top of page

I risultati della tua ricerca

Cerca in questo sito

2372 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Correre tra gli orsi? In Molise si può...

    Chi non è mai stato in Molise forse non capirà.  Difficile immaginare il silenzio di una corsa sui monti del Matese, sui tornanti di Vallefiorita, sulle rampe del Macerone. Da Rocchetta a Rionero, da Pietrabbondante a Capracotta è la natura che comanda. E lo capisci subito. Ore e ore senza incontrare un'auto. Ore e ore a pedalare a correre ascoltando solo il tuo respiro o lo scricciolìo dei brecciolini sotto le tue ruote. Poi arrivi in cima ad una delle tante montagne, ti fermi, ti guardi intorno e ti rendi conto di essere molto, molto vicino al Paradiso. Va così. E va così anche dalle parti di Castel San Vincenzo. Dove ai piedi delle Mainarde c'è un lago di montagna fermato da una diga dove l'acqua è verde e blu. Tutt'intorno uno sterrato fantastico, la pefetta palestra naturale per allenare le gambe e il cuore. Da sempre ho pensato che quello fosse il posto migliore possibile per organizzare una gara di triathlon. Ma non un triathlon qualsiasi. Il triathlon che qualunque atleta che immagina di correre nel luogo dei suoi sogni prima o poi è sicuro troverà in chissà quale parte nel mondo. A Castel San Vincenzo non ci si arriva per caso. Bisogna andarci. E nel vale sempre la pena. Per ciò che c'è intorno, per un sito archeologico sannitico che è un museo a cielo aperto e per un'abbazia benedettina che è la prova di quanto anche le grandi civiltà siano passate da queste parti. E allora bisognerà andarci soprattutto domenica 20 luglio quando tra lago e montagna partirà la prima edizione del Triathlon dell'Orso organizzato dal Roma Triathlon A.s.d. che non so come ci siano arrivati ai 750 metri di questo posto. Ma poco importa. L'importante è esserci arrivati. Per questo pezzo di Molise un po' dimenticato che lo sport può aiutare a crescere e per chi andrà a correre a Castel San Vincenzo perché scoprirà che alla meraviglia di un triathlon si può aggiungere anche la magia di un luogo che ti lascia senza fiato. E gli orsi? Non è solo un trovata per rendere più affascinante il volantino della gara. Qui, nella parte molisana del Parco d'Abruzzo i "bestioni marsicani" ci sono davvero, e spesso scendono anche in paese. Chi avesse dei dubbi si faccia una passeggiata di un paio di chilometri fino a Pizzone ed entri in un bar a prendersi un caffè. E poi chieda... Antonio Ruzzo Fonte: https://blog.ilgiornale.it/ , 26 giugno 2014.

  • Un falso allarme!

    Una sera dei primi giorni di giugno capitava improvvisamente al Direttore della Scuola agraria di Scerni un telegramma del solerte comm. Miraglia, col quale lo si invitava a recarsi immediatamente a Villa S. Maria, per verificare la causa che faceva deperire alcune viti. Figurarsi l'allarme. In questi tempi ogni sospetto è di fillossera. Non ci mancava altro, si esclamava!... E dire che quel telegramma non poteva capitare in più mal punto..., l'indomani si doveva partire in escursione e tutto era pronto! Fu una doccia fredda specie per i giovani alunni. Del resto non c'era che fare. Fu differita la partenza e convocato un piccolo Consiglio... di guerra, che, dopo vario discutere, decise che il Direttore ed io saremmo partiti la notte istessa per recarci... sul campo di battaglia. Difatti poco dopo mezzanotte eravamo, a cavallo di due bucefali, da disgradare quelli dell'Apocalisse, in via. Dopo qualche ora che ci ebbe guidati la luna, e proprio quando essa si nascondeva ai nostri sguardi, l'astro maggiore dell'universo si affacciava all'orizzonte nascendo dalle chiare onde dell'Adriatico - e ci illuminava un panorama meraviglioso. Una Svizzera italiana si offriva ai nostri sguardi: la pittoresca vallata del Sangro, popolata di colline e montagne, da un lato le candide cime della Maiella, a sinistra le montagne del Molise, giù in fondo quelle dell'Aquilano. Che veduta! Verdi colline e nude montagne, piccoli rivi e rumorosi torrenti, boschi, pascoli, vigne ecc. Noi avevamo sott'occhio un quadro stupendo e ammiravamo le varianti di una vegetazione - che in breve spazio si spiega - dalla ridente spiaggia abbruzzese alle estese foreste che coprono i monti di Capracotta e va dagli agrumi al pascolo alpino e alla neve perpetua che copre le eccelse cime della Maiella. Dopo 8 ore di cammino - con variante di un'oretta di pioggia presa con santa pazienza -, come Dio volle, giungemmo al paese e fatta breve sosta ci avviammo alle vigne sospette. Lascio immaginare che ansia, che trepidazione! Fortuna che potemmo subito convincerci non trattarsi del terribile parassita, bensì del marciume delle radici. Le viti sospette mostravano molti attacchi vaiuolosi ed erano situate in terreno umido, in riva al Sangro, a piè di erto monte. Meno male!... Fu subito spedito un telegramma di rassicurazione al Ministero e uno a Scerni, acciocché gli alunni partissero il giorno dopo e noi... reduci contenti della ricognizione eseguita nel campo nemico, ritornammo in paese. La mattina dopo, per tempo, la corriere postale ci portò a Torino di Sangro, dove ci riunimmo colla scolaresca e proseguimmo uniti per Alanno. Agostino Santilli Fonte: A. Santilli, Un falso allarme! , in «Giornale di Agricoltura della Domenica», II:28, Piacenza, 10 luglio 1892.

  • Molise bella

    Ah Molise bella, misteri, tartufi, e cavalieri al galoppo sui tratturi d'altri tempi, tra boschi, castelli, su e giù, e verso Altilia di Sepino. Ah Molise bella, andiamo tutti, vestiti a festa, alle campane di Agnone, senza altari a far le volpi con faggio Re Fajone a farci compagnia. Ah Molise bella, andiamo tutti, vestiti a festa, dal Matese, Carovilli, Capracotta e fino al mare, senza sogni lontani, con faggio Re Fajone a farci compagnia. Ah Molise bella, vegliamo tutti, sugli angeli di San Giuliano, per cieli migliori. Raffaele Della Vecchia Fonte: http://www.mondocrea.it/ , 31 ottobre 2013.

  • Molise: una nevicata da record

    Il Molise, ritenuta a torto la regione "Cenerentola" d'Italia, detiene un record meteorologico destinato a suscitare meraviglia soprattutto oltreoceano, in Canada e negli Stati Uniti settentrionali, dove la neve è l'elemento principe del paesaggio invernale. Il 5 marzo 2015 il paese di Capracotta, arroccato a una quota di 1.421 metri in provincia di Isernia, in 18 ore è stato sommerso da 2 metri e mezzo di neve. È stato battuto il precedente record appartenente a una località del Colorado, che nell'aprile del 1921 era stata coperta da quasi 2 metri di neve in 24 ore. Il record stabilito in Molise si riferisce ovviamente all'innevamento "per unità di tempo" e non a quello totale; il calcolo è presto fatto: 2 metri e mezzo di neve cadute in 18 ore equivalgono, in media, a circa 14 centimetri all'ora. Tempeste di neve di questa portata a marzo rappresentano eventi meteorologici di portata storica, ma che non dovrebbero trarre in inganno l'opinione pubblica: non sono infatti frutto di temperature particolarmente basse, da considerare in antitesi con il riscaldamento globale. Sono piuttosto eventi durante i quali masse di aria umida si trasferiscono a quote più elevate, alle quali condensano, scaricando le particelle d'acqua sotto forma di neve. Nel caso di Capracotta, ad esempio, a inizio marzo le temperature non erano affatto più rigide della norma, a quasi 1.500 metri di quota. Una nevicata da record come quella molisana è dovuta alla presenza di masse di aria umida, particolarmente abbondanti al giorno d'oggi proprio a causa del riscaldamento progressivo del pianeta. In regioni della Terra ancora abbastanza fredde, come in Siberia, l'aria è secca e nevica pochissimo; grazie alle basse temperature, la poca neve che cade si conserva a lungo. Al contrario, in Italia si assiste a rare nevicate, talvolta molto abbondanti, che scaricano al suolo spesse coperture di neve, che è destinata però a fondere rapidamente grazie al rialzo immediato della temperatura. Una conseguenza, come noto agli appassionati di sport invernali, è che la stagione sciistica sulle montagne italiane sta diventando sempre più breve. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta era normale sciare al nord Italia dall'inizio di dicembre fino ad aprile. Federico Pasquaré Mariotto e Alessandro Tibaldi Fonte: F. Pasquaré Mariotto e A. Tibaldi, Terra senza tregua. Terremoti, alluvioni, eruzioni, cambiamenti climatici tra scienza e comunicazione , Mimesis, Milano-Udine 2019.

  • La bufala del record di nevosità di Capracotta

    Il pezzo sulla nevosità della East Coast e lo "Snow Effect Lake" ha fatto risorgere la questione del record italiano di Capracotta (IS). Senza la pretesa di voler convincere nessuno, ci pare opportuno chiarire la questione una volta per tutte. E non ce ne vogliano gli affezionati amici del centro-sud italico e in generale i più fervidi patriottisti. Sarebbe piaciuto anche a noi che un primato del genere avesse trovato culla nella nostra bella Italia. Ma - permetteteci questa storpiatura - dura scientia, sed scientia . Per quanto spettacolare fu la nevicata che investì l'Appennino centro-meridionale tra il 5 e il 6 marzo 2015, non ci fu alcun record mondiale e nemmeno ci si avvicinò. Con tutta probabilità cadde meno della metà della neve millantata, come poi anche affermato dall'autorevole portale Nimbus: i valori ufficiali forniti dal Servizio Meteomont indicano, più verosimilmente, apporti di circa 1 metro di neve fresca in 36 ore. Nemmeno la comunità scientifica internazionale ha mai riconosciuto il dato di Capracotta, in quanto frutto di misurazioni non eseguite nelle condizioni standard rigorosamente definite dalle linee guida internazionali, che permettono di rilevare il solo apporto della precipitazione, e non quello della neve accumulata dal vento o dall'azione dell'uomo. La cosa triste è che questa fake news , partita dai media locali, diventò ben presto virale, finendo per essere pubblicata anche su testate giornalistiche meteorologiche di un certo spessore a livello europeo, creando così un grave e dannoso caso di disinformazione scientifica. Per il NOAA e la maggior parte della comunità scientifica il record mondiale omologato di nevosità continua ad appartenere a Silver Lake (Colorado), dove il 14-15 aprile del 1921 caddero 192 cm. di neve in un solo giorno. Abbiamo detto "la maggior parte" perché esiste un dibattito, interno allo stesso NOAA, tra l'NCEC (National Climate Extremes Committee), che sostiene il dato di Silver Lake, e lo SCEC (State Climate Extremes Committee), secondo cui il record apparterrebbe, invece, a Mile 47 Camp, in Alaska, con 198 cm. caduti il 7 febbraio 1963. Su questo secondo evento, tuttavia, rimangono ancora molteplici dubbi. Dubbi che nemmeno alcuni recenti studi, tra cui quello del climatologo Brian Brettschneider, sono riusciti a fugare. Pertanto, ad oggi, il dato di Silver Lake rimane il record più comunemente riconosciuto dalla comunità scientifica. Ciò detto, sottolineiamo che non è assolutamente nostra intenzione sminuire la nevosità dell'Appennino centrale (molisano-abruzzese in primis). È indubbio il fatto che tali zone detengano uno dei potenziali maggiori a livello nazionale. Ma quando si tratta di scienza è opportuno mettere i puntini sulle I. E ad essere pignoli fino in fondo, i 300 cm. (circa) di media annua ai 1.421 m. di Capracotta, pur costituendo un dato ragguardevole, non sono un primato in Italia, in relazione alla quota altimetrica. Esistono località alpine capaci di sfornare numeri ben più eclatanti. Si prenda il cuneese meridionale (dalla valle Stura fino ad arrivare alle valli monregalesi, passando per le valli Gesso, Vermenagna e Pesio): gli archivi di Arpa Piemonte sono oggi in grado di documentare come, in queste zone, al di sotto dei 1.500 metri, il quantitativo di fresca annua, localmente, si approssimi o addirittura superi i 400 cm. (vedasi vecchia staz. Limonetto, 1.300 m. a Limone Piemonte). Ma casi del genere sono rinvenibili anche altrove; in val Formazza, per esempio, nel cuore delle Alpi Lepontine. Metodo e rigore nella scienza sono fondamentali. Lasciarsi andare a facili campanilismi, in questo campo, significa infliggere a noi stessi una triste sconfitta. Vittorio Scrivo Fonte: https://www.centrometeoligure.com/ , 22 gennaio 2020.

  • Cronaca della reazione napoletana

    Mentre Napoli festeggia l'arrivo del Re Vittorio Emanuele, il sangue umano non cessa di versarsi a rivi nelle vicine province. Ci si racconta, dice il Paese del 25 di aprile, da persona venuta da Capracotta che mercoledì ultimo nelle vicinanze di detto paese una comitiva di circa 80 persone che cercava di passare negli Abruzzi, s'incontrò con una trentina di guardie nazionali, le quali non potendo resistere ad una forza tanto superiore per numero, furon costrette a piegare alla ritirata. I briganti le inseguirono fino al punto di sacrificarne 15 o 16. Il giorno seguente, cioè giovedì, mentre i briganti stavano riposandosi sdraiati in un campo di biade, furono sorpresi da un considerevole numero di soldati e guardie nazionali, e sì completamente battuti che appena 5 poterono fuggire. Emilio Cipriani Fonte: E. Cipriani, Notizie varie , in «L'Ingenuo», II:47, Livorno, 6 maggio 1862.

  • La morte del Senatore Falconi

    Nicola Falconi Il 28 dicembre del 1916 fu l'ultimo giorno della vita corporea dell'elettissimo molisano, Senatore Nicola Falconi. Alle ore 6 pom. di quel giorno, munito dei conforti religiosi, dopo 29 giorni di malattia. Egli chiuse, serenamente, per sempre gli occhi alla luce. Aveva da pochi giorni compiuti 82 anni. Di Lui, che volle scendere nella tomba del piccolo cimitero del paese natìo senza pompa, senza fiori, tranquillamente, silenziosamente, modestamente, com'era vissuto, noi non tesseremo, oggi, una necrologia altisonante, con abbellimenti e fronzoli rettorici: stonerebbe con l'indole, con la natura stessa dell'Uomo che tutti piangiamo; il quale visse operando e beneficando senza mai richiamare l'attenzione degli altri attorno a sé, senza menare mai scalpore, disdegnando che si facesse romore sul suo nome o sull'opera sua, ispirata sempre dalla più squisita bontà umana, che fu la più notevole caratteristica di quell'animo così grande e così modesto. Basterà dunque di Nicola Falconi ricordare, in sintesi epigrafica, come in conciso “stato di servizio militare”, le date più importanti della sua vita attiva e feconda, di cui lsacia alla generazione presente e a quelle che verranno un esempio luminoso e incancellabile. Nicola Falconi nacque in Capracotta il 6 dicembre 1834 dall'avv. Bernardo e da Carmela Conti. Fu educato dallo zio Monsignor Giandomenico Falconi, Vescovo di Acquaviva ed Altamura, in quel Seminario, che era diventato allora, per opera specialmente di Monsignor Falconi, uno dei migliori istituti del Regno. Entrò in magistratura nel 1855, quando era Avvocato Generale presso la Corte Suprema di Napoli l'altro suo zio, Stanislao Falconi, uno dei più illustri magistrati dell'ex Regno di Napoli. Nominato Giudice a Benevento nel 1861 fu, dopo poco tempo, promosso Procuratore del Re in Melfi, donde passò successivamente a Taranto, Chieti e Catanzaro, lasciando dovunque di sé il più grato ricordo per l'integrità, la bontà d'animo, l'operosità nel rendere giustizia. Nel 1872 ottenne il passaggio nella magistratura giudicante e fu nominato Consigliere di Appello in Aquila. Si presentò candidato al collegio politico di Agnone nel 1875, ma fu eletto nel 1876, e d'allora in poi, per ben 33 anni, cioè fino al 1909 rappresentò ininterrottamente il collegio di Agnone, rieletto sempre plebiscitariamente. Fu membro della Giunta del Bilancio e di altre importanti Commissioni. Nel 1909 fu assunto all'ufficio di Sotto Segretario di Stato per la Giustizia, ministro Bonasi. Fu nominato Senatore il 4 aprile 1909. Nella magistratura, dopo di essere stato per molti anni presidente di Corte di Assise, e di aver diretto con zelo, con equanimità e con acume molti dibattimenti, fra cui uno importantissimo contro un brigante di Calabria, fu promosso Consigliere di Cassazione e poi Presidente di Sezione della Corte di Appello di Roma. Promosso poi dal Guardasigilli Orlando a Primo Presidente della Corte d'Appello di Genova rinunziò alla promozione. Occupò per molti anni il posto di Giudice nel Tribunale Supremo di Guerra e Marina. Fu collocato a riposo, pei limiti di età, in novembre del 1909, col titolo e grado onorifico di Presidente di Corte di Cassazione. Dal 1872 Nicola Falconi fu, per oltre 40 anni, Consigliere Prov.le di Campobasso, pel Mandamento di Capracotta, e per più decenni Presidente del Consiglio Prov.le. E si rese veramente e per più aspetti benemerito della provincia, in particolar modo promovendo, con alacrità e con perfetta cognizione dei bisogni locali la costruzione delle strade provinciali e provvedendo alla buona manutenzione delle strade comunali col facilitarne la provincializzazione. Negli ultimi anni era Presidente del Consiglio di Amministrazione del Fondo pel Culto, Presidente della Commissione per la diffusione dell'Istruzione nel Mezzogiorno, e Membro della Commissione per i soccorsi ai danneggiati politici. Ed in tutti questi altissimi ufficii egli portò, fino agli ultimi giorni, il contributo di una operosità instancabile, giovanile, di una intelligenza chiara, pronta [...] veramente raro e di una bontà d'animo eccezionale. Questo - in rapida sintesi - lo "stato di servizio" dell'uomo eminente che il Molise ha perduto, del decano dei nostri uomini politici, e che sarà lungamente benedetto e rimpianto. Noi c'inchiniamo reverenti dinanzi alla sua tomba, e deponiamo, commossi, il simbolico fiore della memoria. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, La morte del Senatore Falconi , in «La Provincia di Campobasso», XXI:1, Campobasso, 30 gennaio 1917.

  • La fontana delle Carceri... dei sospiri, delle gioie e dei dolori

    La fontana delle Carceri è lo spartiacque che trovate al crocevia di tre quartieri di Capracotta: la Terra Vecchia, San Rocco e San Giovanni. La fonte sembra sovrastare, per i suoi 1.400 metri di quota, gli ultimi due rioni che, con le strade costeggiate da abitazioni, danno vita a un percorso privilegiato per il vento e la neve che lì sembrano darsi appuntamento come due fidanzati nell'atto di promettersi eterno amore. La fontana fu incassata nel muro di sostegno ai tempi della ricostruzione post-bellica, al di sotto della porta di entrata alle carceri mandamentali e ai piedi della monumentae Chiesa Madre, a cui si giunge attraverso una terna di scalinate. Quella delle Carceri è la fonte che per circa mezzo secolo non solo ha soddisfatto alle richieste di acqua potabile dei tre menzionati quartieri ma ha anche rappresentato il contenitore di tutte le emozioni, le speranze, i dolori e le emozioni di chi le passava di fronte. Essa ha ascoltato il baccano e le imprecazioni di chi, stringendo un bicchiere di vino in mano, aveva alzato il gomito presso la cantina sociale verso San Giovanni, come ha subìto il fragore dello sferragliamento degli attrezzi che si adoperavano nel laboratorio ferriero di Tore, lato San Rocco; ha confortato il desiderio di agognata libertà di chi era rinchiuso nelle prigioni, mentre ignari piccioni, coi loro versi gutturali, volando liberi di fronte alle inferriate rendevano ancor più greve la vita dei reclusi. La fontana ha ascoltato lo strazio e il dolore di chi, al termine della scalinata, piangeva un proprio caro che era "andato avanti", il cui feretro veniva trasportato a spalla per l'ultimo viaggio; si è immedesimata anche nella gioia dei novelli sposi che si accingevano a salire quelle scale prima di unirsi per sempre. Tutti questi sentimenti forti, queste emozioni vere, non vengono più percepite dalla fontana perché ormai tutto ogni cosa accade velocemente sul piazzale antistante la Chiesa Madre, dove rombano automobili potenti e carri funebri avveniristici. Con una battuta si potrebbe riconsiderare la fontana delle Carceri attraverso la messa in opera di un tunnel che permetta di raggiungere la Chiesa di S. Giovanni o quella di S. Antonio con una panoramica aggrappata ai Ritagli. Lei, ormai dimenticata, pare voglia suggerirci, nel chiaroscuro della sera, che sebbene il tempo sia denaro, il passato non va dimenticato. Al massimo, lo si può accantonare per un momento... Filippo Di Tella

  • Un uomo solo al comando

    Sì! Dopo lunghi anni di attesa giustizia è fatta. Con roboanti e tronfie frasi essa scende in prima linea. Non più Tocchi e Toghe, non più sorde aule, non più rassicuranti messaggi come "La legge è uguale per tutti" ma due avvocati, uno trionfante per aver vinto, l'altro livoroso in quanto ha perso. Molto spesso non si tratta di una decisione giusta ma deve essere eseguita . I nostri padri latini affermavano: « Summum ius, summa iniuria ». È una locuzione latina il cui significato letterale è "somma giustizia, somma ingiustizia", oppure "il massimo del diritto, il massimo dell'ingiustizia". Cicerone la cita come espressione proverbiale. Una espressione analoga si trova infatti già in Terenzio: « Ius summum saepe summa est malitia » ("somma giustizia equivale spesso a somma malizia"). Affermazione che io ho sempre condiviso in quanto a prescindere dal caso concreto, che può essere stato giustamente valutato, il fatto che la decisione arrivi dopo un numero di anni, sicuramente eccessivo, produce sicuramente "ingiustizia" e sicuramente anche la "malizia" ha contribuito alla dilatazione dei tempi. L'anonima giustizia che si nascondeva, fino a quel momento, su un foglio di carta bollata o, al massimo, nell'effige della famosissima marca denominata "Cicerone" ora mostra un viso umano. Quello dell'Ufficiale Giudiziario! Per quanto riguarda i tempi biblici faccio solo due piccoli esempi. I tempi dei provvedimenti che riguardano minori, nelle cause di separazione, che arrivano quando i minori sono militari o sposati con figli e i tempi di abbattimento per gli abusi edilizi che vengono sanati anche dai terremoti. L'avvocato che ha vinto la causa mette a disposizione tutti i mezzo materiali necessari all'esecuzione. L'avvocato che ha perso sogna di poter usare ancora la "malizia" per far passare altri anni e... mantenere il rapporto economico con il cliente. Il primo, per operare pressione psicologica sull'Ufficiale Giudiziario, potrebbe avvalersi di una denuncia per il reato di omissione di atti d'ufficio, il secondo per il reato di abuso di potere. L'U.G. che si trova tra i due fuochi, più che preoccuparsi dei comportamenti dei due avvocato deve tener presente che la forza insita nella formula esecutiva si scontra con la realtà. L'esecuzione del "comandiamo" deve fare i conti con le "persone" che devono subire l'ordine e che devono essere rispettate da un "uomo solo al comando". Omissione di atti d'ufficio: sì, abuso di potere, ma soprattutto rispetto per le "persone". Aggiungerei il proverbio cinese che recita: "Prima di giudicare tuo fratello cammina sette giorni nelle sue scarpe". Prima di passare al racconto di qualche esecuzione particolare mi piace ricordare quanto mi capitò alla Pretura di Agnone. Siamo in Molise ai piedi di Capracotta, permettetemi di ricordarlo con le parole di una componente della famiglia Marinelli titolare della fonderia dalla quale sono uscite campane andate a rintoccare in tutto il mondo: «Siamo da sempre educati al pensiero che l'arte è anche fuoco, cioè emanazione del sacro fuoco interiore di chi la produce, ma ad Agnone, dove magistero e magia spesso si incontrano, l'arte-fuoco per esprimersi ha bisogno di altro fuoco, quello fisico, il primordiale elemento purificatore che addirittura diventa mezzo, strumento pratico di creazione. Qualcosa di più insomma di un pennello, o di uno scalpello, o di uno strumento musicale o di una semplice penna. Il fuoco qui diventa strumento espressivo per trasformazione di alcuni elementi della natura, lo stagno e il rame, che fusi generano il bronzo e col bronzo e nel bronzo l'arcano di un linguaggio, proprio come voleva il filosofo che identificava il fuoco nel “logos” che qui non è parola, ma suono, espressione pura per avvicinarsi a Dio. È dunque la campana a fornirci la chiave di interpretazione di una antichissima espressione artistica, una fonte mistica di suoni che storia, scultura, musica, scienza concorrono a rendere voce, strumento d'elevazione». Agnone, Belmonte, Castelverrino, Pietrabbondante, Poggio Sannita (Caccavone), oltre a Frosolone e Castiglione Messer Marino, questi sono i centri che ho avuto modo di visitare per ragione di lavoro e dove ho conosciuta la vera povertà. Sì, è vero, stavano bene i professionisti, i commercianti, gli artigiani e i funzionari ma molti di più vivevano e, forse vivono ancora oggi, in condizione di grave disagio. Abitazioni fatiscenti, famiglie numerose, lavori faticosi e sul desco, o meglio sotto la cenere, 10 patate. Sicuramente un menù che in qualche ambiente è presentato con tanti "gridolini isterici" come veramente chic. Ma a Caccavone era insufficiente per quei piccoli che aspettavano di riempirsi la pancia. Il lavoro del padre consisteva nell'andare dai 705 metri di Poggio Sannita, ai 100 metri del torrente Verrino a caricare, sulle spalle, gerle di sabbia (rubata al demanio) per portarla al cantiere del "signorotto" che stava ristrutturando casa. Il compenso? Una miseria! Non l'ho mai accertato, ma ho sempre avuto il dubbio che la segnalazione del furto all'autorità competente, per la quale avevo il decreto di citazione in mano, fosse stata opera del "signorotto" per procurare lavoro a qualche avvocato suo parente. Ma torniamo a bomba. Severino Diamanti Fonte: S. Diamanti, Un uomo solo al comando. Piccola guida per rispettare l'ordine emanato da una sentenza , Europa, Roma 2018.

  • Il Natale d'un tempo: neve, tombola e lo stare in famiglia

    È già tempo di parlare di Natale e iniziamo a farlo anche noi visto che siamo nelle immediate vicinanze della festa liturgica con una rubrica che intitoliamo "Raccontaci il tuo Natale". In giro per la città, quindi, chiederemo ai cittadini di raccontarci come si ha, fin da bambini, trascorso il Natale. La prima persona che ci ha raccontato il suo Natale è Antonio Di Ianni, originario di Capracotta, un caratteristico paese dell'alto (molto alto) Molise; oggi Antonio vive a Termoli con la sua famiglia e lavora in Fiat, però non dimentica certo l'atmosfera natalizia che al suo paese era certamente molto bella perché «in questo periodo c'era sempre tanta neve». – Da ragazzino, insieme alla mia famiglia, a Natale andavamo in montagna a Capracotta, e tutte le festività le passavo con i parenti. A Natale, in questo piccolo comune, c'era sempre la neve e con mia sorella e i miei cugini ci divertivamo molto a rotolare in mezzo a quella altissima coltre bianca che ricopriva il nostro paese. Quelli, per noi bambini, erano davvero dei Natali meravigliosi con un'atmosfera festiva che si sentiva tantissimo. La sera del 24, durante il cenone di Natale a Capracotta si usa far bruciare il pezzo di legna più grande che si possiede perché serviva a far riscaldare Gesù Bambino. Durante il cenone, inoltre, la nonna preparava sempre, tra le tante altre pietanze, una di cui andavo "pazzo": il baccalà fritto oppure arrosto. Poi, dopo il cenone, andavamo in Chiesa alla messa di mezzanotte; ricordo che camminare a quell'ora di notte, per quelle stradine in mezzo alla neve, era davvero splendido. Poi la tombola, le partite a carte... quei Natali un po' mi mancano. Michele Trombetta Fonte: https://www.termolionline.it/ , 12 dicembre 2014.

  • Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi (II)

    CAPITOLO II I primi anni dopo l'emigrazione La vita di chi sceglieva la strada dell'emigrazione non era meno sofferta e carica di sacrifici di chi rimaneva a Capracotta: « Andai a Roma che avevo solo quattordici anni, nel 1949 – ricorda Nicola D'Onofrio – per risparmiare sul prezzo dell'affitto di un lettino, che costava 5.000 lire a testa, ci si dormiva talvolta in due o tre. Io ero fortunato, perché avevo a disposizione una stanzetta messami a disposizione dal titolare della sartoria. I pasti li consumavamo all'Ente comunale di Assistenza (ECA), dove pagavamo solo 30 lire ». Gli stipendi, per un apprendista, erano infatti piuttosto magri: si guadagnava, in media, tra le 300 e le 600 lire al giorno, che venivano corrisposte settimanalmente, in genere il sabato sera. Di questa somma, per giunta, una parte veniva inviata alla propria famiglia, per cui occorreva gestire ogni soldo con estrema parsimonia. Perfino in seguito, quando si era già maturata una buona esperienza e si otteneva un incarico presso un'affermata sartoria, o si riusciva addirittura ad aprire una propria bottega, il mestiere del sarto era caratterizzato dalla fatica e da orari estenuanti: « Se lavoravi fino alle undici di sera il principale diceva agli altri lavoranti "Bravo questo ragazzo, insegnategli il mestiere", ma se tornavi a casa alle nove non c'era speranza di far carriera » racconta Alfio Paglione. Non mancava persino qualche ingratitudine da parte dei clienti: « Ricordo perfettamente quando chiudemmo bottega una mezza giornata per andare al funerale di un nostro compaesano – spiega Alberto Sammarone (detto "Catena"), che a Roma, dopo aver lavorato anche da Caraceni, in via Boncompagni, condusse per un quarto di secolo (dai primissimi anni Sessanta fino al 1985), un'attività sartoriale in via Alessandria insieme ad altri due capracottesi, Giovanni Sanità e Fernando Giuliano –. Quando tornammo trovammo ad attenderci dinanzi al laboratorio un cliente, che ci rimproverò aspramente, accusandoci di non essere mai presenti in laboratorio. Eppure rimanevamo ogni giorno lì dentro fino a tarda sera, anche quando non c'erano clienti ». Diventa così più comprensibile la ragione per cui, nel corso degli anni, tanti giovani trasferitisi a Roma abbandonarono le sartorie (ma non il mestiere appreso), in favore un impiego meno faticoso ed in grado di garantire un reddito più sicuro, in genere all'interno della Pubblica Amministrazione: « Potrei fare i nomi di almeno 15 sarti diventati bidelli » sostiene ancora Alberto Sammarone, che con le sue parole conferma un fenomeno che coinvolse non solo gli emigranti, ma anche chi rimase a Capracotta, dove le commesse per la realizzazione di abiti su misura erano sicuramente minori (e per un importo inferiore) rispetto a quelle che si potevano ottenere nella Capitale. Si può anzi ritenere che la progressiva scomparsa dei sarti e dei laboratori colpì in misura maggiore proprio il paese, dove negli anni Settanta sopravvivevano pochissime botteghe, tra cui quella di Giovanni Borrelli, mentre erano sempre più numerosi i capracottesi che si "convertivano" ad un nuovo lavoro, anche in questo caso pubblico. A Roma, al contrario, non mancò chi, per passione e capacità, scelse di continuare a dedicare la sua vita a svolgere il mestiere così faticosamente imparato in gioventù, arrivando spesso ad ottenere brillanti risultati. D'altronde, ve ne erano tutte le premesse: « Quanti capracottesi avevano mani d'oro! – sostiene Alfio Paglione – Una volta provai a scucire un cappotto realizzato dal mio amico Alfredo Sanità, per vedere come era stato realizzato, ma non ci riuscii, nonostante tutti i miei sforzi. Fui costretto a telefonargli per chiedergli come avesse fatto quelle cuciture » . Volendo limitare l'elenco ai sarti che prestarono la propria opera per le sartorie di fama internazionale, senza ovviamente considerare Ciro Giuliano e Gaetano Terreri, basti pensare al già menzionato Alberto Sammarone, a Giangregorio Sammarone, Giuseppe Ciolfi, Carmine Di Tanna (che proveniva dalla sartoria di Ciro Giuliano), Mario Di Tella ed Antonio Paglione, che lavorarono per Caraceni, dove un altro compaesano, Ezechiele Di Lullo, era un apprezzatissimo specialista del frac, o ancora ad Alfio Paglione e Sebastiano Di Rienzo, che si specializzarono, unici tra tutti i sarti di Capracotta, nell'alta moda femminile, dapprima con una breve esperienza nella sartoria di Angelo Piccioni, frequentata da moltissime protagoniste del mondo del cinema e dell'alta borghesia romana (tra le altre, Sophia Loren, Rosanna Schiaffino, Sylva Koscina), in seguito nell'atelier appena inaugurato da un giovane stilista, che proprio in quegli anni iniziava ad imprimere indelebilmente la sua iniziale sui più begli abiti dell'alta moda italiana e mondiale: Valentino. Racconta di quegli anni Alfio Paglione: « Ricordo che la Schiaffino (moglie del noto industriale Giorgio Falck, N.d.A. ), non si svestiva mai davanti al principale. Lo faceva in disparte in un piccolo spogliatoio riservato, che era vicino al magazzino dove noi avevamo gli accessori. Io, mascalzoncello, quando vedevo che c'era la Schiaffino mi recavo nel magazzino e vi rimanevo fino a quando non sentivo il rumore degli abiti che spogliavano il corpo dell'attrice. Niente di eccezionale, ma immaginare quella famosa donna svestita era esaltante! ». Roma, come già più volte ricordato, rappresentava di norma la prima ed unica destinazione per quasi tutti i sarti capracottesi emigrati, ma talora accadeva che, per alterne vicende, ci si trasferisse dalla capitale verso una nuova destinazione, oppure che ci si recasse direttamente in altre città. I fratelli Italo ed Eutimio Mosca, ad esempio, acquisirono presso la sartoria Marinaro di Firenze una notevole esperienza, che il secondo continuò poi a mettere a frutto nelle migliori aziende di confezioni abruzzesi, mentre il primo tornò in paese, dove rimase tra gli ultimi a gestire un piccolo laboratorio. Da Marinaro prestò la sua opera agli inizi degli anni Cinquanta un altro Mosca, Giuseppe, che poi continuò a tagliare e cucire fino al giorno della pensione in una prestigiosa sartoria della centralissima via Zamboni di Bologna, gestita da un abruzzese originario della provincia di Chieti, Ferrari. Alfio Paglione, invece, dopo la breve esperienza presso Valentino, si trasferì nel 1962 a Milano, che doveva ancora trasformarsi nella capitale della moda europea e mondiale che sarebbe diventata alcuni anni più tardi. « Quando andai a Milano mi sembrava di stare all'estero. A Roma guadagnavo 1.200 lire al giorno, lì 3.500. A Roma noi sarti venivamo considerati un po' come gli extracomunitari di oggi, perché ne eravamo tanti. Al confronto, persino i falegnami facevano una vita da signori. Ne conoscevo alcuni che prendevano almeno un terzo in più del mio stipendio ». Lo stesso Sebastiano Di Rienzo si trasferì per circa un anno a Como, insieme ad un altro compaesano, Franco Evangelista, per lavorare presso la sartoria di Angelo Casale, nativo di Bojano (paese situato in provincia di Campobasso). Per alcuni, la strada dell'emigrazione varcò addirittura i confini nazionali. Anche all'estero, comunque, i capracottesi ebbero modo di distinguersi, come nel caso di Claudio Del Castello, che servì lo Scià di Persia, prima che questi fosse costretto all'esilio, a seguito della rivoluzione islamica guidata da Khomeini, nel 1979. Pierino Campana, allievo di Giovanni Borrelli, riscosse invece un buon successo in Argentina con un'impresa specializzata nella produzione di maglieria, mentre Carmine Di Tanna, dopo aver chiuso la bottega che possedeva a Lucera (in provincia di Foggia), si trasferì negli Stati Uniti. Qui lavorò dapprima per la Hickey Freeman di Rochester, la più importante azienda di abbigliamento statunitense, che si caratterizzava per un procedimento di confezione basato principalmente sulla lavorazione a mano, in seguito per un'importante sartoria della medesima cittadina, denominata "The Street of Shops". « Realizzò anche un vestito per la caccia alla volpe per Cary Grant, grande amico della famiglia Eastman, che proprio a Rochester aveva fondato la Kodak » racconta Giuliano Di Tanna, figlio di Carmine. A metà degli anni Sessanta, tuttavia, Di Tanna fu convinto da un bravissimo sarto di Castel Di Sangro, Luigi Zulli, a tornare in Abruzzo ed a gestire la produzione di abiti su misura all'interno di una delle più importanti realtà italiane del settore delle confezioni: la Monti, di cui lo stesso Zulli era capo modellista. « I loro padri si conoscevano – confida ancora Giuliano – poiché avevano lavorato insieme, nella stessa sartoria. Ciò influì molto sulla scelta di Zulli ». Anche Carmine Di Tanna, così, si inserì in un'azienda, nella quale, come meglio si spiegherà successivamente, ricoprirono incarichi di responsabilità altri cinque capracottesi. Le destinazioni prescelte da chi emigrava all'estero riguardavano anche l'Europa: l'Olanda (come nel caso di Nicola D'Onofrio) e soprattutto la Francia erano i Paesi preferiti. Oltralpe, ad esempio, si recarono Mario Mosca (fratello di Giuseppe), Mario e Giovanni Di Tanna (che lavorò anche per Guy Laroche) e Mario De Renzis, che realizzò gli abiti di Jean Gabin per il film "Il marsigliese". Tante mete, ma un unico comune denominatore: ovunque si recarono, i sarti capracottesi furono sempre ammirati per la maestria con cui realizzavano abiti eleganti, dalle linee pulite, curati in ogni dettaglio in maniera certosina. Luigi D'Onofrio Fonte: L. D'Onofrio, Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi , tesi di master, Università degli Studi di Teramo, Penne 2004.

  • Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi (I)

    CAPITOLO I Il paese in cui si seminavano patate e si raccoglievano sartori Capracotta è un paese di circa millecento abitanti arroccato, ad un'altitudine di ben 1.421 metri, su un costone roccioso che congiunge Monte Campo e Monte Capraro, e che con imponenza separa, come un bastione naturale, la vallata dell'Alto Sangro e l'Abruzzo, a nord, e la vallata del fiume Verrino ed il Molise, a sud. La sua particolare posizione la rende particolarmente esposta ai venti, che nei lunghi mesi invernali portano con sé temperature polari e nevicate eccezionali, capaci di raggiungere, in alcuni anni, anche i cinque-sei metri. Particolarmente dura la vita dei suoi abitanti: è difficile svolgere qualunque attività produttiva, quando fuori imperversa una bufera di neve, oppure la temperatura scende molto al di sotto dello zero. Proprio tale caratteristica ha fatto sì che Capracotta emergesse, specie negli ultimi decenni, come uno dei più apprezzati centri turistici, per il soggiorno invernale ma anche estivo, in tutto il Centro-Sud Italia: il paese è infatti rinomato per la bellezza selvaggia della natura e dei suoi paesaggi, per la cordialità e l'ospitalità dei suoi abitanti, per le prelibatezze gastronomiche che vi si possono degustare. Moltissimi paesani ricordano ancor oggi la memorabile interpretazione di Alberto Sordi nel film degli anni Cinquanta "Il conte Max", nel quale egli cita frequentemente proprio Capracotta, indicandola quale meta della sua abituale villeggiatura estiva e definendola « una Cortina in miniatura » , sicuramente più a buon prezzo della celeberrima località alpina. Tra l'altro, il particolare affetto dei capracottesi per il popolare attore, scaturito da quella pellicola, fu tale che, quando egli scomparve, due anni addietro, il Comune di Capracotta fu tra i primi in Italia a dedicare un piccolo monumento alla sua memoria. La recente valorizzazione a scopi turistici del patrimonio naturale capracottese non deve far dimenticare, comunque, che se, ai giorni nostri, la particolare asprezza del suo rigido clima può rappresentare un elemento attrattivo e quindi una potenziale risorsa, in passato essa ha reso. Si narra che sia stato proprio il più illustre sarto a cui il paese abbia mai dato i natali, Ciro Giuliano (la cui figura verrà meglio descritta più avanti) a chiedere a Vittorio De Sica, regista del film e suo cliente, di citare Capracotta nella pellicola. Non a caso, in una delle scene del film Alberto Sordi giunge in un lussuoso albergo di Cortina e chiede al concierge quanto costi un pernottamento. Sentitosi rispondere la cifra (per l'epoca) esorbitante di novemila lire, ostenta indifferenza, poiché si spaccia per un nobile (il conte Max del titolo), benché sia di umili origini; ma poi, con il suo inimitabile umorismo, afferma tra sé e sé: « A Capracotta ci facevo un mese di villeggiatura! » . La terra di montagna, inoltre, non consente di impiantare colture redditizie come vigneti ed oliveti, per cui i capracottesi, fatti salvi alcuni terreni in cui si coglievano un po' di cereali, legumi o patate, hanno cercato di sfruttare le altre ricchezze che la natura poteva offrire all'uomo in quel particolare territorio, dedicandosi per esempio all'allevamento (soprattutto la pastorizia), che costituiva una scelta operata tra ben poche alternative. Chi non era contadino o pastore, infatti, diventava falegname, carbonaio, oppure si dedicava ad un'attività artigianale all'interno di qualche bottega. Calzolai e sarti appartenevano a quest'ultima categoria. Racconta una leggenda che tanti fanciulli di Capracotta siano divenuti sarti osservando le stalattiti che si formavano alle estremità dei tetti nelle giornate di bufera e che il ricordo ancestrale del corpo appuntito, sopito nella memoria, riemergesse inconsapevolmente quando si trattava di imparare il mestiere, una volta finita la scuola dell'obbligo. La stalattite diventava allora l'ago, simbolo dell'arte nobile del sarto. Più prosaicamente, un detto paesano spiega con un'efficacissima sintesi, sempre legata alle caratteristiche climatiche di Capracotta, la ragione per cui i mestieri artigianali fossero particolarmente ambiti: "l'arte sotto al tetto Dio l'ha benedetta". In effetti, gli artigiani lavoravano protetti dalle intemperie e non erano soggetti ai capricci del clima, che poteva scatenare, ad esempio, prolungate siccità o disastrose grandinate, né dovevano temere morie di animali, causate da chissà quale pestilenza. Ultimo, ma non meno importante, alcuni di loro avevano il privilegio di non sporcarsi le mani, nel senso letterale dell'espressione. I sarti erano fra questi. Resta comunque un grande mistero il fatto che Capracotta, in tutto l'arco del ventesimo secolo, abbia dato i natali ad un impressionante numero di sarti: l'unico censimento finora svolto, ma rimasto ancora incompleto per la difficoltà insita in questo tipo di ricerca storica, ha permesso a Sebastiano Di Rienzo, ex presidente dell'Accademia italiana dei Sartori ed attuale segretario della Federazione mondiale, di ricostruire un elenco nel quale sono già inseriti quasi 250 nomi di soli sarti uomini, ma che, secondo il suo autore, può tranquillamente superare i cinquecento nominativi. Non è dunque esagerato l'appellativo di "paese dei mille sarti" con il quale Capracotta è conosciuta nell'ambiente della sartoria, né la diffusa affermazione, secondo la quale in quel paese « si seminavano patate e si raccoglievano sartori » . Le numerose botteghe del paese, com'è comprensibile, contavano perciò un elevatissimo numero di apprendisti, specialmente nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Le più note erano quelle di Ottavio Comegna, di Cesare Di Rienzo, di Panfilo Monaco (detto "Pampanuccio"), nonché quella avviata nei primi anni del secolo da Loreto Borrelli, per essere successivamente proseguita dal figlio Giovanni. Ciascuna di queste arrivava a contare anche una quindicina di lavoranti. Meno numerose erano, invece, le sartorie femminili. Lo si spiega considerando, in primo luogo, che molte donne si specializzavano nell'arte del ricamo (in genere appresa dalle suore), con cui ornavano i loro corredi; una volta sopraggiunto il matrimonio, poi, chi aveva appreso il mestiere di sarta si limitava a proseguire il lavoro in casa, dove si tagliava e cuciva qualche abito per familiari e conoscenti, sempre che le esigenze domestiche non prendessero il sopravvento. A distanza di molti anni, comunque, nella memoria collettiva sono ancora impressi i nomi di Maria "Balà", di Teresa Paglione (detta "di Pettinicchio", dal cognome del marito), di Elda Santilli e Manuela D'Andrea, che gestivano i laboratori più noti in paese. Immensi sacrifici e duro lavoro caratterizzavano per tutti, uomini e donne, l'apprendistato in bottega. L'attività, infatti, si protraeva ogni giorno ad oltranza, dalle prime ore del mattino sino a tarda notte, senza che vi fosse la possibilità di guadagnare alcunché, tranne le 5 o 10 lire di mancia quando ci si recava a consegnare il vestito al cliente, incarico per ottenere il quale si accendeva, com'è intuibile, un'agguerrita competizione. In occasione del Natale o della Pasqua, anzi, erano gli stessi ragazzi a portare qualche dono al proprio maestro, per assicurarsi la sua benevolenza e garantirsi la prosecuzione del lavoro in bottega. « La mentalità era che il giovane avesse il privilegio di imparare un mestiere, non che il sarto ricevesse un aiuto nello svolgimento della propria attività – spiega Bibbiana Procaccino, che all'età di soli diciassette anni gestiva un laboratorio con cinque lavoranti –. Questa concezione della nostra professione mi ha in seguito creato alcuni problemi, quando mi allontanai da Capracotta per andare a vivere, per un breve periodo di tempo, a Lanciano, poiché conobbi giovani sarte che, prima di venire a lavorare per me, mi chiedevano quanto sarebbero state pagate. Ma come potevo garantire loro una retribuzione, se io stessa non avevo ancora un numero di clienti tale da ritenere sufficientemente avviata la mia sartoria? » . Lo stesso maestro, comunque, non sarebbe stato in grado di riconoscere un compenso ai suoi allievi, dal momento che, salvo qualche cliente più facoltoso, il pagamento avveniva in natura: grano, patate e qualche gallina erano la tipica merce di scambio. Appena entrato in bottega, il giovane apprendista veniva sottoposto a quella che si poteva considerare una vera e propria cerimonia di iniziazione, che consisteva nella legatura del dito medio: questo veniva ripiegato su se stesso e stretto con una fascetta per giorni e giorni, affinché fosse in seguito più semplice spingere l'ago con il ditale, eseguendo il movimento tipico del sarto durante l'operazione della cucitura. I primissimi passi dell'apprendistato consistevano infatti nel mettere qualche punto lento su pezze di scarto, oppure nel riempire di carbone il ferro da stiro. Solo dopo molto tempo si cominciava a lavorare sulle stoffe con cui sarebbero stati confezionati gli abiti, eseguendo per esempio la particolare cucitura detta soprammano (o sopraggitto), che consiste nel fermare l'estremità di una pezza di tessuto già tagliata, per evitare che si sfilacci. Apprendere i primi rudimenti del mestiere richiedeva quindi lunghi mesi di "gavetta", in cui la difficoltà era accresciuta dal fatto che, un po' per mancanza di tempo, un po' per gelosia, nessuno si prestava volentieri a fungere da insegnante: « Bisognava rubare con gli occhi il mestiere, spiando il lavoro degli altri » afferma mastro Giovanni Borrelli; talvolta, comunque, i praticanti più esperti confidavano qualche tecnica ai loro colleghi più giovani. Gli inizi sono stati particolarmente duri per tutti, anche per chi, in seguito, ha avuto modo di distinguersi, in Italia e nel mondo intero: racconta Sebastiano Di Rienzo che, quando fu presentato per la prima volta al suo futuro maestro, Giovanni Borrelli, questi non volle prenderlo con sé a bottega, perché già scoppiava di ragazzi; qualche tempo più tardi, tuttavia, i genitori riportarono il giovane Sebastiano (che aveva allora poco più di dieci anni) da "mastro Giovanni", per convincerlo in tutti i modi ad insegnargli il mestiere. Egli, alla fine, accettò, pur con qualche riluttanza; fece allora sedere il ragazzo accanto ad un sacco di carbone, sull'unica sedia evidentemente disponibile, che però era inutilizzata a causa della sua scomodità, poiché aveva la seduta inclinata in avanti. Fu lì che il giovanissimo Di Rienzo trascorse, stringendo i denti, i suoi primi periodi di apprendista: « Ricordo ancora oggi i dolori alle ossa ed ai muscoli che mi provocava quella sedia! ». Ciò non toglie che tra il maestro ed il suo allievo si instaurasse un rapporto di reciproco affetto ed ammirazione, che aveva una delle principali manifestazioni nel momento in cui l'apprendista lasciava la bottega ed il paese per emigrare. All'interno delle sartorie i giovani sarti capracottesi apprendevano infatti il mestiere almeno per un paio d'anni, dopodichè la grande maggioranza di loro si trasferiva a Roma: la miseria e la speranza di un futuro più roseo in una grande città erano chiaramente le spinte propulsive dell'emigrazione di massa, che negli anni Cinquanta e Sessanta, d'altronde, non coinvolse unicamente i sarti. La sera precedente la partenza era tradizione, per il giovane sarto, recarsi in visita dal maestro per salutarlo; se questi, tuttavia, rispondeva proponendo di rimandare l'ultimo incontro alla mattina seguente, significava allora che egli si sarebbe presentato alla fermata della corriera per consegnare all'ormai ex allievo una modesta somma di denaro, in genere compresa tra 500 e 1.000 lire, come segno di ringraziamento per gli anni trascorsi nella sartoria. Roma costituiva la destinazione privilegiata di questi giovanissimi apprendisti, anche rispetto ad altre, come Napoli, che, oltre ad essere geograficamente altrettanto vicine, vantavano per di più una fulgida tradizione in ambito sartoriale (specie maschile), poiché il nome della capitale era legato alla strepitosa fama qui conseguita da due eccezionali sarti capracottesi: Gaetano Terreri, che tra la sua clientela annoverava molti divi di Cinecittà, e, soprattutto, Ciro Giuliano. Nato nel 1894, Ciro era figlio d'arte, poiché anche il padre, Vincenzo, era sarto e, tanto per arrotondare, direttore d'albergo. A quindici anni già lavorava per Mattina e Cassisi, buone firme della sartoria romana, ma, prima ancora, aveva appreso proprio le tecniche sartoriali della scuola napoletana. Come tutti, i suoi esordi erano stati segnati dalla fatica e dai sacrifici. « Ciro [...] raccontava spesso quelli fatti da lui quando, ancora ragazzo, [...] allievo di Mattina e Cassisi, lavorava quindici o sedici ore al giorno in ambienti malsani. Proprio questa esperienza, l'ansia di riuscire e di emergere ne avevano fatto il grande Ciro » . La sua straordinaria forza di volontà lo portò così ad eccellere, al punto tale da divenire maestro venerato da tutti i sui colleghi e sarto di fiducia, tra le due guerre e nel secondo dopoguerra fino a tutti gli anni Sessanta, di gran parte della classe dirigente italiana, dei finanzieri, degli industriali, dei nobili (ad esempio, il Duca di Windsor), degli ambasciatori e dei gerarchi fascisti più mondani, come Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. « Aveva, inoltre, vestito anche molti dandies stranieri di passaggio, tra cui Gary Cooper e, occasionalmente, [...] Clark Gable » . Ciro, tuttavia, non amava vestire i divi dello spettacolo, perché il loro stile richiedeva stravaganza ed eccentricità, caratteristiche estranee alla tradizione dell'eleganza maschile. I suoi abiti, al contrario, non erano mai sontuosi o ridondanti, poiché egli puntava tutto sulla semplicità della linea. « La vera eleganza si basa sempre sulla semplicità » , sosteneva anche un altro straordinario sarto, Nazzareno Fonticoli, socio fondatore della Brioni Roman Style di Penne e suo "amico fraterno", come egli stesso si definì nell'elogio funebre che scrisse in onore di Ciro sulle pagine della rivista dell'Accademia nazionale dei Sartori, nell'occasione della scomparsa, avvenuta nel 1978. Alcuni giorni dopo il triste accadimento, perfino una storica penna del giornalismo italiano, come Luigi Barzini, dedicò gran parte della terza pagina del "Corriere della Sera" al ricordo di questo personaggio leggendario, del quale scrisse: « In realtà Ciro [...] non aveva rinnovato l'arte della sartoria . Aveva, con talento e gusto italiano, adattato ed interpretato criteri e tecniche inglesi. Appoggiava, cioè, la giacca alle spalle del cliente così com'erano, come gliele aveva fatte sua madre, senza imbottiture, senza telette rigide od altro, per cui il resto pendeva per gravità, sciolto, con garbo e naturalezza. I sarti più tradizionali appoggiano invece la giacca a spalle finte, fatte di bambagia, sostegni ed accorgimenti vari. Il resto è rigido, modellato scultoreamente con l'aiuto di tele nascoste nella fodera, e con altri artifizi. I segreti di Ciro erano forse solo due. Le sue stoffe erano di grande qualità, quelle che, prima dell'ultima guerra, erano prodotte in Inghilterra da poche piccole fabbriche, con scelte lane australiane, per pochi sarti, ad uso di pochi clienti, stoffe paragonabili, per pregio e rarità, a certi vini carissimi. [...] Tali stoffe non si ciancicavano, non avevano bisogno di essere stirate perché riprendevano da sé la forma appese in armadio, cadevano con naturale eleganza, muovendosi col movimento del corpo. Ciro andava ogni anno a scegliersele di persona in Inghilterra. Il secondo segreto era questo: non seguiva la moda. I suoi abiti non avevano data di nascita, come quelli di Coco Chanel. Erano eleganti anche dopo trent'anni » . L'eleganza senza tempo contraddistingueva anche la sua stessa figura, di signore distinto e riservato, che contraddiceva le sue umili origini e consentiva di paragonarlo ad un aristocratico d'antan (era, tra l'altro, un grande appassionato d'arte). Non fu un caso se venne definito proprio da una rivista della nazione aristocratica per eccellenza, l'inglese "Gentlemen's Quarterly", il miglior sarto italiano e ancora la « bibbia dell'eleganza maschile » . Lo splendido articolo di Barzini (risalente all'8 dicembre) conteneva però anche due imprecisioni, che generarono una piccola querelle tra lui e Mario Caraceni, il quale, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell'elzeviro, inviò una lettera al "Corriere", anch'essa pubblicata sul numero del 13 dicembre, in cui sosteneva che Barzini si era sbagliato, poiché aveva utilizzato il nome di Ciro Giuliano per narrare quella che era, in realtà, la storia dei Caraceni e di Domenico in particolare. Tra le altre cose, infatti, il giornalista aveva indicato quale luogo di nascita di Ciro Giuliano Ortona e non Capracotta. Barzini fece seguire alla lettera una parziale smentita di quanto contenuto nell'articolo, correggendosi però solo su due punti: il luogo di nascita e, conseguentemente, il fatto che egli non avesse, da giovane, all'interno di una piccola sartoria ortonese, "smontato e rimontato" gli abiti che Francesco Paolo Tosti, famoso musicista originario di quella cittadina, si faceva confezionare da Savile Row a Londra (all'epoca la più importante sartoria mondiale), indossava per qualche tempo e faceva poi pervenire al fratello, molto più magro di lui, che viveva tra minori agi ad Ortona. Come correttamente riportato da Guido Vergani in "Sarti d'Abruzzo", questa curiosa circostanza consentì invece a Domenico Caraceni di apprendere le tecniche della sartoria inglese e di rielaborarle con gusto e classe tipicamente italiani. In pochi erano al corrente delle vere origini di Ciro Giuliano, a causa della sua riservatezza; egli, tuttavia, fece lavorare molti compaesani nella sua sartoria, tra cui lo stesso Gaetano Terreri, che dopo esservi divenuto tagliatore decise di mettersi in proprio. La fama che nacque dalla maestria di questo figlio di Capracotta creò intorno a lui un alone di fascino ed ammirazione, quasi di mito, presso l'alta società di Roma, come spiegò magistralmente un'altra grande firma del giornalismo italiano, Indro Montanelli, che descrisse così i suoi primi incontri con quello che definì « il re dei sarti europei ». Con quel nome mezzo da conquistatore e mezzo da bandito e con la leggenda che lo aureola di sibaritica sontuosità, Ciro Giuliano avevo finito per immaginarmelo alto, autoritario e di piglio prepotente, una specie di Pastonchi o di Duveen del "doppio petto", incline più a dare con dittatoriale arroganza che a ricevere ordini, a trattare i clienti come altrettanti minorenni e a disporre delle loro finanze con la stessa indifferente sommarietà con cui sembrava disporre di quelle proprie. Fu quindi con una certa sorpresa che una sera, al pranzo di una mia amica [...] al posto contrassegnato dal nome di Ciro Giuliano, alla destra della padrona di casa, vidi sedere un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. [...] E il taglio dell'abito, e il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, e la riservatezza e la soavità dei modi m'avevano fatto pensare a un diplomatico della vecchia scuola o a uno di quei "Conti Zii" della buona società che possono permettersi qualunque familiarità verso uomini e donne senza timore di venir fraintesi. [...] A tavola Ciro sedette con la sedia un po' scostata e le mani sulle ginocchia, fissando con una certa ansietà il vassoio che il cameriere aveva cominciato a far girare fra i commensali, colmo di gamberi e aragostine con maionese, filetti di salmone e tarte al caviale. La padrona di casa lo sogguardava con un sorrisetto ironico sulle labbra. Alla fine con la mano gli diede un piccolo colpo sul braccio, e gli sussurrò all'orecchio: – Non preoccuparti, Ciro, per te c'è un'altra cosa... Proprio in quel momento un secondo cameriere gli deponeva davanti un piatto di spaghetti alla matriciana. Gli occhi malinconici e mansueti di Ciro s'illuminarono di gratitudine e la sua mano corse a strizzare con le dita, ma con estrema delicatezza, il ganascino della signora. – Te ringrazie tante tante! – disse con forte accento abruzzese. E compostamente prese ad arrotolare gli spaghetti fra i denti della forchetta. Anche alle portate successive, che erano complicate e raffinate, per Ciro ci furono «altre cose» [...] . Ciro mangiò tutto questo con soddisfazione, ma senza voracità, poco partecipando alla conversazione finché questa si aggirò su Fath, su Dior e sulla nuova moda che si apprestavano a lanciare. – Ancora una mode? – chiese a un tratto e con naturalissimo stupore. – Ma quante ne invènteno, mamme mie! E, altro non trovando da aggiungere, riprese a mangiare il suo cacio pecorino dal forte odore. [...] Il giorno dopo andai da Ciro per ordinargli un vestito. Non ne avevo alcun bisogno, ma mi piaceva riveder lui e diventarne amico. Con un certo stupore mi accorsi che lo ero già. Venne col metro pendulo dalla spalla destra, che ha un po' più curva di quella sinistra, e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra. – Oh! – disse come se mi avesse aspettato sino ad allora. – Sei venute?... Dammi un bacie... –, e mi baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance. – Facciamo un vestitucce? – aggiunse sogguardandomi col suo volto quieto e malinconico. – Facciamo un vestitucce –, risposi. – Come lo vuoi? – Come mi consigli di volerlo? Ciro sfogliò un catalogo di scampoli, si soffermò su uno e me lo mostrò fissandomi con aria interrogativa. – Eh! – feci io. – Eh! – fece lui. E mi pareva d'aver ritrovato Otello, il sarto della mia infanzia in campagna; che, nonostante quel nome melodrammatico, era soltanto il figlio di un nostro mezzadro e confezionava gli abiti in modo che a un certo punto si potessero rivoltare e poi riadattare ai nostri fratelli e cugini minori secondo i dettami della parsimoniosa economia domestica delle nostre vecchie famiglie toscane. Fu il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora; ma Ciro me lo mise addosso, quando fu pronto, con la stessa mancanza di liturgica solennità con cui Otello mi metteva addosso le sue giacche a fagotto. – Magnifico! – dissi ammirandomi nello specchio, davanti e didietro. – Non c'è male! – corresse lui. Poi, parendogli di essersi vantato, aggiunse in fretta: – Ci vuol poco, figlie mie, a fare un vestitucce a te, alte e magre come sei... E subito, per cambiar discorso, m'invitò a pranzo per la sera dopo a casa sua. Non c'era la solita dozzina di principi e miliardari; eravamo anzi in quattro soli: lui, io e due signore molto eleganti, ma senza blasone. C'erano però, nella vasta sala rettangolare che si spalancava con un balcone e due finestre dirimpetto a Palazzo Farnese, i Tiziani e i Tintoretti di cui avevo udito favoleggiare. [...] Ciro non interloquì quasi mai nella conversazione che fu vicace e brillante. [...] Solo la fronte ogni tanto si corrugava: ed era quando nel discorso cadeva qualche pungente commento o un aneddoto piccante su questo o quel personaggio della società. – È tante carine! – si affrettava subito a dire del colpito, se si trattava di una donna. E se si trattava di un uomo: – È così brave! Il suo disagio toccò i limiti della sofferenza quando una delle due invitate si mise a tagliare i panni addosso a un comune amico ex-ambasciatore, esercizio nel quale eccelleva la sua lingua mordace e immisericordiosa. – Non soffrire, Ciro! – fece a un certo punto, interrompendosi. – Oltre tutto, non ti paga i conti da cinque anni!... – Non è vero – rispose lui prontamente con un guizzo di sdegno nella voce. E per la prima e unica volta dacché lo conosco parlò senza accento abruzzese e battendo con stizza una mano sul tavolo. La reazione ci parve a tutti talmente straordinaria, che lo guardammo sorpresi e quasi increduli. Allora Ciro arrossì leggermente, fissò con aria umile e pentita la sua interlocutrice, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse: – Scuse, scuse... Ma perché parli così di...? È così brave!... Giorni fa ho incontrato l'ex-ambasciatore di cui si parlava quella sera. – Ci sei anche tu –, mi disse, – domani a pranzo da Ciro? – Sì, e anzi mi secca un po' perché ancora non riesco a pagargli un conto di sei mesi fa... Il vecchio diplomatico mi fissò con aria indignata. – Come? – proruppe. – Vuoi già pagarglielo dopo sei mesi?!... Io, che non glielo pago da sei anni, son sicuro che domani sera, fra i vari ospiti della sua mensa, mi troverò ad essere il meno moroso, dopo di te... Semplicità, umiltà, signorilità: queste doti, che tanto colpirono il grande Indro Montanelli e tanti come lui, trasudano da ogni parola di questo eccezionale ritratto di Ciro Giuliano. Le qualità descritte, tuttavia, non erano proprie del solo Ciro, poiché rappresentano inconfondibili caratteristiche della natura e del carattere di ogni vero capracottese; così come tutti i suoi compaesani, nel loro piccolo, sono sempre stati stimati ed apprezzati per le loro qualità di seri, capaci ed instancabili lavoratori, anch'egli venne tanto amato ed ammirato anche e soprattutto dai suoi colleghi. Fu grazie alla sua guida, infatti, che trovò nuovo splendore un'antica e prestigiosa istituzione come l'Accademia nazionale dei Sartori, di cui rivestì la carica di presidente per ben ventuno anni, dal 1955 al 1976, e quella di presidente onorario per i due anni successivi, sino al momento della morte. Di questa triste circostanza, a testimonianza di quanto appena detto, restano le commosse parole di Nazzareno Fonticoli: « Durante la mia giovinezza l'avevo conosciuto, apprezzato e stimato per il grande sarto che era. La familiarità dei nostri incontri, quasi quotidiani, mi avevano rivelato la sua passione per l'antiquariato, la conoscenza e la competenza quasi professionale di oggetti d'arte. Un gusto ed un tratto che ne facevano un vero signore, nel senso un po' disusato di questo termine. Come sarto, insieme a Domenico Caraceni aveva fatto superare i confini d'Italia alla grande tradizione sartoriale; aveva validamente contribuito ad ammodernare ed a potenziare il nostro mestiere. Il suo esempio era sempre di incoraggiamento a tutti quei giovani un po' spaventati nell'intraprendere questo nostro difficile mestiere. Ciro non nascondeva i sacrifici che comporta e raccontava spesso quelli fatti da lui, quando, ancora ragazzo, arrivato a Roma dalla sua Capracotta, allievo di Mattina e Cassisi lavorava 15 o 16 ore al giorno in ambienti malsani. Proprio questa esperienza, l'ansia di riuscire ed emergere ne avevano fatto il grande Ciro. Per tanti anni Presidente dell'Accademia dei Sartori, aveva definitivamente affermato il prestigio di questa nostra Istituzione. Tutti i colleghi sarti piangono il Maestro, ma io sento di aver perso un fratello maggiore » . Luigi D'Onofrio Fonte: L. D'Onofrio, Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi , tesi di master, Università degli Studi di Teramo, Penne 2004.

  • Capracotta, una terra dall'anima antica

    Una gemma incastonata nel cuore degli Appennini. Stiamo parlando di Capracotta, piccolo paese dell'altissimo Molise con meno di mille abitanti, dall'aspetto unico, dall'anima antica, ricco di storia e tradizioni. Una terra ancora intatta dove natura, storia, enogastronomia e tradizioni si intrecciano in modo indissolubile e offrono al visitatore bellezze tutte da scoprire e da vivere a contato con la natura. Basta passeggiare per il civettuolo corso, che parte da Sant'Antonio fino a piazza Falconi per finire al belvedere della chiesa madre, per rendersene conto. Accanto a piccoli negozi di artigianato, bar, ristoranti, caseifici con stagionatura d'altura, si notano i segni del suo passato, come ad esempio la chiesa madre, posta nella parte più alta del paese, fino al piccolo santuario della Madonna di Loreto. Qui ogni tre anni ricorre una festa molto sentita dai capracottesi che ritornano da tutto il mondo. Il tramandarsi di questa sentita devozione testimonia il profondo legame dei capracottesi alle proprie tradizioni. Capracotta è anche una rinomata area turistica con un ricco ventaglio di proposte sia in inverno come in estate. Nella stagione invernale le piste di sci di fondo di Prato Gentile sono in grado di soddisfare le richieste degli appassionati della neve che possono affrontare percorsi battuti alla perfezione, immersi in un bosco magico. Sullo sfondo lo straordinario spettacolo del monte che le sovrasta, un gioiello di incomparabile bellezza: dalla cima si può ammirare uno stupendo scenario che porta a scrutare il mare Adriatico. Peccato che da qualche tempo sia chiuso il rifugio in pietra costruito negli anni '60, recentemente passato dalla Provincia al Comune. L'augurio che sia riaperto nel più breve tempo possibile. Così come molti si augurano che sia reso fruibile l'impianto di discesa di Monte Capraro. Un impianto chiuso stranamente da alcuni anni. L'appello rivolto dall'amministrazione comunale è stato accolto dal presidente della Regione Donato Toma che è venuto incontro alle esigenze dei capracottesi, togliendo gli ostacoli burocratici che impedivano l'apertura dell'impianto di discesa. È bastato un po' di impegno e qualche strigliata a mezzo stampa per convincere la giunta regionale a concedere un cospicuo finanziamento, di 500mila euro, per la manutenzione straordinaria degli impianti di risalita di Monte Capraro, seggiovia e sciovia, con una determina del direttore del IV dipartimento di qualche giorno fa, esattamente la numero 319 del 30 dicembre 2019. Senza dubbio una bella notizia. Ora la palla passa nelle mani dell'amministrazione comunale. Vedremo quanto ci vorrà per riaprire l'impianto che può garantire interessanti opportunità di lavoro per i giovani del posto. Gli operatori commerciali e i cittadini di Capracotta attendono con ansia un segnale concreto da parte dell'amministrazione locale, che sicuramente vorrà investire per quest'obiettivo. Una iniziativa che punta a promuovere il cambiamento anche se ha comportato delle difficoltà di approccio con la politica regionale espressione del centrodestra. Mi chiedo: non è forse affrontando le difficoltà con fatica e impegno che si raggiungono i migliori risultati? Ottenere dei risultati, a vantaggio di tutta la comunità, comporta anche qualche piccolo sforzo da parte degli amministratori locali. Così come implica la capacità di trovare le giuste mediazioni, di saper fare al momento opportuno un passo indietro per accogliere opinioni non in linea con le proprie. Ora avanti tutta senza indugi. Il paesaggio è lo spazio di vita dei capracottesi, una condizione fondamentale della vivibilità di oggi e soprattutto per le generazioni future. Il paesaggio non è solo una stupenda cartolina. Il paesaggio è anche acqua, aria, suolo. I cittadini di Capracotta si identificano nel territorio che abitano e vivono, esprimono un senso di orgoglio e di appartenenza che spesso manifestano come attenzione e cura. In estate Capracotta diventa la meta preferita degli amanti delle escursioni e delle passeggiate. Si può andare a cavallo o in mountain bike o scegliere uno dei numerosi sentieri da trekking. Non può mancare una visita al Giardino della flora appenninica, dotato di un ricco patrimonio di piante, tra i più visitati del Centrosud. In questo periodo di festività natalizie tutto il paese è stato addobbato con simpatici alberi in legno realizzati in sinergia da Comune e Pro loco, grazie all'idea di un giovane del posto, e un magnifico presepe posto in piazza Falconi, davanti al municipio dove questa sera con inizio alle ore 17.30 è in programma l'evento: "In piazza col cappuott' a rota", tipico mantello della tradizione locale che sarà indossato da grandi e piccoli, considerato uno dei tratti più riconoscibili della comunità, percepito come un segno distintivo d'identità essendo ancora ben presente e radicato nella vita sociale. Ospiti dell'evento la rappresentazione del "Diavolo di Tufara" e il gruppo Tammurriaré con Valerio Ricciardelli. Non mancherà la degustazione di prodotti a base di ortica e rosa canina, caldarroste e vin brulé. Domani, domenica 5 gennaio, in via Carfagna "La Befana in piazza" con la sfilata delle simpatiche vecchiette e il volo della Befana. Un punto d'incontro per i locali e i villeggianti e allo stesso tempo opportunità per coltivare una sempre più proficua collaborazione per creare nuove iniziative di sviluppo economico e sociale. A Capracotta si lavora alacremente ogni giorno: dal sindaco Candido Paglione, al dinamico presidente della Pro loco Tiziano Rosignoli. Tutti sono impegnati a far capire la percezione che si ha del paesaggio, gli elementi ai quali si attribuiscono più valori e quali i fattori paesaggistici che condizionano la qualità della vita. Capracotta, un paesaggio da cartolina da ammirare - e non solo - perché il paesaggio viene posto al centro di scelte ambientali, economiche, sociali e culturali. Non solo quindi per la sua bellezza ma perché componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale della gente del posto. La qualità del paesaggio tende ad assicurare un futuro caratterizzato da sostenibilità dello sviluppo e coesione sociale. Il sindaco Paglione e tutta l'amministrazione comunale, la Pro loco, le attività commerciali e artigianali che svolgono un ruolo importante, sanno bene che sono questi gli obiettivi che orientano la politica sul territorio di Capracotta e rappresentano un progetto sociale e culturale da portare avanti senza tentennamenti. Pasquale Damiani Fonte: P. Damiani, Capracotta, una terra dall'anima antica , in «Primo Piano Molise», Campobasso, 4 gennaio 2020.

  • Incornate, urla e folli corse: la storia di Erasmo Iacovone

    Per capire l'intrinseca bellezza morale del calcio e perché gente come Martin Amis e Osvaldo Soriano siano riusciti a scrivere pagine struggenti anche su un ex cocainomane, erotomane, grasso come una mongolfiera chiamato Diego Armando Maradona, basta guardare una partita. Anche di serie minore, tra squadre che non hanno mai calcato i campi della serie A. Basta un Martina-Taranto, dove le leggende magari hanno nomi complicati e sono fatti di ricordi sbiaditi, danno i nomi allo stadio e si chiamano Giandomenico Tursi ed Erasmo Iacovone. Proprio in un Martina-Taranto di qualche anno fa ho conosciuto questa bellezza morale in tutto il suo crudo splendore. La tensione era più forte del solito, i tifosi biancoazzurri del Martina erano irritati da un fatto accaduto alcuni giorni prima. Durante la settimana, nella notte erano apparse scritte di scherno sul lato della Collegiata del paese. I tifosi del Taranto arrivati a Martina erano quasi quanto quelli della squadra di casa e furono sistemati nel settore ospiti dietro le porte. Iniziarono le ostilità. Al "Si sente puzza di pesce" i tarantini rispondevano "Siete tutti conigli!". I luoghi comuni più beceri e volgari erano bellamente lì. Tarantini mangiacozze e sporcaccioni un po' ladri, martinesi fighette, codardi e un po' stronzi. I più esagitati bazzicavano la tribuna dove i "vip" tarantini e martinesi erano mischiati e si insultavano in maniera plateale. Distinti signori in giacca e cravatta si scagliavano gli insulti più primordiali che io abbia mai sentito. Durante la partita successe il finimondo, sputi e buffetti erano assoluta normalità. Ogni tanto si vedevano grovigli umani tra colletti bianchi. Poi da qualche parte uscì un coro che alludeva a Erasmo Iacovone. Non ricordo le parole esatte. Ma al nome di Iacovone un mite e unico applauso contagiò tutti i settori dello stadio, tifosi del Martina e tifosi del Taranto. Di fronte al destino tragico di uno dei calciatori delle squadre pugliesi più talentuosi e più sfortunati emerse la bellezza morale di un forte applauso unitario. Un autore di Taranto ha usato Iacovone per parlare di Taranto e di un pezzo di sua storia. Si tratta di Cosimo Argentina, scrittore quarantenne di Taranto, ma da alcuni anni emigrato in Lombardia, in Brianza per la precisione, dove vive dal 1990. Il suo "Cuore di cuoio" pubblicato ad ottobre da Sironi - terzo romanzo dopo "Il cadetto" del 1999 e "Bar Blu Seves" (2002) editi da Marsilio - è un esilarante e tenero sguardo su Taranto, nei rioni popolari alla fine degli anni Settanta. Il centro di questa storia è "rione Italia Montegranaro", Città Nuova, Taranto, e il protagonista è Camillo Marlo in arte "Krol" adolescente tarantino di belle speranze, con un futuro nelle giovanili della Juventus e il sogno di calcare un domani il campo assieme al suo idolo Erasmo Iacovone, detto Iaco-gol. C'è speranza e amarezza, la tradizione letteraria e il dialetto, i ragazzi della Via Pal e Certi bambini di Diego De Silva. Il libro ha espressioni indimenticabili, un pastiche lessicale irresistibile e comico, sullo sfondo si agitano le gesta di Erasmo Iacovone da Capracotta, bomber potente ed efficace del Taranto degli anni d'oro adesso è quasi un'icona, cristallizzato nel nome di quello stadio che rappresenta il languido ricordo di una stagione d' oro, quando il Taranto era nei quartieri alti della serie B e batteva il Bari con i suoi gol. Iacovone morì a neanche 26 anni, il 6 febbraio 1978, mentre guidava una Diane. Fu travolto da un'Alfa rubata che correva inseguita da un auto della polizia sulla Taranto-Lecce. L'incidente diede la stura a incontrollate leggende metropolitane che si propagarono per la città. Giravano voci che fossero morti una mezza dozzina di calciatori del Taranto. Che erano rimasti coinvolti Gori e il portiere Petrovic. In realtà l'unica vittima era lui, Iacovone. E quella domenica notte molti tarantini andarono a vegliare il cadavere del loro idolo. Nell'obitorio del S.S. Annunziata si susseguirono centinaia e forse migliaia di persone. All'alba intervenne un robusto servizio d'ordine per frenare l'afflusso continuo e addolorato di gente. Quel "lutto calcistico" sembra non essere mai cessato, e tutto quello che ne è conseguito negli successivi fino allo sprofondare del Taranto calcio nei dilettanti con quel magnifico pubblico e quello stadio. In virtù di questo Argentina si occupa di Iacovone e lo fa con un piglio commovente e lieve, usando gli occhi disincantati e sinceri di un ragazzino di 15 anni che vedeva in Iacovone non solo un idolo calcistico, ma un esempio di vita. È il giorno dopo Taranto-Cremonese, lunedì 6 febbraio 1978: Erasmo Iacovone non c'è più. Mi sveglio per andare a scuola e mio padre sta ascoltando radio Taranto: mi pare strano che sta ancora qua perché tardi. "Oh papà, non è...", "À muerte Iacovone... 'n incidente su 'a Tarde San Giorgio" fa. Poi stuta la radio in cucina e se ne va. Ci ritroviamo davanti a casa con i compari: tutti sanno la notizia. "Allora è proprio vero" faccio con le lacrime agli occhi. Il Camillo Marlo di Cosimo Argentina è un ragazzo quasi patologicamente innamorato del calcio. Eppure in una vita di gioco dove la "bibbia è l'album Panini" capita che la morte del grande campione sia una dolorosa resa dei conti: Fino a un minuto prima è il tuo idolo insieme a Krol e un minuto dopo à mmuert'. Con la differenza che Krol se ne sta ad Amsterdam e Iaco invece giocava nel Taranto, gli piacevano le mie Orso d'Abruzzo, aveva segnato al Bari, non se la tirava, lo volevano la Fiorentina e la Roma, era in pratica al tempo stesso uno di noi e uno arrivato all'album Panini. Iacovone certo non era un fenomeno, i piedi un po' grezzi, molto meno talentuoso del suo compagno di reparto, il bizzoso e sovrappeso Selvaggi (che diventerà campione del mondo nel 1982), ma aveva dalla sua un'eccezionale elevazione, caratteristica che lo accomunava al più noto Savoldi. Quel baffuto e possente centravanti con la casacca rossoblu prendeva tutte le palle di testa. Un fenomeno di forza e irruenza. Tanto che il suo sostituto fu un tale Serato che veniva dal rugby. Oggi Erasmo Iacovone è uno stadio, un catino di amore, cemento e passione. Ha sostituito il vecchio stadio di legno e tungsteno, ma ha perso il calcio che conta. Eppure continua a sopravvivere in occasioni delle promozioni del Taranto e di alcune indimenticabili partite della nazionale come quella dell'under 21 di Zambrotta e Pirlo che sconfisse la Francia di Henry in un ottavo di finale degli Europei. È bello pensare che nel calcio continui a vivere quel sogno legato a una parola dove un piccolo articolo cambia la forma, ma non la sostanza: che a far sognare tutti anche uno scrittore, possano essere le stesse sillabe di quasi 30 anni fa, più un articolo piccolo piccolo e invece di Iacovone, lo Iacovone. Mario Desiati Fonte: M. Desiati, Incornate, urla e folli corse: la storia di Erasmo Iacovone , in «La Repubblica», Milano, 14 novembre 2004.

  • Eroico trombettiere sannita

    Il 20 giugno 1913, alle falde del Gebel, presso Bengasi, il capracottese Giovanni Cacchione di Falco e Carmela Venditti, trombettiere del Cavalleggeri Piacenza, durante un combattimento, salvò la vita al tenente Eupizi. «Dopo un aspro combattimento – riferisce la cronaca – rimasto solo col suo ufficiale, furono entrambi assaliti dai beduini, ed in breve tempo i loro cavalli furono feriti a morte. Cercarono di fuggire, ma una palla ferì l'ufficiale alla coscia. Il Cacchione continuò un fuoco così micidiale e preciso contro gli assalitori, che questi non osarono accostarsi e si allontanarono. Il Cacchione caricò il tenente sulle proprie spalle e si incamminò, ma poco dopo si presentarono altri beduini contro i quali aprì il fuoco. Abbattuto uno dei cavalieri, il Cacchione si impadronì del cavallo con cui poté portare in salvo il superiore». Giambattista Carfagna Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.

  • Capracotta nella letteratura del 2020

    Passano gli anni, scorrono i secoli e Capracotta continua a comparire sui libri di narrativa, vuoi per validi motivi, vuoi per pura contingenza, vuoi per via di quel nome buffo ed evocativo. Da quel lontano 1474, quando Flavio Biondo per la prima volta citò Capracotta in un'opera letteraria - la sua "Italia illustrata" - ne sono passate di lune e di stagioni, ma anche in quest'anno triste e infame Capracotta ha registrato tre menzioni nella letteratura italiana che conta . Il primo libro è "Kalipè. Il cammino della semplicità", pubblicato il 16 gennaio 2020 da Massimiliano Ossini, classe 1978, celebre volto Rai nonché bravissimo conduttore di "Linea Bianca", diventata un cult tra i programmi tv sulla montagna italiana. Ossini nel 2019 aveva registrato a Capracotta una meravigliosa puntata della sua trasmissione in cui, con garbo ed intelligenza, aveva illustrato le specificità di Capracotta. Uno dei momenti più commoventi era stato l'intervento di Vittorio Giuliano (1934-2019), la cui esperienza ai tempi dell'occupazione nazista di Capracotta aveva stretto il cuore ad ogni capracottese e a tutti gli spettatori d'Italia. In quell'occasione Massimiliano Ossini nel nostro paese aveva persino presentato il suo primo libro "Kalipè. Lo spirito della montagna" ed era rimasto davvero impressionato dalla gente d'Appennino e da quella storia di guerra e miseria. Quando il 10 maggio 2019 il prof. Giuliano, come un fulmine a ciel sereno, venne a mancare, la notizia arrivò alle orecchie di Ossini, che nel secondo episodio di "Kalipè" volle ricordare la testimonianza di Vittorio Giuliano all'interno del capitolo su " La sfida delle nuove povertà ". Il secondo libro del 2020 che menziona Capracotta è "Miss Rosselli", pubblicato il 6 febbraio per Neri Pozza da Renzo Paris, scrittore, saggista, poeta, traduttore e insegnante nato a Celano nel 1944. Paris ha lavorato su molti intellettuali che ha conosciuto da vicino, come Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone e Alberto Moravia, ma quest'anno ha deciso di approfondire il processo creativo della più grande poetessa del Novecento italiano, Amelia Rosselli (1930-1996), a cui ho già dedicato un paio di articoli ( qui e qui ) che indagavano il suo soggiorno capracottese nell'estate '65. Nel capitolo " Non vivo nel passato " troviamo infatti Renzo Paris che, al tavolino d'un bar di piazza Argentina a Roma, conversa con la Rosselli anche dell'esperienza molisana, «dove era andata a villeggiare tutta sola, tra vecchie che la spiavano dietro le finestre». L'ultimo libro, in ordine cronologico, a citare Capracotta è "Il libro dei giorni migliori", pubblicato il 16 luglio 2020 da Mattia Feltri, classe 1969, figlio del noto Vittorio nonché direttore di HuffPost Italia. In questo caso Capracotta viene utilizzata, come spesso accade, per indicare una provincia remota, lontana dagli echi delle metropoli italiane. In realtà l'articolo che menziona Capracotta, " Il paese dei balocchi ", era comparso su "La Stampa" di Torino il 20 giugno 2019 e lì Feltri aveva tentato di descrivere la consolidata abitudine delle governance pubbliche italiane di evitare la scelta impopolare per non indispettire la platea, il pubblico, l'elettorato. Va anche detto che il giornalista bergamasco non è nuovo alle menzioni di Capracotta. L'aveva già fatto nell'articolo " Il bazar della rabbia ", pubblicato nel 2013 sempre su "La Stampa", al tempo in cui i grillini non erano ancora diventati una travolgente forza parlamentare: in quel frangente Mattia Feltri era stato colpito da un manifestante che sventolava il cartello del Movimento Uomini Casalinghi in piazza San Giovanni a Roma: si trattava del nostro Antonio D'Andrea. Vi sono state perlomeno altre tre menzioni capracottesi in questo 2020 ma si tratta di opere minori, tutte pubblicate nella sola versione ebook. La prima sta ne "L'Italia vuota", un agile saggio di Marco Riccardi, nel quale vengono specificatamente trattati temi di spopolamento e desertificazione socio-economica. Alla nostra cittadina Riccardi dedica un capitolo intero, in cui ne racconta il passato e il presente, e da cui emerge chiara una domanda definitiva: perché la gente lascia oggi Capracotta? La quinta citazione sta nel romanzo di «istorie napolitane» firmato da Riccardo Tupone, "Magnificus Liborius", nel quale si racconta una storia vera, quella che vide protagonista una comunità di contadini ai confini dell'Abruzzo allorché, nella metà del XVIII secolo, si ribellò ai soprusi d'un nobile usuraio. All'interno del libro compare un passaggio sulla famiglia Mosca, originaria di Capracotta. L'ultima menzione capracottese del 2020 è talmente minore che finanche Capracotta stessa viene citata per sbaglio. Mi riferisco a "Ti presento Francesca" di Loretta Candelaresi. Il romanzo prende le mosse da un incontro di ex compagni di classe, di quelli che tutti abbiamo fatto e di cui tutti ci sentiamo in colpa. Nel mezzo del libro, intenta a raccontare gli anni di scuola, in particolare una gita al tempo delle scuole medie, l'autrice scrive che «il paesino dove hanno soggiornato è Capracotta, sì proprio quello dove si producono le campane». Se un agnonese leggesse questo romanzetto gli si rizzerebbero, a ragione, i capelli. Ciò nonostante si può affermare in tutta sicurezza che la cosiddetta letteratura capracottese gode di ottima salute! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artese, Storia di San Salvo dalle origini al 2018 , Youcanprint, Lecce 2020; F. Biondo, Italia illustrata , De Lignamine, Roma 1474; L. Candelaresi, Ti presento Francesca , Tektime, Montefranco 2020; M. Feltri, Il libro dei giorni migliori. Ritratto di un Paese ad altezza d'uomo , Marsilio, Venezia 2020; E.-J. Graham, Reassembling Religion in Roman Italy , Routledge, Abingdon 2020; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Ossini, Kalipè. Lo spirito della montagna , Rai Libri, Roma 2019; M. Ossini, Kalipè. Il cammino della semplicità , Rai Libri, Roma 2020; R. Paris, Miss Rosselli , Neri Pozza, Vicenza 2020; L. Picardi, Molise. Appunti tra due secoli (1964-2020) , Studium, Roma 2020; M. Riccardi, L'Italia vuota , Ali Ribelli, Gaeta 2020; N. Santangelo e E. Valente (a cura di), Geoheritage and Geotourism Resources , MDPI, Basel 2020; F. Sforza, Lo tsunami , La Stampa, Torino 2013; R. Tupone, Magnificus Liborius. Istorie napolitane , Youcanprint, Lecce 2020.

  • La fontana di San Rocco come l'araba fenice

    La fontana in questione incarna il nome del santo più invocato, dal Medioevo in avanti, come protettore dal terribile flagello della peste, che, dal 3 agosto al 13 settembre 1656, causò a Capracotta ben 1.126 morti, con un tasso di mortalità superiore al 50%. La protezione di san Rocco si estese poi al mondo contadino, agli animali, alle grandi catastrofi quali terremoti, epidemie e malattie gravissime, nel segno del volontariato. La fontana di San Rocco ebbe una vita travagliata come il santo di cui porta il nome e, per motivi di opportunità, fu costretta a modificare il suo aspetto e in più occasioni sottoposta a spostamenti in luoghi vicini e tempi diversi. Venne inizialmente costruita in pietra ed era ubicata sotto la carrabile sterrata (oggi via Verrino), all'interno d'un antro con soffitto a botte, utilizzata prevalentemente per l'abbeveraggio degli animali che attraversavano il paese per la monticazione o per trasportare il grano da macinare al mulino Del Castello; quasi contemporaneamente ne venne installata un'altra in bronzo al di sopra della prima (oggi via Nicola Falconi) per l'uso quotidiano da parte degli abitanti del quartiere. A causa delle trasformazioni post-belliche le fontane furono entrambe eliminate ed operata la loro sostituzione con una terza fontanina in bronzo, più piccola, esile e di trascurabile fattura. Questa stava sulla medesima strada ma dal lato opposto alla prima, finché anch'essa venne spostata e, non essendo più adeguata allo scopo, sradicata definitivamente. Parafrasando il mito dell'araba fenice, che dopo mezzo millennio di vita risorse dalle sue ceneri, a cinquecento mesi dalla soppressione della prima fontana e a cinquecento settimane dalla soppressione della seconda, ecco spuntare dal nulla una nuova fontana. Quest'ultima, anch'essa di bronzo e perfettamente identica alla più antica, con una luccicante superficie rivestita di "pelle" giovanile, era posizionata a circa 100 metri dalle prime, posta a ridosso del muro di un piazziale (oggi largo dei Sartori) con sulla testa una targa celebrativa di marmo dedicata ai sarti capracottesi, come a ricordarle di esser nata non solo con la camicia ma anche... con un bel vestito cucito ad arte! Quest'ultima fontana ha trascorso i primi anni di vita in modo frenetico, col calore mattutino dei primi raggi di sole che la riscaldavano e sempre in gran compagnia per l'andirivieni delle persone che lì transitavano per lavoro o per piacere, col trambusto e gli schiamazzi degli alunni che si assembravano e giocavano davanti la scuola. Finché, come sempre accade, la ricreazione finisce... Adesso la si vede sola e sperduta in un luogo nel quale l'unica magra consolazione sta nei perenni raggi del mattino, confortata dalla compagnia delle automobili silenti parcheggiate al sole dell'estate o sotto la neve dell'inverno, oppure dalla moltitudine delle persone accalcate all'inverosimile in occasione delle feste di paese. Sperando che non vada in depressione o che finisca in cenere, le auguro di risollevarsi al più presto e di non aspettare i famosi cinquecento anni per iniziare una nuova vita. Ma, come chiosa il proverbio, chi vivrà vedrà... Filippo Di Tella

  • Da Capracotta a Ripalimosani: dalla rapanica al cardo

    Oreste Conti spiega cosa sia questa pianta e cosa significhi la frase " tié magneàta la rapàneca ": «la rapanica è il cardo, duro e spinoso; così il popolo all'innamorato tradito». A Capracotta qualcuno ancora si esprime in tale forma quando la ragazza amata decide di lasciare l'innamorato. Rapanica è un termine poco usato se non dagli appassionati di botanica. Non è facile capire cosa voglia significare anche se sono tutti concordi nell'affermare che si riferisca a una particolare pianta della grande famiglia dei cardi. Anzi più precisamente del carciofo. Tra i cardi la rapanica è quella non commestibile. Quindi "dare la rapanica" è un'espressione particolarmente significativa nel gergo amoroso. In araldica è un'altra cosa perché, usando la tecnica della disambiguazione, si riesce ad attribuire a una determinata parola un significato diverso. Una volta scelto un particolare termine, con un successivo passaggio si illustra solo una parte di quella parola in maniera che essa diventi poi il simbolo del tutto. Nel nostro caso prendiamo il nome Riccardo. Che viene diviso nelle due parti Ric- e -cardo . Delle due parti si illustra la seconda. Perciò nello stemma della famiglia Riccardo appare un cardo che diventa, così, l'emblema del proprio casato. Ne abbiamo testimonianza a Ripalimosani, che per un periodo fu feudo dei Riccardo. Così Battista Masciotta ricostruisce la successione dei titolari: Volgendo al termine il secolo XVI - se non ai primordi del successivo - Ripalimosano passò in dominio della famiglia Riccardo per ven­dita fattane da Salvatore di Stefano. La famiglia Riccardo ottenne poscia il titolo marchesale sul feudo; e di essa sono noti tre titolari: a) Fabio, Consigliere della Sommaria, deceduto nel 1616 in età di 63 anni, come si legge sulla lapide funeraria nella chiesa del locale convento di S. Pietro Celestino. Era fratello di lui, mons. Giulio Cesare Riccardo, arcivescovo di Bari, morto in Napoli nel 1603 nel decimo lustro d'età, e sepolto nella chiesa dello Spirito Santo, nella cappella familiare: la ricca cappella dei Ric­cardo Marchesi di Ripa (come si legge nel fronte del secondo gradino dell'altare), ornata d'una tela del Santafede raffigurante la "Vergine del Soccorso". b) Francesco Maria, in vita nel 1648, cui era premorto il figlio Fa­bio nel 1645. c) Geronimo, successore al germano Francesco, prete e dimorante a Roma. Secondo afferma il d'Urso egli bazzicava colà parecchi cardinali della Curia per salire nei gradi della gerarchia, e pare che gli fosse stato promesso il vescovado di Boiano, che rifiutò come sede troppo umile alla stregua delle proprie aspirazioni. Qualcosa di più si ricava dalle epigrafi che si conservano ai lati degli sportelli dei due ripostigli dei reliquiarii della chiesa di S. Pier Celestino, che fu, in effetti, la chiesa di questa famiglia. Vi è pure lo stemma "parlante" di famiglia che è, appunto: «d’argento al cardo di verde sradicato, fiorito e fogliato di quattro pezzi, con la bordura dentata». Franco Valente

  • Per lo sviluppo del turismo invernale in Italia

    Signor L. V. Bertarelli, sono un vecchio giramondo non ancora in disarmo, un socio vitalizio del Touring, e perciò sono ben lieto della Sua vigile iniziativa per mettere in valore le stazioni invernali italiane. A Salsomaggiore, parlando da medico a medici, ho illustrato di preferenza il lato sanitario della questione, convinto che gli esercizi fisici all'aria aperta, anche d'inverno, costituiscono un ottimo mezzo per rinvigorire i corpi indeboliti e gli spiriti depressi dall'affannosa vita cittadina. Per raggiungere lo scopo, occorre sviluppare l'organizzazione turistica; crearla là dove ancora non esiste. Perciò ho pubblicamente invocato l'aiuto del Touring, ho incitato tutti coloro che si occupano di cure climatiche, di educazione fisica, di esercizi sportivi, a visitare, a far conoscere quei luoghi nostri che potrebbero diventare buone stazioni invernali montane, a patrocinarvi la creazione di alberghi e lo sviluppo delle vie di comunicazione. In corsa fantastica, ho accennato alle bellezze invernali del Piano della Mussa e di Bardonecchia, al Moncenisio e al Bacino della Thuile; all'alta Valsesia e alle cascate della Toce; a Campodolcino ed al Passo di S. Marco; al Piano del Barbellino ed al bacino di Bormio. Ho richiamato, in particolare, l'attenzione sul magnifico bacino di Livigno, che, grazie alla nuova grande strada, dovrebbe diventare un immenso campo di schiatori, non meno frequentato dell'Engadina, forse più bello, perché più ricco di sole. Ella certo conoscerà la meravigliosa strada, che da Semogo sale in ampie curve sulle pendici del Foscagno, dal lato di Val Viola, ammantato da una annosa foresta; si svolge quasi piana, a circa 2.000 metri, nell'alto circo delle Tre Palle, e poi, per il sommo di Eira, discende nella valle di Livigno: lunga una dozzina di chilometri, larga, al fondo, circa due chilometri, alta circa 1.800 m. su livello del mare. Per la sua bellezza, non teme il confronto con Davos. Ho ricordato Ponte di Legno, Val Rendana, la Madonna dei Campigli, la Meldola, gli altipiani di Folgaria e di Asiago, S. Martino di Castrozza e Alleghe, Cortina d'Ampezzo e Misurina ed altri luoghi ancora del nostro conteso confine. Ho invitato i colleghi a promuovere stazioni invernali anche nell'Appennino, dove l'Abetone, la montagna Pistoiese, l'alto Casentino, fatti conoscere dai medici toscani, meriterebbero maggiore fortuna. Pochi italiani conoscono l'incantevole Monte Amiata, così ricco di foreste, di castelli, di miniere, di panorami insuperabili. Dovrebbe, secondo me, divenire una stazione di primo ordine d'estate e d'inverno. Negli Abruzzi, sulla ferrovia di Sulmona, le stazioni alte di Pescocostanzo (1.450 m.), di Roccaraso (m. 1.236), di Capracotta (metri 1.600), dove già esistono alberghi, meriterebbero di essere subito messe in valore anche d'inverno. E Vulture, cantato da Orazio e studiato dal Di Lorenzo, col suo bellissimo S. Michele, con i suoi bagno di Monticchio; i Monti di Lagonegro, col Sirino alto 2.000 metri, Rifreddi, altipiano di 1.000 metri sulla strada Potenza-Laurenzana, non dovrebbero essere dimenticati. E perché non dovremmo incoraggiare il Club Alpino Silano, che ha nella Sila col Montenero, con la Botte Donato, con San Giovanni in Fiore, luoghi così degni di essere conosciuti e visitati? La Sicilia è ben conosciuta, ma la Sardegna rimane sempre l'isola dimenticata, l'isola misteriosa, che lascia un ricordo incancellabile in quanti l'hanno percorsa. Anche in Sardegna, a Fonni e sui dolci clivi del Gennargentu, potrebbe sorgere una stazione invernale. Come Ella ben dice, molti luoghi non sono ancora preparati: molti dei maggiori interessati non sono ancora maturi. Ma appunto perciò è necessaria una più intensa propaganda. A tale scopo, gioverebbe organizzare carovane e portare sul luogo i primi esploratori. Poi la funzione creerà l'organo e il Touring darà le direttive per far sorgere e crescere gli alberghi, per sviluppare e mantenere le vie di comunicazione. Le accludo copia dell'ordine del giorno da me proposto a Salsomaggiore e votato all'unanimità. Suo dev.mo, Antonio Monti Fonte: A. Gerelli, Per lo sviluppo del turismo invernale in Italia , in «Le Vie d'Italia», II:1, Touring Club Italiano, Milano, gennaio 1918.

  • Il Clipper di Capracotta

    Solidarietà: forma di impegno etico-sociale a favore di altri. Atteggiamento di benevolenza e comprensione che si manifesta fino al punto di esprimersi in uno sforzo attivo e gratuito, teso a venire incontro alle esigenze e ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di un aiuto. Inizio il testo con una definizione per raccontare al meglio la storia che sto per iniziare. Un fatto realmente accaduto, di solidarietà e amore smisurati che oltrepassano il confine e che, nonostante le distanze, ricongiungono all'amata terra chi fu costretto a partire. La miseria delle circostanze portarono molti meridionali, a cercare fortuna altrove. I cittadini di Capracotta, comune montanaro in provincia di Isernia, non vennero risparmiati da tale sacrificio e partirono, cercando fortuna altrove. Nessuno dimenticò però il paese di provenienza (quella cittadina dagli inverni fin troppo difficili) il secondo comune più alto degli Appennini, tanto da essere definito il paese delle bufere. Il manto nevoso spesso arriva a superare i 2 metri, fino ad arrivare al record di quest'anno durante il quale sono stati rilevati 256 centimetri caduti in 18 ore. Lo sapeva bene la signora Eda Di Nucci, capracottese di nascita, ma emigrata a Trenton, in America; tornata in Molise per una visita notò i disagi a cui ancora erano costretti i suoi conterranei. Raccontò tutto al marito, Giovanni Paglione, e ad altri capracottesi in America tra cui John Arbitelli (sposato ad una capracottese); questi pensò di recarsi a Jersey City per parlare, grazie ad alcuni amici influenti, con il sindaco John V. Kenny. Ci riuscì, si recò da lui consegnandogli una lettera: "Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1.421 mt. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco. [...] Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purchè ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. I nazisti vollero divertirsi un giorno a ridurre in frantumi l'unico spazzaneve che possedevamo e che ci era tanto utile ed indispensabile. [...] La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve?" La lettera era firmata dal sindaco di Capracotta, Gennarino Carnevale. Il sindaco Kenny accolse la proposta, si mise subito in moto creando un comitato pro Capracotta ovvero "Carnival for Capracotta: to Provide a Snowfighter for Humanity" (per dare uno spazzaneve ad una comunità) del quale facevano parte 28 emigrati non solo molisani, anche campani. In pochissimo tempo misero in moto una macchina di propaganda tanto efficiente che i risultati si videro prestissimo. Il comitato si era prefissato l'obiettivo di raccogliere 20.000 dollari: l'azione iniziò a metà ottobre ed al 9 dicembre Clipper era stato già acquistato. La campagna di solidarietà si chiuse con una serata di grande festa chiamata "Carnevale delle stelle". Durante la festa all'Armony di Jersey City intervennero numerosi artisti e atleti famosi, stelle di Hollywood tra cui Frank Sinatra. Il New York Times, il 10 dicembre '49, dedicò un'intera pagina alla notizia a cui diede il titolo "Italian Village Assured of Jersey City Snowplow" (Paese italiano rassicurato dallo spartineve di Jersey City). Il Comitato per Capracotta, raggiunto il primo obiettivo, se ne pose un secondo: far giungere il dono in Molise per Natale. Venne imbarcato con un lieve ritardo, il 30 dicembre del 1949: Spazzaneve da 20.000 $, dono della popolazione di Jersey City ai 4500 residenti di Capracotta, nell'Appennino italiano, caricato a bordo della nave Exiria al pontile 84. I cittadini di Jersey comprarono la macchina di 11 tonnellate in risposta alle molte difficoltà invernali ed alle molte avventure in Capracotta dopo che i nazisti distrussero il loro unico spazzaneve. La nave arrivò a Napoli sabato 14 gennaio 1950 e lo spazzaneve Clipper giunse, il 16 gennaio successivo, a Capracotta, in un'atmosfera di grande festa. La cerimonia di accoglienza durò tutta la giornata, dal mattino fino a tarda sera alla presenza, ovviamente, dell'Ambasciatore degli Stati Uniti che nel suo discorso così affermò: «Ho l'onore, dott. Carnevale, nel consegnarle lo spazzaneve a nome del sindaco Kenney e della popolazione di Jersey City, di affermare che tale dono onora chi lo riceve quanto chi lo fa». Una bella storia di solidarietà che si riassume facilmente nelle parole di Giovanni "John" Paglione, il marito della signora Eda, la capracottese che fece partire l'intera macchina: «[Clipper] non è solo un macchinario per pulire la neve, ma è un simbolo di fratellanza e amicizia che regna tra il popolo italiano e gli italiani d'America provenienti da tutte le regioni». Ma ciò che occorre maggiormente sottolineare è che Capracotta, piccola realtà del Molise, in un periodo difficile ancora sconvolto dalla guerra, riuscì a far parlare molto di sé ed a risolvere un grandissimo problema legato alle bufere di neve che, nei periodi invernali li emarginava completamente anche dal resto della regione. Ma lo fece completamente da sola e non grazie all'aiuto del Governo italiano. Quei capracottesi che lo Stato italiano portò a fuggire, furono loro da lontano ad aiutare la propria comunità. Da soli, con i propri sforzi. Daniela Alemanno Fonte: http://briganti.info/ , 16 marzo 2015.

  • Fistelia

    Ma nessuno ch'io mi sappia ha investigato l'etimologia del nome di Fistelia , del quale FISTUVIS e simili non sono che la pronunzia barbara, e questa ricerca, convalidata dalla scoperta delle monete con la detta leggenda del Contado di Molise, esser può di più forte argomento onde vieppiù attribuirla alla ragione che fu poi de' Sanniti , e ad accennarne la situazione. Da' Lessici è noto che i Greci dissero Ισθλη la pelle di capra, sinonimo d'Ιξαλη. Alla prima di queste voci aggiungendosi il digamma, avremo Fισθλη, e con più facile pronunzia Fισθελη, d'onde Φιστελια, come nella leggenda delle dette monete. La leggenda barbara, o sannitica, io credo un'alterazione, o corruzione della denominazione primitiva, denominazione greca come i nomi di tutte le altre città di greca origine, che or vado riconoscendo nel Sannio in un tempo anteriore alla conquista de' Sanniti. Che se Fistelia dinota pelle di capra , la denominazione analoga di Capracotta guiderebbe a riconoscervi il sito della ignota città, ed a chi mi dicesse tal denominazione analoga non essere bastevole risponderei esservi pure un argomento di fatto quasi per dimostrarlo, dir voglio un grande recinto di mura ciclopee in una delle vette di Capracotta , nella più elevata situazione della Provincia di Molise; e ciò che più importa osservare si è che al di sopra di quelle rovine, e propriamente il così detto Fonte del Romito ad un mezzo miglio in circa dalle rovine istesse, ed a tre miglia da Capracotta , scoprivasi presso di antica muraglia la celebre tavola di bronzo con iscrizione sannitica, la più estesa che finora si conosca, e che riguarda, come sembra, culti e sacrifizii e molti e diversi numi, e con quella parecchie monete, tra le quali una ancora coll'epigrafe SIVUTSIB. Nicola Corcia Fonte: N. Corcia, Di alcune città greche nel Sannio , in AA.VV., Memorie della Regale Accademia Ercolanese di Archeologia , vol. IX, Stamp. Nazionale, Napoli 1862.

  • Capracotta, stazione di cura, soggiorno e turismo

    Km. 87 da Campobasso. Caratteristico paese posto sul crinale della montagna ai confini settentrionali della Provincia, a 1.400 metri s.l.m., dotato di un buon albergo e di altri esercizi minori, è principalmente noto e frequentato nella stagione invernale per i suoi campi di neve ampi e movimentati che incontrano il più largo favore fra gli sciatori. Il paese è congiunto da un servizio automobilistico giornaliero alla stazione ferroviaria di S. Pietro Avellana, da cui dista 14 km., nel mentre una strada provinciale lo unisce alla Statale Istonia da un versante ed alla vallata del Sangro dall'altro, rendendo facile l'accesso anche per via ordinaria. Capracotta vanta pure una colonia di villeggianti nella stagione estiva ed un notevole concorso di appassionati del diporto venatorio in quella autunnale. Fonte: Campobasso e la sua provincia , in «Rivista delle Stazioni di Cura, Soggiorno e Turismo», XVII:1-2, Federazione Fascista Esercenti Industria Idrotermale, Roma, gennaio-febbraio 1941.

  • Gli alberghi di Capracotta dal 1904 ad oggi

    In poco più di un secolo a Capracotta si sono avvicendati, il più delle volte sovrapponendosi data la mole di avventori, ben nove hotel, con l'industria del turismo che nacque ufficialmente nel 1904, quando vennero impiantati ben tre alberghi di categoria, due nel rione Sant'Antonio, uno in quello di San Giovanni. Si pensi che l'Ente nazionale italiano per il Turismo verrà istituito soltanto quindici anni dopo. Il primo hôtel-pension di Capracotta è l'Albergo Cimalte del sig. Vincenzo Giuliano, sito in corso Sant'Antonio 67, in quello che allora era il palazzo dell'avvocato conciliatore Ruggiero Conti. In Puglia si diceva che il Cimalte fosse caratterizzato da «sfarzosa eleganza e buon gusto» e che rendeva accessibile ai clienti l'illuminazione elettrica, la posta-telegrafo e il «servizio proprio di vetture alla stazione dietro richiesta». Questo hotel chiuse definitivamente i battenti all'inizio degli anni '30 ma il suo nome è consegnato alla storia della letteratura europea da quando lo scrittore Christian Beck, nell'estate del 1909, «viveva all'Albergo Cimalte e partecipava ai trattenimenti musicali». Sapevate che il lungo soggiorno di Beck a Capracotta darà vita al romanzo "Le papillon", pubblicato a Liegi nel 1910? Esattamente di fronte al Cimalte aprì invece l'Hotel Monte Campo, nel palazzo del giudice di tribunale Giulio Conti, un albergo che restò in funzione almeno fino al 1935. Questo albergo è tornato a nuova vita, nel nome, grazie al suo omonimo che si trova oggi alle pendici di Monte Campo. Riaperto al pubblico nel 2018 grazie all'amore e ai sacrifici della famiglia Carnevale, l'ex Albergo Santa Lucia, ribattezzato Monte Campo, vive oggi una seconda giovinezza. Nel lontano 1905 venne inaugurato, in via San Giovanni (oggi via Pescara), l'Albergo Quisisana, un hotel che il proprietario - il sig. Nicola Nardizzi di Roma - aveva dotato di «cessi all'Inglese», ossia di servizi igienici composti da «una seditoia ordinariamente di marmo o di lavagna, sotto di cui vi sia un vaso di figura conica troncata, il di cui cerchio maggiore sia ligato alla seditoia, ed il minore sia innestato in un tubo di piombo, che liga colla tubolatura di argilla invetriata; nel punto ove questo vaso si unisce al tubo vi si fissa una valvola, la quale mediante il giro di una chiave che corrisponde lateralmente al sedile, si apre il fondo di tale vaso, e si chiude dopo esserne passati gli escrementi; prima di chiudersi però, girando altra chiave, si apre un tubo di acqua che lava il vaso, e per altro ramo dello stesso tubo n'esce un filetto di acqua per lavarsi». Si pensi che il Quisisana era talmente quotato (o pretenzioso) da battere bandiera svizzera: al centro del balcone del terzo piano sventolava infatti una croce bianca su sfondo rosso, come quelle delle residenze elvetiche nelle quali si andava per migliorare lo stato di salute. È risaputo che Capracotta è da sempre considerata una Svizzera in miniatura se pure Giovanni Piccoli, nel 1906, «si fece promotore di un progetto per la costruzione di un albergo di quattrocento camere nelle vicinanze di Capracotta [...] in modo da fare una specie di Svizzera Abruzzese Molisana ». Quando il Quisisana chiuse l'attività il palazzo ampio e signorile che l'ospitava venne acquistato da Agostino e Ruggero Santilli. Le strutture ricettive capracottesi, inizialmente aperte soltanto nella stagione estiva da giugno a settembre, cominciarono ad accogliere turisti anche in quella invernale a partire dal 1914, cioè da quando gli sport invernali presero il sopravvento sulle più antiche attrattive di Capracotta: la caccia, le escursioni a cavallo, il tiro a segno e la cura delle malattie respiratorie. Gli anni '10-'20 rappresentano infatti il periodo più splendente per la nostra cittadina, tanto che d'inverno sui campi di sci si disputavano le gare più prestigiose e d'estate giungeva il jet-set dal sangue blu: dai principi Colonna, Chigi, Borghese, Migliano, Caracciolo, Ruspoli, al duca di Roccamandolfi, dai marchesi della Scaletta, Cappelletti e Merighi, al conte Rovasenda. Entrata a pieno diritto tra le stazioni climatiche per la villeggiatura estiva e per gli sport invernali, nel luglio 1924 aprì a Capracotta il longevo e dinamico Albergo Vittoria, di proprietà di Antonino e Oreste Ianiro, un palazzotto di corso Sant'Antonio 77 che contava 16 camere e 28 letti, in cui «prendevano alloggio anche note personalità, come la Marchesa Papè-Scaletta e il Principe del Drago». Fu proprio il Vittoria l'unico hotel a sopravvivere alla furia devastatrice della guerra, restando aperto sino al 1985, e in quei sessant'anni fu l'albergo per antonomasia sia come pernottamento che come ristorazione. Nei suoi locali pranzò l'ambasciatore statunitense James Clement Dunn quando presenziò alla cerimonia di arrivo del Clipper o l'ex presidente della Repubblica Giovanni Leone quando venne ripetutamente a Capracotta sul finire degli anni '70. Nel 1952, tuttavia, in via Santa Maria delle Grazie 15 aprì l'Hotel Perla Montana, un modesto albergo che rimase in funzione almeno fino al 1963 e il cui proprietario rispondeva al nome di Lazzaro De Renzis. Ben prima della recente riapertura dell'Hotel Monte Campo, l'ultimo albergo ad aver visto la luce è stato l'Hotel Capracotta, situato in via Vallesorda, seguito a distanza di anni dal limitrofo Albergo Conte Max, fratello del primo. L'Hotel Capracotta nacque nel 1995, quando Capracotta ritrovò la via per uno sviluppo dell'industria turistica tale che, al momento dell'apertura, la struttura vantava quattro stelle; il Conte Max è invece sorto per mere esigenze di spazio riattando gli anonimi ed inutilizzati locali di quel che avrebbe dovuto essere una residenza per anziani. Concludo dicendo che se nel 1904 Capracotta contava lo stesso numero di alberghi di oggi, ciò ha un duplice significato. Da una parte è motivo d'orgoglio, in quanto significa che la nostra cittadina ha dimostrato per oltre un secolo che è possibile irreggimentare il turismo d'alta montagna nonostante la lontananza da metropoli e grandi vie di comunicazione, nonostante una provincia, quella d'Isernia, poverissima in termini di risorse e di valore, nonosante una regione, il Molise, che non ha le strutture e le materie prime dell'Abruzzo, nonostante l'impossibilità di sviluppare lo sci alpino per via di montagne che non superano i 1.800 metri. D'altro canto il confronto tra il 1904 e oggi è impietoso perché dimostra che in 120 anni non vi sono stati significativi sviluppi o che questi, qualora concretizzatisi, sono stati bastonati da una malattia endemica che nessun amministratore pubblico ha voluto, saputo o potuto sconfiggere: lo spopolamento. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. Antonarelli, Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta , in «Momento-Sera», Roma, 28 agosto 1952; G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977; F. De Cesare, Trattato elementare di architettura civile , vol. II, Reale, Napoli 1827; V. Ferrandino, Banche ed emigranti nel Molise. Credito e rimesse ad Agnone fra Ottocento e Novecento , Angeli, Milano 2011; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; A. Mor, Christian Beck , Studium, Roma 1953; N. Notaro, Fra bagni e villeggiature , in «L'Eco delle Puglia», XV:55, Bari, 19-20 giugno 1909; Turismo: Valorizziamo Capracotta , in «Luci Molisane», I:4-5-6, Campobasso, gennaio-febbraio-marzo 1935.

  • La fontana di San Giovanni, aristocratica e ammonitrice

    La fontana di San Giovanni fu costruita in pietra viva nel 1890 per permettere l'approvvigionamento idrico degli abitanti di quel quartiere, dato che l'abbeveraggio degli animali era delegato al pilone pubblico distante soli 100 metri, di fronte all'attuale busto in bronzo di Emanuele Gianturco. La fontana ha una lunga storia tanto che quest'anno ha festeggiato il 130mo anno di vita. A guardarla bene, pare avere una testa "aristocratica" con due belle ciocche di capelli al vento, ed occhi di bronzo, di lato due spessi pendenti: di certo gode di ottima salute, pur avendo testato e tastato due guerre mondiali e due pandemie. Esporre all'altrui attenzione i miei ricordi d'infanzia, legati a questa fontana, potrebbe essere per me imbarazzante e difficoltoso, in quanto potrei cadere in un atteggiamento troppo personalistico, viziato da commenti soggettivi, per cui cercherò di non cadere nella retorica, precisando di volta in volta il mio pensiero su ciò che ho vissuto e su ciò che la fontana "ha da dire". Dalla sua posizione, infatti, essa ha potuto scrutare ed esaminare l'andirivieni di tanti capracottesi, indaffarati sui 100 metri di via San Giovanni. Ha visto persone tornare dalla frutteria di Giovanni "Squarcione" Monaco, dalla cartolibreria di Bambina e del maestro Onorino, dall'alimentari di Giacomo Venditti, dal sale e tabacchi di Alfonso Dell'Armi, dove ho visto per la prima volta le banane che, essendo prodotti di importazione, erano allora sotto il controllo dei monopoli di Stato. Ha visto persone intente a sgomberare il quartiere dai cumuli di neve da smantellare giù "Sotto la Terra" attraverso due tombe , di cui una attualmente libera nell'attraversamento e l'altra chiuso da un portone per evitare che le gelide folate di vento provenienti da nord sferzino inesorabilmente, anche in periodo di calma, il borgo del Cutturieglie . Ha visto e sentito per tanti anni gli schiamazzi e le urla di noi giovincelli cresciuti a pane, acqua e zucchero, avventarsi contro una misera palla nell'intento di saggiare il giuoco del calcio. Come porta usavamo infatti la fontana stessa la quale, nonostante avesse pali di grande spessore, non aveva traversa e, come spesso accade, dove c'è una porta da calcio lì c'è una finestra a vetro. Nel nostro caso era quella di Antonino "Cacapaglia" Carnevale, la cui finestra inesorabilmente andava in frantumi e noi, evanescenti e fuggiaschi, lo vedevamo il più delle volte con la finestra sotto l'ascella recarsi da Vincenzo "la Furnara" Sammarone, il falegname del quartiere, che comprendeva la precaria situazione del momento e cercava i tutti modi di aggiustare i danni nonostante il vetro fosse di difficile reperibilità. In moltissime circostanze l'intervento o la presenza della guardia municipale Antonio "Catena" Sammarone permetteva ad Antonino di dormire e mangiare tranquillo per un certo periodo, almeno fino al successivo, scontato, incidente di percorso. Fra questi originali e autentici personaggi di San Giovanni non posso fare a meno di sottolineare una figura di spicco spesso sottovalutata ma che era la disponibilità e l'umiltà fatte persona: Mario "Nigghione" Paglione, dirimpettaio nonché grande amico di Erasmo Iacovone, il quale riuscì a dar vita a una squadra di calcio con uno scalcinato gruppo di ragazzi. Per oltre un decennio, tra gli anni '70 ed '80, la squadra di calcio diventò un elemento di socialità per l'intera popolazione di Capracotta. Il calcio di allora non era solo uno spensierato hobby perché il presupposto reale del rivaleggiare con le altre squadre - e che il presidente Paglione ci teneva a ricordare sempre prima di scendere in campo - stava nell'attaccamento alla maglia e al paese. Quando oggi mi avvicino alla fontana la osservo attentamente, e anche se non lo dà a vedere mi pare gonfia di nostalgia, le ricordo di quella spensierata gioventù che le faceva compagnia e che giocava con "lei". E lei, di rimando, con quell'aria di sussiego, sembra sussurrarmi, con parole trasportate da una folata di vento, che sopra la sua testa c'è una meridiana che scandisce inesorabile il trascorrere del tempo e che alla sua sinistra c'è il vetro d'una finestra, vuole nel contempo ammonirmi sull'imprevedibilità e labilità dell'esistenza, pare voglia dirmi che basta una pallonata per fermare il gioco... Filippo Di Tella

  • Intervista a Tommaso Labranca

    Domanda: – Su "Andy Warhol era un coatto" definisci il trash come «emulazione fallita di un modello alto», a tuo avviso esiste anche un trash non emulativo? Risposta: – No, non esiste. Sempre però restando al mio modello di trash che si basava proprio sull'osservazione dei derivati rispetto al modello alto. Quello è stato uno dei più grandi errori della mia vita, usare un termine che altri avrebbero usato in tutt'altro modo. Il mio trash non aveva nulla a che vedere con le burlette fatte da studenti fuori corso o con i distinguo operati da giornaliste snob davanti alla cultura popolare, soprattutto di origine televisiva. Perché i nemici del trash odiano la tv, non possiedono nemmeno il televisore, e poi parlano solo di televisione. D: – Veniamo al tuo rapporto con i cannibali , uno dei fenomeni più interessanti della letteratura italiana Anni 90. Ritieni che molti di loro abbiano perso quella vena innovativa perdendosi nel macchiettistico o negli argomenti mainstream? R: – Più passa il tempo, più mi rendo conto di quale fuffa fosse stata l'onda cannibale. Una squallida operazione di marketing nata ai tavolini di una casa editrice che, scemato l'interesse dei media, non ha portato a nulla. E supportata dai vecchietti del Gruppo 63 cui non pareva vero poter succhiare linfa giovane per tornare a dettar legge. Gli stessi protagonisti tenevano a non essere rinchiusi in gruppi o scuole . Ricordo il modo in cui Tiziano Scarpa sosteneva la sua indipendenza, anche perché legandosi a una conventicola avrebbe poi scontentato un'altra. Non ritengo che sia stato uno dei fenomeni più interessanti della letteratura italiana, anche perché non era letteratura, era editoria. C'è una forte differenza, su cui tornerò in maniera più specifica. Certo che si sono dati tutti al mainstream. Al di fuori di quello non si resta stregati né si arriva a Cinecittà. Ora sono tutti cresciuti, sposati e con prole. Il tengo famiglia non risparmia nemmeno gli scrittori più trasgressivi. D: – Come si è evoluto il neoproletariato a seguito della grave crisi economico-sociale che ha colpito l'Italia negli ultimi anni? R: – La crisi ha insegnato una cosa fondamentale al neoproletariato: il vittimismo. Quando uscì quel mio libro l'idea che loro avevano di se stessi era: «Sono troppo figo, faccio l'agente immobiliare e la sera porto la mia donna a mangiare l'aragosta», frase che mi è stata detta realmente da un agente presso cui stavo comperando casa. Oggi, invece, amano vedersi come vittime di quarantenni crudeli (e loro ne hanno trentacinque), cervelli destinati alla fuga (la maggior parte ha solo la terza media e una preparazione infima), membri di una generazione senza speranza in un futuro di certezze. Nota che fino a qualche anno fa erano loro i primi a ridere delle certezze . Quante volte li ho sentiti dire: «Ma a che ti serve una casa di proprietà? Tanto oggi sei qui, domani magari a New York» O ancora: «Certo che mi faccio un'altra vacanza, so godermi la vita io». E sotto con il credito al consumo. Quando uscì "Neoproletariato" i campioni fasulli del buonismo di sinistra mi accusarono di essere cattivo con i poveri senza nemmeno aver letto il libro. Io non sono cattivo. Sono stronzo. E voglio vedere i neoproletari morire di inedia, di stenti. D: – Ritieni che questa crisi abbia innescato dei processi di decrescita felice o per lo meno ci sia un ritorno a certi valori di sobrietà o siamo ancora dominati dal barocco brianzolo? R: – La decrescita felice è una palla messa in giro da gente strapagata con la rubrica fissa su Repubblica o il programma su RaiTre. D: – Che consigli ti sentiresti di dare a chi, in un'epoca di profonda crisi economica, vuole intraprendere la carriera di scrittore/saggista? R: – Durante la mia ultima e pessima esperienza editoriale ricevevo inediti di persone che sognavano di pubblicare il loro romanzo. Nelle lettere di presentazione, oltre ai segnali di sicura mitomania («Il mio è il romanzo che l'Italia attende, perfetto nella trama come nello stile») scrivevano che da vent'anni lavoravano come dirigenti delle Ferrovie, medici, avvocati. Qualche volta ho anche risposto, dicendo: «Gentile signore, lasci perdere. Tenga duro fino alla pensione e poi si dia ai viaggi organizzati». Crisi o non crisi il mio consiglio è lasciare perdere. O meglio, se si crede che basti scrivere un librino per diventare ricchi, darsi subito allo spaccio di droghe. Se poi si sceglie comunque un'esistenza di umiliazioni, di difficoltà, di collaborazioni mal pagate con i giornali, allora fatelo. Ma non dite che non vi avevo avvertito. D: – Parli spesso di immigrati di lusso che si lamentano di Milano, ma lo sai che sono le stesse persone che quando tornano al paesello dicono quant'è figo svolgere qualche professione del sottoproletariato intellettuale (in genere chiamandola con il termine in inglese) nella mitica Milano guardando dall'alto in basso noi che siamo rimasti nel paesello? R: – Certo che lo so! Gli stessi che quando arrivano qui iniziano a dire: «E questa sarebbe una metropoli?» e magari arrivano da Capracotta. Non riesco a capire cosa si aspettino. Forse il sindaco che va a riceverli in stazione? Poi, di ritorno al paesello si lamentano: «Ma è già tutto chiuso? A Milano a quest'ora siamo ancora a bere sui Navigli!». Dove, sia precisato, vanno solo loro. Lo dimostrano le urla beluine nei dialetti più ruspanti che escono dai locali truffaldini sui Navigli e a Brera. Là un milanese non mette piede dopo le 19. D: – Parlando del tuo rapporto sostanzialmente d'amore con Milano, indichi come punto di cesura della storia cittadina la strage di Piazza Fontana, com'è cambiata la città a seguito di quel tragico evento? Com'era Milano prima e com'è diventata dopo? R: – Preciso che sono sensazioni nate a posteriori. Ero troppo piccolo quando scoppiò la bomba, però certe cose si percepiscono anche da bambini. Ho detto in altre occasioni che il 12 dicembre 1969 è stato il nostro 11 settembre 2001. Solo che non abbiamo mai saputo dimostrare affetto per la città ferita come hanno fatto i newyorchesi per la loro. Certo, qui tutto è in scala più piccola, ma l'affetto non si basa sulla misura. Quel giorno Milano è diventata più cupa, più diffidente. Si è accorta che la mala romantica, con un proprio codice e relegata in ore e zone ben precise della città si era trasformata in un pericolo invisibile e diffuso, che poteva nascondersi anche tra chi stava al potere e chi credevi fosse lì per difenderti. Il ladruncolo della mala era umano, il terrorista era arrogante, convinto di essere migliore di te perché aveva letto male due testi di cattivi maestri. Non è stato un cambiamento solo milanese, ma nazionale. D: – In Francia esiste un forte dualismo città-provincia. Ritieni che in Italia esista un qualche contrasto tra metropoli e città di provincia? Ti vedresti in una qualsiasi città di provincia del centro Italia? R: – In Francia hanno Parigi e intorno è tutta campagna. In Italia abbiamo sempre avuto le città, dove si immaginava che la vita fosse più libera, più divertente, più ricca. Noi non abbiamo metropoli, intese come agglomerati sconfinati di architetture banali e slum e isole di ricchezza. Abbiamo città molto piccole come estensione, in cui non ci permetteremmo mai di buttare giù il patrimonio storico. Da noi la scala è un’altra e si basa sulla concentrazione di saperi, know how, capacità e possibilità. Un fenomeno che ha ben descritto Elio Fiorucci nell'intervista che ha rilasciato a OssoBook: Milano non è una grande città dal punto di vista territoriale, ma lo è dal punto di vista della concentrazione, perché ci trovi tutto e prima di tutti. Roma è più rarefatta, non ha mai visto svilupparsi il terziario, anche quello un po' funky degli anni Ottanta, quando ci si inventava un lavoro . La colpa credo sia della eccessiva presenza della politica che uccide la nostra capitale. Mi vedo in una piccola città di provincia del Centro Italia, ma solo come turista! Cinquant'anni di abitudini e ritmi sono difficili da eliminare, penso ne soffrirei un po'. D: – Ragionando in una prospettiva storica, in quale "sinistra" ti riconosci? R: – In nessuna. Non voglio più sentire parlare di sinistra. Io sono progressista, autonomo e liberale. La sinistra non è più nulla di tutto questo. È retrograda, D'Alema è il nuovo Andreotti, Vendola è illuminato come un massaro dell'Ottocento. Gente capace di spacciare Letta per il nuovo. D: – Quali sono le notizie o i fenomeni mediatici che ti irritano maggiormente? R: – Le ondate di calore. I delitti irrisolti tra buzzurri tatuati delle zone depresse. Le eccitazioni legate a Internet (impazza sulla Rete, YouTube esplode, il Popolo della Rete si esalta). Le manifestazioni con spettacolino cromatico al seguito (calzini azzurri, sciarpa bianca, popolo viola). Gli innamoramenti per il guru di turno (Grillo, papa Francesco, Berlusconi, Santoro). Quasi tutte le notizie di politica interna divise tra chi vede la luce e chi non vede più nemmeno la lampadina. Andrea Ialenti Fonte: A. Ialenti, Interview , in «Labrancoteque», XIV, 2013.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | Statuto | Contattaci

​

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943​​​

bottom of page