LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Nel bosco degli Abeti Soprani, da Pescopennataro all'eremo di San Luca
Pescopennataro è un piccolo centro dell'Alto Molise, arroccato su uno sperone di roccia a 1.200 metri di altitudine, un nido d'aquila che domina la valle del Sangro, al confine tra l'Abruzzo e il Molise. La definizione di «paese degli abeti e della pietra» individua due suoi elementi identitari. Da un lato il grande bosco di abeti bianchi che risale il pendio del Monte Campo. Dall'altro, l'antica tradizione degli scalpellini locali, capace di promuovere anche una scuola di scultura della pietra. La nostra passeggiata può allora cominciare proprio con la visita al Museo della Pietra. Percorriamo le sale dedicate alla geologia delle rocce, alle selci lavorate dalle locali genti preistoriche e alle realizzazioni degli scalpellini pescolani. Una curiosità è l'originale presepe assemblato con pietre naturali, levigate esclusivamente dall'acqua e dal tempo, che suggeriscono i vari personaggi della tradizione natalizia. La scuola di arte della pietra convertì molti agricoltori e allevatori in artigiani, con conseguenti benefici economici alle famiglie e l'acquisizione di prestigio per i mastri, chiamati a realizzare balaustre, acquasantiere, fontane, cappelle gentilizie, cippi funerari, portali, stucchi e decorazioni di case e chiese. L'uscita dal paese può seguire un doppio percorso allo scoperto - una pista ciclabile e il sentiero di Pinocchio - entrambi accompagnati dalle opere realizzate dagli artisti partecipanti ai simposi di scultura in pietra, tenutisi in paese per alcuni anni. Davanti a noi è ben visibile il bosco degli abeti soprani con l'eremo di San Luca che costituisce l'obiettivo dell'escursione. All'inizio del bosco facciamo tappa all'ostello "Montagna Amica", una recente struttura turistica di ospitalità rivolta ai gruppi di ragazzi. L'ostello è l'erede di una più antica colonia estiva, dove tanti giovanissimi abruzzesi hanno vissuto momenti di formazione e di vita all'aperto negli anni Sessanta. Una fotografia nel museo di Pescopennataro documenta puntualmente quei campeggi in tenda della Gioventù italiana di Azione cattolica (Giac). Seguendo le bandierine bianco-rosse del sentiero Cai n. 311 ci inoltriamo nel bosco degli Abeti Soprani, dove s'incontrano dei cippi in pietra che segnano il percorso dell'acquedotto; poi il sentiero si allarga e comincia a salire. Tralasciando alcune deviazioni minori, si affronta un pendio più ripido e si supera un fosso con un ponticello e qualche tornante. Quando il viottolo rimpiana raddrizzandosi, si giunge presto a un bivio con un pozzo di cemento sulla destra. Dopo un breve tratto pianeggiante il sentiero torna a salire, conducendo rapidamente ai piedi di un muraglione di sostegno della strada sovrastante. Adiacente al muro, una scalinata sale ripida a sinistra. Percorrendola, al suo culmine si sbuca su un piccolo piazzale all'altezza di un tornante della strada di Prato Gentile, davanti all'eremo di San Luca. Il pregio del bosco che attraversiamo è rappresentato dagli abeti bianchi, alberi di grandi dimensioni con chioma sempreverde, autentiche piramidi di color verde cupo. Questi abeti hanno il fusto diritto e colonnare, con la corteccia dal caratteristico colore bianco cenerino. Con la definizione di abeti "soprani" si vuole indicare la loro superiorità per qualità e pregio. E si tratta anche di un bosco da seme, utilizzato per la riproduzione della specie in vivaio. L'eremo di San Luca è stato edificato sfruttando uno sgrottamento naturale della parete rocciosa dell'omonima montagna. Nelle immediate vicinanze dell'eremo sorge poi la cappella dedicata all'Evangelista. Nella tradizione leggendaria fu luogo di sosta e di rifugio per san Luca in un suo viaggio da Roma alla Palestina quale latore delle lettere di san Paolo. In assenza di notizie documentate sulla sua storia, si racconta di alcuni eremiti che sarebbero vissuti a lungo in solitudine e povertà nell’antica cappella rupestre. All'interno, un semplice altare in pietra, un camino e una piccola scala a chiocciola che conduce al piano-soppalco superiore adibito ad abitazione. Nell'anno 1943, quando la località era inserita nella Linea Gustav di difesa tedesca, l'eremo fu utilizzato come rifugio da un gruppo di soldati neozelandesi fuggiti dal campo di prigionia di Fonte d'Amore a Sulmona che cercavano di ricongiungersi agli alleati traversando il fronte. Non mancò a essi la solidarietà degli abitanti dei vicini villaggi. Solidarietà che fu pagata con la vita dai fratelli Fiadino di Capracotta, fucilati dai tedeschi per aver loro offerto ospitalità. Il sentiero 311 da Pescopennataro a San Luca sale dai 1.200 metri del paese ai 1.500 dell'eremo, con un dislivello di circa 300 metri; sviluppa una lunghezza di 3,5 km con un tempo di percorrenza di un'ora e trenta minuti in salita e poco meno in discesa. Carlo Finocchietti Fonte: https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/, 20 agosto 2019.
- Cosa vedere in Molise: itinerario 7 giorni on the road
Vi avevo già parlato del mio viaggio in Molise e di cosa mi ha portato alla scoperta della regione che non c'è. Per una settimana ho girato in lungo e in largo con l'auto tra le sue colline verdi e i suoi borghi, e finalmente mi sento di proporvi un itinerario per aiutarvi in cosa vedere in Molise. Allacciate le cinture, perchè sarà un on the road indimenticabile alla scoperta di tradizioni e borghi dimenticati. Sono sicura che farete fatica a dimenticarvi di odori e sapori tipici di questa terra. Io ho avuto l'opportunità di soggiornare in questa regione meravigliosa grazie all'iniziativa "Regalati il Molise", pertanto il punto di partenza del mio viaggio è stato San Giovanni in Galdo, il paese che ci ha ospitato. Se dovessi consigliarvi, vi direi di fare base a Campobasso. Per via della sua posizione centrale, vi permette di raggiungere facilmente sia l'entroterra che la costa. Pensare di vedere tutto quanto il Molise ha da offrire in poco meno di 7 giorni è assolutamente riduttivo. Tuttavia, ci sono delle tappe obbligate che credo ogni viaggiatore debba includere nella lista di cosa vedere in Molise. Giorno 1 Per quanto piccolo sia, il Molise si divide in due aree ben distinte: l'alto Molise e il basso Molise. Pietrabbondante, Agnone e Capracotta sono tutti nell'alto Molise, e per questo vi consiglio di trascorrere un'intera giornata da queste parti. Iniziate da Pietrabbondante, che è il primo paese che troverete sul percorso partendo da Campobasso. Qui si trova una delle aree archeologiche più importanti di tutto il Molise. Perfettamente conservato, infatti, qui sorge un anfiteatro che risale all'epoca sannitica che merita certamente una visita. Trasferitevi poi ad Agnone, borgo molisano dalla fama mondiale. Qui si trova infatti la Fonderia Pontifica Marinelli, un'eccellenza italiana che forgia campane dal 1339. Approfittate delle visite guidate ogni ora per un viaggio indietro nel tempo. Se avete ancora tempo, fermatevi a Capracotta. È il secondo paese più alto di tutti gli Appennini e per via delle numerose nevicate che cadono da queste parti in inverno, è detto borgo delle bufere. Ideale per prendere un po' di fresco in estate, e per fare un giro in uno dei borghi italiani più autentici. Giorno 2 Nella lista di cosa vedere in Molise non può certo mancare il suo capoluogo, Campobasso. Pur essendo il centro amministrativo regionale, Campobasso è molto piccola se paragonata ad altre città. Se volete un po' di romanticismo, vi consiglio di percorrere al tramonto via Matris. Camminando fino alla fine, raggiungerete il belvedere che fa da davanzale al Castello Monforte. Visitatelo e salite in cima alla sua torre: la vista sulla città è magica e imperdibile. Dal castello scendete poi per addentrarvi nel centro storico di Campobasso, è imperdibile e intriso di storia. Vicinissima a Campobasso c'è Ferrazzano. Tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino sono d'accordo sull'affermare che è uno dei borghi meglio conservati di tutto il Molise. La pietra bianca che lo avvolge e le moltissime terrazze panoramiche lo rendono il posto ideale per una passeggiata rigenerante. Giorno 3 Se siete stanchi della città e vorrete rifugiarvi nella natura, Carpinone e le sue cascate sono la soluzione che fa per voi. I ragazzi del luogo, infatti, da qualche anno hanno risollevato le sorti di alcuni sentieri naturalistici. Tra questi, proprio quelli che conducono alla cascata di Carpinone e alla cascata Schioppo. I percorsi sono meravigliosi e tenuti in maniera eccellente grazie al lavoro dei volontari. Addentrandovi nella natura potrete arrivare fin sotto alle cascate - e perché no - godervi anche un bagno rinfrescante. A pochissimi passi da Carpinone, vi consiglio di visitare Castelpetroso e il suo Santuario. Noi ci siamo finiti per puro caso: percorrendo la statale che riporta a Campobasso, è impossibile non vederlo. Sorge infatti anch'esso nella natura, lontano dal centro abitato. Il Santuario di Maria Santissima Addolorata ha delle caratteristiche architettoniche uniche, con forti richiami allo stile gotico. Non fatevi ingannare però: è di recente costruzione, essendo stato inaugurato nel XIX secolo. Giorno 4 Nonostante siano poco pubblicizzate, le aree archeologiche in Molise sono moltissime e non hanno nulla a che invidiare a siti più famosi. Altilia ne è l'esempio. Questa piccola città sannitica - poi trafugata e passata in mani romane - ci è stata tramandata in condizioni esemplari. Si può ancora camminare per le sue stradine, fare una visita al tempio cittadino e sedersi sugli spalti del suo anfiteatro. Il tutto, gratuitamente. Non che questo sia l'unico motivo per cui dobbiate passare da qui. Nella zona, vi suggerisco poi di fare un piccolo trekking naturalistico all'Oasi WWF di Guardiaregia. Quest'area, al confine con la Campania, è una riserva naturalistica protetta. Prima di partire per l'esplorazione del territorio, vi consiglio una tappa all'agriturismo "La Fattoria dell'Oasi": un pasto tipico molisano è quello che ci vuole prima di una bella passeggiata. Giorno 5 Civitacampomarano credo che meriti una visita di una giornata. Non perché il borgo sia così grande, anzi. Ma questa piccola parte di mondo che sempre essere stata dimenticata, ha bisogno di essere esplorata in ogni suo piccolo dettaglio. E per farlo bene, ci vuole del tempo. La piccola Civitacampomarano deve la sua ritrovata ribalta grazie al concept che sta dietro al "CVTà Street Fest", un festival di street art che si svolge qui ogni anno. Tutto il borgo è caratterizzato dalla presenza di murales e installazioni a cura dei più grandi artisti di fama mondiale. A capo di questo progetto Alice Pasquini, che l'ha fatto nascere e che ora è direttrice artistica dell'evento. A Civita inoltre sorge il Castello Angioino, che vive ancora grazie all'instancabile lavoro dei volontari che si occupano della sua gestione. Non perdetevi la visita. Giorno 6 So bene che questo è un post su cosa vedere in Molise, e forse vi sorprenderà vedere in questa lista le Isole Tremiti. Ma partiamo con ordine. Termoli è forse il centro marino più importante della costa molisana. A parer mio non può non essere presente sul vostro itinerario. La città al tramonto si dipinge di un colore ocra intenso, il centro storico è illuminato dalle sue famose luminarie di colore blu. Qui troverete numerosi ristorantini di pesce, adatti per scoprire ricette molisane che certamente farete più fatica a trovare nell'entroterra. Dal porto di Termoli è possibile raggiungere le Isole Tremiti, che geopoliticamente appartengono alla Puglia, anche se in questi giorni ho sentito più volte che leggenda narra che sorgano proprio sull'ideale proseguimento del confine tra Molise e Puglia. Contese a parte, in ogni caso non potete perdervi questo angolo di paradiso in terra. Prendete un battello direttamente da Termoli per raggiungere le Isole di San Domino e San Nicola. Giorno 7 Spostandosi verso ovest, sin quasi al confine con il Lazio, è possibile raggiungere Castel San Vincenzo. La località è nota soprattutto per l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, una versione restaurata di un monastero medievale ricostruita proprio sui suoi resti. I suoi archi e la Cripta di Epifano che sorge nei pressi, sono tra i luoghi più suggestivi che non vorrete perdervi durante il vostro soggiorno in Molise. Dopo aver visitato l'abbazia, dirigetevi verso il lago di Castel San Vincenzo. Si tratta di un lago artificiale balneabile, a cui potrete avere facile accesso anche in auto. Grazie alle piccole spiaggette riparate dal sole, potrete trascorrere qualche momento di relax. Se viaggiate in camper, esiste anche un comodo campeggio con accesso privato alla riva. Spero che il mio itinerario ti sia piaciuto, ma questo non toglie che esistano altri mille luoghi che potrebbero aggiungersi alla lista! Fabiana Palmieri Fonte: https://www.travelsandotherstories.com/, 26 agosto 2020.
- La casa del vento
Flora ed io, una settimana prima, sveglia con la luce del mattino, pronti ad andare a controllare lo stato di maturazione delle olive, importante, dopo essersi accertati dell'apertura del frantoio della Cooperativa Olearia Larinese, di cui la Casa del Vento è socia, per decidere quando iniziare la raccolta. Il periodo giusto, per avere la migliore qualità di olio dalle olive frante, è per noi quello dell'invaiatura, cioè quando le olive sono tinte di rosso per un buon 50% con il resto ancora verdi o nere. Larino apre la campagna olearia e prima degli altri paesi mette a disposizione l'olio nuovo. Un momento magico è stato quello di raggiungere e fermarsi sul punto più alto (504 m. s.l.m.) del colle e da lì puntare lo sguardo sulle cime delle Mainarde lontane, per poi saltare su quelle di Capracotta e Agnone, il Monte Mauro con sotto il Lago del Liscione e, più in là, la Maiella e il Gran Sasso. E ancora, sempre continuando verso destra, San Felice del Molise, Mafalda, Palata, Montecilfone, con Vasto e il mare lontano, Guglionesi, le isole Tremiti, il Gargano, il Tavoliere delle Puglie e le dolci colline che da San Martino in Pensilis portano a Ururi e poi girano per salire verso Montorio nei Frentani, Casacalenda e ancora più su verso Morrone del Sannio. Dolci colline infestate dalla miseria culturale, prima ancora che dalla mancanza di sensibilità, di chi ha sfregiato con le pale eoliche un paesaggio incantevole che, pur se ferito, per fortuna, ancora appare. Il rosso trasparente, che copre la campagna e rimbalza dalle foglie pregne di olive, assorbe il sonno residuo e lascia il posto a quella serenità che solo la bellezza ti può dare. Flora, puntando il suo nuovo telefonino, raccoglie, in un giro a 360°, questi orizzonti lontani, fonti di emozioni, da raccontare, poi, ai suoi amici padovani. Arriva il giorno dell'inizio del raccolto, con la minuta valle, quella che separa il Monte dal Monte Arone e Monte Arcano, coperta con un manto di nebbia che l'alba farà svanire coprendola di colori. Davanti alla baracca, il tutto preparato la sera prima, troviamo le reti, i cestelli, i rastrelli, che usiamo solo in caso di necessità, le cassette, che ci dividiamo per andare a mungere le prime olive dagli alberi ancora sofferenti della gelata di due inverni fa. La tecnica è quell'antica della mano che scivola lungo il ramoscello e stacca le drupe, nella gran parte invaiate e, come si diceva, dal colore rossastro. Intanto, il sole uscito da dietro il Gargano, sale e comincia a far sentire il bisogno di spogliarsi di qualche panno per il caldo e poi di acqua per dissetarsi. Io e Flora siamo molto concentrati in questa attività e le parole che ci scambiamo sono dirette a indicare un albero o un ramoscello dove sono rimaste ancora olive attaccate per nostra distrazione. Torna alla memoria la raccolta di un tempo con gli olivi grandi come querce; le lunghe scale e i grandi teli ricavati dal mettere insieme sacchi di iuta, quasi tutti rattoppati, stesi sotto gli alberi rallegrati dal canto con le voci di quelli che erano sulle scale e quelli sotto. Donne e uomini a cantare i loro racconti, e, soprattutto le donne, a stuzzicare gli uomini con il canto all'amore che, qui a Larino, la patria dell'olivo "Gentile", della Salegna o Saligna e della San Pardo, si ripete con "A fronne da uelive", cioè «il ramoscello di olivo che – dice il canto – dà l'olio, tu cerca di sposarti perché io non ti voglio». Un canto bello che, da qualche tempo, soffocato dai rumori dei pettini e nuovi strumenti per la raccolta, non lascia ascoltare l'eco che arrivava dalla campagna olivetata che veste di verde intenso la mia antica città, capitale dei frentani secoli fa e culla, nel 1994, dell'Associazione Nazionale delle Città dell'Olio. Di tanto in tanto il silenzio è interrotto dallo scarico delle olive dal cestello, che portiamo a tracolla, alla cassetta e da Lina e Andrea, i nostri cani, che giocano sotto l'albero a fianco a quello dove noi siamo concentrati a raccogliere. Poi la sosta salutare, soprattutto per chi non è abituato a fare sforzi inusuali e vive la giornata seduto a scrivere o a parlare. Non manca la visita all'amico Antonio che, ben attrezzato, sta raccogliendo con tutta la famiglia in un oliveto poco lontano, quello da dove sono arrivati gli olivi secolari trapiantati davanti casa. Reti grandi; pettini che s'incrociano in cima a un bastone alimentato con la batteria, che staccano dolcemente gli olivi e le lasciano cadere sulle reti ben stese; cassoni capaci di contenere tre quintali di olive e non, come noi, cassette da venti chili; mani per prendere le reti e riportare al centro tutte le olive raccolte, da scaricare, poi, nel cassone. Anche qui grande concentrazione con il pensiero prevalente al mercato che non ancora decide il prezzo delle olive. Esso è un elemento decisivo, importante per capire il risultato di un'annata di cure e di amore per questa pianta generosa e, con il suo olio, ricca di significati. Un olio che, per colpa della mancanza di organizzazione dei produttori e del vuoto di programmazione da parte delle istituzioni, non è premiato dal mercato con un prezzo adeguato alla sua qualità, che oggi, diversamente dal passato, è diffusa e non, come fino a qualche decennio fa, riservata solo a pochi. A questi limiti di una realtà basata sul baratto, è da aggiungere quello espresso dalla grande, purtroppo ancora maggioranza dei consumatori, che dell'olio sa poco o niente, tanto da scartare il migliore perché "piccante e amaro"; preferire quello di semi, soprattutto per la frittura e alcune elaborazioni; non dare importanza a una sana e corretta alimentazione che, è bene tenerlo presente, è tale se moderata e sostenuta da prodotti di qualità, in primo luogo l'olio, non solo per i suoi caratteri salutari ma, anche, per essere il filo conduttore del buon mangiare per eccellenza, la Dieta mediterranea. La sera, dopo il carico delle cassette e il trasporto delle stesse al frantoio, ci ha trovato stanchi ma felici per la degustazione dell'olio nuovo, rigorosamente baciato prima di essere assaggiato. Poco profumo perché ancora chiuso dal trauma della frangitura, ma già ricco di sapori come il sedano, il carciofo, il pomodoro, l'aglio e altro ancora. Un rito che si è ripetuto per tre giorni, tutt'e tre pieni di sole e di speranze riposte in questo prodotto prezioso che ti sazia con una fetta di pane, con o senza pomodoro; uno spaghetto con solo aglio e prezzemolo; un pezzo di caciottina o mozzarellina, stracciata o caciocavallo fresco dei nostri maestri casari e del latte dei nostri bravi allevatori; riso in bianco con prezzemolo; insalata di pomodoro con peperone fresco, sedano, basilico e cipolla; pasta con le verdure o, meglio, con le patate; linguine con frutti d mare e olio a crudo o, immenso, pesce crudo di cui io vado pazzo. Tre giorni di amore per la natura circostante, l'ambiente e il paesaggio dagli spazi ampi, il silenzio interrotto di tanto in tanto dal volo della gazza ladra offesa dalla nostra presenza, per loro invasione di campo, o dai discorsi di coppie di uccelli che si sentono arrivare come un cicalio lontano. L'aria della sera dondola i rami degli ulivi e noi soddisfatti come siamo della raccolta e grati alle nostre mani delicate. Risplende il tramonto che attende la notte stellata. Anche questo è amore... amore per una vita sana e sobria, che solo la campagna, con i suoi silenzi, può donare. Pasquale Di Lena Fonte: https://pasqualedilena.blogspot.com/, 21 ottobre 2013.
- Abetina di Rosello e cascate del Verde
Diciamocelo, Rosello e Borrello, comuni della Provincia di Chieti a pochi chilometri di distanza tra loro, non sono proprio dietro l'angolo. Anche partendo da molte località in Abruzzo, un'ora e mezza o due di auto e curve vanno messe in conto. Lasciate le autostrade e le superstrade, però, non si guarda più il contachilometri e gli occhi vengono rapiti dal paesaggio incredibile che si svela davanti. Un antico mosaico ambientale, commoventi borghetti medievali abbarbicati sulle alture, Madama Majella a chiudere l'orizzonte: la valle del Sangro è davvero lo Shangri-La d'Abruzzo. Sono venuto sin qui per fotografare due piccole, ma importanti riserve naturali: l'oasi delle Cascate del Verde di Borrello e l'Abetina di Rosello, parte delle ultime foreste di Abete Bianco dell'Appennino Centrale, che caratterizzano quest'area di confine tra Abruzzo e Molise. Con tre salti che insieme superano i 200 metri, quelle del Verde sono le cascate naturali più alte d'Italia. A ragione attirano quindi ogni anno migliaia di turisti e una cooperativa di giovani locali si occupa della gestione e dell'accoglienza dell'oasi. Ho dato appuntamento qui anche al regista de "L'Altro Versante TV" Marco Rossitti e alla sua troupe che arrivano dal lontanissimo Friuli per filmarmi in azione in questi luoghi. Ad attenderci e guidarci, l'amico Giuseppe Di Renzo della cooperativa "Rio Verde Ambiente e Turismo", profondo conoscitore della zona nonché appassionato fotografo. Ci avviciniamo lentamente ai salti d'acqua, saltellando su massi e graffiandoci tra i cespugli, carichi di attrezzatura come muli. Il rumore dell'acqua si fa sempre più forte. La cascata si rivela, con la sua acqua pulitissima. Foglie morte che danzano nei gorghi come poesie haiku e bellissimi aceri ed ornielli che crescono sui massi scolpiti delle rive, quasi consapevoli delle regole della composizione fotografica... E io ho nemmeno due giorni per fotografare 'sta meraviglia! Tempi lunghi o brevi? Inquadrature larghe o dettagli? Classiche o creative? Il cervello fa automaticamente le sue scelte e alla fine la virtù come sempre, sta nel mezzo. Decentrabile e 50 mm la faranno da padrone. Alla fine, tutto sommato, sono soddisfatto. Peccato, una puntina di colori nel bosco in più non avrebbe guastato: ma con quest'autunno pazzo, non mi posso lamentare. Le foglie sarebbero potute già essere a terra! Ci avviciniamo a Rosello e ammiriamo i crinali boscosi che vanno da Castiglione Messer Marino fin verso Pescopennataro e Capracotta, il Molise. I boschi di faggio, acero e altre caducifoglie stranamente ancora verdi in alcune parti e rossi in altre, sono tutti punteggiati dal verde scuro degli abeti bianchi. Abies alba, che in queste zone raggiunge altezze ragguardevoli, è un albero bellissimo, che mette soggezione e tranquillità al suo cospetto. Per esplorare da vicino la Riserva Naturale dell'Abetina di Rosello e avventurarci nei suoi angoli più nascosti, non potevamo non farci condurre da una guida d'eccezione, il grande Mario Pellegrini, profondo conoscitore della natura appenninica e vero e proprio genius loci di queste zone. A lui va il merito della creazione di questa bellissima area protetta quasi vent'anni fa e della conoscenza del suo complesso ecosistema. Mentre camminiamo verso la forra del torrente Turcano, Mario snocciola dei numeri: 450 specie di funghi, 600 di coleotteri, una marea di specie vegetali, tra cui il bellissimo acero di Lobel. E poi anfibi, rettili, uccelli e mammiferi: una fauna d'eccezione, che vanta l'orso bruno marsicano, il lupo, l'astore, il picchio nero, quello mezzano e il dorsobianco. Troviamo tante tracce delle presenze faunistiche, ma l'unico incontro ravvicinato è con una microscopica Salamandrina di Savi, anfibio urodelo che si trova solo in Italia peninsulare e piuttosto raro nel versante Adriatico. Qui, nel regno dei muschi e del legno morto, abbondantissima. Entriamo nella forra, passando accanto a enormi tronchi di abete che sembrano zampe di elefante. Alcuni alberi, ci rivela Mario, superano i cinquanta metri di altezza e un paio, sembra, superano addirittura i 56 metri. Guadagnando così il titolo di alberi più alti d'Italia e rivaleggiando con simili in Croazia per quello di alberi più alti d'Europa. Non è facile fotografare questo bosco. È tutto un intrico di alberi morti, rami, foglie e ostacoli. Ma questa è natura selvatica e quindi bisogna farsene una ragione. Come non concentrarsi sulle foglie morte in una pozza o sui funghi giganti che crescono sui tronchi? E i licheni su quel rametto? Mamma mia, quanto è alto quell'albero! Dovrò tornare diverse volte nella riserva per portare a casa delle immagini che mi soddisfino. La prima volta una nebbia fittissima ha avvolto tutto per tre giorni. Poi, sole e luce forte. Ogni volta nuove soluzioni da cercare. Ogni decina di metri ha richiesto un'ora di esplorazione visiva per le infinite possibilità che questo ricco ecosistema offre. È difficile non cadere nella banalità con una foresta del genere e quindi ci si sforza di mantenere una visione fresca e creativa. Ma quando arriviamo ad un ansa del torrente Turcano, dove due abeti enormi coperti di muschio sono crollati mettendosi di traverso e i colori dell'autunno dei faggi appaiono sullo sfondo, non voglio sentire nessuno: treppiedi, grandangolo, polarizzatore e grande profondità di campo. Immagini classiche e semplici. La contemplazione estatica, infatti, non tollera distrazioni. Bruno D'Amicis Fonte: https://laltroversante.blogspot.com/, 2014.
- Vivere con cura a Capracotta
Gli albori di "Vivere con cura" a Milano Nel 1987, dall'incontro e dalla successiva collaborazione tra il gruppo di Legambiente di Milano e quello del Movimento degli Uomini Casalinghi (di cui faccio tuttora parte), era nata la proposta di organizzare incontri sia per denunciare e contrastare l'inquinamento crescente e le devastazioni ambientali e sia, soprattutto, per divulgare culture, pratiche e stili di vita ecologici. Chiamammo "Vivere con cura" sia il gruppo promotore che i programmi che avremmo proposto, facendo nostro il pensiero di Carla Lonzi, che invitava non semplicemente a vivere, ma a vivere con cura se si vuole veramente essere in sintonia con se stesse/i, le altre/i e la natura. La modalità scelta fu quella di organizzare cicli di conferenze, con dibattito e discussione a seguire, strutturati in calendari della durata di circa tre mesi con incontri settimanali o quindicinali da tenersi verso sera o dopo cena, per permettere una più larga partecipazione. E con ingresso gratuito. Le conferenze erano tenute da esperte/i che da anni ormai facevano ricerca, o come docenti universitari, o come amanti del sano vivere che sperimentavano in prima persona gesti e pratiche "sostenibili" e possibilmente a "impatto zero" sull'ambiente, in tutti i campi dell'agire umano. A partire dall'economia domestica e dai gesti quotidiani - appunto di cura - che riguardano tutti, e riflettendo sul dato di fatto inequivocabile che la società in cui viviamo esalta il momento della produzione di serie - sia essa per il mercato che per il sociale - e del consumo, ignorando, banalizzando, disprezzando (o addirittura a danno) il momento della cura, relegata da circa 5.000 anni solo alle donne, per una presunta inferiorità e incapacità esistenziale a creare e progettare, prerogative del "genio" maschile. Ma dalla fine degli anni '60, le donne sempre più hanno rifiutato il ruolo di angeli del focolare per scoprire e costruirsi un'altra identità, vita ed esistenza. La risposta della grande industria è stata l'immissione massiccia degli elettrodomestici, del macchinismo industriale e di sostanze chimiche. Per cui, mentre si cercava di divulgare le ultime ricerche su una coerente pratica di vita ecologica quotidiana, a partire dai piccoli gesti, ci si interrogava sul senso dei lavori di cura e sulla differenza sessuale e i possibili sbocchi che potevano nascere. Gli anni del consolidamento Il primo periodo di "Vivere con cura" a Milano è durato sei anni, durante i quali, per circa sette-otto mesi l'anno, presso il centro di quartiere "Il Ponte delle Gabelle", grazie all'impegno generoso e intelligente della responsabile, Graziella (originaria della Sicilia e figlia di una sapiente madre "tuttofare"), sono passate decine di esperte/i toccando sostanzialmente tutti gli argomenti possibili. In particolare soffermandoci sui temi fondamentali dell'alimentazione e agricoltura biologica, erboristeria e medicine naturali, massaggi e ginnastiche dolci, cosmesi e bioarchitettura. Buona la partecipazione (con una media di cinquanta presenze a incontro), ma soprattutto sono nate tante prese di coscienza individuali e di gruppo, amicizie e collaborazioni, gruppi di studio, e per qualcuno anche l'inizio di nuovi lavori o lo spostarsi a vivere in campagna o montagna. In quei sei anni, abbiamo verificato quanto sia importante un'acculturazione di massa concreta sui temi ecologici, sia per realizzare reali cambiamenti, sia per creare una rete di vita ecologica, perché da soli si può fare troppo poco. Per me, personalmente, fu un periodo di grande arricchimento umano e culturale perché di solito i professori, i docenti e gli appassionati della natura frequentano ambienti "ristretti", invece con le conferenze popolari davamo la possibilità di aprirsi - e confrontarsi in modo anche polemico - a un pubblico eterogeneo, o meglio come si diceva al popolo, il vero motore della storia e dei cambiamenti. Dopo la verifica e il consolidamento di quei primi sei anni, ci sono state: la diffusione di programmi anche in altre realtà; la nascita di un gruppo di acquisto di prodotti biologici direttamente dai produttori (con benefici reciproci), che annaspano per via della globalizzazione; l'organizzare campi di vacanze ecologiche presso agriturismi autentici, in cui cioè realmente si sperimenta la vita naturale, e anche in paesi in via di abbandono; la pubblicazione del libro "Vivere con cura" e dibattiti e polemiche con le altre associazioni ambientaliste che ci criticavano di fare troppo poco e di essere troppo legati al passato. La nascita di "Vivere con cura" a Capracotta Nell'autunno del 2002, l'allora assessora alla Cultura del Comune di Capracotta, Patrizia Rainone, mi chiese (e pose la domanda a tutti gli emigrati) se avessi delle proposte da dare per contribuire alla "rinascita" dell'amato paese e territorio di Capracotta, che, come molti - se non tutti - comuni montani, soffre del fenomeno dello spopolamento e del disfacimento, ormai quasi allo stadio finale, dello storico tessuto sociale, e con una crisi d'identità culturale ed esistenziale, soprattutto come prodotto della globalizzazione forzata delle multinazionali e dei miti sempre più accentuati del consumismo, dell'urbanizzazione, del progresso a tutti i costi e del gigantismo a tutti i livelli. Condannando a morte quei tesori umani, naturali e culturali che sono i piccoli comuni montani, forse gli ultimi baluardi di resistenza e base per una possibile vita bella e degna di questo nome. A Patrizia risposi che da molti anni a Milano - dove mi ero trasferito con la famiglia dall'età di un anno e mezzo, con la prospettiva di un futuro "radioso", di "emancipazione" dalla natura selvaggia e dura - collaboravo all'organizzazione degli incontri di "Vivere con cura" e che ormai conoscevo oltre cento esperte/i (che considero mie maestre/i) in tutti i campi della cultura ecologista e delle sue varie correnti (quella più scientista, quella spiritualista, quella radicale-intransigente, ecc.) e che avremmo potuto promuovere a Capracotta, e possibilmente in tutto l'Alto Molise, per affinità di territorio e problematiche, una specie di scuola popolare sui saperi pratici, locali e non, relativi a una vita coerentemente sana ed ecologica, perché al giorno d'oggi è quasi ridicolo parlare di vita ecologica in città, anche se fai la raccolta differenziata, compri i prodotti bio (falsi o semi-falsi) al supermercato, usi il tram, ecc. E aggiungevo che Capracotta e l'Alto Molise, come tante zone ormai "marginali", paradossalmente grazie allo spopolamento e alla mancanza di concentrazione di attività produttive ha un ambiente ancora quasi intatto con boschi, montagne verdi, acqua buona, aria impareggiabile uniti alla bellezza del luogo e alla proverbiale ospitalità e calore umano (penso per esempio ai fratelli Fiadino). Patrizia acconsentì all'esperimento, e ragionando con lei e le/gli animatori (soprattutto di Milano) con cui ero in stretto rapporto, organizzammo il primo ciclo di "Vivere con cura" a Capracotta, con queste differenze rispetto agli incontri di Milano: mentre in città erano strutturati solo come conferenze (e quasi non poteva essere diversamente), a Capracotta, lontano dalle grandi città, pensavamo a incontri strutturati come corsi-laboratori della durata minima di una settimana, con almeno tre ore di "lezione" pratico-teorica al giorno, dal lunedì al sabato, con esposizione o saggio finale la domenica. Un'occasione diversa per imparare Il termine "corso-laboratorio" vuol significare sia trasmettere nel concreto il sapere da parte dell'esperta/o, sia possibilmente attivare, attualizzando e innovando sui saperi già dati, un laboratorio sperimentale, facendo in altre parole ricerca, unendo saperi accademici-cittadini con quelli locali e con i vissuti delle singole persone partecipanti, realizzando tutto questo all'interno del paese-territorio con i suoi abitanti (soprattutto con le/gli anziane/i, che sono le/i vere/i maestre/i di vita ecologica, con i loro preziosi racconti di fatti, memorie e testimonianze), animali, vegetali e minerali. Una scuola totale, insomma, privilegiando gli incontri all'aperto, sotto la chioma e l'ombra di un albero, oppure in piazza, o durante una camminata, o alla villa, o presso una sorgente, o all'orto botanico; dando quindi molta importanza alla sensibilità, all'emotività, all'intervento diretto o indiretto delle forze della natura che non solo non disturbano ma permettono un apprendimento complessivo e più efficace del sapere da trasmettere. Anche perché tutte le esperte/i si rifanno alla cultura e didattica non solo ecologista ma anche nonviolenta e quindi, tranne rari casi, è un piacere enorme partecipare da studenti, senza barriere di età, credi religiosi, colori politici o della pelle e senza limiti di tempo (la famigerata campanella scolastica che interrompeva, il più delle volte, le belle discussioni che nascevano). Autoeducazione permanente e conviviale Questo modo di fare ed essere scuola ha profonde radici, anche se purtroppo poco conosciute e riconosciute. Per esempio la scuola di don Lorenzo Milani a Barbiana, nel Mugello, per l’emancipazione dei figli di contadini e operai; oppure le università popolari in Argentina promosse dalle Madres de Plaza de Mayo per resistere alla dittatura militare dal 1976 al 1983; oppure la scuola di Ipazia, in Alessandria d'Egitto, nel IV sec. d.C., considerata la più grande matematica e scienziata dell'antichità, che oltre a insegnare ai suoi studenti, teneva lezioni per strada e anche per questo fu perseguitata e massacrata dal fondamentalismo religioso. Così come fu uccisa Meena, una ventina di anni fa, un'insegnante afghana che con altre promuoveva corsi di alfabetizzazione tra le donne sotto il regime dei talebani. Ma forse l'esempio più significativo è quello del Tiaso di Saffo (600 a.C.), la poetessa, con la sua scuola per ragazze in Grecia, ove si trasmetteva tutto il sapere pratico femminile in modo interdisciplinare si direbbe oggi, in quanto si univano gli aspetti della cura e produzione quotidiana agli aspetti artistici in stretto rapporto con la natura, insieme alle buone maniere e alla cura del corpo, fondendoli con la musica, il canto, la danza e la poesia (molte delle sue composizioni furono distrutte dai fondamentalisti religiosi), oltre alla riflessione sulla gestione dei sentimenti, vissuti come elevazione sia personale che relazionale, in particolare l'amore, che chiamava «la bestia dolce-amara» (perché occorre saggezza nel saperlo vivere), insegnamenti in contrasto con i miti bellici della società militarista che ormai si era instaurata in Grecia e il teatro greco è lo specchio del passaggio dalle antiche e pacifiche società conviviali dell'antica Europa a quelle violente indoeuropee. Pastorizia transumante, economia del bosco, artigianato e grande economia domestica Uno degli aspetti degli incontri di "Vivere con cura" a Capracotta (come in qualsiasi altro contesto) è che bisogna partire dal riconoscimento di quanto nel passato, remoto e/o recente, è stato fatto sia per la salvaguardia della natura che per quanto riguarda uno stile di vita sostenibile per l’ambiente, utilizzando i doni che offre la natura e il territorio del luogo. La vita e l'economia di Capracotta, posta a 1.421 m sul mare, è ruotata per molti secoli sulla pastorizia transumante (fenomeno straordinario da un punto di vista ecologico e umano), l'industria boschiva (con lunghi periodi di vita nei boschi, quasi come gli Indios, quindi un altro fenomeno da riscoprire e rileggere), l'artigianato e una sapiente e ricca economia domestica (per esempio il fatto che ogni nucleo familiare avesse una capra, pascolata assieme alle altre, che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare di alto valore biologico; così come l'avere un orto o della terra da coltivare; fare il pane, ecc.) gestita dalle donne di Capracotta (e su questo tema, a differenza degli studi sulla transumanza e l'industria boschiva, non ci sono ricerche e riflessioni, e il desiderio è di attivarle) che permetteva una qualità della vita notevole soprattutto in termini di convivialità e mutuo sostegno e soccorso, nonostante la durezza delle condizioni di vita e le disuguaglianze sociali. La cellula di quella economia era la famiglia patriarcale allargata. Secondo l'antropologa Michela Zucca, venuta più volte dal 2003 a Capracotta a tenere incontri per "Vivere con cura", il declino della montagna con relativo spopolamento, è dato dall'insieme di due fattori: l'avanzare dell'economia di mercato globale in montagna, che ha reso non più redditizie quelle attività, e il rifiuto di donne e giovani di sottostare all'autoritarismo patriarcale, preferendo l’emigrazione e il matrimonio e la famiglia nucleare in città. La ricetta di Michela Zucca è nel riconoscere la centralità delle donne con i loro saperi e percorsi esistenziali in libertà, perché sono le donne che fanno società e civiltà. Anche su questi temi continua la ricerca attuale di "Vivere con cura" a Capracotta. Lucia di Milione, la signora dei boschi Nel 2003, alla nascita del primo programma di "Vivere con cura" a Capracotta, abbiamo dedicato il circolo promotore a Irene e Lucia di Milione, forse l'esempio più significativo per quanto riguarda la possibilità di vita in montagna senza inquinare ed essere felici. Perché questo è il grande gioco: costruire possibilità di lavoro e reddito non solo in armonia con la natura, ma con grande passione e gioia. Ebbene la vicenda di Lucia di Milione e di sua sorella Irene, secondo me è quella che più deve far riflettere. Tutti a Capracotta ricordano Lucia De Renzis, chiamata Lucia di Milione perché il padre, Emilio, era un omone e quindi Emilione, in dialetto Milione o meglio M'glion'; non passava inosservata, era una forza della natura (senza nulla togliere a tutte le altre abitanti di Capracotta). Personalmente da anni sto lavorando a un libro su di lei per cogliere bene la grandezza del suo esempio di vita. Per non dilungarmi dico che lei, da giovane, per sostenere economicamente la famiglia caduta in ristrettezze per via della malattia di Emilione, si inventa il lavoro di raccoglitrice per i boschi e i campi di Capracotta. Molte/i o quasi tutti vivevano con l'arte - personalmente la considero una scienza divina - di raccogliere ciò che la natura ci dona (a differenza dell’agricoltura, per esempio): legna, erbe selvatiche, frutti di bosco, funghi; ma era praticata per uso familiare e come integrazione al reddito. Per lei diventerà invece il lavoro della sua vita. Tempo e stagione permettendo, partiva al mattino e tornava in paese prima di sera, sempre a piedi, carica di ciò che aveva trovato e raccolto. Ricordo che quando entrava in paese era ornata di mazzi di erbe (cassèll', voccarùsc'...) e quant'altro, portando a bella vista i doni e i profumi del bosco, una meraviglia che vendeva per poche lire, unite ai racconti di ciò che le era accaduto o aveva visto, perché nel bosco è sempre un'avventura continua, almeno se hai occhi, cuore e testa per viverli. Viveva con la sorella che faceva saltuari lavori di bracciante e altri lavori precari. Hanno entrambe vissuto oltre gli ottant'anni. Vivendo nei boschi e all’aria aperta aveva preso le caratteristiche delle forze della natura: fierezza, forza, coraggio, accettazione, amore per il mondo... e sprizzava una vitalità incontenibile. La figura della raccoglitrice è la figura forse più ecologica che ci sia. È il mestiere più antico, insieme alla caccia che però integrava la dieta e allora non era squilibrante, né praticata come sport, ma come necessaria. Mammaletta, maestra nell'arte di ammacunà Altra figura di riferimento, a cui personalmente dedico una settimana l'anno è mia nonna Antonietta, chiamata Mammaletta, vissuta da fine Ottocento fino al 1945. Di lei mia madre, Peppina, mi racconta che era maestra nell'arte di ammacunà. Solo da mia madre sono venuto a conoscenza di questa parola, caduta in disuso come tante altre, insieme al dialetto (e un altro desiderio è di rilanciarne l'uso, iniziando con una settimana di "Vivere con cura"). Mammaletta gestiva una pensione, di fianco al municipio di Capracotta. A pianterreno c'era il laboratorio-scuola di sartoria di mio nonno Loreto, con sempre almeno sette-otto giovani che andavano a imparare il mestiere in cambio di lavoro. Nei due piani superiori c’erano due camere adibite a pensione e il salone dove si mangiava. L'abilità, la sapienza e l'amore di mia nonna con l'aiuto delle sei figlie/i, in particolare di mia madre Peppina, permetteva che tutto andasse per il meglio, accogliendo spesso parenti o conoscenti che cadevano in disgrazia e coinvolgendoli nelle mille produzioni e cure domestiche. In sostanza, nonostante circolasse poco denaro, attorno alle due attività di scuola-sartoria e piccola pensione si costruiva una vita decorosa, viva e gioiosa e a dimensione umana: era una specie di alveare attorno alla figura di mia nonna che fungeva da ape regina. E il miele è il prodotto dell'armonia stupefacente che si crea tra le api e tra le api e i fiori. Così come il buon andamento, l'equilibrio tra le esigenze delle attività e quelle della famiglia allargata, con mille attenzioni particolari e stimoli culturali perché gli ospiti annuali erano insegnanti e ostetriche che trasmettevano i loro saperi "per osmosi" a tutti gli abitanti della casa-pensione (in media 20-25 persone di ogni età); erano il frutto di quell'arte, anche questa secondo me divina, di relazionarsi e di costruire, giorno dopo giorno, tra le mille difficoltà e penurie, una vita appagante, bella, aperta al meraviglioso. Credo che a Capracotta ci siano state e ci sono molte altre storie di donne eccezionali come Mammaletta. "Vivere con cura" a Capracotta dovrebbe riprendere quei saperi di Lucia e Irene, di Mammaletta, delle altre donne e anche dei pastori, boscaioli e artigiani, continuando il cammino; invece gli ideologi del "modernismo" li hanno bollati come superati, e li hanno condannati a sparire o a nascondersi nei musei, tacciando di idealismo romantico chi vuole (come gli aderenti al movimento eco-pacifista) non solo restituire loro valore esistenziale e culturale ma, e questo è il punto, farli dialogare con i saperi delle tante altre realtà simili nel mondo - cioè la globalizzazione dei popoli - e anche con le moderne scoperte e innovazioni scientifiche, in modo da coniugare possibilità di lavoro e reddito in montagna in armonia con la natura, e rapporti di collaborazione (e non più di dominio e sottomissione) tra i sessi. Antichi e nuovi sanniti Un altro aspetto fondamentale di "Vivere con cura", oltre alla rivisitazione dell'economia e vita sociale-conviviale a Capracotta negli ultimi due secoli, è il rilanciare gli studi e ricerche esperienziali, cioè non più nel chiuso dei circoli intellettuali, sul popolo sannita (o meglio ancora Safini, che era il nome autoctono, mentre Sanniti era il nome dato dagli antichi Romani), che viveva anche nell'Alto Molise; dalla scoperta della tavola Osca emerge che per la bellezza e salubrità del posto questi era considerato, come d'altronde un po' tutti i territori montani, una zona sacra o almeno quella principale dei Sanniti, tanto che c’erano ben quattro siti religiosi con al centro il culto per la dea Kerres (la Cerere romana, la Demetra greca) e per altre divinità prevalentemente femminili che incarnavano i cicli e i doni della natura, con molti riti di ringraziamento e propiziatori. Quindi l'Alto Molise, come un po' tutto l’entroterra appenninico e alpino, sempre secondo Michela Zucca, ha resistito maggiormente alle invasioni indoeuropee prima e dell’impero romano poi, conservando credenze, riti e culture arcaiche che per una serie di motivi giungono ancora a noi, e che possono essere attuali e attualizzabili; per esempio l'amore e il rispetto che avevano per la natura e il mondo femminile, attuali più che mai visto gli scempi ecologici e la violenza sessuata verso le donne. La memoria fertile, il vero sponsor Uno dei problemi di "Vivere con cura" è il finanziamento dei programmi. Mentre a Milano gli esperti venivano gratuitamente, tranne rari casi, qui invece per il soggiorno, il viaggio e per alcuni anche un gettone di presenza, oltre che per pagare i costi delle locandine dei programmi annuali, le riviste che facciamo dal 2004 - chiamate anch'esse "Vivere con cura" - e le tante altre piccole spese, c'è il problema del reperimento dei fondi. Abbiamo calcolato che per ogni anno di attuazione del programma occorrono circa 4.000 euro, facendo tutto con la massima sobrietà e cercando di riattivare la vita eco-conviviale; metà li ha messi il Comune, ma gli altri 2.000? La soluzione che di solito si dà è il cercare gli sponsor, che il più delle volte sono delle attività commerciali-industriali, oppure l'amministrazione comunale o fondi regionali ed europei, che però vorremmo evitare perché c’è il rischio che se non gradiscono il programma potrebbero negare o ridurre il finanziamento, come era accaduto a Milano nel 1993 con l'interruzione di "Vivere con cura" al Ponte delle Gabelle, che ripartì poi molto ridimensionato e "addomesticato". Ecco perché, a parte il far pagare una quota, anche se irrisoria, ai partecipanti (dieci euro a settimana), comunque non si riesce a coprire i 4.000 euro, e la soluzione che più ha preso corpo, già dal primo anno, è quella di dedicare ogni settimana-corso a una donna o a un maschio - a partire dalle/dagli abitanti di Capracotta - che si sono distinti per il proprio amore per la natura o perché semplicemente parenti o amiche/i vogliono ravvivare la memoria dedicandole/gli appunto una settimana di iniziativa in suo nome. Con "Vivere con cura" si vogliono ricordare le singole donne o pastori o boscaioli o artigiani o altri, il loro profilo e i relativi insegnamenti. A ogni parente o conoscente che desidera fare questo gesto chiediamo di tracciarne un profilo scritto o sottoforma di video per farne un archivio, scegliere l'argomento da trattare, essere presente, accogliere nella propria casa e seguire l'animatrice o animatore (o proporsi lei/lui stessa/o) e contribuire con almeno cento euro. Considerazioni sui primi cinque anni Invito prima di tutto a rileggere i programmi di questi primi cinque anni per rendersi conto della ricchezza e profondità di argomenti e la vita conviviale che si riaccende o addirittura esplode, in particolare come accade con l’animazione con le bambine/i. Purtroppo un 20% dei corsi è saltato per cause di forza maggiore. La partecipazione è stata spesso imprevedibile, ora affollata, ora meno, per tanti motivi. Sono venute molte persone a partecipare anche da regioni lontane e spesso a loro volta hanno promosso incontri di "Vivere con cura" nelle loro realtà, attivando quelli che chiamiamo "gemellaggi eco-conviviali" con Capracotta, casa madre di "Vivere con cura", a cui si è affiancata Triora, il paese delle fate-streghe in Liguria, con la straordinaria coppia di ecologiste tedesche Karin e Rainer e le sorelle Cugge, che tramandano i saperi legati alla lavanda e alle piante aromatiche di montagna. I commenti di animatrici, animatori e partecipanti sono unanimi: piace il clima conviviale, non formale e a misura umana, in stretto rapporto con la meravigliosa natura di Capracotta e l'ospitalità e calore umano dei residenti. Senza dimenticare il gioiello dato dal Giardino di Flora appenninica (e Flora era una dea dei Sanniti...). Al momento stiamo preparando il programma del 2008, ma nel frattempo desidero ringraziare tutte le animatrici e animatori di "Vivere con cura", Patrizia Rainone e l'attuale assessora comunale Maria D'Andrea, le autorità, le donne e gli abitanti di Capracotta, mia madre Peppina e infine anche il sottoscritto! Cari saluti e buon anno! Antonio D'Andrea Fonte: https://www.vivereconcura.org/, 2008.
- Riunione attira 400 persone legate ad una cittadina italiana
James Carnevale emigrò da Capracotta, in Italia, nel 1925, quando aveva 11 anni. Suo padre si era già stabilito a Burlington Township ed era tornato in Italia un'ultima volta per i familiari. Come molti residenti del piccolo paese di montagna a metà strada tra Roma e Napoli, i Carnevale lasciarono l'Italia in cerca di lavori migliori e di una vita migliore. E come molti capracottesi, si stabilirono nel South Jersey. Domenica, Carnevale ed altri 400 immigrati da Capracotta coi loro discendenti si sono riuniti per la prima volta presso l'Enlisted Club della base aeronautica McGuire. Hanno rivisto vecchi amici e parenti e hanno ricreato collegamenti col proprio passato. La maggior parte di essi erano più vecchi, più grigi e persino più calvi di quando s'erano incontrati l'ultima volta, ma erano comunque tutti entusiasti di essere lì. «Non potevamo perdercelo», ha detto Joseph Di Rienzo, che è volato da San Marcos, California. Di Rienzo ha vissuto a Burlington Township per 39 anni prima di trasferirsi in California quasi 40 anni fa. Tra il 1890 e il 1930, dozzine di famiglie di Capracotta immigrarono a Burlington Township, Burlington, Trenton e Bristol, in Pennsylvania. Membri di una famiglia o gruppi di famiglie sono venuti insieme. Di solito gli uomini partivano per primi e mandavano i soldi a casa in modo che i membri della famiglia potessero poi unirsi a loro. In America molti vivevano nelle stesse strade e frequentavano le stesse scuole. Molti discendenti vivono ancora nelle città dove si sono stabiliti i loro antenati. Altri vivono a Moorestown, Cherry Hill e in altre parti del South Jersey. Carnevale, 87 anni, ricorda vividamente il viaggio in nave di 10 giorni attraverso l'Oceano Atlantico fino a Ellis Island, un percorso che suo padre ha affrontato più volte prima di trasferire la famiglia in America. È stato suo padre ad aiutare la famiglia ad integrarsi. Oltre a fornire consigli ed orientamento, gli immigrati si aiutavano a vicenda nell'imparare una nuova lingua, ma anche no. «Mia nonna non parlava mai inglese», ha detto Janet Sozio, la cui nonna emigrò nel 1907 dopo che suo nonno si era stabilito a Willingboro. Non dovevano parlare inglese, disse, perché tutti parlavano italiano. Joe Paglione, 59 anni, ha contribuito ad organizzare l'evento di domenica, inviando gli inviti a persone lontane in California, Arizona e Canada. Paglione conosceva già molte persone di Capracotta e le loro famiglie a Burlington Township e dintorni. Era facile riconoscerli quando li incontrava nel corso degli anni, ha detto. Conosceva i loro nomi: Sozio, Costello, Di Rienzo, Carnivale, Comegno e Deone. L'interesse per la riunione è stato così grande che gli organizzatori hanno dovuto respingere centinaia di persone. «Spero solo che continuino così – ha detto Di Rienzo. – Vedo così tante persone. Alcune non le vedevo da 50 anni. Devo guardare le targhette coi nomi!». Christina DeNardo (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: C. DeNardo, Reunion draws 400 with ties to Italian town, in «Courier-Post», Cherry Hill, 5 giugno 2000.
- Il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino
Il "tratturello" caratterizza in maniera sostanziale il territorio, che, da sempre, è stato sfruttato in modo compatibile e sostenibile con forme di agricoltura rispettose dell'ambiente e pronte ad essere incluse in un processo di produzione agro-alimentare e zootecnia, opportunamente certificata in termini di qualità. Così emerge una straordinaria rete di percorsi legati allo spostamento stagionale delle greggi (e dunque legati alla principale attività economica costituita dall'allevamento ovino, soprattutto, ma anche caprino, bovino ed equino) ma anche alla gran mole delle attività indotte e collaterali, oltre alle più generali esigenze di spostamento e controllo dell'intera fascia centro meridionale dell'Appennino in generale e del Molise in particolare. Il percorso tratturale di Poggio Sannita è da considerarsi di terzo livello, costituito dal tratturello Castel del Giudice-Sprondasino. Il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino collega due importanti tratturi che attraversano ed interessano il territorio dell'Alto Molise: l'Ateleta-Biferno, in agro di Castel del Giudice, ed il Celano-Foggia, in agro di Civitanova del Sannio. Lo sviluppo del tratturello, che ha una larghezza variabile fra i 18 ed i 36 metri, è di circa 30 chilometri interamente percorribili. Il punto di partenza è nei pressi del Vallone Molinara di Castel del Giudice a quota 800 metri s.l.m.; seguendo in parallelo il vallone, costeggia la sorgente dell'Acqua Zolfa e arriva, dopo un'aspra ascesa, a Capracotta (quota 1.400 metri s.l.m.). Costeggiando la base di Monte Campo, giunge alle falde del Monte San Nicola e da qui, dopo aver intercettato la Fonte del Duca e la Fonte Romita (zone di interesse storico-archeologico italico-sannita, dove è stata ritrovata la celeberrima Tavola Osca), scende verso l'agro di Agnone; incontrando le masserie di Ciccotondo e di Tedeschi e scendendo ancora fino al Vallon del Cerro che attraversa a quota 650 metri per risalire fino agli 800 metri di Agnone. Il tratturello lascia il capoluogo altomolisano e si dirige verso Villa Canale dopo aver costeggiato le mura megalitiche-italiche nella zona di San Lorenzo. Dalla Fonte Minaldo entra poi nell'agro di Poggio Sannita dalla sua porta principale, la contrada Fascianella a quota 735 metri. Si snoda per oltre dieci chilometri seguendo il crinale che va dal Colle Sant'Elia al Colle del Sorbo, scendendo poi a valle della contrada Mucchi fino al torrente Verrino e quindi al fiume Trigno a quota 350 metri s.l.m.; infine termina il suo percorso innestandosi sul regio tratturo Celano-Foggia, in località Terra Vecchia di Bagnoli del Trigno. La caratteristica principale del tratturello Castel del Giudice-Sprondasino, nel tratto che interessa le campagne poggesi, è l'elevata ed intensa panoramicità che si evidenzia percorrendolo: ad est la vallata del Trigno fino a Trivento; ad ovest la vallata del Verrino che risale fino a Capracotta. Comune di Poggio Sannita Fonte: https://comune.poggiosannita.is.it/.
- La Regina del villaggio
Conosci quella vipera che chiaman la Regina per l'eleganza e l'ordine di quella sua cantina? Quella che tutti dicono che sia tra le più belle per la geniale sagoma di quelle sue mascelle? Che sembran dirti: «Ménami quanti ne vuoi di schiaffi... su questa faccia maschia che mancan solo i baffi!». Quella, che, maritandosi, disse al suo pretendente: «Ti accetto, ma ricordati, non devi contar niente!». Che se vorresti fare talvolta osservazione t'impareresti a leggere le note del bastone... Sapete dove abita? Lungo la ferrovia, là, dove a grandi lettere c'è scritto: "Trattoria". Del resto per trovarla la cosa è molto spiccia perché, si riconosce, è corta ed è massiccia! E poi, si vede subito qual è quella cantina perché la... marionetta sta sempre alla vetrina. Presenta le sue chiccare, la faccia tosta vera... urtante, col ripetere: «Sono la Caffettiera... C'è da mangiar, c'è tutto. Entrate qui signori». E sempre questa predica ripete ai viaggiatori. Che, dopo colazione, non solo hanno appetito, ma ognun, per quelle chiacchiere rimane stupidito... Dispetti e villanie è il suo pensier del giorno... Non pensa che allo sfratto di chi gli sta d'intorno, compreso un panettiere, a cui mirava questa, il quale le ha promesso di torcerle la testa!... Che bene inestimabile. Nettato quel passaggio, sarebbe la fortuna di chi si mette in viaggio. Non ho capito bene, dirà, forse, il lettore: spiegatemi la vipera, più chiaro, per favore. Ecco, di spalle mettiti contro quella stazione e non ti devi muovere da quella posizione, fino a che un viso splendido vedrai alla vetrina... E tosto allora inchinati, che quella è la Regina! (1932) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Una montagna di neve sulla porta di casa
Campobasso, febbraio. La carrozzabile dopo Castel di Sangro era un angusto e candido corridoio scavato tra due pareti di neve alte dai due ai tre metri. Il fondo era ghiacciato. Impossibile sbandare. Tutt'al più ci si incastrava nelle pareti. In tal caso occorreva rimuovere la nostra macchina con una corda applicata al radiatore e così facemmo più volte. Se avessimo incontrato qualche auto proveniente in senso inverso ci saremmo giocata la strada. Ma chi scendeva da Capracotta? A un bivio, a dieci chilometri, si alzò d'improvviso un vento perfido e insistente come la pertosse. La neve ci turbinava addosso con la violenza di una grandinata. Picchiava sui vetri, sembrava la sabbia del ghibli. Non si vedeva nulla. Il tergicristallo agghiacciò e, addio, smise di funzionare. Dovemmo aprire i finestrini e pulire il vetro, arabescato di ghiaccioli, con le mani, la neve irrompeva dentro la macchina. La strada improvvisamente scomparve, non se ne scorgevano più le curve. Scendemmo, per ricercarla, con la vanga e ci mettemmo a spalare. La neve era alta, affondavamo sino al ginocchio. Fummo presto fradici e ci demmo il cambio al volante. La bufera durò quasi un'ora. Quando si calmò e, tra le nuvole, filtrò un esangue, pallidissimo sole, lassù, aggrappato alla montagna a 1.420 metri apparve finalmente Capracotta, una specie di miraggio. Ma un miraggio non era. Arrivammo e subito ci si strinse il cuore. Ma questa, pensammo, è ancora Italia o un altro mondo, o un villaggio scoperto su libri di favole? Le strade, strade non erano, ma strette, bianche e freddissime gallerie nella neve. Le case, case non erano perché dalla neve tetti, porte e finestre erano incredibilmente nascosti. Le donne camminavano spedite negli scarponi, il viso riparato in uno scialle che si serravano al petto, le mani giunte come l'officiante sull'altare alla benedizione. Gli uomini erano avvolti in mantelline tenebrose e ampie come quelle dei flik di Parigi e per far largo alla nostra macchina si scostavano affondando nella neve sin quasi alla pancia e ancora, e tuttavia, ci salutavano chinando il capo. Scendemmo e incominciammo a stringere le amicizie che si intrecciano quando forestieri come noi arrivano in paesi, isolati dal mondo, come questo. Una donna, per farci riscaldare «Gesù – esclamò, – come siete ridotti») ci invitò a casa sua. Benedetta ospitalità del Molise. Avrà avuto una quarantina d'anni, aveva un viso affilato e reso più dolce dai capelli spartiti e metà sulla fronte. «Di qua» disse e, a un tratto, si incurvò come per raccogliere qualcosa da terra e si infilò in un buco, in una specie di galleria nel ghiaccio. La sua casa o, meglio, la sua unica stanza era al di là di quell'impensabile cunicolo ricavato nella neve. Ci curvammo anche noi ed entrammo. «Ecco – disse aprendo le braccia, – io abito qui». Ci voltammo. Era un umido, squallido vano illuminato da una luce ad olio. Quella donna era una maglierista. A Capracotta le maglieriste - le uniche donne che lavorano - sono numerose e solo d'estate guadagnano qualcosa con i forestieri perché, in poche ore, vi danno il golf, o la pancera, o le calze che volete ma questa preziosa, abilissima attività loro non basta - è chiaro -, sono povere, molto povere e vivono in case come quella che vedevamo, con il lume ad olio e le pareti umide. La donna ci raccontò che a Capracotta, ogni anno bloccata per mesi dalla neve, la gente fa come le formiche, si prepara cioè ad affrontare l'inverno con le scorte dell'estate. «Ma io – disse – che scorte mi faccio?», e si aspettava una nostra risposta. Noi davvero non sapevamo che dire e guardavamo la finestrella della sua casa ricoperta di neve e intanto pensavamo: ma come può, ancor oggi, della gente vivere come lei, in una stanza così piccola e così fredda con la neve che fino a primavera oscurerà la finestra e bloccherà la porta al punto che oggi per uscire ella deve chinarsi e percorrere un cunicolo gelido come la pista del bob. «Tutti gli anni è così – disse. – Nel 1954 fu peggio. La neve arrivò a quattro metri. Se ne parlò assai». Noi pensavamo a quanto, allora, scrissero i giornali governativi, alle trasmissioni della radio, alle promesse del governo che promesse rimasero, perché oggi, 15 febbraio del 1956, tutto è come prima, né più né meno, e se la neve non ha raggiunto la vetta di due anni fa la gente entra ugualmente in casa sua curvandosi come se dovesse tornare in una miniera o ne esce saltando da una finestra perché la porta non si può aprire. Capracotta, a guardarlo così, sotto la neve che turbinava, nella nebbia gelida, aveva un'aria desolante, l'aspetto di un paese tagliato fuori dal mondo, isolato, paralizzato, chiuso nel ghiaccio, nella solitudine, nella sofferenza di chi vi abita. Isernia è lontana di qui una settantina di chilometri eppure era irraggiungibile. Chiedemmo notizie della corriera. «Chissà quando potrà arrivare» ci dissero. «Piuttosto, deve arrivare un elicottero: l'ha detto Radio Pescara». La voce dell'elicottero si sparse rapidamente e molta gente andò su uno spiazzo ad aspettarlo. Doveva portare viveri, coperte, medicinali. Alcuni uomini di misero a spalare per preparare un piccolo campo di atterraggio. Avrebbero guadagnato qualche soldo. Ma, dopo un po' arrivarono i carabinieri e li fecero smettere. «L'elicottero non arriva più – avvisarono, – c'è troppa foschia, non può volare. Tornatevene a casa». Così sfumò anche quella possibilità di lavorare e se ne andò la speranza di ricevere qualcosa. Uno disse: «Ma l'ha detto Radio Pescara che l'elicottero sarebbe arrivato». «Fesserie – rispose il carabiniere, – la radio dice solo fesserie». Su questa storia delle «fesserie» della radio ci parlò anche il sindaco Vittorino Conti. Il sindaco di Capracotta è democratico cristiano, un uomo di mezza età, un po' calvo, loquace, simpatico. «qui – ci disse – Radio Pescara la chiamiamo la radio milionaria perché d'inverno si inventa i milioni che lo Stato distribuisce ai paesi isolati dalla neve. Il nostro Comune non ne ha ancora visti, e la gente sta male, molto male. Troppi disoccupati: 400 su 4.000 abitanti». Ci disse inoltre che per risolvere la cronica situazione di indigenza di Capracotta occorrerebbe qualche industria. «La Cassa del Mezzogiorno – aggiunse – dovrebbe pensare un po’ a noi, invece niente». Le parole di quest'uomo erano semplici e amarissime. Sintetizzavano la realtà di questo paese e di cento paesi come questo, abbandonati a sé stessi non solo in momenti eccezionali ma tutto l'anno e da anni. Salendo a Capracotta ne avevamo incontrati alcuni lungo la strada, paesi affondati nella neve, dimenticati nel ghiaccio, colla gente chiusa nelle case, più ingrate degli altri giorni ove lo squallore di questo inverno si univa alla mancanza della luce, dell’acqua, del gas. Nevicava sempre. Riparammo in un piccolo caffè, accanto a una stufa di maiolica. Vi era della gente che ascoltava la radio. Piovevano notizie di centro d'ogni regione, dal Fucino al Salento. L'annunciatore elencava nomi di paesi che, in quello stesso momento, stavano vivendo le identiche ore di Capracotta e ne veniva fuori un panorama d'Italia nuovo e desolato, con chilometri di strade interrotte, centinaia di villaggi e di paesi bloccati, senza viveri e senza medicinali; e dietro a tutto questo vedevamo gli italiani, uomini, donne, bambini, vecchi, sani e infermi che avevano gli stessi volti, lo stesso freddo e la stessa miseria di coloro che andavamo conoscendo a Capracotta. E intanto pensavamo che una volta ancora il maltempo, con i disastri e le vittime mietute, stava condannando i governi che abbandonano a sé stessa questa povera gente del sud. Poi ci alzammo e uscimmo. Era notte ormai e nevicava ancora. La levatrice della bufera Questa donna è la levatrice di Capracotta. Si chiama Cesarina Lanzoni, è nata a Ferrara. Arrivò a Capracotta diciannove anni fa. Quando una sera di dicembre scese dalla corriera in piazza si mise a piangere perché non immaginava di finire in un paese così isolato dal mondo, con la neve che arrivava alle finestre del primo piano, con la gente che parlava in un dialetto inesplicabile. Ma il lavoro non lasciò molto tempo al suo sconforto. Poche ore dopo il suo arrivo, nel pieno della notte, la chiamarono urgentemente per assistere a un parto. La neve per le strade era altissima. La bufera scongolveva Capracotta. Cesarina Lanzoni si fece coraggio e uscì. Impiegò un'ora per arrivare al non lontano letto della puerpera; affondava nella neve sino al petto. Il parto era difficile ma andò bene. Da quella sera lontana centinaia di chiamate urgenti hanno fatto percorrere molti chilometri nella neve, sotto la tempesta, di notte, alla levatrice di Capracotta. Durante la guerra, mentre i tedeschi in ritirata minavano le case del paese, ella raccolse sei gestanti nelle tre stanza della sua casa, andò dal comandante e disse che almeno la sua casa fosse risparmiata. Il comandante non credette che quelle donne stessero per partorire e volle sincerarsi di persona, guardandole una per una. Cesarina Lanzoni guadagna 27 mila lire. Le è stata negata la indennità perché Capracotta non è ritenuta una località disagiata. A Capracotta non v'è l'ospedale e quando la neve, d'inverno, interrompe le comunicazioni i malati gravi vengono trasportati in barella ad Agnone o a Castel di Sangro, fra mille ovvie difficoltà. Recentemente la moglie del medico condotto di un villaggio vicino a Capracotta fu urgentemente ricoverata ad Agnone per subire un taglio cesareo. Vi arrivò con uno spartineve. Questo è un aspetto della odierna situazione nel Centro-Sud. Precaria è anche l'edilizia popolare. Migliaia di persone in Abruzzo, nel Molise, in Calabria abitano in case prive delle più indispensabili attrezzature domestiche, dall'acqua al riscaldamento e alla luce. Si calcola che il 60% delle case sia inadeguato alle necessità di chi le abita. Guido Quaranta Fonte: G. Quaranta, Una montagna di neve sulla porta di casa, in «Noi Donne», XI:9, Parigi, 26 febbraio 1956.
- Cosa accade a un mondo senza bambini?
A Capracotta, un piccolo comune nel Molise, un cartello in lettere rosse su un edificio in pietra del XVIII secolo che guarda gli Appennini recita: "Scuola materna". Ma adesso, racconta il New York Times in un lungo e devastante articolo di due giorni fa, l'edificio è stato trasformato in una casa di cura. «C'erano tante famiglie, tanti bambini», dice Concetta D'Andrea, 93 anni, che è stata allieva e insegnante della scuola e ora è residente dell'ospizio. «Ora non c'è più nessuno». La popolazione di Capracotta è drammaticamente invecchiata e si è contratta, da 5.000 persone a 800. «A circa mezz'ora di distanza, nella città di Agnone, il reparto maternità ha chiuso una decina di anni fa perché aveva meno di cinquecento nascite all'anno, il minimo nazionale per rimanere aperto. Quest'anno, sei bambini sono nati ad Agnone. «Una volta si poteva sentire il pianto dei bambini nella nursery, ed era come una musica», ha detto Enrica Sciullo, un'infermiera che aiutava nelle nascite e che ora si occupa dei pazienti più anziani. «Ora c'è silenzio e una sensazione di vuoto». Di questo vuoto, di cosa accade a un "paese che scompare" come Mario Draghi ha definito l'Italia del futuro ai recenti Stati generali della natalità, si occupa in un libro la giornalista Cal Flyn, "Islands of Abandonment". Sottotitolo: "La vita in un paesaggio postumano". Flyn ha girato mezzo mondo per vedere cosa accade a una società quando la vita umana si ritira e si contrae. Per molti anni è sembrato che la sovrappopolazione fosse la crisi incombente della nostra epoca. «Già nel 1968, i biologi di Stanford Paul e Anne Ehrlich predissero in maniera infame che milioni di persone sarebbero presto morte di fame nel loro libro bestseller "The Population Bomb" e da allora i brontolii neo malthusiani di imminenti disastri sono stati un continuo ritornello in alcune sezioni del movimento ambientalista, paure che di recente hanno trovato voce nel documentario di David Attenborough "A Life on our Planet"», spiega Flyn al Foglio. Quelle previsioni si sono rivelate false. Nei giorni scorsi è arrivato l'annuncio del nostro ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi: «Nei prossimi dieci anni avremo un milione e 400 mila ragazzi in meno». Vuol dire che una città come Milano, ma abitata solo da under trenta, svanirà nel nulla. Se mettiamo assieme Roma, Torino, Palermo e Napoli troviamo quello che perderemo entro il 2065 secondo l'Istat: sei milioni di italiani. E ci saranno 2,1 milioni di italiani in meno già nel 2025. E se poi vogliamo affacciarci ancora più avanti nel futuro c'è uno studio della rivista medica Lancet: «L'Italia si dimezzerà nel 2100». Trenta milioni di italiani in meno. In Corea del Sud, il tasso di natalità è sceso a 0,84 per donna, un minimo storico nonostante gli ampi sforzi del governo per promuovere le nascite. Il tasso di fertilità sta diminuendo drasticamente anche in Inghilterra e Galles, da 1,9 figli per donna nel 2012 a soli 1,65 nel 2019. Lancet prevede che ventitré paesi vedranno la propria popolazione più che dimezzarsi prima della fine di questo secolo, tra cui Spagna, Italia e Ucraina. Anche la Cina subirà un massiccio calo della popolazione nei prossimi anni, del 48 per cento stimato entro il 2100. Ma che aspetto assume il declino della popolazione sul campo? «L'esperienza del Giappone, un paese che mostra questa tendenza da più di un decennio, potrebbe offrire qualche spunto» dice Flyn. «Ci sono già troppo poche persone per riempire tutte le case: una casa su otto in Giappone ora è vuota. Chiamano questi edifici vuoti akiya: case fantasma. Con la popolazione che dovrebbe scendere da 127 milioni a cento milioni o anche meno entro il 2049, le akiya sono destinate a crescere sempre più e si prevede che rappresenteranno un terzo di tutto il patrimonio immobiliare giapponese entro il 2033». In Europa, dice Flyn, «un'area delle dimensioni dell'Italia dovrebbe essere abbandonata entro il 2030. La Spagna è tra i paesi europei che dovrebbero perdere più della metà della loro popolazione entro il 2100; già tre quarti dei comuni spagnoli sono in declino. La pittoresca Galizia e Castilla e León sono tra le regioni più colpite, poiché interi insediamenti si sono gradualmente svuotati dei loro residenti. Più di tremila villaggi fantasma infestano ora le colline, in vari stati di abbandono». Nel 2016 un rapporto di Legambiente rivelò che anche un terzo dei villaggi e borghi italiani scomparirà a causa del cambiamento demografico. Come in Giappone, in Spagna la natura sta già tornando. «Secondo José Benayas, professore di Ecologia presso l'Università di Alcalá di Madrid, le foreste spagnole sono triplicate in superficie dal 1900, espandendosi dall'8 al 25 per cento del territorio man mano che il terreno non viene lavorato. Un orso bruno è stato avvistato in Galizia lo scorso anno per la prima volta in 150 anni». In molte parti d'Europa stiamo assistendo a enormi cambiamenti demografici. «La popolazione sta invecchiando e molti giovani si stanno trasferendo nelle città» dice Flyn. «L'effetto è lo spopolamento rurale e, quando ciò accade su scala sufficientemente ampia, vediamo villaggi e comunità abbandonati. È triste, ma ha anche dei vantaggi ecologici. Linci e orsi bruni hanno registrato un aumento della popolazione in tutta l'Europa continentale. In Italia, l'abbandono dei terreni agricoli ha portato a un rapido rimboschimento in alcune regioni: il Molise ha visto aumentare la copertura boschiva del 17 per cento dal 2005; la Sicilia, del 16 e la Basilicata dell'11. Questa trasformazione può essere sorprendentemente rapida». C'è un paese che sta fisicamente morendo. Si prevede che la popolazione dell'Estonia scenderà da 1,3 milioni nel 2020 a 1,2 milioni nel 2050, con un calo del 12,7 per cento. «Ho visitato l'Estonia per vedere come le foreste stanno ricrescendo su ex terreni agricoli collettivi dal crollo dell'Urss. In breve, il sistema agricolo sovietico combinava piccole aziende agricole a conduzione familiare a gigantesche imprese statali. Dopo il crollo, il terreno è finito in disuso. Di conseguenza, la copertura arborea in Estonia è aumentata rapidamente: dal 21 per cento del paese nel 1920 al 54 per cento del paese del 2010, guadagnando in tutto circa cinquecentomila ettari di foresta dalla caduta dell'Unione sovietica. L'Estonia è ora uno dei paesi più boscosi d'Europa e il 90 per cento di quella foresta si è "rigenerata naturalmente". Ci sono stati almeno dieci milioni di ettari di ricrescita forestale solo nell’Europa orientale e nella Russia europea. Dove mi trovavo, nell'Estonia settentrionale e centrale, queste nuove foreste sembrano ancora incompiute, irregolari e un miscuglio di specie diverse». L'ex Ddr sta letteralmente "scomparendo". «Sì, si prevede che molte regioni della Germania orientale perderanno tra il 10 e il 25 per cento della popolazione entro il 2035». Il Giappone, dicevamo. «Si prevede che un terzo di tutto il patrimonio abitativo sarà vacante entro il 2033 e molte scuole stanno già chiudendo a causa della mancanza di bambini. Nel 1958 c'erano 13,4 milioni di bambini giapponesi nelle scuole elementari, scesi a 6,77 milioni nel 2011, e continua a diminuire. Esistono programmi che offrono gratuitamente case sfitte alle famiglie se sono disposte a trasferirsi in campagna». Hoyerswerda, una città dell'ex Ddr a due ore da Dresda, vicino al confine con la Polonia, ha perso la metà della sua popolazione negli ultimi vent'anni. Si tratta di una città fantasma invecchiata. I giovani se ne sono andati. La popolazione da 70 mila è passata a 32 mila. Dei 22 mila appartamenti, settemila sono stati distrutti. Hoyerswerda sembra una città senza scopo, in un angolo di Europa senza futuro. La classica piramide della popolazione a Hoyerswerda si è rovesciata e assomiglia a un fungo atomico. Che il sogno dei neo malthusiani non si sia avverato? Giulio Meotti Fonte: G. Meotti, Cosa accade a un mondo senza bambini?, in «Il Foglio», Milano, 26 maggio 2021.
- Esploriamo i borghi del Molise: Capracotta
Il nostro viaggio di oggi ci porta a Capracotta, comune in provincia di Isernia. Capracotta è il comune più alto dell'Appennino, ubicato ad oltre 1.400 metri di altitudine. Il Monte Campo arriva a superare i 1.700 metri sul livello del mare. Capracotta è famosa per essere una località sciistica ed è conosciuta anche per la manifestazione "La Pezzata", che si svolge la prima domenica di agosto in località Prato Gentile. Si tratta di un evento che ruota intorno ad un piatto locale tipico di queste zone, la pecora bollita, una tradizione che risale alle antiche pratiche della transumanza quando le greggi in autunno si spostavano dai freschi pascoli montani dell'Abruzzo verso quelli più caldi del Tavoliere delle Puglie, mentre in estate il cammino era inverso e ritornavano alle fresche montagne dell'Abruzzo. Tra i prodotti tipici legati alla pastorizia ricordiamo anche il pecorino che si fa risalire addirittura ai Sanniti. Da non perdere è, senza dubbio, il Giardino della Flora appenninica, uno dei pochi esempi di "orto botanico naturale" in Italia. Nel centro storico, sono inoltre presenti il palazzo baronale e la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta in Cielo, che presentano la tipica architettura dei posti di montagna. Lia Montereale Fonte: https://www.ilgiornaledelmolise.it/, 1 novembre 2020.
- La nuova avventura dell'A.S.D. Capracotta
Tutto è partito nell'estate 2023, quando Vincenzo Carnevale, Alfredo Di Tella e i due omonimi Sebastiano Fiadino, mi hanno chiesto se avessi accettato la nomina a presidente di una nuova A.S.D. Capracotta. L'idea era quella di riportare in auge in paese il calcio a 5, dopo la lunga e felice esperienza della precedente squadra, nata nell'ormai lontano 2005, alla cui presidenza era stato il buon Vincenzo Sozio. Figuriamoci se potevo tirarmi indietro di fronte a una cosa così bella. E ad un onore così grande. Più dei nomi, più delle cariche, più dei risultati, per me contava una cosa sola: l'impegno. È stata questa la parola che, da agosto, ho utilizzato maggiormente nel rivolgermi agli atleti e ai dirigenti dell'A.S.D. Capracotta: mettere su una squadra significava prendere un impegno con se stessi e col paese, non cedere allo sconforto, non arrendersi alle avversità, allenarsi tutte le settimane, raggiungere qualsiasi luogo per disputare le partite, reggere lo stress fisico e psicologico, sopportare le critiche dei detrattori, rimetterci ovviamente soldi... e neanche pochi. L'A.S.D. Capracotta doveva essere un'esperienza calcistica da vivere con impegno e con spirito di sacrificio: fisico, psicologico ed economico. Niente piagnistei, quindi, né colpi di testa, nessuna arrendevolezza e nessun rimorso. Certo, i risultati calcistici sono stati oggettivamente pochi: solitamente le sconfitte non aiutano il morale, anzi, il più delle volte lo deprimono. Però quando tutto va storto, stortissimo, ci sono soltanto due strade: piangersi addosso o stringere i denti. La seconda, a mio modesto parere, era l'unica che poteva portare a risultati tangibili. Nel suo piccolo, l'A.S.D. Capracotta ha portato a casa tre vittorie fantastiche, una contro lo Sporting Venafro, una contro l'Æsernia Fraterna ed una contro il Montagano, squadre di tutto rispetto nel panorama regionale. Tutto questo è stato merito anche dei due allenatori, Lucio Fiadino prima e Sebastiano Fiadino poi. Il primo, proveniente da una generazione abituata al sacrificio, crede ad un calcio di prossimità, con una idea ben definita di fraseggio e di palleggio e una spiccata impronta atletica; il secondo che, tramite un contatto più stretto con gli atleti, certamente più vicini alla sua generazione, ha messo a frutto le idee e gli insegnamenti di mister Lucio, valorizzando i cambi e velocizzando il gioco. Il calcio, infatti, è pur sempre un gioco, prima che un impegno, quindi l'obiettivo finale è innanzitutto quello di divertirsi. Per riuscirci, però, è necessario l'allenamento. Da che mondo è mondo, gli allenamenti sono propedeutici alla buona riuscita della partita: si aumenta il fiato, si migliorano le prestazioni, si affina la tecnica, si studia la strategia, si fa gruppo. Così si fa squadra. Essere il presidente dell'A.S.D. Capracotta mi ha quindi portato in un mondo nuovo, di cui ignoravo codici e leggi. Non ho fatto null'altro che rappresentare questa squadra, aiutato da una validissima dirigenza, primo fra tutti mister Sebastiano Cianóne, accorto e lungimirante, un uomo che subodora gli imminenti problemi e ne cerca subito le soluzioni, inflessibile al momento giusto ma disposto a cambiare idea di fronte al dato oggettivo. Ringrazio, dal profondo del cuore, l'altro Sebastiano, il Lupo, vero factotum della squadra: senza di lui non mancherebbe l'olio agli ingranaggi ma gli ingranaggi stessi. È lui che si occupa delle divise sociali, della palestra comunale, dei quotidiani rapporti istituzionali, dello spogliatoio, di tenere alto il morale quando questo va giù e di riportarlo a terra quando vola troppo alto. È lui che si occupa di tutte quelle cose che un occhio disattento non vede ma che invece danno il metro di misura della sua disponibilità. Mi complimento pubblicamente con Vincenzo Novanta perché, sin dall'inizio, ha messo dentro e fuori il campo un entusiasmo non comune, attirando a sé quelli meno convinti e dando vita a un gruppo di atleti e di tifosi che, di settimana in settimana, si divertono a giocare e a tifare, a sopportare e supportare. Vincenzo, tra l'altro, è il nostro indiscusso capocannoniere! C'è poi Alfredo Panucci, il jolly di questo piccolo grande gruppo, un ragazzo che, con la sua adorabile follia, rende tutto più leggero, anche quando le cose assumono una tinta fosca e sembra di star lì lì per mollare tutto. Alfredo ci ricorda che la vita, nonostante tutto, è più bella di qualsiasi avversità. Ringrazio Marco Paglione, generalissimo della squadra ed allenatore in seconda, il più "vecchio" in un mondo di "giovanissimi", un uomo di grande esperienza, di inaudita generosità, di debordante allegria. Ringrazio allora tutti i nostri calciatori. I portieri Walter Iarusso e Mattia Carlini (quest'ultimo anche bomber), avvicendatisi con grande intelligenza, e poi Paolo Fiadino, stopper con una geniale visione di gioco, Ezio Maria Trotta, avvocato dal piede gentile, Antonio Giuliano, mastino giallorosso, Marco Iarusso, attento equilibrista, Graziano Carnevale, infaticabile commerciante di passaggi filtranti, Italo Mosca, il nostro treno ad alta velocità con destinazione "porta avversaria", Pasquale Sammarone, che alle parole preferisce i fatti, Paolo Di Nucci, ingegnere dei recuperi palla e delle ripartenze, Alessio Pallotta, toro scatenato in area avversaria, Ermando Paglione, che cucina gli avversari sulla fiamma viva, Alessio Lemme, matto da legare ma stracolmo di talento, Davide Giuliano, elegantissimo nel tocco e nel possesso. E poi Luigi Angelaccio, Pasquale Brunetti, Raimondo e Ubaldo Carnevale, Patrizio Fiadino, Gianluigi Migliori, Luca e Samuele Paglione, Federico Sozio, Giangregorio e Lorenzo Vizzoca. E che dire a Luca Giuliano, il nostro sarcastico cameraman ufficiale, e a Nestore Sammarone, social media manager dal cuore grondante? Ed a Luca Santilli, il grafico di professione? Semplicemente grazie! Ognuno di essi, a modo suo, ha contribuito a dar colore alla stagione dell'A.S.D. Capracotta che, giova ricordarlo, è migliorata col passare dei mesi, dimostrando che quando un gruppo si cementa, i risultati, prima o poi, arrivano. Ringrazio i 37 sponsor commerciali - come pure i donatori "anonimi" - che, con impegni economici diversi, ci hanno aiutato a onorare gli obblighi finanziari per registrare l'associazione sportiva all'Agenzia delle Entrate, per iscrivere la squadra e i suoi atleti alla F.I.G.C., per acquistare l'equipaggiamento sportivo, per organizzare gli eventi, per pagare le multe, per realizzare i calendari, per organizzare lo streaming video e per tante altre cose. Ringrazio infine il Comune di Capracotta, che ha soddisfatto molte delle nostre richieste in termini di praticabilità del campo, facendo sì che i nostri atleti - così come quelli delle squadre ospiti - trovassero sempre un ambiente confortevole, caldo e sicuro. Ora è il tempo del riposo, consci che non possiamo certo fermarci qui. Contiamo di dar vita anche ad una squadra juniores, affinché i colori rossoblù possano brillare ancora a lungo. Quelli sono infatti i colori sociali del Taranto dell'eterno Erasmo Iacovone, a cui ci ispiriamo quotidianamente, così come un pensiero ricorrente va ai calciatori capracottesi scomparsi prematuramente: Daniele Carlig, Massimo Di Nucci, Sebastiano Mendozzi, Attilio Mosca e Mariano Napoleoni. Forza Capracotta! Francesco Mendozzi
- Testimonianza di Raymond Sherk
Un brevissimo resoconto di Raymond Sherk che fornisce i nomi di coloro con cui è fuggito e i dettagli della sua via di fuga. Fu catturato a El Alamein e trascorse diverso tempo in vari campi. L'unico che specifica è il PG 78 di Sulmona. Fui catturato a El Alamein il 29 settembre 1942 dopo una lunga camminata attraverso la Depressione di Qattara a seguito di una sortita a lungo raggio verso Charing Cross con altri due commilitoni del 601° Spitfire Squadron, durante la quale distruggemmo uno Ju-52. Ho incontrato Don McLarty (pilota dell'Hurricane) a Mersa Matruh circa una settimana dopo mentre ero in transito per Derna come prigioniero di guerra. Da quel momento in poi McLarty ed io siamo stati insieme in vari campi gestiti da Mussolini. Siamo fuggiti dal PG 78 a Sulmona durante la confusione per la capitolazione italiana nel settembre 1943. Siamo stati catturati in montagna dai Tedeschi ma, con uno stratagemma, siamo riusciti a scappare. Dopo un paio di settimane, in una grotta nei pressi di Roccacasale, abbiamo evitato tammo la ricattura durante un'incursione tedesca. Più tardi, in montagna, abbiamo incontrato Uys Krige e Sammy Rochberg (entrambi ex PG 78). Poi abbiamo proseguito per Campo di Giove, dove abbiamo evitato per un pelo di essere ricatturati durante un'ulteriore incursione. Da lì abbiamo superato la montagna fino a Palena, Gamberale ed Ateleta. Rochberg ci ha lasciati al fiume Sangro e da allora è scomparso, anche se ho sentito che ce l'ha fatta. Uys, McLarty ed io abbiamo continuato oltre Capracotta, Agnone ed oltre il fiume Trigno e poi abbiamo trovato una guida vicino a Salcito (Pasquale Tucci), il quale ha condotto noi e un certo numero di italiani di notte attraverso le linee fino a Lucito dove il 26 ottobre abbiamo incontrato i Seaforth Highlanders della Divisione Canadese. "The Way Out" di Uys è una delle prime storie di fuga della Seconda guerra mondiale. Nel libro troverai una foto mia e di McLarty. Raymond Sherk (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://archives.msmtrust.org.uk/.
- L'importanza di "Vivere con cura"
Da molti anni Antonio D'Andrea, per gli amici Furbetto, coordina a Capracotta l'associazione "Vivere con cura", che attua una serie di iniziative volte a recuperare le tradizioni rurali del paese prevenendo la perdita di un patrimonio di conoscenze che andrebbero altrimenti dimenticate e provvedendo così ad una maggiore coscienza ambientale e civile dei villeggianti. A volte si tratta di proposte molto originali che nascono da una genialità a volte incompresa dalla maggior parte dei residenti. Vorrei in queste righe sottolineare il valore aggiunto di queste attività che, anche se apparentemente non aggiungono molto all'economia reale dei residenti, sono capaci di generare una rivalutazione del cosiddetto "capitale sociale". Il momento storico che tutto l'Alto Molise si accinge ad affrontare è uno dei più duri dal punto di vista economico con la spesa sociale per istruzione e sanità in drastica riduzione in tutta la regione. Il Comune sta cercando di utilizzare tutte le risorse naturali che consentano al paese di sopravvivere allo spopolamento sfruttando sia le risorse naturali che quelle fiscali mentre per la comunità montana si avvicina il momento di lanciarsi nella green economy, unica speranza di crescita nel contesto di una economia globale. La valorizzazione del patrimonio di tradizioni rurali del paese, che ancora oggi è apprezzato per la sua aspra e incontaminata bellezza, è tesa ad un recupero delle pratiche di vita quotidiana di epoca pre-industriale e ad uno sviluppo secondo i criteri della cosiddetta crescita sostenibile. "Vivere con cura" rimanda nel proprio nome ad una maggiore attenzione alla qualità della vita. Ciò può essere tradotto anche come una maggiore attenzione alla qualità delle cose piuttosto che non alla loro quantità. È utile ricordare che è stato proprio questo recupero della qualità che ha permesso al nostro Paese di uscire da un altro periodo buio: quello della crisi petrolifera del '73; è stato proprio il recupero del lavoro artigianale nella lavorazione dei tessuti e del legno, della ceramica e del cuoio che l'Italia rurale è riuscita a creare quel nuovo miracolo economico poi chiamato del Made in Italy. Il recupero delle antiche tradizioni attuato da "Vivere con cura" consente non solo la conservazione e lo sviluppo del patrimonio culturale locale, ma contribuisce anche alla crescita di una maggiore coscienza civica. Tale coscienza è oggi considerata fondamentale per lo sviluppo economico perché è attraverso di essa che una comunità può regolare ed incrementare gli scambi economici. La carenza di senso civico si evidenzia nelle piccole frodi quotidiane che sono indice di un senso di pessimismo che si traduce in un "prendi i soldi e scappa". Chi approfitta delle altrui buone intenzioni e spaccia dei prodotti industriali per prodotti della tradizione locale rivendendoli ad un prezzo maggiorato, crea un danno che non è limitato solo alla propria reputazione, ma anche all'immagine della popolazione e a tutte le filiere della produzione locale. L'importanza dell'affidabilità sociale nello sviluppo sostenibile è quindi basilare se si vuole tutelare le produzioni locali. La carenza di senso civico è comunque diffusa in tutto il meridione italiano ed è da decenni occasione di studio per sociologi internazionali che intravedono nel cosiddetto "familismo amorale", e nel conseguente scollegamento dalla società più allargata, le ragioni dell'arretratezza sia culturale che economica. Tale lacuna è per molti sociologi la causa del fallimento dei patti territoriali nelle zone del meridione italiano. Nel caso di Capracotta le relazioni sociali, oltre a risentire di un generale isolamento del paese, stanno conoscendo un drastico calo a causa della forte emigrazione che si sta verificando. La possibilità di mantenere i rapporti anche attraverso forme di associazione di vario tipo è quindi un evento da guardare con soddisfazione non solo per la conservazione di antichi saperi, ma anche per la creazione di una maggiore coscienza civile. È per questo motivo che "Vivere con cura" rappresenta un valore che deve essere misurato soprattutto sotto forma del capitale sociale che esso genera. I corsi di botanica, ceramica, falegnameria, musica organizzati da Furbetto e che coinvolgono bambini e non, oltre ad ampliare la conoscenza delle tradizioni rurali in via di estinzione, ampliano la rete di rapporti sociali del paese permettendo l'allaccio di nuove ed inaspettate amicizie. È proprio l'associazionismo il valore aggiunto di questi corsi che si traducono nella creazione del capitale sociale. L'esistenza di queste relazioni di tipo "orizzontale" è oggi riconosciuto come un valore fondamentale per la crescita non solo democratica ma anche economica della società. Chi è più conosciuto ha motivi maggiori per comportarsi bene e non infrangere le regole del vivere comune; ragion per cui più associazioni esistono sul territorio più il tessuto sociale è "incastrato" in una serie di legami che impediscono la trasgressione e rendono la società più coesa ed affidabile. In tale contesto inoltre, proprio per i legami di fiducia e di reciprocità allacciati, lo scambio di informazioni è più efficace e responsabile. Le reti di impegno civico, come le associazioni sportive, i cori, le cooperative, i partiti di massa ed altri simili che rappresentano una componente del capitale sociale sono l'espressione di interazioni orizzontali e rappresentano una componente essenziale del capitale sociale. Questi valori sono perciò quelli che danno all'investitore privato maggiore affidabilità nell'acquisto di immobili o nella creazione dell'impresa e che possono tradursi in occupazione e sviluppo. Le tradizioni rivalutate da "Vivere con cura" si muovono quindi nella direzione già intrapresa da molte regioni con la rivoluzione post-industriale: quella di ridare valore ai sistemi della tradizione rurale nella produzione dei beni di utilità giornaliera per riscoprire e rivalutare l'identità locale divenuta ancora più preziosa nell'era della globalizzazione. È per questo che l'identità locale è un valore che può portare ad una reale crescita economica sia attraverso le produzioni eno-gastronomiche sia attraverso i flussi turistici che può generare. Il mio augurio è che le attività di "Vivere con cura" si estendano oltre i confini del Comune di Capracotta. Che raggiungano, attraverso i tratturi, che oggi vengono riscoperti come moderne green ways, i comuni dell'Alto Molise e tutte le aree che ancora testimoniano la tradizione millenaria della montagna appenninica. Che attraverso un laboratorio multidisciplinare veicoli interesse nei produttori e nei consumatori delle produzioni locali e rivaluti il lavoro di quanti sono ancora attaccati alla propria terra ed hanno nel proprio lavoro e nella propria onestà il loro credo. Capracotta, agosto 2010. Gregorio Venditti
- Battute e motti spiritosi dei capracottesi (VI)
– Mó comincia il tritume. Così diceva sor Paolo nelle sere di festa, quando i giovanotti fidanzati facevano a gara a comprare i nocellini americani da offrire alle sposine e parenti, tanto da rendere la strada piena di bucce. – Gnà ara passà auoànne san Giuvieànne che tutta ŝta nève? Come deve passare al 24 giugno san Giovanni? Così diceva ingenuamente Valentino, altro domestico di don Sebastiano Conti, quando in febbraio vidde tutta quella neve e non si rendeva conto che a giugno si sarebbe da molto tempo sciolta. – Se vè na caraŝtia ru prìme a murì ejéra èsse tu... – Ma se vè na gràscia ru prìm'a magnieà aja èsse ì! Mast'Orazio al bravo nipote Mario: se viene una carestia il primo a morire devi essere tu e ciò perché Mario, pezzo di giovane, mangiava parecchio. Mario rispose: ma se viene un'abbondanza il primo a mangiare debbo essere io. Il poverino fu fatto prigioniero nella guerra 1915-18 e raccontava che la miseria la provò ma che rimediò facendo il bovaro presso una cascina (e lui era sarto). – Uaglió, nen scupà sa farina che ŝta 'n dèrra ca se fà nu poche de paŝta córta e ze pòrta a Crapacòtta. Diceva il pastaio al garzone: ragazzo, non buttare la farina che sta sotto i piedi, perché ci facciamo un poco di pasta corta e si porta a Capracotta. Così raccontava Luiggiotto con tutti i commenti. – Èsse ŝtieà tu, e mógliete mó ze mòre? Lì stai tu, e tua moglie sta morendo (ma non era vero). Così mast'Orazio tolse dall'imbarazzo un suo parente che stava per avere tante botte fra amici. – Sò fissarìe, cumbà. Così disse Vincenzo Campana al compare Amatonicola del Circolo quando vide che i tanti bicchieri rotti per terra non erano i suoi, ma del compare, durante la gestione comune del circolo stesso. – Mànghe se fósse zùccare. Nemmeno se fosse zucchero. Così rispose Giovanni Ianiro quando gli offrirono gli stuzzicadenti dopo il pranzo. – Auóje nen fatìje? Oggi non lavori? Non lavoro perché fa festa pure Peppino Ciccalone, che era un grande lavoratore. – Ru cuandóne gruósse è ammàscia appàr'alla còccia de quìre! Il masso grosso è ovatta in confronto alla testa di quello. Così diceva Fafitto in riferimento a un suo amico o parente. – Tu vuó mamma? Così diceva il padre pastore al figlioletto di nove anni che era in Puglia con le pecore e che invocava la mamma lasciata per la prima volta al paese. – Pecché Denatùccio è jùte a quìre spusalìzie? – È pecché ca h... hh... hhh... hh... h... Sempre Tatuccio: perché Donatuccio è andato a quel matrimonio? Qui non è facile descrivere con le parole le aspirazione delle acca... – Miése o sàne? Ghieànghe o rùsce? Mezzo o intero? Bianco o rosso? Così Vincenzo ripeteva alla mamma in due volte per accertarsi meglio se dovesse comprare il vino bianco o rosso e che la povera mamma aveva raccomandato al figlio di comprare di nascosto non per un vizio, ma soltanto perché ci si poteva permettere di berlo in occasione di festa. Infatti, le povere donnette potevano bere solo quando vi erano tutti gli uomini in casa. Quando poi questi non c'erano, alzando il bicchiere dicevano: «Alla salute degli uomini nostri!» (che erano tutti in Puglia). – Tu cùnde còme la boccalà ru juórne de Pasca. Tu vali come il baccalà il giorno di Pasqua. Vale a dire che non conti nulla, in quanto in quella festa non si mangia altro che carne ecc. – Ì cónde còme l'ultime buttóne de la vrachétta. Altrettanto non valgo nulla, in quanto se l'ultimo bottone dell'apertura davanti al pantalone resta abbottonato, il pantalone non scende... – Nen n'àja fa niénde! S'intendeva dire che non doveva fare alcun bisogno. Così disse Tatuccio allo sciame di mosconi che ronzolavano nei pressi di una cava di pietra sotto l'attuale villa comunale, adibita a gabinetto pubblico all'aperto (quando non vi erano le fogne), mentre lui volle solo chinarsi per rimuovere alcune lastre di pietra. Gregorio Giuliano
- Ieri le comiche, oggi pure
«Consentitemi uno sfogo, vi prego. Direi che me lo posso permettere dopo tanti anni di onorato servizio nel mondo del vino, tra degustazioni, appassionati a volte un po' maniacali, bevitori simpatici e produttori che qualche volta confondono le loro bottiglie con dei prolungamenti alcolici della loro personalità». Così esordisce Daniele Cernilli, ex Gambero Rosso ed ex AIS Bibenda di Roma, nel suo ultimo articolo, "Enosnob", firmato Doctor Wine sul relativo portale. Il deus ex machina del giornalismo enologico ha curato una rubrica, "Taste Italy", in occasione dell'ultimo Vinitaly, dove ha intervistato alcuni tra i più importanti produttori di vino dello Stivale, con tanto di video in HD sulla web TV del Vinitaly e live in fiera. A onor del vero, già in quell'occasione, ho avuto modo di ascoltare alcune interviste ai produttori italiani blasonati chiedendomi, tra l'altro, se anche qualche produttore dello sconosciuto Molise fosse stato baciato dalla dea bendata e si fosse seduto sulla poltrona del comodo salottino del famoso guru. In realtà, l'iniziativa promossa da Verona Fiere con lo scopo di selezionare, per gli operatori esteri e giornalisti accreditati, le migliori 100 cantine del Bel Paese, prevedeva già in scaletta un'azienda molisana, la "Di Majo Norante", vero simbolo dell'enologia regionale. Purtroppo, ho avuto modo di vedere il video solo oggi, scovandolo, per caso, dopo aver visionato un video di Pasquale Di Lena sulla Tintilia. Senza voler fare della demagogia, cosa che non mi appartiene, posso affermare che quanto emerge dal video, come amici che l'hanno visto mi hanno confermato, è a dir poco paradossale e non fa altro che confermare quello che vado dicendo da qualche tempo, certificato nero su bianco nei miei post del blog e sugli articoli nei giornali online. Non voglio anticiparvi niente sul contenuto, lasciandovi il (dis)gusto della scoperta guardando il relativo video. A dopo per alcune considerazioni irrinunciabili. «È proprio vero che in Italia si fa il vino dappertutto» esordisce Cernilli e, quindi, perché non potrebbero farlo anche nello sconosciuto e piccolo Molise, dove le colline degradano dolcemente verso il mare, affacciandosi sulle isole Tremiti, «tu pensa un po'», dove, guardate un po' il caso, esiste un bravo produttore come Alessio Di Majo Norante. Che il produttore in questione sia un top player dell'enologia è un fatto acclarato, lo certificano i riconoscimenti e il prestigio internazionale della relativa azienda e lo stesso Di Majo tiene a precisare, inoltre, che ci sono delle potenzialità inespresse nel territorio regionale. Il simpatico Cernilli, poi, si sbilancia nella descrizione orograftca regionale, definendo il relativo territorio, tranne che per la fascia costiera, «molto montagnoso» (secondo le convenzioni europee, per definire montagna, l'altezza deve essere di almeno 600 metri sul livello del mare e il suo aspetto deve essere almeno parzialmente impervio, nel Molise collina e montagna sono pressoché equivalenti come superficie). Forse avrà frequentato le piste di sci alpino a Campitello Matese o quelle di fondo di Capracotta, cosa di cui dubito fortemente, citando solo alcuni dei comuni più vicini alla costa, guarda caso dove ci sono buona parte dei produttori, probabilmente quelli che conosce, quantomeno nel bicchiere, si spera. A parte le lacune geografiche, quello che lascia più perplesso è che, secondo l'erudito giornalista, nel territorio interno, a parte le zone più impervie, non ci siano le condizioni di fare viticoltura di qualità, quando si possono citare decine di esempi, nel nostro Paese, che dimostrano il contrario. La cosa più grave, a mio avviso, è la completa superficialità con cui è stato trattato l'argomento Tintilia, anche da Alessio Di Majo - nuovi vini da antichi vitigni, era lo slogan della sua azienda - un po' superficiale, considerandolo forse più un fardello, devo pensare, ignorando completamente il fatto che la Tintilia "è" il vitigno delle zone interne, quello che la storia, la scienza e l'abnegazione di un manipolo di produttori, tra cui lo stesso Di Majo, hanno portato alla ribalta con fatica, che forse qualcuno voleva estenderne la coltivazione fino alla costa, dove si fa la viticoltura di qualità, secondo il ben informato Cernilli. L'apoteosi si è raggiunta quando lo stesso Cernilli, nel descrivere uno dei vini di punta dell'azienda, il Don Luigi, afferma candidamente che «è fatto con Montepulciano d'Abruzzo e qualcos'altro», ignorando forse il fatto che si tratta di uve del vitigno Montepulciano e non d'Abruzzo, essendo questa, invece, una denominazione d'origine di un'altra regione, naturalmente. Dopo quest'affermazione sconcertante, grave per un esperto come lui, non posso fare altro che astenermi da ulteriori commenti, lasciandoli a voi, evitando di porre l'accento su aspetti che non fanno altro che confermare quelli che erano i miei dubbi sulla nostra produzione regionale e sull'assenza dalle luci della ribalta, in senso generale, «tranne che per Di Pietro e il terremoto». Per citare Cernilli, «consentiremi uno sfogo, vi prego. Anche se non me lo posso permettere non avendo tanti anni di onorato servizio nel mondo del vino bla bla bla...», di certo non mi manca l'onestà intellettuale, la cultura e la sobrietà con cui ho affrontato diversi aspetti del mondo vitivinicolo. Sono stufo, come molisano, di sentire sciocchezze, approssimazione e superficialità sulla nostra terra e sulle sue produzioni di qualita, che non hanno nulla da invidiare a quelle delle altre realtà produttive nazionali. E finiamola, definitivamente, di commiserarci e flagellarci con le nostre mani; urge una svolta decisiva condivisa a tutti i livelli che, stranamente, sento riecheggiare sulle pagine dei giornali, sulle bocche di tutti produttori e su quelle dei rappresentanti istituzionali, ma che di fatto, non si concreta se non con iniziative estemporanee, a comparti stagni, nei diversi settori produttivi della Regione. Le comiche lasciamole agli enosnob bacchettoni. Sebastiano Di Maria Fonte: http://www.scuoladelgusto.net/, 10 novembre 2012.
- Intervista a Silvio Trotta
Carissimi lettori, introducendo il post con l'intervista a Daniele Girasoli avevo detto che mai e poi mai avrei potuto riportarvi interviste così come sono avvenute. Il tempo passa, le cose cambiano, ed ecco a voi un'intervista a Silvio Trotta, musicista molisano, eccellente suonatore di strumenti a plettro e leader dei Musicanti del Piccolo Borgo. Domanda: – Qual era la musica che circolava in famiglia quando eri bambino? Risposta: – La mia famiglia non era una famiglia musicale: non c'era una particolare attenzione per l'acquisto di dischi o cassette, né si cercavano programmi televisivi o radiofonici che trasmettessero specifici generi musicali. La musica era semplicemente ciò che passava la radio che mio padre, facendo il sarto e lavorando in casa, teneva sempre accesa. D: – Quando hai iniziato a condizionare musicalmente la vita della tua famiglia? R: – Tutto è iniziato verso i quattordici o quindici anni, quando ho cominciato a suonare qualche strumento, la chitarra in particolare. Non ho mai fatto studi classici, ho sempre suonato la chitarra acustica e d'accompagnamento oltre all'elettrica. Fino a vent'anni circa suonavo pop, rock e anche qualcosa di leggero italiano. Facevo cover dei Led zepelin, Deep Purple e altri gruppi simili, all'interno dell'oratorio dei Salesiani, dove si era allestito un gruppetto, nel quale io suonavo o la chitarra elettrica o il basso. Tutto ciò è durato fino a quando dei miei compagni di classe del liceo ebbero la folgorazione dopo l'ascolto della "Tammurriata nera" interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. I ragazzi rimangono sconvolti dall'ascolto (non erano musicisti e non glie ne importava nulla), tanto da parlarne sempre in classe ed essere andati a Roma per vedere il gruppo napoletano. I due, intanto, si divertono a suonare insieme chitarra e flauto, in modo completamente dilettantistico, mentre io, a mio modo, ero affermato e già facevo dei concerti, anche se di tutt'altro genere. Venne un giorno, però, che non potei più trattenere la mia curiosità, quindi ebbi l'occasione di ascoltare anch'io la Nuova Compagnia, rimanendone a mia volta folgorato, soprattutto dalle voci di Giovanni Mauriello e Peppe Barra, specialmente dalla loro "sanguignità". Siamo nel 1975. Proposi ai miei compagni di fare qualcosa di serio e, tornato a Roma al negozio dove avevo preso la chitarra elettrica circa l'anno prima, riportandola indietro presi un mandolino. Da qui iniziò l'avventura dei Musicanti del Piccolo Borgo. D: – Chi erano questi due compagni di liceo? R: – Stefano Tartaglia [fiatista del gruppo, N.d.A.] e Franco Giusti, che è stato il nostro chitarrista fino a due anni fa. D: – Quando nasce invece il Silvio Trotta ricercatore? R: – All'inizio, come facevano tutti i gruppi alle prime armi, anche noi, per il primo anno o anno e mezzo di vita, facevamo solo cover della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Mettemmo su velocemente un repertorio di 15-20 pezzi, con tutti i loro brani più famosi. Entrò subito la cantante Marika Spiezia, che era più grande di noi. Era solo una nostra amica napoletana, che quindi ci facilitò il compito di rifare i brani della NCCP. Poi, grazie a Stefano Tartaglia, che si era iscritto a Etnomusicologia all'Università, ci chiedemmo: dato che il repertorio raccolto da De Simone viene tutto da ricerche archivistiche confrontate con fonti orali, perché non iniziamo a nostra volta a ricercare canti "sul campo" [dai suonatori anziani, N.d.A.]? Le ricerche le iniziammo noi tre nell'estate dell'anno successivo, partendo da Capracotta, mio paese d'origine, in Molise. Ora noi abbiamo un archivio di circa trentasei cassette, incise in sei anni di ricerca. D: – Però nel lavoro dei Musicanti non si è mai rinnegata la cover. R: – Se si guarda la nostra discografia in ordine cronologico, si vede che, nella prima incisione, una cassetta autoprodotta intitolata "Musicanti del Piccolo Borgo" ci sono solo brani nostri, ricercati e rielaborati da noi in maniera molto tradizionale e semplice, d'altronde eravamo agli albori. Anche il secondo lavoro, uscito solo su cassetta ed intitolato "Canti e ritmi dell'appennino", conteneva solo brani rielaborati da noi, mentre poi abbiamo pensato di pubblicare "Pacienza nenna mia", omaggio alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, per ringraziarla della scintilla che aveva fatto scoppiare in noi. L'album contiene brani come "Sia maledetta l'acqua", "Si te credisse" e altri. Non abbiamo fatto questo album come chi vuole fare delle cose per la prima volta, ma solo come omaggio, la cosa ci è piaciuta molto, ma, ad un certo punto, ogni musicista deve fare le proprie cose. Per quanto riguarda il nostro archivio, l'anno scorso è stato digitalizzato, permettendoci di non toccare più quei fragili nastri incisi negli anni Settanta. Per giugno è prevista l'uscita del nuovo CD dei Musicanti, che conterrà molti brani molisani, tra cui due canzoni in dialetto albanese raccolte da Cirese. Il CD si chiamerà "Ecchite maio" (Ecco maggio) e nel titolo si ispira ad un rito che ha luogo a Fossalto, nella Pagliara di Fossalto, in Molise, dove un uomo vestito completamente di arbusti, viene accompagnato nel suo peregrinare per il paese dalle zampogne, ed innaffiato d'acqua affinché il nuovo raccolto sia buono. D: – Con che spirito rielaborate i brani? R: – Noi, quasi sempre, abbiamo trovato solo la persona anziana che ci ha cantato la melodia e ci ha dato un testo. Tutto il resto è nostra creazione. Intanto individuiamo un'armonia, che rispetti i canoni della musica popolare, infatti noi, molto difficilmente, usiamo accordi che abbiano spudoratamente a che fare con altri generi musicali. Ci permettiamo, invece, di godere di una maggiore libertà per quanto riguarda gli strumenti usati. Noi, infatti, abbiamo uno strumentario che, a grosse linee, rispecchia tutta la tradizione del centro-sud Italia, ma l'abbiamo voluto gestire in maniera molto libera, facendoci magari portare più dalle sonorità e dai nostri gusti, piuttosto che da uno studio attento del folklore di ogni zona. Comunque, i nostri interventi, sono stati sempre portati verso una riconoscibilità del testo e della melodia, perché ne abbiamo massimo rispetto. La cosa che più ci fa piacere, quando torniamo a suonare in paesi dove abbiamo ricercato brani, è ritrovare gli anziani che ce li hanno insegnati, che a fine concerto ci vengono a dire che hanno riconosciuto i brani che loro ci avevano dato. Non ci è mai piaciuto contaminare tanto per farlo, oltretutto questa parola racchiude in sé qualcosa di negativo. D: – Come nascono le collaborazioni con Riccardo Marasco e altri musicisti tosco-emiliani? R: – Io, circa vent'anni fa, mi sono trasferito ad Arezzo, dove ho incontrato Riccardo Marasco, migliore e più grande interprete di musica popolare toscana. D: – Come vi siete conosciuti? R: – Ci siamo conosciuti tramite un giornalista di Firenze, che conosceva i Musicanti del Piccolo Borgo, il quale ci ha detto di pensare ad una collaborazione. Marasco fu subito molto aperto e inizialmente collaborò con tutto il gruppo [ribattezzandolo spesso "I Musici di Acanto", N.d.A.]. Con il tempo, poi, io sono diventato l'arrangiatore dei suoi brani, ho cominciato a seguirlo da solo, anche per questioni pratiche. Questa collaborazione, naturalmente, è sfociata in due dischi di Riccardo Marasco: "Pace e non più guerra", dedicato alle laudi, e "Un bacione a Firenze", dedicato al grande autore, cantante ed attore fiorentino Odoardo Spadaro. Anche con i Viulan [gruppo di ricerca e riproposta emiliano, di cui fa parte anche Lele Chiodi, che spesso canta con Francesco Guccini, N.d.A.], è stato un incontro fortuito. Stavo incidendo il cd dei Musicanti del Piccolo Borgo "Stella cometa" nello studio di Giorgio Albiani. In quei dieci giorni lui, che già faceva parte dei Viulan da cinque o sei anni, si è accorto che io suonavo tutti questi strumenti, proponendomi di entrare nel gruppo. Mi fece ascoltare il cd che avevano fatto e a me piacque da morire ed accettai. Poi venne il disco live, numerosissimi concerti dappertutto, l'imminente disco nuovo... Ho anche progetti più piccoli che mi fanno un po' respirare, perché muovere un gruppo di sei persone come Musicanti del Piccolo Borgo, oggi come oggi è molto difficile. Faccio parte del trio tresca, con il quale eseguo musica da ballo del centro Italia, ed i nostri concerti sono fondamentalmente feste da ballo, il duo con Jessica Lombardi, che mi ha permesso anche di aprire alcuni concerti di Davide Van De Sfross. Ultimamente mi sono messo a collaborare anche con i Setamoneta, gruppo di folk toscano, per il quale sto ultimando gli arrangiamenti del disco. L'anno scorso ho fatto un'esperienza molto interessante con Claudia Bombardella, musicista che lavora in Val d'Arno, che ha una formazione in quartetto, con fisarmonica e clarinetti suonati da lei, violino, violoncello e contrabbasso. Avevo paura perché tutti quei musicisti provenivano dalla musica classica, mentre, devo dire di essermi trovato benissimo e di essere stato molto apprezzato. D: – Come hai studiato gli strumenti popolari? R: – Nella maniera più tradizionale: guardando gli altri. Per i plettri guardavo nel revival gente come Eugenio Bennato o la Nuova Compagnia, mentre per quanto riguarda i tamburelli, i pifferi e le zampogne, ho imparato dai suonatori tradizionali. La cosa non riguarda solo me, tutti noi dei Musicanti abbiamo sviluppato la nostra cultura e tecnica imparando dagli altri, senza particolari approcci di studio. D: – Però siete molto rigorosi nell'intonazione degli strumenti. R: – Sì, su questo Stefano Tartaglia è micidiale, lui, praticamente, passa la vita con il piffero e la zampogna che sono strumenti che fanno dannare!. Nel nostro nuovo disco avremo delle collaborazioni, tra cui Nando Citarella alle percussioni, avremo l'aiuto del nostro ex percussionista Andrea Piccioni, e Giancarlo Parisi, straordinario suonatore di zampogna a paru messinese. Per scoprire un po' Silvio Trotta e i suoi Musicanti, vi consiglio di andare su http://www.musicantidelpiccoloborgo.it/, da cui ci sono i link ai profili degli altri progetti di cui si parla in questa intervista. Buon ascolto e buon divertimento. Valentina Locchi Fonte: https://musicadautoredintorni.blogspot.com/, 8 aprile 2009.
- Riflessioni sulla vicenda di Bernadette Soubirous
Questa vicenda, secondo me, parla a tutte/i coloro che amano la natura e un altro mondo possibile e in particolare a chi si occupa di energie sottili e di pratiche esoteriche ma anche ai materialisti scettici. Prima di entrare nel merito, faccio queste premesse: come accennavo, ormai da 4 mesi non mi muovo da Lainate e quasi anche da casa perché Peppina, mia madre, non può stare più da sola. Ebbene questa mia situazione mi ha portato a guardare di più la televisione, in particolare non mi perdo quasi mai la trasmissione "Geo", che non mi stanco mai di elogiare. Agli inizi di febbraio annunciano che l'11 dello stesso mese ci sarà una puntata di "Porta a porta" (che non vedo mai) dedicata al 150° anniversario dell'apparizione della Madonna a Bernadette, a Lourdes. Incuriosito, la vedo tutta, ricordandomi che nel giugno del 1971, con mia madre, una lontana parente, zia Adele e una loro amica, partecipammo al pellegrinaggio in treno (oltre 600 persone di tutte le età e condizioni di salute e vita) per Lourdes. In quel periodo stavo uscendo dall'esperienza in un oratorio "alternativo" gestito da un prete, don Sante, che si rifaceva molto all'esperienza di don Milani, però il nostro gruppo ne uscì abbandonando la fede ma non l'amore per il mondo, per dirla con Hannah Arendt. Ci andai a Lourdes, perché me lo chiese mia madre che già allora soffriva di problemi di artrosi varie e mal di testa. Il clima che trovai era di freddo, pioggia e umidità. Però mi piaceva tanto quell'aria frizzante dei Pirenei. E desiderai fare il bagno nella famosa acqua. Fu forse la mia prima esperienza di idroterapia perché il contatto di pochi secondi con quell'acqua gelida mi risvegliò tutte le cellule ed ebbi la sensazione, lo ricordo come fosse oggi, di un'acqua oleosa e una piacevolissima sensazione di caldo e di benevola leggerezza. E così invitai Peppina a fare il bagno. Lei non desiderava farlo perchè sua madre, Mammaletta, in passato le aveva consigliato la massima prudenza nel toccare o farsi toccare dall'acqua fredda, secondo lei causa, soprattutto per i grandi bucati al torrente Verrino a Capracotta, paese di montagna del Molise ove vivevano, dei suoi malanni. Ma alla fine decise di provare e il risultato fu che, dopo pochi giorni al ritorno a Lainate, le venne una pericardite in seguito a una pleurite, a detta del suo medico Roberto (non voglio fare il cognome perché ora lo chiamano spesso in TV), causata proprio dall'imperizia dell'immersione e aggiungeva a Peppina: «la Chiesa mostra sempre i casi di chi torna miracolato ma mai dice delle tante persone che si ammalano o aggravano per l'imperizia nel praticare questa forma di idroterapia oppure semplicemente che quella persona non è pronta, o non le fa bene, per l'immersione». Per farla breve, per 6 anni Peppina ha convissuto con una pancia enorme, sembrava perennemente incinta al dodicesimo mese, con una via crucis di ospedali e cure fino a quando all'ospedale Maggiore le dissero che ormai le rimanevano pochi mesi di vita e l'unica possibilità era fare un intervento al cuore per staccare la pellicola, il pericardio (non vorrei sbagliare i termini), che si era incollata al cuore e non le permetteva una normale contrazione. Aggiungendo che, data l'età e le condizioni generali di salute e lo stadio di interventi così delicati, un'operazione su mille andava bene. L'intervento riuscì tra lo stupore dell'equipe medica. Tre di quei medici, dopo pochi anni, sono morti chi di infarto chi di altri malanni; Peppina, grazie alla sua fibra forte, ha resistito. E veniamo ad oggi. Dopo qualche giorno dall'aver visto la trasmissione in TV, facendo ordine e pulizia nell'armadio di Peppina, su sua autorizzazione, trovo uno dei suoi libri che gelosamente custodisce dal titolo "Bernadette Soubirous" e, come sottotitolo, "La guerriera disarmata di Anne Bernet" (Società Editrice Internazionale), scritto nel 1994 e uscito in Italia due anni dopo. E così l'ho letto e poi riletto e mi ha illuminato e portato a queste riflessioni. L'autrice è una giornalista cattolica che però racconta bene i particolari della vita di Bernadette. Ne esce quasi una saga e grazie a tutti quei dettagli e alla rilettura dei medesimi con le ricerche della studiosa svizzera Jutta Voss, in particolare con il libro "La luna nera" di Red Edizioni, ho capito tante cose e ne traggo tanti insegnamenti, personali ma anche per tutte/i coloro che amano un mondo di pace e amore in armonia con la natura. Di solito si evidenzia l'apparizione della Signora Bianca, più spesso chiamata, all'inizio Signorina Bianca perché molto giovane e quindi quella visione è vista come il vero segno straordinario che conferma la santità e la dottrina di fede cattolica, in particolare che la Signora Bianca, alla fine degli incontri si chiamasse, Immacolata Concezione. Ma faccio un riassunto dei particolari che mi hanno colpito con relative riflessioni. Allora, prima di tutto Bernadette ebbe le famose apparizioni, diciotto in totale, mi pare, all'età di 13-14 anni, e spesso ad altre "pastorelle" accadrà di avere visioni, sempre attorno a quell'età. Nelle antiche società matriarcali, quella era un'età particolare, di passaggio; cioè era l'età del menarca, l'apparizione (!) del ciclo mestruale, considerato fenomeno straordinario, meraviglioso, metamorfico tanto che la bambina-ragazza ne sarebbe uscita donna. Quella trasformazione era fatta vivere in una capanna, al chiuso e su una pedana, per alcuni giorni in isolamento, non per punizione o disprezzo, bensì perchè a un certo punto la ragazza avrebbe avuto un sogno o visione premonitore-oracolare che avrebbe orientato tutta la comunità, e una campanella o tamburo avrebbero avvisato tutta la comunità del sogno avvenuto che, grazie alla sapienza delle sagge donne anziane, lo avrebbe decifrato o semplicemente tradotto in indicazioni concrete. Quindi i sogni e le visioni non erano e non sono un qualcosa di straordinario, soprattutto nel mondo delle donne, anzi sono quasi la norma. Senza andare lontano, mia madre mi ha sempre raccontato centinaia e centinaia di episodi, sia accaduti a lei o alle sue conoscenti, di sogni, visioni, segni tranquillamente considerati messaggi da ascoltare, decifrare e seguire e chi non lo faceva, male gliene coglieva... E sempre in quelle società era il colore bianco il simbolo del menarca e/o del primo periodo delle tre età delle donne. E i fiori sono un altro simbolo di quell'età (le rose ai piedi della Madonnina, che fosse anche lei giovanissima?). Ma dove appare la Madonna? In una zona, fuori Lourdes, chiamata Massabielle, che aveva queste caratteristiche: c'era una grotta, alcuni alberi e cespugli e una sorgente d'acqua che però si era otturata e la Madonne, in una visione a Bernadette, dirà di scavare per riattivarla. Di solito si evidenzia solo questa caratteristica del posto. Comunque notevole perchè sempre in passato le grotte rimandavano simbolicamente alla vulva e al grembo materno, quindi luoghi sacri ove spesso le guaritrici portavano i malati a curare, per esempio a Capracotta, sul Monte San Nicola, c'è una grotta "curativa" poi chiamata Grotta del Diavolo... Anche la sorgente era - ed è - sacra, l'acqua pura che sgorga dalle viscere della terra è uno dei doni per eccellenza, permette di bere, mangiare, innaffiare, lavarsi, curare, giocare... Ma l'altro aspetto fantastico è che a Massabielle c'era un porcaro, Samson, che portava a pascolare i maiali, proprio davanti alla grotta. Questo aspetto viene taciuto oppure commentato come se la divinità appaia nei luoghi più sporchi... In realtà, sempre secondo la cultura matriarcale, il maiale o meglio le scrofe, le cinghialesse e anche i verri e verrini erano animali sacri che incarnavano tutti gli aspetti del femminile, in particolare i cicli vitali e il ciclo mestruale, nonchè la potenza e generosità femminile. E ogni luogo frequentato dalle scrofe era un luogo magico, positivo, tanto che laddove figliavano spesso costruivano città, vedi per esempio Milano e la "leggenda" della scrofa semilanuta... Inoltre, Bernadette in quel periodo faceva la pastora delle pecore. Secondo la Chiesa Cattolica, Gesù è simboleggiato come buon Pastore, cioè guida degli uomini. Mi chiedo come mai la Madonna appare, il più delle volte, alle donne pastore, forse a simboleggiare che devono essere le donne a guidare la società, le chiese ecc.? Ma vado a riflettere sui primi 14 anni di vita di Bernadette. Chi era costei? A quell'età era una ragazza molto problematica-infelice e con problemi di salute. La famiglia Soubirous era caduta in disgrazia, così dice il libro, quasi una fatalità dovuta agli errori del papà di Bernadette, François, mugnaio. In realtà c'era stato un periodo in cui tutto l'albero genealogico materno di Bernadette si era trovato in una situazione inedita, matriarcale, e cioè alla morte del papà della madre di Bernadette, Louise. Era rimasta vedova Claire Casterot, la nonna di Bernadette con tre figlie (non ricordo se anche un figlio maschio, il più piccolo) a mandare avanti il mulino ad acqua. E lo gestivano bene soprattutto grazie all'energia della primogenita, Bernarde, zia di Bernadette, giovane forte e volitiva. È da tener presente che il mulino ad acqua con le attività legate alla macinazione dei cereali è un altro luogo magico di traformazione, «paiolo delle trasformazioni», dal chicco alla farina grazie alla sinergia dell'acqua trasformata in energia dalle pale. Inoltre luogo conviviale, con i buoni profumi del grano (vera aromaterapia). Quindi accade che un mulino viene gestito da donne. In una società rurale tendenzialmente molto maschilista, anche se nei Pirenei, come in tutte le zone di montagna, le donne sono forti e al centro della vita. Comunque era rarissimo che un mulino fosse gestito tutto da donne. E da donne complementari: come dicevo la primogenita. Bernarde, era donna energica "maschiaccio" che spesso alzava la voce e le mani, la secondogenita, Louise, madre di Bernadette (il nome glielo darà la zia, come lei) era più dolce-casalinga; la nonna, Claire una via di mezzo. Secondo molte studiose la complementarietà autentica è tra donne tanto che nelle società matriarcali c'era quello che si chiamava il potere condiviso, e cioè ogni responsabilità sociale o conviviale era gestita da due donne, una più estroversa e l'altra più introversa, dal loro dialogo nasceva la gestione assennata eccellente. I maschi dovevano avere consapevolezza di essere a un livello bio-psichico-energenico diverso, non solo non dovevano ostacolare le relazioni di donne, ma imparare e favorirle, assolutamente non succhiare le loro energie, facendosi accudire, ma anzi contribuire il più possibile. Ebbene per un periodo nel mulino dei Casterot si respirò un'aria e una vita matriarcale, un nuovo inzio, secondo me il vero miracolo, la potenza delle donne in azione. E il mulino andava bene anche economicamente. Questa situazione andrà in malora grazie a François Soubirous che incarna il patriarcato, lo spirito patriarcale, nella versione buonista, e purtroppo alla incapacità del neo gruppo matriarcale a resistere al modello di amore e famiglia coniugale. François era anche lui un giovane mugnaio che iniziò a frequentare il mulino dei Casterot. Il modello era che si sposasse la prima figlia, in questo caso Bernarde, ma François mise gli occhi su Louise, la madre, Claire non voleva e alla domanda perchè non desiderasse in sposa Bernarde, lui candidamente rispose: – Bernarde è troppo forte, invece Louise è una dolce donna di casa. Alla fine Claire diede l'approvazione anche calcolando l'apporto di un uomo mugnaio, forte e lavoratore... E così sposò Louise e andò a vivere con loro. Ma lì accadde quello che spesso accade quando un maschio va a vivere presso la casa della moglie: inconsciamente porta la rovina e con una serie di mosse sbagliate, unite a un eccesso di generosità (spesso non si faceva pagare dai più poveri o da chi non aveva denaro), andarono letteralmente in rovina. Bernadette nacque in questo contesto, si ammalò più volte, sopravvisse al colera, doveva mangiare il pane bianco, un lusso, e andò a balia lontano dalla famiglia che ormai viveva in un luogo malsano... Adesso chiedo e mi chiedo: qual è il vero miracolo: quello di vedere delle visioni oppure quello di costruire una vita semplice, assennata, in armonia con la natura e riconoscendo la bellezza delle relazioni tra donne. Quel sogno d'amore patriarcale, tanto auspicato e su cui i maschi a forza di insistere cercano di realizzare a tutti i costi, ha un conto salatissimo, e lo vediamo sempre... Il modello della famiglia coniugale con il maschio addirittura capofamiglia è un'ideologia micidiale che depotenzia le donne e porta alla rovina la famiglia stessa e tutta la società... Invece nelle società matriarcali autentiche l'amore era una ciliegina sulla torta della vita conviviale matriarcale e gli innamorati, ciascuna-o viveva presso il proprio albero materno con incontri "omeopatici" garanzia di amore vivo e di non invadere e stravolgere la vita altrui. Ci sarebbero mille altre osservazioni e riflessioni da fare ma invito tutte/i a rileggere questa vicenda e questo libro, per esempio che dopo che avevano riconosciuto la veridicità delle apparizioni, l'apparato ecclesiastico costringerà Bernadette a farsi suora perchè il mulino (alla fine riuscirono a dare in gestione un altro mulino alla famiglia Soubirous) era un luogo "pericoloso" per le tentazioni e la promiscuità, in sostanza, Bernadette potrebbe insieme alle sorelle, con ormai i genitori anziani, prendere a gestire un mulino ma viene imprigionata nel ruolo di santa, da porre sotto una campana e allontanata dalla madre e da François che tanto amava. La zia Bernarde invece diventerà ragazza madre e crescerà il figlio con la madre finchè sarà in vita, poi non si sa più niente e l'invito è a far ricerca sulla zia di Bernadette, Bernarde. Grande Bernarde (la piccola e la grande Dan Bernadette, quasi come le due gallerie, mi pare), lei è stata una donna Amazzone che ha resistito all'invadenza patriarcale. A lei non c'era bisogno di visioni, già aveva in chiaro che la sua vita era sua e desiderava gestirla lei. Bernadette per quella serie di situazioni avrà quelle visioni che se fossero state lette in modo corretto-matriarcale ne avrebbe tratto orientamenti liberatori: celebrare il menarca e i cicli vitali, sacralità delle sorgenti e delle grotte, nonchè degli alberi e della raccolta della legna (quando andarono alla grotta alla prima apparizione, ci andarono per andare a raccogliere la legna ed erano tre (il numero sacro delle tre età delle donne). e durante un'apparizione la Signora Bianca dirà a Bernadette di cospargersi il viso della terra-fango rossa su cui erano stati i maiali, il top della fangoterapia, addirittura arriverà a metterla in bocca insieme alle erbe selvatiche. Un'altra indicazione è che le donne, potrebbero fare tirocinio di governo di sè e del mondo diventando pastore, boscaiole, guaritrici con i poteri delle acque di soregente, la terra, le erbe e la lettura dei sogni e delle visioni. Secondo Vanna De Angelis, per arrivare a riattivare queste capacità, quasi completamente perse, occorre che le donne riprendano tante pratiche considerate infantili, per esempio dormire insiemo, durante le fasi della luna (piena, nera e a falce), possibilmente in un bosco, all'aperto vicino al fuoco... Ho iniziato a rileggere il libro su Bernadette e vorrei fare delle precisazioni. La prima è quando quasi "addossavo" la responsabilità del matrimonio con Louise a François, il papà di Bernadette. In realtà La nonna di Bernadette, Claire Casterot, quando morì il marito mugnaio, si trovò a gestire il mulino con le figlie, ben quattro e non tre come avevo scritto. Con Bernarde di 20 anni e Louise di 17. Ma potevano gestirlo e lo gestirono bene grazie alla forza di tutto il loro gruppo e in particolare dell'energia di zia Bernarde. Ma Claire incominciò a pensare sia al futuro (anche o soprattutto del mulino) che al "sistemare" le figlie con buoni matrimoni. E quindi Claire mise gli occhi su François che era figlio di mugnai, era un bell'uomo, forte al punto giusto anche se non era un grandissimo lavoratore. François allora aveva 34 anni, era ormai quasi fuori dall'età da matrimonio e viveva con i genitori, mugnai che aiutava. Ecco aiutava perchè credo che il perno fosse il suo papà in termini di gran lavoratore. Quando inizia a frequentare il mulino dei Casterot, Claire spingerà affinchè sposasse Bernarde ma lui rifiuta perchè donna forte che non aveva timore a comandare con il bastone! Lui continua a frequentare perchè si era invaghito di Louise ma non diceva e faceva nulla. Era una situazione quasi matriarcale cioè da amore itinerante: di giorno aiuta i genitori al mulino e nel tardo pomeriggio va a trovare-frequentare il mulino con Louise. Anche qui a Milano c'era una canzone che parla di un amore itinerante che fa più o meno così: "andava a piedi da Lodi a Milano... a trovare la sua bella Gigogin... Ma Claire insiste, e alla fine a malincuore accetta quel matrimonio e anche Bernarde accetta. Su François faccio queste considerazioni: è lui che andrà a vivere presso la moglie, cosa rara se non rarissima, apparentemente matriarcale perchè la vera e autentica pratica matriarcale sarebbe stata continuare con le visite più o meno frequenti e giammai il vivere tanto o sempre insieme. E infatti la sua presenza innescherà lo sfaldamento-dispersione della forza e unità dialettica delle cinque donne Casterot. Non solo, mentre quando viveva con i genitori poteva dare il suo contributo lavorativo e dedicarsi ad altro oppure non logorarsi fisicamente né psichicamente, quando si ritroverà a essere capofamiglia e con i figli e il mulino da gestire (e Louise lasciava decidere tutto a lui mentre finchè c'era Bernarde decideva lei discutendo con tutte le altre) occorreva che si trasformasse in accanito e cinico lavoratore, dice proprio così l'autrice del libro, in modo tale che il mulino funzionasse bene e sicuro da un punto di vista economico. Ma in questa situazione, come dicevo prima, lui non è così cinico, furbo, scaltro. Insomma non diventa "imprenditore", rimane quasi ragazzo, d'altronde era arrivato a 34 anni. I moderni cultori dell'impresa, lo definirebbero un bamboccione. Personalmente lo vedo positivo, quella sua generosità che gli permetteva di aiutare i bisognosi è un tratto che lo fa restare umano ma sono il frutto di quel modello che vuole che se due persone si amano, sia etero che omo, devono vivere insieme, chiamato l'amore coniugale. Un'altra conseguenza è che quando inizia il declino economico sia per la siccità che per scelte sbagliate, arriveranno a bere vino in maniera eccessiva e sia a continuare a sfornare figlie/i anche se alcuni moriranno presto e la madre Louise si logorerà presto sia per le tante gravidanze in pochi anni sia per le preoccupazioni che per la miseria. E chiaramente accade ciò che spesso accade ai poveri che si amano: fare troppo coito, perché rimane l'unica, o quasi, consolazione... Senza contare l'ignoranza sessuale da parte del maschio, e credo in quella cultura anche della donna, per cui il soddisfare il desiderio sessuale significava vivere il coito. Quindi vedendo l'insieme di questa vicenda: lui fino ai 34 anni rimane più un ragazzo che un uomo, l'amore coniugale lo porterà a caricarsi di responsabilità e lavoro che non saprà o non era in grado di vivere e trascinerà Louise e tutta la famiglia verso la miseria nera. Su queste conseguenze del modello dell'amore coniugale e del modello unico del coito bisognerebbe rifletterci mille volte, soprattutto quando si parla di vita ecologica e armoniosa. Inoltre c'è la riflettere su Bernadette. Perché lei arriva a vedere la Signora Bianca dopo una serie di avvenimenti, di cui avevo iniziato ad accennare nella prima parte: uno è che andrà a balia da una conoscente dei genitori di cui la figlia, quasi della stessa età (pochi mesi) era improvvisamente morta e quindi Bernadette vivrà quasi due anni nell'altra famiglia. Questa è un'esperienza eccezionale che purtroppo quasi più nessuno fa perchè si preferisce dare il latte di animali o svezzare prima piuttosto che far allattare da un'altra donna. Poi sarà colpita dal colera ma ne uscirà guarita anche se gracile di salute, tanto che non digeriva la polenta ma doveva mangiare il pane bianco, quello che era considerato un lusso da signori (idioti perchè privo di crusca che ha la sua funzione e beneficio). ora spesso nelle vite dei santi accade che malattie o incidenti rendono e soprattutto cambiano il panorama esistenziale degli stessi. E Bernadette, secondo me è una di queste. Inoltre la miseria e il fatto di vedere il papà che andrà in prigione per aver rubato, anche se forse per sbaglio del legname non suo, contribuiranno ad una certa sensibilità particolare. Inoltre il fatto che prenderà l'asma che l'accompagnerà per tutta la vita e dovrà stare sempre molto attenta perchè facilmente si aggrcerà o ammalerà. In passato ho fatto una ricerca e riflessioni su un altra persona, in questo caso di sesso maschile che era accampagnato dall'asma: Ernesto "Che" Guevara. Ebbene sia gli attacchi di asma (in cui manca il respiro e quasi stai per morire per poi tornare a respirare quasi come fosse un rinascere alla vita) e la condizione di asmatico, incrementano sensibilità e sensitività. Aggiungiamo il fatto di essere stata in quel periodo pastora, e anche su questa condizione va aperta la ricerca: lei bambina nella fase del menarca, pascola e cura le pecore. Mentre di solito i pastori maschi, soprattutto adulti hanno un atteggiamento di potere, e spesso violento, verso le pecore o gli animali, ho notato che le donne spesso parlano, accarezzano gli animali, insomma c'è uno scambio esistenziale, psichico con elevazione reciproca e quindi è un altro motivo di aprire animo e psiche al meraviglioso. Senza contare il fatto di ascoltare belati e vagiti di agnelli, il frequentare fonti e torrenti per il beveraggio delle pecore, l'assistere a parti e a morti degli animali: insomma si ritrova in sintonia con i cicli della natura, la meraviglia della natura. Sommando insieme queste cose e il fatto che andrà presso una grotta, con una sorgente d'acqua latente, su un terreno frequentato da maiali. Il miracolo è quasi spiegato. L'ultima riflessione che faccio è che la Chiesa patriarcale invoglierà i pellegrinaggi a Lourdes e si guarderà bene dal proporre quelle esperienze che sono alla base della formazione, tutta strana e fuori dai canoni della famiglia tradizionale e del modello perbenista. Ecco perché alla fine mi dico che invece vanno rilanciate tante pratiche considerate selvagge e negative: l'allattamento promiscuo, le bambine che lavorano, o anche lavorano in contatto con gli animali, cioè donne-pastore, e nella natura quasi selvaggia e la vita seminomade-transumante. Mi fermo qua per anchilosi da seduta. Antonio D'Andrea Fonte: https://www.vivereconcura.org/.
- L'abbraccio del bosco...
L'abbraccio del bosco, mai uguale a se stesso, è un'emozione che tocca tutti i sensi e il montanaro lo sa, lo sperimenta quando entra tra i faggi, gli abeti e s'inoltra ancora tra le sagome maestose respirandone l'alito ricco di essenze. L'uomo conosce la voce del bosco, ma tende l'orecchio a cogliere i rumori improvvisi e si guarda intorno ogni volta sorpreso e incantato, segue le tracce di vecchi sentieri segnati nel tempo ai fianchi di Monte Campo come a disegnarlo e poi in una radura luminosa, un incrocio di passi, si trova improvvisamente davanti alla Fonte Carovilli, un cannello d'acqua che benedice il percorso; si disseta e immagina che la notte in quel luogo s'incontrino creature sconosciute, fate o ninfe, elfi o fauni comunque custodi di tanto scrigno. Flora Di Rienzo
- Ginnastica dolce a Capracotta
Lasciata la superstrada della Val di Sangro a Villa Santa Maria, io e Jagran siamo pian piano saliti a Capracotta, 1.421 metri sul livello del mare. Dopo aver ammirato panorami bellissimi, culminanti a nord con l'imponente massiccio della Maiella e a sud con quello del Matese, il nostro sguardo è stato bruscamente colpito da una moltitudine di case nuove che della montagna non avevan certo l'incanto. Cercando l'abitazione di Antonio D'Andrea, promotore e coordinatore di "Vivere con Cura" e del movimento internazionale "Uomini Casalinghi" ci siamo inoltrati dentro l'abitato e finalmente... l'anima del paese si è rivelata a noi. Le due strade principali sono delimitate da vecchi palazzi e vecchie case con un loro stile e una loro bellezza e sono collegate da scale più o meno larghe, piuttosto ripide, alcune con caratteristici passaggi coperti, sormontati da volte a botte, chiamati "tombe". Personalmente li consideravo il passaggio degli innamorati. Degli innamorati di Capracotta: • gli emigrati che grondano amore e nostalgia per il paese natio; • i villeggianti che la scelgono per la natura, l'aria finissima, il rispetto delle tradizioni e la proverbiale accoglienza dei suoi abitanti. Per informare delle nostre attività attacchiamo locandine che i ragazzi e il vento strappano velocemente; noi comunque andiamo avanti. Tutte le mattine appuntamento ai giardini della villa comunale dove Jagran tiene una sessione di ginnastica dolce adatta a tutte le età, comprendente movimenti di respiro, esercizi per il corpo e suoni con la voce. Le sessioni terminavano sempre con i "cinque suoni di guarigione" legati alle cinque fasi o cinque elementi dell'antica medicina cinese, suoni che oltre ad espandersi nell'etere producevano profonde vibrazioni dentro di noi, nei nostri organi. Questa ginnastica che, unitamente alla meditazione, allo shiatsu, alla riflessologia e all'alimentazione, fa parte dell'Osho Divine Healing Arts, non è soltanto un esercizio fisico, ma aiuta anche a comporre la frammentazione che quotidianamente viviamo nel rapporto con noi stessi e con gli altri e specialmente per noi che abitiamo nelle città, il praticarla è inoltre un modo per ritrovarsi, per ritrovare una unità che si è spezzata: corpo-mente, silenzio-rumore, città-campagna, passato-futuro, è in sostanza un modo per ritrovare il "sé" e il "qui e ora". All'inizio i partecipanti erano 4 o 5 , poi, a poco a poco il gruppo, che era formato da persone di tutte le età (dagli 8 agli 80 anni) è aumentato ogni giorno di più, fino a raggiungere una ventina di persone. Oltre agli esercizi che tutte le mattine teneva al giardino della villa comunale e che sono stati definiti l'«unico punto fermo» di "Vivere con Cura 2008" a Capracotta, Jagran ha proposto anche alcune tecniche di meditazione attive in luoghi molto suggestivi quali un magnifico bosco sul Monte Capraro, sotto ad un faggio ultrasecolare, per abbracciare il tronco del quale occorrevano 5 persone adulte, un bellissimo prato sulle pendici del Monte Campo ed un altro nel Giardino della Flora appenninica, un orto botanico naturale dall'atmosfera magica. Ma i capracottesi doc, i veri residenti, che non partecipavano alle iniziative di "Vivere con Cura" cosa facevano? Penso che fossero già soddisfatti di quel meraviglioso paesaggio, che le tante scale del paese li aiutassero a mantenere la forma fisica e che le panchine di corso Sant'Antonio, che diventavano veri e propri salottini privati, creassero unità indissolubili... A questo proposito voglio raccontare un episodio: tra le tante iniziative proposte quotidianamente dal vulcanico Antonio per "Vivere con Cura" (come il disegno, le canzoni ed i giochi per i bambini, la riscoperta di tradizioni, cibi e mestieri antichi nonché delle vecchie fonti, dei tolos e dei tratturi, la raccolta della legna secca nei boschi e quella delle erbe officinali, soprattutto l'ortica) un giorno abbiamo anche cardato la lana a mano per rifare cuscini e materassi secondo l'uso antico. Col mio sacchetto pieno di lana stavo per sedermi all'aperto su una delle tante panchine del Corso, sulla quale stava già una signora anziana che, appena mi ha vista, mi ha detto che stava aspettando un'amica e che insomma... Ci sono luoghi e tempi dove ci si perde per la bellezza e l'incanto di cui si è circondati e non serve più "fare", basta "esserci". Questa è Capracotta! Giusi Anna Salmaso Fonte: https://www.vivereconcura.org/, 2008.
- Battute e motti spiritosi dei capracottesi (V)
– S'éma fa' nu becchiére senza làbbese. Ci dobbiamo fare un bicchiere di vino senza matita, cioè non segnando un quarto e mezzo litro: così diceva Francesco D'Alessio re Cuallaràre. – Chéŝta è zappa! Aldre che chéla de Merieànne! Questa è zappa, altro che quella di Miranda, dove si usavano zappe grosse e pesanti: così diceva mastr'Orazio Stabile alludendo a qualche bella fregatura. – E ti par poco la pancia tua? Così disse la madre dell'avv. Adelchi Falconi a Vincenzone, quando questi, uomo grosso e grasso, le disse che per fare il lavoro voleva solo quello che metteva in pancia. – Chi appènne e chi spènne. Chi mette e chi toglie. Così disse il fratello di Ercolino di Mercallò quando di notte gli amici gli rubarono le scamorze e poi gli fecero credere che l'avevano rubate a mio padre, tanto che lo stesso Ercolino, nel tagliarle, diceva: «Come sono buone le scamorze di z'Eugenio!». – Averlo dodici mesi dell'anno! Così disse Ciccio di Mariano Sammarone quando zi' Michele Trotta gli domandò se era buono il vino che, involontariamente, aveva scambiato con l'aceto, per offrirglielo. – Une e dù sò tre. Così diceva Carmine Frezza, cuoco di don Gregorio Conti, nel consegnare i capponi all'avv. De Amicis di Alfedena, inviati dallo stesso don Gregorio. In effetti Frezza ne consegnò solo due, ma faceva intendere che erano tre con solo due gesti in questo modo. L'avv. De Amicis, che capì l'imbroglietto, volle fare l'atto pratico, dicendo a Carmine: «Uno me lo prendo io, uno lo diamo alla mia signora e sono due, e l'altro?». «Me lo mangiai io a Castel del Giudice con mia moglie» (chiedo scusa se non rendo bene il significato). – Ne tè chiù 'n gùre na allìna. Ne tiene più sotto una gallina per fare l'uovo. Così raccontava Fafitto, quando, a pensione a Roma, per non poter compare altri materassi, la padrona, per ogni nuovo arrivato ne toglieva un poco da quelli già esistenti. E dire che gli alloggianti erano parecchi e i materassi pochi. – Le undici compar Michele un quarto. Così rispose D. Di Tella all'avv. M. Falconi che gli aveva chiesto l'ora esatta. – Se n'è de quìre cuàne, è de quìre péle. Se non di quel cane, è dello stesso pelo. Così diceva Petracchiéglie alludendo a persona un poco rognosa. – È mèglie na feŝta grossa che tanda feŝticciòle. Così dissero i quattro garzoni della ditta Ianiro a San Nicandro Garganico, quando uno degli amministratori tornò il 26 dicembre e chiese loro se tenevano ancora le anguille (pare 20 chili, che avrebbero dovuto bastare fino a Capodanno), che essi mangiarono il 24 a sera, il 25 e a mezzogiorno del 26 dicembre! – Alzati, Pasqualino, ca tu sié ru mèglie fìglie de mamma. Raccontava Donato la Penta che così diceva la mamma al figlio, e questi rispose: «I vuóglie èsse ru chiù brutte e vuóglie durmì» (Io voglio essere il più brutto e voglio dormire). Battute fatte nei locali delle Società fra Luiggiotto (che parlava soltanto quando era brillo), Tatuccio e Nocente. Era nei locali di queste società che, durante il periodo invernale, si forgiavano intorno al braciere: L. – Io so fa' tanti mestieri: il pittore, il falegname, l'ebanista ecc. T. – Niénd'altro? N. – Ha ragione z' Luiggiotto. T. – Ŝchiàffamete 'n gùre a te e zi Luìgge tié. – Tace il merlo? Ma se r'acchiàppe, che le udèlla c'éna fa la paratura! Sempre alla Società, sbraitando, Bettóne, un poco brillo, aveva saputo che il Consiglio Sociale lo stava proponendo per una punizione per una banale scorrettezza e, agli amici intorno al braciere, diceva quanto sopra, pur diretto al consigliere Ciccariéglie, il quale leggeva educatamente il giornale. «Tace il merlo?». Gli amici, fra i quali qualcuno non sapeva nulla della punizione che si profilava: «Con chi l'hai, Bettóne?». «Se lo acchiappo, con le budella devono farci l'involtino (chiamato marro)». – Tande che Pasqualìne ména da sótte, mitte a còce n'aldra patàna. Metti a cuocere un'altra patata. Così diceva don Sebastiano Conti quando seppe che il nipote si era dato un poco alla pazza gioia (e vi era tanta possibilità di farla) ma don Sebastiano era un pochino avaro. – Sò sciùte troppe guaŝtameŝtiére. Così rispondeva Frangìsche, mendicante di Civitanova del Sannio, quando gli chiesero se arrangiava con le elemosine. Gregorio Giuliano
- Polvere di cantoria... su due ruote
L'arrivo della bella stagione e poi delle vacanze scolastiche consentiva a noi ragazzini di passare ancor più tempo fuori casa. Messi gli sci in cantina, o nel cuatenàre, con le tute invernali sotto naftalina eravamo pronti a "scatenare" le biciclette. Anche in questa faccenda mode, gusti e contingenza erano sovrapposti: i portoni delle case e delle cantine sfornavano modelli di tutti i tipi e di tutte le epoche. Dalle vecchie e pesanti 28" da lavoro con i freni trasmessi a bacchetta a quelle da corsa con i manubri ribaltati e il cambio. Tra gli anni '60 e i '70 fece furore un modello molto gradito e particolare. Progettata da Rinaldo Donzelli, venne prodotta, a partire dal 1964, dalla Carnielli di Vittorio Veneto e pubblicizzata dalla stessa Brigitte Bardot, per cui venne chiamata la "Rolls-Royce di BB". Prese il nome da una delle riviste femminili più in voga: "Grazia": era la mitica Graziella. Senza canna orizzontale con cerniera centrale per poterla piegare; con manubrio e sellino smontabili, montava ruote da 16", portate poi a 20" nel 1971, portapacchi in tinta (il "posto in piedi" del passeggero) e fu prodotta fino alla fine degli anni '80. Fu il simbolo dell'infanzia e dell'adolescenza di quei tempi. Alcuni modelli derivati, per non dire clonati, montavano cerchi più piccoli, come la mia Mirella da 14", per consentirne l'uso anche ai più piccoli. Il peso non era indifferente ma la maneggevolezza sicuramente superiore alle grandi bici che alcuni bambini usavano restando in piedi lateralmente su un solo pedale, con pedalata "a saltello", che io chiamavo "a ciclista zoppo". Torme di ragazzini scatenati su due ruote si aggiravano per Capracotta in gruppo come in una sorta di 24 ore di Le Mans ciclistica. Il circuito prevedeva lo start dai box di piazza Falconi per una discesa a rotta di collo lungo i Rinforzi e via San Giovanni, fino alla svolta della "Chiesuola" e la chicane di piazza Gianturco. Da qui la parte bassa del circuito sulla via Nòva dove, grazie alla discesa, si raggiungevano le massime velocità, fino alla variante della nuova cabina elettrica. Poi, il doppio gomito dello "Spazzaneve" e dello "Stop" portavano all'estenuante salita di via S. Maria di Loreto e al plateau del Colle, con la discesuola della "Cooperativa". E si ricominciava con un eventuale pit-stop al distributore di gigomme a palline colorate (manopola a 10 lire) fuori la bottega gestita dalla famiglia del maestro Onorino, all'incirca davanti Squarcióne. Il rifornimento di liquidi era alla fontanella collocata nello specchio di marciapiede dove sorge la casa nuova di Giuveddì, ed oggi posta sotto largo dei Sartori. Un cartoncino fissato ad un montante del portapacchi tramite una molletta da panni scattava sbattendo tra i raggi della ruota posteriore e il rumore ci dava l'illusione di stare a bordo di una motocicletta. La manopola nera per la regolazione dell'altezza del manubrio della mia Mirella mi sembrava il tappo del serbatoio di un'onirica benzina. Tante le modifiche pionieristiche. Una fra tutte: Franco "Izzóne" Mosca, amico e compagno di scorribande, aveva sostituito la ruota posteriore da 20" con una da 14", guadagnando in agilità e maneggevolezza. Una bici acrobatica ante litteram che Franco faceva impennare e girare su se stessa senza sforzo apparente. La potente pistola ad aria compressa dei compari D'Andrea, la cui bottega era posta di fronte casa, ricaricava in pochi istanti la camera d'aria in un periodo in cui una semplice pompa era merce rara. Eravamo quelli della colla Artiglio e delle Tip-Top, quelli che in caso di acquazzone si rifugiavano in stalle, garage e cantine, ma anche sfrecciare nelle pozzanghere aveva il suo fascino. Eravamo quelli delle gitarelle... e memorabile fu quella a Vastogirardi, conclusasi abbondantemente dopo il tramonto con più di metà delle bici senza fari. Il paliatóne invernale cedette il posto al mazziatóne estivo ma l'orgoglio per l'impresa ci faceva sentire veterani reduci da azioni di guerra. Non infrequenti i cascatoni: molti di noi, me compreso, portano sottopelle parecchi frammenti di asfalto della via Nova ma anche attimi di spavento nel cuore. Come quando, forse in sovrappensiero, Giovannino "la Banca" Di Tella svoltò ad angolo dal "Centralino" verso il Corso e la sua bici venne centrata sulla ruota anteriore da un'automobile. Tanta paura ma, per fortuna, solo un'empirica "quadratura del cerchio". Avevamo progettato anche delle uscite invernali mettendo delle catenelle sulle ruote per camminare sulla neve ma santa Pupa, patrona dei ragazzini scavezzacollo, e il tempo che scorreva, misero lentamente un pochino di sale nelle nostre zucche. Forse fu anche il non voler sentire i cazziatóni di papà che, anche quando divenni adulto, professionista e padre di famiglia, non di rado mi domandava se avessi il naso posizionato in mezzo agli occhi o nel lato B! Arrivarono le bici cross, le mountain, le City, ma le Grazielle con le corse dietro le Apecar scoppiettanti e perennemente corredate di cagnolino abbaiante al seguito, il fumo aromatico dei camion che ci sorpassavano, il pedale che, sfuggito, girava al contrario e centrava la tibia procurando estasi mistiche, i "cipolloni" con le mamme che promettevano a casa di darci la dose di rinforzo se ci facevamo male, avevano un sapore diverso e indimenticabile. Ci credevamo eterni, ci credevamo eroi ma il tempo se ne frega e passa su di noi... Francesco Di Nardo
- Polvere di cantoria: lento in re maggiore
È una storia dove il confine tra fiaba e realtà sembra evidente ma lascio a Voi non solo il piacere di identificarlo, ma anche di spostarlo e creare un seguito. Una sera di dicembre, primi anni '60, un paese dell'Alto Molise. Mentre camminiamo nel buio ovattato dalla neve che cade, una finestra illuminata richiama la nostra attenzione. Noi, viaggiatori del tempo e dell'anima, in silenzio e senza farci vedere, ci sporgiamo a guardare. Il giovane professore di musica della scuola ed organista della Chiesa Madre è tornato da poco a casa. La stanchezza si fa sentire: agli impegni didattici e compositivi si è aggiunta anche la preparazione dell'imminente Oratorio di Natale. Le prove del coro sono più serrate. Ma, come tutti i musicisti, quale miglior riposo se non la musica stessa? Così, tra il calore tremolante del camino, lo scrittoio ed il pianoforte, un attimo di quiete prese vita su un foglio di carta a pentagramma. Un solo e semplice foglio: un divertissement per pianoforte che fissò nel tempo un attimo da dedicare a se stesso. Qualche giorno più tardi il Professore ne fece dono alla signorina Enrica, figlia della signora Luisetta, una dei suoi mentori. Il foglio rimase così custodito accanto al pianoforte della padrona di casa insieme a tanti altri manoscritti. Anni dopo, un giovane studente, invitato dalla signora Enrica per fare esercizio su quel pianoforte, rimane incantato a contemplare e sfogliare quel fascio di manoscritti e la signora, colpita da quello sguardo imbambolato, gliene fa dono. Quella meraviglia si tramutò in gioia nel ritrovare il divertissement composto da uno dei suoi primi maestri: la grafia precisa e pulita come una stampa, una linea melodica semplice con una armonia elegante e sobria. Un'altra lezione giunta dal passato! Il manoscritto rimase così tra i libri del ragazzo come in attesa del momento giusto per essere apprezzato finché il ragazzo, diventato organista di Cattedrale, dismesse le lenti della miopia per tirar sul naso quelle della presbiopia, tornò a ristudiarlo. Altri spunti di riflessione, di interpretazione... Quando il tempo, che ti sorrideva dalle frenetiche lancette dell'orologio, inizia a sogghignarti dall'implacabile vetro della clessidra, scopri che la voglia di sapere diventa sposa della necessità di capire e di far conoscere. Non è un voler lasciar traccia di sé ma tramandare, con affetto e gratitudine, ricordi, conoscenze ed emozioni di coloro che hanno formato la nostra sensibilità. Sessanta anni dopo, quel momento di raccoglimento torna a rivivere, storpiato dalle mani di un organista prestato al pianoforte; e di questo chiedo perdono a Voi ed al Professore. Uno dei tanti istanti di quella sera, dietro altre finestre illuminate in quel paesino, andati perduti tra i fiocchi di neve vorticanti nel buio... È Giuseppe Di Lullo ed il suo "Lento in re maggiore", composto a Capracotta il 19 dicembre 1963. Francesco Di Nardo
- La vecchia campana
Vecchia campana! Guardandoti nella tua nuova sede inattiva, senza voce, coperta dalla tua patina e dalle rughe del tempo, torna nel mio ricordo l'attività della tua giovinezza, nella quale hai brillantemente assolto alla attenta guida del popolo di Roio, di cui sei e resterai la madre affettuosa, attenta e premurosa. Circa 500 anni fa quel Nicolaus di Crapacotta realizzò nei pressi del campanile lo stampo della tua elegante figura e nella colata aggiunse alla lega di metallo e di bronzo l'oro delle fedi offerte dalle madri di Roio per ingentilirne il suono; venisti poi collocata nella tua nicchia campanaria, lanciasti la tua voce per annunciare l'assunzione del tuo ruolo di scrupolosa, attenta, precisa, allegra, afflitta, ed, al momento giusto, rabbiosa e reattiva madre di tutti i cittadini. A quell'epoca, in cui l'orologio non esisteva, tu iniziasti ad impartire ai cittadini le regole della loro vita. All'alba non hai mai smesso di suonare la sveglia con i tuoi rintocchi del mattutino per affrettare l'avvio ai campi dei lavoratori. Più tardi le tue lente, sommesse note, chiamavano in chiesa le massaie rimaste a casa, per partecipare alla messa di ringraziamento al Signore per il nuovo giorno concesso. Ed a mezzogiorno i tuoi rintocchi di suono a festa annunziavano ai lavoratori dei campi l'arrivo del canestro del primo pasto; ed erano in molti ad esclamare "voce santa" ed agli stessi, i tuoi rintocchi di "ventun'ore" annunciavano la fine della giornata di lavoro ed essi iniziavano la lunga marcia per partecipare all'ultimo pasto del giorno. Ricordi quanta frugalità e semplicità governavano quei pasti? Unico vassoio della minestra in cui affondavano le posate dei commensali, assenza di bicchieri ed unica fiasca del vino che veniva avviata periodicamente ai commensali dal capofamiglia cui spettava la prima bevuta. Non esisteva secondo piatto, ma una soddisfacente disponibilità di pane di grano o di granone. E dopo il pasto la stanchezza del giorno conciliava il sonno e tu non tralasciavi, con i rintocchi dell'Ave Maria, di dare a ciascuno il tuo bacio di madre affettuosa con l'augurio della buona notte. E non dimentico la gioia della tua voce nei giorni di festa, quando chiamavi a collaborare le tue sorelle minori ed insieme recitavate un inno la cui armonia trasmetteva ai tuoi figli un momento di felicità nel loro costante tormento di lotta per l'esistenza. E quella stessa armonia di voci tu la recitavi in tutte le circostanze giulive, alle nascite, ai matrimoni all’avvio ed al ritorno dei pellegrini dai luoghi sacri che annualmente raggiungevano a piedi, per rinnovare le preghiere ai santi protettori. Ma tu, madre affettuosa, sensibile al dolore della morte, non trascuravi di parteciparvi, unendo al pianto dei parenti le lugubri note dei tuoi rintocchi cui aggregavi quelle delle consorelle per recitare l'addio agli scomparsi. Era l'armonia della tua voce festosa e delle tue consorelle che accompagnava la processione del 2 luglio sulla montagna, ove i robusti montanari portavano, a spalla. Le pesanti statue di san Filippo e della Madonna. Lo squillante scampanio durava per tutto il percorso e riprendeva, dopo la messa al campo, all'inizio del ritorno in cui la processione scendeva dal lato opposto a quello dell'andata. Nell'attraversare i campi ondeggianti del grano colorato in fase di maturazione, il sacerdote impartiva la sua benedizione e chiedeva al Signore l'allontanamento delle calamità ed alle recitazione del parroco il coro compatto del popolo recitava il "Libera nos, Domine". E sempre tu, attenta sentinella della sicurezza del tuo popolo, quando della radiosa giornata d'inizio estate si faceva minacciosa la nuvola scura della grandine, non esitavi a gridare al cielo l'urlo della tua indignazione e la frequenza e la potenza della tua voce dissipava la lugubre minaccia e ritornava il sereno. Allora il Signore, soddisfatto, elogiava la solerzia del tuo energico intervento. Ed allora tu, nella notte, in cui il popolo dormiva il sonno del naturale riposo, vedevi ergersi al cielo le fiamme sinistre dell'incendio che minacciava la sua vita, lo svegliavi con l'affrettata frequenza delle tue note per gridare l'allarme al pericolo incombente. Ed il popolo accorreva tutto e dava luogo ad una condotta umana che portava l'acqua dall'unica fontana e dagli abbeveratoi agli uomini in prima linea che fronteggiavano le fiamme. Qualcuno nella generosa lotta veniva inghiottito dal fuoco, ma il dolore della sua scomparsa non arrestava l'azione di lotta che perseverava con più rabbia fino alla vittoria Col tuo amore di madre sei stata ancora tu a chiamare a raccolta il popolo per gettare le basi della tua solidarietà nei confronti dei più deboli e di quelli impoveriti dalle calamità. Nacque il monte frumentario che fu, per tanti anni, la banca della generosità, sempre pronta ad aiutare i figli in difficoltà. Ricordi i giorni che precedevano le feste natalizie? Allora molti roiesi, per integrare il modesto bilancio familiare, praticavano il commercio dell'olio. A dorso di mulo, partivano alla fine della semina in ottobre e rientravano per le feste natalizie col gruzzolo del guadagno commerciale. Arrivavano alle mulattiere di Agnone ed il più delle volte all'imbocco della Valmara, incontravano la tormenta di neve. La voria quel veloce quanto freddo vento del Nord, sollevava da terra nuvole di neve aggiungendola a quella che cadeva dal cielo. Le strade, cancellate dal manto nevoso, erano invisibili e quasi sempre la nebbia completava la triste situazione. In tale circostanza non si può tenere gli occhi aperti ed è difficoltoso respirare, la furia del vento e l'asprezza degli aghi di neve costringono a proteggere le vie respiratorie con un lembo della giacca e gli occhi con la falda del cappello; con tutto ciò è ancora necessario tenere la testa girata per attutire l'impatto con la bufera. Non esiste in tali circostanze possibilità di orientamento allora intervenivi tu, madre campana, a spandere nel frastuono della bufera il tuo urlo accorato, poderoso e continuo. Giungeva all'orecchio dei tuoi figli in difficoltà e questi lo seguivano, confortati dalla tua assistenza. Raggiungevano il paese, ti passavano davanti, ma non avevano la forza di pronunciare parole di ringraziamento che, in compenso, rimanevano stampate nel loro cuore e ti volevano bene. Ora, vecchia madre campana, hai esaurito il tuo ruolo, non partecipi alle gioie, ai dolori, alle apprensioni del tuo popolo, ma sei sempre viva nel ricordo e nell'affetto di coloro che hanno vissuto con te; per questi è gioia grande constatare che il loro affetto è stato ereditato dai loro figli i quali hanno avuto la sensibilità di toglierti da una nicchia nascosta, per esporti nell'atrio della nostra chiesa all'affetto e all'ammirazione delle nuove generazioni che apprenderanno la tua storia e perciò continueranno a volerti bene. Ora che sei in pensione, buon riposo, madre campana! Filippo Di Carlo Fonte: https://www.roiodelsangro.com/, agosto 2000.
- Il poeta Geremia Carugno
(Agnone, 10 dicembre 1923 - 28 agosto 2007) Don Geremia Carugno nacque in Agnone e, dopo gli studi ginnasiali presso il Seminario di Trivento e quelli liceali e teologici nel regionale di Chieti, venne ordinato presbitero da mons. Epimenio Giannico l'11 luglio 1948. Dopo una lunga e fruttuosa esperienza di padre spirituale, si laureò anche in Teologia e nel 1967 fu nominato parroco di S. Maria Assunta in Cielo a Capracotta, paese natio di suo padre Arturo. Nel 2000 diede le dimissioni dalla parrocchia per ritirarsi a vita privata, amorevolmente assistito dalla sorella Edelia. Morì un anno prima di celebrare il sessantesimo anniversario di sacerdozio, lui che, fin dagli inizi del lunghissimo e fecondo servizio sacerdotale, per oltre quindici anni era stato padre spirituale del Seminario vescovile di Trivento. Ma, oltre a parroco ed insegnante, Geremia Carugno è stato anche un validissimo scrittore, pittore, poeta nonché vignettista. La sua prima opera, di natura didattica, è il bellissimo manuale di meditazioni "Duc in altum", adottato negli anni Sessanta in molti seminari minori italiani. Ma solo nel 1963 giunse a pubblicare la prima silloge poetica, "Petali", per l'editore Sammartino di Agnone, contenente ben 91 poesie, tutte splendide, dedicate alla memoria della madre Rosa D'Agnillo. Tra manuali di catechesi e saggi brevi di storia locale, Carugno ritornò alla poesia nel 1981 con "Le rose di Gerico", realizzato in occasione del disastroso terremoto dell'Irpinia, ed infine nel 1993 con "L'arcobaleno", contenente appena venti composizioni. Don Alberto Conti, parroco di Castelguidone e direttore della Caritas triventina, afferma che «don Geremia scriveva le sue poesie nelle lunghe notti invernali, quando a Capracotta la neve e la bufera fanno sentire più aspra la solitudine, la paura ti assale e ti entra nella vita. Don Geremia, solo nella sua casa canonica, attigua alla maestosa Chiesa Madre di Capracotta, superava il suo deserto con la preghiera che spesso traduceva in versi, pensando a chi viveva nel dolore e nella solitudine». La scrittrice torinese Fede Vaira, che ha curato la prefazione di "Petali", scrisse invece che «la sua poetica appassionata rivela accenti di una chiarezza e di una forza che sono a volte come richiami solleciti al cuore di quegli uomini ancora volutamente sordi ai vecchi accenti immutabili della bontà generosa e dell'altruismo ed inspiegabilmente indifferenti alle ricchezze dello spirito, pur comprensivo delle bellezze della natura e del Creato [...] Leggendo Carugno si leggono liriche dallo stile incisivo e tuttavia non prive di una certa delicatezza di toni e di espressioni ma soprattutto si leggono delle antiche verità che tanto è necessario rammentare oggi». Così ho preso quattro poesie di don Geremia, pubblicate tra il 1963 e il 1993, rappresentative del suo spirito cristiano e della vastità della sua cultura, e le presento qui di seguito: "Tempo ed eternità", "In un paese del Sud", "Pane per tutti" e "Capracotta - Ricordo". Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
























