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  • Il feudo di Vicennepiane

    «Ubi ficta fuit ex antiquitus culumna marmorea que finis fuit de jam dicto comitato isernino». Così il Ciarlanti descrive uno dei confini del contado d'Isernia, quello della Serra di Montecapraro , e la citata colonna marmorea era probabilmente piantata nel territorio chiamato Torretta, sulla vetta che ha sempre segnato il confine tra il feudo di Vallesorda, appartenente fin dal 1011 ai Cassinesi e quello di Vicennepiane. La prima notizia sul feudo di Vicennepiane è del 1171, quando apparteneva ai baroni di Montemiglio. In esso esisteva una chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria, ma intitolata anche ai santi Simone e Giuda ed a santa Lucia Vergine. Fu consacrata dal vescovo di Trivento, Raone, che l'arricchì di reliquie ed indulgenze. Ne fu preposto, all'epoca, un tale Raele detto «l'eremita di S. Giovanni di Montecapraro». Nel XVI secolo il feudo apparteneva alla nobile famiglia d'Eboli, nella persona del barone Giovan Vincenzo. Alla fine del 1500 risulta di proprietà della nobile famiglia de Maio di Capracotta, alla quale rimase fino al 23 dicembre 1622, epoca in cui Ettore de Maio vendette definitivamente il feudo di Vicennepiane al barone di Castel del Giudice, Donato Giovanni Marchesani. Passato ai suoi successori, il feudo giunse ad Anna Maria Baldassarra Marchesani, figlia di Margherita d'Alessandro e moglie di Giuseppe d'Alessandro, duca di Pescolanciano. Alla sua morte, avvenuta l'8 aprile 1729 in Castel del Giudice, divenne titolare per Vicennepiane il figlio Ettore. Fu proprio lui che in qualità di erede ab intestato della madre ed in virtù delle leggi allora vigenti in base alle quali era tenuto nei confronti delle sorelle, Francesca (che sposò Andrea d'Alessandro, duca della Castellina) ed Isabella (vergine in capillis reclusa nel ritiro di Mondragone) al solo obbligo della dote, a vendere il feudo di Vicennepiane. L'atto fu stipulato in Pescolanciano il 20 febbraio del 1732 dal notaio Felice Mezzanotte di Frosolone, a favore di D. Giuseppe Antonio d'Alena che dichiarò di contrattare per persona da nominare. Lo stesso D. Giuseppe fu nominato dal duca come suo procuratore al fine di richiedere il regio assenso su quella vendita, ed a sua volta per mezzo di  suo fratello, il sacerdote D. Francesco prese reale e corporale possesso del feudo con tutti i suoi corpi e beni. Con ulteriore atto notarile, questa volta rogato dal notaio Tomasuolo il 28 giugno del 1732, D. Giuseppe Antonio dichiarò che la compra era stata fatta da lui per conto ed in nome del fratello Domenicantonio e suoi eredi e successori. Su questi atti chiese ed ottenne il regio assenso per verbum fiat in forma , il 30 giugno dello stesso anno. Con un ulteriore atto rogato dallo stesso notaio Tomasuolo il 10 luglio 1732, il duca e D. Giuseppe ratificarono gli atti già stipulati ed anche su quest'ultimo fu chiesto e concesso qualche giorno dopo il regio assenso. Tuttavia il duca d'Alessandro, forse pentito di aver alienato il feudo, pensò di revocare il contratto, e ciò fece con atto del notaio Leonardo Marinelli di Napoli, in data 23 luglio 1732. Il 28 dello stesso mese si rivolse al Sacro Regio Consiglio, chiedendo l'annullamento della vendita che qualificava come semplice promessa ; il Presidente Orazio Rocca ordinò la controsupplica e che nulla s'innovasse fino alla notificazione. Ettore d'Alessandro aveva nel frattempo saputo che prima della sua richiesta di revoca, era già stato chiesto ed ottenuto il regio assenso, ma deciso a spuntarla fece chiedere l'annullamento anche dalle sorelle e dalla moglie Marianna di Toledo. Francesca d'Alessandro assunse come motivo di giustificazione delle sue richieste al Sacro Regio Consiglio, che i 20.000 ducati che le erano stati promessi nei capitoli matrimoniali non le erano stati ancora pagati dal fratello, il quale non poteva pertanto diminuire le garanzie del credito alienando un feudo; la sorella Isabella affermò, invece, di non aver ancora ricevuto alcuna dote e pertanto chiedeva che la vendita venisse annullata. Infine Marianna di Toledo sostenne, nell'interese dei figli, la tesi secondo la quale tutti i beni feudali del marito costituivano un fedecommesso di cui le leggi vietavano l'alienazione, a maggior ragion considerando che tali beni garantivano la sua dote. Tutte queste richieste erano però destinate a cadere nel vuoto poiché il regio assenso era già stato concesso sulla vendita a favore di Domenicantonio d'Alena: il duca d'Alessandro, quindi, consigliatosi con i suoi legali, con i quali tenne parecchie sedute, dovette risolversi ad accettare la vendita che del feudo aveva fatta, e con un ultimo atto stipulato dal notaio Tomasuolo, datato 4 maggio 1733, rinunciò per le sorelle e per sé alle suddette istanze, e vendette nuovamente a Domenicantonio d'Alena e suoi eredi e successori il feudo di Vicennepiane per il prezzo di 10.000 ducati di cui mille ne ebbe il giorno stesso del contratto, 2.000 dichiarò che gli erano stati già pagati precedentemente, e delegò il pagamento degli altri settemila a favore del dott. Stefano di Stefano suo creditore. Il duca inoltre promise la ratifica della vendita per parte delle sorelle e consentì che il compratore, anche come suo procuratore speciale, chiedesse un nuovo assenso al Vicerè ed al Regio Consiglio Collaterale, con real privilegio, «etiam in forma Regiae Cancelleriæ», e la registrazione nei regi quinternioni «quatenus tamen opus sit et requiratur». Il regio assenso fu ottenuto il 18 maggio dello stesso anno e fu registrato nel regio quinternione l'11 gennaio del 1734, al n. 252, foglio 184. Nel medesimo atto 4/5/1733, Isabella ratificò la vendita, mentre non si rese necessario fare lo stesso con Francesca poiché la stessa era stata sufficientemente dotata dal fratello oltre il quale non aveva altri eredi legittimi. Le condizioni della vendita inserite nell'atto del notaio Tomasuolo (quello del 4 maggio del 1733) furono le seguenti: Per franco e libero il feudo sudetto da qualsivoglia vendita, alienazione, donazione, sostituzione, refuta, maiorato, fideicommisso purificato seu purificando, obbligo, peso, ipoteca e servitù, eccetto però dal feudal servizio, seu adoa, dovuta in ogni anno alla Regia Corte, e per essa al Sig. Duca di Capracotta cessionario di detta Regia Corte in somma d'anni ducati cinque e tarì tre, e da ogni altro peso che forse si dovesse per natura di feudo e suprema ragione di dominio. Il quale feudo fu venduto dal Dca di Pescolanciano con tutte e singole sue ragioni e con la facoltà ancora di reintegrare tutti e qualsivogliano corpi, ragioni, azioni e giurisdizioni a detto feudo seu ad esso Sig. Duca e suoi predecessori spettanti, e per altri forse indebitamente detenuti, occupati e posseduti, e con tutte altre ragioni, prerogative, privilegi, autorità e giurisdizioni a detto feudo di Vicenne piane quomodocumque et qualitercumque spettantino in vigore di qualsivogliano cautele e privilegi, il tenor dei quali s'abbia come se de verbo ad verbum fosse nel presente contratto annotato ed inserito, non riservandosi esso Sig. Duca cosa alcuna, volendo che ogni cosa del detto feudo e lo stesso feudo s'intenda venduto e trsferito al detto Sig. Domenico-Antonio compratore, suoi eredi e successori, siccome li trasferisce in omnibus, serbata la forma di sue cautele e privilegi e con tutte le sue ragioni, ed in altro qualsivoglia modo, ragione, consuetudine, prescrizione ed altra qualsivoglia causa, ancorché fossero tali dei quali bisognasse qui farsene espressa e speciale menzione, e nel generale, seu altro qualsivoglia parlare non venissero, né s'includessero. E si dichiara e conviene che la sudetta giurisdizione sel'intende ceduta e trasferita tale quale però al Duca si appartiene e spetta per dritto di concessione reale o per legittima consuetudine, e non altrimenti, senza riservarsi esso Sig. Duca cosa alcuna . Nel 1750, tuttavia, il figlio del duca d'Alessandro, Nicola, volle rinnovare la lite iniziata dai genitori e dalle zie, alla quale gli stessi avevano espressamente rinunziato con l'atto del 1733. Presentò quindi domanda al Sacro Regio Consiglio e fu incaricato il Consigliere Porcinari, il quale spedì la cotrosupplicata allo scrivano Ricci. Il d'Alessandro sosteneva che il padre, in quanto fidecommissario di Anna Maria Marchesani, non poteva alienare Vicennepiane, anche perché il Sacro Regio Cosiglio glielo aveva proibito in pendenza della causa. Inoltre sosteneva che nella vendita vi era stata lesione di prezzo ultra dimidium , e ne chiedeva la restituzione in integrum . Domenicantonio preparò la sua difesa fondandola sui seguenti punti: la duchessa di Pescolanciano aveva presentato opposizione alla vendita nell'agosto del 1732, quando la vendita stessa era già perfetta poiché munita di Regio assenso; la stessa aveva espressamente rinunciato all'opposizione con apposita convenzione stipulata dal notaio Tomasuolo, con la quale il suo diritto era stato pienamente assicurato dal duca; il duca Ettore d'Alessandro, con l'ultima vendita, aveva rinunciato al giudizio iniziato nel Sacro Regio Consiglio presso la banca Rocca, e perciò qualunque decreto pronunciato nel corso di esso non aveva più efficacia, anche perché lo stesso non era mai stato notificato; Isabella d'Alessandro aveva approvato e ratificato la vendita; Francesca d'Alessandro, pur non avendo confermato e ratificato il contratto, non aveva comunque più alcun diritto di opporsi poiché i ventimila ducati di dote promessile dal duca le erano stati da questo pagati con assegno di fiscali su terre abruzzesi e di un palazzo in Napoli, alla strada Santa Lucia, dove abitava il principe d'Ardore; inoltre, quand'anche la detta Francesca avesse conservato il diritto di opposizione, il duca Nicola, in quanto erede del padre che si era obbligato a far ratificare la vendita, doveva tenere sempre indenne il compratore; l'asserito fedecommesso non esisteva affatto, e quand'anche fosse esistito, il prezzo convenuto per la compra con il duca era servito a pagare i debiti della madre a cui prima appartenevano Vicennepiane e gli altri beni lasciatigli; non vi era alcuna lesione del prezzo ultra dimidium , poiché la rendita annuale del feudo era di 222,40 ducati all'anno che calcolati alla ragione del 3,50% formavano un capitale di 6.354,28 ducati, mentre la vendita era stata concordata per 10.000 ducati; infine, essendo nato il uca il 19 settembre del 1726, era ormai decaduto dal diritto d'impugnare l'opera del padre, tanto più che mancando la lesione, necessaria ai fini dell'azione di prelazione e della restituzione in integrum , l'azione stessa era inammissibile. Di fronte alle questioni ed eccezioni opposte da Domenico Antonio, il duca ritenne opportuno abbandonare la causa intrapresa e la stessa cosa fecero la moglie e le sorelle. Ancora un'ultima battaglia legale doveva essere combattuta per difendere il feudo di Vicennepiane. Il 21 agosto del 1756 il Regio Fisco promosse una lite ed invitò il barone d'Alena a presentare i titoli d'acquisto di Vicennepiane, a dimostrare come il feudo fosse passato da Aurelia d'Eboli ad Ettore de Maio senza pagamento di relevio, a documentare come Vincenzo delli Monti, marchese d'Acaia, si era trovato in possesso dell'esazione dell'adoa dovuta per il medesimo feudo. Domenicantonio uscì vittorioso anche da quest'ultima lite. Innanzitutto chiamò in garanzia per qualunque evento e secondo il proprio diritto il duca di Pescolanciano poiché da lui il feudo gli era pervenuto, quindi eccepì la prescrizione centenaria contro gli ultimi due capi e presentò contro il primo il titolo legale di acquisto dell'adoa che aveva rilevato da Giuseppe Capece Piscicelli, erede di Andrea duca di Capracotta, che l'aveva a sua volta comperata dalla Regia Curia con regolare contratto ratificato dal Re Carlo II in Madrid. Domenicantonio, oltre ad opporre queste eccezioni, avrebbe potuto dichiarare di volersi avvantaggiare di quegli stessi reali indulti dei quali si era giovato quando si accordò il regio assenso alla compra del feudo, ma per evitare ulteriori spese e fastidi, offrì, in via di transazione, il pagamento di 15 ducati. L'offerta fu accettata con decreto della Regia Camera della Sommaria del 23 giugno 1756 e si ordinò che il barone non fosse più molestato in merito. I quindici ducati furono pagati con fede di banco del 6 luglio succesivo intestata a Michele Doti. Il giorno 8 dello stesso mese vennero spedite lettere con questo provvedimento che furono registrate nella Tassa dell'adoa 33, n. 292 e 293. Ne fu rilasciato certificato a Domencio Antonio d'Alena il 27 agosto successivo. Successore di Domenico Antonio per Vicennepiane fu il figlio Donato, morto nel 1822, e quindi ultimo intestatario nei Regi Cedolari per questo feudo; Donato Antonio ottenne l'iscrizione nei Regi Cedolari il 24 novembre del 1764. Da questi atti risulta, inoltre, che il pagamento dell'adoa e del jus tapeti si era provveduto a pagarlo anticipatamente. Il feudo di Vicenne Piane venne diviso per la prima volta nel 1875 (atto del 28 novembre 1875 per Notar Lorenzo di Ciò) tra i fratelli D. Antonio, Federico, Eugenio e Pietro d'Alena, ed ancora oggi è in proprietà dei loro discendenti. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/ , 25 febbraio 2014.

  • A soli 27 passi dal cielo

    Oggi voglio giocare coi numeri e coi record. E visto che, giocando, si può imparare, voglio che questo mio articolo abbia una qualche finalità didattica, perlomeno per i giovanissimi. Ma avverto che sarò sfacciatamente fazioso, quasi disturbante per un lettore che non fosse capracottese, quindi prendete questo scritto per quel che è: un divertissement . Spesso si legge qua e là che Capracotta, posta a 1.421 metri sul livello del mare, sia il comune più alto dell'Appennino; altre volte, addirittura, che il nostro sia uno dei comuni più alti d'Italia. Le due affermazioni sono entrambe errate ma... sono davvero così lontane dalla realtà? No, per niente. Ufficialmente il comune più alto d'Italia è Sestriere, in provincia di Torino, con i suoi mirabolanti 2.035 metri d'altitudine. E nelle prime dieci posizioni figurano soltanto comuni alpini: Chamois (1.816 m.), Livigno (1.816 m.), Claviere (1.760 m.), Rhêmes-Notre-Dame (1.725 m.), Ayas (1.699 m.), Argentera (1.684 m.), Valgrisenche (1.664 m.), La Magdeleine (1.644 m.), Elva (1.637 m.) e così via fino alla 37 ª posizione, dove troviamo Rocca di Cambio (1.433 m.), in provincia de L'Aquila, l'unico comune appenninico più alto del nostro. Capracotta si attesta al 41° posto dopo Champorcher (1.427 m.), in Val d'Aosta, e prima di Proves (1.420 m.), in provincia di Bolzano. Ora è giusto fare alcune precisazioni di carattere corografico, ottenibili miscelando i dati demografici con quelli storico-sociali. Scoprirete che quasi tutti i centri che precedono Capracotta o sono di più recente fondazione o non sono storicamente ascrivibili allo Stivale o presentano cifre demograficamente trascurabili. Ad esempio Sestriere, il municipio più alto della Penisola che, amministrativamente parlando, fu fondato l'altro ieri, ovvero il 1° gennaio 1935, essendo prima di allora un fondo privato della famiglia Agnelli. O Chamois, il secondo comune più alto d'Italia, che oggi conta meno di 100 abitanti - 97 per l'esattezza - e che al massimo del suo splendore, nel 1881, ne contava 346, quando Capracotta era almeno dieci volte più popolosa. Questo per dire che, dopo Livigno e Cogne (1.544 m.), il terzo comune altamente popolato e amministrativamente autonomo - per cui devesi parlare di cittadina - più alto d'Italia è proprio il nostro, che sopravanza anche l'ormai spopolata Rocca di Cambio, che a malapena arriva a 400 abitanti e che da frazione divenne comune proprio per farci dispetto. Ma io non voglio fermarmi qui. Livigno divenne comune nel 1797, in conseguenza della riorganizzazione dei terreni di Bormio sotto la Repubblica Cisalpina. Prima di allora, non la si dovrebbe considerare terra italica, poiché contesa ora dai Grigioni ora dall'Impero d'Austria. Vicende simili sono quelle di Ayas, Corvara in Badia, Selva di Val Gardena, Valtournenche, Curon Venosta, Livinnalongo del Col di Lana, Canazei e Santa Cristina Valgardena. Cogne, al contrario, ha sempre goduto di una sua autonomia, continuativamente inscritta tra i possedimenti sabaudi, per cui essa sì che va considerata la cittadina italiana più vicina al cielo. Se ne deduce che dal punto di vista corografico Capracotta è la terza cittadina più alta d'Italia dopo Livigno e Cogne, ma scala un'altra posizione se ci limitiamo all'ottica storico-politica di lungo periodo, nel cui caso Capracotta è seconda solo a Cogne. Qualora volessimo prendere in considerazione, come insediamento abitativo principale, non il feudo di Capracotta bensì quello di Macchia Strinata (sulla cresta di Monte S. Nicola), potremmo addirittura affermare che fino al XVII secolo, coi suoi 1.517 metri d'altezza, Capracotta era più bassa di Cogne di appena 27 metri. Insomma, a soli ventisette passi dal cielo! Francesco Mendozzi

  • La Fonte del Cippo… da dirigente a governatore!

    Il nostro territorio è ricco di fontane grandi e piccole, per la maggior parte situate lungo i sentieri di montagna o i pendii boscosi; pochissime sono quelle adiacenti alle strade carrabili e fra queste spicca la Fonte del Cippo. Fu costruita negli anni '50 in concomitanza con la realizzazione della strada carrabile Capracotta-Guado Liscia, sostituendo un cippo esistente da cui sgorgava acqua da una polla. Il suo aspetto non corrisponde ad alcuna regola architettonica o costruttiva allora in vigore, difatti presenta la parte sinistra arrotondata e prevede una piccola prevaschetta al di sotto della bocca di emissione dell'acqua per differenziarne l'utilizzo umano da quello animale: si potrebbe congetturare che chi l'abbia progettata, vista la sua silhouette , si sia lasciato influenzare dalla Paolina Borghese del Canova. I nostri genitori cominciavano a portarci come compagni di viaggio ed apprendisti garzoni durante i loro lavori di campagna sin da quando avevamo 4-5 anni, indicandoci quale fosse il corretto atteggiamento da tenere nei confronti degli animali durante le fase dell'abbeveraggio e della conduzione al pascolo. Noi, ingenuamente, prendevamo tutti questi affidamenti come un gioco perché, ai nostri occhi, questo sembrava! La Fonte del Cippo se ne stava lì, sorniona, alla fine del lungo rettilineo, e senza proferire alcuna parola che non fosse il suono dell'acqua, era in attesa del nostro futuro "battesimo di fuoco". Allora era consuetudine che al maschio venisse assegnato il lavoro pesante, come operaio nella ricostruzione post-bellica o come agricoltore, mentre noi, ragazzini imberbi con 6-7 anni sul groppone e una lunga esperienza acquisita sul campo assieme al "tutor", dovevamo contribuire al budget familiare. Da giugno ad ottobre cominciava infatti un nuovo incarico: da semplici garzoni a "dirigenti", quando per tutto il giorno dirigevamo e sorvegliavamo da soli le mucche al pascolo! Dopo 2-3 anni, con le aumentate altezze e forze fisiche, senza concorso alcuno, veniva operato lo scatto di anzianità, per giunta senza neppure averlo richiesto, attraverso il più importante degli incarichi: da dirigenti a "governatori". Il compito era più gravoso in quanto venivano utilizzate brusca, striglia e carriola per lo smaltimento dello stallatico nel posto di accumulo indicato, situato generalmente in un prato, e spesso questo nuovo incarico durava parecchi anni! Tuttora, transitando con l'auto, per il semplice fatto di aver avuto a che fare con essa nei tempi addietro, nel subconscio sembra che la Fonte del Cippo voglia ricordarmi: "Non dimenticare mai chi sei e da dove vieni!". Filippo Di Tella

  • Le urlanti madri

    Il nostro posto era quello, sempre lo stesso, per tutta l'estate. Ci facevamo navigare barchette di carta, ci lanciavamo con forza i sassi dentro per far schizzare l'acqua fino in cielo, camminavamo sul bordo e spesso ci cascavamo dentro, catturavamo gli esserini neri che ci vivevano dentro e li mettevamo in barattoli di vetro o di latta, ci buttavamo i gatti dentro pensando di farli annegare, costruivamo piccoli canali e dighe per deviare l'acqua che debordava, le nostre mani sempre dentro quell'acqua gelida, i piedi sempre bagnati e infangati... Tutta le nostre giornate alla Fundione passavano intorno al Pilone. Quando all'ora tarda, ben oltre il calar del sole, le cucchiarellate, le zampate e le minacce delle urlanti madri ci costringevano ad abbandonare il nostro pilone per rientrare a casa, noi, con la tristezza nel cuore, acconsentivamo ma la notte sarebbe passata in fretta e al sorgere del sole, lì, al solito posto, il pilone ci attendeva. Il "centro estivo" della mia infanzia... il pilone. Leo Giuliano

  • Castroleone

    Un'altra causa fu chiamata; vedemmo avanzare nell'aula del tribunale un uomo nel pieno degli anni, vestito con abiti urbani; di fronte a lui c'erano un altro uomo e una donna, anch'essi vestiti da cittadini, ma di aspetto più povero, e avevano con sé una bambina di circa dieci anni. Rivenne fu colpito dalla somiglianza tra l'uomo e colui che stava perorando la causa dei suoi genitori. Quando furono fatti i loro nomi, il giudice reale si alzò e pronunciò poche parole alla Baronessa, che d'improvviso si raddrizzò. Nei suoi grandi occhi scuri lo sguardo brillava; come un lampo, avvolgeva quei quattro sconosciuti che venivano a cercar giustizia. Rivenne sentì la sua attenzione brillare dell'interesse più intenso, istintivamente capì che stava per accadere qualcosa di profondamente drammatico. La voce della Baronessa si elevò nel gran silenzio. – Polidoro Duni, – esordì – parlate, cosa domandate? – Eccellenza, – disse lui, e la sua voce tremava con emozione profonda – siete buona e giusta, e mi appello a voi con piena fiducia! Queste persone – e indicò i suoi rivali – vogliono prendere la mia bambina, la mia amata figlia; voi me la renderete, Eccellenza, non lascerete che si consumi questo crimine infame! La Baronessa impallidì, sembrava colta da un'agitazione convulsiva... – E voi – disse lei – vorreste separare questa creatura da sua madre! È una cosa terribile! Quali sono i vostri diritti per una tale richiesta? Parlate, vi ascolto... – Eccellenza, – riprese il denunciante – i miei diritti sono i più sacri del mondo. Io sono il padre di questa bimba, l'amo più della mia vita, ma preferirei saperla morta che lasciarla nelle mani di quei due miserabili! – Basta! – l'interruppe la Baronessa in tono aspro. – Oddio, che parole inutili! Una volta per tutte, quale crimine ha commesso questa madre per strapparle sua figlia? Cos'è successo? Spiegatemelo e siate breve, altrimenti... – e l'avvolse col suo sguardo ardente, con amara impazienza, come se volesse sapere tutto senza dargli il tempo di parlare. – Ecco cosa è accaduto, Eccellenza, e potrete giudicare se un padre si sia mai trovato in una situazione così tremenda! Io sono di Capracotta, da dove me ne andai a quindici anni in cerca di fortuna. A Napoli ho trovato lavoro, la Vergine Santa ha benedetto i miei sforzi, e dopo vent'anni di dure fatiche mi son ritirato nella mia città natale per godermi il meritato riposo. Durante il mio soggiorno napoletano ho conosciuto una donna – e col dito indicò la sua nemica – che poi ho sposato. Lavorava in un albergo e nessuno era migliore di lei ma, cosa volete?, quando si è giovani non si pensa alle conseguenze! Mi ha dato una bimba, la mia Clelia, figlia adorata; guardate come mi rassomiglia! Abbiamo vissuto quindici anni insieme, prima a Napoli e poi a Capracotta, quando mi sono ritirato. Credevo che mi amasse questa donna, o perlomeno che non avrebbe spezzato il cuore al padre di sua figlia! Ebbene... ecco ciò che ha combinato. Otto mesi fa ho dovuto compiere un viaggio d'affari: andare a Napoli e poi a Barcellona. Quando son tornato, felice di rivedere mia moglie e la mia bambina, ho trovato la casa vuota! L'infame era fuggita assieme a quel disgraziato, complice suo! Dopo quindici anni di matrimonio, durante i quali l'ho amata e trattata come una vera donna, è stata dura! Soprattutto, preferire a me quel buffone che ha fatto i peggiori lavori a Foggia, Benevento, Napoli! E tutto il mondo lo sa, è innegabile: avrei centinaia di testimoni! Ma non m'importa: avrei perdonato lui e mai più avrei pensato a lei. È stata perfida e perfida rimane: è così e tanto peggio per lei! Ma il crimine, l'infamia, di aver preso la mia bambina, privarmi di vederla e impedirle di amarmi. La mia Clelia, lei sa che sono suo padre, e io l'amo troppo, e non la si può divider dal padre come se fossi un furfante, lasciandomi senza affetti, senza famiglia. Un cane. Insomma, una bestia! E non è tutto. Questo è nulla in confronto a ciò che m'insidia. Potrei pure sopportare di vivere senza mia figlia se la sapessi felice e se la sua felicità dipendesse dal mio sacrificio! Ma è esattamente il contrario. Lei sta nelle mani di questi infami che l'hanno portata a Isernia, dove vivono nella miseria, nel disordine e nell’ignominia perché non hanno nulla né l'uno né l'altra, e non sanno, o non vogliono, lavorare onestamente! Camille Jacob Ferrier (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Per fortuna siamo tutti nomadi

    Il nonno di mio padre, insieme a diversi suoi paesani, è emigrato agli inizi del Novecento negli Stati uniti. Quando tornò nel suo paese d'origine, Capracotta, nelle montagne della provincia di Isernia (il paese dei "sartori"), lo chiamavano « il milionario». I dollari che aveva guadagnato con molti lavori furono sufficienti per aprire un bar con tanto di piccola torrefazione artigianale nella piazza del paese. Fino a qualche anno fa, in quello che una volta era il bar e ora è la casa di una sorella di mio padre, era possibile sentire ancora l'aroma del caffè. Anche mio padre e mia madre sono nati a Capracotta e sono emigrati. Con mia sorella siamo cresciuti ascoltando il mitico racconto del lungo viaggio in treno di mio padre, all'epoca (1950) quindicenne, da Capracotta a Roma. Ha trascorso i primi mesi con i desideri e le difficoltà di tutti i migranti, a cominciare dalla casa e dalla lingua... Come molti capracottesi trovò lavoro nelle sartorie: molti parlamentari sono stati vestiti da lui ma sull'etichetta degli abiti non compariva mai il suo cognome. Anche a Dacca, in Bangladesh, dove a fine aprile il crollo di cinque fabbriche ha ucciso oltre mille tra donne e uomini che lavoravano come sarti e sarte, le etichette non portavano i loro nomi, ma quelli di marchi come Benetton. A proposito di Bangladesh: pure Farisha, la compagna preferita dell'asilo (periferia romana) di Fabrizio, mio figlio, è nata in Bangladesh. Di certo, le grandi capacità di artigiano di mio padre (che aveva perso il papà, muratore anche lui emigrato in Albania e nelle Alpi a costruire gallerie) non gli hanno permesso una vita tranquilla: ha dovuto attendere il "boom economico" della fine degli anni Sessanta per trovare uno stipendio dignitoso in una compagnia di assicurazioni. La famiglia di mia madre invece è cresciuta con lo spirito nomade dei gruppi che hanno utilizzato per secoli i tratturi, i sentieri erbosi e pietrosi con i quali i pastori vivevano la transumanza, cioè trasferivano con cadenza stagionale le greggi dai pascoli di montagna (nei mesi caldi) a quelli di pianura (in autunno e inverno). Dall'Alto Molise al Gargano. A differenze delle altre famiglie loro non erano pastori ma venditori di carbone. Molisana d'origine, pugliese d'adozione (San Severo, Foggia), mia madre è poi emigrata con mio padre a Roma per aspirare ad una vita migliore e si è sempre divertita, nonostante gli studi interrotti alla quinta elementare, a parlare piuttosto bene il dialetto molisano, quello pugliese e perfino quello romano. La migrazione ricomincia, non si ferma mai. La migrazione non è solo un viaggio legato a motivazioni economiche (per questo ha molto senso sostenere la decrescita dei trasporti delle merci... e la crescita dei viaggi delle persone). Siamo quello dove siamo stati e dove saremo. Siamo le lingue, i dialetti (a loro volta sempre nomadi...), ma siamo soprattutto i saperi che impariamo, i mondi che incontriamo, le relazioni sociali (non capitaliste) che costruiamo e le persone che amiamo. Capracotta, Stati Uniti, Albania, Puglia, trasumanza, Roma... Bangladesh: sono tutto questo, nient'altro che questo. Gianluca Carmosino Fonte: https://comune-info.net/ , 15 giugno 2013.

  • Il lodo San Luca

    Nel linguaggio giuridico il lodo è una sentenza emessa collegialmente dagli arbitri di una vertenza. Come avrete capito dal titolo di questo articolo, sul banco degli imputati oggi vi è San Luca. Ovviamente non mi riferisco all'Evangelista, che mai potrebbe esser sottoposto al fallace giudizio umano, bensì all'omonimo sito che sorge là dove convergono i confini di Capracotta, Pescopennataro e Sant'Angelo del Pesco. In quel preciso spazio insistono tre realtà che stanno a cuore ad ogni altomolisano: Monte San Luca, l'eremo di San Luca e la Chiesa di San Luca. Per quanto riguarda il primo sito non vi sono dubbi che esso svetti a 1.584 m. all'interno dei confini amministrativi di Capracotta, tant'è che tra i suoi faggi ed abeti si snoda anche un bellissimo anello turistico facente parte dello stadio di sci di fondo "Mario Di Nucci". Nel secondo sito devesi far rientrare tanto l'abituro dell'eremita quanto la chiesetta rupestre, entrambi ricavati da uno sgrottamento naturale del Monte San Luca. L'ultimo asceta conosciuto che abitò quelle impervie cavità è il capracottese Gaetano Fiadino (1880-1933), che altre opere ha innalzato nel nostro paese (come la croce stazionaria di via Guglielmo Marconi) e che spesso scendeva in paese per questue ed elemosine. Il credo popolare vuole che questo eremo sia nel territorio di Pescopennataro o di Sant'Angelo del Pesco, a seconda di chi sia l'interlocutore col quale state discorrendo. Il terzo sito è invece una chiesa novecentesca, spaziosa, gradevole, ben inserita nell'ambiente naturale circostante e alle cui spalle è possibile godere di una vista mozzafiato che, in particolari giornate, spazia fino ai frontalieri Balcani. Anche qui il sentimento comune che va per la maggiore afferma che la Chiesa di San Luca sia stata edificata sul territorio di Sant'Angelo del Pesco, nonostante siano gli abitanti di Pescopennataro a goderne, soprattutto in vista della grande festa annuale del 10-11-12 settembre. Ora, per risolvere il lodo arbitrale sono necessari dati statistici, amministrativi e geografici. Insomma i fatti debbono essere incontrovertibili. Ed io userò infatti la geomatica per tentare di metter fine a questa storia. La sentenza è una, cristallina come l'acqua sorgiva: l'intero complesso eremitico di San Luca è nei territori di Capracotta e Sant'Angelo del Pesco. Con buona pace dei pescolani - alcuni dei quali inveiranno contro di me - la sentenza appena emessa proviene dall'analisi geomatica effettuata col sistema GIS (con software QGIS) su dati forniti direttamente dall'Istat. Vi sto parlando dello shapefile ufficiale codificato in UTF-8 contenente i confini amministrativi italiani che l'Istituto nazionale di Statistica aggiorna ogni anno e che mette a disposizione di chiunque in modalità open source . C'è un però. L'avvertenza riguarda il fatto che «l a scala non è certificabile uniformemente dall'Istat, poichè le basi di acquisizione utilizzate (principalmente foto aeree ed altra cartografia) provengono da fonti e scale differenti, che variano tra ambito urbano ed ambito extraurbano » . Il che significa che il livello di attendibilità è pressoché totale quando si parla di centri abitati, mentre risulta parziale allorquando riguarda le campagne. C'era da aspettarselo. Il dubbio più grande riguarda proprio il confine che corre lungo il costone roccioso di Monte San Luca, per il quale approfondirò attraverso le carte comunali di Capracotta e Sant'Angelo del Pesco. Stando all'ultima ricognizione tecnica ufficiale, datata ottobre 1728, «la linea delimitatrice fu tracciata dall'ingresso dello speco dedicato alla venerazione di S. Luca ai due culmini denominati Montetti di Carovilli», il che sembra favorire la tesi secondo cui la chiesa rupestre sia da ascrivere al territorio di Capracotta. Ciononostante ci tengo a ribadire un concetto ripetuto tante volte in altre sedi: i presìdi religiosi di San Luca sono affare di Pescopennataro e dei suoi abitanti, perché la fede, quand'è sincera, quando non è inquinata dalla gelosia e dalla meschinità, vince sempre sulla ragione e ancor più sulla tecnica, assassina del nostro tempo. Del pari confermo quanto scritto sinora, per cui l'eremo di San Luca va ascritto a Capracotta, la chiesa tra i monumenti religiosi di Sant'Angelo del Pesco. Siccome da oggi mi sarò attirato parecchie antipatie, rispondo con le parole di san Luca Evangelista: «Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi». Francesco Mendozzi

  • La Fonte di Santa Croce e la via... della "liscia"

    Nel '500 videro la luce, in luoghi remoti, manufatti di preghiera eretti con mezzi di fortuna da eremiti e mistici che si stabilirono nei nostri problematici e montani territori per sfuggire alle orde barbariche, per avvicinarsi a Gesù e per diffondere la sua Parola. A Capracotta nacquero molti insediamenti abitativi che diedero origine a contrade e fra queste spiccava Santa Croce, con chiesa e relativa fonte. È la prima fontana, attualmente viva ed esistente, che si trovava sulla pietrosa e trafficatissima mulattiera-autostradale che, partendo dalla località Casino, dove sta la croce della famiglia Campanelli, attraversava interamente il territorio di Capracotta (Casino, Lamatura, Santa Croce e Guastra) per poi collegarsi ad altre che terminavano ad Agnone. Il fondo stradale era costituito per la maggior parte da selci tronco-piramidali e da pietre inserite di taglio o di piano a seconda della pendenza, che per la manifesta accidentalità del percorso non permetteva l'uso della ruota, facendo evidenziare la necessità del trasporto di qualsiasi manufatto o della propria persona con quadrupedi, riportando di fatto il tempo alla preistoria. L'uso tradizionale dell'ardesia ( lìscia in dialetto capracottese) come materiale di costruzione era molto diffuso a Capracotta, giacché a Santa Croce esisteva una cava; si ritiene che in questa contrada l'ardesia fosse nota già in età sannitico-romana anche se le prime cave per l'estrazione della pietra grigio-scura si fanno normalmente risalire al X-XI secolo. Le povere "vetture" schiumavano e ansimavano per il peso delle lìsce e, da lontano, si poteva percepire lo sferragliamento degli zoccoli protetti dai curvi ferri che cercavano di aggrapparsi ed arpionarsi alle pietre inserite nel travagliato cammino, dove, sempre in agguato, vi era la minaccia d'un rovinoso scivolone dagli effetti imprevedibili. Era fondamentale l'esperienza del tettaro , il quale doveva essere in grado di riconoscere il corretto verso di posa delle lìsce per scongiurare problemi in corso d'opera, in quanto non era da tutti realizzare una copertura a regola d'arte col sottofondo della falda in legno d'abete. Per quanto concerne la Chiesa di S. Croce di Verrino va detto che la presunta estinzione è da attribuire all'anno 1433, anche se non sempre quello che si trova scritto è attendibile. «L'encomiabile lavoro di geolocalizzazione effettuato dall'associazione culturale capracottese "Terra Vecchia" nel dicembre 2010 - nelle persone di Pasqualino Potena, Michele Carnevale e Sebastiano Conti - ha portato a ipotizzare che il luogo in cui sorgeva la chiesa celestiniana di S. Croce fosse nelle immediate vicinanze dell'odierno Parco fluviale del Verrino». Negli ultimi cinquant'anni Capracotta ha perso gradatamente le sue fattezze di borgo antico: le lisce di colore grigio-nero furono sostituite con i coppi dal colore arancione schiattato! Visto che è sprofondata nell'oblio e visto che a tutti è nota la via della seta, noi possiamo consolarci, anche se in piccolo e come magra consolazione, con la nostra vecchia e cara via... della "liscia"! Filippo Di Tella

  • 2° Capracotta Trail

    In vacanza in Molise, decido di partecipare al Capracotta Trail, giunto alla seconda edizione, insieme a due compagni di team, uno con casa a Capracotta, l'altro che arriverà addirittura da Tivoli. Questa gara di corsa in montagna, organizzata dallo Sci Club Capracotta, prevede ritrovo, partenza e arrivo dallo stadio dello sci di fondo di Prato Gentile che è una località turistica di montagna del comune di Capracotta, nel cuore dell'Appennino molisano, ad un'altitudine di 1.575 m.s.l.m. Arriviamo sul luogo della manifestazione circa un'ora prima rispetto al previsto orario di partenza, ci attende un'atmosfera quasi invernale con nebbia e temperatura intorno ai 12°. Facciamo un po' di fila al ritiro pettorali, con grande stupore ci viene dato il pacco gara ed i pettorali personalizzati con nome e società: a me è assegnato il numero 1, che cercherò di onorare. Dopo esserci cambiati, ci dirigiamo in zona partenza che viene ritardata di circa un quarto d'ora, a causa delle code al ritiro pettorali. La gara è di circa 14 km., con un dislivello totale in salita di 600 m., con percorso completamente su fondo. I primi 3 km. di saliscendi si sviluppano inizialmente lungo la pista di sci di fondo "Mario Di Nucci", sede di numerose gare a livello nazionale ed internazionale, con un circuito in cui si ripassa sul traguardo dopo poco più di 2 km. Mi sento bene, nonostante il freddo, con il primo km in 4'33"; sono superato in discesa, mi difendo in salita, recuperando qualche posizione nei brevi tratti piani. Dopo circa 5 km. con il susseguirsi di saliscendi, ci addentriamo lungo i sentieri alle pendici di Monte Campo; qui ci sono tanti tratti in cui è impossibile correre, dato che è quasi esclusivamente in single track , la mia difficoltà aumenta per la presenza di rocce calcaree, con la presenza di muschio umido, che rendono il mio appoggio irregolare e scivoloso. La grande fatica è ricompensata dal panorama mozzafiato che ci accoglie in vetta a 1.746 m.s.l.m.; un panorama unico dell'Abruzzo e del massiccio della Majella, in cui in lontananza si vede anche il mare Adriatico, dato che nel frattempo sta uscendo il sole e la nebbia si è diradata. Ci sono innumerevoli posti ristoro con sola acqua, anche "alla buona", il percorso è ottimamente segnalato e ben presidiato. Il tracciato scende fino alla chiesetta di Santa Lucia, si passa per il Sentiero degli Stupori e si arriva in prossimità del Monte Ciglione: siamo già al 10° km. Da qui s'imbocca un sentiero ripido che porta alla cima e poi riscende con tratti pericolosi, a causa del fondo irregolare. Nei tratti più impegnativi ho subito il sorpasso di decine di runners , più allenati ad affrontare percorsi del genere; ma la cosa per me più importante è arrivare senza farmi male. Fortunatamente per me, negli ultimi 3 km., ci rimettiamo sulla pista da sci e l'ultimo tratto della gara si sviluppa lungo l'anello turistico di monte, che porta all'arrivo nello stadio di Prato Gentile; in questo tratto recupero 7-8 posizioni, e concludo la mia fatica con il real time di 1h37'25", ad una media di poco inferiore ai 7'/km; classificandomi al 60° posto assoluto su 124 arrivati. All'arrivo ci accoglie un lauto ristoro, con formaggio, bruschette ed acqua. I vincitori risultano essere: Giuseppe Mottillo (Runcard) in 1h10'08", ad una media di 5'23"/km; tra le donne vince, arrivando 18 ª assoluta, Iolanda Ferritti (Nuova Atletica Isernia) a circa dieci minuti dal vincitore. Alessio D'Alessio Fonte: http://magazine.podisti.it/ , 16 agosto 2017.

  • Fiume Trinio

    Questo fiume ora detto Trigno , prima d'irrigare la regione frentana, attraversa buona parte del Sannio , poiché nasce da due sorgenti nel monte di Capracotta, e bagna correndo all'est il circondario d' Isernia , dove ingrossa colle acque di sei altri piccoli fiumi. Prima di entrare nel distretto di Vasto , volgesi al sud presso Montenero , per dirigersi di bel nuovo all'est sino alla foce nel territorio di S. Salvo , fra Termoli e Vasto , dopo il corso di circa 35 miglia. Insino al medio evo imboccavasi nel mare con tre rivi, di cui il più grande riteneva nel X secolo il nome di Trinia maggiore ; e formar doveva un bacino capace di molti navili. Perciò Plinio lo distinse coll'aggiunto di portuoso ; ma non è più tale oggidi pe' naturali sconvolgimenti sopravvenuti alla spiaggia, dove mette foce. Taluno opina che il nome Trinum fosse derivato appunto dalla triplice diramazione del fiume che con tre fauci sboccava nel mare. Pasquale Albino Fonte: P. Albino, Ricordi storici e monumentali del Sannio Pentro e della Frentania , De Nigris, Campobasso 1879.

  • Natale a Capracotta

    Passai a Capracotta un indimenticabile Natale ospite di una coppia di amici; lui era uno stimato farmacista, lei una brava giornalista di Pescara, li avevo conosciuti perché entrambi lavoravano in Abruzzo. Non ricordo i loro nomi, sono passati anni e ci siamo persi di vista ma ho ancora impressa nella mente la gentilezza, l'ironia garbata e sagace non solo dei miei due ospiti ma delle tante persone che ebbi modo di conoscere in quella occasione speciale in cui presentai, nella Biblioteca della cittadina, il mio libro "Terratradita". Ebbi la sensazione di trovarmi fra gente che aveva conservato una identità precisa, gente generosa, accogliente, le qualità tipiche di un popolo antico. Passeggiando per il paese rimasi colpita dallo stemma comunale colorato e vivace, uno stemma così particolare che si riferiva chiaramente al nome del paese e che suscitò in me una tale curiosità da indagare su quel nome, Capracotta, così fortemente ribadito da quel simbolo, forte della convinzione che la tradizione non conserva nulla che non sia significativo. Chiesi ai miei ospiti notizie del paese ed appresi che la famosa Tavola Osca di Agnone in realtà era stata rinvenuta nel territorio di Capracotta nella località Fonte del Romito nelle vicinanze del Monte Cerro, non lontano dal fiume Verrino. Non potemmo visitare quel luogo perché fummo impediti dal cattivo tempo; così decisi di studiare il documento più antico che proveniva direttamente da quel territorio e tentare di trarre dalla Tavola Osca qualche informazione su quel nome di paese così antico, così evocativo di riti arcaici, Capracotta, il paese che si trova nel territorio che fu quello dei Sanniti Pentri. Paola Di Giannantonio

  • Celestino V tra ecologia umana e liturgie campanilistiche

    L'ecologia umana studia l'Uomo nell'ambiente, inteso come insieme di cultura e natura. L'ambiente naturale di Pietro da Morrone, vissuto nel 1200, fu quello del Sannio montuoso con vestigia storiche dell'antica civiltà dei Sanniti là vissuti tra l'VIII ed il III secolo d.C. Dopo Roma li sottomise ma dovette sostenere tre lunghe guerre sannitiche con l'umiliante sconfitta del 321 a.C. alle Forche Caudine. Nel Sannio si sono rinvenuti due significativi reperti religiosi: un'incensiere con scritta osca, forse del V sec. a.C. e offerto da una donna alla divinità segno di un'emancipazione femminile notevole (reperto rinvenuto dalla famiglia Bernardo di Colle d'Anchise, vicino Bojano, ex capitale dei Pentri) e la Tavola Osca di Capracotta (IS) che ad Agnone la fonderia vaticana Marinelli ha riprodotto per i turisti. Nell'ambiente naturale, economico e religioso molisano, dunque, le faville del fuoco di santa Caterina da Siena hanno potuto assecondare anche la religiosità di Celestino V, poverissimo Papa del Sannio. Egli non fu colto come il Papa tedesco, né fu prof. universitario a Bonn, Freising, Monaco, Münster, Tubinga e Regensburg. Entrambi però seppero penetrare il mistero implicito nella relazione Dio-Uomo. L'ex papa Ratzinger afferma: «Dobbiamo di nuovo imparare a riconoscere che tra scienza e superstizione c'è ancora qualcosa d'altro: quel più profondo discernimento morale e religioso e custodirlo sotto la luce di Dio». Dal carattere poco espansivo Benedetto XVI non ha quel carisma del suo predecessore, né quello di Giovanni XXIII. Il teologo Ratzinger, nel libro "Un pensiero al giorno", tratta del problema dei problemi quando scrive, a pag. 529, relativa al 23 dicembre: Il Natale ci chiama a penetrare nella quiete e nel silenzio di Dio, il suo mistero resta celato a così tante persone, perché queste non sanno scoprire quella dimensione di silenzio nella quale Dio agisce. Far silenzio dunque significa sviluppare i sensi interiori, il senso della coscienza, il senso di ciò che è eterno in noi, la capacità di ascoltare Dio. Si dice dei dinosauri che essi si siano estinti perché si erano sviluppati in una maniere sbagliata, molta corazza e poco cervello, molti muscoli ma poco intelletto. Non ci stiamo per caso sviluppando anche noi in una direzione erronea molto tecnica, ma poca anima? Non è assolutamente tempo di una correzione di rotta nella nostra "evoluzione"? Questa correzione di rotta non può, né deve consistere in una stolta rinuncia al lavoro umano, piuttosto nel recupero del posto che spetta al senso morale e al senso religioso nella vita dell'uomo e nel suo rapporto con le cose. Ratzinger ha pubblicato nel 1977 a Colonia "Die Situation der Kirche heute" (La situazione della Chiesa della speranza oggi). Tra gli altri saggi ha pubblicato "La devozione a Maria nella Chiesa" (1979), "Rapporto sulla fede nonché Creazione e peccato" (1987), "La Chiesa. Una comunità sempre in cammino" (1991), "Chiesa, ecumenismo e politica" (1988) ecc. Le inattese dimissioni papali hanno sorpreso. Non soprese, invece, la sua elezione dopo Giovanni Paolo II. L'attuale epoca è foriera di problemi insoluti di evoluzione culturale dell' Homo sapiens e la Chiesa, che ne conosce bene molte sue peculiarità, frena certe scelte e ne conserva altre che alcuni vorrebbero cambiare non sempre in meglio. Lo stesso neodarwinismo è stato frenato da questo papa, mentre è stato favorito da Giovanni Paolo II, che parlò anche di Uomo irripetibile e di non avere paura della verità. Benedetto XVI, dopo 8 anni di pontificato, abbandona il potere di Papa Re tra tante voci, illazioni, accuse, ipotesi, supposizioni di lotte di potere e nodi non sciolti su aborto, fecondazione assistita fuori del matrimonio, coppie di fatto, pedofilia, eutanasia, matrimoni tra gay e adozioni dai gay, Ior, non più celibato dei sacerdoti per risolvere la penuria di vocazioni, ecc. «Anche ai nostri giorni molti sono pronti a "stracciarsi le vesti" di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio "cuore", sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta». Ha il sapore di una denuncia questo passaggio dell'ultima omelia di papa Benedetto XVI, per il mercoledì delle Ceneri, nella Basilica di San Pietro. Il pontefice ha invitato a vivere la quaresima come tempo per «riflettere su come il volto della Chiesa venga a volte deturpato da colpe contro l'unità della Chiesa e divisioni del corpo ecclesiale». Superare individualismi e rivalità può essere un «segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede». La nostra testimonianza allora - ha detto il Papa - sarà «sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l'essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell'incontro faccia a faccia con lui per sempre». Nel particolare rito che apre la Quaresima, durante la messa in San Pietro è stato il cardinale Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano, a cospargere le ceneri sul capo di Benedetto XVI. Quindi il Papa ha fatto lo stesso con alcuni cardinali, tra cui il segretario di Stato Tarcisio Bertone, vescovi, sacerdoti e semplici fedeli. Ma a questo si è aggiunto anche l'appello ai fedeli dell'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra: «Pregate per noi cardinali perché nell'elezione del nuovo Pontefice siamo guidati esclusivamente dall'amore [...] Giunto alla certezza di coscienza, davanti a Dio, di non essere più in grado di svolgere il suo servizio, ha preferito il bene della Chiesa a se stesso, è stato il vero pastore che, come Cristo, non ha ritenuto la sua dignità un tesoro da custodire gelosamente, ma vi ha rinunciato per il bene della Chiesa». Ha parlato anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone: «Tutti noi abbiamo compreso che è proprio l'amore profondo che Vostra Santità ha per Dio e per la Chiesa che l'ha spinta a questo atto». Sfogliando le pubblicazioni del Pastore tedesco si possono leggere le sue visioni sulla Chiesa della speranza, il culto della Madonna, ma il fulmine abbattutosi sulla cupola di San Pietro il giorno dell'annuncio delle dimissioni, la strana morte del Papa veneto Giovanni Paolo I che amava la Madonna, l'attentato al Pastore polacco, le fughe di notizie del maggiordomo papale ecc., sono segni di un cerchio del potere papale. Chi verrà eletto alla Cattedra di Pietro? Nell'antica Roma i migliori imperatori sono stati quelli non ereditari ma scelti per capacità riconosciute, come per il filosofo Marco Aurelio e il generale Traiano. I vescovi medievali erano tutti discendenti da nobili, come Bonifacio VIII dai Caetani, discendente di una nobile famiglia con cappella nella cattedrale d'Anagni e con evoluzione del casato in Gaetani, come il duca di Piedimonte d'Alife, poi Matese. Solo dal XX secolo i papi cominciano ad essere scelti per meritocrazia tra i cardinali e i migliori o più carismatici sono stati quelli d'origine umile e ricca di vissuta esperienza. Il Sannita Celestino V, il 5 luglio del 1294, venne eletto papa, dopo Niccolò IV in un'epoca tormentata da lotte intestine tra gli aspiranti ai regni terreni e a quelli semiterreni come il papato. Lo Stato del Vaticano con propria bandiera, guardie svizzere ecc. si annovera tra le pochissime monarchie assolute, che guida solo 1 su 7 miliardi di individui della specie Homo sapiens . 1 su 7 è stato battezzato e dunque iniziato al Cattolicesimo, che si distingue in ortodosso, protestante luterano, anglicano ecc. L'eremita appenninico Pietro Angelerio dapprima rifiutò la carica a papa, salvo poi tornare sui suoi passi spinto dal dovere di obbedienza. Assunse il nome di Celestino V il 29 agosto 1294, si dimise il 13 dicembre dello stesso anno e gli succedette Bonifacio VIII per mutati equilibri tra conservatori, colti e innovatori. «» Controversi sono i pareri sulle dimissioni di Celestino V. Se si dà credito ad un'interpretazione molto popolare, ma contestata dai critici moderni e contemporanei, Dante Alighieri è quello che, forse, si espresse nella maniera più critica nei suoi confronti. Gli avrebbe contestato di aver provocato, abbandonando il pontificato, l'ascesa al soglio di Bonifacio VIII, del quale egli, in quanto guelfo bianco, disapprovava profondamente le ingerenze in campo politico. Secondo questa ipotesi, infatti, sarebbe proprio Celestino V il personaggio nel III Canto dell'Inferno di cui si dice che: «vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto». Occorre però precisare che Dante applica il concetto di viltà a personaggi tanto diversi da Celestino (come Ponzio Pilato, che pure era Sannita, forse di Telese) e i versi sono soggetti a diverse interpretazioni. Petrarca, invece, diede di questo gesto un'interpretazione diametralmente opposta, ritenendo che si dovesse considerare «il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero, che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino». L'avv. Alessio Spina di Bojano sostiene che Dante si riferisse a Ponzio Pilato e non a Celestino V mentre la prof.ssa salernitana Giuseppina Sconduto è di parere diverso. Ancora oggi, la storiografia fornisce pareri controversi sul gesto di Celestino V. Sulla nascita a Sant'Angelo Limosano, dice Oreste Gentile di Bojano, autore di uno studio accurato in merito, si è espresso a favore anche l'arcivescovo di Campobasso-Bojano M. G. Bergantini. Dopo le dimissioni il Sannita ed ex papa venne catturato mentre stava per lasciare l'Italia, desideroso di tornare a fare l'eremita, e venne imprigionato nella rocca di Fumone, in Ciociaria, dove morì il 19 maggio 1296. Nel 1327 le sue spoglie furono traslate all'Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove sono ancora oggi custodite nell'apposito mausoleo. Celestino V, venerato Santo, si onora il 19 maggio, è patrono d'Isernia e compatrono dell'Aquila, di Urbino e del Molise. Sul luogo di nascita di questo Papa del Sannio le moderne tribù dei Sanniti stanno a disquisire affette da morboso campanilismo come scrive, in presentazione, Brunetti, nel mio saggio dedicato a "Piedimonte Matese e Letino tra Campania e Sannio", con un capitolo dedicato all'antica Diocesi d'Alife-Caiazzo. Ciò che è certa è la sua origine sociale contadina, penultimo di 12 figli. Pietro da Morrone nacque tra il 1209 e il 1215 (la fonte più accreditata è tratta dalla "vita C" che racconta che aveva 87 anni al momento della morte avvenuta il 19 maggio 1296 e ciò vorrebbe dire, che sarebbe nato nel 1209) in Molise. La sua nascita è tradizionalmente rivendicata da due comuni: Isernia e Sant'Angelo Limosano (dei quali è patrono). In seguito altre due località ne hanno anch'esse rivendicato i natali: Sant'Angelo in Grotte (frazione di Santa Maria del Molise) e Castrum Sancti Angeli de Ravecanina, nel casertano, dove hanno posto una statua di Celestino V al bivio dei Quattroventi. Allontanatosi dal suo eremitaggio del Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata "dei frati di Pietro da Morrone", che ebbe la sua povera culla nell'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone, il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito avrebbe preso il nome di Celestini. Nell'inverno del 1273 si recò a piedi a Lione, ove stavano per iniziare i lavori del Concilio II voluto da Gregorio X, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita, tanto che il Papa gli chiese di celebrare una messa davanti a tutti i Padri Conciliari dicendogli che «nessuno ne era più degno». I successivi anni videro la radicalizzazione della sua vocazione ascetica e il suo distaccarsi sempre più da tutti i contatti con il mondo esterno, fino a quando non fu convinto che stesse sul punto di lasciare la vita terrena per ritornare a Dio. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere. Papa Niccolò IV morì il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, composto da soli 12 porporati tra cui Benedetto Caetani, poi si ridussero ad 11 per morte di un porporato per malattia. Passò più di un anno prima che il conclave potesse nuovamente riunirsi, per disaccordo circa la sede in cui convocarlo, stabilendo la nuova sede nella città di Perugia il 18 ottobre 1293. Alla fine del mese di marzo del 1294 si decise anche per le trattative in corso tra Carlo II d'Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re di Aragona, per sistemare le vicende legate all'occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all'indomani dei cosiddetti vespri siciliani, del 31 marzo 1282. Per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d'Angiò aveva necessità dell'avallo pontificio, la qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del conclave. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il conclave, con lo scopo di sollecitare l'elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò ovviamente la riprovazione di tutti i cardinali e il Re fu cacciato fuori, soprattutto per l'intervento del cardinale Benedetto Caetani. Pietro del Morrone aveva predetto "gravi castighi" alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d'Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette rimuovere numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294. È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensando anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio monaco eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento. Sembra ripetersi l'analogia di quel papa con l'elezione di Giovanni XXIII nonché con il veneto Luciani e con il tedesco Ratzinger. La notizia dell'elezione del papa Sannita gli fu recata da 3 vescovi, nella grotta sui monti della Maiella. Sorpreso dall'inaspettata notizia, forse anche intimorito dalla potenza della carica, inizialmente oppose un netto rifiuto che, successivamente, si trasformò in un'accettazione alquanto riluttante, avanzata certamente soltanto per dovere d'obbedienza. Dietro consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino. Probabilmente, nel corso delle sue frequenti meditazioni, dovette pervenire, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato. In effetti il Sannita Celestino V dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) fece precipitare l'amministrazione in uno stato confusionale, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente. Circa 4 mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura di una bolla nella quale si contemplava la possibilità di una rinuncia all'ufficio di romano pontefice. 11 giorni dopo le sue dimissioni il conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse Benedetto Caetani nuovo papa, che aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l'anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino tentò invano di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma questi restò fermo sulle sue decisioni. Celestino si rese conto dell'inutilità delle sue richieste e mentre veniva portato via sussurrò una frase rivolta al Caetani che sembrò essere un presagio: «Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane». Per i nobili Caetani un papa come il povero Sannita era quasi una cosa blasfema e lo appoggiarono solo per preparare le mosse più adatte per la conquista del potere papale come avvenne. Qualcuno suppone che anche le dimissioni di Benedetto XVI siano state volute per preparare l’'elezione di uno dei pochi papabili dei cardinali indicati. Per la morte del "Papa del Gran Rifiuto" si fecero accuse come quella che Bonifacio ne avrebbe ordinato l'assassinio, il Papa in realtà ne ordinò l'arresto che ne causò la morte. Il cranio di Celestino presenta un foro che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di 10 cm. La morte improvvisa di Papa Luciani pure ha fatto ipotizzare molto i contemporanei come riferisce il già dirigente scolastico patavino, Luigi Spolaore, che il papa veneto lo ha conosciuto da vicino. Qualcuno ha fatto il film con connessioni tra Ior e "Il Padrino", ecc. La vita tormentata di questo poverissimo papa del Sannio, Celestino V, non è così lontana dai problemi noti e volutamente occultati presenti nei flussi d'ingresso e d'uscita del Vaticano, che è lo Stato più piccolo del mondo, ma è anche il più potente per l'Autorità morale del Papa. Essa influenza i colleghi dall'ermellino rosso dove il papa è primo tra pari, oltre 5 mila vescovi, quasi 400 mila sacerdoti, oltre 500 mila suore, tanti frati, comitati pastorali, azioni cattoliche, partiti cattolici, teologia della liberazione, crac finanziari, ospedali cattolici, università cattoliche, tante e tante chiese, basiliche, monasteri, missioni in Africa (una è stata diretta da un vescovo emerito di conoscenza diretta dello scrivente) e nel lontano Oriente da indirizzare e sovvenzionare di Cina ed India da capire meglio e convertire dov'è possibile. I problemi dello Stato del Vaticano sono più complessi di qualunque stato nazionale e le lotte di potere come le grandi vedute universali sono là concentrate, là in quella Roma che fu caput mundi. Roma è centro della cristianità mondiale con oltre 1,5 miliardi di fedeli guidati da vescovi e sacerdoti con forte calo dei preti e aumento dei diaconi. L'ecologia umana permette di ridurre la separazione tra saperi scientifici ed umanistici anche su Celetino V, mentre la chiesa universale romana giudica liturgie campanilistiche le diverse ipotesi sul luogo di nascita del papa Sannita. La sacralità, espressa in lingua osca, dall'incensiere di Colle d'Anchise e dalla Tavola Osca di Capracotta fanno ipotizzare un humus culturale sannitico di Celestino V. Giuseppe Pace Fonte: https://caserta24ore.altervista.org/ , 6 settembre 2019.

  • L'oro verde di Capracotta

    Ogni tre anni, nei giorni 7, 8 e 9 settembre, a cavallo della ricorrenza della Natività della Beata Vergine Maria, Capracotta festeggia la Madonna di Loreto. È un culto che ha avuto una origine arborea, così come tramandano le leggende locali. Ve ne racconto una. Un giorno di tantissimi anni fa, alcuni predoni decisero di abbattere gli alberi dei boschi intorno a Capracotta, giacché persuasi che in quei luoghi fossero nascosti antichi tesori. La prima pianta scelta per essere tagliata era meravigliosamente bella e rigogliosa. Non appena l'accetta d'un predone la colpì per reciderne il tronco, cadde invece recisa la mano dell'uomo. Allora, un secondo predone pensò di appiccare fuoco all'albero; ma fu la sua mano che bruciò come fosse di paglia. Gli altri predoni, spaventati, urlarono di paura e fuggirono via. Subito dopo, la figura splendente della Vergine di Loreto apparve in cima alla pianta e illuminò tutti gli alberi intorno. Da quel giorno, nessuno osò più violare i boschi di Capracotta. Sono l'oro verde delle sue montagne. Mauro Gioielli

  • La croce astile della morte e della capra

    Oh come t'inganni se pensi che gl'anni non han da finire: bisogna morire... La croce astile - lo dice l'aggettivo stesso - è una croce simile a quella da altare ma che, al posto del basamento, è fissata a un'asta decorata o dipinta piuttosto alta, funzionale ai riti di processione. La più antica croce astile del Molise è forse quella di Castel del Giudice, come suppone Franco Valente in un suo bell' articolo , il che la rende davvero interessante sotto diversi aspetti teologici. Ma va detto che a Capracotta ne conserviamo una che, francamente, non è niente male. Realizzata in argento fuso cesellato nella prima metà del '700, forse in concomitanza con la consacrazione della nuova Chiesa Madre, la croce astile di Capracotta è un gioiello di fede e artigianato. Accanto ai motivi tradizionali del corpo esanime e crocifisso di Cristo vi sono infatti alcuni dettagli pregni di significato, a partire dal simbolo del teschio con le tibie incrociate presente al di sotto del Nazzareno. Interessanti poi le quattro figure che riposano sul nodo della croce. A destra e a sinistra Sebastiano Trotta riconosce due putti che, sebbene nell'iconografia barocca non sottostiano a regole precise, portano uno l'arco e l'altro il bastone, simboli del martirio del nostro Santo patrono. Sul fronte e sul retro della croce stanno infatti altre due figure che corrispondono alla Madonna Assunta e a san Sebastiano morente, trafitto dalle frecce. Oltre a rappresentare la capracottesità, questa croce raffigura verticalmente il calvario, la morte e la resurrezione di Nostro Signore, i tre momenti fondamentali che fanno del cristianesimo la religione che è, così nuova e blasfema rispetto all'ebraismo, così chiara ed ottenibile rispetto all'islam, così santa e miracolosa rispetto alle dottrine orientali. Ma vi è un dettaglio a rendere ancor più originale questo oggetto d'arte religiosa, ed è l'incisione di un volto caprino sul retro della croce, forse in omaggio al clero che ne aveva commissionato la realizzazione. A differenza della capra giuliva incisa sulla ottocentesca custodia delle ampolline ( qui ), sulla croce d'argento la capra di Capracotta è austera, squadrata, tanto che, più che una capretta, pare un ariete! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Guénon, Il Re del Mondo , Adelphi, Milano 1977; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Severino, Legge e caso , Adelphi, Milano 1979; M. Sgalambro, Dialogo teologico , Adelphi, Milano 1993.

  • Il pilone delle Prata... tra mucche e calciatori

    Quando si parla del pilone delle Pràtera o della sorgente dell'Acca Nera non si può fare a meno di parlare del prato di Monteforte, l'unica prateria in piano, di circa 20 ettari, appartenente al Comune di Capracotta perché posseduta dalla famiglia d'Evoli di Castropignano e facente parte della curia baronale. Il pilone dell'Acca Nera ormai è fuori uso, sicuramente a causa della captazione della sua acqua a pochi metri dall'attuale ubicazione. La definizione del nome derivava dall'acqua torbida che sgorgava in superficie, freschissima, che dopo il previo deposito della terra nel fondo del pilone, diventava potabile. Cosa che invece non avviene nell'altro manufatto distante circa 500 metri ad est, tuttora in piena operatività ed efficienza sia d'estate e tantomeno d'inverno, con le sue acque che provengono dalle alture circostanti. Negli anni '50 con squadre di 30-40 falciatori (commissionati dal Comune) nel giro di 4-5 giorni si effettuava il taglio del prato e il fieno, una volta impacchettato a mano con le imballatrici o le reti, veniva venduto ai residenti. Il caposquadra dettava il ritmo del taglio, tutti si muovevano all'unisono con le dovute distanze di sicurezza per evitare accidentali tagli dovuti agli affilati falcioni che, all'occorrenza, anche per ridar forza e fiato agli astanti sudaticci e accaldati, dovevano essere riaffilati; nei momenti di ristoro il pilone era il luogo utilizzato per rinfrescarsi visto che la cappa di caldo era lì umida, soffocante e insopportabile. Negli anni '70 il prato venne utilizzato come campo di calcio, dato che lo stadio comunale era in fase di rifacimento. La recinzione del campo non era delle migliori, si cercava di fare il possibile ma ben presto si capì che il possibile non era sufficiente, poiché di notte le mucche entravano in campo per brucare quel po' d'erba rimasta, si strusciavano ai pali delle porte e masticavano persino le reti! Era fantastico gonfiare a suon di gol quelle reti rappezzate con nastri sgargianti, il che rendeva l'atmosfera decisamente più festosa. A volte, nel pieno della calura pomeridiana, con l'arsura che tormentava la gola e con le mucche ormai abituate alla nostra presenza, si divideva con loro l'acqua che sgorgava dal pilone delle Pràtera, adiacente al campo sportivo; in quelle circostanze la compartecipazione di un bene prezioso come l'acqua fra uomo e animale diventava la normalità. Filippo Di Tella

  • Da Capracotta a Vastogirardi

    Definita da Alberto Sordi «la Cortina del Sud» nel film "Il conte Max", la pittoresca Capracotta (a 1.420 m. di quota), oltre a essere un paese turisticamente attrezzato, è il centro di un articolato complesso di sentieri molto invitanti per il turista con cane al seguito. Le possibilità sono molte e varie, essendo il paese circondato da una campagna poco abitata, che alterna territori collinosi ad altri più montagnosi, con il Monte Campo (1.746 m.) e il Monte Capraro (1.731 m.) a far da bastioni. Facile ed eccezionalmente panoramico è il sentiero che dal paese conduce al Monte San Nicola (1.521 m.): nelle giornate più limpide lo sguardo si spinge fino alle coste iugoslave (9 km. andata e ritorno, percorribili in circa 4 ore). Più lungo (11 km.) e più impegnativo quello che parte dall'innesto con la provinciale (1.350 m.) e sale subito verso gli alti pascoli del Capraro, per immergersi poi in uno dei boschi più belli della zona. Superati altri pascoli nella zona di Ospedaletti si arriva al tipico borgo di Vastogirardi (ottimi formaggi, concedete un assaggio anche a Fido). Poco fuori, resti del tempietto italico in una bella prateria e poi di un villaggio pastorale altomedievale detto "Terra Vecchia", già sulla via del ritorno. Si supera il passo della Crocetta e si arriva di nuovo all'innesto, circa sei ore dopo la partenza. Un altro percorso facile e adatto a Fido è l'anello tra boschi e radure che si sovrappone alle piste invernali per lo sci di fondo, con partenza e arrivo sul pianoro di Prato Gentile. Saverio Paffumi Fonte: Touring Club Italiano, In Italia con cane e gatto , Touring, Milano 2005.

  • Bella è la mia montagna

    Bella è la mia montagna, sacra la mia foresta, dove la mia compagna a sospirarmi resta, dove abita la bimba mia, la sera e la diman prega, innocente e pia, prega per me lontan. Luigi Ianiro Fonte: O. Conti, Folklorica pastorale capracottese , De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910.

  • Storia della famiglia Di Nucci

    La famiglia Di Nucci, originaria di Capracotta, produce i formaggi tipici della civiltà della transumanza dal 1662. Il primo antenato di cui si ha traccia è Lonardo Di Nucci , già pastore e casaro alla fine del 1600. Per dieci generazioni l'arte casearia di famiglia è stata tramandata di padre in figlio. Così ancora oggi la famiglia Di Nucci produce formaggi a pasta filata con la sapiente manualità antica, custodita e praticata nella sede produttiva di Agnone, nel cuore dell'Alto Molise. Una manualità che si riconosce nella creazione di formaggi artigianali, pezzi unici che conservano sapere antico ed essenze del territorio e che rispecchiano un'etica di produzione pulita e sostenibile. L'Alto Molise da sempre è terra di pascoli, di bovini, di pecore, di pastori, di transumanza. La storia di Capracotta, piccolo e caratteristico centro di montagna a 1.421 metri sul livello del mare, è la storia di questa tradizione e di questa cultura agro-pastorale, con tutti i suoi miti e le sue devozioni. Nell'immaginario collettivo capracottese c'è una moltitudine di greggi, di cavalli, di muli, di butteri, di pastori, di massari e di profonda fede religiosa. Come la chiesa Matrice costituisce un monumento alla civiltà della transumanza, così la chiesetta della Madonna di Loreto è il posto della benedizione, degli arrivi, degli abbracci, dei saluti e delle dolorose partenze lungo le strade erbose dei tratturi, attraversate dagli animali e dai pastori transumanti. Questo è il mondo dei massari della famiglia Di Nucci che per molte generazioni hanno svolto il ruolo di conduttori di aziende della transumanza, sempre di meno in arrivo e sempre di più in partenza per altri territori. Agnone, in questo senso, è stato l'approdo più naturale, storico ed emblematico nello stesso tempo. Città aristocratica dalle solide e colte tradizioni del cibo, Agnone è sempre stata un ampio e competente mercato per i formaggi tipici dei tratturi. Il nonno Giovanni Di Nucci fin dai primi del 1900 vi fa affluire le sue produzioni tramite le più affermate attività commerciali del posto. È nei primi anni Cinquanta, però, che Antonio Di Nucci e Ida vi si trasferiscono e iniziano la storia "moderna" del Caseificio. Una storia di famiglia, quella della famiglia Di Nucci, reinterpretata con innovazione dal figlio di Antonio, Franco Di Nucci, oggi titolare del Caseificio ed ideatore del primo impianto caseario ad Agnone. Dopo alcuni decenni di presenza produttiva nel primo laboratorio al centro della città, nel giugno del 2000 l'attività viene infatti trasferita nella nuova sede nell'area artigianale di Agnone, dove tutt'ora si trova. Affiancato dal solido sostegno della moglie Rosetta, della primogenita Serena e degli altri suoi due figli Antonia e Francesco Glauco, con dedizione, passione, cultura e lungimiranza, Franco Di Nucci ha ampliato l'attività, rafforzando la rete di allevatori fornitori del caseificio e formando generazioni di maestranze locali, giovani del posto cresciuti nel laboratorio artigianale di Agnone. Serena Di Nucci Fonte: https://www.caseificiodinucci.it/ , 2017.

  • L'intreccio familiare

    – Vai. – Dici che possa andare... – Brigitte non era del tutto sicura, poche erano le volte in cui lei, con quel SUV nuovo, viaggiasse da sola verso Perth. – Hai l'appuntamento! Non vorrai che mi sottoponga di nuovo a una seduta psicanalitica io! – Perché? Ti farebbe male? – Senti, Brigitte. Stai tranquilla. Hai detto che vuoi sapere che cosa sia venuto fuori dall'analisi mia, devi riportare indietro il libro al dottore e devi anche saldare, speriamo, la parcella. – Sì, ma se ci serve ancora? – Chi? – Non abbiamo finito. – E allora vorrà dire che daremo altri dollari, che problema c'è? – Non mi sento bene. – La strada la conosci, hai il navigatore... – C'è il cortile condominiale per il parcheggio... – Lo vedi? Non troverai difficoltà per fermarti. – Lo vuoi leggere anche tu? è un bel romanzo, ti farà ridere e ti terrà in tensione positiva. – Mi terrà?... – Adam pensò un attimo che cosa rispondere alla moglie, questa non parte, cerca scuse. – L'ho letto già. – E quando? – Ti dico che l'ho letto... se non lo conosco io! – e si meravigliò verso altri che erano soltanto lei, in quel momento. Ma da come dondolò la testa, in segno affermativo, significò che doveva essere la pura verità. – Vuoi vedere che lo hai scritto tu... ehehe ... – Ehehe ... – risero in due e un piede pigiò sull'acceleratore, il SUV si mosse e la giornata poté cominciare. Che sia benedetto Dio, disse qualcuno nella Swan Valley australiana. Poi due mani si poggiarono sulla faccia, la strofinarono all'altezza degli occhi, più volte, su e giù, e stirarono con i polpastrelli le sopracciglia, quasi che si dovesse vedere meglio il tempo che scorre. Infilò la chiave nella toppa della cantina, la stessa, a piano terra, che aveva il leone seduto a impaurire i ragazzini. " Certo che l'ho combinata grossa. Brigitte non ci arriverà mai a capire il motivo. Lei ha bisogno di un intervento esterno. Con la fissazione di un figlio. Ha passato anche a me questo pensiero, come un raffreddore che non va mai via ". Rise. " Era tutto per il bene della famiglia, perché anche due uniche persone la possono formare, forse anche una sola, chissà ". Tutto legno, Adam non aveva badato a spese, il suo Pollino rosso superiore meritava di essere trattato come un principe dei vini, qual era sul serio. Perciò quel locale era come una enoteca a pagamento, del tipo dove si degusta, si beve, si accompagna un buon bicchiere con qualcosa di appena salato. I tarallucci della Calabria, con rosmarino, peperoncino, cipolle, queste sì, non le ananas di Davide, che lo possano glorificare per ciò che combina! Il deposito con le botti era nell'interrato, un ambiente privo di luce naturale e ben aerato, per custodire il prezioso liquido sempre alla stessa temperatura e umidità relativa. Su questo c'erano stati anche degli studi di tecnici dei vigneti e del vino stezzo. Anzi, persino il sistema dinnaffiatura delle radici, nel terreno, era stato valutato e programmato con cura maniacale, perciò il prezzo delle bottiglie era un tantino alto: ciò che vale, si paga. Tutto computerizzato. Osservò la consolle che governava il fuori e il dentro, tutto il processo dalla natura alla tavola, quasi. Sorrise a sé stesso. Guardò il bancone, tutto in fila, pareva che ci fossero dei soldatini che mostrassero ben in vista l'etichetta: Adam Aricò , azzurra su sfondo color crema e, in basso, la sua Calabria, il piede dell'Italia. " Quello ha ragione, me l'ha detto tante volte, io ho soltanto bisogno di scoprire le mie radici. Secondo lui, ha lo stesso parere di Brigitte, non è nemmeno necessario che davvero sappia chi sia mio padre: basta che ci provi e la mia coscienza di placherà, e così il mal di testa ". Pensava mentre sistemava i bicchieri, come se si aspettasse che qualcuno dovesse arrivare da un momento all'altro. Erano un po' di giorni che nessuno veniva nella sua cantina ad assaporare il Pollino . In genere almeno un paio di visite per settimana c'erano. Osservò l'orologio, quasi che ci fosse un appuntamento oppure una specie di sensazione particolare. Stappò una bottiglia e ne bevve un goccio. Anche a digiuno era speciale, se lo trattenne sulla lingua, bisognava prima riscaldarlo in bocca, era una procedura che gli avevano insegnato i sommelier e che lui stesso indicava agli altri. Così si sente di più il gusto, il vino rosso mai freddo. E poi che colore, in trasparenza si vedono le inflessioni, come nuvole traslucide, allegre, che cambiano timbro inclinando il calice, una musica celestiale. Mette allegria nel corpo, pace nella mente e vita nell'anima. Rise anche lui, mentre sollevava il bicchiere al sole. Fu così che vide salire verso la sua casa un gruppo di ragazze vocianti. Ecco le gitanti, si disse. Bevve di colpo e sciacquò. Si preparò. – Good morning, come in... come in... – con il gesto della mano invitava a entrare. – Good morning – risposero in coro. Poi sorrisi e strette di mano. Adam si espresse in inglese, riempì vino per tutti e brindò alzando il braccio a farsi vedere anche da chi era più indietro. Poche altre parole. – Like an italian wine! – provò a esprimersi per avere qualche commento. – Like ... – rispose una di loro. Erano delle giovanette, un solo uomo era in disparte. – Like che cosa? Ma lo sanno che il linguaggio è anche ridicolo e che ci sono significati differenti per le stesse parole? Like che vale come , oppure che vuol dire gradisco ? – non parlò a bassa voce. Usò l'italiano, come se ce l'avesse con sé. – Gradisco... come no, gradisco, gradiamo tutti qui. – Ma... parlate italiano? – Noi siamo italiani. – Urca... che bella sorpresa! anch'io sono di origini italiane, della Calabria per la precisione, mia madre. – Don Cesare vieni qua, vieni! – quella stessa ragazza invitò il tizio che si apprestò a farsi avanti con il suo organetto. Era un uomo con occhiali e un viso allegro e semplice, sembrava che fosse la guida della situazione, fece un inchino e diede di nuovo la mano. – Sono di Capracotta – disse. – In che senso? – Adam non comprese la battuta. – Il mio paese si chiama così, Capracotta, sulle montagne del Molise, ai confini con l'Abruzzo. Loro sono tutte di Lanciano. Sono il loro parroco. Abbiamo organizzato un viaggio in Australia per venire a visitare i tanti parenti di ciascuno di loro. Qui a Perth. – Ah... ho capito, mi fa molto piacere. Molise? – Io sì. – Un momento. – Adam trovò David sulla rubrica del cellulare e fece squillare il telefono. – Vieni – disse, – ci sono delle amicizie per te... – Ma sto sistemando il locale, oggi è giorno di chiusura e mi dedico alle pulizie... – Dico una sola parola: Italia. – Chiuse senza attendere altro. Non si era accorto che don Cesare stava già intonando una canzone tipica e tutta la comitiva ballava e cantava: " Calabrisella mia, calabrisella mia, calabrisella mia, facimmu ammore ". Fu allora che giunse David il quale scoppiò in una risata irrefrenabile, capì tutto. Non ancora sapeva di don Cesare e della sua Capracotta. Dopo, quando lo spettacolo finì, si scambiarono le rispettive impressioni. Il prete disse del suo luogo di origine, David se ne venne fuori di nuovo con le Civitelle e le mura megalitiche dei Sanniti, talché qualcuna lo guardò, grande e grosso e dovette girarsi per nascondere la propria ilarità. La stessa che, forse anche per un nuovo bicchiere di vino rosso, e due tarallucci piccanti, divenne travolgente e complessiva. Ci volle del tempo per riuscire a sapere come si chiamasse quello strumento così semplice, a prima vista, e capace di accompagnare con musica chi canta. – Si chiama da noi du bott' – illustrò don Cesare, – ha gli accordi in do , sol e fa . – Ah... – Adam alzò la testa a significare che avesse capito bene, ma non era vero. – È facile da impararlo, se è questo che t'interessa. – Oh... – era proprio quello che intendeva. – Come per tutte le cose della vita, ci vuole passione e pazienza. Non s'impara nulla in un giorno, ma poi ci saranno soddisfazioni. – Ne sono più che sicuro. Si dera avvicinata la ragazza che aveva tentato di parlare all'inizio, in inglese. Aveva detto di chiamarsi Carolina. – Mi piacerebbe restare a lavorare qui. Da noi c'è una crisi terribile e non si trovano posti di lavoro. – Ne abbiamo sentito parlare in TV. Se ti piace, qui da noi si lavora, anche molto, però non è tutto immediato come sembra a chi arriva per pochi giorni. Però sai che ti dico? – Che cosa? – Che ciascuno di noi vorrebbe vivere altrove... – si accorse di avere toccato quel tasto di cui si parlava con il dottor Mario. Allora è proprio così. Questo mal di testa è solamente una questione psicologica. Mi passerà. Don Cesare aggiunse altre sue considerazioni che Adam non capì. Non le sentiva, gli pareva di avere le orecchie otturate, vedeva David ridere, le altre ragazze attorno a loro e le parole che parevano ovattate e incomprensibili. La mente pareva che non funzionasse, come se un vetro capace di assorbire i rumori si fosse posto fra sé e gli altri. Gli altri, si disse. " Ma io chi sono? ". Adesso non era più certo di stare bene, che avesse il cervello a posto e che Brigitte non fosse lei a preoccuparsi di lui, non il contrario. Era diventato serio di colpo, certi pensieri non li puoi nascondere a nessuno. – Adam? Sentì. – Adam... come stai? – Era il prete che doveva avere una propensione a leggere l'animo umano. – Adam! – Questa era la voce di David. – Sì, ci sono... – quasi che era assente fino a poco fa. Provò a ridere, si voltò per non farsi guardare in faccia, prelevò sue bottiglie, poi le altre fino a contarne tante quante erano le persone in quel locale. – Ci siamo? – disse alla fine. – Ci fai dei regali? – chiese di nuovo il prete. Era vestito in borghese, non sembrava un parroco italiano. Forse solamente i capelli corti e ben curati dimostravano la sua vocazione religiosa. – Ti sei emozionato? Vero? – Un attimo di distrazione... mi sono... – allargò le dita, le fece frullare come a voler dire di essere andato di qua e di là con la mente, che sono cose che capitano quando hai davanti persone gradite e, in un certo senso, familiari. – Sì, capisco. – Queste bottiglie sono un dono per ciascuno di voi, sperando che ricordiate di me e della mia cantina di origine calabrese: Adam Aricò e il suo vino Pollino rosso superiore – non fece in tempo a finire che ricevette un abbraccio da parte di ciascuno. Quando il vociare di poco prima scemò e finì, la cantina parve risposare come in un cimitero. Si espresse male il proprietario, fu guardato con sospetto da David. – Che c'è? – Sei sicuro che il tuo medico ti abbia consigliato bene? – Senti, non ti ci mettere anche tu. – Mi hai sempre detto tutto, non hai segreti con me. – È vero. Perciò sai pure che ho fatto un mezzo terremoto per Brigitte. – Ma adesso come stanno le cose? – È andata. Stamattina dovrebbe sottoporsi alla seduta. – Così saprai come sta e come curarla, se serve. – Serve, serve, altro che... se serve! – E tu sei sicuro che il tuo dolorino non sia niente... – E tu pensi che abbia speso alcune migliaia di dollari per due maschere di leoni di plastica solo per farti ridere? David non aveva voglia di scherzare. Sapeva tutto. Quello stratagemma era servito per portare lei da Mario Williams che, a Perth, era un luminare della scienza psicanalitica. Aveva risolto molti casi dubbiosi, era arcinoto. Ed era stato lui stesso a consigliare come comportarsi. Perché non bisogna toccare la suscettività delle persone. Ci vuole delicatezza e Adem si era prestato con molta intelligenza. – Lo sai bene che lei si sta fissando con i figli che non abbiamo e che non possiamo avere. Anche se, secondo me, ci sono delle speranze. – Si vive anche senza figli. Noi stessi siamo figli. Tu mi hai sempre detto che vorresti cercare tuo padre. – Sì, questa è una ricerca che dovrei studiare a fondo. Non posso andare in giro senza appigli sui quali attaccarmi. – Conosci il paese di tua madre. – Questo è vero. Ma pensi che possa bastare? Non credi che nessuno mi direbbe una mezza parola in Calabria? – Non lo so. Può darsi, ma se non ci provi nemmeno! – Sì, sì. Sto aspettando... – E che cosa? – Non so di preciso. Certe volte ho dei presentimenti. Io li collego a questo mal di testa persistente, non forte ma come se fosse il pensiero di altri che tentano di penetrare nella mia mente. Strano... – Sono tue impressioni. Si erano spostati più a valle, passeggiavano attorno al vitigno di Adam, osservavano la campagna non ancora di colori spenti. Pareva che stesse per coricarsi e addormentarsi per la prossima stagione, quella chie chiamano cattiva e che, invece, serve a ridare forza e vita alle piante. Si erano seduti su quella stessa pietra dove di solito si fermava Adam. – Qui hai dato il cazzotto? – Te la ridi? – No, che dici? Mi dispiace che ti sei scorticato le nocche – anche se un sorriso affiorava fra le labbra. – E tu? Che mi hai fatto assaggiare ananas e cipolle? – Perché? Che hai da obiettare? – Le stesse cose che tu pensi sul mio pugno a una pietra... megalitica... Si rise in due, il modo migliore di far scemare la tensione. Raffaele Castelli Fonte: R. Castelli, Doppia identità. Un caso di uguale DNA , Lulu, Raleigh 2017.

  • Alfonso Falconi

    È nato a Capracotta (Molise) circa quarantasei anni or sono. È allievo di Beniamino Cesi, come pianista, e ha fatto gli studi di composizione con Paolo Serrao. Esecutore sobrio e preciso, compositore eletto e geniale, stilista nel miglior senso della parola (una sua Giga rigorosamente bachiana è un modello perfetto nel genere classico), insegnante coscienzioso, la cui esperienza è consacrata in lavori didattici sagacissimi, infine persona modesta e gentile, ecco in breve i requisiti del nuovo titolare della cattedra di solfeggio nel R. Conservatorio di S. Pietro a Majella. Attualmente, e da parecchi anni, esercitava l'insegnamento a Firenze, donde i suoi estimatori ed amici lo veggono partire con vivo rimpianto. Achille Brambilla Fonte: A. Brambilla, I quattro vincitori di Roma per Cattedre del R. Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli , in «Ars et Labor», LXII:2, Ricordi, Milano, 15 febbraio 1907.

  • La storia di Prospero Sanità, guardiano del marchese Rota

    Colletorto , il bel paese del Molise orientale, era in passato un marchesato che al principio del XVIII secolo venne acquistato dalla famiglia di Bartolomeo Rota (1704-1762), patrizio cremonese che a Napoli esercitava la professione di «mercante cambiatore nel ramo mercantile», ovvero traeva profitti dalle commissioni sul cambio di valuta. A Colletorto l'eccellentissimo don Bartolomeo fece costruire, sulle rovine di un antico castello angioino, il meraviglioso Palazzo Marchesale, talmente imponente e dotato di sì vasti beni che dovette assumere una schiera di addetti, servitori e guardiani. Il guardiano, in particolare, era l'addetto alla custodia e alla vigilanza dei beni mobili ed immobili del signore del luogo: grazie alle ricerche del prof. Michele Rocco sappiamo che nel caso del Palazzo Marchesale di Colletorto figuravano Tommaso Pietronigro, Domenico Orsogna e Prospero Sanità, quest'ultimo di chiara origine capracottese. Nell'atto di morte di Prospero Sanità, conservato nel quarto libro degli archivi parrocciali di Colletorto, è scritto che egli « è morto nel 1754 proprio nel Palazzo per essere guardiano ». Mi piace pensare che Prospero fosse stato assunto dal Marchese non tanto per la guardiania allo sfarzoso edificio quanto per il governo dei numerosi capi di bestiame che don Bartolomeo teneva in località Fonteceraso, giacché figlio d'un popolo da sempre avvezzo alla pastorizia e alla transumanza. Chi più di un montanaro capracottese poteva "guardare" le centinaia di pecore, mucche e cavalli del marchese Rota? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Melvetti, I Marchesi Rota e la Villa S. Gennariello a Torre del Greco , Calaméo, Paris 2011; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Rocco, Colletorto dalla storia e dai documenti sul territorio, ai racconti, ai ricordi , Etabeta, Lesmo 2020.

  • La fontana dell'Emigrante e... le promesse non mantenute

    All'entrata del paese, di fronte al Santuario della Madonnina, si nota la presenza di una modesta famiglia in bronzo che sta a rappresentare l'emigrazione capracottese, che dagli inizi del '900 ha falcidiato il numero dei residenti passando dalle circa 5.000 unità alle attuali 800. L'opera è stata realizzata dallo scultore Antonio Di Campli e donata dagli emigrati capracottesi sparsi per il mondo su iniziativa di Joseph Paglione. Per dimostrare in modo tangibile questo attaccamento il 7 settembre 2007 fu inaugurato il monumento, vivacizzato dalla presenza di giochi d'acqua e di luci e completamente pagato dagli emigranti, i cui nomi sono stampati su due stele che fanno compagnia ai tre soggetti rappresentati. Tutti, anche se lontani dal luogo natio, hanno cercato e cercano di conservare i ricordi e i legami ancestrali che inevitabilmente riaffiorano nel profondo dei loro cuori. Gli emigranti del Nord America, invece, all'inizio del novembre 1949 completarono la raccolta di 20.000 dollari per l'acquisto dello spazzaneve, noto come "Clipper", da donare alla comunità capracottese. La raccolta fu avviata dal sindaco di Jersey City John V. Kenny con la supervisione del magistrato Edward P. Zampella, che nella riunione finale tenutasi l'11 novembre 1949 ebbe a dire che il sindaco di Capracotta, come segno di riconoscenza, avrebbe intitolato una piazza all'omologo americano e che il primo bambino che sarebbe nato dopo l'arrivo del Clipper si sarebbe chiamato proprio Kenny. L'arrivo del Clipper a Capracotta fu salutato con grande enfasi e con tante manifestazioni di giubilo il giorno 18 gennaio 1950; purtroppo le due promesse non furono mantenute e, come dice il proverbio: passata la festa, gabbato lo Santo. Filippo Di Tella

  • Il documento più antico che attesta l'origine di Capracotta

    Pietro Diacono nel suo "Registrum" riporta la notitia restitutionis con l'elenco delle chiese che esistevano a Capracotta nel 1091. Sono i beni che Gualterio, figlio di Borrello, e suo figlio Oddo restituiscono a Montecassino e al monastero di S. Pietro Avellana. Tra essi anche sei chiese nel territorio di «Capra Cocta»: Sex ecclesias, videlicet Sanctum Laurentium, Sanctum Petrum de Serra, et Sanctum Nycolaum, et Sanctum Angelum, et Sanctum Martinum, adque Sanctum Stephanum cum omnibus pertinentiis earum. Addidit quoque XXVI servitia hominum, obligans enim se ipsos, et suos heredes, si aliquando modo removere quesierint, componere boni auri libras XC, et haberent perditionem cum traditore Juda, et cum omnibus sacrilegis, et excommunicatis si aliter fecerit, simili modo de ecclesia Sancti Nicolay, qua est sita in Monte Capraru, cum terris, sylvis, et vineis ex uno latere fonte, qua vocatur Spongia, et quomodo vadit per ipsam Serram de monte Boaipone usque in vertice de monte Capraro, et conjungit se cum terra Sancti Petri, et quomodo descendit per fine de Capra Cocta, perigit in Fossato de magistros Benedicto et in fluvium Berrini, et revertit in Terra Sancti Petri, et ecclesia Sancti Blasii de Guasto Marsicano ... Il documento a noi interessa prima di tutto perché mette una data certa sull'origine di Capracotta che è sicuramente anteriore al 1091, quando nel suo territorio vi erano almeno sei chiese. Ma poi la descrizione è particolarmente importante perché riferisce che, insieme alle terre e le selve, i monaci si vedevano restituiti anche i vigneti lungo il Verrino. È una notizia che fa riflettere sulle attività economiche del territorio che, accanto alla pastorizia certificata dal nome di Monte Capraro, erano legate anche alla produzione del vino. Si tenga conto che nella Regola benedettina l'uso del vino era obbligatorio nella misura di circa un quarto di litro a pasto perché era considerato un alimento necessario. Per evitarlo occorreva addirittura una particolare licenza da parte dell'abate. Esistono ragionevoli motivi per ritenere che si trattasse di vino bianco, tipico di vigneti di alta quota, come è rimasto nella tradizione dei contadini che ancora oggi coltivano l'uva in quel territorio. Un particolare: insieme alla sottoscrizione di una garanzia di 90 libbre d'oro, i monaci lanciano anche una maledizione. In caso di inosservanza dell'obbligo alla restituzione da parte di Gualterio e di suo figlio Oddo, essi siano condannati alla medesima perdizione eterna disposta per Giuda e per tutti gli scomunicati. Franco Valente

  • Nevicata

    Dovevo star fermo restare lì tutto il tempo della nevicata. Vedere poi se coperto di bianco sarei stato riconoscibile. Pippo Venditti Fonte: P. Venditti, Borotalco , Sovera, Roma 2005.

  • Maria Pia, un nuovo amore

    All'Hotel Cimalte, a Capri, dove hai preso pensione, giochi a scacchi con una ragazzina che osservi da molto tempo. Il che diverte un'altra giovane italiana, Luisa Falconi, che è venuta accompagnata dai suoi genitori e che osserva il giovane uomo in nero col cappello a bombetta. I tuoi occhi espressivi le sembrano spesso tristi e i tuoi sorrisi sono rari. La tua sensibilità, la tua cultura e la tua cortesia fanno effetto. Diventi amico dello zio della ragazza, insegnante di musica. Seduto in giardino, all'ombra di un noce, tu leggi, prendi appunti. A volte vieni in salotto ad ascoltare estasiato i brani suonati dalla pianista Elvira De Lillo. Lei conversa con te in francese e ti racconta dei rigidi inverni di Capracotta. Tu esclami: – Deve essere bello tutto coperto di neve, come vorrei essere lì! L'appuntamento con Luisa è fissato a Capracotta: Capracotta vuol dire "monte delle capre". Il piccolo villaggio di Capracotta è abbarbicato a millequattrocento metri d'altezza negli Abruzzi. Nel corso di un'escursione fai la conoscenza della cugina di Luisa, Maria Pia, e te ne innamori. La tua penna l'immortala sotto il nome di Trianon, perfezione dell'architettura francese. Amante della solitudine pur non rinunciando al mondo, diviso tra celibato e matrimonio, pensi che tra i due vada scelto il primo che si presenti. Durante una gita a cavallo, ogni volta che l'animale si ferma, gli dici: – Mangia il cardo et poi commina, commina! Le giovani ragazze del gruppo ridono di te, dicendo che il cavallo comprende meglio il francese del tuo italiano. Sincronizzi l'andatura del tuo cavallo con quello di Maria Pia, recitando i versi di Nerval: Io sono il tenebroso, il vedovo, l'inconsolato, il Principe d'Aquitania la cui torre è caduta... Sei proprio tu... Quando qualcuno sottolinea un tuo errore in italiano, ringrazi con profondi inchini. Dal piccolo giardino comunale sul fianco della montagna, contempli con un binocolo l'Adriatico, che si vede quando il tempo è soleggiato e senza nebbia. Il giardiniere del villaggio, incuriosito dalla tua presenza, viene da te: – Di che paese sei? – ti domanda. – Della Francia – gli rispondi, sicuro che egli non conosca la Vallonia e dando a quella parola il senso della canzone di Roland. Ma non presti sufficiente attenzione al suo nirvana geografico. – Dov'è la Francia? – riprende quello dopo una pausa. Non detesti spiegare, eppure, a un uomo che nemmeno se l'immagina, come si può dire dove sia la Francia? – È lontana – rispondi evasivo. Egli insiste: – Quanto tempo ci vuole, col treno, per raggiungerla? – Due giorni. – Due giorni? Ora è sgomento. A lui, nonostante il villaggio e l'intera provincia siano pieni di "americani", di ritorno dall'emigrazione, il mondo non è mai sembrato tanto grande. Lasci Capracotta dicendo di volar tornare , ma non vi tornerai mai più. Vorresti chiedere la mano di Maria Pia e di questo informi Louise Gérardy: «A parte Maria Pia, tu sei la sola donna che amo. E hai un vantaggio, dal momento che lei non è ancora stata mia». Maria Pia vive a Roma, in un bel palazzo, ma non puoi farle una proposta cenciosa, quasi fosse un conto dell'albergo da pagare. Stavolta non chiedi aiuto a tuo padre: le sue azioni del caffè han perduto molto del loro valore. E allora perché non invocare i morti, come tuo zio Janetel, scomparso il mese prima? La casa è ancora sigillata e, se non ha fatto testamento - il che è probabile -, un settantesimo della sua fortuna è tuo. Dopo due mesi passati nella città eterna, lasci infelice Roma: Maria Pia non corrisponde al tuo amore. Ha quasi diciannove anni, tu la conosci da oltre un anno e non hai passato una sola ora senza pensare a lei. Voler sposare Maria Pia non ti ferma dal chiedere a Louise di unirsi a te. Deve consolarti: il tuo amore per Maria Pia è troppo elevato perché ella possa esserne gelosa. Perché mai Maria Pia non ti ama? Il tuo amore è così potente che puoi amar per due. Sputi sangue. Il medico che ti controlla dice che non sente alcun rumore anormale nel tuo petto. Amante deluso, dormi con tre donne diverse nello stesso giorno. Questo ti stanca: hai salito molte scale. Vieni informato della morte dello scrittore Charles-Louis Philippe, di tifo, a trentacinque anni. Lo reputi il più dotato della sua generazione. Hai appena finito di scrivere "Le papillon", lo consideri il tuo miglior libro. Tuo padre finanzia le quaranta copie pubblicate a Liegi. Finalmente esclami: – Sono il re della vita! Béatrice Szapiro (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: B. Szapiro, Christian Beck. Un curieux personnage , Arléa, Paris 2010.

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