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  • Neve

    Cadono fitti petali di neve; alberi indossano soffici stole, diademi lungo intrecci di rami, fino alle barbe bianche. Manti ovattati nascondono forme, realizzano opere piene. Braccia troppo stanche liberano cumuli densi con scrosci improvvisi; colpi di vento sollevano turbini di fiocchi impazziti. Flora Di Rienzo

  • Tabula Anglonensis: la storia del mito

    1. Il ritrovamento Non sarei qui a raccontare, se non fosse per quell'originale di mio genero. Quando insiste, quel ragazzo, non so mai metterlo a tacere. E forse non ha mica tutti i torti, dal momento che, senza colpa, nato innocente come tutti i bebè del mondo, mi trovai a vivere una vicenda la quale, a pensarci ora, alla mia età, non posso che credere imprevedibile e rara. Il fatto cominciò dalle mani grosse di un contadino di duecento anni fa, il quale, per onestà o ignoranza, riferì al suo padrone di aver trovato, nelle terre in cui gli aveva dato il compito di lavorare, uno strano oggetto che il destino volle fosse poi conosciuto da storici, archeologi e periti museali, ma il quale, vi meraviglierà, posso ancora sfiorare con le mie mani, duecento anni dopo, seduto comodamente a casa mia. Il nome del bovaro o contadino o bifolco, come direbbero alcuni storici, pare fosse Pietro e dico pare perché in questa vicenda si è messo in dubbio ogni evento e ogni persona che ne prese parte. L'immaginazione ha teso trappole a studiosi e curiosi - me compreso - tanto che, ad oggi, pare non vi sia certezza di nulla, nemmeno del nome di un bovaro o contadino o bifolco. Ma io ho maturato la certezza che Pietro sia esistito, che il suo cognome fosse Tisone e che, senza di lui, anni e anni di studi, errori ed equivoci non si sarebbero mai compiuti. Povero Pietro, probabilmente, se avesse avuto idea di quanto sarebbe seguito dalla propria scoperta, si sarebbe sbarazzato subito di quanto aveva trovato. Era il marzo del 1848, anno bisestile, per questa ragione forse già guardato con sospetto dalla popolazione più scaramantica, anno di rivolte e insurrezioni, quelle che portarono alla concessione delle prime carte costituzionali nei Regni allora presenti in Italia e nello Stato Pontificio; l'anno delle cinque giornate di Milano, delle dichiarazioni di guerra all'Austria da parte del Regno di Sardegna, delle rivolte del popolo che a Roma assediò il Quirinale chiedendo a gran voce uno stato laico, della fuga del Papa sotto mentite spoglie con l'aiuto degli austriaci; l'anno dell'insediamento al trono d'Austria di Cecco Beppe, il quale è certamente più noto oggi come Franz e per essere stato lo sposo della tanto compianta Principessa Sissi. Del fragore di questo anno, a Pietro Tisone probabilmente arrivò molto poco. Viveva a Capracotta, nello Stato Pontificio, villaggio di montagna a 200 km ad Est di Roma, distante almeno 70 km dall'Adriatico e a 1.421 metri sul mare. Piccolo agglomerato dell'Appenino, freddo d'inverno e fresco e piovoso d'estate, era sorto in epoche storiche remote, dopo le fughe di popolazioni italiche che avevano cercato scampo dalle persecuzioni romane e dalle guerre tanto vicine ai grandi centri abitati. Luogo prezioso perché difficile da raggiungere, nascosto e privilegiato, complicato da vivere in certi periodi, ma rifugio sicuro, riparato dai nemici e probabilmente anche dalle stesse notizie dei nemici. Sto divagando, ma spero possiate comprendermi e perdonarmi. Io, durante tutta la mia vita, non avendo notizie storiche certe di alcuni fatti, ho potuto solo perdermi nella fantasia, cercando di puntellarla con le verità storiche scolpite nei libri che conoscevo. Ma i fatti storici, benché necessari per la coscienza di un Paese, sono fatti, liste di eventi, date, sotto la cui mole l'uomo comune spesso scompare, nonostante ne sia stato artefice, vittima e protagonista. E l'uomo lo ritrovavo, io, nei racconti della mia famiglia, nell'immaginazione di bambino e di adulto. Poi, alla mia età, devo riconoscere che il passato di tutti, anche quello personale, privato, si rivesta di un mantello di fantasia che ce lo fa apparire certamente più accattivante, non sempre bello, ma più intenso nelle cifre dell'amore e della sofferenza. Tutti noi abbiamo provato l'esperienza del fratello o dell'amico che smentisce i nostri vivissimi ricordi di sensazioni esageratamente positive o negative di un qualche fatto del passato. Di fronte al medesimo evento, l'immaginazione di ciascuno di noi orchestra una quantità di sensazioni tali da rendercelo più prezioso, privato, menzognero, ma nostro. Così, di Pietro, per restituirgli l'umanità che i fatti storici gli avevano espropriato, immaginavo si alzasse ogni mattina allo spuntare del sole per controllare il tempo e capire se fosse giornata buona o giornata storta, giornata di lavoro o giornata di attesa senza compenso; immaginavo avesse una moglie e uno stuolo di figli, immaginavo che ispirasse buona fede, che fosse un trentanovenne solido e ben piantato, come si richiedeva a un contadino della sua età, che conoscesse come ripararsi dal freddo gelido di quelle montagne d'inverno e come far fruttare quelle terre d'estate; immaginavo fosse severo con i figli e timorato di Dio lo stretto necessario a non farselo nemico, purché li salvasse sempre tutti dalle malattie; immaginavo che i suoi figli lo guardassero con occhi sgranati ogni qualvolta riuscisse a portare a casa qualcosa di diverso dal solito, che fosse una lepre, una volpe o una tavola di bronzo del 200 a. C. Ancora oggi, io vedo Pietro entrare in casa con questo fagotto, poggiarlo sul tavolaccio della cucina, quella con il focolare e una pentola in cui bolliva la solita minestra di ceci dei tempi magri. «E che hai portato?» gli aveva chiesto sua moglie. «Ma sai che non lo so?» aveva risposto lui. «Come, non lo sai?» gli aveva risposto lei a sua volta, facendo la solita faccia sospettosa di chi si attenda una battuta delle sue, una sciocchezza da uomo di buon umore, grazie a Dio. Nel frattempo il resto della famiglia aveva fatto presto a radunarsi al tavolaccio dalle due stanzette contigue alla cucina. La figlia maggiore era tornata a rimestare la minestra, unica della famiglia autorizzata a quel compito dopo sua madre, benché il privilegio non le riconoscesse mai il diritto a chiederne una porzione più abbondante degli altri. «Ma cos'è?» riprendeva sua moglie. «Ma se ti ho detto che non lo so! L'ho trovata stamattina mentre scavavo vicino alla maceria per buttarci le pietre vecchie. È curiosa, vero?» Tutti equamente analfabeti nella casa di Pietro, di fronte a una lastra di bronzo incisa con strani caratteri, non ne avrebbero inteso il senso nemmeno se i caratteri fossero stati quelli insegnati sui banchi di scuola. «E il padrone?» aveva ripreso la moglie, adombrandosi alla notizia che la lastra provenisse dalle sue terre. «E il padrone non lo sa.» «Come, non lo sa?» «Glielo dirò domani, ora sono stanco.» «Che testa che hai! Dovevi dirglielo subito, dargliela subito! E se ora cade e si rompe?» Pietro rise: «E se si rompe non l'avrà. Nemmeno sa di averla mai avuta!» «Tu ci manderai tutti all'elemosina! Vedi di andare a portargliela domani, appena sveglio. Che poi, vai a sapere, magari è di qualche morto e ci porterà sciagura.» «Ma quale morto…» «E che ne sai, tu? Forse dove hai scavato tu c'è un cimitero antico. Per quanto è brutta non è una cosa che una donna avrebbe voluto tenere in casa» e così via... La mia fantasia di bambino prima e di adulto poi proseguiva di volta in volta complicando a piacimento la conversazione e i suoi possibili partecipanti. Di fatto, sappiamo con certezza che Pietro rese la tavola al suo padrone, tale Giangregorio Falconi. Paolo Amicarelli Fonte: P. Amicarelli, Tabula Anglonensis. Una ossessione di famiglia, Vimercate 2023.

  • Il territorio di Capracotta: periodo normanno

    Il territoro di Capracotta nel Giustizierato Abruzzese Sul finire del secolo XI, e propriamente in febbraio del 1083 un figlio o nipote del precedente donatore Borrello rinnovò la donazione suddetta con un secondo rogito steso «in Sangrum» dove abitava (forse Castel di Sangro) per consenso e volontà espressa dai genitori, e per l'eterno pretesto della redenzione delle anime di tutti e tre. Il donatore però, col nome e con la firma di Vulterius, dette prova di nuova munificenza, accrescendo la dotazione dei monaci di S. Pietro con altre cinquanta modiole (moggia) di terreno nei dintorni di Vallesorda e di un secondo mulino posto al capo di Verrino, con le scoscese terre laterali. L'atto stesso trovasi trascritto integralmente nella storia del Gattola, di cui inserisco la parte testuale più notevole: «In Dei nomine anni sunt millesimo obtuagesimo tertium et die mensis febbruari per indictione septima [...] Ideo me Vulterius filius quidem Borello, qui modo est abitator in territorium Berlentarum in castro de Anglone bona et spontanea et cum bona voluntate et per consensum suprascripti Borrelli genitore meum pro timore Domini et redentione et absoluzione animæ meæ et de genitore et de genitrice meæ [...] dono et trado et iudico et concedo et offero in issa ecclesia Beati Sancti Nicolai, qui est sita in territorio de Anglono, ubi capite de Berrino bocatur, et ad bos Johannes, sacerdos et monacho qui es remita ad populum, qui modo es prior hoc est in primis una ecclesia qua est sita in honore Santi Petri, et quinquaginta modiola de terra et amplius et unum mulinum cum ripibus et cum pertinentiis et cum ipse rebus infra fine de ipsum territorium de Anglone et cum omnia quantum inter se vel supra se habent». L'esistenza di questo secondo molino al pari dell'altro indicato nell'antecedente donazione offre l'indizio certo di vicina popolazione. Ma di questo si ha più chiara conferma nella espressione «tu qui es remita ad populum, qui es prior» che pare debba interpretarsi: "tu che sei l'eremita a capo di questo popolo", popolo si capisce circostante a Capracotta, come poi si desume dalle contestazioni che vennero dopo tra i monaci di S. Pietro ed i nuovi feudatari, moltiplicatisi con lo stendersi dei Normanni nella bassa Italia. Perché è bene osservare che, fin sotto i primi Carolingi, i Duci avevano assunto a programma spiccio il grido amoroso della civetta: "Tutto mio, tutto mio". È chiaro che ai nuovi capi militari di Roberto Guiscardo e di Re Ruggiero bisognava dare un posticino al sole, ed in conseguenza furono, per far loro posto, spezzettate le preesistenti vaste contee, formandone contee minori. Somma parte di quei grossi dominatori di prima dovette piegarsi a mutar bandiera, come al solito, pur di restare nella propria sede al comando delle contee minorate. Il compito di tutti costoro continuò ad essere quello di spillare quanto loro occorreva con balzelli o col trarre militi per le guerresche faziose imprese, tolti alla povera gente da loro assoggettata. Quanto ai bisogni di questa gente la cura ne rimaneva devoluta come sempre a ...quel buon Dio che alla pecora tosata volge in Aprile il mese di Gennaio; e secondo il mantel tarpa al rovaio l'ala gelata... Però nella loro infinita misericordia quei signori lasciarono che i poveri inchiodati nelle loro terre raccogliessero legna secche entro i boschi e pascessero il bestiame nei pascoli e nei campi, ma soltanto pel motivo «ne cives ad arma veniant, nec vitam inermem ducant». E così, siamo d'accordo, nacquero gli usi civici. Così avvenne che anche la vasta contea dei Borrello di Agnone fu suddivisa in quei tempi: ed, atteso che nel nostro territorio i diversi aggruppamenti di popolazione avevan dato luogo alla formazione di vari Casali, fra cui più popolosi si erano andati formando quelli di Macchia, di Vallesorda e di Capracotta, fu presto affibiato a ciascuno di questi un conte o barone o feudatario che dir si voglia, nessuno dei quali però né allora, a quanto pare, né mai concesse l'onore di venire a dividere la inclemenza del cielo, la rigidezza del clima e gli stenti degli abitanti, per cui può dirsi che Capracotta non fu mai propriamente, o almeno interamente feudale. Qualcuno pertanto di quei Signori nostri dovette cominciare forse ad interessarsi un po' soverchio delle percezioni dei monaci di S. Pietro in questo territorio, perché, nel febbraio del 1179, fu intimato: «Domini Gualterio Buddon di Ragone» Signore di Vallesorda; a «Rogerio Mayaer de Palena et Odoni de Pectorano» di comparire innanzi alla Magna Curia, convocata in Isernia da Riccardo de Molisio (che il Gattola giustamente annota essere Riccardo Mandra) «comes et domni regis familiaris» e con l'assistenza di «Raynaldus Dei Gratia Iserniensis episcopus et Robertus Boianensis episcopus», perché ciascuno di quelli «ab omni sæculari conditione liberasse et quitasse ecclesiam S. Nicolai in Vallesurda ed ecclesiam sancti Laurenti in Anglone», e costoro dovettero obbligarcisi. Nuova contestazione sorse in seguito «inter fratrem Roffridum venerabile Præpositum S. Petri de Avellana et dominos de Capracotta de tenimentis et finaitis casalium Vallisurdæ, scilicet et Revellionis, Tancredus videlicet Raynaldus nepos eius, ipsi quantam peciem terræ de Vallesurdæ quam professi sunt se habere in pignore pro quinque solidis». I monaci di Monte Cassino ricorsero all'autorità competente regia o giudiziaria, la quale mandò a derimere la controversia Giovanni Magistro giudice di Capua, il quale ottenne la concordia delle parti, e con scrittura della quattordicesima indizione (non è detto altro) dell'anno 1181 fu stabilito che i domini Tancredi e Raynaldo rendessero ai monaci liberamente le terre usurpate al confine dei casali di Vallesorda e di Revellione ed i monaci fossero obbligati a restituire i cinque soldi. Non mi è riuscito di sapere a quanto potessero equivalere quei quinque solidis per cui quei buoni Signori s'avevano costituito un pegno anticretico sulle terre dei monaci. In quell'atto intervennero quali testimoni con giuramento un monaco pei confratelli «et tres alii legales homines de Vallesurda» che concordemente attestarono come quei signori avevano usurpato quelle terre da quarantasei anni. C'erano dunque tre uomini legali in Capracotta? Credo fossero invece testimoni legati da giuramento. Pochi anni dopo, cioè nel 1189, lo stesso abate Roffrido, preposto al Monastero di S. Pietro, per le loro vestimenta: «Concedimus vobis in perpetuum redditis annuos de herbatico, glandatico et data hominum Vallessurdæ casalis S. Nicolai ecclesiæ quæ cella est ipsius Monasterii S. Petri, ut singulis annis recipiatis et habeatis eos pro supplendo indumentorum vestrorum defectu». Insomma, purché andassero vestiti i monaci, poco importava che non avessero di che coprirsi i fanciulli dei poveri montanari. E la lode ne andò al padre Roffrido «ex mox edenda vero concessione diagnoscitur quam ardens fuerit erga Monachos S. Petri Roffridi abatis Cassinensis studium cum pro illorum vestibus fructus Vallissurde assignaverit». Se non che il venerabile Padre Roffrido col suo zelo, ed i monaci di S. Pietro col desiderio delle nuove sempre e calde tonache, avevan fatto non tanto bene il conto, perché i nostri antenati Capracottesi cominciarono ad opporre qualche difficoltà al pronostico dei frati (sempre insubordinati i nostri compaesani): ne venne fuori una nuova e più larga contesa, che poi fu sedata nel 1294, come faremo parola nel periodo seguente. Anche questi tre ultimi documenti, da me in parte citati, trovansi integralmente trascritti nella Storia del Gattola. Che le terre sottoposte alla Signoria dei Borrello di Agnone fossero andate suddivise nel modo come poco innanzi ho fatto cenno, e che essi, coi propri suffeudatari, fossero tenuti a fornire di milizie il Conte al comando del quale erano soggetti, trovasi documentazione nel "Catalogus Baronum Neapolitano in regno versantium, qui sub auspiciis Guglielmi Cognomento Boni ad terram sanctam sibi vindicandam susceperunt". Di questo notevolissimo documento aveva fatto cenno il Ciarlanti come tema di uno dei discorsi del Duca Ferrante Della Guardia; messo in luce dal Del Re nell'opera "Cronisti e scrittori sincroni Napoletani". Esso fu da vari critici storiografi variamente discusso fino a contestarne lo scopo della crociata bandita da Gregorio ottavo. Per noi è interessante trarne conferma della gerarchia stabilita dai feudatari e più di trovare in esso un ricordo del nostro territorio, dei signorotti alla cui mercè eran posti i nostri lontani progenitori. La sua data attribuita al 1189 non si ritiene certa. A questo punto, per miglior chiarimento, stimo opportuno rammemorare che il nuovo Reame di Napoli, fondato dai Normanni, era stato ripartito da Re Ruggiero in dieci Giustizierati, in ognuno dei quali un vario numero di Contee maggiori racchiudevano antiche Contee o Gastaldati minori; ed infine queste suddivise in Signorie inferiori. Tale fu la nuova e moltiplicata gerarchia feudale ordinata da estranee genti e così funesta ai nostri popoli per la sempre crescente tirannide dei feudatari stessi, tirannide dipinta a vivi colori dal genio di Alessandro Manzoni, illustrata fra gli altri dal Winspeare nella "Storia degli abusi feudali". Della maggiore Contea nella nostra regione (ora Provincia) fu messo a capo (o già vi si trovava forse) quell'Ugo De Molisio o De Molisiis, dal cui cognome sì afferma sia rimasto il segno parlante alla regione stessa col nome di Comitatus Molisii, Contado di Molise. Agli ordini di lui erano soggetti i feudatari degli antichi e suddivisi Gastaldati, fra cui quello di Agnone; nel quale era incluso il territorio di Capracotta. Conviene avvertire che poco appresso, il Contado di Molise fu unito all'Abruzzo per formare il terzo Giustizierato detto perciò Justitieratus Aprutii et Comitatus Molisii, come attesta il Del Re nell'opera citata, capitale Sulmona se non erro. Dagli Svevi, posteriormente, fu staccata dagli Abruzzi ed aggregata al Giustizierato di Terra di Lavoro come emerge dai documenti posteriori. Trascrivo ora quel che è segnato nel Catalogo dei Baroni Napoletani compresi nella circoscrizione ovvero Contea di Agnone, alla cui signoria trovavasi capo Guglielmo Borrello: «Guillelmus de Anglono tenet de Comite Hugono Anglonem, Castellum Judicis et Montemfortem, quod est feudum octo militum, et cum augmento obtulit milites sedecim. Isti tenent de prædicto Guillelmo De Anglono: Tancredus de Civitella et frater ejus tenent de eodem Guillelmo Civitellam quod est feudum duorum militum, et cum augmento obtulit milites quatuor et servientes quatuor. Joczolinus de Caccabone tenet Caccabonem quod est feudum duorum militum et cum augmento obtulit milites quatuor et servientes quatuor. Robertus De Maccla et frater ejus tenent Macclam, quod est feudum unius militis. Gentilis Senebaldus tenet Castellum novum [Castelluccio in Verrino?] quod est, ut dixit, feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos et servientes duos. Gualterius Baronus tenet Castellum Larronem [Castelbarone] quod est ut dixit, feudum unius militis et cum agumenti obtulit milites duos et servientes duos. Robertus de Guasto tenet Guastum quod est ut dixit feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos. Gualterius Bodanus [o Budonus] tenet Capram cottam, quo est feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos et servientes duos. Una sunt de propriis feudis servitii prædicti Guillelmi de Anglono milites octo et cum augmento miltes sedecim. Una tam demaniis quam servitiis milites trigintaduo et servientes trigintaduo». In questo elenco son designati dunque ben sette suffeudi nella circoscrizione di Agnone. Fra questi Capracotta sotto la tutela ognora di Gualtieri Budon o Bodano o Budone; la Macchia a Roberto, non meglio identificato; e Monteforte con Castel del Giudice allo stesso Guglielmo Borrello, forse per mancanza di concorrenti. Si rileva che la Civitella, Castel Barone, Castelluccio erano pure casali abitati da offrire un certo contingente di leva; ma si argomenta pure quanto scarsa doveva essere in ciascuno la popolazione, per cui s'era dovuto spremere una seconda leva per sopperire alla deficienza dei militi e degli inservienti richiesti da Ugone. Questi servientes erano gli addetti ai servizi sussidiari, le salmerie cioè, l'assistenza sanitaria, la cura del vettovagliamento, dei cavalli della cucina ecc. Costoro non portavano armi. Militi si consideravano coloro che essendo validi alle armi possedevano un cavallo ovvero erano in grado di acquistarne. Si argomenta altresì che se veramente quello fu un appello di milizie destinate alla spedizione in Terra Santa per la terza Crociata, sei o sette soldati Capracottesi concorsero «il gran sepolcro a liberar di Cristo» conseguendone null'altro che la gloria di militi ignoti. Quanto a Gualtieri Budone o Bodano, nonostante la rassomiglianza del cognome e la rima con quello del connazionale condottiero celebrato dal Tasso, e così pure a Guglielmo d'Anglone ed a Roberto De Maccla non vi fu chi li considerasse «di poema degnissimi e di storia» e non se ne parlò più. Però la discendenza dei Borello pare non andasse spenta con lui e sopravvivesse invece in quel Bonifacio e in quel Giordano D'Anglona, legati ai ricordi storici di Federico di Svevia e di Manfredi. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Polvere di cantoria: il fondo organario di Capracotta

    Se si desidera sapere se un regno è ben governato, se la sua morale è buona o cattiva, la qualità della sua musica fornirà la risposta. [Confucio] Con il termine "fondo organario" si intende la dotazione di organi a disposizione di una comunità, di una chiesa, di una cittadina. Va ribadito che, secondo alcuni specialisti, il temine "organo" deve intendersi riferimento esclusivo dello strumento dotato di canne ed alimentato ad aria mentre gli strumenti elettronici debbano essere definiti "elettrofoni" e/o "tastiere elettroniche". Sovente gli elettrofoni ad imitazione degli organi vengono usati ove non sia possibile l'installazione di uno strumento effettivo o per ragioni di spazio o mancanza di fondi per l'acquisto o per il restauro dell'organo maggiore. Nella lingua italiana il sostantivo "organo" è di genere maschile come anche orgue in quella francese. In inglese organ è neuro mentre in tedesco orgel è femminile. Negli archivi dei comuni, delle confraternite e delle chiese in genere vengono sempre conservati documenti circa la commissione alla costruzione degli strumenti relativi, o agli interventi di restauro, manutenzione ed ampliamento. Allo stato attuale tutto questo non risulta presente nei vari archivi sul territorio di Capracotta. Incuria o atti di "svecchiamento" hanno forse portato a tutto ciò non escludendo neppure le devastazioni derivate dall'ultimo evento bellico. Va sottolineato che nei tempi passati la realizzazione di uno strumento era un vanto per la comunità di appartenenza, ne aumentava la coesione durante le funzioni sacre e patrimonio da trasmettere alle generazioni future. I tempi moderni, in certi territori (e cervelli!), hanno invece identificato gli organi come qualcosa di clericale, vetusto, a volte simbolo dell'oppressione verso la povera gente, al massimo apparati decorativi. Roba da svecchiare per avvicinare i "cciovanih". La decadenza si avverte anche negli ambienti laici: a tutt'oggi Roma è l'unica capitale al mondo il cui auditorium sia sprovvisto di organo, ed altri auditoria italiani non sono da meno. Il trionfo dell'effimero e del relativismo prevale e cosi i fondi da reperire e dedicare ogni tanto o in piccola parte per la conservazione e costruzione di patrimoni artistici finiscono «nel fumo degli spari» e in «bande spesso negazione dell'armonia», come scrisse Luigi Campanelli ne "La Chiesa Collegiata di Capracotta". Ma tale pratica viene da lontano: papa Pio IX preferì destinare i fondi reperiti da una gigantesca colletta per la costruzione del monumentale e grandioso organo Cavaillé-Coll da collocare in controfacciata della Basilica di San Pietro al rifacimento del pavimento della basilica stessa... Iniziamo allora un'immaginaria passeggiata lungo le strade di Capracotta. Santuario di S. Maria di Loreto Il fondo musicale era costituito da un pregevole strumento databile tra il XVII-XVIII secolo e situato in una cantoria lignea "al piano", nel transetto della chiesa sul cornu Epistulæ. Una balaustra lignea proteggeva la cantoria e la consolle mentre il prospetto era a tre campate di canne di mostra con la campata centrale sormontata da un arco ligneo a tutto sesto. La canna maggiore era lavorata a sbalzo con nervature laterali in diagonale. Lo strumento risultava funzionante fino a poco prima dell'ultima guerra poi il degrado fino al suo smantellamento. Nei primi anni '80 una decina di canne residue giaceva nella canonica insieme alla registriera e quando il sottoscritto, studente in organo, cercò di avvicinarsi per visionarle, fu aspramente rimproverato: non dovevano essere toccate: alcuni "scienziati" mi spiegarono che erano necessarie per rimontare l'organo! Non mi spiegarono però dove avrebbero reperito le altre 400/500 necessarie: forse da una miracolosa gemmazione dopo semina nel "campo dei miracoli" di collodiana memoria, facendo poi risorgere come una fenice il materiale ligneo dalla cenere dei focolari. Tuttavia questo giovane incompetente, avvicinatosi di soppiatto, sottrasse alcune "sementi" per riparare l'organo della Chiesa Madre con materiale originale. Oggi alcuni frammenti di quel pregevole capolavoro rivivono nel Principalone e una piccola canna di flauto svetta sulla mia libreria davanti ai testi di organaria. Chiesa di S. Antonio di Padova Svettante su una cantoria lignea facente corpo unico con l'altare maggiore, l'organo della fabbriceria Galasso di Napoli venne costruito intorno alla seconda metà del XIX secolo, come desumibile da una targhetta posta sulla consolle. Non è da escludere una origine più antica - da rivalutare durante un eventuale restauro - e che la bottega Galasso abbia riallestito ed ampliato. La struttura fonica è tipica dell'organo italiano che dal XVI secolo fu mantenuta fino alla fine dell'800. La facciata è a tre fornici a cuspide con bocche allineate nella centrale. Risulta funzionante fino al primissimo dopoguerra e dispone di nove registri: Principale Ottava XV XIX XXXII XXIV XXIX Voce umana Flauto (VIII o XII) Contrabassi perennemente uniti al manuale con regale fisso (scopina); manuale di 50 note con prima ottava corta e pedaliera unita alla prima ottava del manuale; alimentazione fornita da due mantici a cuneo azionati da stanghe. Alcune canne di facciata vennero rimesse in forma alla bell'e meglio dallo scrivente che, nei primi anni '80, le raccolse dal pavimento della cantoria ove giacevano calpestate, mentre alcune risatine di compiacenza facevano da "supporto" a chi si divertiva a "perdere tempo". Attualmente la fonica è fornita da un elettrofono Viscount ad unico manuale e senza pedaliera. Chiesa di S. Vincenzo Non risulta mai essere stata dotata di fondo organario. Chiesa di S. Giovanni Battista La lunetta che sovrasta il cornu Evangeli dell'unica navata e a cui si accedeva dalla sacrestia è la balconata della antica cantoria che con molta probabilità ospitava un organo di cui non si ha alcuna notizia. L'attuale cantoria, che sovrasta in controfacciata l'ingresso, ospita un armonium anni '60-'70 a tastiera doppia stile organo jazz, alimentato da soffiatore elettrico e con pedaliera di una sola ottava. Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta La scheda dell'organo maggiore, il Principalone, e la sua storia sono già stati trattati a parte e a breve il secondo capitolo dell'avventura per il suo restauro. Come riportato dal Campanelli, anche nella chiesa rinascimentale era presente un organo «parte dorato», di cui probabilmente una parte della fonica potrebbe essere stata inglobata nel Principalone, cosa che avveniva con una certa frequenza. Basti pensare che i penultimi restauri del monumentale organo della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi hanno messo in luce le canne dell'antichissimo Blockwerck medievale, riutilizzate in una sezione del poderoso strumento chissà in quale epoca. Era presente anche un secondo organo settecentesco sito nella cappella della Congregazione della Visitazione e Morte, del tutto simile allo strumento della Chiesa di S. Antonio, le cui canne metalliche sono ancora gelosamente custodite. Il somiere maestro a tiro venne da me reperito in un magazzino della chiesa poco prima dei restauri dei primi anni '80 ed oggi risulta purtroppo disperso. Potrebbe essere uno spunto per una sua eventuale ricostruzione. Nei primi anni 2000 l'associazione "Amici della Musica" ha fatto dono alla parrocchia di uno strumento elettronico campionato della fabbrica olandese Johannus, al fine di ampliare le possibilità esecutive della chiesa, limitate dalla struttura settecentesca italiana del pur pregevolissimo Principalone. L'organo Johannus consente di poter eseguire musica dal Rinascimento ai nostri giorni programmandolo con temperamento antico e moderno e con fonica barocca, romantica e sinfonica, con 36 registri disposti su due manuali di 61 note ciascuno e pedaliera di 30 note. Se fosse reale disporrebbe di oltre 2.000 canne. La possibilità di interfaccia con computer tramite opportuno programma consente di suonare utilizzando le "voci" dei più celebri organi di tutte le epoche (sistema Hauptwerck). Un lascito preziosisimo insieme all'organo maggiore, recentemente restaurato, verso chi volesse intraprendere lo studio di una letteratura e di uno strumento ancora tutto da scoprire. ...fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza... [Dante, Inferno, canto XXVI] Francesco Di Nardo

  • Il territorio di Capracotta: periodo degli Svevi

    Il territorio di Capracotta nel Giustizierato di Terra di Lavoro Come ognuno sa il periodo di dominazione degli Hohenstaufen, ai quali si prostrarono poeti e prosatori, storiografi e giuristi, lasciandone parole di encomio come iniziatori di una nuova civiltà fu un periodo turbolentissimo in Italia, specialmente meridionale, nei contrasti del Papato e dell'Impero. Assai tribolato ne restò il nostro Contado di Molise, sballottolato fra le lotte e l'antagonismo di coloro che, mandati a difendere, ovvero col pretesto di sostenere, chi la causa del Papato, chi quella dell'Impero, pensavano in fondo al proprio tornaconto, dispostissimi a mutar vela secondo il vento. Il Muratori nei suoi Annali riassume la cronaca di questi eventi; ed il Ciarlanti, nelle Memorie storiche del Sannio, dà un ampio quadro delle schermaglie intese all'accaparramento di buone parti della nostra Provincia. È singolare però che di quel periodo non resti documento che riguardi direttamente il nostro territorio, il nostro paese; solo indirettamente ne abbiamo indicazione quale parte della Contea d'Agnone tolta ai Borrello come rilevasi nella cronaca "De rebus gestis Federici II Imperatoris, eiusque filiorum ab anno 1210 usque ad 1258" nell'accenno «Acciditi quod quidam de Dominis Anglonis Burrellus nomine, cui Princeps ipse quantam terram qua iuxta fuerat per Imperatorem privatus gratiose restituit» nel quale bisogna considerare che un Borrello dei Signori di Agnone, privato già dall'Imperatore (Corrado IV) della signoria di alcune terre, ne otteneva la restituzione dal principe (Manfredi) per mezzo del legato del Papa, insieme al conferimento delle Contee di Lesina e Montesantangelo, come si legge nel seguito di quella cronaca. Ma forse giungeva tardi la restituzione della signoria delle terre di Agnone, come si avvertirà qui appresso. Dalla serie dei giustizieri poi si rileva che intorno al 1220-21 il Contado di Molise, e con esso il nostro territorio, fu distaccato dal Giustizierato degli Abruzzi ed unito a quello di Terra di Lavoro. Ma quel periodo che va fra il declinare della dominazione Sveva e il sollevarsi di quella Angioina persiste sempre fra i più confusi ed oscuri in ogni memoria delle nostre contrade. L'odio spiegato dai Sovrani Angioini contro tutto ciò che era appartenuto alla dinastia Sveva; e più di ogni altro la distruzione portata nel grande Archivio di Stato del Regno di Napoli, durante le varie rivoluzioni, han fatto perdere un'infinità di documenti. Due altri storici avvenimenti in quel periodo, ossia in tutto il 1200-300, vennero fuori e dilagarono in tutta Italia, turbando la tranquillità delle popolazioni, troncando in tutto il mezzogiorno d'Italia ogni allettamento ad un progrediente svolgersi di vita sociale, agli studi, alle arti, alle industrie. Prima la larghezza invalsa di far concessioni ai grandi feudatari non più di un solo feudo ma di parecchi e spesso in punti svariati e lontani, onde nessun legame durevole veniva a stringersi fra signore e popolo suo soggetto, il quale perciò tutto doveva dare senza mai nulla ottenere. Poi il sorgere dei Capitani di ventura e delle loro compagnie mercenarie cui era facile via la rapina. A tutti poi aperto il campo agli arbitri ed ai soprusi. Ecco perché le nostre contrade fino alle Calabrie estreme, restarono tanto indietro alle altre più a nord in ogni ramo, dell'umana attività. Ecco perché tanto buio nelle memorie di quel tempo. Allorché i Conti Borrello furon privati della signoria di Agnone e con essa del nostro territorio, altri eran subentrati in esso, non si sa se per concessione dell'impero Svevo, se per prepotenza, ovvero se per influenza di più potenti feudatari od avventurieri che con l'ardimento s'impadronivano di vasti possedimenti senza renderne conto a chicchesia. Qui è opportuno ricordare che appunto nei nostri dintorni ebbero culla, svolsero le loro gesta ed ingrandirono i Caldora, intesi poi a sostenere dinastie straniere contro altre, ribadendone la tirrannide ed impadronendosi di quanto veniva loro fatto. Diversi indizi si hanno che un loro fido avesse assunto la giurisdizione feudale di Capracotta un Andrea d'Ebulo, il cui nome si andò ripetendo d'avo in nipote per parecchie generazioni, fin dopo che uno di essi ottenne formale investitura dei feudi del nostro agro da un Re Aragonese. Un cenno ce ne viene tramandato nei celebri Diurnali di Matteo Spinelli, il quale narra che, in seguito all'appello proclamato da Manfredi ai Baroni nel 1261 perché lo raggiungessero all'accampamento verso Frosinone, esso Spinelli seguì Iozzolino della Marra da Barletta, e, percorsa la Capitanata, traversarono in Agosto il Molise, incontrandone parecchi Baroni, fra i quali ad Isernia «Messer Andrea d'Ebulo, Messer Bernardo Carbonara e Messer Cola de Monte Agano tutti tre Baroni d'Abruzzo» egli dice che portavano 25 cavalli. Se si consideri a questo punto l'attestazione dello Spinelli che il Conte di Molise aveva la sua vasta Signoria fino a Boiano e che Bernardo Carbonara era Signore di Agnone, come Messer Cola lo era di Montagano; che da altre Cronache si desume come a Trivento imperasse Guglielmo d'Eboli, un'altra d'Eboli a Carpinone, Raimondo di Maleto a Castrogirardi, i Caldora a Casteldelgiudice, che per lo Spinelli tutti questi luoghi e persino Gambatesa, erano Abruzzo (come del resto anche pei Pugliesi generalmente d' oggidì), si può trarne la dimostrazione per absurdum (secondo l'espressione dei vecchi insegnanti di Geometria) che l'Andrea d'Eboli avesse già ghermita la signoria di Capracotta. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Amici, romani, concittadini... italiani!

    Ricordate quei lunghi pomeriggi spesi ad inventarsi declinazioni e costruzioni, nella vana speranza di venire a capo di una versione latina non contemplata da nessun Bignami o traduttore? Avete presente quelle vacanze passate in compagnia di Cicerone, Sallustio e Catilina (al posto della vostra compagna di classe di cui eravate perdutamente innamorati) per presentarsi poi agli esami di riparazione, i primi di settembre, in arretrato di salsedine e con un desiderio d'estate pressoché inalterato da giugno? Io sì, ma questa è un'altra storia... Ebbene, quest'appello è per voi tutti, o nostalgici dei banchi di scuola, e per voialtri che ancora li scaldate (considerate la vostra fortuna!): date una spolverata al vostro Castiglioni-Mariotti o qualsiasi altro laterizio voi abbiate usato negli anni di liceo (o tuttora usiate) per tradurre Cornelio Nepote & Co. E sapete perché? Perché è di imminente uscita la mia guida turistica "Roma antica a fumetti" per i tipi di Vision s.r.l. interamente in latino. E già... con oltre 20.000 copie già vendute e dopo le richiestissime versioni in spagnolo, inglese, tedesco, francese, russo e olandese è ora di prossima pubblicazione quella nella lingua più antica della Penisola, che tutti considerano morta (intendo l'idioma, non certo l'italico suol...) ed è invece più viva che mai! A breve verrà fornita tempestiva comunicazione su ora, data e luogo della presentazione ufficiale. Per il momento, vi basti sapere che proprio dalla Città Eterna partirà un Magnificum Iter promozionale che toccherà alcune tra le più importanti città del mondo, di cui Roma, si sa, rimane sempre l'ombelico. San Paolo, Karachi, Kinshasa, Helsinki, Tokio, Parigi, Capracotta, Buenos Aires, Pinerolo, Santa Maria Capua Vetere, New York, Detroit, Pescasseroli, Genova, Dublino, Broni, Nuova Dheli, Pietra Ligure e Cefalù sono solo alcune tappe del tour. Ad ogni incontro, solo per i primi che arriveranno e comunque fino ad esaurimento scorte, verrà offerta una fumante zuppa d'orzo e fagioli, il mitico pranzo dei gladiatori, accompagnata da sanguinella, cedrata, ginger o chinotto, a scelta. Per ora non aggiungo altro tranne l'invito, qualora foste interessati, a visitare il sito della casa editrice Vision s.r.l.: qui potrete vedere in anteprima alcune pagine della suddetta guida nonché della successiva "Pompei - Tra passato e presente", sempre da me firmata. I granelli di sabbia che troverete tra le pagine del vostro dizionario non saranno più quelli dei Bagni Pirata ma arriveranno direttamente dall'arena del Colosseo! Maurilio Tavormina Fonte: https://iltavo.blogspot.com/, 13 dicembre 2011.

  • Il professor Peppino Di Lullo

    ...stimerò il mio Maestro di questa arte come mio padre... [Ippocrate di Kos, "Giuramento antico", V sec. a.C.] «Ma tu, come fai a sapere tutte queste informazioni? Dove le trovi?». Ricordo il suo sguardo curioso, la voce decisa e impostata dall'insegnamento e dallo studio del canto, mentre sul viso si stampava il perenne gioviale sorriso del Maestro che si compiace nel vedere la passione e l'amore per l'arte crescere in un suo allievo, con una mano che mi afferrava un braccio e l'altra aperta e agitata per sottolineare l'intensità della frase. Da giovane organista ero, come oggi, perennemente affamato di notizie e concetti su questo meraviglioso strumento e, appena possibile, ero ansioso di comunicargli tutto come per una inconscia necessità di approvazione. Parimenti sottoponevo alla sua autorevolezza ogni impressione e notizia sul "Principalone" di cui era stato per tantissimo tempo titolare e custode. Giuseppe Di Lullo nasce il 21 novembre 1930 a S. Nicandro Garganico (FG) da famiglia capracottese e, pur se destinato, come da tradizione artigianale, alla professione di calzolaio, manifesta fin dalla tenera età una naturale e talentuosa predisposizione per la musica, diventando a 13 anni primo clarinetto della banda del paese sotto la guida del m. Mastrovalerio, suo primo mentore. Purtroppo, come avveniva in quei tempi, la musica era ritenuta "roba da ricchi", tutt'al più un passatempo, e i contrasti famigliari furono molti e anche duri, pur se supportato dallo stesso m. Mastrovalerio che, al riguardo, ebbe una furibonda lite con il papà Domenico. Il ritorno a Capracotta dopo la Seconda guerra mondiale non interrompe questa passione: è inseparabile dai suoi libri e il dono di un violino contribuisce ad aumentare la voglia di studiare. Da lì la partecipazione a dei veri e propri pomeriggi musicali presso l'abitazione della maestra di pianoforte Luisetta Falconi Panà, insieme ad altri giovani, e in presenza di don Nicola Angelaccio, arciprete della Collegiata, che lo spinge ulteriormente allo studio. Consegue così il diploma in Solfeggio e il diploma in Pianoforte complementare per compositori. Si dedica anche allo studio della fisarmonica, strumento aggregativo, ed approda nel 1960 all'insegnamento apprendendo sul campo la didattica verso i giovani. Si abilita così all'insegnamento dell'educazione musicale ed ottiene l'autorizzazione a svolgere la professione di maestro direttore di banda, regolarmente iscritto all'associazione professionale. Il suo caratteristico metodo di insegnamento accende gli animi degli studenti che, con entusiasmo, continuano la frequenza musicale scolastica anche negli anni successivi laddove era facoltativa. Il prof. Lucio Venditti ricordava come, durante le sue lezioni di canto agli studenti, una folla si radunava sotto le finestre delle aule per ascoltare i ragazzi nei canti a più voci. Nasce da queste esperienze nei primi anni '70 il "Coro Montecampo" da lui diretto. Si dedica anche alla raccolta di brani popolari da inserire nel repertorio e degli stornelli capracottesi da lui trasformati in vere e proprie canzoni popolari come la celebre "Aria di Capracotta". Da ricordare il sodalizio musicale e di amicizia fraterna con il m. prof. Vincenzo Sanità che lo coadiuvava alle tastiere ma anche con Serafino Trotta, dalla notevole sensibilità musicale e dotato di una splendida e potente voce tenorile. In tutta la sua permanenza a Capracotta fu anche il titolare dell'organo "Principalone" della Chiesa Madre Collegiata curando particolarmente l'"Oratorio di Natale" ed inserendo di suo pugno i versetti d'organo della Messa e della "Ninna nanna", composti sfruttando le caratteristiche peculiari dello strumento a lui affidato. Aggiungo che la stessa sua armonizzazione dell'Oratorio risulta specifica ed esclusiva per il "Principalone": più volte, sollecitato da amici e compaesani, ho dimostrato personalmente come tali brani da lui elaborati risuonino unici e caratteristici solo sull'organo della Chiesa Madre o su strumenti della stessa foggia. Quindi anche una perfetta conoscenza delle possibilità foniche del "suo" strumento, cosa rara. Molte le occasioni liturgiche con lui al violino e il prof. Sanità all'organo. La sua passione per la banda resta immutata: composizioni e adattamenti eseguite in innumerevoli occasioni ma anche brani per pianoforte, arpa e strumenti a fiato. Resta incompiuto un metodo di divisione e lettura simultanea delle chiavi musicali. Il 19 febbraio 2011 un punto coronato si disegnò sull'ultima nota... Questo per la biografia ufficiale ma ora il "mio" professor Peppino. Se esiste un qualche "responsabile" che mi ha spinto allo studio dell'organo o che ha fatto nascere in me la passione per questo strumento, nell'elenco ai primi posti spicca il nome di Giuseppe Di Lullo. I miei primi ricordi sono di messe natalizie seduto in navata sulle ginocchia di mamma che, pianista, mi spiegava, per quello che potevo capire, le varie parti della funzione cantata mentre il mio naso gelato puntava fisso verso la cantoria, una soffitta dei misteri, dove la severa mole del "Principalone" magistralmente azionato dal professor Peppino riempiva i miei pensieri. Da chierichetto mi trattenevo il più possibile ad ascoltare le prove mentre, nella chiesa semibuia, preparavamo per la veglia di mezzanotte e ricordo anche la sua voce rimproverare costantemente i soprani per la esecuzione errata del "Laudamus Te": quando le abitudini dei coristi vanno avanti la concentrazione! Anni dopo da organista avrei affrontato la stessa arrabbiatura ma non avevo lo stesso "stile": allora mi fermavo e cercavo di ricordare cosa avrebbe fatto lui. Le recite scolastiche cantate erano uno spasso. Le prove venivano svolte nel salone superiore dell'asilo dove le suore custodivano un armonium ed erano pomeriggi di canto e di occhi che guardavano (rubando) le sue mani sulla tastiera: agilità nascosta nelle falangi incoppate, cioè raccolte per ergonomia dei movimenti (tecnica derivata da Bach) ed il vezzo elegante di alzarle chiudendole e ruotandole lievemente al termine del brano. Ci rammentava, ridendo e sottolineando i punti su cui fare attenzione, che si sarebbe messo accanto un cesto di pomodori da usare nell'esibizione reale lanciandoli ad ogni "stecca": non abbiamo mai sbagliato e non per i pomodori ma perché era riuscito a sottolineare mentalmente un punto su cui concentrarsi. Questa una piccola briciola della sua didattica. Da giovane studente di organo non perdevo una singola occasione per fermarmi in cantoria: imparai così vari trucchetti esecutivi come l'uso del pollice nell'accordo di VII. Le "pause predica" durante le lunghe messe solenni le sfruttavamo in chiacchierate nell'atrio del sottotetto: lezioni e risate, concetti musicali e scherzi. Curioso il suo modo di parlare contraendo lievemente il labbro superiore come suonando un invisibile clarinetto. La tradizione voleva che gli auguri del coro e del personale officiante e di qualche fedele venissero scambiati al termine della messa all'uscita della sagrestia che faceva da atrio alle scale dell'organo. L'ultimo a scendere era sempre l'organista ma in una occasione il Professore tardava a scendere. Arrivò, ma zoppicando e sorreggendosi un ginocchio a causa di una rovinosa caduta per le ripide scale della cantoria. Lui stesso, a distanza di tempo, mi raccontava dei postumi di quella addirrupàta: da quel momento presi seriamente in considerazione una seria ristrutturazione dei pericolosi e ripidi gradini lignei, cosa che avvenne in concomitanza degli ultimi restauri. Da apprendista provvedevo all'accoglienza: cioè i momenti di organo che precedono la funzione mentre i fedeli cominciano a riempire le navate. In una di queste occasioni prima di una solenne di Natale con il coro già pronto stavo preludiando ma la campanella della funzione squillò e il Professore non era ancora salito! Non potei fare altro che attaccare l'introitus della messa e durante la cadenza finale voltandomi lo vidi arrivare. Mi accinsi a cedere velocemente il posto per il Kyrie ma lui con un sorriso mi fece il gesto di continuare tra lo stupore dei coristi. Avevo 15 anni! Potrei ricordare ogni secondo di quel Kyrie con i capelli dritti e il fiato trattenuto per la concentrazione. Ma sentivo costantemente la sua mano sulla spalla a darmi coraggio. Al momento di cedere il posto per il Gloria non fu necessario aiutarmi a scendere dalla panca: galleggiavo! Bastò spingermi di lato leggermente. Il mio battesimo da organista alla messa di Natale! Oggi sono sempre più portato a pensare che lo abbia fatto di proposito. Dalla sua voce appresi la storia della composizione dei versetti d'organo dell'Oratorio di Natale come anche di tante storie ed aneddoti nati nella cantoria. Interessante la sua elaborazione all'organo di "Alla fredda tua capanna" di Zimarino, dove faceva uso dei bassi al pedale come per una esecuzione in stile bandistico: Serafino ed io continuavamo a prendere silenziosi appunti e poi insieme cercavamo di ricostruire il tutto qualche giorno più tardi. Anche da organista titolare e poi titolare di cattedrale non ho mai perso occasione per cercare il suo sostegno e la sua approvazione, riportare notizie ed apprenderne di nuove, cosa che avvenne anche durante la campagna per il restauro dell'organo, ed era un piacere incontrarlo per il Corso sottobraccio al prof. Vincenzo Sanità, anzi una festa! Il tempo è passato, così altre sono le consoles e le cantorie. Ma prima di ogni funzione ancora oggi ho la sensazione di quella mano sulla spalla. Grazie Professore... anzi: "Grazie Prussò!"... Francesco Di Nardo

  • Fonte sacra

    Sola, la fonte gorgoglia nella notte calma, riempie uguale il grembo muschioso mentre il buio avanza nero per la campagna. Fluidi nastri d'argento escono dalla sua bocca, ma un colpo di vento li rompe, li riduce in schegge di luna sparse nell'oscurità. Poi torna a mormorare il docile canto nell'ora più tarda. Domani sarà fonte comune per bocche assetate, incontro di vite pellegrine, generosa offerta a chi saprà ascoltarla. Flora Di Rienzo

  • Addio a Pettinicchio: si è spento il padre del caseificio pontino

    Un uomo che si è fatto da solo, un esempio di come partendo dal basso, ma armati di caparbietà, amore per il proprio lavoro e una famiglia unita, si possa arrivare a costruire un impero. Domenico Pettinicchio è stato tutto questo, una delle icone pontine del self-made man, uomo che ha dedicato la sua vita alla produzione casearia e che iniziando da una piccola bottega è arrivato a far risuonare il nome della sua famiglia in tutta Italia. Ed è per questi motivi che la sua scomparsa lascia un grande vuoto in tutta la città e in tutta la provincia di Latina, oltre che nella sua amata famiglia e tra tutti i suoi cari. Domenico Pettinicchio si è spento lo scorso 24 dicembre, all'età di 93 anni. La sua storia è una di quelle che devono essere tramandate e rimanere impresse nella mente, perché sono parte integrante di un territorio che deve la sua crescita a figure di questo calibro, a persone che ci hanno creduto, investito e messo la firma. Nato a Capracotta, in Molise, Domenico Pettinicchio è arrivato a Latina nel dopoguerra ed è proprio nel capoluogo pontino che aprì la sua prima bottega insieme al padre Pasquale, di cui ha conservato il nome per il brand anche quando quella piccola bottega era ormai diventata un grande centro di produzione che riforniva le famiglie di tutta Italia. Infatti, l'attività di famiglia si è nel tempo trasformata nell'imponente stabilimento di Tor Tre Ponti, centro di produzione di una gamma di prodotti tra i più apprezzati del settore caseario in tutta la Nazione. Tanto amore per la tradizione e per il proprio lavoro, si diceva, ma anche uno spirito imprenditoriale raro e una spiccata capacità di riuscire ad emergere in un mercato importante, quale quello agroalimentare, grazie soprattutto alla sua attenzione per la qualità, che veniva prima di tutto, anche degli affari e dei guadagni, motivo per cui i suoi prodotti hanno fatto breccia in tantissime famiglie. Il grande intuito imprenditoriale si è riflesso anche nell'avvio dell'attività agricola e di allevamento, con nuove aziende sempre nel territorio pontino. Un uomo che sapeva sempre cogliere il momento giusto per offrire il meglio che poteva. Domenico Pettinicchio lascia la moglie Franca, i tre figli Pasquale, Stefania e Luca e i nipoti. I funerali saranno celebrati questa mattina, alle 10:30 presso la chiesa dell'Immacolata. Fonte: Addio a Pettinicchio. Si è spento il padre del caseificio pontino, in «Latina Oggi», XXXVI:355, Latina, 27 dicembre 2023.

  • Antiche tradizioni natalizie capracottesi

    Nel mettere a posto, ho ritrovato degli appunti che aveva scritto qualche anno fa mia madre, Rosa Sammarone D'Andrea, su richiesta di mia figlia per una ricerca scolastica su antiche tradizioni natalizie: Il ceppo di Natale Durante il periodo natalizio i miei nonni mi raccontavano sempre alcune belle storie davanti al camino. La vigilia di Natale c'era l'usanza di regalare un ciocco di legna a parenti o amici. Il ceppo, grande e di legno ben secco, doveva ardere nel camino per l'intera notte fino alla mattina di Natale perché, secondo una leggenda, aveva il compito di riscaldare ed illuminare l'ambiente preparando la venuta di Gesù. Dare o ricevere il ceppo di Natale era considerato un segno di rispetto e di affetto da parte delle famiglie e perciò esso veniva trattato come "uno di famiglia" a tal punto che durante il cenone della Vigilia, le portate, che non erano così ricche come oggi, venivano fatte "assaggiare" anche al ceppo! Quando esso gradualmente si spegneva, veniva recitata una preghiera di ringraziamento. Alla messa della Vigilia La mamma preparava per noi bambini un fazzoletto di stoffa con dentro una mela, un'arancia, qualche castagna, fichi secchi e, se c'erano, anche dei torroncini. Appena suonava la campana che annunciava la nascita di Gesù, scartavamo il nostro "pacchetto" e mangiavamo il contenuto in chiesa. All'uscita tutti intonavamo "Tu scendi dalle stelle". Lorella D'Andrea

  • Polvere di cantoria: Stille Nacht

    Fin da quando ne abbia memoria, il momento dell'elevazione della Missa temporis Nativitatis di Capracotta veniva rigorosamente e dolcemente sostenuto dall'esecuzione al Principalone di "Astro del Ciel" ("Stille Nacht"), tradizione rigorosamente rispettata dal m. prof. Giuseppe Di Lullo e poi da lui trasmessa a Serafino Trotta e al sottoscritto. Utilizzando i registri più dolci, a una prima esposizione del motivo manualiter seguiva una risposta con aggiunta del basso al pedale fino alla proclamazione del Pater Noster. Oggi questa tradizione è stata soppressa per un più alto rispetto del momento legato alla transustanziazione, portando, se possibile, la melodia al momento dell'offertorio. Personalmente, insieme a "Alla fredda tua capanna" di Zimarino la ritengo parte integrante dell'oratorio capracottese di Natale. Ma quale misteriosa narrazione si nasconde dietro questa semplice e pur affascinante composizione? Storia, musica e leggenda si fondono in un commovente e dolce racconto. Il testo venne elaborato in forma di semplice preghiera, da recitare durante la notte di Natale, dal viceparroco di Mariapfarr, un paesino poco distante da Salisburgo: il pio e caritatevole Joseph Mohr (1791-1848) fu ispirato forse anche dalle decorazioni dell'altare maggiore, dove campeggia un Gesù bambino ricciolo biondo la cui figura ricorre nel testo. Era il 1816. Nel 1805 le guerre napoleoniche erano state devastanti per quei territori: la zona, fino a quel momento indipendente e per secoli governata da un arcivescovado, aveva subìto anche un cambio di governo e di confine. L'economia locale, basata sul commercio del sale tramite il fiume Salzach fino al Danubio, era stata sconvolta e devastata. Inoltre l'eruzione del lontano vulcano Tambora aveva temporaneamente modificato il clima: il 1816 viene ricordato come un «anno senza estate». Quindi anche alluvioni e carestia. In questa tragedia, con la Restaurazione e il Congresso di Vienna si sentiva bisogno di pace, serenità, uguaglianza e speranza per il futuro: ecco la genesi del testo in tedesco. Dopo quel Natale la preghiera fu riposta in un cassetto fino a quando il rev. Mohr venne trasferito poco distante, ad Oberndorf presso la Nicolaikirche. Si narra che alla vigilia di Natale del 1818 l'organo della chiesa fosse in avaria a causa dei topi: organari e organisti sanno bene che questi roditori amano rosicchiare le canne metalliche richiamati dal sapore dolciastro dei sali di piombo uno dei costituenti dello "stagno" organario, come anche magicamente attratti dalle finissime impellature dei mantici. Altre fonti parlano di un'avaria causata dallo straripamento del fiume Salzach. Fatto sta che l'amico organista della vicina frazione di Arnsdorf bei Laufen e maestro di scuola Franz Xavier Gruber (1787-1863), giunto in aiuto, sfruttando quello che funzionava dell'organo ed una chitarra, compose in poche ore una melodia su cui adattare la preghiera del rev. Mohr. La notte di Natale del 1818 le volte della Nikolaikirche di Oberndorf risuonarono delle note di "Stille Nacht". Mohr con la voce tenorile e Gruber da basso insieme al coro, davanti all'altare maggiore ed accanto al presepio. Al quel tempo la tradizione dell'albero di Natale non era ancora diffusa nell'Europa centrale, cosa che avvenne a partire dalla metà del XIX secolo. Le case venivano adornate con rami di conifere e, prima di recarsi alla messa di mezzanotte, benedette con l'incenso stanza per stanza, stalle comprese. Suggerisco una lettura della traduzione del testo originale ma anche dell'ascolto in lingua tedesca della melodia per afferrare al meglio la sequenza simbolica di sillabe e note. Il brano, semplice ed orecchiabile, fece immediatamente presa sulla popolazione e venne "raccolto" dall'organaro tirolese Carl Mauracher, forse da quelle parti proprio per riparare i danni dell'organo. Fu così che venne diffusa alle popolazioni del Tirolo e, successivamente, diventata repertorio dei gruppi di canto folkloristici, giunse con le tournée fino al Nord America dove, vista l'assonanza tra tedesco ed inglese, fu facile elaborare nel 1839, da parte di un pastore episcopale della Trinity Church di New York, una traduzione quasi letterale: "Silent Night". Venne anche annoverata tra le raccolte protestanti di carole natalizie. L'ulteriore diffusione portò ad un'elaborazione in oltre 300 lingue e, nella notte di Natale del 1914, fu cantata tra le trincee inglesi e tedesche a Ypres in una sorta di informale tregua in entrambe le lingue. Il desiderio di pace e uguaglianza tramite il filosofo Leopold Kohr ne fece anche una bandiera contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso del tempo, secondo alcuni, ne era stata persa la paternità e l'origine al punto che ne fu ritenuto autore lo stesso Mozart, ma anche Haydn o Beethoven. Tuttavia erano conservati numerosi manoscritti originali attestanti la paternità: lo stesso Gruber la rivendicò per sé e per Mohr su richiesta della Cappella Reale Prussiana. C'è da aggiungere e sottolineare che la melodia originale di Gruber era leggermente diversa e che altri arrangiamenti di Gruber comparvero anche nel 1845 per orchestra e nel 1855 per organo. Nonostante la diffusione, alcuni ambienti cattolici la accolsero freddamente anche osteggiandola: poco adatta al Natale poiché non sotto forma di inno, piatta e monotona (certe volte i cattolici...). La scrittura è in 6/8 sotto forma di "pastorale siciliana": una ninna nanna in re maggiore (D Major) nei primi manoscritti. Dal 2011 è "patrimonio culturale" dell'Unesco. La "Stille Nacht Gesellschaft" è una fondazione con scopo di conservare tutto il materiale a riguardo e promuovere la conoscenza della melodia primeva. La versione italiana è del 1937 ma l'impossibilità di una traduzione letterale obbligò il musicista e letterato mons. Angelo Meli ad una quasi totale riscrittura, un adattamento ritmico che poi subì anche una modifica popolare: ad esempio laddove si canta: «luce dona alle menti», il testo di mons. Meli recita: «luce dona alle genti». Ma il fascino di ascoltarla in lingua originale è incommensurabile. Attualmente si stima che oltre due miliardi di persone ne conoscano testo e motivo. La chiesa originaria di Oberndorf ed il suo organo non esistono più a causa di infiltrazioni dal fiume Salzach che ne portarono alla demolizione nel 1920 ed ad una ricostruzione poco distante, ma al suo posto sorge una chiesetta celebrativa: la Stille Nacht Kapelle, dedicata anche come memoriale a Mohr e Gruber. Alcune fonti riportano anche che sia custodita in museo la chitarra originale. Nel 2004 un asteroide venne battezzato Gruber-Mohr. In un gemellaggio spirituale tra Oberndorf e Capracotta gli auguri di un sereno tempus Nativitatis e, in omaggio esclusivo a Letteratura Capracottese, l'esecuzione agli organi della Cattedrale di Rieti di "Stille Nacht" in due strofe: la prima nel motivo originale e la seconda nel motivo tradizionale. Francesco Di Nardo

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: l'Acqua di S. Giovanni

    Da non confondere con l'omonima fontana del quartiere cittadino, questa sorgente si trova a nord di Monte San Nicola, nel fitto del bosco, tra le fronde della Cannavinella e della Cannavina, ed infatti non si tratta di una fonte bensì di una serie di polle d'acqua sgorganti dalla nuda terra. L'Acqua di S. Giovanni (in capr. Acca de San Giuvieànne) deve il nome ad una leggenda che avvolge la sua stessa esistenza: la tradizione orale dei nostri anziani vuole che l'acqua di questa sorgente smetta di zampillare, ogni anno, esattamente il 24 giugno, giorno in cui cade la memoria liturgica di san Giovanni Battista, per poi riattivarsi in autunno. Il nome del Santo, utilizzato in antichità per chiamare l'attuale Monte Capraro, è un toponimo molto diffuso in Italia, soprattutto per indicare boschi e foreste. Difatti il vallone nel quale è situata la sorgente viene anch'esso detto di S. Giovanni, uno scoscendimento che fa defluire le acque nel torrente Verde. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte della Staccia

    Sarà capitato a tutti di imbattersi nella Fonte della Staccia, quell'ampio pilone situato, a 3 chilometri dall'abitato di Capracotta, in località Sotto il Monte, in direzione di San Pietro Avellana, a poche curve di distanza dal monumento ai fratelli Fiadino. La staccia (anticamente staggia o staggio) a cui fa riferimento la fonte deriva «da stare nel senso di sostenere», il che rimanda a sua volta ad un grosso palo o ad una pertica: l'etimologia originaria è infatti quella dello stadium latino, la nota misura di lunghezza. Evidentemente lì dove oggi sorge la Fonte della Staccia vi era in passato una qualche struttura recintata da bastoni, da aste o da sbarre di qualche tipo. A ben vedere, la fonte a cui oggi ci dissetiamo - che si dice essere una delle migliori del territorio capracottese - trae le sue acque da una sorgente situata a qualche decina di metri più a monte, nel mezzo d'una radura che probabilmente, nei bei tempi andati, fungeva da stazzo ovino. Un'ultima nota folcloristica riguarda il fatto che nel gioco della passatella, quando si lasciava qualcuno all'olmo (cioè restava a gola asciutta), gli si diceva: «E mó va' a véve a la Fónde de la Stàccia!». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento G. Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone 1898; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Biodiversità appenninica in museo

    II Giardino della Flora appenninica si trova nel territorio di Capracotta, in provincia di Isernia, nell'Alto Molise, a 1.550 metri s.l.m., lungo la strada provinciale per Prato Gentile, a poche centinaia di metri dalle splendide piste di sci di fondo che hanno ospitato i campionati italiani assoluti del 1997, a circa un chilometro e mezzo di distanza dal centro abitato, in una posizione di straordinaria bellezza paesaggistica che domina la valle del Sangro, con un'ampia vista diretta sulle Mainarde, la Maiella e tutto il Molise. Il Giardino, che si estende su circa 10 ettari, è uno dei pochi esempi di "orto botanico naturale" esistente in Italia, nel senso che la maggior parte delle specie botaniche presenti sono spontanee ed endemiche della flora dell'Appennino e l'intera tipologia ed architettura interna al giardino stesso è quella naturale, senza artefatti di sorta od interventi da parte dell'uomo che abbiano minimamente alterato l'originaria allocazione degli elementi naturali preesistenti. Gli unici interventi che sono stati effettuati riguardano il ripristino e la sistemazione dei sentieri preesistenti ed il miglioramento complessivo della fruibilità da parte dei visitatori e degli studiosi, oltre alla costruzione di un edificio, ora in fase di completamento, che presto sarà utilizzato come museo, centro di ricerca per la biodiversità vegetale e il biomonitoraggio ambientale, centro di accoglienza per i visitatori, spermoteca, erbario e foresteria per gli studenti. Nel Giardino crescono spontaneamente circa 300 specie distribuite in vari ambienti che vanno dalla faggeta, ai cespuglieti, alle zone umide, agli habitat rocciosi e rupestri; oltre a ciò sono stati realizzati alcuni terrazzamenti per fare posto alle aiuole dimostrative delle specie di maggior attrazione per i visitatori. Insieme a queste specie spontanee è in atto un lavoro di introduzione, previa acclimatazione, di molte specie botaniche rappresentative dei più importanti habitat montani dell'Appennino centro-meridionale: Maiella, Gran Sasso d'Italia, Monti della Laga, Terminillo, Monti Sibillini, Matese, Meta, Mainarde. Allo stato attuale risultano già introdotte circa 200 specie provenienti da queste montagne. L'ambiente è naturalmente quello originario, lasciato quasi completamente allo stato naturale ed inserito nel tipico e meraviglioso paesaggio rupestre e sassoso delle pendici di Monte Campo (1.746 metri s.l.m.) che fa da splendido sfondo. L'amministrazione comunale di Capracotta ha voluto dare un segnale di grande importanza per lo sviluppo della comunità locale, privilegiando il rapporto tra economia ed ambiente, dal momento che ritiene che la più grande risorsa di cui essa dispone sia proprio l'ambiente. Per questa ragione, accanto ai programmi di sviluppo turistico e, più in generale, di tutte le attività produttive, ha ritenuto che un posto di primo piano spetti alle politiche per la salvaguardia e la tutela dell'ambiente, lanciando una provocazione soprattutto a chi, fino ad oggi, ha privilegiato, invece, la cultura del "consumo quotidiano del territorio", rispetto a quella, sicuramente più giusta e più pagante, del "turismo intelligente di qualità". In questo contesto si inserisce tutta l'attività a favore del Giardino della Flora appenninica, che il Comune di Capracotta ha posto al centro del proprio lavoro, per sviluppare con la preziosa consulenza scientifica dell'Università del Molise, e in modo particolare del professor Fernando Lucchese, botanico florista, lo studio e la conservazione della biodiversità, intesa come elemento essenziale di uno sviluppo sostenibile. Qualche anno fa, quando gli amministratori comunali iniziarono ad accarezzare l'idea della riapertura ciel Giardino, pensarono anche alle grosse difficoltà che inevitabilmente avrebbero incontrato, soprattutto perché il Giardino era chiuso ed abbandonato da quasi vent'anni, ma ebbero il coraggio e la determinazione ad andare avanti, impegnando ogni anno ingenti risorse dal bilancio comunale, senza avere, fino a qualche tempo fa, alcun finanziamento da altri enti. Recentemente il coraggio e l'impegno sono stati premiati; infatti, un primo modesto finanziamento darà la possibilità di effettuare, a breve, una serie di interventi di miglioramento e di riqualificazione ambientale che saranno sicuramente un grosso passo in avanti per il Giardino. L'intervento più qualificante che si sta per concretizzare consiste nella realizzazione di un percorso per disabili e per non vedenti, che rappresenterà per il Giardino della Flora appenninica di Capracotta l'esempio più efficace di integrazione tra le politiche ambientali e le politiche sociali a favore delle persone più sfortunate. Il problema principale rimane quello di una gestione certa e continuativa nel tempo, prevedendo da subito un consorzio con la partecipazione di altri enti, insieme al Comune di Capracotta, e che veda l'Università come parte attiva non solo dal punto di vista scientifico, ma anche dal punto di vista economico; infatti, da quando il Comune ha stipulato una convenzione con l'Università del Molise riesce ad avere tutto il supporto scientifico necessario alle attività del Giardino e l'Università, da parte sua, può contare su un presidio territoriale di straordinaria importanza, con l'auspicio che nel tempo si creino le necessarie sinergie per la valorizzazione di tutta la montagna altomolisana. Il Giardino della Flora appenninica, in questo contesto, rappresenta un esempio concreto di valorizzazione dell'ambiente voluto dalla comunità locale, nel senso che non offre elementi di conflittualità con le attività produttive esistenti, come spesso accade nel caso dei parchi voluti e creati al di fuori della volontà degli abitanti della montagna. Nel nostro caso, invece, abbiamo di fronte un raro esempio di tutela dinamica del bene ambiente, dove la tutela e la salvaguardia coincidono con la valorizzazione e diventano elemento vero di promozione turistica del territorio e di creazione di nuove opportunità occupazionali. Il Giardino è aperto ininterrottamente al pubblico dal giugno al 30 settembre. Al di fuori del periodo di apertura si può visitarlo su prenotazione, durante tutto l'arco dell'anno anche con la guida, e con l'opportunità di osservare dal vivo tutte le modifiche indotte dalle stagioni. Candido Paglione Fonte: C. Paglione, Biodiversità appenninica in museo, in «Montagna Oggi», XLV:3, Uncem, Roma, maggio-giugno 1999.

  • La famiglia Carugno di Capracotta

    Antica famiglia originaria di Capracotta, che può essere annoverata nella terza classe di nobiltà, cd. legale o civile, conformemente a quanto stabilito con Real Dispaccio del 25/01/1756. Ha contratto parentele con altre famiglie gentilizie del luogo come i Falconi, i Conti, i Mosca, i di Buccio, i Pettinicchio, i del Baccaro. È stata titolare di jus patronato sull'altare dedicato a S. Michele Arcangelo nella chiesa matrice di S. Maria Assunta in Capracotta. Molti documenti relativi a questa famiglia sono conservati nell'Archivio di Stato di Foggia, nel fondo della Regia Dogana. Da essi si traggono notizie in merito a Gregorio Carugno (fasc. 217, b. 5027, anni 1738-1739, processi civili), Giacomo Carugno (fasc. 470, b. 9979, anno 1772) e Pasquale Carugno. Un altro documento riguarda il Mag.co Sindaco dell'Università, Vincenzo Carugno (fasc. 857, b. 17463, anno 1793). Nell'archivio della Dogana è censito il Mag.co Amicantonio Carugno, locato della Dogana, che da un documento datato 1750, «professava numerose pecore reali» nella locazione di Canosa. La famiglia ha partecipato al governo dell'Università di Capracotta con diversi rappresentanti in qualità di sindaco tra cui si ricordano: Gregorio (nel 1743), Vincenzo (nel 1793), Giacomo (che ricoprì gli incarichi nel 1808-1810 e nel 1812), Domenico (nel 1813), altro Domenico (anni 1834-36 e 1840-43). Per quanto riguarda la ricostruzione di una linea agnatizia, le notizie accertate attraverso gli atti, risalgono alla fine del XVI sec. Uno dei personaggi più antichi ed eminenti della famiglia è Amicantonio Carugno, governatore ed erario del Duca di Capracotta, depositario della Congregazione del Sacro Oratorio dei Morti, locato della Regia Dogana di Foggia (risultava proprietario di numerosi greggi e armenti, che economicamente rappresentavano il benessere dell'epoca), titolare di attività commerciali adibite al trasporto di merci e di persone, nonché proprietario a Capracotta e San Pietro Avellana di diversi fondi ed edifici. Nei documenti viene qualificato come Magnifico e notabile. Amicantonio (battezzato col nome di Carmine Antonio Amico Lonardo Gaetano Onofrio) nacque nel 1712 da Gregorio (n. 1683, che fu sindaco di Capracotta nel 1743) e Marzia Ciccorelli. Sposò in primi voti (1728) la gentildonna Nunzia Maria di Nucci, ed in seconde nozze (1750) Rosalba Pettinicchio, gentildonna. Amicantonio, morì nel 1799, e da lui si sono generati numerosi rami (ebbe ben 13 figli) di cui alcuni tuttora fiorenti. Ramo di Placido Giovanni In particolare il ramo primogenito dei Carugno di Capracotta, fiorisce oggi a Pescara, e discende in via diretta dal citato Placido Giovanni (1735-1811); nonostante il nome di battesimo fosse Placido Giovanni, familiarmente e probabilmente per un senso di ossequio e riconoscenza verso il padre, fu chiamato Giovanni Amico, figlio primogenito di Amicantonio. Il nome Amico fu spesso rigenerato nella discendenza di questo ramo della famiglia come si è potuto appurare attraverso i diversi atti di nascita consultati negli archivi Parrocchiali. Giovanni Amico Carugno fu pretore in Capracotta e sposò Giacinta Venditto, dalla quale ebbe quattro figli. Il loro primogenito fu Amicantonio che sposò Costanza di Bucci e dalla loro unione nacque Giovanni (primogenito, coniugato con Angela Rosa di Nucci). Primogenito di Giovanni ed Angela Rosa fu Amicantonio che sposò Giacinta di Bucci, dalla quale ebbe Giovanni che sposò Reginalda Conti. Da loro si generò la seguente discendenza: Amico (Capracotta 1881-1943); Giacinta; Francesca; Vincenzo Edelia; Michelino; Pasquale (Capracotta 1902-1976). Pasquale Carugno sposò Antonietta Mosca, dalla quale ebbe sei figli: Fulvia; Giovanni (Pescara 1930-2000); Emilio (n. Pescara, 1932); Dora (n. Pescara, 1935); Michelino (Pescara 1937-1997) e Regina (n. Pescara, 1943). Tra i loro figli, Giovanni sposò (1964) Raffaella Scorrano (fu Giuseppe, ufficiale dei Vigili del Fuoco di Pescara, e Carmela d'Agostino) di antica e nota famiglia pescarese (le notizie risalgono all'epoca feudale). Da Giovanni e Raffaella nacquero il dr. Maurizio, imprenditore, coniugato con Carmelita Tisone, anch'ella di origini capracottesi, dalla cui unione sono nate: Isabella, Alessandra e Giovanni, ed il dr. Paolo, imprenditore, coniugato con Monica Mancini, attuali rappresentanti della famiglia. Ramo di Vincenzo Maria Vincenzo Maria (1745-1814) sposò Saveria di Rienzo. Da loro, attraverso Nicola, Geremia, Eugenio e Arturo (1890-1984) che sposò Rosa d'Agnillo, discende don Geremia Carugno (Agnone 1923-2007), Parroco della chiesa di S. Maria Assunta in Capracotta dal 1967. Fu nominato presbitero l'11 luglio 1948 da mons. Epimenio Giannico ed in seguito fu padre spirituale del Seminario vescovile di Trivento. Dopo gli studi ginnasiali a Trivento, e quelli liceali e teologici nel seminario regionale di Chieti, conseguì la laurea in Teologia. È stato sacerdote, educatore, scrittore, pittore, poeta e vignettista. Tra i suoi scritti si ricorda il manuale di meditazioni "Duc in Altum" che negli anni sessanta fu adottato come libro di testo da molti seminari minori d'Italia. Il giorno prima della sua morte, ha ricevuto il conforto del sacramento dell'Unzione degli Infermi, direttamente dal vescovo di Trivento, mons. Domenico Scotti. Ramo di Saverio Un altro ramo discendente da Amicantonio (1712-1799) è quello di Saverio, nato dal secondo matrimonio del padre con la gentildonna Rosalba Pettinicchio, figlia di Donato e Teresa Labbate. Saverio (n. 1753), fu avvocato e poi notaio in Capracotta, (rogò negli anni 1787-1833). Sposò Teresa di Bucci, dalla cui unione nacquero: Domenico Filippo (n. 1803); Carmine, Maria, Angela Rosa (n. Capracotta, 29 dicembre 1809) e Michelangelo (n. Capracotta, 28 settembre 1811). Domenico Filippo (n. 1803) esercitò, come il padre, la professione di notaio in Capracotta, paese nel quale ricoprì anche l'incarico di sindaco negli anni 1834-1836 e 1840-1843. Sposò Cherubina Falconi (n. 1810), della nota famiglia di Capracotta, dalla cui unione nacquero: Francesco Saverio (1850-1850); Teresa Emilia (n. 1851); Pietro (n. 1852); Maria Illuminata (n. Capracotta, 11 dicembre 1853); Pietro (Capracotta 1855-Gioia dei Marsi 1931), proprietario, cancelliere del Tribunale, sposò Ernesta Antenucci, civile, da cui nacquero: Domenico Filippo (n. 1878); Lida Maria Rubina Adele Giulia (n. 1881); Dino Adelchi Ciro Ulrico (n. 1882); Lida Maria Rubina Adele Giulia Diomira (Capracotta 1884-S. Angelo del Pesco 1959; sposò Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena); Michele (n. 1887); Michelino (n. 1889); Eduardo, Cav. Uff. O.M.R.I., cancelliere del Tribunale (Capracotta 1890-1972); Egidio Michelino (n. Capracotta, 13 settembre 1891), sposò a Detroit, 21 novembre 1921, Vittoria Zanni, di Gregorio e Angelina Medici; Teresina (1896-1987) sposò Nicandro Di Rocco, di Capriati al Volturno, cancelliere del Tribunale, croce di ferro al V. M., Cav. O.M.R.I. Saverio (n. Capracotta, 2 febbraio 1858), avvocato, vice segretario comunale di Capracotta: uno dei suoi figli, Osman Carugno, comandante della Stazione Carabinieri di Bellaria, durante il secondo conflitto mondiale contribuì a salvare la vita di 38 ebrei che erano destinati ai campi di sterminio nazisti in Germania. La sua opera fu riconosciuta da Israele che nel 1985 gli tributò l'onorificenza di Giusto tra le Nazioni. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • Il territorio di Capracotta: secondo periodo longobardo e carolingio

    Il territorio di Capracotta all'estremo del Principato Beneventano La cupida intromissione dei Franchi di Carlomagno nel ducato Beneventano portò come dappertutto la esagerazione ed il tralignamento della costituzione feudale ed ecclesiastica, donde l'inizio degli abusi e delle prepotenze dell'un potere e dell'altro a danno delle popolazioni. Il governo Franco peraltro dovette ritenere opportuno mantenere la salda gerarchia Longobarda e lasciare i Gastaldi ed i Vescovi nelle loro sedi, ma unicamente per trarne nuovo sangue ed averi per loro tramite. Ma gli ingordi Duci Franchi venuti con Carlo presto cominciarono ad invadere prepotentemente vasti tratti di territori delle stesse sedi Longobarde, spezzettando i Gastaldati ed appellando Contee le nuove parti, onde essi ne assunsero il titolo di Conte come già in uso dai Goti. Disposero delle terre occupate e dei loro abitatori come res nullius. Dall'altro canto i Duchi ed i Gastaldi non seppero o non potettero opporsi a queste arbitrarie invasioni, ma qui uscirei di carreggiata. Quello fu il motivo probabilmente per cui i Principi Longobardi cercarono di rafforzare la propria sfera di autorità, dividendosi il dominio in questo Sannio settentrionale. Nel 964 Pandolfo e Landolfo lo spartirono, delimitandolo con una linea mediana tracciata sulla direttiva della Longitudine del Matese e attribuendone la parte del versante Tirreno (Isernia) a Landolfo, e l'altra nel versante Adriatico (Boiano, Agnone) a Pandolfo come risulta da una convenzione giacente un tempo nell'archivio dei Canonici, di Isernia pubblicata per la prima volta dal Ciarlanti nel 1644. In quel documento appare indicato la prima volta il nostro territorio in quanto ché proprio la vetta del nostro Monte Capraro costituiva uno dei capisaldi della linea di delimitazione suddetta; l'estremo settentrionale era segnato a Saletto fra Castel del Giudice e S. Angelo del Pesco, incontro al confine delle Diocesi e Comitati di Teate e di Valva, (cioè Chieti e Sulmona) le quali da Carlomagno nell'801 furono tolte, come asserisce il Fatteschi, al duca di Benevento Arigiso o Arechi secondo, ed aggregate all'Impero, perché Arechi non aveva voluto pagare i tributi impostigli; ed allora Arechi prese il titolo di Principe (a dispetto?) e le insegne di sovrano a quanto afferma l'Hirsch nell'opera citata. Ecco parte del testo della detta divisione riportata anche dall'Ughelli: «De prima parte a vertice de Monte Matese: directe ferre in serra de Collepetroso, usque in Maccle quæ dicunt de Godini. De secunda parte a Maccle quæ dicuntur de Godini usque in fluvio qui dicitur Trinio Majore et deinde in serra de Montecapraro, ubi ficta fuit ex antiquitus columna marmorea quæ finis fuit de dicto Comitato Isernino, et deinde quomodo pergit ipsa serra de iam dicto Montecapraro et pervenit in Monte Rendenaro, et vadit usque in Salectu, ubi similiter ficta fuit columna marmorea qui finis fuit de iam dicto Comitatu. Et abinde quomodo vadit in fluvio Sangro et ascendit directe usque in rivo qui dicitur Merdaro et quomodo mittit ipse rivo in fluvio Volturno». L'indicazione che le alture del nostro Monte Capraro e di Saletto rimenessero all'estremo confine del Contado d'Isernia, e che in ambo queste estremità trovavansi apposti da' tempi antichi termini lapidei (columnæ mormoreæ) rivela che quella doveva essere stata un tempo (forse all'epoca Romana-Sannitica) la delimitazione delle circoscrizioni di Bovianum Vetus e di Aufidena. Frattanto in buona parte del versante adriatico innanzi cennato, nel quale era compreso il nostro territorio, si erano intromessi, afferrandone prepotentemente dritto di dominio e di possesso, taluni di quei Conti Borrello (volgarizzazione del cognome francese Borel, la cui «famiglia ingrandì e prevalse famosa nei documenti (scrive Benedetto Croce nella monografia "Montenerodomo") con l'appellativo di Figli di Barello, rapinatori incessanti che avevan messo insieme un vasto dominio tra il Molise e il Chietino, tra il medio Sangro e l'alta valle del Trigno, lasciando un segno parlante della loro Signoria nella terra di Borrello». Costoro andaron intitolandosi dai luoghi principali delle loro Signorie. Uno di essi, Gualtieri, comparve, fregiato del titolo "De Anglone", Signore di Agnone, e costui, o un antecessore suo congiunto, aveva già steso l'arbitrario suo impero sul nostro territorio quale pertinenza subietta di Agnone. Frattanto si andarono fondando nuovi monasteri. Uno dei promotori di queste fondazioni, S. Domenico da Sora, si prese la briga nel 995 di piantarne uno a S. Pietro Avellana: «Cœnobium S. Petri de Avellana fundavit S. Dominicus abbas Soranus teste Alberico Cardinali monaco in eius vita, quod ab enormi arbore avellanæ quæ iuxta olim consisterat, S. Petri de Avellana nuncupationem accepit. Idque monasterium Oderisius Burellus major, abitator in territorio de Sangro satis liberali muneratione ditavit anno 1026 septima indictione septembris». Così nel Gattola. Ora il su nominato Gualtieri nel 1040 volle dare anche prova della sua munificenza, donando allo stesso monastero tutta la montagna di Vallesorda con la sua chiesa di S. Nicola e tutto il Monte Capraro col suo Eremo di S. Giovanni Battista, vale a dire offrendo l'agro nostro compreso nel versante settentrionale dei detti due monti fin presso Capracotta e fino giù alle sorgenti del Verrino. L'atto di questa donazione trovasi menzionato nella Storia di Gattola; ma non vi si trova da lui trascritto il testo originale, come egli aveva fatto per le altre donazioni relative alle terre che, al suo tempo (1700 e il 1750), appartenevano alla Badia di Monte Cassino. L'originale invece leggesi trascritto nel "Libro delle Memorie di Capracotta" raccolte dal dottor Nicola Mosca nel 1742 mentre era Cancelliere, cioè Segretario, di questa terra, libro che si conserva nell'archivio Comunale e che spesso avremo occasione di menzionare. Trovo opportuno perciò di pubblicare il testo della donazione suddetta qual'è inserita in detto libro e di cui la copia, primitiva già rilasciata da un archivista del tempo di Monte Cassino, andò dispersa al pari di tanti altri documenti copiati pazientemente nel libro dal benemerito Dott. Mosca, il quale lasciò scritto di averli riposti nel locale sovrastante alla Sagrestia della nostra Chiesa matrice. Essa copia porta questa intestazione: «Donatio Monasterio S. Petri de Avellana facta anno Domini 1040, a Domino Gualterio Burelli filio Domino terrarum Anglonensium de ecclesia S. Nicolai de Vallesurda cum omnibus juribus ac pertinentiis suis ut hic: folio 14 in Archivio cassinense prope Inventarium». In ultimo essa copia porta il nome di Franciscus Romanus sacri monasteri cassinensis Archivista. Ed ecco il testo curialesco qual'è: «In Dei nomine omni potentissimi, incarnationis ejusdem MXL indictione tertia concurrenti epacti vero nulla. Madio mense die dominica IIII, idus earundarum Kalendarum Regnante D. Corradus gratia Dei Imperator Augusto, anni imperio eius Deo propitius in Italia Ind. ut supra. cum larga et copiosa pietas omnipotentiis Dei sua gratia largitate suis nobis bonis pluribus affatim repleverit et quod hæc obtinet maxime mortalibus sine diversis curis negotiorum, variisque delictorum erratibus ad magna conscendere impossibile est, et omnia mundana cito pertranseunt cum suis ubique amatoribus, et quia ut dicitur peccata hominum elemosinis et in misericordis pauperum sacrorumque locarum sunt redimenta, visum est mihi Gualterius Burrellus filius qui sum, inspirante superna clementia, dominator omnium Anglonensium pertinentium dono, trado et offero in Ecclesia beati Petri Apostoli, quae est sita in territorio sangretano in loco ubi dicitur Avellanens is, hoc est unam ecclesiam meam, quae habeo in territorio de suprascripto Anglono, quae est sita in Montecapraro, quæ vocatur Sanctum Nicolaum de Vallesurda cum omnibus suis pertinentis et juribus; cum Heremo Domini nostri Jhesu Christi in vertice Montis Caprarii positum et dedicatum est in honore Sancti Johannis Baptistæ, cella dicti Sancti Nicolai subiecta ubi capitu Verrini vocatur. Dicto Monasterio Sancti Petri Avellanensis assignamus ad habendum, tenendum et possidendum in perpetuum cum omnibus juribus petinentiis suis, cum terris sylvis et molendino. Confines de uno latere fons qui vocatur Spongya et vadit per ipsam serram de Monte Gnyponi, et vadit in vertice Montis Caprarii et vadit in ipsa finaita de suprascripto sancto Petro et vadit per finaita de Crapacotta, et descendit in capite Verrini et revertitur in fine priori et cum omnia quantum infra se, vel super se, intus et pertinentiis. Et hoc repromitto et obbligo me ego supradictus Gualterius et meis heredibus. Monasterio Sancti Petri Avellanensis et nobis benedictu sacerdoti et monacho, qui De Planisco vocatur, qui modo es Propositus in supradicto Monasterio et tuis successoribus. Si aliquo tempore ad posse vanam facere præsumerimus vel si nos retollere vel minuere aut in qualibet parte causa remittere præsumerimus per qualibet unum ingenium, vel si nos ab omni homine antistare vel defendere non voluerimus aut non potuerimus, in hoc obligo me et hæredes meos et successores meos ad pœnam de auro mundo munitatis libræ nonigenti, et insuper in ira Dei incurrat et non habeat partem in resurrectione juxtorum, sed cum luda qui Apostolico agmnine separatum est, et cum omnibus crucifixoribus Dei, et maledictione paterna et materna semper maneat super me et cum Dathon et Abyron maneat. Et hanc cartulam et stabilem permaneat usque in sempiternum quam et per rogitum de suprascripto Gualtiero nunc seripsi ego Benedictus ludex et Notarius. Acto in Anglono Indictione suprascripta feliciter. Signum manis Walteriis qui hanc cartam concessionis scribere rogavit. Idest Berelli, Ciborii, Amiconis, Cervonis rogati ad testes». È in questo fra i più antichi documenti che si incontra per la prima volta il nome di Capracotta; a indicare piuttosto una località limitrofa all'altra formante oggetto della donazione, anziché a denotare un determinato luogo abitato. Certo però da quel documento si trae: che la denominazione, preesisteva proprio a quella parte di territorio in cui trovasi il nostro paese; che Gualtieri, arrogandosi il titolo di dominatore di tutte le pertinenze Agnonesi la escludeva dalla donazione; che una chiesa era in funzione a Vallesorda; ed eremiti dovevano ancora essere alloggiati ivi e sul Monte Capraro; che alla Spogna era un molendino, ossia molino, circostanze tutte concordi a deporre come il nostro territorio fosse in quelle parti abitato. Ma che maggior numero di gente si fosse raccolta già in Capracotta si desume da documenti dell'epoca posteriore, dei quali per ordine metodico sarà bene far parola in seguito. Nel documento su riportato trovasi un'altra notevole menzione che cioè un confine trovavasi già stabilito tra l'agro di S. Pietro ed il nostro: è supponibile che anche quelli con le località contermini fossero già egualmente fissati. Vien fatto così di domandarsi: quando precisamente, da chi, e con quali criteri furono apposte le delimitazioni territoriali dei nostri Comuni, delimitazioni che tutto lascia credere siano le stesse quali sono attualmente? Ecco un quesito al quale non mi è stato possibile rinvenire adeguata e documentata risposta; ma che apre l'adito alla supposizione che quelle delimitazioni dovettero essere opera degli stessi primi duci Longobardi man mano che videro accrescersi gli stanziamenti di genti nulle nostre contrade: onde la necessità di provvedere al loro Governo e determinare i confini, dei rispettivi territori. Bisogna notare che, circa un trentennio dopo di quella donazione, un mutamento fu apportato alla circoscrizione della Diocesi ecclesiastica, dal perché un Oderisio Borrello progenitore o zio del Gualtieri vecchio «dominator in castro de Petre Abbundanti» credette bene di amicarsi la Badia di Monte Cassino, sottoponendole nel 1069 tanto il Monastero di S. Pietro, istituito già con la stessa regola di S. Benedetto, quanto tutte le pertinenze territoriali di questo. Cosl tutto il territorio di S. Pietro e tutta la parte del nostro territorio donato al Monastero di S. Pietro entrarono a far parte della Diocesi di Montecassino, mentre la restante parte rimase inclusa nella Diocesi di Trivento. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Indovinello per la Giornata internazionale della montagna

    Gigante immobile, monumento colossale, sei una creatura fenomenale; diverse sono le ragioni: hai ampie vedute, parli molte lingue, giochi col sole e con la luna, vesti pure quattro stagioni. Non basta, vista la mole che tutto ingombra indichi il cielo, porgi il tuo profilo, offri la tua ombra. Per il carattere che hai roccioso e aspro, tante arie ti dai dalla tua altezza e guardi in basso con magnifica fierezza. Da sotto in su sei un bel cimento, da cima a fondo un altro esperimento. Rimane il fatto che sempre ti ammiriamo e seppur lontani nel cuore ti portiamo. Flora Di Rienzo

  • L'universo di Franco De Renzis

    Nel corso dei secoli, fin dai tempi degli Egizi e dei Greci, tutti i grandi scultori si sono concentrati sull'essere umano. Franco De Renzis, come Daumier, pensa che il centro della creazione artistica e la sua ragion d'essere sia l'uomo, e che la rappresentazione umana sia quella più trionfale. Con essa, abbraccia il mondo intero. Il suo universo è dunque l'essere umano, la sua religione e la sua certezza. La sua fede fa vibrare le sue opere, donando una vita intensa. Sempre con grande maturità, l'Artista si colloca nella grande tradizione classica della scultura italiana. Davanti alle sue sculture si sente come il centro della sua creazione artistica e la sua ragione d'essere siano l'uomo. E studiando la sua opera identifichiamo l'uomo con le sue azioni, i suoi sentimenti, i suoi pensieri. L'amore per l'espressione umana caratterizza la sua arte e di conseguenza l'espressione del volto, oltre che del corpo. E questo amore è così forte che, fin dall'adolescenza, manifesta questa sensibilità e scolpisce, oltre a coloro che gli sono vicini, figure di tutti i giorni, ballerini, trapezisti, cardinali e papi. Oggi, come in passato, non si discosta da questo obiettivo. È sempre con la stessa gioia, con la stessa intensità, con lo stesso slancio che plasma l'uomo, la donna, il bambino. Protagonista principale, la figura di Franco De Renzis è presentata in tutta la sua bellezza, dettagliando difetti, pregi e, soprattutto, movimenti. Insoddisfatto della natura e perfezionista fino all'estremo, l'Artista trasforma la materia in poesia, urla, silenzio, qualità, luce ed ombra. I corpi delle sue opere rivelano alternativamente inquietudine, serenità, vivacità drammatica e felicità. Nella scultura "Ricerca della libertà", offerta alla Collezione artistica dell'Assemblea legislativa, Franco De Renzis mantiene queste caratteristiche che, nelle parole del poeta Mario Chamie, «rimangono tra il trauma della libertà che non si realizza e l'ostinata speranza di un risultato quasi impossibile». L'artista Franco De Renzis è nato ad Agnone, in Italia, nel 1947, dove ha trascorso l'infanzia. Nel 1962, insieme alla famiglia, si trasferisce a Pistoia, in Toscana. Inizia l'attività artistica nel 1970, importante per la sua formazione è la conoscenza e l'amicizia mantenuta a lungo coi rinomati artisti Pietro Annigoni e Romano Dazzi. Nel 1977 si trasferisce in Brasile dove attualmente vive e lavora, precisamente a Itapecerica da Serra e, contemporaneamente, a Tizzana (in Italia) e in Florida. Le principali mostre personali sono state alla Galeria Documenta (1979); Società Rurale Brasiliana (1980); Circulo Italiano de Cultura, Festival Invernale a Campos do Jordão (1981); Spazio Culturale Sambra; Galeria Arte Applicada (1982, 1983 e 1985); Galleria Ranulfo a Recife; Galleria AMC a Buenos Aires; Galeria Chelsea (1984); Galleria d'Arte di Porto Alegre (1987); Galeria André (1989); ArtMiami negli Stati Uniti (1993); Star Gallery a Palm Beach (1994); Galleria Trios a Tegucigalpa (1995); Galeria Tema a Montevideo (1996); Sala delle cornici e Galleria d'arte a Boca Raton, in Florida. Ha inoltre partecipato a numerose mostre collettive, tra le quali si evidenziano il Salone di Belle Arti di San Paolo, medaglia di bronzo (1978), e medaglia d'oro (1979); Salone di Belle Arti di Penápolis (1980); Centro Culturale "Francisco Matarazzo"; Spazio Culturale Sambra; Galeria Arte Applicada (1981, 1982 e 1985); Galleria Annamaria Nyemeier a Rio de Janeiro (1982); Galeria Chelsea (1983); 17 e 18. Mostra d'arte contemporanea, Chapel Art Show, primo premio (1984 e 1985); Galeria A.M.C. di Rio de Janeiro, (1986); Galeria André (1998). Ha opere in collezioni private in Brasile, Italia e Stati Uniti e nelle collezioni ufficiali di diversi musei e dell'Assemblea Legislativa dello Stato di San Paolo. Emanuel von Lauenstein Massarani (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.al.sp.gov.br/, 13 ottobre 2004.

  • Il territorio di Capracotta: primo periodo dei Longobardi

    Il territorio di Capracotta nel Ducato di Benevento Era trascorso così «di cinque secoli il silenzio» finché i Longobardi per i primi potettero ottenere una certa stabilità ed unità di governo, costituendo i Ducati di Spoleto (Duce Faroaldo nel 568) e di Benevento (Duce Zotone nel 569) formando poi la piccola Longobardia coi Principati di Capua e di Salerno. I ducati di Spoleto e di Benevento, dalle ricerche compiute dal Fatteschi e da altri scrittori, restarono delimitati dal confine già assegnato alle Provincie Costantiniane, ossia dal corso del fiume Pescara, anziché da quello Augusteo del Sangro. È da credere che la stabilità del governo dei Longobardi fosse dovuta sopratutto alla pieghevolezza delle popolazioni inermi ed assorte nel desiderio della eterna salvezza e quindi alla tolleranza dei Duci degli ordinamenti ecclesiastici che si andavano formando, oltreché al loro rispetto verso gli antichi ordinamenti civili secondo le leggi Romane. Essi pertanto spartirono amministrativamente le terre in Gastaldati, ai quali, a giudizio del Faraglia, corrisposero altrettante Diocesi Ecclesiastiche. Il Faraglia stesso enumera sette Gastaldati Abruzzesi fra il Pescara ed il Sangro, due dei quali, Teate e Valva, ossia Chieti e Sulmona terminavano al Sangro con le rispettive Diocesi. Ma l'autore tace e tacciono i Cronisti sulla formazione dei primi Gastaldati nel nostro Sannio Settentrionale. «Tenebre dense gravano su di esso» scrive il Romanelli. Nulla si oppone però al presupposto che fossero tracciati sulle due antiche Diocesi costituite, ossia Trigentum e Aufidena. Il ricordo di queste è sicuramente anteriore all'avvento Longobardico. Certo gli scrittori di Storia Ecclesiastica sono tutti concordi nel riconoscere la tradizionale antichità della Diocesi di Trivento col suo primo Vescovo S. Casto, che vi si sarebbe mandato dal maestro Clemente nell'anno 98 d.C. sotto Traiano. Altra tradizione è tramandata di un altro Vescovo o Ecclesiastico Milanese che vi avrebbe recato le teste dei Santi Martiri Nazario e Celso «cui Divis Tutelaribus Cathedralis Ecclesiæ vetustæ structuræ dicata est» come scrive l'Ughelli. Moderne ricerche però pubblicate dal Lanzoni sorgono contro la fondatezza di queste tradizioni tratte da un Codice Beneventano del XIV secolo, contenente la vita di S. Casto. Lo stesso autore però attribuisce la istituzione della Diocesi di Trivento all'epoca Bizantina. Fugacemente riferisce che essa Diocesi succedette a quella di Alfedena, desumendo ciò da un incarico affidato da Papa Gelasio Primo a due Giudici per una contesa «contra Episcopum civitatis Aufidiani» nell'anno 494, argomento questo debole per dubitare della maggiore antichità ed importanza della Diocesi di Trivento; tanto più che lo stesso autore fa menzione di una pastorale diretta nel 459 da Papa Leone 10 ai Vescovi «per Samnium» come è a dire che già ve ne era più di una. L'Hirsch rileva che prima dei Longobardi nella bassa Italia c'era un numero di Vescovi sproporzionatamente grande. Non rimane dubbio perciò che la piccola Diocesi fondatasi in Alfedena (e così forse il suo piccolo Gastaldato) fosse concentrata in quella maggiore di Trivento; e ciò dovette avvenire nel periodo della sistemazione delle Diocesi promossa da S. Gregorio (Papa dal 560 al 613 primo a chiamarsi servus servorum Dei) che la chiesa ed il Gastaldato di Trivento fossero assoggettati al capoluogo del Ducato, Benevento. Ed infatti la Diocesi ne restò suffraganea fino al 1474 in cui Sisto quarto la dichiarò immediatamente soggetta alla Santa Sede per istanza del Vescovo Tommaso Carafa (1472-1499), e l'intercessione di Ferdinando Primo come emerge dalla relativa bolla trascritta dall'Ughelli. Tali circostanze depongono che un Gastaldato trovavasi istituito in Trivento conformemente alla Diocesi. La "Dissertatio chorografica mædii ævi" nel decimo volume dei "Rerum Italicarum scriptores" del Muratori, mentre ricorda la istituzione del Gastaldato offerto dal Duca Romualdo al Duce Bulgaro Altzeco nel 667, già riferita da Paolo Vernefrido nelle «spatiosa ad habitandam loca, scilicet Saepianum, Bovianum, lserniam, et alias cum suis territoriis civitates, quae satis indicant hunc gastaldatum constitutum ubi antiqui Pentri Samnites trans Appenninum ut ex Livio» ne esclude Trivento e le nostre circonvicine contrade, lasciando bene apparire cosi questo Gastaldato di Trivento di per sé stante. In altro documento trascritto dall'Ughelli, nel quale i principi Landolfo, e Pandolfo di Benevento nel 1032 confermano al Vescovo Gerardo la reggenza delle chiese e dei monasteri tutti fra le terre diocesane di Venafro e di Boiano; venivano incluse quelle già sottoposte alla Badia di S. Vincenzo al Volturno »a civitate Iserniæ usque in Sangrum et quomodo coniungit cum comitato Triventino». A chi rifletta che i Comitati o Contadi non furono che una innovazione di nome dei Gastaldati riesce facile intendere l'anteriore coesistenza di potere del Vescovo e del Gastaldo in questa Diocesi, che il compianto Mons. Pietropaoli «a poco a poco fra l'inclemenza dell'aere, attraverso fiumi e torrenti per valli amenissime e colli festanti, su per erte montagne o giù per balze dirupate, ne percorse il vasto territorio chiuso intorno da otto altre Diocesi, stendentesi per tre Provincie dal Biferno al Trigno, e dal Trigno al Sangro, con una popolazione di circa 120.000 anime distribuite in 58 parrocchie» e che dové improvvisamente abbandonare colpito da infermità che inesorabilmente lo trasse a prematura morte quando festosamente acclamato vi aveva fatto ritorno dopo la sua missione diplomatico-pontificia al Venezuela. Ma chiara conferma della costituzione del Gastaldato triventino si trova nel "Chronicon Beneventani monasterii" (Ughelli vol. X) in cui trovasi la conferma di investitura datane da Pandolfo e Landolfo nel 992 al Conte Randolsio: «Concedimus tibi, tuisque hæredibus civitatem Triventinam sic quomodo tu illam modo tenes et cum terris [...] quam Castellum Angelorum e Cacononem et Cantalupum prædictas terras sic quomodo tenuerunt et dominaverunt inter fluvium Trinium et Sangrum homines qui prædictis castellis habitant» dove si capisce che il Castellum Angelorum è Agnone, Cacononem è Caccavone, ed il Cantalupa non quello nel piano di Boiano, ma l'altro fra S. Pietro Avellana ed Ateleta, rimasto col nome di "Feudo di S. Martino e Cantalupa" nell'agro di S. Pietro Avellana, nella Diocesi di Montecassino, ma compreso un tempo nel Mandamento di Capracotta oggetto di molteplici contestazioni per essere stato dichiarato Demanio dello Stato al tempo delle Leggi eversive dell'asse ecclesiastico. Mi son trattenuto forse un po' troppo a lungo sulla Diocesi e sulla costituzione del Gastaldato di Trivento, ma fu proprio in quel primo periodo di tranquillo governo dei Longobardi (che chiamerei puro) che le nostre contrade potettero popolarsi alquanto; e fu sul finire di quell'epoca che sorsero nel territorio di Capracotta i primi aggruppamenti di popolazione con fissa dimora; maggiori apparvero: quello denominato di S. Nicola della Macchia, sul colle sovrastante a quella Fonte del Romito presso cui emersero le reliquie osche innanzi citate; l'altro restato col nome di Capracotta. Minori sorsero altri nelle contrade di Monteforte; di S. Croce; di Ospedaletto; di S. Nicola di Vallesorda; di S. Iusta; di S. Maria Caprara, delle quali restano pressoché invisibili vestigia o informi ruderi. Più di una restò forse come semplice stazione pastorale. La constatazione che il primo raggruppamento di abitazioni permanenti in Capracotta sorgesse in quell'epoca e cioè nel IX secolo (800) emerge da due incontrovertibili dati di fatto; il primo che traccia di più antiche costruzioni giammai furono rinvenute nei suoli dovunque scavati, ovvero rimossi nelle terre entro o prossime all'abitato presente; il secondo che le prime rivelazioni di popolazione unita nel nostro territorio appaiono proprio in documenti del periodo immediatamente successivo, dei quali perciò conviene far parola qui di seguito. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il territorio di Capracotta: periodo romano

    Il territorio di Capracotta nella circoscrizione di Boviano Vetus È noto che col nome di Sannio, nelle antiche circoscrizioni regionali italiche, si intendeva quella plaga romboidale stendentesi dalle alture sulla sinistra del Sangro a nord-ovest a quelle sulla destra del Fortore a sud-est; dal netto limite dell'Adriatico tra le foci dei due fiumi a nord-est, alla frastagliata linea tracciata dalle sommità dell'Appennino a sud-ovest. Che gli antichi abitatori delle diverse parti ne eran designati con le denominazioni di Caudini, di Irpini, di Pentri, di Frentani, di Caraceni; corrispondenti alle odierne circoscrizioni del Beneventano, dell'Avellinese, del Molise basso con un lembo dell'Abruzzo Chietino, del Molise alto con un lembo dell'Abruzzo Aquilano. Il territorio di Capracotta trovasi perciò incluso nella parte settentrionale dei Caraceni. Non è ben chiara l'etimologia e il significato di quelle diverse denominazioni. Si è affermato che i conterranei della nostra regione fossero appellati Caraceni dalla maniera di coprirsi, cioè con pelli di ovini, maniera non ancora disusata dai pastori, come la più adatta alla diuturna permanenza nelle intemperie e all'umidità. Però a questo proposito mi sia consentita un'altra congettura, senza atteggiarmi a filologo, e cioè tale denominazione possa avere avuto origine da vocabolo antico affine al Greco "palizzata" ed al verbo "recingere", dalle consuetudini pastorali di formare le mandre con paletti e reti, e trasferirle spesso. Ed è ovvio supporre che, soltanto il bisogno di condursi col bestiame in pascoli più freschi e verdeggianti nella buona stagione, avesse sospinta la primitiva gente ad inoltrarsi sulle nostre solitudini montane da regioni più basse e temperate. In breve il nostro territorio, fin dall'epoca preromana, probabilmente non fu che la meta di migrazione temporanea di pastori (come osservava il Benedettino Liborio de Padova nelle Memorie della sua Pescocostanzo, tanto simili alle nostre), «che niuno allettamento potevano avervi per una stabile dimora». Donde e da quali genti provenivano costoro che si stanziarono man mano nelle parti meno inclementi per clima di questo Sannio settentrionale? A queste domande soccorre il concorde parere di insigni cultori delle memorie del mondo antico. Ecco ad esempio le parole di una delle maggiori autorità, Teodoro Mommsen, nella Storia di Roma antica: «Il ramo principale della stirpe Umbrica si condusse dalla Sabina più verso oriente nel nudo degli Appennini Abruzzesi e nelle colline che al mezzodì si incatenano a quell'aspro labirinto alpestre dando origine ai Sanniti che primi presero stanza sui monti lungo il fiume Sangro, e di seguito occuparono il bel piano a levante del Matese alle sorgenti del Tiferno. E nell'antico e nel nuovo territorio chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo preso Boiano». Il nostro illustre filologo Prof. Francesco D'Ovidio, nell'ammirevole sintesi storica del Sannio, pronunziata nella commemorazione del centenario della Provincia nel 1911, scrisse: «Il nome di Samnites, che in origine sarà stato Sabinites, evidentemente ha comune la radicale col nome dei Sabini e dei Sabelli, ed è già un indizio che quella gente aveva strettissima parentela con i popoli che diconsi propriamente Italici. Ma di ciò si ha più chiara prova e nella storia civile, e nella contiguità geografica, e nelle lingue di quei popoli che parlavano due idiomi fratelli, e nelle qualità dei dialetti italiani che ora si parlano in tutta la zona che essi occuparono ed anche in certe persistenti analogie di costumi e di temperamenti». Il chiaro archeologo Carmelo Mancini, nelle sue dotte interpretazioni dell'epigrafe sul frontone dell'anfiteatro di Pietrabbondante, che egli chiama Regina delle epigrafi Osche, aggiunge: «Non potrebbe quindi dubitarsi che i giovani Sabelli provenienti dal nord-ovest, dopo che ebbero oltrepassato i monti e le elevate pianure fredde di Pescasseroli, di Alfedena, e di Castel di Sangro, si fossero prima di tutto impadroniti di quella località, dov'è Pietrabbondante per fondare la loro metropoli, Bovaianum». Ecco dunque indicato in questo cenno che l'itenerario si offriva a quegli immigratori, i quali, movendo dalla Sabina e dal Lazio rasentando il Fucino a settentrione, raggiungevano l'alta valle del Sangro; e, seguendo il corso di questo fiume che prima appellarono Sagrus, si spandevano poi pei monti e le valli nostre. Se però il nostro territorio non fu in principio che una meta temporanea di pastori Sabini o Latini, pare indubitato altresì che due nuclei di essi avessero preso stanza nelle due contrade meno fredde del territorio: le contrade che hanno il nome di Guastra (Olivastri?) e di Macchia (Maccla Strinata fu detta ancora nel medio evo). Queste due località meno battute dai venti e specie dalla tramontana, con terreni alquanto atti alla coltivazione ed a trarne materiale da costruzione, non molto lungi dal torrente Verrino dal quale potevano trarre la forza per la sfarinatura del frudmento e per le piccole industrie, degli utensili, né troppo discoste dalla regione dove alligna l'olivo e la vite, e l'altra ove prospera l'abete, offrivano la possibilità di permanente dimora. Certo in queste località si son rinvenute vestigia di quei lavori che rivelano la presenza di antica gente unita in consorzio, ruderi, per quanto informi, di abitazioni, tombe, oggetti in terracotta ed in metallo, monete ecc. Nella prima il posto di rinvenimento di tali vestigia trovasi presso la sorgente detta della Lama che dà origine ad un torrentello che si riunisce al Verrino. Nella seconda è presso alla sorgente detta Fonte del Romito accosto al fabbricato o masseria Falconi, oggi Conti. Di alcuni oggetti trovati da contadini zappanti nella prima presso la masseria Di Tella scrisse il Prof. Antonio De Nino nelle Notizie degli scavi del 1904 inserendovene anche le figure. Il chiaro Prof. De Nino si recò di persona sul luogo e vi trovò alcune tombe scoperchiate ed inconsideratamente manomesse. Non gli furono consentiti nuovi saggi di scavo, cosicché dovette soffermarsi a riferire come: «Le tombe che vi si rinvengono sono della prima età del ferro; hanno la forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco chiuse con lastroni di pietra grezza. Poco o nulla si tenne conto dei vasi di creta che vi erano. Di una tomba di bambino si conservano tre braccialetti di lastrina enea senza saldatura nel ricongiungimento longitudinale e con quattro sottili scanalature trasversali in ogni estremità; di più anche in bronzo due anellini di filo cilindrico a sei giri l'uno, a cinque giri l'altro. Appartengono alla collezione dei bronzi due grosse armille anche di lastra senza saldatura, ma ciascuna con 14 sbozzature trasversali e con taglio netto, ed altresì trasversali nelle due estremità, taglio che per effetto della elasticità del metallo permetteva l'adesione dopo che l'oggetto era passato sul braccio. Essi appartengono ad una terza tomba secondo riferiscono gli scavatori. Di una quarta tomba, certamente di guerriero, gli oggetti hanno maggiore importanza, e meritano particolare descrizione: sono di ferro e di bronzo. In ferro è una cuspide di lancia a foglia larga e senza costate, lunga 0,51; più una fibula frammentata con ghiande laterali nell'arco; inoltre un gladio o pugnale lungo 0,32 compresa l'elsa, simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena; ed una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. In bronzo poi si hanno alcuni frammenti di cinturone, ed una armilla anche di lastra ripiegata e senza saldatura a tre giri e più; in una estremità sporge una specie di mezza ghianda liscia; più notevoli sono due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito. Il più grande ha il diametro di 0,22. Dalle due estremità andando verso il centro, vi è una serie di stellette a sei foglie, chiuse da parecchi graffiti circolari concentrici e alternate da fori triangolari; ancora in dentro vengono due altri circoli di forellini; e in ultimo, intorno al foro centrale, vi sono prima sei giri di fori rettangolari, e per chiusura un circolo di triangoli. Per sostegno del disco si osservano sei grossi fori in linea curva da una estremità e due dall'estremità opposta. Simile lavorazione si riscontra nel disco minore che ha il diametro di 0,13». Ma la prima località cennata innanzi, la contrada Macchia, detta nel medio evo Maccla Strinata, poi Maccla Spinetarum, nitidamente segnata nella carta geografica degli Abruzzi nel Vaticano col nome di Lomacchio, ha una ben maggiore importanza archeologica per antiche vestigia ivi rinvenute, e specialmente per la targa di bronzo con epigrafe Osca, divenuta famosa in archeologia col titolo di tavola Osca di Agnone o bronzo di Agnone, vestigia che pel lunghissimo tempo dovettero essere in ogni maniera manomesse, cosicché oggidì nulla ne rimane visibile. Antichi scrittori di memorie del Napoletano fanno menzione di quegli avanzi. Il Del Re ad esempio, in Descrizione dei domini di quà dal Faro (1830) parla di ruderi ivi ancora esistenti. Il Romanelli nella Topografia storica del Regno di Napoli (1815) desume e sostiene l'esistenza di Aquilonia antica dov'è Agnone «dai ruderi di antica città che si vedono tuttora poco distante dal lato di Capracotta dove sono stati rinvenuti non pochi monumenti». Nel museo di Napoli si conserva una colonnina in pietra trovata nella Macchia nel 1845 e nella quale si legge una parte di iscrizione Osca, come dirò in seguito. Monete diverse devono ivi far parte delle collezioni numismatiche. Nel museo Kirckeriano di Roma (sala XXV) è visibile qualche freccia in pietra focaia offerta dal Signor Gamberale di Agnone, proveniente, oso credere, da quei dintorni. Contadini intenti a coltivare terre vi hanno trovato oggetti e monete; posso nominare fra gli ultimi Pietro Tisone, Filippo Paglione, Gaetano Fiadino. Io stesso, giovanetto, assistetti ad un piccolo scavo eseguito da Errico Rosa per nostra curiosità; fu rinvenuto un anello di argento, conservato poi dal pianista Luigi Gullì da Scilla, il quale era a diporto con noi (morto poveretto ancor giovine) ed una fibuletta di bronzo che conservai. Ricordo pure monete di bronzo e di argento conservate da mio zio materno Giangregorio Falconi, a cui furono sottratte e disperse, dolente ora che io inconsideratamente non le andai esaminando con attenzione, né presi nota. Il detto zio, uomo di sconfinata bontà, possedeva le terre nelle quali si rinvennero più spesso ed in maggiore quantità quelle reliquie: Fonte del Romito. Vi aveva un fabbricato colonico e fu appunto il suo bovaro Pietro Tisone a tirar fuori ivi col vomero nel 1848 la famosa lamina di bronzo Osca ed a dargli ogni tanto di quelle monete di cui ho fatto cenno. Costui ed altri contadini recarono più di una volta anticaglie ad Agnone, specialmente al signor Saverio Cremonese, il quale, non so se per naturale inclinazione o per commercio ne faceva raccolta; e costui ottenne dalla condiscenza di mio zio Falconi il prezioso bronzo Osco, dinanzi al quale, raccontasi che il Mommsen s'inginocchiasse, tanta luce se ne riprometteva per le sue ricerche sull'antico linguaggio delle nostre contrade. I ruderi oramai informi che non di rado si incontrano nei campi scendendo dalla sunnominata contrada Macchia verso Agnone lasciano supporre che sobborghi di antica città vi fossero state. Per sapere qualche cosa della tavola Osca io mi rivolsi al detto archeologo Camillo Mancini presso la Società Regale di Napoli, il quale cortesemente così mi rispose il 7 Ottobre 1899: «Omettendo ogni preambolo vi dico che l'insigne lamina Osca in bronzo che va sotto il nome di Agnone, a detta di Francesco Saverio Cremonesi fu scavata nel luogo detto Fonte del Romito presso quel paese. So che fu offerta in vendita al Governo Italiano per mille lire; ma quel Direttore delle antichità antecessore a Bernabei, e che mi vergogno di nominare, non volle comprarla affatto, e quindi sopraggiunsero stranieri più accorti, ed, a scorno dell'Italia nuova, l'acquistarono non si sa bene a qual mite prezzo, ma probabilmente per circa duemila lire che il Cremonese fu lieto d'intascare. Ora il bronzo preziosissimo conservasi nel museo Brittannico di Londra. Esso é stato da molti stranieri descritto ed interpretato in varie forme: quella che più corre consiste in un elenco di Divinità locali onorate nel tempio di Cerere. Quindi nel primo e in parte del secondo rigo, si legge: STATOS. POS SET. HORTIM. KERRIN. e si interpreta: Statuæ quæ sunt in templo cereali. Queste statue erano di Vetusco, di Inclito, di Cerere genitrice, d'Interstite, delle Madri cereali, delle Linfe cereali, dei Legislatori, delle Anfore cereali, delle Matute cereali, del Giove gioventù, del Giove rettore, dell'Ercole cereale, della Patana fedele; della diva Geneta. Non è esatto che essa lamina abbia completato l'alfabeto Osco, anzi la lettera 𐌚 vi è mancante. La paleografia non è arcaica, cioè antichissima e per congettura può attribuirsi al sesto secolo di Roma incirca. L'Osco del Sannio non aveva dialetti, e fu sempre uno. Solo i popoli di Osca origine che adoperarono l'alfabeto greco contenevano qualche divergenza». Corsero alla interpretazione di quelle epigrafi incise sulle due faccie della lamina illustri cultori delle antichità. Il primo forse fu il tedesco Henzen il quale ne scrisse in "Monumenta inedita", presso Institutum Archeologicum 1848: poi il Mommsen in "Antichi dialetti" indi Robasté "De la langue Osque d'après les inscripions": poi il Fabretti, l'Husque. Lo studio più maturo peraltro (quello che più corre scriveva il Mancini) è ritenuto quello del russo Giovanni Zwetajeff, stampato a Petropoli (ossia Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado) nel 1878, appassionato amico della nostra bassa Italia e dei suoi dotti in materia, specialmente il De Petra. Ed ecco quanto egli ne scrive, dandone lettura (la lettura Osca va da destra a sinistra) e la interpretazione latina. «Tabula aerea utrimque inscripta, in oppido Agnone anno 1848 inventa, nunc in museo Britannico: alta 0,28 - lata 0,165 Juxsta, A. S. Murray»: L'altro tratto di iscrizione osca impressa nella colonna rinvenuta nella Macchia nel 1845, come ho accennato, trovasi cosi trascritta dallo stesso autore: «Z. hurtùs, km, her, dùnùmna, ed interpretata: Z. Hortius Cominii fecit [Veneri] donum». Questa colonna, scrive lo Zwetajeff, fu rinvenuta fra ruderi di fabbrica antica. Certo il linguaggio rivelato dalle riportate iscrizioni ed in altre di Agnone, Pietrabbondante, Alfedena, Castel di Sangro, attestano concordi la identità dell'idioma in tutta questa nostra parte settentrionale del Sannio Caraceno. E non par dubbio che in essa la gerarchia sociale e militare dalle borgate mettesse capo ai due suoi centri maggiori, cioè Bovianum e Aufidena. Il citato archeologo Prof. Mariani nota con acume, come «Aufidena era necessaria signora del paese circostante fino al cerchio formato da Bovianum vetus, da Aesernia, da Sulmo». Ugualmente dunque doveva esser necessaria la signoria di queste altre sui territorii delle borgate viciniori. Come dunque, sorge spontanea la domanda, e quando caddero e sparirono le traccie di questi primieri civili e militari ordinamenti? Non ci resta da indagarne l'avvenimento e la spiegazione fuorché nelle ultime fasi della lotta romano-sannitica svoltesi in queste contrade che menò alle celebrate espugnazioni ed alla distruzione, tra l'altre, delle cospicue città di Corfinio e di Aquilonia, e quindi al soggiogamento a Roma di questo estremo lembo indomato del Sannio, secondo ce ne resta la tradizione dagli storici, precipuamente da Livio. Mi giovo della scorta dell'anzidetto topo-storiografo Dom. Romanelli per determinare in qual modo i Romani pervennero alla conquista delle nostre regioni montuose. L'autore, intento a dimostrare con logici argomenti quale fosse l'Aquilonia, alla cui conquista e sterminio quelli miravano, segue commentando passo passo lo storiografo di Roma, così da mettere in chiara luce il piano strategico escogitato e seguito dall'esercito quirito, diviso in due, affinché le parti prendessero o meglio proseguissero, con movimento convergente contro l'odierna regione molisana-abbruzzese-aquilana. Giacché è da ricordare che poco innanzi era stata soggiogata (come riassume il Mommsen nella Storia di Roma) tutta la regione Lucana e Beneventana dalle schiere del Console Publio Decio Mure, trionfante a Maleventum nel 457 di Roma (297 a. C.); e contemporaneamente tutta la Regione Umbro-Marsicana dalla quale le schiere Sannite, guidate da Ignazio erano state scacciate ed obbligate a rifugiarsi su questi altipiani (458-460 di Roma). Sicché a completamento di tali conquiste le Legioni procedenti da Sud a Nord, sotto il comando di Lucio Papirio Cursore, nel 461 occupò Duronia, accampandovisi: le altre, al comando del Console Spurio Carvilio procedendo in modo inverso da Nord a Sud, espugnarono Amiterno e Corfinio. Poscia le Legioni insieme, attenagliando le Soldatesche Sannite asserragliate in Aquilonia, le disfecero, tutto devastando nel vittorioso incedere, distruggendo questa cospicua città e le Borgate circonvicine. Quì, giustamente sostiene il Romanelli, essere inconcepibile come le Legioni romane, in quel modo disposte nell'avanzamento fossero andate poi da Duronia e da Corfinio a sopraffare l'esercito Sannita ad Aquilonia nell'Avellinese: essere invece evidentissimo come l'Aquilonia nominata in questa disfatta fosse proprio l'Osca Akudunniad, l'odierna Agnone. Così si può capire che il messo inviato a Cominio prima del definitivo fatto d'arme avesse potuto percorrere il tragitto fra le due Città in due giornate. E così può intendersi come la vittoria Romana fosse dovuta all'incedere di Papirio Cursore, il quale necessariamente aveva dovuto portare le sue schiere da Duronia a Bovianum Vetus conquistandola e venendo così a dominare tutta l'alta valle del Verrino, nel cui centro è Agnone (chiunque viaggia sulla Pescolanciano- Agnone ne ha la panoramica visione poco oltre la Stazione Termica), mentre Carvilio aveva agio di proseguire dall'Abruzzo espugnando Aufidena e Castel di Sangro (il quale secondo il Prof. Mariani era un baluardo defensivo di Aufidena); quindi, percorrendo la sponda destra del Sangro ascendesse probabilmente con le Legioni il valico montano da Sant'Angelo del Pesco inverso Pescopennataro, o da Rosello, arrivasse sul Colle dei Soldati (perché questo nome?) e sulle alture di S. Onofrio, venendo a dominare da quel lato la vallata del Verrino, rendendosi così vana e inefficace ogni resistenza dell'ultimo esercito Sannita: ed inutile il sacrificio della sua Legione linteata votata alla morte. Non altrimenti ci è dato intendere come Bovianum col suo monumentale edificio; Aufidena con la sua forte acropoli; Aquilonia con la sua opulenza e Duronia con tutte le sue borgate contermini seguissero la sorte di Amiterno e di Corfinio rase al suolo, ponendosi quasi una pietra sepolcrale sulla loro esistenza, sulle loro memorie. La nostra Macchia seguì la stessa sorte. Né altrimenti può spiegarsi la prevalenza delle scritture in lingua Osca e sulle lapidi e nelle reliquie dei monumenti rinvenuti in queste località. E così pure s'intende e spiega come da quell'epoca di soggiogamento a Roma «tutto fu silenzio e tenebre la gloria che passò» del Sannio intero, e più non s'incontrano memorie e vestigia di queste nostre contrade montane specialmente, fuorché lamentose testimonianze di deserto e di desolazione in cui esse giacquero. Lucio Anneo Floro con frase compendiosa lasciò scritto che appresso a quegli avvenimenti invano si sarebbe cercato il Sannio nel Sannio stesso. Non vi è probabilità che nel territorio di Capracotta e dintorni fossero pervenute quelle Colonie di coltivatori mandate a ripopolare le regioni devastate; non resta pertanto che attenersi alla ipotesi offerente maggior credibilità, che cioè sui nostri monti, come nei tempi antichissimi, non sopraggiungesse per lunga era altro di umano, fuorché alternate apparizioni di pastori Sabini o Latini con le loro greggi. Delle diverse parti del territorio stesso non trovasi nome o menzione in alcun monumento di quella primiera epoca; è dato supporre però che fin dall'epoca Romana esistessero le denominazioni di Mons Caprarius, di Vallis Surda, di Maccla, nomi che non mutarono posteriormente come vedremo nel Capitolo seguente. Corograficamente, costituito l'Impero di Augusto, e ripartito il Regno Italico in undici Regioni, le nostre contrade del Sannio, come nota il Faraglia, furono incluse nella regione IV e questo è il solo ricordo storico che seguì allo sterminio del Sannio Caraceno. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il territorio di Capracotta: note topografiche

    Non è difficile scorgere su di una qualsiasi carta geografica d'Italia il territorio di Capracotta: basta seguire con lo sguardo da sinistra a destra la linea della latitudine di Roma, e da sotto in su quella longitudinale di Napoli per incontrarlo nella convergenza delle due linee. Perché l'abitato è posto proprio sul parallelo 41 1/2 e sul meridiano del Castel dell'Ovo. Si stende fra l'agro di Pescopennataro e S. Angelo del Pesco verso Nord, di quello di Agnone ad Est, di Vastogirardi a Sud e di S. Pietro Avellana e di Castel del Giudice ad ovest per un'ampiezza approssimativa di 4.500 ettari in cifra tonda, tomoli locali 13.500 circa di are 33,65 ciascuno. Un terzo circa trovasi coperto da bosco ceduo di faggio e di poche altre specie legnose; altri cinquecento ettari sono a nudo pascolo od incolti; in altri 2.500 son sparsi i terreni coltivati. La maggiore altimetria è quella del Monte Capraro, 1.741 m.; la minima è un avvallamento scavato nella contrada Lama dal corso del Verrino; località detta Molini del Signore, ove comincia pure l'agro di Agnone, 890 m. Seguono in ordine di altimetria massima i culmini del Monte Campo, 1.645 m.; di S. Nicola della Macchia, 1.514 m.; di Vallesorda, 1.512 m.: e di altimetria minima la prateria di Monteforte, 1.200 m.; della regione Macchia, Masseria del Duca, 980 m.; della regione Sotto la Terra, Masseria Coste Fiadine, 997 m. Quella dell'abitato vien comunemente portata a 1.421 m. misurati all'ingresso della Chiesa che sovrasta però alla somma parte di esso abitato. Dal coacervo dunque di queste altezze maggiori e minori dei diversi punti dell'agro si arguisce che, se il territorio intero ipoteticamente volesse considerarsi in un esteso altipiano, la sua giacitura avrebbe un'altimetria non inferiore a 1.300 m. dal livello del mare. Al contrario di tale ipotesi esso è scosceso con pendenze più o mene ripide, e gli scoscendimenti si presentano nelle più opposte direzioni. Non vi è alcuna larga estensione in piano, eccetto la prateria di Monteforte verso Vastogirardi costituita da poco più di una ventina di ettari. La linea secondo cui è disposto per lungo l'abitato in direzione nord-est, sud-ovest, ed il prolungamento della linea stessa alle vette del Campo e Monte Capraro, costituisce la sommità dello spiovente delle valli del Sangro ad ovest e del Verrino ad est ambedue però nel versante Adriatico. Parecchi degli scoscendimenti di cui ho fatto parola mettono a nudo strati di roccia tagliati a picco spesso per altezze rilevanti; in dialetto sono indicati col nome di "ritagli". Considerevoli sono specialmente quelli che fanno corona alle creste del Campo verso settentrione, mentre il dorso del monte stesso da nord-ovest verso sud-est declina piuttosto dolcemente così da farlo rassomigliare di lontano a un immane felino accovacciato sul ventre. Alti e dirupati sono pure quelli all'estremo della regione detta di Prato Gentile, sporgenti sui limitrofi territori di Pescopennataro e di S. Angelo del Pesco: gli altri verso ovest nella regione Guardata denominata Coste della Rochetta e gli altri ancora dalle vette di Vallesorda e del Monte Capraro verso sud-ovest; della sommità del Monte S. Nicola della Macchia verso nord-est; ed infine quelli su cui trovansi edificate le case dell'abitato verso ovest. I primi specialmente si stendono per rilevanti lunghezze, centinaia di metri circuenti le sommità montane. In diversi posti grosse falde di queste rupi si trovano staccate dal nucleo roccioso del monte cosi da lasciare delle lunghe e profonde fenditure, quasi caverne verticali chiamate volgarmente Fosse. Parecchie delle più estreme di queste fenditure si sono sgretolate e tuttora si sgretolano, staccandosene enormi macigni che precipitano a valle. Di altre più interne talvolta si serve qualcuno per riporvi la neve: la loro profondità varia, talvolta sorpassa i venti metri; ma il vuoto di rado eccede i metri 150 in larghezza. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il Santuario... ieri ed oggi

    Approfittando della ricorrenza triennale della festa della Madonna di Loreto dedichiamo alcuni minuti del nostro tempo per esaminare insieme qualche dettaglio che ci possa far rileggere la storia della costruzione della chiesetta a Lei dedicata. L'attuale costruzione risalente circa all'inizio del 1700, periodo del barocco italiano, è stata sicuramente costruita in sostituzione di una precedente chiesetta dall'aspetto e dalle dimensioni più modeste dell'attuale, ma sicuramente con lo stesso valore intrinseco. Ubicata su una delle principali strade di accesso e di uscita dal paese, la chiesa ha sempre rappresentato il riferimento spirituale dei contadini che porgevano, passando, un saluto alla Madonnina prima di andare a lavorare i campi, nonché un ringraziamento al ritorno quando rientravano a casa. Stesso significato ha sempre avuto anche per noi cittadini di Capracotta che, lavorando altrove, con un segno di croce salutiamo la Madonna allontanandoci e con un altro segno di croce la ringraziamo quando torniamo al nostro amato paesello. Passiamo ora a brevi considerazioni sulla struttura architettonica della chiesa precedente a quella esistente. Qualche anno fa io e l'amico Ermanno D'Andrea decidemmo di analizzare qualche "segno" esistente, che ci potesse più o meno dare qualche indicazione circa la dimensione e l'ubicazione della chiesetta preesistente all'attuale. Questa indagine fu stimolata dalla insolita posizione del campanile ancora oggi visibile e posto dietro l'abside della nuova costruzione verso il lato opposto al paese e con una intersezione con l'abside stessa del tutto inusuale per l'architettura del '700. Questo segnale ci ha fatto supporre che la costruzione precedente fosse orientata ad ovest di questo campanile che per logica era generalmente rivolto verso il paese, e quindi corrispondente con l'attuale casa del custode. Proseguendo quindi nell'indagine della suddetta casa abbiamo potuto rilevare la presenza di imposte di archi che definivano la parte finale della chiesetta, e dove sicuramente era posizionato un modesto altare di cui esiste ancora una parte della pietra di appoggio del piano di celebrazione. Inoltre tracce ancora presenti sono quelle di un pavimento utilizzato nella cantina del custode realizzato con vecchie chiànghe e posizionato alla stessa quota del pavimento della chiesa attuale, il che lascia presupporre che per l'accesso alla chiesetta precedente si dovessero superare almeno tre o quattro gradini. Il sapore di tutto ciò che ancora rimane visibile, e la presenza di una pietra ritrovata sul muro dell'attuale cucina del custode con l'incisione 1622 ci fa sicuramente pensare ad una data di costruzione dell'edificio sacro che possa aggirarsi tra la fine del '400 ed i primi del '500, poiché esiste un documento datato 1602 che stabilisce la ristrutturazione della chiesetta a spese di una Congregazione all'epoca in vita a Capracotta. Determinata quindi una data approssimativa della prima costruzione siamo passati a disegnarne la probabile piantina sovrapponendo quella della chiesa attuale dopo averne rilevate le dimensioni. Tutto ciò è stato possibile grazie all'aiuto e alla piena disponibilità dell'attuale custode che ci ha consentito di approfondire questa piccola indagine. Salvatore Santilli Fonte: S. Santilli, Il Santuario... ieri ed oggi, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • La famiglia Di Ciò di Capracotta

    Si hanno notizie della famiglia di Ciò, di Capracotta, fin dai primi anni del 1600, epoca in cui la famiglia fu annoverata tra i maggiori locati della Dogana di Foggia, con Angelo di Ciò (alias Iarone) censito nel 1639, e Giuseppe censito nel 1690. Nel libro dei fuochi di Capracotta del 1641, sono censiti Santo di Ciò, del fu Antonio, e sua moglie Attilia Falcone. L'ascendente più antico (relativamente alla famiglia di Sanza d'Alena) finora conosciuto è Giuseppe di Ciò, nato nella seconda metà del 1600 e deceduto prima del 1743, marito di Antonia Marracino di Vastogirardi. Giuseppe era tra i maggiori locati della Dogana di Foggia e, come dimostrano gli atti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia, nel 1690, professò (cioè denunziò la proprietà) di 2.650 pecore. Nel 1691, nacque loro un maschio a cui dettero il nome di Alessandro. Costui continuò la redditizia attività legata alla pastorizia, a cui si era già dedicato il padre e sposò Costanza di Lorenzo (n. 1693 ca.) figlia di Francesco e Nunzia d'Onofrio. Ebbero quattro figli: Angiola Rosa (n. 1719 ca.); Giuseppe Nicola (n. 1725 ca.): possedeva a Capracotta alcuni terreni siti in contrada Spinete o Fonte del Cippo, contrada delle Fossata grandi o Fonte dello Staffaro, contrada Sotto al Monte e contrada della Piana Picciola. Sposò Carmina Antonia Falconi (figlia di Martire e Preziosa Ianiro) dalla quale ebbe tre figli, Alessandro, Diego e Anselmo. Il primo fu maestro di scuola, il secondo magistrato. Alessandro (1758-1838) sposò Geltrude Carnevale ed ebbe quttro figlie Anna Giuseppa, Angela, Maria Giuseppa e Maria Apollonia. Diego (+ 1843; fu procuratore della cappella di S. Maria di Loreto nel 1807), invece, sposò Vincenza Mosca, figlia del medico Felice, ed ebbero tre figli: Maria Illuminata che sposò Eustachio Falconi, fratello di mons. Giandomenico e dell'avvocato Stanislao Falconi; Giacomantonio e Giuseppe. Anselmo, uno dei personaggi più illustri di Capracotta, ricordato anche nell'opera dell'Albino Uomini illustri della provincia di Molise, nacque a Capracotta il 21 aprile del 1767. Ordinato sacerdote, si applicò allo studio della matematica e dopo essersi trasferito a Napoli, in epoca napoleonica, vi aprì una scuola privata che fu molto frequentata. Nel 1816 pubblicò in Napoli gli Elementi di matematica, opera in due volumi che gli procurò l'offerta da parte del chiarissimo professore Tommasini della cattedra di matematica presso l'università di Pavia, che però non poté accettare per motivi di salute. Morì a Napoli il 6 gennaio del 1835; Anna Rosa (n. 1731 ca.); Pasquale (n. 1737 ca.). Giuseppe di Ciò, figlio di Diego e Vincenza Mosca, era medico, e posò in prime nozze Agelarosa Falconi (di Martire e Maria Giuseppa Campanelli). Ebbero ben dodici figli: Diego Sebastiano (n. 1814), Gaetano Maria (n. 1815, da cui discende il ramo trasferitosi a S. Pietro Avellana), Maria Clementina (n. 1817), Clorinda Rachele (n. 1819), Maria Vincenza (n. 1821), Maria Illuminata (n. 1825), Anselmo (n. 1827), Alessandro Diomede (n. 1828), Filippo Giacomo (n. 1830), Vincenza (n. 1832), Ersilia (n. 1834) e Tito. Alla morte della moglie, avvenuta nel 1837, si sposò in seconde nozze, nel 1846, con Maria Carugno, figlia del notaio Saverio e Teresa di Buccio, dalla quale ebbe un altro figlio: Giacomantonio (n. 1848). Gaetano Maria di Ciò (n. 1815), sposò in prime nozze Mariangela Conti (di Antonio e Elisabetta di Rienzo), che morì prematuramente nel 1836. Ebbero un figlio, Francesco Paolo Achille (n. 1835). In seguito convolò a seconde nozze con Alessandrina Rotelli, da cui ebbe Lorenzo, che nacque a Forli del Sannio, paese della madre, nel 1845. Lorenzo rimase orfano di padre all'età di soli cinque anni, fu cresciuto dai nonni paterni a Capracotta, e da quelli materni a Forli del Sannio. Dopo la licenza liceale, si diplomò come maestro elementare, poi come segretario comunale ed infine come notaio. In qualità di segretario comunale giunse a S. Pietro Avellana nel 1872, dove sposò Filomena Perilli, dalla quale ebbe tre figli: Giovanna, che sposò Lorenzo dei baroni d'Alena, Diego medico, e Giuseppe magistrato. Proseguì la sua carriera a S. Pietro Avellana in qualità di notaio; morì il 13 ottobre del 1921. Fu anche vice pretore a Capracotta per diversi anni, e sindaco di S. Pietro Avellana negli anni 1892-1895 e 1899-1901. Appassionato ricercatore scrisse un libro su Giovanni Caldora ed uno sulla storia di S. Pietro Avellana (rimasto incompiuto). Tra i suoi scritti va ricordato anche quello riguardante la famiglia d'Alena intitolato Dei feudi e titoli della famiglia d'Alena, pubblicato in Castel di Sangro nel 1896 e dedicato al barone Domenicantonio d'Alena. Fu vicepretore a Capracotta e notaio. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • La Madonna

    È una limpida serata di maggio, piena di luce dai toni rosati. L'aria è tiepida. Scende dal Rettilineo, diretta, alla chiesetta della Madonna, la processione mariana. Davanti c'è l'Arciprete, con la cotta, la stola sopra, e il tricorno in testa, affiancato da due chierichetti. Dietro una frotta di bambini e di donne, vestite all'antica, di scuro. Ultimi arrancano zi Vincenzo e Michelangelo Carfagna. Procedono salmodiando l'Ave Maria. Comincia il primo coro, nel quale fa spicco la voce alta e stonata di Lucia di Milione, con tono più sostenuto: Salve, o Maria, piena di grazie, il Signore è te... co... Risponde il secondo, con tonalità più grave e bassa: Santa Maria, madre di Dio... e così sia, Gesù e Maria...! Qualche donna si accoda, il corteo s'ingrossa. I pochi uomini che sono in coda si curano della disciplina della retroguardia, formata dalla piccola marmaglia, sempre più vivace. Intanto gruppetti di donne e ragazzi, isolati, precedono la processione. Il corteo svolta a "I Pioppi", mentre l'eco del canto a Maria, dolce e monotono, si spenge lentamente. Comincia la funzione. È l'occasione tanto attesa per manifestare con la preghiera corale la profonda devozione verso Maria. Zi Vincenzo della Madonna, il custode, si muove lento e grave tra i banchi per la questua. Di tanto in tanto si curva verso qualcuno e scambia qualche parola. Per i ragazzi ciarlieri, basta un cenno. La funzione termina. Lungo la via della Madonna, fino a "I Pioppi" ed oltre, è uno snodarsi di gruppetti di donne, che affrettano il passo per il rientro, ciangottando. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Pastori italiani diventati metalmeccanici in Ohio

    Le acciaierie sul fiume Mahoning. Sul piedistallo della Statua della Libertà, in bronzo, si legge il componimento "The new colossus" scritto da Emma Lazarus nel 1883. Malgrado le «folle accalcate» e i «miseri rifiuti», parole immaginate con le migliori intenzioni trovate lì, i nostri antenati italiani - chiamati "nonno" e "nonna" da alcuni di noi anziani italoamericani - non entrarono in America da emarginati e ignoranti. Anzi, gli immigrati italiani giungevano sulle sponde americane già in possesso di parecchie competenze. In Italia avevano lavorato come muratori, sarti, falegnami, pescatori, contadini, e pastori. Essendo il nipote di un pastore italiano, vorrei condividere con voi alcune idee su quest'ultimo mestiere così rispettabile ed importante. Nel corso dei secoli, l'allevamento e il movimento delle pecore attraverso centinaia di chilometri crearono un'enorme ricchezza, pure un impegno ben remunerativo per le famiglie dei pastori, specialmente nel centro-sud del Paese. Con un passato così ricco di storia e con tanti ex pastori immigrati arrivati ai porti americani agli inizi del secolo scorso, ci vuole uno sguardo dettagliato sulla pastorizia italiana. Prima che ci fossero documenti scritti, le antiche genti italiche praticavano l'allevamento ovino. Poi durante il periodo della repubblica romana e imperiale la storia ci mostra che i pastori dell'epoca conducevano le loro greggi a percorrere molti chilometri dalle altezze appenniniche fino ai pascoli più bassi e caldi. In italiano questa migrazione stagionale si chiama transumanza. Poiché nei tempi antichi quasi tutti i vestiti erano fatti di lana, la pastorizia diventò un'importantissima industria. Quando l'impero romano dell'ovest cadde nel secolo quinto, non esisteva la sicurezza sia a causa dei briganti che degli invasori. Quindi le greggi non potevano percorrere i tratturi, o piste. Infatti, la mancanza di protezione pose fine alla migrazione su lunghe distanze. Solo nel '200 cominciò di nuovo la transumanza di grandi masse di ovini scendendo dalle gelide altitudini per giungere ai pascoli più caldi. I re normanni, conquistatori dell'Italia meridionale e della Sicilia, crearono un regno che univa gli attuali Abruzzo e Molise con la grande pianura verde del Tavoliere della Puglia, vicino all'Adriatico, un ottimo luogo per pascolare le pecore durante l'inverno. Soprattutto, promulgarono una costituzione per concedere ai pastori il libero transito per la campagna e la città. Duemila miglia di tratturi resero possibile quest'importante migrazione. Così resuscitò la transumanza. Naturalmente la monarchia normanna arricchiva il tesoro regio imponendo tasse su greggi e affitti su pascolo nel Tavoliere. Più tardi, gli altri conquistatori del Sud, gli Svevi della Germania e poi gli Aragonesi, continuarono affinando le protezioni per l'allevamento ovino. Quindi l'ampia rete di privilegi e regolamenti della pastorizia diede origine a una civiltà pastorale che coinvolgeva migliaia di famiglie da L'Aquila in Abruzzo fino a Foggia in Puglia. Immaginatevi il commercio creato dal motore economico della pastorizia: oltre agli ovini c'era bisogno di cavalli, cani, articoli di pelle, equipaggiamento per fare il formaggio, tende, e attrezzi per la tosatura delle pecore e la lavorazione della lana. Nell'autunno del 1604, quasi sei milioni di ovini arrivarono nel Sud. Certo, quest'era una pastorizia su scala industriale. Provate a vedere con la vostra mente la vita pastorale di mio nonno Giangregorio, se potete. La transumanza inizia il 9 di settembre, nelle alture di Capracotta in Molise. A due passi del paese, lui e gli altri pastori sostavano davanti al Santuario della Madonna di Loreto, pregando la Vergine per la protezione delle loro famiglie durante la loro lunga assenza e per la buona riuscita della transumanza. Poi pastori, greggi, cani da pastore, muli, e cavalli migrano sempre verso il sud sulle piste erbose. Di notte sostano nelle tende o ogni tanto in un granaio o in una chiesa rurale. Spesso c'è bisogno di attraversare fiumi pericolosi sostenendo le bestie deboli sulle spalle. In montagna ci sono i lupi che attaccano le greggi per portare via le pecore. Finalmente giunti in Puglia, i pastori impegnano il tempo con la mungitura quotidiana, la lavorazione del formaggio, e la preparazione delle greggi per la tosatura. In maggio, tutti ritornano in paese con gli agnelli nati da poco in Puglia. Prima di entrare a Capracotta, fanno una sosta finale, essenziale. Offrono preghiere di ringraziamento alla Madonna nello stesso Santuario di settembre. Nei paesi e comuni svuotati di uomini, le donne da sole portano avanti i loro lavori di casa. Producono i vestiti e si prendono cura degli orti. Le sere si riuniscono davanti al caminetto per condividere le notizie e raccontare storie mentre ricamano la biancheria per il corredo di una giovane parente. Gli uomini hanno lasciato la legna, però sono le donne che faranno la manutenzione del focolare per tutto il lungo inverno nelle montagne. In maggio, al ritorno dei pastori si faranno molte feste. A metà dell'800, cioè la generazione anteriore dell'emigrazione degli italiani nelle Americhe, la pastorizia che una volta prevaleva nel Sud cominciò a declinare. Le piante americane, per esempio il granoturco e le nuove specie di fagioli, resero possibile una forte coltura da reddito. Anche la rivoluzione nella tecnologia, segnata dal trattore e dalla mietitrice a vapore, fece i campi più produttivi, più redditizi. Con la bonifica delle paludi, la verde pianura della Puglia venne divisa in latifondi chiusi all'orda dei ovini. Avendo a loro disposizione sempre meno opportunità, i pastori cercavano di coltivare i campi vicini ai loro paesi. Chi sa se mio nonno Giangregorio e i sui paesani, una volta pastori a Capracotta a 1.421 metri sul livello del mare, avevano l'idea che un giorno nel futuro avrebbero dedicato il resto dalla loro vita a lavorare nelle acciaierie e fonderie di Ohio? C'erano volantini che li indussero a emigrare nell'area industriale in forte espansione del Midwest dell'America? Le altezze di Capracotta gli rendevano difficili i tentativi di abbandonare la transumanza per coltivare i campi vicini? Lì faceva così freddo che non permetteva la coltura né di vigneti né di oliveti. Inoltre, in Europa la crisi agraria della fine dell'Ottocento colpì duramente l'Italia, facendo crollare il prezzo del frumento. Per la verità, parecchi di questi nuovi agricoltori affrontavano un futuro nero come mezzadri. Intorno agli inizi del '900, nuove tecnologie rivoluzionarono la produzione del ferro e dell'acciaio. In questo, emerse la regione industrializzata da Pittsburgh fino alle valli di Ohio e di Mahoning. Anticamente i metalli ferrosi si preparavano in lotti piccoli però la produzione moderna di allora richiedeva grandi fornaci moderne azionate da migliaia di operai in un solo turno, di tre. La necessità in America di tanta manodopera raggiunse in un modo o nell'altro i comuni e i paesi dove gli ex pastori lottavano per cercare a fatica di sopravvivere coltivando poveri campi. Giangregorio e moltissimi italiani come lui risposero alle notizie dall'estero. Lasciarono la pastorizia ormai in declino e i suoli sfavorevoli dei loro villaggi nativi. Diventarono i metalmeccanici nell'economia in rapida crescita dell'industria di acciaio negli Stati Uniti. Forse per loro, abituati alle lunghe separazioni dalla famiglia, andar via di casa per le città industriali dell'Ohio non risultava così traumatico come per gli altri emigrati dell'epoca. Quindi scavate ben a fondo negli archivi familiari. Potrebbe essere che qualche vostro antenato metalmeccanico nella sua gioventù conducesse pecore bianchissime per valli fresche nelle montagne fino alla pianura verdeggiante del Tavoliere della Puglia. Se è vero, rendetevi conto che praticava uno dei mestieri più antichi e importanti prima di aver mai prodotto acciaio "Made in the USA". Ben Lariccia Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .

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