LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Sozio Combustibili, storia di un leader nella distribuzione di carburanti
Le origini della ditta Sozio Combustibili sono datate 1975: in quell'anno il padre di Pasquale, Innocenzo, Carlo e Gianfranco si è trasferito da Capracotta, in provincia di Isernia, a Pescara portando con sé l'esperienza e la conoscenza di boscaioli e carbonai acquisita in una terra dove la principale attività era la pastorizia. Una volta a Pescara questa esperienza diventa un punto di partenza per lanciarsi nel settore della distribuzione di carburanti. Sono necessari solo pochi anni perché la visione imprenditoriale dei quattro fratelli inizi a mostrare i primi frutti e segni del successo e assieme fondano la Sozio snc. L'azienda si sviluppa e cresce prevalentemente a Sambuceto, una piccola frazione di San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti e a pochi chilometri da Pescara. Sfruttando la natura prettamente industriale della zona la ditta Sozio Combustibili decide di investire nel settore della vendita di gasolio, che in poco tempo arriverà a rappresentare il 47% del fatturato dell'azienda. I continui cambiamenti nel settore industriale e civile non hanno fermato la ditta dei quattro fratelli Sozio dal migliorare e aumentare le opzioni proposte dal servizio di distribuzione carburanti. Con uno sguardo all'ecologia e all'ecosostenibilità la ditta avvia la produzione e distribuzione di combustibili ecologici, come pellet, brik e nocciolino, utilizzati spesso sia in ambito domestico sia professionale per riscaldarsi in modo efficiente ed economico. La ditta Sozio Combustibili è oggi disponibile anche per la distribuzione di carburanti liquidi, come il GPL, e il recupero di materiale legnoso di scarti, occupandosi del carico, trasporto e smaltimento trasformando scarti in nuove risorse. Fonte: https://www.soziocombustibili.net/.
- Ritorno al paese
Dopo le note curve del bivio Agnone-Capracotta si apriva l'ampia visione della piana di Agnone, distesa lungo il dorso della montagna come la sella sulla spina dorsale di un somaro: intorno, le creste dei monti più alte, il gradino di Prato Gentile e il folto vello boscoso del cerreto, al di là del quale c'era Roio. Alfio era disturbato nel godimento della vista di quel paesaggio familiare dal continuo parlare di sua moglie, ma comunque il suo animo s'apriva, come sempre, nel respirare quell'aria, l'aria del suo paese, della sua infanzia, del suo passato. Ad Agnone si fermarono sulla piazza Italia, come erano soliti, per comperare qualcosa: un po' di frutta, pomodori, qualche scamorza e mozzarella fresca, una focaccia di pane calda di forno. Ripartiti, la strada s'inerpicava e ridiscendeva in mezzo ad un vasto altopiano senza alberi, costellato qua e là di casali fra il fieno e le rocce. Quante volte aveva fatto quel percorso nella piccola corriera rossa di Cerella, che si prendeva ad Agnone dopo una sosta di circa mezz'ora, scesi dalla più grande corriera azzurra che in circa cinque ore aveva coperto i duecento chilometri o poco più che dividono Roma dalla cittadina molisana! Ad un certo punto la piccola corriera era solita fermarsi, in piena campagna, e l'autista scendeva a prelevare un cestino di ricotta messo sul bordo della strada, in cambio del quale lasciava un contenitore vuoto: tutto intorno, il deserto. Ogni tanto, a una curva, saliva una donna avvolta nello scialle triangolare con una lunga frangia: emanava odore di stalla, di pecora, di formaggio, era bella, molto spesso, con occhi azzurri e capelli chiari, giovane, ma sempre con quell'odore addosso e lineamenti duri, marcati. Oppure era un contadino a salire, con la barba non rasata, la giacchetta aperta su una camicia a quadroni, stile cow-boy, il bordo giallastro della canottiera che si vedeva sotto i primi bottoni slacciati, le mani rugose e callose che penzolavano fuori dalla manica troppo corta. Ogni tanto qualcuno scendeva. La corriera c'era ancora, ma lui era tanto che non la prendeva più, oramai. Si stancava troppo, ora, non ce l'avrebbe fatta a sopportare senza conseguenze un viaggio così pesante e scomodo. Quand'era bambino, ricordava, i vecchi li facevano anche a piedi quei venti chilometri, altrimenti il mezzo adibito era la mula, o al massimo il cavallo. L'aveva fatta anche lui a cavallo quella strada, parecchie volte, dietro suo padre. Ricordava un giorno d'inverno in cui aveva dovuto farla da solo per andare a chiamare il dottore ad Agnone. Era già buio, in inverno le giornate sono corte, specialmente fra i monti. Arrivato all'altezza del cimitero, circondato dal terrore derivante dai racconti terrificanti delle nonne e delle vecchie zie, cominciò a vedere delle luci che si muovevano: i "fuochi fatui" che ballavano la loro macabra danza! Il sangue gli si gelò nelle vene, i peli si rizzarono, un sudore freddo cominciò a colargli da tutti i pori: nascose la testa fra la criniera del cavallo, per non vedere, e via, al galoppo. Ormai il terrore s'era impossessato di lui: dietro ogni curva si aspettava di vedere uscire da un agguato quei briganti che avevano assalito un suo ricco antenato che tornava con un carico di mercanzie e una carovana di muli dall'Adriatico, dal porto di Pescara. La carovana era stata sbaragliata, rapinata, il bisnonno bastonato fino ad avere tutte le ossa rotte ed era morto pochi mesi dopo, fra dolori inenarrabili, circondato comunque dalle cure pietose della moglie e dei figli. La famiglia era stata così ridotta sul lastrico, ed aveva dovuto ricominciare tutto da capo. Se la storia fosse del tutto vera, se fosse un'esagerazione, o addirittura tutta un'invenzione, non l'avrebbe mai saputo: ma allora per lui era vera, era la realtà, e una realtà senza tempo, che poteva essere accaduta cent'anni prima o ieri. Rina parlava quasi senza interruzione e lui, ogni tanto, automaticamente, doveva rispondere. Ma l'anima era fuori dei finestrini della macchina, coi sassi, in mezzo alle macchie di verde, fra gli alberi, fra i radi cavalli che pascolavano. Superato Rosello, con le sue case fra le alte rocce - quasi tutti questi paesi sono costruiti in mezzo a speroni di roccia, pésco nel dialetto locale - ecco che lo sguardo si distende su Roio, addormentato sul costolone della montagna in tutta la sua lunghezza, con le maioliche del campanile luccicanti al sole e l'obbrobrio dell'albergo ormai in rovina, una specie di grattacielo una volta azzurro che supera in altezza persino la torre campanaria. Ecco, sulla sinistra, il cimitero, un piccolo agglomerato di costruzioni bianche, linde e ordinate, dove più di una volta qualche camioncino di venditore ambulante si era incamminato, lasciando la strada principale per la stradina sterrata sulla sinistra, diritta, credendo che quello fosse il paese. Dopo le ultime curve tutte a salire, finalmente il dirizzone del piccolo corso, e la piazza, dove si ferma la macchina. I soliti vecchi sulle panchine bianche di pietra si voltarono a guardare. Nessuno di famiglia, anche se sapevano della sua venuta, anche se abitavano proprio lì, sulla destra, nel primo palazzetto sulla piazza. Eppure era nato lì, in quel paese, quelli erano suo fratello e le sue sorelle, lì aveva ruzzolato e scivolato tante volte sul ghiaccio, aveva fatto a pallate di neve, aveva combinato marachelle, era sceso col padre, sulla mula, fin giù alle vigne, la mattina presto, quando ancora il sole non sfiancava. Ricordava una volta che il padre gli aveva comandato di tornare a casa da solo e lui si era perduto fra i viottoli bianchi che salivano in alto fino al paese. D'altronde lui non c'era cresciuto, lì, a tre anni era stato mandato in Toscana, dai ricchi zii, in Maremma, e lì aveva trascorso il periodo più felice dell'infanzia. Rivedeva ancora sé stesso bambino, di circa sei anni o poco più, aggrappato disperatamente alla gonna della zia, piangente, esserne strappato per tornare in mezzo al freddo e al buio di quei monti, in mezzo a bambini che parlavano un altro dialetto da quello che ormai era il suo. Dovette dire addio per sempre alle spiagge di Cecina, ai cavalli a branco nella pineta, al mare che brillava lontano fra i rami degli alberi. Eppure s'era abituato presto al suo paese: s'era ritrovato fra i sassi dell'Abruzzo, durante le mietiture d'estate, quando i bambini restavano i padroni del paese e giocavano per le strade e le piazze semideserte; durante le tristi giornate invernali, imbiancate solo di neve, che s'andava con le assi delle botti per sci a buttarsi dai pendii, con le gambe nude che uscivano dai pantaloncini corti. Ora i fratelli lo consideravano un estraneo. Aveva tradito. Non aveva più il diritto di tornare, quella non era più casa sua. Aveva studiato in città, ma non aveva messo a frutto i sacrifici del padre per sostenere la famiglia, aiutarla. Se n'era invece fatta un'altra, di famiglia, in città, si era preso una donna della città che guardava con disprezzo al paese, aveva fatto una figlia di città. Era un perfuga. Cosa voleva ora, perché veniva a spiare la loro vita difficile e stentata di montanari, a sbattergli in faccia la sua diversità, il suo incivilimento esteriore, e quella moglie così lontana, così diversa, così sprezzante? Nessuno gli venne incontro, alla macchina. E quando lui bussò ed entrò in casa, solo la sorella gli fece un sorriso inebetito dalla malattia. Lesse l'indifferenza, l'astio quasi nel saluto degli altri. Offrì un pacchetto di dolci. – Non ci servono, grazie. Da te non ci serve niente. Sentì stringerglisi il cuore, raggelarsi. Sentì per la prima volta, dopo settanta anni, che una parte di sé era morta. Si sentì diviso, dimezzato. Una parte percossa, uccisa, morta, sepolta. L'altra parte sopravviveva, ma era sofferente. Era la parte estranea a quei monti, al bosco alto sul colle in faccia al paese, alle scale ripide verso la chiesa, alla porta sgangherata di quella che era stata la sua scuola elementare, ai sassi della strada fatti tante volte di corsa sbucciandosi le gambe. Non diceva niente, a quella parte sopravvissuta, l'aria profumata di prato e di bosco che spirava in quello splendido pomeriggio d'estate, né l'odore della legna da poco tagliata e accatastata per l'inverno. Aveva cominciato a morire, e quella parte di sé che se n'era andata era rimasta sepolta lassù, fra i monti del paese natìo. Nicolino Cese Fonte: https://www.roiodelsangro.com/, 17 aprile 2019.
- Estetica della Trignina
La Trignina, con la SS650, separa l'Abruzzo dal Molise. Con le prime giovanili esperienze in auto, è stata, insieme alla Bifernina, usata per le nostre escursioni a Capracotta, luogo natìo di tanti amici di San Severo, per lo più commercianti in carboni, prima, e gas in bombole, a seguire. Col tempo, anche per collegamenti con Roma. In genere, è stata e restava una via sempre e solo attraversata. È diventata meta, quando ho voluto visitare per la prima volta il Santuario della Madonna di Canneto, in Roccavivara, e Trivento, che ho bisogno di rivisitare. Altri siti conosciuti (Palmoli, Montefalcone e qualche altro) sempre per altri stimoli. Con mente e occhi nuovi, sollecitato da altri tagli e interessi, richiamato dalla 'Ndocciata di Agnone, nel trascorso inverno, e in bella compagnia, ho trascorso un bel weekend in Isernia e dintorni. Visitare quest'area di confine, come tutte le "periferie" che ritengo ricchezza per il futuro, era già nei miei preventivi. E, con tutti i limiti del caso, sto provando con le sollecitazioni che ricevo, come quelle del toponimo "Valle Cupa". Per il primo vissuto, la parte di valle percorsa in salita, con l'accesso in direzione Vasto, è stata un'avventura. E, raggiunta una piccola contrada di case, sono ritornato sui miei passi, con il cartello turistico distrutto e con tanto da approfondire. Per ora, solo emozioni da "estetica dei luoghi", selvaggi, colorati, con scorci di ampia valle, abbandonati, sperduti... senza alcuna presenza umana. Un territorio che lascia tristezza in chi guarda e che cattura per alcune poche case prima vissute, con un uliveto tra tanta selvaggia naturale vegetazione. Interessanti i ponti che attraversano il Trigno, in paesaggi belli. Luigi Gravina Fonte: https://www.facebook.com/, 18 novembre 2020.
- Nostra Me-Dea dei Cagnolini
Entrata in scena da pop star al sound check dell'interprete protagonista. Quando incontri l'amore non dirgli ciao / quando incontri l'amore non dire niente non far rumore quando incontri l'amore. / Quando incontri l'amore / lo riconosci dal sapore: sa di prato bagnato / dove ti rotoli d'ardore. / Non baciare il tuo amore alla stazione / non lasciarlo partire / non perder l'occasione. / Trovare l'amore è un film in produzione / produzione indipendente scommessa vincente / quando incontri l'amore fagli un'audizione. / Quando incontri l'amore digli "chiamo io" e poi fallo davvero / quando incontri l'amore sincero. / Quando incontri l'amore non c'è niente da dire e ti metti a cantare... (cantato) When u meet yr love / you can fly by feet / when you meet yr love / you can see how's great / 'cause true love is fat / like an happy cat / 'cause yr love you're pretty 'nd slim / like a fantastic dream... (così cantando e, inizialmente, recitarcantando, Me-Dea si presenta. La almost pop star è arrivata a casa sua, dove impatta in una invisibile figura inattesa) Me-Dea – Come sarebbe a dire "chi devo annunciare"? Questa è casa mia, fino a prova contraria: tu, piuttosto, chi sei? Oh, il butler.." quello che noi chiamiamo maggiordomo": ma noi chi? Da dove vieni, da Capracotta, butler? Ah, saresti il maggiordomo di Jason: dovresti sapere che, Jason, fino a prova contraria, è mio marito. Come sarebbe a dire "sarebbe meglio fare una telefonata al signore, signora"? (Me-Dea prende comunque un i-phone e chiama) Come sarebbe a dire "chi mi ha dato questo numero privato"? Sir Elton, o Yoko: ci siamo visti ieri all'Harry's dolci alla Giudecca, hai presente Venezia? ...Sono Dea, Jason, o sei troppo fatto per... Guarda che adesso farsi non è + trendy, adesso son quasi tutti vegani, vedi tu. Quelli che non sono ancora passati al cannibalismo neobuddista. Non cambiare discorso, Dea sarà anche un diminutivo eccessivo, ma forse non ti conviene chiamarmi Me-Dea. Lo paghi tu il maggiordomo, Jason? Come sarebbe a dire "che mi dai 24 ore per sgomberare"? Ah, capisco: potevi anche farmelo dire dal butler che hai appena deciso di divorziare. Ti ricordo, Jason, che il disco d'oro per "When u meet yr love" l'hai avuto grazie a me. Gli accordi pre-matrimoniali? Ma non valgono niente... niente vuol dire "un cazzo", Jason: valgono quanto il tuo cazzo, insomma! "Non davanti alla servitù": sarebbe il butler di Secondigliano la servitù? Ah, capisco: "la tua nuova fidanzata la pensa diversamente". Su cosa, Jason, il tuo falletto da fallito, oppure... Come sarebbe a dire "Glauca non pensa affatto che tu sia un fallito"? Non starai mica parlando della figlia di Mr. Creonti, Glauca, Miss Acne Giovanile dell'anno scorso, titolo revocato per superamento dì età massima consentita e peso forma troppo sformato? Stai proprio parlando di Glauca Creonti! No, questa non va detta così, vero Maestro? (ha cambiato tono e si rivolge alla platea) No, certo, io non devo interrompermi se non mi interrompe lei, Maestro, ma volevo dire... lo so, non devo dire "volevo dire", o lo dico o non lo dico, lo so. E allora se lo so perché lo dico? Che faccio, pausa o vado avanti? Ah, passo direttamente al topos, va bene, così non gìoco al gatto col topos... no, Maestro, mi scusi, stavo solo citando... no, niente, sì, certo, non devo fare battute del cazzo. (scioglie la tensione e riprende dal climax) Vedi, Jason, se avessimo dei figli, sarei in grado di vendicarmi su di loro, ma noi non abbiamo figli, solo cagnolini e io non ce la faccio a far del male ai cagnolini, perché con i figli puoi sempre dirti che crescendo magari cambieranno e diventeranno degli stronzi tremendi e allora riesci a farli fuori per vendetta, ma i cani non crescono, non cambiano, sono così innocenti, come si fa ad ammazzare dei cagnolini? Eppure è quello che sto per fare, Jason. E sei tu a farmelo fare, Jason. E soffrirai come un cane, ma io soffrirò come me, che è ancora peggio. (scoppia improvvisamente in singhiozzi) No, scusi, Maestro, non è previsto dal copione... è il pubblico che deve ridere o piangere, non l'attore, lo so... ma è che mi è venuto in mente che da bambina avevo un cucciolo... un cucciolo di cocker, come quasi tutti i bambini di una generazìone prima della mia, che avevano quasi tutti il cocker, mentre i loro genitori avevano avuto il collie... e lo chiamavano Lessie!... (asciugandosi le lacrime) insomma, questo cucciolo di cocker... No, scusi, Maestro, so che non devo mai usare il Metodo in sua presenza, lo so che non c'è altro metodo che la follia... ma non l'ho fatto apposta... (d'un tratto, si mette a ridere, a ridere) L'ho fatto apposta, Maestro! L'ho fatto per te... volevo dire: per lei, Maestro... non mi viene bene il "lei", mi dà una sensazìone femminile che non si addice a lui, cioè a lei, Maestro... insomma, l'ho fatto per darle una soddisfazione: ho fatto finta, insomma! "L'attore è un mentitore, mente anche quando dice la verità". Mai avuto cani da bambina, mia madre diceva... quand'ero bambina, mia madre non parlava mai in italiano e nemmeno in dialetto, parlava con accento francese perché diceva che era chic, très chic: le cagnulen son mignon, me anche figli di mignon, purquà fan pipì dove gli par e alor son dolor, cattivi odor, tu comprand, ma peti? Così, mai avuto cocker da bambina e dunque... Come dici, Paolo? Ah, il Maestro se n'è andato. Quando? Al mio primo singhiozzo, già. E ti ha detto cosa dobbiamo fare adesso? Sei il suo assistente, no? Va bene, non puoi prendere iniziative, sergente; ma io sì: dammi le battute di Jason, che faccìamo la scena del faccia a faccia tra Jason e Me-Dea. (riprende a recitare, come ascoltando battute dalla platea, dette da Paolo, l'assistente) Dunque alfin giungesti, Giason, mosso da pietà del mio o del tuo cuore? Ma tu non hai cuore, Giasone, così come non hai occhi, ma specchi: lo specchio della tua ambizione su cui spargere la neve del tuo infantile delirio di successo. Eppur mi amavi, Jason! Come dici, Paolo? Ah, non sei Paolo: mi pareva che le battute di attacco me le avessi date troppo bene. Ben arrivato, Jason: meglio tardi che... come si dice?... che troppo tardi. Ah, davvero? Eri in camerino, in camerino a concentrarti: con la narice destra o con la sinistra? Siete rimasti solo voi vecchi giovani attori a tirar di coca: voi e i garzoni di panettiere. Oh, risposta pronta, Jason: anche Alain Delon era un garzone di panettiere. Ma sai quante michette e quante marchette ci vogliono a fare un Delon? Certo che lo so bene: sono in vantaggio su di te di un bel numero di punti, sai? No, non sono irritata perché non me l'hai dato... a parte che sono io che non te l'ho data, non essendo tu in grado di darmi granché in cambio, tanto meno piacere... tu la parte, Jason, l'hai avuta solo perché ti chiami come il personaggio e così sta bene in locandina, neanche fosse "Jason as Himselfù"... No, questo non è vero, è una cattiveria consapevole e deliberata, dato che sei bravino, Jason... bravino e potresti diventare persino bravo... bravo, ma codardo, non ti fidi del tuo talento, l'autostima è solo una mascherina per schermare le luci della ribalta... Oh, bella uscita, Jason, la tua: tutta la scenata dimostra che Me-Dea ti ama. Certo che ti ho amato, Jason, fìno a quando mi sono accorta che non hai il coraggio di un cagnolino, un cagnolino capace di buttarsi nel fuoco per salvare dalle fìamme di un incendio la bimbetta di casa... è cronaca... capace di salvarle la vita, donando la sua! Ora, Jason, se non vieni subito a salvarmi dal fuoco della delusione che arde la mia passione, non potrai salvare i tuoi cagnolini dalla mia vendetta. Come dici, Jason? Oh, mi perdoni, Maestro, con le luci in faccia non mi ero accorta che... (di nuovo recita) Ci sono cani che scavano tra le macerie, ci sono cani sotto le macerie, ci sono vite che lottano per vivere e c'è una dignità anche per morire. Ma tu, Jason, lasci morire ì tuoi cani sotto le macerie del tuo stesso monumento virtuale, ingannando me e quella poveraccia schiava della piramide che le fai innalzare... quella poveraccia della tua utile fidanzata: tu sei senza dignità, Jason. Che fai, sorridi? Ridi di me, di Me-Dea? Ridi del mio terribile, orribile gesto? Tu, Jason, avresti già la soluzione?! Tu hai 100mila dollari pronti per clonare ognuno dei tuoi cagnolini: è quello il prezzo richiesto a Tokyo per la loro clonazione. Ma sei tu, Jason, che sei il clone di te stesso: una copia di ragazzo. Da un momento all'altro, la gioventù svanisce e solo Mick Jagger resta Mike Jagger, perché lui è una pietra che rotola, tu uno stronzo che rantola. Applauso: qui è previsto un applauso, vero, Maestro? Sì, va bene, i tempi, i tempi comici, i tempi drammatici, coi tempi che corrono, la scansione, la partitura: queste son cose che interessano solo a noi. Al pubblico no: mi scusi, Maestro. Che cosa interessa al pubblico? E che ne so? Sono un attore, non uno spettatore! Magari, il Regista, invece... Va bene, passiamo direttamente al finale. Me ne vado, Jason: come volevi tu. Ma non l'hai vinta tu: vado via e mi porto via i cani e non saprai mai dove sono e se sono ancora vivi o se sono... se li ho... Me ne vado, Jason: quando vuoi sentirmi, ascolta. Sentirai la mia canzone: "When you meet yor love / you can fly by feet / when you meet your love / your love is big and great / 'cause true love is fat / like an happy cat / 'cause true love is slim / like an happy dream... / But when your love is lost / don't become a ghost / you've lost your lover / don't become a loser / when you lose one love / you can have a break / you can change your look / you can write a book / you can fly to Rome / you can rent an home / where you can live in love / where you can live alone / 'cause you live in Rome / in a room for you own / in a room with view / only you / o-only you / 'cause you live in Rome / 'cause you love in Rome / 'cause you walk in Rome / 'cause you act in Rome / 'cause you dream in Rome / 'cause you drink in Rome / 'cause you sleep in Rome / 'cause you live in Rooome!" ...Ok, ho capito; chiamate voi. Grazie! Fabrizio Sebastian Caleffi Fonte: F. S. Caleffi, Histrio is the girls' best friend, Milano 2018.
- Il tour dei 4 mari
Avevamo progettato una vacanza low cost. Campeggio itinerante fuori dalle aree delle masse vacanziere, alla ricerca del sole in questa estate 2014 in cui in tutta Italia è stato autunno, però dormendo in luoghi freschi. Che toccasse zone di falesie ma anche bei posti di mare. Insomma capra e cavoli, tutto e niente, le nozze con i fichi. Con pochi soldi da spendere e una macchina con 400.000 km. sulle ruote carica di cose. Alla fine saranno 3.800 km. e circa 1.000 euro di spesa (500 a testa) tutto incluso per 18 giorni. Ci possiamo stare. La tenda grande, la cucina, sedie e tavolini per stare comodi e soprattutto il frigorifero portatile. Due ore per montare e due ore per smontare il tutto. Necessità di corrente e quindi niente campeggio libero. Insomma una cosa complicata. Abbiamo anche una tenda piccola, di quelle "2 secondi" per eventuali soste di una notte. Ma l'abbiamo utilizzata una volta sola. Alla fine il risultato dei nostri campi era una cosa così: L'8 agosto partiamo per il Molise. L'idea è montare la tenda nell'agricamping Parco Abete Bianco e scalare nelle falesie dei dintorni. Ho preparato una mappa interattiva con tutte le falesie che sono riuscito a censire dal centro italia in giù. Ho le guide e la documentazione cartacea. Ho anche un computer portatile dietro per aggiornamenti in tempo reale, ma... ha ormai i suoi bei dieci anni, a casa funzionava e appena lo attacco in tenda non vuole saperne. Un bel peso inutile da portarsi dietro. Poi dopo, a casa, al momento di ora attacco la spina e se non ti accendi ti butto riparte come se niente fosse. La logica è quella di aver cercato di prevedere tutto ciò che fosse prevedibile in un ampio ventaglio di scelte possibili, lasciando perciò ampio spazio per l'improvvisazione giorno per giorno, anzi ora per ora, in un itinerario vagamente fissato. Lontano dalle spiagge incasinate, dal caldo del mare, dalle animazioni e dalle discoteche, al fresco se possibile, relativamente vicino a falesie, mare e/o laghi. Il Parco Abete Bianco è in un posto bellissimo. Immerso in una conca erbosa circondata da boschi che sembrano senza limiti. I ragazzi che lo gestiscono gentili e simpatici. Il paese, Pescopennataro, è tranquillo. Subito dopo aver montato la tenda facciamo un giro alle pareti di arrampicata alcune delle quali sono in mezzo alle case del paese. Scopriamo che la guida del Molise è, per questa falesia, piuttosto approssimativa e incompleta. Capire la posizione delle vie presenti nella guida non sarà facile. I gradi sembra siano stati rivisti. E poi ci sono molte altre vie presenti che proveremo a salire senza saperne nulla, né prima né dopo. Il tratto comune è che sono al sole dalla tarda mattinata e che fa veramente caldo. Facciamo quelle in ombra ma sono poche. Una molto facile sul piazzale, una corta poco distante all'ombra di un guerriero, molto intensa, sul 6A+ credo e una fessura sulla parete davanti al piazzale in basso, che la guida indica come 6A e che trovo di un'arrampicata brutta e impegnativa. Il giorno dopo scendiamo più in basso, in una zona della falesia di cui la guida non fa menzione dove ci sono diverse vie (e con notevole potenzialità di future aperture) e prima che venga il sole facciamo un paio di giri su "pietra sannita" e una via accanto più facile. A me sono piaciute, ma non saprei indicarne la difficoltà. Quella che segue un caminazzo verticale direi sul 5C-6A e "pietra sannita" almeno 6B+/6C ma mi rendo conto che è inutile parlare di gradi in un viaggio dove troverò chiodature e valutazioni estemporanee, vie sporche e invase da cespugli, licheni e rovi. Dove magari appigli e appoggi delle valutazioni originarie sono state riempiti da terra e coperte da erba. Entro in modalità: si prende quello che c'è. Quindi basta pensare e quindi parlare di gradi o differenti valutazioni. Anche se a volte, al dovuto ringraziamento di default verso chi chioda, si accompagna la domanda: ma c'era proprio bisogno di fare la "pisciatina" su questa parete? In considerazione di quella ossessione compulsiva di molti chiodatori di andare a bucare la roccia, come a lasciare il segno del proprio passaggio, in "opere" francamente inutili e/o discutibili. Ma tant'è. Non si può pretendere che un trapano in mano faccia diventare artisti o intelligenti. Tornando a Pescopennataro, così com'è come falesia non consiglierei il viaggio, tenendo conto del ben di Dio poco distante. Però ha grandi potenzialità e se al paese vorranno, potrebbe diventare un ulteriore polo arrampicatorio nella zona. In questo caso il Parco Abete Bianco sarà un valore aggiunto per mettere la tenda e per mangiare. Si sta veramente bene. Un altra falesia che volevamo vedere è quella di Capracotta: Pescobertino. Seguendo le indicazioni della guida ho "quasi" azzeccato il sentiero. Trascurando la via più lunga e definita più bella, ho cercato quella più breve. Ho parcheggiato la macchina (come scoprirò al ritorno) in pratica all'attacco del sentiero, ma l'ho scambiato per l'accesso a un campo coltivato. E così ci siamo fatti 40 minuti di ravanata nell'erba alta e bagnata e nel sottobosco di ortiche e zanzare. In pratica parallelamente al vero sentiero. Usciti sulla mulattiera sentiamo un rumore di auto. Mi prende lo sconforto: cazzo... dopo questa ravanata ci si arrivava in macchina? No, era una famigliola col fuoristrada. Moglie e figli scendevano davanti alla macchina indicando al marito alla guida sassi e buche più impegnative, fustigandosi a mo' di flagellanti con dei rami frondosi. Anche il marito dentro, fra una sgassata e l'altra, si fustigava alacremente. Le mosche. Migliaia di mosche. Quelle grosse, insistenti, che tormentano i cavalli e pungono, se, rassegnato, te le lasci passeggiare addosso. Migliaia di mosche sul cofano e sugli sportelli della macchina. E attorno ai fuoristradisti che scappavano verso casa. Il fremito di soddisfazione che mi gratificava a vederli scappare (odio fuoristradisti, quaddisti, motocrossisti e gli auguro ogni male) veniva immediatamente dimenticato quando centinaia di quelle migliaia si trasferivano attorno a noi, obbligandoci ai medesimi movimenti fustigatori con rami di nocciolo. Per tutta la salita, sotto al sole, sudando nell'umidità tropicale, sarà così. Nonostante il liquido repellente di cui ci siamo cosparsi. Alla fine troviamo la falesia. Ci sono un paio di vie lichenosissime. E poi una parete liscissima, sporca, salibile solo dove ci sono delle fessure le quali sono piene di terra e di rovi (lamponi). Questa per esempio sarebbe la più facile (un 6B) ma giuro che per me così com'è potrebbe anche essere 9D. Non ho trovato un appiglio, in quella fessura e la parete era viscida e polverosa. Infatti mi sono calato su una maglia rapida, che poi ho recuperato salendo da una cengia e calandomi. Sopra la cengia ci sono vie più facili, ma francamente non mi è parso valesse la pena. Giudizio sulla falesia: non ci torno nemmeno se mi pagano. Il posto è carino, con una bella vista sulle Mainarde, ma le vie non mi sembra che valgano i soldi spesi in fix. Perlomeno nelle condizioni in cui è la falesia... magari se fosse più frequentata... ma permettetemi di dubitare. Il giorno dopo pensiamo di andare al Lago di Bomba e poi al vicino paese di Pennadomo. Delusione: il lago è bello solo da lontano. Come tutti i laghi artificiali d'estate il bacino si abbassa di livello e le rive diventano una distesa di fango secco. L'acqua è opaca. Non invita a fare il bagno. Fa un caldo bestia e c'è un'umidità che si taglia con il coltello. Ci sdraiamo sotto una pianta per passare le ore più calde, poi andiamo a Pennadomo. Inizio ad avere dei dubbi sul navigatore Waze (gratuito) sul cellulare di Manu. Infatti avevo visto sulla carta che esistevano altre strade ma seguiamo i consigli del navigatore e ci mettiamo una vita e mezza. Arriviamo che fa ancora caldo però e scopro che ovviamente Pennadomo è in Abruzzo e quindi non è sulla guida del Molise e che la guida dell'Abruzzo l'ho lasciata a casa. Facciamo un giro sotto al sole in paese e rinunciamo a scalare. Andiamo a fare un giro all'ombra in un canyon, ma di vie chiodate nemmeno l'ombra (appunto). Il luogo, ma non lo scopriamo noi, è veramente suggestivo. Molto particolare. Pennadomo non è il solo paese dei dintorni che si appoggia a queste lame di roccia. Il giorno dopo andiamo al mare, vicino Vasto, nella riserva naturale di Punta d'Erce. Si traversa la zona industriale di Vasto, si prende una sterrata con divieto di sosta dove tutti parcheggiano, in mezzo a campi di girasole siccitosi e si scende alla spiaggia. Se non fosse per le gru del porto, in lontananza sulla destra, sarebbe un bel posto qualora non ci fosse la gente che c'era. Ce ne andiamo ai margini della spiaggia, vicino agli scogli, senonché immediatamente scopriamo che quella specie di arco che si vede nell'immagine sopra è meta dei pellegrinaggi di tutta la spiaggia per farsi delle foto suggestive. Un viavai continuo di gente che nei cinque minuti che sono stato sdraiato mi ha scavalcato due volte. Prendiamo su tutto e ci spostiamo, camminando in acqua fino a una caletta. Qui non è che manchino i rompicoglioni di passaggio, ma non c'è proprio posto per sistemarsi, oltre quello occupato da noi quindi transitano in acqua e basta, proferendo fra un respiro e l'altro un campionario di fesserie varie che ogni tanto ci fanno sorridere e rinforzare nella nostra acuta sociopatia vacanzieria. C'è da dire però che la sensazione di avere quel conglomerato pendente sulla testa non è piacevole. Specie dopo aver provato a risalire una parte strapiombante sull'acqua in un goffo tentativo di DWS ed essere caduto al terzo movimento con tutta la presa in mano. Ogni tanto viene giù dalle pareti un po' di sabbietta e i grossi pezzi di scogliera a terra testimoniano frequenti distacchi. Fatto sta che preferisco una scomoda posizione sugli scogli piuttosto che quella sulla morbida sabbia ma sotto la parete. Insomma: niente di che. Arrivando lì abbiamo fatto una trentina di km di costa. Tutta costruita, brutta, piena di gente dove accessibile in macchina. Sarà anche piacevole, ma non d'agosto, come molte altre parti d'Italia. Una giornata così così. Di ritorno il navigatore prova a farci prendere una strada nel bosco che dopo i primi km andava riducendosi a sentiero. Riesco a tornare indietro prima che sia troppo tardi. Inizio a diffidare pesantemente dell'applicazione e a insultare ripetutamente la voce meccanica che dà indicazioni. Il giorno dopo partiamo per la seconda tappa del giro: la Basilicata della Val d'Agri con le sue falesie. Voci al Vento Fonte: http://vocialvento.altervista.org/, 2 settembre 2014.
- "Salve Maria", l'unica composizione di Claudio Conti audioregistrata
Da tanti anni, assieme a mio padre - che era un grande patito di musica classica, con una collezione di migliaia di dischi - avrei voluto organizzare a Capracotta una giornata musicale in cui proporre una selezione di opere dei tre maggiori compositori capracottesi: Claudio Conti (1836-1879), Alfonso Falconi (1859-1920) e Vincenzo Sanità (1930-2013). Oltre a ciò, sarebbe stato utile incidere su nastro, su disco o in digitale quelle esecuzioni, così da avere una riproduzione sonora di composizioni finora conosciute soltanto su carta. Quella giornata, poi, si sarebbe potuta ripetere negli anni, variando i brani e, all'occorrenza, anche gli autori. Il progetto ha ancora un posto fisso nella mia mente e spero che l'associazione "Amici della Musica" possa aiutarmi, prima o poi, a renderlo realtà. In virtù di quanto detto sinora, sono sempre alla ricerca di spartiti, libretti e pubblicazioni che riguardino i compositori capracottesi già citati. Ed è per questo che mi sono imbattuto in un CD, "Laudazioni alla Vergine Maria", pubblicato nel 2018 a Lipsia dall'etichetta Rondeau, in cui l'ensemble L'Armonia del Belcanto dà corpo ad un misconosciuto florilegio di devozioni mariane rappresentative, a detta della casa discografica, della tradizione del bel canto ottocentesco italiano: tutti i brani sono stati registrati nella cattedrale di S. Maria a Wurzen, in Sassonia, su un organo del 1932. L'ensemble, tuttavia, è in realtà formato soltanto da due donne, anch'esse tedesche, la soprano Heidemarie Röttig e l'organista da concerto Angela Metzger; quel che più conta è che nella scaletta vi sia una breve ma significativa rassegna sulla scuola napoletana, rappresentata da un giovane Vincenzo Bellini (1801-1835), da Saverio Mercadante (1795-1870) e dal di lui allievo Claudio Conti, che fu un vero e proprio enfant prodige. Di quest'ultimo viene eseguito un "Salve Maria" per mezzo soprano ed harmonium del 1874, cinque anni prima che il Conti morisse prematuramente. Il "Salve Maria" altro non è che una traduzione italiana dell'Ave Maria ma ciò che più interessa è il linguaggio armonico del nostro compositore, che finalmente anche un profano come me ha potuto gustare. Claudio Conti dimostra, in quest'unica e preziosa audioregistrazione, l'importanza della formazione presso il Mercadante, la devozione per il Meyerbeer e, al contempo, lascia emergere alcuni caratteri nuovi del tutto peculiari: si sente che la fine dell'Ottocento è vicina e la scrittura del Conti è infatti più sciolta, quasi irriverente se non fosse che l'oggetto di speculazione è la Madonna. Fraseggio e tessitura vocale sono di alto livello ed anche se la tecnica della Röttig non è sopraffina ne emerge una composizione melodica per nulla austera che, alla sempre più diffusa influenza mitteleuropea, frammischia reminiscenze della tradizione popolare dei natii Abruzzi. Non è un caso se l'amico Francesco Florimo, dotto recensore di musica, due anni prima aveva scritto che Claudio Conti era bravo nell'«informare le novità non di leggerezze ed insipienza, ma a temperarle con dottrina, col gusto, col buon senso, e sovrattutto con quel sentimento d'italianità musicale che è stata una gran gloria nostra, e che ora ci stà sfuggendo». La specialità del nostro era il contrappunto, una pratica musicale che tornerà di gran moda nel primo Novecento per superare la crisi della tonalità e della concezione armonica di fine XIX secolo. Ma, oltre al contrappunto, «il Conti è fra i pochissimi adatti a far cantare, ed a salvar dall'eccidio molte gole e polmoni umani». Adesso, però, non resta che chiuder la bocca ed ascoltare finalmente il "Salve Maria" del maestro Claudio Conti, il più grande compositore di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Alfonso Falconi, in «Ars et Labor», LXII:1, Milano, gennaio 1907; C. Ambìveri, Operisti minori dell'Ottocento italiano, Gremese, Roma 1998; A. Brambilla, I quattro vincitori di Roma per Cattedre del R. Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli, in «Ars et Labor», LXII:2, Ricordi, Milano, 15 febbraio 1907; R. Cafiero e M. Marino, Francesco Florimo e l'Ottocento musicale, Jason, Reggio Calabria 1999; M. Conati, La Nuova Musica (1896-1919), RIPM International Center, Baltimore 2015; F. D'Ovidio, Rimpianti vecchi e nuovi, vol. II, Casa Ed. Moderna, Caserta 1929; M. Di Rienzo, Il maestro Vincenzo Sanità, in M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta. Luglio 2006-giugno 2007, Capracotta 2007; F. Florimo, Cenno storico sulla scuola musicale di Napoli, Rocco, Napoli 1869; F. Florimo, Claudio Conti di Capracotta, in «Gazzetta della Provincia di Molise», VI:5, Campobasso, 24 gennaio 1872; G. Masutto, I maestri di musica italiana del secolo XIX, Cecchini, Venezia 1884; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2016.
- L'avvocato Ninetta (X)
Scena X Bettina e detti. Bettina – Comme, già ve ne iate? Giacinto - Già me ne vaco?! io stongo 'a meza iurnata ccà ncoppa, n'ata vota me porto 'o lettino. Bettina – E 'a piccerella mia comme v'è parza? Giacinto – Non è una donna, non è un uomo, non è un avvocato... Bettina – Se pò sapé che d'è? Giacinto – È un angelo... è na cosa celeste. Ninetta – Baró jatevenne, mò ve ne caccio io mò. Giacinto – (confuso) Stateve bene... addio, arrivederci... Uh! mò me scordavo... D. Erbè io ve saluto, piacere di aver fatta la vostra conoscenza. (via spinto per forza) Giulio – A forza D. Erbetta me vò chiammà... Ninetta – Ah! se n'è ghiuto finalmente. Mammà, sa che t'avviso, che se io aggia fà 'o paglietta sta storia nun pò j nnanze accussì. Non pozzo fà na figura ridicola pe causa tua. Bettina – Ma figlia mia, sò combinazione che se danno. Ninetta – Ma che combinazione me vaje contanno. Comme, me manne tre, quatto vote a zucarme, mò p' 'o sale, mò p' 'o pepe, 'a criatura che chiagne. Io sto in una posizione falsa, nu poco che nce mettimmo d' 'o nuosto, ccà 'a cosa se piglia a bagattella e nun se magna cchiù. Dì tu Giulio, ho ragione o ho torto? Giulio – Hai ragione perfettamente. Ninetta – E meno male che 'o Barone era nu piezzo 'e scemo, ma se era na persona seria, che figura avria fatta? Giulio – Eppure scemo e buono ha menato na botta, ha ditto: L'avvocato è ghiuto a dà latte a criatura... e rideva!... Ninetta – Avite capito?... Avite capito di chi si tratta? Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il racconto del vino piace ai giovani
Un progetto, purtroppo, ormai chiuso, che ha mostrato di avere enormi potenzialità, soprattutto se sostenuto dalla continuità delle azioni e dalla forza della comunicazione, entrambe necessarie per controbattere il potere strasmisurato, in quanto a pubblicità e coinvolgimento, delle multinazionali delle bevande alternative al vino. Ora, in quella grande sala della scuola di una delle tre città d'arte del Molise, Agnone, la patria delle campane, che una stessa famiglia, i Marinelli, produce dall'anno Mille, risultando la seconda impresa più longeva al mondo, sentivo di rivivere vecchie emozioni. C'erano ragazze e ragazzi di un territorio che, alla fine dell'Ottocento, aveva vigneti sparsi ovunque con la gran parte di uve a bacca bianca, che ben s'abbinavano ai piatti di un territorio dove la pastorizia e la zootecnia erano le attività prevalenti. Poi, a partire dagli inizi del secolo scorso, la vite è andata via via riducendo il suo spazio, fino a scomparire con lo sviluppo della vitivinicoltura lungo la fascia litoranea, segnata dalle dolci colline che guardano le isole Tremiti e il Gargano. Ne ero già convinto da tempo - e l'incontro di quest'ultima metà di novembre me l'ha solo confermato - che il vino, oggi come non mai, ha bisogno dei giovani per poter continuare a raccontare la sua storia, lunga seimila anni, di compagno di vita dell'uomo e che i giovani, in cambio, possono trovare nel vino l'amico di sempre. A partire da qui, da queste aree interne posizionate nella parte alta dell'Appennino, dove la vite può tornare ad abbellire ancor di più il paesaggio montano, che scivola verso il fiume Trigno, dare opportunità d'occupazione e, soprattutto, d'immagine a un territorio fortemente vocato al turismo con le sue campane, la memoria del suo artigianato, l'arte casearia, i tartufi, le preziose lenticchie e le piste da sci di fondo di Prato Gentile, nella vicina Capracotta, il comune più alto (1.400 metri s.l.m.) dell'Appennino. Il vino ha tutto, in particolare in posti simili a questo, per esser opportunità d'impresa e occupazione in un momento in cui tutto sembra andare verso l'orlo del baratro per colpa di un sistema che è giunto da tempo al capolinea, con tanti tentativi tutti falliti. Fallimenti che dovrebbero far capire che è inutile insistere e che, per andar avanti, c'è bisogno di tracciare un nuovo percorso per ripartire. La marginalizzazione, in questo modo, si trasforma in una grande opportunità, che serve per ripartire col piede giusto. In pratica le aree tenute ai margini da un tipo di sviluppo ormai fallito - cioè il territorio con le sue risorse e i suoi valori, a partire dall'agricoltura - devono tornare, se riportate al centro, a svolgere il suo ruolo di volano dell'economia. Senza dimenticare che sono proprio le aree interne ad avere straordinarie potenzialità, tutte ancora da esprimere, in agricoltura con le produzioni biologiche e di qualità, come nel turismo, nel momento in cui entrambe questi campi d'attività trovano nella conoscenza quel legame necessario per la partecipazione alle scelte, nello stimolare la progettualità e la possibilità d'innovazioni. Il vino ha tutte le possibilità di fare il miracolo, se viene posta la stessa attenzione e lo stesso interesse che abbiamo trovato nei giovani dell'area di Agnone, rimasti colpiti dalla storia e dalla cultura di questa nobile bevanda, che deve - e questo spetta al mondo del vino - rilanciare la sua quotidianità, approfittando della crisi. Ed è Dioniso, con questo suo dono ambiguo, a farci dire che è la dismisura dell'ebbrezza (l'esagerazione, lo spreco, lo sballo), a svelare la misura della ragione (la sobrietà, la moderazione). Parlando di vino ai giovanissimi di Agnone mi son reso conto che c'è la possibilità di tornare a credere nelle cose vere, quelle che più ci appartengono, per sentire il gusto della semplicità e vivere l'emozione del tempo, del confronto, del dialogo. C'è, anche, la possibilità di sperare, partendo dalla sola vera ricchezza che uno ha, il territorio, che anche qui, in questa parte alta del piccolo Molise, col rilancio della vigna, può trovare nel vino il suo testimone. Pasquale Di Lena Fonte: P. Di Lena, Il racconto del vino piace ai giovani, in «Oinos», II:7, Arcidosso, ottobre-novembre-dicembre 2013.
- Come "impiegare" il tempo: indicazioni di un percorso esistenziale (II)
2. Attenzione al corpo Abitare il corpo: è il nostro modo di essere al mondo, di rispondere ai suoi molteplici richiami e alle sue sollecitazioni di gioia e di dolore. Siamo chiamati a conoscerlo, ascoltarlo e amarlo perché in esso costruiamo la rete di relazioni che dà senso e contenuto al nostro abitare il mondo. «Divento io dicendo tu», afferma Martin Buber. Il tu ha la forma del visibile naturale, che è principio del riconoscimento di sé. Abitare anche il tempo è un altro passo per ricuperare la dimensione contemplativa dell'esistenza, senza la quale il vivere perde sapore e profumo. Ciò che distingue la vecchiaia dalla età giovanile è il rallentamento dei movimenti del corpo. La vita del vecchio si svolge al rallentatore. Sempre più lenti i movimenti delle mani e delle dita, sempre più lento il passo e il camminare. Sembra che è destinato naturalmente a restare indietro, mentre gli altri avanzano. Anche le idee escono più lente dalla testa. La lentezza è penosa per sé, suscita più compatimento che compassione. Ha bisogno di riposo, si siede, si ferma su una panchina, vorrebbe affrettare il passo ma non può. Quando parla cercando le parole lo si ascolta magari con rispetto ma con qualche segno di impazienza. (N. Bobbio) L'anziano si ripete senza accorgersene, perché anche il meccanismo della memoria si è inceppato, si è rallentato. Non riesce a ricordare le situazioni che un tempo erano familiari. La situazione è aggravata dalla rapidità dei mutamenti dovuta al progresso scientifico e tecnologico: il nuovo diventa subito vecchio. Tenersi aggiornato richiederebbe agilità mentale superiore a quella del tempo passato, invece a poco a poco si rallenta, va diminuendo. Attraverso il corpo si intrecciano le tre grandi esperienze dell'esistenza umana: la sessualità con la sua fisicità e istintualità, l'eros che è tenerezza, bellezza e passione, l'amore, che è dono nella reciprocità, simbolo di trascendenza e di eternità. Il corpo è un dono, non un bene di proprietà, il modo in cui lo trattiamo rende onore a Dio, che ce lo ha donato. Merita di essere amato, non solo nella sua bellezza e salute, ma anche nella sua trasfigurazione, dovuta alla imperfezione, alla malattia, all'età. Ogni corpo esige irrinunciabile rispetto, meravigliata ammirazione, custodia premurosa. Aver cura di sé e del corpo è un dovere e un elemento imprescindibile per parlare di vitalità e amore, e per non ammalarsi di desideri inappagabili. Ogni persona ha un corpo, in modo più preciso dire l'uomo è corpo, perché il corpo non è un involucro, semplice compagno di viaggio, ma parte essenziale della vita. Si espone a sé e agli altri, ha un linguaggio sociale, un linguaggio gestuale che parla con immediatezza. Il gesto è immagine e metafora, azione e simbolo, trasparenza ed evidenza. Il linguaggio espressivo del corpo è il luogo privilegiato per la manifestazione dei sentimenti e dell'universo emotivo della persona. Nel timbro della voce, ad esempio, si concentrano e si riflettono tutte le sfumature della naturalezza e della disinvoltura, dell'abitudine e della capacità di ascoltarsi. Parole e segni del corpo rivelano la verità della persona. La spontaneità con cui si presentano esprimono in modo più forte volontà e intenzioni. Il linguaggio corporeo proviene dal profondo. In alcune espressioni del volto affiora, si vede, si tocca l'inconscio. L'inconscio non inganna, perché non conosce il calcolo e la menzogna. Quando il calcolo e la menzogna intervengono, il corpo ha già parlato. I tempi che viviamo ce li detta il corpo, l'arte di rinunciare e ridurre tutto ciò che comporta e costa forze, va accettato e seguito, anche se è duro e difficile accettare serenamente il rallentamento, la diminuzione e la fragilità. Il consiglio di un medico e l'aiuto dei farmaci aiutano a sostenere le forze fisiche e allungano la vita. Vivere la vita in progetto, come lucidamente afferma E. Mounier, è un atteggiamento essenziale per conservare la dignità della persona. Il futuro è breve e fragile, il vecchio è padrone di un lungo e ricco passato, vive al rallentatore il presente. Il passato nutre il presente ed il presente è solo ciò che ci appartiene. Viverlo con dignità, valorizzarlo, riuscire a goderne la semplicità, capirne l'importanza è un modo di "vivere la vita in progetto". Un vecchio capace di non lamentarsi, di valorizzare ciò che ha, di chiedere aiuto con gentilezza ed esprimere la gratitudine e l'amore alle persone vicine, vive degnamente il presente. Non disprezza o sottovaluta quella specie d'amore che è la compassione, il più alto sentimento secondo la visione cristiana e anche secondo l'insegnamento di Buddha. Numerosi studi mostrano che l'attività fisica volontaria agisce sulla plasticità sinaptica cerebrale e migliora lo stato cognitivo. Corpo e mente non sono due mondi distinti e separati. Uno stato di tensione muscolare può decisamente influenzare il tono muscolare e viceversa, condizionando anche competizioni di alto livello. Una semplice passeggiata comporta non solo attività fisica, ma stimolazione cognitiva e, quasi sempre, interazioni sociali, prevenzione e riduzione del declino cognitivo. Semplici esercizi fisici aiutano a mantenere il tono muscolare (il cervello è il muscolo più grande e più importante) e la flessibilità delle gambe e delle braccia (12 esercizi ripetuti 40 volte ogni esercizio). Eseguiti in casa, non in palestra, con costanza ogni giorno, permettono di mantenere un corpo sufficientemente equilibrato. Anche la danza, che combina insieme aspetti motori, cognitivi, emotivi e sociali, con la stimolazione ritmica, può avere un impatto potenzialmente multidimensionale e un piacevole rilassamento. Attenzione ai tre pericoli che minacciano la stabilità fisica, espressi con tre C dalla psicologia e dalla saggezza popolare: caduta, catarro, cacarella. Prevenzione e cura del proprio corpo permettono di mantenere una padronanza sufficiente di sé e delle fragilità psico-fisiche e attivare le caratteristiche di personalità efficaci e desiderose di vivere, non di campare semplicemente. Corretta e pacata deambulazione, attenzione all'apparato cardio-vascolare e respiratorio, cura dell'apparato genitale e digestivo, delle cistiti e prostatiti, sono semplici consigli da tenere d'occhio. Il pensatore inglese Newman chiedeva in preghiera a Dio una buona e sana digestione e... anche qualcosa da digerire. 3. Crescere in cultura Mettere la cultura al vaglio del tempo e della vita e lasciare un segno gradevole per essere e sentirsi utili agli altri, è compito e impegno di tutti. Non solo la pur valida cultura accademica con lauree e diplomi, ma la coltivazione di valori capaci di dar senso alla vita e alla realtà. Far crescere la conoscenza e l'abilità critica di esaminare e giudicare con spirito pronto e animo sereno gli avvenimenti, il mondo, gli uomini e le donne, tutte le cose che accadono. Acquisire l'abito mentale, far crescere la dimensione critica e mettersi alla ricerca costante del vero, per farlo diventare nostro sangue, quasi nostra natura, questo si chiama sapere, questo è cultura. Apertura al dialogo, ottimismo di fondo, vivere ciò che si insegna e insegnare ciò che si vive, incontro con l'altro nell'ascolto reciproco, positivo e attivo, per scoprire e comprendere il valore delle parole e dei pensieri, questo è anche cultura. Offrire orizzonti per appassionarsi all'arte, alla poesia, alla musica, uscire dall'isolamento, mettersi in relazione, creando comunione di intenti. Il ruolo della cultura oltre che cognitivo diventa rivelativo. La filosofia, la poesia, l'arte, la musica rivelano dimensioni inattese del vivere e dell'agire. «In chi contempla la bellezza si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana». Proporre il Vangelo oggi in una cornice di bellezza è un compito altamente educativo e rigenerante. Il Vangelo è bello e rende bella la vita. La bellezza umanizza, allarga l'anima, crea armonia nell'intimo e lo rinnova, in una parola: «la bellezza salverà il mondo», secondo una celebre affermazione del grande scrittore russo Dostoevskij. «Il Vangelo è poesia», punto d'incontro e sintesi di un rapporto sereno e profondo, osserva e chiosa con acuta sensibilità la poetessa Alda Merini. Educa il cuore, biblicamente centro del pensiero e del sentimento, avvia a quella trasformazione per cui si diventa finalmente umani, educa lo sguardo e lo riempie di senso. La poesia è necessaria come il pane, conclude la poetessa. Accettare le sfide e le svolte culturali del nostro tempo, acquisire una mentalità e un atteggiamento nuovi, attraverso il dialogo e l'inculturazione, è frutto maturo della cultura. L'inculturazione consiste nello sforzo di sviluppare le proprie potenzialità per aprirle ad un umanesimo integrale. La fede non è fatta per spegnere, ma per alimentare le giuste attese degli uomini e dischiuderle verso orizzonti di giustizia vera e di fraternità universale. L'incontro tra Vangelo e cultura moderna è possibile, necessario, utile anche se non facile. Ogni volta che si annuncia il dato della fede si incide in bene, si provoca una conoscenza motivata di valori che toccano la coscienza e invitano a farne esperienza. La sua azione ha grande valenza formativa, incide sulla mentalità e sui comportamenti, genera cultura, fa crescere in umanità. La promozione umana è parte integrante dell'evangelizzazione. La credibilità e l'efficacia dell'annuncio della Parola di Dio dipendono dall'amore cristiano, che non è riducibile a mera filantropia, ma sta nel porre la propria vita al servizio dei fratelli, specialmente i più poveri, amandoli con lo stesso amore con cui Cristo ha amato noi. Dare tempo e spazio alla cultura, usarla bene (bene uti), affermava Agostino, riempie la vita e la valorizza. Desiderare con incredibile ardore del cuore l'immortalità della sapienza. Amare i libri, leggere in profondità e con discernimento, «con desiderio di verità, di bene, di bello», per distinguere ciò che è vero giusto e buono da ciò che è falso, ingannevole, distruttivo. Senza essere manipolato dalle false culture e dalla dittatura del pensiero unico. Una cultura sana e vera educa e rende capaci di libertà e responsabilità. Leggere almeno alcuni quotidiani (Corriere, Avvenire, Repubblica, il Centro ecc.) o settimanali (Panorama, Oggi, La voce e il tempo di Torino, per fare qualche esempio e altro…), alcune Riviste mensili di cultura (Civiltà cattolica, Studi cattolici, Testimonianze ecc.) seguire alcune rubriche della Radio (specialmente Radio3, ad esempio Rassegna della stampa, Prima pagina, Terza pagina, Fahrenheit), alcuni programmi televisivi (TV Uno, L'eredità, Canale 5, TV2000, ecc.) rendono vivi e presenti argomenti attuali e sollecitano la curiosità e l'intelligenza critica. La vita non è il copione di un film, in cui tutte le scene sono già scritte, ma un'avventura nella quale bisogna buttarsi e conoscerne tutti gli aspetti. 4. Esercitare la memoria La memoria è un sistema o struttura in grado di garantire la conservazione e il recupero di informazioni nel tempo. Registrare e recuperare le informazioni ricevute corrisponde alla capacità di riconoscerle e ricordarle nel tempo. Il ruolo dell'attenzione nella memoria a lungo termine (MLT) permette di immagazzinare e trattenere informazioni più a lungo. Anche i fattori emotivi possono interferire, ad esempio l'ansia indebolisce la capacità di ricordare. L'oblio può avere cause organiche come traumi cranici o danni cerebrali. La malattia più nota che riduce la capacità di memoria, soprattutto nelle persone anziane, è il morbo di Alzheimer. Il progressivo declino delle facoltà spirituali, può causare gravi scompensi alla persona, facendola diventare incapace di svolgere qualsiasi attività autonoma, vivere in uno stato di dipendenza dagli altri. Potenziare la memoria umana è pratica da fare ogni giorno. Nell'antichità classica si consigliavano gli espedienti utili a ritenere qualsiasi tipo di nozione difficilmente memorizzabile. L'espediente fondamentale consisteva nell'attribuire alle nozioni da ricordare «la medesima disposizione di un ambiente ben noto e familiare» o mettere in versi ciò che si voleva ricordare, sfruttando le facilitazioni fornite dalle assonanze metriche. Un ulteriore metodo è quello delle parole chiave, in cui si associa una parola nuova ad una di suono simile, o "metodo del luogo", in cui si abbina ciò che si vuole ricordare a luoghi noti. In genere, quando una la persona migliora la propria competenza cognitiva, cioè la coscienza di ciò che fa la mente mentre ricorda, migliora conseguentemente anche le proprie prestazioni. Vivere seriamente il tragico quotidiano significa essere presenti a sé stessi in ciò che si fa, abitare le parole che si pronunciano, essere attenti e vigilanti. Vigilanza e attenzione sono due movimenti essenziali della memoria, di una vita capace di incontrare il reale, di abitare il mondo, di incontrare le persone. Un consiglio viene suggerito da un padre del deserto, Arsenio, «fuge, tace, quiesce», cerca consapevolmente la solitudine, vivi il silenzio come azione interiore, persegui la pace interiore. Evita il chiacchericcio infinito e sterile delle chat, delle comunicazioni futili e inutili dei social, del cinquettii di twitter…e ricorderai meglio la vita che scorre tra la tirannia delle abitudini, che tolgono la libertà responsabile, e paralizzano a volte la persona. È una scelta consapevole dell'essenziale, accresciuto senso di integrità e unità personale, recupero della memoria. Il rapporto col tempo che si vive è determinante, dar tempo al pensare e riflettere, fare unità tra presente e passato, soffermarsi sulle cose per scoprirne la durata, è un atteggiamento da assumere per una esperienza di vita aperta allo stupore. L'uomo di sabbia, di cui parla la psicanalista Catherine Ternynck, per definire l'uomo contemporaneo, sgretolato nella sua soggettività, sembra aver perso la sua capacità e memoria di stupirsi. Non ci si può stupire quando tutto è "a portata di un click". Si perde la lentezza e la lunghezza del tempo e della memoria. La vita si rafforza donandola, si indebolisce nell'isolamento e nell'agio, cresce e matura nella misura in cui la doniamo agli altri. Uscire dall'autoreferenzialità e da sterili passatempi per assumere la spiritualità dell'impegno radicata nella gioia di vivere e sentirsi persona, è compito di tutti e di ciascuno. Gli antichi maestri di vita spirituale hanno dato il nome di A-kedia o accidia, letteralmente assenza di cura, ad un peccato dai tanti volti e soggetto a un incessante cambiamento: dalla solitudine al tedio, dal torpore allo sconforto, dal dubbio al dissenso. È un cadere nella "paralisi dello spirito", nell'inerzia, in una indefinita pigrizia, in un progressivo declino della facoltà spirituali, in una malattia dello spirito che si insinua anche nella psiche. È una perdita della memoria morale nella vita contemporanea, causa la crisi dei vincoli, dell’amore, della famiglia, dell’amicizia, della fedeltà: niente più si radica, niente permane. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Tutto è liquido, tutto è fluido. La Rivista americana "Time" ha scelto papa Francesco come uomo dell'anno 2013, con questa motivazione: «In meno di un anno ha fatto qualcosa di veramente significativo: non ha cambiato le parole, ha cambiato la musica». Essere testimone e portatore di una parola credente e credibile, fondata su un'esperienza diretta «nel donare la vita trovando gioia nel dono», significa "cambiare musica". Anche Piero Angela, personaggio noto a tutti, ha conservato la sua consueta serenità, la memoria e la sua razionalità, affrontando la vita, la scienza e la morte, in piena lucidità e tranquillità, mantenendo intatte la propria coerenza e le proprie idee. La passione per la musica lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza fino all'ultimo, fedele e convinto servitore della facilitazione e volgarizzazione della scienza, della cultura e del sapere. Questa è la sintesi ragionata delle mie modeste riflessioni. Sull'esempio di papa Francesco e di Piero Angela, anche noi siamo invitati a "cambiare musica" ogni giorno del nostro pellegrinaggio terreno, per impiegare bene e con gioia il tempo della terza età. Osman Antonio Di Lorenzo
- Ciro il gatto giocherellone
Ciro è il re della casa. Era solo e non si reggeva in piedi, magrissimo, quando lo vidi per la prima volta abbandonato sul retro di casa. Ero appena tornato da Capracotta nell'Alto Molise, dove da alcuni anni, in estate, organizzo incontri culturali. Quella mattina stavo schiacciando le mandorle, una bella cassetta donatami dall'amica Luciana. Un lavoro paziente e rilassante, quando sentii un miagolio provenire dalla legnaia, mi girai e non senza una comprensibile sorpresa vidi un gattino rosso. Mi avvicinai, lo presi in braccio e vidi che era un maschietto. Entrai in casa per prendere un po' di latte e lo versai in una ciotola. Il gattino si avvicinò subito al cibo e gradì molto. Si vedeva che aveva fame! Ripresi a schiacciare le mandorle con un martello, ero ancora all'inizio del lavoro, ma la mia attenzione era rivolta alle mosse del gatto. Lui tentò più volte di salire sul tavolo, ma senza riuscirci. Poi gli misi uno sgabello più basso e così prima salì su quest'ultimo e poi finalmente sul tavolo. Per tutta la mattinata rimase al mio fianco osservando le varie operazioni che stavo eseguendo. Poi rientrai in casa, ma lui con un balzo mi seguì dappresso e allora capii che mi aveva scelto. Lo chiamai Ciro perché in me vive uno spiritello partenopeo giocoso. La sua vista mi mise subito allegria e da quel lontano Agosto del 2013 non ci siamo più separati. Dopo la morte di Nocciolina, tranne che per un brevissimo periodo in cui s'aggirava intorno casa un gatto nero, non avevo avuto più rapporti diretti con gli animali domestici. Nelle belle giornate di sole Ciro ama sostare sdraiato sull'uscio di casa. Ti guarda, ti scruta e ti porge il capo, desideroso di coccole. Non c'è giorno che non faccia le fusa e angolo di casa che non abbia visitato. Poi lo vedi correre, come una freccia rossa, tra le erbe dei campi, ad inseguire una foglia che vola e un senso di libertà si fa spazio in me a dilatare l'anima. Ciro è un gatto giocherellone, si nasconde dietro la porta e poi all'improvviso ti fa l'agguato! È un incredibile predatore e si muove con una velocità supersonica. Una volta si vide circondato da tre cani e la situazione si stava facendo pericolosa, tant'è che mi rivolsi ai loro padroni invitandoli a richiamare i cani. Ebbene, Ciro con un balzo, davvero felino, è il caso di dirlo, salì su un albero fino all'altezza di circa 4 metri. E ai poveri cagnacci, con un palmo di naso, non rimase che abbaiare! Non c'è topo che transiti nei paraggi che si lasci sfuggire. Una volta portò davanti casa un piccolo serpente e in un'altra occasione anche una bellissima talpa. Un giorno mi accorsi che si era posizionato sul cornicione del terrazzo, in una postazione favorevole, intento a fare un agguato a qualche uccello. È un'ira di Dio! E così, mentre all'esterno non sta fermo un attimo, una volta che rientra dentro casa, mi vien voglia quasi di dire impropriamente, si mette le "pantofole" e diventa pacioso! In questo scorcio invernale non ama uscire di casa preferendo stare al calduccio. Il suo posto preferito è davanti al caminetto. In estate, invece, si posiziona nei posti più ventilati e ombreggiati e a volte lo vedi sopra un albero come una vedetta. Ha imparato ad aprire le porte appendendosi alle maniglie! Addirittura apre l'armadio! Spesso sale sulla mia scrivania e si posiziona a fianco del computer come in questo momento, quasi a suggerirmi le cose che devo scrivere su di lui! A volte sale anche sulla tastiera mandandomi in tilt il computer! In quei momenti mi vien voglia di strozzarlo, poi lo guardi e ti passa l'incazzatura! Tutti i miei amici conosco Ciro, ma lui non ama molto farsi prendere in braccio, come vorrebbero alcuni, preferendo stare in nostra compagnia sdraiato sul divano. Questo è il "mio" Ciro, un gatto anarchico che come tutti i felini ama la libertà. È un gatto adulto e grosso di corporatura, ha un pelo lucidissimo con belle striature ed ha una coda bellissima che sembra un pennacchio! Ormai il gatto fa parte della mia vita, lui sa le mie abitudini ed io le sue, Ciro il fedele compagno delle mia quotidianità. Michele Meomartino Fonte: https://michelemeomartino.wordpress.com/, 19 dicembre 2020.
- L'esosa omiletica nella Capracotta del Settecento
Lo stereotipo dell'antico predicatore è quello del gesuita di nero vestito, del domenicano in veste bianca o del cappuccino francescano coperto da un rozzo saio, in ogni caso quello di un prete che si sbraccia, ammonisce la folla per i peccati del mondo ed annuncia la gloria del mondo che verrà. In realtà la predicazione è stato il mezzo più efficace per diffondere il Vangelo, anche se, dopo la grande crisi religiosa del XVI secolo e le conseguenti guerre di religione, la predicazione assunse, dal Seicento in poi, un valore strumentale. Per le funzioni solenni, ad esempio le prediche dell'Avvento e della Quaresima, occorrevano spazi vasti, capaci di accogliere folle numerose o almeno la totalità dei fedeli di quel dato luogo. Una predicazione gesticolante ed ampollosa, unita alla ricerca di effetti visivi e drammatici, rappresentavano così il modo più semplice per far colpo sul pubblico, quasi sempre analfabeta. I temi tipici dell'omiletica (arte della predicazione) settecentesca erano rivolti a far intravedere delle realtà ottimistiche, come la felicità eterna e la vita nell'aldilà. Nelle prediche si preferiva percorrere il cammino verso il paradiso associando al pensiero della beatitudine celeste quello dell'inferno. Nei sermoni non mancavano elementi spettacolari, come quando, «verso la fine della predica spesso [il predicatore] si calcava in testa una corona di spine e sulle spalle nude con una disciplina di ferro cominciava a pestarsi la carne. Non contento, con un sughero rotondo incassato in una scatola di latta, armato di spille e di aghi, si batteva forte il petto, facendosi uscire il sangue in gran copia davanti a tutto un popolo che piangeva e implorava misericordia». Gli effetti erano strepitosi: confessioni di massa, conversioni a fiotti, paci tra famiglie in guerra, tra paese e paese, bando del gioco e delle canzonette oscene. Il predicatore, dal canto suo, doveva padroneggiare il latino, il greco, l'ebraico e l'italiano. Ma soprattutto era necessario conoscere la dottrina. L'ascendente sociale del predicatore derivava in gran parte dalla sua effettiva capacità di rimproverare gli ascoltatori e di richiamarli all'adempimento dei loro doveri: compito particolarmente delicato quando si trattava di notabili e ricchi proprietari, gente che teneva sotto scacco la popolazione. La predicazione, insomma, era presente in quasi tutte le situazioni della vita collettiva di allora e persino l'aspra e montagnosa Capracotta non sfuggiva a tale consuetudine. In realtà, più che di consuetudine, trattavasi di obbligo per la comunità locale di sostentare il predicatore di turno. E questi, a loro volta, sulla base del loro talento e del successo, avevano dei cachet più o meno alti da corrispondere. Gli eccessi del periodo barocco portarono, nel 1743, il Regno di Napoli ad emettere un «dispaccio per l'affare dei predicatori», col quale si intendeva fissare la contribuzione dell'elemosina da parte della università del Regno. Con quel provvedimento il sovrano Carlo di Borbone intervenne per regolamentare e uniformare le procedure di nomina dei predicatori di Avvento e Quaresima, richiamando vescovi ed amministratori all'osservanza dei rispettivi obblighi. Michele Mancino ipotizza che «fu forse a seguito di queste e di altre misure che cominciarono a manifestarsi più frequentemente, nelle comunità del Meridione, i segni di una progressiva disaffezione nei confronti della prassi secolare dei cicli di predicazione annuale». Grazie agli atti dei processi della Delegazione della Real Giurisdizione, conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli, sappiamo che quella disaffezione portò ad esempio gli amministratori di Capracotta, nel 1785, a chiedere ufficialmente al vescovo Gioacchino Paglione la facoltà di venire esentati dall'obbligo di provvedere al predicatore. Quell'anno, insomma, Capracotta fece la sua piccola Rivoluzione francese, quattro anni prima degli Stati generali che daranno il via al più grande stravolgimento della storia occidentale. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Caruso, La Delegazione della Reale Giurisdizione e il suo archivio, in «Archivi», VII:2-3, Roma 1940; Delegazione della Real Giurisdizione. Processi, vol. III, b. 1550, Archivio di Stato di Napoli; M. Mancino, Il costo della predicazione nell'Italia moderna: criteri di finanziamento e dinamiche conflittuali, in U. Dovere (a cura di), Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento. Possesso, uso, immagine, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004; C. De Frede, Benedetto Croce e l'Archivio di Stato di Napoli, in AA.VV., Per la storia del Mezzogiorno medievale e moderno. Studi in memoria di Jole Mazzoleni, vol. I, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Roma 1998; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Sebastiano Fantozzi
Biografia Mi chiamo Sebastiano Fantozzi, sono nato a Capracotta, paese dell'Alto Molise, dove comincia la mia carriera come apprendista in una bottega artigiana. Nel '64 mi trasferii a Roma, dove iniziai a frequentare diverse botteghe di artigiani, sempre come apprendista, cambiando spesso, di settimana in settimana, alla continua ricerca di un posto dove poter imparare il mestiere ed iniziare a guadagnare dei soldi. Finalmente lo trovai in una bottega nei pressi di Porta Pia. Ricordo che tutte le mattine passava di lì un anziano signore dall'aspetto distinto che di mestiere faceva l'architetto. Una mattina si presentò con una decina di foglietti sui cui erano disegnati dei mobili da realizzare. Io, giovane ragazzo di bottega, rimasi affascinato nel vedere quei bozzetti fatti a mano che raffiguravano mobili in pianta-sezione e particolari tridimensionali. Da quel giorno la mia vita cambiò: iniziai a disegnare. Disegnavo continuamente, durante la pausa pranzo, sui pezzi di compensato avanzati; disegnavo di tutto: sedie, tavoli, specchiere da restaurare. Un giorno il proprietario della bottega liberò una parete per far spazio ai mobili da montare e vide tutti i pezzi di compensato su cui avevo disegnato. Mentre interpellava gli altri operai per sapere chi era stato a farli, entrò l'architetto il quale, notando i disegni, rimase incuriosito ed espresse pareri molto positivi. Nello scoprire che ero stato io a realizzarli, mi propose di frequentare una scuola serale di disegno, in modo da poter continuare a lavorare di giorno. Così frequentai un corso di quattro anni, dalle ore 6 del pomeriggio alle ore 9 di sera, che mi fornì ottime basi di disegno. Nello stesso tempo crebbe in me la passione per il colore, per la sua straordinaria forza ed espressività. Anche quando disegnavo gli interni di una stanza davo sempre il colore: dai mobili alle pareti, dai quadri agli oggetti. La mia produzione pittorica inizia negli anni '60, con uno stile dai tratti e dai toni vicini all'impressionismo. Negli ultimi tempi, invece, mi dedico maggiormente ad una pittura espressionista. Mi ritengo un visionario della pittura sempre alla ricerca della materia, uno a cui piace dipingere in libertà, senza per forza seguire una precisa corrente. Ritengo che il quadro non appartenga all'artista ma a tutte le persone che lo osservano, perché ciascuno lo interpreta a suo modo, secondo le emozioni che percepisce. Sebastiano Fantozzi Recensione critica Nella grande e sovente anonima molteplicità di linguaggi dell'arte contemporanea, le immagini di Sebastiano Fantozzi si distinguono per l'autenticità, la spontaneità e la velocità. Tre aspetti in lui complementari e subitaneamente riconoscibili. Se è vero che la linea afferma la vita e afferma l'arte, ma che il compito supremo dell'arte è rendere eterno l'uomo, e che, parimenti, di fronte all'arte il tempo non può fare il suo corso, giacché ciò che è moderno è tale perché è degno di diventare antico, di essere trasmesso oltre la stagione cui appartiene, possiamo ineludibilmente affermare che Sebastiano Fantozzi ha già vinto la sua battaglia contro il tempo, si è schierato con ciò che è stabile contro ciò che è effimero, per non cedere alle facili emozioni, agli equivoci dei sentimenti, al sonno della ragione, per dipingere l'istinto, non d'istinto. L'uomo è migliore delle sue azioni, nel pensiero politico e poetico di Sebastiano Fantozzi; e le sue colpe sono emergenze che non disturbano, alla fine, l'armonia del mondo. Ed è questa che gli interessa. Così con un pensiero profondo egli affronta la realtà, ma anche con l’euforia leggera e il segno rapido e infallibile di un De Pisis aggiornato sull'immagine più crudele di uno Schifano. In questo equilibrio si stabilisce il ritmo inconfondibile, continuo, di Sebastiano Fantozzi, in una "durata" inesauribile. Inutile chiedersi quanta resistenza abbia questa durata una volta che si è detto quanto distante sia questo inconfondibile artista molisano dalle mode e dall'esigenza di adeguarsi a una tendenza o a un gusto. Sebastiano Fantozzi è naturalmente artista e in tal modo trasforma i severi in benigni e le sofferenze in gioie. Meritate. Andrea Diprè Fonte: https://www.elenagolliniartblogger.com/.
- L'avvocato Ninetta (IX)
Scena IX Ninetta e detti. Ninetta – Eccomi quà, ho fatto presto presto. Neh! perché state ridendo? Giulio – Il signor Barone mi diceva... Giacinto – (interrompendolo) No... niente... se parlava 'e n'amico mio. È un fatto che ho raccontato a D. Erbetta. Giulio – Già, n'amico suo ha consultato un avvocato, il quale... Giacinto – È na cosa che vuje non putite sapé. Ninetta – Ma perché, sono cose segrete? Giulio – No, niente di segreto, anzi è na cosa curiosa che... Giacinto – Ma quando v'aggio pregato che essa nun 'o pò sapé... Ninetta – Uh! mò m'avite fatto venì 'a curiosità di saperlo. Giulio – Baró, ma io credo che nc' 'o pozzo dì. Giacinto – Ma vi ho detto che è una cosa di famiglia che io non voglio fà sapé, me pare che basta. Giulio – Quando dite così, allora nun ne parlammo cchiù. Giacinto – Ah! m'ha levato na palla 'a copp' 'o stomaco. Dunque, D.ª Ninè... (rimettendosi) avvocato. Nuje restammo comme avimmo cumbinato? Ninetta – Perfettamente, domenica a sera da Lanterna. (forte) In qualunque cosa valgo a servirvi, quì troverete una vostra serva... prego onorarmi dei vostro comandi. Giacinto – Oh, grazie, grazie di tutto cuore. Se ci riesco, ve porto a Capracotta per una gita di piacere! Arrivederci avvocato. Ninetta – Comme me purtasse a Parigi. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il turismo nell'era del Welcome
Una scritta pubblicitaria o un cartello stradale che inizia con «Welcome in...» corredati da belle immagini ambientali ha certamente un forte richiamo esotico per chi la legge, stimola l'attrazione. Può trattarsi di Dubai, Israele, Casablanca, Sicily, Capracotta, ma tutto ciò che viene dopo quell'invito cortese in lingua anglosassone rende desiderabile il luogo presentato, perché sai che chi ti ha augurato quel «Welcome!» ha interesse che tu raggiunga o permanga in quel posto e stia bene, che tu possa portare via un bel ricordo, che tu possa legare quel luogo del mondo ad una sensazione di benessere, bellezza e leggerezza. Se la parola Welfare fosse esotica ed attrattiva come la parola Welcome forse non sarebbe più percepito come un affare relegato alla povera gente, alle persone fragili, ma sarebbe un fattore attrattivo della società, un suo elemento di orgoglio e di bellezza. Come si può fare per legare questi due mondi di significati, apparentemente così distanti come Welfare e Welcome, e provare a farli uscire migliori entrambi? È possibile solo se si inquinano e si contaminano entrambi dei significati dell'altro. Il Welcome che è solo patina colorata, immagine edulcorata e pompata di un luogo, che è solo la prestazione garantita di un piacere di tipo consumistico è di fatto un "nonluogo", una disneyficazione della geografia, per dirla con Augè, in cui tutto è deputato alla consumazione veloce degli oggetti del merchandising. Quando il turista è dentro fa un'esperienza estatica di un momento, ma non porta a casa che una sensazione di consumo che potrà ripetere in qualsiasi altro luogo disneyficato del mondo. Un centro massaggi, un centro commerciale iperattrezzato, un modernissimo parco giochi, una cucina di lusso, una bella piscina riscaldata, sono "oggetti" ripetibili in qualsiasi parte del globo. Se invece il Welcome diventa un po' più Welfare, chi entra nella dimensione del "benvenuto" entra nella sfera relazionale del luogo, fa incontri nuovi con culture e stili di vita, si sente accolto da una diversità che non gli appartiene nella quotidianità e che diventa "magica" per qualche giorno, perché in quella esperienza la persona accolta sente che una parte di sé si fonde con una dimensione ambientale nuova, in cui l'unicità del paesaggio, la comunità che accoglie, la lavorazione dei cibi, l'organizzazione dei tempi di vita, i pensieri che nascono in quel luogo sono parte del Welcome stesso. Il turista non è più un consumatore, un consumer, ma un prosumer, una persona che con il suo contributo unico ed irripetibile "produce" l'esperienza che si genera in quel luogo e l'accoglienza che riceverà sarà legata per sempre a questa interazione tra prestazione (i bisogni vitali soddisfatti) e relazione (il vissuto emotivo e l'arricchimento empatico che ha accompagnato la sua permanenza circondato da persone che lo hanno accolto). A dispetto di tutti gli anglofobi, non si può tradurre senza tradire la parola Welcome: nella lingua anglosassone è l'invito ad entrare in un posto ma anche la risposta ad un «thanks», «you're welcome», è intraducibile in italiano perché la nostra traduzione non ha la stessa intensità, non c'è un rapporto unilaterale come quello che avviene tra un «grazie» ed un «prego», «tu sei il benvenuto» apre alla reciprocità tra chi da e chi riceve. Se il Welfare fosse più Welcome si uscirebbe definitivamente dalla logica prestazionale dei servizi sociali, formativi e sanitari e si entrerebbe nella dimensione relazionale in cui ogni persona potrebbe sentire di essere accolta nel luogo in cui abita, non come utente del Welfare, ma come persona unica ed irripetibile, un prosumer dello stato sociale. Martin Buber scriveva che la vera solidarietà avviene «quando l’uno fa sentire all'altro che approva la sua esistenza», ed è in questa approvazione reciproca che avviene il vero Welcome, quel sentirsi accolti senza pregiudizio dentro una relazione umana, che non è salvifica per le prestazioni che eroga ma perché ristabilisce il riconoscimento reciproco dell'appartenenza ad una comunità. Il buon Welfare non è una casa di riposo eccellente, un carcere efficiente, una clinica pulitissima, un divertente centro per disabili, ma è un condominio in cui una persona anziana sente la solidarietà dei suoi vicini dentro il palazzo abitato, una strada in cui gli abitanti avvertono la corresponsabilità per le barriere architettoniche presenti, un'azienda in cui i fragili trovano lavoro e partecipano con il loro contributo produttivo e così via. Angelo Moretti Fonte: A. Moretti, Il turismo nell'era del Welcome, in «Vita», XXVIII, Milano, maggio 2021.
- Casi di necessità
Carissima Capracotta Immagine che scotta... Ma sei vuoi tu caciotta Utilissima per ricavar... Purtroppo questa è vera La supposizione è nera... Ma siffatto paese in vena Sempre nel primeggiar! Ambiamo che l'inverno Non si vivrà tormento In caso d'asservimento Molte vite rallegrerà! Anche i camin son secchi Al ciel non fanno specchi Per riavviar i caminetti Recuperiam pur i ceppetti... Negli anni a noi passati Quanti sprechi andati Or che siamo rovinati Vogliam pure contestar... Viviamo tanto allontanati Dalle nostre belle chiese Manco un rosario al mese Cosa parliamo a far! Torniamo alla Madonna Col cuore e le preghiere Che mille ciminiere Riscalderanno amor! Teodorico Lilli
- Mini-storia del VII "Campeggio Piedigrotta" del 1956
Siamo arrivati al 7° Campeggio che ha una storia abbastanza notevole cioè per trovare un posto nuovo mi avevano detto di andare ad Agnone nel cuore del Molise. Arrivati ad Agnone, trovammo un paese pelato. Non c'era una pianta a pagarla 1 milione e continuando su quella strada arrivammo a Pescopennataro. Usciti da Agnone si scatenò un uragano ed allora noi andavamo a tentoni proprio. Andavamo in macchina tra una pioggia così intensa che noi avevamo deciso di fermarci a Pescopennataro dove la G.I.A.C. cominciava a fare i suoi corsi estivi. Abbiamo visto ad un certo punto un paese, ci siamo fermati: era Capracotta, avevamo superato Pescopennataro senza accorgercene. Decisi di continuare a scendere e siamo arrivati a Vastogirardi e dopo abbiamo letto fortunosamente un cartello: "Foreste demaniali di Montedimezzo - Luogo per i campeggi". Poiché il posto era magnifico mi precipitai a chiedere il permesso alle guardie forestali. Quell'anno feci una pazzia curiosa; chiesi a Guadagnelli, siccome avevamo molti materiali, di darci un camion con il rimorchio che si dimostrò una mia pazzia per le difficoltà di manovra. Adesso è l'epoca in cui il campeggio comincia a crescere in numero in attrezzature ma lì a Montedimezzo bastavano le tende perché anche se non avessimo avuto niente, la cucina era già montata, la corrente era dappertutto e c'erano perfino i bagni nel bosco con docce. Non eravamo molto uniti perché essendoci poco spazio eravamo sparpagliati un po' qua e un po' là. La gita la facemmo a Capracotta a piedi; fu una camminata abbastanza lunga, però il paese interessante ed ospitale. Come al Matese ci appoggiavamo a Lauro, a Montedimezzo ci appoggiammo ai granatieri di Savoia che disponevano di un'immensa spianata che da San Pietro Avellana va a Castel di Sangro. Vincenzo Giusto Fonte: http://www.madonnadipiedigrotta.it/.
- Finding Molise
Ebbene sì, ogni tanto si va anche in giro in moto e si scrive qualcosa. Dopo che il tour programmato lo scorso anno è saltato per cause di forza maggiore, all'inizio del 2019 ho iniziato a controllare il calendario per vedere di accaparrarmi uno dei primi "ponti" disponibili. Quando ho visto che con soli 3 giorni di ferie (chieste a febbraio, per farvi capire come stavo messo) sarei riuscito ad unire il periodo 25 aprile-1 maggio, ho immediatamente iniziato a sbirciare la cartina per trovare una meta. Dopo aver valutato un po' di opzioni e aver buttato lì la destinazione anche un po' per gioco, abbiamo deciso di arrivare fino in Molise, «per controllare se esiste», come recita la famosa battuta che smette di far ridere dopo la seconda volta che la senti (e già una me la sono giocata). La novità è che Teresa ha voluto smettere i panni della zavorrina per venire con la sua Alpetta, una moto tuttofare ma certo non adattissima a percorrenze chilometriche esagerate, cosa che ci ha fatto ridimensionare un po' le tappe giornaliere senza tuttavia farci perdere molto in termini di piacere... il viaggetto ce lo siamo goduti alla grande. E così siamo transitati da Rieti, dai laghi del Turano e del Salto, abbiamo attraversato il parco d'Abruzzo (senza avvistare orsi, nonostante i cartelli), il parco del Matese in Campania (una bella scoperta!) per poi approdare in Molise, passare da Civitanova del Sannio (paese di Antonio Cardarelli), da Pietrabbondante, da Capracotta, attraversare l'abetaia di Pescopennataro e risalire a Sulmona, attirati dai confetti (ottimi, devo ammettere). Non potevamo farci mancare, nonostante le previsioni meteo discutibili, una capatina al ristoro del Mucciante per fare una scorpacciata di arrosticini e bistecchine di pecora, per poi ripartire sotto la neve, transitare in mezzo alla nebbia e arrivare a L'Aquila (che coraggiosamente piano piano risorge) sotto una pioggia battente. Un bel pranzo nel cuore ferito di Amatrice ci ha accompagnato all'ultima tappa prima del rientro, Spello, uno dei borghi più belli d'Italia. Un bel giro, ad andatura rilassata su strade spesso secondarie e poco transitate, con l'Alpetta che se l'è cavata alla grande e Teresa con il sorriso perenne per il suo primo, vero viaggio di una certa consistenza. Simone Salotti Fonte: https://skizzoinmoto.wordpress.com/, 19 maggio 2019.
- Maschera n. 1
Abbiamo avuto l'ordine da un'autorità, di riferire a tutti, chi ancora non lo sa, che, fino a marzo prossimo, in segno di protesta, a tutte le salsicce si deve far la festa!... Al primo di Quaresima, finito il Carnevale, a chi sarà trovata la carne di maiale; o non ha fatto in tempo, o un po' ne ha conservata, passa la Commissione, e viene sequestrata!... Noi non sappiam perché, né lo vogliam sapere... Certo che quest'è un ordine che a noi ci fa piacere... Per rispettar la legge, ed esser benvoluto, e fare un po' più subito, vi offriamo il nostro aiuto! Perché qui non si tratta di assaggi, o comunelle, ma di mangiarci tutto, ognuno, a crepapelle... E chi trascura gli ordini entro tutto febbraio (massimo della proroga) potrà passare un guaio. Se avete voi fiducia in noi, come si spera, potrem cominciar subito, anche da questa sera. È molto meglio il rischio D'un mal d'indigestione, che aver fastidi e multe da qualche commissione. (1937) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Via Roma a Capracotta, una storia fascista
Via Roma è la denominazione urbanistica più diffusa in Italia, figlia di una precisa imposizione del regime fascista. Roma, la città che nel progetto politico di Mussolini sarebbe stata la capitale del nuovo impero fascista, avrebbe dovuto dare il nome a una via centrale e non secondaria di ogni Comune italiano. Il 1º agosto 1931, infatti, tutti i podestà - che avevano sostituito i sindaci nell'amministrazione municipale - ricevettero una circolare prefettizia con l'ordine perentorio di intitolare una strada alla Capitale del Regno d'Italia, in concomitanza col 28 ottobre 1931, inizio dell'anno X dell'era fascista. Capracotta non fu da meno e nell'estate il podestà Gregorio Conti obbedì all'ordine del comm. Luigi Passerini, regio prefetto di Campobasso. Di strade centrali e non secondarie ve n'erano allora sei nel nostro paese: via Sant'Antonio, via Santa Maria delle Grazie, via San Giovanni, via Carfagna, via Nicola Falconi e via Sannio. Al podestà di Capracotta dovette sembrare oltremodo inopportuno cambiare il nome a strade intitolate ai santi o alla Vergine Maria, quindi rimasero in lizza le ultime tre. La prima, via Carfagna, era perfetta per il cambio nominativo ma era "malfamata", un viottolo sporco, stretto ed angusto, e quindi non se ne fece nulla. Via Nicola Falconi, la grande rotabile di Capracotta, invece, aveva ottenuto quella denominazione appena 14 anni prima, all'indomani della morte del Senatore, quindi cambiarle nome sarebbe apparso come uno smacco alla più illustre famiglia locale. Rimaneva soltanto via Sannio, su cui nulla ostava al cambio di nome. Se pensate che oggi via Sannio sia una semplice scalinata che, dalla casa canonica, scende su via Nicola Falconi, dovete sapere che questa, prima del 1931, collegava la Torre dell'Orologio con via S. Giovanni: la strada che oggi chiamiamo, per l'appunto, via Roma. Attualmente vi sono dei comuni italiani che risultano privi di una "via Roma" o di un "corso Roma". I motivi sono diversi: in alcuni casi i sindaci eletti nel dopoguerra hanno deciso di rimuovere ogni imposizione di stampo fascista, in altri casi trattasi di municipalità che si sono distaccate dal comune originario. In Molise, ad oggi, via Roma sta in ognuno dei suoi 136 comuni. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Fimiani e M. De Nicolò, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, Viella, Roma 2020; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.
- L'avvocato Ninetta (VIII)
Scena VIII Giulio e detti. Giulio – Eccomi qua. Mi avete mandato a chiamare? Ninetta – Giusto giusto. Giù, tiene compagnia al signore, io fra cinque minuti sto quà. (via di fretta con Rosina) Giulio – (dopo pausa) Scusate, sapete dove è andata l'avvocato accussì 'e pressa? Giacinto – È ghiuto a dà latte a criatura. Giulio – Me pare na cosa curiosa che n'avvocato dà latte a na criatura. Giacinto – Che ce volete fà, è il progresso. (ride) Giulio – E il signore è cliente dell'avvocato Ninetta? Giacinto – Sissignore, sono un nuovo cliente, m'ha mandato il mio caro amico Ciccio Lanterna. Giulio – Ah! voi siete amico del Comm. Lanterna? Giacinto – Per l'appunto. Giulio – Ah! bravo, mi fa tanto piacere. Giacinto – E voi forse siete avvocato? Giulio – Sono il procuratore della signora Ninetta. Giacinto – Ah! bravo! (Da chisto putarria sapé l'affare che m'ha ditto D.ª Ninetta.) E se è lecito sapere, come vi chiamate? Giulio – Giulio Erbetta ai vostri comandi. E il signore? Giacinto – Giacinto Chiappo, Barone di Capracotta per servirvi. Giulio – (Uh! cattera!... chisto è o marito 'e Gesummina, 'a nammurata 'e Cesarino. E comme è capitato ccà? Che nc'è venuto a fà? Che sapesse quacche cosa?) Giacinto – (L'ha fatto mpressione 'o chiappo... me sta squadranno 'a capa 'o pere, tenesse quacche cuoppo a rete e nun me ne sò addunato?) Giulio – (Mo nce lo domando.) E se è lecito sapere, quale affare vi conduce dall'avvocato Ninetta? Giacinto – Un affare molto serio. A proposito, D. Erbè... Giulio – Giulio, volete dire, Erbetta è il cognome. Giacinto – Ah!... D. Giulio... Vi dovrei domandare una cosa di professione. Giulio – Dite, dite. Giacinto – Prima di tutto, voi siete ammogliato? Giulio – E che nce trase chesto cu 'a professione? Giacinto – No, è per affare mio... (po' ve dico 'o pecché.) Giulio – Nossignore, sono celibe. Giacinto – E da quanto tempo? Giulio – Come da quanto tempo se vi ho pregato che sono celibe. Giacinto – Ah! già, già... celibe... avevo capito n'ata cosa. Giulio – Ma chisto è nu tipo stu Barone! Giacinto – Dunque D. Erbè... Giulio – (È turnate da capo cu D. Erbè.) Giacinto – D. Giù, scusate. Supponete che invece 'e celibe foste nzurato. Giulio – E pecché avimma fà chesta supposizione? Giacinto – Per un affare mio... po' ve dico 'o pecché. Giulio – Va bene, supponiamo che io songo nzurato. Giacinto – Io songo l'avvocato vostro, voi venite da me e me dimandate. Si può annullare il mio matrimonio? Vi rispondo: E come lo fate annullà? questo è impossibile, ammenocché non vi trovate in condizioni tali. Siete marito, o non siete marito? Voi comme ’e spiegate sti parole? Giulio – Che bestia è st'avvocato. V'ha fatto sta domanda? e vuje ciuccio ciuccio ve site state zitto (ride forte). Ma, caro Barone, vuje siete curioso assaje... ah, ah. Giacinto – Che bella spiegazione aggio avuto, pozzo stà contento! Ma no... questo non è successo a me, è successo ad un mio amico, ed io perciò ve stava dicenno che... Giulio – E st'amico vostro ha da essere proprio na pastenaca, nu cretino. Come a non capire queste parole. (ride) Giacinto – (E mò aggia fà vedé che rido pur'io.) Già, chillo è nu miezo cafone, è nu piezzo 'e scemo... ah, ah. (ride forte) Giulio – Così solamente si spiega il fatto... Sentite, sò cose nove, cose non mai intese... (ridono forte tutte e due) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Una lezione di toponomastica
Sovente di fronte al nome stravagante di paesi o di città mi sono chiesto quale fantastico lampo abbia illuminato colui che li ha battezzati con quel nome a volte bizzarro: Belsedere (SI), Femminamorta (PT), Altolà (MO), Strangolagalli (FR), Golasecca (VA), Capracotta (IS) ne sono un esempio. Seduto a ridosso della chiesa parrocchiale, su una panchina di pietra corrosa dai secoli, non so quale "Madeleine de Proust" abbia richiamato alla memoria quel problema di toponomastica. Ricordai i miei dieci anni quando, a parte il dialetto del mio paese (dal bizzarro nome di lisurencu), come lingua conoscevo solo il francese. I miei allora risiedevano in Francia, ad Antibes, dove, per necessità di lavoro, gestivano un negozio di alimentari. Ho imparato il francese giocando in Rue du Revely, e forse non avrei mai parlato in italiano se, nel maggio del 1940, Mussolini e Hitler non avessero dichiarato guerra alla Francia, e i francesi avevano costretto gli italiani ad abbandonare la Costa Azzurra e a ritornare in Italia. Dovetti abbandonare gli amici dell'école primaire, per cominciare ad imparare l'italiano. In Francia frequentavo la seconda classe delle elementari. Giunto in Italia mi retrocessero in prima elementare. Fu durante il mio secondo anno di scuola che la maestra Devotina ci raccontò una storia locale legata a varie località della Valle Nervia. Una storia che non ho mai dimenticata perché raccontava l'avventura di un personaggio leggendario che già avevo conosciuto sui banchi di scuola francesi. Si trattava di Rinaldo, del suo cavallo Baiardo e della sua spada chiamata Fusberta. La maestra Devotina era una esperta affabulatrice, capace di cattivarsi l'attenzione del suo uditorio sempre pronto ad ascoltar fiabe e leggende locali o di altri paesi confinanti. Non faceva mai preamboli inutili: entrava subito nell'argomento. Il paladino Rinaldo - ci raccontò - dopo una lunga battaglia contro i Saraceni, si era lasciato alle spalle la riva del mare e, in groppa al suo cavallo Baiardo, aveva deciso di risalire le scoscese pendici della costa ligure seguendo i sentieri che i contadini avevano tracciato. Si sentiva stanco e ammalato. Nella difficile ascesa non si era neppure accorto che la nebbia notturna si era trasformata in pioggia sottile che penetrava attraverso i suoi vestiti e gli gelava il corpo. E neppure si era accorto di essere arrivato vicino ad un gruppo di casupole di legno abitate da boscaioli che lo accolsero e lo ospitarono. Il paladino rimase in un dormiveglia per alcuni giorni, durante i quali fu curato dalle mogli dei boscaioli finché i sintomi della malattia cessarono e la febbre che lo divorava si attenuò e si spense. – Dove mi trovo? – chiese non appena poté par lare. – Tra buona gente, cavaliere. Siamo boscaioli e viviamo con i prodotti della terra. Rinaldo rimase con loro per alcuni giorni, finché non decise di riprendere il viaggio. Ma prima di partire, guardandosi attorno e constatato che il gruppo di casupole era costruito in cima di un poggio, volle battezzare quel luogo col suo nome e lo chiamò Pogium Rinaldi (Poggio di Rinaldo, oggi Perinaldo). Anche il suo cavallo era affaticato e le ferite riportate nell'ultima battaglia non si erano mai rimarginate. Procedevano così l'uno a fianco dell'altro in silenzio e con fatica. In cima ad un alto monte dovettero fermarsi in prossimità di alcune casupole abitate da boscaioli i quali diedero loro ospitalità per alcuni giorni. Il tempo di rimettersi dalle fatiche e di lasciare che le ferite si rimarginassero. Purtroppo solo Rinaldo poté riprendersi. Il suo fedele cavallo Baiardo, l'infaticabile e insostituibile amico di molte avventure, non sopportò quell'aria rarefatta, non riuscì più a sostenere i dolori che lo affliggevano e un mattino fu trovato morto su uno strame di fieno. Forse fu quella l'unica volta in cui Rinaldo si accorse di saper piangere. Sepolto il cavallo con tutti gli onori, abbandonò quei boscaioli che lo avevano accolto ma prima battezzò il luogo dove era stato sepolto il cavallo, chiamandolo col suo nome. Baiardo. Salutata quella buona gente che lo aveva accolto e curato, raggiunse le pendici del colle e attraversò un ruscello in cui scorreva poca acqua. La giornata era splendida e il sole brillava alto nel cielo. Alzando il capo verso la sommità di una collina a forma di piramide notò alcune volute di fumo che si innalzavano. Segnale che là si trovava qualche casolare di contadini o pastori o boscaioli. Decise di far loro visita e risalì le pendici del monte pensando alle ragioni che avevano spinto quegli abitanti a scegliersi come dimora il cucuzzolo della collina. Probabilmente erano fuggiti dalla costa dove i Saraceni continuavano le loro ruberie, uccidevano gli uomini e rapivano donne e bambini per venderli come schiavi sui mercati orientali. Tra quei monti la gente doveva sentirsi al sicuro. Quando raggiunse la sommità fu accolto da un gruppo di bambini, da donne curiose e da uomini inizialmente sospettosi. – Vengo in pace, buona gente. Non abbiate timore di me. Come si chiama questa località? Nessuno rispose. Rinaldo si guardò attorno. Il sole inondava gli alberi e le foreste circostanti. Un luogo idilliaco, pensò, e abbagliato dal caldo sole, esclamò: –Oh, apricum collis! Senza volerlo, il paladino aveva inconsciamente suggerito agli abitanti che lo ascoltavano il nome che forse cercavano per dare una identità al luogo che avevano eletto per viverci. E da quel giorno la località prese il nome di Apricale (cioè: colle soleggiato). Chiese agli uomini da quanto tempo vivevano in cima al colle e quelli risposero che solo da un anno ne avevano preso possesso. Inizialmente erano pescatori, ma erano fuggiti dalla costa perché le scorrerie degli sciabecchi saraceni erano troppo frequenti e nel pericolo che poteva manifestarsi da un momento all'altro non si poteva vivere tranquilli a lungo. Avevano saputo che a monte delle rive del Nervia altri fuggiaschi avevano trovato rifugio e si erano rifatti una nuova vita cambiando le loro abitudini da pescatori in pastori, contadini, taglialegna. Uno di loro gli disse che più a valle, alla confluenza del rio che scorreva ai piedi della collina, in una zona chiamata Lagaccio, già esisteva un folto gruppo di ex pescatori che si erano sistemati sulla sponda destra, vicino ad un ponte romano. Curioso per natura, Rinaldo, quando lasciò il "colle aprico", dopo che gli abitanti ebbero con lui spartito il modesto pasto fatto di carne arrostita sulla brace e di frutta di bosco, si diresse verso Lagaccio. La distanza non era molta e presto si trovò alla confluenza del rio con il torrente Nervia. Su uno sperone roccioso, in prossimità di un ponte a schiena d'asino, sorgevano alcune casupole intorno alle quali uomini e donne si avvicendavano nei lavori domestici. Sotto il ponte sorgeva un ampio lago dalle acque scure e profonde dove alcuni ragazzetti stavano pescando con la canna. Dopo il primo istante di diffidenza nel vedere lo sconosciuto con la corazza lucente addosso e la spada al fianco, Rinaldo fu accolto festevolmente, specie dai bambini eccitati per la novità di quell'incontro e per le straordinarie avventure che quell'uomo poteva loro raccontare. E si rallegrarono quando seppero che il giovane guerriero sarebbe rimasto in loro compagnia per alcuni giorni. Passò una settimana durante la quale Rinaldo ebbe agio di conoscere e apprezzare l'indole di quel gruppo affiatato, composto di gente salda, robusta, fidabile, tanto che una sera, attorno al fuoco chiese loro: – Perché avete battezzato questa terra col nome di Lagaccio? Ben poco si addice alla serenità del luogo. – Vede, cavaliere, noi eravamo abituati all'immensa distesa del mare, quasi sempre azzurro, sporco e scuro solo nei giorni di tempesta, ma subito pronto a riprendere il primitivo colore. Qui ci siamo trovati di fronte a questo minuscolo lago, assai profondo e dalle acque sempre cupe, un lagaccio, insomma. Ecco il perché del nome. – No, – rispose Rinaldo – è un nome che non si addice a questa località. No, non mi convince e poi dà al paese che state costruendo un nome assai sgradevole. Questa per voi è un'isola di pace, dove regna l'amicizia, la solidarietà e la bontà. Io l'avrei battezzata Insula Bona. E da quel giorno, secondo la volontà di Rinaldo, l'agglomerato di case, la maggior parte in pietra, prese il nome di Isolabona. Quella breve vacanza di Rinaldo e quei giorni di riposo finirono bruscamente. Terminarono il giorno in cui un boscaiolo proveniente dal mare diffuse la notizia che i Saraceni dopo aver messo a ferro e a fuoco la costa, si stavano dirigendo verso l'interno, razziando, uccidendo e portando via donne e bambini. Lui era riuscito a fuggire e ora voleva avvertire gli abitanti della valle affinché si preparassero alla difesa. Senza porre indugi, Rinaldo indossò l'armatura di ferro, il cimiero piumato e messa al fianco Fusberta, la fida spada d'acciaio di Toledo, accompagnato da due giovani aitanti, armati di forca e bastone, si diresse a grandi passi verso il mare, ridiscendendo il greto del fiume. Giunto a poca distanza da un ponte romano a schiena d’asino, simile a quello che aveva visto a Isolabona, udì grida di terrore, frammiste a urla sguaiate di soldati. Avvicinatosi maggiormente si trovò all'improvviso di fronte ad uno sparuto gruppo di uomini armati di falci, bastoni, forche di legno che lottavano per difendere donne e bambini che stavano alle loro spalle. Ma poco potevano quelle armi rudimentali contro le scimitarre e i pugnali. Tratta dalla guaina la spada, Rinaldo si gettò nella mischia e roteando Fusberta cominciò a menar fendenti. Una battaglia lunga che terminò con il ritiro dei saraceni verso il mare. Rinaldo, coperto di sangue, fu accompagnato poco distante dal ponte, là dove da una profonda fenditura di una roccia sgorgava uno zampillo d'acqua. L'acqua aveva formato una minuscola pozza dove quotidianamente si abbeveravano gli animali. Il paladino vi si immerse e provò un tale sollievo che gli fece esclamare: – Ti ringrazio, Signore, per quest'acqua fresca, cristallina, pura capace di far rinascere uomini, animali e cose. – E, bevendo direttamente dalla fonte, aggiunse, – e ancor più ti rendo grazie per la dolcezza con cui essa lenisce le mie ferite e calma la mia gola arsa dalla fatica della lunga battaglia. Grazie, mio Dio, per questa dolce acqua. E da quel giorno la località dove avvenne la battaglia venne battezzata col nome di Dolceacqua. Bastarono pochi giorni di riposo prima che Rinaldo potesse riprendere il cammino verso il mare, la meta che si era prefisso. Il cammino che gli rimaneva da compiere per raggiungere la costa era breve. Quando si incamminò il cielo era sereno, terso, solcato da alti cirri. Voli di uccelli e di gabbiani si intrecciavano sopra la sua testa. Una brezza leggera, odorosa di salsedine soffiava dal mare. Ogni tanto si fermava per dar sollievo alle ferite non ancora rimarginate. Dopo aver superato un'ansa del fiume si trovò di fronte ad una ampia distesa pianeggiante tutta ricoperta da piante dai fior i rosso fuoco, una interminabile distesa di oleandri sotto i quali pascolavano pecore e capre. In lontananza brillava il mare che lameggiava sotto i raggi del sole. – Come si chiama questa località? – chiese il paladino ad un pastorello che con un vincastro in mano teneva a bada una cinquantina di pecore e capre, mentre un cane gli saltellava attorno abbaiando festosamente. – E me lo chiede, mio signore? – rispose il pastorello, facendo con la mano un ampio gesto. – Basta che si guardi attorno e la terra le risponderà. Rinaldo sorrise, guardò quella distesa di oleandri rossi e trovò subito la risposta: Camporosso. La riva del mare era ormai vicina e, seguendo lo sciabordìo delle onde che si frangevano sulla sabbia, raggiunse l'arenile dove ebbe una gradita sorpresa. A poca distanza dalla riva due galeoni che inalberavano una bandiera con la croce di San Giorgio, stavano vicino ad uno sciabecco saraceno che stava affondando. Qualcuno lo riconobbe e una scialuppa, calata subito a mare, lo raggiunse per portarlo verso nuove avventure. Prima di salire a bordo, Rinaldo si voltò indietro ed ebbe solo un rimpianto, quello di non poter avere al suo fianco il fedele cavallo Baiardo. Quel giorno aveva percorso circa venti miglia per raggiungere quella che, nella sua memoria si impresse con un solo nome: viginti milia: Ventimiglia. Marino Cassini Fonte: M. Cassini, Ricordi di un bibliotecario tra fiabe e enigmi, vol. I, Albisola Superiore 2020.
- Diario di guerra del Carleton & York Regiment
1 dicembre 1943: tempo buono e sereno e vento freddo. L'Ufficiale Pagatore (Capitano G. C. Buerk) era a Capracotta alle ore 09:00 ed ha pagato gli stipendi alle ore 10:30. È stato tenuto un O Group all'HQ del Battaglione organizzato dal Comandante (Maggiore E. D. Danby) e si è discusso della prossima mossa sulla costa est, i comandanti di tutte le compagnie erano presenti. Il restante personale della Compagnia di Supporto deve mettersi in movimento da Capracotta ritornando verso l'area della propria compagnia all'HQ di retrovia del Battaglione 265502, anche le Compagnia A e B devono muoversi verso l'HQ di retrovia del Battaglione alle ore 08:00 il 2 dicembre 1943. L'avanzata verso la costa deve essere svolta in due fasi. Si è discusso solo della prima fase, nelle vicinanze di Castiglione. Il punto di partenza deve essere l'incrocio al 260504 per il Battaglione e l'ora in cui attraversare il punto di partenza saranno le 10:00. Il Maggiore G. F. Foster (Ufficiale in Comando della Compagnia A), il Capitano G. J. Whitty (Ufficiale in Comando della Compagnia dell'HQ), il Tenente D. C. Kennedy ed il Sergente Maggiore Capo M. E. Martell, G17560, devono lasciare il Battaglione il 2 dicembre 1943 per passare in ricognizione la nuova area. L'Ufficiale in Comando del 1° Battaglione Green Howards, 5ª Divisione Inglese, sarà a Capracotta per fare i preparativi per aiutare il Reggimento Carleton & York il 2 dicembre 1943. L'Ufficiale in Comando dei Green Howards è accompagnato dai comandanti della sua compagnia e dall'I.O. (Tenente Yardley). Le pattuglie della Compagnia D sono in azione nell'area di Borrello e Rosello. Non hanno incontrato nessun nemico. 2 dicembre 1943: tempo sereno con sole. Un vento freddo da ovest ha continuato a soffiare per tutto il giorno. Le Compagnie A e B hanno marciato da Capracotta verso l'HQ di retrovia del Battaglione 265502 alle ore 08:00. Il Battaglione dei Green Howards ha attaccato con i propri mezzi di trasporto alle ore 10:00 e si sta preparando ad attaccare intorno ai nostri avamposti e alle aree della compagnia. Ci si aspettava che questi cambi fossero completati entro le ore 17:00. L'Aiutante (Capitano D. R. Sharpe) al comando dei mezzi di trasporto supplementari ha lasciato Capracotta alle ore 13:00. Ha incontrato la Compagnia di Supporto e lo Scaglione B all'incrocio 260504 e poi si è diretto verso una nuova area nella periferia di Castiglione, dove un'area era stata assegnata al Reggimento Carleton & York all'interno dell'area di adunata della Brigata. Gli Ufficiali del Reggimento Carleton & York sono stati ospiti a cena alla Mensa dei Green Howards alle ore 19:00. La Compagnia D ha fatto rapporto alle ore 19:30 da Pescopennataro e Sant'Angelo. Il plotone della Compagnia C sotto il comando del Tenente J. J. Weatherhead ha riferito, di ritorno da Castel del Giudice, alle ore 23:30, di aver subito una perdita. Pescopennataro è stata anche bombardata dal nemico nel pomeriggio, non ci sono state perdite. 3 dicembre 1943: tempo sereno durante la prima parte del mattino, la pioggia ha prevalso durante il resto del giorno. Alle ore 08:30 la maggior parte del Reggimento Carleton & York ha lasciato Capracotta all'incrocio 260504 che deve essere il nostro punto di partenza dove incontrarci con le Compagnie A e B sui loro TCV. Il Battaglione ha lasciato il punto di partenza alle ore 10:00. L'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ha guidato il convoglio con l'HQ del Battaglione, seguivano le Compagnie A, B, C e D. Il Battaglione è arrivato alle ore 13:30 a Castiglione, dove il Maggiore G. F. Foster (Comandante della Compagnia A) ha guidato le compagnie verso le loro aree. L'HQ del Battaglione deve muoversi verso Schiavi, dove la Compagnia di Supporto si è acquartierata con il Plotone Sask. LIMG. Il Brigadiere T. G. Gibson (Comandante 3ª Brigata di Fanteria Canadese) ha fatto visita all'HQ del Battaglione a Schiavi alle ore 14:00 ed ha conferito con l'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ed il Comandante in Seconda (Maggiore E. D. Danby). Alle ore 14:00 l'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ha tenuto una riunione con i comandanti di tutta la compagnia all'HQ del Battaglione, a Schiavi. La seconda fase dell'azione sulla costa est è stata discussa. Il Reggimento Carleton & York deve agire come avanguardia per la 3ª Brigata di Fanteria Canadese e deve passare per l'SP 377627 della Brigata alle ore 09:30. La Compagnia A sotto il Capitano W. C. Johnson deve guidare il Battaglione nell'avanguardia e devono essere seguiti dai Carrier, da due distaccamenti anticarri, dai mortai, dall'HQ del Battaglione, dalle Compagnie B, C, D e da ciò che rimane della Compagnia di Supporto. Il Maggiore G. F. Foster (Comandante della Compagnia A) con rappresentanti di ogni compagnia deve partire alle ore 06:30 per passare di nuovo in ricognizione l'area di Casalbordino. Fonte: T. V. Viola (a cura di), Di pace e di guerra. Tra memorie e diari, Arti Grafiche Picene, Maltignano 2011.
- Sant'Antonio
Il fiore all'occhiello di Sant'Antonio era, escludendo ovviamente la chiesa, l'orto del maestro Ottorino. Vi erano delle bellissime piante, tra le quali spiccavano un pero e un melo. A maggio, al tempo della rifioritura, gli alberi aprivano, oltre il muro di cinta, le loro belle chiome, che si fondevano in un'unica grande massa verde, dai toni variegati. I rami del pero ombreggiavano tutto l'imbocco del Corso e sfioravano con le loro punte i balconi dell'albergo; quelli del noce si lanciavano verso la casa di don Pasqualino. Il pero portava frutti piccoli e gustosi, il noce si caricava nelle annate buone di grosse noci. Ne sapevano qualcosa i ragazzi di Sant'Antonio e anche quelli degli altri rioni, i quali, a ottobre, quando i frutti erano maturi, nelle giornate ventose, ronzavano sempre lì sotto, in attesa che qualche pera o qualche noce venisse giù. Spesso però, stanchi di attendere, cominciavano la sassaiola contro i rami, con un occhio alle finestre del maestro Ottorino, il quale qualche volta si affacciava e...: – Domani, domani a scuola, birbanti! La piazza di Sant'Antonio aveva anche un altro punto di attrazione: una bella fontana di ghisa con teste di tre cavalli sopra alla vaschetta. Il pero non c'è più. Il noce è al lumicino e nei pomeriggi estivi l'ombra delle sue rame, un giorno così frondose, si proietta stanca e tremolante sul bianco della casa prospiciente. Non c'è più neppure la graziosa fontana, che in quelle lontane stagioni accoglieva nella sua vaschetta vuota i bimbi di sant'Antonio, i quali si divertivano un mondo con le loro finzioni giocose incitando i cavalli al galoppo, accarezzavano le loro testine con le froge dilatate, da cui neppure allora sgorgava l'acqua. Gustavo e Nicola Nell'idea di municipio era implicita quella di Gustavo. Non si concepiva l'uno senz'altro. Chiunque andava nell'Ufficio comunale per il disbrigo di una pratica, sapeva di trovare in Gustavo non solo il solerte redattore degli atti richiesti, ma anche il consulente disinteressato, pronto a consigliare, a chiarire, a "mettere in bocca col cucchiaino", se era il caso. Gustavo, nel suo piccolo, impersonava la burocrazia fattasi, prodigiosamente, umanità: il che non è poco. Nel primo pomeriggio Gustavo passava da mastro Nicola, che lo aspettava seduto sul muretto davanti all'orto del maestro Ottorino. Tutti e due se ne andavano lemme lemme alla Madonna, conversando allegramente di questo e di quello. D'inverno Gustavo e Nicola trascorrevano qualche ora pomeridiana insieme nella bottega di questi, nel largo Sant'Antonio. Tra una cucitura e l'altra, Gustavo infilava qualche battuta spiritosa, di quelle al peperoncino, che mandava in visibilio Nicola, facendolo esplodere nella sua nota risatona. Gustavo lo gratificava con due calorose pacche sulla schiena. Nicola, ridendo ancora più fragorosamente, esclamava: – Uŝtà...! E che diavolo! Di tanto in tanto dalla cucina retrostante faceva capolino la buona zi Francesca, che faceva venire in mente la candida vecchietta reclamizzata sulla scatola del cacao Talmone. La sera Gustavo e Nicola si rivedevano al Circolo, sul Corso. Capitava qualche volta che si mettessero allegri, che andassero, come dire, un po' su di giri. Cominciavano allora i dolori di pancia per il povero Vincenzo Campana, il gestore. Nicola, che pure qualche volta, come capita a tutti, perdeva il sestante, con Gustavo non si arrabbiava mai. Non se la prese neppure quella sera d'estate, quando diradatesi le nebbie del porto di... Bacco, si ricordò del lavacro della Fonte della Staccia, per la verità un po' troppo vigoroso, voluto da Gustavo per concludere degnamente le epiche gesta di Pescobertino. – Uŝtà...! E che diavolo! – E tutto finì lì. Avevano in comune la passione della musica lirica. Quando la banda suonava in piazza, nelle feste, Nicola e Gustavo erano in prima fila dietro agli ottoni, tutt'orecchi. Ascoltavano rapiti. Alle sinfonie e alle arie più note si commuovevano, si esaltavano. Il giorno dopo, in bottega, presente Gustavo, Nicola non faceva che ripetere i motivi musicali che più lo avevano entusiasmato, imitando il bombardino, lo strumento preferito. Gustavo e Nicola non sempre sentivano il bisogno di comunicare verbalmente fra loro. Talvolta rimanevano l'uno accanto all'altro lungo tempo senza dirsi nulla. Forse, in quelle pause silenziose, le loro anime sensibili, legate da vera amicizia, trovavano il modo di intendersi senza la materialità dei segni, solo spiritualmente. Don Olindo Don Olindo il pomeriggio scendeva giù di casa e cominciava la sua passeggiata, con la pipa in bocca, lo zucchetto in testa e le pantofole ai piedi. Camminava a passi corti: arrivava fino alla casa di Poldo e poi tornava indietro fino al muro dell'orto del maestro Ottorino. Su e giù: non andava oltre. Come la lupa del Campidoglio, dicevano. Qualche rara volta prolungava la passeggiata fino al Circolo, a metà del Corso. All'ingresso scambiava qualche parola con Vincenzo Campana e poi entrava nella prima sala, quella del bigliardo, dove immancabilmente trovava dei giovanotti che giocavano. Appena don Olindo entrava, manco a farlo apposta, una biglia andava a finire in buca, tra il disappunto del giocatore e di don Olindo, che sbottava: – Ma benedetto il cielo! Quante volte ve lo devo ripetere: otturate le buche con i giornali vecchi, è l'unica maniera per non farci andare le biglie. Ci vogliono quarantanove giornali, non di più. Si tratteneva qualche attimo ancora, spipando piano, e poi se ne andava in un'altra sala. Il maestro Ottorino Il maestro Ottorino era tutto l'anno alle prese con le organizzazioni sportive giovanili. Il suo tempo libero, e anche un po' dell'altro, lo dedicava ad esse; rimettendoci anche del suo. Era lui che organizzava le gare di sci, le manifestazioni sportive e patriottiche, i saggi ginnici. In queste attività profondeva tutto il suo dinamismo. Aveva riattato un vecchio fondaco sotto a casa sua e vi aveva impiantato una sezione giovanile dello Sci Club. Lì convenivano i ragazzi e i giovanetti sciatori, che si preparavano alle gare sotto la sua direzione. Lui poi li accompagnava alle gare nei centri sciistici dell'alta Italia. Nei periodi di bassa e quando il direttore mancava, i ragazzi facevano come i topi della favola in assenza del gatto: ballavano... più precisamente, facevano a seggiate, trasformando il vecchio fondaco in un saloon western. Un giorno a scuola, mentre il maestro Ottorino correggeva i compiti, venne Pasqualino Angelaccio a chiamarlo perché era atteso allo Sci Club. Il maestro lasciò i ragazzi in custodia a Pasqualino e, fatta la raccomandazione d'uso: – Ripassate la lezione: mi raccomando, zitti e buoni se no oggi digiuni, – se ne andò. Durante la sua assenza, uno scolaro, piuttosto scapatello, ebbe la luminosa idea di modificare a proprio vantaggio le votazioni segnate dal maestro sul quaderno, che erano per la verità bassine. Detto, fatto! Quando il maestro tornò, licenziò Pasqualino e riprese la correzione. Il caso volle che il quaderno dell'improvvisato correttore capitasse proprio sotto i suoi occhi. – E questo – chiese – che significa? Chi ha manomesso il quaderno? – Pasqualino, – venne fatto di rispondere al ragazzo. – Pasqualino!? E come s'è permesso? Domani, domani... di... Ma non fini di dire la parola "digiuno", sempre così a portata di... lingua, perché si rese conto che Pasqualino era ormai da qualche anno fuori della giurisdizione scolastica. – Va' a chiamarlo! – Disse a un ragazzo. Poi pensando che Pasqualino, componente della squadra dello Sci Club, era sul punto di partire con lui per Asiago, soggiunse: – Lascia stare! Penso io. E la cosa finì lì, grazie alla provvidenziale bugia, a Pasqualino, allo Sci Club, ad Asiago. La Valle Era tornato l'aprile. La primavera, come spesso accadeva, tardava a comparire. La campagna era ancora grigia e spoglia. Sulle pendici di Monte Campo e sotto la cresta di Monte Capraro, qua e là, c'erano ancora grosse chiazze di neve che al primo tiepido sole del mattino riverberavano tenui bagliori. Il maestro Ottorino, terminate le competizioni sportive invernali, si concedeva un po' di riposo e si dedicava alle cose di famiglia. Il sabato pomeriggio se ne scendeva col biroccio giù alla Valle, sotto a Monte Miglio. Lì aveva, in comproprietà, una piccola azienda agricola con un vecchio casolare, di pietra grigia, in un prato, seminascosto da un boschetto di quercioli. A fianco c'era un'antica cappella con uno stemma gentilizio sull'architrave. Intorno, boschi di cerri e praterie sempre verdi. Un angolo pittoresco, sereno e tranquillo. A scuola, quando se ne presentava l'occasione, il maestro Ottorino parlava della Valle, magnificandola: della primavera che lì era già arrivata, degli alberi già carichi di gemme in procinto di sbocciare, delle semine primaverili e degli altri lavori campestri. E allora, come per incanto, nell’aula ancora fredda che si affacciava sui tigli del giardino dell'asilo, ancora senza bocci, entrava una ventata della primavera della Valle e nelle menti degli scolari si accendevano fantastici sogni vagheggianti altri mondi e altri paesi. La loggetta di mamma Nunna Di fianco a Sant'Antonio, a sinistra, c'era la loggetta di mamma Nunna, tutta a basole di pietra, alla quale si accedeva per una piccola scaletta. Nei lunghi crepuscoli delle calde sere estive, quando rientrare in casa costava fatica, tanta era la dolcezza e la pace dell’ora, mamma Nunna con i capelli candidi che le sporgevano dal fazzoletto di raso scuro, annodato sotto il mento, rammendava seduta su quella loggetta. Mite, serena, affettuosa, mamma Nunna suscitava tenerezza in tutti. I bambini specialmente subivano il suo fascino e le stavano sempre tra i piedi. Venivano a farle compagnia le comari e le amiche del vicinato. Qualche volta salivano da lei Giacomo di Nenna e Paccale. Paccale, pacioccone, allegro, pieno di spirito, faceva sbellicare dalle risa tutta la compagnia con il racconto di fatterelli, condito di battute comiche irresistibili. Zi Donato Tatuccio Ai piedi della loggetta, di fianco, abitavano Tatuccio e Pascalotto. Essi non salivano mai sulla loggetta, ritenendola qualcosa come un futile soggiorno all'aria aperta, buono per le donnicciuole. Le spiritosaggini di Paccale erano per loro aria fritta. Seduti sulla soglia delle rispettive case, uno di qua e l'altro di là, si godevano in pace la bella sera estiva. Fino ad un certo punto, però. Perché, ad un tratto, che è che non è, cominciavano a rimbalzare dall'uno all'altro frizzi e stoccate da non dirsi: per cose da nulla, poi. All'ora di cena si apriva il buccìtto di zi Donato e compariva la testa di Mapina. Tatuccio allora salutava Pascalotto, come se nulla fosse stato, e si ritirava. Zi Donato Tatuccio era noto per le sue uscite mordaci, spiritose, caustiche. Le sparava serio, compunto quasi e senza mai accennare ad un sorriso. Ed era proprio questo suo atteggiamento che conferiva alle battute, già di per sé risibili, una incontenibile carica di ilarità. Zi Zaccaria Custode della villa comunale, nonché giardiniere, era in quegli anni zi Zaccaria. Zi Zaccaria curava con mano esperta le aiuole del giardino e vigilava a che i ragazzi non le calpestassero e non cogliessero fiori. Quando notava che qualcosa non andava, correva per quanto glielo permettesse la gamba di legno, appoggiandosi al bastone, per constatare eventuali infrazioni. Se notava che qualche ragazzo aveva contravvenuto ai regolamenti, per esempio andando a passeggiare (che faccia tosta!) proprio in mezzo alle aiuole, zi Zaccaria alzava prima il bastone in segno di autorità e di ammonimento, poi estraeva una vecchia agenda tutta consunta e minacciava di prendere nota del trasgressore per la segnalazione a chi di dovere, dicendo: – Attento che ti merco (ti marco, voleva dire). Naturalmente non marcava mai nessuno e i ragazzi lo sapevano e... figuriamoci se la smettevano! Ma zi Zaccaria, tutto compreso del compito affidatogli, che secondo lui aveva anche rilevanza educativa (non adoperava paroloni del genere, ci mancherebbe altro, ma il senso era questo), continuava a minacciare alla minima infrazione: – Attenti che vi merco! Quando imparerete a stare a posto? Quando se ne andò, i fiori avvizzirono e la villa divenne triste e vuota. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- La zampogna a Casalvecchio di Puglia
Le notizie da me raccolte in merito alla tradizione della zampogna nei paesi del Subappennino dauno, provengono da fonti orali legate alla memoria degli anziani abitanti del posto e si ricollegano alla tradizione pastorale abruzzese, intimamente connessa alla transumanza. Infatti, è noto che la zampogna è uno strumento musicale proprio del mondo dei pastori che lo progettavano, lo costruivano e lo usavano grazie alle preziose nozioni frutto di una sapienza millenaria che risale almeno all'antica Grecia (flauto di Pan), passando per i latini che chiamavano la zampogna Tibia utricolaris. Questa sapienza, e il mondo a cui ha dato vita, è giunta fino a noi con modalità che il presente volume si appresta ad illustrare. Anche la tradizione letteraria italiana, in particolare quella umanistica, non ha omesso di ricordare il legame tra la zampogna e l'universo bucolico, rinviandolo, magari, al più classicheggiante richiamo arcadico. Tornando all'aspetto a noi maggiormente vicino, occorre notare che quella di Casalvecchio era tra le prime presenze pugliesi - in senso geografico, poichè il paese è a pochi chilometri dal confine regionale tra Puglia e Molise - dei gruppi pastorali provenienti dalla parte più interna del Molise che, solo alcuni decenni addietro, era considerata regione unica assieme all' Abruzzo. Era tra le prime presenze pugliesi perché i pastori che seguivano la pista dauna, passavano il Fortore seguendo la via che congiunge Colletorto a Casalnuovo Monterotaro, anche se la maggior parte delle greggi guadava il fiume all'altezza del corridoio che si estendeva tra Dragonara e San Paolo di Civitate, seguendo il regio tratturo, il cui termine è tutt' ora segnato a Foggia dal cosiddetto Epitaffio. I luoghi di provenienza degli zampognari, però, non erano così prossimi al confine tra Puglia e Abruzzo-Molise poiché, tra i dati raccolti in Casalvecchio, emergono nomi di località tipicamente montane, come Capracotta, nota per la filatura e la tessitura delle lane, oltre che per i suoi pascoli in quota. Gli zampognari si muovevano al seguito delle greggi che dall'Abruzzo venivano a svernare nel Tavoliere, anche se non mancavano gruppi che, in maniera per così dire autonoma, venivano in Puglia per la campagna - così la chiamavano - di San Michele Arcangelo, festeggiato il 29 settembre (data culmine del periodo transumante preinvernale), giorno in cui, ancora oggi, viene celebrata la festività della sua apparizione nella grotta sotto stante al Santuario di Monte Sant'Angelo sul Gargano che, in epoche passate, era venerato e tenuto in grande considerazione in quanto, oltre ad aver ospitato l' apparizione del Santo, fu luogo di pellegrinaggio per i molti viaggiatori civili e militari, laici e religiosi, diretti in Terra Santa. Nessun cenno, invece, viene fatto al periodo natalizio che, almeno nella zona di Casalvecchio, pare non vedesse la presenza di zampognari, a differenza di ciò che, come dirò, accade oggi. Con ogni probabilità, gli zampognari che passavano per i paesi del Subappennino dauno, appartenevano a quegli "autonomi" che, non essendo obbligati a seguire da presso le greggi, potevano effettuare percorsi alternativi rispetto a quello segnato dal tratturo attraversato dagli armenti e che prevedevano un progressivo avvicinamento a Monte Sant'Angelo passando per Casalnuovo Monterotaro, Castelnuovo della Daunia, Torremaggiore, San Severo, San Marco in Lamis e, infine, San Giovanni Rotondo. Le fonti attestano che lo scopo dichiarato dagli zampognari circa la loro venuta era devozionale nei riguardi dell'Arcangelo Michele, ma gli stessi ammettevano, sia pur velatamente, che suonare la zampogna attraversando i paesi era un modo per allietare gli occasionali ascoltatori, con la speranza di ottenere qualcosa per sbarcare il lunario; indiretta testimonianza, questa, della povertà materiale che accompagnava la ricchezza spirituale della vita contadino-pastorale fino alla prima metà del nostro secolo. Ma queste due finalità erano accompagnate almeno da una terza, perseguita dai musici che venivano in Puglia a più stretto contatto con le greggi, ossia quella terapeutica nei riguardi degli uomini e degli animali . Per i primi la musica della zampogna fungeva da ausilio e stimolo a superare di buon animo le faticose giornate di cammino al seguito degli ovini e per questi aveva addirittura una valenza maieutica o, almeno, tale era ritenuta dai pastori che solevano accompagnare i parti delle pecore con la musica della zampogna. Le ricompense che i suonatori si attendevano dagli abitanti di Casalvecchio, così come da quelli dei paesi viciniori, erano in natura e non si parlava assolutamente di compensi in denaro, all'epoca merce rarissima, bensì di vino, uova, salsicce, dolci casarecci e simili. Del resto, il baratto regolava anche gli scambi tra pastori abruzzesi e contadini casalvecchiesi. Non accadeva raramente che in cambio di un agnello, di una forma di formaggio o di ricotta, i pastori ricevessero dai contadini un barilotto di vino o una fusina di salsiccia prodotta con le carni del maiale allevato l'anno precedente. Con l'estinzione della transumanza, si è avuto un parallelo calo dell'afflusso di suonatori di zampogna, ma, recentemente, si è registrato un ritorno di giovani zampognari che, a causa della penuria di offerte di lavoro tipica delle nostre parti, sono tornati a percorrere le stesse vie dei loro antenati e con le stesse motivazioni, anche se con occhio più attento al fine materiale che a quello spirituale. Una importante differenza, però, è costituita dal periodo di presenza degli zampognari che, adesso, prediligono le festività natalizie, confidando magari sulla benevolenza nei riguardi del prossimo che è ancora tipica della Natività. Proprio a proposito di benevolenza, concludo con l'auspicio che ognuno di noi possa, nei limiti delle proprie possibilità, sostenere il prosieguo e, perché no, il rilancio di una tradizione che è patrimonio sociale, folklorico e culturale di ognuno di noi. Ferdinando Fratta Fonte: F. Fratta, La zampogna a Casalvecchio di Puglia, in A. Capozzi, P. De Angelis e M. Delli Muti (a cura di), La zampogna nella Daunia, Centro Distrettuale FG/32, Foggia 1999.
- A Capracotta il 70° Campionato nazionale A.N.A. di sci di fondo
L'assegnazione del 70° campionato nazionale sci di fondo a Capracotta, ha costituito per il centro alto molisano, dopo l'organizzazione tra gli altri dei campionati italiani assoluti del 1997 e della Continental Cup nel 2004, la sua definitiva affermazione tra le località di sicuro prestigio a livello nazionale per lo sci nordico e premessa per la realizzazione di manifestazioni sempre più prestigiose. Il sito, che si estende a cavallo di una sella montuosa, è fra i centri abitati più alti dell'Appennino, e si è meritato l'appellativo di Tibet dell'Appennino per i suoi lunghi inverni bianchi, caratterizzati da intense precipitazioni nevose, così abbondanti da raggiungere i tre-quattro metri d'altezza. All'appuntamento del 13 febbraio 2005, in occasione dei campionati nazionali di fondo, Capracotta si è presentata anche agli alpini con un innevamento "d'annata", che ha destato meraviglia in tutti i partecipanti alla manifestazione sportiva per l'abbondanza di precipitazioni in una stagione così avara. Il numero dei partecipanti e delle sezioni presenti è stato superiore ad ogni più rosea previsione: 280 atleti appartenenti a 25 sezioni, più due sottufficiali alpini in servizio. La calorosa accoglienza da parte degli abitanti di Capracotta e degli alpini molisani è stata da tutti molto apprezzata. Il sabato le manifestazioni si sono svolte come da programma: nel pomeriggio cori con fanfara alpina attraverso le principali vie del paese imbandierate e la deposizione di corone al monumento ai Caduti. Successivamente Santa Messa officiata dal vescovo della Diocesi di Trivento e dal parroco di Capracotta, sinceri amici degli alpini. Al termine della Messa, in Chiesa, concerto di musica etnica con zampogna, strumento pastorale tipico del Molise, ed altri strumenti della tradizione popolare molto apprezzati. Al termine distribuzione di "vin brulé". Nei locali della palestra comunale cena con prodotti tipici offerta agli ospiti e (circa 700 persone) e allietata da cori e canti improvvisati. Domenica 13, con cielo sereno e temperatura rigida, sono iniziate le partenze degli atleti in un clima festoso alla presenza del presidente nazionale Corrado Perona, del vicepresidente Giorgio Sonzogni, dei consiglieri nazionali Bruno Serafin e Antonio Cason (che ha partecipato alle gare), di Mario Benedetti, componente la commissione sportiva e di diversi presidenti di sezione. Al termine delle gare e nel rispetto degli orari programmati hanno avuto luogo le premiazioni nel piazzale antistante il Rifugio di Prato Gentile e le piste. La sezione Molise, nella consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per la migliore riuscita della manifestazione, ringrazia i partecipanti, il presidente nazionale Corrado Perona, i consiglieri nazionali, le sezioni intervenute, le autorità, gli enti, le Associazioni e quanti hanno collaborato al successo di questo campionato. Lunghissime le classifiche e le premiazioni: 36 premi assegnati, compreso un premio speciale al “giovane ottantasettenne” Paolo Ferrari della sezione di Trento. Il campione nazionale 2005 è risultato Marco Fiorentini della sezione di Verona con il magnifico tempo di tutto riguardo di 34.36.6 (km. 15), nella classifica delle sezioni è risultata in testa Bergamo seguita da Vicenza e Trento. Mario Francesco Capone ed Eugenio Giuliano Fonte: M. F. Capone e E. Giuliano, A Capracotta il 70º Campionato nazionale ANA di sci di fondo, nel cuore dell'Appennino, in «L'Alpino», LXXXIV:5, Milano, maggio 2005.
























