LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La grandiosa apoteosi di Domenico Savio a Roma
Si dice che quando piove scende dal Cielo una benedizione speciale. Ebbene la sera del 3 marzo, mentre i due eleganti e capacissimi autopulman sono fermi davanti all'Oratorio Salesiano e il fischietto del Direttore Don Sciullo fa sentire più volte il suo sonorissimo richiamo, una pioggia intermittente ci accompagna nella notte sino a Pompei, dove, invece, troviamo il sole splendente e invitante a glorificare la taumaturga Regina del Cielo e della terra. Quando entriamo nel grande Santuario e ci raccogliamo intorno a quell'Altare splendente di luci e di marmi, intima e quasi misteriosa sale la preghiera sulle labbra del pellegrino... Intanto Don Sciullo è già su l'Altare centrale e la Messa procede fervidamente ascoltata dai presenti. Usciamo dal Tempio ebbri di santa letizia, anche per il sacrifizio di essere rimasti digiuni lungo il percorso Andria-Pompei, onde soddisfare all'ardente desiderio del Cibo Celeste, prima di quello comune! Rivediamo con grande piacere il nostro sempre simpatico Don Villani, il quale ci saluta con il suo abituale sorriso... Egli attende i suoi siciliani, che da Palermo, via mare, son venuti a Napoli e poi a Pompei... Intanto quando parliamo da Pompei egli ci accompagna sino al bivio di Castellamare, dovendo rientrare in sede. Lo salutiamo calorosamente con un arrivederci a Roma. A Napoli, inondata di sole, ammiriamo le bellezze naturali di quella Città canora e sempre in autopulman attraversiamo le vie principali, sostando solo per cinque minuti al Vomero, dov'è la Casa Salesiana. Verso le ore 12, si riparte da Napoli per Gaeta, dove si giunge alle 14 circa. Ci dirigiamo al Santuario della SS. Trinità, sulla famosa Montagna che secondo la tradizione si spaccò dopo la morte di Gesù, per il terremoto che ne seguì, accolti festosamente dagli altri Salesiani di quella Città e dal Rettore dello stesso Santuario, il nostro concittadino Padre Francesco D'Amato. Dopo una frugale colazione e le diverse pose fatte dal Dott. Fattibene, riprendiamo posto in macchina per dirigerci verso la Città eterna: Roma. Le prime luci della sera appaiono allo sguardo ricercatore dei gitanti, che tra canti e commenti non si accorgono del lungo viaggio e del susseguirsi di Città e paesi che s'incontrano lungo la strada. A Terracina, una brevissima sosta per il rifornimento, mentre i cittadini si fermano attratti dalle grosse scritte che portiamo sul cielo delle macchine: Andria-Oratorio Salesiano-Andria. Sarà forse meraviglia che Andria abbia un Oratorio così fiorente, oppure che la nostra Città, tanto diffamata, vada a Roma ad assistere ad un avvenimento religioso così importante? Non riusciamo a spiegarci quella curiosità... Siamo già sulla Via Appia Nuova; le grandi mostre al neon dei negozi romani destano sorpresa ai giovanissimi, particolarmente, a chi visita la prima volta Roma! Attraversiamo già Via Nazionale, il tunnel, Piazza Venezia, il Corso Vitt. Emanuele, per fermarci nei pressi di San Pietro, dove si prende alloggio. L'appuntamento è di rivederci la mattina seguente, 5 marzo, alle ore 8, per assistere alla grande e magnifica cerimonia della Beatificazione del Servo di Dio Domenico Savio. La Beatificazione Indimenticabile la giornata del 5 marzo, quando in San Pietro migliaia e migliaia di giovani Oratoriani, Sacerdoti delle varie Case Salesiane d'Italia e dell'estero, nonché pellegrini giunti da tutto il mondo, assistettero alla grandiosa cerimonia della mattina e del pomeriggio. L'interno della Basilica di S. Pietro, nell'addobbo festosissimo, illuminato dai nidi foltissimi di luci, è a noi apparso, con tutti quei Santi affacciati coi volti beati alle nicchie, come quasi lo splendido vestibolo del Paradiso: un luogo non terreno, dove l'anima gode i primi saggi di una beatitudine senza tempo. Ma due volte l'entusiasmo dei giovani è scoppiato irrefrenabilmente in applausi: al mattino, allorché, terminata la lettura del Breve il velario è caduto dalla "Gloria" del Bernini ed ha scoperto il Beato Giovinetto quindicenne contornato nei cieli dai cori degli Angeli; alla sera, allorché, il Papa è disceso nella Basilica per venerare il novello Beato: gli evviva dei ragazzi coprivano gli squilli argentini delle trombe, le note più alte dell'inno trionfale: la gioia e la emozione erano in tutti i volti, anche su quello del Papa, dinanzi alla spontanea manifestazione di quell'affetto giovanile e fragrante. Il lunedì, 6 marzo, dopo la visita alle Basiliche di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano, per l'acquisto del Giubileo, si ritornò in S. Pietro per la grande udienza del Papa a tutta la gioventù Salesiana. Tra le decine di migliaia di fedeli che gremivano le navate e la crociera del Tempio, erano circa 50 mila persone, in gran parte giovani, con Religiosi Salesiani, e lo stesso Rettor Maggiore Don Ricaldone, convenuti a Roma per il grande avvenimento. Sua Santità fu ricevuto al Suo ingresso nella Basilica da S. Em. il Card. Tedeschini. Assistevano Cardinali e Vescovi. Allorché il Sommo Pontefice, in Sedia Gestatoria, apparve nella navata centrale, tutti i presenti tributavano al Vicario di Cristo una imponentissima manifestazione di giubilo. Salito sull'Altare della Confessione, mentre nel Tempio illuminato eccezionalmente si spegnevano i grandi riflettori, che precedentemente avevano proiettato fasci luminosi abbaglianti per ritrarre le scene più belle della cerimonia, il Santo Padre pronunziò un paterno discorso in lingua italiana, a cui facevano seguito gli altri in lingua francese, tedesca, inglese, spagnolo e portoghese, impartendo alla fine la Sua particolare Apostolica Benedizione. Identica dimostrazione si ripeteva al Suo ritorno nel Palazzo Apostolico. Nel pomeriggio, altre due visite giubilari a San Pietro e a San Paolo. Non mancò la escursione alle Tre Fontane, dove apparve la Madonna della Rivelazione ai tre figli e allo stesso famoso tranviere Bruno Cornacchiola, il quale la sera del 9 dicembre, nella Cappella privata del Papa, terminava la sua crisi spirituale, chiedendo perdono dell'insano gesto che voleva compiere e consegnando una bibbia e il pugnale, miracolosamente non macchiato di sangue. Il giorno seguente una gita a Tivoli, per ammirare la Villa d'Este, con tutte le sue bellissime fontane e giardini olezzanti, sublimava l'indovinatissimo numero dell'attraente programma. Si ripartì da Roma nella serata, con l'animo pervaso da evidente sconforto, perché la Capitale del Mondo Cattolico ha un fascino particolare, un'attrattiva miracolosa. La mattina seguente, fummo sulla via di Capracotta, paese natio del Sig. Direttore D. Sciullo. È inutile qui ricordare le varie peripezie e la neve che ci salutò al primo apparire del più alto paese delle montagne dell'Appennino. Non da tralasciare nella cronaca il famoso spazzaneve americano che ci aiutò a raggiungere il tanto desiato paese. Fummo accolti dal Sindaco Dott. Gennaro Carnevale e dal Parroco Arciprete Don Nicola Angelaccio i quali resero la escursione interessantissima, anche per l'appetito che si era sviluppato, a 1.421 m., e per la neve che si disgelava al sole di marzo. Dopo la S. Messa e la S. Comunione de lo stesso Direttore, la comitiva raggiungeva l'Albergo Vittoria, dove si consumava un pranzo eccezionale, tanto che il giovane Cappabianca non poté far a meno di elevare il suo vit, vit, vit all'ottimo capretto al sugo capracottese... Al levar dei bicchieri parlarono il Can. Saccotelli, il Prof. Morgigni, invitato dalle Dame Patronesse, il Parroco del posto, che salutò bellamente la nostra Città fedele e l'Avv. D'Oria, a nome dell'Oratorio e dei laureati Cattolici. Una doverosa visita alla mamma di Don Sciullo fu contraccambiata da dolci e liquori, nonché dalla benevolenza sincera di tutti i famigliari del Direttore, amato dai suoi concittadini. Alle ore 16, le macchine erano già sotto pressione: si ripartì tra grida ed evviva, rifacendo i lunghi gironi per raggiungere nella serata Campobasso e poi S. Severo, Lucera, Foggia ed Andria, che era immersa nel sonno profondo delle ore 2 di notte, quando giungemmo saturi di impressioni vive, di gioie intime e di speranza di riveder Roma... Eligio Morgigni Fonte: E. Morgigni, La grandiosa apoteosi di Domenico Savio a Roma, in «L'Idea di Andria», XIV:3, Andria, 19 marzo 1950.
- Il ricordo
Questa è una storia che parla di amicizia. Non tra due esseri umani o tra due animali e neanche tra due piante. I protagonisti di questa vicenda sono la scuola e il cinema di un paesino, Capracotta. A Capracotta la vita scorreva tranquilla. La gente si alzava, andava al lavoro o a scuola, insomma la solita routine. Tra tutto questo affaccendarsi, si affaccendavano anche gli edifici di questo paese. La scuola era proprio fiera di se stessa. Era un'antica, bellissima e signorile costruzione e sapeva di esserlo. Tra le sue mura, tutti i giorni, da almeno cento anni, pulsava la cultura. Quello però che stava più a cuore alla scuola, che si chiamava Agnese, erano i rapporti umani che nascevano e si sviluppavano al suo interno. Aveva visto amori nascere, finire, aveva visto persone piangere e ridere e durante gli esami, sentiva anche lei le emozioni e la tensione degli studenti. Aveva visto professori andare in pensione e giovani professori venire assunti. Aveva assorbito praticamente parte dello spirito vitale di tutte le persone che avevano trascorso una parte della loro vita al suo interno. Era il ritratto della saggezza. Anche il suo amico, Amilcare, il cinema, era veramente fiero della sua vita. Certo, era più recente come costruzione ma aveva vissuto bellissime esperienze anche lui. Nella penombra della sua sala, le persone vivevano intense emozioni, tanto che il suo cuore era carico di tenerezza e di amore. La notte, quando Agnese e Amilcare avevano finito di lavorare, si incontravano nel silenzio del paese. Amilcare raccontava bellissimi films ad Agnese che si divertiva tantissimo nel vederlo mimare le scene. Lei gli raccontava storie antiche o lo portava con l'immaginazione in luoghi geografici fantastici o ancora gli raccontava bellissime poesie. Amilcare osservava con dolcezza Agnese e si rendeva sempre più conto che la sua amica stava invecchiando. Le crepe nelle sue mura erano sempre più profonde e grosse e anche se gli uomini la curavano, tra poco tempo l'avrebbe persa. Qualche mese dopo, infatti, la scuola venne abbattuta in una fredda mattinata di novembre. Amilcare pianse, ma continuò a proiettare films, anche allegri, poiché il mondo non si era fermato. Tempo dopo arrivò al suo interno una nuova pellicola, un bellissimo film girato proprio lì, a Capracotta. Quella sera, tutto il paese era al cinema per vederlo. Amilcare assisteva alla proiezione con la solita tristezza quando apparve sullo schermo Agnese in tutto il suo splendore. Fu allora che sentì due bambini dire: – Hai visto, è la nostra scuola, com'è bella! Non la dimenticheremo mai! Mamma guarda la scuola dove sei andata anche tu! Com'è bella! Teresa Odette Fonte: http://blog.libero.it/laviaggiatrice/, 30 maggio 2011.
- Sant'Antonio e il prodigio del fosso
Il settimanale romano de "Il Divin Salvatore" è stato pubblicato dal 1871 al 1894. Era diretto da Paolo Mencacci, validissimo storico italiano che nel XIX secolo ha scritto quattro volumi di "Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana", oltre a una monografia su san Gregorio e ai bellissimi cenni storici de "L'Italia senza il papa". Ebbene, proprio Mencacci, nella personale retrospettiva su Antonio di Padova (1195-1231), santo francescano tra i più venerati del cattolicesimo, riprese una missiva del nostro Gaetano Conti, canonico primicerio del capitolo francescano di Capracotta, datata 27 giugno 1887 e inviata al periodico romano. Dalla breve lettera del Conti è possibile desumere alcune informazioni di matrice storico-religiosa altrimenti difficili da reperire. Innanzitutto si teneva annualmente a Capracotta la cosiddetta Tredicina, ovvero i tredici giorni di preparazione alla festa di S. Antonio, che cadeva il 13 giugno, «in maniera, che in qualunque giorno dovesse ricadere, viene sempre riguardato siccome festivo». Questo rito, assieme all'esposizione del santo, si teneva di sera «nell'ora tarda, per dar comodo a tutti di potervi intervenire». Il cappellano della Chiesa di S. Antonio era a quel tempo Giandomenico Vizzoca il quale, nel giorno della memoria liturgica, raccontò al popolo assiepato «il fatto miracoloso avvenuto in Padova la sera del 20 scorso mese di Maggio; e il popolo di Capracotta ivi raccolto ne rimase profondamente intenerito». Dalle ricerche effettuate, non mi è stato possibile capire di quale miracolo si trattasse, non avendo rinvenuto alcuna testimonianza storica a riguardo. D'altronde, frate Gaetano Conti ci tiene a precisare un fatto prodigioso avvenuto in quei giorni a Capracotta nelle adiacenze della Chiesa di S. Antonio. Nella primavera del 1887 si stavano infatti effettuando dei lavori di costruzione di un palazzotto «non molto lungi da quella chiesa» il cui proprietario, «per non mandare ad attingere l'acqua, di che la fabbrica ha bisogno, dalla fontana che resta un chilometro distante», aveva deciso di scavare sul cantiere un fosso di 2 mq. di superficie e di 1,5 m. in profondità, con la speranza che le piogge lo riempissero il prima possibile per far continuare i lavori di edificazione. Ebbene, la pioggia «non si fece molto attendere, ed il fosso ne rimase perfettamente riempito». Miracolo o divinazione popolare? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; P. Mencacci, S. Antonio di Padova, in «Il Divin Salvatore», XXVI:73, Salviucci, Roma, 11 giugno 1890; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Un ricordo di don Gennaro Di Nucci
Don Gennaro Di Nucci nasce a Capracotta il 10 settembre 1920. Fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Trivento il 25 giugno 1944 e fu parroco di Sant'Angelo dal dicembre del 1944 fino a metà anno 1948, quando, per malattia, fu costretto a lasciare la parrocchia. La casa di riposo "San Bernardino" che lui dirigeva era tutta opera sua e molti agnonesi a don Gennaro gli volevano bene e spesso gli regalavano frutta, medicine, vestiti e quanto occorreva per la casa di riposo che ancora oggi funziona ed ospita tra donne ed uomini quaranta persone. La casa di riposo era nata come convitto per studenti orfani di figli di marinai ed ha ospitato fino al 1970 studenti in numero di cento. Era un seminario estivo della Diocesi di Trivento ed oggi ad amministrarla è la Curia. Il ricordo, comunque, degli anni della guerra è sempre vivo, limpido e ricco di particolari, e la figura di don Gennaro, come vedremo in seguito, fu di grande stimolo e coraggio per tutti i santangiolesi impegnati in quei anni nella difficile e dolorosa ricostruzione delle proprie case. Don Gennaro muore ad Agnone il 30 marzo del 1994. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Capracotta, suo paese natale. Da un racconto di don Gennaro Don Gennaro ricorda con estrema precisione gli anni difficili del suo sacerdozio a Sant'Angelo, dove tutti gli volevano bene. Un certo mastro Domenico, durante i sacri riti, si incantava ed al termine di ogni funzione si alzava in piedi e diceva ad alta voce: «Bravo don Gennaro». I santangiolesi erano e sono molto devoti alla religione cattolica; tuttavia alcuni abitanti gravitanti su Sant'Angelo ma pertinenti al Comune di Pizzoferrato, avevano alcune consuetudini. In caso di morte di un familiare, solevano offrire il pranzo funebre; ogni persona che entrava in casa, per rendere omaggio al morto, doveva mangiare nella stanza attigua; sembrava una rievocazione di rito pagano, ma comprensibile se si pensa che il cadavere doveva essere riportato a Pizzoferrato con una scala che serviva da portantina e le persone addette a questo tipo di trasporto dovevano avere sufficiente forza fisica. Inoltre, le donne di questi casolari avevano la strana abitudine (questa sì di origine pagana) di graffiarsi il volto e strapparsi ciocche di capelli fino alla fuoriuscita del sangue, per dimostrare agli astanti ed ai familiari anche il loro dolore. Don Gennaro impedì queste usanze, come l'altra di mettere nella bara gli oggetti più cari appartenenti al defunto. A tal proposito si verificò un grave episodio: morì un giovane e i familiari misero nella bara anche la fisarmonica, a lui molto cara in vita; alcuni compagni del giovane, di nottetempo, disseppellirono la bara e rubarono la fisarmonica. Vi fu la denuncia e le indagini sortirono il loro effetto, ma, da allora, anche questa usanza fu abolita. Alessandro Patriarca Fonte: http://www.vivisantangelo.com/, febbraio 2009.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte delle Croci
Il piccolo quartiere delle Croci prende il nome dalla croce del Calvario eretta nel 1907 dall'eremita Gaetano Fiadino a monte delle case, sul cosiddetto Colle Liscio. Ai suoi piedi, infatti, si trova la Fonte delle Croci, una vasca oggi in pietra e cemento in cui cade un'acqua sempre molto fredda, che origina dal serbatoio comunale. Sul fianco sinistro della fonte, infatti, si apre la Guardata, mentre su quello destro, si estendono le Cese. La Fonte delle Croci è il crocevia d'obbligo per l'escursionista che si appresti a salire verso Prato Gentile o che faccia ritorno in paese. È interessante rilevare, poi, come questa fonte presenti un mascherone pressoché identico a quello, doppio, della Fontana di San Giovanni, situata nell'omonimo rione. Probabilmente, i tre fauni dalle cui bocche sgorga l'acqua condividono fabbricante, periodo di fabbricazione ed acquirente. A poche decine di metri dalla fonte, verso est, si forma stagionalmente il cosiddetto Lago della Vecchia. Chissà chi è la "vecchia" che gli ha dato il nome. Una donna che vi è caduta dentro? Una signora che era solita recarvicisi? Un'anziana che possedeva qualche appezzamento nelle vicinanze? Sta di fatto che questo specchio d'acqua, a cui i capracottesi hanno affibbiato un nome così altisonante, è un semplice stagno che si gonfia in autunno con le piogge e in primavera col disgelo. La caratteristica più importante del Lago della Vecchia è che esso è l'habitat perfetto per la riproduzione di piccoli anfibi. La dott.ssa Gabriella Paglione, in una recente ricognizione scientifica, ha individuato le uova di almeno due specie: il rospo comune (Bufo bufo) e la rana alpina (Rana temporaria). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- If the ocean gets rough
Son giorni che son persa nella bulimica attività di questo sito... Leggi e leggi, mi son detta, anch'io voglio prendermi il lusso di scrivere qualcosa, anche perché vedo scarsa presenza di noialtra metà del mondo... e talvolta a lasciar troppo spazio a "re censori" mal si fa e diventa una monarchia sfasata... è tempo di "regine", di riequilibrio e di pari opportunità anche nel campo della critica musicale... Ho letto cose valide e sostenibili, ma anche un mare di ovvietà e di reiterazione dei soliti ambaradan linguistici. Che palle tutte 'ste linee-up, 'sti mainstream, groove e amenità similari, stereotipi di freddi tecnicismi che perdono senso nella reiterazione, come da psicolinguistica. E meno male che ogni tanto si realizza una epifania del Rabdomante di Carbonia! Giocare all'imitazione fa perdere qualcosa e senso a questa pur valida esperienza di vera democrazia. Io darei un consiglio agli editori; impedire più di una recensione della stessa persona sulla home; é impossibile, oltre che incredibile, che uno passi il tempo a inviar scritti, a inflazionarsi e a rubare spazio ad altri. Ma se state sempre a inviar testi, il tempo per trombare come fate a trovarlo? Accidenti a voi! È chiaro che poi il mondo pullula di donne insoddisfatte con tutti 'sti segaioli da tastiera! Io voglio scrivere così come parlo... fluida e scevra da arzigogolature che appesantiscono il tutto; sgarrupata, ma leale con me stessa. Sono una istintiva e la musica la vivo in questo modo. Sentire e partecipare una attrazione musicale è qualcosa che ci travalica e spesso poco cerebrale... quasi come quando un maschio ci piace solo per il suo profumo animale. Il mio amico Eugenio sostiene che «l'amore non è nel cuore... è riconoscersi dall'odore»... è cosi che vi voglio presentare il disco di questo cantautore, ebbene sì lo voglio chiamare così, americano. Giovane e con un faccino perbenino... ma poi, appena canta, una voce ruvida e forte sorte fuori da misteriose alchimie glottidee.. Willy Mason ha appena pubblicato "If the ocean gets rough" e il mio fiuto mi ha portato a comprarlo. Adoro la musica raccolta e intima... magari con una chitarra e poco altro, che mi ricorda i miei campeggi a Capracotta quando, complice la luna misterica, s'intonava «Sentiam nella foresta il cuculo cantar». Willy adora la natura e si sente e traspare dai suoi testi insufflati di bucolico semplice. Ha inciso questo disco con lo spirito di chi vi sta suonando davanti... vero e nudo musicista folk senza orpelli e solo con la forza delle idee e della sua voce che ha qualcosa che gli Bruce dentro. La cosa buffa è che fa dei tour casalinghi. Basta fissare e viene a suonarvi nel vostro appartamento. Non intendevo il citofono, cretini! Tra musica artefatta che viaggia nel digitale, Willy si incide il suo lavoro nel capanno vicino casa col fratello alla batteria, e amici... e quando piove si debbono fermare, se non vogliono incidere pure il picchiettare dell'acqua sulla tettoia che segue, come è noto, anarchicamente e indisciplinata, un ritmo tutto suo. Appena è partito il primo brano "Gotta keep walking" ho sentito un tremolio al velopendulo... mi son sentita titillare in quel punto.... coi suoi G americani nostri sol... Che good vibrations, che serendipity! Cercavo musica e mi sono eccitata! Questo ragazzo ha talento e ha conservato lo spirito dei veri cantastorie di una volta... Mason rappresenta il perfetto equilibrio tra dionisiaco e apollineo e rende l'idea di uno bravo, ma con il pieno controllo delle sue facoltà, senza l'aggravio di autodistruzioni nemmeno intuite... Riesce ad alternare luci ed ombre... sa regalare pezzi di sogni narrati e tesse buona poesia... Accordi semplici e espressività vocale... Nuvoloso e sereno in una alternanza naturale... L'essenza denudada e priva di luccichìi depistanti... Vi piace l'ispido blues? Tollerate lo spleen senza immalinconirvi? Sapete orecchiare un barrè quasi faticato, ma sudato e reale... Vi siete mai inumidite ascoltando musica? Qualcuno si è talvolta inturgidito? Tollerate essenze agrumate per lei e Fahrenheit per lui? Godete nel bosco? Il profumo di resina vi regala piacevoli straniamenti stendhaliani? Allora Willy Mason fa per voi... E vi conviene scoprirlo da sole/i senza stupide didascalie guidate brano per brano. Regalatevi la vostra soggettiva fruizione e createvi una personale atmosfera. E se per idea vi dovesse capitare ascoltandolo il "Cry in your beer" andatene fieri perchè state rivivendo un topos del blues... Fidatevi della vostra bionda Topa! E ora avanti... massacratemi! Laura Fiesolana Fonte: https://www.debaser.it/, 19 aprile 2007.
- Salire, ma soprattutto scendere...
Salire, ma soprattutto scendere con i muli dalle pendici della Difesa a nord del paese per i taglialegna è un motivo di destrezza straordinaria che fornisce anche argomenti da tragicommedia. È infatti una prova di equilibrio inerpicarsi con animali notoriamente abili ma testardi che se si adattano bene alle asperità del terreno, al tempo stesso tra un raglio e l'altro s'impuntano proprio quando tutto sembra andare per il meglio e portare il carico in salvo è una scommessa per nervi saldi. La cocciutaggine si sa è proverbiale, una bella lotta tra gli animali e gli uomini forgiati dall'esperienza rinforzata da qualche imprecazione; dopo una gran sudata unico sollievo è a tratti l'aria fresca che sale dal bosco e una fermata alla Fonte Sambuco che circondata dagli arbusti diffonde proprietà magiche visti i risultati e persuade anche più riluttanti. Il ritorno a casa con fasci di ceppe e tronchi ridotti è la conclusione della giornata come Dio ha voluto! Flora Di Rienzo
- Capracotta bella
Paesello di sogni e di amore, dove senti odore di fiori, la Maiella ti guarda invidiosa, di questo mondo sei re. Rit.: O Capracotta bella, sono lontano da te, notte e giorno piango, il tempo non passa per me. O Capracotta bella, ti penso e ti sogno e la Madonna nostra non la posso scordare. La montagna ti dà l'aria fina, l'acqua fresca fatta di brina, hai il cielo coperto di stelle, ti incorona come una reginella. Rit. Il dialetto è sincero e nostrano, il pane sa di "cappelle", questo è il paese più bello e più bello al mondo non c'è. Rit. Paese mio rimani come sei, dove trovi giovanette belle, facce rotonde di figli belli per l'aria buona che hai. Rit. Amore, ti voglio portare dove nasce l'acqua più fresca e che canta: «La vita è festa se a Capracotta stai». Rit. Questo mio componimento è piaciuto molto a qualcuno, che forse lo ha adottato e adattato in qualche canzone paesana abruzzese. L'originale è scritto in dialetto. Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.
- Il nemico siamo noi
Adesso proviamo a calmarci e a ragionare. Partendo dalla premessa che di questa riforma o ribollita o insalata russa (o rumena, alla Ceaucescu?) ancora non ci ho capito nulla, diciamoci francamente che l'agosto del calcio non è stato un altro 11 settembre, non è una nuova Hiroshima, non è lo sbarco dei marziani a Capracotta e neppure l'invasione dei cosacchi a piazza San Pietro. Il calcio italiano era un porcaio in luglio e resta un porcaio in settembre. La sola differenza è che ora lo vedono tutti, anche quei giornalisti che, per avere un invito a pranzo, una comparsata in un programma TV, una cassetta della fortuna Stock a Natale o un orologetto al quarzo con stampato sopra il simbolo della Figc o della squadra preferita, lo vedono e lo ammettono. A Milano dicono: bravi, dopo tre piatti hanno capito che era risotto. Ma in tutte le storie c'è sempre un rovescio, un'altra faccia e la faccia nascosta di questo grottesco pianeta Calcio potrebbe anche avere effetti positivi. Alcuni scenari si possono azzardare. 1) Il collasso degli introiti e l'esplosione delle "rose" necessarie per mettere in campo 42 squadre tra A e B (42 x 24 = 2016 piedi) costringeranno a far giocare più giovani italiani, anziché minacciare lo spopolamento dell'Africa e dell'America latina. Il disastro morale e finanziario del nostro calcio ha già cominciato a far sentire i propri effetti. Il parco campioni che giocano in Italia si è paurosamente impoverito, gente come Zidane, Crespo, Ronaldo, Veron, Mutu, hanno preso il volo, Stam scalpita, Chivu non è ancora stato pagato, Vieri ha le palle in giostra, Beckham ha preferito Madrid e i procuratori dei pochi, veri big resteranno alla larga dalla porcilaia del football italiano. Dunque, spazio finalmente ai nostri giovani, a parte il Milan che sta diventando una malinconica succursale del Brasile. 2) Lo svuotamento di significato delle classifiche potrebbe contribuire a tagliare il cordone ombelicale tossico che nell'Italia eterna dei Guelfi e dei Ghibellini lega una cittadinanza a un gruppo di vagabondi a tassametro. Dall'incubo della "salvezza" (ma "salvezza" da che? Dalla peste?) nascono le finali di campionato a colpi di sanpietrini e di macchine incendiate per difendere l'onore del Santo Patrono e del Gonfalone. Meno campanilismo mal riposto, meno violenza. 3) La pretesa di essere "sport" che ancora il calcio di Lega fingeva di indossare per nascondere malamente la verità come un tanga nasconde il sedere di una brasiliana a Ipanema, sarà smascherata. Il calcio professionale è un circo, detto con il massimo rispetto per acrobati, atleti, cavallerizze, cavalli e tigri, che si deve guardare appunto come un film, una rappresentazione, un balletto, una piroetta, un varietà. Lo sport è quello che praticate voi, le vostre figlie e i vostri figli, in bicicletta, nel campo di calcetto, in palestra o in piscina. Il calcio professionale è catch, teatro Kabuki, video game Fifa 2003 con spruzzi di sudore. Game over, play, reset. 4) Cambieranno i connotati del "calcio mercato", spostando l'attenzione dei presidenti, anche dei più fessi, dagli scambi di giocatori inutili ad acquisti di utili trafficoni. Anziché inseguire un terzino Lappone o un centrocampista Libico, i ricchi scemi si dedicheranno allo scambio estivi di deputati e sindaci di maggioranza e opposizione, al prestito temporaneo di ministri, alla compravendita di magistrati, già peraltro praticata con successo in Italia, secondo le sentenze del Tribunale di Milano. Non importa più chi giochi centravanti. Importa soltanto chi scrive la classifica a fine torneo e chi rimedia una fetta della torta piovuta dal cielo della Sky. 5) La tenace e patetica illusione di tante anime innocenti che "sport" e "politica" siano due vergini, due entità separate e diverse, sarà seppellita una volta per tutte. Non lo sono mai state, ai livelli massimi, dalla Atene di Pericle alla Romania di Ceaucescu (mero proprietario della Steaua Bucuresti) passando per la Germania di Adolfo. Il merito storico di questo nostro governo di disperati è di avere dimostrato a tutti che sport e politica dividono lo stesso letto. Al massimo possono variare, nel tempo, le dimensioni del talamo e le teniche del Kamasutra. 6) La violenza potrebbe attenuarsi, passate la furia e le smanie di queste ore, di fronte a classifiche fatte su misura per accontentare cani e porci. Se tutti possono essere ripescati, promossi, sbalzati da una serie all'altra a capocchia, l'ordine pubblico ne trarrà profitto. Basteranno un esposto a un tribunale e la raccomandazione di qualche gerarca locale, non serve più incendiare la stazione. 7) Metterà fine agli strazi settimanali sugli "errori arbitrali" e sui "gomblotti" perché nessun errore di De Santis, di Collina o dell'assistente Ivaldi potrà mai raggiungere il grado di scelleratezza che questi giorni hanno rivelato e prodotto. Ora, forse, anche i più ingenui si persuaderanno che le isteriche zuffe sugli arbitraggi erano alibi dietro i quali i guardiani della porcilaia nascondevano le loro porcate e la loro inettitudine. 8) Aprirà il gioco. Svanito l'incubo della retrocessione, è possibile che i mister rinuncino alle barricate per l'inutile punticino in trasferta. Poiché il pubblico dovrà essere attirato con il divertimento e lo spettacolo, come fanno i direttori del circo o i produttori cinematografici, forse, con il tempo, ci sarà meno da sbadigliare e più da divertirsi. Sarà un caso, ma persino la cachettica nazionale coreana del Commissario Trappoloni si è messa a pedalare come se i Celesti Lazzaroni avessero capito che ora devono conquistare il pubblico. 9) Contribuirà alla salute della famiglia italiana e alla ripresa demografica del Paese, inducendo il papà a rinunciare alla trasferta in truppa con sfilatino, petardi, fiasca e sciarpetta per inutili partite che verranno poi annullate e riscritte in estate da nuovi dirigenti ammaestrati messi al posto di vecchi dirigenti ammaestrati. I più ottimisti possono immaginare addirittura una crescita nella vendita e nella lettura dei libri, compreso il mio, una più assidua frequentazione di genitori e di nonni (ammetto qui un altro conflitto di interesse, avendo scoperto in questo agosto di essere in attesa di ben due nipotini due) o penniche rilassanti e utili alla salute. 10) Assisteremo a una potatura delle ormai ripugnanti trasmissioni cosiddette sportive che infestano le domeniche e i lunedì. Come effetto negativo, ci sarà un lieve aumento della disoccupazione provocato da legioni di scaldasedie televisive con minigonna e di giornalisti bercianti senza minigonna, ma ne guadagneranno il lavoro nei campi, la manovalanza edile e lo scarico delle cassette ai Mercati Generali. In conclusione, cari amici e fratelli disperati, il risultato di questa porcheria sarà, come sempre, nelle nostre mani. Se, passata la rabbia, torneremo con la codina fra le zampe e la lingua fuori a leccare i piedini ai nostri "idoli" e dunque a inghiottire tutto in cambio di uno straccetto di vittoria nel nome della "fede", avremo la conferma che il disastro civile e morale del pallone italiano non dipende da Carraro, da Galliani, da Matarrese, dalla ditta Ucci & Ucci, dal povero "Corto Rotondo", come lo chiamano quando sta nella sua villa in Sardegna, o da un magistrato di Catania, ma da noi, cittadini, abbonati, tifosi ed elettori. E il nemico del calcio siamo noi. Volete scommettere con me, che i tifosi inghiottiranno anche questa storia e il nemico vincerà anche questa guerra? Buon divertimento a tutti. Vittorio Zucconi Fonte: V. Zucconi, Il nemico siamo noi, in «La Repubblica», Roma, 25 agosto 2003.
- Capracotta, il Tibet dell'Appennino
Capracotta sembra uno di quei nomi di paesi molisani presi in prestito dalle favole, come Vallecupa o Provvidenti o Roccapipirozzi. Invece è un nome di tutto rispetto nel mondo degli appassionati di sci di fondo, che proprio qui si daranno appuntamento tra un anno per i campionati italiani di specialità. Situato nell'Alto Molise, quasi al confine con l'Abruzzo, alla ragguardevole quota di 1.421 metri, questo paese si è meritato il nomignolo di Tibet dell'Appennino per i suoi lunghi inverni bianchi. Capita qualche volta che la neve cada con tanta abbondanza da raggiungere i quattro o cinque metri d'altezza. Titoli ricorrenti nelle cronache delle intemperie sono proprio «gli assedi bianchi di Capracotta», quando la colonnina di mercurio del termometro precipita a livelli groenlandesi o siberiani. C'è stato un inverno in cui gli unici ardimentosi che riuscivano a spezzare l'isolamento erano i piloti dell'elicottero del Totocalcio, che arrivava il venerdì a prelevare le schedine giocate. Ma durante queste emergenze la piccola popolazione di 1.300 residenti a Capracotta non si lascia prendere dallo sgomento: gente tenace, con senso sportivo. Stanno attenti durante l'autunno ad accumulare sufficienti provviste di generi alimentari e di legna da ardere per i camini. E sono abituati, quando i pianterreni rimangono sepolti, ad uscire da casa attraverso le finestre dei piani superiori. Un po' d'aiuto, inoltre, lo fornisce lo spazzaneve che fu donato quarant'anni fa al paese dagli oriundi emigrati in Europa e oltre Atlantico: gente rimasta attaccatissima al Comune natale, tanto che in agosto la popolazione si decuplica per il loro periodico ritorno in massa. Nell'acquisto dello spazzaneve ci fu forse un po' di eccesso di zelo: la macchina risultò di dimensioni smisurate, eccessive per la larghezza delle strade. A differenza della più nota stazione sciistica molisana, Campitello Matese, Capracotta è un paese storico, con le sue glorie alpinistiche. In piazza Stanislao Falconi, che rappresenta un po' il salotto cittadino, c'è la sede dello Sci Club, fra i più antichi d'Italia, fondato nel 1914 dal maestro elementare Giovannantonio Paglione. Case e palazzetti mostrano poco la patina del tempo, ma solo perché sono stati ricostruiti nel dopoguerra. Verso la fine del 1943 passava da queste parti la "linea Gustav" che permise ai tedeschi di ritardare di parecchio tempo l'avanzata alleata. Ritirandosi, i genieri della Wehrmacht fecero saltare ad una ad una con la dinamite le abitazioni di Capracotta. Quello fu un inverno particolarmente duro per gli abitanti, che non avevano più nemmeno il conforto di poter accendere un cero al patrono San Sebastiano. Adesso i collegamenti sono comodi. Capracotta, che dista 42 chilometri da Isernia e circa duecento da Roma, è facilmente raggiungibile anche dall'Adriatico con la superstrada Fondo Valle del Trigno. Il paese vive in pieno la febbre dei campionati di sci di fondo, fissati all'inizio del 1994. Si deve costruire l'anello di 10 chilometri di Prato Gentile, un impianto di innevamento artificiale, posteggi e due nuove alberghi per un totale di duecento posti letto. Adesso di albergo ce n'è uno solo, il Montecampo; pernottamenti a 50 mila lire, pranzi sulle 30 mila. I panorami da quassù, sono entusiasmanti. L'occhio abbraccia un po' tutta la zona montuosa dell'Alto Molise, e si spinge fino alla maestosità della Maiella abruzzese. La grande meta di turismo sia invernale che estivo è l'altipiano di Prato Gentile, dove lo spettacolo della neve si alterna con quello delle distese esplosive di fiori selvatici. Qui si svolge, la prima domenica di agosto, il rito gastronomico della pezzata, con enormi paioli in cui vengono messi a cucinare gli stufati di pecora. Specialità di Capracotta, un po' in tutto l'arco dell'anno, sono le taccozzelle (una pasta fatta in casa a forma quadrata) che si accompagnano bene con le lenticchie. Si possono gustare al ristorante Il Pioppo, proseguendo poi il pasto con l'agnello alla brace e con gli squisiti caciocavalli di produzione locale. Fra le tradizioni di Capracotta, c'è la festa, celebrata ogni tre anni il 7 settembre, in onore della Madonna di Loreto. Il '93 è un anno buono per questa processione attraverso le campagne, con la scorta di cavalli addobbati con coloratissime coperte di lana. Tarquinio Maiorino Fonte: T. Maiorino, Capracotta, il Tibet dell'Appennino, in «La Stampa», Torino, 15 gennaio 1993.
- Come le case editrici lucrano sui sogni degli scrittori mediocri
Ogni giorno, in ogni angolo della Nazione, nasce uno scrittore. Solitamente questo avviene intorno al sesto anno d'età ma, a leggere le biografie online, ad alcuni capita ancora prima dell'aver imparato a tenere in mano una penna in modo corretto. In certi casi si verificano scoperte tardive, per cui la divina chiamata dell'arte della narrazione arriva solo con l'età pensionistica e si manifesta con un'irrefrenabile produzione poetica e prosaica. Il bisogno di scrivere è innato e universalmente condivisibile. Il problema è che si accompagna al desiderio di rendere pubblici i propri pensieri, di avere tanti lettori che citino passi a memoria e li utilizzino come epitaffi. Nessuno si accontenta di avere un diario segreto o almeno, intimamente, spera che qualcuno ne forzi la serratura. Ogni scrittore vuole il suo lettore, che non si fermi soltanto alla propria cerchia famigliare e meglio se in un rapporto di almeno uno a un milione. Se si digita su Google "Pubblicare il proprio libro" appaiono circa 586mila risultati. I migliori sono immediatamente collegati a quello che gli anglofoni chiamano Vanity Press, l'auto-pubblicazione o la pubblicazione con un editore che richiede un contributo - dunque, a pagamento. Il contributo può arrivare a dieci volte il costo materiale del libro, che spesso finisce nelle cantine degli autori in attesa di essere smerciato come regalo durante le festività. L'editoria a pagamento, però, non è nulla di illegale: secondo la legge del 22 aprile 1941, n. 633, l'editore deve pubblicare a proprie spese, "salvo diversi accordi". Ogni scrittore è libero di buttare il denaro come vuole facendo l'APS, Autore a Proprie Spese, termine apparso per la prima volta nel 1988 nel romanzo di Umberto Eco Il pendolo di Foucault. L'Associazione italiana editori (AIE) stima che negli ultimi anni siano stati circa 27-28mila gli autori che si sono auto-pubblicati, sia su carta sia su digitale; questo vuol dire che un buon numero di italiani ha deciso di tirare fuori il proprio romanzo dal cassetto. Alcuni scrittori attualmente famosi sono passati dal self-publishing: per citare solo gli italiani, una per tutti Anna Premoli, Premio Bancarella 2013 o anche Franca Baldacci, finita nel catalogo Sperling & Kupfer. Per alcuni c'è speranza, se vogliamo chiamare così la possibilità infinitesimale di riuscire ad avere sufficiente talento, e anche un po' di fortuna. Gli editori a pagamento, in cambio di un contributo economico come l'acquisto preventivo di un certo numero di copie, offrono alcuni importanti servizi, come la capacità di trovare un potenziale sconfinato anche in testi dove mancano le basi minime di sintassi e costruzione di un periodo. Vale per romanzi, saggi e soprattutto per la poesia, dove il mercato è praticamente inesistente, ma le velleità in rima non si arrestano di fronte al collasso economico del settore. Nel sito di uno dei tanti fornitori di rotative a comando dell'autore, ci viene spiegato che gli editori non servono a nulla, se non a tarpare le ali creative dello scrittore improvvisato: taccagni che non vogliono investire né abbattere foreste per lasciare a imperitura memoria un romanzo storico fantasy ambientato a Capracotta. Le cose non stanno esattamente così. Le grosse case editrici, infatti, spesso stampano libri di cui si disinteressano, semplicemente per andare a bilanciare il rapporto con i resi e rendere così positivo il segno delle proprie pubblicazioni. Le famose fascette che, avvolte intorno alle copertine, strillano di vendite multimilionarie, si riferiscono alle copie inviate alle librerie e non tengono conto di quante vengono rimandate alla casa madre. I distributori, in teoria, si offrono di pagare tutte le copie date dall'editore, ma nella pratica pagano solo per il venduto, che si riduce a un 40% circa dopo sei mesi. Per tappare il buco tra le due cifre le case editrici mettono sul mercato altri libri che riempiono per qualche mese gli scaffali, fino al fatidico momento del conto dell'invenduto. Succede a tutte: alcune si lanciano così nel tranquillo, soddisfacente e decisamente più redditizio mercato dell'auto-pubblicazione. Su "Scrivo.me", il portale del Gruppo Mondadori, si suggerisce che padroneggiare l'uso corretto della grammatica e della punteggiatura non è così importante, quello che occorre è la passione. E la disponibilità economica per fomentarla. Una delle più grosse case editrici a pagamento è la BookSprint Edizioni di Vito Pacelli: il visionario editore in un'intervista su Rai Due, preda di un crescente pathos, ci racconta che dopo una "sigaretta particolare", finì per diventare un eroinomane che si bucava otto volte al giorno. Secondo i miei calcoli, Pacelli si iniettava oltre un grammo di eroina al giorno, battendo qualsiasi scenario mai immaginato da Irvine Welsh nella Scozia degli anni '80, per poi - dopo un periodo di disintossicazione a San Patrignano - decidere di diventare editore e pubblicare quasi tremila autori e circa seimila libri. Vi consiglio di leggere alcuni estratti dei romanzi e delle raccolte di poesie che vengono ogni giorno pubblicati su BookSprint. Soffermatevi, in particolare, sulle copertine tautologiche che illustrano con un paio di tacchi magenta un libro dal titolo "Le scarpe rosse" e sulle varie declinazioni di umani pennuti in copertina a tutti i romanzi che hanno nel titolo la parola "angelo". Nelle ultime settimane ho chiesto preventivi a diverse case editrici a pagamento. Ho scritto un libro di poesie, mettendo una parola a caso dietro l'altra a capo e senza preoccuparmi troppo della grammatica o della qualità generale della mia opera. Mi sono firmata con uno pseudonimo, fingendo di essere una donna matura laureata all'Università della vita che ama parlare di fiori, profumi e colori vari, senza curarsi troppo dell'ortografia. Chiunque abbia un minimo di buon senso avrebbe dovuto consigliarmi di prendere altre strade. Invece ben due case di self-publishing, a cui ho chiesto 100 copie per iniziare, si sono rivelate mie grandi estimatrici e mi hanno offerto distribuzione e copertina per 610 euro; Una terza ha aggiunto illustrazioni e correzione per meno di 400 euro; Un'altra, invece, per la sola stampa del mio capolavoro ha chiesto meno di 250 euro e mi ha comunicato che, eventualmente, ci si sarebbe potuti mettere d'accordo sugli altri servizi. Non credo siano prezzi assurdi, anche perché si presentano per quello che sono: stampatori con una predilezione per la "letteratura". Il problema è più legato alle situazioni in cui la proposta di servizi non è così palese, ma viene mascherata dietro lusinghiere offerte di pubblicazione, che solo in un secondo tempo si rivelano essere a pagamento o - peggio ancora - prevedono l'acquisto obbligatorio da parte dell'autore di un numero cospicuo di copie. La vera prova del fuoco, il rito di passaggio per essere riconosciuti nel piccolo Olimpo degli scrittori emergenti, è però la partecipazione con vincita a un concorso letterario che permetta di inserire nella propria biografia qualche menzione onorifica di prestigio, come la partecipazione al premio "Un libro amico per l'inverno". Il portale "Concorsi Letterari" offre una selezione sconfinata di competizioni per poeti esordienti, attempati narratori e sperimentatori che non vogliono sentirsi ingabbiati dall'analisi logica. Le quote di partecipazioni sono più che affrontabili: si parla di 5 o al massimo 20 euro per inviare il proprio capolavoro a una giuria che lo renderà immortale premiandolo con una targa in argento, una corona di alloro e altre menzioni speciali. Uno di questi concorsi è quello della Casa Editrice Pagine, produttrice diretta di una rivista di poesia diretta da Elio Pecora. Ogni sei mesi circa, viene indetto un concorso per la migliore opera in versi, che viene premiata con un compenso di 1.500 euro - di cui 750 sono in contanti, mentre ai restanti corrisponde il valore in libri della stessa Casa Editrice. La partecipazione è gratuita, ma la cosa bizzarra, però, è che molti dei concorrenti vengono in seguito contattati con una proposta di pubblicazione della loro poesia, forse non meritevole di vittoria, ma sicuramente degna di essere resa nota al mondo intero. A questo punto, scatta la richiesta di una somma che verrà utilizzata per le spese di stampa e per la pubblicità via social dell'antologia. Leggendo le decine e decine di post sui diversi forum di scrittori che vogliono farcela, pare che il tasso di selezione dei migliori sia quasi del 90% dei partecipanti e che, fatta leva sulla possibilità di finire finalmente su cartaceo, siano in molti a cedere a questo subdolo sistema di auto-finanziamento con cui comprare forse non l'immortalità, ma almeno una una legittimazione di fronte ad amici e parenti. Scriviamo in tanti, leggiamo in pochi, pubblichiamo in troppi. Ma non c'è nulla di male, in fondo. L'unica nota negativa è ritrovarsi a dover leggere il romanzo erotico familiare della propria zia, scritto di getto dopo la lettura vorace della trilogia di Irene Cao e della Ferrante, superare l'imbarazzo e dirle che, te lo assicuro zia, è davvero un capolavoro. Ambra Porcedda Fonte: https://thevision.com/, 31 gennaio 2018.
- I pastori di Capracotta e la Somalia
Nel 1950 Tommaso Besozzi (1903-1964) scrisse per l'Europeo che il pastore di Capracotta «vive, per tutto l'anno, di pancotto». Il celebre giornalista vigevanese - che sovente si occupava della nostra regione e del nostro paese - descrisse in quell'articolo la vita miserabile a cui erano costretti i pastori disoccupati di Capracotta. In realtà il problema della disoccupazione dei pastori, in larga parte dovuto al venir meno della transumanza, era un problema nazionale o, per esser più precisi, meridionale. Erano in tanti a voler cambiare mestiere, alla ricerca di un posto di lavoro meno faticoso e più "civile". Ciononostante molti pastori, nelle nuove vesti di dipendenti pubblici, di impiegatucci privati, di artigiani, dovettero provar spesso quella che definirei "nostalgia del precuórie" (il procoio era lo stazzo per il bestiame), dovettero cioè nutrire qualche rimpianto per quelle «rigide giornate invernali in cui si difendevano dalle intemperie, in due, sotto un fragile ombrello o dentro un'affumicata capanna mobile». Sono certo che tanti nostri vecchi, in cuor loro, han provato almeno una volta questa saudade pastorale. La pietra tombale sulla pastorizia italiana venne fissata negli anni '50. Quel decennio ha infatti rappresentato il divario definitivo tra la vita transumante e quella post-transumante. E il pastore, così poco conosciuto dall'Italia industriale, è stato forse l'elemento umano più completo ed il più legittimo rappresentante dell'agricoltura d'ogni tempo. In Italia come altrove. Il pastore è l'uomo temprato alla vita rude dei campi, con la sua resistenza fisica ad ogni clima e l'inclinazione alla riflessione e all'introspezione, che gli han consentito di muoversi con sapienza tra gli ostacoli naturali. L'indispensabile utilizzazione dello spazio nazionale per la ricerca di più alti redditi colpì con gran forza la pastorizia negli anni '50, tanto che i pastori disoccupati erano molti di più di quanto non si immaginasse. Prima della Seconda guerra mondiale questo spazio era allargato alle colonie africane, specialmente alle zone più aride come la Somalia. Sin dal 1936, infatti, era stato messo in campo dal Ministero dell'Africa Italiana un programma di valorizzazione dei terreni aridi mediante lo sviluppo zootecnico a sistema brado, una forma di colonizzazione semplice e d'immediata realizzazione attraverso personale idoneo (i pastori meridionali) con pozzi per l'acqua d'abbeverata, onde permettere lo stabilizzarsi dell'industria armentizia. Filippo Murri, membro dell'Associazione fra le Imprese italiane in Africa, in uno scritto del 1951 pensò bene di rivalutare quel programma prebellico e inserirlo, con i dovuti aggiustamenti, nella nuova cornice dell'A.F.I.S., l'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia attiva dal 1° aprile 1950 al 1° febbraio 1960. Per Murri era necessario riaffermare la centralità dell'industria zootecnica attraverso il trapianto (volontario) in Somalia di parte della disoccupazione agricola italiana, per affermare che essa doveva costituire, in Africa, «la nostra vera pacifica avanguardia». Insomma, i pastori capracottesi degli anni '50, quelli che lasciarono le Puglie in cerca di una qualsiasi occupazione nel Lazio e in Campania, avrebbero dovuto rappresentare - per una parte degli imprenditori attivi in Somalia - il braccio pastorale dei loro interessi economici. Per Murri, infatti, «pastori disoccupati [...] non ve ne sono soltanto a Capracotta» e, fortemente critico nei confronti di Besozzi, sosteneva che «noi spendiamo miliardi e miliardi per una amministrazione fiduciaria chiusa nell'unico scopo di educare i Somali all'autogoverno, per dare loro insegnamenti teorici, per compiere lavori pubblici», senza considerare la dimensione produttiva ed effettivamente economica della faccenda. La storia, come sappiamo bene, andò in tutt'altro modo. La Somalia diventò completamente - e sciaguratamente - indipendente, con l'Italia, la Comunità europea e l'Onu a biasimare qualsiasi aspirazione coloniale, foss'anche l'amministrazione fiduciaria, una formula che forse avrebbe potuto aiutare davvero l'Africa. Tuttavia va detto che se i nostri pastori si fossero ritrovati catapultati dal Verrino al Giuba, da Monteforte al Karkaar, dalla Guardata allo Scebeli, non credo che avrebbero patito molto per le differenze culturali e ambientali: tutt'al più avrebbero sentito una dolorosa fitta al cuore, la nostalgia del precuórie. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: T. Besozzi, Neve e pancotto la loro vita, in «L'Europeo», VI:2, Milano, 8 gennaio 1950; P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX), Iannone, Isernia 1997; E. Mannucci, I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi: una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano 1995; P. Maurea, Un agricoltore nel latifondo... trasformazione!, Zobel, Foggia 1922; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; A. Morone, L'Onu e l'Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia. Dall'idea all'istituzione del trusteeship, in «Italia Contemporanea», 242, Ist. naz. Ferruccio Parri, Milano, marzo 2006; F. Murri, Il latifondo somalo, in «Affrica», V:6, Ass. fra le Imprese italiane in Africa, 1951; E. Sarno, Un'analisi integrata quali-quantitativa per rilevare l'identità territoriale dei borghi montani, in T. Banini, Identità territoriali. Questioni, metodi, esperienze a confronto, Angeli, Milano 2013.
- I due doni
Se c'è una stagione per spazzaneve è proprio quella che stiamo attraversando; si comprende, quindi, come gli abitanti di Capracotta, paese del Molise situato a 1.400 metri sull'Appennino, e beneficiato da molta neve per molti mesi dell'anno, siano inquieti avendo uno spazzaneve in viaggio e non ancora la certezza di vederlo arrivare sollecitamente. A minacciare di fermare per la strada il prezioso attrezzo, c'è la Dogana. Lo spazzaneve, infatti, viene dall'America; è un dono dei capracottesi emigrati di là dell'Oceano, ai quali il sindaco del paesello molisano ha avuto la buona idea di rivolgersi perché lo aiutassero a rimpiazzare il vecchio spazzaneve portato via dai Tedeschi. Quest'idea di liberare dall'assedio dell'inverno nevoso un piccolo paese dell'Appennino, ha mosso la fantasia di molti Americani di nome anglosassone e ha toccato il cuore degli Americani di cognome capracottese e italiano. Per questa idea ha cantato Frank Sinatra e, perché essa si realizzasse, il sindaco di Jersey City, che è un Irlandese, ha fatto dare nella sua città una serie di spettacoli che ha fruttato bene. In questi giorni lo spazzaneve è sull'Oceano, a bordo d'una nave che lo trasporta gratuitamente. È proprio vero che, quando arriverà a Napoli, la Dogana non è disposta a lasciarlo proseguire se non si tira fuori un milioncino? I capracottesi l'hanno sentito dire e sono inquieti; e perciò noi preghiamo il ministro delle Finanze, che è nato anche lui in un paese di montagna, e sa cosa vuol dire uno spazzaneve, di voler prendere la cosa a cuore e di far di tutto per rassicurarli. Tenga presente, tra l'altro, il ministro Vanoni, che, mentre lo spazzaneve arriva dall'America, un'automobile deve partire per la Russia, dono dei comunisti italiani per il settantesimo compleanno di Stalin, e anch'essa è alle prese con una pratica che, come dono, deve esentarla da qualsiasi corrispettivo di valuta. Facciamo una compensazione tra i due doni e vada subito ciascuno alla sua destinazione. Né ci dica il ministro che un mancato incasso da una parte non può mai compensare un mancato incasso dall'altra; anche se la Ragioneria ha il dovere di non vederlo, il compenso c'è. Enrico Colombi Fonte: Pangloss, I due doni, in «Corriere della Sera», Roma, 11-12 gennaio 1950.
- Nord e Sud
Si definisce una normanna/borbonica donna marchesa Januaria Piromallo Capece Piscicelli di Montebello dei duchi di Capracotta, scrittrice e blogger per ilfattoquotidiano.it. Separata dal primo marito tedesco Albrecht von Meister, padre dei suoi due figli, Kamalei, 15 anni e Leopoldine, 13. Lo chalet, dove Januaria passa le sue vacanze invernali, è di proprietà della famiglia teutonica, fondatrice della Hoechst, il primo colosso farmaceutico nato in Germania all'inizio secolo. La conversazione con Donna Januaria, è farcita di termini napoletani. «Napoli è una filosofia di vita. Ti dà radici. Ho voluto che i miei figli nascessero a Napoli per dare loro un'identità. Non gliela danno certo i quattro cantoni». E in alta quota ha portato innanzitutto la napoletanità, presente nella gouache nella sala da pranzo e nell'illustrazione del Vesuvio all'ingresso. Ma soprattutto ha portato a Gstaad, la perla dell'Oberland Bernese, il format di famiglia allargata rappresentata dal secondo marito Luca Simoni, brillantissimo avvocato milanese ma napoletano nel dna, di cui è innamoratissima. «È più napoletano di me. L'ho sposato con un "Yes, I do", all'ombra dei Faraglioni di Capri sotto una luna piena da cartolina». E aggiunge: «Quando cuore e sentimenti erano come congelati, in ristrettezza di emozioni e di affetto eccolo, Luca, fatto su misura per me come una sciammeria realizzata dal miglior sarto di scuola napoletana, s'intende. Non pensavo che potesse succedere». E così i Natali: «Tutti insieme seduti intorno al tavolo tondo della sala da pranzo, 14 posti a sedere, con il primo e il secondo marito, la prima moglie del secondo marito, Elisa Gaggio, interior designer, la figlia del secondo marito, Allegra, le nonne, le suocere. E a tutti offro il ragù che faccio "pippiare sul fuoco per cinque ore", come direbbe Eduardo de Filippo», dice con aria gourmand. I regali intorno al presepe, realizzato da Marco Ferrigno, maestro artigiano di San Gregorio Armeno, nel cuore della vecchia Napoli. Una piccola miniatura presepiale (con carretti da mercato, cesti di uova e peperoncini) rimane tutto l'anno in bella mostra sulla consolle Biedermeier. I peperoncini sono un'altra fissazione, tutta napoletana, di Januaria: «Sono scacciaguai e benauguranti». Come hobby coltiva l'orto e fa marmellate di peperoncini («Da gustare con i formaggi d'alpage stagionati, una delizia»), lamponi, mele e cannelle. E prepara anche il limoncello: «In autunno, la stagione che preferisco, quando raccolgo i funghi porcini che faccio essiccare per preparare risotti e pappardelle». Lucrezia Malaspina Fonte: L. Malaspina, Nord e Sud, in «VilleGiardini», Milano, 22 maggio 2014.
- Il Dancing Bar Valentino
Eravamo nel 1971 e giù alla marina qualcosa, 'ngrazie a De' (ringraziando Iddio), cominciava a muoversi. Era stato finalmente asfaltato il primo tratto del lungomare, che era rimasto per lunghi anni al grezzo, era stata realizzata una nuova piazza a sud, non prevista nell'originario progetto, ed erano stati appaltati anche i lavori del prolungamento del secondo tratto, sempre del lungomare, con un nuovo tracciato che iniziava dalla piazza centrale sino ad arrivare a lu muare de Nascie, l'altro mare dei sansalvesi, a confine con Vasto. Già da qualche anno, inoltre, era stata asfaltata anche via Arenile, (attuale via A. Doria), che non era più quel viottolo in sabbia battuta sull'arenile, da sempre unico sentiero a sud per arrivare al mare, e più a nord, a qualche centinaio di metri di distanza dalla stazione di servizio Agip di Virgilio Cilli, sulla S.S. 16, era stata inaugurata anche via A. Vespucci, a cui l'amministrazione comunale aveva intestato la strada, in continuazione con i nomi di altri illustri navigatori italiani, primo fra tutti C. Colombo, il navigatore per antonomasia, a cui era stato intitolato il lungomare. Erano sorti, inoltre, i primi palazzoni alle spalle del lungomare. In realtà il primo in assoluto era stato già edificato qualche anno prima dal riminese Gino Peroni, che lo costruì dal 1965 al 1968, proprio alle spalle dei casotti di Za Vetalene Toricella (oggi "Il Corallo"), di cui era cliente, quando il lungomare era solo qualcosa in più di una strada brecciata. Seguirono a ruota l'Hotel Milano, costruito da una società milanese, i cui lavori si susseguirono all'incirca nello stesso periodo in cui la Siv, per ospitare i suoi dirigenti, stava costruendo l'Hotel Cristallo a la staziaune (in c.da Stazione) e poi i 5 palazzoni in via A. Doria realizzati dai fratelli don Giulio e don Dino Sciò, di cui i primi 3 ubicati sulla destra entrando dalla S.S. 16, e gli altri 2, gemelli, quasi a ridosso del mare, dove oggi vi è il canale di collegamento del porto verso il mare. Sempre nello stesso periodo vennero inoltre costruiti anche i 2 palazzi alle spalle del barretto di Zio Emilio, ad opera dell'Impresa F.lli Colecchia di Palata (dove oggi vi è il Beat Cafè) e, dulcis in fundo, perché realizzati per ultimi ed in fondo, all'inizio di via A. Vespucci, altri 6 palazzi (in progetto ne erano 8), costruiti dall'impresa Cravero e Dolente, di Termoli, dove qualche anno più tardi il capracottese Natalino Sozio, aprirà il primo ristorante vero della marina, che chiamerà "La Poppa", a significare che era ubicata come alla poppa di una nave, la cui prua era il mare. La tipologia di questi palazzoni iniziò a conferire al nostro arenile un primo aspetto di modernità, che ci rendevano ahimé... orgogliosi. Erano i tempi in cui Ruggero Orlando, inviato Rai negli Stati Uniti, in collegamento satellitare, spesso in differita da New York (non c'erano ancora i satelliti moderni come oggi), mostrava, mentre parlava nei primi televisori in bianco e nero, i grattacieli di New York, tra cui spiccava ogni sera il il palazzo di vetro dell'Onu. Vederne adesso, ad un respiro dal mare, qualcuno che somigliasse, anche se in forma ridotta, a quei grattacieli americani, ci infondeva un senso di grandeur, a cui la stessa vicina Vasto non seppe resistere, con la realizzazione de lu Grattacile (il Grattacielo Paradiso), costruito negli anni '60. Alla spiaggia, invece, era più o meno sempre la stessa canzàune (canzone). Nonostante zio Emilio, ad ogni inizio stagione, aggiungesse qualche disco nuovo al suo jukebox, consigliatogli da qualcuno che faceva l'esperto musicale per averlo sentito alla radio alla Hit-parade di Lelio Luttazzi, al Cantagiro o al Disco per l'estate, le giornate al mare trascorrevano lente e monotone, sotto un sole asfissiante, che verso mezzogiorno, rinfrangendo i suoi raggi sulla sabbia dorata, cuciave li pite (scottava sotto le palme dei piedi). Nel pomeriggio, i giovani, sparsi qua e là sulla spiaggia, cercavano refrigerio all'ombra del muretto del lungomare, come messicani all'ora della siesta, ognuno con il suo fagottino di panni e scarpe a fianco, che tenevano sempre sott'occhio per paura che qualche bontempone, per scherzo o per davvero, lo nascondesse facendolo tornare a casa nudo. Persino l'asciugamano per molti giovani era una specie di optional. Si asciugavano al sole o arrotolandosi nella sabbia facendosi gnè miscaréte (come maschere di carnevale), riportando a casa, spesso e volentieri, granelli di sabbia che restavano dentro i costumi, che qualcuno indossava addirittura per giorni e giorni, trasformandolo in mutanda estiva. Vi era all'epoca un solo bagnino, anzi due. Il primo era Ergilio Monaco, da qualche anno arrivato da Arielli perché suo padre lavorara alla Siv, il quale dopo essersi preso il patentino da bagnino alle Naiadi di Pescara, prestava assistenza per conto di tutti quei pochi stabilimenti balneari esistenti e l'altro era un carabiniere che faceva il bagnino della colonia. Un giorno successe che il primo bagnino dovette salvare il secondo, il carabiniere, che si tuffò dal suo moscone di salvataggio per hobby e scoprì di non saper nuotare. Barzelletta vera a parte, in una situazione della nostra spiaggia, che come dicevo prima era più o meno sempre la stessa canzàune, finalmente un bel giorno, ecco arrivare qualcuno deciso a cambiar musica. – E chi è? (e chi sarà mai?) – chiesi incuriosito ad un gruppetto di ragazzi, quando in lontananza, sull'arenile, nel secondo tratto del lungomare ancora in costruzione, vidi un gruppo di persone che stava montando sull'arenile 'na specie di casciarmoniche. – È Valentine, lu frabbicataure (è Valentino, il muratore) –, mi rispose qualcuno tra i presenti. – E ca da' fà? (e cosa deve fare?) – gli chiesi di nuovo incuriosito. – Muà... dece ca a da' fà nu tè danzante (dice che deve fare un the danzante, all'epoca così in molti chiamavano una sala ballo) –, mi rispose. – Nu tè danzante! – esclamai stupefatto. Mi avvicinai sempre più incuriosito. Sì, era proprio lui, Valentine lu frabbicataure (Valentino il muratore), ch'avè frabbicate pìure la casa mà (che aveva da poco costruito anche casa mia), tutto indaffarato insieme ad altri a montare una struttura in ferro, a tre passi dal lungomare. – Ué! Valentì ma chi sti a cumbunè! – gli chiesi. – Fernà aja fà na cosa fregne (devo fare una cosa eccezionale) –, mi rispose in fretta e furia nel suo dialetto tufillese, mentre continuava a darsi da fare. – Ma è 'na sale da balle? – gli domandai di nuovo per capire se ciò che mi avevano detto corrispondesse a verità. – Scì! Fernà, z'abballe pure –, mi rispose nuovamente mentre era tutto affaccendato, – ma ci facce pure lu bar pe' che vè a lu mare, 'na cosa frégne pe stu paese (Sì! Si balla pure, ma ci faccio anche un bar per i bagnanti). – Come? – gli chiesi di nuovo, quasi a volermi sincerare di aver capito bene. – 'Na cosa frégne pe stu paese! – concluse sorridente mentre si allontanava. E Valentino, 'na cose frégne per questo paese la fece davvero. Realizzò il primo dancing bar sulla nostra spiaggia, una novità inimmaginabile sino ad un attimo prima, una struttura sorretta da pali in ferro con la copertura in lastre di metallo, che somigliava molto da vicino a "La Ciucculella" di Vasto Marina, che forse gli ispirò il modello. La differenza tra le due strutture era che "La Ciucculella" aveva più una forma di 'na scàgne di ciocchele (un guscio di conchiglia), con la parte ampia e larga che si proiettava verso il mare, mentre quella di Valentino somigliava più a 'na bella casciarmoniche (una bella cassa armonica), anzi a nu casciarmunacàune (grande cassa armonica), avendo altezza regolare, con perimetro e copertura ottagonale. La struttura era chiusa letteralmente da saracinesche che venivano abbassate la notte e riaperte al mattino. Per non rendere visibile l'interno, una volta alzate le saracinesche, vi aveva messo delle cannezze (cannuccie) a mezza altezza, che ne delimitavano l'intero perimetro. Fu una vera novità per la nostra spiaggia e subito venne preso d'assalto dalla gioventù e dai bagnanti. Per onor di cronaca il dancing bar di Valentino, anche se fu il primo in assoluto ad essere realizzato sulla spiaggia, non può essere tuttavia considerato la prima sala da ballo della nascente San Salvo Marina. Qualche anno prima, infatti, un ortonese, il cui nome era Derna D'Intino, aveva aperto al primo palazzo costruito dai fratelli don Giulo e don Dino Sciò, in via A. Doria, il Bar Lucy, chiamandolo con il nome della sua primogenita Lucia. D'estate, il sig. D'Intino, mettàve balle (organizzava serate danzanti) nel piazzale laterale al bar, anch'esso tutto recintato con cannezze, nel quale aveva realizzato, in fondo, a ridosso della S.S. 16, anche un palchetto per un complessino. Su quel palchetto, quasi tutte le sere salivo anch'io insieme ai miei amici Ivo Balduzzi, Rino Di Cola e Michele De Filippis (il complessino beat si chiamava FIRM 70 ed erano le iniziali dei nostri nomi: Fernando, Ivo, Rino e Michele, mentre il numero 70 erano gli anni di tutti e quattro messi assieme ed anche l'anno di fondazione). Ricordo che io, salame, suonavo con la mia chitarra Maria Elena, mentre le coppie, che venivano tutte da fuori, ballavano lu lente (lo slow), con le orecchie che spesso j fucujevne (con le orecchie arrossate) e non solo per il caldo, che già di per se faceva, ma perchè ballavano abbraccichiti (abbracciati), ma talmente abbraccichiti, che detto adderétte adderétte (senza mezzi termini), ci mancava poco a 'ngacchiárareze (modo di dire diventare un tutt'uno). La sera del 21 giugno 1970, finale dei Campionati Mondiali a Città del Messico tra Italia e Brasile, fu un fiasco totale. Il risultato finale fu un sonoro 4 a 1 a favore del Brasile, ed ebbi mazzate e corne, nel senso che tutt'oggi rimpiango di non aver potuto vedere in TV quella partita. Ma tornando al nostro Valentino, la sua idea si rivelò giusta. Chiamò la sua creatura "Dancing Bar Valentino", aggiungendoci alla fine anche il suo nome, azzeccandoci in pieno. In fondo il suo nome, cioè Valentino, era uguale a quello di San Valentino, che proprio in quegli anni, con il consumismo alle porte, stava passando agli onori della cronaca ed un po' meno a quello degli altari, per essere il protettore degli innamorati. Se a questo aggiungiamo che anche il rampante stilista Valentino, proprio in quegli anni si stava facendo una fama mondiale come creatore di abiti di moda, ecco che il suo nome ci cascava pruprie a fasciole (proprio a fagiolo), per il suo dancing bar. Ma come gli era venuto in mente, a lui, che tra l'altro era nu muntagnole (un montanaro), essendo nato a Tufillo (così chiamavamo gli abitanti dell'entroterra noi sansalvesi, a partire dai lentellesi), di mettersi a fare tutto d'un tratto il balneatore? La sua storia, in sintesi, è più o meno questa. Valentine (al secolo Valentino Ottaviano), sin da ragazzo era stato muratore, così come suo padre Nicola. Emigrato giovanissimo a diciotto anni in Germania e poi in Francia, al suo ritorno, invece di inseguire un posto fisso alla Siv, così come avevano scelto di fare numerosi suoi coetanei rimpatriati in quel periodo, continuò a fare il muratore, trasferendosi a San Salvo, che con l'industrializzazione, stava iniziando una prima espansione edilizia. Faciàve lu mastre (era mastro muratore). Ma ere toste (era durissima) però! Lo ricordo, ancora giovanissimo, eravamo intorno al 1969, quando costruì la casa mà (casa mia) in via dello Stadio insieme a suo padre Nicola e suo fratello Mario. Le attrezzature all'epoca non erano ancora il massimo per quel lavoro, che era davvero massacrante. Tanto per rendere l'idea li callarelle (le cardeline) li portavano ancora a méne le mannebbele (a mano i manovali) e tutto era basato ancora sulla forza delle spalle e delle braccia. Ricordo che un giorno arrivò un camion che scaricò i travetti dell'Ala per i solai, poggiandoli per terra. Poverini! Li trasportarono a coppia sulle spalle, fino a farsi scoppiare qualche bolla di sangue, avventurandosi per le scale ancora allo stato grezzo. Stessa sorte subirono con i solai della Sicap, una fabbrichetta di travetti per solai dei tetti, che era sorta proprio in quegli anni alla Costa Verde, alla marina di Montenero di Bisaccia, dove io ed i miei amici spesso andavamo in trasferta a suonare all'Hotel Strand ed ai campeggi limitrofi, con il nostro gruppetto musicale FIRM 70. Tornando alla nostra storia e precisamente su come gli venne in mente, a Valentino, di aprire uno stabilimento balneare, secondo me tutto gli balenò nella testa mentre lavorava come muratore a Pescara, frequentando qualche locale da ballo della costiera. – Ma come! – forse pensò Valentino, – Ma è mai possibile che a San Salvo, ancora a nessuno sia venuto in mente di aprire uno stabilimento balneare, che di giorno sia bar e di notte diventi una sala da ballo? Lo farò io. Si recò alla Capitaneria di Porto di Vasto, e dopo qualche iniziale tentennamento, dovuto soprattutto alle scarse disponibilità economiche, si avventurò in questa idea, invogliato dallo stesso comandante della Capitaneria, capo Guglielmucci, e dal sindaco pro-tempore Sparvieri, il quale, a parte l'amicizia e l'affetto che nutriva per il giovane Valentino, intravvedeva una prima forma di sviluppo turistico della nostra spiaggia. L'idea di Valentino si trasformò da subito in un successo, favorito anche dal fatto che agli inizi degli anni '70 ormai la gente si era motorizzata e non era più un problema, se non quello di non consumare qualche litro di benzina, arrivare la sera al mare. Naturalmente non era solo un dancing. Di giorno funzionava da bar, stabilimento balneare, e la notte, da mezzanotte in poi, alè z'abballave. Ricordo che la sua ubicazione era a qualche metro dal lungomare. Per accedervi si scendevano cinque sei scalàlle (gradini), che conducevano alla quota di arenile e dopo pochi passi, al buio (essendo il 2° tratto del lungomare ancora in costruzione), si giungeva alla porta del dancing, che aveva sull'uscio una lucetta rossa, che gli conferiva l'aspetto di un night club. Entrando, al suo interno, a sinistra vi era il bar con un moderno bancone dotato di modernissima macchina da caffè espresso (fu il primo a metterne una seria) e proseguendo un bel palco rialzato su cui suonavano i complessi musicali. Quasi tutto il resto era pista da ballo, a cui tutt'intorno Valentino aveva disposto a cerchio decine tavolini agghindati, nei quali la notte, sedevano le coppie a lume di candela. I ballerini? Naturalmente quasi tutti forestieri. Su quel palco si fecero ulteriormente le ossa il gruppo locale L.F.C. (Leone, Fratelli & Compagni), costituito, dopo la mia uscita dai FIRM 70, dal già citato Ivo Balduzzi, che era la L, così chiamato perchè Leone si chiamava suo padre, dai fratelli Vito e Luciano Cilli (i Fratelli), e da Rino Di Cola, Michele De Filippis ed Ergilio Monaco alla chitarra (i Compagni), gruppo musicale che successivamente mutò il nome in Ambassador, quando partecipò nel 1978 al Cantagiro, organizzato dal regista vastese, trapiantato a Roma, Carlo Siena. Naturalmente l'ingresso al dancing non era libero: costo del biglietto 500 lire e l'obbligo di spendere, durante la serata, almeno una consumazione. Il giovane Valentino, nonostante, lì dentro, soprattutto nelle giornate afose di agosto, già facesse un caldo asfissiante, era un vulcano, sprigionava idee a tutto spiano. Gli affari gli andavano bene. Per farsi maggiormente un nome cominciò a scritturare gruppi musicali di fuori regione (ricordo un gruppo di bravi ragazzi di Orvieto), a cui dava naturalmente, oltre al pagamento della prestazione, anche vitto e alloggio, ed un giovanissimo Angelo Branduardi, che all'epoca stava facendo ancora la gavetta. L'anno dopo, nel 1972, fece un colpo sensazionale. Scritturò il gruppo torinese La Strana Società, che proprio quell'anno era in testa a tutte le classifiche discografiche con "Pop Corn", un brano strumentale, super gettonatissimo in tutti i jukebox d'Italia, un vero tormentone. Ricordo quella sera, come ieri. I miei vecchi amici della L.F.C, che fecero da spalla al famoso gruppo torinese, invitarono anche me ad esibirmi con la mia chitarra. Intorno a quella serata vi è una leggenda paesana che mi riguarda da vicino e che vorrei sfatare, e cioè che La Strana Società, sentendomi suonare, mi propose di entrare a far parte del loro gruppo. In realtà cercavano solo un chitarrista "bravo" per un'orchestra di loro amici torinesi. Sull'onda del successone per l'esibizione del La Strana Società, Valentino intuì che quella era la strada giusta ed iniziò a scritturare nomi sempre più di successo. Calcarono quel palco i Nomadi con il cantante Augusto Daolio che cantava ancora "Dio è morto", gli Homo Sapiens, che proprio quell'anno (1977) avevano vinto il Festival di Sanremo con "Bella da morire", il Rovescio della Medaglia, i Nuovi Angeli, ed altri grandi artisti di successo e fama nazionale. Ma come succede sempre più spesso ancora oggi, anche il modo di fare musica iniziò a lasciare il passo alla tecnologia che avanzava. Era iniziata l'era delle discoteche ed i gruppi musicali, che suonavano dal vivo, incominciarono ad esser surclassati dai DJ. Tutto era più facile. Niente più spostamenti di strumenti con i camion. Bastava un buon impianto musicale ed il gioco era fatto. Valentino, che era un tradizionalista, almeno agli inizi tentò di continuare con la musica dal vivo, ma una sera, anche a seguito di una coincidenza, si adeguò ai nuovi tempi. Era successo che un gruppo di ragazzi DJ, che avevano preso in gestione un noto locale dancing e balneare di Vasto, non adempirono a tutti gli impegni assunti con il proprietario, al quale a fine stagione gli lasciarono, come rimborso spese, anche un'impianto sonoro da discoteca, con tanto di mixer, altoparlanti ecc. Non sapendo che farsene, il balneatore vastese, ne parlò con Valentino, il quale si ricomprò tutta l'attrezzatura. Mancava però il DJ. Valentino, proprio mentre ne cercava uno all'altezza, se lò ritrovò in famiglia. Era Mario, suo fratello minore. Difatti Mario, che oggi è titolare dello stabilimento balneare "La Playa Hermosa", in attesa dell'arrivo di un DJ ufficiale, avè sfelete (aveva incominciato lui a farlo lui) e con ottimi risultati. Divenne talmente bravo che dopo un po' si iscrisse alla Associazione Italiana DJ, di cui era presidente Renzo Arbore, il quale ogni anno, già prima dell'estate, gli mandava in esclusiva dei dischi non ancora immessi nel mercato discografico, che poi sarebbero diventati dei veri tormentoni estivi. Ma le serate al Dancing Bar Valentino, non si esaurirono solo con la formula della discoteca. Sempre con nuove idee che gli fumavano dal cervello, Valentino iniziò a cercare aggangi per le manifestazioni a carattere nazionale, come le selezioni eliminatorie di Miss Italia, che in più di un'occasione si tennero nel suo dancing. Insomma scrivere tutte le attività artistiche che Valentino si inventava per attirare clienti al suo dancing sarebbe cosa lunghissima, che di per se diventerebbe storia più lunga addirittura di questi miei lunghissimi racconti sul mare. Vi è ancora da dire, tuttavia, che nonostante la sua attività di balneatore all'avanguardia, non smise mai del tutto il suo primo mestiere di muratore ('mbare l'arte è mettele da parte, impara il mestiere e mettilo da parte, dice un vecchio proverbio locale), diventando in quegli anni, come tanti altri muratori di quel periodo, affermato imprenditore edile. Molte palazzine residenziali sono state realizzate da lui nel corso degli anni a San Salvo ed in una di queste, in via Montegrappa, vi mise anche la prima discoteca vera di San Salvo capoluogo, a cui diede il nome "Il Danubio Blu". Insomma Valentino, lu muntagnole, con la tenacia che contraddistingue i montanari, rivoluzionò in un certo qual modo la spiaggia di San Salvo e per questo, credo che gli spetti di diritto, il titolo del primo vero imprenditore moderno del nostro mare. Oggi Valentino, ha ormai una certa età e non organizza più serate danzati, ne tanto meno concorsi per la selezione di Miss Italia. Dal 1984, ha demolito la vecchia struttura a noi giovani di quegli anni tanto cara, ed ha realizzato, allo stesso posto il Mirage, lo stabilimento balneare più grande della nostra spiaggia, con ristorante vista mare e centinaia di ombrelloni allineati sulla spiaggia. I tempi cambiano e tutto si trasforma. C'est la vie, dicono i francesi. Non so, però, perché, quando passo lì davanti, dove un tempo c'era il Dancing Bar Valentino, è come se udissi ancora in lontananza, il suono di quella mia vecchia e cara chitarra elettrica, come se non fossero trascorsi quarantanni e passa da quella sera in cui La Strana Società mi propose di seguirli a Torino. Sarà ca m'arsonne li cece a fresche, gli anni più belli della mia gioventù. Fernando Sparvieri Fonte: http://www.sansalvoantica.it/, 19 agosto 2016.
- Il domestico padrone
In villa c'è stato il cambio della guardia. I miei vicini sono scontenti, dicono che ho rotto una tradizione, che si erano abituati alle accoglienze di Timoteo, allo sguardo di animale domestico di sua moglie. Sì, Timoteo era davvero un "virtuoso" dell'accoglienza. Agli ospiti nuovi andava incontro come fossero i re Magi, lungamente attesi; agli amici di casa, visti magari pochi giorni prima, sussurrava un delicato rimprovero per la prolungata assenza. Faceva sempre in modo di trovarsi lui sullo spiazzale appena sentiva una tromba di automobile ed io glielo lasciavo fare volentieri perché era il suo modo di partecipare alla vita socievole della casa, di ordire la trama delle sue seduzioni personali con i miei ospiti. Conquistarli era il suo orgoglio, recitare la parte del factotum indispensabile in modo che gli altri invidiassero la sua presenza in casa mia, era il suo scopo preciso. Ci riusciva perfettamente. Quando venne da me aveva ventotto anni, era bellissimo, capelli neri lucenti e occhi verdi, una figura astuta, piccoli piedi da danzatore, movimenti felini. Aveva lavorato nel "nord" e secondo i locali, sempre diffidenti degli espatriati, doveva essere esperto di "polverine". Aveva sposato una donna intelligente, buona, bravissima in tutto, la figlia e sorella dei miei contadini che per anni gliel'avevano rifiutata, accendendo così le sue ire, e non appena sposati li avevo presi entrambi da me. Da allora Timoteo impugnò il manico del comando di casa mia, dove si era autonominato amministratore, factotum, uomo di fiducia e impresario. Alle mie spalle ordinava, comandava, impartiva istruzioni, amministrava questo fazzoletto di terra che non aveva altro valore (ma per lui era immenso) che di essere lavorato dagli odiati congiunti ai quali, così, dettava legge. Perché la prima e più travolgente passione di Timoteo era quella di comandare. – Davanti a me tremano –, diceva gonfiandosi nel collo come un tacchino, mentre gli occhi mandavano scintille. Io cercavo di ignorare questo suo gioco dato che il risultato tangibile ne era il perfetto, impeccabile andamento della mia casa. Lavorava con piacere e con gusto, come se la casa fosse stata sua. – La nostra casa è la meglio –, diceva; soffriva solo delle necessarie parsimonie, avrebbe voluto vivere in un eterno scialio e non potendolo, correggeva la ristrettezza con la perfezione di un servizio inappuntabile e perfino estetico. Sapeva trasformare l'offerta d'una tazza di tè in un rito e un modesto pranzo in un simposio. Indossare la divisa era per lui come per Nijnsky, suppongo, i serici costumi di danza. Si muoveva con la leggerezza di un acrobata, letteralmente volteggiava tra i piatti, al punto che temevo, a volte, prendesse a farmeli saltare in aria per prodursi in qualche bravura aggiunta. La mia tavola da pranzo essendo stretta, mi rammaricavo se eravamo in molti. Nossignore, era proprio quello che lo stuzzicava: sollevare in alto la salsiera evitando le mosse brusche del conversatore infervorato e sfuggire per un capello alla catastrofe. Allora mi guardava fierissimo, come a dire: – Avete visto di che è capace Timoteo! Dove avesse imparato i segreti delle differenze sociali fin nelle sfumature, è sempre rimasto un enigma. Annusava la ricchezza come un cane la lepre, ma anche la distinzione dietro la povertà. L'odore del cafone, di quello che finge di essere quello che non è, lo sentiva già prima di entrare in salotto e si comportava di conseguenza. Se scopriva che un ospite era avaro o solamente regardant, prendeva ad odiarlo, ne sbagliava i nomi, a tavola mandava le pietanze insipide. – Ma Timoteo, vi ho detto tante volte che questo signore non si chiama così. Mi lanciava uno sguardo di uccello, lontano e indifferente e continuava imperterrito a deformare i nomi, che risultavano ridicoli. Aveva il genio d'indovinare le ore propizie per sorprendermi, per far breccia. I nostri tragitti in macchina dalla campagna in città e viceversa erano trappole aperte, sfide alla mia capacità di resistenza. Approfittava di una luce insolita sul mare, di un palazzo di Vanvitelli che al passaggio m'ispirava commenti euforici, per insinuarmi una richiesta, espormi progetti assurdi, strapparmi una promessa. Ora voleva studiare l'inglese e mi faceva comprare di urgenza la grammatica che poi restava intonsa, ora voleva indurmi a far venire il rabdomante per scoprire l'acqua nel mio pezzetto di terra, così che saremmo diventati ricchi «come il conte Cini» o il Comandante Lauro (i suoi idoli). Mi sembrava di avere a che fare con un giocoliere che tirasse fuori dal pugno fazzoletti colorati, uccelli variopinti, bianche colombe, che prendevano il volo come i suoi pazzi sogni; e temevo sempre che un giorno o l'altro avrei visto saltar fuori dal risvolto della sua manica la chiave di casa, passata intanto dalle mie mani alle sue. Se la casa restava troppo a lungo solitaria cadeva in malumori tetri, si nascondeva come il Vesuvio in fitti strati di nebbia. O dormiva sonni letargici, da rettile sazio. Poi spiava i telegrammi nella speranza che annunziassero ospiti, con prospettiva di pranzi o gite nelle locali Sodome e Gomorre. Allora rifioriva. Soprattutto se erano ospiti di cui poteva ritrovare il nome nel gazzettino del giornale. I nomi stampati lo affascinavano, se ne riempiva la bocca. Una volta, mentre trafficava con certe persiane avvolgibili di cui non capiva il meccanismo, lo sentii che diceva: – Qua, per capirci, ci vorrebbe Benedetto Croce. A tavola non perdeva una parola, faceva tesoro di tutto, poi cucinava personaggi e fatti con intingoli suoi e li serviva in truculenti pasticci alle donne che sempre gli ronzavano intorno. Non mi perdonava la macchina da scrivere: – Una signora come voi! Il ticchettio della macchina gli evocava un mondo grigio di uffici polverosi, senza imprevisti e senza glorie. Per il gusto di interrompermi a volte entrava in studio con lo scatto dell'urgenza: – Signora, vi state perdendo un tramonto. Naturalmente lasciavo di scrivere e correvo in terrazza. Lui, nel giardino sottostante, litigava col contadino, del tutto indifferente ai conflitti di nuvole, alle spade di fuoco sul golfo. Qualche volta, per vendicarmi delle tirannie che mi faceva subire, prendevo a cantare le lodi del suo predecessore. Lo facevo senza averne l'aria, lasciavo cadere il discorso sul domestico Vincenzo che era stato in casa dal giorno delle nozze fino a quando me lo ero portato in campagna, due anni prima di andare in pensione. Si chiamava Carnevale, ma era malinconicissimo, un uomo di innata nobiltà e saggezza, un vero filosofo. Era di Capracotta, fiero ed orgoglioso del suo Molise; poche persone ho conosciuto al mondo più dignitose e che ispirassero maggior rispetto. Da giovane aveva studiato e aveva conservato l'amore per la cultura e una grande disposizione ad acquistarla. Quando fu malato a lungo, scoprimmo che leggeva la corrispondenza di Nigra e Cavour. La sua grande ambizione era di parlare di politica con mio suocero. Conosceva canti di Dante a memoria, e assistere alle ripetizioni che facevo a mio figlio e all'occorrenza suggerirgli qualche risposta, era il colmo della sua felicità. Ci dava del tu, a tutti, e lavorava con devozione, compiendo sempre gli stessi gesti lunghi e tranquilli, scrupolosamente. Noi l'amavamo. Ce ne volevano Timotei per fare un dito di Vincenzo Carnevale! Questo non lo dicevo, ma bastava che lo nominassi, e Timoteo avvampava d'invidia, mi lanciava occhiate di odio; per intere giornate s'ammusoniva. Ma un giorno, a Timoteo, gli saltò addosso «un pensiero», come diceva lui, che a differenza dei soliti, volubilissimi, prese a roderlo sordo sordo come un tarlo, e quando venne alla luce c'era già una larga breccia nella compagine della sua fedeltà alla «nostra casa». – Un uomo che si rispetti, – diceva, – deve farsi una casa. – Ma con quali denari ve la farete, Timoteo, visto che piangete miseria? – Coi debiti, – mi rispose, – come fanno i signori. L'idea della casa «tutta sua», che prese subito a costruire, glie la vedevo crescere intorno agli occhi come un cerchio violaceo che lo invecchiava. Dal mio scantinato incominciarono ad emigrare mobili e oggetti dei quali con infallibile oratoria mi dimostrava la impossibile resurrezione. – Ma allora, – gli chiesi un giorno, – se vi costruite una casa vuol dire che ve ne andrete dalla mia? – Mai più, – mi rispose battagliero e bugiardo, – io devo morire in casa vostra, quest'altra me la fo per fittarla e perché un uomo deve avere una casa tutta sua. Andarsene, d'altra parte avrebbe significato abbandonare il teatro delle proprie gesta, non far più tremare i congiunti, che, partito lui, avrebbero ripreso a spadroneggiare. Si era cacciato in un dilemma, i debiti aumentavano, mentre i pranzi, in casa mia, si facevano più rari. A soccorrerlo venne l'abile consiglio di un illuminato. Se fosse stato licenziato avrebbe avuto una buona liquidazione che avrebbe tappato i primi buchi, ma occorreva un pretesto, e in quel tempo, forse perché depresso all'idea di andarsene, sembrava che non avesse la necessaria baldanza per inventarlo. Il destino glie lo offrì nella persona della mia giovanissima nuora venuta da Sicilia (terra ancora usa al comando) la quale, appena giunta, non vedendo in Timoteo altro che un comune domestico e non, quale era, un personaggio antico, un mimo di commedia di Plauto, un genius loci, gli ordinò qualcosa con tono imperioso. Fu la catastrofe. Con gli occhi fuor dell'orbita, mi impose la scelta: – Se la giovane signora resta qua, io me ne vado. Ebbe la sua liquidazione e se ne andò, la moglie in lagrime, lui incredulo di questo precipitoso cataclisma di cui non sapeva se essere il carnefice o la vittima. – Ma come farete senza di me? – chiedeva, protettore, convinto, che senza di lui la casa sarebbe andata a rotoli. – Il mare è pieno di pesci, Timoteo, e intanto verranno due toscani. – Toscani, qua? Sembrava l'uomo che ha visto il fantasma. Sono venuti, difatti, i toscani, parsimoniosi, civili, onestissimi; piccoli proprietari che non sono stati mai a servizio e non ce la fanno ad entusiasmarsi per una casa che non è la loro. Nei loro sguardi riservati e un poco spenti, intravedo un campicello, con la siepe e il cipresso a guardia. Vive ora sulla mia casa un placido tran tran, in sordina, e io non sono più assillata, insidiata dai capricci di Timoteo. Ma se c'è un pranzo, mi sento vagamente colpevole di imporre ai toscani un lavoro in più, per gente cui loro restano del tutto indifferenti. Altrimenti non mi lagno; vorrei solo che avessero maggiore vitalità per guardare con curiosità e benevolenza il mondo circostante e mi chiudessero le porte che invece lasciano sempre accostate, e il vento, che qui è impetuoso, le spalanca e sbatacchia. Da una di queste porte spalancate, prima o poi, purtroppo, passeranno anche i toscani. Clotilde Marghieri Fonte: C. Marghieri, Vita in villa, Ricciardi, Milano-Napoli 1961.
- L'assassinio di Francesco Del Castello
Non mi stancherò mai di ripetere che la transumanza non era una salutare passeggiata, non era qualcosa di cui andare fieri, non era un tuffo nella natura e nella storia, non era un'avvincente gita al séguito di animali domestici: la transumanza era una maledizione. Pastori, massari, carbonai, bastai e vetturali lasciavano le balze montane in preda all'angoscia e al risentimento. A settembre essi abbandonavano mogli incinte, neonati e genitori anziani senza alcuna certezza di rivederli a maggio. Sapevano che i loro cari avrebbero vissuto senza il pater familias, in case anguste sommerse dalla neve. È altrettanto vero che la transumanza ha inconsapevolmente creato scambio culturale, commercio e interdipendenza economica, ibridazione e comunicazione. Ma chi oggi la esalta è quantomeno uno sciocco. Nipote di un umilissimo pastore transumante, rammento i racconti di mio nonno Giuseppe su quel viaggio che ogni anno si ripeteva con drammatica precisione. Né dimentico gli improperi di mia nonna Elena, per l'estrema lontananza dal marito, costretta a vivere in un tugurio della Terra Vecchia. Per me, dunque, la transumanza è sì un valore, ma ringrazio Dio che sia sparita dalla faccia della terra, facendo spazio agli agi della modernità. A dispetto di quell'interpretazione trionfalistica e pseudonaturalistica di chi la transumanza non l'ha vissuta in prima persona - nemmeno per sentito dire - la storia transumante è invece piena di avvenimenti spiacevoli, quando non compiutamente tragici. È il caso di Francesco Del Castello, che ho attinto da una relazione presentata dal procuratore cav. Giuseppe Calvitti all'assemblea generale del Tribunale di Lucera il 7 gennaio 1890 e che ora vi propongo a conferma di quanto postulato. È il 1° febbraio 1889 e il settantenne Francesco Del Castello, originario di Capracotta e costretto a recarsi in Puglia in qualità di vetturale - ovvero colui che trasportava legna su carretti e bestie da soma - si trova in una taverna di Volturino, piccolo comune in provincia di Foggia. Se ne sta al tavolo a contare il suo gruzzoletto di 20 lire (circa 84 euro attuali) senza accorgersi di chi lo sta spiando con insistenza: in quella osteria c'è infatti uno sciagurato, tale Antonio Bredice, contadino di S. Marco la Catola. Dopo essersi rifocillato, l'anziano Del Castello si mette in cammino per Volturara Appula (a poco più di 10 km. di distanza), dato che egli «veniva in queste contrade a trarre gli onesti mezzi della sussistenza sua e della sua famiglia col lavoro, mercè il trasporto dei carboni». Il mattino seguente il vetturale capracottese viene ritrovato «cadavere sul pubblico stradale, spaccato il cranio con colpi di scure e depredato». Il Bredice lo aveva infatti seguito e, al momento opportuno, aveva colpito senza pietà il vecchio trasportatore. Pochissimi giorni dopo, il malvivente uccide con identiche modalità un altro uomo, Vincenzo Scibinico, depredando anch'egli. Di lì a poco le forze dell'ordine del circondario di Lucera riescono fortunatamente ad arrestare il malfattore. Al momento del processo, il cav. Calvitti affermò che «chi avesse assistito al pubblico dibattimento, che seguì in Corte d'Assise, sarebbe rimasto terrorizzato a vedere il contegno glaciale di quest'uomo durante la discussione, ed il cinismo ributtante, col quale accolse il verdetto capitale dei giurati». Antonio Bredice fu infatti condannato all'ergastolo visto che la pena di morte non veniva più eseguita da una decina di anni, in vista dell'abolizione del 1° gennaio 1890. Francesco Del Castello, probabilmente, venne invece sepolto in quelle terre ostili. E lì riposa. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Calvitti, Relazione statistica dei lavori compiuti nel Circondario del Tribunale Civile e Penale di Lucera nell'anno 1889, Lepore, Lucera 1890; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999.
- Capracotta nel secolo nuovo (III)
Se questo è l'avvenire di Capracotta, se i nostri discendenti non avranno da ripromettersi nulla che possa tornare a loro beneficio, perché non prevenire fin da ora con uno slancio potente di volontà e sopratutto di solidarietà la dissoluzione futura? Perché vogliamo noi pel solo motivo che ci siamo nati e vi ci troviamo, immolarci a questo monte, dove la vita è piena di disinganni e di aspirazioni, e la famiglia a causa della temporanea quanto necessaria emigrazione è periodicamente divisa? Se per le prevedibili condizioni difficili in cui potranno trovarsi i nostri figli dovrà loro imporsi la ricerca del modus vivendi, perché non iniziare fin da ora la soluzione del grande problema, e gettare le basi pel miglioramento della vita materiale futura? Non ho la presunzione di portare nottole in Atene, perché so che ognuno è intimamente convinto che se d'estate Capracotta è dei più belli e salutari soggiorni, preferibile secondo molti autorevoli forastieri, alle pittoresche residenze della Svizzera, d'inverno è tutt'altra cosa; e però ardisco di lanciare l'idea della distruzione e ricostruzione. Nerone fece incendiare Roma, perché ne voleva una più artistica: io desidero abbandonare il sito di Capracotta per un eccesso di amore al mio loco natio. Molti forse, analizzando meglio la situazione, sapranno trovare argomenti più validi per cambiare indirizzo. Io mi limito ad accennare che, date le attuali condizioni climatologiche del paese, dovrà sempre venire meno la speranza di raggiungere il civile progresso di altri Comuni. Ed è perciò che non questa, ma altra dimora più benigna dovrà essere la mèta che noi incessantemente e con tutta la forza del nostro volere dovremo cercare di conseguire. Cambiare paese non sembri assurdo, ma è il solo mezzo per migliorare lo stato presente e futuro. Quanti paesi, come Pizzoferrato e Roccaspinalveti non sono stati abbandonati dai loro cittadini e sono sorti in altri luoghi che potevano meglio rispondere alle esigenze della vita? Non si vedono forse nella colta Germania persone che lasciano la loro patria per andare a costruire paesi lungo le ferrovie, e giovarsi delle comunicazioni stradali per lo sviluppo delle loro industrie e per ogni loro benessere morale e materiale? E costoro rispetto alle agiatezze della novella vita, ed agl'incalcolabili beneficii che traggono dal passaggio del treno che cosa perdono abbandonando una casa di poche migliaia di lire? Nulla, e molto meno perderebbero i Capracottesi se andassero a stabilirsi altrove, imperocché ho la sicurezza che ciò che dovrebbe spendersi pel fitto di una casa verrebbe compensato con l'economia del minore consumo di combustibile. In Capracotta ogni famiglia deve spendere da 150 a 250 lire annue pel fuoco. In un clima più mite basta la metà, donde l'economia da 75 a 125 lire, le quali per quelli che non dispongono di mezzi per fabbricarsi una casetta basterebbero per fittare una modesta abitazione. Esistono Società costruttrice di case economiche, che hanno interesse di rendere produttivi i loro capitali, e queste con l'assicurazione del pagamento di un canone annuo affrancabile edificherebbero in pochi anni molte centinaia di case da £ 1.500 a 3.000 ciascuna. La maggiore difficoltà potrebbe quindi più facilmente essere superata. Ma dove sostituire questa nuova Capracotta? Quale località può meglio conciliare l'interesse per la conservazione del Capoluogo di mandamento con le aspirazioni commerciali ed industriali, e con l'affezione alla nostra proprietà rustica? Le contrade Macchia, Guastra, e S. Croce debbono escludersi per due motivi, primo perché perderemmo il Capoluogo del mandamento, secondo perché non avremmo strade, e rimarremmo più isolati. Converrà adunque scegliere un luogo nel versante del Sangro, possibilmente verso Saletto, quasi in continuità del nostro territorio, e non molto lontano dal fiume. In quella contrada il clima ad 800 m. sul mare è temprato, e vi cade poca neve. Da colà si hanno dei facili sbocchi alle stazioni di Castel di Sangro per Napoli o Roma, e di Torino del Sangro per le Puglie, dove abbiamo i maggiori interessi, e tutti i paesi del mandamento vi avrebbero più breve e comodo accesso. Ivi le case verrebbero anche a costare poco per l'abbondante legname da costruzione che a discreto prezzo si produce nel vicino Pescopennataro. La forza idraulica del Sangro verrebbe sfruttata da opifici industriali, che potrebbero essere un potente mezzo di risorsa pel paese, ed altre acque soprastanti non mancano per gli usi domestici. L'artigiano ed il bracciante potrebbero in ogni tempo lavorare, i boschi sarebbero sufficienti ai bisogni del paese, e le strade rotabili ora esistenti renderebbero anche comoda l'assistenza alla proprietà rustica di Capracotta. Non discuto di altri benefizii, fra cui la certezza di avere la ferrovia Sangritana, né sul modo di utilizzare i fabbricati del paese, perché sarebbe stoltezza invadere il campo d'attualità del poi; ma ritengo che anche quello che noi ora crediamo di perdere sarà l'obbiettivo di una importante Stazione climatica o di altre utili imprese (caseifici, allevamenti di bestiame ecc.). Paesani, rendiamo dunque feconde in noi queste idee, vagheggiamole, diffondiamole pel comune e futuro miglioramento. Sarà un passo di gigante nella via della civiltà che lo esige; non ci arrendiamo innanzi agli ostacoli che potremmo trovare, e col proponimento tenace come l'asprezza dei nostri monti potremo, conseguendo lo scopo, avere la grata soddisfazione di ripetere: «Volli, sempre volli, fortissimamente volli». Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Capracotta nel secolo nuovo, in «L'Alba», I:3, Isernia, 27 gennaio 1901.
- Capracotta nel secolo nuovo (II)
Senza risalire ad epoche remote, quando a Capracotta vivevano comodamente meno di 1.600 persone affermo - col concorso dei registri d'anagrafe - che quivi l'aumento percentuale della popolazione è superiore di molto a quello medio dell'Italia. Infatti: nel 1861 Capracotta contava 2.710 abitanti, nel 1871 contava 3.238 abitanti, nel 1881 contava 3.902 abitanti, nel 1891 contava 4.533 abitanti. Al 31 Dicembre 1900 contava 5.241 abitanti. Nell'ultimo decennio la popolazione è cresciuta di 708 abitanti, e seguendo questa proporzione l'aumento in 50 anni sarà di oltre 3.800 persone per circa 600 famiglie, aggiunte le quali alle 900 ora esistenti, ed a meno che le teorie dell'economista Malthus non dovessero largamente esplicarsi, avremo la bellezza approssimativa di 1.500 famiglie! Attualmente nel paese vi sono circa 600 case, di cui 315 sono anguste, e dovrebbero - applicando a rigore la legge sanitaria - essere dichiarate inabitabili, perché la maggior parte delle famiglie vi vive igienicamente a disagio. Le 130 case che si trovano nella così detta Terra Vecchia sono in cattivo stato, e si è certi che fra un trentennio, se non verranno ampiamente riparate difficilmente potranno più reggere. Che dire poi dell'estetica e della sicurezza che presentano? Sono addirittura la negazione del bello, ed alcune già pericolanti. Le condizioni igieniche del paese sono tutt'altro che buone, massime di primavera e d'autunno. A prescindere che uno sventramento sarebbe indispensabile nella Terra Vecchia, anche per fare del largo avanti la nostra Chiesa monumentale che è fra le prime o la prima della Provincia, mancano i cessi, i pozzi neri, le fogne, per modo che o le pubbliche vie - è dispiacevole dirlo - funzionano da cloache, o le stalle, che per riprovevole abitudine si tengono nell'abitato, servono per depositi di materiali. Donde il facile sviluppo del tifo, del morbillo, del vaiuolo e di altre malattie infettive, le quali, se d'ordinario non riescono letali, è perché l'aria saluberrima e ventilata ne attenua l'intensità. Capracotta per essere un paese come lo vorrebbero i suoi abitanti ha bisogno di affrontare coraggiosamente la soluzione di molti importanti problemi, almeno di quelli propositi in una diligente ed accurata relazione del nostro Uffiziale Sanitario Sig. Luciano Conti. Altrimenti l'istruzione, l'agiatezza, le istituzioni civili ed umanitarie faranno uno strano contrasto con tanta nociva lordura. Se da questa breve prospettiva c'è da rimanere poco confortati, quali possono essere i vincoli di affezione che ci debbono tenere uniti a questa patria sventurata, a questo monte che è l'eterno ostacolo a tutte le nostre imprese? Senza quindi illuderci, affermiamolo con voce sicura e alta che Capracotta è destinata a dissolversi per molti motivi, di cui i più inconfutabili sono: 1. Perché fra altri 50 anni avrà una popolazione di oltre 9.000 abitanti ai quali principalmente mancherebbe il combustibile, imperocché quello dei nostri boschi è bastevole a meno di 500 famiglie, e non vi sarebbe convenienza di acquistarlo altrove; mancherebbe il lavoro, perché nessuna industria potrebbe stabilmente esercitarsi per procurare, se non a tutti, almeno a buona parte un'occupazione, e molta forza che dovrebbe essere atta a produrre la ricchezza rimarrebbe inerte con danno del pubblico interesse. 2. Perché diminuendo o scomparendo l'industria armentizia pel motivo che si va sempre rendendo poco rimuneratrice, un numero considerevole di persone rimarrebbero disoccupate non solo, ma anche perché nelle Puglie, dove normalmente circa 1.800 Capracottesi si recano a svernare, vanno a finire i boschi, e con essi il lavoro per i braccianti, per i carbonai e per i vetturali, che tanta parte sono del nostro paese. 3. Perché i prodotti locali non saranno sufficienti ai bisogni di tutti. 4. Perché le abitazioni, che già ora sono scarse ed anguste, dovrebbero raddoppiarsi per vivervi bene. E non sarebbe pazzia costruire dove non si è sicuri di rimanere? Quanto invece sarebbe più opportuno di affidarci agli eventi del futuro, proibendo ogni costruzione con l'obbligo a chi sente il bisogno di case di andarle ad impiantare in altra località convenuta, dove fra mezzo secolo potremmo sperare di vedere sostituito l'attuale paese? Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Capracotta nel secolo nuovo, in «L'Alba», I:2, Isernia, 20 gennaio 1901.
- Capracotta nel secolo nuovo (I)
Capracotta, situato a 1.421 m. sul mare, è indiscutibilmente uno dei pochi Comuni più alti, più rigidi, e sopratutto più nevosi dell'Italia. Sebbene manchi una storia che ricordi la sua origine, pure da qualche documento e dalla tradizione si sa che esisteva nel 1040, e potette essere fondata nel medio-evo dall'unione di più casolari abitati da pastori, e da persone le quali, fuggendo le disastrose guerre intestine che erano dovunque molto frequenti per la variabili dominazioni dei Duchi, dei Baroni ecc., cercavano la sicurezza su monti isolati e nascosti fra vergini e sterminate foreste. La pastorizia, che dovette essere la primitiva industria, divenne posteriormente fiorente, procurando l'agiatezza a moltissime famiglie (massime dopo la ripartizione del Tavoliere di Puglia), le quali lodevolmente se ne servirono per diffondere l'istruzione e l'educazione nei cittadini. Da qui - a parte la modestia - il numero rilevante di persone colte, di professionisti e d'impiegati rispetto alla sua ristretta popolazione. Nei tempi andati tutti i pacifici Capracottesi potevano essere contenti di questa pittoresca dimora, perché, mancando per ogni dove i mezzi di viabilità, le industrie, il commercio, non avevano nulla da invidiare ad altri. I prodotti del suolo erano sufficienti ai bisogni della vita; all'inconveniente del freddo potevano largamente provvedere con gli estesi boschi, da cui erano circondati, e la candida neve, quella neve che tanto fremito di allegria mette nei nostri bambini, e che per circa 4 mesi li teneva segregati, come suol dirsi, da Dio e dagli uomini, doveva costituire un mezzo gradito per vivere affratellati e tranquilli, lontani dal chiasso e dalla vita libertina delle città. Pare, quindi, che allora tutto si addicesse alla loro indole mite, ai loro costumi semplici e modesti. Con le evoluzioni sociali è venuta la civiltà, e Capracotta, ostacolata dalla sua montuosa situazione, non ha potuto, malgrado l'ingegno, le ricchezze e l'istruzione dei suoi cittadini, cogliere tutti i benefici frutti che da esso derivano. La lontananza dai centri popolosi, e la forzata imposizione di rimanere per diversi mesi bloccata dalle nevi hanno dovuto far rinunziare ai più volenterosi speculatori all'iniziativa di qualsiasi industria locale, specialmente dopo che quella primitiva della pastorizia, svoltasi in massima parte nei nostri importanti possedimenti pugliesi (censuazioni) è andata per la crisi agraria e per altre cause sempre assottigliandosi quasi in ragione inversa dell'aumento di popolazione. Neppure le arti potranno essere fiorenti, perché d'inverno il clima rigidissimo impedisce l'esecuzione di molti lavori, e la produzione non troverà mai l'elemento necessario per potervi bene attecchire. Ecco perché Capracotta è rimasta e rimarrà ancora indietro ad altri paesi che si trovano in più favorevoli condizioni climatologiche e topografiche, e deve loro invidiare ogni progresso nell'industria e nel commercio, che sono le due grandi fonti di ricchezza della civiltà, perché esse, fra noi troveranno sempre nell'ingrato clima una forza maggiore che ne paralizza lo sviluppo. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Capracotta nel secolo nuovo, in «L'Alba», I:1, Isernia, 13 gennaio 1901.
- Il re dell'inverno
Gennaio, il re dell'inverno. Il mese in cui, in tutta Italia, vi è la maggiore possibilità che si verifichino episodi di freddo intenso, di venti artici o siberiani, di nevicate in pianura, di gelate, persino sul mare e nelle tipiche roccaforti del clima mediterraneo dove comunemente il freddo non è di casa (riviera ligure, coste tirreniche, estremo Sud, Isole). Non stupiamoci: in ogni stagione, il mese centrale è quello che mediamente ne rispecchia al meglio le caratteristiche. Infatti, se gennaio è il mese invernale per antonomasia, luglio (non agosto!) è il re dell'estate, e aprile e ottobre sono i re delle mezze stagioni. Naturalmente, non sempre è così. Gennaio è il mese più freddo considerando una lunga media (il clima si riferisce a un blocco di almeno 30 anni), ma in alcuni singoli casi può persino risultare mite, come accadde nel 2018. Un anno fa, dopo un inizio di stagione precocemente invernale e prima di un febbraio e un marzo decisamente freddi e perturbati, fu proprio il re dell'inverno a tradire le aspettative, con settimane di mitezza dalle caratteristiche pre-primaverili. Di solito, comunque, il re dell'inverno non tradisce, e anche in un'epoca di riscaldamento globale come questa, le ondate di freddo non mancano. Attenzione, però: freddo intenso non significa necessariamente neve! L'Italia è lunga e geograficamente molto varia. Quando il freddo arriva, non è detto che arrivi ovunque. Quando arriva ovunque, non è detto che la neve arrivi ovunque. È quello che sta capitando in questi giorni, e che capitò in maniera del tutto simile nel gennaio 2017. Il Norditalia, Appennino compreso, sta vivendo un lungo periodo ben freddo ma secco, mentre la neve sta colpendo soprattutto le regioni adriatiche centro-meridionali. E, come sempre in questi casi, sentendo parlare l'uomo medio si sentono dire frasi inesatte e al limite del catastrofico, del tipo "il mondo si è invertito", "il clima è impazzito", eccetera... come se in Molise e in Basilicata non avesse mai nevicato prima d'ora e la neve fosse prerogativa solo del Norditalia. Facciamo un po' di chiarezza? Il riscaldamento globale è innegabile, ma la neve sulle coste adriatiche è sempre caduta; anzi, in passato, con un clima più freddo, ne cadeva ancora di più! Quando, come in questo inizio gennaio, l'alta pressione si appoggia al lato occidentale dell'Italia, l'aria artica dapprima scarica tanta neve nel versante nord alpino, poi è costretta ad aggirare la barriera montuosa ad est, dalla "porta della Bora", e si getta verso sud, sorvolando il mare Adriatico; qui subisce il cosiddetto ASE, Adriatic Snow Effect, cioè si umidifica e si intiepidisce; giunta presso le coste, scarica nevicate anche copiose, che sovente imbiancano le spiagge da Rimini fino al Gargano o persino più a sud. Sugli Appennini centro-meridionali possono verificarsi giorni consecutivi di bufere di neve, con accumuli impressionanti. Il paese di Capracotta, a 1.400 m. di altezza sull'Appennino molisano, è famoso tra i meteorologi e climatologi di tutta Europa per le nevicate copiosissime che vi si verificano quando si ha il fenomeno dell'Adriatic Snow Effect. E lo stesso avviene quando aria gelida continentale arriva sull'Italia direttamente da est, impattando proprio sulle coste adriatiche. L'Appennino Tosco-Emiliano riceve le nevicate più importanti quando l'aria artica aggira le Alpi a ovest, e si getta nel Mediterraneo dalla cosiddetta "porta del Rodano". Reagendo con le tiepide acque del Mare Nostrum, si forma una Depressione sul Golfo di Genova (nevosa per le Alpi), o sull'alto Tirreno (nevosa per l'Appennino Settentrionale); ecco perché nelle nostre valli si sente ancora dire dagli abitanti più anziani "la neve arriva dalla Corsica". Nel febbraio e marzo 2018 la "porta del Rodano" era sempre aperta, e le montagne tosco-emiliane beneficiarono di numerose e abbondanti nevicate. In questo gennaio 2019, per ora, la porta del Rodano è chiusa. Finché la porta del Rodano rimane chiusa a causa della presenza ingombrante dell'alta pressione sull'Europa occidentale, il nostro caro Appennino continuerà a essere interessato da masse d'aria fredda ma secca. Prendiamone atto senza drammatizzare. Nessun disastro imminente, nessun cataclisma in atto perché è nevicato a Bari piuttosto che a Cortina. Semplicemente, per completare il puzzle meteorologico che porta tanta neve sulle montagne del Norditalia servono ancora un paio di incastri. Allora accettiamo di buon grado queste fredde e luminose giornate di gennaio: le escursioni invernali sono bellissime anche senza ciaspole, e qualche pista innevata per sciare c'è! Magari facciamo il tifo per una futura riapertura della Porta del Rodano, ricordandoci che l'inverno è ancora molto lungo e potrebbe regalarci non poche soddisfazioni. Francesco Rosati Fonte: http://www.laviadeimonti.com/, 14 gennaio 2019.
- Il prof. Cardarelli a Capracotta
Medico insigne, docente universitario, deputato e infine senatore del Regno d'Italia, Antonio Cardarelli era superstite da quattro giorni di visite ufficiali e di saluti istituzionali nella cittadina di Agnone quando, domenica 25 ottobre 1885, arrivò finalmente a Capracotta, il paese del marito di sua nipote. Le cerimonie d'accoglienza fatte al deputato prof. Cardarelli «ebbero un aspetto imponente e superiore a ogni credere». Egli fu avvistato infatti alle 13 all'altezza della Madonnina e subito gli furono incontro la Società dei Vetturali a cavallo, la Società Operaia e la Società dei Pastori, i cui soci, preceduti dalla musica, portavano ognuno una bandiera. All'ingresso del paese Cardarelli fu ricevuto dalle solite autorità «e da molti gentiluomini», tutti pronti, ieri come oggi, a presenziare ad ogni occasione che desse loro un briciolo di visibilità. Sull'onda dell'entusiasmo, l'esimio medico molisano venne accompagnato a Palazzo Campanelli, ove si trovava sua moglie Nunziatina, che giorni prima era venuta a far visita alla nipote Adelina, moglie del nostro illustre Luigi Campanelli (1854-1937). Verso le 14, accompagnato dal sindaco Cesare Conti, Antonio Cardarelli visitò il nostro bellissimo municipio, ex palazzo ducale, all'interno del quale appose la propria firma e, sul libro degli ospiti, scrisse: «Vorrei poter trasmettere, scrivendo in questo libro, la gratissima e commovente impressione provata dall'animo mio per le accoglienze sorprendentemente nobili e cordiali avute in questo paese. Pur venendo da un viaggio in parti civilissime d'Europa, ho provata la più bella impressione, che non è stata inferiore a quella avuta in città civili e dacantate per il loro splendore». Entrò poi nei locali delle tre società di mutuo soccorso ed ebbe per queste parole d'incoraggiamento al lavoro, «che viene sempre protetto dal Governo che ha a capo un Re di Casa Savoia». Visitò infine la Chiesa Madre e l'asilo infantile. Il deputato Cardarelli si sedette a tavola verso le 16 in casa Campanelli, pranzo durante il quale vi furono parecchi brindisi: il primo a prendere la parola fu proprio il medico, salutando una volta ancora la cittadinanza di Capracotta che lo aveva accolto con tanto affetto. I brindisi più emozionanti, a quanto riferiscono i cronisti dell'epoca, furono quelli di Ottaviano Conti, presidente della Società Operaia, e del sindaco, il quale inventò per l'occasione una fascinosa allusione: «La stella che irradia i passi dell'Illustre viandante – disse Cesare Conti – pel campo della scienza è Nunzia per le nostre contrade di un più lieto e prospero avvenire». Il pranzo finì tra gli applausi e gli evviva al re. Verso le 9 del mattino seguente, i coniugi Cardarelli, dopo aver fatto nuovamente visita al sindaco di Capracotta, ripartirono per il paese natio, Civitanova del Sannio. Sulla via del ritorno essi si fermarono un istante a Vastogirardi, presso Domenicantonio Marracino, e a Carovilli. Verso le 18 giunsero a casa, da dove avvisarono telegraficamente Capracotta del felice arrivo. Aver avuto il "mito Cardarelli" a Capracotta in quell'umbratile domenica ottobrina di 133 anni fa è ancor oggi motivo di orgoglio per tutti noi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Cardarelli, Regolamento pel governo interno dell'ospedale provinciale in Campobasso, Nuzzi, Campobasso 1845; Italo, Corrispondenze della Provincia, in «Aquilonia», II:21, Agnone, 5 novembre 1885; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; M. Serao, Il paese di Cuccagna, Treves, Milano 1891; M. Tuono, Il "taumaturgo di Civitanova": la vera storia di Antonio Cardarelli politico, in «Risorgimento e Mezzogiorno», I:1, Ist. per la Storia del Risorgimento, Bari, gennaio 1990.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte della Parchesana
«Chiù parchesciàna gìre e chiù parchesciàna truóve» dice un vecchio adagio capracottese, con riferimento al bosco della Parchesana, il quale, per la sua esposizione, va spesso incontro al fenomeno della galaverna. Va detto che la Parchesana è uno dei quattro appezzamenti che, assieme a Capo d'Acqua, Bosco Pidocchioso ed Ospedaletto, compongono l'Ospedaletto stesso (122,39 ha). Proprio al limitare della Parchesana, dove la selva lascia spazio ai verdi prati, sta un'antica sorgente che, assieme ad Erberto Paglione, ho riportato alla luce nel febbraio scorso: si tratta dell'omonima Fonte della Parchesana, uno zampillo di fresca acqua sorgiva che sgorga da un anfratto a ferro di cavallo e che dà vita ad un rigagnolo che viene assorbito dalla terra poco prima di giungere alla grande piana dell'Ospedaletto. È stato possibile risalire all'esatta posizione di questa fonte grazie alla tante volte menzionata pianta degli ex feudi del 1812, sulla quale sono tracciate ben tre «strade che conducono all'acqua»: la prima che, dalla Forcatura, si addentra nel bosco della Parchesana; la seconda che attraversa la particella di bosco oggetto dell'ultimo rimboschimento; la terza che vi arriva direttamente dalla «terra diruta dell'Ospedaletto». Abbiamo deciso di non procedere alla pulizia della sorgente per evitare che i bovini al pascolo vi si addentrassero, distruggendo in men che non si dica quel minimale ordine in pietra che i nostri avi avevano posto a segnale e ad irregimentazione della fonte stessa. Infine, una nota sull'arcana origine del termine "parchesana" che, stando agli studi di Svatopluk Čech, deriverebbe dall'ebraico passach (פָּסַח), un verbo che significa "passare attraverso", esattamente quel che si fa nel corridoio della Parchesana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Čech e S. Heller, Květy. Listy pro zábavu a poučení s časovými rozhledy, Grégra, Praze 1887; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste, Commissariato della Campania e Molise, in «Bollettino degli Usi Civici», III:4, Roma, aprile 1933.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte di Calzettone
Introvabile perché nascosta agli occhi, eppur sempre attiva, questa sorgente permanente si trova in località Meluccia, qualche decina di metri a monte della strada provinciale per Agnone (a rintracciarla è stato Michele Beniamino). Il nome del posto oggi dice poco, in quanto figlia d'una banale corruzione lessicale del primitivo Meluccio, il luogo in cui, in tempi remoti, venivano messi a regime piccoli meleti. Quell'area, infatti, dove passava il tratturello, in passato era altamente coltivata e non vi era un centimetro quadrato incolto, prova ne sia la caterva di rifugi agropastorali che costellano l'intero costone meridionale di Monte Campo. È allora possibile che quella che noi oggi conosciamo come la Fonte di Calzettone fosse, ad inizio Ottocento, proprio la Fonte del Meluccio, un fontanile presente sulle carte topografiche dell'eversione feudale ma che non siamo ancora riusciti a rintracciare. Certo, anche il nome di Calzettone rimanda all'Ottocento, nello specifico al soprannome che i capracottesi avevano affibbiato a Pasquale Di Ianni, il quale, autoproclamatosi «governatore della Terra», nel 1860 aveva fomentato un'aspra sommossa reazionaria in paese che portò alla caccia all'uomo verso i liberali - coloro che fondamentalmente erano favorevoli al processo unitario - e che causò sia spargimento di sangue sia diversi arresti, specialmente tra i religiosi. Ad Unità d'Italia compiuta, Calzettone venne arrestato, processato e condannato a cinque anni di carcere. Tuttavia uscì di galera e morì vecchissimo. Forse in uno degli appezzamenti di terra di sua proprietà ricadeva proprio la Fonte del Meluccio che da allora diventò la Fonte di Calzettone. Quella polla d'acqua sorgiva, insomma, comunque la vogliamo chiamare, si porta dietro una grande storia capracottese, che parte dalla coltivazione delle mele ed arriva ai moti del 1860. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Ardito, Cammini e sentieri nascosti d'Italia da percorrere almeno una volta nella vita, Newton Compton, Roma 2017; A. Battista, L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise, in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte Carovilli
A lato dell'anello di monte della pista di sci di fondo, al di sotto della Selletta, è possibile imbattersi in una bellissima fonte d'acqua sorgiva, dotata persino di una comoda panchina in legno per riposare le membra dopo l'attività sportiva - estiva od invernale che sia - e per godersi appieno la vista della croce di vetta sul Monte Campo. Quella è la Fonte Carovilli, presente sulle mappe topografiche almeno sin dal 1852, ed il suo nome non c'entra niente con l'omonimo bel paesello altomolisano. Quello, infatti, deve il nome al signore di Calvello, un barone normanno che nel basso Medioevo tenne quel castello e che, per mezzo di un rotacismo, ha causato la corruzione lessicale da Calvello a Carovilli. Nel caso della nostra fonte, invece, non vi sono legami apparenti né col signore di Calvello né, tantomeno, col paese di Carovilli, per cui il suo nome è probabilmente legato ad una storia antica, quella dell'epica terza guerra sannitica. Nel 293 a.C., infatti, i due consoli Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo, con una mossa a tenaglia, decisero di spezzare le ultime resistenze sannitiche, stringendole ad est da Aquilonia e ad ovest da Cominium. Nel decimo libro dell'"Ab Urbe condita" Tito Livio afferma che «volendo Papirio far avvisato Carvilio a Cominio degli andamenti de' nemici, gli mandò da Aquilonia un corriero il quale consumò il giorno all'andare, e la notte a ritornare». Con una buona dose di approssimazione, allora, si può pensare che quel messo abbia dovuto attraversare a cavallo il nostro territorio, vicinissimo ad Aquilonia - sia che questa fosse Agnone sia che fosse Pietrabbondante - per raggiungere Cominium (che forse è Alvito o S. Donato Val di Comino, in provincia di Frosinone). Lo storico dell'antichità dice infatti che «l'altro accampamento romano era distante venti miglia [...] e Carvilio era più attento ad Aquilonia, dove il pericolo era maggiore». Chissà se il messaggero romano si fermò - all'andata od al ritorno - sui Montetti di Carovilli per guardar meglio la direzione da prendere e per rifocillare il cavallo alle nostre sorgenti, lasciando per sempre il nome del console Carvilio, colui a cui doveva recapitare la proposta di far guerra a Cominio contemporaneamente con Papirio ad Aquilonia, impresso nell'idro-orografia capracottese. Sta di fatto che l'attuale manufatto della Fonte Carovilli consta di una vasca ricavata da un tronco di faggio in cui si riversa, tramite una lunga cannella in acciaio, l'acqua sorgiva. Al di sopra di tutto ciò vi era, fino a pochi anni fa, anche una statuina in gesso della Madonna, vandalizzata da qualche imbecille e per tale motivo non rimpiazzata dagli ultimi volontari che se ne sono presi cura: Vincenzo Di Ianni, Celeste ed Ennio Di Nucci, Giovannantonio e Giuseppe Monaco. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. V. Ciarlanti, Memorie istoriche del Sannio, libro I, Nuzzi, Campobasso 1823; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; C. Dotto de' Dauli, L'Italia dai primordii all'evo antico, libro I, Tip. Democratica, Forlì 1879; G. Fiocca, Carovilli: per lumi sparsi, Marinelli, Isernia 1985; T. Livio, La storia romana, vol. I, trad. di L. Mabil, Antonelli, Venezia 1841; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; L. Pompili Olivieri, Annali di Roma, dalla sua fondazione sino a' dì nostri, libro II, Perego e Salvioni, Roma 1836.
























