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  • Cannatella

    La prima donna a rompere il ruolo di fattrice, pur se di una grande economia domestica, è Cannatella. Ovviamente questo non è il suo nome di battesimo né, tantomeno, il cognome. È un soprannome, di quelli che venivano affibbiati ad ogni donna e uomo come un tatuaggio indelebile. Nel 1861 Cannatella capeggiò la rivolta popolare in paese contro i liberali risorgimentali che avevano conquistato Capracotta all'ideale dell'Unità d'Italia. E guidò la sommossa e il corteo finale con un fiasco di vino ( cannatèlla ) in mano. Lo strumento in legno utilizzato per bere dal fiasco era, per l'appunto, la cannèlla . Distanziando di qualche centimetro il fiasco dalla bocca aperta, si faceva scendere a cascata (i più bravi anche da oltre dieci centimetri) il vino direttamente in gola, piegando la testa all'indietro e senza alcuna interruzione. Ci voleva maestria a bere così e il vino regalava forse maggior gusto, ma credo che ormai nessuno sappia tracannare a quel modo. Da bambino, quando mi capitava di assistere a una scena simile, simbolo di spavalderia, si formavano dei capannelli come quelli attorno ai mangiatori di fuoco: solo che, mentre questi tenevano in bocca petrolio e sputavano fuoco, quelli bevevano vino in modo "divino" tra lo stupore, le risate, i commenti e le grida di incitamento. Cannatella divenne per pochi mesi la Marianne della rivolta capracottese, che scaturì dalle scelte politiche dei nuovi governanti, dall'imposizione di un Regno unitario, dalla retorica patriottica, mentre le politiche economiche aggravavano le condizioni delle masse meridionali e del popolo. Tuttavia gli scontri non furono cruenti. Nonostante ciò, tutto terminò con l'instaurazione del nuovo Stato italiano, anche se questo accentuò il fenomeno del brigantaggio. Sulla vita di Cannatella urge effettuare una ricerca approfondita perché finora non sono riuscito a reperire altre informazioni. Il dato per me sostanziale è che la rivolta fu capeggiata da una donna che, al momento opportuno, non disdegnava un bicchiere di buon vino, bevanda di quasi esclusivo uso maschile: il significato di quel fiasco era forse che il popolo (le donne in particolare) non voleva solo il pane, ovvero la sopravvivenza, ma anche il vino, l'inebriante succo della vita. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.

  • Battute e motti spiritosi dei capracottesi (IV)

    – È ora d'arterieàrte? – Ma è ora de ŝta arresbìlde? È ora di rincasare? Così diceva Fafitto padre al figlio che rincasava, da giovane, sempre tardi. È ora di stare sveglio? Così rispose il figlio al padre che lo rimproverava educatamente dicendogli di dormire a quell'ora tarda. – L'hanno visto con la sigaretta bianca alle Coŝte Grìglie... e che ze créde fìgliete, ca è dun Niculìne Falcóne? Il padre di Fafitto alla moglie e indirettamente al figlio: avevano visto suo figlio alla villa con la sigaretta in bocca, allora gran lusso! Le poteva fumare solo il senatore di Capracotta Nicola Falconi. – Ch'ora è zi Cianù? – Sò le dieci. – Nen puóne èsse! – Pigliati le undici. Una donna chiese a zi Cianuccio Pietracchiéglie l'ora e ne nacque questo breve dialogo. – E mi volete incomodare per tanto poco? Così disse Fiore Mosca, quando i fascisti lo trascinarono perché si recasse a votare e appena mise piede nell'aula, gli dissero: "Già votato"! – Che ze fà a Nàpule zi 'Ndunì? – Uà... Dieci lire! Fu chiesto ad Antonino Trotta quando tornò da Napoli. Per dire "a" ci vogliono dieci lire... a quell'epoca... Che direbbe oggi? – Tenavàme pure nù nu bell'uattóne e mó addó ŝta? – Ze re magneàrne re sùrge adàld'a ru cuatenàre. Fra amici di Erasmo. Il gatto se lo mangiarono i topi (erano elefanti) in soffitta! – Coma fieà a vénne 'l siégge a na lira e mezza l'una se ì arróbbe la paglia? – Ì l'arróbbe fatt'e bòne. Raccontata da Erasmo fra due fabbricanti di sedie. Come fai a vendere le sedie a quel prezzo se io rubo la paglia? Io le rubo già fatte (ossia compete). – E se ru sacriŝtàne ze mòre? E se il sagrestano muore? Così disse mastro Orazio agli amici di Sant'Angelo del Pesco quando doveva prendere la carrozza per andare in Puglia (a quei tempi) sicuro che la corriera passava quando il sagrestano avesse suonato la campana alla 21 ª ora. Purtroppo il sagrestano si dimenticò di suonare e la carrozza passò, cosicché mastro Orazio dovette prendere un mulo per raggiungerla. – Tìte Tìte, quanda cóse tiénghe da dìrte! Così disse Sardanella a Tito Stabile che già da tre anni era tornato dall'Argentina e lo voleva ragguagliare sulle condizioni dei fratelli che colà avevano fatto una grande fortuna. – Madonna méja, falla 'scì nétta... – Ma ch'ara 'scì nétta se ru cuacatùre ŝta chìne? Madonna mia fatela uscire pulita la mano. Ma non poteva uscire netta in quanto si era già tutta sporcata nel vaso da notte. Così diceva mast'Auŝtìne ru Ferràre quando vedeva una cosa che, in un primo momento, sembrava facile e che poi diventava difficile. – Se ze vevésse tanda acca la vacca méja avrìa ŝcattà. Così disse l'ostessa di Sant'Angelo del Pesco rivolgendosi a due carbonai di Capracotta (pare che fossero Cardìglie e Adriano Comegna) che, per una scommessa, bevettero tanto tanto vino. – N'avàŝta ru Cuoàmbe e re Mónde pe pesà. Non basterebbe come volume né Monte Campo né Monte Capraro a ricompensare tutti i carboni che aveva rubato C. Labbate durante la sua vita (cosa comune ai carbonai di Capracotta!), ruberie che poi se ne andavano via così come venivano. Si racconta che una volta pesarono addirittura un ragazzo al posto del carbone e che il compratore (persona autorevole) disse che aveva visto entrare due e non tre persone. – Mai più Leonardo! Così disse un notaio di Lucera a Nardo Comegna quando questi gli espresse l'augurio di fare altre forniture di carbone: pare che al posto di quattro quintali venduti, furono pesati malamente otto e per tanto pagati. Si racconta che il notaio, mentre stava pagando, sudava come don Abbondio dopo che lo avevano fermato gli sgherri di don Rodrigo. – È ŝtate ru carbunàte ch'i à còtte le spalle. È stato il bicarbonato a cuocere i fagioli. Così disse Chianuózzo alla moglie che si vantava di aver saputo cuocere i fagioli senza ingredienti. – Ŝtieàne troppe dutturìsse alla Sucietà. Vi sono troppe persone che guardano come giochiamo alla Società. Così diceva mastro Orazio quando gli amici lo invitavano in quel locale a fare la partita. Gregorio Giuliano

  • Battute e motti spiritosi dei capracottesi (III)

    – Sò accucchieàte piéde e amme, ŝ tieàtte bu ó ne tata e mamma. Si sono sposati e non pensano più ai genitori! – Gnà dice la sacra checòccia, Pasca nen vè né auoànne né l'uoànne che bè. Come dice la Sacra cococcia, Pasqua non viene né quest'anno né l'anno venturo. Proverbio preso in prestito da altri paesi. Si tratta di questo: il Parroco metteva 49 fave nella cococcia (specie di anguria) il giorno successivo alle Ceneri e, prelevandone una al giorno, si arrivava all'ultima col giorno della Pasqua. Ma successe un bel pasticcio; il nipotino del prete ne mangiò parecchie, che vennero sostituite in molte dalla sua mamma, al che lo zio si accorse che non finivano più, e disse quanto sopra ai suoi fedeli. – L'acca de sande Marieàne nen 'mb ó nne. Così diceva la nonna di Angeluccio di Cecca ( ru Ciùppe ) quando piovigginava la mattina che si partiva in pellegrinaggio per San Mariano. – Nen fa niénde ca te mu ó re, ba ŝ ta che tié la salute. Così diceva Vingiénze ru Ciùppe . Era un buon uomo. – Mó scié viaggiàte in seconda, ma mó jéra viaggià in quinda. Così disse Giovanni Carfagna alla Stazione di S. Pietro Avellana, dove sostava da vari giorni per la neve non potendo raggiungere Capracotta, al figlio che era sceso dal treno dalla 2 ª classe, che aveva preso a Roccaraso per fare il bello alla fidanzata in quella località. – N'arviénghe chiù in Italia. Non torno più in Italia. Così disse Rosetta di Mingo Latino quando andò a Milano a fare la domestica. – Ì nen me vuléva maritieà ma nisciùne c'à mannata. Io non volevo maritare ma nessuno mi ha fatto richiesta. Così dice Giustino Comegna. – Maria Teresa, mitte nu bicchiére a Di Rienzo. Così avrebbe ordinato il Re Burlone alla moglie Regina per offrire un bicchiere di vino al suo addetto ai cavalli, il Di Rienzo, che era di Capracotta, bisnonno paterno ad Angeluccio ru Ciùppe . – Che Vingiénze tié misse e m ó te 'mbieàre l'arte. Così disse Primiano D'Andrea a Michelino Del Castello, nipote di Cardìglie , allievo di suo figlio, il quale non volle aiutarlo in qualche lavoro extra. – Vai birgiarella birgiariella dopo il quandinone. Così indicava Rosa Rabbacchino Campana ad un signore turista che voleva sapere dove era la Fonte del Brecciaio nei pressi di Capracotta. – Dove vai, buona donna, con quella cesta sulla testa? – Vado a portare a mangiare a ru sgualàno. – E che porti da mangiare? – Pasta e rivéglie, vini e la schimbòsta. Dialogo fra Pina di Cesare Di Rienzo e una turista. Ru sgualano è il bifolco; le rivéglie sono i piselli; la schimbòsta è il sottaceto. – È nuvolo e puzza di cacio. Così riferì la domestica a don Gregorio Conti che le aveva chiesto di vedere di notte come stava il tempo, e la domestica, anziché aprire la finestra, aprì la porta della credenza, dove c'era del formaggio e, s'intende, era tutto scuro. – Cummara, cummara, sciòcca e maltiémbe fa: 'n casa d'ieàldre è male da ŝ ta. – Cummara, sieà pecché te ne cure? Ca la pizza te coce re cure! La prima commare, sentendo arrivare l'ospite, tolse in fretta la focaccia dal fuoco e la mise sopra la sedia, sedendovi sopra. La commare ospite, nel vedere il focolare in disordine, si accorse che qualche cosa era stato tolto e di qui la risposta. – Dun Alfré, damme du sòlde de quìre che fa fù fù déndr'a re becchiére. Era Teresa Magnapatàne che chiedeva al farmacista due soldi di citrato. – Consiglia, dàire nu becchiére bu ó ne a Còla. Così disse zio Primiano D'Andrea alla moglie che si accingeva a togliere dalla cantina del vino per il figlio, ma che non doveva poi metterci qualche poco d'acqua, passando per il rubinetto. Era una forma di economia e niente altro, comune a tutte le buone mamme di famiglia. – Cumbà, quanda éma sparte ru pu ó rche? – Ze re magnàmme tutte chéla sera che r'accedèmme. Compare, quando dobbiamo depezzare il maiale per fare poi salsicce ed altro? Ce lo mangiammo la sera stessa che fu ammazzato. Dialogo fra Cappellone (macellaio) e Mariano Sammarone, proprietario del maiale. Certo il maiale non pesava dieci chili! Gregorio Giuliano

  • Battute e motti spiritosi dei capracottesi (I)

    – Utemòbela tradetóra, gnà te re carìje a une a une? Automobile traditrice, come te li porti uno ad uno? Così piangevano le nostre donne salutando i congiunti in partenza per la guerra 1915-18. – Mó ze re pòrtane tata re prijéite. Ora papà se lo portano i preti. Detto da Giustino Comegna. Si allude a quando il compagno di gioco si prende il sette di denari. – Z'è muórte Uacciussé senza ca re canósce. Detto da Giacomo Casciero. Pare che in inglese uacciussé [ What're you saying? , N.d.R.] significhi "che cosa dici" perciò al Casciero in America, chiedendo qualcosa, gli veniva risposto "che cosa dici?", e in ultimo chiese chi era morto e gli fu risposto: uacciussé . – Còccia de cuaŝcavàglie, quanda vuó 'l vine, accàttatele. Quando vuoi il vino te lo devi comprare e non bere portando ulmo gli altri. – Ne la vò amà Giulia. Detto da Quintiliano Mosca, alludendo a persone che non vogliono lavorare. – È inutile ca fìŝchie ca la mula non vò véve. È inutile invitare chi non vuol lavorare. – Quand'era vive ì, bonàlma facéva n'aldra via... Così disse Gaetano Cicche Muórte . Da qui il soprannome quando, scoperto a pascolare in territorio di Castel del Giudice, fu dai proprietari percosso e trasportato in territorio di Capracotta perché creduto morto, ma ebbe altre percosse quando pronunziò la frase di cui sopra. – Puózz'avé ne dulóre 'n guórpe lunghe còma la ferrovia de re Ŝtate! Detto da Domenico Casciero. Che tu possa avere un dolore di pancia fortissimo. – Ricche e puvriéglie, jéna 'ndrà a ŝtu cuangiéglie. Ricchi e poveri devono entrare al camposanto. – Pòrtame ne salute a Caitanùcce. – Se re véde! Così raccomandava una donna a un suo parente creduto morto, ma questo ancora vivo, rispose: – Se lo vedo! – C'aja fa ì la cróce e no tu? Così si rivolse al prete Mattia di Mingaccio alla fine della funzione della Passio che durava oltre due ore. – Chéŝta è la atta, e 'l pésce? Così dissero i muratori a Pasquale Di Ciò (alias Frecaviénde ) quando questi si scusò perché il pesce che voleva offrire a loro se l'era divorato la gatta. Ma i muratori pesarono la gatta che raggiungeva circa 1 chilo e perciò chiesero dove erano i pesci. – Orazio, nen sié jùte a ru Passió? – Ŝta ècche ru Passió! Così chiese la moglie a mast'Orazio e questi le rispose: « Ŝta ècche ru Passió » quando trovò la macchina da cucire tutta scomposta dal suo garzone, al quale fece un solenne rimprovero. Il garzone, però, fece osservare al maestro che aveva anche scomposta una sveglia ad altra persona, al che mast'Orazio chiese: – L'hai ricomposta? – No! – E allora ŝchiàffamete 'n gùre. – Allùmame 'n gùre! Così disse Tatuccio al fulmine che di notte illuminò la strada insieme a Luiggiotto dopo che si accorse che la damigiana di vino che portavano si era rotta presso un ostacolo, mentre tentarono di camminare a tentoni. Gregorio Giuliano

  • Battute e motti spiritosi dei capracottesi (II)

    – Era nu brigànde come sugnurìa. Così paragonava, non in senso maligno, verso un bravo signore di Capracotta il capracottese Cianganella. – Chéŝta è carne de patàne e no de carne. Così dice Donato De Simone. Si allude a uomo di scarsa salute. – Facéme le sagne se porta farina Cicce. Così diceva un parente del senatore Falconi. Si può fare una cosa se vi sono i mezzi. – Pò ì Pasca senza dun Pelecàrpe? Può andare Pasqua senza il prete don Policarpo? E cioè: può andare la moglie senza il marito? – Solo il mio sa di saette. Così disse don Antonio Dell'Armi quando, in un intervallo delle funzioni della Settimana Santa (allora vi erano a Capracotta una decina di preti), si sorbivano il caffè ed al suo avevano messo il sale. – E fagli pure delle buone spese. Così aggiunse il prete di cui sopra imitando la scrittura all'autorizzazione al vignaiolo dell'avv. Campanelli perché facesse vendemmiare il reverendo nella sua casina della vigna stessa. – Che disgrazia, compare! Non morire nessun figlio in guerra. Così disse M. Sammarone, verso gli anni attorno al 1929 (anni di crisi), vedendo le donnette portarsi alla Posta per la riscossione della pensione di guerra (quale commento!). – Tutti e due sfortunati, cara presidente: tu senza marito e io senza moglie. Così disse Cicco Carmosino alla Presidente dell'Asilo dove veniva rifocillato per bisogno. Fu allontanato. – È questo quello che non vorrei fare! Così rispose Giacomo D'Andrea al medico che, di comune accordo con suo padre, lo invitava a fare il falegname anziché l'autista verso il 1912-13. – Addó ze trova Ciano! Così disse Ciano la Nasca (cognato di Orazio Stabile) quando si recò in Argentina, rimpiangendo la cara comitiva di amici lasciata a Capracotta, da dove era partito con l'intento di rimanere vari anni. Travolto dalla nostalgia, pare che stette soli due mesi. – Fatti pagare dagli amici tuoi. Così disse, fuggendo, sempre don Antonio Dell'Armi, dopo aver tolto la scala a pioli che dava su un ripiano all'oste di Napoli, al quale aveva chiesto delle cipolle. Ciò perché alcuni malviventi, finti parenti, avevano invitato il reverendo a pranzo nella predetta osteria e poi se l'erano svignata uno alla volta. Fu però più birbone don Antonio. – Te scié scritte a ru libbre de Paschìtte! Ti sei iscritto al registro dei matrimoni: quindi non sei più giovane. – La moglie è una illusione. Così diceva Ceccalone. – Quanda n'ara sendì ŝtu vraciére de chiacchieàre! Così diceva Tatuccio quando si trattenevano le lunghe serate nei locali della Società, con gli amici, attorno al braciere. – Bella legneàme pe fà crucefìsse! Così diceva Luiggiotto alludendo a persone con qualche cosa di male. – Chi sa zappà, zappa che la zappa de léna. Mastro Orazio agli apprendisti svogliati. Gregorio Giuliano

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte di S. Lucia

    La Fonte di Santa Lucia, costruita di fianco all'omonima chiesetta campestre, nacque per rendere disponibile un corso d'acqua che era stato scoperto nel 1949 durante i lavori di edificazione del tempio in onore della Martire, motivo per cui i nostri avi hanno sempre riconosciuto a quest'acqua, se non doti miracolose, perlomeno un'origine prodigiosa. La vena d'acqua è sì superficiale - la cui sorgente si trova qualche metro più indietro, ai piedi di Monte Campo - ma presenta particolari caratteristiche di leggerezza, tanto che si dice abbia proprietà terapeutiche: è un'acqua indicata principalmente per coloro che soffrono di problemi di circolazione. La tradizione orale vuole infatti che nel 1948 la bella e giovane santa siciliana apparve in sogno ad Antonio Nigghióne Paglione, chiedendogli di costruire una chiesetta in suo onore alle pendici di Monte Campo. E fu lì che un gruppo di 22 capracottesi decise di costruire una cappella a pianta rettangolare a capanna, con muratura portante in pietra, un portale architravato ed un campanile a vela, i cui lavori terminarono due anni dopo. La solenne apertura al culto avvenne però il 10 settembre 1951, dopodiché la chiesuola venne finalmente dotata di una statua della santa, dono del siracusano Vincenzo Florio, suocero del nostro Nicola Giuliano. In realtà furono molti di più i cittadini che contribuirono a realizzare la chiesa, sia come manodopera sia attraverso le donazioni in denaro provenienti dalla vendita del grano, il quale è rimasto nella tradizione religiosa sotto forma di ranieàte  (grano bollito). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Suggestioni del bosco: autunno

    Pennellate d'oro rosso e giallo infiammano le chiome; il verde che rimane imbruna, tormentato dalle sferzate del vento che lo piega, lo avversa. Le foglie cadono  nello scompiglio, si disperdono, si ammucchiano, formano tappeti lievi e mutevoli, come  animate da un desiderio irrefrenabile di abbandono; poche  rimangono, tremanti farfalle autunnali sugli arti degli alberi rugosi e ormai quasi del tutto spogli. Negli squarci aperti  passano nuvole brune; il bosco emette un rumore di pesi infranti, rami, forse massi, che cortecce spettrali ripetono, poi un lampo, una scarica si abbatte crepitando, rovina furiosa corpi già deboli. Seguono istanti di esitazione, un'interruzione del respiro prima della pioggia che lacrima lenta e poi piange insistente facendosi spazio ovunque, trascinando i resti caduti, modellando ogni cosa, passando una mano fredda sul profilo più esposto del monte. Flora Di Rienzo

  • Fafilì e fafalò

    Voglio raccontare un aneddoto capitato ad un mio amico ma, per questo racconto, userò un nome fittizio per il protagonista, diciamo Antonio . Ci trovavamo, come tutti i giorni, davanti alla Fontana di San Giovanni, quand'ecco arrivare Antonio. Era mogio mogio e, con una mano, si copriva la faccia di lato. – 'Ndò, che sié fatte? Lui si levò la mano dal viso e vedemmo che aveva i capelli tagliati solo da una parte, al che gli domandammo chi glieli avessi tagliati a quel modo. Antonio rispose: – Me r'è fatte ze Brièle e m'è dìtte: "Uaglió, vattìnne alla casa e arvié chiù tarde ca l'uócchie me fieàne fafilì e fafalò!"... Inutile aggiungere che morimmo tutti dal ridere. Nicola Carnevale

  • Un capracottese nella città degli strani tesori

    Tutto era cominciato in un radioso mattino in cui il cattivo tempo aveva ceduto la scena ad uno splendido sole, le condizioni meteo favorevoli avevano sollecitato la corsetta troppo a lungo rinviata. Si era ritrovata ad imboccare la solita strada extraurbana dove, dai campi prospicenti percepiva sommesso, forse a causa dei recenti rovesci, l'aroma di aglio rosso che, con i confetti, è considerato uno degli strani tesori di questo luogo. Pienamente immersa nella musica dei Pink Floyd diffusa dagli auricolari, non aveva avvertito l'elegante auto scura con targa straniera che si era accostata e del passeggero che chiedeva indicazioni per raggiungere il supercarcere. Lo troverà alla sua sinistra dopo aver superato il semaforo e il cavalcavia. Il breve dialogo aveva dirottato la sua attenzione sul panorama come se mai fosse passata da quelle parti, il nuovo complesso carcerario, tutto cemento e ferro, in lontananza Corno Grande, sommità del sovrano degli Appennini, il Gran Sasso e, mimetizzato dalla folta vegetazione e dall'impalcatura per il recente restauro, il campanile dell'Abbazia di Santo Spirito al Morrone ove, fino agli anni Novanta dello scorso secolo, aveva avuto sede la vecchia casa di reclusione. Lungo il percorso, la riflessione sulle profonde differenze fra le due cittadelle carcerarie si era alternata con le elucubrazioni sullo sfregio inferto al Monte dal devastante rogo dell'estate 2017 e con la considerazione relativa ai luoghi d'interesse custoditi in questo lembo del Morrone: Fonte d'Amore, celebrata oltre venti secoli fa dal Poeta, i resti del tempio di Ercole Curino, sito lungamente identificato quale villa del Poeta, il Campo 78, dalla numerazione che i Tedeschi attribuirono ai campi di concentramento sul territorio italiano e, ricorrendo alla descrizione di Giuseppe Capograssi, illustre figlio di questo luogo, « la piccola casa, a mezzo il monte, la casa antica e santa di quel singolare e mirabile papa Celestino che fu poi santo, e che rifiutò o meglio rinunziò, per tornare alla bella montagna serena, alla vista della gran valle incantata, il triregno e il gran manto. Rivedo il povero frate eremita... chiedere a Dio l'eremo solitario e orrendo, e il grande silenzio mistico della montagna nuda [...] . Egli rimpiangeva amaramente i grandi cieli e la grande pace della grotta nativa, il profondo silenzio delle montagne, il profondo azzurro della notte stellata che parlava della gloria di Dio ». A corsa terminata era passata nei pressi di un immobile in ristrutturazione sulla cui facciata campeggia il manifesto, color rosso pompeiano, che rammenta l'evento celebrato nel 2017: il bimillenario della morte del Poeta e, nel rincasare si era soffermata a rimirare, ancora una volta, il ragazzo del ritratto caricatura che, dietro gli occhialoni da sole, immaginava la fissasse con la sua inconfondibile espressione sorniona. In quell'istante cominciava a persuadersi che l'ambiente circostante le stava fornendo alcune delle tessere di un mosaico che desiderava comporre, avrebbe dovuto cercare le mancanti. L'intuito le suggeriva di esaminare il cospicuo materiale che, ormai già da qualche anno, le era stato affidato in custodia e che aveva ignorato per mancanza di tempo. Dopo un'indagine spasmodica, a seguito della quale aveva rinvenuto persino una copia del periodico "Voria" che conosceva unicamente in versione digitale, era faticosamente riuscita a individuare ciò che cercava. Ancora oggi, nonostante il lungo tempo trascorso, evocare l'attimo dell'identificazione della documentazione che sperava fortemente di reperire le fa provare sempre la stessa piacevole sensazione di euforia. I frammenti incastrati rivelavano, via via la città, Sulmona, il Poeta e il ragazzo, tutt'altro che contemporanei fra loro e che, ad accostarli, poteva sembrare ardito ma le prove della loro frequentazione, custodite in un recondito anfratto della memoria avevano scatenato la sua curiosità. Così, grazie a vecchi libri, ritagli di quotidiani, fotografie in bianco e nero, un fascicolo dal titolo "Amicizia Italo-Romena" era iniziato un sorprendente viaggio nel passato. Intervento oltremondano L'avevo sorpresa che frugava nella cassapanca contenente il mio passato, parte del mio passato, e avevo colto le espressioni che si avvicendavano sul suo volto. Lo stupore si era alternato all'aria interrogativa, ripetutamente pareva si chiedesse "chi era costui?", l'interesse per quel documento, quella foto o quel libro aveva infine lasciato spazio all'aria soddisfatta di chi aveva trovato un piccolo tesoro. Ella era alla ricerca di tracce di un suo illustre concittadino che, alcuni decenni or sono, mi videro coprotagonista di eventi volti a celebrarlo e lei se ne era ricordata... nulla di eccezionale se non fosse che, all'epoca dei fatti, poteva avere otto o nove anni. Ipotizzo che abbia ricordato un evento in particolare, forse perché in uno dei giorni in cui ero impegnato nella "Settimana dell'amicizia Italo-Romena", il 24 luglio 1973, era nato suo cugino il mio nipote più giovane. Riusciva a disorientarmi col suo evocare episodi del passato non recente ed ero convinto che la sua memoria avesse del prodigioso, di tanto in tanto mi aveva anche rammentato della visita della delegazione degli ex prigionieri Britannici della Seconda guerra mondiale che arrivarono in città nell'estate del 1978 - all'epoca era però adolescente - e, con una indimenticabile cerimonia, Cristoforo prelevò due mattoni da Campo 78 affinché uno venisse custodito a Palazzo San Francesco, sede del Municipio, e l'altro lo portarono via con loro in patria, « per non dimenticare l'orrore della guerra » . Recentemente è stata data una spiegazione all'arcano: è affetta da ipertimesia, possiede cioè una memoria biografica superiore e per questo senza alcuno sforzo riesce a trasformare un ricordo in una nitida rappresentazione dell'esperienza originale. Si tratta di mia nipote, creatura forastica oltre che ipertimesica, cugina inseparabile di mia figlia Mari, ciascuna delle quali a loro dire viveva il triste status di figlia unica. Mio cognato, non l' abusivo , l'altro, aveva preso a definirla orso peligno a causa del suo fare prevalentemente malmostoso. Solo in occasione delle feste e dell'estate, quando da Roma arrivavano i miei tre nipoti e si ricostituiva la banda dei piccoli di casa, grazie ad una febbrile attività diplomatica della mia Mari e di Antonello, si riusciva a vederla appena appena cordiale. Ma lasciate che mi presenti. Sono l'uomo del ritratto e non il ragazzo ahimé! contavo cinquanta primavere quando il maestro Maiorano lo realizzò e me ne fece dono, graditissimo. Avevo i baffi a causa di una scommessa... persa, lascio immaginare che burlone potessi essere: carnefice ma anche vittima ! Sono nato a Capracotta nell'unico mes' 'e frische sotto il segno del leone, all'anagrafe Antonio, per la famiglia e gli amici Ninetto, un cognome che, guarda il caso, genera perfetta consonanza con il luogo di nascita quasi a sancirne il legame profondissimo. Di Capracotta ho sempre adorato tutto, tanto da ritenere che la vòria , il tipico vento che spadroneggia nei lunghi inverni, e le copiose nevicate, fonte di diletto di cui mai ero pago, siano pura poesia al contrario di quanto affermava il resto della famiglia. In seguito, accadde che chiunque ascoltasse i miei racconti rimaneva talmente rapito che volentieri mi seguiva per visitare il luogo che mi diede i natali: dalla valle Peligna, a bordo della mia Fiat 124 pervasa delle note del "Tema di Jill" dell'immenso Morricone, capitanavo gioiose carovane di vetture per splendide gite con il sottoscritto che mostrava, nell'inedita veste di guida turistica, Capracotta in lungo e in largo a cominciare dalla tenuta Monte di Mezzo nei pressi della stazione San Pietro Avellana-Capracotta, passaggio obbligato per il Santuario di Santa Maria di Loreto, trattenendosi lungamente in centro per poi arrivare a Prato Gentile. Attualmente, oltre alla creatura forastica, c'è persino qualcuno dei miei antichi pards che rammenta ancora la torre post-bellica causa miei accorati lamenti in ricordo dell'originale distrutta dai Tedeschi. Lo devo ammettere, la mia vita fu segnata da esperienze estreme, fui fanciullo terribile dapprima, con i miei cugini Michele e Pasqualino ne combinavamo di ogni, ragazzo difficile poi, ribelle, caparbio, amante delle mie opinioni e insubordinato a prescindere tanto da abbandonare gli studi per uno sciocco capriccio. Percepivo perfettamente che gli adulti avevano ormai preso a considerarmi uno di quei perdigiorno magistralmente descritti dalla premiata ditta Fellini, Flaiano & C. nel film "I vitelloni" e che nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di me. Con questo curriculum vit æ arrivai nella città degli strani tesori in quel terribile inverno del 1943. Imperversava la Seconda guerra mondiale e i nazisti, in ritirata, avevano ridotto in macerie i luoghi, posti lungo la linea Gustav, ove avevo vissuto fino a quel momento. L'addio al borgo, che desideravo con tutto me stesso solo transitorio, il lungo viaggio in cammino verso l'ignoto, oggi come allora, suscitano in me profonda mestizia. L'arrivo in città, al contrario di quanto andavo immaginando, mi riservò una calda accoglienza da parte dei cari paesani che mi introdussero in un gruppo di coetanei. Ebbi tuttavia appena il tempo di ambientarmi e stringere amicizia con Aroldo e Alfonso che fui chiamato a prestare servizio militare di leva a Bergamo. Di quei lunghi mesi mi resta un ottimo ricordo del poco tempo libero la cui colonna sonora era scandita dalle musiche di Glenn Miller giacché, ben presto, grazie alla celeberrima "In the mood", divenni un discreto ballerino di boogie woogie. Quanto all'esperienza militare ehm!... dopo tutto questo tempo posso ammettere che, a causa della mia innata attitudine a cacciarmi nei guai, non fu delle migliori. Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona. Perché evocare Hillman? Per spiegare che il daimon tardò a manifestarsi e, quando accadde, si servì di due uomini straordinari che riuscirono a far emergere le mie inclinazioni. Il primo, uomo di chiesa che aveva posto alla base della sua vita pastorale il rapporto con i giovani fu il parroco della Cattedrale di San Panfilo. Il nostro primo incontro avvenne nella cucina, unica stanza fruibile, della piccola casa di via Gran Sasso dove stavo dando lezioni di latino a due ragazzini del vicinato. Egli invece era in giro con un carrettino per raccogliere cibo da dare ai poveri per contrastare la miseria nera che caratterizzava l'immediato dopoguerra. Mia madre, nonostante le nostre ristrettezze, riuscì a rabberciare qualcosina sottraendola al già misero pasto che stava preparando per la nostra cena e fu l'occasione per confidare le sue preoccupazioni di donna sola, col marito emigrato in Venezuela per poter lavorare e quattro figli, le tre femmine: una sarta, l'altra commessa e l'altra ancora studentessa, e l'unico maschio, il maggiore, che non aveva ancora trovato la propria collocazione nel mondo. Stupito dal fatto che non possedessi un diploma nonostante la mia dimestichezza con il latino, titillando le più recondite corde del mio amor proprio, mi persuase a riprendere gli studi bruscamente interrotti e lo fece affidandomi alla seconda persona che ebbe un ruolo di rilievo nella mia vita, un professore che, condividendo appieno l'ottima nota di qualifica « con i suoi allievi instaurava quel colloquio di anime che è il presupposto di ogni efficace insegnamento » . Partigiano, giovanissimo fu arrestato e recluso nel carcere di Regina C œ li, uomo che mise la sua cultura al servizio delle istituzioni della politica locale fino a divenire presidente del Consiglio della Regione Abruzzo. L'occasione era tale che non potevo fallire, tenendo conto che il Don seguiva le mie vicende e, per dirla fino in fondo, continua a vegliare su di me col solito sguardo benigno poiché le nostre dimore, ultime, sono l'una di fronte all'altra. Cercando di conciliare piccoli lavori con lo studio riuscii a conseguire il diploma magistrale e ad iscrivermi all'Università la cui frequenza fu interrotta dall'inizio del mio impiego, in qualità di insegnante, presso la casa di reclusione che aveva sede presso l'Abbazia di Santo Spirito al Morrone a Badia, ambiente che cominciai a descrivere nei miei reportage che, periodicamente, venivano pubblicati sulla stampa locale. Contestualmente iniziò a manifestarsi il mio interesse per la politica che divenne, pian piano, una vera passione. Il parroco, pur non condividendo il mio orientamento politico, mostrò sincero entusiasmo per la mia metamorfosi e, dopo adeguata formazione, fui coinvolto nella politica attiva della città che mi vide antagonista del mio ex professore ma sempre all'insegna della collaborazione per il bene comune, territorio e concittadini, e del reciproco rispetto. Quilibet hanc sævo vitam mihi finiat ense, me tamen extincto fama superstes erit, dumque suis victrix omnem de montibus orbem prospicie domitum Martia Roma, legar. [Qualcuno potrebbe anche por fine alla mia vita con la spada crudele, ma la fama resterebbe intatta dopo la mia morte e finché Roma, la città di Marte, guarderà vittoriosa dai suoi colli il mondo a lei soggetto, continueranno i miei versi a essere letti.] Veniamo ora al Poeta che tanta curiosità aveva suscitato nella creatura forastica fulminata, oserei, in occasione di quella provvidenziale corsetta troppo a lungo rinviata . Publio Ovidio Nasone, la vita del quale fu segnata dalle, già citate, esperienze estreme, nacque da famiglia patrizia nella città degli strani tesori il 20 del mese di marzo, 43 anni prima di Cristo e, a differenza di quanto avvenne al sottoscritto, sin da ragazzo era totalmente posseduto dal suo daimon , egli aveva individuato tempestivamente la sua vocazione: era attratto dalla poesia. Tuttavia, per volontà del padre, che desiderava per lui la carriera forense, fu mandato a Roma per studiare eloquenza e retorica. Divenne avvocato e, per completare la sua educazione, iniziò un pellegrinaggio di cultura fra Atene, l'Asia Minore e la Sicilia. Al suo ritorno a Roma fu nominato giudice ma il grande amore che nutriva per la poesia lo portò ad abbandonare la pratica della legge e né gli onori conquistati nella magistratura dell'antica Roma né le pressioni paterne riuscirono a distoglierlo dalla sua inclinazione. Divenne uno dei più prolifici versificatori della latinità, praticando, spesso mescolandoli, i generi più diversi: erotico Amores , didascalico Ars amatoria , Remedia amoris e Medicamina faciei femine æ , elegiaco Heroides , epico Metamorphoseon , civile Fasti , epistolare Tristia , Epistul æ ex Ponto , tragico Medea e Gigantomachia , opere perdute. Nell'8 d.C., mentre si trovava sull'Isola d'Elba, la sua vita tutta onori e successo fu segnata dall'episodio drammatico della condanna alla relegatio nell'antica Tomis, attuale città romena di Costanza, ad opera del princeps Ottaviano Augusto, senza neanche un sommario processo. Il motivo della condanna, mai dichiarato esplicitamente, ha appassionato fior di filologi e storici ma l' affaire Nasone ai giorni nostri risulta ancora un enigma sebbene, nelle opere dell'esilio, ricorrano ossessivamente due termini: « carmen et error » , quasi a voler fornire degli indizi. Gli studiosi moderni non ritengono fondata l'ipotesi secondo cui, col pretesto che l' Ars amatoria ( carmen ) fosse opera immorale e scandalosa e che il Poeta si fosse reso inavvertitamente colpevole di un intrigo con la nipote del princeps Giulia Minore ( error ), questi lo condannò alla relegatio , ma il motivo risieda piuttosto in tutti quei carmina in cui implicitamente, ma talvolta apertamente, il Poeta espresse un dissenso generale nei confronti del regime augusteo e delle prospettive successorie e non da un involontario error ma in una consapevole e volontaria adesione ad un progetto eversivo. L'elegante ed imponente simulacro di Ovidio si trova nella centrale piazza XX Settembre, quella piazza XX che per gli adolescenti della generazione della mia Mari e della creatura forastica era luogo d'incontro, « una sorta di stanza degli ospiti alla quale un bizzarro architetto ha rimosso il soffitto, la stanza senza cielo preferita » . La statua fu realizzata da Ettore Ferrari - eccellente scultore italiano, autore, per intenderci, del Giordano Bruno in Campo de' Fiori a Roma e di innumerevoli altre opere - e costituisce ormai uno degli elementi identitari della città, ritrae il Poeta in atteggiamento di profonda meditazione, fu inaugurata il 30 aprile 1925 alla presenza del re Vittorio Emanuele III ma non dell'autore, repubblicano convinto, che arrivò in città il giorno precedente per completarla inserendo lo stilo nella mano destra senza tuttavia intervenire alla cerimonia. Si tratta in realtà del monumento gemello, il cui bozzetto fu esposto all'Esposizione Nazionale di Torino del 1884, di quello eretto a Costanza sin dal 30 agosto 1887. Per sugellare l'unione fra le due patrie del Poeta, nel 1968 il senatore Amintore Fanfani suggerì alla compagine che amministrava la città un gemellaggio con l'obiettivo di promuovere iniziative per diffondere e far conoscere sia il nome del sommo Poeta sia quello delle due città gemellate attraverso progetti culturali ed educativi che coinvolgessero anche le nuove generazioni. Il 6 giugno 1968, in un mondo completamente diverso da quello odierno, in pieno clima di guerra fredda con la Romania aderente a blocco sovietico, la cultura riuscì ad aprire un varco con la realizzazione del gemellaggio Sulmona-Costanza nel nome di Ovidio. Numerose furono le iniziative che portarono in città personaggi del calibro del professor Ettore Paratore, uno dei più illustri latinisti dell'epoca, ho ancora ben presente la sua lectio magistralis e numerosi furono i viaggi alla volta di Costanza mossi da sincero fervore culturale. Frugare nel mio passato - e pensare che ero fermamente convinto di essere stato inghiottito dall'oblio! - aveva intanto suscitato un interesse tale per il Poeta che, il 7 gennaio 2020 in occasione della proiezione del docufilm di Davide Cavuti "Lectura Ovidii" nel locale cinema gremito all'inverosimile, la creatura forastica, pur di non perderlo, era rimasta in piedi per tutta la durata del film e lungo la via del ritorno a casa avevo notato con piacere la sua aria soddisfatta di chi aveva esplorato con successo un mondo sconosciuto. Colgo la stessa aria soddisfatta quando la vedo perdersi in passeggiate a Capracotta, percorrendo lo stesso terreno sul quale i nostri antenati avevano messo piede prima di tutti noi e anche della mia Mari. Alda Belletti Bibliografia di riferimento: G. Capogrossi, Pensieri a Giulia (1918-1924) , Bompiani, Milano 2007; F. Ghedini, Il poeta del mito. Ovidio e il suo tempo , Carocci, Roma 2018; J. Hillman, Il codice dell'anima , Adelphi, Milano 1997; E. Mattiocco, Giuseppe Bolino: 13 gennaio 1926-18 novembre 1984 , Colacchi, L'Aquila 2014; Ovidio, Tristia , libro III, Rizzoli, Milano 2020; A. Pizzola, La sera andavamo a piazza XX , Sulmona 2013.

  • I minatori di Bianca Santilli

    Estremamente difficile è oggi dimostrare capacità creative ed interpretative in un artista, specialmente nel contesto di una società come la nostra, sempre più predisposta alla pianificazione delle menti. È pressoché impossibile riuscire ad esprimere qualcosa di diverso senza cadere negli artigli della moda corrente, ben manipolata da grossi interessi economici. Mi risulta, inoltre, oltremodo difficile riuscire a leggere ed interpretare i fenomeni umani senza essere condizionato da pregiudizi consumistici. Bianca Santilli è tra le espressioni più elevate della cultura molisana per la eccezionalità e la vivacità della sua creatività che nelle opere di pittura trova uno spazio ed una dimensione di grande interesse, per l'acutezza del suo ingegno e del suo spirito di osservazione. Un numero incredibile di opere in una produzione inarrestabile e travolgente fanno di Bianca Santilli uno dei pilastri della cultura artistica molisana del nostro secolo, recependo le istanze di un mondo incerto e travagliato nel passaggio da una società patriarcale e contadina ancorata ad ataviche tradizioni ad una società trascinata in una prospettiva di violente contraddizioni. Inevitabile, per chi vuole capirla, è il collegamento ad altre espressioni artistiche molisane. Valga come esempio Francesco Jovine che nella sua letteratura spesso adopera un linguaggio ed una forma espressiva che ritroviamo nel linguaggio di Bianca Santilli. Sono due modi di esprimersi diversi che sostanzialmente trovano comunanza di linguaggio e di finalità nella identica capacita di interpretare, fino alla esaltazione, l'umile realtà del proprio popolo: «il solicello di novembre faceva fumigare blandamente la terra. Gli uomini spargevano il seme stringendolo alle sacche annodate alla cintola, le donne sarchiavano con minuto, rapido zappettio per seppellire i chicchi». Personalità complessa ma mai contraddittoria è quella che Bianca Santilli presenta a chi la conosce da vicino, con i suoi mutevoli atteggiamenti esteriori, negli alti e bassi tipici delle personalità emotive e particolarmente sensibili. Ma, se tale affermazione può caratterizzarla nel suo essere donna, certamente non è sufficiente per chiarire la sua espressione artistica che, certamente condizionata dal suo modo di vivere, trascende i suoi problemi esistenziali per raccogliere il senso universale della condizione umana. La sua pittura è, sotto certi aspetti, un'accusa spietata a tutta la società moderna che fonda il suo benessere sulla necessità di esistenza di classi che eternamente sono state sfruttate nella storia dell'umanità. Accusa che ha il diritto e il dovere di fare quando trasporta se stessa nel fatto narrativo mitizzando e puntualizzando situazioni umane in cui lei è presente nei caratteri somatici dei personaggi che non a caso prendono somiglianza, molto spesso, dalla sua figura fisica. Non vi è una sola opera che non abbia il potere magico di attrarti e farti riflettere. Non vi è una sola opera ove gli sguardi silenziosi dei suoi personaggi non facciano esplodere i timpani di chi ne rimane impossessato. Non vi è una sola opera che non sia un urlo disperato, congelato dietro immagini rassegnate. Non vi è un solo brano di retorica nell'elaborare situazioni obiettive e reali, dove non appare niente di allucinante, ma tutto vivo come la vita di tutti i giorni nascosta dietro il muro di un orfanotrofio, nelle viscere della terra, in una cipolla su un tavolo, nel quotidiano lavoro degli autentici proletari. Un senso di vertigine non provocato da giochi geometrici astratti o assurdi spruzzi di colore. La sua pittura si compone come architettura in cui ogni elemento è indispensabile, costituendo di per sé un capolavoro isolato e che comunque condiziona tutto il resto. Non ha bisogno di decidere quale sarà il soggetto della tela o della grafica: le basta disegnare una mano o un occhio e necessariamente tutta l'opera viene fuori da sola, perché quella mano e quell'occhio potranno essere il particolare di una sola opera irripetibile. Fa distinguere la sua arte un'enorme capacita di produzione con opere a getto continuo nei ritagli che le lasciano i problemi familiari, con le corse dall'acqua che bolle in cucina alle cacche del figlio più piccolo. Una produzione che si sviluppa senza una sola pausa motoria, senza riflessione nel momento compositivo dell'opera. Per questo grande è la sua arte. Nel saper riflettere fuori dell'atto creativo, nel saper riflettere nella sua vita quotidiana, nell'ansia continua, mozzafiato, di non fare in tempo a prendere il treno per il suo luogo di lavoro o nella preoccupazione ossessiva che i figli si facciano male. E tutta la sua vita è un turbinio di urli esagerati, di espressioni gestuali quando racconta un fatto, di felicità commossa per la gioia di un amico o di un parente. Bianca Santilli è nata a S. Pietro Avellana, è maturata culturalmente a contatto con gli operai della fornace di mattoni di suo padre negli anni dolorosi della ricostruzione post-bellica. È maturata a contatto con i pastori transumati sul tratturo che le passava davanti casa; è maturata con la genialità espressiva e gioiosa dei capracottesi, nella quiete degli immensi boschi di Montedimezzo. Il Liceo artistico e l'Accademia le hanno dato la capacità tecnica di esprimere il suo mondo, la sua gente. Un mondo fatto di silenzi profondi. La donna molisana, cui l'emigrazione ha tolto il marito, sbattuto, attirato da un improbabile benessere, in Germania o in Svizzera. La donna molisana con il suo eterno vestito nero. Mai discorsi banali affiorano dalla sua narrazione e nulla è affidato al gusto formale. Tutto è essenziale. Tutto l'inutile evitato. Mai elaborazione formale fine a se stessa. Tutto estremamente pregnante e carico di contenuti. I suoi minatori sono qualcosa di straordinario. Una capacità espressiva di un realismo graffiante in quei volti resi inespressivi dalla rassegnazione. Volti di gente su cui pesano non poche responsabilità di una società ingiusta. I volti delle mogli dei minatori che aspettano il ritorno dei proprio mariti, immobili dietro Ia sbarra del montacarichi, certamente rappresentano l'opera che meglio esprime il pensiero logico di Bianca Santilli. È una narrazione che supera il fatto formale e cromatico. Anzi questo è solo la molla che fa scattare un meccanismo in chi osserva e che fa immaginare tutto un mondo che, sebbene non appaia fisicamente nelle immagini, traspare in forma evidente nei volti delle donne. Volti carichi di umanità, resi birilli anonimi da una società che li gioca a suo piacimento. Nella figurazione l'elemento determinante, la struttura portante, è l'esaltazione della vita nei suoi aspetti più belli come ansia della pittrice ed è anche un invito agli sfruttati a ribellarsi. Perciò assume significato trascinante il volto del minatore baciato da una figura femminile. Il volto del minatore che si sposta dal centro che sembra incredulo di fronte alla possibilità di una libertà e alla prospettiva di un mutamento definitivo dalla sua realtà quotidiana. Una paura del fatto sempre aspettato. Incredulità per l'annullamento di un'acquiescenza passiva. Non si può isolare il suo linguaggio dalla tradizione radicata del mondo molisano ove ogni azione gestuale della sua gente riflette secoli di storia subita, di storia imposta, di storia inventata per il tornaconto di politiche autoritarie. Lo stesso vale per il minatore baciato dal figlio. La rabbia dell'uomo costretto a separarsi dalla sua unità. Il bacio del figlio, la bocca predisposta ad un urlo congelato di rabbia, la figura della sua donna che si sviluppa dal suo cervello, creano necessariamente l'immagine immediata che rende in un attimo la storia di una vita, la crudeltà di una esistenza. In questi ultimi tempi Bianca Santilli si è particolarmente dedicata alla grafica. È una scelta che le deriva dalla necessità di far scivolare le immagini con maggiore velocità dalle sue mani, dalla volontà di cristallizzare con immediatezza i pensieri che si sviluppano nella sua mente. Allora acquistano maggiore vigore le immagini colorate e vorticose dell'ultima produzione, quando la voce diventa sostanza. Ancora Jovine mi sembra utile per capire alcuni aspetti del linguaggio di Bianca Santilli: «Se mio padre quando andava in campagna tardava più del solito a rincasare, lei si affacciava al balcone che guardava il cimitero e lanciava i suoi gridi di richiamo nella valle, tra le tenebre fitte. La voce di timbro acutissimo aveva come uno strascico di pianto sull’ultima vocale e chiamava in uno sperduto viottolo tra le siepi di lentisco perché qualcuno doveva averlo assassinato». Oggi Bianca Santilli vive a Sulmona. Ciò che preoccupa chi ha piena fiducia nelle sue capacità è il successo sempre crescente della sua pittura. Ma il senso critico e la sua radicata spontaneità le permettono di riuscire ad estraniarsi da certi meccanismi consumistici. Del resto l'azione critica e culturalmente progressista di Gianni Pardi, suo marito, sono un pungolo continuo ad operare in questo senso per la sua maturata esperienza di fine ceramista e per la venerazione per il mondo poetico della compagna della sua vita. Franco Valente Fonte: F. Valente, Artisti molisani in copertina: Bianca Santilli , in AA.VV., Almanacco del Molise 1977 , Nocera, Campobasso 1977.

  • La transumanza, i pastori, la Madonna

    Haec nota et nobilis, quod et pecuaria appellatur, et multum homines locupletes ob eam rem aut conductos aut emptos habent saltus; altera villatica, quod humilis videtur. [Varrone, "De rustica", 37 a.C.] Alcuni studiosi fanno risalire le origini della transumanza (da trans e humus , attraverso la terra) alla civiltà sannita e lo storico latino Varrone conferma che essa era ampiamente praticata in epoca romana repubblicana. Dopo un periodo di contrazione durante l'Alto Medioevo, la transumanza risorse ad opera dei Normanni e degli Svevi. La dominazione angioina non ne interruppe la tradizione ma la floridezza cessò a causa della concessione in proprietà dei pascoli demaniali e per l'imposizione di tasse troppo gravose. Lo sviluppo definitivo della transumanza e la sua istituzionalizzazione avvennero per mano di Alfonso d'Aragona (1393-1458), il quale, avendo intuito quali grandi potenzialità economiche si celassero in questa pratica plurisecolare, decise di istituire nel 1447 la Regia Dogana della Mena delle Pecore, con sede prima a Lucera, quindi a Foggia. La Dogana fu concepita per riscuotere e preservare la ricchezza dello Stato aragonese tanto da rappresentare sin da subito la prima fonte di ricchezza per la Corona. Essendo spagnolo, Alfonso d'Aragona imitò l'organizzazione dell' Honrado Concejo de la Mesta , un'associazione iberica in cui gli allevatori spostavano ogni anno in Castiglia le pecore dell'Andalusia e dell'Estremadura, e viceversa. Il sovrano costrinse quindi tutti gli armentari abruzzesi che possedevano più di 20 pecore ad usare la superficie pascolativa pugliese pagando un modesto canone di 2 ducati per ogni centinaio di pecore. Il sovrano sapeva bene che una delle difficoltà che tratteneva i montanari dallo scendere d'inverno al piano era rappresentata dall'insicurezza del tragitto, soggetto alle violenze dei briganti e alle angherie dei vari feudatari. Per proteggere ed incrementare l'industria armentaria, Alfonso nominò un funzionario catalano, Francisco Montluber, a capo unico della Dogana, dotato di ampissimi poteri: i perni su cui ruotò la macchina doganale furono infatti il foro privilegiato per i portatori d'interesse e il monopolio di tutte le aree pascolative. Col primo cardine tutti gli individui coinvolti nella transumanza (oggi diremmo stakeholders ), fossero semplici pastori o ricchi proprietari (detti "locati"), vennero sottratti alla giustizia ordinaria, sia civile che penale, ed assoggettati ad un apposito tribunale istituito presso la Dogana. L'anno doganale cominciava il 15 agosto - giorno dell'Assunzione di Maria, che è il titolo della nostra Chiesa Madre - ma la partenza delle greggi non avveniva prima del 15 settembre, una settimana dopo la festa della Madonna di Loreto, la più importante ricorrenza religiosa di Capracotta. Era comunque fatto divieto di varcare il fiume Fortore prima della metà di ottobre, prima cioè che il doganiere giungesse a Serracapriola per la numerazione dei capi e l'assegnazione dei relativi pascoli. Gli Aragonesi, interessati a convogliare in Puglia il maggior numero possibile di armenti, affittarono, a un giusto canone, dai privati ulteriori sterminate estensioni di pascolo a tempo indeterminato, permettendo alla Dogana di raggiungere i 5 milioni di capi d'allevamento registrati. La vasta superficie pascolativa pugliese era stata divisa in 43 "locazioni", (oridinarie ed aggiunte) suddivise in ben 400 "poste". I locati, riuniti secondo la loro "patria", occupavano sempre la medesima locazione. In attesa che venisse fatta la numerazione delle pecore da parte dei proprietari e la conseguente assegnazione del pascolo, le greggi sostavano nei "riposi", ampie estensioni di pascolo demaniale. L'operazione di registrazione degli affittuari e del carico delle bestie nel libro doganale - il cosiddetto Squarciafoglio -, fondamentale ai fini del pagamento della "fida", doveva chiudersi entro il 25 novembre. Da quella data in poi le mandrie invadevano il Tavoliere per tutta la durata dell'inverno e vi rimanevano fino al 25 marzo, giorno dell'Annunciazione. A questa data avveniva la "scommessione", con le greggi che potevano cioè circolare liberamente sui pascoli del Demanio e dirigersi verso Foggia, dove ai primi di maggio vi era una grandissima fiera, nella quale i locati vendevano lana, formaggio, agnelli e castrati, realizzando il guadagno d'un anno di lavoro e pagando al fisco la seconda rata della fida. A questo punto l'avventura in Puglia dei pastori transumanti era terminata e gli animali riprendevano la via dei monti, giungendo a casa entro la fine di maggio. Gli ultimi pastori rientravano a Capracotta al massimo il 13 giugno, giorno di sant'Antonio di Padova, tanto che esisteva il detto: A sand'Andògne chi n'è 'rmenùte o è muorte o z'è perdute! I signori d'Aragona, nel riassetto che diedero alla pastorizia, provvidero a realizzare e manutenere una fitta rete di vie di comunicazione, rigorosamente sorvegliate, che vanno sotto il nome di "tratturi" (dal latino tractorium , cammino tracciato). Si tratta di strade erbose, larghe oltre 100 metri, collegate tra loro per mezzo dei più piccoli "tratturelli" e "bracci". L'intero reticolo tratturale contava circa 1.400 km. di percorso e includeva quattro tratturi regi principali: i pastori di Capracotta prendevano perlopiù il Celano-Foggia, che da S. Pietro Avellana, attraverso i territori di Vastogirardi, Carovilli, Pescolanciano, Salcito, Castelbottaccio, portava al Biferno. Si pensi che nell'anno 1700 Capracotta dichiarava ben 113.000 capi d'allevamento, buona parte dei quali erano proprietà della Confraternita di S. Maria di Loreto . In autunno e in primavera i funzionari, detti "cavallari", controllavano i 6 passi d'ingresso al Tavoliere: a loro bisognava difatti esibire la "passata", il permesso rilasciato dal doganiere all'atto della ripartizione della posta e del pagamento della prima e seconda rata della fida. Alla metà del Cinquecento, sotto il Vicereame Spagnolo, furono riordinate le norme che aveva dato Alfonso d'Aragona: la superficie pascolativa del Tavoliere venne ridotta a favore di quella destinata alle semine e il canone d'affitto aumentò del 50%. Soprattutto si sostituì il sistema di distribuzione dei pascoli, basato sulla numerazione dei capi, con uno basato sulla "professazione". I locati non erano più tenuti a pagare la fida in base al numero dei capi posseduti ma potevano dichiarare una cifra che il doganiere, senza verificarne la veridicità, si limitava a registrare. Con la professazione si favorì una speculazione dei pastori ricchi a danno dei più poveri, poiché i primi registravano più animali di quelli che avevano realmente, così da ottenere maggior pascolo. L'atavica guerra tra i cittadini pugliesi, che volevano coltivare le terre del Tavoliere, e i locati abruzzesi, a cui il Tavoliere serviva in quanto area di pascolo, si placò nel 1806 quando i Francesi di Giuseppe Napoleone, in nome dell'eversione della feudalità, abolirono la Regia Dogana della Mena delle Pecore e istituirono l'Amministrazione del Tavoliere di Puglia. Le terre a coltura e a pascolo vennero così assegnate in perpetuo ai coloni e ai locati (ora detti "censuari") dietro il pagamento d'un canone fisso. Dopo l'unificazione d'Italia il pascolo pugliese arretrò in favore del seminato, un evento che trovava giustificazione nel repentino aumento demografico della Nazione. Negli anni '50 del XX secolo la transumanza smise letteralmente di esistere per diventare oggi un romanticissimo patrimonio immateriale dell'umanità. I pastori di Capracotta, che avevano sempre vissuto un'esistenza modesta, rimasero disoccupati o emigrarono, non prima di aver dato vita a un modello comportamentale e a una scala valoriale che oggi possiamo solo rimpiangere. E la cosa di cui maggiormente mi vanto è proprio quella di essere il nipote diretto d'un pastore di tratturo. Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all'Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. [G. d'Annunzio, "I pastori", 1903] Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Bucci, Dalla cultura della transumanza alla società post-industriale. Progresso e mutamenti nella Regione Molise , Vita e Pensiero, Milano 1988; L. Casilli, Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII , in E. Narciso, Illuminismo meridionale e comunità locali , Guida, Napoli 1989; L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico , S. Giorgio, Agnone 1986; G. d'Annunzio, Alcyone , Treves, Milano 1903; P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX) , Iannone, Isernia 1997; R. Lalli, Identità della transumanza: storia, tradizioni, leggende, costumi, religione e società del Molise , Ed. del Contado, Campobasso 2014; A. Marcone, Il rapporto tra agricoltura e pastorizia nel mondo romano nella storiografia recente , in «Mélanges de l'École Française de Rome», CXXVIII:2, Roma 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Musto, La Regia Dogana della Mena delle Pecore di Puglia , Ufficio Centrale degli Archivi di Stato, Roma 1964; N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia , Iannone, Isernia 1987.

  • Capracotta: i perché di un record

    Lo Stau è una parola tedesca che significa "coda", "ristagno", e indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d'aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità che si accumula sulle località poste in prossimità delle catene montuose. Tale umidità, nei mesi invernali o nei cambi di stagione, si raccoglie e condensa determinando copiose nevicate o piogge intense. Cadevano i primi fiocchi e gli abitanti del paese, abituati da sempre a valutare ad occhio la portata dei fenomeni nevosi, già giuravano, in quel pomeriggio del 5 marzo 2015, che stavolta le condizioni meteorologiche sarebbero state eccezionali: nel giro di qualche ora i portoni sarebbero stati sommersi e gli abitanti prigionieri in casa. D'accordo, sarebbero rimasti chiusi dentro come al solito, una neve che non ha riguardi per le persone anziane, ma grande considerazione per le piste da sci. Non sapevano però, i pochi abitanti di Capracotta, che 26 cm. di neve in più rispetto al record mondiale li avrebbe fatti salire agli onori della cronaca mondiale. I dati statistici dicono che è proprio l'Abruzzo-Molise la zona del mondo in cui si verificano le più abbondanti nevicate in breve tempo, cioè nell'arco di 24 o 48 ore. Qui il Monte Amaro (m. 2.793, cima della Majella), il Monte Meta (m. 2.240, cima dei monti della Meta) e in misura minore il Monte Capraro (m. 1.730) fronteggiano pressoché perpendicolarmente i freddi venti balcanici che spirano da nord-est. Il fenomeno è tipico delle zone dove vi sono montagne che arrivano ad altissima quota ma che sono anche vicinissime al mare, quasi a strapiombo. Panorama tipico di regioni quali la Liguria e la Toscana per il versante tirrenico, e Marche, Abruzzi e Molise per il versante adriatico. Non a caso i fenomeni meteorologici più intensi e distruttivi degli ultimi tempi si sono verificati proprio in queste regioni. In nessun altro posto del mondo esistono fattori simili a quelli della costa abruzzese-molisana: la vicinanza del mare Adriatico, la perpendicolarità della costa rispetto alla direzione del vento di nord-est, il perfetto allineamento parallelo alla costa di queste alture e, non ultima, la vicinanza del Mar Mediterraneo che, mite e umido com'è, alimenta l'energia che genera precipitazioni abbondanti. L'insieme di tutti questi fattori provoca, in condizioni particolari, nevicate di portata eccezionale. Ecco quindi spiegato il perché, nel giro di un solo giorno, i giornali di tutto il mondo hanno potuto mettere in prima pagina il fenomeno "Capracotta", il piccolo paese della provincia di Isernia dove le persone escono dalle finestre e dove, per uscire da casa, si scavano grotte. Flora Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 22 marzo 2015.

  • Amore e gelosia (VI)

    VI – Figlia mia, t'aggia parlà, sussete. Elisa si alzò di soprassalto nel suo lettino: non era solito che sua madre venisse a svegliarla di prima mattina. I loro rapporti, anche se affettuosi, erano improntati ad una sorta di schiva riservatezza, tipica di quei tempi. Sveltamente la ragazza si vestì e si recò in cucina, dove l'attendeva la sua genitrice, vestita di tutto punto, al solito di nero, compunta, seria ma con una strana luce negli occhi. – Senti figlia mia... – esordì, ma non continuò, sembrava che seguisse con la mente altri pensieri. Poi dopo qualche minuto riprese: – Lo sai? Ieri sera ho acceso il grammofono, erano anni che non lo facevo... ho messo su il disco di quella bella canzone napoletana, "Era de maggio"... l'ha scritta lui, vero? Il tuo poeta, Salvatore Di Giacomo? – Sì, mamma, l'ha scritta lui... bella, vero? – Più che bella, semplicemente meravigliosa! Chissà a quale ragazza era dedicata! L'avrà fatta sognare! Elisa decise di tacere: che cosa poteva rispondere? Lei era sicura dell'amore di don Salvatore per lei, ma un uomo così famoso e così amato da tutta una città... sua madre aveva ragione, quante ragazze erano impazzite per lui! – Elisa, sei sicura che lui ti ama, ti ama per davvero? Sei sicura di potere portare avanti questa storia senza ritrovarti macchiata e derisa da tutto il paese? Se si sparge la voce che Salvatore Di Giacomo ti vuole, ti immagini a Nocera che cosa succede? Esponiamo tutta la famiglia al pubblico ludibrio! Ed eccolo lì il problema dei problemi! Che cosa pensa la gente, che cosa diranno alle spalle, come ne usciamo se la cosa non si conclude in matrimonio? Elisa rabbrividì: in quale terribile tunnel si stava ficcando? A Nocera aveva tanti corteggiatori, tanti bravi giovani di famiglie perbene che la volevano, mettersi invece ad inseguire l’amore di un poeta poteva rappresentare la sua rovina... Ma non sostò troppo in questi pensieri di puro pessimismo: ormai era troppo avanti, voleva Salvatore Di Giacomo e lo avrebbe avuto! – Mammà, don Salvatore mi vuole bene, me lo ha fatto capire, anzi no, me lo ha detto! Io sono sicura del suo amore, altrimenti non te ne avrei parlato, non ti avrei convolta... La mamma la guardò intensamente: che bella figlia! E che sguardo altero! Sì, era probabile che anche un dongiovanni come don Salvatore avesse perso la testa per la sua bella figlia... sì, si poteva andare avanti... – Va bene Elisa, ti credo... allora ecco che cosa devi fare... Francesco Caso

  • Leo, Paganin', Paschitt', Sticchion', Papparon' e il Clipper

    Il Clipper è il maestoso e potente mezzo spartineve donato a Capracotta e all'Alto Molise nel 1950. I nomi sono quelli di un gruppo di persone che, in qualità di autisti, co-autisti e spalatori, appassionati ed amanti della propria terra, accompagnavano "necessariamente" il mezzo durante le sue operazioni e senza i quali "non si sarebbe andati da nessuna parte". Chi ha avuto modo di osservarlo da vicino ha chiaramente compreso come le dimensioni del vomere siano quasi identiche alla larghezza delle strade di allora. E che, nello spostare neve in avanti, si creavano dei blocchi laterali che, se non rimossi volta per volta, anche un mezzo così potente e condotto da un bravo autista, doveva per forza arrendersi. Si tenga presente che queste persone lavoravano per ore ed ore non al sole ma nel bel mezzo delle famose bufere di neve di Capracotta, con vitto, abbigliamento e scarpe non proprio adatti a quegli eventi atmosferici. Purtroppo non ricordo tutti quelli che hanno operato sul Clipper, ma ricordo soprattutto e ovviamente mio padre Leo e, con lui, Romeo Giuliano ( Paganìne ) e Michele Carnevale ( Paschìtte ) come co-autisti, Loreto Beniamino ( Gòngas o Ŝticchióne , per le nuove generazioni) e Michele Di Rienzo ( Papparóne ) come spalatori. Essi hanno accompagnato il Clipper in tutti i suoi percorsi che andavano oltre i confini prettamente comunali e si estendevano fino all'Isernino ed all'Alto Sangro. Considerazioni finali: la storia dei nostri borghi non è fatta solo dalle gesta di un nobile, di un artista, di un letterato, di uno storico... è solo più facile raccontarla; negli anni in cui si svolge mio questo mio "racconto" la densità demografica del nostro territorio montano era percentualmente alta, si scavava nelle rovine prodotte dalla Seconda guerra mondiale, tutto faceva presagire ad un abbandono immediato di queste zone per via di servizi carenti; paradossalmente, invece, questo movimento migratorio è avvenuto qualche decennio dopo, quando i servizi hanno cominciato a funzionare. Paolo Conti Fonte: https://www.altosannio.it/ , 25 gennaio 2015.

  • Lassù, in alto, il mio borgo

    Mi trovo da un po' di tempo nel capoluogo di regione, in cui sono tornata per un breve soggiorno. Ho riaperto la casa, dove sono vissuta per oltre 30 anni, dove sono cresciuti i miei figli, dove io, insegnante di materie letterarie in una scuola, al tempo prestigiosa, ho trascorso il tempo della mia attività professionale. Poi è arrivato il cambiamento che mi ha riportata alle radici. Pur con qualche difficoltà iniziale, col tempo ho imparato ad amare i paesaggi sconfinati e silenti, le cime innevate, i monti boscosi, le luci dei paesi sparsi qua e là in quell'anfiteatro maestoso che circonda il borgo. Dal terrazzo di questa casa, in cui ora mi trovo, l'occhio spazia: il centro storico abbarbicato, il castello, la collina di fronte illuminata e urbanizzata. Ma lo sguardo si volge, presto, verso i nostri monti: la Maiella, le Mainarde, il Campo, il Capraro. Lassù, in alto nel cielo, il borgo spicca, come una striscia di luce che occhieggia da lontano. Il mio bel paese non si vede, ma io so che è là e mi saluta. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 1 3 dicembre 2013.

  • Capracotta: origine e storia

    Il nome, secondo alcuni, deriva da qualche antica leggenda inerente la pastorizia ed è sicuramente di antica datazione, come pure le origini, essendo state ritrovate nel suo territorio mura sannitiche e la famosa Tavola Osca, conosciuta come la Tavola di Agnone, custodita presso il British Museum di Londra. Un primo documento datato 1091 ce lo fornisce lo storico dell'arte Franco Valente, il quale ha rintracciato a Monte Cassino una attestazione riportata da Pietro Diacono nel suo Registrum relativa a Capra Cocta , dove si parla di una "Notitia restitutionis" con l'elenco delle chiese che esistevano a Capracotta nel 1091. Sono i beni che Gualterio, figlio di Borrello, e suo figlio Oddo restituiscono a Montecassino e al monastero di S. Pietro Avellana. Tra essi anche sei chiese nel territorio di Capra Cocta : De ecclesia Sancti Nicolay, quae est sita in Monte Capraru, cum terris, slivis et vineis, ex uno latere fonte qui vocatur Spongia et quomodo vadit per ipsam serram de Monte Boaipone usque in verticem de Monte Capraro, et coniungit se cum terra Sancti Petri, et quomodo descendit per fine de Capra Cocta et perigit in fossatum de Magistro Benedicto et in fluvium Berrini, et revertit in Terra Sancti Petri. In epoca normanna Capracotta fu feudo dei Borrello, conti di Agnone. Nel periodo angioino Capracotta è assegnata a Francesco della Posta, morto nel 1276, a cui successe il figlio Gentile. Nel 1381 Capracotta fu feudo di Andrea Carafa, signore di Forlì, il cui figlio Bartolomeo lo vendette nel 1443 al duca di Castropignano della famiglia d'Evoli. Nel 1644 signori di Capracotta sono i Cantelmo, la cui titolare nel 1648 è Aurelia d'Evoli, consorte di Francesco Cantelmo. Nel 1671 Capracotta è feudo di Antonio Piscicelli, che avrebbe acquistato il feudo come da apprezzo dello stesso anno del Consigliere Antonio Fiorillo. Di questa famiglia si ricorda Andrea Capece Piscicelli, la cui vedova Giovanna Carafa passò a nuove nozze con Carlo Carafa duca di Campolieto e a terze nozze, nel 1691, con Tiberio Carafa, principe di Chiusano. Nel XVIII sec. Capracotta tornò ai d'Evoli di Castropignano, ma per poco tempo, poiché nella seconda metà del secolo troviamo signori di Capracotta i Caracciolo di Santobuono, che lo tennero fino al 1778, quando tornò ai signori Capece Piscicelli, che l'acquistarono per 53.350 ducati. I Capece Piscicelli tennero Capracotta fino alla fine del 1799. In seguito Capracotta fu dominio dei de Riso, fino alla eversione della feudalità. Ugo D'Ugo Fonte: https://www.ugodugo.it/ , 29 maggio 2020.

  • Capracotta ed Avigliano: due comunità unite nel nome di Emanuele Gianturco

    L'Anno Gianturchiano 2007, in cui si celebra il 150° anniversario della nascita (20 marzo 1857) e il 100° anniversario della morte (10 novembre 1907) del grande giurista e uomo politico aviglianese, rappresenta l'occasione giusta per riprendere i rapporti tra la comunità di Capracotta e quella di Avigliano. Due comunità unite dall'opera del Gianturco avvocato che, nel 1895, patrocinò una causa in favore del diritto degli aviglianesi di far legna nel bosco della frazione di Lagopesole e, nel 1902, difese il diritto all'esercizio degli usi civici degli abitanti di Capracotta. Nei prossimi giorni si terranno, prima a Napoli poi ad Avigliano e Potenza, una serie di manifestazioni che concluderanno l'Anno Gianturchiano: l'omaggio alla tomba nel cimitero di Napoli e la commemorazione in Castel Capuano il 10 novembre; il Convegno di studi il 15, 16 e 17 novembre ad Avigliano, la piece teatrale originale sulla vita di Gianturco il 16 novembre al teatro "Stabile" di Potenza; l'incisione di un compact disc con alcune musiche gianturchiane; la mostra documentale alla Biblioteca Nazionale di Potenza. Iniziative che, unitamente alla commemorazione tenutasi alla Camera dei Deputati il 5 luglio scorso e a quelle svoltesi a Napoli e a Settimo Torinese nei mesi scorsi, vogliono non solo celebrare la figura di Gianturco ma cercare di farlo conoscere a quanti, soprattutto i più giovani, ne hanno solo sentito parlare vagamente. In particolare nel convegno di Avigliano, cui prenderanno parte i più bei nomi della civilistica italiana, si tenterà di ricostruire la figura di Gianturco sia dal punto di vista giuridico che storico-politico, anche attraverso contributi originali derivanti da ricerche recenti che hanno riguardato alcuni episodi poco conosciuti della vita di Gianturco, riportati nel diario tenuto dalla moglie Remigia che è stato ritrovato negli Stati Uniti ed è in fase di restauro a cura della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Avigliano. Il Comune di Avigliano, inoltre, ha promosso la costituzione di una fondazione per gli studi giuridici, economici e socio politici intitolata ad Emanuele Gianturco, che in queste settimane ha ottenuto l'attribuzione della personalità giuridica, la quale si propone di essere uno strumento, a disposizione dei giovani studiosi, per finanziare e stimolare l'effettuazione di studi e ricerche su temi di attualità che possano essere di supporto all'azione quotidiana di quanti operano nel difficile contesto del Mezzogiorno d'Italia. La presenza di una delegazione ufficiale del Comune di Capracotta alle giornate lucane del 15, 16 e 17 novembre prossimi, oltre ad essere motivo di grande soddisfazione per l'Amministrazione Comunale di Avigliano, costituirà l'occasione propizia per rinverdire i legami tra le due comunità, che vissero alcuni momenti di mutua conoscenza alla metà degli anni '80, e pensare a qualche iniziativa comune da tenersi nei prossimi mesi. Dopo oltre un secolo, dunque, Capracotta ed Avigliano ancora unite nel nome di Emanuele Gianturco. Domenico Tripaldi Fonte: D. Tripaldi, Capracotta ed Avigliano: due comunità unite nel nome di Emanuele Gianturco , in «Voria», I:3, Capracotta, novembre 2007.

  • Manifestazioni sportive intitolate a capracottesi

    Esistono in Italia e nel mondo quattro manifestazioni sportive che sono state intitolate a personaggi nativi di Capracotta, tre dei quali erano essi stessi uomini di sport. Il primo torneo è quello indetto, all'indomani della sua scomparsa, in memoria di Erasmo Iacovone (1952-1978), il più grande calciatore capracottese, un attaccante che ha fatto sognare una città intera, Taranto, lasciandola orfana dopo che un tragico incidente stradale sulla via Appia lo strappò al definitivo successo. Il "Torneo Erasmo Iacovone" è stato disputato sui campi di calcio di Capracotta dal 1978 almeno fino al 1985. Per quanto riguarda il secondo caso, quello di Ralph DiLullo (1911-1999), bisogna precisare che si tratta di un premio: il "Ralph DiLullo Award" viene difatti assegnato a un allenatore di college in virtù del suo servizio reso al baseball universitario. Negli Stati Uniti Raffaele Di Lullo è stato un validissimo giocatore di baseball, anche se è diventato una leggenda soprattutto dopo aver abbandonato la mazza, quando si è dato allo scouting , ovvero scovare giocatori dilettanti per farli diventare professionisti di successo. Di Lullo ha trascorso oltre 60 anni nel mondo del baseball, rappresentandone una delle figure più importanti, tanto che il "Los Angeles Times" lo ha definito «il primo scout di baseball». Spostandoci dalle palle "di pelle" a quelle "di neve", ricordiamo Marco Potena (1925-2009) che, dagli inizi degli anni Cinquanta fino alla prima metà dei Sessanta, è stato oggettivamente il dominatore assoluto dello sci alpino in Meridione, croce e delizia di Egidio Amato, che ricopriva il ruolo di presidente dello Sci Club Napoli. Potena era un «formidabile atleta che nel volgere di pochi anni divenne celebre quanto i mitici Chierroni e Colò». Dal giorno della sua morte si tiene ogni anno, sulle nevi di Roccaraso, un importante trofeo che porta il suo nome, la "Coppa Marco Potena", considerata una gara perpetua del comitato sciistico campano. Infine v'è il caso di Mario Ferrelli (1941-2015), amministratore di lungo corso del Comune di San Severo (FG), eletto consigliere per la prima volta nel giugno 1981 nelle fila del Psi e rimasto pressoché fisso in quella carica fino al 2008, tanto che a chi gli chiedeva una battuta sulla politica, egli rispondeva: – Sò trènd'jeànne ca ŝtiénghe a re Comune e n'aje ŝtate mieà a l'opposizióne . Ferrelli era «sempre pronto ad aiutare le famiglie sanseveresi che si rivolgevano a lui anche per risolvere i problemi più ordinari» e per questo motivo la città di San Severo ha deciso di intitolargli, a partire dal 30 ottobre 2016, la corsa cittadina, valida per il campionato provinciale di mezza maratona. Francesco Mendozzi

  • Le 100 fonti di Capracotta

    Il maestro elementare Domenico D'Andrea, in un passaggio dei suoi tanti manoscritti battuti a macchina, testé scriveva: «Il mio è un modesto lavoro di annotazioni, di pensieri ed emozioni suscitati dal ricordo e dalle rivisitazioni delle antiche fonti di campagna». Il mio lavoro, invece, è quello di proseguire quelle stupende sensazioni mettendo su carta una mappa 3D con circa 160 fotografie antiche e attuali di tutti i punti acqua geolocalizzati. La prima cosa a destar sorpresa è che Capracotta può fregiarsi del titolo di "Comune Fontanelloso", per l'elevata quantità di fonti, fontante, fontanili, sorgenti e piloni distribuiti sul suo territorio, un numero che sfiora la ragguardevole cifra di 100 unità, se si considerano anche i punti acqua che s'affacciano sui nostri confini ma che appartengono a comuni limitrofi. La storia di Capracotta è da sempre intrecciata a quella della transumanza che, nei secoli addietro, nonostante gli immani sacrifici, ha creato opportunità di lavoro e indotto per gli addetti al controllo, alla gestione e alla conduzione degli armenti. Basti pensare che nel XIX secolo, lungo il fiume Verrino, nacquero opifici che, sfruttando la forza nascosta delle acque, lavoravano la lana, il rame e il latte: con queste fiorenti attività Agnone raggiunse i 10.000 abitanti, Capracotta 5.000. L'acqua, di cui il nostro paese era ben fornito perché sgorgava ad ogni piè sospinto, fu il motore principale che diede impulso alla creazione di piccoli e grandi armentari, capaci di possedere 27.500 ovini nel 1600, 113.000 nel 1700 e 50.000 nel 1800. Assieme alle loro bestie, alpeggiavano sui nostri monti e poi transumavano verso la Puglia, attraversando la bretella transumante che collegava Castel del Giudice (Ateleta-Biferno) a Sprondasino (Celano-Foggia) ed incontrando sul nostro territorio la sorgente dell'Acqua Zolfa, la sorgente del Mulo, la Fonte della Fundióne, il pilone del Procoio Vecchio, la Fonte dei Pezzenti, il pilone del Passo della Regina e la Fonte del Duca. Dato che ogni pecora ingurgita mediamente 4-5 litri di acqua al dì, nell'800 vi era un fabbisogno d'acqua di circa 200.000 litri, il che rese necessaria una distribuzione capillare sull'intero territorio. Dove lo permettevano, nacquero così, grazie all'operosità dei nostri progenitori, quei 100 dispensatori di liquido vitale che han permesso a uomini ed animali di usufruirne dei suoi benefici. I nostri avi hanno riparato e riassestato quelle fonti, e molte di esse sono state messe in opera nelle adiacenze dei circa 60 insediamenti abitativi sparsi al di fuori del territorio comunale. Il mio, insomma, è soltanto un modo per ringraziare e ricordare quei lavoratori, nella speranza che il loro sforzo non finisca nell'oblio, ad omaggio di quei sacrifici diedero sviluppo a terre montane che si dimostrarono non madri, bensì matrigne, e che per alcuni furono persino motivo di emigrazione. Filippo Di Tella

  • Amore e gelosia (V)

    V Le due donne si sciolsero da quell'abbraccio virtuale che le aveva tenute avvinte per più di un'ora, durante la quale la figlia aveva aperto il suo animo alla madre, spiegandole tutti i passaggi della storia d'amore che stava aprendosi davanti a lei. Le aveva nascosto l'episodio del lieve bacio con don Salvatore: in fin dei conti, ognuno di noi non svela mai interamente se stesso ad un altro. Abbiamo sempre angoli e svolte entro cui celare parte della nostra vita che non può essere altro che nostra. E c'era di più: la stessa storia narrata era stata, come dire, leggermente mistificata. Elisa non aveva trovato il coraggio di rivelare alla madre che l'iniziativa, la spinta perché l'amore cominciasse a fluire, era stata sua, non del quarantacinquenne poeta che a dispetto di tutte le donne che aveva cantato e della fama di dongiovanni che si portava addosso, nella realtà non aveva osato fare alcun cenno del suo amore, fin quando lei non si era decisa, e con la risolutezza che le donne hanno in più rispetto al sesso forte, gli aveva scritto una lettera, una bellissima lettera d'amore, dove con romanticismo alato aveva fatto capire a quell'uomo maturo e «pettulelle 'e mamma», che doveva decidersi a fare il primo passo. Elisa amava Salvatore, era disposta a tutto pur di averlo: lo aveva amato già attraverso le sue poesie, lo aveva addirittura venerato attraverso le sue bellissime canzoni, non poteva permettere ora, ad un passo dal suo sogno, che esso evaporasse, non si concretizzasse. Era molto più giovane di lui, ma come mi è capitato spesso di constatare nella mia vita, le donne in amore sanno essere sempre più decise e puntano diritto all'obbiettivo, senza farsi distogliere da niente e nessuno. Se non avesse scritto quella lettera, probabilmente lei sarebbe divenuta un'altra dei tanti sogni romantici descritti dal poeta nei suoi versi, magari poi sarebbe stata messa in musica da Costa, il musicista prediletto di don Salvatore, e tutto sarebbe finito lì: la bella ragazza nocerina sarebbe stata dimenticata e sostituita dal prossimo sogno d'amore di un uomo che viveva i suoi sentimenti nelle parole, più che nella realtà quotidiana. No: il sangue forte di Elisa e l'intraprendenza tipica degli abitanti della sua terra, l'Agro nocerino-sarnese, l'avevano fatta decidere, e aveva scritto la lettera, con parole di amore e di fuoco che avevano acceso l'animo del poeta e l'avevano calato nella realtà, nella necessità di dover prendere lui l'iniziativa... Ora però bisognava che la giovane, col supporto della madre, conducesse ancora le danze, c'era ancora tanto da fare. Grande donna, donna Elisa Avigliano, a suo modo anche una donna moderna ante litteram. Francesco Caso

  • Passione vera

    Un paese nel cuore di una squadra, una squadra nel cuore di un paese. È questo il motto dell'A.S.D. Capracotta, sodalizio di calcio a 5, e spiega il rapporto che esiste tra la società e gli abitanti del comune altomolisano. Ma non è sempre stato così: una quindicina di anni fa l'ultima apparizione di una compagine capracottese nel panorama calcistico molisano, poi il buio. I giovani, appassionati di calcio, costretti ogni domenica ad andare nei paesi limitrofi per giocare "a pallone", con una maglia che non era quella del proprio paese. Nell'estate del 2005, da uno scambio di opinioni, si decise di riunire quanti erano interessati a formare una società di calcio a 5, che potesse riportare il nome di Capracotta nel panorama del calcio molisano. L'obiettivo, fin dall'inizio, è stato quello di coinvolgere più persone possibili, di ricreare un senso di appartenenza, di costruire un'identificazione tra squadra e comunità locale. Insomma, dare vita a una società che guardasse prima al risultato sociale che a quello sportivo. La scelta del calcio a 5 è stata dettata dalla possibilità di poter usufruire della struttura di via Vallesorda, che ha consentito di praticare l'attività agonistica con qualsiasi condizione atmosferica. Per costruire la squadra, sono stati contattati tutti i giocatori del paese, dai 18 ai 40 anni, tra quelli che erano andati in altre società, quelli che giocavano solo per divertimento, chiunque avesse voglia di dare un contributo. Il pubblico: incredibile, straordinario, caldissimo. Di media, sugli spalti, ci sono circa 100 persone e si è arrivati a più di 250 nella partita di andata dei play-off contro il Bonefro. Ci sono diversi gruppi di ragazze e ragazzi che organizzano coreografie, scrivono striscioni, suonano "pseudo-tamburi", tutto pur di sostenere la squadra. Il primo anno di attività ha visto il Capracotta come una delle protagoniste del campionato di serie C2; infatti nel girone di andata la squadra ha occupato le prime posizioni e nell'ultima partita del 2006 ha affrontato il Pietrabbondante, primo in classifica. La partita si è disputata a Capracotta, con una cornice di pubblico fantastica: oltre 200 persone sugli spalti che dall'inizio alla fine hanno sostenuto la squadra spingendola alla vittoria. Dopo questa partita però è iniziato un periodo negativo che ha fatto perdere punti preziosi, ma con costanza, la squadra ha ripreso a giocare ed al ritorno, sempre con il Pietrabbondante, già promosso in C1, ma deciso a vendicare l'unica sconfitta subita, il Capracotta disputa la migliore partita della stagione vincendo una gara con un straordinaria rimonta. Infatti all'intervallo il punteggio era di 4 a 1 per la formazione di casa; ma al termine il risultato diceva 7 a 5 per i capracottesi. L'anno scorso si sono aggiunti altri ragazzi che militavano in altre società e la squadra ha fatto una stagione straordinaria. Dopo una buona partenza, una lunga serie di gravi infortuni, ha condizionato l'andamento delle prestazioni, ed al giro di boa del campionato in classifica il Capracotta occupava la sesta posizione. Da qui è cominciata la rincorsa ai play-off, ottenuti all'ultima giornata contro il Bacigalupo di Campomarino, in una partita dai continui capovolgimenti di fronte, dalle emozioni altalenanti ed alla fine conclusasi con la vittoria, voluta ed ottenuta con il cuore. I play-off hanno visto come primo avversario il Bonefro, compagine ostica, con delle ottime individualità (Lalli 102 gol), superata sia in casa che in trasferta. Infine la finalissima contro la Frentana Larino, gara senza ritorno, contro una compagine che vantava un ampio bacino di calciatori che alla fine gli ha permesso di prevalere sul campo. Ma sugli spalti chi ha vinto è stato il pubblico, soprattutto quello capracottese, giunto numeroso in quel di Campobasso (200 persone), colorato, rumoroso festante nonostante la sconfitta. Questa, per chi ha vissuto la gara sul campo, è stata la più grande vittoria. La nuova stagione ha visto il ripescaggio del Capracotta in serie C1 e la nascita di una squadra Juniores-Under 18... Forza Capracotta, il sogno continua! Vincenzo Sozio Fonte: V. Sozio, Passione vera , in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.

  • Sports invernali a Capracotta

    Capracotta, 13 Febbraio 1929. Domenica scorsa, favorite da una giornata rigida ma serena, si svolsero le Gare indette da questo Sci Club del Campionato sciistico Centro-Meridionale. Il comitato esecutivo delle gare provvide in precedenza allo sgombro della neve sulla rotabile che mena alla stazione ferroviaria; ma le copiose nevicate del venerdì ostruirono ancora la detta strada. La vigilia della gara, con moltissimi operai si poté aprire la strada, attivandosi il transito dei viaggiatori per un tratto con autovetture e pel rimanente percorso con slitte e con cavalcature. A Capracotta attualmente la neve era altissima, ed il freddo intenso nei giorni scorsi ha raggiunto i 16 gradi sotto zero; perciò i campi di neve sono eccellenti poiché sotto di essi è scomparsa ogni accidentalità del terreno. Presero parte alle gare tutti i valorosi sciatori valligiani dell'Aquilano e dell'altopiano abruzzese e, nonostante la non agevole viabilità, intervennero con molti spettatori le seguenti autorità: Cav. Uff. Cesare Bevilacqua, Console della 133ª Legione "Lupi del Matese"; Cav. Uff. Ottorino Iannone, Console della 131ª Legione; Maggiore Petrilli, Cav. Angelo del presidio di Campobasso in rappresentanza del generale Zincone, comandante della Divisione Militare di Chieti; il Seniore Cav. Iacobucci, Direttore della Federazione Italiana Sportiva, Sezione di Aquila; il Maggiore Cav. Rabbito, Commissario Straordinario del Comitato Provinciale Opera Nazionale Balilla; Tenente Sig. Coppola della Sezione RR.CC. di Agnone, anche in rappresentanza del suo Maggiore Cav. Romita. Pervennero i seguenti telegrammi di alte Autorità invitate a presenziare le Gare: "Ringrazio cortese invito dolente non poter aderire precedenti impegni. Saluti. Turati"; "Ringraziando cortese invito prego scusarmi se impegni Ufficio impediscomi assistere gare domani. Alalà! Ricci"; "Spiacente che esigenze Ufficio non mi consentano presenziare gare sciatorie, ringrazio cortese invito e invio mia cordiale adesione beneaugurando sempre maggiore incremento turistico codesta città. Prefetto Bellini"; "Impossibilitato io e altri componenti Direttorio recarci costà Vossignoria rappresenti gare domani questa Federazione. Saluti Segretario Federale Palladino"; "Per i Camerata promotori Sports invernali Provincia auguri, ogni adesione fascisticamente sincera, graditissimo invito. Benedetto Del Prete". Il munifico donatore della splendida "Coppa Giuliani" telegrafò: "Ciro Londra. Noi impossibilitati venire, spiacenti, ringraziamo invito, assisteremo in ispirito beneaugurando riuscita gare ed incremento manifestazioni sportive Patria nostra. Giuliani". Alle ore nove e mezzo dal posto di partenza diretto dal Cav. Iacobucci, coadiuvato dai cronometristi Cav. Iannone Cav. Paglione e sig. D'Alena, fu iniziata la gara dando il via successivamente a tutti i concorrenti,che complessivamente sorpassarono la quarantina. Durante lo svolgimento delle gare di fondo, su di un campo di neve adiacente fu eseguita la gara femminile sotto la direzione del Console Bevilacqua, coadiuvato dai signori Trozzi, Conti e Paglione. A mezzogiorno tutte le gare erano terminate. Nelle vicinanze del traguardo era accorsa numerosa folla che, sfidando neve e freddo, aveva assistito alle interessantissime competizioni; al ritorno in paese la lunga teoria scura risaltante sul candido sfondo nevoso era uno spettacolo originale e pittoresco. Durante tutta la mattinata e al ritorno l’operatore cinematografico dell'Ente LUCE, qui venuto pel gentile interessamento di S. E. On. Josa, che deferentemente ringraziamo, prese numerose e sviatissime scene di carattere sportivo e folcloristico. Alla sera ebbe luogo la premiazione nella Sala del Littorio del Palazzo Municipale coll'intervento di una calca di popolo che si assiepava anche fuori nei corridoi e giù per le scale. Il presidente dello Sci Club di Capracotta sig. Ottorino Conti salutò cordialmente le Autorità, i concorrenti alle gare e le gentili signorine che col loro grazioso intervento allietarono la festa della neve. Il Cav. Iacobucci, sempre tanto distinto e cortese, ringraziò con parole molto gentili per la signorile ospitalità capracottese; entrambi furono vivamente applauditi. Dopo di che il Console Bevilacqua distribuì i molto belli e ricchi premi ai valorosi vincitori, pronunziando in ultimo ispirate e nobilissime parole inneggianti al forte sport degli ardimenti invernali, fativo di sane energie nell'incremento fisico della gioventù, dedicarsi in cordiali gare di fraterna emulazione, e con spirito di disciplina e di devozione, al bene supremo della difesa e della grandezza della Patria! L'austera cerimonia fu chiusa dagli scroscianti applausi con cui furono salutate la patriottiche espressioni del Cav. Bevilacqua. Da queste colonne vada un referente ringraziamento ed ossequio a tutte le Autorità che, col loro alto patrocinio, hanno conferito lustro e decoro alla importante competizione centro-meridionale; vada un vivo sentimento di grazie alle gentili Patronesse del Fascio femminile di Campobasso, che efficacemente contribuirono alla riuscita manifestazione sciistica muliebre; ringraziamenti vivissimi a tutti i generosi donatori dei cospicui premi. Un distinto elogio va al presidente dello Sci Club capracottese Sig. Conti per l'opera solerte ed infaticabile spesa nell'organizzazione delle gare e per il fervido impulso dato allo sport invernale capracottese nelle recenti riuscitissime adunate dei Sucaini di Roma e di Napoli: benemeriti sono i suoi coadiuvatori sigg. Ciccorelli Noè, Falconi Giuseppe, D'Alena Ruggero e Conti Pasqualino. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Sports invernali a Capracotta , in «Eco del Sannio», XXXVI:1-2, Agnone, 13 febbraio 1929.

  • La chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista a Cineto Romano

    Dai rigorosi tratti architettonici, la chiesa parrocchiale di Cineto Romano è un bell'edificio situato in piacevole posizione e dedicata a San Giovanni Battista. L'interno è a tre navate, divise da possenti pilastri, nella parete di fondo della nave centrale, spicca una pregevole tela raffigurante San Giovanni Battista nel deserto le cui fattezze riproducono un modello locale, opera del Cavalier Vincenzo Manenti (1600-1674), artista nativo di Orvinio, che eseguì tra le altre, alcune pitture nel Duomo di Tivoli. Nel pilastro centrale della navata, vi è il monumento al Cardinale Filippo Giustini, effigiato in un busto bronzeo, opera dello scultore Francesco Jerace (1854-1937), inaugurato con solenne ed inusuale cerimonia il 7 febbraio 1927. La navata laterale di destra ospita la cappella dedicata a San Rocco, il cui culto ebbe inizio con la peste del 1635, insieme agli altari di Sant'Agata, Sant'Andrea Apostolo e Sant'Antonio da Padova. Nella navata di sinistra trovano posto gli altari della Madonna del Carmine, della Crocifissione, San Luigi e San Giovanni Batista. Di bella fattura è la tela raffigurante la Madonna in trono con bambino e santi, databile tra '600 e '700. Per l'amministrazione dei beni della Chiesa, sin dal 1580, vi furono istituite le Confraternite del SS. Sacramento e del Rosario, nonché quella di Sant'Agata, le quali saranno in seguito disciolte. L'edificazione di questa chiesa risale al 1280, nel periodo in cui si formò il borgo, con la riunione delle abitazioni ai piedi del palazzo baronale. L'originaria struttura, eretta a spese della popolazione, era di modeste dimensioni e costituita da un'unica navata. Nel 1641, apparendo visibili le ingiurie del tempo, venne demolita per decreto del Vescovo di Tivoli, il Card. Giulio Roma, il quale obbligava la comunità della Terra di Scarpa alla riedificazione dell'edificio dalle fondamenta, assumendo la conformazione attualmente esistente. Attraverso un antico documento, è giunta fino a noi la "Memoria della vecchia campana di scarpa rotta il 6 febbraro 1860" dove si legge: Mentem sanctam, spontaneam, honorem deo et patriae liberationem, Nicolaus de Capracotta me fecit anno MDXLV Bertollo Urso parenti Ramunno, si... Nicolo Persio Arcangelo Antonio tempore masarii. Il terremoto del 13 gennaio 1915, che distrusse la città di Avezzano, danneggiò in modo particolare il vecchio campanile e la campana che cadde nuovamente a terra frantumandosi. Nel 1933 si formò un comitato per riedificazione di un nuovo campanile che si eresse poco distante da quello in rovina demolito poco tempo dopo, su due delle sue facciate furono raffigurate le immagini di San Giovanni Battista e Sant'Agata, patroni del paese, opera a graffito del pittore G. Ciotti. Fonte: https://www.cineto.it/ .

  • La Majella, tra cervi, cazzarielli e panorami lunari

    «A Pacentro abbiamo scoperto una tradizione antichissima e incredibile» spiega Giacomo «si chiama Corsa degli Zingari e vede decine di giovani che corrono scalzi giù da un dirupo in onore della Madonna di Loreto. Quando arrivano in paese, mettono i piedi in una bacinella d'aceto per alleviare il dolore». «Pare che il rito risalga addirittura ai tempi dei Longobardi, e non c'entra nulla con i gitani» gli fa eco Francesco. Pacentro, oltre che per le due belle torri che sovrastano il centro storico, è noto anche per aver dato i natali agli avi di Madonna e di Mike Pompeo, il Segretario di stato americano. «Il paese era legato a Venezia, pensa» spiega Francesco «grazie al commercio della seta». Nella giornata di pausa c'è stato tempo anche per esplorare i dintorni: dapprima i ragazzi hanno provato la zipline che permette un volo panoramico sulla Valle Peligna, gestita da Majellando; e poi hanno fatto un giro all'eremo di Sant'Onofrio al Morrone, «incredibilmente incastrato nella roccia», dice Giacomo, che custodisce la memoria del frate eremita che qui visse e che divenne papa nel 1294 con il nome di Celestino V e poi santo. In Majella sono numerosi i resti degli eremitaggi risalenti a quel periodo. Appena si può, lo sappiamo, i ragazzi amano vedere dall'alto i luoghi che attraversano. Non poteva quindi mancare l'ascesa al Monte Amaro, che con i suoi 2.793 metri è la cima più alta della Majella e la seconda degli Appennini, dopo il Corno Grande del Gran Sasso (senza contare gli altri "corni" nei pressi). «Siamo partiti all'alba, incredibile ma vero» ride Martina «il nostro Giova ci ha accompagnato fino a Passo San Leonardo e abbiamo iniziato a salire con il buio». Un percorso non da tutti giorni: davanti a loro avevano 1800 metri di dislivello positivo. «E sono arrivati tutti subito nelle gambe» continua Martina «prima all'interno di un bosco dove risuonavano i bramiti dei cervi, poi lungo un sentiero irto in mezzo a grandi sassi, difficile da percorrere, sembrava di camminare sulla sabbia». Il sole è sorto che i ragazzi erano già in alto, su un primo belvedere. «Da qui è iniziata la Majella vera e propria, o almeno il panorama che avevo in testa della Majella: una successione di grandi panettoni, colline giganti ricoperte di sassi e roccette. Anche la cima del Monte Amaro è strana, nel senso che è difficile percepirla come cima: a differenza del Gran Sasso, vi si giunge dolcemente, senza pendenze o pareti dirupate». Ad attendere i ragazzi una ventina di camosci d'Abruzzo, la sottospecie di camoscio endemica dell'Appennino: «loro ci guardavano e noi guardavamo loro, per niente spaventati: sembrava di potergli parlare». Poi la discesa, lungo il Vallone della Femmina Morta: «bellissimo, un panorama mai visto prima, quasi lunare. Incredibile come le atmosfere cambino in così breve spazio: avevamo ancora tutti nella testa le rocce del Gran Sasso, e lì sembrava di essere su un pianeta diverso» riflette Martina. Il legame tra le due montagne, tra l'altro, è testimoniato da tante leggende. Prima fra tutte, quella di Maja, madre che arriva in Abruzzo per salvare il figlio e vaga per i boschi lamentandosi - lei è la Majella, di cui ancora risuonano le grida nel vento che soffia sopra le rocce; lui il Gran Sasso, il cui profilo sembra un gigante che dorme. A fine giornata grande soddisfazione e visi bruciati dal sole. Tempo di tornare sulla retta via. Da Pacentro a Rivisondoli il Sentiero Italia si snoda lungo una tappa lunghissima e densissima, come testimoniano i numeri: 32 km, 2400 metri di dislivello in salita, 1700 metri di dislivello in discesa. «Non avremmo avuto grandi problemi se a metà tappa non si fosse messo a diluviare... la serie di belle giornate delle settimane precedenti sfortunatamente aveva preso fine...» sorride Francesco nel ricordare l'arrivo distrutti e bagnati sotto un nubifragio potente che ha fatto ricordare certe tappe liguri dello scorso anno. «Eppure, eravamo partiti da Pacentro con il sole» ricorda il cambusiere «insieme a Paolo, signore di Palena, uno dei borghi certificati dal Touring con la Bandiera arancione. Tra i bramiti dei cervi siamo arrivati a Campo di Giove, con il Monte Amaro sullo sfondo; poi al Guado di Coccia, dove una pietra ricorda il Sentiero della Libertà: da qui si riusciva a superare la linea dei tedeschi e ad arrivare fino a Otranto. Abbiamo visto pure passare la Transiberiana d'Italia, la linea ferroviaria turistica che collega Abruzzo e Molise in un suggestivo percorso tra i monti: è la seconda più alta d'Italia, dopo quella del Brennero. E la vista dalla cresta verso il monte Porrara era stupenda: da Palena la vista si estendeva fino a Capracotta, in Molise». Una volta giunti a Rivisondoli, i ragazzi si sono trasferiti nella vicina Roccaraso, la stazione sciistica più importante dell'Appennino centro-meridionale. «Qui ci aspettava Nunzia, una giovane mamma che ci seguiva da tempo e non vedeva l'ora di ospitarci nel suo hotel La piazzetta... non ti dico che bellezza poter dormire in veri letti e asciugarsi con veri asciugamani! Nunzia ci ha davvero coccolato» racconta Sara. Quando si dice una "calorosa ospitalità"... Tra l'altro Nunzia ha voluto far conoscere ai ragazzi la storia del luogo. E non quella del recente sviluppo turistico, ma quella dei giorni di guerra. «Nella frazione di Pietransieri la guida Jessica ci ha spiegato che cosa successe in questa zona il 21 novembre del 1943, quando le truppe tedesche trucidarono 128 persone inermi per il semplice sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani». Morirono 60 donne, 34 bambini al di sotto dei 10 anni, e molti anziani: uno degli episodi più cruenti e crudeli della seconda guerra. Pietransieri si trovava lungo la linea difensiva Gustav, su cui le forze armate tedesche si attestarono dopo lo sbarco alleato a Salerno. «Pensa che Jessica ci raccontava come agli abitanti non fu dato il tempo di evacuare la zona, dopo l'annuncio che chiunque fosse stato trovato in loco sarebbe stato ucciso. Faceva freddo, non era semplice andarsene... eppure la malvagità bellica ebbe il sopravvento». Per stemperare il momento, Nunzia aveva pensato a un pomeriggio più rilassante, invitando l'amica di famiglia Ines a recarsi presso l'albergo e a insegnare i ragazzi una ricetta locale. «Ines ha 86 anni e un'energia invidiabile» ricorda Sara «con lei ci siamo divertiti a preparare i cazzarielli, gnocchi di acqua e farina che vengono cucinati con un brodo di verza, fagioli e pancetta. Ci voleva proprio un bel piatto caldo, la sera!». Da una produzione casalinga a una produzione industriale, ma sempre legata alla Majella. Va' Sentiero ha avuto modo di visitare lo stabilimento della pasta De Cecco, fondata nel 1886 a Fara San Martino, alle porte del parco nazionale. «Il rapporto con la montagna è davvero viscerale» racconta Francesco «per produrre la pasta viene utilizzata l'acqua del fiume Verde, che viene estratta da una delle sorgenti che sgorgano dalla Majella: e proprio l'acqua di montagna permette un'eccellente tenuta glutinica». Si dice che il metodo di essiccazione della pasta come lo conosciamo oggi sia nato proprio con la De Cecco: "c'era la Majella che faceva ombra, faceva freddo, dunque bisognava seccare la pasta fatta in casa perché altrimenti andava a male» spiega Francesco. «Non c'è niente da dire: ci troviamo di fronte a un pastificio di montagna, anche se poi ha assunto una dimensione industriale». Il Verde è un altro di quei fiumi limpidissimi, dove viene voglia di tuffarsi. Nel tempo ha visto tante attività diverse sulle sue sponde: i mulini e le gualchiere, innanzitutto, quando si cardava e tingeva la lana; poi le centrali idroelettriche («in sei chilometri di fiume ci sono sei piccole centrali!»); poi ancora quelle legate all'industria alimentare («c'è anche un altro pastificio, la Del Verde»). Insomma, per la vita di chi abitava a Fara San Martino è sempre stato un elemento fondamentale. Non si poteva passare da Fara senza visitare le vicine gole. «Insieme a vari rappresentanti del Fai e a una guida del parco ci siamo inoltrati nel canyon, un ambiente davvero spettacolare, aspro, di origine carsica, dove le pareti sono alte fino a 800 metri. È un luogo così impervio che vi crescono alcuni esemplari plurisecolari di pino nero» racconta Andrea. «Siamo arrivati fino alle rovine di San Martino in Valle, un vecchio monastero benedettino che era stato ricoperto da una frana ed è stato reso visitabile in tempi moderni». Una leggenda vuole che le gole fossero state aperte dalle braccia di san Martino, forse un riferimento cristiano a Ercole e alle colonne d'Ercole. Stefano Brambilla Fonte: https://www.touringclub.it/ , 6 ottobre 2020.

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (III)

    Il soffitto ligneo dello Spirito Santo Chi ama la storia e l'arte dell'Alto Molise conoscerà a menadito i soffitti lignei dell'ex convento di San Francesco in Agnone, oggi sede della biblioteca cittadina. Si tratta di quattro controsoffitti dipinti a tempera nel XVIII secolo che rappresentano un vero e proprio ciclo alchemico di stampo francescano, il cui fulcro iconografico sta nel serpente: una serpe che avvolge, una serpe che si morde la coda, una serpe impugnata a mo' di lancia e una serpe innalzata trionfalmente. In ottica francescana il serpente rappresenta forse il rifiuto del danaro, un oggetto spesso accostato, oltre che alla polvere, alle pietre, allo sterco e alle mosche, anche e soprattutto al rettile strisciante, proprio per le insidie che nasconde. Questa diffidenza francescana nei confronti del denaro ha tratti suoi propri, in particolare se la si confronta con l'altro grande ordine mendicante, quello domenicano. Se Agnone vanta tempere tanto eccezionali, Capracotta può dire la sua grazie a un soffitto ligneo di simile fattura, presente nella Chiesa Madre a sovrastare il locale che porta al maestoso organo dei D'Onofrio. Il soffitto capracottese, meno raffinato ma più colorato di quello agnonese, ha un solo motivo iconografico: la colomba. Per la Bibbia questo uccello rappresenta da secoli lo Spirito Santo ma possiede uno spessore simbolico assai ricco e profondo, rappresentando l'ipostasi cristiana più difficile da spiegare. Lo Spirito Santo è la potenza di Dio, la Sua forza attiva all'opera, ciò che gli ebrei chiamano rùach , quel che i greci chiamavano pnèuma . Sebbene il soffitto ligneo dello Spirito Santo abbia subito un taglio con relativa rimodulazione dei pannelli, dimostrando che probabilmente non era quella la sua collocazione originaria, conserva ancor oggi tracce di un'opulenza artistica che testimonia la «floridezza economica del paese nel secolo XVIII». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa Collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; M. Gabriele, Il primo giorno del mondo , Adelphi, Milano 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Riva, La colomba, segno dello Spirito Santo , in «Avvenire», Milano, 5 giugno 2014.

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