissano la palina con grugni da blues. Nonni coi cateteri non si reggono più sorretti da ex veneri venute dall'ex Urss. I raga coi berretti le raga con l'Ipod si smicciano furbetti sognan di fare upload. Una buona mezzora è bella che passata il bus non affiora la gente esasperata. In fondo si fa viva la cosa lampeggiante, alla curva arriva ma è ancora distante. Un tipo alto sbotta ma dove cacchio eri? però è la camionetta rossa dei pompieri. Ormai è leggenda, l'amico Pippotto stava alla fermata ancora giovanotto doveva arrivare a piazzale Tecchio a furia d'aspettare c'è arrivato vecchio. Corriamo all'impazzata sulla terra che smotta molle come ricotta quaggiù a Fuorigrotta. Scarafaggi grossi come anacardi escono dai fossi alla sera tardi nel caldo termale c'inseguono testardi da piazza San Vitale a via Leopardi. La strada del poeta mette tanta pena molto fioca e cheta la luce sulla scena; steso sul portone dell'Immacolata dorme un anacoreta la faccia congelata. Dentro la stazione di Campi Flegrei altri nei cartoni a terra come Achei. Molte curve cieche ritorta si disegna dopo le paninoteche tutta via Campegna, marciapiede stretto proprio inesistente il pedone poveretto rischia l'accidente. Il vecchio Sferisterio vicino alla grotta sarà un battistero oppure una gargotta? Domanda Fuorigrotta. La musica d'estate percuote le vetrate famiglie risvegliate da feste scellerate e quante clacsonate rotonde ingorgate frullano la calotta, in giro poi mappate di auto scoperchiate di targhe rovesciate di imposte oscurate e case grattugiate. Ed è tutto caducità dentro Fuorigrotta. Perfino viale Augusto preteso boulevard solo meno angusto ma squallido bazar. Goffe casalinghe con laceri foulard si sentono bislunghe come le fiamminghe tele di Rembrandt. Fasulli cavalieri lenti scure da sole grevi faccendieri sputan nelle aiole ed aprono concorso per girar sul dorso la bella tabaccaia; vorrebbero cosarla e giurano di farlo ma non esiste merlo per quella civaia. Sfrecciano motorini da fianco a fianco un padre di bambini è diventato bianco quando una Fandango gli sfiora i piccolini. Ci sentiamo inermi anche sul selciato noi restiamo fermi e loro a perdifiato a tutto gas e armi nelle giubbe da ras. I cordoli divelti coi tondini all'aria stupidi risvolti di rabbia proletaria e poi altri cascami di triste fatiscenza a stento riassorbiti dai poveri stilemi di Italia mondiale passato coloniale Mostra d'Oltremare; ma giri il Piazzale e sfumano quei miti e per non sbagliare ritornano i patemi della marcescenza. Cambia l'aria, gira la girotta piove forte ed il fango fiotta l'acqua nera tutto infagotta e la luce elettrica interrotta. Dove trovi questa varietà di intuizioni senza verità di guasconi mezzi baccalà di gibigiane tutte voluttà? Vieni, vieni, vieni, vieni, vieni, vieni, vieni, vieni, vieni a Fuorigrotta. Giuseppe Nutini Fonte: http://www.larecherche.it/ , 17 dicembre 2012.
- Vai rondine vai
Esule in terra lontana oltre il mare tra i monti avrei voluto nido stagionale come te rondine felice. Felice come te di ritornare a casa pur dopo tanti orizzonti. Prèstami ti prego almeno un solo volo e va' sulla collina di Struzhie dove le tombe genitrici aspettano ancora il pianto mio estremo saluto mai dato. Va' su quel che resta dei miei vagìti e bagna di lacrime quei muri. Prèstami un solo volo per piangere sulla mia vita per rafforzare il mio coraggio! Ysmen Pireci Fonte: Y. Pireci, Il villaggio senza nome , Università dei Popoli, Badolato 2005.
- Epigrammi
Gabriele, ho sprezzato sempre i collegiali cacandomi le vacche sui piedi assolati. Il mio sentiero è quello dei cuccioli bastardi, degli asini mai strigliati. Oggi incontrandoti nell'antologia di un amico da escluso mi faccio della schiera. Ti trovo il più vero e a me il più consanguineo. Montale Quasimodo Ungaretti lasciate di scornarvi per il mio magistero. Siete tre ruscelletti magri e tutti e tre avete avuto la colite. Tu Montale ti sei lesso a contatto con la Manica e il Corriere. Ma non hai saputo mascherare bene che trent'anni sono troppi per dare i primi ossi. Volevo vederti a Capracotta. Salvatore, il tuo calore ha fatto presa con lo zio di Milano. Non capisco però che vuoi dire. Comunista potevi diventarlo prima o tornare al Sud se tanto ti piaceva. Ungaretti, ma che simpatico sei. Appena sapesti di valere non hai saputo più cantare. Sono scherzi di coscienza. Pavese caro, non bisogna farsi attirare dalle Montagne Rocciose. Dovevi dire di arrossire per una donnina. Calvino, mi piace il tuo sorriso meraviglioso. I tuoi libri lo sai, non valgono una H. Quest'anno vincerò il Viareggio. L'Italia è tutta scamorze lampadine gonfiate sotto vuoto spinto. Ho una voglia matta di stracciare milioni in faccia al primo collega di sillabe. Lettore, niente mi hai dato perché piantassi il ciliegio. Ma senza vergogna strappi i ceci al mio prato. Fa pure con comodo: narro per servirmi. Clemente Di Leo Fonte: C. Di Leo, Una lunga puzza , Ed. dell'Autore, Colledimacine 1968.
- Autunno montano
Silenzio sui muri, silenzio sulle strade, silenzio anche su quei volti parlanti arrugginiti dal tempo, scavati nella sofferenza, nella sopportazione, nel sacrificio, dalle lunghe, fredde solitudini delle infinite stagioni nevose; immagini di cera trasparenti di storia, di nostalgie, di passato; pupille profonde che ti giudicano mentre con esse ti scontri, t'interrogano prima d'incontrarle ed a lungo ti seguono, dopo averle incontrate, assìse sulle sedie antiche davanti alle soglie scaldate dall'ultimo sole misteriose d'una arcana strategia fatta d'indifferenza e d'attesa: dentro, capaci di piangere e soffrire sevère per non decadere dal rude orgoglio della gente montana. Silenzio ancora sulla piccola campana, muta ed immobile anch'essa sul quadro del vecchio pittore, che fa bella mostra di sé senza più suonare, senza più annunciarli i vespri e le ave marie. Potessi voltarmi e ascoltarlo quel suono tenue vibrante a distesa, ora come nel famoso giorno di festa; come allora parlargli e sorridere mentre a me sorrideva e parlava; ora come allora, in quel settembre bambino. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.
- Lo spazzaneve buongustaio
Il vento accompagna la nevicata mutandola in vorticosa bufera e, carica d'umanità, la corriera termina il viaggio dentro la scarpata. Improvvisa, sopraggiunge la sera, poi il clipper con la sirena spiegata; al timone un'incantevole fata spazza la neve alla sua maniera! Le lamine d'argento divorano muri di ghiaccio e la coltre d'avorio, che copre la montagna, già sfiorano e assaggiano la stracciata gentile continuando nel moto rotatorio, ancora la pezzata nell'ovile! Antonio Andriani Fonte: A. Andriani, I bucanieri non giungon più dal mare. Poesie estroverse tra aitanti sonetti ed haiku senza posa , Lampi di Stampa, Milano 2009.
- Chia fu ru proime?
Quande Crestofere Culombe iètte all'Amèrca, nu iurne, pe sapaie che succedéva attorne, se facètte na passeiata. Iètte pe vedaie, stavan du carvunièare cuteiènne che nu vlanciaune a pesà carviune e ru marche iva ncima currènne. Crestofere s'avvecenétte a iüne e addumannètte: – Chi ve ci 'ha purtèate éck, ru deièvre? – Chir' i 'arrespunniéarne: – Nu séme de Capracotta; éme passate; passame sèmpre; iéme pur' a ru mpiéarne. Culombe, puveriéalle, n'armanètte. Se strequeleiétte l'uoacchie; nen sapaiva se stav' all'èrta o durmoiva. Decètte: – Ne me pozze fa capèace; credaiva ca prima d' mé nen c'eva state cuviéalle; com'éte fatt'a menì vurria sapaie. Se ci 'arpènze m' se volta ru cerviéalle. Doppe na nzégn' ardecette: – All' barch' maie éte mnut' annascuoaste certaménte. Chire na bèlla reséate se faciéarne; redénnie mpaccia ie tenérne mènte e deciéarne: – Ma fusce Patrétèrne! Pozze sta buoane Crestofre! Arrevèmme eck vint'ènne fea che nu barchéune credénne d'ésse re proime... Po' vedèmme ca stavan già re callariéare d'Agnéune. Giuseppe Delli Quadri Chi fu il primo? Quando Cristoforo Colombo andò in America, un giorno, per sapere cosa avveniva intorno a lui, fece una passeggiata. Poté così vedere due carbonai che si davano da fare con un bilancione a pesare carboni e il romano saliva su velocemente. Cristoforo si avvicinò ad uno e domandò: – Chi vi ci ha portato qui, il diavolo? – Quelli gli risposero: – Noi siamo di Capracotta; siamo passati; passiamo sempre; andiamo pure all'inferno. – Colombo, poveretto, rimase di stucco. Si stropicciò gli occhi; non sapeva se fosse sveglio o dormisse. Disse: – Non posso capacitarmi; credevo che prima di me non ci fosse venuto nessuno; vorrei sapere come avete fatto a venire. Se ci ripenso mi dà di volta il cervello. – Dopo un po' riprese: – Nelle mie barche siete venuti nascosti certamente. – Quelli fecero una bella risata; ridendogli sulla faccia lo guardarono e dissero: – Ma non sei tu il Padreterno! Possa tu stare bene! Arrivammo qui venti anni fa con un barcone credendo d'essere i primi... Poi vedemmo che c'erano già i ramai di Agnone. (trad. di Emilio Ambrogio Paterno) Fonte: E. A. Paterno, Prima antologia di poeti dialettali molisani , Arte della Stampa, Pescara 1967.
- Il volo del silenzio: Capracotta
Dalle nebbie del sonno sale un lento battere di incudine nella piazza dove c'era una volta il paese. Antonio Di Tanna Fonte: A. Di Tanna, Il volo del silenzio , Aletti, Guidonia Montecelio 2008.
- Sogno
Oh, dolce inganno! In sogno io t'ho veduta, bianco vestita, ai piedi dell'altare, ma la preghiera il labbro recitare io non intesi, no: Tu eri muta. Eletta schiera d'angeli venuta era dal cielo, intenta a rimirare de' tuoi begli occhi il santo sfolgorare, ché la Madonna essi t'avean creduta. Com'eri bella! Il tuo gentile viso avrìa spietrato ogni superbo core e lo stesso Signore avrìa conquiso. Vinto, a Te venni, e con sublime ardore, mi slanciai per baciarti... all'improvviso vanì la bella visïon d'amore. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Sogno , in «Il Frizzo», Lucera, 10 aprile 1909.
- E vergine di corpo di mente di desideri
E vergine di corpo di mente di desideri, martire di volontà di mortificazioni di dolori costantemente e con letizia sostenuti in lunghissima infermità, spenta sul vigor degli anni, meritasti che il pio Sacerdote, il quale ti guidò giovinetta nel sentiero della perfezione, dopo aver raccolto il tuo ultimo respiro, ed averti pregato il riposo degli estinti, s'inginocchiasse dinanzi al tuo cadavere a baciarti la tepida mano, ed a raccomandarsi alla tua intercessione. Deh, pietosa l'assisti; ed obbligo di gratitudine ti stringa insieme a difendere da casi rei il tuo maggior fratello, il quale ornava il tuo sasso della più dotta iscrizione, che durerà per quanto dura fra noi la memoria di tue virtù purissime ed austere. Tu sola ne resti, o Luisa, Duchessa di Capracotta, e Contessa di Salina; oh spirante immagine della madre, esempio delle matrone napolitane, onor del sesso, ah vivi, e serbati al tuo illustre consorte; serbati alla consolazione d'una famiglia, che dalla perdita di Lucrezia è così immersa nel dolore e nel pianto, che né il tempo, né le più giuste occasioni di gioia non han potuto ancora, non che inaridire, ma scemar più che tanto. Vivi, e serbati a far di tua vita parlante elogio delle virtù di tua madre, ché ancor non sorse, né sorgerà per ora chi valga a tesser laude eguale a' suoi meriti. Alleviato io dunque d'un incarico, che mi saria tornato assai malagevole a portare, i pregi di Lucrezia, che furono alternativamente cagione ed effetto di quei del marito, nell'elogio di lui rimarranno sotto silenzio ingratamente ascosi? Francesco Martello Fonte: F. Martello, Prose italiane , Cataneo, Napoli 1855.
- Molise che emigra
Ora so perché quella coltre di campi da arare seminata di pali di bidenti e zappe lasciati all'aria nella pausa di colazione all'ombra mi parve il volto di un camposanto. – Se il paese era scarno invecchiato come un convento quei pali sapevano il numero della gente viva. Come a un cenno, infatti, la distesa si animò di figure, femminee tutte, lente stanche vaghe come fantasmi e le braccia rotearono rapide le lame che affettavano le zolle con una lena che sapeva di fretta e di richiamo... Ora, sulla via che portava ai casolari vuoti ogni gonna trascinava un pianto ed un lamento e tante braccia cullavano un vagito; e i pali delle zappe e dei bidenti all'aria sulle spalle mi davano l'idea delle croci: croci che in quel paese del Sud attendono le braccia dei cirenei. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Molise che emigra , in M. Gastaldi, L'Italia centrale, meridionale e insulare viste da centinaia di poeti e scrittori italiani contemporanei , Gastaldi, Milano 1967.
- Inno degli skiatori
Diritte le gambe, eretta la schiena, innanzi lo sguardo, la fronte serena, per l'aspra discesa, sul frassino lieve si vola, si vola: ci è strada la neve. Arditi e leggeri, pel morbido piano sgusciamo fra i faggi, miriamo lontano; tra venti e procelle, più forte, più ardita sentiamo nel core pulsare la vita. È bella la neve, regina essa sola del piano e del monte, si vola, si vola… Il prato e la rupe, la zolla ed il fiore uguaglia ed abbella l'intatto candore; siccome ne l'alma del volo l'ebbrezza in gioia tramuta la cupa tristezza. Col freddo, col gelo, la neve profonda uccide le ortiche, le messi feconda, qual noi, de la forza veloce coorte, daremo a la Patria progenie più forte. È bella la neve, regina essa sola del piano e del monte, si vola, si vola… Giorgio Borrella Fonte: T. Paolone, 1914-2014: cento anni di sport. Cronache e storia dello Sci club Capracotta , Volturnia, Cerro al Volturno 2015.
- Una luce
Natale, mio Natale. Dietro la finestra una candela di tremula luce illumina la notte dell'infinito breve. Il gelo scende e fiocca, neve e poi neve, il firmamento di bianco si tinge e di sogno si veste l'anima mia. Lontano vado e tra i pastori mi confondo nella notte Tua. Il vento una preghiera implora e la neve solleva spogliando dal cielo le stelle come a dimenticare l'infinito. Tu Infinito sei di struggente dolcezza bambina. La nenia che ti culla canta la nostalgia del Natale mio, appena creato appena svanito tra i fiocchi di neve, di polverosa luce bianca. Bianca Santilli Fonte: B. Santilli, Una luce , in «Voci e Scrittura», V:9, Sulmona, dicembre 2008.
- Tristi ricordi
Penso sovente col pianto al cuore, a quei saccheggi, fuga e terrore, nel mio paese, a casa mia, all'incredibile gran ferocia dell'uomo bestia. Bestia di moda! al quale manca solo la coda... Suonò la tromba, passò la guerra, scese il gran fulmine, tremò la terra. Fu il fuggi fuggi degl'innocenti mentre cadevano le case ardenti... Del ferocissimo nemico in rotta il primo martire fu Capracotta... Furiosa fiamma ovunque ardeva... tutto era strazio, tutto piangeva! Cambiate in bettole s'eran le Chiese, il Camposanto, mentre in paese si operava la distruzione, portando al massimo la confusione. Pietrame, mobili, letti, stoviglie, cenci fumanti delle famiglie rimaste povere, senza speranza del pronto aiuto d'una finanza. L'aria era scura, fredda, pioveva. Quell'acre fumo si diffondeva quasi a coprire tante miserie fra gli interstizi delle macerie. Restava il popolo dalla paura alla pazzia, per la sventura di quel Novembre: Cinque giornate senza riposo, membra spezzate. Scappò il nemico, venne l'Inglese; nuovo padrone, nuove pretese! Ordinò subito lo sfollamento, senz'ascoltare nessun lamento. Pochi restarono come aiutanti scelti a casaccio: e gli altri, avanti! Pronte le macchine per il trasporto... Pronto quel popolo tra vivo e morto, senza sapere l'altra dimora, scalzi e tremanti! Chi mora mora... L'audace stanco di quei tormenti, tentò la fuga, lasciò i parenti, mettendo a prova fiato e coraggio; andò a ramingo di viaggio in viaggio... Si ricontavano spesso, in famiglia, lungo i trasbordi di molte miglia. Ed al ritorno da quella... gita tutti trovarono... Piazza pulita! (novembre 1943) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.
- A mond'alla chiesa
Qualche volta che vaglie alla chiesa, loc'a monde che fridde che fà! Me reggire sembre verze Crapacotte, sembra che la genda stà affacciata alla fenestra e te vò salutuà. Uarde verze Colleruse, tutte chelle terre abbandunate, me vè da penzà, e nu cendenara de pechere loche sopra come putessere sctà. Giovanni Sopra la chiesa Qualche volta che vado in chiesa, lassù che freddo che fa. Mi volto sempre verso Capracotta, sembra che la gente stia affacciata alle finestre e ti voglia salutar. Poi guardo verso Colle Ruso tutti quei terreni abbandonati e mi vien da pensar: un centinaio di pecore là sopra come potrebbero star. (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.filastrocche.it/ , 5 febbraio 2011.
- Canto cittadino
Produzione declamata da D. Niccolino Falconi di Capracotta. Cittadini dall'arpe dirompa, suon di gioia, d'omaggio, di fè. Questo giorno, sia giorno che rompa l'onta iniquia che un Fato ci diè. Nell'auretta che il giorno c'invia presso sera dai monti ove muor, nei rintocchi dell'ave Maria si confonda il mio canto d'amor. Col gorgheggio del semplici augelli che salutano l'alba del dì deh! sentite miei cari fratelli il mio canto che canta così. Se tra il fiero clamor delle squadre jeri il genio s'ascose e tremò, oggi ai dolci richiami di Padre scioglie il canto ch'amore inspirò; sia che l'alba l'oriente rischiari, sia che l'astro nel sommo si sta, sia che l'ombre la notte prepari, voce arcana dicendo ci va. Cittadini dall'arpe dirompa, suon di gioia, d'omaggio, di fè. Questo giorno, sia giorno che rompa l'onta iniquia che un Fato vi diè. Quei che siede sublime sul soglio Acquaviva, tua Stella si fe, nella notte del fiero cordoglio essa un raggio di pace ti diè, rischiarata dal candido raggio, riscaldata da immensa virtù, ti scuotesti dal dosso l'oltraggio, e regina sorgeste allor tu; ma regina con Cristo alla mano ma bell'astro dell'astro maggior. Del tuo nome lontano lontano volò ratto la fama l'onor. Tu nel colmo di gloria cercasti. anche il raggio che pace ti diè, nell'ebrezza di gioia bramasti un sorriso dal labro del Re. Quei che siede sul soglio sublime con sorriso risposta ti dà, e parola d'affetto t'esprime, tuo fratello quest'oggi si fà. Chi mi dona la lena del canto che l'altezza ritragga del don? Il prodigio di dono cotanto uguagliare gli accenti non pòn. Ei non rege non padre si è detto, ma la palma fraterna ci dà; quella palma stringiamo sul petto, quella palma nostr'arma sarà. Colla gioia dipinta sul fronte deh! scordiamo quel tempo che fu; dagli oltraggi futuri, e dall'onte ci frangheggia Fernando quaggiù. Rassembrati nel tempio di pace su fratelli giuriamo la fè; fede eterna costante verace a Fernando nostr'inclito Re. E dall'arpe fratelli dirompa suon di gioia, d'omaggio, di fè; questo giorno ogni affanno ci rompa e ci stringa per sempre col Re. Arcangelo Lotesoriere Fonte: A. Lotesoriere, Versi declamati , Cannone, Bari 1850.
- Paesaggio invernale capracottese
Alta e chiara è la notte. Il ciel stellato diffonde una dolcezza luminosa sovra il borgo natale addormentato, sovra ogni morta cosa. Al mite raggio di vaganti spettri assumon forma i vedovati rami, e fiorellini gelidi, a ricami, disegnansi sui vetri. Come bianco fantasma e mostro immane, vigila il faggio, inerte, alla montagna; sull'uscio del pastor più non si lagna, uggiosamente, il cane. L'arcana pace sua la notte ha schiusa sulla terra e del ciel ne' penetrali: nel ghiaccio l'alma delle cose è chiusa, nel sonno, de' mortali. Oh, la tempesta l'animo sgomenta! Al grigio cielo il faggio erge le braccia: bórea feroce mugghia e, secca, scaccia innanzi a sé la foglia e la tormenta. Taccion l'opre: natura si addormenta nel greve manto, che ben presto agghiaccia già del borgo le vie non hanno traccia: l'orologio, ogni tanto si lamenta. Ma, più iraconda sugli eccelsi campi è la tempesta: nubi minacciose rapidi solcano i sanguigni lampi. Tra le folgori il tuon mugola forte, la neve incalza... O voi, madri pietose, stringete i figli al sen: passa la morte! A distesa, solenni, le campane suonan furiosamente in sulla sera; non è il suono che invita alla preghiera, non l'annunzio festoso del dimane. Nota squilla non è che all'opre umane stanca pia benedice umil sincera: son voci di dolor nella bufera, son cupe voci disperate e strane. Dappertutto un vociare concitato, un accorrer sospetto, un terror muto, un timoroso addimandar: – Ch'è stato? – Ite, grida una donna; Egli è perduto: dal pian ritorna il Figliuol mio malato, ...E le campane chiamano all'aiuto! Oreste Conti Fonte: O. Conti, La poesia popolare capracottese , Frattarolo, Lucera 1908.
























