LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
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di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
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"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica (II)
Dalla parte di tramontana e levante il ridetto monte della Macchia vedesi coperto di arbusti spinosi con qualche pianta di faggio tra massi e dirupi che si sprofondano in una valle boscosa e romita, detta la Canavina o piano del Peschio. Ivi, e propriamente a dugento passi incirca, dal sommo dell'erta più verso il nord, poco sotto il margine del burrone e la cerchia delle mura, trovasi l'ingresso dell'antro, fin dal principio di questo articolo accennato. Corre il medesimo all'ingiù per la lunghezza di quasi un miglio entro il vivo seno del monte nella direzione di mezzogiorno; e secondo le tradizioni del paese e la non dubbia testimonianza di persone che l'hanno attraversato, va a riuscire presso alla Fonte del romito. Anzi è volgare opinione che l'acqua di questa fontana proceda da un mormorante rivolo che scorre al basso prossimamente al termine dell'antro. Questo sotterraneo, non rischiarato da nessuno spiraglio, può percorrersi senza pericolo mercè delle fiaccole, come ho fatto io per quasi la metà della sua lunghezza; ma non senza fatica per le frequenti scese da farsi e per i massi caduti dall'alto che rendono in più siti malagevole il cammino. L'ingresso, oggi in parte chiuso da un macigno, ha sette palmi di altezza e tre di larghezza. Eguali dimensioni ha l'antro a principio per un tratto leggermente declive di palmi diciannove; indi piegandosi a gomito dal suo lato sinistro incomincia a discendere, e dopo altro breve tratto, ripiegandosi a destra, seguita avanti fino alla fine in linea retta con la stessa larghezza a un di presso di tre palmi, ma con altezza assai maggiore, aggiungendo talvolta a trenta palmi. La figura piuttosto regolare della porta e di tutto l'antro, le pareti del quale veggonsi per lo più tagliate a piombo a guisa di muro nella roccia, e l'eguaglianza della superficie del suolo mostrano apertamente, che nell'opera di questa grotta oltre la natura vi abbia avuto parte anche la mano dell'uomo. Comunque sia, i nativi di questi luoghi attribuiscono ad essa tante varie strane e paurose istorie, che non osano neanche appressarvisi. Con molta credulità si fanno a raccontare esservi nascosti grandi tesori, ma che i demoni non permettono a chicchessia d'involarli. Poscia per un naturale legame d'idee meravigliose aggiungono che l'inoltrarsi in essa è cagione di grandini e piogge infeste alle campagne. Queste ed altre simili meteore, secondo essi, han principio sul monte della Macchia, e nelle forme naturalmente bizzarre delle nubi procellose, credono vedere l'immagine dello spirito malefico e per dir così del genio della tempesta, chiamato da loro il dragone della Macchia. Posto da parte quel poco di vero che si rinchiude in queste credenze tradizionali del volgo (non potendosi negare che le alte montagne influendo sulla direzione ed elettricità delle nubi, contribuiscono alla produzione delle meteore), io trovo in queste credenze medesime una prova certo non dispregevole che il monte e l'antro in parola fossero tenuti dai prischi abitanti in grande venerazione e destinati ad operare de' prodigj. Egli è difficile perciò il non ravvisare in questo punto più settentrionale del Sannio un seggio antichissimo di religione e forse anco di oracolo nazionale. Ciò mi sembra risultare dal trovarsi riuniti nel monte di che si tratta, il tempio, il fonte, il luco e soprattutto l'antro, il quale, come è noto, non suole mancare negli oracoli più famosi dell'antichità. Tornando al bronzo, una piena illustrazione di esso deve attendersi dai dotti d'Italia e d'oltremonti, che più sono versati nello studio dell'osco e dell'antico idioma dei Sanniti. Quanto a me, io non poteva ad altro aspirare che a pubblicarlo. Non pertanto in altra occasione dirò talune mie idee sul proposito, frutto delle indagini che sto facendo sul linguaggio vernacolo di Agnone e paesi convicini, dove, non ostante il corso di tanti secoli, si conservano ancora parecchie voci non solo, ma altre particolarità del prisco idioma patrio, soprattutto per ciò che concerne il frequente raddoppiamento delle vocali e le inflessioni e terminazioni delle parole. Mi permetto solo per ora accennare brevemente come, a mio modo di vedere, potrebbero andare spiegate talune delle voci relative alle divinità in esso bronzo registrate; giacché non sembra che possa dubitarsi esser liturgico e teologico l'argomento di esso, ed esposto, a quel che pare, in forma di carme, diviso in quattro parti, come apparisce dalle lineette orizzontali che osservansi incise a destra del bronzo dopo i versi 19, 27 e 36. L'Anter Statai dei vv. 5 e 31 si può credere la Stata Mater menzionata da Fessto, come divinità protrettrice di Roma, ed invocata perché frenasse gli incendi, ut incendia starent, donde le venne il nome. L'Ammai dei vv. 6, 23, 33 è manifestamente Maja, ciò è la Terra secondo Macrobio o la Mater Magna de' Greci. Potrebbe essere altresì la divinità tutelare del mese di Maggio, epoca in cui la grandine suole disertare queste campagne. Maatuis dei vv. 10 e 38 pare che abbia relazione con la dea Matura che presedeva alla maturazione delle biade, giusta si legge in S. Agostino; ma può rispondere anche a Matuta deità Sabina o dei Volsci. Nel Diuvei de' vv. 11, 12, 39 e 40 ognuno ravviserà quel Diove, forma particolare del nome Giove, che s'incontra in un frammento di tavola di bronzo pertinente ad iscrizione latina del secolo sesto di Roma o in quel torno, pubblicata dal Mommsen. L'Hereclui dei vv. 13 e 41 p senza dubbio alcuno l'Herecleis, Ercole del cippo Abellano. Nelle voci Patanai Piistiai dei vv. 14 e 42 credo d'intravedere la Diana Pistia di un'iscrizione riportata ral Reinesio, benché questo autore reputi falsamente errore del marmorario l'aggiunto Pistia, che riceve dal nostro bronzo una solenne conferma. Il nome quindi di Diana presso i Sanniti sarebbe molto affine al Thana degli Etruschi. Si potrebbe anche pensare a Patalena derivante dal verso pateo, dea dei Romani che presedeva alla messe secondo S. Agostino nel luogo sopraccitato: ma parmi preferibile l'origine etrusca. Francesco Saverio Cremonese Fonte: F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone, in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica per l'anno 1848», 10, Roma, ottobre 1848.
- Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica (I)
La storia del Sannio deve chiedersi dai monumenti, e per nostra ventura le terre di questa regione, massime nei siti più reconditi e montuosi, ne sono ricche più di quel che si crede, né lasciano mai senza compenso chi si faccia a ricercarle. Una prova sufficiente di questa verità si rinviene nelle varie scoperte che mi è avvenuto di fare nel breve giro di alcuni anni in Pietrabbondante e suoi dintorni: ed una più recente ne porge la bella e veramente singolare iscrizione in bronzo che mi accingo a descrivere. Se niente altro si fosse trovato in Agnone, mia patria, basterebbe questo solo monumento ad assicurarle un posto distinto nella topografia del Sannio; ben altre cose possono ammirarsi in queste vicinanze: le quali, debbo dirlo quasi con rossore, erano rimaste infino a questi giorni affatto dimenticate. Tali sono i residui di una città sannitica, intorno al cui nome dirò più innanzi le mie congetture, e quelli di un sacro edificio della stessa data con antro probabilmente fatidico, de' quali non si trova alcun ricordo nella storia e nella stessa tradizione. Ognuna di queste nuove scoperte vorrebbe un lungo discorso; ma per non farle rimanere più oltre ignote ai dotti, e perché intimamente collegate fra loro, ho stimato opportuno di comprenderle tutte in una medesima succinta relazione, riserbandomi di parlarne distintamente e più al minuto altra volta. L'accennata iscrizione sta incisa a bulino in ambedue le facce di una tavola di bronzo alta 9 pollici in circa, larga 5 pollici. La sua parte superiore è guernita di maniglia anche di bronzo, da cui pende una catena di tre grossi anelli di ferro ossidato portante all'estremità un come arpione dello stesso metallo. Incomparabile ne è la conservazione e solo vedesi alcun poco macchiata di ruggine nella 26° linea. Si rinvenne in marzo ultimo, giacente alla profondità di nove palmi, tramezzo a due grandi massi riquadrati, nel cavarsi un fosso per riporvi le pietre di una vicina maceria in un terreno posto in su i confini di Agnone e Capracotta, circa tre miglia distante dal primo di questi Comuni verso settentrione, e quasi altrettanto dal secondo. Chiamasi quel luogo Fonte del romito da una sorgente che vi è di tal nome, le cui acque limpide e freschissime crescono talvolta oltre il costume e formano il torrente detto di S. Quirico. Alcune ceppaie di alberi di cerro rimastivi qua e là fan supporre che anticamente vi fosse un cerreto. Quasi nel centro del masso di sotto vedeasi un incavo circolare, entro cui si rinvenne conficcato l'arpione sopraddetto, il quale deve credersi di origine vi stesse fermato con piombo. Accosto a tali massi si scoperse porzione di muro costrutto di pietre egualmente riquadrate unite insieme con calcina. La sua grossezza è di circa palmi sei; onde pare che appartenesse a qualche grandioso edificio, che da molti indizi ed in ispecie dal soggetto del nostro bronzo risulta dover essere un tempio, nel cui recinto doveva stare sospeso da un muro a tutti cospicuo il bronzo medesimo. Il che era solito farsi dagli antichi pe' monumenti di maggior rilievo. Fra gli oggetti tornati a luce all'occasione di tale scavo, in mezzo a mattoni e rottami di fabbriche antiche, sono degni di speciale menzione tre monete d'argento e quindici di rame. Delle prime una certamente consolare venne tosto esitata; l'altra pure consolare è il denario della famiglia Antestia col cane nel dritto, e la terza monetina di tanto contrastata spiegazione con delfino, grano d'orzo, conchiglia e la scritta fistluis nel rovescio. Quelle di rame, all'infuori di una di Sessa col gallo e di un semisse logoro che appella ad asse onciale, sono tutte imperiali romane, cioè quattro di Augusto, due di Tiberio, una di Germanico, tre di Claudio, due illeggibili d'imperatrici ed una di Nerone. Dal che si deduce che l'edificio testè accennato fu in essere anche nel primo secolo dell'era cristiana. Si trovarono pure due vasettini ed uno scifo o scodellina fittili che vennero smarriti e dispersi per incuria dell'ignorante scopritore, e in fine due fistule acquarie d'argilla e cinquanta chiodi di ferro ossidato più o meno grandi, fra i quali ve n'ha alcuni piegati ad angolo retto verso la metà. Mi si dice d'esservisi rinvenuta altresì una piccola campana di metallo, ma non avendola peranco osservata non posso decidere della sua antichità. Dal contadino che l'ebbe trovata passò la detta iscrizione tosto e subito nelle mani del proprietario del terreno e mio amico D. Giangregorio Falcone di Capracotta. Ma per le segrete pratiche d'invida persona, a grande stento e non prima di questi giorni mi è stato permesso poterla osservare, e ricavarne due calchi l'uno in carta, l'altro in stagnuolo. Il terreno dianzi indicato col nome di Fonte del romito giace in un piano abbastanza spazioso sul pendìo meridionale della Macchia, una delle più alte vette degli Appennini della provincia di Molise. Aspro, scosceso, quasi tutto sasso è questo monte, e coperto di nevi gran parte dell'anno. Gli stanno allato verso ponente la montagna detta il Campo, forse dalla grande pianura che vi è alla sommità; e più in là quella di Monteforte, ove sono i ruderi di alcune fabbriche antiche rispondenti ad un Castrum inhabitatum Montis fortis, giusta si legge in antico strumento del 1450 esistente, come gli altri che saranno citati in appresso, nell'archivio municipale di Agnone. Dal lato opposto trovasi Monte del Cerro, e più all'oriente Monte Formoso, nella cui vetta sono gli avanzi di un castello menzionato in altro strumento antico del 1371 sotto il nome di Roccæ Montis Formosi castri inhabitati. Sul vertice di esso Monte della Macchia sorgeva nei tempi andati (e se ne veggono ancora i vestigi) un oratorio dedicato a S. Nicola arcivescovo di Mira; ed io credo che ciò si facesse per mandare in dileguo ogni memoria di falsi Dei annessa a quel luogo. Più abbasso, dalla parte di sud-ovest, alla distanza di circa mezzo miglio dal sito dello scavo, scorgonsi le reliquie della vetusta città più sopra indicata. Fra esse trovasi un ricinto di mura ciclopiche formate in modo affatto diverso dalle altre mura poligonali di questa contrada, di grandi massi irregolari e di pietre minori disposte in file orizzontali, siffattamente che le pietre più piccole stanno sempre al di sotto. Dalla parte di levante esso recinto, che ha 1.300 palmi di lunghezza e circa sei di grossezza, va a terminare in una fabbrica semicircolare che suppongo essere i fondamenti di una torre di forma rotonda, più salda agli attacchi delle macchine belliche di quella quadrata che vedesi preferita nelle torri di Pompei. In tutto lo spazio occupato da queste ruine, che per altro non è molto esteso, difficilmente scorgesi un mattone: ma trovansi invece copiosi frantumi di vasi di terra cotta, rossi e nerastri di fabbrica ordinaria, come pure innumerevoli pezzi di quella materia vetrificata in colore nericcio che vedesi nelle fornaci de' pentolai: onde è lecito argomentare che esistessero colà delle figuline, dei cui lavori importerebbe avere qualche saggio, non conoscendosi finora nulla intorno a quest'arte tanto necessaria agli usi ordinari della vita domestica presso gli antichi popoli del Sannio. Tutti gli avanzi di quelle fabbriche mostrano semplicità e rozzezza. Si cercherebbe invano in mezzo ad esse un segno o vestigio d'ornamenti d'architettura: anzi è notevole che non pochi muri di case veggonsi fatti di pietre più o meno regolari senza cemento. Ogni cosa concorre dunque ad accennare che tale città, o castello che dir si voglia, sia tra le più vetuste dei Sanniti, e forse una delle prime abitazioni della colonia sacra dei Sabini dopo il passo del Sangro, che non dista da questi luoghi più di sei miglia dalla parte del comune di Castel del Giudice. Ma quale ne sarà il nome? Io credo che si trovi nei vocaboli Kerriin, Kerri, Kerriiais e simili, che replicate volte e non ambiguamente leggonsi nel bronzo in discorso. Tale idea mi vien suggerita dal considerare che ritiene tuttora il nome di Cerro, come sopra si è detto, la montagna situata all'oriente e presso di quella in cui giacciono i residui di essa città, e che vallone parimenti del Cerro addimandasi un torrente che scorre lungo le radici di questi monti e va ad imboccare nel vicino fiume Verrino, detto Guerrino in pergamena del 1450. Né questo è tutto. In diverse scritture del 1377, 1480 e 1483 è fatta frequente menzione di un Castri inhabitati Cerri; il quale castello certamente antico, perché già allora disabitato, se non è identico alla città di cui si parla, ho argomenti per conchiudere che non doveva esserne lontano. Io tengo dunque per molto probabile che la nostra acropoli si chiamasse Cerro, e che in questo senso debbano spiegarsi le parole analoghe della nostra iscrizione, dove, a quel che sembra, sono registrati i nomi di diverse divinità sannitiche, la più parte campestri. Così quel Kerri della 3° e 32° linea io inclino a crederlo una deità tutta patria, cioè il genio tutelare del monte e della città guardatrice del tempo che le era sottoposto. Del resto non è cosa fuori dell'ordinario che si appellasse Cerro una città posta in contrada ove nascono e sono folti e frequenti gli alberi di tal nome, poiché si sa che tanti paesi antichi denominavansi dalle piante dimestiche o silvestri che solevano allignare nei luoghi dove erano situati. In fatti senza uscire nel Sannio ne abbiamo un esempio nei popoli Fagifulani e Ficulenses rammentati da Plinio, i quali io credo così detti dai loro siti pieni anticamente di piante di faggi e di fichi. Francesco Saverio Cremonese Fonte: F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone, in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica per l'anno 1848», 10, Roma, ottobre 1848.
- L'antico miele di Capracotta
Chi vuol provare le pene dell'Inferno la state in Puglia, ed in Apruzzo il verno. Nonostante l'estrema altitudine, nonostante la durata dell'inverno, nonostante i metri di neve, nonostante l'arretratezza agricola, anticamente a Capracotta si è sempre praticata l'apicoltura, dando vita a un miele pregiato e squisito. Nel lontano 1798 padre Antonio Maria Tannoia, religioso di grande cultura nonché agiografo di sant'Alfonso, scrisse un trattato "Delle api" in cui rivendicava «che nell'inverno si fa uso in Capracotta della finestra in luogo della porta, tanto le nevi sono in abbondanza. Con tutto ciò la vendemmia del mele, come mi attesta un patriotta, è tutta in conformità di quella di Puglia». D'altronde, Capracotta è sempre stata patria di pionieri in ogni campo del sapere umano, a volte facendo un buco nell'acqua, più spesso avendo ragione sui critici e i disfattisti. Agli albori del Novecento troviamo infatti l'ing. Alessandro Campanelli, fratello del nostro illustre don Luigi - avvocato e sindaco - che a Capracotta aveva impiantato una fiorente industria di miele, e a riprova di ciò porto due documenti incontrovertibili. Il primo è contenuto nella rivista "L'Apicoltore", stampata a Catania, in cui Campanelli, il 2 luglio 1904, rispondeva seccatamente alle teorie di Teodoro Marrè e agli strali lanciati al suo indirizzo dal famoso specialista di apicoltura Andrea de Rauschenfels, direttore della rivista stessa: Ad A. de' Rauschenfels che in una nota all'Apicoltore, perché lo protestai contro la guerra che nel giornale ha fatto all'americana mi paragona al cavaliere che egli chiama della triste figura del Cervantes, rispondo che nel passato articolo non feci nomi e perciò le mie parole erano rivolte contro l'indirizzo dell'Apicoltore e non contro la sua persona essendo il caso del senatores boni viri senatus autem, ecc. Conosco troppo bene il grande merito di A. de' Rauschenfels che è quello di avere insieme col Dubini e col Sartori, scritto e parlato d'apicoltura in Italia quando tutti tacevano e scritto con brio ed originalità non comuni: e ciò mi impone il dovere di non ritenere ingiurioso quanto ha detto nella nota, e che io pur ho creduto tale non tanto per paragone di cui sopra, quanto per aver supposto che io non abbia letto i suoi scritti e, criticandoli in qualche parte, mi sia lasciato insinuare dai contorcimenti e storpiature che altri ne ha fatto. Per altro, fondandomi proprio sul paragone sopra cennato, perché nel carattere del famoso hidalgo è l'assenza completa di ogni mala fede, debbo ritenere che egli sia convinto, almeno, della mia perfetta buona fede. Ed in omaggio a questa e alla sua imparzialità mi rivolgo a lui perché pubblichi nell'Apicoltore queste parole e la precedente risposta per riabilitarmi verso chi non mi conosce. La seconda testimonianza sulla produzione e commercializzazione di miele capracottese è di poco antecedente, contenuta in una cartolina postale datata 2 ottobre 1903 e inviata da Alessandro Campanelli all'indirizzo del sig. Schmid Pfister di Rapperswil (la celebre "città delle rose") in Svizzera, in cui il nostro apicoltore chiedeva: Vostra signoria mi viene indicata come compratore di miele. Poiché io abito una regione a 1.420 metri sul mare e il miele vi è squisito e finissimo, così la prego dirmi se posso spedire un campione per poter poi contrattare l'acquisto. Io dispongo di parecchi quintali, premiati con medaglia d’oro a Perugia e a Nogent-sur-Seine. Mi dica se il campione basta che sia piccolo quanto si può per spedirlo come campione senza valore, o è necessario mandare almeno un pacco postale di tre o quattro chilogrammi. Prego scusare il fastidio e con alta stima sono ing. Alessandro Campanelli. Oggi che l'agricoltura italiana è cambiata radicalmente, adeguandosi maggiormente alle caratteristiche chimiche e geologiche dei terreni, tanto che negli ultimi anni in un luogo poco produttivo come Capracotta sono state impiantate con successo piccole industrie di tartufi (Le Ife di Giuseppe Beniamino) o legumi (Le Miccole di Loreto Beniamino), ci sarebbe qualche coraggioso disposto a rinnovare l'antica tradizione del miele nostrano? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Campanelli, Risposta all'articolo del sig. ing. Marrè sul grande telaio italiano, in «L'Apicoltore», XXVII:37, Catania 1904; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; M. Pelliccia e A. Zarlenga, La rivoluzione delle api. Come salvare l'alimentazione e l'agricoltura nel mondo, Nutrimenti, Milano-Roma 2018; A. M. Tannoia, Delle api e loro utile e della maniera di ben governarle. Trattato fisico-economico-rustico, libro II, Morelli, Napoli 1798.
- Taccuino di Capracotta
Capracotta, 21 agosto. Padre Emanuele da Capracotta, cappuccino, alle ore 11 del 15 agosto ha celebrato la Prima Messa. La Chiesa Madre di questo paese, che pure è capace di raccogliere un gran numero di fedeli, per la solenne circostanza si è vista oltre misura gremita. Lo spettacolo è stato magnifico e superbo. La modestia di padre Emanuele ha ben mascherato la logica emozione del momento. Con particolare attenzione è stato seguito il parroco don Nicola, nella spiegazione del Vangelo e nel brillante saluto augurale rivolto a padre Emanuele. Alle ore 18:30 dello stesso giorno nella sala Goldoni, pure gremita di autorità, di parenti e amici, ha avuto luogo in onore del neo-sacerdote una accademia letterario-musicale che ha svolto un programma interessante e vario, con brani di noti autori. In questa circostanza sono state rivolte a padre Emanuele parole di occasione. Al neo-sacerdote i rallegramenti e gli auguri nostri e di "Momento-Sera". Il gran ballo di Ferragosto svoltosi nei locali del nuovo Circolo è brillantemente riuscito. Signore e signori distinti, graziose fanciulle e... robusti garzoni sono convenuti numerosi all'appuntamento della sera dando vita ad uno spettacolo brioso e mondano allo stesso tempo, degno del passato più luminoso di questo importante paese molisano. Abbiamo notato con piacimento la presenza dei consiglieri provinciali Sciarretta di Termoli e Ruggieri da Pescolanciano, il noto ingegnere napoletano Capobianco, il colonnello d'Abruzzo, il sindaco di Capracotta, l'ing. Conti e tanti altri autorevoli signori i cui nomi ci sfuggono. Sandwich, birra, whisky, cocktail, pasticcini e confetti di Agnone sono stati consumati a profusione. Con l'apertura della caccia molte quaglie hanno fatto "caput". Macchine targate Lucca, Roma, Trento, Napoli, Firenze, Torino, Rieti, Foggia, Bari, sono arrivate sin quassù e con le automobili sono anche venuti provetti cacciatori e numerosi cani dal fiuto rinomati. Grande animazione fin dalle prime ore del giorno di Ferragosto, quindi schioppettate numerose e continue dappertutto per i prati e per i boschi di Capracotta. Sembra, a conclusione della prima giornata di caccia, che in questo sport che ha tanti amatori si sia particolarmente distinto il signor Achille Conti che ha inondato la sua casa di quaglie prelibate. Per il comunale Gustavo invece il Ferragosto è trascorso come una domenica qualsiasi. Per don Mario il cancelliere è stata una questione di tacchi e punta. Alla fine: due impallinati. Il gran numero di forestieri affluiti in questo agosto a Capracotta, mentre ha fatto sorridere di giustificata gioia i buoni molisani e i locali che vedono così il loro paese avviarsi, anche se faticosamente dopo i gravi danni e i tristissimi lutti dell'ultima guerra, agli splendori di una volta, dall'altra parte ha dato luogo alla constatazione delle seguenti deficienze: due alberghi sono pochi a ricevere tanti forestieri che ogni anno aumentano sia nella buona stagione che in quella invernale; le strade di accesso a Capracotta, come del resto tutte quelle che interessano all'Alto Molise, dovrebbero essere urgentemente allargate e bitumate, dando a queste, per ovvi motivi di carattere umano, sociale e di gran turismo, la precedenza a qualsiasi altra sistemazione del genere; le strade interne di Capracotta dovrebbero essere una buona volta sistemate (e a proposito ci auguriamo di dare al più presto una buona notizia). In mancanza di un distributore di nafta e di benzina nel paese ha dato luogo a molte lagnanze di tutti i forestieri motorizzati; l'insistenza del noto disgraziato servizio pubblico automobilistico che persiste nel disservizio che è tanto dannoso e inumano nonostante i richiami dei locali amministratori e della stampa; e poi è grave la mancanza a Capracotta di un vulcanizzatore per la riparazione delle gomme. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Taccuino di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:204, Roma, 28 agosto 1952.
- Capracotta, ieri, oggi, domani
Capracotta ieri Luglio 1964: comincia la prima estate, a Capracotta, della mia nuova vita da coniugata. All'epoca le case erano ancora piene di gente, i negozi di alimentari numerosi e frequentati; c'erano latterie, rivendite di vino, allevamenti di mucche, pecore e cavalli, sarte bravissime, ricamatrici, calzolai rinomati, agricoltura praticata su larga scala con coltivazione di lenticchie, patate, fagioli e anche grano. La transumanza era ancora esercitata regolarmente. Le scuole, elementari e medie, pullulavano di bambini vocianti che attraversavano il paese, la mattina e all'uscita; c'erano le suore che curavano i più piccoli e insegnavano l'arte del ricamo alle ragazze da marito. Era, insomma, tutto un fervore di vita che dava sicurezza e stabilità e che non faceva sentire l'isolamento che tanto colpisce i paesi di oggi. Le donne si riunivano, d'estate, fuori all'aperto fino a sera tarda; d'inverno, davanti a grandi fuochi scoppiettanti nei camini, si facevano compagnia ragionando tra loro di questo e di quello. Televisioni, poche; giornali in qualche casa, sempre, ma con poca scelta. Vita semplice, modestia di comportamento, morigeratezza di costumi, osservanza piena alle leggi dell'etica e ai precetti della religione. D'estate il paese era meta ricercata di villeggianti che affollavano l'albergo Vittoria e davano lustro al centro altomolisano, sito a 1.421 m.s.l.m. Questa era la Capracotta che io ho trovato nel 1964. La diaspora I primi anni '60 non avevano ancora conosciuto l'esodo biblico che si sarebbe verificato di lì a poco, anche se qualche avvisaglia del disastro si era già manifestata. Le famiglie che avevano ragazzi in età scolare, dopo la 3° media, pur nel grande dolore dell'abbandono, trovavano logico lasciare il paese per trasferirsi soprattutto a Isernia, Lanciano, Agnone o altrove, dove fittavano case in economia e dove si stava tutti, grandi e piccoli, con l'assistenza della mamma o della nonna. Alle feste si tornava in paese, poi, a poco a poco, anche questa abitudine sparì e si preferì rimanere, anche per ragioni di clima e di economia, nei luoghi prescelti. Così, col passare degli anni, un po' alla volta Capracotta perse, uno dopo l'altro, molti dei suoi figli. Le mete più disparate: Roma, col suo grande e esteso hinterland, Milano, Torino, Firenze, paesi più vicini come San Salvo, Termoli, Pescara furono le mete della diaspora. E poi Svizzera, Francia, Germania, Inghilterra. Dovunque ci fosse un lavoro e una sistemazione conveniente, il popolo capracottese emigrò, senza voltarsi indietro, a fare i mestieri più disparati. Le case furono lasciate e chiuse, gli animali venduti, i campi abbandonati, i ricordi e gli affetti accantonati (e qui non vogliamo considerare la grossa colonia pugliese già emigrata molti anni prima, come pastori e carbonai). I ragazzi crebbero nelle città, ebbero la possibilità di studiare: divennero medici, ingegneri oppure tecnici, operai nelle fabbriche, imprenditori, impiegati. Amavano anche loro la terra dei padri; ma un po' la lontananza, un po' i matrimoni con le ragazze della città, la consuetudine del lavoro e dei rapporti sociali finirono col mitigare gli entusiasmi e limitare i ritorni. Le persone Quando, giovane sposa, mi trasferii dalla natia Agnone a Capracotta, ebbi modo subito di conoscere tanta gente: parenti, amici, persone comuni che volevano incontrare la sposa forestiera di un valente giovane appartenente alla buona borghesia locale. Erano tutti curiosi di guardare o ammirare la bella ragazza agnonese che era arrivata fra loro e che trattava tutti con cordialità e semplicità di modi. I primi tempi fu difficile per me ricordare i volti e i nomi di tutti, per cui, senza scontentare nessuno, fingevo di ricordare e mantenevo una conversazione anonima in attesa di un segnale, di una parola che mi desse qualche spunto per mettere a fuoco la persona che avevo di fronte. Frasi come: «A casa tutti bene?» facilitavano il compito, per me arduo, di inserirmi nel contesto e di ricordare nomi e fatti già partecipatimi. Presto imparai anch'io a far parte di questi gruppi che sostavano in piazza, s'incrociavano, poi proseguivano, per fermarsi subito dopo con altre comitive. Così, tra pic-nic, gite in montagna, passeggiate per il corso o nel verde della natura rigogliosa, l'estate passò ed io imparai, finalmente, molti nomi, fui in grado di riconoscere molti visi, entrai in confidenza con tante persone giovani ed anziane. Mariangela Tra le altre persone conobbi Mariangela, donna del vicinato, che mi fece un'enorme impressione per la sua intelligenza e vivacità di carattere. All'epoca aveva 60 anni o poco più; vedova per due volte, gestiva una rivendita di vino a casa sua, nella sua cucina, dove volentieri gli uomini la sera passavano per bere un buon bicchiere di rosso sanseverese. Mariangela aveva una voce squillante che le consentiva di cantare canzoni e stornelli di altri tempi, di narrare storie straordinarie che incantavano grandi e piccoli. Con eloquio scelto e pertinente raccontava fatti della sua vita, aneddoti, su questo e su quello, destando interesse nell'interlocutore che rimaneva affascinato dalle sue performances. Nel parlare aveva il vezzo di tentennare la testa coronata da una folta capigliatura candida che addolciva i tratti del suo viso, sicuramente molto bello ed espressivo. Le chiacchiere con lei non erano mai noiose, anzi arricchivano le mie conoscenze su persone e fatti e mi fornivano lo spunto per imparare, io stessa, le esperienze di vita degli emigrati. E sì, perché la donna aveva due figlie residenti a Basilea, in Svizzera, dove si recava nei mesi invernali, quando ormai era in età di pensione. Rientrava in paese, dopo essere passata per Milano, dove viveva il figlio maschio, nella primavera inoltrata, felice di ritrovare la sua casa, le sue abitudini, le amiche del cuore. Riportava regalini alle amiche e ai bambini di sua conoscenza, tra cui mia figlia, come centrini, colletti di pizzo San Gallo, cappellini ornati di fiorellini ricamati e di trine, qualche vestitino e, soprattutto, pezzi di cioccolato al latte o fondente, di cui tutti eravamo ghiotti. Passarono gli anni e con Mariangela ci vedevamo molto d'estate, ma anche alle vacanze di Natale. Era sempre una festa ritrovarci, raccontarci le nostre esperienze, io di madre giovane con due figli che l'adoravano, lei di persona saggia con molta esperienza di vita. Anche Mariangela, come tanti altri capracottesi, morì in un angolo d'Italia e fu riportata col carro come tanti altri. Sulla tomba poche parole: Mariangela Iacovone 1901 - 1991 Rodolfo Rodolfo era il gestore dello Sci Club di Capracotta: correva dentro e fuori dal locale portando vassoi colmi di birra e aperitivi con contorno di noccioline, patatine, pop corn, caffè e gelati. Nel mese di agosto i turni erano continui e lui si stancava, ma resisteva fino a sera. A settembre la musica cambiava drasticamente e l'uomo si ritrovava con i soliti pochi clienti abituali. Le famiglie con gli anziani ripartivano e lui, vedendo l'esodo continuo, diceva: «Ma perché ve ne andate?». E quelli: «Che cosa dobbiamo fare più qui? Non c'è rimasto nessuno e poi dobbiamo fare i controlli dal dottore, dobbiamo pagare il condominio, dobbiamo vedere la posta (sic)». Rodolfo, senza scomporsi, concludeva: «Chi ve lo fa fare? Tanto fra poco dovete tornare e dovete pagare pure 7.000 mila euro p'arpurtà r' viecchie». La famiglia rimaneva un po' perplessa, ma poi il desiderio di allontanarsi dalla landa desolata era più forte. Così, con i debiti scongiuri degli occupanti, la macchina partiva a razzo sgommando sui sanpietrini. Spesso la profezia di Rodolfo si avverava per cui, di lì a poco, la famiglia doveva tornare per compiere l'ultimo atto misericordioso della sepoltura nel paese d'origine del defunto. Capracotta oggi A Capracotta i funerali scandiscono il tempo e diventano un fenomeno collettivo a cui si partecipa comunque, sia che si conosca o no il defunto. Qualche giorno fa ne è passato uno sotto le mie finestre: triste, povero, con sole 11 persone al seguito e una macchina dietro. Complice il tempo piovoso, nebbioso, freddo; è sembrata la scena di un film ambientato nella landa desolata di un paese nordico. Le poche persone, curve sotto gli ombrelli per ripararsi dalla pioggia battente, il sacerdote avanti, il ragazzo col crocifisso, il carro funebre: unico rumore, il temporale e i passi cadenzati dei pochi accompagnatori. L'uomo, emigrato al nord da tanti anni, ha chiesto di essere riportato, morto, nella sua casa, lasciata con dolore in tempi lontani in cerca di lavoro; poi al cimitero del paesello, dove tutti sulla lapide riacquistano la propria identità perduta. E questo accade spesso: ogni tanto un carro funebre riporta tra gli amati monti una persona deceduta in qualche angolo d'Italia. Sono andati via raminghi per il mondo, ma a tutti piace pensare che il loro paese li accoglierà fra le sue amate braccia come una madre amorevole e generosa. La campanella di S. Antonio suona per annunciare l'arrivo del feretro: parenti e amici seguono la bara fino al cimitero: saluti, pianti... poi i congiunti vanno via, ripartono. Non c'è tempo di aprire le case che sono gelide e respingenti. L'impresa di pompe funebri è di Agnone. La macchina grigio argento arriva a Capracotta e sfila lentamente lungo il corso con due addetti laterali, anche loro vestiti di grigio con i guanti pure grigi (faranno tutti i trasporti necessari in chiesa e oltre). All'interno si vede la bara coperta di fiori e di cuscini; le corone appese di lato, dietro i parenti, e il rumore cadenzato dei passi rimbomba nel corso deserto. I necrofori dicono sempre che loro con i capracottesi lavorano molto: col navigatore innestato arrivano ovunque, anche all'estero. Mai un problema, mai una difficoltà. Domenico, l'operaio del cimitero, mi disse una volta, indicando il suo luogo di lavoro: «Quir'è pajese! Madonna che ce sctà! Quiscte (indicando la quasi totalità delle case sbarrate a Capracotta) n'è niende a cunfronte, signora Marì». La vita che torna Il cielo è cupo, la nebbia avvolge tutto l'universo, il paese non mostra segni di vita, il silenzio è assordante. Io però so che le donne, intabarrate nelle giacche a vento, si recano in chiesa, alla spicciolata, per assistere alla messa festiva. Non saranno molte a contarsi ma l'importante è esserci. A casa i figli ciondolano dopo la serata e parte della notte trascorsa con gli amici al bar, gli uomini si affacciano allo Sci Club. In cucina è pronto il ragù. Le giornate sono scandite da questi ritmi sempre uguali e monotoni. Se non avessimo la lettura in famiglia che ci occupa per la maggior parte del tempo sarebbe un disastro. Ma non è sempre così! Il ricordo dell'estate capracottese è un sentimento ancestrale forte e potente a cui pochi resistono. A Ferragosto sono tutti là: si abbracciano, si baciano, cantano e ballano fino alle ore piccole. D'estate la piazza è il luogo del ritrovo: il salotto dove tutti devono passare e sostare per salutare gli amici rientrati dalle città, per guardare ed essere guardati, per respirare l'aria natia, per commentare gli ultimi fatti accaduti, tra la gioia e l'euforia del rientro nel paese che ha visto nascere la gran parte di loro. Nella piazza suona la banda quando è festa, c'è il raduno degli amici, si svolgono le manifestazioni e i comizi, c'è il passeggio elegante, sfilano le processioni. Poi, ai primi di settembre, il paese si svuota. Qualcuno dice che ci spruzzano il Flit (DDT). Noi che restiamo, ci guardiamo intorno smarriti e scopriamo che molti portoni hanno le tavole trasversali per non fare entrare acqua e neve d'inverno; è il momento più brutto quello, poi la vita, per fortuna, riprende il suo ritmo. Le donne che partono dicono a quelle che restano: «Badate a voi». Quelle che restano rispondono piccate: «Voi dovete badare a voi; là dove state vi scippano, vi rubano, vi spingono, vi ammazzano, vi accarrano. Noi qui stiamo bene, pensate per voi». Piccola vendetta delle paesane! Questi sono i paesi di oggi: senza vita, senza anima. Penso a parziale mia consolazione, che non potrà essere sempre così: tornerà il sereno, tornerà la vita e non solo a Ferragosto. La gente un giorno dirà: «Meno male che ho una casetta ad Agnone o a Capracotta perché voglio andare via dall'inferno». Maria Delli Quadri Fonte: http://www.altosannio.it/, 30 luglio 2016.
- La casa cantoniera di Staffoli
Il Consiglio provinciale di Molise, presieduto dal prefetto Emilio Caracciolo e convocato in sessione straordinaria per sabato 17 settembre 1881 nella grande sala della Prefettura di Campobasso, era chiamato a deliberare su ben 75 ordini del giorno, tra cui la «domanda della Giunta municipale di Capracotta perché sia costruita una piccola casa cantoniera nel punto in cui la strada obbligatoria di quel Comune s'innesta con l'Aquilonia». La domanda all'autorità provinciale era stata fortemente voluta da Nicola Falconi (1834-1916), l'indimenticato uomo politico di Capracotta, attivo su ogni fronte pur di creare sviluppo nelle aree interne dell'Alto Molise a partire dalle grandi infrastrutture di collegamento. Soltanto durante la quarta tornata di giovedì 22 settembre la questione venne discussa dal Consiglio e, a prender per primo la parola, fu Ottavio De Salvio (1848-1898) di Macchiagodena, nominato supplente di fresco per il Circondario d'Isernia. Volendo forse mettere in mostra le proprie capacità oratorie e saggiare il proprio peso politico, De Salvio, ammettendo che «sulla opportunità e necessità di tale costruzione egli, poco pratico com'è, anzi affatti ignaro di quei luoghi, non oserebbe portare alcun giudizio», si schierò a favore del progetto di Falconi e della costruzione della casa cantoniera, sostenendo che «tenuto conto dei precedenti e delle disposizioni adottate sopra altre domande dello stesso genere, non gli pare giusto non accogliere ora quella avanzata da Capracotta». In realtà il De Salvio invitò il Falconi a dare ulteriori delucidazioni sull'utilità e i costi di quel progetto. E il nostro deputato, componente ordinario del Consiglio provinciale di Molise, una volta chiamato in causa, fu molto chiaro nelle sue tesi. Falconi ci tenne innanzitutto a precisare che non era «nel tenimento di Capracotta il punto designato per la costruzione della casa cantoniera», bensì a Staffoli, «un punto situato a 15 chilometri da Capracotta ed Agnone, ed a 10 circa da Pescolanciano, Pietrabbondante e Vastogirardi. In esso convengono ben quattro importanti strade, ed ivi si raccolgono i corrieri di tutti e cinque quei Comuni in attesa del passaggio della vettura postale per rilevare la corrispondenza». Giustamente, il Falconi fece leva sul fatto che i comuni interessati raggiungevano la ragguardevole popolazione di 22.196 abitanti e che quindi «a mille metri dal livello del mare, quei poveri sventurati mettono in giuoco nientemeno che la vita allorché nella stagione invernale son colti dalle nevi e dai gelidi venti boreali». Il preventivo economico sarebbe stato di sole £ 2.000, circa 9.000 euro attuali, una spesa lontanissima dalle cifre mostruose dello sviluppo infrastrutturale del boom economico. La richiesta fu accolta e la casa cantoniera costruita. Nel secondo dopoguerra l'edificio venne ricostruito ed ampliato nelle forme odierne de "Il Rifugio". Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Ufficio di Presidenza del Consiglio Provinciale, Atti del Consiglio Provinciale di Molise 1881, De Nigris, Campobasso 1882.
- La mia favola dello spartineve
"My fairy tale of the snowplough": così intitolavo, molti anni fa, un piccolo componimento in lingua inglese nel periodo in cui frequentavo dei corsi serali per adulti di questa lingua, divenuta cosi indispensabile per tutte le professioni; ricordo lo stupore dell'insegnante che, pur nel fraseggio assai elementare ed alcuni inevitabili errori, aveva intuito quanto fosse importante, tra i miei ricordi infantili, quello dell'arrivo dello spartineve a Capracotta: sottolineò infatti scherzosamente che sembrava io descrivessi l'arrivo di una persona cara piuttosto che quello di una macchina. Lo spartineve, acquistato per iniziativa e con il sacrificio dei concittadini emigrati negli Stati Uniti d'America, doveva essere un dono di Natale per Capracotta nel lontano 1949: arrivò invece un po' in ritardo, forse per le complesse procedure di spedizione da New York verso il porto di Napoli, diventando così il più prezioso regalo per tutti poco dopo l'Epifania ed esattamente il 16 gennaio 1950. Io avevo allora meno di 7 anni e per i miei coetanei e tutti noi alunni della Scuola elementare fu l'attesa più spasmodica che avessimo mai vissuto: tale da farci dimenticare lo stesso periodo natalizio, pur non riuscendo a capire del tutto perché un simile dono fosse tanto desiderato dai nostri genitori e dagli adulti; avevamo anche provato ad immaginare come apparisse nella realtà un grande "spartineve americano", ma le nostre idee migliori non andavano al di là di un rumoroso trattore cingolato né qualcuno ci aveva mostrato la sua foto, già comparsa in anteprima su alcuni giornali americani per raccogliere la grossa somma necessaria al suo acquisto. Ci appariva, oltre tutto, assai sconfortante che la neve, in quegli anni di solito così copiosa, non fosse ancora caduta nel periodo che sto ricordando: e per noi bambini, del tutto sinceramente, la neve non aveva mai rappresentato un problema, ma piuttosto una fantastica quanto insostituibile "compagna di gioco". Ad ogni modo e dovunque in paese fremevano i preparativi per accogliere le autorità che ci avrebbero consegnato un dono così "storico" e che, per unanime previsione, ci avrebbe liberato dal rischio frequentissimo di restare del tutto isolati nel periodo invernale: con i tanti pericoli ad esso correlati e che noi piccoli avremmo compreso in seguito; basti pensare alla sfortunata occasione di qualche inverno più tardi (1956) in cui l'impossibilità immediata di una riparazione meccanica allo spartineve provocò un blocco prolungato delle vie di accesso al paese e fummo costretti a ricevere viveri e medicinali con il lancio di paracadute dagli aerei; debbo confessare però che anche allora, per quanto fossimo già più grandi, fu assai piacevole goderci lo spettacolo dal terrazzino del campanile salutando festosamente i nostri soccorritori. A Natale ignoravo ancora che mi avrebbero affidato, fra tanti bambini, un compito assai privilegiato e cioè quello di accogliere la consorte dell'ambasciatore americano in Italia, sig.ra Dunn che sarebbe arrivata da Napoli con il corteo di automobili e prima che salisse sul palco allestito in piazza Falconi: per di più rivolgendole un indirizzo di saluto in versi ed offrendole un mazzo di fiori; quando ne fui informato, all'entusiasmo iniziale seguì la preoccupazione di non essere all'altezza del compito e per giorni e giorni ebbi cura di imparare molto bene non solo i versi da recitare (come se la sig.ra Dunn avesse potuto comprenderli!), ma soprattutto le regole di cortesia e di galateo per una occasione così "speciale". Nel fatidico giorno, ancor prima che lo spartineve giungesse vicino al palco su cui mi avrebbero fatto salire, un po' sballottolato dalla marea dei presenti, mi sono trovato di fronte a S. E. l'ambasciatore ed alla sua signora; ho avuto un attimo di grande perplessità ed esitazione, ma non per tutto ciò che avevo previsto e temuto; ero infatti solo intimorito, nell'abbraccio affettuoso della sig.ra Dunn cui offrivo le rose, dalla sua splendida pelliccia di visone che mi capitava di vedere (e di toccare) per la prima volta nella mia vita: non credo infatti che allora vi fossero altre signore di Capracotta a possederne una e confesso che rimasi piacevolmente sorpreso della sua estrema e quasi vellutata morbidezza. Non ho purtroppo conservato il testo di quel mio indirizzo di saluto né potrei ricordarlo dopo 60 anni: tanto più che, già nel pomeriggio dello stesso giorno, invitato a ripeterne i versi dinanzi ai microfoni di Radio Pescara (allora il Molise era una sola regione con l'Abruzzo), me li ero già in parte dimenticati per la grande emozione e nel comprensibile disappunto di mia madre Cesarina che cercava di suggerirmeli da lontano; tanto meno ricordo le parole, certamente molto affettuose nel loro tono, ma per me incomprensibili, della Sig.ra Dunn e me ne dispiace ancora adesso. Piovigginava paradossalmente quel 16 gennaio, con tanto freddo, quando il magnifico autocarro giallo (non cingolato) cui era stato assegnato il nome di "Capracotta Clipper" si avvicinò al palco nel suono inconfondibile delle sue trombe: con un assurdo quanto pericoloso grappolo di persone a bordo, preceduto da tanti giovani con gli sci in spalla e tra gli applausi scroscianti della folla; e posso assicurare che lo spettacolo di quella mattina superò di gran lunga ogni nostra fantasia lasciandoci letteralmente a bocca aperta per la grande sorpresa. Io ricordo poi di essere rimasto buono, buono per tutta la cerimonia, con un buffo cappellino di lana sulla testa ed ormai in grande confidenza con la sig.ra Dunn che mi teneva per mano, quasi "avvolto" dalla sua calda pelliccia; mi scuoteva ogni tanto l'emozione per alcune espressioni nel discorso appassionato del nostro arciprete don Nicola Angelaccio, che comprendevo solo in parte, mentre avevo necessità, ogni tanto, di essere rassicurato dallo sguardo compiaciuto di mia nonna Guglielma che, ospite per l'occasione della cara amica Penelope Carnevale Ianiro, mi sorvegliava dalla sua finestra proprio sulla piazza. Poco più tardi ed ormai rilassato, mi distraevo ad osservare un robusto signore accanto a noi che indossava una tuta chiara: ho appreso poi che si chiamava Armand ed era l'autista inviato appositamente dagli Stati Uniti a fornire le indispensabili "istruzioni" per l'impiego pratico dello spartineve; se solo me lo avessero consentito, avrei interrotto la cerimonia in corso per salire con lui alla guida pregandolo di mostrarmi come avrebbe funzionato l'immenso vomere di quella macchina: ma un coro già intonava la famosa "canzone dello spartineve" appositamente scritta in dialetto dal reverendo don Gennaro Di Nucci e vedevo che molti... si asciugavano gli occhi facendo finta che fosse per le strane gocce di piaggia gelata che cadevano. È per queste ragioni che, durante la visita ufficiale a Capracotta (nel settembre 2006) di tanti concittadini provenienti dagli Stati Uniti, ho affettuosamente rivendicato il "diritto" di essere ospitato sullo stesso imponente spartineve durante il corteo di automobili che si è snodato per il paese al loro arrivo: mi sono trovato così nella cabina, accanto a Ennio Di Nucci che lo conduceva, a ricordare le diverse occasioni di vero e proprio "soccorso in emergenza" di cui era stato protagonista il vecchio "Clipper"; era il modo più bello e spontaneo per rinnovare la gratitudine di tutti noi nei confronti di coloro che, tanti anni prima e nel periodo così critico del dopoguerra, ce lo avevano donato: e mai il suono delle sue trombe, rimasto del tutto uguale nel tempo, ci è sembrato così somigliante a quello di un antico piroscafo di emigranti (da Capracotta?). Sono ora nonno da tempo ed anche i miei nipotini più grandicelli, Lorenzo e Andrea, saliti per la prima volta in quella occasione a bordo dello spartineve prima del corteo, hanno dimostrato di essere assai meravigliati: non tanto e non solo dell'aspetto elementare e quanto mai "spartano" dei suoi comandi e delle sue leve, che comprensibilmente si attendevano più tecnologici, ma sopratutto del mio singolare "privilegio" di poter restare accanto all'autista: quasi fossi di nuovo, unico tra i bambini, sul palco di piazza di Falconi ed accanto all'istruttore americano. Sono stato costretto perciò, ancora una volta, a riassumere quella che io chiamo "la mia favola dello spartineve" ed in particolare a raccontare un sogno che ancora adesso e di frequente ricorre nel mio riposo. In una notte di neve, di vento e di bufera che mi svegliano intimorito come da bambino, il grande faro giallo centrale dello spartineve squarcia il buio, mentre nel più silenzioso fruscio del suo potentissimo motore, tra due altissime pareti di ghiaccio, le sue trombe rassicuranti echeggiano a lungo: con un suono ancora più struggente, come quello delle zampogne per la novena di Natale. Mi riaddormento poi rapidamente, davvero tornato piccolo, in una nuvola di piccoli "cristalli argentati" che mi sommerge piacevolmente e quasi mi fa dimenticare tutte le angosce presenti. Così, grazie alla curiosità dei bambini, la mia favola continua ad essere narrata…: «tanti anni fa a Capracotta, piccolo paese di montagna che rimaneva spesso isolato per la neve, arrivò in dono da lontano un grande spartineve giallo...» e sono certo che la mia favola non verrà dimenticata dalle nuove generazioni. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, La mia favola dello spartineve, in AA.VV. I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
- La bella del monte di neve
Ecco un posto da non farsi scappare prima che, chissà, qualcuno o qualche cosa lo stravolga. Tanto poco conosciuto, quanto noto per una battutaccia alla Sordi: «Che, vieni da Capracotta?», a compendiarne l'isolamento montano e il nome rusticale. Ebbene, proprio Capracotta è sede di uno dei più antichi sodalizi di sport invernali d'Italia (fondata dai soci locali e napoletani del Tci nel febbaio del '14) e vanta una delle più - se non la più bella - tra le piste da fondo dell'Appennino, omologata Fisi: la pista di Prato Gentile con il suo piccolo rifugio. Sciando per i 10 chilometri dell'anello maggiore (ve n'è anche di più brevi, e sono avviati lavori per aggiungere un tratto più impegnativo), si sbuca dal folto dei faggi su squarci di paesaggio memorabili, mentre si possono individuare sulla neve, le pedate di cinghiali, lepri, e perché no? lupi. L'intensa e lunga pratica delle competizioni dello Sci Club Capracotta non si limita ovviamente al solo fondo, ma per il fondo, questa cittadina a 1.421 metri s.l.m. è l'ideale, posta com'è su di una sella tra i monti Capraro (m 1.730 slm) e Campo (1.746), ricca di pascoli, di faggete e di rari abeti bianchi, che libera lo sguardo sulle valli del Sangro, del Verrino, sulle Mainarde, la Maiella e l'Adriatico. Capracotta è oltretutto molto bella. Chi cerca antiche architetture provinciali urbane, qui trova esempi significativi, perfettamente conservati, lindi e nobili, e nemmeno violentati da perfide periferie "moderne". Capracotta è splendidamente tenuta dalla sua amministrazione, e rispettata dai suoi abitanti. È dominata dalla sua chiesa-fortezza (addolcita di un bel barocco) la cui campana suona per una fune che dal campanile entra direttamente nella finestra della campanara. L'inverno la neve raggiunge anche i quattro metri, e vi rimane fino a primavera inoltrata. Ora le strade di accesso sono subito sgomberate, ma negli anni '50, furono i capracottesi emigrati in America a regalare al loro paese il primo spazzaneve. Da Roma (200 chilometri), si arriva per l'A2 fino a San Vittore, e per Isernia. E si può tornare, allungando un poco, per il Parco d'Abruzzo, prendendo l'A25 a Pèscina di Silone. Napoli e Vasto sono ancor più vicine. Si dorme al Monte Campo con bella vista sul paese, o in appartamenti privati. Si mangia, alla pecorara, "Al Pioppo". Luciano Filippi Fonte: L. Filippi, La bella del monte di neve, in «L'Espresso», Milano, 4 novembre 1990.
- Prato Gentile e il sacco di Borbone
Don Francesco Cantelmo divenne il legittimo proprietario della terra di Capracotta nel 1620, dopo la morte della madre Laura. Quando anch'egli passò a miglior vita, i diritti furono trasferiti alla zia Faustina delli Monti, che non aveva figli, finché, dopo di lei, il territorio di Capracotta, specificamente per la parte in feudalibus, nel 1670 fu incamerato dal fisco regio. Questa grossa porzione territoriale comprendeva castelli, baronie e feudi "quaternati", che a Capracotta erano ben definiti ed erano sei: il castello di Capracotta e i feudi della Macchia, Ospedaletto, Monteforte, Macchia delle Spinete e Vincennepiane. Di conseguenza, in questi fondi non rientravano in alcun modo i territori di Vallesorda, Monte Capraro o Prato Gentile, una località, quest'ultima, poco studiata dalla toponomastica, dalla feudistica e dalla storia locale. Ad esempio, perché si chiama così? Per via del «prato gentile, immune del primo taglio»? O prende il nome da Gentile della Posta, il nobile che sul finire del XIII secolo ottenne la signoria di Capracotta? E qual era l'utilizzo principale di quell'anello di prato nel fitto del bosco? Per quanto riguarda il presente articolo, desidero per ora divulgare soltanto una notizia eccezionale che ho avuto modo di acclarare grazie a un manoscritto di Antonio Coppi conservato presso la Biblioteca Chigiana di Roma e datato 1663. È noto che il 26 febbraio di quell'anno papa Alessandro VII indisse un terzo Giubileo straordinario - dopo quelli del 1655 e del 1656 - per invocare il soccorso divino contro l'invasione dei turchi, ma è meno noto che nel 1663 il papa decise di riparare i danni provocati dal cosiddetto "sacco di Borbone" del 1527, durante il quale furono letteralmente trafugati innumerevoli preziosi del Vaticano, coi vandali che entrarono persino nella Cappella Sistina a depredar crocifissi e arazzi, per non parlare della distruzione di libri all'interno delle biblioteche cardinalizie. Per pagare i lavori di restauro la Chiesa decise di autotassarsi, tanto che ogni porporato dovette provvedere personalmente all'esborso di denaro in favore delle proprietà sante. Nella nota dei beni ecclesiastici venduti da quattro (anonimi) cardinali deputati a sovvenire all'erario vaticano, è saltata alla mia vista una cessione importante, ovvero «una pedica dicta Prato Gentile spectantibus fratribus S. Pauli de Urbe vendit D. Ciriaco Mattheo per 375 scuti». Ho passato settimane a interrogarmi sul sostantivo pedica perché, sfogliando qualsiasi dizionario di latino classico, la corrispondente traduzione era "legaccio", "trappola", "pastoia", finché non mi sono imbattuto nel mirabile studio di Vincenzo Ortoleva sul latino tardo. L'erudito siciliano ha infatti rinvenuto in pedica «un significato particolare del latino medievale: "misura agraria" e, in senso più lato, "terreno corrispondente a questa misura"». Nelle note ha aggiunto che l'etimologia della parola proviene dal metro del "piede" e che tale unità di misura era perlopiù utilizzata in Italia centrale. Nonostante Capracotta fosse signoreggiata da don Francesco Cantelmo, posso affermare che i pascoli e la legna di Prato Gentile, pur essendo in territorio extra-papale, spettavano ai frati di S. Paolo, la meravigliosa basilica esotica di Roma, i quali acconsentirono alla sua vendita per riparare i danni del sacco di Borbone. Il nostro amato prato fu venduto per 375 scudi (d'argento) a un certo Ciriaco Matteo, probabilmente un possidente capracottese, visto che quel cognome è ancor oggi diffuso tra i nostri compaesani. In una sorta di antico e autoreferenziale 8xMille, si può dire che nel 1663 Prato Gentile contribuì alla ricostituzione delle ricchezze e dello splendore ecclesiastico e, per di più, tornò nelle mani della nostra gente. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Betti, Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, vol. XV, Tip. della Rev. Cam. Apostolica, Roma 1864; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Dell'Oro, La grande riforma di Cristina di Borbone (1631-1663). Il conflitto per il controllo dei benefici ecclesiastici, in «Cristianesimo nella Storia», XXXIII:3, 2012; G. M. Galanti, Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise, con un saggio storico sulla costituzione del Regno, libro I, Soc. Letteraria e Tipografica, Napoli 1781; V. Giolo, Avvertimenti di agricoltura teorico-pratica e d'igiene veterinaria, Minelli, Rovigo 1864; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Ortoleva, Lat. "tripedica", in «Indogermanische Forschungen», 114, de Gruyter, Berlin-New York 2009; M. Sanfilippo, I giubilei straordinari, in F. De Caprio, I giubilei straordinari in età moderna (XVII-XVIII), Sette Città, Viterbo 2016.
- Bellezze naturali di Capracotta
S'avvicina la stagione propizia alle escursioni; è il momento di continuare il piacevole lavoro di far conoscere le regioni più pittoresche di questa nostra Italia, e di ripetere una volta ai nostri lettori: «Perché cercare al di là delle Alpi ciò che abbiamo in casa nostra?». Capracotta è in una delle regioni più degne di essere visitate nell'Abruzzo. Ne parla in queste pagine Antonio De Nino, l'insigne raccoglitore delle memorie e delle leggende della sua regione, ricordato con tanta simpatia da Gabriele D'Annunzio, nel "Trionfo della Morte". Ricordi e monumenti In un volume di memorie manoscritte, raccolte dal dott. Nicola Mosca nel 1745, e continuate da altri, si riporta un documento del 1040, dove si fa menzione di Capracotta. Il volume è conservato nell'Archivio del Municipio. Ma le popolazioni di quelle contrade devono rimontare ad epoche antichissime, a voler giudicare dalle tombe arcaiche scoperte nei dintorni con suppellettili della così detta prima età del ferro. Anche la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie. Abbiamo le Alpi Cozie, Tagliacozzo, ed altri simili. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti. Nel vicino Monte Cavallerizza, resiste ancora agli urti del tempo una grandiosa cinta ciclopea, la cui severità è aggraziata da una fitta boscaglia e, qua e là, da tappeti erbosi e fioriti che invitano a posarvisi chi li ammira (v. "Notizie degli scavi", 1904, pag. 397). Dell'età romana, finora non vi sono ricordi. Nulla di grande interesse nel medio evo. Si sa soltanto che fu feudo degli Eboli, dei Cantelmi e dei Piscicelli. Il paese e gli abitanti Capracotta diede i natali a personaggi eminenti, specie nella magistratura. Gli abitanti sono di belle forme a validi. Pittoresco l'antico costume delle donne. I pastori anche oggi si coprono di pelle caprina. Questo paese è capoluogo di mandamento. Enrico Bacco Alemanno (edizione del 1618) ne fa ammontare la popolazione a 164 fuochi, secondo la numerazione vecchia, e a 246 nella numerazione nuova. Nelle succitate memorie manoscritte si ricorda che nella peste del 1656, dal 4 agosto al 13 settembre, morirono 1.126 persone. Oggi, secondo l'ultimo censimento, vi si enumerano 3.902 abitanti. La storia ricorda altresì che l'anno successivo a quel flagello di Dio, vi fu un flagello economico: 104 banditi saccheggiarono il paese per trentamila ducati (£ 127.000) «salvo però li honore di tutti». I capi banditi furono Paolo Fioretti calabrese, Boccasenzossa, Carlo Petrillo e Beppe Nastro. Capracotta si distende sopra una lunga e tortuosa cresta di monte, all'altezza di m. 1.400; cresta che si rannoda a Monte Campo, alto 1.690 m., e a Monte Capraro, alto m. 1.726. Dalla cima di Monte Campo, il paese appare come veduto a volo d'uccello, e da Monte Capraro vi sembra che le case si addossino e si stringano le une alle altre, bisognose di un tepore. Si sa che, stando a quell'altitudine, il paese è rigidissimo d'inverno, ma tiepido e delizioso d'estate. Il rigido inverno: bloccati dalla neve Volete avere un'idea dell'inverno di Capracotta? Mi servirò della descrizione che nel periodico "Provincia di Campobasso" ne fece il marzo ultimo l'egregio insegnante signor Giovanni Paglione, geniale autore di tutte le fotografie che qui si riproducono e delle quali io gli rendo vive azioni di grazie (v. "Un paese sepolto dalla neve", 17 marzo 1905). Le nevi che si sciolgono da Monte Capraro formano il Lago di Mingaccio con isolotti ghiacciati. Le strade Il paese ha varie strade. La principale è il Corso Sant'Antonio, brutto d'inverno, pittoresco d'estate. La Via di San Giovanni dà le più genuine caratteristiche dei paesi alpestri. La Via della Madonna delle Grazie è qui prima rappresentata mentre è percorsa dalla gaia processione delle fanciulle che fanno la prima comunione, e poi sepolta dalla neve. In una naturale terrazza, detta Costa del Grillo, si apre il Passeggio pubblico, donde si prospetta la Vallata del Sangro e giganteggia il gruppo della Majella con le forre nevose. Alla estremità di questo Passeggio, il paese ha un'altra attraente visuale. Ma una visuale veramente sublime si gode al di sotto delle rocce, proprio dal punto detto Sotto la Terra. Gli edifici del paese, se non sono monumentali, sono però decenti. Degno di essere segnalato come manifestazione di civiltà è l'edificio scolastico con un asilo infantile modello. La settecentesca Chiesa matrice, veduta sotto il dirupo della parte settentrionale, sembra un edificio campato in aria. L'interno è di arte non comune. Graziosa la balaustra di marmo con intarsii e disegni a traforo. Questa chiesa fu restaurata nel 1735 dall'architetto di Pescocostanzo Venanzio del Sole; e, cinque anni dopo, un pittore di Alfedena, Filippo Passerelli, dimorante anche a Pescocostanzo, vi fu chiamato a rinnovare gli antichissimi stemmi. Rappresentazioni sacre Tra i varii usi attinenti alla religione, è pieno di simpatia quello della Sacra Famiglia, nella ricorrenza festiva di San Giuseppe. Il piccolo dramma sacro si rappresenta in alcune famiglie signorili di Capracotta e specialmente dalle famiglie Campanelli e Castiglione. Si prepara un pranzo per quattro poveri del paese, cioè un vecchio, che fa da San Giuseppe, una vecchia che rappresenta Sant'Anna, e un'altra che funge da Maria; più un fanciullo che fa da Gesù Bambino. Giuseppe, Anna e Maria hanno l'obbligo di confessarsi e comunicarsi. Il Bambino Gesù è dispensato. Tutti vestono con abiti più o meno nuovi e puliti. Chi non ne ha, li riceve in dono da chi festeggia quel giorno. Il pranzo per la sacra famiglia si compone di frittata, minestra di ceci, pasta asciutta con sugo, pesce, per lo più, secco, sottaceti, carne e frutta: totale, sette cose. S'intende che non tutto si mangia. Quel che avanza, si manda alle famiglie dei sacri rappresentatori. Le donne di casa servono a tavola. Ciascuno della parentela assaggia le vivande per divozione. Vanno ad assaggiare anche i non poveri e sempre per divozione, rompendo la divozione ai padroni di casa! Questa pia costumanza vige anche a Palena, e il cav. Luigi Campanelli, cultore di storia patria e autore di una pregevole monografia sopra Capracotta, crede che appunto da Palena la introducesse nel paese nativo, tra il 1687 e il 1766, un arciprete suo antenato e suo omonimo. Le bellezze naturali: i lupi Altre bellezze naturali e sorprendenti di Capracotta sono le cascate del Verrino e del Pisciarello. Quest'ultima è alta m. 150; e tutte e due nulla hanno da invidiare alle cascate svizzere. Bellezze non meno deliziose sono i circostanti boschi, dove può entrarsi in poco d'ora. A Monte Campo si ascende a piedi o con sicure cavalcature, e l'ascensione non è che di 290 metri dalle ultime case. Se Capracotta è deficiente di storia propria, Monte Campo può vantarne parecchia. E, in prima, spigoliamo nelle citate memorie manoscritte dell'archivio municipale. Sotto la data del 30 settembre 1824, è detto che Francesco Borbone, duca di Calabria e primogenito di Ferdinando I, dovendo recarsi alla Tenuta di Montedimezzo, la Corte decise di scegliere un punto più elevato e di piacevole vista. Fu scelto perciò il Campo, sopra Capracotta. Il Duca col suo seguito doveva recarvisi dai confini di Vastogirardi, per la Forcatura. Col lavoro spontaneo di paesani e forestieri, in tre giorni fu improvvisata una strada. Era sindaco di Capracotta don Leonardantonio Falconi, antenato dell'on. Nicola Falcone, e di altri cugini che fanno onore alla Magistratura. L'incarico speciale di provvedere a tutto fu dato a Sua Eccellenza il marchese Cappelli, amministratore dei Reali Beni. La venuta sovrana fu alquanto ritardata a causa di un temporale. Nel giorno prefisso, nella Forcatura, comparve lo stuolo sovrano. Le campane sonarono a festa. La cittadinanza andò incontro al Duca. Il sindaco gli offrì un fiore, e il Duca si fece baciare la mano da tutti. Dopo la visita al paese, il Duca consegnò al parroco 26 ducati pei poveri; al sindaco 18 ducati pei lavoratori della strada improvvisata, e 24 ducati al comandante del Corpo civico. In verità, pochi e mal distribuiti! Quindi, funzioni religiose. Terminate queste funzioni, il principe di Collamare, gentiluomo di Camera, diede il braccio al Duca: e tutti, montati a cavallo, in breve tempo si trovarono sulla vetta di Monte Campo. Da quel punto, il Duca poté avere sott'occhio una gran parte del Regno che poi, cioè nel 1825, ereditò per la morte del suo genitore. Seduti sull'erba, si fece un luculliano asciolvere, mentre il Duca permetteva a tutti una grande familiarità. Su quello stesso culmine, il dotto monsignor Pietropaoli, vescovo di Trivento, nel 1900, fece innalzare una colossale croce, monumento al Redentore. – In quelle montagne non vi sono lupi? – No; se vi fossero, sarebbe una festa pei cacciatori. Il paese ha molti cacciatori e bravi tiratori e vincitori nei Tiri a segno. Quando capita qualche lupo, non manca la festa e subito gli fanno la festa. Tempo addietro, ne capitò uno sul primo piano di Monte Campo, festeggiato subito dai cacciatori; uno di loro se lo caricò sulle spalle, seguito da una frotta di ragazzi, e nel paese fu esposto a capo in giù, ammirato da vecchi, da giovani e fanciulli coi sorrisi più o meno canzonatorii. Dunque, niente paura dei lupi. Di orsi non se ne ha idea. La caccia dell'orso si fa alla montagna della Meta. Rimosse le paure dei lupi e degli orsi, restano le bellezze della natura. Se l'arte e l'artista sono inseparabili, l'artista che va a Capracotta si sente di stare in mezzo all'arte; e, chi non è artista, sente l'arte nel più intimo dell'animo e diventa prediletto della natura. Il sofo da Verulamio soleva dire che un giardino è il più puro dei nostri piaceri e il ristoro più grande dei nostri spiriti, e che, senza esso, le fabbriche e i palagi altro non sono che opere manuali. Di fatto, si osserva sempre che, dove il secolo perviene a un certo grado d'incivilimento e di eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare con sontuosità e poi a disegnare giardini con la maggiore accuratezza, come se nei giardini consistesse la perfezione dell'arte. Or bene, entrate nei boschi di Capracotta, passeggiate in quelle praterie, e lunghesso le sponde del Verrino e, se mai, arrampicatevi come capre, nelle stratificate balze, e rintanatevi come... volpi nelle basse tane... perdono, perdono! - e avrete la illusione di trovarvi nei giardini più fantastici, dove in limitato spazio sono raccolte molte e svariate bellezze naturali, e dove i polmoni si dilatano per dar posto a grosse onde ossigenate di purissima vita. Antonio De Nino Fonte: A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906.
- Una banda di (perfetti) idioti
– Ma avete visto Douglas come guarda la segretaria? Secondo me se l'è portata in barca e l'ha sventolata come una bandiera. – Omnia munda mundis. – Cioè... tutto il mondo è paese? –Ignorante, è latino e significa "Tutti mondano i mandarini". Beh, comunque la barca di Douglas è una zattera vicino al mio mille piedi. – Io ho una barca così grande che per andare da Crotone a Milazzo ho dovuto girare intorno all'intera Sardegna. – Non potevi passare per lo stretto di Messina? – Non ci passa. – La mia barca è solo settecento piedi, direi parva sed apta mihi. – Scusate, il cliente mi chiede a che ora atterri domani. – I dialoghi tra partner sono come coiti, non vanno mai interrotti. Parole sagge. I suddetti dialoghi durano trenta secondi, imbrattano, sono pieni di suoni gutturali senza senso e l'unico aspetto positivo è che prima o poi arrivano, alla fine, proprio come un coito. Quindi proseguo: – Scusate, ripasso quando avete finito di eiac... ehm, parlare. – Ormai ci hai interrotto... comunque rispondi tu per me. – Ma non so né che volo prendi, né per dove, né quando! – E allora informati meglio, e visto che ci sei prenotami il volo. – Che volo? Per dove? Per quando? – Qui le domande le faccio io. Perché non ho ancora il biglietto? – E io che ne so? – Non sai mai un cazzo. Allora il primo volo per Capracotta. – Ma non c'è nessun aeroporto a Capracotta! – Est modus in aerobus. – C'hai sempre la scusa pronta per non fare un cazzo. È bello sentirsi apprezzati. Massimo Della Penna Fonte: M. Della Penna, L'ultimo Abele. Storia di un'ossessione, Della Penna, Torino 2015.
- Capracotta visitata e descritta
Che Capracotta esistesse già in epoca normanna si ricava dal Catalogo dei Baroni normanni perché Gualterius Bodanus teneva il feudo di Capram Coctam per conto di Guillelmo di Agnone, fornendo perciò due militi e due servienti all'esercito. Il nome del paese ha sempre creato curiosità e nessuno è disposto a scostarsi dalla tradizione popolare che vuole che in un'epoca imprecisata, quando alcuni pastori tenevano le greggi al pascolo, una capra cercò di saltare il fuoco attorno al quale gli uomini si erano radunati. La capra rimase bruciata e da ciò sarebbe nato il nome del paese. Per questo lo stemma civico ricorda l'episodio con una capra che salta il fuoco. Nel Duecento il suo feudo fu concesso ai della Posta e successivamente ai Carafa, ai d'Evoli, ai Cantelmo ed ai Piscicelli che lo tennero fino agli inizi del secolo XVIII. Poi tornò ai d'Evoli per qualche decennio e ai Caracciolo di Santobuono finché feudatario di Capracotta divenne nel 1788 Antonio Capece Piscicelli con il titolo ducale. Un feudo che finì male perché la sua erede, la duchessa Capece Piscicelli, dopo la caduta della Repubblica Napoletana nel 1799 e dopo la confisca dei beni, fu costretta all'esilio a Parigi con un sussidio di un franco al giorno assicurato dal governo francese. Capracotta ha una sola parrocchia dedicata a Santa Maria Assunta, ma i suoi abitanti preferiscono dividersi in santantoniari e sangiovannari, in relazione alle due chiese poste ai due estremi del paese. E sebbene il protettore sia san Sebastiano, come si deduce anche dai nomi di tanti capracottesi, neanche una chiesa gli è dedicata perché Capracotta sta tutta raccolta nella sua Chiesa Madre che, per essere posta nel più alto di tutti i paesi degli Appennini, certamente è la parrocchiale più vicina al Cielo. Una chiesa dall'interno arioso e solenne che, sviluppandosi spazialmente in tre navate, si mostra con un'apparente strutturazione architettonica settecentesca, come ricordano le lapidi relative ai suoi restauri. In realtà credo che nasconda nel suo impianto originario i caratteri di una basilica desideriana, cioè della stessa epoca di Gualterio Bodano, sicuramente legato all'abate filo-normanno di Montecassino. Notevole il suo organo monumentale e l'altare marmoreo che è riconducibile a quei marmorari che si formarono alla scuola di Norberto Di Cicco di Pescocostanzo. Forse proprio dopo i restauri settecenteschi il clero di Capracotta si impegnò ancora di più nel proprio ministero e così il vescovo Pitocco, il 7 ottobre 1756, concesse ai presbiteri l'insegna del rocchetto e della cappa. Un secolo dopo, nel 1854, come ci ricorda il Masciotta, Pio IX dichiarerà la chiesa di Santa Maria Assunta, con grande soddisfazione del clero, Collegiata Insigne. Essa domina con la sua mole l'intera valle del Sangro e dal suo campanile si osserva uno scenario di incomparabile suggestione che si chiude sul fondo con i monti della Maiella. E quel campanile, che una volta era staccato dalla chiesa più antica, aveva una funzione importante nella vita del paese. Un vero e proprio gigantesco strumento musicale che, con le sue note, comunicava con il territorio annunziando cose liete e cose tristi, ritmando le ore, richiamando il popolo nei momenti di pericolo, avvertendo che a mezzogiorno ci si ferma per mangiare. E a suonare le note era sempre un sagrestano maschio, che poteva uscire di casa anche quando faceva la neve o tirava la filippina. Perciò, quando per questioni pratiche il compito fu affidato a Carmela, che aveva la casa di fronte alla chiesa e che doveva pensare anche alle sue faccende domestiche, si pose il problema delle scampanate nel periodo invernale. A Capracotta, come osservò un arguto venditore di terraglie napoletano, fa dieci mesi di freddo e due di fresco, così Carmela risolse il problema solo come un capracottese poteva risolverlo. Legò una fune al battaglio del campanone e, attraversando la piazza, legò il capo al davanzale della cucina. E ogni volta che scoccava l'ora si affacciava alla finestra e, tirando la fune, neve o filippina, faceva rintoccare la campana. Adesso il problema è stato risolto con quegli aggeggi infernali che fanno suonare le campane automaticamente, ma, togliendo quella fune, hanno tolto anche l'anima al campanile. Allo stesso modo a Capracotta fu tolto un pezzo di cuore quando, con inaudita superficialità, fu demolita l'ultima torre angioina che ancora definiva il perimetro della murazione trecentesca. Ma Capracotta è bella comunque, pur se le manca qualche pezzo, perché i suoi figli e i figli dei figli, la vedono bella e si sentono capracottesi anche se nessuno, ringraziando le A.S.L., nasce più in quel luogo. E solo chi è capracottese può capire quanto sia importante l'appuntamento con l'altra Madonna, che è quella di Loreto, per ricordare i tempi in cui partire significava andare in Puglia per la fida delle pecore e tornare significava esistere ancora. Ogni tre anni, l'8 settembre, cavalli bardati e cavalcati da cavalieri dal gusto un po' folkloristico, ma con l'orgoglio di conservare una tradizione, accompagnano tra ali di folla festante il simulacro della Madonna di Loreto dalla chiesetta fino al paese e viceversa, con la segreta speranza che la Madre di Dio intervenga presso l'Eterno per assicurare la ripetizione dell'evento negli anni futuri. Ma Capracotta è anche sport. Il suo Sci Club è tra i più antichi d'Italia e chi vuole sciare oggi può scegliere la bella pista di fondo che si snoda per 15 chilometri tra i faggi e gli abeti di Prato Gentile oppure quella per le specialità alpine a Monte Capraro. In estate, quando il paese richiama i suoi figli da ogni parte del mondo, tutto il territorio sembra rivivere anche per chi di Capracotta non è. Così è diventato una festa dell'ospitalità quello straordinario appuntamento della Pezzata che si rinnova nella prima domenica di agosto e che negli anni Sessanta era nato solo per evitare che si perdesse una tradizione pastorale locale. Franco Valente Fonte: F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia, Enne, Bari 2003.
- Quattro chili di paste miste
Nacqui a Roma d'autunno, l'8 ottobre 1984, ma per le vacanze natalizie, ovviamente, i miei genitori mi portarono a Capracotta, dove avrei ricevuto il battesimo. L'inverno del 1984-85 fu particolarmente tremendo a Capracotta, e il saggio don Geremia Carugno non poteva permettere che un neonato uscisse con quel tempo per essere portato in chiesa: il mio battesimo venne dunque rinviato a data da destinarsi. Proprio in quei giorni giunse in paese anche don Alfredo De Renzis che - guarda il caso! - era lo zio della mia madrina. Don Geremia parlò col suo collega e assieme decisero che il primo Sacramento me lo avrebbe dato l'indomani (il 31 dicembre) proprio don Alfredo tra le calde mura domestiche, portando letteralmente la Chiesa in casa mia, visto l'imperversare della bufera. Mia madre, persona dotata di uno sconcertante senso pratico, organizzò tutto in quattro e quattr'otto. Non appena saputo che il giorno dopo mi avrebbero battezzato, decise di organizzare un rinfresco per la comare, i parenti e gli amici che sarebbero venuti a far visita, e siccome suo fratello Giuseppe (Peppìne de Ciòcce) si recava per lavoro ogni giorno ad Agnone, pensò bene di delegare lui all'acquisto dei dolci necessari per la buona riuscita dell'evento. Quel pomeriggio, mio zio stava facendo la passatèlla nel bar de La Traversa, il locale simbolo dei giovani sangiovannari degli anni '80-'90, e mamma gli si avvicinò per chiedere: – Peppì, addumàne ema vattieà Frangésche. Quand'arvié da Agnóne accatta quàttre chile de pàste mìscte. – Vabbuó – tagliò corto Peppino, tutto preso dal "padrone e sotto". – Peppì, me sié sendùte? N'è ca puó te ne scuórde? – Lucì, nen te n'encarcà. Ce penze ije – fu la lapidaria risposta di zio. Mio zio è un uomo con un innato senso del buonumore ed è estremamente affidabile: tuttavia, non sopporta le persone pedanti, quelle che ripetono cento volte la stessa cosa. E così, conscia del carattere di suo fratello, mia madre tornò a casa sicura che egli avrebbe svolto la masciàta con premura e diligenza. Arrivò il giorno del battesimo e la neve non cessava di cadere. Don Alfredo entrò in casa e, in assenza dell'abitino battesimale, mia madre sfilò in fretta e furia un panno bianco da qualche stipo, col quale venni avvolto per ricevere l'acqua santa che mi avrebbe accolto nella comunità cristiana. Terminata la funzione religiosa, mamma andò a casa di mia nonna, dove viveva zio Peppino, per prendere in consegna i quattro chili di dolci agnonesi. Non appena entrò in cucina, nonna Rosa, sorridendo sommessamente, la avvisò: – Lucì, nen t'arrajà. – Ch'è succiésse? – chiese mia madre. – Nen te la piglieà – ripeté mia nonna. – Scì, ma se pò sapé ch'è succiésse? A quel punto, tutti scoppiarono a ridere. Sul tavolo della cucina erano infatti disposti gli acquisti che zio Peppino aveva fatto ad Agnone per la mia festa di battesimo. Ma, invece di quattro chili di paste miste, c'era mezzo chilo di rigatoni, mezzo chilo di zita, mezzo chilo di spaghetti, mezzo chilo di bavette, mezzo chilo di fusilli, mezzo chilo di bucatini, mezzo chilo di farfalle e mezzo chilo di tortiglioni. Zio Peppino aveva comprato quattro chili di "pasta mista". E non riusciva a capire perché tutti ridessero. Francesco Mendozzi
- Il Verrino e la metafora del Molise
Il Molise terra vergine e incontaminata. L'Alto Molise patria di colline verdi, vedute spettacolari, vallate mozzafiato, montagne rocciose, cascate dalle acque freddissime. Queste sono solo due delle frasi che noi molisani usiamo quotidianamente per descrivere la nostra regione, un lembo di terra che potrebbe sparire dagli atlanti geografici senza che nessuno se ne accorgesse. Ma possiamo biasimare gli altri se poi siamo noi stessi, i molisani, a non conoscere il territorio in cui viviamo? Onestamente, credo di no, perciò mi sono ripromesso che non rimanderò più e che approfitterò, quando sia possibile, di ogni chance per conoscere quest'area. E, devo dire, che ho cominciato bene. Partendo dal fiume Verrino, un torrente che attraversa comuni come: Capracotta, Agnone, Poggio Sannita e così via… Un sabato pomeriggio, sono andato proprio a Capracotta e in compagnia di alcuni amici (tra cui due ragazzi che conoscono la zona) abbiamo parcheggiato la macchina a circa un chilometro dalla riva. Abbiamo disceso una stradina piena di breccia e ciottoli, prima di addentrarci in un sentiero che ci ha portato a valle, sulla battigia del fiume. Giunti lì, abbiamo dimenticato la "stabilità" e l'abbiamo abbandonata in virtù di una serie di piccoli misurati passi su superfici meno agevoli come terra, fango e soprattutto ciottoli. Più volte, abbiamo dovuto saltare da una pietra all'altra, badando a non scivolare. Talvolta, abbiamo anche usato le mani, cercando degli appigli di fortuna come tronchi, edera o radici. Il rischio non era grande: un bagnetto nelle acque fredde, ma volevamo evitarcelo, così ci attaccavamo a tutto mentre, in silenzio (più o meno), ci godevamo i suoni dell'acqua che scrosciava. Poi, la prima cascata. Improvvisamente, si sono materializzati cellulari e macchine fotografiche perché, ammettiamolo, c'era già materiale per una cartolina. La sosta qui è stata breve, infatti subito abbiamo proseguito alla volta della seconda cascata. A questo punto, il tragitto si faceva più rocambolesco; ad un certo punto si interrompeva e ci siamo visti costretti ad infilare il piede in una piccola fessura nella parete della montagna. Per la legge di Murphy, il terreno doveva cedere ed è capitato a me. Improvvisamente ho sentito la terra entrare nelle mie scarpe e mi sono sorpreso scivolare lungo un cunicolo che mi avrebbe guidato verso alcune rocce. Lì, potevo farmi male. Veramente. Tuttavia, devo ammetterlo: non ho avuto tempo di vedere la vita che mi scorreva davanti o cose simili. Pensi solo: "mi farà male?". Comunque, non ho provato l'ebrezza dello schianto perché il ragazzo che ci guidava, aiutato da un altro della compagnia, mi ha ripreso per un braccio e mi ha fatto risalire. L'attimo dopo, ero sull'altro versante con le gambe tremanti, incredulo. Non ci siamo fermati e siamo arrivati alla seconda cascata. Devo ammettere che questa non mi ha colpito molto. Almeno, non quanto la terza che sembrava presa da un set cinematografico o meglio da uno di quei documentari sugli orsi. Avete presente quelle scene dove vedete dei grandi Yoghi rinfrescarsi? A me, la terza cascata ricordava uno di quei documentari. Anche qui, alla cascata di Yoghi, ci siamo fermati un po'. Altre foto sono state scattate e poi ci siamo riavviati. Stava per fare buio e dovevamo camminare a lungo, prima di tornare nel "mondo reale". E così ci siamo rimessi in marcia. Il ritorno, personalmente, l'ho affrontato bene, anche se in alcuni punti la situazione si è fatta critica. Pochi appigli, un tragitto incerto (nel quale la segnaletica viene mantenuta in vita dai volontari) e insicuro metterebbe a rischio la vita di chiunque si improvvisi. Risaliti in collina, quando tutto era finito mi sono detto: certo, si tratta di una camminata che tutti dovremmo fare. Ognuno di noi dovrebbe conoscere ogni singolo versante di questo fiume ma affrontarlo così com'è ora è davvero rischioso. Insomma, il Molise è in quel parco fluviale: una ricchezza buttata; un tesoro creato con dei fondi a pioggia poi abbandonato alla mercè del tempo. Giovanni Giaccio Fonte: https://www.giogiaccio.com/, 26 agosto 2015.
- La grande sartoria femminile di Capracotta
Capracottesi, popolo di sarti, poeti e navigatori... I nostri concittadini hanno infatti scritto centinaia di libri e sono sparsi ai quattro angoli del mondo ma l'artigianato più nobile che li ha contraddistinti è stato certamente quello sartoriale. Della sartoria capracottese se n'è parlato tantissimo in questi ultimi vent'anni, talora a sproposito, perché ognuno ha voluto esaltare un parente sarto, definendolo di volta in volta il migliore nel suo campo, un genio, un pioniere, un novello Valentino. Per evitare stupide e inopportune schermaglie, menzionerò diversi sartori del nostro passato e presente, così da non creare imbarazzi di sorta: Luigi Antenucci, Giovanni Borrelli, Loreto Borrelli, Vincenzo Carfagna, Francesco Carnevale, Pasqualino De Renzis, Claudio Del Castello, Giandomenico Di Ciò, Pasquale Di Ciò, Cesare Di Rienzo, Giovanni Di Rienzo, Sebastiano Di Rienzo, Giovanni Di Tanna, Mario Di Tanna, Mario Di Tella, Ciro Giuliano, Gabriele Giuliano, Vincenzo Giuliano, Antonio Monaco, Luigi Monaco, Nicola Monaco, Panfilo Monaco, Antonio Mosca, Giuseppe Mosca, Italo Mosca, Mario Mosca, Alfio Paglione, Antonio Paglione, Eduardo Paglione, Giovanni Pollice, Alberto Sammarone, Felice Santilli, Ercole Sozio, Mario Sozio, Gaetano Terreri, Giovanni Terreri, Fiore Trotta e Vincenzo Vizzoca. Tuttavia, come in ogni campo dell'attività umana, anche nella sartoria capracottese non c'è stata la dovuta attenzione nei riguardi del gentil sesso, nel senso che troppo spesso chi si è occupato della storia e delle tradizioni di Capracotta ha tralasciato - forse per ignoranza in materia - la valente tradizione femminile, anch'essa attiva nell'alta moda italiana e mai contaminatasi col semplice prêt-à-porter. A livello quantitativo i sarti maschi (e per maschi) hanno sovrastato le colleghe, ma a livello qualitativo le nostre sarte non sono state da meno. Difatti l'attività delle sartore capracottesi si è accompagnata perlopiù a un nome eccellente della moda italiana, quello di Clara Centinaro, ed è diretta conseguenza di colei che per prima le chiamò a lavorare al servizio dell'indimenticabile stilista, la compianta Vincenza Di Rienzo, una sarta che è «letteralmente nata nell'atelier Centinaro». A proposito di quest'ultima, il Sistema informativo unificato per le Soprintendenze archivistiche dice testualmente: Chiarina Moglia, in arte Clara Centinaro, nasce a Bedonia (PR) nel 1914. È la pioniera della moda italiana, tra le prime a portare il made in Italy in tutto il mondo. A vent'anni arriva a Roma dal suo paese natale, dove ha sempre operato ininterottamente e inizia a lavorare presso importanti atelier. Il suo lavoro e il suo nome sono cresciuti di pari passo con il nome e il prestigio che la moda italiana ha conquistato nel mondo. Il suo successo e la sua fama mondiale sono testimoniati anche dalle sue clienti: Evita Perón, mogli di ambasciatori, mogli di alcuni uomini di governo come Gronchi, Mattarella, Pella, Fanfani, molte esponenti dell'aristocrazia come la principessa Borghese, le principesse Odescalchi, la principessa Ruffo di Calabria, Donatella Pecci Blunt e la contessa Marta Marzotto. Spesso si sono rivolte a lei esponenti della Corte del Belgio, tra cui Paola di Liegi e la figlia Astrid. Nel 1952 partecipa alle sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti. I più prestigiosi giornali di moda ne hanno sempre ampiamente illustrato l'attività e l'importanza, riportando puntualmente, e in tutto il mondo, la cronaca delle sue collezioni. Nel 1970, a riconoscimento del suo lungo operato, le viene conferito il titolo di Cavaliere della Repubblica dal presidente Giuseppe Saragat; nel 1986, per lo stesso motivo, il presidente Francesco Cossiga le conferisce il titolo di Ufficiale, e nel 1992 quello di Commendatore. L'ultima esperienza di lavoro per Clara Centinaro è la preparazione dei costumi per il balletto "Il lago dei cigni", nel cartellone del Teatro dell'Opera di Roma nella stagione 1990-91. Muore a Roma nel 1994. Gli archivi della Centinaro sono di proprietà della sartoria Litrico che negli anni Novanta ha rilevato l'atelier. La Centinaro aveva una tagliatrice di fiducia nel suo laboratorio e diverse sarte che si occupavano di confezionare i modelli o i vestiti veri e propri, tra cui le capracottesi Luisa Di Ianni e Angela Di Lullo. La prima ha lavorato per la Centinaro dal 1975 fino al 1996 e ricorda che «Clara era buona, alla mano, una persona semplice ma elegante nei modi, si vedeva che veniva dal Nord». Mai una parola fuori posto, mai un nervosismo, una discussione, un rimprovero. Per il marchio d'alta moda - produttore di capi unici e mai seriali - Luisa ha confezionato tantissimi vestiti e anche alcuni abiti da sposa (Centinaro diventerà negli anni '80 il must nella moda nuziale, con lo slogan "Alla sposa"). A livello privato, invece, la Di Ianni conta poco meno di cento abiti da sposa, molti dei quali per le mogli di Capracotta. Stessa attività ha svolto Angela Di Lullo, che a Capracotta ha pure tenuto una bellissima mostra. Non io lo dico - ma la storia - che Clara Centinaro è stata la prima donna dell'alta moda italiana, così come Valentino Garavani lo è stato nel mondo maschile, entrambi in un periodo fortemente monopolizzato dagli stilisti francesi. Oggi possiamo affermare che Clara Centinaro è stata la Coco Chanel del Belpaese e, nella sua magistrale avventura fatta di successi e splendore artigianale, hanno avuto un ruolo fondamentale le sarte capracottesi, prime fra tutte Vincenza Di Rienzo, Luisa Di Ianni e Angela Di Lullo, non semplici lavoranti esterne, ma sarte professioniste negli atelier romani di via Margutta, via Lombardia e via Toscana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Di Rienzo e M. S. Rossi, Alla corte di Valentino. L'ultimo imperatore della moda e dello stile, De Luca, Roma 2013; A. Fiorentini Capitani, Moda italiana: anni Cinquanta e Sessanta, Cantini, Firenze 1991; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Vergani, Sarti d'Abruzzo. Le botteghe di ieri e oggi protagoniste del vestire maschile, Skira, Milano 2004.
- I moti del 1860 a Capracotta (II)
Tra i reazionari principalissimi furono Francesco d'Onofrio e Pasquale di Janni. Il primo, contadino, ventenne, dalle forme erculee, veniva chiamato "Francescone". Il secondo, anche contadino e benestante, dell'età di anni quaranta, era soprannominato "Calzettone". Egli arringava la folla, proclamando che bisognava difendere quel "povero guaglione" (Francesco II°). Si fece proclamare governatore della "Terra" (così il popolo chiama ancora il paese) e come tale emanava pubblici bandi e decreti insieme di severissime pene a chi non obbedisse. Ma bisogna soggiungere che l'animo di costui non era inferocito al pari di quello di Giustino Carnevale, Cesare Carnevale, Pasquale Grifa, Pietro Di Luozzo, Saverio di Nucci, borbonici emeriti e corrivi alle vendette e alle rappresaglie inumane. Il moto fu dapprima capitanato da una donna, cui fu dato il nomignolo di "Cannatella" che le rimase a suggello di tanta gesta. Procedeva essa infatti con un orciuolo (cannatella) infisso su d'un bastone, palleggiando la volgare insegna con gesti e parole più volgari ancora, ma sommovitrici. Notavansi tra la folla due soldati in divisa borbonica, Pasquale Sozio ed Angelo Grifa, i quali con l'atteggiamento della persona e con grida aggiungevano esca al fuoco. Ad ingrossare le file de' reazionari contribuì forse il fatto che cadde molta pioggia la notte e parecchi contadini, che si sarebbero recati ai loro campi, rimasero in paese; ed anche i vetturini anticiparono il ritorno dal bosco dove quell'anno si faceva legna. Tornava uno di costoro, Peppe Sciarrigli, con un asino carico di ceppame e giunto in paese e saputo del fermento e inebriato dalle grida di morte de' reazionari, si unì esclamando: «M'aia fa pur'ì quatte còcce de gammacuòtte». Ma, appena arrivato in piazza, da una finestra della casa di Domenico Conti partì un colpo di fucile che lo ammazzò. Tra i liberali rimasero feriti di un colpo di stile al fianco destro mio padre, il quale mai volle dirmi il nome del feritore, sebbene io abbia sempre insistito di saperlo, e il farmacista Don Ettore Conti d'una terribile roncata al collo infertagli dal suo compare Cola Di Rienzo e D. Sebastiano Falconi alla mano dal vinaio Felice d'Andrea e D. Florindo Bizzoca alla testa. Mio padre, recatosi in casa Sozio, fu adagiato e medicato sul letto nuziale preparato per le nozze del padrone di casa Agostino con Anna Antenucci. Lo sposo si era anzi mostrato liberale sino al punto da preferire in quel giorno alle d'Imene i pericoli della pugna. De' reazionari furono feriti Cesare Carnevale, Donato Di Rienzo alias "Zappone" e Giustino Carnevale. Essi andarano a farsi medicare dal farmacista D. Giuseppe Castiglione, il quale dapprima risolutamente si negò, ma dovette poi cedere alle minacce di morte de' forsennati che li accompagnavano. Nel giorno successivo la folla, volendo vendicare il morto e nel medesimo tempo garantirsi di ogni ulteriore pericolo, si diede a ricercare i civili per disarmarli e arrestarli. Furono così isolatamente presi i canonici D. Policarpo e D. Vincenzo Conti, D. Gregorio Conti, monsignore in partibus, l'arciprete prof. D. Filippo Falconi, D. Giovanni e D. Salvatore Conti, D. Anselmo di Ciò, D. Olindo Chiaffarelli, maestro della musica cittadina, Benedetto Giuliano e Giuseppe de Vita. Quest'ultimo, quantunque nato di popolo, fu tra quelli che mostrarono grande entusiasmo per il nuovo Governo e ne aveva pagato ben caro il fio. Si racconta che, soldato del Borbone, avendo ricevuta una medaglia per non so che atto di valore compiuto, un po' per brio giovanile e più per odio del Re, la sospendesse al collare d'un cane, saputa la qual cosa dai superiori, fu egli sottoposto a Consiglio di guerra e condannato nel capo e graziato poi mercè l'intervento dell'illustre conterraneo D. Stanislao Falconi, Procuratore Generale della Suprema Corte di Giustizia. I sopraddetti liberali ghermiti della plebaglia furono tutti rinchiusi nelle carceri del paese e severamente invigilati. Quelli tra i compagni che riuscirono a salvarsi, si asserragliarono nelle case, risoluti a vender cara la pelle. La turbe, briaca d'odio e di sangue, girava obbligando tutti a cedere le armi. D. Antonino Conti, minacciato, fu il primo a darle. Da D. Francesco Falconi, padre di D. Filippo, pretesero un lauto pranzo; anzi Nicodemo di Luozzo chiese una miscisca ed ottenutala la presentò ai compagni gridando: «Ecche ru scuòrze de Garibaldi!». Calzettone intanto mandava bandi di morte. La plebaglia però non era d'accordo sulla sorte da dare agli arrestati. Alcuni avrebbero voluto mandarli ad Isernia, anche perché i signori reazionari di quella città avevano promesso una certa somma per ogni liberale che venisse loro consegnato. Altri, ed erano i più, propendevano per la fucilazione immediata, che secondo loro doveva aver luogo alla Piana del Monte Capraro o alle Croci. Non riuscendo ad accordarsi intorno alla pena da infliggere ai malcapitati, si decisero di mandare ad Isernia Domenico Mastrociomme per chiedere la sentenza al Comitato reazionario di colà. Il Corriere però si fermò a Miranda per aver saputo che il De Luca con i suoi mille volontari aveva messo Isernia a sacco e fuoco. Il Mastrociomme fece tosto ritorno e giunto in paese, corse defilato alle carceri, gridando: «Pace! Pace!» senza aggiungere altro a quei che gli chiedevano conto della missione. Così gli arrestati furono liberi. Essi però la sera precedente, all'annunzio dell'invio del Corriere ad Isernia, d'accordo col sagrestano Pietro Bizzoca, avevano stabilito d'evadere per una buca praticata nel muro della prigione che dava in una cappella della chiesa madre. Il progetto naturalmente per i fatti che seguirono non fu effettuato. Per suggellar la pace, tutt'altro che sincera da parte de' popolani, intervenne D. Giandomenico Falconi, Vescovo di Altamura, dottissimo e forte ingegno, il quale con l'autorità del nome e del ministero, e con quella che gli veniva anche dal non essere ritenuto un liberale, placò l'ira del popolo, inducendolo alla pace con i civili ed in forma solenne. A tal uopo celebrò una messa pontificale ed alla elevazione predicò, raccomandando la concordia degli animi e invitò al bacio fraterno i numerosi dissidenti. Infine ebbe luogo la processione per le vie del paese. Degno di nota fu che, subito dopo il Santissimo, veniva portato dal reazionario Francescone il ritratto di Vittorio Emanuele II. E quest'atto fu molto significativo, perché passarono appena una decina di giorni e il Re Galantuomo faceva ingresso solenne a Castel di Sangro, e la buona notizia fu data a D. Francesco Falconi da un amico dell'Abruzzo Chietino. Molti uomini del paese mossero alla volta di Castello e in casa Fiocca furono presentati al Re dall'insigne clinico Salvatore Tommasi. Nel Novembre i capi del moto reazionario furono arrestati, processati e condannati dal Tribunale d'Isernia a pene varianti da cinque mesi a sei anni di prigione. Calzettone passò cinque anni nelle carceri di Campobasso, e uscitone non aveva di che vivere. Ciò non pertanto morì vecchissimo, sorretto sempre dalla speranza di rivedere sul trono il suo "guaglione". Ma, s'intende, nel fondo dell'anima reazionaria covava la luce borbonica e la consacrazione del suo destino d'Italia non valse a rimutare di subito la coscienza di coloro che avevano soffiato nel fuoco e che erano trascesi ad atti inconsulti. D'altronde, il timore di rappresaglie e di punizioni esemplari da parte dei nuovi dominatori e quel vago indistinto bisogno d'attendere sempre il futuro, sperandone giustizia indusse parecchi reazionari capracottesi a lasciar la vita del lavoro e darsi alla macchia dove avrebbero potuto organizzarsi e riconquistare insieme con gli altri dispersi e borbonici di buona lega le cose perdute. Cosicché, dopo tanto fermento e splendore di eroismo, Capracotta fornisce anche l'esempio per necessità ineluttabile di tempi di questa detestabile avventura italiana, anzi meridionale, che tenne dietro alla rivoluzione del 1860 e che infestò tante nobili regioni e fu causa di lutti e di incresciose repressioni. E principalmente briganti, bisogna pur dirla la parola nefasta, furono Francesco d'Onofrio, Sebastiano di Rienzo alias "Nabisso" e Vincenzo Pettinicchio. Il primo, dopo aver commesso furti e grassazioni, fu ammazzato dalla gelosia dal compagno Raffaele D'Agostino, di Roccasicura, al bosco di Montedimezzo; Nabisso morì vecchio, e il terzo si offrì ai giudici italiani e dopo breve prigionia emigrò in America, dove tuttavia vive. E fu proprio quest'ultimo che prese parte con la banda di "Cuzzitto" all'assalto di Vastogirardi, il 28 luglio 1864, dove per opera della valorosa Guardia Nazionale di colà rimasero morti quattro briganti e l'eroica difesa de' Vastesi meritò loro una bandiera d'onore della Guardia Nazionale di Napoli. Sentirei di venir meno al mio dovere di cronista se omettessi un elogio speciale alla valorosa Guardia Nazionale di Capracotta, la quale, oltre che nella caccia ai reazionari, si segnalò nella repressione del brigantaggio e soprattutto all'Ospedaletto, a Santa Maria del Monte, alla Macchia, dove venne catturato il celebre Wolff disertore della Legione Ungherese in Italia e che in ultimo fu condotto ad Isernia ed ivi giustiziato. La bandiera della Guardia Nazionale divenne poi la bandiera del Municipio di Capracotta. L'agro capracottese fu infestato dalle terribili bande di Cuzzitto, Ferrara e Tamburini e non poche famiglie del luogo ebbero a subire gravi danni e qualcuna anche la rovina. Ricorderò solo la distruzione di una intera masseria di pecore di D. Geremia Conti avvenuta per opera del Ferrara. Già Capracotta, che nel 1656 era stata quasi distrutta dalla peste, tanto che dal 4 agosto al 13 settembre morirono ben 1.126 persone, fu anche assaltata e devastata da' briganti, i quali vi entrarono all'una pomeridiana del 6 luglio 1657. Persino in chiesa, senza alcun rispetto per il sacro luogo, essi ammazzarono, vicino all'altare della Santissima Trinità, il sacerdote D. Tobia Campanelli e molti secolari, depredarono il paese «per denari, ori e argenti e animali di 30000 ducati», cifra favolosa per quei tempi. I briganti in tutto erano 104 e avevano per capi Paolo Fioretti, calabrese, Boccasenz'osso, Carlo Petrulli e Peppe Nastri. Adesso, non occorre dirlo, a Capracotta non c'è più brigantaggio come non c'è pure divisione di partiti, e quello spirito fazioso che travaglia altri paesi vi è appena ai primi albori, che speriamo non sia seguito da nessun'alba, né meriggio. Oreste Conti Fonte: O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911.
- I moti del 1860 a Capracotta (I)
Capracotta, l'alpestre borgo molisano, vanta tradizioni liberali fin da quando, col principio del secolo XIX, e propriamente dal 1799 al 1821, corse per tutta la penisola un fremito di libertà e di aspirazioni nuove, ed ogni angolo d'Italia, se non un martire, ebbe una voce di protesta e di patriottismo. C'era come nell'aria il profumo che si sparge inconsciamente dappertutto ed esalta i cuori ed eccita le immaginazioni: c'era l'anelito alla libertà ed all'unità della Patria. Per quanto ancora incerta l'idea di questa unità ed incerti i mezzi per raggiungerla, l'ideale incominciato a germogliare, permaneva ed assumeva varie forme a seconda delle varie regioni della penisola, de' vari paesi e delle varie classi di cittadini. Capracotta non era tanto nascosta da rimanere fuori dalla vita nuova, né d'altro lato tanto avanti da potersi mettere alla testa del movimento. Confinata agli estremi limiti della Provincia di Campobasso, essa aveva opportunità di comunicazione coi centri più diretti dei movimenti liberali e delle metropoli vicine, perché le sue antiche industrie armentizie più di frequente in quegli anni obbligavano i primi cittadini del paese a scendere nelle Puglie, far contatti a Napoli e altrove, e a conoscere quindi da vicino i nuovi orientamenti della politica, a porgere l'orecchio ai sussurri che passano nelle vie e ne' caffè, a leggere qualche giornale e a commentar qualche notizia. E già prima del 1841, a Capracotta si era costituita una società segreta improntata e animata dal verbo massonico. Ne fu subito duce, o presto divenne, il reverendo D. Michelangelo Campanelli, avendo a compagni fondatori D. Gaetano e D. Amatonicola Conti, D. Francesco e D. Bernardo Falconi. E questo gruppo massonico dava segni evidenti di vita comunicando coll'esterno e non riposava. Sappiamo che da Catanzaro Benedetto Musolino mandava notizie a Palazzo San Gervasio e di qui esse venivano a noi per opera di due fervidi liberali, agronomi Domenico e Giuseppe Di Nucci, che avevano occasione di andare nelle Puglie, e da Capracotta, per mezzo del fidato corriere Domenico Carugno, a Dorrucci e Sardi di Sulmona. Ma la polizia da parte sua si era accorta di questa animazione liberaleggiante e vegliava con molti occhi per acciuffare persone e strozzare ogni tentativo pericoloso, tanto che D. Gaetano Conti, venuto in sospetto più degli altri, fu oggetto di speciale vigilanza da parte degli sbirri borbonici, e una volta, avendo lasciato il paese, venne arrestato e carcerato a Palazzo San Gervasio e potè ottenere la libertà solamente grazie all'intercessione autorevole di monsignor Terenzio, vescovo di Trivento. Le riunioni segrete del gruppo massonico capracottese avevano luogo alla Casa della Madonna, dov'è oggi l'Asilo Infantile, e della bandiera chiamata della Giovine Italia, conservasi ancora in una sala del Circolo dell'Unione, un lembo lacero e scolorito, qual glorioso ricordo de' padri nostri liberali. E degno di memoria è che di tutti i liberali capracottesi, il più insigne fosse il D. Fortunato Conti per l'efficacia della sua opera. Il Conti è seppellito a Poggioreale nel recinto degli uomini illustri. E cosa notevole, qui, come in parecchi paesi del Molise tutti, anche il clero mostrò alti sensi di patriottismo. Ed oltre il canonico D. Michelangelo Campanelli, già citato, l'arciprete prof. D. Filippo Falconi, in cui dottrina ed ingegno sono pari alla nobiltà dell'animo e alla santità della vita, predicò in chiesa e in piazza a quei giorni luttuosi contro l'esoso governo borbonico. Il Falconi era stato carcerato a Napoli per motivi politici. L'arresto avvenne perché un certo Vago, di Frosolone, aveva consegnato una lettera di D. Filippo al conterraneo Zampini, ma caduto costui nelle mani della polizia, la lettera venne intercettata e fu così svelato il nobile desiderio del Falconi che chiedeva allo Zampini le opere del Gioberti. Ed è proprio in casa di D. Filippo che avevano luogo nel 1859 le riunioni del Comitato liberale capracottese, di cui Egli era presidente, ed ivi principalmente, oltre che presso i signori D. Cesare e D. Liborio Conti e l'Arciprete Buonanotte, si rifugiò per molto tempo D. Ippolito Amicarelli, perseguitato politico, il primo deputato del collegio di Agnone, poi Preside-Rettore illustre e rimpianto del Liceo-Convitto Vittorio Emanuele di Napoli. Anche il sacerdote D. Policarpo Conti, nei giorni della reazione, fu arrestato e percosso e, in segno di dileggio, legato sopra un asino e, con una fiscella in testa, costretto ad attraversare il paese tra i sogghigni della feroce plebaglia, che a perdifiato gridatagli: «Manda ora quattrini a Garibaldi!», volendo con queste parole alludere ai 400 ducati che il liberale sacerdote aveva di suo mandato al Duce liberatore. Gli artigiani in massima parte, come quelli che minori istinti di servitù avevano accolti nell'animo e più vicini erano ai principali del paese, si mantennero fermi nell'atmosfera dell'entusiasmo dei pochi, mostrandosi inclini a secondarli e a prestar magari l'opera loro in caso di azione. Restò così solo la plebe nella morta gora, impantanata nei vecchi pregiudizi, inconscia dei tempi nuovi, avida solo del guadagno certo e furibonda al sangue ed al saccheggio. Questa fu l'unica causa del suo spirito reazionario: non già l'odio che avesse verso i civili del paese, perché è cosa provata e incontestabilmente certa che i popolani ebbero sempre favori e prestazioni dai signori e anche i rapporti scambievoli tra loro erano improntati a giustizia e cordialità. Gli istinti retrogradi la predisponevano, ma ciò che la decise ad insorgere furono le sobillazioni d'un feroce reazionario, Eustachio Monaco. Da Isernia, dove viveva esercitando il mestiere di bastaio, venne costui a Capracotta ai 20 Settembre del fatale anno, spinto oltre che da sentimenti retrivi, dal denaro de' borbonici d'Isernia, a capo de' quali erano monsignor Saladino e il De Lellis. La sera di detto giorno, il Monaco, adunati in sua casa Pasquale di Janni e Cesare Carnevale, uomini animosi e però d'un grande ascendente sul popolo, e corrottili col danaro che seco portava, indusse entrambi a promuovere un atto reazionario, arrestando e massacrando i liberali del paese. La Guardia Nazionale cittadina, composta di 180 uomini al comando del capitano D. Gaetano Conti e del 1° tenente avv. Giulio Conti, mio padre, intuendo qualcosa di grave, era rimasta accasermata nel caffè di Giovanni Antenucci, pronta a reprimere ogni moto, dal 1° Ottobre sino al mattino successivo, quando per ordini superiori dovette recarsi quasi tutta ad Isernia, dove terribile era scoppiata la reazione. Fu allora che il popolo si decise ad insorgere. Vero è che già da' primi di Luglio, i reazionari avevano stabilito, come più tardi si venne a sapere, di provocare i civili, ammazzando una loro giovinetta alla processione del Carmine, che era in quei tempi la principale festa del paese. La sera de' 2 Ottobre, Domenico Potena, guardia nazionale, trovandosi nel Corpo di Guardia, aveva detto che gli animi erano in gran fermento, che invano Egli si era adoperato per indurre i suoi fratelli a deporre l'idea della lotta civile. Difatti, il giorno 3, verso le nove antimeridiane, una tura di popolo del quartiere di San Giovanni, mosse tumultuando al grido di «Viva Francisco!» verso la piazza, dove c'erano appena una decina di guardie. Il comandante D. Gaetano Conti, visto il grande pericolo che correva il ceto signorile e i disordini che minacciavano il paese, avrebbe voluto ordinare di far fuoco, ma il dottor Berardino Conti, mio avo, per evitare spargimento di sangue, intervenne e riuscì a rattenere quel comando. Fu mal, perché una scarica avrebbe riavvilita la folla e indotta a più savio consiglio. Invece, credendo che quella prudenza non fosse stato altro che paura, dopo di aver fatto per due volte il giro del paese, quasi a far mostra della sua prepotenza, diede essa sfogo alle sue torbide passioni. Oreste Conti Fonte: O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911.
- I maestri di Capracotta per la guerra
Il pedagogo Luigi Credaro (1860-1939) si occupò per tutta la vita di problemi riguardanti la scuola e l'educazione. Nel 1900, eletto presidente dell'Associazione della Stampa scolastica, fu incaricato di porre le basi per un'organizzazione dei maestri italiani tesa ad ottenere il miglioramento delle loro condizioni economiche, giuridiche e culturali. Nacque così, nel gennaio 1901, l'Unione Magistrale Nazionale, un organismo del tutto diverso dalle organizzazioni operaie perché fondamentalmente apolitico: la preoccupazione di Credaro era infatti quella di scongiurare il pericolo che fra i maestri - ai quali è affidata l'educazione delle masse e la legittimazione delle istituzioni dello Stato - si diffondessero posizioni estremistiche o antigovernative, visto che proprio il Governo doveva venire incontro alle loro rivendicazioni. Nonostante questo encomiabile progetto, a poco a poco l'Unione Magistrale si politicizzò, tanto che, al quarto congresso di Perugia (1904), risultò maggioritaria la linea di sinistra, in contrasto con quella liberale e riformistica del II° Governo Giolitti. A quel punto Luigi Credaro abbandonò la presidenza dell'Unione, lasciando i maestri italiani, al pari del proletariato, in balia delle frange extraparlamentari della sinistra storica, un fenomeno ancor oggi evidente nei ranghi del corpo docente. I nodi politici interni all'Unione Magistrale si fecero evidenti quando l'Italia dovette fare i conti con l'intervento nella Prima guerra mondiale. La concitata lotta politica tra neutralisti e interventisti che infiammò il Paese, causò, anche all'interno dell'associazione magistrale, sotto la presidenza dell'imolese Giuseppe Soglia (1871-1926), insegnante elementare e deputato socialista durante la XXIV Legislatura del Regno d'Italia, una ineludibile scissione tra le correnti cattolica e socialista. Sul finire del 1915, i maestri della sezione di Capracotta, coinvolti nella lotta politica come tutti i loro colleghi italiani, decisero di risolvere la questione con una clamorosa presa di posizione, tesa «a salvaguardia del sentimento patriottico degl'insegnanti italiani», e che causò, per l'eco che ottenne sulle altre sezioni locali italiane, le dimissioni del presidente Soglia e della commissione esecutiva. I docenti capracottesi, primi fra tutti, «han dimostrato vivo sentimento di amor patrio ed assoluta indipendenza di carattere, per cui spontaneamente hanno protestato contro l'operato del loro presidente on. Soglia, il quale, col suo voto contrario al Governo, in quest'ora grave e sublime per l'Italia nostra, ha rinnegato le idealità della Patria, dimentico dei suoi doveri di educatore, e perciò immeritevole di rappresentare quella classe, che alla grande causa nazionale ha dato un proprio contributo di sacrificio e di sangue». Il gruppo magistrale di Capracotta, presieduto dal maestro Ubaldo Di Nardo, aveva infatti votato da poco il seguente ordine del giorno: Stigmatizzando vivamente il voto antipatriottico del Pres. dell'Un. Mag. Nazionale Italiana, onor. Soglia, nella recente tornata della Camera dei Deputati; Considerando che nell'ora solenne, che suona squillante di gloria nella storia dell'Italia nostra ogni idea di partito dovrebbe sacrificarsi sull'ara degli ideali sublimi della Patria; Delibera dimettersi in massa, in segno di fiera e sdegnosa protesta dell'Unione Magistrale Nazionale, facendo voti che la scuola, che è la civile palestra di tutti, non sia ascritta ad alcun partito, e che le sue sorti siano affidate a persona autorevolissima avente primo fra tutto il culto religioso della Patria, capace di continuare le superbe tradizioni dei primi Duci dell'Unione che la innalzarono agli alti fastigi di organizzazione perfetta, simpatica al pubblico, e deferentemente considerata dai poteri dello Stato. L'onorevole Giuseppe Soglia rimase molto deluso dalla secessione dei nostri insegnanti, sostenendo che «i maestri della Sezione di Capracotta, dopo quel voto, si staccarono dall'Unione in segno di protesta contro il Presidente, che aveva alla Camera votato contro la patria, perché quei buoni colleghi non ebbero nemmeno il minimo dubbio che il Ministero Salandra e la patria italiana non fossero l'identica cosa!». Insomma, l'ex presidente dell'Unione Magistrale Nazionale accusava il corpo docente di Capracotta di aver espresso non un legittimo dissenso ma un vero e proprio voto politico nei confronti di Antonio Salandra, ministro dell'Interno e tenace interventista. Quel che Soglia invece non vedeva - o non voleva vedere, data la sua estrema faziosità - era che egli per primo aveva utilizzato l'Unione per i suoi scopi politici, cercando di fomentare il neutralismo e, al contempo, di allargare la base elettorale dei partiti di sinistra. L'Ordine di Lecce, nel riportare alcune notizie sul gruppo magistrale altomolisano, scrisse: «Ci auguriamo vivamente che il nobile esempio dei maestri di Capracotta sia tenuto dagl'insegnanti primari in quelle considerazioni che richiede l'ora presente». Fatto sta che l'Unione Magistrale si scisse, l'ora solenne squillò e la Grande Guerra fu vinta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Barausse, L'Unione Magistrale Nazionale. Dalle origini al fascismo: 1901-1925, La Scuola, Brescia 2002; G. Cives, L'impegno necessario: filosofia, politica, educazione in Luigi Credaro, in «Vita dell'Infanzia», LIV:7-8, Opera Nazionale Montessori, Roma, luglio-agosto 2005; U. Di Nardo, Il Gruppo Magistrale di Capracotta, in «L'Ordine», IX:47, Lecce, 24 dicembre 1915; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Soglia, La crisi dell'Unione Magistrale e il suo significato politico: contro la secessione e per la laicità, in «Critica Sociale», XXVI:8, Milano, 16-30 aprile 1916.
- Il terzo settore
Padova. Per fortuna, anche quest'anno c'è lui, Antonio D'Andrea, quarantanovenne nato a Capracotta - «il parto avvenne in casa e fui allattato fino ai 22 mesi» - e abitante controvoglia a Milano, fondatore diciassette anni fa del "Movimento Uomini Casalinghi", uno che nella vita si è imposto una sola missione: «Fare da casalingo prima a mamma Peppina, poi a zia Elena, adesso alla mia attuale compagna», che manco a dirlo è una beatissima femminista di ferro, una alla quale è capitato l'incapitabile, trovare un compagno il cui motto è «il governo alle donne, il rigoverno della casa agli uomini». Tonino occupa il suo solito angolo nell'ormai gigantesca kermesse di "Civitas", la rassegna del volontariato e di tutto quanto fa "terzo settore". Indifferente ai giganti vicini - Arci, Acli, Compagnia delle opere - ed ai governi che cambiano, ai ministri e ai politici che solcano gli stand senza badargli, e meno male, altrimenti gli capiterebbe di vedersi ficcare in mano l'opuscolo sugli «Uomini mestruanti», o peggio ancora quello su «Il pene: a qualcuno piace corto». Però il piccolo abruzzese-milanese, incompreso iperpolitically correct, è la spia palpitante di questa rassegna. In fin dei conti, con la sua passionaccia per il bucato dei panni e il lavaggio dei piatti altrui, non è la quintessenza dell'"assistenza volontaria" a chi si trova in difficoltà? Così anno dopo anno anche Tonino cresce, e con lui il suo movimento di "mammi" e "sorelli". Oggi spunta dietro un asse da stiro e un cestone da bucato, più che simbolici. Regala «L'antica lisciva» e «Pomice finissima di Lipari», olio di lino cotto per lustrare il legno e due saponi che fa lui con ceneri di faggio rastrellate dalle cucine economiche degli amici abruzzesi, dedicati uno a «mà Peppina», l'altro a «zì Maria». Un trionfo. Parallelo, comincia il primo degli oltre cento convegni di "Civitas", il presidente delle Acli Luigi Bobba presenta una ricerca dell'Iref sui bisogni degli italiani: un quinto delle famiglie con figli in età preadolescenziale o con ultrasettantenni a carico «sarebbe disposto ad acquistare prestazioni assistenziali», e magari non serviva un'indagine per scoprirlo, ma quel che importa è la conclusione pratica: «La potenziale domanda insoddisfatta potrebbe dare vita a 475.484 nuovi posti di lavoro». Mezzo milione di futuri Tonini, a equo pagamento. Da aggiungere ai 12 milioni di italiani iscritti alle cento e passa organizzazioni che partecipano al "Forum del terzo settore", ai 4 milioni che sono attivi in qualche attività di volontariato, alle centinaia di migliaia - ma qui la statistica balla, causa prudente privacy dei gruppi maggiori - assunti e stipendiati. Comunque, un sacco di gente. Eternamente soddisfatta del suo lavoro, eternamente insoddisfatta del riconoscimento pubblico che riceve. Quest'anno è la prima "Civitas" sotto il segno del centrodestra, l'insoddisfazione non è così maggiore del solito, don Antonio Mazzi si sfoga, «anche questo governo chiacchiera», Edo Patriarca, il portavoce del "Forum", minaccia lo «sciopero della solidarietà», salvo precisare: «È solo una provocazione, non possiamo, sarebbe far del male agli ultimi del mondo. Però ogni tanto ci viene la voglia, fermarci tutti una mezza giornata, e vorrei vedere chi assiste bambini, anziani, tossici, handicappati, chi porta i feriti all'ospedale». Al "terzo settore" non va affatto bene quello che sta facendo il governo, «la riforma delle fondazioni bancarie, la politica sull'immigrazione, i cambiamenti della giustizia minorile, la privatizzazione del welfare». L'altra sera, però, l'hanno detto al ministro Buttiglione, e Patriarca ne definisce gli esiti, illuminandosi: «Rassicuranti e rincuoranti. Il governo aprirà un dialogo con noi. Buttiglione ha spalancato una grossa finestra». Adesso, è il momento del confronto con le opposizioni, e vengono Fassino e Rutelli. Alla notizia delle promesse di Buttiglione - e soprattutto, del credito che hanno trovato - educatamente sbiancano. Rutelli, «premesso che siamo totalmente in linea con voi», lancia un appello «alla ripresa della mobilitazione: alla vigilia del summit della Fao a Roma vorrei rivedere per strada la stessa gente di Genova; quella spinta ideale, depurata dalle violenze, va ripresa». Fassino mette un po' di puntini sulle "i" - «Io non vedo un governo che parta dall'assunto di investire nel terzo settore, come aveva fatto il centrosinistra. Buttiglione si è assunto degli impegni, ma esprime forse la stessa cultura di Castelli, Bossi, Tremonti? Se il buongiorno si vede dal mattino, qua è notte fonda» - e garantisce: «Noi faremo una battaglia perché cresca la spesa sociale, per il sostegno fiscale al terzo settore, perché gli enti locali di centrosinistra, nel nominare i propri rappresentanti nelle fondazioni bancarie, si facciano carico anche della società civile». Contenti? Soddisfatti? Mah. Patriarca tentenna: «Abbiamo aperto un contatto col governo e con l'opposizione, speriamo che si mantengano, perché non è sempre accaduto. Vedremo se manterranno le promesse, tutti e due: anche col centrosinistra il rapporto non è facile, tante volte abbiamo visto l'opposizione sfilacciata, non presente su questioni che ci interessavano». Non sono rose e fiori. Ignaro, indifferente, Tonino il casalingo continua a far proseliti, a distribuire piccoli saggi: «Il cavalluccio marino ragazzo madre», «Saponi e liscivia, due amiche per la pelle», «Bucati al torrente», «Autocoscienza matrilineare», fino all'ultimo, orgogliosissimo, simbolico appuntamento all'anno prossimo: «Esistere! Esistere! Esistere!». Michele Sartori Fonte: M. Sartori, Il terzo settore: ci vorrebbe uno sciopero della solidarietà, in «L'Unità», Roma, 4 maggio 2002.
- Estratto dello stato civile
I gusti sono differenti. Vi è chi, leggendo il giornale, si diletta nei brillanti paradossi dell'articolo di fondo, seguendone mentalmente le evoluzioni: molti frequentano l'appendice, pianterreno lugubre e sanguinoso, dove si commettono, sera per sera, i più atroci delitti: alcuni scelgono la cronaca interna dove leggono importantissimi fatti avvenuti nell'Uruguay, a Capracotta o a Roccacannuccia; altri prediligono i telegrammi particolari, tanto particolari che talvolta i fili del telegrafo non ne hanno saputo nulla: non mancano, infine, gli amatori della quarta pagina. Ma vi è una rubrichetta modesta, non molto lunga, a caratteri piccini, ficcata come per misericordia in un angolo qualunque del giornale, spesso scorretta, spesso dissestata; ebbene, questa qui è letta da tutti, giovanotti, vecchi, fanciulle, spose, madri, insomma tutti. Persino gli uomini serii, quelli che vorrebbero far credere di non patire alcuna debolezza comune agli altri mortali, persino quelli vi danno un sbirciatina di nascosto, scorrendola in un battibaleno o fingendo di leggere gli Stefani. E mentre tutto il resto del giornale può forse riuscire indifferente, quell'angolo lì, nella sua umiltà e brevità, fa sempre una impressione: lascia un sorriso sulle labbra o una oscurità negli occhi. È l'estratto dello Stato Civile. Sì, voi lo leggete assiduamente, o pallide zitellone dalle labbra sottili, provando un amaro piacere a dilatare la ferita nascosta del vostro cuore; ci è della gente che crede ancora alla vecchia istituzione del matrimonio e che intanto dimentica voi, che vi credereste tanto volentieri: voi volete sapere il nome e l'età di questa gente. Quando è molta, ci è il compenso che è di bassa qualità e potete fare un moto di sprezzo; quando è poca, avete la consolazione di dar la stura ai vostri commenti: qui è una coppia che potrebbe esser felice, diciotto e ventidue anni: sono troppo giovani per aver testa! Altrove la sposa si chiama Leonilda, nome capriccioso, sarà certo una civetta: compiangiamo il marito, poveretto! Questo qui è medico, professione che non corre più con le capsule Guyot ed il ferro dializzato Bravais: la moglie soffrirà gli stenti. – Guarda, guarda, la tale è giunta finalmente a gabbarne uno; sa il cielo con quali mezzi! E come, ha fatto scrivere solo trent'anni! Ma se ha avuto sempre cinque anni più di me, che ne ho... ventotto! E chi sarà lo sposo? Povero imbecille, avrà la vita tribolata, è degno di compassione. Dopo un'oretta di insinuazioni più o meno benigne, di restrizioni mentali, di sottintesi poco caritatevoli e di riflessioni più o meno filosofiche, voi, vecchie zitelle, vi confortate nel pensiero che tutti i coniugati sono e saranno sempre infelici e che per nulla al mondo voi vorreste rinunziare alla vostra pace. Invece la bionda fidanzata del bruno giovanotto, dopo che ha accompagnato sino alla porta il suo amore, raccomandandogli di venir presto la sera seguente, rientra e prende distrattamente il giornale tra le mani, leggendovi le nascite ed i matrimoni. Essa pensa: fra breve, quattro, sei mesi forse, il nome suo vi sarà insieme con quello di lui; gli amici li leggeranno sorridenti, gli estranei non ne sapranno nulla, ma vi sarà un tesoro d'affetto sotto quei nomi. Pensa ed arrossisce e si guarda d'attorno; chi sa qualcuno non le legga sulla fronte il pensiero; forse in un'epoca un po' più lontana, se Dio vuole... una cifra di più nei nati, una cifra che per lei, madre, rappresenterà una testolina grande come un pugno, in una cuffiettina ricamata; una testolina che abbia già i capelli neri del papà e gli occhi azzurri della mammina. Allora, trasportata in questo sogno che è per diventare una realtà, la fanciulla si lascia cader il foglio di mano... e si scorda di leggere il nome dei morti. Ci sono i vecchi per leggerla, quella malinconica lista, ma non crediate che se ne dispiacciano. Vi è anzi una punta di egoistica soddisfazione per essi, nel vedere che i giovani robusti se ne vanno a dormire per sempre sotto la terra nera e che essi rimangono in piedi ancora, godendo i bei raggi del sole e respirando la vita. Se trovano un caso di lunga vita, tanto meglio: è una speranza per essi di raggiungere l'età del fortunato; se capita loro sotto gli occhi il nome di un amico d'infanzia, di un coetaneo, si compiacciono a narrarne la storia, o ricordarne i detti, gli atti, le virtù, i difetti: una parolina di compianto e tira via - i vecchi hanno già troppo pianto per aver più lagrime. Sibbene la madre del coscritto lontano, trema ed impallidisce, leggendo come ogni giorno un soldato muoia all'ospedale militare e compatisce le altre madri; sibbene l'ammalato si sente colpire quasi da una mano invisibile, quando vede la sua malattia abbattere un uomo alla sua età. Ed in ultimo ci è la turba dei curiosi, che cercano le notizie col fuscellino e sono fortunati se possono, in una riunione, uscire in queste parole: Ricordate la tale, quella bruttina? Ha preso marito. Ovvero: Ricordate il tale, quel galantuomo coi fiocchi? Se n'è andato di là... Per l'osservatore, che immensa fonte di studio è il modesto estratto dello Stato Civile! In esso cozzano, si urtano, si confondono, si danno la mano tutte le passioni umane, tutte le classi; tutti gli stati sociali vi sono svelati. Vi è il piccolo nato, che non ha padre e che comincia già a sentire il peso della sua posizione illegale, presso alla progenie nobilissima di principi; vi è il futuro cretino che porta il numero precedente a quello che sarà un futuro uomo di genio. È là che spira la fiducia profonda del popolo nella famiglia, la fede nel lavoro delle proprie braccia, il niuno timore dell'avvenire: nel popolo si sposano giovani, allegri, miserabili, senza dubbi e senza esitanze. È là che fa capolino la vanità innata, profonda, incurabile, la quale nel più bello o nel più brutto momento della vita, qual è il matrimonio, fa ricordare di scrivere il nome con tutti i titoli, prenomi e qualità - e si ammira il salto mortale che fa una fanciulla sulla età dello sposo, pur di avere vettura, dieci abiti all'anno da Parigi e il palco in prima dispari al S. Carlo. Si sorride vedendo il matrimonio del celibe, sinora impenitente, che si decide alla catena per trovare chi gli curi i reumatismi - e si vorrebbe sorridere, ma non si può, alle unioni calcolate, proposte, ventilate, stabilite per mezzo di confessori, avvocati, notai e vecchi amici di casa. La questione sociale monta su nel nome dell'operaio morto pel suo dannoso mestiere, e tutta la dolorosa ed artistica bohème vi appare in quel poeta che va a morire sopra un lettuccio dell'ospedale; la miseria, madrigna crudele degli uomini, è rappresentata dai suicidi crescenti. Quell'epopea scura della vita vi spaventa; quel riassunto breve, efficace e terribile, quella intiera esistenza che si annienta in un nome ed in una cifra, vi mette paura... Ah! no, se è vita, non può essere tutto fango, non può essere tutto nero; vi deve essere la nota ridente, la parte pura, l'ideale realizzato. Vi è tutta una giornata splendida e lucente: la nascita del fanciullino, alba rosea e tremolante di raggi, balbettìo di paradiso, qualche cosa di azzurro che diventa anima; il forte meriggio delle passioni nel calore soffocante del tropico, nell'amore completo e felice, nelle alte ebbrezze del dovere e della famiglia; ed in ultimo la morte aspettata, cioè il tramonto lento, sereno, pacato, per passare in una notte stellata. Matilde Serao Fonte: Serao, Matilde, Dal vero, Perussia e Quadrio, Milano 1879.
- Rodolfo Comegna, migrante di professione
Il mio bisnonno Rodolfo Comegna, come tanti italiani, partì alla volta degli Stati Uniti che era ancora un adolescente: l'obiettivo era quello di "trovare l'America", fare fortuna. Imbarcatosi a Napoli sulla Prinzess Irene, approdò sedicenne ad Ellis Island il 7 agosto 1913 - dove venne registrato Budolfo Comegna - grazie allo zio Michelangelo Liberatore che gli aveva pagato il biglietto per la traversata e che si era stabilito in America dieci anni prima con tutta la famiglia. Il giovanissimo Rodolfo era diretto a Burlington, in New Jersey, dove lavoravano tanti capracottesi, spesso proseguendo il mestiere che avevano lasciato a Capracotta. Probabilmente il mio bisnonno faceva già all'amore con Maria Giuseppa Di Nucci (1898-1958), la quale, non appena compiuti diciott'anni, si imbarcò anch'essa alla volta degli Stati Uniti: diretta a Burlington, salpò da Napoli con la Duca degli Abruzzi per giungere ad Ellis Island il 23 settembre 1916. I due giovani capracottesi si sposarono sul suolo americano e di lì a poco, nel 1919, nacque la prima figlia, Maria. Un anno e mezzo dopo venne alla luce un'altra bimba, Elvira. Il lavoro era duro ma certamente veniva retribuito assai di più che in Italia, cosicché il nucleo familiare dei Comegna, tra il 1921 e il 1922, tornò in Italia - rivestito di tutto punto - per far conoscere le due creature ai rispettivi genitori. In Italia si susseguirono altre due gravidanze, la prima nel 1923 con la nascita di Pierina e un'altra nel 1925 ma, mentre nonna Maria Giuseppa era incinta della quarta figlia, nonno Rodolfo, che a Capracotta non aveva trovato alcun lavoro, ripartì alla volta delle Americhe, diretto stavolta in Argentina. Partì da solo, lasciando tre figlie e la moglie incinta a Capracotta. Rodolfo si stabilì a Buenos Aires, dove i capracottesi avevano già formato una discreta comunità. Dal Sudamerica il mio avo tornò soltanto sette anni dopo, nel 1932, e fu allora che vide per la prima volta la sua quartogenita Elena (1925-2009), mia nonna, che in vita ha spesso riferito di temere quell'uomo, il padre, che lei non aveva mai visto prima. A Capracotta Rodolfo tornò a fare il solito governo di muli e cavalli finché non si ammalò allo stomaco e, operato a Roma nell'agosto 1943, lì morì, in una città appena bombardata e poche settimane prima dell'occupazione nazista. Allo stato attuale non sappiamo nemmeno dove sia seppellito. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Dizionario biografico degli italiani al Plata, Argos, Buenos Aires 1899; A. A. Bernardy, Italia randagia attraverso gli Stati Uniti, Bocca, Torino-Milano-Roma 1913; A. De Clementi, Di qua e di là dall'oceano. Emigrazione e mercati nel Meridione: 1860-1930, Carocci, Roma 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, Rodolfo Comegna, professione migrante, in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; G. Perec, Ellis Island. Storie di erranza e di speranza, Archinto, Milano 1996.
- Una gita a Capracotta
Sulla linea ferroviaria Carpinone-Castel di Sangro si scese alla stazione di Carovilli, distante meno d'un chilometro dall'abitato, il quale si svolge in pendio sul declivio settentrionale del monte Ferrante. Una comoda e grande vettura automobilistica era pronta, e si partì alla volta di Capracotta. Attraversando l'altipiano di Carovilli, verso nord-ovest la strada s'interna in estesi boschi di faggi e di cerri, spezzati a tratti da pingui pascoli, e raggiunge la casa cantoniera di Staffoli. L'edifizio sorse pel ricovero dei cantonieri stradali e dei viandanti sorpresi dalla bufera quando, prima dell'apertura della ferrovia elettrica Pescolanciano-Agnone, le comunicazioni avvenivano per la via di Carovilli. A Staffoli si ammira una estesa prateria contornata di boschi, col cascinale dei Signori Marracino, ove si alleva un numeroso bestiame bovino, che alimenta una fiorente industria di burro, di scamorze e di caciocavalli rinomati. A questo punto la strada si biforca, e l'automobile, infilando il braccio che va a Capracotta, incomincia la salita a traverso monti boscosi, fino a raggiungere l'altipiano delle Civitelle a 1.200 metri d'altezza, che ha pascoli eccellenti e terreni coltivati a grano, a farro, a orzo. L'orizzonte, a misura che si conquista la cresta dell'altipiano, si fa sempre più bello e più vasto; perché lo sguardo vi domina centinaia di vallate, e gli opposti monti, fino alle alture della Capitanata. Ma ecco che si gira a metà il fianco di Monte Capraro, tra un incantevole bosco di faggi, finché - raggiunta la sommità della depressione montuosa - si apre all'attonita vista un incomparabile spettacolo. A sud-est l'ampio panorama della valle del Verrino, affluente del Trigno, con la scoperta di tutto il Molise: a sud-ovest quello della valle del Sangro con l'imponente distesa delle montagne abruzzesi, dal monte Meta fino alla mole della Maiella. Nelle lontananze le vette, ancora ricoperte di neve, brillano al sole come diamanti: giù per i colli e per le valli campi e boscaglie, paesi e corsi d'acqua, avvolti nella caligine luminosa del mattino. Ma la contemplazione di così grandiosi orizzonti è interrotta da insistenti latrati. Alcuni grossi cani da guardia circondano ed inseguono l'automobile. Sono i cani dei famosi addiacci. Questi si distendono al di sopra della strada, popolati da numerose mandrie di pecore che alimentano il caseificio. Così si discende a Capracotta. L'importante Comune è uno dei più alti d'Italia, ha clima rigido, vi abbondano pascoli e boschi, per cui le sue principali industrie sono la pastorizia e la confezione del carbone. L'abitato si distende sopra una cresta rocciosa, la quale si riannoda a nord-est col monte Campo e a sud-ovest col monte Capraro. I suoi edifici degni di nota sono l'asilo infantile, il fabbricato scolastico, il palazzo comunale e la settecentesca chiesa matrice. Nei dintorni sono state scoperte tombe antichissime, e sul vicino monte Cavallerizza esiste ancora una grandiosa cinta di mura ciclopiche, chiusa da una folta boscaglia. Per la freschezza e salubrità del clima, Capracotta potrebbe essere un degno centro di villeggiatura estiva, e sviluppare assai bene l'industria del forestiere, ora appena in embrione. Ma come vi è deliziosa l'estate, altrettanto vi è orrido l'inverno. Il paese resta a lungo bloccato da una ingente quantità di neve, che spesso raggiunge i cinque metri, tanto da costringere gli abitanti ad uscire dalle finestre o a scavare gallerie di comunicazione, e qualche volta impedisce i rifornimenti più necessari alla vita. Un anno mancò il sale, nonostante la distribuzione a razione. L'Amministrazione Comunale fu costretta ad organizzare una spedizione di venti robusti montanari per Carovilli. Questi partirono in aiuto della carrozza postale per ritirare la corrispondenza e per portare nelle bisacce il sale sufficiente ad approvigionare la popolazione. Il viaggio fu oltremodo faticoso, perché impiegarono una intera giornata per l'andata ed una pel ritorno. E siccome nel ritornare ricominciò la bufera di neve, fu necessario spedire rinforzi, mentre le campane suonavano a stormo per indicare col suono la direzione del paese. A qualche chilometro dall'abitato esiste una cappellina dedicata a Maria Santissima di Loreto. Ogni tre anni vi si celebra la festa il giorno 8 settembre. Caratteristica è la processione che accompagna la statua della Vergine. Essa è preceduta da varie confraternite, e da due o trecento cavalli, ricoperti di variopinte gualdrappe, infiocchettati di nastri, cavalcati da robusti montanari, alla cui testa sventola il vessillo della locale Società dei Vetturini. Capracotta con la nuova strada rotabile fino a S. Pietro Avellana, si renderà meglio accessibile. Cresceranno i suoi visitatori, le iniziative locali aumenteranno; e molti saliranno alle sue altezze ossigenate, alle sue balze pittoresche, a' suoi parchi naturali di faggi, alle sue graziose e scroscianti cascate, a' suoi orizzonti sconfinati, per rinvigorire il corpo e per sollevare l'animo dalle aspre lotte della vita. Berengario Amorosa Fonte: B. Amorosa, Il Molise: libro sussidiario per la cultura regionale, Mondadori, Milano 1924.
- Purché sia estrema
Lo dice anche la Contessa, una delle protagoniste del Dottor Mabuse di Fritz Lang: la vita è monotona, tanto monotona, e perciò c'è bisogno di qualche avventura. Ma se per incontrare la benedetta avventura negli anni Venti del XX secolo bastava entrare in una bisca clandestina dietro il proprio palazzo, adesso per riempire la vita di emozioni bisogna andare molto più lontano, in Africa almeno. Lo chiamano "turismo estremo", e l'aggettivo è connotante. Come alpinismo estremo, volo estremo, speleologia estrema, e persino sesso estremo. Se non è estremo, non ci si prova neppure. "Estremo" ha sostituito come aggettivo "proibito"; anzi, oggi ne è la certificazione spaziale, perché il proibito - in questo caso il Lago Ciad, zona ad alto rischio, come aveva avvertito la Farnesina e non ditemi che i turisti sequestrati dai banditi non fossero allertati - è solo un confine, mentre "estremo" è invece uno spazio valicato. Meglio: spinto-sempre-più-in-là. L'avventura cercata e trovata è appunto sempre "estrema", ovvero qualcosa di cui non si può fare a meno; così che per avere il fascino al di là del proibito, i turisti italiani rapiti in Niger sudorientale si erano rivolti - lo dicono i comunicati stampa - ad una agenzia turistica libica, Akno Tour, uno dei primi operatori di quel Paese, come affermano i lanci d'agenzia, la quale «offre pacchetti di viaggio originali» (ecco un altro aggettivo sapido: originale). Possibile che tra le vacanze a Diano Marina e il Ciad non esista nulla in mezzo? Da qualche parte, ne sono certo, ci deve essere un'agenzia senegalese o forse somala che offre altre avventure di turismo estremo: il ferragosto a Capracotta e il Natale a Sulmona, l'esplorazione a dorso di mulo delle risorgive della provincia di Como e la risalita a piedi nudi del torrente Crostolo in provincia di Reggio Emilia. L'estremo non è solo il luogo, ma anche il modo, e questo dipende, ovviamente, solo da noi. Basta poco, una piccola inclinazione, lo spostamento del baricentro, uno sguardo "diverso" (ecco un altro aggettivo utile, ma purtroppo caduto in disuso), e subito appare l'altro-luogo, quello tanto ricercato: lontano e impossibile; meglio: imprevedibile. Ed è subito l'avventura che scaccia la noia. Turisti ancora uno sforzo: l'estremo è sempre più vicino, non occorre andare così lontano! Marco Belpoliti Fonte: M. Belpoliti, Purché sia estrema, in «La Stampa», Torino, 23 agosto 2006.
- I capracottesi della Terra Vecchia
Mi convinco sempre più che Capracotta, questo centro abitato arroccato sulle inospitali vette dell'Alto Molise, fosse in passato una splendida matrioska, una bambola che ne conteneva di più piccole, ed ogni rimpicciolimento era inversamente proporzionale alla maestria, al dettaglio, ai colori. Ad avvalorare questa mia bislacca teoria c'è la Terra Vecchia, il borgo medievale di Capracotta, chiamato anche Ristretto della Terra e raso al suolo dai Nazisti nel novembre del 1943. La mia famiglia in linea paterna proviene interamente da quel quadrante, quella in linea materna è pienamente sangiovannara: la differenza tra le due "razze" è abissale. Lucia De Renzis - che non ho conosciuto - era una donna partorita dall'utero della Terra Vecchia e proprio per questo era diversa dagli altri abitanti del paese. È vero: aveva vissuto una vita disseminata di lutti e drammi familiari. Il padre s'era tolto la vita per non sentire i dolori lancinanti della peritonite, la sorella Irene era stata abbandonata dal marito e aveva perso il suo bambino infante, il fratello Fiore era saltato su una mina assieme al figlioletto undicenne, la sorella Antonietta era stata uccisa a diciassette anni da un carabiniere, la sorella Maria Loreta era morta sedicenne. L'esistenza di Lucia è costellata di buchi neri. Umanamente non poteva essere diversa da ciò che era: non a caso mia nonna Elena e la sorella Pierina, che frequentavano la casa delle sorelle De Renzis, definivano Lucia burbera, poco socievole, salvàggia. Ma anche mia nonna era burbera e poco socievole. Quando una troupe del TGR Molise si recò a Capracotta per realizzare un servizio sull'eccezionale nevicata del 22-24 dicembre 2003, dopo che il Comune aveva da poco sgomberato la neve da via S. Sebastiano, fu intervistata mia nonna, che lì abitava. Affacciatasi alla finestra del soggiorno, si sentì chiedere: – Signora, in questi tre giorni che ha mangiato? – Eh... chéle che tenéva. Ce stà tutte cose... ce manga la salute e me ze sò 'ccupàte l'uócchie. Esse che v'aja dice e... bascta! (Eh... quello che avevo. C'è di tutto... manca solo la salute e mi si è offuscata la vista. Ecco cos'ho da dirvi e... basta!). La vita di mia nonna si era infatti mossa su binari simili a quelli di Lucia. Il padre Rodolfo non l'aveva nemmeno vista nascere perché emigrato in Argentina, il marito Giuseppe non c'era mai a casa perché prima transumante nelle Puglie e nel Lazio e poi giardiniere in Germania, quattro figlie le aveva abortite o erano nate morte, e così riversava ogni sua ansia ed amore sull'unico figlio Nicola, mio padre. Tuttavia, Lucia ed Elena erano donne forgiate dal Ristretto della Terra. E in quel rione di Capracotta la felicità non era di casa: lì dominava la miseria. Alla Terra Vecchia scarseggiavano l'olio e il caffè, non si acquistava carne né frutta, men che meno il pesce. Alla Terra Vecchia non c'era niente di superfluo e mancava anche qualcosa di necessario. Fino al secondo conflitto mondiale le condizioni igieniche e sanitarie del quartiere stavano parecchi gradini sotto la decenza e, dopo la guerra, migliorarono appena, col rione che si ritrovò per un quindicennio sommerso dalle macerie lasciate dai Tedeschi e dagli Alleati. Il popolo della Terra Vecchia ha fortemente risentito di queste mancanze urbanistiche tanto che ancor oggi è possibile rinvenire qualcuno di questi caratteri nel tipo umano del Ristretto, ovvero in coloro che lì sono nati e vissuti. Innanzitutto, chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è eternamente bambino perché non ha goduto appieno delle gioie e della spensieratezza dell'infanzia. A chi è nato e vissuto lì, ancor oggi, in tempi di vacche grasse, brillano gli occhi davanti a una masciòtta (forma di cacio) o a un mescuótte (biscotto) fatto in casa. Chi è nato e vissuto lì crede che la muscìsca (carne essiccata al sole), la scapècia (razza marinata), la gnuóglia (interiora di maiale) e le macarèlle (sgombri in scatola) siano prelibatezze. Chi è nato e vissuto lì ha un appetito da leone e non getta mai il cibo, neppure una briciola di pane raffermo. Chi è nato e vissuto lì è introverso, timido, ombroso. Chi è nato e vissuto lì odia la neve. Chiedetevi il perché. Dirò di più: chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è un vero capracottese. È il Capracottese. Alla Terra Vecchia si parla infatti un dialetto diverso, probabilmente quello originale, il meno contaminato dalle influenze abruzzesi o napoletane. Le poche persone oggi in vita che hanno avuto la (s)fortuna di nascere nel Ristretto della Terra presentano una parlata differente da quella di S. Antonio, di S. Giovanni, del Colle o di Coste Grilli. Mi preme qui evidenziare, a mo' di esempio, che nel riferirsi direttamente a qualcuno, quelli della Terra Vecchia antepongono un non meglio precisato articolo al nome proprio. Dunque, Lucia non era semplicemente «Lucì», bensì «'r Lucì». La Terra Vecchia era dunque una bambolina intermedia inserita nella grande matrioska di Capracotta. All'interno di questa bambolina ve n'erano delle altre, una per ogni rùfa (ruga). La Terra Vecchia - ieri più di oggi - era un dedalo di viuzze e di slarghi, di salite e discese, ognuna con sue caratteristiche popolari e architettoniche funzionali ad un'urbanistica ad alveare, di modo che la sovrappopolazione fosse una risorsa e non un problema, con le famiglie che vivevano strette strette nel bisogno e nell'urgenza. La toponomastica del dopoguerra, per non dover scomodare il catasto, ha deciso di intitolare alla famiglia Carfagna la via principale (quella che porta alla Chiesa Madre) lasciando il nome ben più importante di san Sebastiano - martire protettore dell'intera comunità capracottese - ad un'infertile scalinata che mena sui contrafforti di via Roma, le antiche mura di Capracotta. Delle sette rùfe originarie, ne sono sopravvissute quattro e mezza, la prima delle quali è ancor oggi chiamata Rùfa de Meglióne, ed è quella dove han vissuto Lucia, Irene e mia zia Pierina, e dov'è nato mio nonno Giuseppe che, una volta sposatosi, s'è trasferito nella Rùfa de San Vengiénze. Le altre due sono la Rùfa de Cicchetòne e la Rùfa de Mescióne. Sarebbe altresì inutile, quando non oltraggioso, parlarvi degli interni delle abitazioni della Terra Vecchia. Le metrature delle case sono irrisorie in un'accezione che non è quella moderna del monolocale o del loft, ma giungono ad estendersi per 40 mq. su ben quattro livelli. Fate due conti e capirete quale fosse la vergogna di vivere lì. Fate due conti e capirete perché, quando nel 1950 partì il piano di ricostruzione di Capracotta finanziato dall'U.N.R.R.A., che prevedeva la costruzione di nuove palazzine ai Pioppi, coloro che avevano la casa diruta alla Terra Vecchia preferirono, senza batter ciglio, ottenere una casa nuova di zecca in periferia piuttosto che rivedere in piedi il legittimo tugurio medievale al borgo antico. Io ho casa alla Terra Vecchia. È la mia casa avita. Al suo interno (70 mq. su quattro livelli) han vissuto contemporaneamente due famiglie intere con l'immancabile capra. Lì è morto mio nonno, lì è nato mio padre. E io tornerò ora ad abitare quella casa. Insomma, viva la Terra Vecchia di Capracotta, nel nome de chéla sctréja de Lucia de Meglióne... Francesco Mendozzi Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.
- Cronaca molisana
In questi ultimi giorni i corrispondenti locali de "Il Risorgimento" e del "Momento-Sera" si sono dati un gran da fare per esporre le condizioni di disagio in cui si trova questa nostra cittadina così duramente provata dagli eventi bellici. E tutti sanno quale apporto notevole alla ricostruzione abbia dato la iniziativa dei cittadini di Capracotta che hanno riedificato gran parte delle proprie abitazioni. Le Autorità del Capoluogo hanno erogato però finora per conto dello Stato circa 40 milioni di lire in contributi a privati. Ma se è lodevole il desiderio dei nostri corrispondenti di battersi per tenere sempre desta l'attenzione sul problema della totale ricostruzione di Capracotta, ci preoccupiamo delle polemiche sciocche ed ingiuste che tendono solo a coprire e giustificare atteggiamenti dell'attuale Amministrazione Comunale, che poco o nulla ha fatto nell'interesse della cittadinanza, la quale non è affatto d'accordo circa la proposta di dipendere dall'Ufficio del Genio Civile di Isernia anziché da quello di Campobasso. Se la campagna in atto contro l'Ufficio del Genio Civile di Campobasso serve per giustificare le mosse di pochi interessati contro la volontà della cittadinanza (che ne subirebbe tutto il danno) noi di Capracotta, non ci faremmo bella figura e mostreremmo di non sapere apprezzare gli aiuti e l'opera qui svolta dall'Ufficio del Genio Civile di Campobasso. Ci troviamo ad oltre 1.400 metri di altitudine, perciò, la stagione lavorativa si riduce ad appena quattro mesi e mezzo all'anno; e la ricostruzione è cominciata solo dal 1946. Orbene lo Stato, per mezzo dell'Ufficio del Genio Civile di Campobasso, ha erogato finora circa 92 milioni per lavori già eseguiti, in corso di esecuzione e da eseguire in questa stagione; e di essi ben 70 milioni riflettono lavori di riparazione e costruzione di abitazione e di uffici. Ci risulta anzi che lo stesso Ing. Capo Comm. Valerio, di sua iniziativa e senza che la nostra Amministrazione abbia sollecitato quell'Ufficio del Genio Civile, ebbe a presentare prima del 18 aprile u.s. al Capo di Gabinetto del Ministro dei LL. PP. un programma straordinario di lavori urgentissimi nei Comuni maggiormente sinistrati dell'Alto Molise. In essi primo è Capracotta, ove è prevista la costruzione di ricoveri stabili per senzatetto e riparazione di case private, di fognature ed acquedotto, per un importo complessivo di 53 milioni sui 172 del programma che interessa anche gli altri Comuni di Casteldelgiudice, Pescopennataro, Sant'Angelo del Pesco e S. Pietro Avellana. Ciò dimostra che l'Ing. Valerio e l'Ufficio del Genio Civile di Campobasso si rendono perfettamente conto delle necessità di questa cittadina; ed i corrispondenti a cui piace la polemica, farebbero molto meglio, a smuovere l'indolente Amministrazione Comunale a fare i passi necessari presso le Autorità ed uomini politici per assecondare la lodevole iniziativa dell'Ufficio del Genio Civile di Campobasso. La dipendenza dal Genio Civile di Isernia non darebbe alcun vantaggio alla cittadinanza, che, oltre tutto, sarebbe costretta a far capo ad Isernia e poi a Campobasso per il disbrigo delle pratiche inerenti alle opere di ricostruzione; e se siamo ottimamente collegati al Capoluogo con giornaliera autocorriera, per raggiungere e ritornare da Isernia, la cosa sarebbe molto problematica. Circa le lamentele sulla ultimazione della casa comunale ci sembra che il corrispondente del "Momento-Sera" abbia equivocato parecchio. La casa comunale già ricostruita, si compone di ben 18 ampi locali nei quali, oltre agli Uffici del Comune, hanno trovato comoda sistemazione la Pretura, l'Ufficio Postale, l'Esattoria Comunale, quattro aule scolastiche, l'Ufficio dell'Ente Comunale di Assistenza e quello dell'U.C.S.E.A. Riteniamo perciò doveroso denunciare la tendenziosità di certe corrispondenze dirette a creare fastidi, animosità e peggio, mentre è nostro dovere affiancare l'opera di Uffici che hanno dimostrato di aver compreso le nostre necessità e che, malgrado le complessità burocratiche, si sforzano di accelerare i tempi per realizzare la ricostruzione totale di questi nostri centri dell'Alto Molise così provati dalla guerra. Pasquale Venditti Fonte: P. Venditti, Cronaca molisana, in «Riscossa Molisana», I:5, Campobasso, 12 giugno 1948.
























