LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Leggendario grand-papà
Quando mio cugino torna a Roma dopo essersi ripreso dalle "fatiche" della sua professione ed essersi fatto coccolare da amici e parenti devo passare a chiudere la casa che lo ospita, che fu dei miei nonni materni Enrico e Maria. Non mi sono ancora abituata a quel silenzio in cui oramai è immersa quella dimora, un tempo sempre piena di gente e, dopo aver rassettato, mi induce a riallacciare un contatto con quel passato che, quando riaffiora, mi emoziona profondamente. E allora apro credenze, armadi, cassetti rovistando alla spasmodica ricerca di qualcosa che mi porti ad assaporare sensazioni mai sopite: torno a leggere i diari di nonno, la simpatica corrispondenza che egli intratteneva con uno straordinario esponente della nobiltà capracottese dalle insolite idee politiche per il suo ceto sociale, sfoglio gli album delle foto di famiglia cercando di cogliere particolari che precedentemente mi erano sfuggiti. L'ultima spedizione mi ha riservato una inaspettata sorpresa, da un fascio di foto spuntava una foderina di plastica nella quale era custodito un malridotto documento dal lembo superiore a tratti mancante, all'interno recava una foto sbiadita che mi ha fatto pensare al fratello minore di mio nonno: zio Adolfo, che viveva a Roma e faceva il sarto, stesso ovale, stessi baffi, ma mi sbagliavo poiché i dati anagrafici, perfettamente leggibili, mi hanno rivelato l'identità del titolare: il mio bisnonno che, in famiglia, abbiamo sempre chiamato col francesismo grand-papà . Da quel documento, datato 11 marzo 1927, apprendo che era nato a Capracotta il 24 dicembre 1858, tre anni prima dell'Unità d'Italia, che nonostante all'epoca avesse ben 69 anni, in corrispondenza della professione è riportato "muratore" e, cosa stupefacente, sotto la foto c'è la sua firma! Nell'esaminare minuziosamente ogni particolare: "Regno d'Italia", "Il Podestà del Comune di Capracotta", sono stata trascinata dai miei ricordi di bambina, quando la famiglia si riuniva al gran completo in occasione delle feste e nonno, coadiuvato da zio Ninetto, profondo conoscitore della storia di famiglia, narravano a me e ai miei cugini le "gesta" di grand-papà. Il periodo in cui visse, all'indomani dell'Unità d'Italia nell'ex Regno borbonico, era denso di disagi per le classi più povere: la struttura economico-sociale era rimasta arretrata, mancavano capitali, strade, ferrovie, acquedotti, l'analfabetismo era molto diffuso, l'introduzione della leva obbligatoria, insieme a provvedimenti fiscali impositivi, aumentò tale disagio determinando un'avversione nei confronti del nuovo governo unitario che si acuì il fenomeno del brigantaggio dando luogo a feroci rivolte del popolo, fomentate anche dai borbonici e dal clero e si affermò il fenomeno dell'emigrazione. La popolazione incominciò ad abbandonare l'Italia alla volta di nuovi continenti - Campobasso fu una delle province che diede il maggior numero di emigranti - e lo Stato non poté che assistere impotente a questo flusso migratorio che caratterizzò la seconda metà dell'800. Grand-papà, di umili origini, ebbe un'infanzia piuttosto breve, fu fortunato perché riuscì ad imparare a leggere e a scrivere ma, essendo il primogenito, ben presto fu destinato ad accompagnare con la callarèlla suo padre al lavoro e da questi fu avviato al duro mestiere del muratore. Nonno descriveva suo padre come uomo austero, prima con se stesso e poi con gli altri, guai ad abusare della sua pazienza perché immediatamente si rivestiva della sua intransigenza - caratteristica oggi riscontrabile in alcuni dei suoi discendenti! - ma al tempo stesso persona amabile che adorava stare in compagnia e per questo molto ricercato ma soprattutto animato da gran passione per tutto ciò che faceva. E qui nonno Enrico evidenziava l'importanza di quanto affermava: «In ogni cosa che si fa nel corso della propria vita bisogna impegnarsi, metterci amore...» e con orgoglio ci narrava che grand-papà, nel suo lavoro, era diventato talmente abile che un giorno fu avvicinato da un imprenditore che gli propose di seguirlo in Nord Africa per eseguire dei lavori edili che gli erano stati commissionati dal Governo francese, all'epoca potenza coloniale. Considerando lo strapazzo cui era sottoposto per raggiungere i luoghi di lavoro più disparati, le attese per ottenere incarichi, ma soprattutto i compensi, favorirono la decisione di accettare l'offerta, fortemente osteggiata però dalla famiglia e dal padre per primo con la motivazione che non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Dopo un intenso travaglio interiore, ma ispirato dall'intenzione di risollevare le sorti della famiglia, organizzò la partenza verso quella che rappresentava la sua terra promessa: lo immagino avvolto nel suo mantello e con un fagottello di poche cose che si lascia alle spalle Capracotta, la sua famiglia, i suoi amici, con l'animo in subbuglio, sentimenti di angoscia alternati a sogni ed ambizioni che lo portarono ad affrontare un viaggio lungo e terribile e ad approdare in Nord Africa: in Algeria, ed a stabilirsi nel capoluogo della Cabilia, a Bougie, l'attuale Bejaia. Solo Dio sa quante difficoltà dovette affrontare per integrarsi a cominciare dalle lingue: dovette imparare l'arabo ed il francese. L'Algeria infatti, da Stato colonizzato, era stata francesizzata, a cominciare dalla lingua - tant'è che grand-papà, da màstre 'Ntunine si trasfomò in maître Antoine –; sopravviveva fra la popolazione locale, i berberi, la lingua araba. E che dire del cibo? Ricordo che nonno ci descriveva il cous-cous, tipico pasto berbero, che veniva consumato con una specie di pane che fungeva da posata in un unico piatto ad uso di più commensali: chissà quante volte grand-papà avrà rimpianto i sapori di Capracotta, quelle buone sàgne e mìccule , la 'mpanicce oppure fòglie e patàne di mamma Filuccia. Anche l'habitat ebbe la sua parte: immaginiamo un capracottese che si stabilisce in una città sulle coste del Nord Africa! All'inizio dunque fu molto dura, ma l'entusiasmo che metteva in tutto ciò che realizzava non gli faceva quasi considerare la pesantezza del suo lavoro perché aveva fretta di tornare in Italia e riusciva a rimettere parte dei suoi guadagni alla famiglia. Quando meno se lo aspettava ci fu un piacevole imprevisto nella sua vita privata, venne distratto dall'amore, frequentando la comunità italiana aveva conosciuto la figlia di un marinaio proveniente da Cetara in provincia di Salerno: va precisato che l'immigrazione italiana, subito dopo i lavoratori dell'edilizia, era costituita da gente di mare. Il 4 giugno 1884 sposò la diciassettenne Concetta, ebbero quattro figli, tre maschi e una femmina, mio nonno era il più piccolo. Il progetto di tornare in Italia di grand-papà fu messo da parte perché oramai, oltre ad essersi integrato, aveva una famiglia, ma soprattutto poteva contare sul suo lavoro che gli dava grandi soddisfazioni: ora non era un semplice operaio, era diventato: «Imprenditore di lavori pubblici che presenta tutte le condizioni di moralità e solvibilità...» come recita un certificato de la Mairie de Dellys del 9 maggio 1893 custodito, con l'estratto dell'atto di matrimonio di grand-papà, come reliquie da mia zia Rosetta. Il destino però, se fino a quel momento era stato magnanimo, si capovolse ed inaspettati arrivarono a breve distanza due eventi devastanti per grand-papà. Morì prima la sua unica figlia femmina e successivamente il suo grande amore di gioventù, quella che aveva scelto come sua compagna di vita. Mio nonno raccontava che grand-papà era così disperato che continuare a vivere laddove era stato felice con sa femme gli provocava un tale stato di prostrazione che infine decise che era arrivato il momento di tornare a Capracotta, per riuscire a provare un po' di sollievo. Quando mise al corrente della novità i figli maggiori fu come rivivere gli animati confronti che, a suo tempo, aveva avuto con suo padre: perché tornare in Italia se adesso aveva tutto ciò che non aveva avuto in patria? Zio Vincent, il più grande, avversò il progetto con tutte le sue forze... i nonni materni non erano più giovani e non era opportuno lasciarli... ma grand-papà fu irremovibile, era troppo doloroso per lui restare: desiderava far ritorno a Capracotta con i suoi figli. Non sapeva che quella sua decisione gli avrebbe riservato un altro duro colpo. Infatti, quando la nave lasciò il porto, troppo tardi si accorse che zio Vincent si era tuffato in mare e stava raggiungendo a nuoto uno scoglio, quando udì che a gran voce lo chiamava, si fermò trafelato e gli gridò che sarebbe rimasto in Algeria con i nonni e che non aveva di che preoccuparsi. Fortemente impressionato dall'accaduto grand-papà ebbe come reazione quella di scrollarsi dallo stato di prostrazione in cui era caduto a seguito delle vicende luttuose e, sciogliendosi in un abbraccio con i suoi figli, si propose di riorganizzare la sua vita anche senza zio Vincent che lo aveva piantato in asso proprio quando aveva particolarmente bisogno di lui. Fu così che nel 1901 tornò a Capracotta con nonno Enrico che aveva tre anni, piccolo e malaticcio, tossiva sempre perché soffriva di quell'asma che lo avrebbe tormentato per tutta la sua lunga vita, zio Charles era grandicello e belloccio, cominciava a trasparire quello che sarebbe diventato, un tombeur de femmes ... con disappunto misto a compiacimento nonno raccontava che, di tanto in tanto, grand-papà lo doveva accompagnare alle "entrate" presso le famiglie delle signorine con le quali ogni tanto si fidanzava. Forte dell'esperienza maturata e grazie alle migliorate condizioni di vita grand-papà ricominciò a lavorare di gran lena ricevendo offerte di lavoro anche dai paesi limitrofi. Era diventato un personaggio di tale autorevolezza - nel suo piccolo - che parenti ed amici gli affidavano i propri figli affinché imparassero il mestiere. Fu in una trasferta a Termoli che zio Charles, divenuto oramai il suo braccio destro, fu colto da un malore, che sembrava un banale mal di pancia, ma che si rivelò fatale: perse la vita per un attacco di appendicite con somma disperazione di grand-papà. L'eredità "professionale" di zio Charles passò a nonno che, a nove anni, munito di callarèlla , iniziò ad accompagnare al lavoro grand-papà continuando così la tradizione di famiglia. Fra il 1912 ed il 1913, a seguito della colonizzazione della Libia da parte dell'Italia, grazie al fatto che grand-papà conosceva la lingua araba, gli fu offerta la possibilità di andare a lavorare a Derna e, dato che si trattava di un incarico a termine molto vantaggioso, decise di accettare e, per la seconda volta nella sua vita, lasciò Capracotta e si recò in Nord Africa con nonno Enrico, che ebbe così l'occasione di imparare l'arabo ed il francese. Sul fronte privato grand-papà tornò ad innamorarsi, si trattava di una signora, anch'essa vedova, che aveva quattro figli (mia madre la ricorda con grande affetto e, parlando dei suoi figli, li chiama zii), la sposò e nonno Enrico cominciò a beneficiare delle premure di quella che sostituì la madre, che ricordava solo vagamente, sebbene il rapporto con suo padre fu sempre impostato all'insegna di un'affettuosa complicità. Questa unione fu coronata dalla nascita, nel 1908, di zio Adolfo, il fratello al quale nonno era legatissimo e, nonostante vivessero in due città diverse, ogni occasione era buona per incontrarsi, lo vedevamo arrivare a bordo della sua Fiat 850 rossa senza alcun preavviso e stare insieme era sempre una festa. Nonostante gli eventi, zio Vincent non volle mai venire in Italia se non per brevi soggiorni, tuttavia quando nel 1963 fu colto da una grave malattia, nonno e zia Cettina si avventurarono a riprenderlo, facendo il viaggio andata e ritorno per Bougie, via Marsiglia, scortati dall'esercito francese, poiché in Algeria era in atto la ribellione che ebbe come epilogo la liberazione di questo paese dal "giogo" francese. Zio Vincent era molto sofferente, parlava un italiano con forte accento salernitano, felice di rivedere il fratello e quella nipote che portava il nome della mamma ma la sorte non gli permise di godere delle cure che la mia famiglia gli avrebbe riservato: si spense nel corso del viaggio di ritorno ed ora riposa nel cimitero della mia città. Sono immersa in questo vortice di ricordi quando il trillo del cellulare mi riporta alla realtà, devo tornare a casa, mio figlio mi sta dando per dispersa, e nel riporre il documento faccio una considerazione: basta un breve lasso di tempo per cadere nell'oblio per grand-papà, alias mastre 'Ntunine da Capracotta, scomparso nel 1929. Così non è stato se il suo ricordo si è conservato così vivido fino ad arrivare a oggi. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, Leggendario grand-papà , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- Il Molise
La diffusione del credito in piccoli rivoli, la semplicità e la chiarezza nelle pratiche per ottenerlo, sono dunque un problema capitale di regioni rimaste statiche, e in cui troppo si attende dall'intervento dello Stato. Il vanto di avere fatto da sé, contrariamente all'uso, si udrà risuonare ad Isernia, seconda città del Molise. Semidistrutta dalla guerra, Isernia si è ricostruita e, insistono nel dire gli abitanti, con pochi aiuti. L'essere cittadina attiva, nodo di strade che conducono all'Adriatico e al Tirreno e centro naturale di un gran numero di villaggi alpini, le darebbe il diritto, secondo la tesi locale, di essere il capoluogo d'una nuova provincia. Gli uffici dai quali dipende, mi è stato fatto osservare, sono oggi decentrati, oltreché a Campobasso già difficile da raggiungere, a L'Aquila, a Pescara e a Napoli. Triste è la situazione dei villaggi alpini, che avrebbero bisogno di uffici meno remoti, giacché oggi è impossibile ad uno dei loro abitanti andare e tornare in un giorno per sbrigare una pratica: motivo anche questo dei guai tante volte indicati, isolamento, arretratezza ed esodo dalle montagne. Campobasso, lo abbiamo visto, non è dello stesso parere, e oppone che una zona povera, come quella d'Isernia con i villaggi alpini che la circondano, vedrebbe aumentata in misura insostenibile il già grave peso fiscale se si addossasse gli uffici di una provincia. Gli abitanti di Isernia controbattono che ben condotta la zona non sarebbe povera, perché la valle del Carpino è fertilissima. Ho accennato alla disputa, perché mi sembra tipica della regione molisana e abruzzese, nella quale persiste, come si è detto, un carattere cantonale, e a proposito dei Comuni alpini, dirò di sfuggita che uno, Capracotta, è il più alto dei Comuni appenninici, e perciò l'inverno è chiuso dalle nevi e dai ghiacci. Mi è sembrato che a Isernia si tenga oggi a mostrare soprattutto la parte nuova e le costruzioni postbelliche, vanto di una città che vuole affermarsi. Ma è anche piacevole girare in quello che resta d'Isernia vecchia. Vi si trova tra l'altro una delle migliori e più attrezzate biblioteche pubbliche della regione. Nei mercati si ammucchiano frutti di colori vivaci, i peperoni, e quei meloni giallo chiaro, simili a zucche, che vengono dalla Puglia, e hanno sapore di papaia. Isernia è tra i maggiori centri per il merletto a tombolo. Nelle viuzze, dentro le porte, nelle piccole piazze trasformate in salotto, si vedono centinaia di donne e di bambine che lavorano al tombolo sedute su sedie di paglia, spesso dalle otto del mattino alle nove di sera. Come dal vicino Abruzzo, dal Molise e dalle sue montagne viene la maggior parte delle storie di lupi, comodo riempitivo delle cronache dei giornali. Anch'io ne ho udite raccontare un bel numero. Secondo persone del luogo, quegli incomodi ospiti quasi distrutti dalla guerra sono molto cresciuti di numero recentemente, e durante l'inverno calano a centinaia dalle montagne. Il lupo è animale nomade; si dice qui che le razze di queste parti si siano rinforzate per l'immigrazione di una feroce specie proveniente dalla Toscana. È una storia simile a quella per cui si volle che nel secolo scorso gli orsi marsicani, ridotti al lumicino, fossero stati rinsanguati da confratelli siberiani donati dallo zar di Russia. Sui lupi del Molise e sulle loro parentele non so quanto sia vero, e quanto invece sia leggenda. Il fondo sordo e spiritato, che avvertii entrando nel Molise, ci viene incontro con la massima forza tra gli scavi di Altilia e nei loro dintorni, tra Campobasso e i confini della Campania. È questo uno dei luoghi più belli e meno conosciuti d'Italia, anche perché solo nel dopoguerra si iniziarono scavi veramente metodici, per opera dell'attuale soprintendente Cianfarani. Altilia è la seconda delle tre edizioni di una città sannitica, Sepino, costruita in alto sui monti, e distrutta da Roma. Mi dicono che un giorno si scaverà anche dov'essa sorse, ed i risultati potrebbero essere importanti per gli studiosi, giacché non conosciamo ancora città sannite, ma soltanto necropoli; la civiltà del Sannio, che si prolungò per secoli, scomparve sotto terra, e ci rimane quasi ignota. Distrutta Sepino, i superstiti scesero nella piana, e vi eressero Altilia, oggetto degli scavi d'oggi. Abbandonata e sepolta anche Altilia, nacque la terza Sepino, quella attuale, situata sui monti ma meno alta della prima. La Sepino romana, detta Altilia, di cui stiamo parlando, sorse probabilmente nel primo secolo. Volle la fortuna che fosse abbandonata, non spogliata, e costruita in pietre, non in mattone. Nella lenta ricostruzione si trovano perciò tutte le sue pietre intatte e basta rimetterle l'una sull'altra. La suggestione è portata dal luogo, in cui si addensa il carattere del Molise. Vi si può giungere percorrendo il tratturo, pista delle greggi che transumano, battuta da millenni, e attraversante le rovine della città. Si scorgono, tutto all'intorno, querce solitarie e scure, pecore, uomini a cavallo, butteri che accompagnano mandrie di buoi, donne con sottane rosse che le fanno spiccare nei campi. Si sente in modo fisico di essere in luogo separato dal mondo, dove la vita umana perdura, lo si è detto, allo stato brado, come in nessun'altra parte dell'Italia, nemmeno scendendo più a sud; una vita isolata ma piena di tensione, in cui uomini ed animali fanno parte di una stessa mitologia; i monti del Matese, limitando la piana, la chiudono in un senso che non è solo metaforico. Si può credere che gli usi antichi possano qui sopravvivere a lungo; e dicendo che nel Molise va sparendo il folclore superficiale, non intendevamo parlare di un certo folclore più profondo, quasi endemico, che si respira. Ma bisogna piuttosto definirlo degli ultimi avanzi del primitivo, che non sia invece decadenza, esistenti in Italia. Le rovine della città, tra cui sono state rialzate raccogliendo le pietre parte delle mura di cinta, il foro, una porta stupenda, uno stupendo ingresso all'anfiteatro, e un'impressionante tomba, così fuori del tempo, circondata di querce e battute dal vento, sono forse le più romantiche rovine del nostro paese. Si è accentuata qui la mia impressione, provata spesso nel Molise, di essere sullo sfondo di un dramma shakespeariano, in una Scozia primitiva trapiantata in Italia, ma sotto nuvole pesanti o un sole violento, che rende le querce ancora più stregate e più nere. Ho avuto la fortuna di vedere Altilia quando l'archeologia, seguendo il suo corso scientifico, non l'ha ancora disumanizzata. Abitazioni contadine sono state erette ad esempio sull'anello dell'anfiteatro, servendosi delle sue pietre, e la cavea è stata ridotta a piccola piazza rustica, con un grande albero al centro e accanto un toro accovacciato. Nella comunità di case disposte a cerchio si contempla la vita molisana allo stato puro: donne belle, dagli occhi tendenti al verde, dall'espressione aggrondata e quasi grifagna, gli orecchi ornati di orecchini ereditati, d'oro rosso alternato con l'oro giallo; ma invecchiate dalle fatiche, tanto che a trent'anni dimostrano almeno vent'anni di più. Non è facile allontanare questi abitanti delle rovine di Altilia per restituire la forma primitiva all'anfiteatro, un po' per affetto ai luoghi, e perché vedendo scavare si sono convinti che sotto le loro abitazioni vi sia un tesoro. Guido Piovene Fonte: G. Piovene, Viaggio in Italia , Mondadori, Milano 1957.
- Il mistero di due morti per assideramento
Abbiamo dato notizia della morte per assideramento di due coniugi capracottesi avvenuta il 3 corr. Diamo maggiori e più esatti particolari, tanto più che su altri quoditiani il luttuoso avvenimento non è apparso nella sua verità ed interezza, per le stesse tradizioni del popolo molisano e più semplicemente per il buon nome dei montanari di Capracotta, che hanno una non interrotta e mai smentita tradizione di generosità e di coraggio nel recare aiuto ai disgraziati, che nell'inverno quassù, a 1.421 metri s. m., dovessero essere travolti dalla bufera, sento il dovere di comunicare l'esatta versione dei fatti. Due medaglie d'argento al valore civile fregiano il petto di un nostro animoso montanaro per salvataggi operati in terribili condizioni. Molte altre dovrebbero fregiare il petto di decine di nostri concittadini che, mai segnalati, hanno sempre compiuto, con continuo rischio della vita, il loro dovere in simili frangenti invernali, oscuri, purissimi e modesti eroi del più santo altruismo. Sebastiano Di Luozzo con la moglie Sinfarosa Casciato, rispettivamente di anni 72 e 63, si recarono col loro asinello in Agnone per la compera di un maiale. A sera, sulla via del ritorno, essendosi fatto notte, pernottarono in una casa colonica in contrada Guastre, che è a circa metà strada fra Capracotta e Agnone. Al mattino seguente, facendo assegnamento sulle ancora valide forze della loro sana vecchiaia, ripresero il cammino con la sicurezza di rientrare nella loro casa sul mezzogiorno. Che successe allora? Da molti indizi risulta che, iniziata la marcia di ritorno, essi poco dopo furono sorpresi da un violento acquazzone, che man mano che si avvicinavano al paese si tramutava in nevischio acciecante, che divenne sempre più turbinoso quando furono a circa due chilometri da Capracotta, su di un falsopiano, nel quale la violentissima bora gelata si fa, di solito, sentire più gagliarda, mozzando il respiro. Con molta probabilità, i due vecchi, già inzuppati di acqua, ebbero le vesti congelate e fecero sosta per ripararsi dalla tormenta dietro un muricciolo. Fu la loro fine. Fra la neve, col nevischio che accieca e rende la respirazione faticosissima, i due vecchi, stanchi, furono presi lentamente dal caratteristico torpore che inizia l'assideramento e si addormentarono nella visione del loro tiepido focolare crepitante di fuoco. Torna alla memoria la cavallina storna che, in condizioni differenti, assistette alla tragica fine del padre di Giovanni Pascoli. L'asino, fedele e paziente, si fermò a pochi metri, rimanendo a guardare la tragica scena sulla piana bianca e desolata. Solo nelle sue miti pupille è impresso il tremendo mistero. Esso fu trovato coperto di ghiaccioli, imperterrito e fermo presso i padroni, da due robusti e giovani contadini, Costantino Paglione e Domenico Sozio, cognati, che rientravano nella loro casa colonica, dove avevano lasciato solo il loro vecchio padre e suocero. E questa impellente necessità filiale li spinse ad affrontare la bufera, altrimenti avrebbero abbandonata l'impresa. Impressionati dalla vista di quell'asino abbandonato, intuirono che qualche disgrazia era accaduta e fra la tormenta si dettero a far ricerche. A pochi metri, sotto un muro, trovarono i due disgraziati stretti in un gelido misero fardello. La donna era morta, l'uomo si lamentava fisicamente. Mentre il Sozio tornava immediatamente in paese per chiedere aiuto, l'altro rimase a guardia dei due disgraziati, cercando di rianimare il morente. Dopo poco le campane di Capracotta suonavano a stormo ed un gruppo di animosi accorreva. L'ottimo maresciallo Carlini, l'appuntato Nerico, i carabinieri Napoleone e Pompilio sugli sci, il manipolo sciatori della milizia comandato dal sig. Ciccorelli, raggiunsero i due disgraziati, che furono trasportati prima in una casetta presso il Serbatoio, dove dai militi sciatori Venditti e Ciccorelli si fece ogni sforzo con massaggi e respirazione artificiale per rianimare i due poveretti. Visto vano ogni tentativo, li trasportarono in paese, nella casa di Monaco Angeluccio, dove poco dopo arrivò il medico, che praticò iniezioni eccitanti ed ogni altra opportuna cura. Tutto fu vano. La donna era già morta e l'uomo si addormentò nel sonno eterno senza aver presa conoscenza. L'inchiesta sollecita e minuziosa condotta dal maresciallo Carlini e dal comandante del manipolo sciatori, nulla ebbe a rilevare. Ogni aiuto fu portato ai due disgraziati, ogni umano sforzo fu fatto per salvarli. Per il contegno coraggioso vanno encomiati i carabinieri, i militi e i molti concittadini, che fecero intero il loro dovere. È quasi sempre la fatalità che in montagna bisogna ricercare nei sinistri. Fra le tormenta, la voce di aiuti si perde nel nulla. Se i due fossero stati giovani, forse avrebbero potuto resistere; ma a quella età la vigoria è sempre più apparente che sostanziale. Inchiniamoci dunque davanti alla maestà della morte, ma ammoniamo anche che a 1.421 metri sopra il mare, in Capracotta, ogni insensato azzardo va bandito e ricordiamo che la prudenza deve essere il viatico di ogni viandante. Fonte: Dopo la sciagura di Capracotta il mistero di due morti per assideramento , in «Il Popolo di Roma», Roma, 11 dicembre 1931.
- Alle valorose donne del conte di Capracotta
Ma non pur Febo homai nel falso umore risposto havea di buona pezza il giorno; e i rai lucenti del divin splendore, scinti da l'aureo crin s'havea d'intorno; che, cibato d'ambrosia, e nettar, l'hore gli apprestavan veloci il letto adorno, e l'ombra cinta di più oscuro velo, precipitando giù cadea dal Cielo. Nel 1606 la poetessa Margherita Sarrocchi (1560-1617) pubblicò a Roma i primi canti del poema "La Scanderbeide", per onorare la figura del grande eroe albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, e nel 1623 l'opera vide la luce nell'edizione definitiva (postuma) di dodici canti sotto i torchi di Andrea Fei. Quando poi nel 1701 l'editore franco-napoletano Antonio Bulifon (1649-1707) decise di riportare all'attenzione del pubblico la gloriosa Scanderbeide (nella versione a quattordici canti), l'editoria partenopea stava vivendo una irripetibile stagione d'oro. Nel presentare il poema della Sarrocchi, il Bulifon decise di dedicare il primo libro dell'opera a Giovanna Caracciolo (1649-1715) - madre di Carmine Nicola Caracciolo, conte di Capracotta e futuro viceré del Perù - e il secondo a sua moglie Costanza Ruffo (1679-1715). Queste due donne, che guidarono e indirizzarono la vita del più famoso e potente abruzzese vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, sembrano infatti idealizzarsi in due personaggi femminili del poema epico: Rosana, figlia di Amuratte, e Flora, figlia di Pallante. Proprio in quell'anno, il 1701, la morte del re Carlo II apriva una grave crisi per la successione al trono di Spagna e provocava la divisione del patriziato napoletano in diverse fazioni; ma quella crisi fu una manna per il Caracciolo poiché questi, che aveva dichiarato fedeltà ai Borbone di Francia e Spagna, poté apertamente chiedere la «real protezione» quando salì al trono Filippo V di Borbone. Da quel momento in poi la carriera di Carmine Nicola Caracciolo fu una scalata verso le stelle, seppur inframezzata da pesanti difficoltà e viaggi logoranti, il che rafforza il senso del motto latino "per aspera ad astra". Scendon dal monte immantinente al piano, le valorose donne ambo due liete, la dolorosa madre in atto humano, Rosana prega, che sua pena acquete, e ricca copia d'or con larga mano, che d'avaritia può smorzar la sete, le dona, onde rallegra il mesto core, che compagna ricchezza, e 'l duol minore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. M. Crescimbeni, Dell'istoria della volgar poesia, vol. II, Basegio, Venezia 1730; G. Gimma, Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossano, libro II, Troise, Napoli 1703; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; M. G. Paviolo, I testamenti dei cardinali: Tommaso Ruffo (1663-1753) , Lulu, Raleigh 2014; S. Pezzini, Ideologia della conquista, ideologia dell'accoglienza: "La Scanderbeide" di Margherita Sarrocchi (1623) , in «MLN», CXX:1, The Johns Hopkins University Press, Baltimore, gennaio 2005; F. Pintus, Sul poema "La Scanderbeide" di Margherita Sarrocchi. Note di lettura , tesi di laurea, Università degli Studi di Sassari, 2010-2011. M. Sarrocchi, La Scanderbeide , libro II, Bulifon, Napoli 1701.
- Valorizziamo Capracotta
Ferve l'attività sciatoria su tutti i campi di neve. Treni e littorine, autobus e autovetture riversano folle di sciatori sulle candide distese montane invitanti a corse gioconde e ardite. Lo sci è diventato sport di masse, con immenso progresso fisico e spirituale di coloro che praticano questo sport. La neve non manca nelle nostre montagne. Sono state prese e realizzate iniziative di carattere turistico e alberghiero. Capracotta a m. 1.421 sul mare - ospitale, gentile, signorile; non è soltanto una cittadina privilegiata per la bellezza della sua posizione naturale, è anche un centro turistico di notevole importanza e di particolare interesse. Dal declivio del monte sul quale è distesa, essa guarda M. Campo (metri 1.690) e M. Capraro (metri 1.720) e le ridenti vallate del Sangro e del Biferno. La neve, ottima e costante, nell'altezza media di oltre un metro offre per ben 6 mesi dell'anno allo sciatore virtuoso come al principiante la più svariata e desiderabile gamma di esercitazioni e di discese. Fonte: Turismo: Valorizziamo Capracotta , in «Luci Molisane», I:4-5-6, Campobasso, gennaio-febbraio-marzo 1935.
- La solitudine delle donne capracottesi
Nel 1911 l'analfabetismo in Molise era ancora intorno al 50%, eppure vi erano delle piccole realtà paesane in cui le donne sapevano leggere e scrivere e superavano il 50%. In provincia di Campobasso, spiccavano Ferrazzano e Montagano; in provincia di Isernia, Pescolanciano, Macchia d'Isernia, Pescopennataro e Capracotta. Il bisogno di istruzione si andava dunque sviluppando, anche se molto lentamente, soprattutto nelle zone di montagna. Le ipotesi potrebbero essere due: gli emigranti con le rimesse di denaro che avevano inviato in patria avevano caldeggiato l'istruzione delle proprie figlie, anche per mantenere vivi i contatti tramite corrispondenza e migliorare la loro cultura. Oppure le ragazze di buona famiglia, appartenenti alla borghesia artigianale del paese, andavano a scuola perché i genitori avevano compreso l'importanza di investire sull'istruzione delle proprie figlie. In ogni caso, i dati relativi al censimento del 1911 riferivano che, su una popolazione molisana complessiva di 390.135 abitanti, 12.995 alunne frequentavano le scuole elementari, a fronte di 14.843 alunni; 330 alunni le scuole ginnasiali e 53 le scuole liceali. Sicuramente ancora pochi, ma dagli anni '20, con la riforma Gentile e l'estensione della frequenza delle scuole superiori alle donne, anche le ragazze di condizione sociale più umile, ma portate per gli studi e dunque meritevoli, potevano aspirare a continuare gli studi. Non mancano testimonianze singolari che sembrerebbero corroborare la seconda ipotesi. E a essere protagonista era proprio la corrispondenza di guerra in un paese dell'alto Molise, Capracotta, in un episodio di storia femminile che, un po' pomposamente, potremmo definire di femminismo bellico. Gli eventi storici, desunti da un verbale di sommarie informazioni, alludono ad un caso di dimostrazione di donne, avvenuto nella cittadina in data 31 ottobre 1917, per la mancata consegna della posta militare. Un gruppo nutrito di donne, in pratica, portava in strada, dinanzi l'ufficio postale, la propria preoccupazione per la mancanza di notizie dei loro congiunti militari, dovuta all'interruzione del servizio postale e protestava apertamente contro la guerra. Le donne, poi, spostavano la protesta fin dinanzi la casa dell'On. Mosca, rompendo dei vetri e riunendo in corteo quasi 200 persone, che incitavano l'onorevole a far intervenire il governo per riattivare il servizio postale. Le indagini avviate dalla Regia Procura di Capracotta sulla dimostrazione delle donne portarono ad indagare alcune cittadine con l'accusa di sobillare lo spirito pubblico in senso antipatriottico e venne prescritto per le stesse regolare processo. L'unica a scamparla era Antenucci Michelina che s'allontanava da Capracotta per non farvi più ritorno, mentre tutte le altre furono imputate e processate dal Tribunale di Isernia in data 7 giugno 1918. A tutte fu chiesto di dichiarare le loro generalità e tutte risposero che sapevano leggere e scrivere. Alla fine del processo, venivano ovviamente assolte per inesistenza del capo di imputazione. Questo gettarsi nella mischia pubblica, manifestando il proprio disagio contro le autorità, può annoverarsi come una sorta di indizio, di rivelazione circa l'avvenuta espansione dei compiti femminili in tempo di guerra, dettato dall'urgenza di imporsi nell'agone politico del fronte interno per rivendicare i propri diritti e dimostrare di avere maggiore consapevolezza del loro ruolo, assumendosi le proprie responsabilità e correndo dei rischi. Una prova di coraggio delle molteplici attività femminili durante la guerra, di cui era disseminata l'Italia e che sanciva gli ulteriori passi mossi in avanti verso la conquista del diritto di voto politico femminile. Adele Rodogna Fonte: A. Rodogna, Le solitudini delle donne molisane ai tempi della prima grande migrazione , Meltemi, Roma 2018.
- Il grande viaggio (III)
Una vaga inquietudine mi stava prendendo. Trasalii allorché sul crinale apparve lo sconosciuto: ritto sopra uno scheggione di pietra grigia; era alto di gambe ed aveva un mantello a ruota molto corto. Portava un cappello dalla falda larga, piuttosto calata sul volto ed un fucile a tracolla. Un balenio di luce si accese due o tre volte sulle canne dell'arma. Io scorsi per primo l'uomo, mi rincantucciai meglio tra i due uomini. Girai bruscamente il capo a guardare Giacomo: il volto gli si era indurito di colpo. Taceva. Eravamo dinanzi ad una presenza reale e ostile, sotto il controllo di un'arma. Forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto nell'abitacolo. Pensai alla dama, al compagno di viaggio che aveva la testa grande e mani pelose, al nonno. Buon per loro che non fossero esposti come lo eravamo noi tre. Mi ricordai del signore antipatico: forse avremmo potuto trarlo fuori, mostrarlo allo sconosciuto, offrirglielo. Oltre alla barba caprina aveva una spilla d'oro. Giacomo e il suo aiutante s'erano chinati in avanti; mi toglievano la visuale ai lato della strada; di questa scorgevo soltanto una striscia tra i fianchi dei due uomini, che scambiavano a tratti parole brevi, sommesse, incomprensibili. Mi sentivo protetto ma avvertivo che il pericolo non era scomparso: non riuscivo a scorgere la sagoma scura del nemico ma ero certo ch'egli stava ancora lì e ci guardava. E finalmente la salita finì. I cavalli si misero al trotto. I due compagni di viaggio si raddrizzarono, consentendomi di guardare verso lo scheggione di roccia: lo sconosciuto era sparito. Per la seconda sosta la diligenza s'arrestò in una zona boscosa pianeggiante, al centro di una radura, che la strada tagliava nel mezzo; da un lato, quasi nascosta dagli alberi, al margine estremo della radura, si scorgeva una vecchia capanna di legno. Una specie di piccolo terrazzino in pietrame le stava davanti e una rustica ringhiera, composta con grossi rami, le conferiva una certa grazia ingenua e dimessa. Aveva finestrine quadrate, che parevano ammiccare sotto la falda protesa del tetto spiovente. Stava lì solitaria e silenziosa come una bambina scontrosa. Immaginai che l'abitassero piccoli uomini amanti anch'essi del silenzio e della solitudine e sperai di poter rimanere ad attendere che uscissero da quella porta chiusa. Invece nessuno si mostrò e non ci fu segno di vita per tutto il tempo della sosta. A breve distanza, sotto una parete di roccia, sgorgava una fontanella; tutti e sette andammo a bere di quell'acqua. Presso la sorgente compresi che il nonno parlava di me con la signora. Col bicchiere in mano, mentre sorseggiava l'acqua, lei mi andava osservando. Intravedevo, sotto il velo, gli occhi scuri incupiti da un'ombra che li cerchiava e i denti bianchi, lucenti. Un volto che attirava guardandomi, che sembrava chiamarmi con gli occhi. Mi girai quasi di scatto e raggiunsi il lungo terrazzino della capanna. Mi venne incontro il ricordo di mia madre. Sorrideva anche lei con le pupille luminose, piene di quella dolcezza remissiva, un'offerta costante di tenerezza, un invito a tutte le confidenze. Lei non aveva cappelli con veli e animali; intorno al viso girava solo un'orlatura rigonfia e sempre ravviata di capelli castani sui quali si muovevano delicati riflessi. Non aver pensato a lei dalla mattina? da quando m'aveva baciato, stringendomi fra le braccia e fissandomi nel viso. Ricercai quello sguardo e si gonfiò dentro l'ansia di ritrovarlo davvero, un vago desiderio di tornare indietro, di raggiungere il paese, la casa e lei, lei soprattutto, la mamma mia! Invece mi ripresero in braccio, mi portarono sul sedile della carrozza e ripartimmo. Giacomo era sempre più premuroso; mi accarezzl sulla nuca, mi chiese se avevo mangiato qualcosa. Tardai a rispondere, ero distratto, assorto, vedevo il paese mio: strade, vicoli, piazze, mura, case, casette. Mi trovai nelle mani un po' di pane ed un uovo sodo. L'orizzonte si slargava di nuovo intorno a noi, l'aria diveniva più fresca. Ancora un po' di malinconia: la nostra casa in mezzo alle altre. La via stretta, il vicolo più stretto, la piazzetta piccola, il riquadro del giardino. Laggiù, in una lontananza dorata, tutto era sparito dalle prime ore del mattino. Allora era cessata l'oppressione di quelle mura troppo vicine fra loro, troppo alte, che si ergevano verso strisce di cielo e di luce. Partendo, ero felice di andarmene di là ed ora una sensazione di vuoto, di smarrimento mi veniva procurando sottili sofferenze: forse la prima nostalgia, il sintomo di un male oscuro e lieve. Si continuava a salire e l'orizzonte ad allargarsi. Una montagna grande grande si era avvicinata alla strada; l'aveva fatta strisciare sui suoi pendii e poi più in alto. Con certi muraglioni a strapiombo e svolte improvvise, la via, divenuta audace, si andava avvicinando alla cima. La diligenza avanzava a fatica; dal petto dei cavalli le cinghie si stiravano nello sforzo del traino. Finalmente una groppa verde, chiazzata di neve, niente più. Il cielo, il grande cielo. Una immensità di luce azzurrina, abbacinante. Guardavo e la sofferenza mia si stemperava, finiva. Ero in un altro mondo. L'avevo guardato da lontano, dai muraglioni che sorreggevano le strade e le case del mio paese. Ora lo avevo raggiunto, lo contemplavo da presso. Esso si faceva scoprire, si offriva alla curiosità ansiosa, tutta lievitata di fantasia. Impensate bellezze, luci, colori, riflessi, lontananze vibranti nel sole; rocce, prati, nevi, alberi, segni superbi della natura. E lo spazio, l'infinito. Esso mi eccitava. Al di là di quell'incantato sgomento, il desiderio, la curiosità, la spinta ad andare innanzi. Da lontano, da molto lontano un latrare di cani. Finì di colpo e poi ricominciò. Per un poco parve avvicinarsi ed invece si allotanò di nuovo. Ed ecco che venne decisamente dalla nostra parte spezzandosi, riprendendo, affievolendosi; si fece rabbioso, serrato, cattivo. – Adesso vedrai la volpe, – m'avvertì Giacomo. E la vidi. Distanziati i cani, che l'inseguivano, ci tagliò la strada, cento metri avanti. Era bella. Con la testa protesa e la coda dritta, correva muovendo le zampe velocemente: una pennellata di colore fulvo rapidissima. Poi, dopo alcuni minuti, sulla stessa traccia, passarono i cani: erano brutti e correvano male, a sbalzi scomposti, con la lingua pendente dalla bocca aperta. Si capiva ch'erano inferociti perché la volpe se n'andava, li batteva. Ero contento. Parteggiavo senz'avvedermene per la volpe. Sola e piccola mentre i cani erano cinque e quattro di essi molto grandi. Uno era basso e magro, un cane da niente. – La riporteranno alle poste. Disse Giacomo e indovinò di nuovo. Sentimmo che la canea ritornava. C'era sulla destra una valletta, coperta di erba alta e folta, con minuscole traccioline di vecchi sentieri. Su uno di questi s'infilò la striscia fulva ma dietro di essa, subito, a breve distanza, apparve il cane basso. Non si capì come avesse fatto a guadagnare tanto terreno, staccando gli altri quattro più grossi che tardavano ad apparire sul sentiero. Sperai che la volpe corresse di più e per un tratto questo avvenne; invece, all'improvviso, uno sparo spaccò l'aria sulla valletta e la vidi fare un balzo, ricadere sull'erba, rimanervi immobile. Povera volpe! Il cane le fu addosso; cercò di morderla ma quella, da stecchita che era, ebbe uno scatto ed azzannò il nemico alla gola. – L'ha fatto! – esclamò Giacomo. – È inutile: il cane che va avanti è sempre il più fesso. Le due bestie, dopo alcuni sussulti, stavano sull'erba e arrivarono gli altri cani e abbaiavano e saltavano senz'accostarsi. Poi giunsero i cacciatori, uno alla volta; discutevano, litigando fra loro, pareva che dovessero venire alle mani. La carrozza era ormai al culmine dell'ascesa; le voci irate non si sentivano più: dinanzi a noi s'apriva il valico, il punto più elevato del percorso. – Guarda –, disse Giacomo, sollevandomi il mento con un dito. – Lo vedi? Una fila di case bianchissime, forse fatte di neve, sull'orlo di un crinale; dietro quelle case il cielo, il cielo soltanto. La strada cominciò a scendere dolcemente e i cavalli si rimisero al trotto e il tintinnio dei campanelli si fece più allegro, si confuse col rumore delle ruote, con gli scricchiolii dei legni della diligenza, con alcune voci di gente che salutava, uomini issati sui basti di una teoria di muli sporchi, anneriti dal carbone. La carrozza correva di più perché il trotto diventava più vivace e le case bianche ingrandivano: il paese. Eccolo. Com'è bianco! Com'è bello! Socchiudere gli occhi. Palpebre appesantite dalla stanchezza, pupille abbacinate da tanta luce. Essa si trasformava nell'animo in una felicità primitiva, un tremore fuso nel nome, nelle sillabe di un nome che per la prima volta scandivo e che imparavo per sempre. Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Il grande viaggio , in T. Sardelli, Narratori molisani , Marinelli, Isernia 1975.
- Il grande viaggio (II)
Stava intorno il paesaggio maestoso dei monti, i prati sconfinati, i boschi scuri, le groppe rocciose, le vette bianche di neve. In questa immensità, che pareva smaltata tanto era viva nella grande luce, la strada bianca e dritta somigliava ad un sentiero ed i quattro cavalli, che, appaiati, correvano trainando la carrozza, come se non pesasse affatto, dovevano essere bestie molto allegre, uscite a divertirsi con tutti quei sognagli. Giacomo ogni tanto cacciava un piccolo, stranissimo grido e nello stesso tempo tagliava l'aria con colpi alti di frusta, senza nemmeno sfiorare i cavalli. La corsa continuava sempre con lo stesso ritmo, le sedici zampe, battendo a tempo lo stesso zoccolo, sfioravano appena il suolo e risaltavano più avanti. Era proprio una gioia andare così e guardare quel mare di erba che, al di là delle prode della strada, sfuggiva sotto l'occhio, si stemperava, si fondeva, assumeva tinta di acqua verde. E, sopra, ciuffi di margherite bianche e papaveri rossi e ranuncoli gialli e fiori di altri colori, motivi festosi del paesaggio. I cavalli intanto si misero al passo. Non correvano più e Giacomo allentò un poco le redini, appoggiò un gomito sul ginocchio e si curvò un poco in avanti: era cominciata la salita. Una salita che diventava sempre più aspra. La strada non era più diritta, seguiva il pendio, evitava gli alberi del bosco, nel quale eravamo entrati; non era un bosco ma una foresta che si infittiva; ad una svolta le piante ci strinsero addirittura, si richiusero in alto con un intrigo di rami; una galleria sotto la quale la luce penetrava molto blanda quasi che fosse bagnata ed avesse perduto la chiarità dorata del sole. Giacomo allungò una mano e con un gesto netto strappò un piccolo ramo. Me lo porse chiedendomi: – Sei contento di venire lassù? Lassù? Che c'era lassù? non mi ricordavo assolutamente di nulla. M'ero scordato persino della casa mia, della nonna, del babbo, di Ersilia, del gatto, dei cugini, di tutto. Il mio mondo di poche ore prima non esisteva più e come potevo avere ricordo di altri viaggi? Stavo scoprendo un mondo nuovo e le sensazioni non provate mai non lasciavano margini per nessun altro pensiero, ora non mi spaventavano le lunghe ore di strada da coprire né l'ignoto che affrontavo. Saremmo arrivati in quel paese così strano, posto tanto in alto, lontano da tutti gli altri, d'inverno coperto da tanta neve, un paese che parlava già con un fascino sconosciuto alla mia prima ansia di avventure. D'improvviso mi ricordai del nonno. E poiché col bacio del primo incontro, col tenermi stretto al suo fianco, con il dono di quel ramo e di quelle foglie, Giacomo mi aveva fatto capire che potevao contare su di lui, a lui mi rivolsi: gli misi una mano sul braccio e gli confidai che volevo il nonno. Sorrise e rispose che tra poco ci saremmo fermati e lo avrei rivisto. La strada, in quel tratto, era divenuta quasi pianeggiante ed i cavalli avevano nuovamente accelerato l'andatura. Non più curve strette, svolte a serpentina ma lunghi rettilinei tagliati in mezzo ad altri prati verdissimi, dove gli alberi si diradavano sempre più, lasciando spazi assai vasti intorno a loro. In certe zone se ne stavano addirittura isolati, senza nessun'altra pianta vicina, soli a godersi il sole. Erano alberi grandissimi, con rami di eguale lunghezza disposti a cupola perfetta. Mi chiedevo se fossero davvero contenti del modo in cui vivevano; avvertivo il dubbio che quella solitudine derivasse da una punizione, che fosse un castigo per chi sa quali colpe. Per i prati fioriti cavalli e mucche, che pascolavano o stavano immobili o addirittura stravaccati sull'erba; forse dormivano. Ogni tanto giungeva di lontano un abbaiare di cani. Qualcuno di questi, tutto coperto di pelame bianco era apparso d'improvviso correndo e s'era affiancato proprio alle ruote, abbaiando con rabbia. Denti bianchi dentro bocche rosse. Non si capiva che cosa volessero. Nessuno badava a loro, né i cavalli né Giacomo né il suo aiutante né la gente della carrozza. Soltanto io, guardando quelle fauci spalancate, m'impensierivo un poco. Vedemmo all'improvviso che la strada si allargava, terminando in uno spiazzo, dove confluivano altre vie; era davanti a noi una grande casa dipinta di rosso sbiadito. Cavalli sellati e legati agli anelli di ferro rimasero fermi all'arrivo della diligenza; fu uno dei quattro che la tiravano a nitrire appena si arrestò. Si vide allora una grande giumenta scura volgere la testa a guardare. Uscirono subito dalla casa tre uomini, poi una donna ed alcuni bambini. Giacomo fu svelto a saltare a terra e, per prima cosa, mi prese sotto le ascelle e mi depose sulla strada; faticai un poco a tenermi in piedi, in equilibrio. Bevevo a grandi sorsi l'aria, mi stropicciavo gli occhi. Cercai dopo il nonno; non ancora lo scorgevo e lui già mi aveva trovato; ora mi stringeva con tenerezza. – Ti sei stancato? hai fame? Non rispondevo. Entrammo nella taverna; intravidi, sospesi al soffitto scuro, lunghi festoni di salsicce, salamini, salami; e poi grossi prosciutti, formaggi rotondi, cipolle, agli legati a treccia, come le pannocchie di granturco. Mangiammo abbondantemente, bevemmo un vino bianco, asprigno e ci accingemmo presto a ripartire. Presso la carrozza stavano il signore nemico mio e del nonno e la dama buona. Lui masticava qualche cosa muovendo la barbetta a punta, che andava su e giù. Lei aveva colto dei fiori e li contemplava. Mi sorrise ancora sentendo che parlavo con Giacomo. Questi rispondeva a monosillabi tanto badava ad accendere la pipa dalla lunga cannuccia, inserita nel fornello di creta rossa. Finalmente una boccata di fumo bianco gli uscì dalla bocca. Si mise a ridere quando s'accorse che lo stavo osservando. – Vuoi fumare? Allungò la pipa verso le mie labbra ed io, d'un balzo, mi strinsi alle gambe del nonno. Lasciammo lo spiazzo e ci mettemmo per uno stradale che, dopo un poco piegò ad angolo retto. Più avanti ancora entrammo in un bosco di alberi bassi e contorti, un intricato groviglio di rami e di frasche addirittura impenetrabile. A guardarlo fissamente mentre i cavalli avanzavano al piccolo trotto, procurava un senso di fastidio. Per fortuna quel bosco finì presto; si trasformò in un cespuglieto, che divenne molto rado ed infine lasciò spazio ad una ondulata prateria, che dilagava verso l'orizzonte. La pendenza divenne più accentuata, il trotto finì, i cavalli si misero al passo ed a poco a poco le palpebre mi si appesantirono sugli occhi. Dormii forse per un'ora ed a svegliarmi fu l'accentuarsi del suono dei campanelli dei cavalli, che si erano messi a correre avendo trovato un falso-piano in lieve discesa. Mi destai e sentii che il postiglione ed il suo aiutante discorrevano animatamente. Tentai di comprendere ciò che dicevano ma le parole mi riuscivano incomprensibili. La parlata dialettale era diversa dalla nostra. Mi ritornò il pensoiero del nonno e il desiderio di averlo vicino ma non volli questa volta ricorrere a Giacomo, sempre molto impegnato nel colloquio con l'altro. Capivo che non dovevo disturbare le persone grandi e che non conveniva scoprire la timidezza che mi prendeva a sentirmi staccato dal nonno. Quando però dopo un buon tratto di strada i due finirono di parlare, non seppi trattenermi e misiancora la mano sul braccio del postiglione e lui capì ciò che desideravo. Invece di darmi qualche notizia, sorrise e commentò: – Ma gli vuoi proprio bene a questo nonno? tutto a lui! E all'altro? Non risposi. L'altro non c'era, non l'avevo conosciuto; mi avevano raccontato un giorno che era morto e ciò mi aveva dato una così evidente tristezza da indurre i parenti a non farne più parola. Intento a guidare i cavalli e ad ispezionare di continuo cinghie, catene e funi, Giacomo non attese nessuna risposta né si accorse della piccola pena, affiorata nel mio sguardo. A poco a poco s'era fatto silenzio. La strada andava avanti per il fianco di una montagna rocciosa, lungo un decrepito muraglione dalla parte del pendio e intorno non si vedevano alberi né cespugli. Illuminato intensamente dal sole, lo scenario in quel punto appariva deserto, arido. Brulla e squallida quella solitudine posata sugli enormi argini di roccia, sulle conche aperte nella pietraia. E perché eravamo andati a passare proprio li? Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Il grande viaggio , in T. Sardelli, Narratori molisani , Marinelli, Isernia 1975.
- Il grande viaggio (I)
Lo scrittore narra le vicende di un viaggio fatto quando aveva cinque anni, in compagnia del nonno, da Isernia a Capracotta, paese dell'Alto Molise. Il viaggio, che si svolge parte in treno e parte in diligenza, dura sei ore ma è così denso di avvenimenti che agli occhi del bambino assume le proporzioni di una straordinaria avventura. Oltre al paesaggio assai vario che affascina il bambino con i suoi prati verdi, i boschi sterminati, le conche pietrose e le immense rocce, ci sono i compagni di viaggio: un signore dall'aspetto burbero, una signora con il volto delicato e coperto da un velo, un uomo vestito con pesanti panni di lana e Giacomo, il cocchiere che lo prende sotto la sua protezione. E poi la sosta per mangiare, presso una taverna, una grande casa dipinta di rosso sbiadito; l'improvviso e minaccioso apparire, sopra uno scheggione roccioso, di un uomo avvolto in un mantello, con il volto coperto da un cappello a larghe falde e un fucile a tracolla; una muta di cani che insegue una volpe; e infine il paese che si offre agli occhi estatici del bambino in un tripudio di luce. Titina Sardelli Il grande viaggio Una sorella di mia madre aveva sposato il segretario comunale di un paese di montagna, dove già ero stato condotto in un tempo in cui non mi rendevo conto delle distanze e delle differenze altimetriche; quando vi tornai con mio nonno ero in grado di comprendere ed anche di apprezzare l'importanza del trasferimento. Avremmo dovuto viaggiare prima in ferrovia e poi in carrozza, percorrendo trenta chilometri col treno in un'ora circa e venti chilometri di rotabile in quattro ore. Ad aggiungervi le soste bisognava calcolare sei ore di viaggio. I preparativi risultarono lunghi e minuziosi. In previsione delle differenze di clima fu approntato un minuscolo guardaroba d'indumenti per me; in una scatola di cartone vennero riposti i giocattoli ai quali ero maggiormente attaccato. Poi furono preparate le ceste della frutta, degli ortaggi, dando la preferenza a tutto ciò che mangiavo più volentieri. I baci e gli abbracci nel momento del distacco accrebbero lo stordimento sicché mi sentii rinfrancato quando il treno, avviandosi, mi sottrasse alla confusione e mi consentì di riordinare i pensieri. Mattino di avanzata primavera: nello scompartimento, seduto di fronte al nonno, che mi guardava col suo sorriso bonario e lucente di orgoglio, mi sentivo contento. Cominciavamo a intenderci bene, io e lui. La sera precedente a quella partenza avevo mandato in frantumi un vaso da fiori (in casa non erano molti, a quel tempo), che il nonno giudicava ingombrante e brutto. Mi difese dai rimproveri e, mentre mi portavano a letto, mi diede una caramella dolcissima dal fresco sapore di menta. Adesso, sul treno, speravo che ne avesse altre di quel sapore. Mi andavo rimettendo in sesto dalle piccole emozioni e rimanevo fermo, silenzioso, sul sedile; il nonno si chiedeva forse ragione di un tal prodigio. Non durò: alla prima fermata misi i piedi a terra e cominciai a toccare tutto; in breve le mie mani divennero nere e sporcai anche il vestito. Mi condusse in uno stanzino tutto bianco e mi lavò mentre sbalordivo dalla meraviglia nello scoprire che sul treno, che correva all'impazzata, ci fosse un fontanino vero con l'acqua corrente, e che lì si potesse fare anche la pipì. Quando ritornammo a sederci sui sedili, il treno si era avvicinato ai monti e la strada ferrata aveva preso quota. Vedevo finalmente da vicino le montagne, il regno delle foreste e delle nevi, dove stavano i lupi e i briganti. Le montagne, dove mi sarebbe piaciuto tanto vivere con i cavalli, con i cani, con le volpi, con le lepri, con le faine. Iniziò la serie delle domande. Quante cose volevo sapere! le risposte del nonno erano sempre pronte, sollecite, soddisfacenti, ma provocavano altre domande, alle quali seguivano altre risposte, altre spiegazioni e non si stancava mai, povero nonno! L'ora trascorse e giungemmo allo scalo dove bisognava lasciare il treno e salire in una diligenza già pronta. La guidava un uomo alto e grosso, Giacomo, che aveva baffi ingialliti in mezzo al volto. Egli mi prese in braccio, mi sollevò in aria al di sopra della sua testa, poi avvicinò il mio viso a quel cespuglio giallo e ispido come per darmi un bacio: mi investì il tanfo del tabacco. Mi depose poi direttamente sul sedile della carrozza. Dentro l'abitacolo c'era poca luce, poca aria, il soffitto rivestito di panno chiaro, le pareti di una tela cerata scura e fredda. Osservavo queste cose mentre mi giungevano voci confuse, richiami, saluti, risate. La diligenza era appena partita, con un gran rumore ed un allegro tintinnio di campanelli, che già cominciavo a protestare ed a tirare il bavero della giacca di mio nonno pretendendo di scendere. Cera con noi un signore dall'aspetto burbero: mi aveva colpito per la piccola barba a punta che dava al volto di lui un'espressione caprina. Altro motivo d'interesse, la spilla lucente infilata nella cravatta. Lo guardavo e il capriccio cresceva, un'istintiva antipatia per quello sconosciuto aumentava il mio disagio e la punta della sua barba, che minacciava troppo da vicino, dava insopportabile fastidio, e fastidio mi procuravano le pupille scure che mi fissavano di continuo. Egli disse: – Questo moccioso comincia troppo spesso a fare i capricci. Il nonno trasse di tasca un fazzoletto e mi pulì accuratamente il naso, aprì completamente il vetro di un finestrino, rispondendo nello stesso tempo a quel signore che la carrozza era troppo angusta e dava un po' di oppressione; l'altro continuò chiedendosi se si dovesse rischiare di prendere un malanno pur di appagare le pretese di un bambino. Le ostilità erano ormai aperte quando intervenne, con intenzioni pacificatrici, una signora né giovane né vecchia con una lunga giacca di colore verdino, sulla quale erano attaccati tanti bei bottoni di vetro verde. Portava sulla testa un cappellino con la metà di uno stranissimo uccello, che non avevo veduto mai sui tetti della chiesa né sugli alberi del giardino del convento di Santa Chiara e nemmeno in campagna. Dalla falda del cappello scendeva intorno al capo di lei un velo, che dopo aver trattenuto l'uccello, in modo da imperdirgli il volo e da schiacciarlo addirittura, copriva il viso e i capelli della donna. Il velo era annodato sotto il mento, più giù si vedeva un triangolo di pelle bianchissima. La signora allungò una mano inguantata per carezzarmi e disse con voce dolcissima: – Povero bimbo, e dire che dovrà stare più di quattro ore qui dentro. Quattro ore! ma erano matti? Io non ci sarei stato nemmeno quattro minuti! E tanto per intenderci sferrai un calcio sulla gamba più vicina del signore con la barba e mi misi a gridare che volevo scendere. Quello ebbe un moto di disappunto vivacissimo, protestò energicamente mentre si spolverava il pantalone. Gli fu risposto che gli adulti hanno il dovere di comprendere e di scusare i bambini, e che se uno desiderava non avere i fastidi di un viaggio in comune, poteva noleggiare una carrozza tutta per sé. Ma più che alle polemiche con il dirimpettaio, il nonno dovette badare a me; avevo cacciato fuori del finestrino la testa e le braccia e minacciavo di buttarmi dalla carrozza. Mi strinse per la vita e mi trasse indietro, mentre continuavo a scalciare e a gridare; colpii ancora con i piedi il signore delle proteste ma nello stesso tempo intravidi la mano guantata della signora, che mi porgeva una grossa caramella avvolta in una carta verde pur essa. La donna si era curvata sopra di me e mi carezzava il viso in lagrime. Per un poco mi acquietai e fui come incantato da quel modo di sorridere con i bianchissimi denti scoperti fra le labbra sottili. Fissai i grandi bottoni verdi del suo abito. Succhiavo con furia il sapore fresco della menta e mi pareva di avere proprio uno di quei bottoni tra lingua e palato. Il nonno intanto contonuava a discutere con il signore dalla barba; litigavano ormai. A risolvere la situazione fu l'uomo che occupava il quinto posto della carrozza; era vestito di pesanti panni di lana, aveva una grossa testa coperta di capelli grigi ed un volto abbronzato. Le mani, poggiate sul manico di un bastone di legno, erano coperte di peli. Allungò appunto questo bastone e picchiò contro i vetri anteriori della carrozza senza dire una parola: la carrozza si fermò; l'uomo si sporse un poco dal finestrino e disse con voce forte: – Giacomo, prenditi il citro . Il citro ero io. Mi presero alla vita (ma chi stringeva così forte?), mi passarono attraverso il finestrino, mi sollevarono nell'aria e subito altre mani mi afferrarono sotto le ascelle e mi trassero più in alto. Intravidi per un attimo le ceste degli ortaggi e della frutta sul tetto della carrozza e infine venni inserito fra Giacomo e il suo compagno, sopra il sedile dei cocchieri. M'ero appena seduto nella calda stretta dei due uomini, che già un senso di felicità luminosa cominciò ad invadermi. Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Il grande viaggio , in T. Sardelli, Narratori molisani , Marinelli, Isernia 1975.
- «Oh Madonna di Loreto»
« Oh Madonna di Loreto »... L'invocazione sale lenta e solenne dalla processione e si completa con la richiesta « per noi prega, per noi prega ». È l'invocazione alla madre di pregare per i figli. C'è come un'incertezza sulla "e" di "prega". Le donne - sono prevalentemente loro che cantano - è come se togliessero senso al verbo "pregare". La "e" è troppo aperta e la "a" si chiude in fretta come afferrata dalla "g" dura. È in questo liquido sonoro dolce e a tratti aspro che scorrono i passi della processione nella sera del 7. Sono passi in salita, verso la chiesa. Ci sono i cavalli senza ornamenti; c'è il fuoco delle torce. La Madonna dondola sul fiume scuro di persone qua e là illuminato dal fuoco. Il rito si ripete e porta con sé il respiro di altre generazioni che si sono riunite per la stessa festa pensando alle morti recenti, alle malattie, alle nascite, ai matrimoni, e durante la processione hanno pregato, hanno chiesto conforto ed aiuto. La sera del 7 è la sera della vigilia. Nelle case tutte le finestre e i portoni hanno una luce accesa; e insieme alla luce alle volte il dondolio delle fiammelle o dei ceri. L'aria è come ispessita dai canti; dall'odore della cera bruciata e delle torce. Le persone anziane o ammalate si affacciano a fatica sull'uscio di casa. Il primo trionfo è l'entrata in chiesa. Dal buio del santuario, la Madonna esce quando è ormai sera, attraverso le luci delle torce, poi delle case, fino all'altare della Chiesa Madre. La madre che entra nella sua casa, nella sua chiesa. Perché la Madonna è la Madonna di Loreto, la Madonna che abita la casa in cui è stato concepito - per virtù dello Spirito Santo - Gesù, e in cui ha vissuto Gesù Bambino. Il carattere domestico della chiesa, il carattere di casa abitata da una famiglia, ci viene incontro col nome di Loreto. La notte tra il 7 e l'8 è vuota di sogni, solo sonno, perché tutti hanno già sognato la processione. La banda musicale c'era già alla processione della sera, ma è come se nessuno l'avesse notata. Tutti hanno sentito lo strepito, ma nessuno ha sentito la banda. Al mattino squillano le trombe del sole, e poi da qualsiasi punto del paese si sente da lontano arrivare la banda, come se la banda non possa che avvicinarsi in crescendo. La gioia cresce al mattino. Il buio della sera con le preoccupazioni e il dolore della vita è dissolto dal sole e dal primo giro di paese della banda. Poi la gente si prepara, esce da ogni casa e si raccoglie in chiesa. La messa solenne, la chiesa piena, assomiglia nella pienezza alla Madonna gratia plena , il Signore con te. Ma ci sono figli di ogni età, deboli o vecchi o malati, che non sono potuti venire in chiesa e allora la Madonna va da loro, non può entrare in casa ma si ferma davanti alle loro case e loro si affacciano, si fanno portare a vederla, la implorano « Madonna mia » e si fanno il segno della croce. Gli ammalati non raccomandano neanche più se stessi, raccomandano i figli, i parenti stretti, e la statua sembra che riconosca la loro forza, la loro umanità, lo fa senza un cenno; come può una statua fare un cenno? Ma il sentimento si trasmette a quelli che la portano e da loro e da lei stessa agli altri che la guardano. Ogni fermata, ogni stazione, è una sacra rappresentazione. Davanti alla statua le file di bambini e di donne, la banda, e le fettucce di stoffa su cui si attaccano con i fermagli le carte dei soldi donati alla Madonna; dietro, le autorità e la massa della processione. Poi quando la processione ha compiuto tre quarti del percorso, lo "sparo". Guardano e ascoltano le persone della processione, ma lo sparo arriva lontano, ai paesi vicini; attutito, ma certo non è un tuono: è la festa della Madonna di Capracotta. Nella massa delle persone che seguono la processione vengono tolte le differenze, nell'unità della fede alla Madonna si riuniscono le madri che sono tali e le madri per i figli. A tratti si coglie l'esser parte di un corpo mistico; si coglie il carattere sacro della maternità; l'esser uno, nella madre, del padre, del figlio, e dello spirito santo. La Madonna rientra in chiesa e le famiglie rientrano in casa: il secondo momento sacro è compiuto. Adesso la festa dispiega la parte profana: la fiera, le bancarella, le nocelle, e - la sera - il concerto. La mattina del 9 bisogna andare a prendere i cavalli al pascolo o nelle stalle un po' fuori mano. I cavalli vengono portati a via sotto e vestiti. E qui si compie, inavvertita, la parte più strana, arcaica e blasfema della festa: ciascun cavallo viene vestito come fosse la Madonna, con l'ornamento più ricco. La devozione delle famiglie fa a gara con la devozione della comunità - di generazioni che hanno trapuntato d'oro la veste della Madonna; e lo fa ornando un animale. Gli animali domestici partecipano con un loro rappresentante, il cavallo, alla festa della Madonna. Alla natività partecipano il bue e l'asinello, alla festa della Madonna di Loreto i cavalli. Anche qualche asinello viene bardato, ma non accentua la sacralità della festa. Anzi, la smorza: ha un effetto comico, buffo, da commedia. Il ritorno della Madonna al Santuario, agli inizi di settembre, ripete in forma di sacra rappresentazione il dolore di dover partire, di doversi allontanare, e l'incertezza di poter ritornare. Quando i cavalli sfilano davanti alla Madonna che è sull'uscio di casa, in cima alle scale del santuario, gli occhi di tutti si fissano sui cavalli e sui cavalieri, che rendono omaggio inchinandosi. A volte lo strappo per chiedere al cavallo di chinare la testa è così forte che il cavallo non capisce, solleva la testa, si innervosisce, e scarta di lato. La Madonna è impassibile: è il fondale su cui scorrono il timore e il tremore degli uomini. Tre momenti sacri, tre giorni: l'uscita dal santuario, la processione nel paese, il ritorno. Ogni tre anni. La Trinità fatta donna, il mistero dell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che tenta di comprendersi facendosi persona e festa sacra. Francesco Paolo Di Nucci Fonte: P. Di Nucci, "Oh Madonna di Loreto"... , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- In dialogo a... singhiozzo con la mia terra d'origine
Ti guardo con gli occhi indolenziti dalla vòria e con dentro il cuore l'amarezza dell'assenzio. L'incanto, con cui mi afferravi un tempo e quasi mi stregavi, sta cambiandosi in disincanto. Anche la solitudine, che in te cercavo e sempre trovavo come grembo fecondo di pensieri, affetti, sentimenti, rischia di trasformarsi in sterile isolamento. E perfino il silenzio, in cui percepivo la tua voce più viva e più vera, sta cedendo il passo al mutismo sordo e greve. Sei forse il "paese della resa" in affannosa fuga dalla tua storia e dalle tue stesse forme? Un tempo, pungolato da una invincibile nostalgia, tornando a te da paesi e città che hanno le "schiene abbassate" e ricurve in direzione di tratti di mare, al tuo primo apparire zufolavo e canticchiavo il motivo di un salmo biblico: «Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto». Quante volte, in pubblici dibattiti, mi sono sorpreso a dire, nel senso di una sconfinante fierezza: – Il mio Dio è il Dio della Montagna… Le civiltà nascono sui monti e vanno poi a impiantarsi a valle. Che, forse, anche i monti sono in fuga da te, amara terra mia? O, se rimangono, si son fatti anch'essi melanconici per via del loro isolamento? La malinconia, "dagli occhi appannati", è una tristissima compagna. Provo a osservare i volti di coloro che ti abitano ancora. Sento - d'istinto - di ringraziarli per il coraggio di essere rimasti tra le tue mura. Ma a me sembrano i superstiti di un esodo lento, continuo, inarrestabile, più distruttivo di un terremoto. I miei occhi fissano i loro occhi e scopro la verità più desolata e desolante: sono l'avanguardia dei tempi ultimi, i primi di una ultima, definitiva generazione, cui sembra essere assegnato il compito di piantare la "bandiera bianca" su luoghi diventati dimessi e "dismessi". Lo sguardo indugia, per una manciata di secondi, sulla scalinata che giammai mi stancavo di salire e scendere. E, ora che molti non ci sono più, è un vuoto a ogni gradino. Non sono un fanatico nostalgico del passato e neppure un esaltato celebratore del presente. Mai immemore del passato, vivo il mio presente proiettandomi verso il futuro nella dinamica della speranza - quella cristiana - che mi spinge a dire con accento profetico: – Non è lontano il giorno in cui, stanchi e annoiati di realtà illusorie e di sorti che si sono rivelate né magnifiche né progressive, torneremo a vivere proprio nei luoghi dimessi e dismessi. Per il grande Rigoni Stern, abbarbicato, fino alla fine dei suoi giorni, alle montagne della sua Asiago, era un auspicio. Per me è una speranza, che è l'architrave dell'essere umano. Appartiene alla nostra ontologia. Altro che bel sogno fatto a occhi aperti! Piuttosto essa è la grande forza di tradurre il sogno in realtà corposa. Amo dirlo con le parole di Mauro Corona, alpinista, scrittore, scultore del Friuli: «Speranza significa riscoprire la sapienza del cuore, che dà sapore alla qualità della vita». Significa accontentarsi del sufficiente per una esistenza dignitosa. Non sfruttare questo pezzo così bello del creato; anzi, custodirlo con cura gelosa. Speranza significa riaprire le cose chiuse da decenni; riaprire gli stazzi; riportare in malga le mucche. Sperare vuol dire ripopolare la montagna. Stiamo perdendo la nostra anima. O, forse, l'abbiamo già perduta? Nella parola anima è compreso il tutto: amore, fede, conoscenza. È compresa la vita stessa ma... riempita di senso e di significato. E io amo pensare che per ritrovare la propria anima occorre ritrovare l'anima della montagna. All'orecchio di ognuno di noi, tu - amata terra mia - sussurri le parole più giuste: – Dove sono le tue radici, là tu ritrovi te stesso e ritrovi anche Dio (se lo cerchi). Là dove sai che è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore. Tesoro è una parola di innamorati, di storie grandi, di passioni grandi. E la montagna è il tesoro, che sempre attende chi l'ama. Il tesoro è un dono e il dono non si compra: si riceve. La tua vita, la vita di tutti non è soltanto alimentata dall' ethos e dal logos (cioè dall'etica e dal pensiero) ma anche e soprattutto dalla Bellezza. Prima di essere etica, è estetica. Procede non a soli colpi di volontà ma anche per forza di attrazione. Avanza per fascino di Bellezza, per riserve di gioia, per seduzione di tesori. Ricordalo: dove è il tuo tesoro là corre felice il tuo cuore. Michelino Di Lorenzo Fonte: M. Di Lorenzo, In dialogo a... singhiozzo con la mia terra d'origine , in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.
- Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (III)
Il Clipper Anzitutto il nome "Clipper": che significa? Dal dizionario: tagliatore, veicolo veloce, cavallo o autovettura particolarmente veloce, fulmine, saetta; persona (o cosa) straordinaria, fuoriclasse. La macchina, come la videro loro Tra le testimonianze dell'epoca, giornali e lettere, ecco come il "Jersey Journal" del 17 ottobre 1949 lo fotografa durante la parata di solidarietà per le vie di Jersey City: La parte migliore dello spettacolo era lo spazzaneve stesso. Da grande distanza la sua altezza, larghezza e le sue pale d'argento gli davano l'aspetto di un cacciatorpediniere del Nord Atlatico. La cabina e le sezioni per il trasporto del carico sono dipinte di un giallo abbagliante, il tetto della cabina era sormontato da luci ed antenne . John Paglione in una delle sue lettere a Capracotta, con linguaggio semplice ed essenziale, lo descrive: «Non è spazzaneve ma spartineve ma è di un tale disegno che è molto abile a sfondare una via ricoperta dalla neve tre metri, cinque metri scusate – poi aggiunge una nota di commozione – e credetemi alla vista di quel mostro con tutte quelle belle iscrizioni intorno, molti occhi si vedevano bagnati, inclusi i miei». A proposito della manovrabilità dice: «A manovrarlo che benché è un semplice camion, il vomero che spinge la neve bisogna saperlo manovrare che la funzione è automatica, forse sulla fotografia vi appare grande, ma vi assicuro che è adatto per voi che io ebbi un colloquio col rappresentante e mi persuasi della facilità dell'operazione e l'adattamento per la via di montagna e l'altezza della neve». Com'è realmente lo spazzaneve. È un autocarro costruito dalla Walter Snow-Fighter di New York, con cassone ribaltabile. Sulla cabina di guida vi è una efficacissima fanaleria, due trombe e il grosso tubo di scarico con silenziatore. Sul davanti vi è applicato il vomere, appuntito e con le ali belle alte, tali da poter sfondare grossi mucchi di neve. È attrezzato anche con altre due lame laterali che, se utilizzate, avrebbero prodotto la carreggiata di circa 2 m. più larga di quella ottenuta normalmente con l'uso del solo vomere. Il ribaltabile non fu mai attivato, non serviva allo scopo, né fu mai utilizzata questa seconda applicazione a causa delle strade strette di Capracotta. A trazione integrale, alimentato a benzina, con una scorta di 800 litri, esprimeva 240 cavalli di potenza. Il consumo di carburante normalmente era di 1 l/km. Negli anni 1982-83, per ovvie ragioni di economicità di gestione, il motore originale a benzina fu sostituito con un motore diesel. Il mezzo è lungo complessivamente 11 m., del peso di 11 tonnellate. I meccanismi di azionamento del vomere e delle lame sono tutti idraulici. La cabina abbastanza capiente e confortevole, ben riscaldata. L'autocarro è tutto di colore giallo, gli apparati tecnici specifici sono di colore nero. I colori sono rimasti quelli d'origine, un po' sbiaditi ma autentici. L'imbarco: venerdì 30 dicembre 1949 Il viceconsole d'Italia, Nicolò Di Bernardo, dal New Jersey, il 29 dicembre 1949 scrisse al sindaco di Capracotta: «Ho il piacere di comunicarle che lo spazzaneve donato con tanta generosità dai cittadini di Jersey City a Capracotta, sarà imbarcato domani, 30 dicembre, sul piroscafo da carico "Exiria" e verrà sbarcato a Napoli presuntivamente il 10 gennaio p.v.». Un pacco per l’Italia Questa è la descrizione dell'imbarco fatta dal "Daily Mirror" sabato 31 dicembre 1949: Spazzaneve da 20.000 $, dono della popolazione di Jersey City ai 4.500 residenti di Capracotta, nell'Appennino Italiano, caricato a bordo della nave Exiria al pontile 84. I cittadini di Jersey comprarono la macchina di 11 tonnellate in risposta alle molte difficoltà invernali ed alle molte avventure in Capracotta dopo che i nazisti distrussero il loro unico spazzaneve. John Paglione, promotore dell'iniziativa "Mani attraverso il mare", presente all'operazione d'imbarco volle salutare l'evento ringraziando i 100.000 emigranti Italiani di Jersey City ed il Comitato per la raccolta fondi. Fece un breve discorso dicendo, tra l'altro, rivolto ai capracottesi in Italia, e riferendosi alla macchina: «Quando la vedrete passare, luccicante dai suoi colori brillanti, sfiorarsi un sentiero tra la neve, salutatela come la testificatrice della nostra fratellanza, perché rappresenta il cuore del Capracottese emigrato, il cui pensiero e il cui sguardo è sempre rivolto a voi qui tra queste montagne». Il "Giornale d'Italia" del 1° gennaio 1950 scrisse: L'American Export Lines ebbe sentore della iniziativa e si offrì di trasportare gratuitamente in Italia lo spazzaneve. Il rimanente del fondo raccolto servirà a pagare il viaggio di un altro ex italiano, Armond Gaito, della sezione Lavori Pubblici di Jersey City, che si recherà in aereo per ricevere a Napoli, alla presenza dell'ambasciatore Dunn il 14 gennaio il trattore e a guidarlo personalmente fino a Capracotta. [...] Al porto, al momento della partenza, fra un nugolo di fotografi e giornalisti, c'erano Zampella, trepidante, il vice console italiano a Newark, Nicolò Di Bernardo, e John Paglione, un autista di Yardville, (New Jersey), giunto come emigrante negli Stati Uniti da Capracotta il 1912. Il Comitato "Carnival for Capracotta", il 5 gennaio 1950 comunicò ufficialmente al sindaco di Capracotta la conclusione dell'operazione ad imbarco avvenuto dicendo: L'annuncio fu dato dal nostro bravo e affezionato sindaco, John V. Kenny, commosso elogiava il Comitato e ringraziava gli intervenuti, aggiungendo di aver dato un'altra "freedom" (libertà) al popolo di Jersey City e lieto di dare una seconda "freedom" al popolo di Capracotta. La guida del mezzo È da dire a proposito dell'autista, che John Paglione, gia dal mese di settembre 1949, vedendo come gli Americani avevano preso a cuore la raccolta dei fondi, dava per scontato il buon esito. Si pose subito il problema di istruire, alla guida del mezzo, un autista del paese di destinazione. Aveva scritto al Comune di Capracotta invitando gli amministratori a inviarne uno a Jersey City, in occasione del ritiro "del pacco" da parte del Sindaco Gennaro Carnevale. Pensavano fare lì la consegna del dono. Il Comitato invitò lo stesso John Paglione, in quanto abile camionista, ad andare in Italia. Nessun capracottese andò in America, né poté John Paglione venire in Italia, inviarono così Armond Gaito. L'arrivo a Napoli: sabato 14 gennaio 1950 Già dagli inizi di dicembre 1949 da Capracotta si erano attivati per ottenere lo sdoganamento celere e possibilmente gratuito. Il Presidente del Comitato Appennino Meridionale della Federazione Italiana Sports Invernali, Gianni Perez, scrisse al presidente dello Sci Club Capracotta consigliandolo di rivolgersi al dott. Salvatore Del Fico, componente del Comitato F.I.S.I., titolare di una ditta di spedizioni, ed esperto in materia di svincoli doganali. Gianni Perez dice, tra l'altro, circa lo sbarco del mezzo: «La consegna interessa anche noi in modo particolare per l'inizio del sevizio sciistico dei nostri torpedoni Napoli-Capracotta per l'afflusso degli sciatori napoletani sui vostri campi di neve». Il sindaco Gennarino Carnevale su questa segnalazione scrisse a Del Fico chiedendo spiegazioni sulla procedura, ma soprattutto chiedeva se era possibile avere lo svincolo gratuito trattandosi di un dono. Del Fico rispose di fare domanda al Ministero del Commercio estero a Roma per ottenere l'importazione franco valuta. In conclusione il 7 gennaio 1950, dal Ministero delle Finanze, Direzione superiore della Circoscrizione doganale di Napoli, al Comune di Capracotta giunse un «biglietto urgente di servizio», nel quale si dice che il Consolato d'Italia a New Jork ha comunicato che con la nave "Exiria" arriverà uno spazzaneve per Capracotta e si chiede la importazione in franchigia. Non vi sono altri atti evidentemente tutto andò per il verso desiderato, ma forse anche qui avevano fatto tutto gli americani. Qualcuno dice che sarebbe intervenuto l'on. Remo Sammartino. Il Giornale d'Italia scisse: Il Capitano Charles Reill dell'Exiria consegnerà personalmente una sua lettera ai rappresentati del sindaco Carnevale: "È con piacere e col cuore pieno di gioia che consegno a voi in proprietà questa macchina, nella speranza che voi e i vostri concittadini possiate trovare meno dura la via, in sua compagnia, nei mesi invernali". La nave arrivò a Napoli sabato 14 gennaio 1950. La partenza per Capracotta sembra sia avvenuta la mattina di lunedì 16. Nasce qualche dubbio su questa data poiché tra gli atti consultati vi è anche qualche esplicito riferimento al 17. È da approfondire con altri riferimenti. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro , in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.
- Sui premi letterari
Ogni anno, fra estate e primi d'autunno, una galassia di premi letterari, e, puntualmente e inutile essa stessa, la polemica sulla inutilità di essi. La proliferazione dei premi corrisponde al cosiddetto "decentramento" di tutto: aumentano i comuni e le province; si suddividono in due, in quattro etc. le cattedre universitarie; perché non dovrebbero moltiplicarsi i premi letterari, i quali dopo tutto non danneggiano nessuno? Si dice: ma questi premi sono mistificati, pilotati dall'esterno, cioè da interessi che con la buona letteratura non hanno niente a che fare. E l'accusa è fortemente motivata. Ma forse non sono mistificati e pilotati dall'esterno i concorsi pubblici, e quelli a cattedre universitarie, e le aste per appalti, e talvolta persino le competizioni canore, musicali, sportive, e le gare di bellezza? Ma qui vi sono eccezioni, si dirà ancora. È difficile dirlo. Anche tra i premi letterari vi sono quelli "puliti". Un nome? Il Comisso-Treviso, forse. Ma potrei sbagliare. Ma l'aspetto più riprovevole dei premi letterari, consiste nell'unilateralità preconcetta di molti "giudici" che vanno alle riunioni con uno o due titoli in testa - perlopiù dettati da semiclandestini interessi personali o di clan - senza aver letto neanche la decima parte degli altri libri in gara. Certo i "grandi" premi nazionali, lo Strega, il Viareggio, il Campiello risentono fortemente - pur con la presenza di giurie popolari accanto a quelle tecniche - della pressione esterna delle case editrici. Ma ciò è inevitabile. Certo, lo Strega non riuscì a premiare Pasolini, cui venne preposto Bevilacqua, né Samonà sul quale ebbe la meglio Camon, ma Bevilacqua è uno scrittore professionista e "dismesso", che non merita certo la croce che ora è di moda buttargli addosso, e Camon narratore di tutto rispetto. In ogni caso l'annuario dello Strega è un elenco dei nomi più significativi delle lettere italiane degli ultimi quarant'anni. È vero, il Viareggio premiò ex aequo , per la poesia, Penna e Pasolini, che avrebbero meritato ben altro che un "premio Viareggio dimezzato" per ciascuno; e un paio d'anni fa, tra i due "partiti" dei giurati (uno per Malerba, l'altro per Jaeggy) spuntò come compromesso il nome d'una signora vincitrice di cui nessuno ricorda più il nome (forse, Adorno, mi sembra). Ma anche il Viareggio ha molte glorie letterarie e poetiche nei suoi venerabili annali. Semmai è possibile muovere questa critica ai premi: essi non premiano quasi mai i libri migliori dell'anno, ma soltanto i più decenti. Merito delle grandi e piccole giurie? Forse no: probabilmente "merito" delle case editrici più potenti che, in quanto tali, si assicurano la pubblicazione dei "più decenti" o addirittura "migliori" narratori e poeti. Condurli per mano alla "vittoria" diventa poi un gioco da bambini. Vanno bene le cose in questo modo? No certo, non vanno bene. Ma fintantoché i grandi editori ingaggeranno gli scrittori più validi, o più richiesti dal pubblico (per i quali ci sarà poi il premio Bancarella), sarà difficile per gli editori medi e piccoli vincere i premi: a parte qualche esordio fortunato. È lo stesso discorso delle squadre di calcio: si può contestare lo scudetto del Milan perché si è assicurato per decine di miliardi i migliori giocatori sul mercato europeo, dall'implacabile e scostante Van Basten, al gentile e terribile ma sfortunato Ruud Gullit? Nel rapporto domanda-offerta attorno al quale ruota l'intera nostra società, questa è - e non può essere altra - la condizione delle patrie lettere e dei letterati: pena l'emarginazione, il danno e talvolta anche le beffe. Non sono più i tempi, del resto, nei quali, alle feste Dionisie, Euripide risultò due volte vincitore da vivo e tre da morto con opere postume; e neanche quelli di Petrarca premiato due volte con la corona poetica, da Parigi e da Roma, ma prima esaminato severamente per tre giorni consecutivi da Roberto d’Angiò in Campidoglio. Fuori d'Italia le cose non vanno molto diversamente. Il premio Nobel per esempio. Moravia è morto senza riceverlo, e lo avevano avuto Mahfuz, poi Cela, due dignitosi narratori a lui di gran lunga inferiori. Anche Luzi, Giudici e Zanzotto lo avrebbero meritato, forse più del cecoslovacco Seifert o del russo Brodskij: ma - ragion di Stato - essi non erano nella primavera di Praga né nel lungo elenco degli esuli dall'inferno staliniano. Non scandalizziamoci. È politica, e la politica conta. Non ricordo chi disse: la politica è come le fogne: risulta nauseante, ma necessaria. Ma allora non scandalizziamoci neanche per lo Strega e il Viareggio, e tanto meno per il Roccasecca o il Capracotta. Un discorso a parte meriterebbero il Fiuggi e il Fregene o il Tevere: ma sarebbe troppo lungo e deprimente farlo qui e ora. Luca Canali Fonte: L. Canali, La dismisura: strafare, malfare, divagazioni, antidoti , Bompiani, Milano 1992.
- Da Capracotta a Canosa di Puglia
La transumanza, pastorizia transmigrante, rimane una delle più antiche e diffuse attività dell'uomo. Ampiamente praticata già in piena Età del Bronzo dalle popolazioni insediate nelle attuali regioni Abruzzo e Molise, fu un settore portante dell'economia dell'Impero romano. Decaduta nell'Alto Medioevo risorse con le conquiste dei Normanni per essere infine regolamentata dal re Alfonso I d'Aragona il Magnanimo nel 1447 con la Prammatica "Mena pecudum Apuliæ". Si istituiva la "Dogana della mena delle pecore" in Foggia e si affidava al catalano Francisco Montluber l'organizzazione di una istituzione di regolamentazione del transito degli armenti. Il Doganiere con giurisdizione su Abruzzo, Molise, Puglia e in parte Campania e Basilicata deteneva ampi poteri; in particolare amministrava la giustizia sia civile che penale nei giudizi che riguardavano persone legate all'industria armentizia. Tutti i possessori di più di venti pecore erano tenuti a condurre le proprie greggi nel Tavoliere di Puglia per trascorrervi i mesi invernali. Sul territorio la Dogana aveva istituito sia arterie di comunicazione i tratturi , sia un sistema di organizzazione incentrato sulle locazioni e le poste . I tratturi erano vie erbose lunghe centinaia di chilometri e larghe un centinaio di metri, che collegavano le montagne abruzzesi e molisane con i pascoli doganali. Lungo i tratturi si incontravano i riposi , vaste estensioni a pascolo per la sosta delle greggi. Oltre i tratturi vi erano i bracci, che li univano trasversalmente, e i tratturelli che servivano a collegare i tratturi con le poste. Le locazioni erano grossi comprensori in cui si divideva il territorio del Tavoliere. Le poste rappresentavano una ulteriore ripartizione delle locazioni. Comprendevano una parte piana, il quadrone , un luogo ove trovavano riparo gli armenti, iazzo , e uno spazio destinato alla lavorazione dei prodotti della pastorizia, aia . Per l'uso dei pascoli i locati corrispondevano il prezzo dell'erba, detto fida , alla Dogana di Foggia. Il ritorno primaverile ai monti avveniva tramite punti obbligati di transito, i passi , dopo aver esibito al personale della dogana il documento, la passata , comprovante l'avvenuto pagamento della fida. La locazione di Canosa, ventesima del Regio Tavoliere della Dogana, si estendeva per trentaduemila ettari e si componeva di due parti: Canosa e Demanio di Minervino. Da un esame delle fonti archivistiche si evidenzia una numerosa schiera di pastori provenienti da Capracotta e Montepeloso (l'attuale Irsina), in minor misura Palena e Gamberale che migravano utilizzando il tratturo Celano-Foggia. La presenza migratoria nonché stanziale delle genti di Capracotta nella città di Canosa e circondario è testimoniata dal materiale di archivio che, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), obbligava i parroci alla tenuta di registri attestanti battesimi, matrimoni, decessi, testamenti e periodici censimenti. Riportiamo alcune testimonianze tratte dall'Archivio Prevostale della cattedrale di San Sabino, protettore della città di Canosa, e dall'Archivio Capitolare della cattedrale di Minervino Murge: − A di 14 dicembre 1653 D. Vito Della Monaca con licenza have battezzato il figlio di Matteo Lambarto e di Olimpia Forina coniugi nato al 12 del detto die, si è posto nome Domenico, Antonio, Vito il compare è stato Francesco alias Cicchillo di Giano di Capracotta. − A di 6 febbraio 1658 detto D. Carlo Paladino con licenza ha battezzato la figlia di Filippo Liberatore e Prudentia Barbarossa nata il 1° di detto et si è posto nome Savina Rosaria il compare è stato Leonardo Antonio di Letto di Capracotta. − A di 30 gennaio 1667 don Giuseppe Mosca canonico ave battezzato Vincenza figlia di Domenico di Gioia e Lucia Passalaqua nata il 29 detto giorno di lunedì. Li compari sono stati Giovanno Burlone di Capracotta e Lucrezia Giannelli. − Die vigesima septima julii 1728 per me [...] et Canonicus Dominus Josephum Farina Parrochum [...] Ecclesie presente civitatis baptizatus fuit filius Carmini d’Amico terre Capracotta et Lucia Cariative coniugibus, natus 25 eiusdem mensis, cui imposuit nomen Nicolaus, Sabinus, Gregorius patrinus vero fuit Dominicus Mancino del Gesso d'Abruzzo. Dal censimento del 1604 si rileva che gli Abruzzesi provenienti dalla terra di Capracotta, da più di una generazione avevano posto in Canosa le proprie radici: − Grosso di Capracotta, che aveva 51 anni, svolgeva il mestiere del sartore ; sposato con Marchina Pascalone di 36 anni d'una famiglia di massari . − Vito Antonio di Capracotta era paniettiero sposato con una canosina Sidonia Gentile. − Giannocco di Capracotta svolgeva il mestiere di lavoratore e abitava in una casa di proprietà del convento di San Francesco. − Yele di Luccio di Capracotta di mestiere facea il ciucciaro e abitava in una casa del Capitolo. − Nell'anno 1600 Giovanni Berardino di Yele di Capracotta, vedovo, sposa Lionarda di Iulianello di Canosa di anni 26. − Da una carta dotale si riporta nell'anno 1574 il matrimonio tra Salvatore di Capracotta e Angela di zita. − A dì 10 novembre 1652 è morto Micco di Capracotta d'età circa 25 anni confessato, comunicato et oliato è stato sepellito nella chiesa di San Donato (collegata a uno spetale per ricovero di forestieri e pellegrini). − A dì 28 ottobre 1653 è morto Biagio Gabriele alias Crarcione della terra di Capracotta confessato, comunicato et oliato è stato sepellito nella chiesa di Santa Maria del Carmine. − A dì 8 ottobre detto 1672 è morto ab intestato Paulo Lafardo di Capracotta figlio di Antonio Lafardo del Rammerale di anni 15 in circa è stato sepelito in Santa Maria del Carmine (presso il convento dei Carmelitani i pastori di Capracotta beneficiavano di uno jus sepeliendi ). Ugo Carozza Fonte: U. Carozza, Da Capracotta a Canosa di Puglia , in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.
- Nuovi progetti di sviluppo turistico negli anni Trenta
Nel febbraio del 1933 i Comitati turistici delle regioni del Mezzogiorno riunitisi nel III Convegno turistico del Mezzogiorno e delle isole stabilivano nuove direttive per guidare lo sviluppo del turismo nelle zone di appartenenza. Al Molise si chiedeva la completa organizzazione alberghiera, con la istituzione degli alberghi di tappa e posti di ristoro, soprattutto nelle zone attraversate da movimenti turistici legati alla pratica degli sport invernali e alla villeggiatura estiva montana; la massima valorizzazione del patrimonio archeologico ed artistico attraverso azioni di propaganda che dovevano essere concordate con l'Ispettorato per i Monumenti e con la Sopraintendenza con sede nel Museo Nazionale di Napoli; il perfezionamento e lo sviluppo delle comunicazioni all'interno della provincia e della periferia per rafforzare i rapporti con i centri minori e le grandi città. Inoltre, si richiedeva il miglioramento e la manutenzione delle strade e delle strade provinciali per velocizzare e facilitare il movimento degli autoservizi, soprattutto quelli da gran turismo, che permettevano di rendere agevole il viaggio per quanti volessero visitare il Molise; la valorizzazione e la selezione delle manifestazioni folcloristiche da utilizzare come elementi di attrazione turistica, epurandole, però, da quanto potesse apparire agli occhi del forestiero come grottesco e fuori dal tempo; lo sviluppo di mete turistiche montane, marine e climatiche. Occorreva dare particolare importanza al potenziamento della stazione invernale di Capracotta e della stazione balneare di Termoli dotandole di strutture che potessero garantire comfort al turista; la soluzione del problema dell'approvvigionamento idrico ad uso potabile in alcuni paesi, poiché esso costituiva la base per rendere igieniche le strutture predisposte all'accoglienza del turista. Alle richieste dell'Asmet il presidente del Commissariato della Provincia rispondeva affermando che il settore turistico nella Regione ancora non prendeva piede poiché scarsa era la conoscenza delle bellezze naturali e del patrimonio artistico presenti nel territorio. Il presidente sottolineava come fosse importante, pertanto, intensificare le azioni di propaganda dei luoghi attraverso la «pubblicazione di numeri unici, di articoli su riviste, di volumetti divulgativi dedicati ai singoli monumenti accompagnando tutto con larga di fotografie negli alberghi, nelle agenzie di viaggiatori, nelle stazioni, nei vagoni ferroviari e nella istituenda Bottega di Arte Molisana, nello stesso tempo Ufficio Turistico Regionale». Il Commissariato, inoltre, prevedeva, per l'avvicinarsi della bella stagione, l'istituzione di treni festivi che sarebbero dovuti partire da Campobasso per giungere a Roma, Napoli, Pompei, Termoli, Bari e Pescara. Naturalmente per avere un buon sviluppo del settore turistico occorreva possedere una buona organizzazione delle istituzioni locali le quali dovevano realizzare e stilare itinerari turistici e gite, designare le località di cura e soggiorno, ma soprattutto promuovere e sollecitare il miglioramento delle strutture ricettive per adeguarle ai bisogni del turismo. Il Comitato in tal senso suggeriva un attento studio di quanto presente nella regione per poter apportare modifiche e perfezionamenti alla struttura ricettiva. Una delegazione di esperti si sarebbe dovuta recare presso le strutture presenti nelle località di interesse turistico e qui insieme al proprietario studiare, suggerire e predisporre gli interventi da adottare affinché gli alberghi risultassero adeguati ad accogliere il turista. Le trasformazioni strutturali dovevano rispondere sì ai canoni estetici dell'arte moderna ma dovevano riflettere la natura dei luoghi esaltando, pertanto, la ruralità degli stessi. L'utilizzo di mobili e stoviglie rustiche, le pareti decorate con fiaschi di vino, con attrezzi rurali, con spighe di grano e fiori avrebbero certamente regalato agli ospiti una sensazione di accoglienza e di integrazione con i luoghi stessi. Il Regime Fascista oculatamente appoggia e guida tali simpatie verso la doverosa ammirazione della semplice vita rurale, da noi, e cioè precisamente in seno ad una regione che è rurale per eccellenza, si trascurino queste correnti del gusto andando invece incontro allo scimmiottamento di un male inteso metropolitanismo. Vediamo nelle grandi città sorgere tutti i giorni botteghe ed osterie cosiddette rustiche, con mobili e stoviglie grezze, dalle semplici pareti decorate magari con fiaschi di vino o con attrezzi rurali e spighe di grano e piante e fiori, mentre queste ed altre decorazioni, trascurate o disprezzate da noi, acquisirebbero nei nostri paesi ed alberghi un carattere e sapore di ambiente locale che darebbe certamente agli ospiti la sensazione del vero folclore. La sistemazione degli alberghi poteva essere accompagnata da una successiva pubblicazione di una guida di quelli presenti nel Molise, che avrebbe generato un miglioramento nei flussi turistici. I proprietari delle strutture alberghiere avrebbero potuto usufruire nelle attività di ristrutturazione del credito alberghiero e dei contributi elargiti dal Comitato provinciale per il turismo. Quest'ultimo poteva provvedere al reperimento dei fondi attraverso la tassazione di «tutti i Comuni della Provincia nella misura di cent. 10 per ciascun abitante, elevando detti contributi fino a cent. 30 per abitante, per Comune Capoluogo, per i quattro o cinque maggiori centri della provincia, e per tutti gli altri comuni di speciale interesse turistico; salvo altri contributi da parte della provincia delle Organizzazioni sindacali, e di altri Enti di speciale importanza, nonché del Consiglio Provinciale dell'Economia Corporativa». Per lo sviluppo turistico del Molise era, dunque, necessario potenziare i territori che possedevano tutti i requisiti necessari al raggiungimento degli obiettivi. Anche in quest'occasione fu soprattutto l'alto Molise al centro della riflessione del Commissariato straordinario per il turismo. Il 5 febbraio 1933 si tenne, non a caso, a Capracotta un'importante riunione della Commissione consultiva per il turismo con lo scopo di valorizzare e promuovere turisticamente tale zona. I problemi fondamentali erano: mancanza di mezzi spazzaneve, ritardo della costruzione di filovie e di ferrovie, non potabilità idrica e mancanza di strutture alberghiere. Si auspicava, anche, la continuazione e la riapertura degli scavi di Pietrabbondante e uno sviluppo di tipo ricettivo in prossimità degli scavi stessi. Per incrementare ed indirizzare i flussi turistici in queste zone era necessario, secondo la Commissione, effettuare una buona campagna promozionale diretta alla media borghesia che poteva godere delle bellezze naturali soprattutto nella stagione estiva. Diversa era la situazione lungo la costa molisana. Nella riunione tenutasi a Termoli il 7 maggio 1933 vennero analizzate tutte le problematiche infrastrutturali e non, presenti nella cittadina rivierasca, ed in modo particolare quelle concernenti le azioni di bonifica del territorio; lo sviluppo del porto, la valorizzazione della spiaggia considerando che Termoli era luogo di soggiorno e turismo, lo sviluppo dell'industria ricettiva, la valorizzazione del patrimonio archeologico ed infine l'istituzione di un treno per la colonia dei bagnanti. Circa la bonifica, il presidente della commissione Del Prete illustrò che per beneficiare di tutte le agevolazioni previste dalla legge fosse indispensabile costituire un Consorzio nel quale far confluire tutti i proprietari dei terreni interessati alla bonifica. Solo in questo modo si poteva raggiungere uno stato di benessere che avrebbe avuto i suoi riflessi sia in agricoltura che in campo sanitario risanando le plaghe malariche che interessavano la zona. Era necessario, pertanto, redigere lo statuto del Consorzio e poi effettuare il riconoscimento dello stesso presso la Commissione provinciale della bonifica e la Federazione fascista dell'agricoltura. Il porto era considerato da sempre un'opera destinata allo sviluppo e alla rinascita di Termoli e di tutto l'entroterra. La sua costruzione, all'epoca, avveniva per fasi diverse ed alterne caratterizzate da lunghezze burocratiche e da una mancanza di volontà da parte dei politici del tempo a consolidarne l'importanza. Si denunciò, nell'incontro, come la classe politica fosse passatista e come essa utilizzasse l'infrastruttura esclusivamente a scopo elettorale per poi abbandonarla «al suo destino senza mai far nulla di reale». Nella riunione venne esaminato, inoltre, il problema dell'ampliamento della spiaggia e della mancanza di strutture ricettive al quale bisognava rispondere con la costruzione «in Termoli un capace, comodo ed igienico albergo, scevro di tutto ciò che potesse rappresentare imposizione di etichetta, che il più delle volte annoia e stanca chi, dopo l'assillante lavoro di un anno intero, si reca nelle località amene per rinfrancarsi delle forze e godere delle bellezze naturali». Dalla riunione emerse, anche, che Termoli possedeva un inestimabile patrimonio archeologico che doveva essere utilizzato per la valorizzazione turistica della cittadina. Il presidente, dunque, esortò tutte le forze politiche e i privati cittadini a mettersi all'opera per tutelare e valorizzare tale ricchezza utilizzando i fondi necessari per realizzare tale operazione. Dall'incontro di Termoli emerse la volontà di valorizzare il patrimonio artistico e culturale dei paesi molisani ma emerse anche che tutti i comuni che possedevano elementi da poter essere utilizzati a scopi turistici, erano accomunati dalle stesse problematiche che rendevano difficile il processo di sviluppo del settore turistico regionale. Per lo sviluppo del turismo nel Mezzogiorno, l'Asmet stabilì che fosse necessario istituire autoservizi di gran turismo per valorizzare e far conoscere le bellezze naturali e panoramiche dei territori interessati ad un processo di incremento turistico; installare cartelloni stradali per segnalare i principali luoghi di attrazione turistica ed inoltre incrementare e consolidare l'uso di treni popolari. Tali linee guida ponevano il problema di dover studiare accuratamente il sistema di trasporti presente in regione, di capire quali mezzi di trasporto potessero essere utilizzati per facilitare l'afflusso dei turisti in Molise ed infine individuare le direttrici che aiutassero i molisani a raggiungere le diverse località turistiche presenti nel territorio nazionale. Ciò avrebbe consentito un notevole flusso di viaggiatori ma soprattutto un movimento di denaro, di rapporti sociali e culturali e di interessi derivanti dalle visite. Per quel che concerneva l'istituzione di autoservizi il Comitato turistico molisano riteneva necessario dover potenziare l'attività delle imprese di trasporti già presenti nel territorio, le quali avrebbero dovuto organizzare ed effettuare gite in base a programmi, orari e tariffe stabilite in precedenza ed approvate dal competente organo di vigilanza. Di qui l'invito rivolto ai Comuni della Provincia di dover potenziare tali servizi poiché essi avrebbero sicuramente istradato i turisti su itinerari già noti e preparati per accogliere gli ospiti. La risposta dei Comuni interessati non si fece attendere, ma da essa emerse l'impossibilità di porre in essere quanto richiesto perché le strade non erano agibili poiché la loro costruzione era lenta perché non esistevano società che lavorassero in tale ambito o perché i comuni convocati non possedevano bellezze naturali, architettoniche e paesaggistiche tali da esseri inclusi in itinerari turistici che aumentassero i flussi turistici della regione. La Commissione consultiva per il turismo affrontava nella riunione del 11 aprile del 1933 il fondamentale problema della carente rete dei trasporti del Molise. Un problema più volte evidenziato e di fatto mai realmente risolto. Circa la costruzione delle strade interprovinciali si prendeva atto del loro procedere e ci si concentrava piuttosto sul problema dell'installazione dei cartelli indicatori nei bivi di tutta la rete stradale provinciale. Problema ovviamente ben più risolvibile del primo. In questo caso si evidenziava come l'Ufficio provinciale aveva provveduto all'installazione degli stessi nelle strade di sua competenza, fatta eccezione per le diramazioni delle strade statali, perché di gestione dell'A.a.S.s., che doveva provvedere anche alla collocazione di sette cartelli stradali che venivano forniti gratuitamente dal Touring club italiano. Infatti con circolare, n. 2293 del 16 marzo del 1933, la direzione generale del Tci comunicava di aver accettato la richiesta del Commissario straordinario del consiglio provinciale dell'economia corporativa circa l'invio gratuito di cartelli stradali da collocare nei punti che ne fossero sprovvisti o per sostituire quelli già esistenti ma che erano illeggibili o per il prolungato uso o per l'aver subito atti vandalici. Se la fornitura dei cartelli era gratuita da parte del Tci la messa in opera e la manutenzione degli stessi spettava agli Uffici tecnici provinciali «che hanno governo di strade». Ancora più grave, se possibile, era la situazione della rete ferroviaria, che a detta dei membri della commissione era stata mal progettata in origine e che comunque restava inadeguata a servire il territorio, soprattutto in un'ottica di sviluppo turistico. Forte era la necessità di poter disporre di nuove littorine, moderne e veloci che potessero essere utilizzate per sviluppare il movimento turistico; di ripristinare l'uso di importanti direttrici verso Roma e Napoli soppresse per economizzare l'uso del carburante; di regolarizzare gli orari dei treni in funzione delle stagioni o dei luoghi da raggiungere ed infine di chiedere riduzioni sul costo del biglietto del treno quando in alcuni centri, toccati dalle linee ferroviarie, si svolgevano rilevanti manifestazioni. A tutte queste ipotesi e a questi progetti pose di fatto fine lo scoppio del secondo conflitto mondiale che spostò l'interesse e le già scarse risorse altrove. I bilanci consuntivi dall'Ente provinciale per il turismo molisano relativi agli anni che vanno dal 1938 al 1941 documentano chiaramente questo epilogo di un progetto di sviluppo turistico mai realmente decollato. Nell'anno 1938 l'Ente provinciale per il turismo raggiunse un buon livello di efficienza strutturale e funzionale ponendo in essere una serie di iniziative «capaci di richiamare l'attenzione degli organi centrali e delle Provincie vicine sulle bellezze e sulle capacità produttive ed organizzative del Molise». Le azioni svolte portarono l'Ente verso una maggiore e migliore considerazione da parte delle amministrazioni e dei privati che assicurarono all'Ente stesso i necessari mezzi finanziari per realizzare quanto necessario. Le azioni poste in essere miravano essenzialmente allo studio dei principali problemi concernenti lo sviluppo del settore turistico molisano ed in particolare si pose attenzione: al collegamento infrastrutturale tra le località della provincia e ai problemi riguardanti la loro valorizzazione. Pari attenzione venne dedicata alla la valorizzazione dei siti archeologici presenti nella Provincia: la Sepino romana, il teatro di Pietrabbondante, i ritrovamenti di Larino, Isernia, Venafro ed Agnone, ottenendo la piena collaborazione del Sopraintendente alle antichità. La valorizzazione del centro turistico di Capracotta, fu un altro degli impegni del 1938. Si ipotizzò di realizzare una variante stradale per raggiungere più agevolmente il comune e si caldeggiò un impegno per garantire lo sgombero tempestivo della neve dalle strade provinciali per facilitare l’accesso a questo importante centro turistico. Sempre nell'ambito della valorizzazione della montagna, ed in particolare del massiccio del Matese, venne redatto un progetto di strada che consentisse l'accesso al pianoro di Campitello Matese posto a 1.400 metri di altitudine, progetto che implicava anche la costruzione di un albergo al servizio dei turisti. La sistemazione della spiaggia di Termoli, considerato l'unico centro marinaro del Molise, fu un altro degli argomenti trattati. L'Ept sollecitò il Comune a costruire un acquedotto "parziale" capace di alimentare le fontane pubbliche, gli alberghi e le spiagge e la sistemazione dell'arenile e delle colline adiacenti il paese. L'Ept si battè per il miglioramento delle attrezzature ricettive della provincia ed in modo particolare per «il nuovo albergo "Impero" a Larino, la trasformazione dell'albergo "Roma" a Termoli, il miglioramento dei servizi igienici dell'albergo "Corona" a Termoli, la sistemazione dell'albergo "Molise" a Campobasso». A tutto ciò si aggiunse un impegno nella promozione pubblicitaria attraverso la stampa di nuovi cartelloni e di cartoline che riproducevano i più bei paesaggi della provincia e dei centri di interesse turistico; oltre che l'organizzazione di diverse manifestazioni culturali e folcloristiche. La realizzazione delle suddette azioni fu facilitata dall'incoraggiamento del prefetto e del segretario federale e dall'aiuto finanziario di carattere straordinarioda parte dell'amministrazione provinciale e comunale. Un plauso particolare veniva fatto alla Segreteria Provinciale dell'O.N.D. per la realizzazione delle manifestazioni popolari delle quali si era assunta l'organizzazione ottenendo particolare successo. Nel 1939 l'azione svolta dall'Ente provinciale per il turismo si rivolse essenzialmente all'attuazione di iniziative e di attività a carattere prevalentemente turistico e propagandistico e all'assolvimento dei compiti demandati dal Ministero del regime. In modo particolare continuò la valorizzazione delle zone archeologiche e delle zone montane, l'opera di ammodernamento delle strutture ricettive e sportive; l'organizzazione delle manifestazioni promosse da vari enti e associazioni; la promozione e propaganda del territorio attraverso pubblicazioni, fotografie ed istallazioni di cartelli stradali. Negli anni 1940 e 1941 l'attività dell'Ente rallentò per l'inizio del conflitto. Pur cercando di rispettare il programma di lavoro previsto non aveva senso sperare in un dinamismo del settore turistico. Nonostante questo vennero organizzati alcuni eventi ed alcune manifestazioni nella regione, sempre con l'obiettivo di valorizzare soprattutto le aree montane e i siti archeologici, così come già fatto negli anni precedenti. Marinangela Bellomo Fonte: M. Bellomo, I primo passi del turismo molisano: l'epoca fascista , in «Glocale», 2-3, Il Bene Comune, Campobasso 2011.
- I miei pensieri lungo gli antichi sentieri da Capracotta ad Agnone
Come ai tempi della transumanza, il viaggio ha inizio lungo un sentiero che ci conduce alle pendici di Monte Campo, costeggiando la strada statale. Un connubio tra antico e moderno. Le piogge dei giorni precedenti hanno attenuato la calura ed il tiepido sole ci sorride nella nostra impresa. Eh già! Perché per noi non abituati a così lunghe distanze quella di oggi ci sembra proprio un'impresa! Non sarà ardito tentare di imitare gli antichi pastori? L'idea è troppo allettante per rinunciare! Iniziamo così muniti di bastoni, scarponi, cappelli e sonaglini antivipera. Non manca un cestino per la raccolta di preziose erbe! Erba, fiori variopinti, arbusti sparsi e più oltre le montagne. Che spettacolo! Nove salici ci attendono nel nostro cammino. Dicono che il nove sia un numero sacro. Sarà un boschetto sacro? La sosta è dovuta e voluta. Ripreso il viaggio nuovi incontri ci aspettano. Che simpatico il grillo campestre che corre alla ricerca di un sasso sotto cui nascondersi. E gli scarabei stercorari che fanno rotolare una palla di sterco, muovendosi come giocolieri su di essa. Per loro non è una cosa sporca, è la vita. Un moderno pastore con le sue pecore ci saluta da lontano. Sotto i nostri piedi compare qui e lì una splendida carlina, sembra un sole in terra. E poi... ma guarda quel bruco dove ha deciso di finire la sua vita strisciante per iniziare quella che lo porterà in volo trasformato in leggiadra farfalla! È sulla trave di un vecchio trullo che ha formato la sua crisalide. Nel nostro cammino siamo giunti in prossimità di un ricovero di pastori. Uno, due, tre ricoveri e resti di chissà quanti altri ancora ci fanno immaginare la vita su questa montagna durante la transumanza. «Qui potevano alloggiare due pastori» ci diciamo. «Qui c'è posto solo per uno. Ma avevano freddo? Cosa si raccontavano? A cosa o a chi rivolgevano i loro pensieri nel silenzio della notte?». Domande che resteranno irrisolte nella nostra mente. Testimonianze dirette di una vita ormai così lontana non ce ne sono quasi più. Spinti ancora da una sorta di emulazione che ci ha accompagnato sin dall'inizio, non esitiamo ad entrare in questi ricoveri, quasi a voler carpire da quelle pietre e da quelle quattro mura sensazioni di chi molto tempo prima ci ha preceduti. Abbandoniamo la nostra temporanea dimora con un po' di dispiacere, ma la strada da percorrere è ancora lunga ed il tempo tra mille riflessioni trascorre. Continuiamo e intanto ci avviciniamo alle pendici di Monte San Nicola. Il nostro sguardo si sofferma all'orizzonte. Agnone ci appare e alle spalle ancora Capracotta. Come sembrano annullarsi le distanze da quassù! Basta tendere le braccia ed avvolgiamo in un abbraccio ideale i due paesi! Ci lasciamo Monte San Nicola alle spalle e scendiamo sulla statale. Non troviamo l'imbocco della vecchia strada comunale Capracotta-Agnone. Per fortuna un passante ce la indica. Il tempo ha cancellato ogni traccia di quell'antico collegamento. Solo erba alta... orientandoci alla meglio ci dirigiamo verso la Fonte del Duca, dove ci regaliamo una meritata sosta per il pranzo. L'acqua che sgorga dalla fontana rinfresca le nostra membra e ci tiene compagnia con la sua melodia. Di nuovo in cammino. Stavolta è un campo di grano che ha nascosto il sentiero. Lo attraversiamo e come è dolce farsi accarezzare dal grano a sua volta accarezzato dal vento che lo fa ondeggiare lievemente! Ritroviamo il sentiero, ormai Agnone si avvicina sempre di più. Passiamo davanti a delle case e delle persone gentili ci offrono da bere. Ora ci toccherà affrontare l'ultimo tratto in salita. Una stradina che taglia il bosco si inerpica sul versante... il nostro viaggio sta per terminare. Com'era lontana la meta! Questa giornata lascerà in ognuno di noi un ricordo particolare. A me ha lasciato una forte sensazione di libertà, perché la natura è libera, e di felicità, perché come non si può gioire di fronte a tanta meraviglia! E poi il fatto di aver portato a termine quella che all'inizio appariva come un'ardua impresa è una soddisfazione immensa. Non so se mai ripeterò una tale esperienza, ma una cosa è certa, non la dimenticherò mai! Isabella Pannunzio Fonte: http://www.altosannio.it/ , 20 maggio 2007.
- Il nevofilo
Il meteoappassionato freddofilo è quanto di più bizzarro possa esistere nel campo della meteorologia amatoriale, è sempre in cerca dell'evento storico, lo vede anche quando non esiste, si esalta o si deprime con costante alternanza ogni circa sei ore, sogna di vivere ora in Siberia, ora a Capracotta, ora in Giappone, ama la neve come e più della sua squadra del cuore, e in alcuni casi più dei suoi simili. È nella maggior parte dei casi super preparato in materia, conosce tutte le figure bariche possibili e immaginabili e anche qualcuna in più, possiede una o più stazioni meteo e termometri esterni disseminati ovunque in giardino, terrazzo, tetto o balconi, partecipa attivamente o meno a tutti i forum meteo della rete. Nei momenti più difficili il nevofilo entra in crisi di astinenza e si dà alla caccia di foto, filmati, grafici e carte vecchie di cinquant'anni sulle quali poi costruisce fantasiosi ed inverosimili scenari futuri, o ancora peggio si affida ad eventi di portata planetaria: rallentamento della corrente del Golfo, inversione dei poli magnetici terrestri e chi più ne ha più ne metta. Una strana sindrome colpisce tutti i nevofili: il lampionismo. Il lampionismo è una malattia più diffusa di quanto si possa pensare tra i meteoappassionati e insorge fin dalla tenera età e consiste nell'osservazione continua e spesso immotivata del lampione posto di fronte casa nelle ore notturne. Dopo parecchie ore di osservazione in assenza di precipitazioni, l'affetto da lampionismo comincia a delirare avvistando inesistenti fiocchi di neve. Nel corso di questa bizzarra attività il malato è spesso impegnato nella pulizia del vetro della finestra, appannato dal proprio alito. Il nevofilo è geloso e può divenire anche aggressivo, vorrebbe la neve tutta per sé, e si infuria se qualcuno viola la sua amata dama bianca passandoci sopra con l'automobile. Quando la neve fa la sua comparsa, sul viso del nevofilo si dipinge una strana espressione da beota, in realtà gode come un pazzo, è in uno stato di euforia che non gli consente di rapportarsi con la gente normale, solo gli altri nevofili possono comprenderlo. Un'altra malattia che colpisce il meteoappassionato è la sindrome da modello fisico-matematico, da ora in poi SFM. Da studi approfonditi, appare ormai certo che la costante alternanza di stati d'animo accennata all'inizio di questo articolo, sia dovuta proprio alla SMF, malattia meno rara di quanto si possa immaginare. Il paziente affetto da SMF spulcia la rete alla ricerca di carte di ogni tipo fin quando non trova quella a lui più congeniale, che assume poi come verità assoluta ed insindacabile per le prossime sei ore. Nei casi più gravi di SMF, l'ammalato vede maiali, cammelli oppure orsi, ma in casi più sporadici anche altri animali o oggetti. Fonte: http://prignanometeo.altervista.org/ .
- Trains de vie: Caserta-Campobasso
C'è un treno piccolo che ho scoperto da ragazzino. Un treno che ha due vagoni, prima e seconda classe, ma che si presenta come un unico pezzo. Di colore azzurro, in genere, talvolta grigio e verde, e da Caserta a Napoli ti fa arrivare in un battibaleno. L'ho sempre preso in quella direzione, mai in quell'altra, che da Caserta porta a Campobasso, Molise, una regione piccola, fiera. Mai prima di oggi. Non so se capita anche a voi che in un'esperienza classificabile come "mai successa", in questo caso andare nella direzione opposta a quella presa abitualmente per una decina d'anni in gioventù, si accodino altre, tanto inaspettate quanto terribilmente belle. Come la corsa in stazione con un'amica, Grazia, che non solo mi salva dal perdere il piccolo treno ma che al momento in cui si chiudono le porte, caccia dalla borsa un fazzoletto rosso e me lo sventola con un gran sorriso e tu ridi, ridi dentro, ridi fuori. Pensi che aver interdetto gli amici, da sempre, di restare sul binario fino alla partenza del treno sia stata la più grande cazzata che potessi fare. Pensavi che rimanendo sula banchina, le persone che ami rendessero irreversibile la partenza, che non si potesse tornare indietro, come se invece nel dubbio della partenza si nascondesse una possibilità diversa. Comunque sono su un treno che va da tutt'altra parte, e questa parte ha colori tenui, catene montuose a vista su un lato e sull'altro colline brulle a tratti e a tratti boscose. Ho come compagni di viaggio Alessandra, che vive a Bruxelles ed è originaria di Capracotta. Ha orecchini grandi, occhi verdi, capelli neri, e somiglia davvero ai ritratti delle brigantesse, che tra queste cime davano filo da torcere alle forze dell'ordine, del vecchio come del nuovo. Marcello che legge l'autobiografia di Mingus, suona il sassofono e vive a Milano. Io scrivo queste note e per un attimo mi faccio parte assente dal tutto. A Isernia scenderò a fumare una sigaretta, se ce ne sarà il tempo. Francesco Forlani Fonte: F. Forlani, Il peso del Ciao , L'Arcolaio, Forlì 2012.
- Pasquino vs Pizzella
Benedetto XIII (1649-1730) fu, prima di tutto, uno strenuo difensore della Chiesa di Cristo. La sua severità dottrinale e teologica lo portò a produrre una gran quantità di editti persino «contro i fucinatori di satire», uno su tutti: Pasquino, il personaggio satirico che, a notte fonda, appendeva ad una "statua parlante" del Rione Parione a Roma i suoi versi contro il potere temporale dei pontefici. Dopo l'elezione di Benedetto XIII, però, Pasquino cominciò a sentirsi braccato, tanto che, preoccupato, scrisse al compagno e amico Marforio: Marforio, sta' zitto: de' preti la foja impone già al boja che impicchi, che squarti color che fan l'arti; per rabbia o per zelo cantiam l'Evangelo; perciò fila dritto: Marforio, sta' zitto... Il silenzio di Pasquino e di Marforio, «anime a flagellare i vizi nate», durò non molto. I due tornarono sulle scene alla morte del papa, avvenuta il 21 febbraio 1730, e si sfogarono con una grandinata d'invettive contro i protetti del defunto Benedetto XIII, in primis il card. Niccolò Coscia (1682-1755) - processato in seguito da Clemente XIII - e poi il card. Francesco Antonio Finy, il maestro di camera mons. Fregoni e i camerieri segreti Nicola Saverio Santamaria, Domenico Prati e Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), vescovo capracottese che nel 1726 era stato nominato canonico di San Pietro. Questa intellighenzia ecclesiastica, agli occhi di Pasquino, costituiva «la banda dei Beneventani, così definita dalla città natale del Coscia». Nel periodo di Sede Vacante conseguente la morte del papa, il governatore di Roma inasprì le pene contro Pasquino che, più beffardo del solito, scrisse: È ridicola cosa, affè di Dio, che i rei Beneventani malfattori richiedan da Pasquin s'esser poss'io delle satire autore ch'escon fuori, né san veder che loro son gli autori con l'usurpar quel ch'è d'altrui, ch'è mio, la Chiesa col spogliar d'argenti ed ori, col vender Cristo e rinnegare Iddio. Prima che Clemente XII venisse eletto al soglio pontificio il 12 luglio 1730, Pasquino, dando fondo a tutto il suo risentimento, affisse sulla statua del Parione un ennesimo lungo sonetto d'invettiva, nel quale gettava discredito sul card. Coscia, «non solo [per la] sua effettiva gestione interessata dei beni ecclesiastici, ma anche [per la] persecuzione che lo trasformava in capro espiatorio stornando l'attenzione da ulteriori comportamenti riprovevoli di altri prelati». Tra questi altri presuli c'era anche il nostro Pizzella, considerato, assieme alla «corte beneventana», una sorta di negromante: Coscia, Fini, Fregon, Prati, Pizzella e cent'altri negrissimi stregoni, s'erano uniti a guisa di ladroni, di Pietro a depredar la navicella. La diletta del ciel, inclita e bella sposa di Cristo, l'alte sue ragioni conculcate piangea: del rio Negroni temea Roma l'orribile procella. Quando mosso a pietà l'almo sovrano, che risplende nel ciel di sé contento, amò l'invitta sua vindice mano. riempò Coscia di duolo e di spavento, fugò l'iniquo stuol del Vaticano, scosse Roma il suo giogo in un momento. Perché i romani non facevano vendetta. figli della viltà, perché perdete il tempo a vendicar le vostre offese contro Coscia, Fregoni e Genovese or che il sostegno lor morto vedete? Perché l'iniqua turba non prendete, con ferri, con bastoni e faci accese, e il livor, che a ciascun feste palese, nel sangue lor bestial non estinguete? Ah figli! ché la legge ancor v'addita ad abbracciare il colpo a un'istess'ora e a privar gli empi di robba e di vita. che s'essi vi mandaro alla malora vuole il dover (non è opinion prescita) che per le vostre man moiano ancora. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. de Antonellis, Partita a scacchi tra porporati: Coscia sfida il futuro papa Clemente XII , in «Quærere Deum», 2, Ist. Sup. di Scienze religiose "Redemptor Hominis", Benevento 2010; G. F. Loredano, Il cimiterio: epitaffi giocosi , Mancini, Tivoli 1646; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Inventari dei manoscritti delle biblioteche d'Italia , vol. LXVIII, Olschki, Firenze 1939; C. Rendina, Pasquino statua parlante , in «Roma Ieri, Oggi, Domani», III:20, Roma, febbraio 1990; P. Romano, Pasquino e la satira in Roma , Ferri, Roma 1932; P. Romano, Pasquino nel Settecento , Agostiniana, Roma 1934; U. Winter, Die Handschriften-Verzeichnisse der Deutschen Staatsbibliothek zu Berlin , vol. I, libro III, Harrassowitz, Wiesbaden 1994.
- Riforme daziarie
Una grave e complicata quistione sulla necessità di modificare le leggi sul dazio di consumo si va oramai agitando presso il Governo e presso i Comuni, ma la soluzione riuscirà sempre abbastanza difficile, perché le diverse opinioni più che dipendere da un giusto ed imparziale sentimento di equità derivano da veri e personali interessi. Il Comune di Capracotta, che tiene applicate nella massima misura tutte le tasse ed i dazi aventi materia d'imposizione, focatico, tassa bestiame e di posteggio, addizionali al dazio governativo e dazio proprio su paste, riso, olio, pesci, frutta ecc., preoccupato delle continue variazioni nei bilanci, e sopratutto delle difficoltà per l'esatta applicazione e per la regolare riscossione, dopo accurato studio venne alla conclusione dimostrativa che dichiarando il Comune chiuso per i soli effetti del vino, non solo avrebbe ricavato un provento che poteva permettergli l'abolizione di tutti i dazi e di quasi tutte le tasse, ma di ridurre la tariffa sul vino a sole £ 5 l'Ettolitro, ed anche di meno aumentando il consumo. Questo provvedimento che con vera abnegazione venne proposto dai produttori di vino ed approvato dal Consiglio, trovò l'unanime favore del paese, il quale pur di non essere vessato in tanti modi, e spesse volte con erronei criteri, accettava il principio dell'uguaglianza, riconoscendo savia e giusta una riforma, che, allontanandosi da fantastiche ed odiose considerazioni di accertamento, massime pel focatico, colpiva, senza eccezioni, il consumo reale in qualunque modo venisse fatto. A questa domanda il Governo restò maravigliato. Possibile? Un Comune vuole essere dichiarato chiuso? E cominciarono le solite pastoie burocratiche, innanzi alle quali l'Amministrazione non si arrestò punto, ma a furia di chiarimenti e di opportune considerazioni giunse a persuadere il Governo, che dopo un'ultima formalità si è riserbato di omologare la pratica. Ora se un Comune, i cui abitanti oltre i dazi sono gravati dalla media onerosa di £ 3,47 di tassa ognuno, si avvantaggerà tanto da un dazio uniforme sul solo vino, quali maggiori benefizi non potranno ripromettersi quelle amministrazioni che si trovano in condizioni migliori? La rigorosa ingerenza del Governo in fatto di dazio è nociva ai Comuni, perché ne paralizza ogni opportuna iniziativa, è ingiusta come la distinzione fra Comuni aperti e chiusi; è vessatoria come la disposizione nei Comuni aperti di esentare da dazio coloro che possono disporre di mezzi per compare 25 litri di vino, per gravare invece la mano sull'indigente che deve giornalmente regolare il consumo secondo il guadagno. Donde il fatto innegabile e riprovevole che le entrate comunali per dazi nei comuni aperti sono prodotte dal solo povero col minimo concorso dell'agiato! La Camera dei Deputati su relazione dotta e ragionata dell'on. Berio nella seduta del 3 Febbraio 1881 prese in considerazione un progetto di legge, che mirava appunto all'abolizione dei Comuni aperti della distinzione fra minuta vendita e vendita all'ingrosso. Ma poi, come sempre accade per le riforme buone, non se n'è fatto più nulla, e si è continuato a gridare contro la sperequazione di questo sistema tributario, senza mai affrontare obbiettivamente la quistione. E poi dire che non sono i personali interessi degli alti papaveri quelli che s'impongono!... Il Governo, secondo me, farebbe atto di vera giustizia se, consolidato il proprio canone daziario, desse vigore al dimenticato progetto di legge dell'on. Berio, ed accordasse ai Comuni la necessaria autonomia per applicare e riscuotere i dazi secondo i loro bisogni e le loro speciali condizioni, sicuro che i Comuni stessi sapranno giovarsi dei proventi del dazio per abolire o ridurre nei loro bilanci le tasse, e per abolire non solo i dazi sulle paste, farine ecc. ma su altri fastidiosi balzelli, che richiedono delle inutili spese di riscossione a danno dell'economia comunale. Capracotta, 5 aprile 1901. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Riforme daziarie , in «L'Alba», I:13, Isernia, 7 aprile 1901.
- Funghi e tartufi, ricchezza della nostra terra
Capracotta: da sempre sinonimo di particolarità. Sia essa ambientale, sia culturale, sia legata alle tradizioni che fanno del nostro paese un vero e proprio unicum . Questa particolarità possiamo ritrovarla anche in ciò che la natura ci dona attraverso i "frutti" della terra. A cominciare da quel che il sottobosco o i prati che circondano la nostra località offrono. Qui, durante la stagione "giusta", non è difficile imbattersi nella tante varietà di funghi che da sempre catalizzano l'attenzione dei numerosissimi cercatori per i quali l'approccio con la natura rimane un momento fondamentale. I funghi, per chi non lo sapesse, sono organismi vegetali costituiti da un semplice tallo, da cui il nome "tallofite", formato da più cellule tubolari dette ife, saldamente intrecciate tra loro. Tutte, nell'insieme, costituiscono il cosiddetto micelio, che vive sotto terra e può vegetare per molto tempo senza produrre il carpoforo, o corpo fruttifero, il quale vive esternamente al substrato, che è poi la parte che chiamiamo comunemente "fungo". I funghi sono piante prive di clorofilla, il pigmento che nei vegetali permette la fotosintesi. Ne esistono moltissime specie, diverse delle quali commestibili. Tuttavia bisogna fare molta attenzione perché esistono funghi che si assomigliano tra loro, ma non tutti sono commestibili. Ce ne sono infatti di veramente pericolosi i quali, una volta mangiati, possono addirittura provocare la morte nell'assuntore. Da cercatore di funghi devo purtroppo constatare che non tutti hanno una buona conoscenza delle varie tipologie presenti nel nostro territorio. Per essere sicuri di raccoglierne di commestibili occorre dotarsi innanzitutto di un buon manuale; poi ci vuole memoria visiva e molta cautela. Infine, prima di mangiarli, i funghi andrebbero fatti esaminare da un esperto. A tal fine esiste uno specifico ufficio presso ogni Asl al quale potersi rivolgere per fugare ogni dubbio sulla commestibilità di ciò che si è trovato. Nei nostri boschi le specie molto ricercate sono sicuramente i Boletus edulis e i Boletus aereus , meglio conosciuti come porcini. Altro ottimo fungo, anch'esso molto ricercato, è il Cantharellus cibarius , cioè galletto, o galluccio, dal colore arancio intenso e dal profumo inebriante e delicato. Della stessa famiglia è il Cratherellus cornucopioides , o trombetta dei morti, per il suo colore nero intenso. È un fungo ottimo da mangiare, che si presta ad essere essiccato e polverizzato per insaporire le pietanze. Quando arriva l'inverno, tra gli aghi di abete bianco, è possibile imbattersi nel Lactarius deliciosus , o fungo d'abete. Ma non è difficile neppure trovare la Russula virescens , dal colore verdeggiante, poco conosciuta dal popolo dei cercatori di funghi. Sotto il manto di foglie secche, se si ha fortuna, si potrà inoltre scoprire il Cortinarius praestans - il cortinario - molto carnoso e sodo. Trasferendosi nei prati si potrà invece trovare il Calocybe gambosa , o spinarolo, ed il Tricholoma georgii , o fungo di San Giorgio. Ed ancora l' Agaricus spissicaulis , cioè il classico prataiolo. Al fianco di queste specie ne esiste una che, per le sue specificità, risulta estremamente ricercata, ma anche molto costosa. Stiamo parlando del Tuber magnatum pico , sua maestà il tartufo bianco. Non va infatti dimenticato che il tartufo è un fungo ipogeo, cioè sotterraneo, a differenza di quelli epigei, ossia che vivono in superficie. Al fianco del tartufo bianco c’è il Tuber aestivum , o tartufo nero scorzone. Il tartufo, considerato ormai come il diamante della cucina, era già conosciuto molti secoli or sono. Le prime testimonianze risalgono addirittura a 3 mila anni prima di Cristo, epoca in cui i re babilonesi ricevevano questo frutto prelibato, di cui erano molto ghiotti, fra le sabbie del deserto. Loreto Beniamino Fonte: L. Beniamino, Funghi e tartufi, ricchezza della nostra terra , in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.
- Corso pratico di zootecnia e caseificio in Capracotta
A iniziativa della Cattedra di Agricoltura della Provincia di Campobasso, e, con i fondi concessi dall'On. Ministero dell'Economia Nazionale, avrà luogo in Capracotta un Corso pratico di Zootecnia e Caseificio. Il Corso durerà 12 giorni, e verrà svolto dal Reggente della Sezione Zootecnica dell'Istituto Dott. Pietro Fabrizio. Alcune brevi conferenze teoriche tratteranno la scelta e l'allevamento del bestiame lattifero, composizione chimica del latte e il controllo di questo, i processi fermentativi, i principi di tecnica casearia e l'utilizzazione dei cascami del caseificio, mentre altre avranno per argomento le disposizioni, arredamento e cure igieniche dei piccoli caseifici, la contabilità elementare, i rendimenti economici ecc. Le esercitazioni pratiche riguarderanno principalmente l'applicazione dei processi tecnici razionali alla confezione dei prodotti più accreditati del caseificio meridionale, come i formaggi duri e teneri a pasta filata (provoloni, caciocavalli, scamorze), i formaggi di latte pecorino con caratteri commerciali uniformi, e la fabbricazione del burro dalla panna, dal siero latteo e dalle acque grasse. Alle conferenze seguiranno ogni giorno esercitazioni pratiche sulla lavorazione del latte e dei sottoprodotti e sull'uso di strumenti e macchine relative. Al Corso potranno essere ammessi uomini dell'età dai 16 ai 30 anni, che dichiarino di saper leggere e scrivere e facciano pervenire la domanda in carta semplice, non oltre il 15 giugno 1924 , alla Direzione della Cattedra di Agricoltura in Campobasso. Il numero degli iscritti non potrà superare quello di 20, dei quali 10 del Comune di Capracotta e 10 di altri comuni, accolti in ordine di presentazione delle domande. Ai frequentatori del Corso verrà rilasciato uno speciale attestato e concessa la diaria giornaliera di £ 4 per quelli di Capracotta e £ 12 per quelli degli altri comuni. Mario Lembo Fonte: M. Lembo, Corso pratico di Zootecnia e Caseificio in Capracotta , in «La Nostra Ora», IV:18-21, Campobasso, 31 maggio 1924.
- La favola triste di Iacogol
Non aveva certo un nome da centravanti, Erasmo. Come lui si chiamavano il vescovo di Formia, vissuto nel terzo secolo dopo Cristo e patrono dei pescatori del Mediterraneo e il celebre teologo dell'Umanesimo cristiano, Erasmo da Rotterdam, autore dell'Elogio della follia. Erasmo Iacovone invece era nato nel 1952 a Capracotta, un piccolo centro del Molise in provincia di Isernia imbiancato dalla neve per gran parte dell'anno, ed era cresciuto a Bagni di Tivoli. Il padre faceva il portalettere, e quando Erasmo aveva due anni aveva deciso di trasferirsi con tutta la famiglia alle porte della Capitale per dare un futuro migliore ai suoi figli. Iacovone aveva mosso i primi passi nell'Albula, quindi aveva debuttato in D nel 1971 a soli 19 anni con l'Omi Roma. Dopo un'esperienza poco felice a Trieste era esploso a Carpi, dove aveva trascinato con 13 reti i compagni verso la promozione in C. I dirigenti del Mantova lo avevano prontamente acquistato nell'estate del 1974. A Taranto era arrivato verso la fine dell'autunno del 1976. Il presidente Giovanni Fico, un commerciante di carni che partendo dal basso si era trasformato in importatore e poi addirittura in un industriale rilevando un'azienda metalmeccanica in cattive acque, lo aveva preso in comproprietà per centotrenta milioni in contanti più la metà di Scalcon. La compagine pugliese navigava in serie B con l'unico obiettivo di salvarsi, anche all'ultima giornata. Il colpo di mercato, inizialmente accolto con diffidenza nonostante la buona media realizzativa di Erasmo a Mantova, si rivelò presto un autentico affare per il vulcanico patron, per il mister Gianni Seghedoni e per il suo secondo Tommaso De Pietri che aveva conosciuto l'attaccante a Carpi e ne aveva caldeggiato a più riprese l'ingaggio. Tra Iacovone e i tifosi rossoblù era stato amore a prima vista fin dall'esordio, il 31 ottobre in quel di Novara. Il Taranto era andato subito sotto dopo sei minuti a causa di un gol di Guidetti. Verso la metà del secondo tempo era stato Erasmo a rimettere le cose a posto, e lo aveva fatto con il suo marchio di fabbrica, il colpo di testa, sfruttando un cross di Gori. Si era alzato quasi in cielo, in mezzo ai difensori piemontesi, e aveva battuto il portiere avversario Buso con uno stacco perentorio, fissando la partita sul risultato di 1-1. Quell'anno Iaco-gol andò a segno otto volte e le sue prodezze, tutte di testa e senza battere neanche un calcio di rigore, contribuirono alla salvezza della squadra. Aveva i baffetti vispi, un sorriso gentile e un fisico tracagnotto, ma con il pallone ci sapeva fare sul serio. Nell'estate del 1977 Fico decise di tenersi stretto il bomber e rilevò dal Mantova l'altra parte del cartellino. L'operazione in totale costò circa 400 milioni, uno sproposito. In panchina Tom Rosati rilevò Seghedoni e l'undici rossoblù cominciò inaspettatamente a volare. Ai primi di novembre il Taranto condivideva incredibilmente con l'Avellino la seconda posizione, dietro l'Ascoli dei record. La Città dei due Mari era impazzita di gioia. Iacovone era l'idolo incontrastato dello stadio Salinella, un impianto vetusto di legno e tungsteno che, mai come in quel momento, sognava la serie A. Erasmo si era integrato alla perfezione nel gruppo. Con Spadino Selvaggi, futuro campione del mondo nel 1982 in Spagna con la Nazionale di Bearzot, formava una coppia di tutto rispetto. Taranto non gli stava stretta, anzi amava le bellezze di quel lembo di terra così lontano dal Molise: l'isola del Borgo Antico e la penisola del Borgo Nuovo, il ponte girevole, il castello Aragonese, l'Arsenale della Marina Militare, il Mar Grande e il Mar Piccolo, la zona vecchia. Il lungomare poi era un incanto, specialmente quando il vento spirava nella direzione giusta e spazzava via l'odore acre dell'acciaieria. In quel momento storico Taranto era un centro in grande espansione, anche grazie all'Ilva, e Iacovone rappresentava l'immagine positiva di una città che reclamava a gran voce un posto di primo piano nel panorama del calcio italiano. Mentre in campo era il classico rapinatore delle aree di rigore, una volta spente le luci dei riflettori, tra le pareti domestiche Erasmo si trasformava e si dedicava completamente alla moglie Paola. Si erano conosciuti a Carpi ed era scattata la scintilla. Iaco-gol era un pantofolaio, non amava la vita tutta lustrini, locali e bellezze da capogiro cara alla maggior parte dei calciatori. Preferiva stare in casa, ascoltare un disco di Mina o di Drupi, vedere in tv un film western o al cinema una pellicola con Monica Vitti e Nino Manfredi, cucinare una buona pasta al pomodoro, leggere un quotidiano o divertirsi con le parole crociate. I compagni e la gente stravedevano per la sua bontà e per la sua semplicità. Tra l'altro, rispetto al primo campionato in rossoblù, Iacovone era anche migliorato tecnicamente. Si era tirato a lucido, e se all'inizio appariva alle volte macchinoso, ora era dimagrito e riusciva a sgusciare via con maggiore facilità. Aveva iniziato a segnare non soltanto di testa e i grandi club avevano cominciato a chiedere informazioni su di lui. Si erano fatti avanti il Pescara, la Fiorentina, la Roma e l'Inter, ma il presidente Fico aveva nicchiato. Il vecchio macellaio si coccolava il ragazzo di Capracotta, gli voleva bene come un figlio. Con le reti di quel goleador pagato a peso d'oro ogni traguardo sembrava a portata di mano. All'undicesima giornata, il 20 novembre 1977, il Salinella si vestì a festa per il derby con il Bari. Allo stadio accorsero più di venticinquemila spettatori, ai botteghini si registrò un incasso di circa ottantadue milioni. Il Taranto rivelazione scese in campo con Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Fanti, Iacovone, Selvaggi, Caputi. Lo spauracchio nel Bari era l'attaccante Pellegrini, che contendeva a Iaco-gol il trono di capocannoniere insieme a Palanca del Catanzaro. La gara fu maschia e molto combattuta, come era facile prevedere. La risolse a un quarto d'ora dalla fine proprio Iacovone con un delizioso pallonetto che superò De Luca e fece esplodere il Salinella. Il boato risuonò per tutta Taranto. I galletti tornarono a casa con le pive nel sacco, i rossoblù facevano sul serio. L'Ascoli, l'Avellino, il Catanzaro e le altre pretendenti erano avvisate. La sera, fu festa grande a base di cozze in ogni quartiere. Si stapparono migliaia di bottiglie di spumante e di birra Raffo, la bibita tarantina per eccellenza. Purtroppo la sorte era in agguato, e quella che sembrava una meravigliosa favola con il classico lieto fine si trasformò ben presto in un incubo. Il 5 febbraio 1978 al Salinella si presentò la Cremonese in lotta per non retrocedere. La partita fu a senso unico. Il Taranto chiuse i grigiorossi nella propria metà campo per tutti i novanta minuti. Iacovone, capocannoniere della serie B con nove centri, bombardò a ripetizione il povero portiere ospite Ginulfi, esperto numero uno con trascorsi importanti nella Roma e nella Fiorentina. Ginulfi non era affatto uno sprovveduto. Una volta, quando giocava nella Roma, aveva parato un rigore a sua maestà Pelè. Alla fine dell'amichevole tra i giallorossi e il Santos, O' Rey gli aveva regalato la maglietta e si era congratulato con lui. Quel maledetto 5 febbraio del 1978 l'estremo difensore fu letteralmente strepitoso. Volava da un palo all'altro della porta, sembrava avesse le molle al posto dei tacchetti. Erasmo ci provò in ogni modo: di testa, di collo, di destro, di sinistro, ma non ci fu nulla da fare. L'incontro si chiuse sullo 0-0, ma il pubblico applaudì lo stesso. La sera Iacovone si recò con la sua Dyane 6 targata Modena al ristorante La Masseria di San Giorgio Jonico per assistere a uno spettacolo di Oreste Lionello che poi non andò in scena perché il locale era quasi vuoto. Poco dopo la mezzanotte, mentre si stava immettendo sulla statale in direzione Taranto, venne centrato in pieno da un pregiudicato, Marcello Friuli, che viaggiava a fari spenti inseguito dalla polizia a oltre 180 chilometri orari con un'Alfa Romeo GT 2000 rubata al noto chirurgo romano Giulio Bernardini. Erasmo fu sbalzato fuori dall'abitacolo. Il suo corpo fu ritrovato su una cunetta ad una cinquantina di metri dall'impatto. Fu trasportato d'urgenza all'Ospedale SS. Annunziata, ma fu tutto inutile. Iacovone era morto sul colpo, con la catenina d'oro che portava di solito al collo stretta tra le labbra. I compagni di squadra, sconvolti, arrivarono uno alla volta al nosocomio insieme a una moltitudine indescrivibile di tifosi. Il portiere croato Zelico Petrovic, dopo aver cercato di aggredire Friuli, passò la notte accanto a Erasmo. Taranto si risvegliò in un tristissimo lunedì mattina di inizio febbraio senza più il suo bomber con i baffi. Non aveva neanche ventisei anni. Il giorno dei funerali, una folla immensa accompagnò il feretro prima nella Chiesa di San Roberto Bellarmino, poi al Salinella per l'ultimo saluto. La moglie Paola, al quarto mese di gravidanza, rimase a Carpi, straziata dal dolore. Cinque mesi dopo sarebbe nata la piccola Maria Rosaria. Sotto la pioggia, davanti a quindicimila spettatori in lacrime, il presidente Giovanni Fico promise che lo stadio avrebbe portato il suo nome. In appena quarantotto ore l'impianto venne ribattezzato "Erasmo Iacovone". Senza di lui, il Taranto. Fabrizio Prisco Fonte: F. Prisco, Campioni per sempre. Storie e miti di eroi immortali del calcio , Ultra Sport, Roma 2016.
- Apprezzo feudale di Capracotta (II)
Si vive in detta Terra à catasto, pagando per ciasched'uno per aes, et libram, e viene governata da un Sindico, e sei eletti, però il Sindico tiene peso dell'entrate, et alla fine dell'anno del suo Governo ne dà conta due Rationali, li quali s'eliggono dal nuovo Governo, e si fanno ogn'anno al principio di Settembre, dando l'Università un memoriale al Padrone, e nomina per la creatione del Sindico trè Cittadini, atti de' quali uno n'elige à suo arbitrio il Padrone, et l'eletto Sindico chiama sei Cittadini per eletti, e tutti danno giuramento al Governatore de' benefideliti, administrando quando venessero spese extraordinarie, et la distribuzione fatta per aes, et libram, non bastasse, si fanno tasse per supplire per aes, et libram. Stà numerata con la nuova numeratione per fuochi 183, e paga alla Regia Corte di Fiscali ogn'anno per li 42 carlini à Fuoco assignati al Banco della SS. Annuntiata annui docati 729, tarì 3, et a don Matteo Aldana annui docati 35, che uniti sono li docati 768, tarì 3. Ad Instrumentarij annui docati 140. Al Patrimonio de Sanctis del Vasto Girardo annui docati 90 per capitale di docati 2.050. Alla Chiesa di Nostra Signora di Loreto, descritta sopra, per capitale di docati 1.000 annui docati 36. A Giovanni Baccaro di detta Terra per capitale di docati 300 annui docati 15. All'Avvocati in questa Città annui docati 20. Al Consultore annui docati 20. Al Governatore per la revocatione alli banni annui docati 12. Al medesimo per l'utensili tassati in annui docati 18. Al Predicatore, che un anno il pone il Vescovo, e l'altro l'Università,che sempre li fà le spese annue docati 20. Ad uno Corriero continuo, così per portare e pigliare le lettere del Procaccio, come per altre occorrenze dell'Università annui docati 35. A quelli, ch'esiggono le collette se li dà dieci per cento per l'exattione. Alli Soldati della Militia annui docati 52, tarì 2, grana 10. Alli Guardiani delle Difese, ed altre occorrenze annui docati 20. A quelli, che fanno il catasto annui docati 7. Per carta da scrivere annui docati 5. Al Mastro d’atti per atti civili annui docati 7. Al Clero per capitale di docati 100 annui docati 8. Al Sacristano della Chiesa Matrice con peso di toccare la campana annui docati 4. Per riparatione delle case, e Taverne annui docati 10. Paga la detta Università al Sindico annui docati 50. All'Organista annui docati 12. Al Cancelliere annui docati 12. Al Baglivo annui docati 25. A due Fisici del Paese annui docati 100. Al Clero per le Processioni delle Feste solenni di S. Sebastiano e S. Margarita, e Messe che si dicono la mattina all'Alba nelli quattro Mesi d'Estate, per commodità de' Pastori, et altra gente di campagna, resto però le Messe a beneficio de' Sacerdoti annui docati 22. Alla Persona, che carrica l'orologgio annui docati 10. Al Barone per la colletta di S. Maria annui docati 43. La detta Terra possiede, oltre che la taverna, la quale sempre stà vacua per non esser luogo di passaggio, ad un territorio demaniale di tumola 1.000 in circa di capacità, nel quale passano l'animali de' cittadini franchi, però quelle delle Chiese, e Preti, che affittandosi, si potria pagare docati 500 l'anno, però li Cittadini se lo pascolano con loro animali, e pagano li sudetti pesi, come si è detto justa consta. Possiede il Barone il mero, et misto Imperio, quattro lettere arbitrarie, gladij potestate, banco di Giustizia, cognitione delle prime, e seconde cause civili, criminali, e miste. Possiede anco la casa Baronale, che sta all'uscire alla porta detta Nova con portone verso la strada, e s'entra in un cortiglio coverto à travi, sotto del quale è una cantina e finestra al primo ballatoro, et la porta per la quale si cala abasso alla detta cantina, e continuando la grada con due tese in grada di pietra, s'entra in una sala. Sopra il detto cortile, la quale sta senz'astrico a cielo, a mano destra del quale hanno tre camere tutte coverte a travi, e tre delle quali hanno l'aspetto sopra la strada, alle quali sono due astrichi sfondati, et una senza l'astrico a cielo, e ritornando alla strada, a finestra del portone con porta alla strada s'entra a due magazzeni coverti à travi, nel primo vi è una fossa da conservare grano di capacità di tumola 800 in circa, et nel secondo un'altra di capacità di tumola 1.000 con finestre a lume verso la strada. A destra del detto cortile vi è un'altra porta per la quale s'entra a sei altre camere, e vi è la prima con lumi verso la strada, et due altre con le porte et le rimanenti tre altre con finestre verso piede di pietra. Possiede la Mastro d'attia, bagliva e fida per legname e carboni, collette di S. Maria, adoha delle Vicenne piane, Feudo, che hoggi si possiede dal barone Giovanni Tomaso Marchesano, due mulini con acqua uno dei quali chiamato il Molinello, sotto la detta Terra al vallone verso Mezzodì, che sta sopra il demanio dell'Università, nel luogo detto Verrino, discosto dalla detta Terra da 1 miglio, il quale solamente macina l'Inverno perché l’estate li manca l’acqua. L'altro sta distante dalla detta Terra da miglia 4, in territorio del Barone detto le Guastre, uno delli Feudi rustici nelli confini verso Agnone, con parte dell’acqua della quale macina, et il Barone per detta causa paga alla detta Università d'Agnone tumola 33 di grano ogn'anno, concedino nel medesimo luogo, vi è la valchiera per valcare li panni che si fanno nel Paese. Possedeva il Barone diversi Feudi, cioè Macchia, Monteforte, Spedaletto, Guastra, Macchiole, Cannavine, e Cannavinelle, parte de' quali prima erano habitati, adesso solamente servono per li seminatori, et herbaggi, l'hospidaletto e tutto l'herbaggio, l’altri parte herbaggio, et herbaggi, e parte seminatori, et il Barone tiene diverse rendite sopra detti Feudi. Entrate del Barone videlicet La Mastro d'attia, da fertile ad infertile, ogn'anno docati 69. La Bagliva, fida di legna e carboni tra fertile, et infertile docati 82. Adoha delle Vicende di piana annui docati 5. Colletta di S. Maria, che paga l'Università annui docati 43. Il valcaturo tra fertile, et infertile annui docati 121. Il molino sotto il detto valcaturo vende ogn'anno, tra fertile, et infertile, tumola 157 di grano, valutasi conforme il prezzo di più anni a grana 70 il tumolo annui docatri 94. Herbaggi delli detti Feudi venduti a' cittadini per più anni, annui docati 1.000. Terraggi, e quello s'esigge in grano delli prati e colmatura, tra fertile, et infertile, annui tumola 527, alla quale summa se ne deducono annui tumola 40, che si pagano cioè all'Università d'Agnone per causa dell'acqua del molino ut supra, anni tumola 33 allo Abbate di S. Nicola, SS. Giovanni e Rocco, tumola 4 all'Arciprete, per la molinella tumola 4, restano per tumola 486, valutati a grana 60 il tumolo ut sopra, sono annui docati 291, tarì 3. L'Università ha pagato annui docati 45 al Barone per il presente d'ogn'anno, lo quale dice l'Università che qualche volta li ha pagati ma non continuatamente, et sine è protestata non voler pagare per l'avvenire. Provvedimenti non vi ne sono stati da molti anni perché la gente è quiete. Pretendeva il Barone commandare li vassalli per serviti personali, e con cavalcature con pagare una parte del prezzo, e due all'Università che importava annui docati 16. Sommano le sudette intrate feudali docati 1.706, tarì 1, e grana 10 dalla qual summa si ne deducano annui docati 14, tarì 3, grana 10, e 11/12, che paga d'adoha, assignati al Banco della SS. Annuntiata. Restano docati 1.691, tarì 2, grana 19, e un dodicesimo. Però al presente li cittadini di quella hanno fatto offerta per l'affitto dell'intrate sudette nella Regia Camera e per esse hanno offerto annui docati 1.800, che si presuppone non vogliano rimettervi de' proprio. E consideratosi per me il sito, aere, vista e qualità di vassalli, industria, vicinanza di città e luoghi principali e che buona parte delli territori stanno inculti e che quando vi sarrà il barone saranno cultivati, quella apprezzo una con il Palazzo ut supra descripto docati 64.000. Et a V. S. fò riverenza. Napoli lì, 11 d'Aprile 1671. Donato Antonio Cafaro Fonte: E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.
- Apprezzo feudale di Capracotta (I)
Stà detta Terra di Capracotta sita nella Provincia di Contado di Molise sopra d'una collina longa, che viene occupata dall'habitatione di quello, che per prima era circondata da muro all'antica, con torrioni hoggi diruti, e solamente vi è rimasto uno, dove è la porta detta Nova, dove stà l'orologgio, e dalla parte d'Oriente si è accresciuta l'habitatione divisa, cioè quella dentro la Terra dove è la Chiesa Madre, il Borgo di S. Giovanni dalla parte di sopra, il Borgo di Celano dalla parte inferiore della Terra, il Borgo di S. Maria delle Gratie, che stà alla seconda strada, però uniti con l'habitatione antica. Il suo sito è più lungo, che largo, sta esposta ad Oriente, e Ponente, essendo la lunghezza da Tramontana luogo più alto, verso mezzogiorno più basso. L'habitationi nel generale è di due piani appoggiati tutte sopra la pietra viva naturale, coverte tutte di pietre del Paese, che servono di tetti, e li piani delle stanze sono la maggior parte di tavole, gl'armaggi de' quali sono d'abete, di quale è abbondante nel convicino, et assai a bon prezzo. Stà esposta à tutti li venti, salvo che viene coperta dalla Tramontana in posta dalla grande montagna della Maiella, dalla parte d'Oriente sino à mezzo dì e parte di Tramontana tiene la vista del mare Adriatico per esser tutto questo tratto di paese che s'interpone sino à quel mare più basso di quello. Le strade tutte sono lastrecate di pietre vive del Paese, più piane, che pendinose. L'habitanti sono di ottima salute per essere l'aere perfettissimo, et vi sono vecchi, che arrivano ad ottanta anni, la maggior parte de' quali attendono al governo delle pecore, industria propria del Paese, perloché quasi tutti l'Inverno calano alla Puglia con loro animali, restando solamente alcuni pochi per governo della Terra, e le donne, e figliole. Confina il suo Territorio, che gira miglia 13 da Levante con il Pesco Pennataro, et Agnone, da mezzogiorno con il Vasto Girardo, da Ponente con S. Pietro dell'Avellanis, et Tramontana con Castello del Giudice e S. Angelo del Pesco. Li habitanti sono gente quiete, sinceri, e cortesi. Il suo Territorio consiste la maggior parte in pascoli, per servitio dell'animali del proprio Paese, in seminatori, prati, e lignami di faggio per fuoco. Fuori della Terra, dalla parte di Greco è una fonte d'acqua viva, che nasce nella falda della montagna detta di S. Giovanni, detto il capo di Verrino, che dicono sia il principio del fiume Trigno, che scarrica le sue acque nel mare Adriatico, vicino la Città di Lanciano. Il suo territorio è tutto montuoso, così il seminatorio, come il pascolo, è di terra, l'altro di montagna viva, l'eminenza de' quali buona parte dell'anno sono coverti di neve. Si raccoglie in esso grano, orgio e fieni. Stà distante dal Pesco miglia 12, da Agnone miglia 6, dalla Città di Sulmona miglia 24, dal Castello di Sangro miglia 9, dalla Città d'Isernia miglia 15, da quella di Venafro 25, da questa Città miglia 69, da Lucera, dove resiede l'Audientia, à chi sta soggetta per il temporale miglia 50, dalla Città di Trivento, à chi soggiace per il spirituale miglia 18, dal Vasto Girardo miglia 4, et altre tanto da S. Pietro d'Avellanis, S. Angelo, e Pesco Pennataro. Vi è caccia così di penne, come de pesci in quantità. Nel mezzo dell'habitatione della detta Terra vi è la Chiesa Matrice, sotto il titulo dell'Assuntione, consiste in una nave maggiore, e due laterali, con l'altare maggiore tutto indorato, dove si conserva il Santissimo con custodia con coro dietro, à destra dell'entrata inferiore, et un altro superiore, che viene à stare all'incontro la porta della Chiesa per comodità, e fresco per l'estate con organo parte dorato, Campanile à sinistra dell'entrare di pietra del Paese con quattro campane, la maggiore delle quali è di cantara 12 di peso. A sinistra dell'entrare vicino dell'altare maggiore è la Cappella dello SS. Rosario con Confraternita, li Fratelli della quale tengono obligo di far cantare li Sabbati di ogni mese le litanie, et per ogni prima Domenica di ciasched'uno Mese una messa cantata, et pagano al Clero docati 6 l'anno. Appresso è la Cappella della SS. Annunziata della Famiglia de Ianni. Appresso è la Cappella dello Spirito Santo della Famiglia Baccaro. Appresso quella di S. Catarina della medesima Famiglia. Appresso è la Cappella di S. Francesco della Famiglia di Renzo vicino il Fonte Battesimale. All'entrare à destra è la Cappella di S. Anna della Famiglia di d'Andrea. Appresso quella del Carmine con Confraternita, li Fratelli della quale pagano ogn'anno al Clero docati 3 con obligo di che il Mercoledì d'ogni Mese recitino le letanie per l'anime de' Fratelli della detta Compagnia. Appresso è la Cappella delli SS. Innocenti della Famiglia de Bucci. Appresso è la Cappella della Pietà della Famiglia de' Renzi. Appresso è quella di S. Lonardo della Famiglia Carfagna. Appresso è la Cappella della SS. Concettione della Famiglia Campanelli. All'incontro delle dette due dietro il Pulpito, vi è l'altare di S. Gioseppe della detta Famiglia. Appresso l'altare di S. Maria dell'Angioli della Famiglia Tartaglia. A destra dell'altare maggiore è la Cappella di S. Carlo ch'è dell'Università, à sinistra è la cappella della SS. Concettione con l'angioli della Famiglia Colangelo. Sotto l'organo è la Cappella del quondam Lazzaro Bucci, e la serve il Clero. Nella nave maggiore sono quattro Cappelle una delle quali è della famiglia Pettenicchi, sotto il titolo di S. Maria della Pietà, e S. Francesco de Paola, all'incontro è quella del Crocefisso, fù della Famiglia Pede, hoggi dell'Università. Più abasso, verso la porta, è la Cappella della Famiglia di Maio sotto il titolo di S. Maria di Montevergine, et di S. Vincenzo. All'incontro è la Cappella di S. Maria di Costantinopoli della Famiglia Carnevale. Vi è un'altra sotto il titulo di S. Maria della Consolatione, jus patronato della Famiglia Carfagna, la maggior parte delle quali Cappelle sono indorate. Vi è anco la Confraternita sotto il titulo del Corpo di Christi, li Fratelli della quale sono obligati dare la cera per le Processioni d'ogni Feste, e quando và à visitare l'Infermi docati 6, per le Processioni d'ogni terza Domenica del Mese docati 3, e la cera per tre funerali di quelli morti ogn'anno dentro la medesima Chiesa. Nella Cappella sotto il titulo di S. Maria della Visitatione vi è la Compagnia de' secolari, la quale sta aggregata in Roma all'Arcicronfraternita, viene governata da' Fratelli così Preti, come secolari, li quali ad libitu danno qualche elemosina al Clero. È questa Chiesa officiata da uno Arciprete, ch'è jus patronato del Barone, ch'hoggi è Dottore di Legge, e Procuratore, che lo pone l'Università, il quale può essere così Prete, come Laico. Vi sono otto altri Sacerdoti ascritti, et aggregati al Clero, con otto altri Clerici. Soggiaciono al Vescovo di Trivento, al quale così dall'Arciprete, come dal Clero si pagano annui docati 6, pro raggione di Cattedratico, à recognitione, et alla detta Chiesa altri carlini 16, et al Beneficiato de' SS. Giovanni, Sebastiano, e Rocco altri carlini 23. Vi è un'altra Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Gratie, sita al Borgo del medesimo nome, grancia del Clero, et ospitio de' Padri della Religione di S. Francesco. In occasione di passaggio vi è un'altra Chiesa sotto il titulo de' SS. Giovanni, Sebastiano, e Rocco, la quale è jus patronato del Barone, l'entrate della quale consiste in territori che rendono da docati 35 ogn'anno. Vi è un'altra Chiesa sotto il titulo di S. Antonio di Vienna jus patronato dell'Abbate di S. Antonio di questa Città. Vi è un'altra Chiesa, stà sotto il titulo di S. Antonio di Padua alla fine della Terra verso Mezzogiorno, grancia della Chiesa Madre, che viene officiata dal medesimo Clero. Un poco più abasso è la Chiesa di S. Maria di Loreto, Confraternita della Morte aggregata a Roma che si officia medesimamente dal Clero. Vi sono in detta Terra oltre il Clero descritto, il quale è franco del pascolo de' suoi animali, due dottori di Legge, due di Medicina, e due di Chirurghia, che fanno anco il Barbiere, cinque Ferrari, quattro Fabricatori, et uno mastro d'ascia, due Soldati della sacchetta e nove a piedi. L'huomini, come si è detto, la maggior parte l'Inverno calano alla Puglia con loro animali pecorini. Fra tutti ascendono al numero di 30.000, vi sono bovi aratorij 150, vacche numero 700, animali somarini 300, e giomente, e cavalli per commodità de' massari, che calano alla Puglia. Le donne attendono a filare la lana, particolarmente cosire, e tessere panni di lana, de' quali fanno professione particolare, e fanno diversi lavori come guanti, panni di tavola, coverte per letti, e per trabacche. Vestono nel generale all'uso del Paese, rozzamente, essendone alcune, che vestono di panni fini, e seta. Nel generale stanno con commodità, et vi ne sono alcuni assai commodi e quieti. Allì 15 d'Agosto ogn'anno l'Università celebra la festività dell'Assunta, ch'è il titolo della Chiesa Matrice e vi si lotta, corre a piedi et a cavallo palijs. A dì 8 di Settembre d'ogn'anno si fà la festa della Natività a spese della Chiesa, sotto il detto titulo di Loreto, e vi si lotta e corre a piedi, et a cavallo, come di sopra, facendovisi come una Fiera, essendone franchi quelli, che vanno à vendere li frutti, dal pagamento si fa al Grassiere, che in ogn'altro tempo è di 1 rotolo di ciasched'una specie di frutti, che vendono. La detta Chiesa descritta supra sta distante dalla Terra da ½ miglio. Possiede da 8.000 pecore, vacche numero 100, et annui docati 160 d'Instrumentarij. La Chiesa sudetta di S. Antonio possiede 250 pecore, e 100 vacche, vanno uniti con le sudette della Chiesa di Loreto, la Cappella del Santissimo, del Carmine, e del Rosario dentro la Chiesa Madre, possiedono da 1.000 pecore, e 30 vacche, le quali vanno con numero descritto di sopra. Donato Antonio Cafaro Fonte: E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.
























