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  • Si chiamava Balmamion

    Quel nome gliel'avevano affibbiato in onore del grande ciclista a lui quasi coetaneo Franco Balma Mion, uno che portò a casa due edizioni consecutive del Giro d'Italia senza mai vincere una tappa! Invece i più giovani storpiavano spesso il suo soprannome in Barbabiòn , per via del barbone bianco che randagio lasciava crescere su un profilo bellissimo e sempre abbronzato, tagliato da due occhi siberiani. All'anagrafe si chiamava Carmine Di Tanna, un nome come tanti a Capracotta, col quale si stentava a identificarlo. Infatti ancor oggi, per tutti, lui è Balmamion. Dir che fosse un personaggio eccentrico è riduttivo. Balmamion era un originale ai limiti dell'immaginabile. Negli anni della maturità dormiva su un pagliericcio adagiato su una catràscia di legna all'interno del suo garage. Nei mesi estivi, ai piedi portava spesso degli zoccoli in legno di sua fabbricazione e, quasi sempre, lo si vedeva a petto nudo, con pantaloncini rossi sbrindellati che bastavano a malapena a coprir le pudenda. Quando passeggiava per la campagna o se ne andava in bicicletta per il paese c'era sempre un branco di cani randagi a fargli codazzo. E la notte suonava soavemente l'organetto, le cui note, da Fonte Giù, si udivano fino in piazza Municipio. Da giovane aveva vissuto nei Paesi Bassi - come il fratello che poi è rimasto ad Haarlem - e, stando agli strampalati racconti del suo amico (e parente) mastro Giovanni, lì Balmamion si era fidanzato con una stupenda ragazza olandese finché, deciso a ritornare in Italia, si era accomiatato da lei con un paradossale: «Addio mia bella, ci vediamo l'anno scorso!». Balmamion era il cugino carnale di mio padre e a volte pranzava da noi: invitarlo non era facile, perché era un gran timidone e per averlo a tavola bisognava pregarlo. Alle persone in carne e ossa preferiva il resto del creato. Balmamion era di pochissime parole e quelle poche che pronunciava andavano interpretate con la giusta dose di leggerezza e sarcasmo. Perché lui, senza volerlo, era nichilistico, libertario e tollerante. Senza alcun evidente substrato culturale, Balmamion era Friedrich Nietzsche quando sbeffeggiava il cristianesimo alle porte del 2000, era Charles Bukowski quando parlava apertamente di sesso non convenzionale, era Erasmo da Rotterdam quando giungeva all'argomento, intoccabile per tanti, della morte e delle sue conseguenze. Balmamion era un "personaggio" e questa fama non gli dispiaceva affatto. E, dissacrante com'era, chissà cos'avrebbe detto di quest'assurda pandemia... Francesco Mendozzi

  • Dell'Ospizio di S. Maria delle Grazie di Capracotta

    In questa Terra, la quale è situata nella Montagna sopra Castel del Giudice, Provincia di Chieti, Diocesi di Trivento, ed è abitata da numeroso Popolo, e da famiglie nobili, ricche, e Letterate, fu con Breve di Paolo V Sommo Pontefice dalla nobile famiglia Baccari edificata una Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, arricchita di molti privilegj, come leggesi in detto Breve Appostolico, la quale fu benignamente data a' Religiosi di questa Provincia a titolo di Ospizio, e colla Appostolica facoltà di potervi edificare un Convento; ma i Frati non vi abitano, e solamente vi albergano, quando capitano in detta Terra per limosinare le Lane, o altro bisognevole pe 'l Convento di S. Bernardino di Agnone. Ed ecco quanto si è potuto scarsamente, e con isterilezza raccogliere, compilare, e descrivere della Fondazione, Santità, Riforma, Beati Religiosi, ed illustri Servi di Dio di questa Santa Provincia di S. Angelo, e de' Conventi, che contiene, e delle Città, e Terre, dove sono edificati. Il tutto sia ad onore, e gloria di Dio, della Beata Vergine Maria, di S. Michele Arcangiolo, del P. S. Francesco, e di tutti i Santi del Paradiso. Arcangelo da Montesarchio Fonte: A. da Montesarchio, Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia , libro III, Mosca, Napoli 1732.

  • C'era una ri-volta a Capracotta...

    A Capracotta non si capita per caso. E non solo perché sia piuttosto "fuori" rispetto alle linee di transito turistico, dell'industria del consumo, del divertimento e del relax; stazione sciistica minore rispetto alle pur non lontane mete dell'Appennino centrale. Roccaraso, per esempio, che da Capracotta non è poi così lontana ha, diciamo così, una diversa vivibilità, destinata ad accogliere clienti più mondani. Lì il territorio, quello proprio delle pietre e della terra, delle acque e delle piante; il meno antropizzato, insomma, oggi è solo quel che resta degli spazi non utilizzati dall'edilizia della vacanza, piste incluse. Anche nella bella stagione è più facile ed accattivante raggiungere altre mete, pur scegliendone di montane, a cercare rifugio dalla calura. È che Capracotta ha davvero poca "vetrina". A Capracotta ci devi proprio voler andare. A me, che è successo di partire da un grande paese appena a nord di Bari, a bordo della mia auto e rinunciando per scelta alla veloce autostrada, è toccato di attraversare strade ormai desuete al grande traffico, frequentate quasi solo da mezzi destinati al lavoro. Attraversata con qualche fatica Campobasso, puntando verso Pescolanciano, direzione Vastogirardi poi lasciata ad ovest, la segnaletica indica bene la bella Agnone, famosa per campane, e solo un po' più avanti, la deviazione per Capracotta. Gli ultimi chilometri, però, appagano di tanto labirintico affanno. La strada provinciale sale sicura, snodandosi sinuosa e aprendo a panorami montani silenziosi e placidi, larghi e chiari, a perdita d'occhio, pur con la corona dei vicini monti. E sì che siamo a quota 1.421! Il paese, tuttavia è ancora invisibile per un bel tratto di strada così che quando le prime case appaiono da lontano, introdotte da un grazioso giardinetto, si ha la gioiosa sensazione di aver ottenuto un dono. Io ci sono andata per la prima volta nel giugno del 2009 per tante pressanti ed inquiete sollecitazioni: la ricerca di un posto antico di montagna, il sogno di un ecovillaggio, vecchie tentazioni femministe, nostalgie anarco-libertarie, qualche promessa di una possibile vita da vivere prendendomene cura. Ma fin da quando ho imboccato la strada che porta diritta al paese mi è sembrato di aver perso, curva dopo curva, tutte quelle buone ragioni. Capracotta mi apparve, nella breve sosta orientativa di coordinate stradali ed emotive, sospesa e immobile, come assorta, nel paesaggio ondulato e plastico, nell'aria frizzante e inondata di sole. La casa-laboratorio, costruzione torre di "Vivere con Cura", mi accolse con la facilità delle cose buone, con la semplicità del fare famiglia, con la seria giocosità delle scoperte importanti. Il tempo di tirar fuori la felpa più pesante ed ero... a casa. Nelle successive ore dei pochi giorni seguenti, nei quali sono rimasta quella prima e poi le altre volte ancora, andavo realizzando, piano piano e a poco a poco, quello che poi mi è sembrato di poter individuare come "cifra" caratteristica di questa casa e di Capracotta insieme. Un entrare ed uscire, un viavai di persone, volti e corpi, giovani, vecchi, bambini, rughe, sorrisi, capelli bianchi, radi, folti, chiacchierate, letture, musiche, odore di pane, di erbe, di fuoco, suoni di campane e campanelli. Ogni volta gruppo, ogni volta sinceri incontri di compagni di strada. Entrare e uscire dalla casa al paese e dal paese alla casa era ed è un tutt'uno, una rete senza soluzione di continuità, nell'avvicendarsi e mescolarsi di storie, piccole e preziose. Doveva essere così la vita di una volta! Entrando a piccoli passi nella quotidianità della piccola comunità, a pranzo da amici, al bar per un caffè caldo, all'orto botanico con bimbi e mamme, al ricovero con gli anziani del paese, portandoti dietro tutti i ferri del mestiere: cesti per raccogliere, bacche e piante officinali, argilla e semi profumati, tu conosci il paese e riconosci voci e volti. Benché nascosti dal pudore della gente di montagna, allora, tra le pieghe delle rughe della pelle, cominciano a prender corpo anche i fatti, le storie, e si animano di aneddoti, dicerie, leggende: è il salvataggio della memoria nella tradizione orale che salva il passato consegnandolo al presente, in una trama ordita all'infinito. Ora, si sa, a tessere sono state da sempre le donne. Si sa che senza le donne la trama non s'intreccia con l'ordito e i racconti restano laceri e senza suono. Io ne ho conosciute due davvero singolari. Madre e figlia assai avanti negli anni, vivono nella cura della casa nella campagna, della piccola stalla e di un piccolo pollaio. Sono rimaste sole, dicono; gli uomini non ci sono più: la vita se li è portati via ed ha lasciato lì, ferme, loro due. Ma da queste parti pare che le donne da sempre restino e che gli uomini da sempre vadano. Perché gli uomini erano pastori e camminavano per tratturi in transumanza. Verso le masserie dell'alta Puglia, in provincia di Foggia, uomini e ragazzi, non appena non si è più bambini. O facevano i carbonai, e partivano lo stesso. In paese solo artigiani, negozianti, parroco e sacerdoti, maestri, medico, segretario comunale... e qualche signore benestante. Restavano forse a... vegliare sulle donne? Che poi le donne avessero bisogno di protezione, è tutto da vedere; pare che le donne, insieme, sappiano proteggersi straordinariamente bene; che, anzi, quella maschile, qualche volta, più che protezione abbia tutta l'aria di essere un controllo. Ma poi difenderle da chi, se non da altri, pur sempre, uomini? E che protezione è mai quella quando chiude le mura domestiche per nascondere violenze e tendere trappole mortali? Le donne si incontrano, meglio se sono più libere da obblighi maritali, quando i mariti si allontanano col gregge. Strappano il tempo alle faccende domestiche e con un fagotto di lana o... "vivo" vanno dalle altre donne di famiglia: mamme, sorelle, zie, comari. Qualcuno ha scritto «Gli uomini relazionano a piramide e organizzano comunità gerarchiche di potere; le donne relazionano in piano e organizzano comunità educanti». E sì, che raccontano di soprusi e di violenze, tirannie, abusi. Le donne raccontano ciò che gli uomini tacciono, storie che fanno vergognare e forse piangere. Storie come questa, portate addosso e cucite come una seconda pelle. Per esempio a Capracotta son vissuti fino a qualche decennio fa, una moglie e un marito che per convenzione chiameremo con falsi nomi: Bianca e Bruno. Bruno era un bravo artigiano; lavorava il legno e scriveva poesie. Voleva sentirsi libero di poter scegliere il lavoro e il committente ed era talmente poeta che lasciava qualche ora per le letture e i versi. La sua bottega, come d'uso, sotto casa. Sua moglie gli era fedele per... necessità: non che fosse brutta, anzi! Lui l'aveva sposata tardi, quando, dopo aver passato diversi anni in America, se ne era tornato al paese e cercava moglie. Bianca, non più giovanissima, non era sposata né promessa. La cosa poteva non esser grave, quel che era grave, piuttosto, era la ragione, non detta, di questa condizione. Quando era ragazza era accaduto che Bianca avesse perso la "purezza" e quindi l'onore. Successe in occasione della festa del paese, durante la processione, in pubblico. Tra i fedeli che seguivano la statua c'era anche lei e fu così che sotto gli occhi di tutti un ragazzo, certo uno spasimante, approfittando del fatto che la donna era in qualche modo "bloccata", le si avvicinò e lanciandole addosso un telo tentò di baciarla. Bianca visibilmente si sottrasse e forse nulla accadde, se non che questo orribile evento dette adito ad un vero processo; una cosa durata così a lungo da non aver avuto esito né sentenza alcuna. Per quella condanna sospesa, di fatto nessun uomo pensò poi di chiederla in moglie. Vittima due volte, quindi, Bianca; nell'aver subito l'assalto e nell'essere restata nubile. Fino a quando Bruno, pur avendo al suo ritorno conosciuto questa circostanza, non la chiese in moglie comunque, forse spinto dalla necessità. Ma forse Bianca fu vittima tre volte e la terza fu dell'esser maritata a quel marito che la trattò sempre solo come una moglie: ultima creatura nella graduatoria dei suoi valori, certo dopo il suo creativo lavoro, le chiacchiere con gli amici e la sua passione per le rime. Bianca: lei aveva finalmente preso marito e forse persa la libertà. Bisognava che fosse restata nubile per non essere dominata? Se ne raccontano di storie a Capracotta. Quella che sto per raccontare, ancora una volta ha a che fare con fatti di donne e comincia con riferimenti precisi di cronaca locale, altro che chiacchiere. Era il 1974 e a Capracotta la vita politica era vivace. Il paese attraversava il suo '68, con qualche anno di ritardo, è vero, ma qui tutto è più lento, anche il tempo delle rivoluzioni. Nel '74 dunque, sull'onda lunga della stagione di protesta, molti giovani di Capracotta costituiscono un Collettivo di paese. Si incontrano, dibattono le grandi questioni e lottano intanto per conservare l'apertura quotidiana della Farmacia Comunale, cosa che incontrava varie difficoltà. Tra i diversi partecipanti, militanti di sinistra, uomini di lotta dura e di chiassose goliardate, ce n'è uno, anziano, dal temperamento un po' diverso; silenzioso e sensibile, le sue idee di giustizia sociale non avevano la rigidissima intransigenza dell'ortodossia. Attento alle piccole cose, certo doveva pensare che non esistono solo le grandi sfide e che la politica vera si fa a partire dal prestare voce alle storie di ingiustizia ridotte al silenzio. Fu forse questa la ragione per cui una sera questo amico volle raccontare, quasi come una confidenza, in privato, la storia di un riscatto personale conseguito da una donna. Una sorta di denuncia e di postuma rivendicazione di giustizia, un fatto piccolo e importante, strappato così al mutismo e alla dimenticanza. Eccolo. Siamo agli inizi del secolo scorso; primo '900. Nella varia compagine sociale di Capracotta, come dappertutto, si trovano uomini di ogni posizione e condizione: abitano poveramente la prima modernità i paesani, e resistono ancora, nelle campagne, i signorotti proprietari di terre e masserie. Oggi non sono più tanto abitate queste costruzioni, sono raggiungibili dal paese in qualche minuto, in auto; una volta non era così. Una volta la masseria era tanto distante dal paese da poter includere le terre coltivate e non tanto da non poter essere raggiunta per il lavoro quotidiano. Poteva essere facile che dal paese venisse in masseria manodopera per i lavori stagionali o per qualche lavoro occasionale, anche domestico, richiesto alle donne. Il signorotto locale della nostra storia, offrendo lavoro a uomini e donne, contribuiva certo al possibile benessere delle famiglie locali, ed era perciò garanzia di una qualche stabilità economica. Non si poteva che esserne grati e riconoscenti e benedirne la presenza. Perciò passava opportunamente sotto silenzio l'abuso fatto alle donne che il signore chiamava presso di sé con la scusa di "lavori" e che poi tratteneva e molestava con la complicità di una serva. Avrebbero potuto ribellarsi le vittime? Parlarne? Ammettere disonore e vergogna? Se l'avessero fatto non avrebbero soltanto sottratto alla famiglia un pur minimo contributo ma sarebbero state accusate di facilità di costumi, additate come donne svergognate e perdute, ammesso che si fosse dato loro un qualche credito! E così l'usanza andava avanti al sicuro da ogni denuncia. Caso mai se ne parlava altrove, tra uomini al Circolo, dove la cosa poteva destare ammirazione e onorevole vanto, nonché tutti i colori dell'emulazione. In una circostanza la cosa, però, andò assai diversamente. Andò che una giovane donna, invitata alla masseria con una qualche promessa di lavoro, reagì prontamente al tentato sequestro. Pare che non appena la serva avesse chiuso la porta per evitarle l'eventuale fuga e permettere così al suo padrone indisturbate molestie, ella stessa, la serva cioè, fosse dovuta prontamente correre a riaprirla all'ordine urgente e spaventato del signorotto che le urlava « Jeàpre, jeàpre, ca mó m'accìde! » (Apri, apri, che adesso mi uccide!). La ragazza, dunque, non si era piegata alle profferte e si era evidentemente difesa dagli assalti offensivi, in maniera proprio decisa e forte, sferrando pugni e calci con tutte le sue forze. Così andò quella volta; che il signorotto non solo non poté godere dei soliti piaceri proibiti ma ebbe dalla sua vittima quel che gli avrebbe tolto ogni vanto nel parlarne, per dolersi della sua sventura. Ma la storia non finisce qui. La prigioniera, intanto, approfittando dell'uscio aperto e della impedita disinvoltura del suo antico aggressore, fuggì velocemente in paese dove, piuttosto che tacere, ebbe il coraggio di raccontare l'accaduto alle altre donne. È certo che molte di esse si riconobbero nelle simili circostanze; così che la denuncia diventò corale tanto che il signorotto fu costretto a lasciare la masseria ed il paese, per sempre. Togliendo certo qualche compenso per lavori stagionali ma restituendo alle donne dignità e fierezza. Di questa storia, a Capracotta, non c'è traccia alcuna. Della donna non si conosce neanche il nome. Solo la rotta omertà dell'amico la ha salvata, e la tradizione orale, ben più forte dell'altra, l'ha consegnata a queste pagine. Di Aracne il bel mito narra di come, per aver vinto nell'arte della tessitura di una straordinaria tela, in cui erano meravigliosamente ricamati gli amori degli dei, fosse stata, per dispetto, trasformata in ragno dalla sua stessa rivale che ella aveva osato sfidare: la divina Atena. Ma a ben vedere la condanna di Aracne non fu quella di diventare un insetto bensì di restare "per sempre" a tessere racconti, immortali con lei, benché appesi ad un filo! Anche questa storia, allora, vissuta e denunciata da una donna ad altre donne, poté essere per una volta raccolta e raccontata e raccontata ancora. Perché solo in questo modo la cultura orale si arricchisce di un valore in più, quello della comunicazione passata e condivisa senza distinzioni di sesso e gerarchie, e può promuovere una relazione di crescita che scelga la memoria come cura. Perché possa essere "esperienza" quella che, attraverso la cura della memoria, cura la vita. Anna Montaruli Fonte: A. Montaruli, C'era una ri-volta a Capracotta... , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La distruzione di Capracotta (II)

    La mattina del 4 novembre Gasperino e Rodolfo Fiadino, per aver ospitato prigionieri inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, furono fucilati da un plotone tedesco in località "Sotto il Monte" dove a distanza di un anno, a ricordo del fatto, fu posta una lapide. L'unico presente all'esecuzione fu l'Arciprete di Capracotta don Leopoldo Conti che venne condotto sul luogo dell'esecuzione per somministrare i Sacramenti ai condannati. Sul posto era già pronta la fossa, fatta scavare dagli stessi Fiadino, e due ceppi, due giovani faggi troncati, così come dovevano essere troncate le vite di due giovani lavoratori della terra, i Colaizzo di Capracotta. A don Leopoldo, per la fortissima emozione, riuscì impossibile confessare i condannati; ebbe però la forza di avvicinarsi ad essi con il crocifisso, che Rodolfo e Gasperino baciarono. Cominciarono così le giornate di terrore e di spasimo. Squadre di S.S. andavano di casa in casa a prelevare uomini. Molti si diedero alla montagna, molti altri si tennero nascosti nei sottotetti e nelle cantine, ove a suo tempo erano stati nascosti viveri, biancheria ed oggetti di valore. Le donne provvedevano ai rifornimenti e a dare notizie. La stessa sera di quel giorno ci fu la prima partenza di capracottesi razziati. Il giorno successivo sarebbero dovuti partire tutti gli altri. Senonché accadde l'imprevisto: alcune donne erano andate a portare il caffè ai loro congiunti sorvegliati dai Tedeschi e ne offrirono anche a costoro, che gradirono l'offerta e pertanto si distrassero dai sorvegliati. Ci fu chi se ne accorse e saltò dalla finestra. Quest'esempio fu seguito da altri. I Tedeschi si accorsero di essere stati gabbati: nella sala non erano restate che poche persone che avevano avuto paura della fuga. Si diedero per il paese a ricercare uomini, altri uomini, tutti gli uomini. Ma gli uomini validi erano tutti fuggiti da Capracotta o si tenevano prudentemente nascosti. E allora presero vecchi e ragazzi che caricarono su alcuni camion e condussero in Ateleta, dove vennero rilasciati perché ritenuti non idonei al lavoro. Dovettero fare a piedi la strada del ritorno. Molte famiglie di capracottesi residenti a Roma, a Pescara, a Napoli ed in altre città erano qui tornate perché, così facendo, pensavano di stare lontano dai pericoli della guerra. Lo stesso ragionamento avevano fatto molti forestieri che in gran numero erano venuti quassù: moltissimi di costoro furono presi dai Tedeschi e deportati. Fu allora che il generale Kesserling decise la distruzione di molti paesi dell'Alto Sangro, in previsione di una ritirata. Di questa decisione Capracotta fu la prima ed illustre vittima. L'alba dell'8 novembre stentava a nascere quasi presaga di quel che doveva succedere. Fu una giornata grigia e fredda. Alle 8 ci fu il bando: bisognava abbandonare le case perché dovevano essere minate, nessuna esclusa. Allora si assistette ad una dolorosa lunga sfilata di vecchi, donne, ragazzi, bambini, infermi che abbandonavano il loro tetto. Nessuno sapeva dove si dovesse andare. Faceva molto freddo e c'era la neve. Da lontano ognuno poteva sentire il crollo di una casa. A sera la maggior parte della popolazione era nelle chiese ed al cimitero. Qui già erano rifugiati uomini validi che si tenevano nascosti. Bisognava stare sempre in guardia per poter fuggire al primo allarme. Si passò una nottata indescrivibile. Chi non l'ha vissuta difficilmente può comprendere. Freddo e fumo irrespirabile... i vivi con i morti... si dormiva per terra... si dormiva pure nei loculi, sugli altari... si ammazzavano pecore e si appendevano alle Croci... dappertutto legna, materassi, coperte e tutto ciò che si era riuscito a salvare prima che arrivassero i Tedeschi... e un vociare continuo fatto di dolore e di preoccupazione... e lamenti di bambini... e richiami di madri... molte preghiere... qualche imprecazione: triste bivacco. Come Dio volle il nuovo giorno scacciò la notte. Si disse che si poteva rientrare. Si disse pure che una Commissione avrebbe fatto il giro del paese per constatare l'entità delle distruzioni: questa Commissione avrebbe dovuto esprimere il suo parere a proposito di altre distruzioni. Rientrati a Capracotta si vide che mezzo paese era stato distrutto. Si fece a gara ad ospitare chi aveva avuto la casa crollata. Alcuni annerivano le mura delle case ancora in piedi per dare l'impressione che fossero già state bruciate. Purtroppo Capracotta fu giudicata ancora capace di ospitare il nemico e a mezzanotte i Tedeschi cominciarono di nuovo a minare. Nessuno dormiva. Al primo giorno ricominciò il triste esodo di quanti erano rientrati in paese. Cinque giorni impiegarono i Tedeschi a distruggere Capracotta. Qualche particolare di rilievo... L'ostetrica Cesarina Trotta ricoverò tutte le gestanti nella sua casa già mezza bruciata, e perciò alcune case vicine furono rispettate; si prodigò pure assai il sacerdote salesiano don Carmelo Sciullo portando a tutti aiuti e parole di conforto. Il 13 novembre i Tedeschi, lasciando lutti, lacrime, terrore e distruzioni, si ritirarono oltre il Sangro. Quel giorno si respirò. Si abbandonarono definitivamente cimitero e chiesa dove tutti si erano abituati a stare, da dove avevano osservato, impotenti, i crolli e roghi immensi. Due donne però rimasero per sempre nel nostro cimitero a dormire il sonno eterno, vittime del dolore e del male. La distruzione di Capracotta fu quasi completa: restarono in piedi solo le chiese ed alcune abitazioni. Per tre giorni il paese fu terra di nessuno. Il 17 novembre avanguardie canadesi occuparono a loro volta Capracotta. Da allora ebbe inizio l'opera di ricostruzione. Tutti lavoravano: dai ragazzi ai vecchi alle donne e il miracolo si compì. Perciò, forse, della distruzione di Capracotta poco si è parlato, mentre di altre distruzioni ancora oggi si tratta: il capracottese ama il lavoro silenzioso. Fu di allora la morte del capraio Fiore De Renzis, ritrovato in località "Difesa" orribilmente mutilato per lo scoppio di una mina anticarro. Cominciarono intanto ad arrivare i primi autocarri alleati. Verso la fine di novembre arrivarono i paracadutisti che piazzarono le loro artiglierie nei prati della "Vicenna". Vi furono altre ore di panico dovuto al cannoneggiamento dei Tedeschi schierati oltre il Sangro. Le strade erano tutte ingombre di macerie ed era difficile stabilire dove era la tal casa ed ove tal'altra. Venivano anche rimosse le salme dei Fiadino e ad esse veniva data degna sepoltura. Il 6 dicembre ci fu l'ordine inglese di sgomberare il paese: "Tutti quelli che non sono considerati necessari dal Comando alleato si debbono preparare per partire subito". I Carabinieri, da poco rientrati in servizio, giravano di casa in casa per convincere tutti ad andare via. L'8 dicembre lo sfollamento era quasi completo. Una parte dei capracottesi si rifugiò nella vicina Agnone. La maggior parte dei capracottesi venne trasportata su camion nelle Puglie (Lecce, Brindisi, Taranto). Molti avevano nelle Puglie una casa e la raggiunsero (Lucera, San Severo, Canosa). A Capracotta intanto erano rimaste solo 75 persone che potevano girare per il paese con uno speciale permesso. A febbraio cominciarono a rientrare gli sfollati. A maggio il fronte si spostò più su e Capracotta fu completamente abbandonata dalle truppe alleate. Corrado D'Andrea Fonte: C. D'Andrea, Le tragiche giornate di Capracotta nella furia devastatrice della guerra , in «Momento-Sera», XI:5, Roma, 5-6 gennaio 1956.

  • La distruzione di Capracotta (I)

    Capracotta, novembre. Il pomeriggio dell'8 settembre 1943 a Capracotta fu momento di gioire per tutti, grandi e piccoli: la Radio Nazionale rese noto l'Armistizio, dichiarò la fine della Guerra e inosservate le condizioni imposteci dagli Anglo-Americani, tanto il desiderio di pace. Nel pomeriggio di quell'8 settembre i capracottesi, festanti, si riversarono in processione alla Madonna. Si voleva ad ogni costo riprendere, per ringraziamento alla Madonna, la ricorrenza che sta a cuore ad ogni capracottese. Ci furono animate discussioni con le forze dell'ordine: alla fine fu deciso di portare la statua della Madonna dalla cappella al paese il giorno stesso e di riportarla il 10 alla cappella. Così avvenne con la partecipazione di tutto il paese. Mentre si svolgevano i festeggiamenti della Madonna, stormi di aerei Anglo-Americani passavano su Capracotta con il loro carico micidiale. Non si sapeva, né si poteva supporre, che quel carico fosse destinato alla città di Isernia. Quattromila vittime civili di quella sfortunata città molisana. Anche qualche capracottese vi trovò la morte. Vi lasciò la vita un militare di questo nostro paese mentre tornava in famiglia. Era il giorno della festa quando una macchina di militari tedeschi di passaggio per Capracotta si fermò nei pressi di una casa. I Tedeschi scesero per chiedere l'acqua e chiesero la strada per Bomba, in provincia di Chieti. Vi fu un malinteso: girò voce che i Tedeschi avrebbero sparato. Vi fu subito un fuggi-fuggi generale. Molta gente, pur ignorando cosa succedesse, sol perché vedeva altri fuggire, fuggiva anch'essa. La località preferita di raccolta (almeno per quanti si trovavano in Piazza o per il Corso) fu la piazzetta dietro i "Grilli". Anche i cavalli fuggivano e correvano all'impazzata ancora con nastri, merletti e coperte di seta. Quindi si poté constatare che le intenzioni dei militari germanici erano tutt'altro che bellicose e tutti uscirono dal nascondiglio. Nei giorni successivi rientrarono a Capracotta quasi tutti i nostri militari sbandati a seguito dell'Armistizio. Verso la metà di ottobre i nazisti occuparono anche Capracotta. Il palazzo delle scuole fu adibito ad ospedale. L'arredamento scolastico fu gettato dalle finestre. Le piante furono tagliate per mascherare gli automezzi. Pure allora cominciò la razzia del bestiame, migliaia di pecore furono razziate. Vaccine e maiali seguivano la stessa sorte. Il rilevante patrimonio zootecnico di Capracotta, unica vera risorsa e ricchezza di questo paese venne così distrutto in poco tempo. Giornalmente si assisteva al rientro di pastori senza il gregge. Tornavano con la sola parròcca e molte lacrime. All'ovile, intanto, centinaia di agnelli belavano e aspettavano la poppata: non sapevano che uomini malvagi avevano ad essi tolto madre e nutrimento. Fu, quello, un tristissimo spettacolo che ancora oggi, nel ricordo, intenerisce e rattrista. Qualche pastore riuscì a salvare parte del gregge, ma a prezzo di fortunati duri sacrifici: rimanendo cioè per qualche mese (ed era d'inverno) nascosto tra grotte, boschi e burroni, spostandosi ad ogni allarme. Gli occupanti affissero per il paese un manifesto. Era scritto: "Si avvertono i cittadini che è severamente proibito dare asilo a prigionieri Anglo-Americani. I trasgressori saranno puniti con la pena di morte". Si sapeva che la zona di Capracotta era piena di Inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona. La popolazione capracottese, subito dopo l'Armistizio, fu molto ospitale con questi prigionieri. Ma, dopo, la prudenza consigliava di starne lontano o di essere alquanto circospetti. Un giorno un uomo (era italiano e spia dei Tedeschi) si presentò nella masseria dei fratelli Fiadino. E per indagare se i Fiadino avessero dei prigionieri nascosti, disse che faceva passare il fronte a molti Inglesi prigionieri, ricevendo rilevante compenso. I Fiadino, convinti dal ragionare semplice, umano e pratico di quell'uomo, gli dissero che anch'essi avevano dei prigionieri nascosti nel bosco vicino. Fu la loro rovina. La stessa notte di quel giorno la spia si ripresentò ai Fiadino insieme ai militari tedeschi. Sotto la minaccia delle armi costoro si fecero accompagnare là dove i prigionieri inglesi erano tenuti nascosti. Tutti vennero caricati su un camion che ripartì subito. I Fiadino avevano aiutato i prigionieri inglesi per un atto di umana solidarietà e nulla sapevano del divieto tedesco. Dopo un sommario processo i tre Fiadino, Alberto, Rodolfo e Gasperino, furono condannati a morte e ricondotti a Capracotta per l'esecuzione della condanna. Durante il ritorno Alberto esortò i fratelli a saltare dal camion in corsa e a darsi alla fuga: si trattava di giocare l'ultima carta, visto che la loro condanna a morte avrebbe avuto imminente esecuzione. I fratelli esitarono ma egli, con eccezionale prontezza, fu giù sulla strada e nel bosco vicino. Fu impossibile ai soldati ritrovarlo. Corrado D'Andrea Fonte: C. D'Andrea, La distruzione di Capracotta , in «Momento-Sera», XI:5, Roma, 5-6 gennaio 1956.

  • Macchia Strinata

    Per chi si reca a Capracotta passando lungo la  provinciale che da Guado Liscia porta al paese, passata la contrada Macchia, il Monte San Nicola appare come un'erta propagine montana spoglia e brulla, vocata al pascolo, imponente e silente. Sulla sommità il panorama è grandioso, maestoso, mozzafiato. Posto sul crinale a confine tra Abruzzo e Molise, domina la valle del Sangro a nord e del Trigno a sud. A sapere ascoltare si scopre la millenaria storia e le voci di una umanità passata che ci ricordano, ammonendoci, la nostra fugacità nei confronti delle stagioni. Il rinvenimento alle falde del monte, durante lavori agricoli, e il recupero di una tabula con iscrizioni in osco (la notissima Tabula Agnonensis ora al British Museum) nell'anno 1848, attira l'attenzione degli studiosi dell'epoca su questi luoghi. In una relazione in Bollettino dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica del 10 ottobre 1848, uno studioso, F. S. Cremonese, descrive il monte e cita le mura ciclopiche lunghe 1.300 palmi, i resti di un oratorio, i resti di una torre rotonda ed il detrito archeologico in vista sulla sommità. In "Notizie degli scavi" del 1904, il celebre De Nino, alla voce Capracotta, racconta la survey a Monte San Nicola e le emergenze archeologiche rinvenute. Di sepolture scoverchiate e di ossa umane mosse dal vento e bagnate della pioggia ne parla L. Campanelli nel 1931 in un libro su Capracotta. Sul monte, le mura poligoniche (denominazione presa a prestito dal De Nino) attestano quindi un centro fortificato sannitico ad una sola cinta. Otticamente è collegato con le fortificazioni di Monte Cavallerizzo ad ovest e Rocca dell'Abate ad est, site sullo stesso crinale orogenetico. Le diverse campagne di scavo della Soprintendenza per i Beni archeologici del Molise a Fonte del Romito, il luogo del rinvenimento della tabula, attestano la presenza inaspettata di un insediamento sannita protrattosi fino al I° secolo d.C. La fortificazione sulla vetta nasce come centro di difesa, controllo e riparo, per la popolazione residente a valle, soprattutto in relazione all'espansione coloniale romana. Attualmente rimangono minimi tratti affioranti ma il terreno, accumulato alle spalle della struttura rende una soil-crop del manto erboso e rimarca la linea delle mura. Il rilievo mostra 320 m. a semicerchio tra i 1.500 e i 1.450 m. di altitudine racchiudendo un'area di circa tre ettari di terreno. Allo stato attuale non è possibile stabilire se abbia assolto funzione abitativa in epoca sannitica. Ben attestata invece la presenza di un abitato in epoca medievale il cui nome è Macchia Strinata. Nel noto Catalogus Baronum normanno, Roberto di Macchia e suo fratello tengono a nome di Guglielmo Borrello di Agnone, figlio di Borrello IV, Macchia feudo di un milite. Fiscalmente corrisponde a 24 fuochi o famiglie che, dato 5 come media del nucleo famigliare, dà una popolazione di circa 120 persone. Siamo nella metà del XII secolo. Da un diploma regio di Carlo I° d'Angiò, datato 1° gennaio 1270, si ha notizia della infeudazione del paese a Riccardo di Annibaldi, barone romano, insieme a metà di Agnone. Altre notizie tratte dal Sella nel volume "Aprutium-Molisium: le decime del secolo XIII-XIV", sotto la voce della diocesi di Trivento, nell'anno 1328 al n° 4991, «Clericis de Macla tarini VI». Questa è la tassazione «urgente aliqua necessitate» che il Papa impone sugli ecclesiastici, a causa dei redditi dei loro benefici. Il valore espresso in tarini mostra una tassazione pari e/o superiore ad altri paesi limitrofi. Maggiore di: Castel Barone, Pilo, Pesco Pignataro, Civita Burrello, Bellomonte, Monforte, Castro Iudicis, Calcasacco e Schiavis. Uguale: Capra Cocta. Minore di: Castellione, Rodio, S. Angelo de Pesculo, Cantalupo e Anglono. L'esplosione pandemica dell'infezione causata dal bacillo delle peste nel 1348, i violenti terremoti e le carestie alimentari causate dal cambiamento climatico, sinergicamente connesse, causano una terribile contrazione demografica con il relativo abbandono di molti abitati nella maggior parte d'Europa, fenomeno noto come wustungen . Spariscono intere comunità; una parte di quelle su elencate vengono disertate. Solo nella Valle del Sangro se ne censiscono oltre 50. È una cesura storica, paragonabile al II conflitto mondiale. Ci vorranno alcuni secoli per tornare alla consistenza demica del secolo anteriore. L'Abruzzo angioino, nel 1268, conta 720 terre ; nel 1505, nella numerazione dei fuochi vicereale, 267. Ma il nostro paese sopravvive, anche se i tempi sono durissimi come documentato dai diplomi inerenti Agnone sul finire del XIV secolo. Autunno 1376: la regina Giovanna I d'Angiò concede esoneri fiscali agli abitanti di Agnone «causa epidemie mortali ed scorrerie di diverse compagnie di ventura». Ottobre 1395: Giacomo Marzano ammiraglio del regno a seguito di una supplica concede la dispensa dal pagamento della colletta di S. Maria ad Agnone «ridotta alla massima povertà e desolazione»; il re Ladislao di Durazzo concede l'indulto all'Università di Agnone la vigilia del Natale del 1395. Nel 1438 Macchia viene citata nella descrizione dei confini in un atto di vendita che il condottiero Jacopo Caldora, signore della Contea di Trivento, maritali domini , perfeziona con un cittadino di Agnone ed ha come oggetto il feudo di Castel Barone. Il nuovo re di Napoli, Alfonso il Magnanimo, convoca nel 1443 il Parlamento Baronale e istituisce con il beneplacito nobiliare una riforma fiscale innovativa. La fiscalità sveva e poi angioina, basate su onerose e molteplici collette, viene abrogata. Un censimento a scadenza triennale (numerazione) impone un'unica imposizione per fuoco (o famiglia) pari ad 1 ducato per anno in cambio di una distribuzione di un tomolo di sale a nucleo familiare. 230.000 fuochi corrispondono alla popolazione tassata nel 1443. Un libro manoscritto, inerente questa numerazione, è conservato a Genova presso la Biblioteca Civica Berio ed è intitolato Liber Focorum Regni Neapoli. Il nostro paese, feudo di Antonello de Ebulo, è tassato per 65 fuochi, che, lasciando il fattore arbitrario 5 come consistenza del nucleo familiare, dà una popolazione di 325 persone con 3 once di tassazione. Confrontando i  fuochi di Macchia con i paesi limitrofi viene in evidenza come uno dei più ricchi e popolosi: 8 fuochi in più di Capracotta; 23 in più di Castel del Giudice; 30 in più di Belmonte del Sannio; 17 in più di Rosello; 50 in più di Pilo; 3 più di Borrello; 3 più di Quadri; 22 in più di Villa Santa Maria; 1 in più di Caccavone, l'odierna Poggio Sannita; 13 fuochi in meno di Pesco Pignataro; 48 in meno di Castiglione Messer Marino. Agnone, terra demaniale e sede episcopale, è la più popolata con 434 fuochi, vero centro di riferimento, non solo economico, del territorio circostante. Nel 1447 il re aragonese riordina la pastorizia transumante tra l'Abruzzo ed i verdi pascoli della Capitanata pugliese. La vecchia istituzione angioina viene arricchita e integrata da innovazioni provenienti dalla transumanza in voga in Aragona chiamata mesta , la regione iberica di provenienza della dinastia. Nella complessa normativa viene delimitata la rete tratturale; i pastori vengono sottratti al potere dei feudatari e posti sotto la giurisdizione statale regia con l'istituzione della Dogana delle pecore. L'affitto dei pascoli nel Tavoliere sarà l'imposta più remunerativa per il fisco napoletano, anche in epoca vicereale, fino alla fine del '700. Il tratturo Ateleta-Biferno, che si collega sia al tratturo magno LAquila-Foggia sia al Celano-Foggia, posto a nord di Macchia, è direttrice viaria di primaria importanza, foriera non solo di commerci ma probabilmente, in ambito culturale, della titolazione dell' ecclesia castri dedicata a San Nicola, venerato nel santuario pugliese di Bari. La ripresa socio-economica e demografica continua durante tutto il secolo seguente. Lo sviluppo agricolo e l'aumento della popolazione, strettamente legate, trasformano il territorio. Si creano nuovi paesi e si ripopolano alcuni precedentemente abbandonati, con migrazioni alloctone slave ed albanesi nella fascia costiera abruzzese. Si mettono a coltura vigneti, oliveti e, lungo le fasce costiere, i "giardini" con gli agrumeti. Vaste aree boschive vengono cesizzate, si impiantano  nuove cultivar come il gelso che è foriero della sericoltura, la nostra seta è ritenuta una delle migliori nella Firenze medicea. Nelle pianure alluvionali si coltiva il riso. Il commercio fa da volano. Commercianti veneziani, ragusei, bergamaschi, con le loro mercanzie, invadono le nostre fiere; si esporta grano, cavalli, pelli, soprattutto lana. L'aristocrazia del Regno investe nell'allevamento degli ovini. L'industria armentizia legata alla transumanza assicura alta reddittività. A fine secolo la temperatura media scende generando la "piccola età glaciale". Inverni rigidi e più lunghi ed estati piovose comportano distruzioni di raccolti con conseguenti carestie. Forti gelate primaverili bruciano le piante da frutto. Per i centri d'altura inizia una lenta decadenza. Inizia un trend negativo, a metà secolo arriva una drammatica crisi demografica, la peste del 1656. Il bacillo della peste viene dal mare, nel mese di marzo, come quella del 1348, proveniente dalla Sardegna. Questa volta è la capitale ad essere colpita per prima. Ed è subito un'ecatombe. Napoli è la terza città europea come popolazione dopo Londra e Parigi. È sede della corte vicereale, abitata dall'alta nobiltà del mezzogiorno e da una moltitudine di gente indigente, sede di commerci e di mercanti. È esente dalle imposte dirette e non paga il focatico. Il tentativo da parte del viceré, nove anni prima, di imporre una gabella sulla frutta e verdura, scaturisce in una rivolta popolare capitanata da Tommaso Aniello pescivendolo che per alcuni giorni soggioga le guarnigioni spagnole terrorizzando la corte e la nobiltà. Vera rivoluzione popolare, la prima e l'unica della nostra penisola. Non possediamo le numerazioni, le rilevazioni fiscali, perché ne è esente. Da recenti studi si stima che l'indice di mortalità fosse del 50%. Dai 200.000 ai 600.000 individui deceduti. Il focolaio infettivo dura fino all'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione. Lo spopolamento della capitale acuisce ancor di più l'abbandono delle aree regionali periferiche nel periodo post-peste. I vuoti a Napoli si colmano con le migrazioni interne. Flussi che contribuiscono a ripopolare la città partenopea a danno di una periferia già spopolata dal morbo. Nel Contado del Molise la peste arriva tra maggio e giugno: si calcola che il 50% dei paesi viene infettato. Il dato più prossimo per Macchia possiamo desumerlo dal paese di Capracotta, il più vicino anche per le caratteristiche socio-economiche e demografiche. Nella numerazione fiscale del 1648, otto anni prima dell'infezione, Capracotta ha 254 fuochi (esenti i nobili e gli ecclesiastici), nella successiva del 1669, tredici anni dopo, 183. Sembra che la perdita sia di 71 fuochi. Un documento conservato nell'archivio parrocchiale ci da una realtà storica molto diversa. Il libro dei battezzati e dei morti di quel tempo ci dà notizie certe di prima mano. Il contagio inizia in piena estate il 4 agosto e continua fino al 13 settembre; 41 giorni di severo contagio con 1.126 decessi. Calcolando i fuochi del 1648 per il fattore 5 come indice familiare, la popolazione risulta di 1.270 anime, che contrasta con i numeri reali dei decessi del 1656, 1.126. La differenza è di 144 anime, pochissime per giustificare i 183 fuochi del decennio successivo. Se si stima una mortalità generale nel viceregno intorno al 43% e l'applichiamo al numero dei decessi del 1656, diviso i fuochi, ci dà un indice familiare del 6,3. Se consideriamo che il nucleo famigliare post-peste, ovvero nei fuochi ancora accesi, ha un fattore molto più basso, 2,6, nel 1669 il paese conta 183 fuochi, 475 anime. Per altri due anni diversi focolai nel Regno si riaccendono. La vicina Rosello è contagiata da gennaio del 1657 a febbraio del 1658 e solo a giugno dello stesso anno è considerata libera dal morbo. Aurelia d'Eboli, feudataria di Macchia, nominata delle Spinete , paga ducati 3, grani 1, cavalli 16, come adoha, tassa proporzionale al valore pecuniario del feudo. Notizia tratta dal libro redatto il 1 gennaio del 1669 per la Regia Camera della Sommaria, organo amministrativo di controllo, competente a giudicare in materia fiscale come la nostra Corte dei Conti. Macchia non compare nell'elenco dei fuochi dei paesi, né tra quelli disabitati del Contado del Molise. Forse già in fase di avanzato stato di spopolamento e declassamento a feudo rustico, il nostro paese viene disertato e abbandonato. Un notaio di Castel di Sangro annota in un atto: «onde mancarono abitanti e coloni, ché non così facilmente si trovavano le case e gli stabili a darle in affitto o venderle e per conseguenza andarono a terra o in distruzione». La popolazione residua si trasferisce, probabilmente, nei centri vicini di Agnone e Capracotta condannando ad una lenta ed inesorabile distruzione l'abitato. Solo il ricordo della titolazione ecclesiastica resta a testimoniare la pietas degli abitanti e la presenza dell'abitato. Giosa Menna Fonte: https://giosamenna.wordpress.com/ , 12 gennaio 2015.

  • La misura del mondo fra Chieti e Capracotta

    Il teodolite, inventato nella seconda metà del Settecento, è uno strumento ottico a cannocchiale per la misurazione degli angoli azimutali e zenitali, utilizzato per rilievi geodetici e topografici. Il teodolite è costituito essenzialmente da una base, un'alidada e da due cerchi graduati, uno orizzontale e uno verticale. La base è dotata di una livella e di viti per regolare la verticalità dell'asse principale dello strumento. L'alidada è montata sulla base in modo da poter ruotare attorno all'asse verticale e a sua volta è munita d'un cannocchiale che ruota su di un asse orizzontale. Con la fine del principio d'autorità aristotelico e l'affermarsi della rivoluzione copernicana, il teodolite consentì la rappresentazione del geoide terrestre, fondando la sua autorevolezza sulla posizione esatta di alcuni punti del territorio conseguita con minuziosi rilevamenti topografici. Nella seconda metà del XVIII secolo furono condotte delle operazioni geodetiche anche nel Regno di Napoli e, al fine di piazzare le colonnine geodetiche utili ai rilievi del caso lungo una perfetta linea latitudinale nord-sud, la scelta cadde sulle località di Chieti e Capracotta, che riposano su di un asse di simile latitudine con uno scarto altimetrico di 1.090 metri. Il 15 ottobre 1786, infatti, dal bastione settentrionale del monastero dei frati cappuccini di Chieti, con un angolo di 11°19'36'', fu possibile «osservare il passaggio del centro del sole sulla verticale di un segnale posto sulla torre di Capracotta» a 58 km. di distanza aerea, provando a tutto il Meridione che la Terra era effettivamente di forma sferica e che ruotava attorno alla sua stella. Con una battuta si può arguire che se la Terra è tonda, lo dobbiamo anche alla geomisurazione avvenuta quasi due secoli e mezzo fa sulla sommità della torre campanaria di Capracotta, da cui si poteva guardare in linea retta cosa facevano i francescani teatini lontani 60 chilometri! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Coppola, Un contributo per la storia della tecnica cartografica: inquadramento geodetico per la Gran Carta del Regno di Napoli , in C. Clivio Marzoli, Imago et mensura mundi , vol. II, Ist. della Enciclopedia Italiana, Roma 1985; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Robotti, Chieti: città d'arte e di cultura , Ed. del Grifo, Lecce 1997.

  • Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli (II)

    Le "attese" Hanno scritto che la santità di una persona si misura dallo spessore delle sue "attese". Ebbene, se la perfezione cristiana si valuta anche in questi termini, cioè, se la santità significa "attesa" di qualcuno, di un evento, di una sorpresa, allora zia Elvira e Giuseppina vissero realmente la veglia mattutina di chi non deve perdere il tempo destinato a pensare agli altri. Se il paragone può dire qualcosa, zia Elvira e Giuseppina erano come quelle finestre che vedi illuminarsi prima che spunti l'alba, e non sai se aspettarti che dietro i vetri debba apparire il profilo di un volto. Ci sono "attese" proprie delle "mamme" e altre legate alla vocazione nello "stato religioso", squisitamente umane le une e altamente spirituali le altre. Vocatività alla "maternità" e alla "consacrazione" che, nel loro genere, per le "attese" che le coinvolgono rispettivamente, sono proposte alla perfezione. Zia Elvira e Giuseppina non erano né "madri", né "suore". Ebbene, tutte e due, sul percorso dell'amore, impersonarono le due vocazioni, esprimendo nella loro vita le caratteristiche alterne della donazione materna e dello stile di vita consacrata. Una sorta di sacramento umano di trasparenza, che te le faceva indovinare come creature fatte per donarsi e fino al sacrificio di sé, a servizio di chiunque fosse in "attesa" del loro passaggio. "Attese" come servizi Tuttavia era l'età ad evidenziare meglio le loro "attese" come riserve del servizio da prestare. Quella della "maternità", in vero, si accreditava in maniera più evidente a zia Elvira. Era, infatti, la voce del popolo che la identificava con l'appellativo di "mamma santa", forse in risposta alla sua maniera di chiamare figlie mije e figlia meija chiunque l'accostava in particolari circostanze, specie se di bisogno o di dolore. L'altro servizio, quello relativo ad una forma di virtuale "consacrazione" religiosa, si confaceva meglio a Giuseppina, con un significato più credibile. Si trattava, infatti, di un servizio che nella chiesa, anche nella semplice donazione laicale, riveste un particolare significato, anche se senza investitura monacale e senza partire dalle soglie di un monastero. Servizio al quale Giuseppina si donò come risposta alle "attese" di una vocazione che la nostra comunità distinse come donna chiamata ad una missione di frontiera. Tutte e due, però, accomunate in un gratuito servizio, quasi antecipazione del moderno "volontariato", per il gusto di sapersi utili e disponibili. L'ambiente di famiglia Sarebbe un vuoto imperdonabile se, per Giuseppina in particolare, non accennassi alle radici familiari dalle quali trasse la linfa per la sua formazione umana. Le immagini che animarono quell'ambiente di famiglia che ebbe il suo percorso da S. Pietro Avellana a Capracotta, da focolare a focolare, amo incentrarle in colei che era il cuore naturale della casa: mamma Antonietta, zia Letta , nella traduzione e tradizione familiare e popolare. Zia Letta, una di quelle regine di focolare che, in altri tempi, si facevano oggetto di onore e di amore; simili a quelle icone di Madonne, che nelle chiese attirano lo sguardo, prima dell'altare maggiore - come a dire la presenza di un padre -, e prima che gli occhi si perdano tra volte e colonne del tempio - come a dire il resto dei componenti la famiglia. Io l'ho conosciuta a Capracotta, nella casa in via Pescara. Dove l'accoglienza si traduceva "a porte sempre aperte", prodigata nel segno dell'ospitalità conviviale che Giuseppina gestiva a nome suo e secondo i suoi gusti. Zia Letta, una norma di vita dettata in silenzio, delegata alla figlia prediletta sempre al suo fianco. Un esemplare di virtù umane e cristiane, delle quali Giuseppina, senza retorica, in scala ridotta, per non dire altro, illustrava l'annosa e sacrificata esperienza. Chi ne volesse sapere la storia, vada a quelle pagine nelle quali la figlia scrittrice, nell'opera "Oltre la valle", traccia con disinvoltura soddisfatta, i cambi alterni che mutano il cammino di una vicenda di famiglia. Una vicenda non facile a narrarsi, dalla quale zia Letta riemerge come una forza aggregante, un simbolo di coraggio non rassegnato, un'esperienza insieme, amabile e dura, popolata di figli e di batticuori, e di speranze esaudite. Finché, come chi non ha più nulla da dire e da fare, esaurita, come quelle cisterne che, dall'alto, ti accorgi non hanno più acqua da donare, zia Letta si ricompose visibilmente in quell'abbandono quasi mistico che se può preludere la fine dei giorni, confina con l'attesa di una vita che va oltre la valle... oltre la morte. L'eredità Toccava a Giuseppina, ora, gestire quella eredità spirituale; una eredltà senza cose che arricchiscono, tanto la povertà solenne come una virtù evangelica luminosa di provata dignità, aveva dato spazio più al culto delle virtù che alla pena di apparire agiati senza essere ricchi. In una casa dove la fede si era respirata a pieni polmoni, dove la preghiera era stata una specie di anima della conversazione, dove l'animazione della carità era stato il filo conduttore della convivenza, se un giorno mi avessero detto che in vita, zia Letta era stata mediatrice di un miracolo, non solo ci avrei creduto, ma lo avrei ritenuto un fatto normale. Messaggio Se la santità non si eredita si eredita certamente il suo messaggio che, come oggi, si fa voce, richiamo e umile riferimento di stima e venerazione. In quel messaggio di zia Letta, convissero zia Elvira e Giuseppina, continuando le tradizioni del vissuto umano e cristiano della sorella e della madre. Mi piace ora rivederle insieme, in uno di quegli appuntamenti - come a Lourdes - dove lo spirito di fede trova stimoli per alimentare le scelte personali, alla luce della comune devozione mariana. L'episodio che ricordo e che ha sapore di "fioretto", riguarda il racconto che ne faceva Giuseppina per zia Elvira che, dopo l'ascolto di una predica in lingua straniera, commentò, alla fine: «Come ha parlato bene!». In confidenza, chiesi a Giuseppina se aveva chiesto... qualche miracolo a Lourdes. Con la franchezza spassosa che le era propria mi rispose con una frase che voleva dire che «Dio non è tale da fare regali gratuiti!». Sulla linea del messaggio lasciato da zia Letta, in casa di via Pescara, continuava a regnare il senso partecipato dell'accoglienza, della convivialità, della letizia partecipata, della festosità. Specie quando tutta la famiglia Santilli, patriarcale nel senso più originario delle tradizioni di un tempo, si raccoglieva a riannodare i vincoli della familiarità, di cui Giuseppina, artefice della convivialità, era come l'anello di congiunzione tra tutti i membri e, tra essi, simbolo dell'intimità del focolare domestico e quasi oracolo di un "messaggio" materno udito e vissuto, e ora da raccontare. Era allora che, anche se di vecchia data, storie e fatti di famiglia avevano la loro ricapitolazione ufficiale. E se il soggetto immancabile era zia Elvira, o Ida, famosa per le sue "distrazioni", allora l'ilarità, lungi da sembrare canzonatura, si risolveva in commenti che giustificavano, più che la logica della risata, il gusto di un ascolto tutto di famiglia. Conclusione E per finire, mi piace riprendere l'immagine dalla quale sono partito: zia Elvira e Giuseppina in cammino "mano nella mano". Come quei due viandanti di Emmaus a colloquio con lo sconosciuto che era il Risorto. E che, ignorando il suo nascondimento, aspettavano la fine del viaggio per trovarselo di fronte per dirgli: «Resta con noi, ormai si fa sera!». «Ormai si fa sera». Il sipario che scende su quello scenario di vita evangelica, per zia Elvira, il 3 agosto 1983, per Giuseppina, 1'8 novembre 1983. Nelle due chiese, c'era quell'atmosfera di partecipata tenerezza simile ad una corrente melodica che valica il pensiero della morte. Un raccoglimento affollato da quelle immagini carissime che il rimpianto mutava in lodi di glorificazione, dopo un viaggio così stancante, così sofferto, così santificato. Le mani benefiche stringevano la corona del rosario come era sempre stato fino «all'ora della nostra morte», per cinquanta e cinquanta "ave Maria" e fino a quella temuta frazione di tempo in cui ognuno di noi si gioca il suo destino eterno. Il destino così profetizzato da Giuseppina e valido per zia Elvira che «chi non ha sofferto sulla terra non potrà gustare le gioie del Paradiso». Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli , Capracotta 1993.

  • Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli (I)

    Premessa Questa indovinata commemorazione promossa dalla famiglia Santilli e caldeggiata calorosamente da me, ha dello straordinario, non tanto per il modo col quale si è voluto organizzarla, quanto per il fatto che desterebbe stupore, proprio in coloro che, insieme, abbiamo inteso riportare alla nostra memoria, con sensi di devota ammirazione e gratitudine: zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli. Insieme nel ricordo Il primo decennale della loro morte, distanziata di pochi mesi nel 1983, ci consente di accomunarle in un unico familiare ricordo. Anche se nella diversità della loro immagine, come per età ed esperienza di vita, anche se da vie diverse, come vario era stato il tracciato del loro cammino umano nella storia della loro esistenza terrena e della loro testimonianza cristiana, tuttavia, ci ritornano idealmente riavvicinate nella complementarietà della loro affinità di sangue e di fede, in una parola, in quello che meglio si definisce "santità della vita": occhi al Cielo e piedi a terra. E se potessi suggerire una "scultura" che le ritragga in questo accostamento, amerei contemplarle "mano nella mano". E per dare un significato leggibile al "gruppo", suggerirei la scritta: «L'uomo guarda la statura, Dio guarda il cuore!». E sì, perché se il motivo immediato con cui gli uomini sono adusi a valutare la prestanza fisica aveva poco spazio per fissare sulla carta la loro statura a lettura di metro, c'era e c'è un'altra misura per graduare lo stile della loro personalità, con i doni che l'arricchivano, da sorprendere come in uno spazio corporeo così brevemente circoscritto dalla natura, e poi, così impoverito dall'afflizione dei mali, così mortificato, potesse convivere elevatezza di spirito e dinamismo interiore, tanto segreti e pur tanto attraenti. Profilo Per tentare un loro giusto profilo, conviene partire appunto da quel "dinamismo", cioè dalla loro "spiritualità", gestita con varia iniziativa, come filo conduttore, nella composizione armonica delle "realtà terrene", sempre valutate nella giusta dimensione, e finalizzate per la ricerca della propria e altrui santificazione. Ho detto "realtà terrene", perché nessuno pensi che «gli occhi al Cielo» poteva loro impedire di sentirsi ed agire con «i piedi a terra». Chi le accostava, provava immediatamente di trovarsi con persone lontane dall'astrattezza dei "visionari": con donne "feriali" senza aureola, piene di sollecitudini familiari comuni a tutte le donne del paese; persone cioè della normalità. Donne, in una parola. Dove la "femminilità" andava poi argomentata guardandole negli occhi. Zia Elvira e Giuseppina ignoravano di portare avanti un loro personale "messaggio", che sarebbe poi stato raccolto - come facciamo ora - in eredità benedetta, una sorta di testamento spirituale non dettato. Come quei fiori di campo che ti devi piegare per scovarli nel fogliame, e solo quando li hai tra mano, ti sorprendi del loro raro profumo e delle gradazioni di colore delle povere corolle. Zia Elvira L'una, zia Elvira, se ne andava per le strade del paese ammantata di nero, sempre, come chi non può dimenticare certi simboli dettati dalla tradizione o da una storia di famiglia, sofferta; con quello scialle che, oltretutto, le serviva anche da schermo per difendere e celare quella deturpazione della parte di volto dove restava sbarrato nel vuoto l'occhio inservibile da tanto tempo. Se la meta non erano le chiese, lo erano notoriamente le case che l'attendevano a farsi voce di consolazione o in attesa di un soccorso, modesto finché si vuole, ma offerto con quel distacco sorridente che bastava a soddisfare l'attesa. Ci volle una caduta banale quanto mirata a porre fine a un'esistenza che si sgranò in una sequenza di episodi da identificare francescanamente come "fioretti", ad alcuni dei quali mi provo a dare una propria intitolazione. Eccoli: "sorella acqua", una passione più che ecologica; la "scorta per una cieca", atto di carità eroico; "furtarelli benedetti", quello che supera... Da interpretare così: quella che poteva passare per una "mania" per l'uso frequente dell'acqua, andava letta in chiave simbolica di pulizia purificante; quello che poteva apparire un "assurdo", di una cecuziente che accompagnava una cieca, era un'opera di misericordia, ai confini del rischio; quello che poteva interpretarsi come "abuso" proprio in famiglia, che sapeva e tollerava liberamente, aveva lo scopo evangelico di donare il superfluo. Tutta una strategia condotta con una semplicità sconcertante, quando, vedendosi tradita dalle fette di salame sfuggite alla presa o dalle gocce di olio che svelavano, traditrici, il segreto, i suoi sussurri indistinti come preghiere a fior di labbra, commentavano l'accaduto, quasi a chiedere scusa. Sono questi, alcuni tratti di un profilo che meriterebbe ben altre considerazioni ma che, pur nella loro brevità, nella loro essenzialità, nella loro modestia, nella loro voluta parsimonia, quasi attinti da un guardaroba di poche cose eleganti, sono bastevoli ad incorniciare l'immagine di una donna del popolo così piccola e così amabile. Giuseppina L'altra, Giuseppina, vulnerata da piccola da un handicap generato da una banale caduta, divenuto poi un male che le sarà per sempre compagno, e che, come scrive la sorella Elvira nel suo "Oltre la valle" «nel contatto con la vita» le aveva «fatto conoscere la ragione dell'esistenza nella fede», convinta, Giuseppina, «che chi non ha sofferto in terra, non potrà gustare le gioie del Paradiso». E col tempo si appropriò di quello spirito di donazione che nella spiritualità dell'ascetica cristiana spinge fino al sacrificio. Ed è sempre la scrittrice Elvira a sottolineare per sua sorella l'inconcepibile "idea paradossale" della "sofferenza" sposata all'idea della "felicità", «forse perché la gioia perenne – scrive – ha qualcosa di monotono». Lo spirito di donazione di cui ho detto si concretizzò in zelo per le "missioni", fino a farla protagonista di un ideale che pur essendo di frontiera, non castiga chi, amante di Cristo, può concorrere alla salvezza del mondo, commisurando l'infermità corporale con la forza esuberante dell'entusiasmo. E non è da credere che Giuseppina giocasse sul risparmio di sé; ed è qui, sotto certi aspetti, il "paradosso" della scrittrice: e cioè, dove altri aveva le carte in regola per suggerirle cautela, prudenza, riguardo al proprio stato, per lei era affare suo non dispensarsi dal sentirsi "missionaria". II coinvolgimento era assicurato. Un "missionario" giunto in parrocchia, sapeva a quale porta picchiare. II parroco ci stava, perché la riteneva il suo "braccio destro". Le "missioni", per suo merito, erano diventate il crocevia di ogni attività pastorale. La sua casa, una specie di "porto di mare", per dir così, non perché le porte erano sempre aperte, ma perché tutti sapevano che più di quelle era spalancato il cuore! Forse è nello stile caratteriale dei Santilli, il "senso dell'umorismo", ma in Giuseppina direi che si manifestava con contenuti di giovialità simbolica, quasi associata fisiologicamente ad eludere il suo stato di sofferenza, sulla quale, se il caso lo richiedeva, giocava scherzosamente la carta della nota umoristica. Quasi a dispensare gli altri da quei sentimenti di gratuita compassione, se non sono, poi, sorpresa o rifiuto. Particolari d'insieme Per tutte e due, questi sono profili essenziali, rapidi come graffiti, che risultano veridici quanto più si è avuto la fortuna di accostarle. Accostandole, infatti, ti accorgevi che ti suggerivano, ognuna a modo proprio, il gusto dell'ascolto, il desiderio spontaneo della familiarità, la naturalezza della convivialità. E il tutto condito dalla compiacenza invitante che suggerisce un dipinto, come quello della sorella pittrice Bianca, dove il paesaggio si carica di folgorazioni dell'arcobaleno. Se avevi un po' di fede - ma se non ne avevi ti coinvolgevano con una manovra conciliante - se avevi fede, dunque, dovevi renderti conto di come, su un terreno così fragile umanamente, fiorissero virtù morali che, assommate, rifluivano nell'unica dimensione evangelica, che dire amore , è lì meglio per sottolinearle. È in questa dimensione che le due immagini, senza perdere nulla della loro personalità e della loro identità, quasi si soprapponevano, ai confini di una spiritualità tutta personale e che, tuttavia, le convogliava nell'accordo di un comune ideale di servizio di carità. Tra mormorii oranti per l'una, ed espansive manifestazioni d'intima letizia per l'altra. E tutto per amore , ricco nella trama dell'esperienza per l'una, innamorata del Cuore di Cristo, arricchito da vivace operosità, per l'altra, presa dall'ideale missionario. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli , Capracotta 1993.

  • La sfida delle nuove povertà

    Le parole di quei frati sulla povertà mi hanno richiamato alla mente un incontro vissuto anni prima in territorio molisano, proprio nella provincia di Isernia da cui la comunità proveniva. Mi trovavo a Capracotta, il comune più alto dell'Appennino, famoso per i suoi impianti sciistici. Ero andato lassù per un servizio in occasione della più grande nevicata registrata dagli anni Sessanta: la città era nascosta sotto 2 metri e 56 centimetri di neve, un record assoluto che aveva reso necessario l'arrivo di uno spazzaneve di ultima generazione direttamente dagli Stati Uniti. Il borgo, di origine medievale ma completamente ricostruito in seguito alle devastazioni della Seconda guerra mondiale, è oggi baitato da quasi 800 persone che, assediate in un biancore irreale, vivevano quell'anno uno dei loro inverni più difficili. In quel deserto abbagliante ricordo di aver visto la figura di un anziano che tornava lentamente verso casa, facendosi strada a fatica nella neve. Si trattava di un ottantenne, ex preside, che con una cortesia d'altri tempi si è fermato a discorrere con me in quello scenario surreale. Oggi che da qualche tempi ci ha lasciato, conservo con commozione il ricordo della sua luminosa dignità e le parole che mi ha consegnato. Attraverso i suoi racconti ho conosciuto il dramma di quel piccolo paese di pastori, occupato dai nazisti in ritirata subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. In ottobre i tedeschi entrarono in città e insediarono un ospedale militare nella scuola, buttando dalle finestre i banchi e il resto dell'arredamento scolastico. Poi tagliarono quasi tutte le piante del paese per mascherare i loro automezzi. Nelle settimane che seguirono si diedero alla razzia di bestiame. L'anziano che mi ha raccontato questa storia, all'epoca era bambino e viveva con la famiglia in una povera casa contadina. non possedevano, come altri, un gregge di ovini, ma vivevano del frutto della loro terra e facevano affidamento per sostentarsi sull'allevamento di un unico maiale che, una volta macellato, avrebbe sfamato la famiglia per un anno intero. Quel giorno i nazisti, dopo aver depredato del loro gregge altre famiglie di Capracotta, si diressero anche verso la casa del mio interlocutore che si trovava da solo insieme alla madre. I militari perlustrarono la casa rendendosi conto che l'unico possedimento di un qualche valore della famiglia era il maiale che razzolava in cortile e non esitarono a prenderlo. L'anziano, dopo più di sessant'anni da quell'evento, ancora piangeva nel raccontarmi come la madre si fosse messa sulla strada degli occupanti, tentando con tutte le sue forze di opporsi al furto del maiale, rischiando la sua stessa vita. Lui era rimasto nascosto come gli aveva intimato la mamma, ma, dopo tutti queli anni, poteva ancora sentire le urla della donna come pugnalate nella carne. Mentre mi parlava, ho immaginato quella madre che rientrava in casa, tentando di asciugarsi le lacrime, per rimanere forte di fronte al figlio a cui, nei mesi successivi, non sapeva cosa avrebbe dato da mangiare. Tornato ad Ascoli dopo quella trasferta di lavoro, avevo deciso di prendermi alcuni giorni di riposo da passare con i miei figli. Vedere gli occhi pieni di lacrime di quell'uomo era stato come essere preso e scosso per le spalle, risvegliato da un torpore in cui mi stavo accomodando. Avevo bisosgno di ricordarmi cosa avesse davvero valore nella mia vita. Dopo la mattinata all'eremo, con in testa le parole di padre Roberto e il volto dell'anziano preside, abbiamo deciso di fare una passeggiata verso un luogo che i frati ci avevano descritto come magico, quasi incantato. Avevo bisogno di immergermi dentro la natura, ne sentivo la necessità. Massimiliano Ossini Fonte: M. Ossini, Kalipè. Il cammino della semplicità , Rai Libri, Roma 2020.

  • Angel Island

    Ogniqualvolta mi capitava di parlare con amici o conoscenti romani del mio ultimo viaggio a San Francisco, ove viveva mio figlio Vittorio con la moglie Katie e con i figli Lilly e James, il loro immancabile commento riguardava il fascino del tutto particolare di quella città californiana, che la distingueva, secondo loro, da tutte le altre città degli Stati Uniti e la rendeva la più simile a quelle europee. L'osservazione, comune a tutti, che voleva essere un complimento per la bella vacanza trascorsa, ma che sottintendeva anche un più sottile e malizioso giudizio negativo sull'America in generale, non era naturalmente suffragata da nessuna esperienza diretta della vita del "nuovo mondo". Nel migliore dei casi, si basava su un unico viaggio compiuto dall'interlocutore a New York o a Los Angeles, o addirittura su uno scontatissimo viaggio di nozze a Cuba, la patria del castrismo internazionale. A me risultava, ad ogni modo, del tutto priva di fondamento. Niente mi sembrava, infatti, che potesse giustificare un giudizio tanto superficiale, da distinguere nettamente San Francisco da Chicago e Detroit, ma anche da Boston e Sacramento. Secondo la mia esperienza, pur tenendo conto delle ovvie differenze, erano più numerose e importanti le caratteristiche che univano le città americane di quelle che pur distinguevano le grandi metropoli di New York e di Los Angeles da quelle di provincia come Reno e Carson City. Ciò valeva anche nel confronto delle città industriali come Chicago e Detroit con quelle a economia agricola e commerciale come Sacramento, dei centri dell'alta cultura e dell'innovazione, quali San Francisco e Boston, con quelli del gioco e del divertimento, quali Las Vegas e Disneyland, dei centri del Nord con quelli del Sud, di quelli delle due coste con quelli delle pianure centrali e delle zone montuose. Dappertutto io avevo avvertito l'orgoglio degli abitanti di sentirsi americani, il piacere del proprio stile di vita, la generosità e la solidarietà delle persone, il rispetto per l'ordine e per le regole del vivere civile, la pulizia delle strade e la cura dei giardini, il modo di funzionare e la precisione dei servizi pubblici e di quelli privati, la vastità degli spazi e il silenzio della notte, la varietà, fin dentro i centri abitati, degli uccelli e degli animali selvatici, l'integrazione delle razze occidentali, asiatiche e africane, i moderni grattacieli accanto alle abitazioni di legno. Comuni a tutti i centri urbani erano i supermercati e i grandi centri commerciali, che sostituivano quasi completamente i piccoli esercizi, negozi e mercatini rionali. Dappertutto risuonavano il jazz, il rock, il folk, il country, lo spiritual e il gospel. Ovunque i grossi pick up avevano sostituito il primitivo calesse, le moderne villette di legno continuato la tradizione del forte e del ranch dei tempi della conquista del West , i grandi autocarri con o senza rimorchio preso il posto delle vecchie carovane. Alle vie carovaniere erano subentrate le larghe autostrade, per lo più gratuite, direttamente accessibili dai centri cittadini e libere dai caselli di blocco. Le linee ferroviarie avevano ceduto il primato al traffico aereo. Quasi nulla di tutto questo era proprio delle città europee. Spontaneo in me sorgeva il confronto con la vita di Roma, la città in cui vivevo, rumorosa e caotica, con lo stile di guida degli automobilisti, le automobili parcheggiate ovunque, quasi come se l'intera città fosse un immenso garage. Quivi dominava l'angustia degli spazi, il brulicare della gente specialmente intorno al Colosseo, alla Fontana di Trevi, a piazza San Pietro o nei quartieri tradizionali di Borgo Santo Spirito, di Trastevere, di San Lorenzo e del Ghetto ebraico. Dappertutto sorgevano monumenti e antichi resti storici. Rare erano le specie di uccelli nei parchi e del tutto assenti gli scoiattoli e i caprioli, per non parlare dei leoni marini, dei falchi e dei tacchini selvatici. Pressoché spariti erano anche i tradizionali gatti di Roma! Nessuna presenza di razze straniere era paragonabile alla China Town di San Francisco o alla comunità di messicani presente, numerosissima e perfettamente integrata in tutta la California. Ciononostante, quel pregiudizio tanto diffuso fra gli amici e i conoscenti romani doveva pur avere qualche fondamento, che io mi sforzavo ogni volta di scoprire. Nel mio quarto o quinto soggiorno a San Francisco (non ricordo esattamente) accadde un episodio illuminante, che in qualche modo spiegò quel luogo comune, per me ancora oscuro. Dopo aver visitato, mia moglie ed io, nei precedenti soggiorni, quasi tutto quanto era possibile vedere, almeno dall'esterno, in San Francisco e nei dintorni, avevamo deciso di compiere una gita panoramica nella vicina Angel Island, situata all'interno della baia. Saliti di buon'ora sul traghetto che partiva da Tiburon, eravamo sbarcati, dopo alcuni minuti, nella piccola radura dell'isola, destinata all'approdo. In un apposito piazzale era situata la costruzione in legno adibita a centro visitatori. Quivi era anche il botteghino per la vendita dei biglietti e la distribuzione dell'attrezzatura necessaria ai diversi tipi di escursione: a piedi, in bike , in mountain scooter elettrico, in tram. A poca distanza era visibile un tratto di costa sabbiosa, dove alcuni turisti erano sdraiati al sole. La scarsa padronanza della lingua inglese mia e di mia moglie provocò un equivoco nell'acquisto dei biglietti. Invece di quelli per il tour in tram, che noi intendevamo chiedere, ci furono consegnati dei biglietti per il noleggio di due mountain scooter . Ce ne accorgemmo quando ci offrirono un casco da indossare per sicurezza e ci fecero firmare una dichiarazione che eravamo capaci di pilotare senza assistenza il mezzo di trasporto a due ruote. Francamente, anche il costo eccessivo di sessanta dollari da noi pagato per ogni biglietto ci aveva lasciati dubbiosi. I chiarimenti necessari a sciogliere l'equivoco occorso ci fecero perdere tempo, pazienza e anche il tram dell'unico tour giornaliero. Della nostra reazione piuttosto stizzita si era accorto l'autista di un pullman privato, destinato a un giro turistico di una comitiva di persone anziane, che aveva assistito alla discussione. Con qualche esitazione ma con grande affabilità e cortesia quell'uomo si avvicinò a noi e chiese, in un italiano stentato e imperfetto, se eravamo italiani. Alla nostra risposta affermativa ci confidò di avere anche lui origini italiane, perché suo nonno materno era immigrato prima della grande crisi del 1929 dal Molise, esattamente dal paese di Capracotta a San Francisco, negli Stati Uniti d'America. Aggiunse che questo suo avo aveva tentato di insegnare, a lui ancora bambino, a parlare italiano, ma inutilmente. Dopo lunga fatica, definitivamente scoraggiato, aveva preso gusto a ripetere, in ogni occasione: – Tu testa dura, troppo dura per imparare italiano! Dopo aver simpatizzato con queste poche battute e aver appreso che io ero nato in Abruzzo, che all'epoca di suo nonno formava un'unica regione con il Molise, il nostro compaesano ci chiese se volevamo approfittare gratuitamente di due posti liberi sul suo pullman privato, che, ancora vuoto, sostava in attesa dell'arrivo della comitiva che lo aveva noleggiato. Naturalmente noi accettammo la generosa offerta con grande sollievo e quel signore ci fece sistemare in prima fila, sui due sedili dai quali si sarebbe potuta godere la vista migliore. Trascorsi pochi minuti, vedemmo scendere, da un traghetto appena approdato, una quarantina di persone, tutte donne, di un'età non certo giovane, tra i settanta e gli ottanta anni, dall'abbigliamento immancabilmente americano. Dopo che costoro, tra un vocio e un brusio, ebbero occupato i loro posti sul mezzo di trasporto, l'autista porse a tutti un saluto di benvenuto e avviò il pullman, che, lentamente, si addentrò nel verde dell'isola, per uno stretto sentiero, che dall'alto della costa affacciava sul mare. L'autista, assunte anche le vesti di guida turistica, continuando a guidare illustrava in inglese il panorama e le belle vedute di San Francisco, di Sausolito, di Tiburon e del West della baia, con lo sfondo del Golden Gate Bridge. La storia dell'isola era altrettanto interessante. Riuscimmo a comprendere che fu sede dei Miwok, di comunità di allevatori, dello United States Army, ma che era divenuta celebre soprattutto per aver ospitato una «stazione di aspirazione per gli immigrati asiatici» e per un museo che raccontava la storia della loro introduzione in America. L'autista parlava, parlava, con facondia e con vera passione. Noi comprendevamo (poco), più dai gesti che dalle parole. Le turiste americane appartenenti alla comitiva parlottavano fra loro con un brusio continuo e non distinguibile. Sicuramente avevano compreso che i due ospiti che le avevano precedute nella sistemazione sul carro erano italiani. Alla prima sosta effettuata in uno spiazzo panoramico adatto alle foto ricordo, infatti, una donna, tra le più giovani (si fa per dire) e ardite si avvicinò a mia moglie e a me e ci chiese se eravamo italiani. Alla nostra risposta affermativa ci confidò di aver sposato, in gioventù, un italiano, di aver visitato con lui durante il viaggio di nozze Napoli e l'isola di Capri e di conservare di quei luoghi un ricordo tenero e incantevole. Purtroppo - concluse - aveva perduto quel marito da oltre vent'anni. Ci fermammo una seconda volta per visitare il museo che conservava la storia dell'immigrazione asiatica in America. Prima di entrare nel fabbricato ci si accostò un'altra signora, sui settantacinque anni. Dopo aver avuto da noi la conferma che eravamo italiani, volle raccontarci di aver compiuto a Venezia il viaggio più bello della sua vita, con l'uomo che più di tutti aveva amato, e che purtroppo era deceduto tragicamente in giovane età, quando si accingeva a raggiungerla in America. Commossa dai ricordi, più che dalla nostra partecipazione compita, prima di accomiatarsi volle abbracciarci affettuosamente. Alla terza sosta del pullman, che avrebbe dovuto servire per fotografare da posizione favorevole il Golden Gate Bridge, ne fummo impediti da una donna, forse la più anziana, sicuramente prossima agli ottanta anni, che volle graziosamente informarci anche lei dei suoi passati amori, sbocciati a Portofino, a Firenze, a Positano, a Roma e, dulcis in fundo , a Catania. Quest'ultimo amore, anch'esso finito da lungo tempo causa decesso, era il padre delle sue figliole, due perle del Mediterraneo, che lei aveva voluto chiamare, dal nome della località siciliana dove aveva abitato felice, rispettivamente Aci e Trezza. Queste due filie, che la venivano a trovare regolarmente alla casa di riposo per anziane residenti a San Francisco, ove lei aveva dimora ormai fissa, erano la consolazione della sua vecchiaia. Risaliti dopo il commiato sulla vettura, mia moglie ed io evitammo di scendere alla quarta e ultima fermata, frastornati da tanto turbinio di sentimenti forti e concorrenti di amore, di cordoglio e di nostalgia, che ci avevano convinto che, se San Francisco non si poteva ancora dire la più europea delle città americane, avrebbe potuto essere almeno considerata la città americana più innamorata degli italiani. Roberto Melchiorre R. Melchiorre, Tre lettere per Irene e altri racconti , Armando, Roma 2014.

  • In fondo ad un burrone

    San Pietro Avellana, 12 ottobre. Il giorno 7 corrente, il nostro concittadino Quintiliano Di Giacomo, recatosi a Capracotta, per testimoniare dinanzi a quella pretura, nel ritorno, colto da malore per la stanchezza del viaggio e la rigidezza della temperatura, lasciava miseramente la vita, in fondo ad un burrone senza ricevere alcun soccorso. Egli era caduto dall'alto della mulattiera d'accesso a Capracotta, sul monte Capraro, a m. 1.421. Ciò è avvenuto perché ancora non si è voluto l'aggregazione di questo Comune a Carovilli per non dispiacere al feudatario on. Nicola Falconi. Ora il compagno on. Giacomo Ferri ha ripresentato il progetto per aggregare San Pietro a Carovilli, da cui dista soli 13 chilometri di ferrovia, e speriamo che, con l'approvazione di questa leggina cessi l'imperio del feudalismo su questo Comune. Al procuratore del re d'Isernia poi domandiamo: Perché si lasciò il cadavere del Di Giacomo in quell'aperta campagna fino alla sera del giorno appresso? Perché il pretore non si recò sopraluogo in accesso? Perché i signori rappresentanti la giustizia di classe non possono esporsi a pericoli, che sono riserbati al proletariato? Augusto Salustri Fonte: A. Salustri, In fondo ad un burrone , in «Avanti!», IX:3186, Roma, 14 ottobre 1905.

  • I luoghi dove amo tornare

    «Siamo persone semplici, semplici sono i nostri paesaggi e la cucina. In nessun altro luogo al mondo ho ritrovato questo mood». A raccontare il suo Molise da quella Monaco di Baviera dove vive oggi è Paolo Paolino, manager 40enne, che dopo gli studi a Roma e a Siena ha iniziato il suo percorso professionale altrove. Prima a Milano in Microsoft, come controller finanziario, poi il trasferimento negli Usa, a Redmond. «Avevo 18 anni quando ho lasciato Pettoranello, un piccolo centro in provincia di Isernia di 300 abitanti, che ha alle spalle una lunga storia di emigrazione. Non è un caso se il comune dove sono nato sia gemellato con Princeton in New Jersey. È in quella città universitaria che si sono insediati, tra le due guerre, molti compaesani e parenti. La stessa sorte è toccata a me, ma con una destinazione diversa». Nel 2011 il nuovo trasloco a Monaco di Baviera come finance leader e nel 2015 l'approdo a Nvidia, leader mondiale nei microprocessori e nell'intelligenza artificiale, come direttore finanziario per il mercato Emea. La sua vita oggi è tra Monaco, Londra e San Francisco e questa sconosciuta regione italiana da 300mila abitanti (come un quartiere di Milano o Roma)di cui si parla poco, ma che il New York Times ha portato inaspettatamente alla ribalta. Continua l'amarcord: «Il centro storico di Isernia dove giocavo a calcio con gli amici tra i vicoli mentre le donne lavorano al tombolo testimoniano questo piccolo mondo antico, una terra pura ma povera di infrastrutture e aziende. Niente lavoro oggi, come allora. Restano i ricordi candidi di Capracotta, paese a 1.400 metri, noto per le piste di fondo, dove ho imparato a sciare tra le bufere». Sul cammino della formazione spirituale del manager c'è la Basilica di Castelpetroso, sorta dove ci fu la prima apparizione della Madonna a fine '800 (che ora trasmette le dirette della messa e dei rosari via Facebook). Il Molise è anche natura selvaggia, rintracciabile a Staffoli dove si pratica il trekking a cavallo in un paesaggio incontaminato. Ad agosto su questi pendii c'è la Corsalonga, una manifestazione in stile western, con cowboy e feste da ballo. Tutte cose in agenda per Paolino, come il festival jazz "Eddie Lang" a Monteroduni, che continua a tenersi informato sulla vita molisana. L'ultima tappa è al teatro sannitico di Pietrabbondante dove si svolge una rassegna teatrale. «Qui si può godere di una magnifica veduta della vallata. Davvero breathless » dice. «Ci ho portato anche mia figlia» chiude il molisano expat riportandosi all'oggi, «che è nata e vive con me in Germania e mi ha detto: qua papà è bellissimo». Luisanna Benfatto Fonte: L. Benfatto, Amarcord del giovane manager: "I luoghi dove amo tornare" , in «Il Sole 24 Ore», Milano, 20 gennaio 2020.

  • Capracotta, in moto sulle vette del Molise

    Nonostante le piccole dimensioni, il Molise offre ai suoi visitatori uno straordinario paesaggio naturale, costituito, nell'entroterra, dall'Appennino e, sulla costa adriatica, dalle bellissime spiagge di sabbia e di roccia. Tra i borghi più preziosi disseminati nel territorio, anche quello di Capracotta, che, sulla vetta del Molise, è meta particolarmente ghiotta ai motociclisti amanti delle curve e delle strade montante. Una parentesi in particolare merita di essere aperta, prima di descrivere un possibile itinerario per giungere alla meta, per ricordare l'origine di un nome "buffo" che significa di fatto ciò che sembra a primo ascolto significare e che, usando le parole dell'artista Luigi Campanelli, provoca a chi lo sente «sollazzevoli motteggi al nostro arrivo fra nuovi condiscepoli del Ginnasio o del Liceo». Leggenda narra (l'origine del nome è incerta e potrebbe essere rintracciata anche nel latino castra cocta , cioè un accampamento militare) che alcuni zingari, avendo deciso di fondare una cittadina, per compiere un rito in uso presso di loro, bruciarono una capra, che riuscita a fuggire dal rogo si rifugiò sui monti, ove stremata di forze, esalò l'ultimo respiro. Gli zingari costruirono, dove essa si era fermata, il paese e, da qui, Capracotta. «Non è difficile – scriveva nel 1930 il già citato Luigi Campanelli – scorgere su di una qualsiasi carta geografica d'Italia il territorio di Capracotta: basta seguire con lo sguardo da sinistra a destra la linea della latitudine di Roma, e da sotto in su quella longitudinale di Napoli per incontrarlo nella convergenza delle due linee». Finite le citazioni, sottolineiamo la posizione geografica particolarmente fortunata che, oltre a fare di Capracotta il secondo comune più alto dell'Appennino, regala una vista incredibile su tutto il territorio circostante. Motivo in più per concedersi una gitarella domenicale sulle strade dell'Appennino... Capracotta, sul tetto del Molise Il comune molisano di Capracotta si trova a soli 220 chilometri da Roma ed è raggiungibile dalla Capitale in circa tre ore di A1 e A5. Ancor più vicina è Napoli, distante solo 150 chilometri e collegata al comune tramite A1 e E45. Il pezzo forte, parlando di strada e due ruote, comincia però a pochi chilometri dal comune: sul versante adriatico, Capracotta è raggiungibile dalla Fondovalle del Trigno e da quella del Sangro, che, nei suoi ultimi 40 chilometri assume i connotati della vera strada montana, passando da 200 metri sul livello del mare ai 1.421 di Capracotta. Tra i percorsi più divertenti da affrontare per raggiungere la meta, va sicuramente ricordata anche la Strada Provinciale 38 che, arrotolandosi in tornanti e snodandosi in curve più veloci, attraversa parte dell'Appennino collegando tra loro la miriade di borghi e paesi arroccati in quota. Oltre al nome particolare e alle belle strade che lo collegano agli altri borghi molisani, il comune di Capracotta può anche vantare una storia antica ed importante. Se le più antiche tracce della presenza umana nel territorio risalgono al Paleolitico, i più recenti scavi archeologici hanno svelato l'esistenza di un sito con una vitalità di circa mille anni. A causa della distruzione operata durante la Seconda guerra mondiale dall'esercito tedesco in ritirata, il paese di Capracotta è stato però quasi interamente ricostruito nel dopoguerra e, tra i monumenti perduti, purtroppo c'è anche la torretta dell'orologio, ultimo residuo delle antiche mura di cinta. Riccardo Allegro Fonte: https://www.trueriders.it/ , 12 aprile 2017.

  • Prohibir la prohibitione del macellaro

    Per un patito di storia patria, sfogliare il "Libro delle Memorie" di Capracotta - la cui compilazione cominciò nel 1742 per mano di Nicola Mosca, che vi trascrisse cose passate e presenti - è un piacere immenso, una gioia per l'intelletto che a malapena si può esplicar con le parole. E, nello sfogliare quel manoscritto, delle volte accade che una trascurabile cronaca torni illuminante quando si è concentrati su tutt'altra indagine, in una sorta di serendipità d'archivio. Oggi voglio infatti parlarvi del consiglio pubblico tenuto a Capracotta il 25 febbraio 1735, quando, con «licenza del Sig. Luogotenente, ab intervento de Magnifici del Governo, e di quella quantità de Cittadini, che hanno voluto intervenire», molti capracottesi chiesero l'interdizione del macellaio Giuseppe Santilli, poiché essi non avevano «potuto haver carne dal passato macellaro, e ne hanno ricevuto ingiurie, e villanie». Praticamente il Santilli fu accusato di non aver soddisfatto la domanda di carne e, alle rimostranze dei clienti, di essersi rivelato sgarbato ed offensivo. Il popolo chiese anche che il macellaio non potesse aver voce «nella candela, che si accenderà per tal affare, e perciò ogn'uno, che vorrà rispondervi, habbia à spiegarsi per qual persona dica alla candela, e dicendo, per il suddetto, habbia à ributtarsi». La candela , per chi non lo sapesse, era il processo. Difatti fin dal Medioevo, come rimborso delle spese giudiziarie, si richiedeva la cosiddetta tassa della candela , in base alle candele consumate dal giudice durante lo studio della causa. Ascoltate le ragioni della popolazione, l'Università di Capracotta, nelle persone di Pasquale Melocchi, Giuseppe Di Lorenzo, Nicola Bonanotte, Antonio Di Tella e Gennaro Labbate, si riunì e produsse un parere in merito alla «prohibitione del macellaro». Il cancelliere di allora, Santo de Santis, mise a verbale che i capracottesi non potevano pretendere dal governo cittadino l'emanazione di un atto di interdizione nei confronti di Giuseppe Santilli e che quest'ultimo non poteva essere escluso dalla candela . Soprattutto veniva stabilito: Che se Giuseppe Santillo coll'esercitio di macellaro, che hà fatto per l'addietro, havesse fatto rimanere qualche Cittadino deluso, ò poco sodisfatto, potria quel tale ricorrere dal Governatore, ò da Catapani rispettivamente per farlo stare à dovere, con astringerlo à mandare la carne di buona qualità, al prezzo convenuto, e di giusto peso, secondo i capitoli del macello, e le conventioni fatte, e non prohibire da per loro, come fussero Legislatori, le persone ad offerire in discapito, e danno del Pubblico, e così sia. Qualora non fosse abbastanza chiaro, gli amministratori pubblici di Capracotta stavano ribadendo un concetto fondamentale per il liberismo e per gli ordinamenti moderni di civil law , soprattutto se messo in relazione a quell'imprescindibile movimento politico, sociale, culturale e filosofico che si stava allora sviluppando in tutta Europa: l'illuminismo. L'Università di Capracotta, infatti, con un semplice parere sull'opportunità o meno di vietare a un commerciante l'esercizio della propria attività, stava di fatto codificando la separazione dei poteri, rimettendo la volontà del popolo nei limiti della legge e demandando al mercato l'aggiustamento di quell'inefficienza. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento:. F. Chabod, Storia dell'idea di Europa , Laterza, Bari 1999; J.-J. Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai nostri giorni , Il Mulino, Bologna 1989; G. Conti Odorisio, Famiglia e Stato nella "République" di Jean Bodin , Giappichelli, Torino 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; S. Rokkan, Stato, nazione e democrazia in Europa , Il Mulino, Bologna 2002.

  • Per la verità

    Si crede dai volponi spelacchiati che i giovani che tornano sieno ancora gl'imbelli ragazzi di qualche anno fa, dimenticando che nel loro petto palpita e rugge un cuore di leone! Tornano in congedo a Capracotta i soldati troveranno i prodi compagni stretti e concordi in un patto fiero e leale di fede e di amore, di amicizia e di fratellanza. Però allo scendere dall'automobile troveranno i seguci sguinzagliati e pagati dai padroni, per mistificarli con delle stupide asserzioni e con delle volgarissime menzogne. Si dirà loro di non iscriversi alla "Cesare Battisti" perché passeranno guai: che ad essa vi fanno parte filibustieri e briganti (così si chiamano da alcuni, scambiando i propri biglietti da visita, i giovani che si sono battuti valorosamente per la patria). Si risponda a quei lacchè poco decenti, che hanno impresso sul viso l'untuoso marchio di fabbrica dei servitori, quello con cui si trattavano i nemici dell'Italia; si risponda loro con sprezzante alterigia affermando recisamente di non voler essere più soggetti a nessuno e che solo compagni e fratelli si desidera essere nel più giusto e sennato arbitrio. Si riponda che essere socio della "Cesare Battisti" è onore ambito a cui tutti non possono aspirare, poiché è riservato privilegio degli aristocratici dell'onore, degli eletti che furono elementi fattivi delle fortune della patria! Pertanto si sono escogitati tutti i mezzi, provati tutti i più gretti e meschini espedienti contro il generoso, fervente impulso che insorge dalle giovanili libere anime capracottesi. Dalla macchia, debitamente appiattati (come i banditi e relativi manutengoli), dapprima si lanciò l'epiteto ingiurioso di "teppisti"; poi si fece circolare pel paese l'insulsa diceria dello imminente arrivo di un plotone di quaranta carabinieri incaricati di... cestinare l'associazione. Si buccinò altresì che si sarebbe contrapposto un altro Circolo, naturalmente di... soldati sbandati, imboscati, esonerati ecc ecc. per cui riservavamo suggerirne il titolo: "Circolo dei pecori, dipendenza e schiavitù". Al Circolo "Calzella Carfagna", il geniale luogo di convegno dell'amicizia e della signorilità capracottese (imbastardito ora dalla prepotente invadenza di teutonici barbassori), che ha tollerato l'accoglimento di elementi di tutte le specie e di tutte le tendenze, si fece un atto di inqualificabile partigianeria. Con concetto assolutamente liberticida si dette l'ostracismo a tre socii, onestissimi giovani, fra cui un bravo invalido, che sempre irreprensibilmente avevano ottemperato alle regole dell'onore rei soltanto di essere, per ragioni di principio, avversarii dell'on. Mosca. Ad una buona donna, moglie di un cosciente operaio si minacciò il ritiro della concessione della panificazione dell'asilo infantile se non induceva il marito al ritiro dal Circolo... incriminato! Si sono tentate persino coercizioni sulla padrona di casa dove ha sede il Circolo stesso, naturalmente invano, pur non pensando che si ha a disposizione un elegante appartamento, munito di tutti il confort moderno, al terzo piano della palazzina di piazza dei... Ferretii, da dove, essendo altolocati, si dominerebbe egregiamente la situazione. Ora continuamente si fanno incessanti ed indebite pressioni ed intimidazioni ai socii per indurli a dimettersi. Tutte le losche manovre, tutte le arti rie sono state messe in azione per falsare e mentire il nobilissimo scopo dell'associazione. Ogni famiglia è stata catechizzata ad usum Delphini colla più sfacciata improntitudine, prospettando gl'immaginari disastri, nonché le non meno ipotetiche conseguenze catastrofiche. Risum teneatis? Giorni fa, conversando con la madre di un soldato appresi tutta l'astuta malignazione con cui si era abbindolata e convinta la sua ingenua mentalità per parte di volgari mestatori. Le si era fatto capire che il Circolo Battisti si è ingiustamente messo contro a tutti i galantuomini del paese, mentre esso ha l'unica ed alta finalità morale di combattere soltanto i non molto encomiabili uomini galanti . Bastarono poche franche e leali spiegazioni per farla ricredere e consentire che il figlio rimanesse nella Società, mentre prima ne lo aveva dissuaso. Col fuoco di fila delle tormentose, bugiarde ed ipocrite manovre in difesa disperata del proprio egoismo, i soliti ignori hanno sempre provocata una salutare ed energica reazione, facendo aumentare il numero degli arditi che si batteranno strenuamente per il trionfo dell'Idea onesta ed evoluta che presto o tardi assoggetterà tutti i cuori col fascino irresistibile d'una passione travolgente. Noi siamo lietissimi del lusinghiero apprezzamento che le persone perbene tributano alla nostra coraggiosa levata di scudi e siamo soddisfatti nel vedere schizzare veleno e bava dalla bocca dei rettili pericolosi, nel vederli ingiallire dalla bile che serpeggia nelle loro vene come una qualunque lue celtica. Essi stessi vedono l'inanità dei loro vani conati e si aggruppano naufraghi, all'unica tavola che credono la loro salvezza, cioè al caposaldo politico, ignorando volutamente che il Circolo Battisti, sorto per ideali di libertà non fa alcuna imposizione ai suoi socii, a cui lascia la più illimitata indipendenza di giudizio e di scelta, rispettando ogni pensiero ed ogni convinzione. Perciò tutti i cittadini onesti ci debbono aiutare nell'opera buona che ci accingiamo a fare, nel cui ambito severo e solenne scompare la pochezza della nostra persona modestissima. Insieme dobbiamo assolvere l'increscioso incarico di ripulire le stelle di Angio; dobbiamo sistematicamente diffidare delle truccature filantropiche, delle vantate ed insussistenti benemerenze, delle gentilezze forbite, eleganti ed... interessate a base di sorrisi stereotipati e delle strette di mano studiate da Gandolin, dell'industre e fiorente istituto dei compari. Per tal modo eliminate o ridotte ai minimi termini le poche rane di Esopo, gonfie d'oro, di ambizione e di altro (che si contano nelle dita di una mano ed anche meno), il nostro paese potrà riprendere il suo progressivo cammino sulla via maestra della civiltà e ritrovare la pace, l'affetto e l'amore che fremeva nell'anima collettiva della sua antica società patriarcale! Combattendo poi indegnamente la Società Battisti con le arti subdole della scorrettezza e della coercizione si ottiene precisamente l'effetto contrario, facendole della buona e gratuita reclame, facendo trionfare il principio paradossale che coll'avversarla si aiuta la causa giusta che difendiamo e, per riflesso, aumentano le palle nere contro l'on. Mosca. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Corrispondenze: Capracotta , in «Il Faro», I:11, Isernia, 10 giugno 1919.

  • Andrà tutto bene

    Sono una nonna di 92 anni. Sono di Capracotta (Isernia) ma vivo da diversi anni a Roma. Mi chiamo D'Onofrio Dorina, nata il 16 ottobre 1927. Nel 1943 abbiamo passato la guerra e noi siamo stati in prima linea, e il paese fu distrutto al suolo. E a noi ci hanno portato in campi di concentramento, ma allora non c'era tutta questa paura come adesso, con il coronavirus! E poi non c'era niente, né televisione, né radio e né computer. Allora, oggi vogliamo pregare il Signore Dio che dia coraggio e fede a tutti i membri del Governo e della Sanità. A noi invece dia la forza e il coraggio di andare avanti. Forza Italia che sei grande e ce la faremo, ce la faremo, ce la faremo! Viva l'Italia e un saluto a tutti. Dorina D'Onofrio

  • Potere e torroncini dei Clinton di Ceppaloni

    «Come diceva Aristo... Momento: chi viene prima, Aristotele o Platone? Che dite? Platone prima e Aristotele dopo? Ah, ecco... No? Prima Aristotele? Chi viene dopo? Plato'? Vabbe', da vecchio professore di filosofia vorrei...». Era il novembre del '93: al popolo democristiano sgomento per la catastrofe elettorale delle comunali che avrebbe aperto la strada al disfacimento, appariva improvvisamente, schiantandosi sulle citazioni, Clemente Mastella, lo statista di Ceppaloni: «Voglio offrire una speranza: alla segreteria della Dc mi candido io». Macché: risatine. Sbuffi. Bocche aperte per lo sbalordimento come alla vista di un musso volante: questa poi! Sempre così. Come fosse destinato a restare per l'eternità un seminarista interdetto alla casula e al piviale. Anche quando, tredici anni dopo quella strepitosa autocandidatura plato-aristotelica alla leadership, l'hanno fatto Guardasigilli: questa poi! È rimasto sorpreso lui pure, stavolta: «Non me l'aspettavo». Nel cesto del governo aveva messo gli occhi su un frutto meno grosso: «Ho chiesto la Difesa e non transigo». E come i radicali gli risposero che quella giusta era invece la Bonino che «è stata in Afghanistan, a Nassiriya e in Darfur più di quanto Mastella sia stato a Ceppaloni» risposte stizzito: «Ho l'esperienza giusta per questo incarico». E guai se gli avessero offerto l'Istruzione! «Non ci provassero, si beccano l'appoggio esterno». Così, siccome la Difesa proprio non gliela volevano dare, gli hanno rifilato la prestigiosa rogna che nessuno si voleva pigliare: il ministero di via Arenula. Prodi assicurò: «Vedrete, sarà una bella sorpresa». Non sapeva niente di giustizia? Eeeh! Avrebbe imparato. Del resto, è sempre stato l'intellettuale della famiglia. Lo ha spiegato in una mitica intervista a Flora Lepore di "Chi": «Mi ricordo che quando ero bambino e si ammazzava il maiale ognuno a casa, papà, mamma, i cugini, aveva il proprio compito prestabilito. Fra i miei io ero "l'intellettuale". E così alla fine tutti si chiedevano: e Clemente che fa? "La coda!" e mi davano il compito di tenere alzata la coda del maiale. Una cosa a rischio per via degli ultimi spruzzi della povera bestia...». Ne è mai rimasto vittima? «Eeeh!». Figuratevi dunque se può impressionarlo qualche schizzetto giudiziario. La verità è che questa diffidenza che sente intorno, difficile da rimuovere nonostante il consenso ai suoi primi atti da Guardasigilli, è colpa di quell'immagine da guaglione che si trascina da decenni. Cioè da quando De Mita, che allora descriveva come «un padre paziente e geniale», lo portò dai monti di Benevento a Roma, facendolo deputato, nominandolo giovanissimo responsabile dei rapporti con la stampa, in grado di influire sulle nomine dei direttori Rai. Un'immagine che Clemente non è riuscito mai a togliersi completamente di dosso. Neppure mettendosi in proprio come fece il giorno in cui, per dare vita all'Udr con Francesco Cossiga, ruppe con "Pier" Casini, il Cip con cui faceva coppia fissa nella parte di Ciop. È vero che si trattò, in termini elettorali, della scissione di una molecola. Ma sul piano degli affetti fu una rottura epocale come quella tra Bibì e Bibò, Palla e Pertica, Pippo e Pluto, Lucky Luke e Ran Tan Plan, il cane sceriffo più stupido del West. Solo un anno prima, Ciop aveva detto: «Noi in polemica? Macché: siamo così amici che io potrei chiamarmi Pierferdinando Mastella e lui Clemente Casini». Oppure, con un travaso dal gerundio al participio, Pierferdinante Casini e Clemando Mastella. Uniti e sorridenti come i gemelli siamesi Eng e Chang, che pur essendo appiccicati al torace si sposarono con due sorelle e ci fecero insieme tante ammucchiate (caste) da avere in tutto 22 figli. Indissolubili, parevano. Insieme avevano fondato il Ccd, insieme organizzavano gli incontri di settembre a Telese, insieme si erano installati dopo la vittoria del '94, col tovagliolo al collo a colazione, pranzo e cena, a casa di Berlusconi, da dove uscivano, scrisse Michele Serra, «satolli come colombe ripiene e pronti, ancora con lo stuzzicadenti in bocca, a cercare giornalisti amici ai quali parlar male del padrone di casa». Quando emerse l'ipotesi d'una frattura, l'angoscioso interrogativo sommatosi ad altre domande di fine millennio (chi sarà il prossimo papa? fin dove avanzerà il Sahara? quanto pioverà ancora col Niño?) tolse dunque il sonno agli italiani, Mastella, certo che il Polo fosse finito irrimediabilmente, voleva che il Ccd se ne andasse e si sciogliesse dentro l'Udr, mentre Casini, che pure era stato il primo a parlare del suo schieramento come di un "pollaio delle libertà" (fornendo così a Marco Travaglio il titolo per un libro esilarante), non era convinto della necessità di un passo così traumatico. Dicono i maligni che in realtà dietro la frattura fra Cip e Ciop, più che il nocciolo di una sofferta scelta politica, ci fosse la spartizione delle noccioline. Tagliati fuori dal governo da tre anni, che per un dc sono un'era geologica, i due erano diventati ogni giorno più insofferenti. Certo è che Clemente, in linea con l'idea che «la politica non può essere testimonianza a oltranza» ma debba incarnarsi nella poltrona (idea comune a quasi tutti ma che lui ha il torto di dire esplicitamente), a un certo punto strappò. Rovesciando addosso all'ex amico, colpevole di aver tradito lui e pure la legittima consorte mettendosi con Azzurra Caltagirone, l'accusa più infamante: «Predica certi valori e poi non tiene insieme la famiglia!». Ciò che proprio gli seccava, ripete ancora oggi, era di aver messo la sua «testa politica» e il suo bagaglio elettorale «al servizio di un leaderino che porta i voti di "io, mammeta e tu"». E di essere una capoccia, almeno politicamente, il nostro Ciop è convintissimo. Per levatura culturale: «Non vorrei che la piega prendesse una piega di natura ideologica». Profondità intellettuale: «Colombe sì, fessi no». Capacità di analisi: «Mo' vi spiego il maggioritario: c'è un effetto dal lato ludico della gente, che avendo la contrapposizione vuole scegliere da una parte e dall'altra, vuol vedere questo effetto ludico come si gioca, quindi sceglie quello di destra o quello di sinistra». Distacco per il potere: «Berlusconi al governo non mi ci voleva, ma io avevo portato quattro senatori campani. Così gli ho detto: "Silvio, io in 'sta mmierda 'e governo tue non c'ientre. Ma tu 'o governo non lo fai"». Ogni tanto, quando parla, va in cortocircuito. E si avvita in ragionamenti che, sbobinati, suonano alla lettera così: «La nostra prudenza è determinata dal fatto che noi stessi abbiamo valutato e credo che tutto ci si può dire evidentemente, anche per quello che riguarda gli altri, che abbiamo tanta prudenza anche perché abbiamo visto, sperimentato, attraversato, proseguito in maniera metabolica tanti processi per i quali probabilmente non soltanto la prudenza ma il grado di comparazione rispetto a quello che è accaduto anche agli altri, ci porta non a diffidare, ma a registrare una forma di decelerazione...». Se lo prendi in giro ti manda biglietti con scritto: «Sei inutilmente stronzo». Dieci minuti dopo però piò darti una manata sulla spalla e invitarti a bere un caffè. E anche i suoi peggiori nemici devono dargli atto che, a differenza di tante insopportabili chiocce vanesie e permalose e vendicative del Polo e dell'Ulivo, non è tipo da portare rancore. Di più: nella sfrontatezza con cui parla di poltrone, potere, raccomandazioni («Un peccato veniale. Diciamo la verità: per decenni sono state il modo per riequilibrare le ingiustizie sociali»), ministeri o sottosegretariati, c'è un candore che fa di lui un politico più onesto e trasparente di tanti altri. Sandra, la bellissima mugliera, dice che è «il più grande statista del mondo». Lui, grato, provò nel 2001 a portarsela alla Camera, candidandola nel collegio quasi sannita di Capua-Capodimonte. Lei mise a punto una strategia geniale. Chiosco di verdura: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che bei peperoni!». Banco di salumeria: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che profumo 'ste salsicce!». Autofficina: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che meraviglia questo ponte sollevatore!». Scuola elementare: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma quanto so' teneri questi disegni dei bambini!». Quando proprio non aveva un chiodo cui aggrappare il suo entusiasmo, si elevava al sublime: «Ma che bella luce c'è qui!». Il meglio lo dava a tavola, nei ristoranti sparsi per le contrade: «E quant'è bbuona 'a caciottina co 'a pimpinella?». E tutti in coro: «Mmm! Che bbontà!». «E gli strascicati coi pomidoretti?». «Mmm! Che bbontà!». «E 'a pezzata di Capracotta coi pezzi di pecora e la cipolla, le patate, l'alloro e gli odori cotti insieme lentamente lentamente finché diventa una specie di purè?». «Mmm! Che bbontà!». E spiegava di voler recuperare, oltre al voto degli indecisi, le ricotte e la pasta sfoglia, le salsicce matesine e il pecorino con le erbette e tutti quei sapori che stanno tra la vecchia dispensa infarinata di zi' Teresa e la filosofia patinata dello Slow Food. Perché Alessandrina («Così mi chiamo: il segretario comunale era fissato coi diminutivi e le neonate erano registrate tutte così: Franceschina, Carmelina, Assuntina...») quando ha davanti un piatto non mangia: decolla in estasi mistica. Si strugge per i garganelli al basilico, si commuove per gli stringozzi col cinghiale, si scioglie per le mozzarelle nelle anfore di creta, si sente battere il cuore a sorseggiare il Pallagrello «che fu cantato già da Tito Livio e al Vinitaly è stato premiato». Ed è tutta un palpito, un sospiro, uno schiocco di lingua: «Mi voglio battere perché queste nostre cose buonissime, come i torroncini di San Marco dei Cavoti, che infatti hanno ribattezzato "mastellini", abbiano ciò che meritano. La Toscana non vive pure sul pecorino di Pienza?». Per una vita, ha raccontato, l'hanno chiamata «l'Onorevola, con la a finale» solo per proprietà transitiva. Lei badava, spiegò a Camillo Langone del Giornale, alle adunate elettorali: «A mio marito per i 25 anni di matrimonio non ho chiesto l'anello col brillante, ma una cucina da ristorante, professionale, per poter organizzare grandi cene dove tutto viene fatto in casa, anche il pane». Lei si faceva carico di precisare com'è la leggendaria piscina della villa ceppalonica: «Non somiglia assolutamente a una cozza. È a forma di conchiglia di san Giacomo o capasanta». Lei ricostruiva la sua storia d'amore con Clemente: «Fu in chiesa una notte di Natale. Io recitavo nel presepe vivente con le altre Figlie di Maria e lui, avendo una bella voce, cantava "Adeste fidelis"». Lei coltivava il collegio elettorale: «È Sandra che tiene per me i contatti con la gente comune. Da lei capisco quello che pensa. Va a comunioni e matrimoni. Cinquanta regali solo in giugno. Ci vorrebbe un'indennità supplementare per i deputati del Sud». Lei si assunse il compito in un'intervista a Giancarlo Perna, con un coraggio che le va riconosciuto, di troncare pubblicamente le chiacchiere su quel birbante del marito: «Una sera ricevetti proprio qui, a Ceppaloni, una telefonata. Era anonima, ma so chi fu. "Clemente vive a Roma con una donna". Mi precipitai in auto e alle 2 di notte ero alla porta di casa nostra sul lungotevere Flaminio. Sentivo la tv accesa. "E ora che faccio? Se è solo, passo per pezza. Se c'è una donna, si sfascia tutto, matrimonio e famiglia". Stetti lì dieci minuti, poi me ne andai, senza voler sapere. "Di' un po' Clemente, ma la tenevi la donna in casa?". "Ehhh..."». Va da sé che una donna così non poteva che crescere. Le tappe le racconta lei stessa nel suo sito internet, dove spiega che «accanto a Clemente, cresce l'amore per la politica e si approfondiscono i sentimenti di solidarietà verso il prossimo»; la presidenza del CdA del Comitato provinciale della Croce rossa di Benevento, la poltrona di commissario straordinario della Croce rossa campana, la presidenza del X Centro mobilitazione Campania, Molise e Calabria, il ruolo ambitissimo di amministratore dell'azienda di cura, soggiorno e turismo di Capri. Fino alla candidatura alle regionali e alla nomina a presidente del consiglio campano. Era il 24 maggio 2005, martedì: «Per gustare l'happy end, tuttavia» scrisse sul Corriere Enzo D'Errico, «bisognerà pazientare fino a sabato, quando il sindaco di Ceppaloni (sempre lui, Clemente Mastella) accoglierà in comune il nuovo presidente del consiglio regionale (sempre lei, Sandra Lonardo) impegnato nella sua prima trasferta ufficiale». «Embe'? Anche Hillary Clinton è la moglie dell'ex presidente americano e mica qualcuno avanza dubbi sul suo talento politico» sbuffò davanti a qualche sorrisetto. Tutto guadagnato. Per questo lei è contraria alle quote per garantire l'accesso delle donne in politica. Sciocchezze: «Non è con le quote che si risolve il problema. Insomma, io ce l'ho fatta. Sono presidente di un'assemblea regionale. E nella mia vita devo tutto a due persone: mio marito, Clemente Mastella, e il mio presidente di Regione, Antonio Bassolino. Mastella poi è da sempre per le donne, quando c'è la possibilità lui le mette sempre». Oddio, è vero che su 17 deputati e senatori eletti il 9 aprile del 2006 di donne nell'Udeur ce n'è solo una. Ma so' sottigliezze. Ogni tanto qualcuno le fa la domanda di sempre: che ci ha trovato una donna così bella, elegante, sofisticata, newyorkese cresciuta a Long Island, in Mastella? Butta indietro i capelli come negli spot degli shampoo («Cosa mi pesa della presidenza? Be', mi manca andare dal parrucchiere, oramai lo devo far venire a casa») e risponde come Jessica Rabbit parlando del suo coniglio Roger: «Mi fa ridere. Clemente è molto simpatico. Ha una dialettica meravigliosa. È affettuoso. Telefona venti volte al giorno ed è capace di uscire da un consiglio dei ministri per chiamarti se sa che sei sola. E poi era bellissimo». Per amor suo, ha raccontato Aldo Cazzullo, arrivò al matrimonio come succedeva una volta, senza aver mai fatto con lui nepure una gita con pernottamento fuori casa: «Clemente mi ha avuta illibbbata». Da quel momento, ogni volta che incontra il cronista depositario della confidenza, gli sbatte gli occhioni belli e si lagna: «'Nzomma! Questa storia dell'illibbbata! Me la ritrovo continuamente dappertutto!». Cazzullo, carogna, l'ha invitata a mandare una lettera di smentita. Mai spedita, mai arrivata. Come mai è arrivata la rettifica alla confidenza sulla canzone che marcò il lolo amore. Una canzone bellissima che in qualche modo, giacché la politica è anche distribuzione di poltrone, era premonitrice: "A chi"? Gian Antonio Stella Fonte: G. A. Stella, Avanti popolo. Figure e figuri del nuovo potere italiano , Rizzoli, Milano 2006.

  • Di chi era lo stemma sul portale dello Sci Club di Capracotta?

    Non è da poco tempo che cerco di capire per quale motivo lo scudo araldico che sormonta il portale settecentesco dello Sci Club di Capracotta non contenga alcuna insegna araldica. Un solo elemento, di non poco conto, ci aiuta a capire qualcosa: la data 1755 impressa sul concio centrale dell'archivolto. Ma se è semplice datare il portale, non altrettanto semplice è stato per me capire a quale famiglia appartenesse l'emblema scomparso e il motivo per cui sia stato cancellato. Le vicende architettoniche del palazzo sono state ampiamente illustrate da Alfonso Di Sanza ( qui ), il quale ha spiegato il motivo per cui il portale di quella parte dell'edificio che corrisponde all'attuale casa municipale abbia uno stemma che sicuramente non ha nulla delle famiglie feudali del Molise: È composto da figure completamente estranee al blasone della casa ducale di Capracotta. Vi sono rappresentati una torre, un falco, un cuore trafitto e due stelle; l'esatta descrizione araldica è la seguente: d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte. Ben diversa, quindi da quella dei Capece Piscicelli che è: di rosso alla banda d'oro caricata dal girello d'azzurro e accompagnata in capo da un rastrello a tre pendenti d'oro. Per quanto riguarda i Capece Piscicelli duchi di Capracotta: Andrea Giuseppe (1646-1684), comprò il feudo di Capracotta, divenendone 1° Duca il 29-10-1674; Giuseppe (1674 -1693), 2° Duca di Capracotta post 1680; Giacomo (1650-1711), 3° Duca di Capracotta dal 1693; Giuseppe (1696-1755), 4° Duca di Capracotta dal 1711; Giacomo (1727-1777), 5° Duca di Capracotta dal 1755; Giuseppe (1757-1773); Carlo (1758-1799), 6° Duca di Capracotta. L'ultimo feudatario di Capracotta era stato Carlo Capece Piscicelli. Alla sua morte, avvenuta nel 1799, la vedova Mariangela de Riso cedette parte del palazzo al suo amministratore Diego di Ciò. Aggiunge Alfonso Di Sanza: «Stanislao Falconi, Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione nel 1848, elevato al rango di Pari del Regno, acquistò il palazzo direttamente dai Capece Piscicelli e, di conseguenza, per lasciare scolpita nella memoria collettiva questo storico passaggio, fece incidere sul portone d'ingresso, lo stemma della sua famiglia». Il palazzo fu ceduto al Municipio di Capracotta da Federico, figlio di Stanislao. Presumo che in quella occasione fu ceduta anche la parte che era dei di Ciò. Non so se è quella corrispondente all'attuale Sci club che divenne comunale. Proprio in questa parte sopravvive il pregevole portale che è privo degli attributi araldici. La data 1755 non ammette equivoci, ma, pur essendo certi che in origine vi fosse lo stemma di famiglia, potrebbe rimanere il dubbio su quale dei diversi stemmi dei Piscicelli-Capece vi fosse rappresentato. I Piscicelli-Capece, duchi di Capracotta, infatti, ne ebbero uno che in qualche modo, pur richiamandosi a quello di origine, aveva qualche differenza. La soluzione si trova in una parte quasi nascosta della navata laterali della chiesa dell'Assunta dove si conserva lo stemma originale dei Piscicelli-Capece feudatari di Capracotta. Si tratta dello scudo partito. Reca nel campo di nero a destra (sinistra guardando) un leone rampante d'oro appartenente ai Capece. Quello di sinistra, dei Piscicelli, ha il campo di rosso e la banda cuneata d'oro e d'azzurro con una stella di oro nel capo in luogo del lambello. Va tuttavia considerato che il titolo comitale di Capracotta per oltre due secoli è appartenuto ai Caracciolo di Santobuono: Alfonso (1603-1660), 3° Principe di Santobuono, 6° Marchese di Bucchianico, 1° Conte di Capracotta; Ferrante (1605-1647), 2° Conte di Capracotta dal 1624; Marino (1646-1694), 3° Conte di Capracotta; Carmine Niccolò (1671-1726), 4° Conte di Capracotta; Marino (1696-1745), 5° Conte di Capracotta; Gregorio (1724-1791), 6° Conte di Capracotta; Ferdinando (1757-1814), 7° Conte di Capracotta. Franco Valente

  • Vi racconto Capracotta

    Mi piacerebbe essere uno scrittore per descrivere con proprietà di linguaggio ed in modo forbito come farebbe un professionista della penna, invece, ogni volta che scrivo, è una sofferenza per cercare di essere sulle rotaie della forma e della grammatica. Quando mi lascio andare dalla scorrevolezza della spinta creativa, rischio di essere incomprensibile anche a me stesso. Per essere sincero non amo rileggere quello che scrivo, un po' per pigrizia e un po' per una inconscia presunzione perché credo che sia compito degli addetti o tecnici, come gli insegnanti di lettere, fare le correzioni. Immagino, pertanto, la presenza di scrittori qualificati. Tale idea l'ho espressa anche al Sindaco in occasione della presentazione del Diario di Capracotta, invitati per un concorso letterario, a scrivere in una di quelle tipiche case di pietra le cui mura superano anche il metro di spessore e che ben isolano dal freddo e dal caldo e nel loro interno conservano lo spirito del passato ricco di sofferenze, gioie ed anche rassegnazione. Comunque non ci sono impedimenti per poter dire il mio rapporto con questo singolare paese d'alta montagna dal nome di Capracotta. Quando alcuni decenni fa ci andai per la prima volta non sapevo niente, nemmeno l'ubicazione, lo conoscevo solamente per il suo clima, le nevicate storiche che lo isolavano e la bontà delle melucce chiamate limoncelli ed il caciocavallo. Fui piacevolmente impressionato dalla natura circostante consistente prevalentemente di boschi ed anche di piccoli paesi stretti intorno ad uno spuntone di roccia o ad essa accostato come Villa Santa Maria. La strada impervia passava attraverso l'unico paese di mia conoscenza: Bomba. Curioso per natura, chiesi se intorno ci fossero i lupi e le aquile, ma fui deluso dalle risposte vaghe. Che fascino mettere piede dove il passato era chiuso, immobile, in un clima piovigginoso e freddo, fra ordinate cataste di legna da ardere e case legate a treno con la pietra viva dello stesso colore del cielo. Esse non sono più alte di due o tre piani che aumentano nella parte retrostante di un ambiente dove venivano custoditi animali, prevalentemente maiali, galline e pecore. Il profumo dell'aria mescolava quello della stalla alle erbe selvatiche ed al legno, però leggero e purificato. Avido di sensazioni ho fissato alcune immagini con la fotografia ed in modo dettagliato le radici nude di alberi ai lati della strada. Una lieve foschia dava una spinta alla comunione con le cose. Questa sorta di unicità con la natura si è disfatta col tempo: sono scomparse le stalle che contribuivano ad una sorta di indipendenza economica ed anche i cumuli di legna, perché la modernità ha imposto il consumo di gas, rivestite le pareti con intonaco colorato, rifatto i tetti che erano altamente pittorici con pietre fissanti ed annullati i piacevolissimi e fantasiosi comignoli. Il tempo ha incominciato a scorrere più velocemente tranne che nel periodo invernale. Si aveva la sensazione come di una unicità del tempo non scandito da ritmi dovuti al pranzo od altro, nemmeno dalla notte. Tutto a rilento, una continua dilatazione dal sapore di attesa, magari di una risposta, di una notizia, di una pensione e chi sa di che altro... magari astratto, oppure, senza tragicità, la morte. Ho scoperto ogni cosa che per me era fuori di ogni concezione, come il simbolo di un maschio ed una femmina, stilizzati e posti in bassorilievo piatto sulla porta di una chiesa, per indicare dove dovevano disporsi i diversi sessi all'interno della navata. Le vie non sono molte, ma ben tenute, anche se le indicazioni sono scritte in minuscolo, come ad esempio: Dante Alighieri. Magnifiche le scalinate arredate con vasi di fiori e panche disseminate un po' da per tutto. Non mancano angoli molto pittorici, come un paio con un'arcata fra le case, che dà modo di collegare pedonalmente due strade. Pochi i balconi per ovvie ragioni di neve e gelo ma ornati con vasi di fiori. Il silenzio è esaltante alla stregua dell'aria pulita che delicatamente leggera invita a porsi sulle ali di una farfalla. Ho scoperto l'ancestrale piacevolezza del profumo delle foglie di una pianticella che nasce ai margini delle strade della quale nessuno, per anni, ha saputo darmi notizia. Poi, finalmente, nell'orto botanico, vengo a conoscenza trattarsi della famosa artemisia o assenzio dalla quale in passato si ricavava una bevanda, poi proibita, che era fortemente usata nella Parigi fine Ottocento dagli artisti amanti di droghe. La cucina locale è povera per motivi dovuti all'altitudine, ma ho mangiato le pappardelle al sugo di cinghiale, il cui sapore è rimasto indelebile nella mia memoria. A Capracotta si produce la rinomata treccia, la stracciata, il caciocavallo, i burrini, le scamorze, la ricotta ed altri formaggi che sono di una bontà ineguagliabile. Dimenticavo la pezzata, sagra della pecora cotta alla callara con alcune erbe, che tiene la prima domenica di agosto e richiama troppi turisti. Qui ho scoperto un frutto per me eccezionale, una prugna verde chiamata vangròca , che non conosce il senso dell'acre, del quale sono ghiotto. Non oso descrivere la perdita della pizza coi peperoni rossi del forno a legna. L'aria fresca e pura crea una grande metamorfosi di piacevolezza agli insaccati lasciati ad asciugare anche al fumo. A Capracotta è stata l'unica volta che ho mangiato la scapece, attratto dal suo colore zafferano. Il clima, si sa, è per undici mesi fridde e uno frische . Bello il dialetto, che ha assonanze con quello napoletano e alcune durezze che hanno il sapore di montagna. Contemplare l'alba e il tramonto è un momento d'alta poeticità che lega agli altissimi livelli religiosi e alle riflessioni profonde. Ho ammirato in un anfratto un giglio tigrato, che mi ha sorpreso per il fatto che non fosse stato scoperto e colto da mani sacrileghe. Nello stesso luogo, un po' sopra, ho goduto la visione in primavera di una lunga cascata d'acqua. Che meraviglia il cielo stellato. Consente l'avvicinamento e la partecipazione dell'infinito e permette di seguire le rapide traiettorie dei satelliti artificiali. D'estate la notte è animata da rappresentazioni teatrali, concerti, balletti e sfilate di moda in piazza con un tocco di internazionalità. Godibile il suono dell'orologio civico che si lega a momenti con quelle delle campane. Ma il fulcro è la neve. Questo fenomeno atmosferico, ogni tanto, si manifesta in modo sproporzionato tanto da raggiungere e superare gli otto metri. Gli abitanti si sono attrezzati per conviverci perché, a volte, perdura per diversi mesi. Basta osservare come sono fatte le imposte: le porte hanno una lastra di legno rivestito di metallo posta in basso in modo leggermente obliquo. Le finestre sono con sportelloni incorniciati da portanti in legno colorato verde che si sposano perfettamente con la squadrata pietra. Guai ad uscire durante le bufera da una porta che guarda la direzione del vento; non si rientra, tanta è la neve che s'accumula in pochi minuti e non consente di richiuderla. Ma quando esce il sole, la neve ghiacciata determina un mondo incantato, soprattutto nella Villa dove gli alberi splendono come fate. Altro ambiente esaltante è di certo la pista di fondo su Prato Gentile, così ben messa da disputarci gare anche internazionali. Io che non sono uno sciatore, la percorro d'estate a piedi tra la frescura del faggeto dove si scorgono le fragoline selvatiche fra le alte erbe. I funghi li vedo ma non li colgo, tutt'al più li fotografo. Sorrido al ricordo di un giorno che sono andato dietro la banda, la quale si esibiva dopo uno scroscio di pioggia per la festa di San Sebastiano, per le vie del paese. Ero insieme ad un cane, con un po' di commozione fino ad umidire gli occhi, tra l'esaltato e lo sconcertato mi chiedevo perché gli altri fossero così insensibili alla musica. Il tutto condito dalla tenerezza nel vedere alcune ragazze bandiste. Invece ho capito il detto che dice: li cannéle si cunsùme e la prucissiòne nin parte , tanto sono stati lenti da ritardare di un'ora. Pazienza. Nella pinetina, dove quasi quotidianamente vado a leggere, scrivere ed anche disegnare, ho assistito al litigio di due scoiattoli che si rincorrevano tra i rami, intorno al tronco e la cosa più spettacolare è stato il salto da una albero all'altro. Più che godibile è il silenzio venato dal suono in lontananza dei campanacci, che portano al collo le mucche al pascolo e il richiamo di un rapace passante. Alcuni cani pastori abruzzesi gironzolano liberi per il paese e per evitarli a volte ho fatto marcia in dietro. Piacevolissimo è stato invece l'incontro notturno che ho avuto con una volpe, che faceva a nascondino in attesa del mio allontanamento per andare ai bidoni della spazzatura. Un angolo suggestivo e vertiginoso è il terrazzo-belvedere a lato della Chiesa Madre che spazia sulla valle del Sangro fino alla Maiella ed è il luogo dove i ragazzi esibiscono spavalderia sedendosi sul muretto di protezione che cade spiovente per centinaia di metri. Esso è anche lavagna di messaggi amorosi, sociali e sportivi scritti prevalentemente con pennarelli. È terrificante il suono del tuono durante i temporali come voler ricordare la supremazia della natura e l'onnipotenza di Dio. Al contrario è accogliente e misericordiosa la chiesetta della Madonna di Loreto, ben tenuta in un luccichio dorato degno della santità. La Chiesa Madre, come per miracolo, si erge al limite del precipizio su una roccia che sovrasta il paese. La sua aria severa, quasi di rimprovero, con un tocco di goticismo abbandonato su una facciata laterale, cambia nel suo interno barocco con dipinti moderni della Via Crucis. In uno stato di quasi totale abbandono, che più volte l'ho trovata chiusa, è la chiesetta oratorio di San Vincenzo Ferreri. A pianta quadrangolare, disadorna, presenta la statua del Santo con le ali e una fiammella sul capo alla stregua di un arcangelo. Ho chiesto spiegazioni a diverse persone e sacerdoti del luogo sul perché questo santo avesse tali caratteristiche. Un anziano mi ha dato lumi, dicendo che è un angelo dell'Apocalisse, glorioso apostolo e taumaturgo. Come ho già detto non sono uno scrittore, ma un poeta, anche se autodefinirsi è più che antipatico, e come tale trovo Capracotta un ambiente che offre stimoli riflessivi, meditativi, contemplativi e creativi. Ciò avviene prevalentemente su quelle panche, anche attrezzate per il picnic, mancante di manutenzione, poste ai margini delle strade periferiche a ridosso di pinete. In questi luoghi ho avuto piacevoli incontri tra cui uno con un sacerdote, insegnate di filosofia, il quale ha apprezzato quanto avevo appena prodotto in versi. A Prato Gentile una comitiva di Cuma si è seduta dove ero io per consumare il pranzo all'aperto ed ha voluto che leggessi quanto avevo appena scritto e, con mia sorpresa, mi sono ritrovato a declamare con giusto tono vocale e cadenza, cosa che non avviene quando sono invitato alla lettura in pubblico. Certo la comunione con la natura benevola ha agevolato ad esprimermi in modo disinvolto e disinibito e quei signori, tra cui diversi insegnanti ed ex poetesse, hanno preteso la copia dei miei versi. Nel territorio spiccano: la contrada Macchia, nella cui zona archeologica fu ritrovata la famosa tavoletta osca bronzea, attualmente a Londra. Quando ne sono venuto a conoscenza è stata tanta la suggestione, che su di essa ho scritto il poemetto "Cerealia" con illustrazioni. Monte Campo che, come San Marino, si erge con la croce ferrea sulla sommità e da qui si riesce a scorgere nei giorni limpidi l'Adriatico e il Tirreno. I resti di mura ciclopiche su Monte Capraro, dove c'è aria di mistero e di religiosità. Il torrente Verrino con il fascino selvaggio misto a spettacolarità fiabesca dovuta alle cascatelle. A confine nel territorio di Pescopennataro c'è l'Eremo di San Luca, qui la roccia fa da padrona tra i boschi, mentre l'aria incontaminata sembra ferma ai tempi di Gesù. Il precipizio a lato dà le vertigini col fascino del dominio sul sottostante e un senso di elevazione di tipo levitazionale e spirituale. I cittadini sono molto cortesi e disponibili con momenti di distacco totale tra la superbia e il non voler essere toccati dalla loro solitudine. Quanto ho cercato succintamente di descrivere con (suppongo) scarso risultato, è un suggerimento per far vivere direttamente a chi mi legge il contatto diretto con Capracotta e trarne la sua anima, oggi mascherata da un aspetto svizzero che sa di asettica pulizia. Via méne . Resto in attesa di un eventuale concorso, da me suggerito agli amministratori comunali (consistente nell'ospitare, almeno per una settimana, alcuni scrittori in paese per scrivere un racconto che traduca quanto dettato dal paese o altro), per avere il piacere di leggerli. Vinicio Verzieri Fonte: http://www.vinicioverzieri.com/ , 6 febbraio 2009.

  • La compagnia del Conte di Caserta nella Capracotta spagnola

    Le compagnie di ventura erano truppe mercenarie utilizzate dai nobili, sin dal Basso Medioevo, per difendere o espandere il proprio dominio. Formate dai cosiddetti soldati di ventura e guidate da un capitano, tali compagnie avevano come scopo principale quello di gonfiare le proprie tasche, sulla base degli ingaggi che via via venivano loro proposti dalle famiglie aristocratiche. Grazie alla riscoperta delle cedole dell'antica Regia tesoreria generale, custodite presso l'Archivio di Stato di Napoli, ho desunto che nel 1567 una compagnia assoldata da Baldassarre Acquaviva d'Aragona (1540-1577), conte di Caserta, soggiornò per alcuni giorni a Capracotta. Baldassarre subì giovanissimo la cosiddetta reazione spagnola, che colpì tutti i suoi familiari, finché la madre Anna Gambacorta non riuscì, dopo una lunga causa col fisco e dietro il versamento d'una ingente somma, a riottenere l'infeudamento di Caserta e degli altri feudi dalle mani di Carlo V. Fedele agli Spagnoli, Baldassarre Acquaviva combatté nella guerra di Siena (1554-55) e in quella contro Paolo IV (1556), tenendo a libro paga ben duecento cavalieri e cinquecento fanti per la difesa dei confini abruzzesi. Per quanto riguarda una delle sue compagnie di ventura, dirò solo che il 31 ottobre 1567 egli dispose il pagamento dei salari per i 52 soldati che ne facevano parte i quali, guidati dal luogotenente Vincenzo Pandone, erano acquartierati ad Isernia dal 26 settembre. Tuttavia, oltre allo stipendio, il Conte, attraverso «Sigismondo Molinaro, de mio officio pagatore extraordinario», ordinò di rimborsare le dieci università che avevan fornito loro il vitto al tempo che «in quelle sono state alloggiate». Le località da risarcire erano «Crapacotto de contado de Molise, San Giovanni in Gaudo de detta provincia, Tuoro de detta provincia, Isernia de detta provincia, Rocca Sant'Antonio de Principato Ultra, Celera d'Apruzo Ultra, Civitella de l'Abbazia de detta provincia, Bessea de detta provincia, Carpineta de detta provincia, Brittoli de detta provincia». Se poi si scorre la lista dei soldati di quella compagnia, tra i tanti nomi ne spicca uno davvero illustre: quello di «Gioan Bruno», ovvero Giovanni Bruno, padre del filosofo Giordano (1548-1600), morto sul rogo a Campo de' Fiori. Partita dagli estremi confini del fiume Tronto e diretta a Lucera, la colonna militare dovette soggiornare in diverse località abruzzesi, molisane e pugliesi. Difatti il comune a cui spettava la somma più alta era Rocchetta Sant'Antonio (FG), con ben 128 ducati, 3 tarì e 1 grano; era seguita da Isernia con poco più di 109 ducati; in terza posizione troviamo invece Capracotta, a cui vennero saldati 24 ducati. Qualora si volesse attualizzare il valore della valuta, si potrebbe ipotizzare che un ducato d'argento corrisponda, sulla base della materia prima, a 100 euro. A Capracotta, dunque, la compagnia dell'Acquaviva pagò 2.400 euro (quasi 50 euro a testa), lasciando immaginare che sia rimasta sul nostro territorio 2-3 giorni. Per quanto riguarda il nostro feudo, invece, nel dicembre del 1567 morì Giovan Vincenzo d'Evoli, barone di Castropignano e Capracotta, che lasciò tutti i beni al figlio Andrea il quale, accusato a sua volta di fellonia, dovette alienarli l'anno successivo in favore della figlia Aurelia. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere , Raillard, Napoli 1691; E. Bacco, Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano, Napoli 1644; E. Capecelatro, Decisiones novissimæ Sacri Reg. Cons. Neap. in quibus abstrusiores iuris quæstiones , vol. I, Gaffari, Napoli 1640; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Spampanato, Vita di Giordano Bruno, con documenti editi e inediti , vol. II, Principato, Messina 1921.

  • Spigolature e curiosità dal Libro dei Fuochi di Capracotta del 1732

    Circa tre anni fa annunciai l'inizio di un progetto che avrebbe consentito la ricostruzione della consistenza dei nuclei familiari capracottesi a partire dal 1800 per arrivare alla fine del 1600. Una parte consistente del progetto era costituita dal database che incrociava le informazioni provenienti da tre fonti diverse: il Libro dei Fuochi del 1732, lo Status Animarum del 1741 ed il Catasto Onciario del 1745. Il lavoro è stato finalmente concluso ed il database relativo al 1700 si è rivelato una fonte oltremodo ricca d'informazioni. L'incrocio dei dati permette di ricostruire con facilità la consistenza dei nuclei familiari di quel periodo e rintracciare i legami di parentela che li collegano, consentendo di riunirli facilmente al comune capostipite. Oltre alle informazioni di carattere genealogico, il lavoro consente di ricostruire la situazione economico-sociale delle varie famiglie, la loro dislocazione sul territorio e gli eventi che ne hanno tracciato la storia. La consistenza delle informazioni ricavabili è davvero notevole e sarebbe impossibile riassumerle in poche righe. Possiamo però toglierci il gusto di "pescare", tra i tanti dati, qualche piccola curiosità. Per esempio in cosa consisteva ed a quanto ammontava la dote delle donne capracottesi? La consistenza media si aggirava sui 90 ducati. Normalmente consisteva in un letto, una o più vesti e pannamenti, ai quali si aggiungevano spesso oro e rame lavorato. Più raramente la dote consisteva anche in contanti, in una casa ed in terreni, e ciò non valeva necessariamente per le famiglie più ricche. Potevano essere aggiunti, per aumentare la consistenza dei beni dotali anche animali quali pecore, vacche, cavalli, buoi, ecc. La dote in assoluto più ricca fu quella assegnata ad Angela Mosca (1685-1708, figlia di Giuseppe ed Agnese Castiglione) che andò in sposa a Domenico Antonio di Maio: ammontava a ben 1.300 ducati e consisteva in animali pecorini, vaccini, giumentivi e altri corredali . In seconda posizione troviamo la dote di 1.000 ducati di Eugenia Gualtieri di Vastogirardi (n. 1676) moglie di Francesco Cassiero. Altra appartenente alla famiglia Mosca, Agnese (n. 1713, figlia di Giovanni Mosca e Vincenza del Vecchio di Vastogirardi) portò al marito, il medico Giovanni Paolo Cassiero, una dote di 700 ducati. Per sua madre, Vincenza del Vecchio, i beni dotali  ammontarono a 300 ducati. La dote di Agata Baccari (n. 1697) moglie del medico Nicola Mosca, fu di 500 ducati. Altre doti di 300 ducati spettarono a Lucia Melocchi (n. 1698, di Gregorio e Apollonia del Baccaro), Geltrude del Vecchio moglie dello speziale Mattia Mosca, Antonia Baccari (+ 1724) moglie di Pascantonio Melocchi, e Francesca de Saviis (n. 1669) moglie di Salvo Campanelli. Doti ricomprese tra i duecento ed i trecento ducati furono assegnate a donne delle famiglie di Lorenzo, Melocchi e Mosca. Altra curiosità riguarda le case di abitazione. Il libro dei fuochi le censisce in base al numero dei "membri" di cui erano costituite, con riferimento non al numero delle persone che vi abitavano, bensì al numero delle stanze o vani che le componevano, specificando se si trattava di casa "palaziata" o meno. In media la maggior parte delle abitazioni contava 2 o 3 stanze. Nel paese solo 18 di queste superavano i 10 vani. Iniziando dalle più grandi troviamo in contrada Sant'Antonio Abate la casa palaziata di 37 vani, del medico Amicantonio Pettinicchio, ed in contrada San Giovanni, la casa di 37 vani con spezieria, di Giovanni Mosca, locato della Regia Dogana. Spostandoci in contrada Santa Maria delle Grazie troviamo un altro casamento di 31 vani appartenente a Filippo Baccari, professore utroque iuris , che però abitava ad Introdacqua. Nella stessa contrada c'erano la casa palaziata di Mattia Pizzella (18 vani), locato della Regia Dogana, e l'abitazione di 12 vani del pastore Marsilio Ferrelli di Roccaspinalveti. La zona con maggior concentrazione di abitazioni di grandi dimensioni era il "Ristretto della Terra"; qui si trovavano: la casa palaziata (20 vani) di Giovanni Castiglione, locato della Dogana, le case di Antonio di Tella, anche lui locato, e del fabricatore Nicola Labbate, entrambe di 15 vani, nonché la casa di Silvestro Police, fabricatore (14 vani). Altre tre abitazioni in contrada San Rocco, rispettivamente di 17, 15 e 12 vani, appartenevano al medico Giovanni Paolo Cassiero, al massaro Mattia Venditto e ad Alessandro Campanelli. Gioacchino de Laurentiis (censito con questo cognome nel Libro dei Fuochi del 1732, e come di Lorenzo nello Status Animarum del 1741) e Francesca de Saviis, vedova di Salvo Campanelli, abitavano in contrada Sant'Antonio Abate due abitazioni rispettivamente di 21 e di 15 vani. Due fabbricati di 12 vani ciascuno in contrada San Giovanni erano di proprietà di Giovanni di Marco e Giustiniano Caporiccio, vaticale . Gli ultimi due fabbricati di generosa consistenza, erano ubicati nelle contrade di Sant'Antonio di Padova e delle Ionche ed erano abitate da Crescenzio di Rienzo (12 vani) e dall'arciprete D. Francesco Antonio del Baccaro (11 vani). Un'ultima curiosità: quanti capracottesi utilizzavano personale di servizio? Il censimento del 1732 ha una risposta anche a questa domanda. Si trattava in genere di persone provenienti da altri paesi e che vivevano in casa con le famiglie che, in cambio dei loro servigi, le ospitavano fornendogli vitto e alloggio oltre ad una seppur minima rendita. Quali erano le famiglie che utilizzavano l'ausilio di personale per le faccende di casa? Andiamo a conoscerli: Filippo Baccari e Barbara Iusi potevano contare su una balia, un custode ed altre due persone di servizio. Gli aiutanti erano solo due in casa dei coniugi Giovanni Castiglione e Teresa Iavicoli, Giovanni Mosca e Vincenza del Vecchio, e di Domenico di Maio e Angela Mosca. Impiegavano, invece, una sola persona le famiglie di: Girardo Baccari e Leandra di Maio, Mattia Pizzella e Antonia d'Andrea, Mattia Venditto e Nunzia Campanelli, Nicolantonio di Lorenzo e Isabela Lucarella, Amicantonio Pettinichio e Agnese Mosca, Antonio di Tella e Margherita Castelli, Crescenzio di Rienzo ed Eufrasia Mosca, Domenico Melocchi e Nunzia Rosa Mosca, ed infine Enrico d'Andrea ed Eufemia di Maio. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: http://www.casadalena.it/ , 10 maggio 2018.

  • Don Carmine Sciullo, salesiano

    Don Carmine Sciullo nacque a Capracotta (Isernia) il 20 novembre 1915. Durante gli studi liceali entrò a far parte della Congregazione salesiana nell'Ispettoria meridionale con la "professione" temporanea (1933 e 1936) e perpetua (1937). Dopo il tirocinio svolto tra Roma e Portici frequentò gli studi teologici a Torino, dove nel 1942 fu ordinato sacerdote dal cardinale Maurilio Fossati. Ebbe poi l'incarico di aiutante Maestro dei novizi nella casa di Portici. Durante il secondo conflitto mondiale, tra il 1943 e 1944, subito dopo lo sbarco, in cui Capracotta fu distrutta dall'esercito tedesco in ritirata, operò quale volontario nella Resistenza. Da giovane sacerdote si mise a disposizione della chiesa locale per sopperire alle necessità del clero; preziosa fu la sua opera nell'assistenza spirituale alla popolazione. Per questo nel dicembre del 1943 ottenne il permesso di circolazione per la campagna, nelle ore di coprifuoco. Terminata questa esperienza assunse l'incarico di Direttore delle case salesiane di Portici (1944-1947) e di Andria (1947-1953). Dall'autunno 1953 all'autunno 1959 esercitò poi a Vietri due mandati nell'incarico di Direttore dell'Oratorio, e per il 1955-56 anche quello di vicario economo nella parrocchia di San Giovanni. La presenza di don Sciullo fu preziosa anche per la trasformazione del parco della Villa Carosino, del campo da giochi, nella realizzazione della chiesa di S. Maria Ausiliatrice e dell'ambiente destinato a teatro, il tutto unito a viali panoramici, frequentati anche dalle famiglie. Per l'azione di salvataggio ed assistenza alla popolazione durante i giorni dell'alluvione dell'ottobre 1954 gli fu conferita dal Presidente della Repubblica la medaglia d'argento al valore civile. In occasione del 30° anniversario del doloroso evento, il Comune di Vietri gli assegnò la medaglia d'oro. Completati i 6 anni vietresi prestò la sua opera di Direttore, unita ad altri incarichi in Puglia (Manduria, Cerignola, Taranto, Bari e Lecce) ed a Piedimonte Matese. In età matura, sessantenne, coronò anche il vecchio sogno di svolgere la sua attività pastorale da missionario, trasferendosi nel nord dell'Argentina (Formosa), ove si trattenne per 15 anni, costruì per riconoscenza anche una cappella mariana. Nel 1990 fece rientro in Italia operando per lo più nella pastorale parrocchiale nei centri di Andria e Caserta fino al 2015. Il 27 maggio 2012, nonostante l'avanzata età, volle essere presente per inaugurare, alla presenza del Sindaco e della comunità locale la mostra documentaria rievocativa della storia dell'Oratorio salesiano. Il 13 agosto di quello stesso anno, il Consiglio comunale di Vietri sul mare, gli conferì la cittadinanza onoraria. Suggerì e collaborò con gli ex-allievi per la realizzazione della nuova vetrata della chiesa con l'immagine di santa Maria Domenica Mazzarello, che fu inserita il 23 maggio 2010. Nel 2015 fu trasferito nella comunità salesiana di Salerno, nella sezione geriatrica, ove ha continuato sempre molto apprezzato, compatibilmente con l'età e con la salute, a collaborare, come confessore soprattutto del clero diocesano. Il Signore lo ha chiamato a sé il 19 aprile del 2018. A Salerno, nell'estate dello scorso anno aveva celebrato i suoi 75 anni di sacerdozio. In occasione della festa per i 100 anni, incontra Papa Francesco nella reggia di Caserta. Andrea Pellegrino Fonte: http://biesseonline.sdb.org/ , 19 aprile 2018.

  • In cima a Monte Campo

    La mia prima salita alla vetta di Monte Campo fu nel dicembre del 2015. Viaggiavo per la prima volta tra le montagne dell'Alto Molise e mi innamoravo di questo territorio intatto e bellissimo, semplice e vero. Ci torno ogni anno con amici carissimi ed ogni volta l'ascesa a Monte Campo è un po' come un pellegrinaggio. Il sentiero, segnavia 310 , parte all'altezza dell'Hotel Monte Campo, che si trova qualche tornante dopo aver superato il paese di Capracotta. Lasciati sulla sinistra la piccola Chiesa di Santa Lucia e un abbeveratoio in pietra con acqua sempre zampillante, si inizia a salire. Il percorso è facile e ben segnato, con un dislivello di 200 metri (si parte da quota 1.550 per arrivare a 1.746 m.), circa 45 minuti di cammino. Dopo i primi due tornanti si attraversa un bosco di pino nero, faggi e aceri montani. Ad un certo punto, dopo aver superato un casolare di pietra, una rimessa agricola, il sentiero si sdoppia: il 310B porta direttamente alla Croce della vetta di Monte Campo, il 310 prosegue in discesa fino a Portella Ceca prima per poi ricongiungersi con il 310B che conduce alla vetta. Io ho sempre proseguito dritta sino alla cima sul 310B. Il bosco di dirada e si apre uno scenario ampio di faggi ed abeti, in autunno i colori sono bellissimi, in inverno si cammina nella neve alta. Poco dopo si scorge la grande croce di ferro che svetta sulla cima. Si raggiunge quota 1.746 metri, è il punto più alto del comune di Capracotta: la vista a volo d'aquila sulla dorsale appenninica spalanca occhi e cuore. Si domina l'intera valle del Sangro e si scorge il paesino di Pescopennataro aggrappato alla roccia come un nido. La croce di Monte Campo ha una bella storia: la prima fu costruita in legno nel 1900, alta ben tredici metri, fu abbattuta da una bufera di vento e neve nel 1911. Tra il 1929 e il 1932 ne fu costruita un'altra in ferro, ma nel 1981 fu nuovamente abbattuta dal vento. La croce attuale è stata eretta nel 1982, benedetta il 1 novembre del 1982. È un simbolo molto caro agli abitanti di Capracotta, sorveglia dall'alto l'abitato, da oltre un secolo è la storia del luogo e icona per tanti escursionisti. Il 31 dicembre, ogni anno, la Pro Loco di Capracotta organizza l'ascesa alla cima nel primo pomeriggio, brindisi in vetta e discesa con le fiaccole. Un rito collettivo, un pellegrinaggio laico, una devozione verso la montagna. Un grazie speciale va a Filippo e Francesca che mi hanno iniziato al Molise e che ogni volta mi ospitano tra queste montagne. Monte Campo è una conquista che facciamo insieme ogni volta. Donatella Bernabò Silorata Fonte: https://www.donatellabernabo.it/ , 3 gennaio 2020.

  • Agnone-Pietrabbondante e Capracotta-S. Pietro Avellana

    Nella seduta del 27 Novembre 1900 l'On. Comm. Falconi presentò alla Camera dei Deputati un progetto di legge pel distacco dei due Comuni di Pietrabbondante dal Mandamento di Agnone, e di S. Pietro Avellana da Capracotta per aggregarli al fortunato Carovilli. Questo semplice atto di malintesa lealtà del nostro illustre rappresentante verso una larga parte di elettori, ha dato luogo a varii e sfavorevoli comenti, e gli avversari hanno presa la palla al balzo per accusarlo presso a poco di alto tradimento ; donde la necessità di eliminare gli equivoci e le esagerazioni, e di rimettere le cose al loro posto, dando alla volontà dell'On. Falconi l'esatto significato. Che Agnone e Capracotta debbano con ragione essere dolenti di questo progettato distacco non è neppure a dubitarne, perché la perdita di un Comune arreca un aggravio di ratizzi, diminuisce l'importanza del Mandamento, danneggia i privati interessi. Ma che per tenere affermati i loro dritti di unione nei rapporti della circonscrizione giudiziaria debbano sconoscere gli altrui, è come volere cercare di addolcire con le spine le ferite che i reclamanti hanno o credono di avere. Il Comune di Pietrabbondante fin dal 1875 cominciò ad agitarsi presso il Consiglio Provinciale per separarsi dal Mandamento di Agnone, ed altrettanto ha fatto S. Pietro Avellana pel Mandamento di Capracotta dopo l'apertura della ferrovia per Isernia. I provvedimenti su questi voti furono da prima sospesi per dare tempo ai Comuni interessati di produrre memorie confutatrici, e per preparare dopo una discussione seria, ragionata; ma invano. Finalmente il Consiglio Provinciale finì col dare in diverse sedute i voti favorevoli. Per la presentazione alla Camera del relativo progetto di legge fu fatto appello alla giustizia dell'On. Falconi, il quale, lungi dal volere arrecare uno strappo alla dignità di Agnone e di Capracotta, non trovò difficoltà, ma senza impegno e senza spirito di partegianeria, imperocché se altri Comuni per tarda resipiscenza si fossero creduti lesi sugl'interessi erano nel pieno dritto di esporre liberamente le loro ragioni, dal cui [...] poteva meglio emergere la verità. Quanto a me osservo che, sollevata da tanti anni la quistione del distacco, era tempo oramai di farla risolvere, anche perché una corrente di poco benevoli relazioni si stava formando tra paesi i quali per la comunità di origini, di costumi e d'interessi sono destinati a porgersi il vicendevole aiuto, anziché ad odiarsi. E noi dobbiamo riputarci fortunati se la presentazione del progetto è stata fatta da persona autorevole e disinteressata, non con animo ab irato , ma tranquillo, per ottenere che una grave quistione che appassiona due Comuni fosse portata sull'ambiente sereno del Governo, dove si spuntano le armi delle false pretese, e si decide con quei criteri di equità e di legalità che sono la più salda garenzia delle nostre istituzioni. Il Consiglio Comunale di Capracotta fin dal Dicembre ultimo volle con seria correttezza esaminare obbiettivamente la quistione, ed al solo motivo addotto da S. Pietro Avellana di volersi distaccare (comodità di viaggiare in ferrovia) ne contrappose altri importanti o meno validi, che furono rassegnati non ai favori, ma al giudizio imparziale del Governo. Se anche Agnone ha fatto altrettanto, smettendo gli attacchi che non menano a nulla quando vibra l'interesse di paesi interi, mi sembra che si sia messo nella via legale, che neppure agli avversari deve dispiacere. L'On. Falconi, siamo sicuri, rimarrà estraneo innanzi alle ragioni che esporranno i Comuni, ed impedirà qualunque illecita ingerenza. Il Governo, unico arbitro della vertenza, esaminerà con deferente diligenza ogni motivo ed ogni circostanza, e provvederà. Auguriamoci frattanto che le ragioni di Agnone e di Capracotta avranno una sufficiente prevalenza per evitare la minacciata iattura, se non altro per non snaturare le relazioni dei Comuni del Mandamento col Capoluogo, per la storia e per l'unità delle circonscrizioni, e per mantenere il loro equilibrio acquisito nell'importanza giudiziaria anche per decoro della Magistratura. All'epoca delle strade e dell'elettricità, alla vigilia delle Sezioni di Pretura e del Magistrato circolante i motivi di viabilità, se non sono completamente inattendibili, debbono avere una minima importanza in questa complessa e scabrosa quistione. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Agnone-Pietrabbondante Capracotta-S. Pietro Avellana , in «L'Alba», I:4, Isernia, 3 febbraio 1901.

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