LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
Cerca in questo sito
2372 risultati trovati con una ricerca vuota
- Il bosco degli Abeti Soprani e i suoi "giganti"
Tiziano Fratus nel suo libro "L'Italia è un bosco" parla del Molise e in particolare del bosco degli Abeti Soprani a Pescopennataro-Sant'Angelo del Pesco. Egli dice: «Nonostante sia una piccola regione, il Molise ha diversi boschi di valore. Curiosamente ospita quattro concentrazioni d'abete bianco tra cui il bosco degli Abeti Soprani (1.000 ettari). Nonostante ciò, nessun abete bianco è segnalato fra i monumentali censiti su "Molise Alberi", uno dei siti di riferimento dei cercatori d'alberi in Italia». Allora noi siamo andati a trovare un bel po' di abeti bianchi per misurarli, fotografarli e per stabilire l'albero «simbolo, di notevole interesse e forse monumentale» per questo bosco. È stato difficile scegliere un abete, in quanto abbiamo constatato che se facessimo riferimento solo alla circonferenza del tronco, quelle che superano i 2,50-2,90 metri sarebbero tutte piante monumentali. E con le altezze di queste piante come la mettiamo? Prendiamo per esempio l'abetina di Rosello in vicinanza del nostro bosco degli Abeti Soprani. Qui dal libro sui grandi alberi d'Abruzzo di Francesco Nasini si fa riferimento all'abete tra i più alti d'Italia con una circonferenza di 2,90 m e un'altezza di 54 m descritto da Franco Tassi: «Alberi spontanei presenti in una forra poco conosciuta dei Monti dei Frentani al limite meridionale dell'Abruzzo e non lontano dal Molise [...] individui che raggiungono i 50 metri e talvolta li superano [...] un autentico miracolo della natura [...] stranamente questi altissimi alberi possiedono una circonferenza che non supera mai i 3 metri». Inoltre si afferma nel libro «che abeti di altezza più modesta (45 m) presentano una circonferenza di oltre 4 metri». Noi di "Molise Alberi" abbiamo invece trovato in vicinanza della strada Pescopennataro-Prato Gentile di Capracotta un esemplare di abete bianco che ha un'altezza stimata di 25 m con una circonferenza di 3,40 m ed in vicinanza altri esemplari di abete bianco con circonferenza di 2,70 m ma altezza molto superiore, 27-30 metri. Allora quale dei due possiamo considerare "monumentale"? Quello con il tronco più largo e molto corto in altezza o al contrario, con tronco "stretto" e altezza elevata? Conclusione: difficile parlare di alberi monumentali se facciamo riferimento solo alla circonferenza o solo all'altezza. Abbiamo trovato alberi con circonferenza di 2,50-2,70 m alti oltre i 25-30 metri. Il nostro albero di 3,40 m di circonferenza (54 cm di diametro del tronco) anche se non è un gigante, è monumentale? Per noi sì, perchè circonferenze di questo genere non sono facili da trovare e poi si presentava bene anche con un po' d'edera, con qualche ramo rotto, in bella raggiera con la sua età (150-170 anni). Altra verifica. Dalla tavola cormometrica ad una sola entrata del bosco Abeti Soprani di Cantiani per l'abete bianco con il diametro del tronco di 54 cm, il volume cormometrico è di 2,33 mc ed una altezza di 25 metri. L'età in base alla tabella seguente per il nostro abete di 2,33 mc supera i 170 anni (con mc 2,27 calcolati l'eta è 170 anni). Comunque questa tabella dovrebbe essere utilizzata al contrario, partendo dall'età e poi non è riferita al nostro bosco di abete. Valido Capodarca, che di grandi alberi se ne intende, in un post del 20 agosto 2014 su Facebook risponde alla domanda: "Quali sono i criteri per stabilire se un albero è monumentale?". «Meglio lasciar perdere». Lo stesso facciamo anche noi. Inoltre Valido Capodarca dice che «pur continuando a misurare i miei alberi, gli unici parametri che ho tenuto da conto (ovviamente di nessun valore in termini giuridici) è l'emozione che la pianta mi suscita»... Andrea Di Girolamo Fonte: https://www.molisealberi.com/, 8 ottobre 2014.
- Bellezza e costume della popolana capracottese
Il compianto De Amicis, nel libro "Sull'oceano", così dice d'una nostra contadina emigrante in America. «Spiccava una bella donnetta di Capracotta, con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parevano veri e fiammeggiavano agli occhi». Ed, allo sbarco, con evidente compiacenza, rivede la bella donna e volentieri ne riparla. «Avevano preso fuoco perfino certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintilla non si dovesse più accendere nemmeno per confricazione. Uno di questi, un monferrino, con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto». Ed invero la capracottese è bella, ma invecchia precocemente a causa delle dure fatiche a cui si assoggetta, in ispecie quella d'arrampicarsi sui picchi e sulle rocce delle vicine montagne scoscese per far legna e ceppame, che, assicurato a robuste funi, carica sul capo e penosamente porta al paese. Prestante della persona, ha generalmente occhi e capelli bruni. Ciò che rendeva più simpatica la Capracottese d' una volta e che dava maggior risalto alla sua florida bellezza, era la foggia di vestire, di cui una pallida idea ci viene dal fiammante paludamento di qualche vecchia rimasta fedele al suo tempo ed alle sue costumanze. Portava essa una gonna di panno scarlatto, pieghettato, con galloni d'oro, corpetto di velluto anche gallonato, con maniche sostenute da be' nastri di seta, in guisa da lasciar vedere il candore della camicia di tela casalinga. Le calze erano di seta, gli scarpini di pelle lucida, con fibbie d'argento e d'oro; portava agli orecchi grossi pendenti a forma di mezzaluna, alle dita grandi anelli chiamati corniòle. Completava l'abbigliamento la nappa di lana verde posta sopra la cuffia, ed un mantello in gergo detto puoànne, di castoro; variamente colorato, guarnito di nastri fiammeggianti. Oggi, invece, il vestito della nostra popolana non è così bello, né così comodo; lungi dal somigliare come l'antico al panneggiato d'una statua, esso consiste in una mezza dozzina di gonnelle, la più interna delle quali non sempre risponde alle regole della decenza e dell'igiene. Gli uomini vestivano di lana bleu, calzoni corti sino alle ginocchia, abbottonati, calza di lana bleu, scarpe di pelle allacciate. Il bavaro della giacca era corto e rialzato, lo sparato della camicia grosso, con fazzoletto di seta annodato, cappello duro, di feltro, a tronco di cono, infettucciato. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Il territorio di Capracotta: note mineralogiche e botaniche
Scarso d'interesse, e perciò forse mai preso a oggetto di indagini scientifiche, è il regno minerale sull'agro nostro. Non soltanto mancano tante di quelle materie che fan ricche oggi le altre regioni, come i bitumi, i metalli, lo zolfo, il marmo, i vegetali fossili, l'amianto, il caolino ed altre che la chimica e l'industria trasformano utilmente, ma difettano persino i materiali necessari agli usi più comuni, come l'argilla da laterizi, il gesso, le pozzolane, le pietre calcari o d'arenaria per le costruzioni, l'arena stessa trovasi in cave faticose e lontane né di pregio onde i fabbricati riescono costosissimi ed ineleganti. La sorgente minerale innanzi accennata può far supporre minerali sepolti nelle ime viscere della terra, ma a niuno credo sorgerà mai la tentazione di raggiungerne la profondità. Troppo vasto è il campo di questa materia per discorrerne diffusamente. E pertanto annoterò sommariamente che, delle piante arboree maggiori. il Faggio (Fagus silvatica) è la predominante nel territorio. Le chiome dei suoi rami ammantano di verde dal maggio al settembre, e di rosso rame nell'ottobre novembre i dorsi dei nostri monti vicini e le valli di Ospedaletto di Cannavina di Cannavinello. In quest'ultima, lungo la limitrofa abetaia di Pescopennataro si incontrano abeti crescenti (Picea abies). In altri punti allignano allo stato selvatico il Cerro (Quercus cerris), l'Orno (Fraxinus ornus), l'Oppio (Acer campestris), la Quercia (Quercus robur), il Pero (Pyrus communis), il Melo (Pyrus malus), l'Acero bianco (Acer pseudoplatanus), il Salice (Salix alba), l'Orniello (Cytisus laburnum) e pochi altri come il Tiglio, il Carpine bianco o nero, 1'Alvanello ecc. Tra le piante arboree minori prosperano il Sambuco, i Vetrici, il Ginepro, l'Agrifoglio, il Tasso, i Rovi, la Ginestrella. Non allignano il Castagno, l'Olmo, il Cipresso, l'Ontano, il Platano, l'Elce, il Larice ecc. Un tempo, come spesso si andava ripetendo, abeti secolari si stendevano dal Nord-Est fin presso all'abitato, che servirono alla costruzione delle case, e di cui gli ultimi, dicesi, furon decimati per la ricostruzione della Chiesa nel primo ventennio del 1700. E deve essere così, argomentandolo dalle dimensioni delle incavallature che ne armano il tetto. In una nota del Sindaco del Comune il 9 Luglio 1827 all'Intendente della Provincia, informativa che un temporale con grandine il giorno innanzi aveva distrutto i campi e tagliati i canali dei molini, si annunziava d'essersi scoverti nel fondo di un torrente in vicinanza dell'abitato tre abeti lunghi palmi 30 (m. 7) di palmi 15 (m. 4) di circonferenza. Nel 1878 l'ingrossamento dello stesso torrente (Vallone Grande) ma molto più in giù, mise fuori la parte superiore di un altro grandissimo e bellissimo tronco, che presentava un metro e mezzo circa di diametro, sprofondato il resto nel letto del torrente tra enormi macigni: da esso io stesso ricavai vari pezzi sceltissimi di cui feci ricostruire quattro porte in una sala grande di casa. Un nuovo diligente sguardo fu poi rivolto alla nostra flora minuta dal diligente e studioso botanico nostro comprovinciale, il dott. Armando Villani nel 1908; egli stese il risultato delle ricerche nel Bollettino della Società Botanica Italiana in Firenze. Premise ivi che già il notissimo botanico Gussone aveva studiato un rilevante numero di piante speciali dei nostri monti «pittoreschi ed affascinanti per la prodigiosa ricchezza della flora». E dopo aver annoverate piante che si trovano anche in altri luoghi dell'alto Molise ne indicò parecchie «non ancora notate in altri siti della Provincia, né in altri lavori botanici quali ad esempio l'Aspidium aculeatum, la Melica uniflora, il Lilium martagon, la Silene italica, la Helianthenum chamaecistus, la Couringia orientalis, il Thlaspi arvense, il Latyrus platensis, l'Astrausia major, il Laserpitium sileri, la Malva moscata dai fiori bianco nivei, l'Euphorbia platispylla sub-ciliata, l'Armeria vulgaris plantaginea, l'Ancusa barrelieri, il Thymus striatus, la Plantago media, la Campanula glomerata, l'Erigeron alpinus, il Chrysanthemum leucathemum pallidum ed il ceratophylloides, l'Anathemis cota, l'Achillea nobilis, la Centaurea cyanus, il Hypochaeris cretensis, il Trapagon pratensis, la Crepis aurea; e poi diversi Heracium berardanun, mulite, oretis, muronum, nyreanum, jaconianum». Gran parte di queste piante furon rinvenute nei recessi ombrosi dei nostri boschi o sulle cime dei monti vicini. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Un cuore e tre capanne
Intervista di Roberta della "Rete delle Case delle Erbe" ad Antonio di "Auser - Vivere con Cura". Vita dei carbonai nei boschi Domanda: – Dai, raccontami la tua esperienza di aver dormito in una Capanna dei boscaioli-carbonai di Capracotta il 24 ottobre 2023. Risposta: – Sì. Solo circa tre settimane fa sono venuto a conoscenza che in estate un gruppo di uomini, sotto le indicazioni di Adriano di 82 anni boscaiolo da quando aveva 8 anni fino ai 14, aveva realizzato una capanna, riproducendola fedelmente, così come la costruivano i boscaioli-carbonai di Capracotta - di solito in squadre di cinque uomini e un ragazzo addetto alla cucina - quando andavano in giro nei boschi del sud Italia a produrre il carbone vegetale e la carbonella. Il primo giorno di arrivo subito la costruivano in modo da potersi riparare fin dalla notte stessa. Tieni conto che il lavoro era stagionale, di solito da novembre a marzo-maggio quindi con punte di clima freddissimo. E se il tempo era particolarmente inclemente e quindi non potevano lavorare tornavano a casa senza neanche un soldo, alcuni addirittura vendevano il paiolo - re chettùre in dialetto - per ripagarsi il viaggio. Iniziavano a lavorare da prima dell'alba e andavano a dormire stanchi morti al tramonto cadendo in profondi sonni ristoratori. C'era chi era addetto a nutrire e curare anche di notte il catozzo (la cupola-igloo di legna) che bruciava lentamente fino ad arrivare al prodotto finale: carbone e carbonella. Ci voleva forza sapienza e abilità, in sintonia con tutto il gruppo, per realizzare bene tutti i passaggi, dal taglio degli alberi, con la grande sega a mano - re ŝtuócche - manovrata da due uomini fino ai sacchi di carbone che venivano acquistati dal proprietario del bosco o da una impresa a carattere familiare. E i rami venivano venduti a fasci nel paese vicino, andando con l'asino o il mulo e questo compito era svolta dai bambini o dalle donne. Preparativi D: – Va bene come premessa, ma adesso raccontami della notte in grotta. R: – Dopo esser andato a vederla dall'esterno ho chiesto a Carmen, la botanica che cura - e fa anche da guida erboristica - il Giardino della Flora appenninica a 1.500 m, se potevo visitarla anche all'interno e se avessi potuto trascorrere una notte nella capanna. Mi ha risposto che ne avrebbe parlato con il direttore e mi avrebbe dato la risposta. Il giorno dopo ho l'approvazione e concordiamo la data per martedì 24 ottobre dopo aver avuto conferma che non avrebbe piovuto, anzi si prevedeva giornata soleggiata. E così, contento come una pasqua ma senza perdere la serenità, al mattino presto del 24 carico l'auto di cuscinoni che fungeranno da materasso, asse di legno di 1,80 m per 90 cm da mettere sopra i rami che fanno da rete, ma essendo irregolari avrebbero potuto disturbarmi il sonno, e poi coperte, cuscino di alloro, candele e portacandele, vaso da notte (contenitore con tappo), scatolone di cartone che avrebbe funto da micro baldacchino proteggi spifferi al collo-testa, scatolone aperto pieno di lavanda secca per contribuire a profumare l'ambiente e libro da leggere. Dopo aver sistemato per bene sono tornato a casa per il pranzo e dalle 16 sono tornato in pianta stabile portando le ultime cose. Quella sera avrei saltato la cena come ormai faccio due o tre volte la settimana, anche per concentrarmi sui dettagli per non avere possibilmente problemi la notte. Appena arrivato, alle 16, il termometro, che avevo portato, dava 15 gradi centigradi ma dopo un'ora ne dava 13 e così mi sono detto che siccome a Capracotta da alcuni giorni dava 7 gradi di notte, lì al Giardino, più in alto di cento metri, sarebbe potuto arrivare anche a 4 o 5 gradi... anche se so che la copertura di terra sopra i tronchi permette un accumulo di calore, ho dedicato tempo alla vestizione pezzentella. Imbacuccato Questo è il corredo che ho indossato: un paio di calzerotti di lana fatti a mano con anche un altro paio lungo di cotone leggero per far sì che non ci fosse neanche un millimetro scoperto tra calzerotto e pigiama. Poi un pantalone pigiama di cotone con sopra un altro pantalone pigiama di lana di una volta, caldissimo e due maglie di lana attillatissime, di cui una fatta a mano con motivi a rilievo in modo che in caso di freddo estremo, sfregando le mani dall'alto in basso sulla suddetta maglia avrebbe attivato ancora di più la circolazione sanguigna e procurato quindi più calore. E ancora: un cappuccetto rosso - e alla fine mi sentivo proprio come il personaggio della famosa fiaba - trovato giusto dieci giorni prima (che mi avevano dato in uno scatolone insieme ad altri panni da far circolare come riuso) sempre come proteggi spifferi per tenere calda la testa. E dulcis in fundo ho messo uno scatolone di cartone come micro baldacchino, sempre proteggi spifferi per la testa, con sopra un panno di lana rossa che mi simboleggia il sangue vitale e il fuoco interiore e non. Topi e serpenti D: – Beh, arriviamo alla notte vera e propria. Avevi altri timori? R: – Sì, più che timori, lievi inquietudini: oltre al freddo e il timore di soffrirne e non dormire, cosa che avevo vissuto in altre tende o yurte, temevo possibili visite se non assalti di topi e di serpenti. Perché i topi? Mia madre, Peppina, da piccolo, mi aveva raccontato più volte che durante lo sfollamento del 1943 a Poggio Sannita (a trenta km da Capracotta) per via che i tedeschi avevano dato alle fiamme quasi tutte le case di Capracotta, dormendo in una masseria (fattoria), di notte per un pelo aveva salvato Nicola, il primo figlio nato l'anno prima, da un topo che gli stava entrando in bocca mentre dormiva... e che a un bambino i topi cavarono un occhio per mangiarselo... Che orrore e terrore... Mi rendo conto che potrebbe essere una paranoia ma avevo questa inquietudine. L'altra era per eventuali serpenti in cerca di un rifugio. Ma avendo fatto ricerche e ammirando tanto le serpi mi sono detto: sarei contento di incontrarli e cercare di accarezzarli e se anche mi dovessero mordere fino a morire, morirei contento - ormai il grosso della mia vita l'ho vissuta - anche perché avevo letto che il morso del serpente rimane così impresso che addirittura si vorrebbe essere morsi di nuovo, chiaramente senza rimanerne avvelenati. Notte magica D: – Va bene ma adesso passiamo alla notte, a che ora sei andato a letto, o nel giaciglio, come ti piace chiamarlo? R: – Alle 17:30, dopo aver fatto una perlustrazione attorno alla capanna e ammirato il paesaggio autunnale e il crepuscolo, mi sono messo dentro il sacco a pelo con sopra una coperta di lana a stelle bianca, rossa e nera per fare le ultime prove e vedere se tutto era a posto. Ma una volta disteso - e giocoforza ero immobile, fermo - è accaduto l'imprevisto favoloso. Davanti ai miei occhi vedevo solo tronchi di alberi ancora vitali perché erano stati tagliati a luglio, ed era come se ci guardassimo negli occhi e ci presentassimo e conoscessimo. Prima ero tutto preso dai preparativi e i timori-inquietudini che intanto come per incanto erano spariti. Inoltre da un angolo della parete di lato, in alto, entrava da un piccolo vetro a triangolo, una bellissima luce che esaltava i colori dei tronchi che mi apparivano sia come canne di un grande organo di chiesa sia come le zampe-gambe di elefanti e ne rimanevo affascinato e anche intimorito perché sotto sotto ero entrato con la baldanza di fare il piccolo eroe eremita selvatico anche se solo per una notte... E così piano piano è avvenuta una trasformazione interiore, psichica e mentale: osservavo ad uno ad uno i tronchi (di circa 8-10 cm di diametro) sia davanti a me che per tutta la capanna e li ringraziavo e ringraziavo chi aveva costruito la capanna per questa situazione favolosa in cui mi trovavo. Non stavo nella pelle per la gioia... E così senza accorgermene ho continuato a osservare, guardare, affinare l'olfatto e l'udito... E sì, perché c'era anche un silenzio indescrivibile, imponente... Come se da un momento all'altro dovesse accadere un qualcosa di straordinario e che poi ho realizzato che quel mix di tronchi, colori, profumi, sensazioni, silenzio e il tutto stando sempre più fermo senza dovermi rialzare - che avrebbe spezzato l'incantesimo - per poi rimettermi nel giaciglio... insomma era come se fossi entrato in un "utero arboreo" e dovessi restare fino a quando, novello feto in via di maturazione ne sarei uscito rinato... Grazie alberi. Il monello (non) addormentato nel bosco D: – E così ti sei addormentato... R: – Ero stanco soprattutto per la giornata di preparativi con annesso impegno fisico, ma una volta disteso e entrato in quel vortice favoloso ho fatto di tutto per non addormentarmi. Sapendo anche che difficilmente l'esperienza si sarebbe potuta ripetere: il Giardino chiude i primi di novembre per riaprire a metà-fine aprile. Mi ripetevo che desideravo vivere ogni secondo in modo totale come se fosse il primo e l'ultimo della mia esistenza, un secondo dietro l'altro; e intanto la luce si affievoliva fino a scomparire verso le 19:00; e anche al buio le sensazioni erano completamente diverse dal buio che vivo in camera da letto prima di addormentarmi. Il silenzio era interrotto ogni tanto dagli animali, credo piccoli, che giocavano, si muovevano e scivolavano sul tetto spiovente della capanna: all'inizio mi distoglievano dalla contemplazione, meditazione e riflessioni ma poi rientravano nel teatro favoloso della natura e della vita notturna del bosco. E così intervallavo silenzi e suoni (chiamati impropriamente rumori) di animali che avvertivo felici e contenti, forse alcuni anche impegnati in giochi d'amore. E circa ogni ora controllavo il termometro. Come dicevo, ero preparato ormai a vederlo in picchiata verso i 4 o 5 gradi. E invece dai 13 gradi delle 17:30 non è più sceso... tanto che verso mezzanotte ho tolto il cappuccio, un paio di calze, aperto il sacco a pelo e tenuto la coperta stellata meno stretta e per ultimo anche il baldacchino... E anche poi al mattino alle 5:30 quando mi sono svegliato erano ancora 13 gradi... Che scoperta-conferma... Alla fine mi sono addormentato quasi alla una anche perché ho scoperto che l'asse che avevo messo sui rami si era leggermente inclinata: qualche ramo aveva uno spuntone poco più alto e rigirandomi si inclinava e tendevo a scivolare e mi disturbava, ma non volevo alzarmi e risistemare il tutto, sempre per non rompere l'incantesimo. Ormai era andata cosi. Verso mezzanotte accendo il mozzicone di candela... Altre visioni meravigliose con quella luce di piccolo fuoco. E mi è venuta l'immagine di Geppetto che stava nel ventre della balena... Ma dopo un po' ho preferito il buio, il silenzio, acuire gli altri sensi, sentire gli animali e qualche verso di insetti o uccelli (rari)... che meraviglia! Alle 5:30 mi sveglio. Ancora buio e mi vien voglia di leggere, come faccio tutte le mattine d'abitudine. Però è buio e così riaccendo il mozzicone di candela che sorreggo con una mano e con l'altra il libro: "La luna nera", letto e riletto ma che non smette di arricchirmi e meravigliarmi. Ne leggo circa dieci pagine e intanto ammiro anche la situazione di leggere a lume di candela... quanta altra poesia... Alle 6:30 mangio le due mele zitelle (locali ma non di Capracotta) che mi ero portato e poi esco fuori per fare i bisogni... ma prima ne approfitto per mangiare una decina di bacche di rosa canina già belle e che mature: fino a tre anni fa maturavano a metà dicembre dopo la prima o seconda gelata, ora con il riscaldamento del pianeta iniziano a essere mature già agli inizi di ottobre. Mentre rientro nella capanna per togliere tutto e caricarlo in auto vedo passare il pullmino che porta le/i bambine/i di Pescopennataro alla scuola di Capracotta e ci salutiamo, e poco dopo passa un amico che ama camminare al mattino presto e mi chiede cosa ci faccio lì e gli racconto l'esperienza della notte in capanna... dopo le sue risate miste a stupore gli dico di provare a dormire nella capanna e mi risponde: «Ma te sié scemunìte?» (trad. "Ma sei diventato scemo?"). E con una grassa risata ci salutiamo. Rimetto tutto a posto e alle 7:30 riparto per casa a Capracotta. Bocca mia fatti capanna D: – Come ti sentivi? R: – Avevo raggiunto una serenità incredibile ma ero stordito, quasi come fossi sballato dopo una serata di sbornia di vino, no, meglio: una notte d'amore. E anche dopo la doccia fredda fatta in casa, come d'abitudine, ero, ripeto, stordito e un po' intontito e mi chiedevo il perché, cosa che ho fatto per tutta la mattinata. E credo alla fine di aver capito: lo stare in quello che ho chiamato utero arboreo per oltre 14 ore (e in nottata ho fatto i calcoli: quasi 50.000 secondi molti dei quali vissuti con tanta intensità-avidità per farne una scorta per i mesi a venire) ha fatto sì che il mio sistema nervoso non reggesse il tanto amore, gioia, vitalità, emozioni e così mi sono detto che questa che potremmo chiamare capanna-arborea-terapia (CAT) va approcciata, almeno per me, a dosi piccole per poi aumentare gradualmente. Per esempio iniziare con tre ore (il tempo minimo per avere gli effetti della foresta terapia), per poi passare a 5-6 ore per arrivare a 8-10 ore e più. E mi dicevo che i carbonai stavano di giorno tra gli alberi vivi e facevano, nonostante il duro lavoro, una forma di foresta terapia e la notte sempre in contatto con tronchi e rami recisi, trascorrevano 6-8 ore di sonno rigeneratore e quindi erano abituati e comunque arrivavano ad avere una forza fisica e morale altissima. Erano tutti uomini, raramente c'era una donna, e mi chiedo come reagirebbero le donne a un impatto simile in una capanna arborea ove credo entrerebbero in una grandissima sintonia tra cicli cosmici, cicli stagionali e cicli mestruali. Nel pomeriggio lo stordimento è svanito e ormai sono diventato capanna-arborea-dipendente (CAD) e non vedo l'ora di riandare a trascorrere altre ore o nottate ma credo che dovrò aspettare la prossima primavera. Comunque una delle lezioni che ne ho tratto è che non bisogna mai essere avido di natura ma saper vivere in equilibrio tutti i doni che la natura e la vita ci offre affrontando anche lutti, disgrazie, violenze e guerre con un animo più sereno, distaccato e collaborativo. Grazie alberi e grazie capanna arborea! E ricordo un vecchio modo di dire che solo ora mi intriga: bocca mia fatti capanna... Capanne di pietra e parco con ludoscuola delle capanne Post intervista, dopo tre giorni: D: – Hai altro da aggiungere? R: – Si, in questi tre giorni mi sono tornate alla mente tante cose sentite e pensate durante le 14 ore. Una è l'aver riflettuto sulla mia vita attuale e sulle scelte da fare in quanto da anni mi dico di prepararmi a vivere gli ultimi anni della mia vita in una fattoria-masseria didattica erboristica e animalista con mille attività, corsi e laboratori. E in tale masseria non dovrebbero mancare corsi-lab per insegnare a realizzare capanne e tende con i diversi materiali a disposizione a km zero. Per esempio anche realizzare le capanne di pietra costruite a secco, in passato, da contadini/e sui - o vicino ai - campi coltivati. Queste capanne, a forma di cupola-igloo, servivano come riparo dal sole o dalla pioggia e come ripostiglio per gli attrezzi agricoli. Anch'esse sono cadute in disuso ma possono avere una seconda vita: capanne curative basate sulla litio terapia, cioè le pietre rilasciano vibrazioni sottili benefiche al nostro sistema nervoso e di conseguenza rinforzano il sistema immunitario e quindi, come con la foresta terapia, si potrebbero offrire per cicli di sedute di almeno tre ore. E insegnare a realizzarle come avevamo fatto con Edoardo Micati, esperto che vive in Abruzzo, che, coinvolgendo anche bambine/i, ne costruimmo una nel 2011 quasi di fronte all'attuale capanna arborea in questione. E quindi si potrebbero proporre corsi-lab di costruzione di questi due tipi di capanne per poi poterne godere dei benefici. Seguite/i anche da naturopate/i e curate da qualcuna/o per tenerle sempre in ordine e in ottimo stato. E arrivare a un parco-campeggio di capanne e tende, e perché no, anche una capanna-casa delle antiche popolazioni osche in modo da potersi curare, soprattutto dal tecno-stress e dalle depressioni causate oltre che da illusioni ideologiche e consumistiche anche dai mille gravissimi problemi ambientali e flussi migratori da guerre e povertà. Ho proposto, infine, a Carmen, che sarei disposto anche a trascorrere una settimana nella capanna a patto che si apportasse una modifica: invece del fuoco da accendere per terra con i problemi di fumo e cenere, installare una piccola stufa a legna con tubo che esce fuori. E invito tutte le Case delle Erbe, laddove è possibile, a realizzare capanne arboree e di pietra, a partire dalla ricerca, raccolta e eventuale trasporto dei materiali: quanta sapienza e abilità si acquisirebbe. E a partire anche dall'infanzia. Perché dalle elementari non si insegna a costruire? bambine/i ne vanno matte/i. Ricordo che da piccolo, quando tornavo a Capracotta per tre mesi ogni gruppo di bambini costruiva i propri cuasòtte e tuttora il passaggio dall'infanzia all'adolescenza è autocertificato dal costruire casotti, capanne, baracche, utilizzando i materiali più disparati. Alla prossima intervista ti presenterò la terza proposta, sempre frutto di ricerche, riflessioni e discussioni: la "Capanna dei fiori". E ultimissimo suggerimento: come giaciglio metterei quattro balle di fieno, quelle a forma di parallelepipedo, attorniate da alloro per tenere lontano gli insetti. È troppo bello riposarci sopra. Non mi dilungo... Antonio D'Andrea
- Fratelli Fiadino, vittime civili di Capracotta
Pur avendo già scritto sulle vessazioni che subì Capracotta negli ultimi mesi del 1943, ricordiamo altre violenze di cui furono vittime i civili tra la fine di ottobre e i primi di novembre allorché i tedeschi decisero la costruzione della linea fortificata Gustav. Da quel momento non si contarono i rastrellamenti di uomini abili al lavoro e le requisizioni di ogni genere tra alimentari e bestiame. Il 30 ottobre il feldmaresciallo Kesselring ordinò lo sfollamento del centro abitato e dintorni, sulla linea di fortificazione invernale che si trovava lungo il fiume Sangro. Emanò poi un'ordinanza che stabiliva un premio per chi avesse catturato e consegnato ai reparti tedeschi i soldati americani fuggiti dal campo di prigionia di Sulmona che si trovavano sul territorio. Lo fece dapprima con una ordinanza allettante, senza minacce, poi passò a quella con le minacce di morte per tutti coloro che avessero aiutato i prigionieri a nascondersi. I fratelli Fiadino, Alberto, Gasperino e Rodolfo, dei quali si è già detto, ospitarono alcuni soldati inglesi fuggiti incuranti del pericolo. Un delatore guidò una pattuglia germanica alla masseria dov'erano nascosti e vennero tutti catturati. I tre fratelli vennero portati al comando di Alfedena dove un Tribunale Militare li processò sommariamente e li condannò a morte. Sulla strada del ritorno uno dei tre fratelli sollecitò gli altri due a fuggire ma questi scioccati e paralizzati dalla paura non si mossero. Solo Alberto, a una curva, riuscì a saltare dal mezzo e pur fatto segno di numerosi colpi di mitraglia riuscì a fuggire. I due fratelli Gasperino e Rodolfo vennero condotti in località Sotto il Monte, legati a un albero e assistiti dal parroco, don Leopoldo Conti, vennero fucilati. Domenico Antonio Borsella Fonte: D. A. Borsella, Molise 1943. Frammenti di una guerra, Micrograf, Mappano 2021.
- Il territorio di Capracotta: note climatologiche
La definizione climatologica meglio appropriata al nostro ambiente fu quella un po' umoristica di un Napoletano che si recava qui a vendere terraglie: «Diece mise 'e fridde e duie 'e frische» (Dieci mesi di freddo e due di fresco). La neve persiste d'ordinario dalla seconda metà di Novembre all seconda di Marzo, salvo naturalmente le eccezioni, e salvo anche le nevicate in Aprile ed in Maggio, in Ottobre e talvolta anche in Settembre ed in Giugno, quantunque per poche ore. Pochissimi i giorni sereni e calmi gli altri nebulosi o ventilati. La bassa temperatura d'altronde, la frequenza del tempo cattivo e dei venti son dovuti oltrecché dall'altrimetria, dall'essere Capracotta circondata nell'ampio orizzonte dai più alti nuclei dell'Appennino centrale. Il massiccio della Maiella al nord, la catena delle Mainarde ad ovest, tutte le alture del Matese a sud con gli altri contrafforti dei monti abruzzesi ad est fan sì che da qualunque direzione spirino le correnti aeree, passino fredde e spesso veloci, trasportando nembi o vapori in condensazione. L'atmosfera quasi sempre agitata ed il pendio dell'agro non fanno predominare molta di quella umidità che persiste nelle bassure; e danno uniformità alla temperatura notturna con quella diurna senza quegli sbalzi repentini nelle tarde ore vespertine o agli albori del giorno tanto incomodi in altri luoghi. Nelle giornate più calme dell'estate anzi, e nelle più rigide nell'inverno, queste ore sono forse più tepide delle altre. Come rilievi scientifici inserisco alcuni specchietti tratti dalle osservazioni termo-idrometriche giornaliere fatte nel triennio 1910-1912 dal dirigente incaricato dal Regio Ufficio di Meteorologia cav. Giovanni Paglione. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Giuochi infantili di Capracotta
Boia e re È un giuoco comunissimo da noi e corrisponde all'italiano aliossi. Si fa con l'osso del malleolo degli animali ovini, chiamato astragalo, e vi possono prender parte due o più giuocatori. Chi fa cadere l'osso per terra da una delle due parti lisce è re, se dalla parte opposta è boia. Proceduto alla nomina delle cariche, incomincia il giuoco. Guai all'infelice che fa cadere l'osso trasversalmente, dove è un segno a forma di osso. Il re ordina al disavventurato tante decine di pugni ed il boia, compiacentemente, esegue senza lesinare sulle proprie forze. Ma la fortuna è femmina e spesso le parti s'invertono, ed allora botte da orbo agli spodestati. Così il giuoco continua sino a quando i giuocatori sono stanchi e le partite equiparate. A pischìte È il giuoco fanciullesco per eccellenza e si fa in due. Il pischìte è un corto pezzo di legno tagliato a fuso. Il favorito dalla sorte, per mezzo d'una mazza cilindrica e liscia, lancia il pischìte lontano e mette poi la mazza orizzontalmente sopra una fossetta appositamente scavata, che rappresenta il punto di partenza. L'altro va a raccogliere il pischìte e cerca di colpire la mazza, nel qual caso le parti s'invertono, e quanto meno d'avvicinarsi ad essa. Il primo giuocatore, allora, percotendo la punta del pischìte, lo fa rimbalzare e contemporaneamente cerca di colpirlo e mandarlo lontano: questo per tre volte. Poi, con la mazza conta la distanza sino alla fossetta, e il giuoco ricomincia. Ad un certo numero di punti la partita è vinta. Alle fosse Si scavano quattro fossette ad una relativa distanza, e a ciascuna di esse vi è il giuocatore favorito dalla sorte, munito di mazza, con a lato un altro che butta il pischìte al compagno più vicino, cercando di farlo andare nella fossa. Ma, per lo più, il compagno avversario respinge con la mazza il pischìte, che va lontano. Mentre qualcuno va a raccoglierlo, i quattro con le mazze corrono da fossa a fossa, gridando: «Uno, due, tre, ecc.». Ma, se a colui che è andato a raccogliere il pischìte, riesce di metterlo nella fossa, gli avversarii perdono la mazza. A chiùppa È semplicissimo e comune ai due sessi. Il non favorito dalla sorte deve cercare i compagni che si sono nascosti; se riesce a scoprirli e ad acchiuppàrne qualcuno, lo obbliga a prendere il suo posto e così seguita il giuoco. A ŝtìcchie Su d'una pietra rettangolare, posta verticalmente (in gergo detta iérche), i giuocatori mettono uno o più soldi per ciascuno. Poi, a turno, per designazione della sorte, ognuno, da un punto stabilito, cerca di colpirlo con la piastrella e di far rimanere i quattrini vicino a questa. Indi, gli altri si ingegnano di accostare le loro piastrelle alle monete rimaste per terra, più o meno lontano dal iérche. A parandìglie Lo fanno le fanciulle, e consiste nello spingere in alto varie pietruzze (parandìglie) alternativamente, e così raccoglierle nelle mani senza interruzione. Il difficile sta nel non far mai cadere le pietruzze per terra, nel qual caso la partita è perduta. Zalzamùsse e sciuoàmmare Giuocano i fanciulli a zalzamùsse disponendosi a cavalcioni, tanti per parte, alle due estremità d'una trave in bilico. Alternativamente, fanno peso e, or gli uni, or gli altri, si sollevano in aria e dolcemente ne discendono. Il sciuoàmmare è il dondolare che fanno i fanciulli con le mani afferrate ad una fune, sospesa per lo più a un ramo d'albero. A scandìglie Si fa con le noci, per lo più quattro, tre sormontate da una quarta. I castelletti si dispongono a rettangolo o verticalmente, nel qual caso dicesi giuocare a caporale. Chi colpisce il primo, superiormente, prende tutto. A volte, le noci si mettono in fila, orizzontalmente, l'una vicina all'altra: allora il giuoco si dice a filarèlla. A vrìccia Si fa questo giuoco con soldi disposti l'uno sull'altro. Il favorito dalla sorte batte forte sul gruppetto con un ciottolino (vrìccia); i soldi, al colpo, rimbalzano: quelli che si presentano con l'effigie del Re vengono intascati dal giuocatore, il quale seguita a battere il ciottolino sui soldi rimasti sin che non siano esauriti o il colpo non sia sbagliato. Pise e pisèlle Graziosi e concettosi sono i canti con i quali i bambini accompagnano i loro giuochi. In quello detto pise e pisèlle i fanciulli si dispongono seduti, in linea orizzontale, con i piedi distesi. Qualcuno scandisce le parole su ciascun piede. Quegli a cui il canto termina viene messo fuori giuoco, il quale seguita sino a che non sia rimasto uno solo dei componenti la partita e questo viene portato a spalla dai compagni, per turno. Pise e pisèlle e scióre de cannèlle, cannèlle e così sia, ficca la penna... a [e qui il nome], scarafó, scarapicchió tira ru pète a téo. E l'altro, che a spiegarlo alla parola è incomprensibile e che forse è stato inventato per amore d'assonanza. Pipendó venerdì boscó carta in Francia e falla arremenì e falla cotechì. Spesso i nostri ragazzi, non sappiano o non vogliano, per risparmiarsi il fastidio di contare sulle dita, giuocando a pennini, a bottoni, a noci dicono: Vù, vù, vù, séra jèmme pe buttùne, n'arrecàmme ciént'e une, ciént'e une e la patacca, li une, li due, li tre, li quattre. Quegli a cui cade l'ultima sillaba del quattro è il designato dalla sorte. Negli stessi giuochi, i ragazzi, con la stessa procedura, dicono: Séca e muléca e le donne de Gaeta e chi fila e chi tèsse e chi fa pezzìglie d'ore, mamma, mamma jésce fòre jésce fòre arru giardine pizzìglie d'ore e tagliulìne. Zéza e zéza e mìttemene mèza e mìttemel'a renfrìsche mó ze ne vieàne re tedische re tedische e re spagnuóle mó ze ne vieàne le scòppele bòne e scòppele e scuppulùne mó ze ne vieàne re buffettùne. Chi dei Capracottesi, a primavera, d'estate, quando si aspetta l'acqua come una benedizione del cielo, non ha inteso il canto dei nostri ragazzi venir dalle finestre o dalla strada, benedicente alla benefica piova? Chiòve e chiòve e l'acca de ru vòve e l'acca alla marina e le grane a cinche carrìne. Quando v'è un rovescio di piogge i ragazzi (socialisti in erba) mettono in caricatura i poveri padroni o implorano un raggio di sole consolatore. Chiòve e chiòve da na settemàna pane e vine arru gualàne pane e vine arru garzóne ŝchieàtta e crèpa signó padróne. O se la prendono coi calvi, specie con quelli che malvolentieri sopportano la loro sventura. Tatta carùse che trenta capìglie tutta la notte ce canta ru grìglie e ru grìglie c'ha sèmpe cantate bonanòtte, coccia pelàte. Le donne, poi, per divertire i bimbi, se li mettono a sedere sulle ginocchia e, toccando successivamente le dita della loro destra, a incominciare dal mignolo, dicono: Dite, ditiglie preta d'anieglie lunghe lungane accide peduocchie e lecca murtale. E, a incominciare dal pollice: Quiŝte dice ca vò le pane quiŝte dice ca 'n ce ne ŝta quiŝte dice: vàlle a 'ccattà quiŝte dice: 'n ce vuóglie ì e quiŝte ti ri ti rì. E, quando i bambini mutano un dente, buttandolo al fuoco, dicono: Sant'Antuóne, sant'Antuóne, ècchete re viécchie e damme ru nuóve, me re puózze dà tanta forte da caccià re chiuóve alla porta. I giovanotti fanno il giuoco detto cavàglie e cavaglìtte. Si dispongono i giuocatori l'uno dietro 1'altro, poggiando quello di dietro le mani alla cintola di chi è davanti e con la testa bassa inclinata a sinistra. Chi è stato favorito dalla sorte salta, dopo breve rincorsa, sopra qualcuno di essi, a seconda la volontà e l'abilità dell'improvvisato acrobata, il quale, una volta a cavalcioni, dice: Tinche e tincóne, pane e sapóne, cavàglie e cavaglìtte, quanta corna tè re crapìtte? [e qui mostra le dita] e s'avìsse ditte quoàttre mó ŝtarìsce a cavaglìtte, 'ccavaglìtte ŝta ru papa: quanta corna tè la crapa? E qui mostra le dita ancora. Se chi sta sotto indovina, prende il posto dell' altro, che fa da cavallo. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- La merenda letteraria #5
È passato un po' di tempo dall'ultimo incontro - era il 18 giugno! - e credo sia giunto il momento di riprendere quell'abitudine, così com'eravamo rimasti d'accordo a fine primavera. Domenica 5 novembre, alle 17:30, nei locali dell'onorabile Società di Mutuo soccorso dei Pastori e degli Artigiani ritornerà finalmente "La merenda letteraria", il ciclo di incontri letterari, sociali, culturali dedicati a chi ama la lettura e non solo. Le regole d'ingaggio restano immutate: approfondire un grande argomento tramite la lettura e il commento di quei libri che ognuno porterà all'incontro, libri che ovviamente devono avere un legame con l'argomento scelto. Al contempo, per far sì che non sia soltanto un ritrovo di appassionati, ci gusteremo una buona merenda con dolci fatti in casa, infusi, tisane e quant'altro. L'argomento proposto per l'incontro di domenica 5 novembre è: Un luogo dell'anima Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva un posto ideale, una città, una casa, un ambiente, uno spazio magnifico e sorprendente, un libro, insomma, in cui si possa godere di un luogo senza doverlo visitare fisicamente. Staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Sulla nuova locandina de "La merenda letteraria" ho scelto una tela di Francesco Paglione realizzata nel 2023, in cui si nota bene qual è il "luogo dell'anima" per eccellenza di tutti noi. Francesco Mendozzi
- Usi e costumi di Capracotta: pani e grani
Pezzetti di pane nell'acqua I vaccari, per ingannare la monotonìa delle lunghe ore estive, mentre le vacche pascolano, riducono il pane a pezzettini e li buttano in una fonte. Ognuno, a turno, deve prendere con la bocca un pezzo. Colui che prende l'ultimo è tenuto a pagare un soldino. Poi, il giuoco ricomincia, e così di seguito. Il ricavato serve per comprare il companatico, che si mangia da tutti quelli che hanno fatto il giuoco. Granati e lessati Nel giorno di santa Lucia e in quello di san Nicola, le famiglie che hanno devozione per questi santi dispensano ad amici e parenti de' grani lessati. I rimasugli dell'annata, ceci, piselli, lenticchie, si lessano il primo di maggio da' benestanti e si distribuiscono ai poveri. Così, verrà la bella stagione e l'offerta agli indigenti propizierà il nuovo raccolto. Ru 'nturtié Per liberarsi talvolta; momentaneamente, de' bambini eccessivamente vivaci, i familiari li mandano da qualche parente con l'incarico di farsi dare un po' di 'nturtié (trattenimento). Il parente capisce e trattiene l'ingenuo con un pretesto, una lusinga. Durante la mietitura Durante la mietitura ci sono degli usi abbastanza curiosi e originali. Il padrone si reca da' mietitori e il più giovane di costoro gli va incontro, portando in una mano una brancata di spighe e nell'altra la fiasca: dà a mangiar l'una al cavallo e offre l'altra al padrone, il quale capisce l'antìfona e dà a tutti una regalìa. All'ultima trebbia col cavallo, gli ultimi giri vengono fatti in onore de' componenti la famiglia del proprietario, a cominciare dalla moglie sino all'ultimo dei figliuoli. Ogni giro dei cavalli, naturalmente, è seguito dall'immancabile giro della fiasca, che il proprietario, rispettoso delle patrie usanze, compiacentemente riempie di sua mano, specie se il raccolto è abbondante. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Pubblicata la "Prima antologia di poeti capracottesi"
Il 24 ottobre scorso è stata ufficialmente pubblicata da Youcanprint la "Prima antologia di poeti capracottesi", una raccolta che si occupa perlopiù di autori nostrani che hanno già superato con successo il vaglio di almeno una casa editrice. Ma, oltre a quella editoriale, vi è un'altra discriminante a rendere originale questa raccolta: tutti i poeti trattati sono infatti defunti. In essa sono compendiati ed esaminati ben 11 poeti, tutti nativi od originari di Capracotta che, a partire da Giuseppe Maria Pizzella (1733-1780), arrivano ad Antonio De Simone (1928-2018), passando per Luigi Ianiro (1805-1890), i fratelli Berardino (1865-1905) ed Oreste Conti (1877-1919), Nicola D’Andrea (1886-1973), i fratelli Ermanno (1907-1984) ed Elvira Santilli (1923-2013), Umberto Colacelli (1919-2007), Gabriele Mosca (1923-2017) e don Geremia Carugno (1923-2007). Ci tengo ad aggiungere che nella "Prima antologia di poeti capracottesi" vi sono anche delle inedite gemme. La prima è del folclorista Oreste Conti, un manoscritto autografo - gentilmente donatomi dai suoi discendenti - su cui egli impresse a penna una lunga ode dedicata all'ascesa di Napoleone. La seconda è di Nicola D'Andrea, umile falegname nonché fotografo, e trattasi di due poesie scritte a Milano tra il novembre 1972 e il gennaio 1973, poco prima di morire. Infine potrete leggere un'ode del prof. Antonio De Simone ritrovata dalla figlia Simona, un componimento disarmante e struggente su «Capracotta, bruciata dalla ferocia nazista nell’autunno del 1943 durante la II Guerra mondiale» che egli compose nel gennaio del 1944 a Vico del Gargano, quand'era nel seminario dei cappuccini del SS. Crocifisso. Credo che tutti possano apprezzare la poesia perché essa, in una manciata di parole, condensa i sentimenti, le emozioni e le percezioni di un momento unico ed irripetibile. Le nostre vite, diverse l'una dall'altra, non sono che una concatenazione di quei sentimenti, di quelle emozioni e di quelle percezioni che la maggior parte di noi non riesce ad esprimere a parole: è questo il motivo per cui esistono i poeti. All'interno della "Prima antologia di poeti capracottesi", insomma, troverete riassunta ed analizzata tanto la poesia elegiaca, partorita nei salotti culturali, quanto quella bucolica, realizzata dai pastori transumanti, da artigiani appena alfabetizzati oppur fiorita tra i banchi delle scuole e delle sagrestie. Probabilmente, nelle prossime settimane presenterò questo mio ottavo libro presso la Società dei Pastori ed Artigiani di Capracotta. Nel frattempo sappiate che è disponibile in commercio sui maggiori portali di vendita online: Amazon; Hoepli; IBS; La Feltrinelli; Libraccio; Libreria Universitaria; Mondadori Store; Unilibro; nonché sul sito dell'editore, la leccese Youcanprint. Francesco Mendozzi
- La Pretura di Capracotta e i suoi pretori più illustri
I problemi finanziari del Regno d'Italia non permisero nel 1891 di realizzare un censimento della popolazione, ma in quello precedente del 1881 Capracotta contava 3.902 abitanti. Il quarto mandamento del circondario di Isernia, di cui la nostra cittadina era capoluogo, comprendeva altri quattro comuni: Castel del Giudice (1.639 ab.), Pescopennataro (1.470 ab.), San Pietro Avellana (2.472 ab.) e Sant'Angelo del Pesco (1.461 ab.), raggiungendo una popolazione complessiva di 10.944 abitanti. L'ultimo censimento generale della popolazione del 2011 ha registrato invece 950 abitanti a Capracotta, 355 a Castel del Giudice, 300 a Pescopennataro, 537 a San Pietro Avellana e 368 a Sant'Angelo del Pesco, per una popolazione totale di 2.510 anime, due terzi di quella che nel 1881 risiedeva a Capracotta e poco più di quella che viveva allora a San Pietro Avellana. Un confronto che lascia attoniti. Tale confronto, di per sé, giustifica abbondantemente l'abolizione degli uffici di pretura in comuni come il nostro, in cui il dato giuridico, anche in tempi demograficamente non sospetti, era già spaventosamente inefficiente: basti pensare che nel 1967 «il coefficiente della Pretura di Capracotta è 0,06 [ovvero] c'è lavoro per un ventesimo di magistrato, all'incirca». Nel 1978 il divario aumentava ancora: «il tribunale di Mistretta ha una circoscrizione di 27.000 abitanti; ed esistono preture come Capracotta con meno di 5.000 persone». La necessità politica di sopprimere le preture mandamentali e le tante riforme tese a razionalizzare la giustizia italiana nulla tolgono all'importanza di questo ufficio pubblico che tra il 1809 e il 1989 ha rappresentato uno strumento fondamentale per avvicinare lo Stato centrale alla periferia, lubrificando i meccanismi del primo grado di giudizio nei processi civili e penali, che altrimenti avrebbero intasato i grandi tribunali, come poi è oggettivamente accaduto. Ma cos'era la pretura nello specifico? Negli ordinamenti moderni il pretore era un giudice a cui era affidata la giurisdizione in materia civile e penale, oltre a importanti compiti di natura amministrativa e di volontaria giurisdizione, tra cui i giudizi in tema di lavoro e previdenza, di opposizione avverso sanzioni amministrative, oppure, in veste di giudice tutelare, le inchieste in materia di infortuni sul lavoro, il controllo dei registri dello Stato civile, la presidenza della commissione elettorale mandamentale, il controllo del funzionamento degli uffici del giudice conciliatore, la direzione delle carceri mandamentali ecc. La pretura era dunque un organo monocratico, in quanto la giurisdizione era esercitata da un magistrato unico, non da un collegio. Essa aveva sede nei capoluoghi di provincia, di circondario e di mandamento, come nel nostro caso. La legge n. 30/1989 abolì le preture mandamentali istituendo la pretura circondariale, dalla quale dipendevano, per alcune funzioni, le altre preture (definite sezioni distaccate). Successivamente il giudice di pace, istituito nel 1991, ha assorbito, oltre alle funzioni dei giudici conciliatori, anche alcune funzioni che appartenevano ai pretori. Infine il d.lgs. n. 51/1998 ha disposto la soppressione di tale organo sostituendolo con il giudice di tribunale, detto anche giudice unico di primo grado, a far data dal 2 giugno 1999 per tutti i processi civili e dal 2 gennaio 2000 per tutti i processi penali, il quale decide in composizione monocratica, escluse alcune ipotesi in cui è tassativamente prevista la composizione collegiale. Mi sembra doveroso fornire un elenco - incompleto ma il più esauriente possibile - di tutti i magistrati che hanno esercitato le funzioni di pretore nel nostro Comune, a partire dal grande giurista cosentino Vincenzo Lomonaco (1811-1883) che, «superata felicemente la prova di pubblico concorso fu con decreto dell'11 giugno 1838 nominato regio giudice del circondario di Capracotta»: Vincenzo Lomonaco (1838-39); Vincenzo Gismondi (1849-50); Filippo Ricciuti (1850-1851); Raffaele Meale (1851-1854); Matteo Giordano (1854-1859); Francesco Cocco (1863), sospeso; Vincenzo Varclè (1863); Luigi Arcuri (1863-64); Nicola Giovannitti (1864-65); Francesco Bruni (1865-66); Giuseppe Giustino Giordano (1868-70); Antonio Ciamarra (1872-73); Alfonso Striani (1873-74); Gaetano De Salleri (1874-75); Antonio Avigliano (1878-79); Domenico Crescenzi (1879-80); Giulio Rocco Forgione (1880-81); Nicola Fusco (1881-83); Pietro Conto (1883); Filippo Moriniello (1883-84); Raffaele Rebecchi (1884), Mariano Tedeschi (1884-85); Francesco Piergianni (1885-86), Renato Luciano Bardari (1886), reggente per aspettativa del titolare; Gaetano Perna (1886-87); Ernesto Milano (1887-92); Antonio Campanile (1892); Vincenzo Martino (1892-93); Alessandro Carrella (1893-94); Vittorio Buresti (1894-96); Enrico Granata (1894-95), reggente per aspettativa del titolare; Gaetano Canzano (1896-97); Vincenzo Gesuè (1897-98); Domenico Colozza (1898-1900); Goffredo Martella (1900-04); Domenico Giuseppe Tito Casilli (1904-06); Raffaele Ferrara (1906-07); Alfredo Lombardi (1908-10); Ennio Giorgi (1910-12); Giorgio Borrelli (1912-14); Giovanni Senerchia (1914-20); Olinto Conti (1920-22), reggente per posto vacante; Michele Cerabona (1922-23); Gaspare Tusa (1923-24); Alfredo Ricciardelli (1924-25); Carmine Natalizia (1926-27); Oliviero Piccinini (1927-28); Cosmo Perna (1928-30), reggente per posto vacante; Leopoldo Baumgartner (1930-31), reggente per posto vacante; Nicola Gargiulo (1931-32), reggente per posto vacante; Luigi Cutelli (1932-33); Michele Amendola (1933-34), reggente per posto vacante; Aurelio Esposito (1934-38); Pasquale Barbato (1936-37), reggente per aspettativa del titolare; Donato Carnevale (1938), reggente per posto vacante; Claudio Giaccio (1938-39); Carlo Gianlombardo (1939-40); Giuseppe Curzio (1943-44); Giovanni Sette (1946-47); Giuseppe Gualzetti (1958-60); Mario Fedele (1962-64). Attestata sin dal 1838 come Regia Giudicatura di circondario, la Pretura di Capracotta era situata in corso S. Antonio e la sua giurisdizione, come già anticipato, si estendeva su altri quattro comuni. L'organico dell'ufficio capracottese era formato da cinque dipendenti pubblici: il pretore, un vicepretore, il cancelliere, un vicecancelliere e un usciere. Se il pretore e l'usciere erano unici per l'intero Mandamento, le cariche di vicepretore e cancelliere variavano per ogni comune ma spesso, in assenza dei titolari, venivano ricoperte dal sindaco o dal segretario comunale. Fra i giuristi più illustri a presiedere la Pretura di Capracotta ne devo menzionare almeno tre. Il primo di essi è Vincenzo Lomonaco, nato ad Aieta, in provincia di Cosenza, nel giorno d'Ognissanti del 1811 da Biagio, dottore in legge, e Rachele Marsiglia. Fin da fanciullo «si rivelò d'ingegno svegliato e dedito agli studi». Nel 1828 si trasferì a Napoli per completare ufficialmente la sua formazione ed è lì che «diede alla luce eleganti prose, e poesie, e monografie letterarie e scientifiche nei giornali e nelle riviste del tempo». Laureatosi il 16 marzo 1833, superò facilmente la prova di concorso e nel 1838 venne nominato regio giudice del Circondario di Capracotta, dopodiché, il 5 giugno 1839, fu promosso di classe e destinato al Circondario di San Sosti, nella natia provincia cosentina. Negli anni della maturità Lomonaco sarà autore di vari e validissimi studi storico-giuridici: dalla "Storia de' principii della legislazione" (1844) al "Dante giureconsulto" (1872), da "L'ortografia italiana" (1864) agli "Studii paralleli tra il mondo romano e germanico" (1874). Tuttavia, la cosa che stimola il mio interesse sta in quel che disse l'on. Giuseppe De Riseis (1833-1924) alla Camera dei Deputati il 19 febbraio 1890, quando confessò all'illustre assemblea che Lomonaco, «essendo restato per parecchi anni nel paese del [...] celebre giureconsulto Stanislao Falconi, in Capracotta, completò colà su i libri i migliori studi, costretto dalla neve e dal freddo a non poter uscire o a studiare, senza avere certamente che pochissime cause né biblioteche od anche molti libri, ma soltanto pochi e buoni, e studiandoli molto. È là, egli diceva, che mi son formato giureconsulto, se lo sono. Ed infatti lo era». Grazie alle parole del De Riseis, insomma, posso affermare che l'insigne Vincenzo Lomonaco risiedette a Capracotta ben più dei 12 mesi in cui ricoprì la carica pretoriale e che proprio da noi trovò gli stimoli giusti per diventare il grande magistrato che tutti conosciamo. Un secondo giurista illustre che mosse i primi passi nel nostro paese fu Antonio Avigliano, illustre non tanto per gli studi giuridici - che pure furono eminenti - quanto per aver sposato la baronessa capracottese Silvia Falconi, con la quale diede alla luce, il 13 ottobre 1879, Elisa, futura moglie del poeta-paroliere Salvatore Di Giacomo. Elisa Avigliano, infatti, sarà la discreta musa ispiratrice di suo marito, seguendolo «in queste curiose escursioni e non si lasciava scoraggiare dalla scelta di mete, talvolta, insolite. La povera Elisa veniva indotta a seguire il Poeta per fondaci e angiporti, nei tenebrosi vicoli e chiassoli dietro Porta Capuana e il carcere di San Francesco, al Pendino, al Mercato, in una Napoli brulicante di colore, a caccia di documenti dal vero, da fissare sul taccuino o nella Kodak». Un terzo ed ultimo pretore degno di menzione fu senza dubbio Ernesto Milano (1862-1933), ex uditore con funzioni di vicepretore nel mandamento dell'Avvocata di Napoli, prima di essere nominato, dal 1887 al 1891, pretore a Capracotta con uno stipendio annuo di 2.200 £ (circa 10.000 €), a seguito del trasferimento dell'avv. Gaetano Perna. Alla morte di Milano, avvenuta in piena epoca fascista, verrà celebrato come «eletta figura di gentiluomo e di studioso, [che] seppe affermarsi e conquistare l'estimazione generale; fu, infatti, fra i primi del concorso per uditori e seppe distinguersi per le doti d'intelletto, la dottrina e la solerzia, e nelle Preture di Capracotta nel Molise, in quelle di Esperia, di Sora e Caserta ove è sempre ricordato con ammirazione». Ernesto Milano fu anche un prolifico autore di monografie, studi giuridici e riforme legislative. Aggiungo che durante il mandato di Milano la carica di vicepretore era affidata a Lorenzo Di Ciò (1845-1921), uomo di legge nato a Forlì del Sannio ma oriundo capracottese poiché, rimasto «orfano di padre all'età di soli cinque anni, fu cresciuto dai nonni paterni a Capracotta». Il 13 novembre 1887 Di Ciò rassegnerà le dimissioni per dedicarsi alla vita politica - diventando, cinque anni più tardi, sindaco di San Pietro Avellana - e all'attività notarile, venendo sostituito in quel ruolo da un nostro compaesano, l'avv. Michele Falconi, figlio di Giangregorio e Luisa Conti, confermando la tendenza all'avvicendamento delle nomine. La funzione di cancelliere era invece esercitata da Gaetano Del Trono, giunto a Capracotta nel 1886 da Roccasecca. Il 19 gennaio 1888, dietro sua esplicita richiesta, Del Trono lascerà il nostro paese per la Pretura di Pontecorvo ed il suo posto sarà assegnato al capracottese Vincenzo Mosca (1851-1898), vivacissimo studioso di diritto, specialmente dell'estinzione del reato a seguito della remissione della querela. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artieri, Penultima Napoli, Longanesi, Milano 1963; Atti parlamentari, Camera dei Deputati, XVI:4, Roma, 19 febbraio 1890; A. Avigliano, La nuova legge sull'ammonizione, Carabba, Lanciano 1890; C. Castellano, Il mestiere di giudice. Magistrati e sistema giuridico tra i francesi e i Borboni, Il Mulino, Bologna 2004; M. Cervi, La giustizia in Italia, Longanesi, Milano 1967; Codice penale per gli Stati di S. M. il re di Sardegna, Lao, Palermo 1861; L. Di Ciò, Dai feudi e titoli della famiglia d'Alena, Putaturo, Castel di Sangro 1896; S. Di Giacomo, Lettere a Elena, Osanna, Venosa 1998; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d’'lena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; S. Felici, La remissione del querelante e la tassa sulle sentenze, Stracca, Frosinone 1896; E. Gorrieri, È ancora valida una rivendicazione di settore?, in «Corriere della Sera», Milano, 29 settembre 1978; V. Isacco e C. Salvarezza, Commentario della legge sulla pubblica sicurezza del 20 marzo 1865, Fodratti, Firenze 1867; V. Lomonaco, Storia de' principii della legislazione, Azzolino, Napoli 1844; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021; E. Milano, Di alcune riforme nel rito civile e penale dinanzi le più basse magistrature, Tip. dell'Ancora, Napoli 1891; P. Paletti, Le tutele e le curatele nelle preture mandamentali e comunali, Ceccarelli, Terni 1888; G. Trono, Lomonaco Vincenzo: necrologia, in «Il Filangieri», VIII:1, Vallardi, Milano 1883.
- La motosega a nastro di zio Geremia
Mattina d'estate con il paese che si sveglia e, preceduta da uno sferragliare di tutto rispetto, ecco arrivare la motosega a nastro di z' Geremia. A rimorchio del proverbiale camioncino cassonato Volkswagen di color avana - gemello di quello con cui Squarcione si recava il lunedì mattina al mercato usando il cassone come rivendita corredato dalla sua mitica stadera -, montata su un carrello sorretto da quattro ruote metalliche a cuscinetto senza sospensioni: una versione maggiorata delle nostre "carrozze" giovanili. Più volte mi sono domandato dove fossero i freni, giungendo poi ad una risposta da far rizzare i capelli: semplicemente non c'erano! Unico governo di questa sorta di sobbalzante "chiatta" a rimorchio, la sbarra in ferro color ruggine che la collegava al camioncino. Roba che oggi la Stradale non ti ritirerebbe la patente: le darebbe direttamente fuoco! Il motore, un monocilindrico statico a gasolio, si accendeva a manovella dopo aver inserito un cartoccio acceso detto "sigaretta", in un apposito alloggiamento per il preriscaldamento della testata. Come ho detto altre volte, era identico a quello che azionava la manovia degli anni '70: questo marroncino scuro, azzurro l'altro. Una cinghia azionata da un rullo coassiale al volano trasmetteva il moto alla girante collegata al rotore inferiore della sega verticale a nastro, con cui si tagliavano i grossi tronchi della legna da ardere prima di accatastarli in attesa dell'inverno. Il martellare ritmico del motore si associava al profumo del fumo di scarico vomitato a scatti da un silenziatore a forma di melanzana col cappellotto, nero di fuliggine, fermato da una robusta vite a farfalla: un gigantesco sigaro bicolore metallico. Il veloce pulsare rallentava, diventando un tossicchiare asmatico quando il tronco era particolarmente grande o resistente, ma z' Geremia, riducendo la spinta sul piano di appoggio, sapientemente prendeva il pennello dentro il secchio penzolante dal rotore superiore, umettando così di grasso il nastro e facilitandone lo scorrimento. Il motore ringraziava, riprendendo a pieni polmoni il suo ritmico battito. Il secchiello, perennemente appeso, col suo ampio ondeggiare, durante gli spostamenti, era come la bandiera sventolante sull'albero maestro di un veliero. Un bocchettone rotondo al di sopra della testata, rigorosamente aperto, mostrava il ribollire dell'acqua di raffreddamento del cilindro, una enorme caffettiera da rabboccare di tanto in tanto. Il fischio del nastro metallico, che duettava con il motore, si percepiva anche a distanza e, in certe giornate, subiva il contrappunto di qualche motosega a catena col tipico violento sparacchiare del piccolo motore a scoppio da qualche altra parte del paese. Inutile dire che di sistemi di sicurezza nemmeno l'ombra, ma la maestria di z' Geremia sopperiva a tutto. Sul volto misterioso e sereno uno sguardo concentrato si palesava sotto la visiera dell'eterna coppola calcata in avanti per proteggersi dai trucioli che ogni tanto volavano. Tradizione paesana e tecnologia arcaica fuse in uno spettacolo che marcava lo scorrere delle stagioni in un tempo lontano. Credo di aver passato ore a contemplare questa specie di orchestra che suonava e si muoveva al ritmo dei tronchi tagliati che cadevano al di là della postazione dell'operatore: i bassi scanditi dal motore, i tenori e contralti nella cinghia e nelle giranti con i soprani nel nastro che scorreva veloce. E quando la canzone terminava, un tappeto di segatura aromatica e una macchia d'olio scuro erano tutto ciò che restava... Francesco Di Nardo
- Storia del ciclismo agnonese
Quando si correvano gare ciclistiche con passione e con il tubolare di scorta portato sulle spalle, ad Agnone si organizzavano gare dilettantistiche con partecipazione di gruppi sportivi e con gare interregionali. Le prime notizie sul ciclismo di Agnone risalgono al maggio del 1905 con la partecipazione ad un convegno ciclistico dello Sporting Club, composto d Giuseppe Leonelli, Giovanni Sammartino, Achille Manoppella, Filippo Di Lollo, Giulio Sammartino e Felice Di Ciero. Questi ciclisti percorsero in bici l'itinerario con andata Agnone-Carovilli-Roccaraso-Sulmona-Popoli-Chieti e ritorno Chieti-Pescara-Ortona-Vasto-Agnone. Successivamente, nel luglio 1912, si trova una gara Carovilli-Agnone. Una gara ciclistica si svolse nel mese di luglio del 1914. La tappa fu Agnone-Caccavone-Agnone. Vi parteciparono 8 ragazzi e l'ordine di arrivo fu: Biagio Cerimele; Ciro Amicone; Vincenzo Marcovecchio. Successivamente, nel settembre 1924, ci fu una gara Agnone-Vasto-Agnone di 166 km. con la partecipazione dell'agnonese Luca Marinelli che giunse settimo con un ritardo di 40 minuti. Nell'agosto 1926 due baldi giovani agnonesi, Enrico Zarlenga e Ciro Amicone, decisero di fondare un gruppo ciclistico dandogli il nome "Cicli Atene", in onore di Agnone, da molti definita «l'Atene del Sannio». In quella occasione fu organizzata una gara il 5 agosto 1926. Il percorso fu Agnone-Carovilli-Agnone, per un totale di 52 km. con di arrivo: Giuseppe Pannunzio (Cicli Atene); Luca Marinelli (autonomo); Giovanni De Ciocchis (Atala); Mario Di Lollo (Cicli Atene); Tito De Simone (Peugeot). Nel settembre 1930 una nuova corsa Agnone-Isernia-Agnone di 120 km. fu vinta dall'agnonese Placido Zimangasse, grande appassionato di ciclismo e tecnico di biciclette. Nel 1954, un altro appassionato di ciclismo, il grande "bartaliano" Pietro Zarlenga, riprese il vecchio gruppo "Cicli Atene" del fratello Enrico, mettendo su un'attività lavorativa, montando pezzi di bici, forcelle, canne, telai a saldatura autogena verniciati a mano e "asciugati" in un forno - particolare da lui realizzato - ad aria calda ricavata dalla forgia. Le bici così realizzate avevano anche un logo che portava impresso lo stemma di Agnone con la scritta "Cicli Atene" sia sotto sia fissato sopra la canna di passaggio della forcella e sulla canna obliqua. A me, ragazzino di 6 anni, affascinava il modo in cui erano concepite, la tecnica di riparazione, come sostituire i tacchetti dei freni e i fili, "rappezzare" una camera d'aria o, da una vecchia, ricavarne una più piccola creando un manicotto evitando qualsiasi perdita. Favoloso era centrare l'asse agendo sui niples dei raggi della ruota o sostituire il mozzo dei pedali rimontando i pallini a sfera o della canna: era uno spasso, lo si faceva con molta facilità. Pietro Zarlenga organizzava gare ciclistiche nell'area dell'Alto Molise e Abruzzo ed i suoi più intimi collaboratori erano Giovanni Bianco detto Nannino, Sandro Bartolomeo detto Sandruccio, Panfilo Zocarro, detto Panfiluccio, Tonino Di Ciero e Paolino Zarlenga. Ognuno aveva la sua mansione: punzonatore, cronometrista, addetto agli atleti ospiti e preparazione dei sacchetti per il rifornimento. La vecchia bottega della ex Salita Castelfidardo era il punto della punzonatura delle biciclette e, nello stabile adibito a garage, c'erano delle enormi callàre piene d'acqua che venivano utilizzate, a fine gara, come "doccia" dei ciclisti. Questi atleti facevano veramente molti sacrifici sia per percorrere quei 100 chilometri su strade proibitive che per spostarsi con le biciclette che allora erano molto pesanti. Le gare avevano come sponsor Alfredo Cirilli di Pescara, venditore di biciclette, il resto spesso ce lo rimettevano loro di tasca propria. I percorsi normalmente erano Agnone-Carovilli-Agnone od Agnone-Staffoli-Capracotta-Pescopennataro-Agnone. Nella gara del Giro dell'Alto Molise del 1954 Agnone-Pietrabbondante-Staffoli-Capracotta-Pescopennataro-Agnone, oltre al "GS Cicli Atene" ci fu una grande partecipazione di ciclisti interregionali, con la presenza anche di Alessandro Fantini, grande ciclista professionista di Fossacesia, più volte maglia rosa al Giro d'Italia, scomparso tragicamente nel Giro di Germania del 1961. Negli anni a venire, dalla federazione ciclistica furono disputate gare con corridori professionisti tipo la "Tre giorni del Sud". Il 24 maggio 1959, con la 9ª tappa Napoli-Vasto, transitò in Agnone il 42° Giro d'Italia. La gara fu vinta da Gastone Nencini. All'attraversamento di via Marconi, vicino la Fonderia Marinelli, furono sistemate delle campane che, al transito dei girini, suonarono a festa. Il giorno successivo un giornale sportivo scrisse che le campane di Agnone avevano «svegliato i campioni italiani»: fu una delle prime vittorie italiane a quel Giro. Enrico Zarlenga Fonte: https://www.facebook.com/, 11 ottobre 2017.
- Annina Carnevale, 'a Masra
La città di Cetraro vanta una grande tradizione di sartoria. Tanti furono i sarti che operarono nella nostra città, soprattutto nel centro storico. Alla marina invece ricordo Gino Pugliese (Ginu u Sartu), nella foto lo vediamo con il caro Franco Zavatto, che in seguito divenne vigile urbano. Ma una menzione particolare va fatta sicuramente ad Annina Carnevale, da tutti conosciuta con l'appellativo di 'a Masra, la Maestra! Carissima amica dei miei nonni e dei miei genitori, nonna di Giuseppe Aieta, (aveva infatti sposato Fiorino Aieta), la signora Annina, originaria di Capracotta, un paese del Molise, apprese l'arte di cucire lavorando nella sartoria di suo cognato a Roma, dove prepararono l'abito da sposo al re Umberto di Savoia. Poi si trasferì a Cetraro, dove lasciò tracce di grande sartoria. E per tutti divenne 'a Masra! Tommaso Cesareo Fonte: https://www.facebook.com/, 22 ottobre 2023.
- Il sostituto insegnante
Mi ero diplomato da poco. Eravamo sotto Natale e non si vedeva ancora nessuna supplenza nelle scuole. Allora mio padre, presidente della locale Società di Mutuo soccorso degli Artigiani, scrisse all'organo provinciale preposto all'associazione di categoria, di cui non ricordo il nome, prospettando l'opportunità di istituire in paese un corso di aggiornamento culturale per i giovani artigiani apprendisti. Propose il mio nome come insegnante. La cosa andò avanti e in breve tempo il corso fu istituito e ne fu affidata a me la direzione. Cominciò così la scuola artigiana. Era l'anno 1940. Le lezioni si svolgevano a casa, nel pomeriggio, nella cucina di mio zio Oreste, che, per l'occasione, veniva sgombrata, piuttosto malvolentieri, dalle donne e dai bambini. Trattandosi di giovanetti di età poco inferiore alla mia, le lezioni non assumevano un tono cattedratico: erano alla buona, stile casareccio. Erano una sorta di corso di richiamo. E in verità si trattava di richiamare dall'archivio della memoria, ove si erano, per così dire, ben sedimentate, le principali nozioni di aritmetica e di geometria studiate nelle ultime classi delle elementari e di ampliarle opportunamente. In particolare, per la loro attinenza ai problemi del lavoro: le misure del sistema metrico, le figure piane e solide. In più: la radice quadrata e il teorema di Pitagora, ritenuti utili per la risoluzione di casi concreti. Il tutto integrato da esercitazioni di disegno, in ispecie geometrico, eseguite su scala a riduzione. Uno dei frequentanti era compare Michelino "La Tosca", mio coetaneo, muratore ormai, spiritoso e arguto come un po' tutti nella sua famiglia. Era lui che dava il tono alle lezioni, permeandole di buon umore. Un giorno mi dovetti assentare improvvisamente e non feci in tempo ad avvertire gli allievi. Giunti in casa all'ora solita per la lezione, essi trovarono mio zio Oreste, falegname, il quale li avvertì della mia partenza e si offrì di sostituirmi per quel giorno. Evidentemente gli spiaceva di rimandarli indietro così, senza alcun costrutto. Michelino "La Tosca" prese la cosa in burla. – Mastr'Orè...! Beh...! – esclamò allegro e ironico. Quel "beh...!" voleva dire tutto: Mastro Oreste che si mette a fare scuola...!. La cosa sapeva proprio di barzelletta. Gli altri allievi, dietro a "La Tosca", sbottarono a ridere e due o tre di essi, come mi raccontò dopo lo stesso zio Oreste, si piegarono in due, presi da un irrefrenabile accesso di riso. Per niente suggestionato, mastro Oreste cominciò la lezione, nel corso dalla quale gli stupefatti allievi si avvidero che l’improvvisato sostituto era un ottimo insegnante, anche meglio, almeno sul piano delle considerazioni pratiche, del titolare. Gli allegri scolari della scuola artigiana non sapevano che mastro Oreste, ai suoi tempi, aveva frequentato, e con molto profitto, due classi di scuola tecnica, che allora era scuola di tutto rispetto. Se avesse fatto un'altra classe, diceva qualche volta, durante la prima guerra mondiale avrebbe fatto l'ufficiale. Ma la famiglia aveva dovuto ritirarlo dagli studi e avviarlo all'arte, come si diceva, per mancanza di mezzi. (1983) Domenico D'Andrea
- Bir-Bill, il gallo portafortuna
Dindi e Lallo erano fratelli e vivevano nel paese di Capracotta, con la madre, la signora Veronica. Facevano i meccanici; riparavano le biciclette, le motociclette e le automobili. Erano amici di un gallo portafortuna: il gallo del loro pollaio, il quale, quando era stanco di stare nell'orto, andava a passeggiare in paese, entrava nella bottega dei due fratelli e ci stava contento. Qui volava da un'automobile all'altra, dentro gli scaffali, sui travi o sulla finestra, o sporgeva il collo di tra i ferri della grata, per farsi vedere. Di tanto in tanto lanciava all'aria qualche cantatina, e Dindi e Lallo gli rispondevano, come se fossero anch'essi due galletti canterini. In tutti i pollai di Capracotta non c'era un gallo così bello e forte. Pareva un re: un re guerriero. La cresta era come un elmo rosso scuro, quasi nero; e i bargigli sembravano una barba severa. Il becco era forte, pronto a colpire, e gli occhi, freddi, senza espressione, come quelli delle persone furbe, che non lasciano capire ciò che pensano. Aveva le piume rosse e la coda che sembrava un grande punto interrogativo blu. Camminava diritto, superbo, da padrone. Nell'orto, le galline lo seguivano beccando i semi tra l'erba e chiocciando. Il farmacista di Capracotta lo guardava con ammirazione, e volle dargli un nome. Lo chiamò Bir-Bill. – Ih, com'è ridicolo! – esclamò la signora Veronica. – È il nome di un medicamento inventato da me – rispose serio il farmacista. Fu lui, per primo, a dire che il gallo della signora Veronica portava fortuna; perché aveva sotto le ali certe piume nere che, a guardar bene com'erano disposte, formavano dei numeri, i numeri, si diceva, del lotto. La notizia si era sparsa in paese; e le comari invidiavano la fortuna dei due fratelli e della loro madre che, un giorno o l'altro, sarebbero diventati ricchi. La signora Veronica stimava il farmacista come un bravo uomo, molto istruito; ma a quelle bubbole non credeva e non pensava. Accaddero però due fatti i quali persuasero tutti che Bir-Bill era veramente un gallo portafortuna. Una sera, finito il loro lavoro, Dindi e Lallo, mentre stavano per chiudere la bottega e tornare a casa, videro il gallo appollaiato su una trave. Si provarono a farlo scendere, ma l'animale non si mosse. Pareva deciso a passare la notte lassù. Allora stabilirono di lasciarlo in pace, e se ne andarono. Quella notte entrarono i ladri nella bottega. E c'erano delle motociclette nuove, diverse biciclette e una bella automobile, già riparate. I ladri avrebbero potuto fare un grosso bottino; senonché il gallo si mise a starnazzare e a volare per la bottega, facendo un chiasso d'inferno. La gente del vicinato si svegliò, si affacciò alle finestre, e si chiedeva che cosa stava succedendo. E così i ladri, per non essere scoperti, scapparono. Cesare Zavoli Fonte: C. Zavoli, Bir-Bill, il gallo portafortuna, Mutilati, Carpi 1951.
- Amo, quia amor: una ragione per vivere ed un'esperienza da fare
Tre semplici parole che sono il presente indicativo attivo e passivo del verbo "amare". Ma sono anche l’essenza e la sintesi del messaggio gridato del Vangelo, della psicologia dinamica e della pedagogia cristiana. Indicano la motivazione che determina l'energia, la direzione e la intensità della condotta di ogni persona. I motivi esistenziali danno un senso a tutta la propria vita, hanno rapporto con la conoscenza dei valori essenziali dell’esistenza umana e della singola esistenza concreta, con l'impegno a vivere tali valori. Il bisogno di "salvare se stessi", di superare i limiti della banalità quotidiana, la dedizione totale a cause nobili o a persone bisognose, prescindendo da ogni soddisfazione immediata, aiutano a scoprire il senso della propria esistenza. Non si può comprendere una persona se non si conosce "il motivo" o "i motivi" ai quali servono tutte le altre tendenze. Per questa ragione pare che i motivi esistenziali meritano attenzione nella ricerca psicologica. L'importanza di una "intenzione centrale", di un "progetto generale" della propria vita, di un "orientamento verso l'essere autentico" proprio e altrui, manifestano un'eccezionale carica motivazionale. La motivazione rende l'azione appropriata, scegliendo i mezzi adatti a raggiungere il fine inteso, la rende persistente, finché lo scopo non sia raggiunto, la fa ricercante, spinge cioè a selezionare le condotte che portano al raggiungimento dello scopo. L'apprendimento umano è motivato da stimoli non emotivi o leggermente piacevoli, ma da stimoli superiori, che soddisfano la "persona intera", rafforzano la sua autostima, il suo senso di crescita, di realizzazione di sé e dei suoi ideali. Sono espressione di motivi che funzionano in modo autonomo, originale. C'è una prepotenza dei motivi che parte dai bisogni fisiologici e di sicurezza e si innalzano al sentimento di appartenenza, al bisogno di affetto e di stima e culminano nel bisogno di autorealizzazione. La consapevolezza di "essere amato" genera la sorgente viva e zampillante dell’amore, in una comunione che niente e nessuno può spezzare. La verifica dell’amore è sperimentare di essere amato. Anche quando sbagliamo e ci allontaniamo dagli altri, confusi e solitari, certi solo di essere amati, nella gioia di dar senso alla vita orientata sempre verso il bene dell'altro. Il mistero della Trinità, per la fede cristiana, non è solo una verità da credere e una dottrina da contemplare, ma è un'etica da vivere. È la fonte dalla quale derivano i criteri per le scelte concrete e quotidiane: tre Persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione da formare un solo Dio. Più persone uguali e distinte per provenienza, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo: l’uomo nuovo in Cristo Gesù. «La Trinità non è una specie di teorema celeste, per esercitazioni accademiche dei teologi, ma è una sorgente da cui devono scaturire l'etica del contadino e del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e dell'economia», diceva don Tonino Bello. La Trinità è una storia che ci riguarda: è a partire da essa che va pensata tutta l'esistenza cristiana. La famiglia è modello originario e fonte, è il luogo dove si anticipa nei segni la comunione, l'essere amati da Dio in modo completo, esaustivo, gratuito. Dio si è servito della famiglia per trasmettere il suo messaggio trinitario, come parabola, modello originario, fonte e approdo finale della nostra esistenza terrena. La famiglia cammina nella storia come icona della Trinità, agenzia periferica della Trinità. Icona (= immagine viva) non ha una funzione puramente didattica, ma sacramentale, cioè rende presente la realtà raffigurata, è segno vivente. Con il termine icona si recuperano le due dimensioni della famiglia cristiana: quella di parabola del modello trinitario e quella di sacramento, cioè attraverso la comunione della vita familiare noi godiamo di quella comunione divina che proveremo soltanto nella vita ultraterrena. Se è linguaggio parabolico, la famiglia trasmette al mondo il messaggio che le è stato affidato. È immagine provocante non immagine neutra da incorniciare e chiudere in un album, che provoca cioè alla comunione, all’amore donato e gratuito, alla convivialità. Per questo oggi invochiamo una Chiesa sempre più trinitaria, cioè che si apra sempre più alla fraternità e all'amicizia. «Amatevi come Io vi ho amato», «Io vi ho amato per primo», «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», non sono slogans o modalità di superficie, ma esperienza di vita. Il come traduce in concreto l'amore di Dio per noi. Gesù non è una nozione, ma una presenza, non un personaggio del passato che si guarda con ammirazione, ma una Persona viva, una gioiosa esperienza quotidiana, lo scopo della vita, l'Unico da contentare e di Cui contentarsi. Questa certezza, "essere amati”, " il simbolo di una predilezione sconfinata di cui siamo oggetto, è disponibilità agli altri, sapere accettare volentieri incomprensioni, fallimenti e tradimenti senza disperare. Riconoscerlo è "sapienza del cuore", da sàpere, sapore, gusto, sale. È il sale della vita, essere amati per amare. È perfetta letizia, afferma san Francesco d'Assisi, convinti che se ci fidiamo di Lui e ci affidiamo a Lui, ci dà la freschezza dei vent'anni anche a ottanta anni. L'esercizio dell'amore porta le dimensioni temporali del buon Samaritano, che colloca il suo servizio nell'ora giusta, affinando il predominio del cuore e il predominio dell'intelligenza alle esigenze del fare. La parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37) può essere definita la vicenda dell'uomo comune che parla all'uomo comune. Il banco di prova è la vita: «fa' questo e vivrai». Una versione attuale della parabola proposta da Vittorio Fusco, un espertissimo esegeta molisano di Campobasso, può rendere l'idea della sua radicale impertinenza nei confronti del sentire comune: «Il punto non è aiutare, ma piuttosto quello di trovarsi in una situazione in cui si può essere aiutati solo da un negro, da un ebreo, da un comunista [...] insomma uno che è dall'altra parte della barricata». L'impertinenza della parabola è mostrata anche dalla risposta del dottore della legge alla domanda di Gesù su chi sia il prossimo. Egli rimane sul vago, non coglie il dettaglio (il Samaritano), a dimostrazione della dimensione scandalosa di quanto ascoltato. Il prossimo è chiunque si trovi nel bisogno, così come chiunque può usare nei suoi confronti il proprio potere di bene. La riflessione psicologica precisa il fattore tempo e la consapevolezza: una precisa attitudine alla relazione, alla compassione e alla disponibilità a correre dei rischi consentono di superare paure e incertezze e rispondere alla voce della coscienza: «cosa succederà a Lui se non mi fermo»? Amare senza misura, «disposto cioè a giocare in perdita per il bene del prossimo, felice di pagare prezzi da capogiro pur di salvare una sola vita umana, capace di raggiungere perfino il più indisponente nemico, deciso a scavalcare le lusinghe della violenza, anche quando c'è da ricuperare un sacrosanto diritto», sempre don Tonino Bello. Intorno a questo tema si generano atteggiamenti che rilanciano cambiamenti di vita e di mentalità. Egli aveva capito davvero che la misura dell'amore è "amare senza misura". Non è enfasi, ma dimensione laica di vivere la santità. La solidarietà, non intesa come vago sentimento, ma come farsi carico delle sofferenze degli altri è il nome dell’amore senza misura, che traduce il Vangelo in atto. Le esigenze del Vangelo sono esigenze fortissime e... insopprimibili. La consapevolezza di "essere amato" ha una grande valenza pedagogica. Chi sa di essere amato ama, chi è amato ottiene tutto. Educare è "cosa del cuore", ha affermato Don Bosco, i cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Ragione, religione amorevolezza - tre parole cardine del suo sistema preventivo - esigono la conoscenza dei bisogni di una persona, imparando i linguaggi differenti per qualità, peso e valore. La presenza dei genitori nei primi anni di vita e di educatori attenti e sensibili nella scuola è determinante per la crescita positiva, perché la certezza di essere amato infonde la forza di affrontare la realtà, incoraggia nel cammino della vita, apre ad orizzonti positivi di ottimismo. Avere un cuore di pietra è la malattia meno diagnosticata. Il grande pericolo, per gli educatori di ogni tempo, è di vivere con cuore duro, lontano e assente. Il cuore di pietra, duro, insensibile è la malattia da temere e combattere per ritornare al "cuore di carne", che è una "religione dell'interiorità". Sentire il tocco di una perenne freschezza, il vento creatore che rigenera la vita e la rinnova, è l'atteggiamento richiesto di ogni educatore. Gli psicologi ritengono che le grandi sindromi che accompagnano la vita dell'uomo di oggi sono per lo più alterazioni affettive. Nella misura in cui ci si allontana dalla vita del cuore, ci si allontana da se stessi, dalle proprie relazioni, dalle proprie scelte di vita. La linea della persona e la linea del cuore, delle motivazioni profonde e delle radici salde, sono da seguire prima della legge. I ragazzi di oggi hanno bisogno di essere amati, di sentire che sono un valore per quello che sono: tiene sempre viva la capacità e l'esigenza di amore filiale, fraterno, coniugale, materno e paterno. In una parola "essere amati per amare" sempre. Dal punto di vista psicologico una relazione d'amore rispetta e valorizza la natura dinamica dell'amore, porta alle estreme conseguenze la capacità di relazione dell’essere umano e porta a riscoprire e attuare una verità fondamentale: la vita è un bene ricevuto, che tende per natura a diventare bene donato. Il dinamismo tipico dell'amore è proprio un dinamismo trascendente (superiore alle semplici forze umane), che provoca continuamente ogni persona ad uscire da sé per incontrare l'altro e amarlo, ad un innammoramento totale che è fondamento efficace di ogni trascendenza, sia nella ricerca della verità, sia nell'attuazione dei valori umani, sia nell’orientamento da adottare. Siamo al punto terminale di quel processo di maturazione e conversione che la persona, come afferma Lonergan, grande filosofo e teologo contemporaneo, dalla autotrascendenza conoscitiva (conversione alla verità), passa alla autotrascendenza morale (conversione ai valori affermati e attuati) ed infine alla autotrascendenza religiosa, che è conversione all’universo, al suo fondamento, al suo fine. [Bernard Lonergan, 1985] La vita indica questo innammoramento totale, ed è pensabile come "energia d'amore" che si muove in un dinamismo di trascendenza. La pedagogia cristiana insegna che essere amati è la condizione essenziale per educare. Riconoscere che l’amore non inibisce, non castiga, non impone, ma accoglie, comprende, aiuta la persona, una - unica - originale nella sua ricca diversità, attiva nel conseguimento del suo fine, ispirata e diretta da principi universali della religione e della morale. Una vita non è umana se non la sorregge un pensiero per il quale si vive e si ama e ci si sacrifica amando. Questo pensiero è suggerito dal Vangelo e dalla verità di Cristo, che anima tutto, insegnamenti ed interessi, lasciando tutto nel posto assegnato, come il sole, che senza nulla turbare, tutto rischiara. «Noi non impariamo per il piacere di imparare, ma per saper vivere meglio, per affermare meglio il nostro essere», scriveva Eugène Devaud. Solo con l'apporto di una volontà decisa, di un amore gratuito si può fondare un’esistenza serena ed eticamente valida. L'educazione è una scelta di amore e di speranza, una risposta del cuore animata da una profonda passione, è impresa comunitaria che passa per uno scambio affettuoso tra generazioni. Se è cosa del cuore, occorrerà dilatare il cuore perché si stabilisca un vero flusso educati tra chi è amato e chi ama. È un'arte gioiosa, non un lavoro forzato, perché aiuta a sviluppare la persona in modo armonioso e sereno. Un esempio validissimo è dato da Maria di Nazareth, la Madonna Madre di Dio e nostra, definita dal Vangelo di Luca kekarotinamene (amata gratuitamente e per sempre da Dio). Ha dato di più perché ha ricevuto di più, è per noi «segno di consolazione e di sicura speranza». Anche Dante scopre nel volto di Dio il volto dell'uomo e in Dio si rispecchia, trovando in Lui il suo stesso volto. «Luce intellettual piena d'amore», «Amor che move il sole e l'altre stelle», rendono possibile la comprensione amorosa di tutta la realtà umana, naturale, divina. Il papa Francesco commenta, nel centenario della morte di Dante (1321-2021), la grande eredità cristiana dell'autore della Divina Commedia. «L'essere umano con la sua carne, può entrare nella realtà divina, simboleggiata dalla rosa dei beati. L’umanità, nella sua concretezza, con i gesti e le parole quotidiane, con la sua intelligenza e i suoi affetti, con il corpo e le emozioni, è assunta in Dio, nel quale trova felicità vera e la realizzazione piena e ultima, meta di tutto il suo cammino». È il transito a «l'etterno del tempo» (Par XXXI, 38) e la rivelazione piena come «l'uom si etterna». (Inf XV, 85). Nessuno ha il diritto di privarsi di questa felicità: Leggere Dante è un dovere, rileggerlo un bisogno, gustarlo un gran segno di genio, comprendere con la mente, l'immensità di quell'anima è un infallibile presagio di straordinaria grandezza. [Nicolò Tommaseo] Nell'amor «che tutto il ciel move, non moto con amor e con disìo» (Par XXIV, 132) è compendiata la filosofia di Dante. Principio e fine di ogni cosa e specialmente dell'anima umana è Dio-Amore. Nella mia esperienza di sacerdote e di insegnante di Scienze umane ho sempre avvertito la limpida responsabilità di rendere i giovani protagonisti della loro crescita, prefigurando una convivenza creativa, serena, non competitiva per una società democratica e solidale. Amandoli suscitavo il loro interesse, la loro curiosità, la loro voglia di imparare, coinvolgendoli «nell'arte più appassionante dell'esistenza, e nell'esperienza più ricca della vita, che è l'educazione. La libertà, la democrazia, il cristianesimo non si imparano se non si vivono subito fra i banchi di scuola e nella vita» diceva Mario Lodi. È proprio vero che la felicità di imparare, il gusto di collaborare, la voglia di comunicare, confrontarsi e capirsi inizia nella famiglia, si completano nella scuola, si realizza nella vita. L'esempio di Lorenzo Milani, nel centenario della sua nascita, ha segnato profondamente la mia vita. Mi ha consegnato un commovente e dolcissimo testamento, proprio lui così aspro e tagliente nelle scelte, si addolcisce e si illumina di tenerezza con queste commoventi parole: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto a suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo». Conservano ancora una carica di amore e di provocazione per la Chiesa e la società di oggi. Restano un punto di riferimento per tutti e invitano a confrontarsi con una esistenza totalmente spesa per Dio e per gli altri, fedeli al comandamento dell'amore: «Amo perché sono amato». Osman Antonio Di Lorenzo
- Il territorio di Capracotta: note geologiche
Ma geologicamente io, profano della materia, non posso che additare al lettore una dissertazione che ne scrisse un eminente geologo, il prof. Senofonte Squinabol dell'Università di Torino, pubblicato sulla rivista "La Géographie" nel luglio 1903 (edizione Masson a Parigi), col titolo "Une excursion à Capracotta en Molise". In essa l'autore osserva che le rupi sulle quali si stende l'abitato, formate di strati sovrapposti, sono costituite da conglomerati di grossi elementi calcarei ricchi di frammenti silicei grigiastri, la eui disposizione, in apparenza orizzontale, è in effetto inclinata verso sud-ovest. Afferma che questi strati fan parte di un piegamento di cui una parte della volta superiore emerge in fondo del dirupo, così da arguirne che lo scoscendimento provviene dalla frattura della parte superiore del piegamento, generata dalla erosione del suo rivestimento schisto-marnoso del flysch dal Chondrides intricatus e Chondrides affinis. Che una simile tipica costituzione e disposizione di strati presentano il Colle delle Cornacchie, il Monte Campo, il Monte S. Nicola, notandosi in tutta l'alta valle del Verrino la frequenza di franamenti e scorrimenti di terreno provocati dalle acque d'infiltrazione, i quali alla loro volta han mutata e confusa la disposizione primitiva di quegli strati. Esaminando il massiccio del Monte Campo l'autore ne distingue la natura geologica nella parte inferiore e in quella superiore, osservate risalendone lo scoscendimento. Dice la inferiore presenta roccie calcari Dolomitiche di ben 18 metri di spessore con ovuli di silice nera e grigia e con frammenti fossili tra cui dei Briozoari e numerose impronte del Taonurus tenuestriatus, che lasciano rapportarne la formazione al cretaceo superiore: e alla basse affiora una massa di conglomerati argilloso-calcari provenienti dalla erosione degli strati superiori spessa 15 metri. Che la parte superiore si presenta invece composta di un ammasso di breccia calcareo profonda 35 a 40 metri frammista di numerose scaglie di silice, con detriti fossili di Chrysoforis, di Oxyrhina, di Pecten, di Ostrea, di Nummuliti, i quali tutti ne lasciano supporre l'origine all'Eocene inferiore, non più al cretaceo come alla parte inferiore. La superficie di questo ammasso, declinante a sud-est, ossia il dorso del monte, il franamento della cima di esso ad ovest, lo spaccato delle Fosse di cui ho fatto cenno innanzi, le torsioni svariate degli schisti argillosi entro le pieghe delle roccie sottostanti verso sud, e specialmente quelle elicoidali fra i grés, le marne, gli schisti nell'avvallamento detto Valcona; l'erosione a solchi sul lato meridionale di quest'ultimo, sono oggetto di speciale esame dell'autore, che ne rende attraente la lettura. Curiosa la descrizione del suolo sull'alto del Campo il quale, mentre si presenta fastidioso al cammino delle persone, e pericolosissimo pei grossi quadrupedi per una sequela di sporgenze di duri massi pietrosi, intersecate da solchi e da vuoti disuguali in direzione del declivio, nei quali si rischia di aver serrati i piedi o rompersi le gambe, tutto questo, dice l'autore, costituisce un fenomeno bello e interessante. Tale «surface, herrissée de pointes aigüies de fragmentes de silex présente aussi dans toute sa beauté le phénoméne du Lapiaz ou Kerren felder. Ces Lapiaz ont des sillons paralléle dont la profondeur at teint parfois 2 à 3 metres e montrent, par la forme de leur bords, qu'ils sont dus a l'èlargissment et à la confluence de plusieurs trous en série linéaire». A questa superficie spugnosa ed assorbente l'autore attribuisce l'imbibizione delle acque di pioggia e di neve che alimentano le sorgenti nel basso e nelle estreme falde del monte. Altri fatti geologici studiati dall'autore sono: la formazione di uno stagno a sud dell'abitato a 1.197 m. d'altitudine nella valle fra il Monte Capraro ed il bosco di Vallesorda detto Lago di Mingaccio; formazione avvenuta intorno al 1815 a cui seguì un lento disseccamento cosicché nel 1858 il laghetto era scomparso per formarsi di nuovo nel 1868, e che ora per effetto del moltiplicarsi delle erbe palustri intorno alle rive tra cui copiosi Pomatogeton, va lentamente restringendosi: poi la cosiddetta Grotta di S. Nicola, nella contrada Macchia, ossia un lungo crepaccio del monte omonimo ricoperto da macigni serrati nel crepaccio stesso provenienti dalla frattura superiore di esso e facienti da volta alla grotta: infine le sorgenti minerali della Zolfanara nel letto del torrente Molinaro ad ovest dell'abitato a 1.000 m. d'altitudine le quali egli trovò piuttosto abbondanti, 4.000 litri al giorno contenenti minerali solforosi magnesiaci e ferruginosi. A proposito della composizione di quest'acqua trovo registrata notizia che fu analizzata dal prof. Carusi in principio del seco lo XIX il quale vi rinvenne: gas acido carbonico; gas idro-solforico sottocarbonato di ferro; muriato di calce; solfato di magnesia, però senza indicazione delle relative quantità. Un altro cenno geologico del nostro territorio trovasi in Del Re "Descrizione dei dominii di qua dal faro": «Una parte dei monti a misura che si avvicina a Capracotta S. Pietro, Vastogirardi, Agnone da a divedere depositi calcarei e frattura scagliosa sparsi di fogliette micacee, di particelle quarzose e di globetti selciosi. Fra i suoi fendimenti al nord di Capracotta si osservano pezzi di pietra nera compatta e pesante impregnata di ossido bruno di manganese». Posso aggiungere che non si ha memoria di devastazioni cagionate da tremuoti nell'ambito del territorio di Capracotta, mentre il limitrofo di S. Pietro spesso ne ha subite di assai violente, per cui, dopo quello del 1913, fu dichiarata zona terremotata. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il presidente Magliano... e l’ineffabile Paganelli
E qui purtroppo io debbo esprimere senza veli una dolorosa verità, pur se questa vulneri la persona morale di un magistrato, cui mi legò sempre un sentimento di sincera amicizia. Ma si tratta del pubblico interesse: gli affetti personali debbono rimanere fuori dell'uscio. Ordunque la detta causa, già avariata dalla Camera di Consiglio, era stata incardinata – come dicesi in nostro barbaro gergo forense – nell''8° Sezione del Tribunale; ma non si sa con quali manovre le fu fatto mutar domicilio col mandarla alla sezione undecima, presieduta dal barone Magliano Gian Domenico: si pensò che quivi spirasse aria migliore, poiché, mentre giudice aggiunto nella sezione era un onesto e buon giovane di Capracotta, ignaro dell'ambiente, giudice anziano era l'impagabile Paganelli, di cui ci occupammo recentemente in occasione dell'altra scandalosa assoluzione, pronunziata in favore del famigerato Matera fra lo stupore e la nausea universali. Questo Paganelli è personalmente una persona simpaticissima: il suo conversare è gaio, talvolta arguto, sempre spensierato. Egli non vuol dare dispiaceri al prossimo; e per lui è prossimo... colui che gli sta vicino: il brav'uomo piglia la parola dalla parte dell'etimologia. L'umanità, che domani può essere svaligiata o imbrogliata, egli non la vede. Egli vede l'imputato e non vuole che abbia guai; e perciò o assolve o dà la piccola condannella. E si badi che la sua non è poi l'indulgenza di Magnaud, anzi la giutizia di Magnaud, che sa trascendere dal precluso stadio processuale e andare alle cause: cioè alle vere, alle alte responsablità sociali. Signor no. Il presidente Paganelli non ama di guardar le cose che, per disgrazia, si trovino un palmo al di là del suo autorevole naso. Che importa a lui che domani Matera sfrutti un'altra "tracchiosa"? Purché Matera se ne vada a casa contento, avvenga che può. Mi direte che questa è un po' la filosofia di "Padre Braciola", e io vi risponderò che questa filosofia è prevalente nella magistratura addetta a simili giudizii. Bisogna, a tal proposito, lealmente riconoscere che la questura ha bene il dritto di protestare per certe conclusioni giudiziarie. Roberto Marvasi Fonte: R. Marvasi, Gli errori e le reticenze del capitano Fabbroni, in «Scintilla...», VI:266, Napoli, 27 luglio 1911.
- La mia infanzia condizionata dalla distruzione di Capracotta
Capracotta accoglieva la mia esistenza l'11 novembre 1944, un anno dopo la distruzione del paese compiuta dai Tedeschi dopo l'armistizio stipulato a Cassibile presso Siracusa il 3 settembre 1943. Parte dei cittadini, dopo il tristissimo evento, era stata costretta a lasciare il paese per andare in campi di concentramento lontani, parte era stata ospitata da parenti in Agnone, come era avvenuto per i miei. Nella primavera del 1944 i capracottesi ritornarono nel luogo natio con tanto spirito di sacrificio, ma animati da grande speranza e, rimboccandosi le maniche, avviarono la rinascita del paese. I miei avevano ricostruito il primo piano della casa quando questa fu allietata dalla mia nascita l'11 novembre 1944 che, pur tra le macerie, era un segno di vita e speranza nel futuro. La farmacia che, a mala pena, vendeva medicinali essenziali, non aveva latte in polvere per neonati, così i miei mi cercarono una balia; era una signora che aveva partorito una bimba e abitava vicino casa della mia nonna materna nel quartiere S. Antonio uno dei due in cui il paese è diviso e io ero in quello di S. Giovanni. La mattina mia madre mi metteva in uno zaino e papà, dopo avermi avvolta nel suo cappotto a ruota, mi portava da mia nonna dove la balia di tanto in tanto veniva ad allattarmi; la sera papà veniva a riprendermi per riportarmi a casa. L'inverno fu particolarmente freddo e, quando c'erano tre o quattro metri di neve e sulla strada non vi era nessuna orma, mio padre doveva mettere gli sci per accompagnarmi e, a volte, mi consegnava a mia nonna attraverso la finestra. Un giorno infuriava la bufera, chiamata a Capracotta filippìna. La copiosa neve del cielo con la furia del vento formava un vortice con quella che era a terra. Papà, temendo che stessi morendo assiderata, perché sentiva agitarmi molto nello zaino, bussò ad una porta per controllare il mio stato di salute ma, quando aprì con molta preoccupazione lo zaino, con grande meraviglia ricevette un mio bel sorriso ereditato da mia madre; così rincuorato riprese il cammino verso casa di mia nonna. Finito il periodo di allattamento e l'attraversamento del paese, crescevo con frequenti attacchi di tonsillite dovuti al freddo sofferto nei miei primi mesi di vita, circondata dall'affetto dei miei in una vita di sobrietà. Non si vendevano giocattoli così io e le mie coetanee, per divertirci, esercitavamo la nostra creatività costruendo pupetti di pezza, usando scatole vuote di lucido per scarpe come fornelli per cucinare e cerchietti dei lumini come bracciali. Costruivamo il nostro tesoro: una specie di caleidoscopio, scavando un piccolo fosso nelle macerie dove mettevamo tanti pezzetti di vetro colorato che si trovava in grande quantità, coprendoli con uno più grande su cui io e la mia più cara amica ci scambiavamo piccoli regali. Io cucivo i vestitini per i suoi pupetti e lei faceva le copertine a maglia per i miei. Anche con poco ci divertivamo un mondo: giocavamo a palla, a "campana", a battimani (la mano destra con la sinistra dell'amica che ci stava di fronte e poi viceversa), festeggiavamo il battesimo dei nostri pupetti con liquori fatti di acqua e "giuggiole", caramelline alla menta o di acqua, e "barchette", caramelline di liquirizia. Il mio primo giocattolo fu un bambolotto di celluloide compratomi a Roma, quando i miei mi portarono in occasione dell'anno santo del 1950. All'inizio della scuola elementare accolse me e le mie compagne di classe un edificio molto bello, ricostruito con il Piano Marshall, fornito di termosifoni, altoparlanti in ogni aula e grandi manifesti con immagini di tutte le bombe con la scritta a caratteri cubitali: SE TROVATE UN OGGETTO SIMILE, NON TOCCATELO! AVVISATE SUBITO I CARABINIERI. Dopo aver compilato un questionario a scuola, fui ritenuta appartenente a famiglia benestante (il benessere del dopoguerra!) per cui, quando le mie compagne di classe avevano il pacco dei viveri, a me davano solo le caramelle. Io guardavo i formaggini che ricevevano, desideravo averli, ma nei negozi non si vendevano, per cui pensai di barattarne qualcuno con la fetta di caciocavallo che mia madre mi metteva nel panino. Come la scuola, tutto il paese rinasceva più bello di prima, ma restava il triste ricordo della distruzione come nelle pagine del diario della levatrice Cesarina Lanzoni Trotta di cui riporto alcune sequenze: Ci eravamo da poco alzati, quando il vecchio Gildonio, banditore ufficiale del Comune, annunciava con queste parole la prossima distruzione del paese: «Si avvertono i cittadini che fra poco il paese sarà distrutto»... Per due giorni fuoco e mine ridussero il nostro paese in un cumulo di macerie... Le chiese da cui era stato tolto il SS. Sacramento si trasformarono inevitabilmente in taverne; gli altari furono trasformati in tavoli sui quali si impastava un po’ di farina per sfamare specialmente i bambini che, ignari di di quanto stava accadendo, reclamavano il cibo; il mio piccolo Aldo di soli tre mesi, durante il primo giorno pianse continuamente... era passata da un pezzo l'ora della poppata ed io avevo solo la bottiglia vuota con il biberon non avendo potuto allattare naturalmente. La signora Carmela De Renzis allora, che aveva il suo piccolo Ezio coetaneo del mio, mi diede un po' di zucchero con il quale speravo di preparare almeno dell’acqua zuccherata ma i soldati impedivano di arrivare al serbatoio idrico. Al colmo della disperazione misi quel po' di zucchero nella bottiglia, la riempii di neve, la misi in seno per farla sciogliere e gliela feci bere. Calmati i morsi della fame, il bambino si addormentò, lo avvolsi allora in una coperta e lo feci riposare in uno dei loculi vuoti della nostra cappella... Fra i tanti disagi passavano intanto i giorni e si giunse al 22 novembre; passarono in quei giorni file interminabili di soldati, carri armati e automezzi diretti verso il fiume Sangro, mentre il giorno successivo non si vide più traccia di Tedeschi. Si tirò un sospiro di sollievo nella speranza che arrivassero presto gli Inglesi a portare il cibo che scarseggiava e ad alleviare gli stenti della popolazione... Le famiglie furono smembrate con persone caricate su camions diversi in località diverse e molti poterono riunirsi solo al termine del conflitto. Restarono a Capracotta il medico, il farmacista, il custode delle carceri, quello del cimitero con le rispettive famiglie, il parroco e pochi altri, cosicchè terminato lo sfollamento ci ritrovammo a Capracotta in 92 civili... Il Natale del 1943 rimarrà pure fra i miei tristi ricordi della guerra... In quei giorni, intanto, le truppe inglesi erano state sostituite da quelle polacche e la mattina di Natale, andando a Messa, ebbi la sorpresa di vedere la Chiesa gremita di quei soldati. Celebrava infatti un loro cappellano militare che al momento dell'omelia cominciò a parlare nella loro lingua; io naturalmente non lo capivo, ma penso che parlasse delle loro famiglie lontane, perché ad un certo punto i soldati si misero a piangere... Con l'arrivo dei Polacchi si attenuarono abbastanza anche i nostri stenti; erano stati tanto provati che si compenetravano nelle nostre sofferenze ed avevano compassione di noi. In questo clima di relativa calma arrivammo al 22 maggio 1944, giorno dedicato a santa Rita e quel giorno segnò la partenza da Capracotta degli ultimi soldati. Giuliana Carnevale
- Polvere di cantoria: l'organo dei bidoni
E aggiungi ancora un po' d'amore a chi non sa che farne. [L. Battisti, 1971] Questa volta la "polvere di cantoria" va in un campo di prigionia... Il sentire di una comunità e lo spirito liturgico di una nazione si è sempre tradotto nella varietà degli organi realizzati nelle relative chiese e cattedrali. Il cattolicesimo concepì il canto e la musica come qualcosa di verticale e di trascendente: sulla deriva dettata dal gregoriano, soltanto il coro poteva cantare con gli strumenti che erano di rincalzo. Di conseguenza gli organi rimasero di dimensioni relativamente ridotte, anche negli strumenti più grandi. Diversamente, la Chiesa riformata, in una concezione trasversale, dichiarò il canto e la musica come costituenti della Liturgia della Parola stessa: l'assemblea doveva cantare e così nacquero gli splendidi corali della Riforma coi relativi preludi, che gli organisti intonavano per segnalare cosa si cantasse in quel giorno, visto che l'assemblea conosceva a memoria le parole ed i motivi, belli ma semplici. Questo fece sì che gli organi della Chiesa riformata, a differenza di quello che avvenne nella Chiesa romana, assumessero dimensioni poderose e diventassero simboli unificanti delle comunità locali e vanto dei fedeli. Una concezione rimasta fino ai nostri giorni: se per i luterani l'organo è strumento di preghiera, in altri ambiti, purtroppo, è un accessorio per semplici colonne sonore delle funzioni e perfettamente sostituibile con chitarre, tastiere elettroniche e quant'altro. Da qui anche l'introduzione di melodie profane e poco adatte se non orribili. La locuzione "animare la liturgia" dimostra, a mio avviso - e parlo in termini filosofici e non religiosi - uno scadimento della liturgia: l'anima della funzione sacra è la Divinità stessa. Se una funzione deve essere animata forse deve prima essere "rianimata" l'importanza della liturgia tra fedeli, alcuni sacerdoti e anche svariati vescovi! Mi ritengo un privilegiato: la cattedrale in cui svolgo il mio incarico tiene molto in considerazione l'importanza di una corretta musica liturgica e della scelta dei brani. Tutto questo prologo era necessario per raccontarvi come una necessità di preghiera comune ancora più intensa si sia concretizzata nell'"organo dei bidoni". Nel 1945, tra Rimini e Cervia, venne realizzato un enorme campo di prigionia ad opera delle truppe alleate: il più grande sul suolo italiano e poteva ospitare fino a 150.000 persone, tanto che si calcola che nei due anni di attività ne transitarono almeno 300.000. Erano detenuti perlopiù prigionieri tedeschi, quindi probabilmente luterani, anche se il campo fu comunque multietnico. Loro stessi lo chiamarono Enklave Rimini. Vi sorsero orchestre, giornali, ospedali, cinema, teatri e una università di 60 docenti, chiamati appositamente dalla Germania. Tra i prigionieri si sentì la necessità di rendere più sentita la preghiera domenicale e quotidiana tramite la realizzazione di un organo a canne. L'idea fu del sottufficiale Eusebius Schäbung, organista, e dell'organaro Werner Renkewitz. Vi collaborarono architetti, ingegneri, falegnami e semplici operai. La latta dei bidoni servì a costruire le canne metalliche e le ance mentre tutto il legno disponibile fu usato per il somiere, la cassa, i tasti e le canne lignee. Il fil di ferro per le catenacciature mentre il cuoio dei gambali per i giunti e le guarnizioni dei ventilabri. Le portelle di chiusura sulla facciata furono decorate dal pittore Peter Recker, selezionato dopo un concorso tra i prigionieri, con due angeli in un giardino intenti a suonare un liuto ed un violino. Il sacerdote del campo portava da fuori tutto ciò che nel campo non era disponibile. Venne così alla luce uno strumento di 502 canne, con tastiera e pedaliera con la seguente disposizione fonica: Manuale: prinzipal 8' - gedackt 8' - octav 4' - flöte 4' - nasat 3' - superoctav 2' - terz 1 3/5' - mixtur 3 fach 1 1/3'. Pedaliera: subbass 16' - bordun 8' - nachthorn 4' - posaune 16'. Una disposizione tipicamente tedesca e la posaune (ancia forte) al pedale ne dimostra il notevole "carattere". Insomma, non era proprio un giocattolino. Invece che dai mantici, il vento era generato da un sistema idraulico come nell'antica Roma; altre fonti invece parlano di mantici regolamentari. In tre mesi l'organo fu approntato e il 13 settembre 1945 alle 20:15 (giorno, mese ed ora della nascita di chi scrive!) si udirono le prime note. Domenica 15 settembre l'organo, battezzato Jubilate, ma ormai chiamato "organo dei bidoni" od "organo di latta", sostenne il canto di 1.000 coristi durante la messa a cui era presente persino il vescovo di Rimini. Nella notte di Natale del '45 risuonarono i corali "Kommet, ihr Hirten" (Venite, pastori) e "Nun soll es werden Friede auf Erden" (Ora ci sarà pace sulla Terra). Sistemato in un capannone diventato chiesa e poi anche auditorium, la Deutschlandhalle, suonava alle funzioni del mattino e della sera. Al di sopra della consolle a finestra campeggiava la scritta: «Chi sarà mai che un domani, che noi saremo già lontani, su questi tasti poserá le mani, un brivido avvertirà e religiosamente rifletterà sui prigionieri e sul buio durato tanti anni». Con la Pentecoste del 1947 l'organo fu donato alla curia di Rimini per essere montato in una apposita cantoria della chiesa allora facente funzioni di duomo. Messo provvisoriamente in un magazzino, si racconta come venisse comunque azionato durante le notti di Natale per invocare la pace nel mondo. Questo fino al 1964, quando un incendio lo distrusse in buona parte. Siamo sicuri che avrebbe fatto questa triste fine qualora fosse stato portato in Germania? A voi la risposta. Mi accorgo però che un sorrisetto sardonico è comparso sul mio viso nello scrivere queste considerazioni. Su un sito web tedesco dedicato esclusivamente allo strumento, viene peraltro riportato il ritrovamento nel 2005 di alcuni suoi resti e, da tempo, si parla di una sua ricostruzione. Il maestro Daniele Rossi, organista dell'Accademia di S. Cecilia di Roma, ha affermato: «Questa storia fa venire i brividi: l'ingegno umano unitamente alla fede ha reso possibile un'opera al di là della resa ottenuta. Sarebbe bello che qualcuno si prendesse la cura di ricostruirlo soprattutto a memoria di una guerra terribile». E, aggiungo io, per rispetto verso chi ha realizzato questo sogno. Francesco Di Nardo
- Anelli alla pecorara ecopacifisti
Ringrazio Maria Luisa che a Capracotta li ha creati davanti ai miei occhi e mi ha lasciato da parte il sugo senza ricotta, e poi telefonicamente mi ha dato dei ragguagli per procedere. La situazione in cui sono nati era molto bella: una casa conviviale in cui vengono ospitati gli animatori della manifestazione estiva "Vivere con cura", organizzata da Antonio D'Andrea (fondatore del movimento uomini casalinghi) con il sostegno del Comune di Capracotta. Nella casa si mangia vegetariano, e molto spesso vegan, per orientamento dei cuochi che lì si incrociano... un'esperienza di condivisione di saperi pratici, gustosi pranzi e cenette e tante interessanti discussioni su cosa si può fare per rendere questo mondo un po' più accogliente ed ecologicamente consapevole. E per la prima volta ho visto all'opera un forno solare di grandi dimensioni! Ma bando alle chiacchiere e passiamo al lavoro! 100g di semola di grano duro; 100g di farina di kamut; acqua q.b.; sale a piacere. Setacciare e impastare le farine con l’acqua e il sale. Lavorare bene e poi dividere l'impasto in pallette che pian piano vanno rollate prima fra le mani e poi sulla tavola a formare dei cordoncini non più grossi di un dito. I cordoncini vanno tagliati in pezzetti da 8cm circa e attorcigliati su loro stessi formando un cerchietto: unite premendo bene le due codine! La loro forma ricorda i totani, no? Fritti con la pastella finiranno nel mio prossimo scoglio libero al posto dei cuori di palma, così abbiamo km zero ed un prodotto ecologicamente impeccabile. Ed ecco il risultato finale! Una volta pronti gli anelli si buttano in acqua bollente con un po’ d’olio d’oliva per evitare che si attacchino. Passiamo ora al mitico condimento pecoraro... condimento già abbastanza ecopacifista per natura, perché vegetariano, ma se vogliamo perfezionarlo in senso vegano basta sostituire la ricotta di pecora con ricotta veg... Vi consiglio di seguire attentamente le ricette di Concita e di Chicca. Io ho avuto un problema tecnico dovuto al fatto che non mi posso portare il PC in cucina e non sempre ho la stampa o la copia della ricetta a portata di mano. Quindi sono andata a memoria, ma il latte di soia e la panna vegetale non hanno cagliato e non sapevo più cosa fare... ho ripetuto due-tre volte aggiungendo un po' d'aceto... ma nulla, il latte restava liquido... allora ho buttato un po' di listerelle di agar-agar e pian piano raffreddandosi l'ammasso si è rappreso in modo ricottoso... Certo, mezzo litro di latte di soia insieme a 50ml di panna veg bio non potevano andare a finire nel lavandino! Il miracolo estremo è stato che a piatto ultimato questa fanghiglia rosata sapeva davvero di ottima ricotta! E ora passiamo al... Sugo ortolano 1 cipolla; 1 spicchio d'aglio; 1 chilo di pomodori maturi; 1 melanzana; 1 peperone; 1 zucchina (o due piccole); un pezzetto di zenzero; alloro; basilico; peperoncino a piacere. Si fa il soffritto con la cipolla, l'aglio, l'alloro, il peperoncino e il pezzetto di zenzero. Nel frattempo riducete a dadini tutte le altre verdure e aggiungetele al soffritto (dalle più coriacee alle più morbide, prima peperone poi melanzana e infine zucchina). Fate andare un pochino e poi aggiungete i pomodori a pezzetti. Incoperchiate e fate cuocere secondo il vostro gusto, magari aggiungendo un po' di acqua calda della pasta. Alla fine basilico e un giro di olio a crudo. Il mio alla fine è uscito così... A questo punto avete tutti i componenti da assemblare: anelli, ricotta veg e sugo ortolano! Vi auguro buon appetito notando che il formato di questa pasta è davvero speciale, in India la considerebbero un cibo degno del tempio di qualche dea e lo chiamerebbero forse yoni noodles! Ci sarebbe da fare un'indagine mito-antropologica in Abruzzo! Mariagrazia Pelaia Fonte: https://www.veganblog.it/, 9 settembre 2009.
- Usi e costumi di Capracotta: rimedii popolari
Una volta, il popolo nostro, anzi che consultare il medico nei casi di grave malattia si affidava ciecamente a qualche cerretano, che spesso colle sue cure rendeva più grave il male e mandava ll povero infermo all'altro mondo senza passaporto legale. Oggi, grazie al rapido diffondersi dell'istruzione, il popolo non si fa curare che dall'uomo di scienza, ma non è ancora del tutto liberato dall'impostura e dalla superstizione. Così, nella pleuritìa, come dice l'anonimo delle Memorie Capracottesi, vi è la barbara usanza di strofinare forte sulla parte che duole per rompere la puntura, come volgarmente suol dirsi. In caso di dissenterìa, usa uova indurite nell'acqua e ricotta marzolina; per la risoluzione dei foruncoli ed altri tumori il cerume degli orecchi e la foglia di giusquìamo; per l'oftalmia si fa lavare l'occhio con acqua dove hanno bevuto animali equini; per la nuvoletta della cornea vi passano sopra un cerchietto d'oro; per i tagli si applica sulla ferita la epidermide di spicchi d'aglio o la tela di ragno, per il morso del cane si applica sulla ferita il pelo dello stesso; per la sìgosi del mento il pane pesto sull'incudine; per le affezioni epigastriche o di petto, si sollevano fortemente le costole (che dicesi alzare le ossa dell'anima) cingendole strettamente con un fazzoletto; per facilitare la suppurazione si suole applicare sul tumore la sugna vecchia di cavallo o di volpe. Inoltre, per evitare l'ascensione di vermi dall'intestino allo stomaco, si usa la collana di aglio sul collo dei fanciulli o la pìttima d'aglio, menta e foglie di pesco peste e applicate sull'ombelico. Per le contusioni e scalfitture si usa il plasma dell' achillea mille folia, volgarmente detta erba a finocchietto. Per aprire i piccoli ascessi suppurati si adoprano le foglie della Datura stramonium, il caglio o la resina di abete. Oggi ancora, contro la febbre terzana si adopera il decotto di genzianella polverizzata in miscela col vino, che vien messo all'aperto e bevuto nelle primissime ore del mattino del giorno dopo. Ne' dolori di ventre il sale comune e l'olio sono le medicine più in uso e nei casi cronici si arriva a passare sull'addome una pietra freddissima e più comunemente un grosso martello di ferro; spesso, anche le mano d'un gemello. La tosse si cura col decotto di fichi secchi, le malattie di fegato con quello di gramigna, gli affanni col pettorale di cartone spalmato di cenere e burro, l'asma con la limatura di ferro, e a rimarginare le ferite provvede la ruta e se di fresco prodotte il tabacco, la fiamma o il grasso dei capelli. Per i geloni si strofina forte sulla parte della mano o de' piedi ammalati uno spicchio d'aglio diviso a metà o tenendo le mani sull'incudine riscaldata a contatto degli ardenti metalli lavorati. Il cimurro viene debellato con la brodaglia di pasta e fagioli non condita, mescolata a pepe e a vino, la flussione d'occhi con bagni d'acqua ferrata, nel qual caso gli occhi si asciugano con pelle di talpa. Nei dolori di gola viene a questa applicata la cenere calda o più comunemente la calza del piede sinistro. Perché? Mistero. Le ferite degli animali si curano con l'olio ferrato, la tosse con olio fritto ed aglio o con suffumigi di sacco di carbone. Si preservano i legumi dagl'insetti, introducendo nella massa un arnese di ferro; i formaggi affondandoli nel grano, i salami (specialità del paese) lasciandoli insaporire dal sale in mezzo al fumo; si rendono, poi, consistenti pressandoli fortemente. Come si vede, alcuni di questi rimedi sono vere superstizioni, altri medicamenti forse insufficienti, ma che possono avere una certa efficacia. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: la strega
È senza dubbio la bestia nera del popolo, lo spauracchio dei bambini, il terrore di tutte le madri. Credono che si trasformi in cento maniere, che penetri nei sacrari delle famiglie sotto forma di gatto o di cane e che rivolga specialmente le sue attenzioni e accordi le sue terribili simpatie ai bambini, di cui succhierebbe il sangue. I bimbi dormono ed ecco la fera Dea avvicinarsi a loro, succhiar loro sangue e batterli con sacchetti di finissima arena, poi sparire rapida come il vento. Ogni sabato le brutte bestie tengono concilio e, dopo essersi unto ben bene il corpo, ballano demoniescamente ignude intorno ad un grosso fuoco, sin che a cavallo d'un caprone, volano a Benevento, sotto il famoso noce. Né il maleficio si limita ai bimbi e alle fanciulle. Chi, se non la strega, può intrecciare la criniera dei cavalli e farne delle anella larghe, tonde dette staffe per potersene servire, nelle sue detestabili corse? Chi, se non lei, può molestare i cani da guardia, quando la notte è alta e tutto tace e sul gregge vigila la luna? Ah! bisogna immunizzare gli animali che vivono con noi dal fascino della strega. Ecco perché sulla fronte dei cavalli e dei cani si fanno delle croci, radendone il pelo. Il popolino, per liberarsi dalle streghe, non dimentica al sabato di buttare sul fuoco un pizzico di sale e di conficcare il coltello sotto la sedia, operazione questa che vien detta ferrare la brutta bestia. Maggiore efficacia viene data alla scopa (granàra), che vien posta dietro la porta d'entrata, prima di andare a letto o a uno speciale sacchetto di spago o di crine a maglie (bucco) o a una grossa pannocchia di granturco. La strega, essi dicono, prima di poter dare sfogo al suo cattivo genio, deve contare i fili della scopa, quelli del sacchetto, i chicchi di granturco; e, siccome quest'operazione richiede molto tempo, e la strega teme la luce, canterà il gallo ed allora la brutta bestia scomparirà sino al tramonto del sole. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Ricordo di Manduccio
Caro Manduccio, sono passati quasi sessant'anni da quel lontano 27 dicembre del 1940, che ci vide insieme per l'ultima volta lungo il percorso dal nostro paese a Castel di Sangro. Quel giorno splendeva un bel sole. La neve fresca, caduta abbondantemente in quei giorni, brillava di un biancore abbagliante. La strada era chiusa fino alla cantoniera della Montagna ed era lì che stazionava l'autocorriera (il postale) che faceva servizio dal paese allo scalo ferroviario di San Pietro. Per raggiungerla partimmo tutti e due di buon'ora, a piedi, unendoci ad un gruppo di compaesani, in gran parte militari, che rientravano ai loro reparti dopo un breve periodo di licenza. Tu dovevi rientrare a Ciampino; io dovevo raggiungere la sede scolastica di Montalto di Rionero Sannitico, cui ero stato destinato. Le vacanze natalizie quell'anno, primo anno di guerra, erano state ridotte a pochissimi giorni e questo spiega l'insolita anticipazione della ripresa del servizio. Eri pieno di entusiasmo per il tuo lavoro di fotooperatore a bordo degli aerei. Giunti sotto il Monte, ci fermammo un momento sotto i faggi incappucciati di neve, che, alla luce del sole che filtrava fra i rami smerlettati di bianco, davano un aspetto fiabesco al paesaggio. Tu scattasti una foto che poi mi spedisti a Montalto. Alla Montagna prendemmo il postale che ci portò alla stazione. Poi prendemmo il treno e facemmo insieme, scambiandoci le ultime confidenze, l'ultimo tratto del percorso fino a Castel di Sangro. A quella stazione, l'ultimo saluto e il commiato. Per me il viaggio in treno era finito. Ricordo che sostai un momento sulla banchina per vederti partire. Tu dal finestrino, sorridente come sempre, mi salutasti con la mano. Fu l'ultima volta che ci vedemmo. Alla fine di gennaio mi giunse a Montalto l'ultima tua lettera. C'era, acclusa, la fotografia scattata sotto il Monte. Conservo ancora la foto e solo un pezzo della lettera, cari segni della memoria di quella indimenticabile giornata. Mi dicevi che avevi scelto di far parte delle formazioni combattenti, in allestimento anche a Ciampino, destinate ad essere impiegate operativamente in Africa settentrionale: «questa grande pacchia finirà e, detto fra noi, quasi ne sono contento. Voglio vedere se realmente è vero ciò che si prova in guerra». Partisti per l'Africa col Conte Rosso. Io lo seppi in paese, appena rientrato dopo la chiusura delle scuole. Una sera del mese di giugno di quello stesso anno 1941 il comunicato radio annunciò l'affondamento, ad opera di aerosiluranti nemici, del Conte Rosso. La nave aveva da poco lasciato il porto di Siracusa. Noi tutti trepidammo perché su quella nave c'eri tu. Pochi giorni dopo il Ministero della Guerra ti dava per disperso. Il sottile filo che ancora manteneva accesa la nostra speranza, si spezzò e noi rimanemmo col nostro dolore. Qualche tempo dopo, nel mese di luglio, pervennero al Muncipio, dal Ministero, alcuni tuoi effetti personali: un'agendina, con la tua scrittura, che io riconobbi, gli occhiali da sole e altri oggetti, che non ricordo. I più lontani ricordi di te risalgono all'infanzia. Tu avevi cinque o sei anni più di me. Ti rivedo quando, nelle sere estive, giocavi con i tuoi compagni di scuola e di giochi, sulla via Nuova. Movimentavate coi vostri chiassosi giochi tutto San Rocco. Ti rivedo allo Sci Club, d'inverno, col maestro Ottorino che vi faceva divertire, in attesa delle gare. Ti rivedo vicino al banco, nella bottega di zio Colitto, intento ad imparare l’arte o a mastreggiare con la macchina fotografica, ritenuta da lui, come mezzo di integrazione del magro guadagno della bottega. Il lavoro scarseggiava. E allora tu e i tuoi coetanei, Pasqualino, Aurelio, Nicola, Giappone, vi arruolaste nell'Aeronautica per sbarcare il lunario e magari costruirvi un avvenire. Eravate appena usciti dall'adolescenza. Facesti il tuo apprendistato nell'aeroporto di Ciampino. Quel po' di arte fotografica appresa da zio Colitto ti giovò e ti indusse a scegliere il ruolo di fotooperatore a bordo degli aerei. Quando tornavi in licenza mi mostravi le foto scattate in volo, alcune delle quali, ricordo, di una grande drammaticità. Il tuo ritorno a casa, in licenza, era atteso con impazienza e salutato con gioia da noi tutti, parenti e amici. La tua espansività, il sorriso che irraggiava il tuo volto, la signorilità del tuo portamento, conquistavano la simpatia di tutti. Ce ne andavamo in campagna con l'immancabile Kodak, la tua macchina fotografica. Mi parlavi della tua nuova vita, del tuo nuovo lavoro, per il quale sentivi molta attrazione, delle tue speranze. Mi aprivi al mondo della città, così diverso dalle nostre piccole esperienze. Conservo alcune delle fotografie fatte durante le nostre escursioni. Particolarmente cara me ne è una scattata sulle pendici di Monte Capraro, sopra alle Fonticelle. Venne con noi quel giorno Giulio, un tuo caro compagno, di cui non ricordo il cognome. Fu lui a scattare la foto sul Monte. Vi si vede la strada che serpeggia bianca sotto di noi e, lontano, sullo sfondo, il panorama del paese, adagiato ai piedi della Guardata. La campagna è brulla. Doveva essere primavera perché sembra di scorgere i bocci sui rami delle piante: l'ultima tua primavera capracottese. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
























