LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Le campane di Nicola e Donato Perilli di Capracotta
Mentem santam spontaneam honorem Deo et patriæ liberationem XPS rex venit in pace Deus et homo factus est Verbum caro factum est Nicolaus de Crapa Cotta me fecit A.D. 1566 «Una mente sana a onor di Dio e liberazione della patria. Cristo Dio re viene in pace e si è fatto uomo. Il Verbo si è fatto carne». Nicola Perilli - mastro fonditore capracottese, celebre rappresentante d'una tradizione perduta per sempre, quella dei campanari itineranti - impresse l'epitaffio di sant'Agata sulla grande campana della Chiesa di S. Maria Maggiore di Roio del Sangro, «fusa nel 1566 con l'oro e l'argento offerto da tutti i roiesi», restaurata e riportata a nuova vita grazie all'amore dei cittadini di colà della classe 1950. I generosi roiesi, nell'inaugurare il 12 agosto 2010 il restauro di quella campana, scrissero che «il suono [...] richiama all'aprirsi della mente all'ascolto di Dio: un Dio che ha amato l'uomo divenendo come uno di noi nel grembo purissimo della Madonna che accogliendolo si è sentita accolta infinitamente. Simili all'eco della campana ognuno è chiamato a risuonare di Dio facendo diventare la propria vita amore: dono di sé agli altri». Nel '500 il cosiddetto Nicola de Crapa Cotta e suo figlio Donato erano depositari della tradizione di famiglia, campanari capracottesi tra i primi d'Abruzzo, sia in senso cronologico che artistico, prova ne sia l'elenco stilato sulla "Revue de l'Art Chretien" dallo storiografo francese Xavier Barbier de Montault, in cui comparivano i più grandi fonditori di campane europei dei secc. XIII-XVIII, tra cui l'unico abruzzese: «Donato Perilli, de Capracotta, [qui] a fondu en 1576 la cloche de l'èglise de Matrice, [avec] sa signature». La caratteristica dei Perilli stava infatti nella loro estrema mobilità, poiché si spostavano da Capracotta per andare a fondere o ad installare campane in posti in cui già operavano altre famiglie di fonditori. Nel caso della campana della parrocchiale di Roio del Sangro, il dettaglio che più di ogni altro salta all'occhio sta nell'effige della salamandra (o lucertola), che il solerte Sebastiano Trotta ha fotografato. Stando a una millenaria leggenda, infatti, la salamandra è un simbolo di purezza perché essa, passando indenne nel fuoco, si purifica. In Spagna, addirittura, è molto frequente rappresentare una salamandra o una lucertola sulle campane appena fuse, in segno di scongiuro contro i fulmini. La salamandra compare ad esempio su tutte le campane dei fonditori Donati de L'Aquila, le cui opere sono diffuse tanto nelle Marche quanto in Umbria. Qualche ricercatore, ingenuamente, ha indicato la salamandra come simbolo proprio dei fonditori Donati ma questi, attivi tra il XVIII e il XIX secolo, seguivano in realtà un'usanza praticata da tutti i fonditori europei e infatti la ritroviamo un po' ovunque. Nel Duomo di Ascoli Piceno vi è perfino una campana che prende il nome di Lucertola; la salamandra compare anche nel campanone del Duomo di Fermo, opera dei fratelli Giuseppe e Vittorio Camplani. Lo sgusciante anfibio compare addirittura sulla campana della Chiesa di San Marcellino a Cremona, fusa nel 1715, e sulla Turela del concerto di Gargnano (BS), fusa da Andrea Crespi nel 1819. A quanto pare, insomma, la famiglia Perilli di Capracotta era ben inserita nel contesto italiano dell'arte campanaria, tanto che, allo stato attuale, grazie agli studi precedenti, possiamo ascrivere loro con certezza la realizzazione delle seguenti campane: 1443, Chiesa di S. Croce, Solofra (AV); 1481, Chiesa di S. Germano, Cassino (FR); 1545, Chiesa di S. Giovanni, Castel di Sangro (AQ); 1545, Chiesa di S. Giovanni, Cineto Romano (RM); 1566, Chiesa di S. Maria Maggiore, Roio del Sangro (CH); 1571, Chiesa di S. Maria Assunta, Pietrabbondante (IS); 1576, Chiesa di S. Maria della Strada, Matrice (CB); s.d., Chiesa del SS. Sacramento, Scanno (AQ). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Ambrosiani, La chiesa badiale di Santa Maria della Strada in Matrice, Jamiceli, Campobasso 1887; U. D'Andrea, Campane e fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri, vol. II, Tip. dell'Abbazia, Casamari 1980; A. di Nardo Ruffo, Il Molise e le sue mani d'oro, Grafica Isernina, Isernia 2010; M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta: luglio 2005-giugno 2006, Capracotta 2006; E. Mattiocco, Segni sulla pietra. Iscrizioni e araldica della terra di Castel di Sangro, Itinerari, Lanciano 2003; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; X. B. de Montault, Les fondeurs de cloches en Italie, in «Revue de l'Art Chretien», XXXI:6, Lille 1888; E. P. Pignatiello, Epitaffio di S. Agata, in S. R. Corinaldi, Una goccia di splendore. Il campanone e l'orologio di Cingoli, Tip. Ilari, Cingoli 2016.
- Ciro Giuliano, un maestro della sartorialità maschile
Ciro Giuliano (1894-1978) è stato un sarto italiano per uomo. Figlio d'arte, perché suo nonno e suo padre, a Capracotta, avevano una piccola sartoria. La rivista "GQ - Gentlemen's Quarterly", lo ha definito la «Bibbia dell'eleganza maschile». È giusto considerarlo, insieme al capostipite dei Caraceni, un assoluto maestro. A 15 anni, emigra a Roma per perfezionare il mestiere da Mattina e Cassisi, buone firme della sartoria della capitale. Ventenne è già tagliatore da Holding al Tritone, sartoria "all'inglese" dove era stato anche Caraceni. Pochi anni e apre un suo atelier in corso Italia 32. Il suo segreto erano le stoffe (sempre di straordinaria qualità) e l'aver saputo ammorbidire, italianizzare il taglio. Leggerezza, flessibilità sono le "virtù" che Luigi Barzini junior esalta nel raccontare gli abiti di Ciro Giuliano: «Appoggiava la giacca alle spalle del cliente così com'erano, senza imbottiture, senza telette rigide o altro, per cui il resto pendeva per gravità, sciolto, con garbo e naturalezza. I sarti più tradizionali appoggiavano invece la giacca a spalle finte, fatte di bambagia, sostegni e accorgimenti vari». Suo fedelissimo cliente fu l'attore Gary Cooper: ancora sconosciuto, trovò in Italia la sua pigmalione, Dorothy di Frasso, che, innamorata, gli insegnò per prima cosa a vestirsi portandolo da Giuliano. «Era un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati [...] E il taglio dell'abito, e il profilo reso aristocratico dal naso aquilino e la riservatezza e la soavità dei modi m’avevano fatto pensare a un diplomatico della vecchia scuola o a uno di quei "conti zii" della buona società che possono permettersi qualunque familiarità verso uomini e donne senza timore di venire fraintesi». Così, in un ritratto di "Busti al Pincio", lo descrive Indro Montanelli che, per la sua fama, se l'era immaginato «alto, autoritario e di piglio prepotente, incline più a dare con dittatoriale arroganza che a ricevere ordini». Per istintiva simpatia, nata al primo incontro, e forse per reazione a quello smentito pregiudizio, Montanelli, decise di ordinargli un vestito: «Non ne avevo alcun bisogno, ma mi piaceva rivedere lui e diventarne amico. Con un certo stupore mi accorsi che lo ero già. Venne col metro pendulo dalla spalla destra e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra». Fonte: https://moda.mam-e.it/, 23 giugno 2021.
- Campo Ciccotti: storia semiseria di un quartiere di Celano
Pensando a questa conviviale mi sono tornati in mente i ricordi dell'infanzia quando il nostro quartiere era densamente popolato, c'era una fiorente gioventù, un nutrito numero di anziani di cui andavamo fieri per la loro saggezza. Ogni famiglia aveva i suoi connotati, coloriti erano i soprannomi di cui ogni casato era orgoglioso: Campesante, Giachemette, Lincazie, Martegli, Chicchine, Naplitane, Giurgione, Carbunare, i Zurre, Crustine, Siciliane, Scazzose, Ribufagnale, Mancinelli, Facocchie, Tabacchine, Miscione, Lupone, Capunite, Ferrine, Taborre, Capurale, Liberte, Zampettone, Liggere, Callarale, Calatore, Fascluritte, Pazzitte, Fasciane, Cicciotte, la Cacciune, Cabulette, Chicone, Bufalette, Paparule, Cucchiere, Barbaruccie, Cazzlone, Palluttone, Cacazzitte, Ciancine. A dare brio e vivacità al vicinato era la cantina di Giuvine e poi di Arturo, tante le sere passate all'insegna di Bacco e tabacco ma poca Venere. Quanti i segreti svelati dal bevitori che, dopo aver tranquillamente tracannato vari bicchieri di vino, si scambiavano confidenze non sempre piacevoli. Figura emblematica resterà Aminta, donna di raffinata bellezza che incarnava l'anima del vicinato. Ad aspettarci nella biglietteria del cinema "Italia" c'era Nanda la Segheria che, mentre lavorava a maglia, attendeva con impazienza il suo amato "Tex". Flicetta Ceres invece con i suoi capelli sempre neri, interpretando i nostri sogni ci prediceva lontane sciagure o imminenti fortune. A sventolar bandiera rossa ci pensava Carminucce Fasciane che, cosa insolita per quei tempi, da comunista convinto, seduto all'esterno della sua abitazione leggeva l'Unità attirando l'attenzione degli increduli passanti. Ricordo con nostalgia le serate passate con i miei amici coetanei adolescenti di allora a vedere la "televisione" in casa di Bicetta Mastrantonio che ci accoglieva con la sua scrosciante risata offrendoci dolci, bevande ma soprattutto tantissimo amore. Vicino a Bicetta viveva con la sua fantastica famiglia Renato i Fotografe che, con i suoi scatti tutti uguali, ci ha reso immortali. Come dimenticare i palazze 'nzolle i spine un tempo gremito di particolare figure Emilio Nufleppe, Pasquina Cimmichella, Annina la Bionda, Annina la Zorre, la cummare Peppinella, Elpidio, Villucce, Assunta Ferrine, Germano Torrelli, ora a far da guardiana è rimasta solamente Fiorenza, una giovane inqullina intrepida e coraggiosa. Sotto i palazze 'nzoll i spine c'era la bottega artigianale di Cesarine i Facocchie e le cantine annerite dal carboni di Pasqualino, Luigi, Calitto, Edo, Luciano, Geremia, venuti da Capracotta a Celano in cerca di lavoro e di fortuna. Pure il negozio di scarpe di Pietro e poi di Ezio Rufelone richiamava per la sua preziosa mercanzia, non solo i celanesi ma anche i forestieri. Un pensiero va anche a Vincenzone, lo zio di Bisteccone, e ad Augusto Cantelmi che già allora aveva "beatificato" Tommaso da Celano e parlava con calore della valletta che aveva conosciuto alla trasmissione televisiva "Lascia o raddoppia". Ricordo ancora i due tenori Sabatino Sciuscion e Augusto Giachemette, che cantava dalla sera alla mattina "Paloma", i cumbare Loreto i Calatore sempre sorridente e spiritoso. A rinverdire il vicinato ci pensò, alla fine degli anni Sessanta, con la sua numerosa figliolanza e con la sua allegria Carmine i Naplitane. Di recente sono arrivati nel nostro quartiere Tonino Biocca e Nicoletta meritevoli di cittadinanza per la loro creativa operosità. Prossimo a trasferirsi sarà Franco Pestili con la sua famiglia, a lui diamo i1 benvenuto. In questa carrellata, sicuramente ho dimenticato qualcuno, per questo vi chiedo scusa. Voglio infine augurarmi che le nuove leve sappiano ripopolare e dare lustro al quartiere, con lo sguardo volto al passato ma proteso anche verso il futuro che spero, sia per tutti pieno di serenità, pace, felicità e prosperità. Zelinda Rosati Fonte: https://www.facebook.com/, 11 agosto 2017.
- Vivere "serenamente" la vecchiaia (I)
Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si misura con il numero degli anni. [Sap. 4,8] Lunga vita si augura l'uomo come premio, ricchezza di giorni è per tutti una straordinaria benedizione. Ogni giorno è un dono di Dio, un regalo della natura, un incentivo alla voglia di vivere. Carico di anni è chi ha fatto dei suoi anni guadagno e offerta, chi ha spartito i suoi giorni nella giustizia e nella verità, chi ha praticato le vie della compassione e della misericordia. Vera longevità è lasciare memoria d'amore e nostalgia di perdono. Se il tempo consegna nel suo passare conforto di memoria, l'amore condiviso conserva per sempre il tempo al vissuto presente, resta sempre, non muore mai. Ognuno ha la sua anzianità. La vecchiaia è esattamente come la si vive. È sì un fatto anagrafico e fisiologico, ma è soprattutto un fatto spirituale, una stagione del cuore. Si è giovani o anziani dentro, dove ognuno decide come guardare il mondo, come vedere la natura, la società, lo scorrere del tempo e delle stagioni, le vicende dell'umanità, le gioie e le sciagure proprie e della gente. Ciò che noi chiamiamo saggezza non è sapere molte cose ma di coglierne il significato, di collocarle al loro giusto posto in quello spazio pieno di mondo e di storia che è la mente innervata nel cuore. C'è un sapere che non è fatto di nozioni, ma di percezioni, delle tracce che ciò che ci ha toccato ha lasciato nel cervello e nell'anima. È conoscenza che inclina all'obbedienza. Conoscere la vita significa imparare ad obbedire, a “chinare il capo” di fronte ad un mistero più grande di noi, e tacere. Ci sono verità che si credono pienamente solo dopo che sono accadute. Occorrono anni per raggiungere questo sapere privilegiato, umile, semplice e altissimo, che è l'esperienza. L'anziano ha imparato il linguaggio di questa scuola, possiede il segreto di una pace profonda, diventa un vero maestro di vita. Incontrarlo è grazia. Ha raggiunto la "soglia" della contemplazione, intesa come conoscenza amorosa, saporosa e adorante del terreno e dell'eterno. L'anziano che negli anni, meditando, ha raccolto in un sapere i principi della vita, ne ha fatto la sua filosofia e religione, è anche un contemplativo. Si è fatto discepolo della sapienza discesa dal cielo contenuta nel Vangelo. Il suo pensiero retto e sincero, il volere andare a fondo delle cose, senza presunzione e senza violenza, lo conducono a contatto con le essenze, che custodiscono le verità di ciò che è e di ciò che accade, cioè il sapere di Dio. Per questo le sue parole hanno uno spessore diverso da quelle comuni e fanno pensare. Il contemplativo, con la riflessione e l'adorazione, è giunto all'anima della vicenda umana e sa svelarla agli altri. Nulla procura tanta pace, quanto il possesso della verità, sapere come stanno le cose. In primo luogo quelle che riguardano il nostro essere qui, ora, circondato di mistero, e il senso del nostro andare e procedere nella vita. La psicologia parla, a questo proposito, di espansione dell'io, di occhio dell'anima, di dilatazione dei confini della coscienza, termini suggestivi che indicano una più lucida conoscenza di sé. Un sé illuminato si trova avvantaggiato nel lavoro di liberazione dall'egoismo, dell'avidità saziata e mai sazia, dell'intolleranza, del desiderio di prevalere e di dominare. Come pure nel superamento di numerosi stati dolorosi che lo fanno soffrire: l'ansia, la depressione, la diffidenza, un modo malato di ricordare il passato, la sfiducia in sé stessi, il senso di abbandono, il risentimento che non riesce a dimenticare, l'incapacità di lasciarsi amare e sentirsi amato. La prima guarigione da cercare è quella del cuore. La felicità è nel cuore! Tocca a noi rispondervi nel segreto della vita. Una vita che va ascoltata, colta nella semplicità e nelle piccole cose, sentendo «il desiderio di una realtà invisibile». Invecchiare è un'arte e la vecchiaia è una qualità. Se si guariscono i sentimenti, anche le memorie e i desideri, le sofferenze dei ricordi e l'ingordigia dei desideri vanno ricercati nella libertà e nel benessere interno. L'anzianità non è declino, ma illuminazione e ascesa. Si vedono le cose dall'alto, con uno sguardo che abbraccia tutti i sentieri percorsi senza incolpare nessuno. È vero che è l'età della debolezza, spesso accompagnata da malattie e fragilità, l'età della perdita di tanti beni sui vari versanti del nostro essere, quello fisico, mentale, psichico, affettivo. Ma è anche l'età in cui si possono gustare i frutti di quanto si è seminato. Un patrimonio spirituale riempie la vita, dà luce e gioia e la rende sempre degna di essere amata. Questo richiamo all'interiorità, l'essere spinti dolcemente ma energicamente al centro, la sede dell'io e dell'essenziale, la nostra vera casa, dove è custodito quel patrimonio spirituale che ognuno porta dentro di sé, dà senso e giusta direzione al nostro vivere. Il bisogno sempre più forte di Dio, il rimanere aggrappati alle sue parole e alle sue promesse, rende più accettabile il declino delle forze, che mette a nudo la fragilità del corpo e l'insidia della solitudine. Dio, «tua vita e tua longevità» (Dt. 30,20), come dice Mosè al popolo per stringere alleanza con Jahvé. L'amore, la preghiera, la tolleranza, la disposizione generosa a riconoscere il bello e il buono negli altri sono spinte alla interiorità. La contemplazione e il dialogo con sé stessi, si fanno più luminosi sull'orizzonte che ci circonda, mentre camminiamo verso l'Ultimo Orizzonte. Il vivere bene è il modo più semplice per vivere sereni, star bene e fare il bene. La vecchiaia appare dunque non soltanto come una serie di sintomi e di affezioni, ma come la conquista di un carattere: la saggezza. La saggezza richiede pazienza, ma va maturata, si può offrire agli altri, ma soprattutto va cercata per sé stessi. E la saggezza è strettamente apparentata con la serenità e la felicità. Nella biografia di Confucio viene detto che a cinquant'anni aveva sviluppato il lato spirituale della sua persona, che a sessanta le sue orecchie erano attente alla verità, che a settanta sapeva seguire gli «impulsi del proprio cuore» senza rischiare di agire male. È proprio così anche sul piano simbolico della lingua cinese l'ideogramma, che significa lunga vita, era spesso associato a quello che indica la felicità, articolato in una grande varietà di motivi decorativi. "La vita, i giorni. Sulla vecchiaia" è un libro di Enzo Bianchi, offre uno sguardo profondo della vita, soprattutto la sapienza del cuore, parla della vecchiaia. Tra le righe c'è labbraccio sobrio della sua vita che ripercorre il lungo cammino di un uomo. È il diario di oggi, ma anche di ieri ed una luce sul domani. Oggi, forse, più di ieri siamo sorpresi dalle paure e dai timori, temiamo di essere lasciati soli. Tra i tanti tipi di invecchiamento la solitudine, gli altri che non ti cercano, la necessità di trovare rimedi al corpo sempre più fragile, rendono la vecchiaia più triste e impegnativa. Non è l'anticamera della morte, ma un'altra maniera di vivere. Bisogna imparare ad essere vecchi. Bisogna imparare ad aggiungere vita ai giorni e non solo giorni alla vita. Bisogna lottare per non spegnere le relazioni, continuare a frequentare gli amici, avere un rapporto diverso con la natura, cogliere la bellezza che ci circonda, sentire pulsare il mondo in noi e attorno a noi, non rassegnarsi alla vita che se ne va. Avere il coraggio di rinnovare le amicizie, gli affetti, i sentimenti, senza lasciarsi andare e cedere alla tristezza e malinconia che fanno morire prima. Vecchiaia è l'arte di inventare una nuova vita. È un prepararsi a lasciare la presa, ad accettare l’incompiuto, ad allentare il controllo sul mondo e sulle cose. Imparare ad invecchiare così come abbiamo imparato ad essere bambini, poi giovani, poi uomini e donne mature. L'ascolto della musica può aiutare a superare questo scoglio della propria esistenza. «Nella notte canto. La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro», recita un poeta ispirato. La musica, la più spirituale delle arti, la vetta suprema del linguaggio, comunica emozioni, tocca il cuore, addolcisce la solitudine della vecchiaia. La musica nasce «dal rimpianto del paradiso e trasmette il brivido interiore di Dio», chiosa un acuto scrittore francese, Cioran. È accensione d'anima, tocca il cuore al non detto che lo caratterizza, in un contesto di gratuità e di bellezza. Cantare con arte è cantare nel giubilo, in modo da piacere, senza offendere orecchie perfette, tradure in suoni articolati, comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta nel cuore. Uscire dagli steccati dell'inerzia e della solitudine, pensare la longevità come risorsa, valorizzare tutti i momenti attivi per coltivare interessi, è l'atteggiamento più incline a riflettere sul senso delle cose. Far crescere la capacità di "stare con" attraverso relazioni umane sensate, lavori di gruppo, vita con gli altri, l'uso frequente del telefono, internet, dvd, cellulare ecc. aumenta la cultura della relazione, offre un salto di qualità nella vita dell'anziano, realizza integrazione sociale tra generazioni sul territorio. L'anziano avverte il bisogno di giustizia, di verità, di amore, sente il bisogno di elevare lo spirito cercando luce e conforto, scopre il mistero della vita e del dolore. Sono semplici intuizioni che fanno avvertire la terza età come una opportunità, perché permettono di fare cose a cui precedentemente è stato necessario rinunciare. Per secoli agli anziani si è dato potere e sapienza e considerati casi venerati. «Coram cano capite consurge et honora personam senis» ("Dinanzi ad una testa bianca alzati e onora la persona del vecchio") è scritto nella Bibbia (Lev. 19,31). Oggi gli anziani vengono visti come «un peso che rallenta il sistema». C'è quasi un fastidio nel vedere che esiste una longevità attiva e vissuta soggettivamente. In realtà gli anziani sono la parte più ricca della società. Tre pericoli incombono pesantemente su di loro: la solitudine, che si vince con la cultura comunitaria, la perdita di un fine e un obiettivo nella vita che fa da sostegno, la concezione della creaturalità, che ricorda che siamo creature di Dio e non padroni di noi stessi. Osman Antonio Di Lorenzo
- La storia di Thomas Di Lorenzo
Thomas "Tom" Gaetano Di Lorenzo nacque a Bristol in Pennsylvania, il 4 maggio del 1926, da Gaetano e Maria Giuseppina Ferrelli (entrambi emigrati da Capracotta in provincia di Isernia). Thomas ebbe quattro sorelle, Carmella, Edith, Julia e Yolanda, e due fratelli, Pasquale e Daniel. All'età di 18 anni, nel 1944, Tom si arruolò nella U.S. Army Air Corps che servì per sei anni (ottenne la World War II Victory Medal e la Good Conduct Medal). Al termine del suo servizio iniziale si arruolò nuovamente, nel 1950, nella U.S. Air Force che servì per altri tre anni e quattro mesi, venendo congedato, con onore, all'età di 27 anni nel maggio del 1953 come sergente maggiore. Il suo servizio militare incluse più di due anni di servizio in varie altre parti (Louisiana, Colorado, Kansas e Nebraska). Dopo il servizio militare lavorò per la General Electric. Fondò poi la "Thomas DiLorenzo's Refrigeration Company". Tom detiene due brevetti, rilasciati dagli Stati Uniti, che inventò durante la manutenzione delle macchine per il ghiaccio e le attrezzature di refrigerazione nei ristoranti attraverso la sua azienda. Tom notò che la maggior parte dei ristoranti aveva muffe e funghi che crescevano nelle loro macchine del ghiaccio e nei distributori di bevande e, di conseguenza, un sacco di batteri. Ideò dei metodi per introdurre l'ozono nell'alimentazione dell'acqua e dell'aria delle macchine per il ghiaccio e le bevande e ottenne i brevetti U.S. di "Metodo e apparecchiatura per la produzione e la distribuzione del ghiaccio con maggiore igiene". A Bristol, in Massachusetts, il 17 maggio 1958, Tom sposò Ellen Patterson. I due non ebbero figli. La moglie Ellen morì il 24 settembre 2001. Thomas Gaetano Di Lorenzo morì a 94 anni il 22 ottobre del 2020. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 9 gennaio 2022.
- Sogno di una notte di mezza estate
Sono in piazza, ho appena comprato il quotidiano e mentre sbircio i titoli principali vengo affiancato da un'auto con il finestrino lato conducente abbassato. – Buongiorno... sto cercando Mario Di Tella; è lei per caso? – Sì... sono io... cosa desidera? – Ho avuto modo di constatare che i ripristinatori dei sentieri capracottesi hanno svolto un ottimo lavoro e desidero che lei mi faccia una cortesia. – Di che tipo? – Dovrebbe effettuare un test di guida per la mia Genny, lungo il sentiero delle sorgenti perenni. – Perché non provvede lei ad accompagnarla? – Desidero che questo test venga effettuato da un estraneo in quanto le considerazioni finali del test saranno esplicite e senza condizionamenti. – Mi sembra un'idea balzana... ma le posso dire che io di regola non accompagno mai gli escursionisti per evitare implicazioni penali per gli eventuali incidenti fortuiti che si possono verificare. – Non si preoccupi... se lei acconsente, domani mattina alla vista di Genny tutte le sue perplessività spariranno. – Facciamo così, domani mattina alle ore 9 io mi troverò all'inizio del sentiero, mi avvierò per conto mio. Se qualcuno si accoderà liberamente, non mi recherà nessun disturbo. Va bene? – Questa rappresenta esclusivamente una risposta diplomatica alla mia richiesta. – Poi non so se alla sua Genny le farà piacere la mia compagnia... io sono poco loquace, anzi parlo pochissimo durante le escursioni. – Non si preoccupi, durante il test non è necessario che parli sempre, il test consiste che Genny la segua a distanza di circa 3 metri durante la passeggiata. Dalla descrizione del sentiero, Genny non le recherà nessun disturbo durante la passeggiata. – Allora? – Va bene... a domani. Al mattino preparo lo zainetto con tutti gli accessori elettronici e non del caso: telefonino, occhiali, dissuasore sonoro per eventuali imprevisti, sistema GPS e mi avvio in macchina per raggiungere la postazione d'inizio sentiero. Dopo circa 3,5 km., in lontananza, noto sul lato opposto dell'imbocco del sentiero la presenza di un'auto con l'anteriore rivolto verso Capracotta e con il conducente seduto al posto di guida. Faccio manovra con l'auto sull'invito del sentiero e posiziono la medesima davanti a quella presente, per prepararla per il ritorno. Scendo e mi avvicino all'auto posteggiata dietro la mia. – Buongiorno... non scende? – No... ho una certa fretta... Genny l'aspetta dietro il portabagaglio. Mi avvicino con una certa titubanza e noto che l'autista mi osserva dallo specchietto retrovisore. Rimango sbigottito, con un colore rosso vivo, con delle curve stupende senza grinze, è pronta con le calzature adatte con gomma scolpite, per il trekking. Comprendo all'istante chi è Genny ed il conducente. Mi avvicino... e sorridendo dico: – Mi ha fatto... una bella sorpresa. – Non avevo dubbi che avrebbe capito subito... – Le lascio una "scatoletta" con ricetrasmittente GPS e riconoscitore vocale che dovrebbe indossare intorno al girovita, così Genny potrà seguirla liberamente. Le voglio dire che lei comprende solo le parole "Andiamo" e "Fermati "... anche se deve espletare qualche incombenza fisiologica. – C'è qualcos'altro che io non so? – Sì... Genny è munita oltre di un sistema di controllo satellitare anche di una cam recorder per video e suono; durante la passeggiata esprima pure liberamente le sue opinioni. – Adesso lei dove va? Per la passeggiata andata e ritorno occorrono circa 3 ore. – Vado su... mentre faccio colazione sulla "terrazza panoramica delle tre valli" dell'Hotel Montecampo io la seguirò sul mio TAB; al ritorno quando sarà in prossimità della Fonte Sambuco mi avvierò per riportare a casa Genny. – Allora... fra circa tre ore ci vediamo qui allo stesso posto. Nella mia mente risuona il termine saronnese «sperem in ben!». Il conducente mette in moto la sua macchina e va via. Guardo con ammirazione Genny e poi girandomi con il viso verso il sentiero esclamo: – Andiamo... – gesticolando con la mano destra a mo' di invito. Inizio la passeggiata lungo il confine del prato, il profumo inebriante dell'erba appena tagliata inondano le mie narici e Genny inizia a seguirmi docilmente. Qualcuno ha detto che il profumo dell'erba appena tagliata calma l'aggressività, riduce lo stress ed è salutare per la mente. Per Genny credo che non sia necessario. I segnavia rossi e bianchi sono ben evidenti sui tronchi degli alberi, acquisisco sicurezza e continuo la passeggiata. Dopo circa 300 metri sul bordo, di destra, del sentiero sono presenti degli arbusti di alberi di tasso. Accarezzo per istinto le estremità di un ramo e noto che non pungono e le dita scivolano facilmente al tatto. Mi volto e noto che Genny mi segue distanziata di circa 3 metri. Rivolgendomi a lei, pensando che mi ascolti, le faccio notare che le bacche rosse dell'albero del tasso sono molto velenose per gli esseri viventi. Solo gli uccelli favoriscono la diffusione della pianta: mangiano le bacche, mentre i semi veri e propri riescono ad attraversare intatti il processo digestivo ed, espulsi, si insediano nel terreno dando origine ad una nuova pianta. Le bacche se vengono assaporate hanno un effetto letale immediato agendo sul sistema nervoso e provocando mancanza di respiro, vertigini e rallentamento del battito cardiaco. I tronchetti, giovani, opportunamente sagomati con una scanalatura a V vengono utilizzati come conduttura di adduzione delle acque sorgive delle fonti. Mentre proseguo sento un sììì molto prolungato. Un viale di foglie verdi variopinte ed il cinguettio di uccelli ci invitano a proseguire lungo il sentiero naturalistico. Giungiamo alla Fonte Sambuco, lo scrosciare dell'acqua sorgiva mi fa comprendere che pur essendo in estate avanzata la sorgente svolge sempre egregiamente il suo ruolo: quella di dissetare i viandanti. Con una mano accarezzo, superficialmente, il flusso dell'acqua gelida, sulla parte superiore a mo' di ringraziamento. Svoltiamo a sinistra e proseguiamo lungo la leggera pendenza. Genny mette in evidenza la sua capacità di rimanere, sempre perfettamente, in equilibrio anche in queste condizioni. Un sentiero pianeggiante ci conduce, sempre rispettando la segnaletica segnavia dei tronchi degli alberi, al pianoro che funge da bivio per la Fonte Nascosta o Vallone delle Incotte. Decido di optare per una visita di cortesia alla Fonte Nascosta. I miei amici ripristinatori dei sentieri hanno realizzato, con una leggera pendenza, un sentiero facilmente percorribile anche per le famigliole con al seguito bambini in tenera età in grado di camminare autonomamente. Giunto sulla sommità della collinetta, ci appare la bellissima conca che ci invita a sostare in prossimità della fonte tra i massi ricoperti di soffice muschio di verde argentato. Dal tronchetto sagomato, posto al di sotto della pietra descrittiva, l'acqua sorgiva e cristallina sgorga abbondantemente. Rivolgendomi a Genny, anche se sicuramente non mi ascolta, le faccio presente che la capacità operativa dei ripristinatori ha reso possibile questa bontà ed elenco: la composizione degli stessi, lo stato iniziale e le modalità operative per il suo ripristino ottimale. Esattamente un anno fa hanno provveduto alla sua ottima funzionalità dimostrando competenza e capacità manuale. Dopo una breve sosta, riprendiamo il nostro cammino. Ritorniamo verso il pianoro, e ci incamminiamo verso destra e dopo 5 minuti raggiungiamo il Vallone delle Incotte. Superato senza intoppi il Vallone delle Incotte, proseguiamo lungo il sentiero. Ci accompagna una leggera brezza che fa ondeggiare le foglie dei faggi che cambiano colore e sembra che le chiome vengano pettinate. Seguiamo il sentiero, sempre tra due ali di faggi sempre verdi. Lungo il percorso sono presenti le indicazioni per i rifugi Delle Donne e Sozio, fino a giungere al bivio che ci conduce al rifugio di Nunnarosa. Dal suddetto bivio è possibile seguire, in salita... sconsigliabile, il sentiero che ci porterebbe a Prato Gentile. Proseguiamo a sinistra per un tratto quasi pianeggiante circa 300 metri e poi leggermente verso il basso per un centinaio di metri raggiungiamo il rifugio di Nunnarosa. Genny non dimostra nessun affaticamento, mi segue sempre docilmente rispettando le dovute distanze. Un viale di piante di felci verdeggianti ci guidano fino al rifugio. So che parlo a me stesso, le faccio presente che il tratto di sentiero "Bivio pagliaio Nunnarosa" è stato reso facilmente percorribile con i lavori di "adeguamento" eseguiti da Michele Monaco, Pasqualino Di Vito, Dario e Paride De Renzis, Fabio Santilli ed Erberto Paglione. Il rifugio, nella Seconda guerra mondiale, costituì una dimora provvisoria per alcuni soldati angloamericani. L'assistenza data loro dalla famiglia Fiadino causò il triste evento della fucilazione dei fratelli Gasperino e Rodolfo. Quando la cupidigia del possesso e/o dello sfruttamento è affiancata da armi di distruzione sulla terra ci saranno sempre lutti e rancori che si perpetuano nel tempo da entrambe le parti in causa. Un po' di tristezza e commozione accompagnano un "segno di croce" alla memoria dei nostri concittadini. Dopo aver sostato e rimirato le mura ripercorriamo a ritroso il tratto di sentiero fino al bivio. La via del ritorno è allietata dalla presenza di lilium, oramai sono delle rarità, a sfumature variopinte. Genny, durante la salita, con la discrezionalità che la contraddistingue, mi segue e non evidenzia nessuna incertezza dovute alle diverse pendenze del percorso. Ripercorriamo a ritroso il sentiero ma senza sostare presso la Fonte Nascosta. Le pennellate di raggi di sole mettono in evidenza, nei coni d'ombra del sentiero, le varie sfumature di verde argentato delle foglie dei faggi; sembrano tanti coriandoloni che fluttuano nell'aria ad ogni sospiro di brezza. In prossimità dell'inizio del sentiero noto la presenza dell'auto ed il conducente, seduto al posto di guida con il finestrino aperto dal suo lato, sosta all'ombra di un albero di pere selvatiche. Io e Genny ci avviciniamo alla macchina,dal lato posteriore. Mi avvicino in prossimità del finestrino per scambiare opinioni e due chiacchiere e riconsegnare il sistema elettronico applicato al mio girovita. Un leggero e ripetuto formicolio sul naso e sulla fronte mi fa leggermente stropicciare varie volte gli occhi che si spalancano al massimo involontariamente. La zampina della mia gatta Mila mi invita ad alzarmi perché ha fame e sete. Tutta l'atmosfera della passeggiata svanisce in un attimo e mi alzo sorridente e penso «che strano sogno!». Sono le 7 del mattino e un barlume di solerzia mi invita a sbrigarmi perché io e i miei amici ripristinatori dobbiamo verificare la funzionalità di una fonte. Non mi ricordo di quale fonte si tratti. Ma Genny... chi è questa sconosciuta? Quando la domanda me la farai personalmente te ne parlo e te la presento... Mario Di Tella Fonte: https://xoomer.virgilio.it/ditellamario/.
- A Ruggiero Santilli
Corri! È l'augurio mio dei più sinceri. Corri, senza fermarti, amico mio. Avanti sempre, e spera solo in Dio che arriverai così dove tu speri. Non sembran veri gli audaci passi tuoi, d'oggi e di prima, degni continuamente d'ogni stima. Io credo, e non sarà diversamente, che tu stai sempre in piedi, notte e giorno. Qualche rivale tuo, se l'hai d'intorno, qualche disgraziatissimo demente, farà un bel niente. O quello che potrà solo ottenere, saranno i molti calci nel sedere!... L'opra costante tua, di mese in mese, non ha misteri, e chiara si dimostra. Tu sei un figlio della classe nostra che onori più degli altri il tuo paese. Ed è palese la tua sincerità, l'intelligenza e la chiarezza della tua coscienza. Quanto grossi lavori alla "fornace" senza tranquillità di un sol minuto... Però, col tuo sistema risoluto, col polso sempre fermo, e tanto audace, quanto tenace, mentre studiavi la più bella via, giurasti la grandiosa... pulizia! Solo perché tu vedi da lontano se c'è qualche minaccia che non falla, tu risolvesti offrir la forte spalla a carica di "capo" e di "guardiano" mentre con mano ferma, giurasti quel ch'ora si spiega, a tutto beneficio della "lega". Corri! Sei destinato all'alto volo. Degno d'una bellissima memoria... Permettimi di dirlo: onore e gloria. Dimmi la verità, s'io mi consolo, quando sei solo, che pensi tu di questa ininterrotta e bella, e nobilissima tua lotta? Pochi anni fa, sembravi addirittura l'uomo di ferro, e credo non mi sbaglio. Mentre guidavi al bosco un grosso taglio, altrove altri lavor, d'altra natura ti fean premura. Scavi di terra, case in costruzioni, gran movimento in tronchi, e far mattoni. Pensasti ammobiliare anche la Chiesa, per pubblica salute, ed ornamento. E quest'opra portasti a compimento, come tutti sappiamo, a propria spesa. Senza pretesa d'aiuto finanziario, o di favori, che sono gli antichissimi "fattori"... I titoli di cavalier si danno, come si è sempre fatto, ai saputelli, ai figli di papà, ed anche a quelli che sanno l'arte di coprir l'inganno!... Però lo sanno che quel sistema della gran menzogna porta, decisamente, alla vergogna! La casa tua da Dio è benedetta, cosa che tutto il popolo sostiene, perché, chi ha tendenza a far del bene non può non esser la persona eletta. Perciò, ti spetta un titolo di gran soddisfazioni, che possa compensare le alterazioni. Sembri più forte ancor, puoi camminare. Un grande premio avrai dai figli tuoi, e quello che possiamo, anche da noi. Uno più grande, che non può mancare, ti dovrà dare Iddio, con la Sua guida e con l'aiuto!... Accetta il mio più fervido saluto. (1932) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Il santuario pagano di Capracotta
Il santuario pagano di Capracotta sorgeva alle falde del Monte S. Nicola della Macchia, di 1.514 metri, a nord-est dell'abitato, terzo in ordine altimetrico dopo Monte Capraro di 1.741 a sud-ovest e Monte Campo di 1.745 a settentrione. Il monte è costituito da strati sovrapposti di conglomerati di grossi elementi calcarei che, fratturandosi in un punto, hanno dato luogo a un lungo crepaccio ricoperto in parte da macigni provenienti dalla stessa frattura, tale da formare una specie di antro, la grotta di S. Nicola. Scorre alle sue falde un torrentello chiamato Vallone del Cerro, alimentato dalle diverse sorgenti che affiorano qua e là per la costa, disseminata a sua volta da roccia e pietre di varia natura e da scaglie scabre nei terreni coltivati a grano e nei pascoli. Lungo la costa che scende giù verso la valle del Verrino si notano gruppi di masserie abitate da pastori che allevano pecore, capre, mucche e da contadini che coltivano grano, granturco e legumi. Fino alla Seconda guerra mondiale non vi erano vie di comunicazione, solo viottoli e strade di campagna; negli anni '50 è stata costruita una rotabile che, snodandosi lungo la costa, attraversa la contrada La Macchia, ricongiungendosi al bivio per Agnone, chiamato Guado Liscia. Lungo questa rotabile, dopo aver superato una minuscola scuola tra le masserie e una casa diroccata, si apre a destra una strada di campagna, ora asfaltata, che scende giù per due o trecento metri fino al luogo del ritrovamento della Tavola di bronzo, luogo chiamato Fonte del Romito. Sarebbe opportuno segnalarlo con qualche cartello stradale a chi avesse voglia di soddisfare la propria curiosità archeologica, ma sarebbe cosa lodevole se fosse intrapreso in questa località un piano di scavi come è stato già fatto nella vicina Pietrabbondante. Il sottoscritto vi si è recato due volte, ma la sua curiosità non è stata soddisfatta a causa dell'indifferenza e dell'evidente fastidio manifestato da quei contadini. Ha potuto soltanto dare uno sguardo al luogo e ricostruire il santuario pagano delle divinità italiche che ivi sorgeva, aiutandosi con la fantasia. Eccolo! In mezzo a un "recinto sacro" che ne delimitava l'area, sopra un podio abbastanza elevato s'innalzava un edificio quasi quadrato, dall'aspetto piuttosto tozzo e pesante con un pronao molto profondo, con due file di quattro colonne terminanti in tre intercolumni. Quello centrale era più largo, in corrispondenza delle tre celle destinate ciascuna a una triade di divinità. Il tetto a due spioventi sporgeva assai sui quattro lati; elementi ornamentali si sovrapponevano al colmo dei frontoni e lungo le estremità superiori dei cornicioni. Le tre celle principali erano occupate dalle divinità della triade osca, mentre i simulacri delle altre dodici erano ben disposti all'intorno. Il rito culturale era comune e si svolgeva ogni due anni. Fuori del recinto altri altari portatili, utilizzati per sacrifici singoli e non periodici a tutte le divinità collocate nel tempio e alle divinità "floralie" che non avevano dimora all'interno del santuario. Pendeva ben visibile da un arco una targa di bronzo, opistografa, incisa cioè su tutte e due le facce, che attestava nella faccia A l'atto costitutivo del culto alle 15 divinità e nella faccia B la regolamentazione dello stesso culto, stabilendone i riti, i sacrifici, le offerte. La Tavola di bronzo era quindi il documento che sanciva la sacralità del luogo, la legittimazione e la modalità del culto. All'interno del tempio le nicchie centrali, riservate alla triade osca, erano occupate da Kerry, Euklo, suo sposo, e da Futra, sua figlia. La triade osca corrispondeva alla triade romana Cerere, Liber e Libera, e alla triade ellenica Demetra, Ade e Core (il riferimento a divinità greche e romane ci aiuta a capire il sentimento religioso delle società primitive, le cui divinità presentano forti analogie). Kerry era la divinità principale, patrona della fecondità dei campi e, a Roma, protettrice dei morti. Come tale, aveva strettissimi rapporti di analogia con Tellus (la madre terra) e rappresentava con lei due aspetti della medesima divinità: la vita e la morte, come la terra da cui nasce la vegetazione e in cui giacciono i morti. Essa infatti apriva e chiudeva il ciclo vitale, consentiva l'uscita dal proprio seno di tutto ciò che vive e vi raccoglieva le spoglie di ogni essere dopo la morte. A Roma le venivano sacrificate sia la porca praecidanea, scrofa uccisa prima della mietitura a scopo propiziatorio ed espiatorio per eventuali trasgressioni alle pratiche dovute ai defunti, sia la porca praesentanea, uccisa in presenza del cadavere come offerta funeraria. Euklo (da Eulos, il Dioniso italico o Bacco) è il dio padre, il seme, l'elemento maschile nella fecondazione, che compendia sia la realtà della vegetazione nei suoi momenti di vita, morte e rinascita, sia le componenti drammatiche dell'esistenza umana che possono riflettersi in quel ciclo. Futra, la figlia, la fanciulla divina, è la dea suscitatrice dell'amore, stimolatrice dei desideri erotici, delle voluttà e dei piaceri dei sensi. Nella prima fila delle quattro colonne a destra troviamo sei divinità minori, collegate alla triade per il loro rapporto con la fecondità, la maternità e la crescita: Anterstata, la dea con funzione di levatrice, assisteva nel momento del parto sia gli uomini che gli animali; Amma, che proteggeva l'atto della fecondazione, quindi la maternità, il cui culto molto antico nell'area italica (Falisci, Etruschi, Osci) fu introdotto anche a Roma prima della cosiddetta riforma etrusca che istituì la triade capitolina Giove, Giunone, Minerva. Amma presiedeva alla regolarità del ciclo mestruale che quasi ovunque fu collegato col ciclo lunare. A lei si sacrificava la capra; Diumfais, le ninfe delle sorgenti in particolare, ma anche delle montagne, degli alberi, dei campi, immaginate come fanciulle di particolare bellezza, che facevano innamorare i sileni, gruppo di itifallici danzatori, legati al mito di Euklo, il Bacco italico; Liganak, la dea che rende sicuro il possesso dei campi; Anafriss, i geni del mattino o, secondo altri, gli astri celesti (sole e luna) che determinano le variazioni meteorologiche che sono alla base della vita vegetale; Maatua, gli dèi che i Romani chiamavano Mani, gli spiriti degli antenati, che solevano vagare sulla terra per proteggere la loro discendenza; Dall'altro lato, a sinistra, apriva la seconda fila Vezke (da vescor), una divinità italica che simboleggiava l'atto e l'effetto della nutrizione (è la prima divinità riportata nella Tavola, ma io l'ho immaginata al posto d'onore accanto alla triade). Seguivano due simulacri dedicati a Giove, la divinità del cielo e della luce, come dice il suo nome, derivato dalla radice indoeuropea djeu (risplendere, folgorare). Faceva parte del comune patrimonio mitico delle stirpi indoeuropee, prima che esse si dividessero e procedessero, in più progrediti stadi di cultura, all'elaborazione di distinte mitologie nazionali: Diuve Verehasio, dio cielo irrigatore, signore dei fenomeni atmosferici, da lui si implorava la pioggia; al principio della seminagione si offriva un banchetto (daps); Diuve Regatureo, dio-cielo promotore della forza vegetativa ed elargitore dei beni della terra. La tredicesima divinità è Herekle (Ercole), l'eroe divino la cui immagine rispecchiava quella del greco Eracle, collegata però nel nostro tempio alla figura di Cerere, in quanto rappresentava la fatica nel lavoro dei campi e la forza con la quale difendeva gli uomini da tutti i malefici e le ruberie. Infine: Patana (significa "apertura"), la dea preposta a far germogliare le spighe e aprire i baccelli; Deivai Genetai (Mana Genita dei Latini), i geni della virilità, che rappresentavano la divinità del sesso, solo fisicamente inteso presso le società primitive, in quelle più evolute come il nume del pater familias che dà origine alla tribù. Il culto del sesso era diffuso ovunque anche in Italia. S. Agostino, riprendendo una notizia di Varrone, racconta che nell'antichissima città di Lanuvio al tempo delle feste dedicate al dio Libero si portava in giro il simulacro di un fallo che poi veniva coronato da una matrona. Presso il recinto sacro si svolgeva un ciclo rituale, su altari portati lì, riservato alle divinità sopra elencate e a Flora, dea della vegetazione primaverile, in particolare del grano nascente. Il rito consisteva in giochi e spettacoli osceni, destinati a favorire la fertilità della terra, accompagnati da lanci di fave, vecce e lupini. Collegate a Flora: Perna, l'antica Pale dei Romani, la divinità dell'allevamento degli animali, nella cui festa i pastori e il bestiame si purificavano saltando tre volte attraverso fiamme di paglia ardente; Amma, la dea della maternità; Euklo, dio padre, il seme, l'elemento maschile nella fecondazione, il Bacco italico. Questa è la mia ricostruzione immaginaria del santuario pagano di Capracotta: nel raffigurarlo ho tenuto conto sia delle linee strutturali architettoniche del tempio etrusco e italico codificate da Vitruvio, sia delle notizie ricavate dalle ricerche degli studiosi sulla Tavola di bronzo, di cui diremo nel capitolo seguente. Evidentemente la descrizione del tempio italico è immaginaria, data la scarsa disponibilità di reperti architettonici, ma se ulteriori ricerche e scavi faranno parlare quel territorio, riportando alla luce qualche brandello di muro o pezzo di fondamento o qualcosa d'altro, allora sì che potrà essere ricostruito il tempio delle 15 divinità. Per ora dobbiamo accontentarci di qualche notizia ricavata dalla stessa Tavola Osca, la quale ci parla di un orto che, secondo il Mommsen, doveva essere non un semplice giardino ma una "villa divinizzata". Potrebbe trattarsi quindi di un boschetto sacro, ben delimitato, entro il quale vi erano gli altari (stazioni = statif in osco) alle 15 divinità. Vittor Pisani ha pensato alle stazioni della via crucis del culto cattolico, il che potrebbe essere verosimile. Anche noi quindi, con ragioni ben più fondate, possiamo immaginare questo luogo sacro come un hortus, ovverosia un boschetto con un recinto che delimita la sacralità dell'area, entro cui una sorgente zampillante tra le rocce (la Fonte del Romito), irrora le diverse antiche piante, anch'esse sacre, sotto la cui ombra gli altari delle divinità agresti e pastorali troneggiavano per ricevere le vittime e le offerte dei sacrifici. Per meglio definire questo luogo sacro mi viene in mente, senza voler essere irriverente, l'espressione biblica dei Cantici: «hortus conclusus, fons signatus»; orto chiuso, giardino consacrato alle divinità, il cui recinto segnava il confine tra il sacro e il profano; fonte sigillata, le cui acque erano riservate a ristorare i fedeli delle 15 divinità. Antonio De Simone Fonte: A. De Simone, Il Sannita: il coraggio di un popolo, L'Autore Libri, Scandicci 2009.
- Capracotta nella guida Baedeker del 1908
La "Baedeker" è stata l'antenata dell'odierna "Lonely Planet", una guida da viaggio che deve il nome al tipografo e libraio tedesco Karl Baedeker (1801-1859), che a Coblenza, nel lontano 1836, aveva dato inizio alla pubblicazione di queste guide, allargatesi via via con molto successo a tutta l'Europa ed anche a paesi extraeuropei. Agli inizi del Novecento, l'epoca del gran turismo europeo, la guida Baedeker - ormai famosa in tutto il mondo per l'accuratezza cartografica e l'assoluta precisione - era diventata un vero e proprio must per coloro che intendevano conoscere i luoghi "esotici" dell'Europa meridionale, primo fra tutti l'Italia. Nel 1908 apparve infatti l'handbook (tascabile) sulla Southern Italy (Italia del Sud), un volume di 490 pagine in lingua inglese dedicato al nostro Meridione, incluse alcune isole mediterranee. La guida era a sua volta suddivisa in quattro capitoli: nel primo vi era il viaggio da Roma a Napoli e dintorni; nel secondo informava sulle regioni orientali e meridionali dello Stivale; nel terzo capitolo vi era la Sicilia; nell'ultimo, infine, erano incluse le escursioni in Sardegna, Malta, Corfù e Tunisi. Quel che interessa a noi sta dunque nel secondo capitolo, nel paragrafo che riguarda Castel di Sangro e Isernia. Da Castel di Sangro, infatti, partiva la ferrovia che «ascends and penetrates the hills separating the valley of Sangro from that of the Vandra» (sale e penetra nei monti che separano la valle del Sangro da quella della Vandra), quindi dopo 62 miglia arrivava a Carovilli-Agnone, «the station for the summer-resort of Capracotta, situated on the saddle between Monte Capraro and Monte Campo» (la stazione per la località estiva di Capracotta, situata sulla sella tra Monte Capraro e Monte Campo). Il viaggio dalla stazione di Carovilli al centro di Capracotta avveniva in «diligence twice daily in 3½ hours» (diligenza due volte al giorno in 3 ore e mezza). La Baedeker segnalava infine la presenza di tre hotel con tanto di tariffe in franchi: il Montecampo e il Cimalte a 10 ₣ ciascuno; il Quisisana, «less pretending» (meno artefatto), a soli 6-7 ₣. Fa specie notare che non vi erano altri alberghi nel circondario se non a Castel di Sangro, dove stava l'Albergo Roma, o ad Isernia, dove c'erano l'Albergo Italo-Americano e l'Hotel Stella d'Italia. Un'ultima importante nota riguarda il fatto che le "Baedeker" fossero guide per travellers (viaggiatori) e non per tourists (turisti), dimostrando la differenza tra gli uni e gli altri, i primi intenzionati a compiere un viaggio personale - spirituale, culturale, artistico, antropologico, finanche d'affari -, i secondi inclini soltanto a svagarsi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: K. Baedeker, Southern Italy and Sicily with Excursions to Sardinia, Malta, and Corfù. Handbook for Travellers, Baedeker, Leipzig 1908; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Alla regione tutto com'a prima e nei paesi le liste di "kikazzsokiss"
La sera dello scrutinio delle Regionali, che ci volevamo vedere la maratona di Manuela Petescia, Ruzzone mi disse: «Vatt'a durmi', che domani mattina trovi le stelle invece che il sole!». La mattina dopo invece, mi sono affacciato e ho trovato il sole lione. Dice che chissà che cosa doveva succedere. Una cosa come a quando Galileo disse che la Terra e il Sole si erano cambiati di posto e che uno girava al posto dell'altro come quando facciamo la zumparella che suonano i Dragoni del Molise e Carmela va al posto di Giacomino e Giacomino a quello di Carmela. Dice che si dovevano rivoltare cielo e terra. Dice che le campane di Agnone dovevano suonare come non avevano mai suonato. Che ci doveva stare una Frattura della terra da Campomarino a Sesto Campano. E che dopo tutto doveva tornare come a quando portavamo le vacche da Capracotta a San Severo e stavamo contenti. Invece, dal 22 aprile a mò, se devo dire la verità, la pensione arriva sempre lo stesso giorno, Frattura fa sempre il commissario della Sanità, Iorio sta in consiglio regionale e la novità della Lega è che stanno litigando se nominare Mazzuto assessore esterno. Come a quando litigavano per Incollingo o per Sandro Arco. Che poi al primo lo fecero sottosegretario al consiglio regionale e il secondo gli fecero la Fondazione. E, secondo me, pure a Mazzuto gli faranno una cosa per farlo contento. Noi della Cantina Iammacone, siccome sappiamo che "Molise Acque" sta già impegnata, speriamo che lo fanno presidente di "Molise Vino". Intanto già ci stiamo appassionando ai nomi delle liste che si presentano per le Comunali del 10 giugno. A Venafro c'è un clima di pace e di amore: ci stanno due liste, una si chiama "Venafro nel cuore" e l'altra "Insieme per Venafro". Il «cuore» e l'«insieme» stanno un poco dappertutto: "Amare il proprio Comune" a Montaquila, "Guglionesi nel cuore" a Guglionesi, "Vivere insieme" e "Insieme per il paese" a Macchia Valfortore, "Ancora insieme" a Montorio, "Amiamo Vinchiaturo" a Vinchiaturo. Ruzzone ha detto che i nomi sono un poco troppo sentiti e troppo mosci. A lui piacciono quelli forti, tipo "Venafro senza diossina", "Sessano senza puzza di gas". La cosa più strana è che dentro ai paesi come a Ripabottoni, Sessano e via dicendo hanno presentato le liste certa gente che nessuno conosce e che nemmeno è residente. Dice che sono certi che non vogliono fare i consiglieri ma si vogliono solo presentare. Come a quelli delle nove liste di Toma. Mario Ilisaccio ha detto che questi che nessuno li conosce si presentano perché così dove lavorano gli danno il permesso e se ne stanno alla casa per un mese e poi si fanno pure le ferie ad agosto. Allora subito Ruzzone, che non è fesso, ha fatto la lista anche per noi per avere il permesso di starcene alla casa e aveva proposto il nome di "Movimento 5 Pelle" che ci rappresenta assai. Solo che, dopo, ci siamo accorti che nessuno di noi lavora. E allora abbiamo stracciato il programma che avevamo fatto, il simbolo che avevamo disegnato e ci siamo messi ad aspettare il 10 giugno come a quando aspettiamo che arriva la pensione. Senza ansia. Tanto arriva! Giovanni Petta Fonte: http://www.giovannipetta.eu/, 14 maggio 2018.
- Le pagliare, i trulli del Molise
I trulli molisani sono costruzioni in pietra utilizzate per il riparo di pastori e contadini nelle zone dell'Alto Molise e lungo le direttrici dei tratturi. Sono caratterizzati da un'architettura semplice nella forma e nella funzione; infatti sono scevri di elementi decorativi e al loro interno presentano un unico ambiente a pianta circolare di tre o quattro metri di diametro. Hanno un'apertura di piccole dimensioni che serve per entrare. Nella maggior parte dei trulli sono presenti delle nicchie che i pastori utilizzavano come piani di appoggio per oggetti vari. Particolare valenza architettonica assume la copertura conica, realizzata disponendo lastre di pietra a cerchi concentrici che diminuiscono man mano verso la sommità della copertura. Le parti strutturali che compongono i trulli sono: muro esterno, muro interno, intercapedine e copertura a cerchi concentrici. Il forte spessore del muro rendeva queste strutture calde d'inverno e fresche d'estate. Spesso vicino i trulli venivano costruiti recinti (mandre) per i ricoveri delle greggi. Ancora oggi questi luoghi sono mete per l'alpeggio. Lucia Santelia Fonte: https://www.facebook.com/, 5 settembre 2022.
- I campionati di sci a Roccaraso
La vigilia di questi campionati di zona 1950 è stata la più dinamica di quante ne ricordi la storia. Avversità metereologiche hanno rischiato di farli rinviare. La neve si è sottratta alla costanza della stagione per darsi ai capricci del vento, dell'acqua, dello scirocco ed ha cambiato dalla sera al mattino, dal mattino al meriggio. Avversità traumatologiche hanno gettato sinistri presagi. Anna Banco provando la pista di discesa è caduta fratturandosi un braccio mentre al silano Abate, in una paurosa caduta, toccava uno squasso traumatico che gli faceva perdere sensi e memoria per parecchie ore. Ciò nonostante il successo delle gare è stato completo ed assoluto ed i risultati tecnici sono più che soddisfacenti. Gli sciatori del C.U.S., molti dei quali esordienti, hanno costituito la nota nuova e giovanile di questi campionati e meritano tutto il plauso più incondizionato. Nell'ordine dei benemeriti seguono lo Sci Caserta, gli Scarponi di Boiano e quelli di Piedimonte, i ragazzi di Capracotta (i cari ragazzi non mai abbastanza valorizzati e sostenuti), ed infine gli impareggiabili "Scorpioni delle Dolomiti" detti altrimenti "i falchi delle Ande" o "lucertole dei Faraglioni". Sono costoro gli scalatori del C.A.I. Napoli, i giovani che hanno raggiunto in campo nazionale l'attenzione ed il prestigio e la stima degna del loro valore. Sono i Luchini, Lombardi, Franco Guerrini, Adolfo Ruffini, la Kühne, ed altri meno noti ma non meno impegnati dell'insanabile morbo delle montagne delle quali ne rivivono il fascino attraverso tutte le canzoni e cantandole, nei cori, danno tutta la suggestione e la poesia misteriosa delle vette. Il Grande Albergo era gremito come ai tempi d'oro di Roccaraso, come ai tempi di quando gli alberghi erano dieci o quindici oltre le pensioni e gli alloggi privati. Giovannino Cipriani con legittima soddisfazione ha annotato nel grafico degli ospiti la "quota 50" ed ha spiegato che quest'anno ha già raggiunto il cinquanta per cento delle ricezioni prebelliche. E gremito era il Reale, albergo primogenito dopo la "rasura" crudele d'ogni casa e d'ogni cosa di prima, gremiti erano i campetti, infaticabili le slitte, c'era insomma tutta l'atmosfera delle grandi occasioni. Gianni Perez, al centro della girandola festosa ha fatto... "come fa sempre" ed ha creato col suo "sistema" quell'aura di pathos e d'incertezza che poi sbocca nel successo indiscriminato. Quando Gianni Perez si accinge al varo di questi campionati è un vero castigo di Dio. Alla Coppa Mario Castellano sono partiti 14 concorrenti. La neve ha favorito chi aveva più mezzi e chi non aveva sbaglialo la scìolina. Ha vinto superbamente Marco Potena, il formidabile atleta dalle sette mascelle leggendarie, il leone dal cuore di fanciullo e dall'anima angelica. A Potena abbiamo sempre voluto un gran bene perché lui se ne fa volere ed oggi gliene vogliamo ancora di più. Finalmente ha messo il cervello nel gioco dei muscoli ed oggi ha saputo correre come deve correre un atleta che ha i mezzi suoi. Ha fatto il primo giro senza forzare. Ha dosato gradualmente così che quando è giunto il momento buono ha potuto ingranare la presa diretta e filare come il crescendo di una musica forte fino all'accordo finale ed all'applauso del traguardo. Bravo Marco, e ti aspettiamo ai Campionati Italiani. La gara di discesa per la Coppa Renato Perez preceduta come abbiamo già detto, dai nefasti presagi traumatologici di Anna Banco e di Abbate, ha segnato il trionfo di Alfonso Silvestri. Il pronostico si è avverato ed "Alfonsino" ha vinto da campione mentre la bufera infuriava con perversa violenza. Nella classifica femminile primeggia Alma Dannecker; superstite anch'essa di quel sestetto universitario napoletano che fece parlare (ed ancora fa parlare di sé) è venuta giù con la solita bravura. Se fosse stata al traguardo anche Anna Banco avrebbe avuto più diretta avversaria. La classe invece delle altre concorrenti non le ha dato timori. Miryam Kühne ha mostrato un notevolissimo progresso di stile e si può essere certi che sarà un giorno la campionessa. Lo dicono anche i suoi "falchi delle Ande". Emilio Buccafusca Fonte: E. Buccafusca, I campionati di sci a Roccaraso. Marco Potena trionfa nella Coppa Castellano, in «Bollettino bimestrale del Club Alpino Italiano», V:2, Napoli, marzo 1950.
- Dalla terrazza
No, non è il titolo del film interpretato da Paul Newman e Joanne Woodward, coppia anche nella vita, bensì il punto di osservazione da cui, a San Salvo, è possibile "spaziare" lo sguardo sia sul centro storico sia sulla valle del Trigno, incorniciata dalle Ripe che, con la punta di Montebello, sembrano una freccia scagliata verso il mare. Questo punto, anzi questa terrazza, è un crocevia tra la salita della fonte (via Fontana) e via Savoia. I sansalvesi di età, diciamo così, matura, quindi i "nativi", hanno frequentato questo luogo sin da ragazzi perché vi venivano inviati dai genitori, dai parenti o da persone anziane (alle quali, in quanto tali, bisognava portare rispetto), per comprare il tabacco (trinciato forte) e le cartine (più che le sigarette), francobolli, fiammiferi e... sale da cucina non ancora raffinato. Eh, sì, proprio lì, perché, al di là della toponomastica e dei numeri civici, lì c'era lo "spaccio" (sali e tabacchi per le persone "colte" di allora) di Capracotta, e va a capire se Capracotta era un soprannome o se, piuttosto, indicava il paese di provenienza del tabaccaio anzi, per meglio dire, di lu Salarole! Sono passati dei lustri, molti; sono cambiate le gestioni; lo spaccio si è trasferito altrove, l'edificio che lo ospitava, per lungo tempo fatiscente, è stato ristrutturato, il cantiere ha restituito, finalmente, la "terrazza". Ma sì, lo so che non è quella del Pincio, di Posillipo o quella della Marchesa a Vasto! È quella "umile", da dove un sansalvese, sporgendosi, non vede più la salita (duro banco di prova per i ciclisti, in erba e adulti), la stessa dove si teneva la fiera delle merci (quella del bestiame proseguiva nella via sterrata della Madonna delle Grazie). Vede, però, non con gli occhi della nostalgia, ma con quelli consapevoli del presente, il punto di partenza per un percorso alla ricerca di un posto intimo, segreto, esclusivo, insomma del "Posto dell'Anima". Ed allora, via, si scenda dalla terrazza, non senza aver prima ricordato che sulla stessa gravitava anche una sartoria, e si segua una prospettiva di lampioni che fanno da spartiacque tra due livelli stradali incorniciati da una bella ringhiera. Sulla destra del livello inferiore c'è uno dei simboli di San Salvo: la Fonte, anzi la "Fontevecchia". Rappresenta, da sempre, la risorsa idrica in caso di rubinetti a secco. L'acqua, la cui provenienza non è stata accertata, scorre copiosa dalle sue cannelle, alimentando due vasche. Ha irrigato per anni l'orto della fonte che, ora scomparso, le stava di fronte e digradava, con piccole terrazze, verso il ponte dei Casolani, anch'esso scomparso. È stata ed è generosa, la fonte; ancora oggi fornisce acqua per irrigare orti e giardini o, con opportuni accorgimenti (bollitura), per dissetare. Una volta si diceva, ma lo si dice anche oggi, che dissetandosi con quest'acqua si ottenevano due risultati: si beveva e, data la sua "corposità", si mangiava anche. Per questa corposità, non essendo noto il luogo di provenienza, si ipotizzava che potesse passare addirittura sotto il cimitero. E lì, con tutto quel fosforo... Da dove provenga l'acqua, non si sa, ma come arriva ad alimentare la fonte sì, e questo grazie alle ricerche effettuate con la campagna di scavi che ha interessato il centro storico portando alla scoperta di uno splendido acquedotto di epoca romana. Se ne può avere un'idea guardando il muraglione che fa da sostegno al livello superiore della strada. Vi si scorge un'apertura protetta da una lastra di vetro. Il cunicolo che si intravede non è percorribile, ma lo si può ammirare nella sua... arcana complessità. Pochi passi in salita ed ecco il livello superiore. Anche qui una terrazza, anzi no, il "Muraglione", dal quale si dominavano la fontana e l'orto della fonte e si guardava la speculare collina dei Casolani, tutta verde nella memoria, completamente urbanizzata nel presente. Il Muraglione, quanti ricordi: pastificio, sartoria, personaggi "strani" come Nonzaccio che, quotidianamente, percorreva le strade di San Salvo con una cesta contenente tutto ciò che potesse essere oggetto di compravendita, principalmente alimentare, non disdegnando il baratto. Ricordi, certo. Il presente è un luogo ameno dove prendere il "fresco" nelle sere d'estate e dove sono presenti locali di tendenza per i più giovani. La ristrutturazione di alcune case ha reso percorribile un passaggio che, in passato, era un inghiottitoio di acque piovane e di... palloni che, magari, erano sfuggiti al sequestro da parte della guardia, perché davanti alle scuole non si poteva giocare a palla. Si chiamava la guardia, allora, il vigile urbano ed era uno solo. Oggi c'è il corpo dei vigili urbani, e sono tanti. Percorrendo questo passaggio, si accede a quello che si è rivelato essere il chiostro dell'abbazia dei SS. Vito e Salvo. Lo testimoniano i ruderi riportati alla luce ed opportunamente lasciati a vista. Il palazzo scolastico, sorto sul sito dell'abbazia, è diventato una sede staccata del municipio, con buona pace di chi vi ricorda le proprie scuole elementari e il centro di lettura, condotto dai maesri Evaristo e Raffaele. Prima di proseguire per la piazza, quella grande, è opportuno effettuare una deviazione che, attraverso una porta, solo immaginaria perché scomparsa, ci immette su via Portanuova e da qui, attraverso vicoletti, come vasi comunicanti, su via Orientale. È il nucleo originario della vecchia San Salvo, quello sorto intorno alla chiesa. Vi echeggiano storie, aneddoti, fatti di sangue (la Gissana), si evocano personaggi (Ersilia, il panettiere) o amici prematuramente scomparsi (Giuliano). Vari studi (progettazione, legali) e una sede museale (ex palazzo scolastico) sono il presente. Se ad essi, qui e in tutto il centro storico, si aggiungessero il salumiere, il ristorante, il ciabattino, il sarto e, come piace dire adesso, quant'altro, ritornerebbe quel calore umano che la moderna ma fredda, molto fredda, cortesia dei centri commerciali ha portato altrove. Uno sguardo all'abside della chiesa, alla casa di Giuliano, al palazzo Cirese, alla casa del sarto, quello che veniva chiamato lu mastro per eccellenza (si vocifera anche di soffitti affrescati in qualcuna di queste abitazioni) e giù, via per un'altra porta. Uno slargo, ma si è fuori dal nucleo storico. Per rientrarvi si risale una scalinata, che meriterebbe maggiore attenzione (intesa come manutenzione e fruizione), e, da quella che una volta era la via di li 'Mburz (parola intraducibile dal significato arcano, luogo in cui si andava solo per estreme e personalissime necessità), ci ritroviamo nella solarità della San Salvo odierna: il municipio, piazza Papa Giovanni XXIII, corso Umberto, il monumento ai caduti, via Roma (alla cui estremità c'è la villa comunale che, dopo una "enigmatica" ma suggestiva ristrutturazione, si offre al tempo libero dei sansalvesi). Studi e uffici, negozi di vario genere, bar: ce n'è per tutti e per tutti i gusti. Per il percorso che stavamo seguendo, però, dopo via Martiri d'Ungheria (già li 'Mburz) pieghiamo a sinistra per rientrare nel centro storico. Non eravamo abituati, noi sansalvesi, all'idea che la nostra città avesse origini che andassero oltre il 13° secolo, epoca a cui risale la cattedrale. Gli scavi effettuati, invece, hanno restituito addirittura una città romana, tanto suggestiva quanto avara di informazioni utili per darle un nome. Pazienza! Vuol dire che: al posto della bottega di un sarto (ma quanti sarti c'erano a San Salvo!) che, per la sua arguzia, vera o presunta, era soprannominato Fiirb (furbo), dove si riuniva la gioventù studentesca del tempo per dare luogo a dibattiti e concerti con chitarra e mandolino, o di casa Sparvieri (con annesso laboratorio di carradore), o di quella dei Ciavatta, dei Cilli, dei Napolitano, dei Russo, dei De Fanis (tutte scomparse), ci ritroviamo un bel parco archeologico con muri romani in opus incertum e reticulatum e ambienti di una domus romana con notevole mosaico policromo. Prospetta, sul parco, il palazzo Bruno-Di Iorio che, se ristrutturato, darebbe un tono, un certo non so che, a tutto l'insieme. Ed ecco la piazza, quella grande, l'agorà, piazza San Vitale. Custodiva, all'insaputa di tutti, memorie inimmaginabili di eventi e persone. Verrebbe quasi da chiedere agli amici che ci abitavano (Bruno, Ciavatta, Cilli, Sparvieri): ma voi, che so, di notte, o nei momenti di intimo raccoglimento, non avvertivate "presenze fluidificanti" intorno a voi? Anche ora, dopo la ristrutturazione con sanpietrini, la piazza custodisce, nel suo grembo, in un interessante museo, tutto quello che gli scavi hanno riportato alla luce. Una visita al museo è obbligatoria per ogni sansalvese; vi può trovare, oltre a tante cose per lui inedite, anche reperti che gli ricordano oggetti già visti (tipo l'orcio che stava davanti al giardino del monumento ai caduti, di cui si è persa ogni traccia). Vi si accede (ma i giorni di apertura dello stesso e degli ambienti del mosaico sono obiettivamente pochi) dalla Casa della Cultura, ricostruita sul posto dove una insensata decisione portò ad abbattere il palazzo che inglobava anche la Porta della Terra, autentico "logo" (adesso solo nella memoria) del centro storico. Un arco dalle linee architettoniche tutto sommato modeste, ma che esprimevano la sansalvesità, in tutte le sue accezioni. Era la porta che si chiudeva al tramonto, era il patibolo per i briganti che infestavano le contrade, era la porta attraverso la quale si passava dal borgo alla terra e viceversa. È stata ricostruita, e questo è un bene; ma non come io, sansalvese, l'avrei rivoluta, cioè com'era! È stato detto: "Non bisogna realizzare un falso storico". D'accordo. Il falso storico, però, avrebbe comunque ripristinato la memoria. Si pensi, se si vuole, a Monaco di Baviera. Ora c'è una struttura polifunzionale e l'arco è uno dei luoghi di tendenza delle nuove generazioni. Meglio questo che lo scempio dello squarcio. Si rimuova, però, quell'orologio, con tanto di sponsor, a lungo in conflitto con l'ora legale e/o solare, sostituendolo con uno stemma del Comune. È grande piazza San Vitale; se ne possono ammirare le dimensioni veramente notevoli. Si rimane alquanto perplessi di fronte alla facciata della cattedrale. Io, sansalvese, mi chiedo, ancora oggi, come sia stato possibile, in passato, abbattere un campanile del 13° secolo: poderoso, puro nelle sue linee architettoniche, con la particolarità, abbastanza rara, di costituire anche la facciata della chiesa. Ma tant'è! Adesso c'è una facciata di tipo romanico che lentamente, faticosamente, viene "accettata" da tutti. Si potrebbe, a mio avviso, migliorarla inserendo dei mosaici nel doppio ordine di archi e restituendole, anche, tutto il sagrato eliminando un altro punto interrogativo: lo zampillo! Luogo da riscoprire, la piazza, e non soltanto la mattina del dì di festa, ma anche e soprattutto nell'ora del tramonto, a primavera (per seguire le infinite evoluzioni, un vero e proprio moto perpetuo, di mille e mille rondini e sentire il concerto scaturito dal loro garrire), oppure nelle calde serate d'estate (per un po' di frescura o per partecipare/assistere a manifestazioni od eventi), o anche nel tepore dell'autunno (con il profumo delle caldarroste che proviene da lì, dove stazionava Tumuoss, Tommaso Ciccotosto). Oggi è possibile tutto ciò con la "complicita" (basta chiedere per ottenerla) di una caffetteria che offre, tra l'altro, un amarcord della S. Salvo com'era (essa stessa era sede dell'ufficio postale), o della pizzeria che ricorda, nel nome, la porta abbattuta. Usciamo dall'arco e noi sansalvesi ci portiamo dietro un dubbio mai fugato: è vero che in una delle case della piazza si nasconderebbe un tesoro? Leggenda metropolitana? Forse. Al pari di quella del macellaio che era capace di abbattere la bestia con la sola forza del suo pugno. Ma in questo caso non c'è dubbio: c'erano i testimoni! Forse. Fuori della porta c'è corso Umberto, che s'incontra con corso Garibaldi. È questa, senza dubbio, la parte più elegante della città. Annovera bei palazzi (Napolitano, Ciavatta, ex Sabatini, de Vito), negozi di vario genere (abbigliamento, oreficeria, calzature, musicale, antiquariato, intimo), vi operano un vivace caffè/gelateria, il fotografo con archivio di immagini storiche sansalvesi, studi medici e legali, una farmacia di cui si può ben dire che è l'immagine speculare della crescita di San Salvo, il bar di chi ha lunga memoria (ma anche di chi l'ha corta). Nella piazzetta adiacente a quest'ultimo, di fronte ad un elegante palazzo, si teneva il mercato del pesce portato da li pisciaruli di Vasto. Una curiosità accomuna questo bar e quello presso piazza Papa Giovanni XXIII: in entrambi c'era un salone da barbiere e, se la memoria non mi inganna, anche una sartoria. Ed a proposito di curiosità ecco... una giostra. Non è, attenzione, del tipo di quelle delle piazze viennesi, dove echeggiano le note di W. A. Mozart, o di quelle dei luna park, che fanno la felicità di genitori, nonni e nipotini. Questa è una giostra particolare che avvolge con i suoi vortici, evoca lontani ricordi, squarcia veli, provoca emozioni, procura sensazioni: un libro, un quaderno, un vaso, un contenitore vuoto di caramelle, una locandina d'epoca, la stanza delle bambole e quella della maestra, un labirinto di stanze (18) che sembrano scatole cinesi, una vera e propria girandola di saliscendi e flashback. È la giostra, la giostra della memoria. Per girarla ci vuole il filo di Arianna, vale a dire la custode, nonché ispiratrice del tutto. Ma ritorniamo alla Porta della Terra, da dove eravamo usciti e imbocchiamo il segmento "cittadino" di via Fontana, anch'esso su due livelli. Sulla sinistra di quello inferiore, dei negozi hanno sostituito una macelleria (sì, quella del pugno) ed una farmacia (la prima in ordine cronologico). Sulla destra del livello superiore, studi medici hanno sostituito i negozi precedenti di genitori e... nonni. Ed ecco alfine la terrazza da cui ha avuto inizio la nostra passeggiata. Abbiamo girovagato dentro e fuori il "quadrilatero": così è stato definito il centro storico. Nonostante qualche distinguo, la denominazione è del tutto appropriata, vista la conformazione dello stesso. Un centro storico, quello di San Salvo, paragonabile alla mitica araba fenice, che risorgeva dalle sue ceneri. Infatti, pur avendo subito pesanti devastazioni, esso si presenta ancora oggi fruibile. Basteranno alcuni indispensabili accorgimenti: rendere abitabili (quindi dotare di tutti comfort) quei locali che possono costituire unità abitative e mettere a norma, per lo svolgimento di attività di vario genere, quei locali che non hanno tale caratteristica. Il centro storico di San Salvo, a differenza di altri, se lo può permettere. Non occorrono, perciò, altri abbattimenti e "grattacieli", come da qualche parte ipotizzato. Si prenda esempio, tanto per fare un nome, da Atene, che non è certamente... Roccacannuccia. Questa città, anzi questa metropoli, nel corso di una riqualificazione urbana, che ha portato ad aperture di strade e a costruzione di palazzi e grattacieli, ha lasciato integra la Plaka, quartiere turco con superba vista dell'Acropoli. I turisti, ed anche gli ateniesi, è lì che vanno, dopo aver visto, naturalmente, l'Acropoli ed i suoi tesori. Per concludere e sperando di non aver annoiato (ma se così fosse, chiedo naturalmente ed umilmente scusa), vorrei rivolgere ai sansalvesi "indigeni" ed a tutti i forestieri che hanno contribuito a far crescere San Salvo fino al conseguimento del titolo di città (motivo per cui hanno il mio grazie più sincero), una esortazione: fruiscano pure degli agi della San Salvo moderna (ne ha, eccome se ne ha), quella proiettata verso il futuro, ma non manchino di scoprire e/o riscoprire, e quindi apprezzare, il nucleo originario della stessa, il vero posto dell'anima per chiunque ne vada in cerca! Achille Pellicciotta Fonte: https://www.sansalvo.net/, 22 agosto 2010.
- La leggenda della torre
La città che ci ospita attualmente era presidiata da quasi cinquecento uomini armati comandati da un condottiero che veniva dall'altra sponda dell'Adriatico. Non si sapeva esattamente quale fosse la sua terra d'origine, se la Dalmazia, il Montenegro o l'Albania. Darko si faceva chiamare ed era una persona che non permetteva che si commettessero errori in battaglia. Dai sottoposti esigeva dedizione assoluta oltre a fedeltà ed obbedienza ai comandi. Il reggente di Benevento non si fidava dei condottieri italiani, per cui aveva fatto cercare uno straniero per quell'impegno in una zona di grande interesse strategico. Suo luogotenente, braccio destro e persona in cui riponeva grande fiducia, era un giovane nobile discendente da un figlio naturale di Carlo I d'Angiò. Affinché tu possa comprendere meglio, devo andare indietro nel tempo. Nel 1266, come ti ho detto prima, Carlo aveva sconfitto Manfredi proprio a Benevento. In quell'occasione il re francese fu ferito al torace e portato nel castello di un nobiluomo locale. – Aprite! Abbiamo un ferito. – Parlava il comandante del drappello di armati di Carlo d'Angiò, che si era staccato dal grosso delle truppe per trovare un rifugio al re ferito, alla fine della battaglia vinta contro Manfredi. Si rivolgeva agli armigeri di guardia al ponte levatoio del primo castello che avevano incontrato. – Diteci chi siete e in quanti siete – fu la risposta. – Siamo trenta francesi ed abbiamo con noi un ferito che ha bisogno di cure. Il capo degli armati lasciò la postazione e corse dal suo padrone con la richiesta dei francesi. – Che tutti lascino le armi al posto di guardia. Che i cavalli vengano radunati al centro del piazzale d'armi. Fa salire da me soltanto il comandante con il ferito. Se il ferito non può camminare permetti ad altri due di trasportarlo. Accompagnali tu con quattro dei nostri. Che gli stranieri siano sempre attentamente controllati e che i nostri siano sempre bene armati. State attenti perché non conosciamo le reali intenzioni di costoro. Per timore di rappresaglie, i francesi non volevano che alcuno sapesse che il ferito era Carlo d'Angiò. Per farla breve, la figlia del castellano curò il re e lo seguì amorevolmente per tutto il tempo che rimase ospite della casa. A quanto si dice, aveva dato un importante contributo nel salvargli la vita. Re Carlo rimase colpito dalla bellezza e dalla dolcezza della giovane "infermiera" a tal punto che se ne innamorò. Era ricambiato dalla donna che rimase incinta prima che lui abbandonasse il castello. Poiché la ragazza non era di sangue reale, per ovvi motivi dinastici, al re non fu permesso di sposarla. La donna ebbe in dote da lui delle ricche terre che confinavano con il territorio di Sulmona e nell'Alto Molise, nei pressi di Isernia. La ragazza, memore di quanto aveva vissuto e di quanto aveva sofferto per non aver potuto avere vicino chi amava, non si accasò mai e visse nel castello del padre. Lavorò intensamente, anche dopo la morte del vecchio, per potenziare i possedimenti, ampliarli e consegnare al figlio un casato solido, non solo nei confini ma anche nelle finanze. Il giovane sapeva chi era suo padre, ma non ne era molto fiero. Cercava di non parlarne né desiderava che altri toccassero quell'argomento. Egli seguiva le terre di proprietà portandosi nelle varie località sgravando così la madre dall'obbligo di spostarsi frequentemente. L'avventura negativa che aveva subito la madre e gli insegnamenti avuti in famiglia avevano accentuato di molto la sua sensibilità alle sventure degli altri, per cui aiutava le "anime" che abitavano i suoi territori e lavoravano per il suo casato. Giornalmente si esercitava all'uso delle armi e voleva che fosse sempre attivo e pronto ad ogni evento un manipolo di cinquanta armati, tutti giovani fidati della zona, non soldati di ventura quindi, che lui personalmente selezionava. Si recava a rotazione presso le sue fattorie per cui conosceva tutti i componenti delle famiglie. Un giorno stava percorrendo a cavallo la strada che da Agnone sale verso Capracotta per portarsi sull'altipiano che sovrasta Isernia. Doveva raggiungere le alte malghe dove, durante i mesi estivi, dimoravano le sue mucche. Aveva poco più di diciannove anni. Passò vicino ad una radura dove stavano pascolando delle pecore seguite da una ragazzina. Alcune bestie stavano allontanandosi dal gregge ed il cane faticava molto nel farle rientrare. Deviò dal suo percorso e riuscì a ricompattare il gregge. La pastorella, timorosa, lo ringraziò con deferenza. Poiché non l'aveva mai vista prima d'allora, le chiese chi fosse. – Signore, abito nella fattoria di Giovanni. Non ho nessuno. E seguo le pecore. La giovinetta non sapeva con chi stesse parlando. Era una ragazzina. Poco più che una bambina, ma molto bella, gentile, delicata. Quel volto rimase impresso nel cervello e nel cuore del giovane padrone. Giunto che fu alle malghe, ascoltò con la solita attenzione quanto dovevano dirgli i responsabili del suo bestiame, ma, subito dopo, partì al galoppo per arrivare prima possibile alla fattoria seguita dal suo dipendente Giovanni. Appena entrato nel cortile abbandonò il cavallo al primo ragazzo che vide per correre alla casa. Il fattore si inchinò e si genuflesse. – Spero che il viaggio sia stato tranquillo e che le mandrie stiano bene e siano seguite attentamente. – Sì. Sì. Tutto bene. – disse frettolosamente, perché voleva sapere ciò che più gli interessava. – Ma... dimmi, Giovanni, vive qui, da te, una giovinetta che segue le nostre pecore? – Sì, mio signore. Ti prego di non adirarti, ma è orfana. Non ha alcuno che possa aiutarla, per cui l'Evelina mi ha chiesto il permesso di tenerla con noi. Come voi sapete, o mio signore, ho una figlia della stessa età. La piccola orfana non disturba e, sapete, non costa perché mangia poco, gli avanzi. Le due bambine dormono assieme, sullo stesso pagliericcio. – Da sempre so che tua moglie è una santa. Ha sempre il cuore aperto nell'accogliere i miseri. Salutala a nome mio e dille che ne riparleremo. Giovanni annuì, perplesso. Non sapeva come interpretare ciò che gli aveva detto il suo signore e padrone. Il nobiluomo si congedò per far rientro al castello. Raccontò alla madre tutto sulle mandrie, sulle pecore, sulla produzione di olio, di vino e di grano. Quando ebbe concluso quella parte, ed agganciandosi alla tenuta seguita da Giovanni, cercando di essere più disinvolto possibile, e volendo dare il minor risalto all'argomento, quasi fosse una notizia di nessuna importanza, disse alla madre che l'Evelina, nella sua enorme bontà dava ospitalità ad un'orfana, di ambedue i genitori, e la faceva dormire con la figlia. Il giovane non si era mai interessato ad alcuna ragazza, fino ad allora, per cui l'accenno ad una fanciulla fu interpretato dalla madre nel modo più appropriato. Parlarono ancora di qualche problema economico. E la castellana lasciò che il figlio esponesse tutto ciò che doveva presentare e, quando il giovane ebbe esauriti tutti gli argomenti, diede il suo giudizio sull'andamento delle tenute. Si guardò bene dal parlare della giovinetta. Volle tenere il figlio in uno stato di tensione per qualche minuto, perché aveva compreso che era stato colpito dalla fanciulla. Parlò ancora di amministrazione e si accorse che quanto andava dicendo interessava molto poco al giovane che era lontano con i pensieri perché fissava il caminetto dove un grosso tronco di quercia stava bruciando e lanciava grosse lingue di fuoco verso il camino. Ogni qualtanto la nobildonna doveva farsi forza per non esternare l'ilarità che provava vedendo lo sguardo indifferente del figlio che volava verso i monti. Alla fine, con noncuranza, buttò lì una frase: – Mi farebbe comodo avere con me una ragazza, od una fanciulla, che accudisse le mie cose. Diciamo che potrebbe farmi comodo una giovane dama di compagnia. Il ragazzo si scosse dai suoi pensieri, rientrò immediatamente in casa con il cervello ed il cuore e sobbalzò sulla sedia: – Credo proprio che quella ragazzina, di cui ti ho parlato prima, potrebbe essere perfetta in quel ruolo. Non c'erano barriere tra loro. I loro pensieri erano trasparenti ed improntati su un'amicizia profonda e sincera. Per cui così si espresse la castellana: – Ah! Ah! Il birboncello c'è cascato. La pastorella ha colpito nel segno, vero? – Direi proprio di sì, mamma. Così la giovane orfana fu chiamata a vivere nel castello della padrona. Ennio Furlani Fonte: E. Furlani, La leggenda della Torre Saracena, Editreg, Trieste 2007.
- Brevi riflessioni e ricordi a... perdere
Di solito, e salvo qualche eccezione, i soci del C.A.I. vanno in montagna per godere quel senso indefinibile di appagamento che la montagna offre a chi le si avvicina con civiltà, amore, umiltà. E non è necessario essere Emilio Comici, Reinhold Messner, Giusto Gervasutti o Cesare Maestri per essere soddisfatti di aver posato il piede sulla cima del Taburno, della Gallinola, e del S. Angelo; e, da quelle cime, bearsi di vedere l'alba ed il sorgere del sole dopo che la notte nel sacco a pelo ha regalato il pulviscolo della Via Lattea e la fissità dell'Orsa Maggiore. La vista, sempre nuova ed affascinante, della sfera di luce che si eleva nel cielo ci ripaga dal tormento subito per tutta la notte dal duro e bitorzoluto sasso che ha insistito sulla costola e dal libero transito delle formiche sempre a caccia di qualcosa. Ma chi, come noi, ha contratto con la sezione di Napoli un "matrimonio" da appena 50 anni, non credo, in tutta onestà, possa ancora avere di queste ambizioni. Al massimo, ci è dato raggiungere - quando è possibile - solo la collina del tramonto, da cui, a volte, è consentito cogliere il fasto ingannevole del calar del sole. In ogni caso, grazie per l'attenzione e la cortesia che avete voluto riservare sia a questi "vecchiacci" e sia alle cinque aquile d'oro che la Sezione ha riunito questa sera. Dopo avervi ringraziato di cuore e con un punta di commozione (che non guasta), chiedo il permesso di poter affermare che il decennio dal 1945 al 1955 fu una stagione bellissima ed irripetibile per quantità e qualità di giovani che si accostarono al C.A.I. di Napoli. Non ho mai saputo spiegarmi perché, in quegli anni, tanti giovani si accostarono alla montagna. Oggi, azzardo qualche ipotesi. Perché uscivamo da una guerra che ci aveva visti sconfitti con umiliazione (almeno per noi che eravamo stati allevati, a parole, all'arte della cultura militare, al culto dell'invincibilità, al traguardo della vittoria - o morte, ma solo per ipotesi). Perché assaporavamo per la prima volta nella nostra vita la libertà vera. Perché ci apprestavamo a rimboccarci le maniche, con amore e sacrifici, per ricostruire l'Italia distrutta. Perché stavamo scoprendo il significato, liberatorio e quasi evangelico della scritta «Libertà dal bisogno» stampata su uno dei quattro angoli delle AM Lire (la carta moneta emessa dal Governo militare alleato) oltre alle altre tre libertà: Religione - Parola - Associazione. Non a caso ho detto che fu un decennio irripetibile. Mi auguro di sbagliare ma sono persuaso che la nostra sezione non abbia mai più registrato tante iscrizioni di giovani che della montagna non solo temevano e rispettavano le tormente ed i furori improvvisi ma che allo stesso tempo erano capaci di amare ed apprezzare i silenzi, le albe, i tramonti, il cantare in coro "Stelutis Alpinis", praticare la solidarietà montanara cioè quella che accomuna i componenti di una cordata e quella più modesta, silenziosa e meno appariscente che sbocciava nel mio paese - Capracotta - quando dopo una nevicata che aveva seppellito le case sotto un manto di 2-3 metri di neve, stimolava i giovani validi del paese a portare il loro aiuto alle persone anziane o bisognose sotto forma di pane, sale e buone parole. Molte di quei giovani che allora s'iscrissero alla sezione di Napoli hanno lasciato una traccia (e qualcuno anche la vita) nella storia sezionale. Consentitemi di ricordarne qualcuno chiedendo venia ai dimenticati. Oltre a Renato De Miranda, vorrei citare i nomi di Nino e Peppino De Crescenzo, i vincitori del Salto di Tiberio, ascensione che prevede il superamento di un passaggio di V grado superiore, Paolo Pagano, Aurelio ed Italo Lucchini, Francesco Guerrini e Miriam Kuehne, Renato Castagneto, Raffaele Lombardi, Glauco Izzo, Alma Danneker (Pallina), Aurelio Spera e Pasquale Monaco - volati dal Cervino nel 1956 -, Maria Spada, Imma Boccadamo, Franco Piedimonte, Enrico Treichler, Franco Leboffe, Manlio Bagnasco, Tonino e Nicoletta D'Amore, Adolfo Ruffini, Mandella Gaetani, Salvo Zeuli, Gigi Amirante, Peppe Boris, Franc'Armando Lardinelli Becci e tanti altri. Questa nidiata ebbe una chioccia amorevole ed impagabile: Pasquale Palazzo e per fratelli maggiori aquilotti che rispondono ai nomi di Emilio Buccafusca, Manlio Morrica, Cioccio Castellano, Gianni Perez, Tonino Amitrano, Carlo De Vicaris, Giacomo Sangiorgio. Tutta gente che dava del "tu" alla montagna e che, discorrendo del Trofeo Mezzalama, il mitico Mezzalama, poteva dire - come i veci della Julia - «c'ero anch'io». Credo di fare cosa gradita citando i versi di due poesie di Emilio Buccafusca, pura intelligenza partenopea prestata alla medicina, che elargiva scampoli della sua arte poetica e pittorica senza la spocchia di alcuni maîtres à penser di oggi. Dalla "Preghiera dell'Arrampicatore": Signore delle vertigini dei precipizi veloci delle morti oblique fa che la notte ci doni sempre benigna le sue stelle ed il sole ci baci sulle cime. Benedici Signore a tutti gli scarponi del mondo fammi venire in Paradiso con le pedule. [e da cantare in coro] Perché cantiamo talvolta intorno ai bivacchi le nenie e i cori che salgono caldi dal cuore? Forse per le fanciulle o per le cime che tutte vestite di sole e di bianco sembrano andare spose sotto ghirlande di nuvole. Forse per le anime nostre che l'altezza fa divenire più pure. Forse. Eppure un vecchio alpino mi confidò che un giorno dietro la porta di un rifugio sorprese un' angela bellissima addormentata. Era venuta giù dal Paradiso innamorata della sua penna e del suo canto. I 50 anni di sodalizio con la sezione del C.A.I. di Napoli non conferiscono né a me, né ad altri, alcun diritto, precedenza, agevolazioni, ma solo un privilegio: quello di poter formulare ai giovani di questa sezione l'augurio di un futuro montanaro come quello che noi vecchi abbiamo avuto la ventura di poter raccontare. Grazie. Vincenzo Potena Fonte: V. Potena, Brevi riflessioni e ricordi a... perdere sui nostri primi 50 anni di C.A.I., in «Notiziario sezionale del Club Alpino Italiano», I:96, Napoli, maggio 1996.
- Lo Zio Prete
Agosto 1984. Quell'estate strappalacrime era ormai alle porte e stava portando via con sé il caldo e le zanzare, inoltre l'uomo falena che abitava nel canale sotto casa mia era tornato sulle sponde del Nilo in cerca di refrigerio. L'Arcangela Framartino era andata in ferie e di ritornare in clinica per ora non ci pensava neanche, faceva ancora troppo caldo e l'aria condizionata nelle ambulanze funzionava male, l'avremmo probabilmente rivista in autunno, con il fresco e la pelle tonica. Mi era scaduto il contratto di lavoro alla CulGras, così me la spassai un po' con i soldi della liquidazione e quelli dell'assegno di disoccupazione. Partii per una piccola vacanza di una settimana a Capracotta, avevo bisogno di staccare un po' la spina dalla vita caotica di Nonantola. Portai anche quell'infame di Gattopoldo, con l'intento poi di abbandonarlo sulle montagne del Molise e farlo sbranare dai lupi che infestavano la zona. Soggiornavo in una piccola pensione al centro del paese, era un 3 stelle Marangoni ed era gestito dalla signora Colangelo un tempo signora Ferrante. Del marito, il signor Tonino, non si seppe più nulla dopo una battuta di caccia al cinghiale; partì insieme ad altri venti e non tornò a casa, i compagni di caccia riferirono che improvvisamente era scomparso nel bosco e nonostante aver invocato più volte Padre Pio, la Madonna dei Cacciatori ed il cuore immacolato dell'Arcangela Framartino, del loro amico si erano perse totalmente le tracce. Le ricerche durarono per tre giorni consecutivi, utilizzando tutte le risorse a disposizione, ma del povero Ferrante non si seppe più nulla. Alla signora Colangelo rimase la pensione e il vitalizio che arrivava puntuale ogni mese dopo la denuncia di morte presunta dell'amato congiunto. Passò anche quella breve vacanza, nel frattempo ero ingrassato e quel gattaccio steatosico era riuscito a ritrovarmi, la vera sorpresa però arrivò al mio ritorno a casa. La cassetta della posta traboccava di pubblicità e di verbali non pagati, ma ce n'era una, sigillata con la ceralacca rossa, che risaltava in quel marasma di carta. La afferrai con un po' di timore reverenziale, avevo un sospetto atroce, quasi paura, cominciai a sudare a freddo ed i battiti del mio cuore iniziarono ad accelerare. Lessi l'intestazione, arrivava dal Sant'Uffizio, per la precisione dal Vicario di Sua Santità. Cominciai ad avvertire un dolore toracico irradiato al braccio destro, un senso di oppressione e schiacciamento, male al centro della schiena e sudorazione algida… (un attimo... ah...). Afferrai un'aspirina Linetti e la inghiottii poi aprii la busta. La lessi tutta d'un fiato, i miei sospetti erano fondati, la mia paura aveva iniziato a prendere forma. Mi scriveva don Stefano Cornitti, nella lettera mi invitava ad accoglierlo quella sera stessa alla stazione ferroviaria, sarebbe arrivato con l'ultrarapido delle 19 e quello non era un invito... era un ordine. Mi sedetti, Gattopoldo si avvicinò a me per consolarmi, in realtà mi venne ad urinare sulle scarpe e a ridermi in faccia, lo avrei ammazzato e cotto al vapore! Don Stefano Cornitti era parente alla lontana di mio padre, lo chiamavamo "Zio Prete" e me lo ricordo anziano già da quando ero piccolo, credo fosse una sorta di non morto, aveva un età indefinibile con la pelle in fase di cuoificazione, quando gli toccavo le spalle, ritrovavo sotto le dita la stessa consistenza del Parma 48 mesi. Era severo, facinoroso all'altare, amava le donne ed il buon vino, mangiava tutto ciò che era potenzialmente letale per le sue arterie senza che gli arrecassero nessun danno e passava dei periodi di digiuno solo a pane, una leggera frittura e del salame poco stagionato. Viveva solo, non aveva amici, esistono tante leggende sul suo conto, una di queste narra che avesse un panda da compagnia addestrato che gironzolava libero nei giardini vaticani. I suoi occhi ti scrutavano dentro, se ti fissava ti sentivi già giudicato e con un piede nel Purgatorio, anzi nella fossa. Su quella lettera era scritto che sarebbe diventato il nuovo parroco e sarebbero stati cazzi per tutti ora, nulla sarebbe tornato come prima. Quella sera in stazione cercai di sembrare il più felice possibile, mentre lui si sforzò di essere il più cattivo possibile, appena mi vide strizzò gli occhi, si strofinò le mani e mi applicò la benedizione Urbi et Cornis, poi senza proferire parola uscì dalla stazione, salì sulla mia Regata e mi chiese di accompagnarlo in chiesa. Si insediò ufficialmente la settimana dopo, tutto il paese dovette partecipare sotto confessione all'evento e tutti avevano capito che cazzo di prete era quello. Notario che stava vivendo un momento felice con il suo amico Magdaleno Terenziano, aveva capito l'andazzo e cercava di tenersi alla larga dal prelato. Aveva comprato dei cani da guardia a difesa della sua intimità nel caso ci fosse qualche irruzione a livello predicatorio dello Zio Prete e comunque poteva dire addio ai pomeriggi passati a far le foto al suo amichetto. Ma in tutto questo clima di oppressione divina, un raggio di sole stava per risplendere in quel di Nonantola, infatti erano state affisse le pubblicazioni per un matrimonio che nessuno si aspettava, quantomeno quel finocchiaro di Notario. Il 26 agosto, da lì a pochi giorni, Guaraldo e la signora Lalippi, con una cerimonia sfarzosa e per pochi intimi, si sarebbero sposati, come officiante il nome più probabile era quello di don Stefano Cornitti. Il prelato però, aveva preteso di avere come chierichetto proprio lui, Notario in compagnia del suo nuovo amichetto, come gesto di pace e di amicizia fraterna. Io nel frattempo ero stato assunto dallo Zio Prete come sagrestano "a progetto", mi avrebbe pagato il minimo per poter continuare ad usufruire dell'assegno di disoccupazione. Accettai subito, vendetti la villetta a BagazzAno ed andai ad abitare in canonica, mi portai anche Gattopoldo che sin dai primi giorni mi fece capire che quello era un posto non molto sicuro. A Nonantola non si aspettava altro che il giorno del matrimonio, ne parlavano tutti e tutti volevano vedere i due novelli sposi. Qualche sera prima della cerimonia, mi invitò a cena il maresciallo Muscotti, era un appassionato di cucina e mi diede appuntamento nel suo Roof Garden al settimo piano del palazzo in cui abitava poco fuori Nonantola. Dopo il primo gin tonic mi confessò che Palazzolo aveva ricevuto una soffiata da un tossico del paese e che lui stesso aveva riscontrato della verità in quell'informazione. Quel matrimonio aveva riportato in città la Banda Di Martino, con Sandrino il Boscaiolo e Tony Ottopalle tirati a lucido per l'evento. Inoltre al "Big Black Angus", la "baffoteca" più alla moda di Nonantola, il gestore Martignone aveva inziato a preparare la serata disco per il matrimonio di Guaraldo, con la musica dal vivo degli Earth Wind and Fire. Diversi camion avevano iniziato a scaricare le casse di Dom Perignon e l'Arcangela Framartino aveva per via eccezionale sospeso le ferie per due giorni, aveva capito che ci sarebbe stata la possibilità di finire in prima pagina e un'occasione del genere non se la sarebbe fatta scappare. Al quinto gin tonic capii una cosa, che tutto quel movimento significava una cosa sola, per il maresciallo Muscotti non era ancora arrivato il momento della pensione… Paolo Castelfranato Fonte: https://www.facebook.com/, 11 luglio 2022.
- La Piazza
La Piazza occupava un posto importante nella considerazione di tutti, specie dei ragazzi. Essa si identificava con la Torre, col palazzo municipale (l'ex palazzo ducale), con le case che vi si affacciavano, tutte, chi più chi meno, di aspetto pretensioso e, perché no, un po' civettuolo, ed anche con i grandi sedili di pietra all'inizio della scalinata, sempre occupati. Rientravano pure, in certo qual modo, nel concetto di Piazza, la guardia municipale, il Milionario e il Centenario, i fruttivendoli, zi Ciano e il suo negozio, gli uomini che si crogiolavano al tiepido sole dei pomeriggi invernali, appoggiati ai muri delle case. La Torre La campanella della torre, la mattina, alle nove meno dieci suonava tre volte, con brevi intervalli, per avvertire i bambini che era l'ora di andare a scuola. Frotte di scolari, con le borse di panno a tracolla, confezionate dalle mamme, si affrettavano su per la salita del Colle. Sembra di udire ancora il suono allegro e per un certo verso birichino di quella voce! Come pure i tocchi sonori e vibranti, ma contenuti, che scandivano le ore e quelli più sottili e argentini dei quarti. La Torre era un punto di riferimento: era entrata nel costume, nelle quotidianità. Si viveva, per così dire, all'ombra della Torre, specie per ciò che essa rappresentava: la memoria del passato, l'anello di congiunzione delle generazioni. Rustica quanto si vuole, senza pretese artistiche, la Torre era pur sempre il prodotto di una remota epoca della storia cittadina, il frutto del lavoro delle antiche generazioni, che avevano espresso con essa la loro fede nella vita e la loro speranza nel futuro. Il paese aveva la sua torre come tanti vecchi borghi d'Italia, e questo poteva dare anche un senso d'orgoglio. Ciò nonostante, se ne è andata nell'indifferenza quasi generale, senza un fremito. Eppure quelle pietre vecchie, che ruzzolavano sotto i colpi del piccone demolitore, tra nubi di polvere e calcinacci che sapevano di passato, si portavano via qualcosa di noi. Ma chi se ne rendeva conto allora? Acqua passata...! Bene...! Dopo tutto, si dirà, c'è, sulla nuova pavimentazione, la traccia, ben visibile, delimitante la pianta dell'antica torre. È vero, ma c'è il rischio che essa resti a perenne testimonianza della vittoria dell'irrazionalità e dell'incultura sulle ragioni dello spirito. Zi Sebastiano Ecco zi Ciano intento alla vendita dietro alla bella vetrina a tre ante del suo negozio. Sebastiano era un negoziante come quelli che tutti si augurano di trovare appena entrati in un negozio. Scrupoloso, ordinato, preciso, teneva il suo piccolo emporio sempre in perfetta efficienza. Vi si trovava un po' di tutto, dalle smicce per i calzolai ai cappelli borsalino, alle bottigliette di profumo. Zi Ciano serviva gli avventori con calma e pazienza: pazienza che neppure le più esigenti delle sue clienti gli facevano perdere. Discreto, riservato, moderato nel parlare, riusciva a soddisfare tutti. Praticava prezzi onesti: quel tanto per coprire le spese e per un giusto onesto guadagno, forse troppo onesto. Questa la sua etica professionale. Quando si trovava di fronte a certe richieste che egli non poteva esaudire senza contravvenire all'etica a cui si è accennato, assumeva un aspetto mesto, compunto, ma non tirava in ballo queste e quelle ragioni per giustificare il suo atteggiamento. Ciò faceva dire a qualcuno: «Piange zi Ciano». In gioventù aveva lavorato da falegname. Nel retro del negozio c'era il suo banco, dove, in attesa dei clienti, mastreggiava con gli arnesi. Faceva anche il parrucchiere. E qui, invece della consueta loquacità propria del mestiere, usava ancora più discrezione. Radeva calmo, paziente, premuroso. Noè Noè amava la natura e l’arte in tutte le sue manifestazioni. Nella sua casa, e due passi dalla Torre (dei nostri ricordi), si conservano alcuni suoi quadri che rivelano nei toni delicati, nella cura dei particolari e in tutto l'impianto pittorico la sua fine sensibilità. Amava la vita all'aria aperta, il contatto diretto con la natura. Conosceva i boschi e i monti del paese fin negli angoli più riposti. Nelle belle giornate estive difficilmente lo trovavi in casa. Era sui monti, quasi sempre solo. Oggi un'escursione alle Mura Ciclopiche, domani alla Fonte dell'Orso, a ridosso di Monte Capraro, un altro giorno alle faggete della Cannavina, dietro a Monte Campo, oppure sul Monte, alla ricerca delle nascoste tracce dell'eremo di San Giovanni Battista. Una volta l'anno percorreva tutta la cresta di Monte Capraro, da Cavallerizza ai Torrioni della Piana: un'escursione ardua per il cammino accidentato. Ma Noè, escursionista solitario, non era tipo da spaventarsi. Nel silenzio di quelle vette, di fronte all'ampio, maestoso spettacolo che gli si offriva allo sguardo, si sentiva in perfetta armonia con la natura e vicino a Dio, in cui profondamente credeva. I fruttaroli I fruttivendoli allineavano i loro cestoni da Vincenzino Conti alla macelleria Sozio. Venivano da Villa Canale e portavano frutta di buona qualità. I ragazzi non avevano occhi che per i cesti, specie quelli dei fichi bianchi col latice sul gambo, che i venditori mettevano in mostra, dopo aver rimosso le larghe foglie con cui li ricoprivano per conservarli freschi. Erano una grossa tentazione. I ragazzi della Chiesa ronzavano sempre lì intorno insieme con le vespe, che volteggiavano un po' più in alto: gli uni e le altre aspettando il destro per un assaggio. E il destro per i ragazzi si presentava quando c'era folla. Allora qualcuno si intrufolava fra le gambe dei compratori e, facendo finta di niente, pescava con la mano nel cesto e poi via di corsa a rintanarsi nel primo portone aperto dietro la torre. Il fruttarolo strepitava ed accorreva allora Antonio Catena, la guardia municipale, a passi lunghi, regolati del resto sulle sue gambe, e con la visiera del berretto prominente, per ristabilire l'ordine. Ma succedeva che più che di reprimende, Antonio si preoccupasse di calmare la protesta dei fruttivendoli. Qualche volta gli riusciva di afferrare per l'orecchio il piccolo reo e allora sì che erano... briscole, a parole s'intende. Talvolta i fruttaroli, forse anche su sollecitazione di Antonio, offrivano ai ragazzi qualche frutto, certo non di prima scelta: per tenerli alla larga. Per un po' il campo rimaneva sgombro: solo per un po', ma dopo un paio di minuti ecco rispuntare, sornioni, gl'incorreggibili discoli, assolti per altro preventivamente con tante scuse; e il gioco, non privo di qualche rischio ma sempre esaltante, ricominciava. I mietitori A luglio, quando il grano nei campi biondeggiava, ormai maturo, venivano i mietitori, reduci da altre campagne, giù nel piano. Portavano il falcetto, la falciglia, sulle reni come una daga, con la punta infilata nella guaina di cuoio. Calzavano zampitti di gomma o di tela cerata e portavano a tracolla il tascapane, dove riponevano i poveri effetti personali. Seduti sui grandi sedili di pietra della piazza e sui gradini della scalinata, coi cappelli di paglia sui volti cotti dal sole, ciarlavano allegri e attendevano che la sera venissero ad impegnarli a giornata. La sera la piazza formicolava di gente: si contrattava. Pattuita la mercede, i mietitori si recavano nelle case per avere un punto di riferimento la mattina dopo. All'alba erano già in partenza per raggiungere i campi, spesso a qualche ora di cammino dal paese. Eccoli al lavoro sotto il solleone. Curvi sulle messi, con la sinistra, le cui dita sono protette da guaine di canna, abbrancano una manciate di spighe e le recidono rapidamente con la falciglia impugnata con la destra. Posano le spighe recise a terra, tra le stoppie fresche, e formano delle mannelle. Fattene molte, le raccolgono e le legano con le stesse spighe in manocchi. Prima di mezzogiorno nel campo mietuto è una selva di covoni ritti al sole. È l'ora della colazione. I mietitori si siedono in cerchio e attingono tutti dal grande piatto in comune. La vivanda preferita è la composta, un misto di ortaggi freschi e sottaceto, alimento nutriente e dissetante. Di tanto in tanto si passano l'un l'altro la fiaschetta del vino e bevono a garganella. Il sole cade. Finalmente...! Che giornata, che caldo...! I mietitori con la schiena rotta lasciano il lavoro e riprendono la via del ritorno. La sera un buon piatto di minestra calda, un bicchiere e via a buttarsi sul giaciglio di paglia nella stalla, nella pagliera. Zi Vincenzo organista Sotto alla piazza, a metà della scalinata, abitava zi Vincenzo, sarto ed organista. La sua bottega, dove normalmente, con i tempi che correvano, rivoltava i vestiti e faceva qualche paio di pantaloni, dava su un piccolo spiazzo, sul quale ruzzolavano i bimbi della scalinata. Passando lì davanti lo vedevi dietro la vetrina, col grosso ferro da stiro in mano o intento a cucire. Sbarcava il lunario alla meno peggio, come poteva, tra la bottega e l'organo, tirando su la numerosa famiglia. Quando c'erano le funzioni in chiesa, zi Vincenzo lasciava l'ago e il filo e andava a raggiungere l'organo, a passi corti per via della gamba, con la mantellina che gli scendeva appena sopra ai ginocchi, il berretto sulla testa, che sembrava che dovesse cadere da un momento all'altro, e i baffetti che gli facevano la faccia più seria, senza però che riuscissero a nascondere la sua innata bonomia. Su all'organo lo si vedeva sporgere con la testa dalla balaustra e lo si sentiva cantare con quella sua voce secca, inconfondibile, dal tono tra il mesto e il sostenuto, con quei grandi allunghi. I calderai Più giù c'erano i calderai. Quando il tempo lo permetteva, uscivano all'aperto e lavoravano il rame, seduti a cavalcioni di una predella. La scalinata e le vie vicine risuonavano tutto il giorno dell'eco dei colpi di martello, che cadevano sugli utensili di rame in lavorazione, precisi, sonori, con ritmo cadenzato come i battiti di un orologio. Don Giacinto Don Giacinto Conti abitava pure lui sotto alla piazza, in quel vicolo che tutti chiamavano e chiamano ancora la rufa di don Giacinto. Aveva a pianterreno la sua bottega, dove lavorava l'oro. Ma questo lavoro non occupava molto del suo tempo. Le sue attività preminenti erano altre: l'insegnamento e il giardinaggio. Nutrito di studi classici, ricco di comunicativa, con uno spiccato senso dell'umorismo e dell'ironia, che talvolta volgeva in sarcasmo, don Giacinto era particolarmente portato all'insegnamento. E così passavano per la sua bottega, anno dopo anno, leve di ragazzi che si avviavano agli studi medi, per apprendere l'analisi logica e i primi rudimenti del latino. Il pomeriggio, passando davanti alla sua bottega, si sentiva analizzare soggetto e predicato e declinare la rosa. L'essenza del suo metodo pedagogico consisteva nell'impartire gli elementi del sapere con un pizzico di buonumore, confidenzialmente, in modo che gli allievi si sentissero a loro agio. E con ciò don Giacinto dimostrava di avere imbroccata la strada giusta. Dava ripetizioni anche ai bambini delle elementari. Una volta, all'inizio del nuovo anno scolastico, i piccoli allievi, che avevano già cominciato le ripetizioni, ma che ovviamente frequentavano le elementari, scrissero, ispirati da lui, sul quaderno: "Sono terminate le vacanze estive. Comincia il nuovo anno scolastico. Per i signori maestri cominciano le vacanze autunnali". A proposito della sua vena umoristica, si ricordano ancora le sue famose burle, come quella di carnevale. Gli spettatori, che avevano tutti pagato il biglietto della recita, stanno ancora aspettando che cominci lo spettacolo. Il pomeriggio, terminate le lezioni, don Giacinto scendeva nell'orto e si dedicava al giardinaggio e all'orticultura. L'orto, visto da fuori, non sembrava gran che, ma se ci si andava dentro ci si rendeva conto di ciò che può fare la passione congiunta alla perizia. Piante da frutto, fiori, ortaggi: il tutto in una sapiente collocazione. Meli, peri, prugni, amareni, e, tra gli uni e gli altri, al posto giusto, aiuole di fiori, spazi coltivati a ortaggi. Vi si respirava un'aria di pace agreste. Gli zampognari Che sorpresa per i ragazzi, tornati a casa da scuola, trovare sul camino la nota e cara figurina in bianco e nero del presepe! Sono venuti dai lontani paesi della Valle del Volturno gli Zampognari per la novena di Natale. Si annunciano suonando al portone di casa due note acute di piffero. Sono due, sempre quelli e perciò divenuti familiari: il maggiore con la zampogna, in cima alla quale, appena entrato in casa, appende il cappello; il minore con il piffero, la tutarella. Il primo comincia a dare fiato alla zampogna, dimenandosi lievemente sulle gambe. Le donne s'inginocchiano appoggiandosi alle sedie. L'animo di tutti nell'attesa è come sospeso, colmo di emozione. Finalmente esplodono le note della zampogna, sonore, calde, accompagnate da quelle aperte, squillanti del piffero e il dolce motivo della novena scende dentro e blandisce l'animo. Di tanto in tanto il pifferaio smette per un momento e biascica una breve giaculatoria, incomprensibile. Terminata la novena, gli zampognari salutano e se ne vanno, lasciandosi dietro una dolce aria di attesa e di mistero. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Un forestiero a Capracotta
Una delle storielle che ci raccontavano quando eravamo piccoli era quella del napoletano che per oscuri motivi era costretto spesso a recarsi a Capracotta. Il malcapitato, oltre ai disagi dei faticosi viaggi con mezzo di fortuna su strade polverose e sconnesse, non indovinava mai il tipo di abbigliamento necessario: o si copriva tanto da soffrire il caldo durante tutto il viaggio per poi stare decentemente una volta giunto a destinazione, o partendo con abiti leggeri dopo si ritrovava a tremare dal freddo. E spesso imprecava dicendo: – Chìste è nu paése addó fa dùrece mìse 'e frìsche e une fresculìlle! Ma lo stesso napoletano, vittima un giorno di un'altra disavventura, lasciò traccia con un'altra battuta al vetriolo! In una splendida e soleggiata mattinata primaverile, camminava respirando a pieni polmoni quella tipica aria frizzante quando improvvisamente da un vicolo sbucò un cane ringhiando e abbaiando. Il poveretto ebbe un attimo di spavento e si chinò istintivamente per raccogliere una pietra che, ricoperta da un sottile strato di ghiaccio che il sole non era riuscito ancora a sciogliere, era saldamente ancorata al terreno! Gli andò bene perché il solo gesto di chinarsi spaventò il cane che desistette dall'aggredirlo. E passando il dorso della mano sulla fronte per detergere il freddo sudore da paura esclamò sbuffando: – Accà i càne so sciòlte e i prète attaccàte! Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, I fiori del paradiso. Antologia di fatti e ricordi, storie, storielle, usi e costumi di un paese e di una famiglia, Tip. Cicchetti, Isernia 2005.
- Antonio De Simone: umanesimo, spiritualità, cultura (III)
Cultura: capacità critica di vagliare e discernimento Mettere la cultura al vaglio della vita, per lasciare un segno gradevole e grato con la speranza di essere utile al prossimo, è stato uno dei principi ispiratori della sua vita. Non la pur valida cultura accademica (laurea in Teologia a Foggia e laurea in Lettere classiche a Bari) ma la "coltivazione" di valori capaci di dar senso alla vita e alla realtà. La vera cultura mira a formare un "abito mentale", a sviluppare capacità critiche a far crescere la dimensione critica, l'abilità di esaminare e sviluppare con spirito critico e animo sereno, il mondo, gli uomini, le cose. Quando si acquista l'abito del conoscere è facile mettersi alla ricerca del vero. Il vero trovato, riscoperto e fatto "nostro", cioè diventato nostro sangue, direi quasi nostra natura, questo si chiama sapere, questo è cultura. L'esercizio del pensiero critico spinge alla relazione e alla solidarietà, recupera l'interiorità e la riflessività e vince il "narcisismo". Cultura è tutto ciò che deriva dalle forme civili del vivere, che concorrono a plasmare i modi di pensare di sentire e di agire degli esseri umani, in quanto determinano la loro percezione della realtà. Gettare semi per "fare cultura", coltivare nel cuore germogli di curiosità, di partecipazione, di crescita umana e spirituale. Cultura è anche capacità di discernimento, esercitando la propria libertà nel prendere decisioni, non semplice "buon senso", ma capacità di giudizio "assennata", simile alla virtù classica della prudenza, che non è semplice sforzo intellettuale che viene dal basso, ma dono che viene dall'alto. Non si salva l'anima senza l'intelligenza. La fede è qualcosa di grande, è una ragionevole scommessa per attraversare il mare dell'esistenza. Antonio De Simone ha fatto del suo essere uomo un servitore della cultura, per comunicare in modo efficace agli uomini del suo tempo il mistero di Dio e dell'uomo. Dedicarsi allo studio e alla solitudine non è stoltezza, ma «timore di Dio e inizio di sapienza». Dei suoi numerosi libri faccio solo memoria. Il libro a cui ha dedicato maggiore spazio e tempo è "Il Sannita: il coraggio di un popolo". È un romanzo di formazione. Il personaggio protagonista è incentrato in un determinato periodo storico, l'assimila profondamente e vive nell'arco della sua esistenza con grande impegno civile. Può definirsi anche romanzo storico, filosofico-letterario, politico e di costume, perché tutte le componenti culturali del periodo in esame concorrono alla formazione integrale del personaggio: Erennio Ponzio, un sannita del IV secolo prima di Cristo, padre di Gavio, l'eroe vincitore nella battaglia contro i Romani alle Forche Caudine. Di Erennio Ponzio abbiamo poche notizie, perché i Romani, dopo la rivincita e la sconfitta, non lasciarono tracce, condannarono il popolo sannita all'oblio totale. Solo Cicerone nel "Cato Major" si lasciò sfuggire qualche notizia. Erennio Ponzio, persona di grande cultura, frequentava un filosofo della scuola pitagorica, Archita di Taranto, che assisteva alle conversazioni con il filosofo Platone che, secondo le ricerche di Nearco Tarantino, era venuto a Taranto nel 361 avanti Cristo. Da questi scarni e frugali accenni e da altre notizie indirette sulla vita, la religione e i costumi del popolo sannita, il popolo più fiero e battagliero degli antichi italici, Antonio De Simone ha ricostruito la vita di Erennio Ponzio, protagonista della sua epoca, che la storia ufficiale ha "giocondamente" ignorato. Riscoperto agli inizi del terzo millennio dopo Cristo, "Il Sannita" non è lavoro inutile e anacronistico, ma invito a riscoprire le radici e valorizzare il patrimonio di un popolo fiero, che ha testimoniato l'importanza del federalismo tra popoli diversi che vivono nello stesso territorio, ricercando le ragioni nella religione primitiva, confrontandole con le filosofie più evolute della Magna Grecia, difendendole dalle ingerenze aggressive dei Romani. Ricordare fatti e personaggi remoti nella storia le cui proposte politiche, anche se non furono realizzate ai loro tempi, potrebbero considerarsi di viva attualità e costituire a "luce ideale" di ogni vita associata. Nella introduzione, Raffaella e Simona, figlie di Antonio De Simone, precisano che «l'autore ha cercato di rimuovere la polvere dei secoli e, rompendo il silenzio di 2.400 anni, ricostruire sui luoghi stessi dove è nato, la straordinaria vicenda dei Sanniti, il loro ideale di vita associata e le battaglie per conseguirlo e, purtroppo il loro tragico fallimento». Propone alla nostra attenzione fatti, personaggi e ideali, sotto la forma del romanzo. Misto di storia e di invenzione, in cui il protagonista Erennio rivive e assimila la cultura di quel tempo, diventando "figura" notevole di quell'epoca, purtroppo dimenticata, ma che ora merita uno spazio e un ricordo nella storia del nostro Paese. Conclusione Il lavoro può appagare la curiosità di tutti non solo dal punto di vista archeologico, ma anche storico, letterario e linguistico. Può anche far nascere la curiosità di approfondire alcune tematiche. La profonda religiosità "contadina", legata ai ritmi e alle esigenze di una comunità agricola, che alimentava una vocazione solidaristica, centrata sulla famiglia e sul pagus, educava al culto eroico della libertà individuale e di gruppo, nel rispetto delle autonomie degli altri popoli. La politica non aveva mire imperialistiche accentratrici, ma instaurava una feconda collaborazione "federale-associativa". Il profilo "eroico" della civiltà osca evidenzia la passione e l'entusiasmo dell’autore su questo tema. Dopo le ultime fasi della lotta contro Roma, culminate nella battaglia di Porta Collina (82 a.C.), chiesero ai Romani il diritto di essere cittadini romani optime jure. Popolo vinto, ma non domo, sempre fiero. Di essi affermava Tito Livio: «Non rifiutavano la guerra, erano così instancabili nella difesa, anche senza successo, della propria libertà, che preferivano essere vinti piuttosto che non tentare di vincere». L'Italia attuale deve riscoprire, sull'esempio degli antichi Osci e Sanniti, le proprie radici religiose, l'eroico culto della propria libertà, la formazione di comunità federali, aperte rispettose della libertà degli altri, una solidarietà tenace e operosa. Il presente senza passato non ha fondamento, il futuro senza storia non ha speranza. Ho delineato la personalità di Antonio De Simone a tutto tondo, chiedendo venia per qualche imprecisione, incertezza e esagerazione di plauso e di consenso. L'amicizia che mi ha legato a lui è stata la scoperta di una affinità interiore, puramente gratuita ma sufficientemente forte per far durare nel tempo l'affetto, la complicità, la relazione profonda e la cura intensa. Nell'amicizia le anime si mescolano e si confondono con un connubio così totale da cancellare e non ritrovare più la connessione che le ha unite. [M. de Montaigne] Perché era "lui", lui era Tonitto. Perché io ero e sono Ninotto. Osman Antonio Di Lorenzo
- Antonio De Simone: umanesimo, spiritualità, cultura (II)
Spiritualità francescana, agostiniana, familiare Non una spiritualità di tipo intimistico, ma un «camminare insieme con fede secondo lo Spirito». La fede è incontro tra due inquietudini: quella di Dio e quella dell'uomo. Il cuore inquieto è il cuore dell'uomo che non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. Dio è inquieto verso di noi, è in cerca di persone che si lasciano contagiare dalla sua inquietudine. Pur avvertendo un senso di inadeguatezza e di frustrazione, l'uomo-donna di oggi deve umilmente imparare a convivere con la "galassia dei frammenti", da ricondurre pazientemente al Vangelo, deve avere una straordinaria capacità di leggere il quadro interiore complessivo, camminare ispirati dallo Spirito. Esposto alle difficoltà che si incontrano in una società pluralista e differenziata, in un tempo di grande eterogeneità di situazioni, di ambienti e di sensibilità, bisogna imparare a convivere con la "modernità". Sapendo di avere un messaggio "altro" e spesso dissonante, ben conoscendo i suoi codici comunicativi, le sue abitudini e le domande profonde, è necessario far emergere le differenze e coltivare con sapienza e pazienza la centralità dell'azione di Dio. In una parola "camminare secondo lo spirito". Spiritualità francescana Affascinato da san Francesco, fedele interprete della Sacra Scrittura, Antonio De Simone ha scelto la "sua" spiritualità, riconoscendo nella natura come uno splendido libro nel quale Dio parla e trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà, ed elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza. La natura è qualcosa di più che un problema da risolvere, è «un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode». Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste il cuore sperimenta il desiderio di adorare il Signore per tutte le sue creature e insieme ad esse, come appare nel bellissimo cantico delle creature, lodare Dio. «Laudato sie, mi' Signore cum tucte le tue creature». La scoperta di questa presenza ha stimolato, in Antonio De Simone (già padre Emanuele), la spiritualità francescana e lo sviluppo di tutte le virtù teologali e cardinali. Siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, «una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile». Spiritualità agostiniana Anche la spiritualità di sant'Agostino ha influito nella sua vita. Il modo di sentire Dio ha qualcosa di nuovo. Supera la percezione della tradizione orientale (Dio è presente nella verità oggettiva dell'essere e dei gesti). Supera la concezione etica (Dio come incontro che indica il cammino della giustizia). Supera la percezione sociale della tradizione latina di Cipriano e Ambrogio. Il centro del suo interesse è più profondo e affascinante. Parte da una percezione di Dio radicalmente personale e psicologica: Dio è il "Tu" presente ed eterno con cui si confronta la parte più profonda dell'essere umano. «Desidero conoscere Dio e l'anima. Nulla più» (Soliloqui 1,2-7). Dal rapporto personale e interiore fra Dio e l'anima derivano i tratti essenziali della sua teologia. Le Confessioni, i Soliloqui e la sua tormentata vita sono le fonti. Ciò che rende attuale oggi l'intuizione agostiniana è lo stile affettivo e personale di presentare Dio. Dio si manifesta nel profondo del cuore, dove ognuno può incontrarlo e amarlo. Dio coinvolge pienamente l'uomo, è il suo interlocutore, l’amico, l’amante. Non è il "buon Gesù" che accompagna romanticamente il cammino della vita, è il principio di ogni essere e pensiero. È una presenza interiore, personale, presenza di un amore assoluto, gratuito, a cui non si trova il modo di corrispondere. Qualsiasi leggerezza diventa insopportabile, compreso il furto adolescenziale di un cesto di pere, gettate poi ai maiali, su cui Agostino si sofferma con un accanimento che fa quasi sorridere (Confessioni 2,4-10). Forse la sua coscienza è troppo scrupolosa? Certamente no. È una spiritualità "alta" che ha la sua impostazione teologica e psicologica. Nell'economia di mercato un furto di pere è poco o nulla, nell'economia di Dio di un amore personale vissuto nella più limpida interiorità, quelle pere denunziano la miseria di quello che sono. La relazione psicologica e personale con Dio coinvolge il desiderio profondo della persona ed esercita un fascino anche nell'uomo del duemila. «Signore Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». La consapevolezza della presenza di Dio nella propria vita richiede sacrifici, rinuncia, impegno, lotta. Agostino ha compreso, afferma Romano Guardini, che Dio è «gloria che ci getta in ginocchio, tesoro che rende felici. Egli ebbe la pacificante certezza di chi finalmente ha capito, ma anche assaporato, la beatitudine dell'amore che sa: questo è tutto e mi basta». Spiritualità familiare Il cambiamento di vita dopo gli anni '70 ha influito anche sulla spiritualità. La vita di famiglia non è come un fiume tranquillo. È una strada fatta di salite e discese da percorrere, accordando il proprio passo con quello degli altri. Pur con tanti problemi e difficoltà si richiede la forza e la volontà di restare insieme e camminare insieme. L'origine della parola "coniugi" vuole dire che i due sono conjuncti, attaccati insieme (cum) allo stesso giogo. Non possono più camminare come vogliono, ma accordare il proprio passo a quello dell'altro. La forza e la serenità di una famiglia è "appoggiarsi" l'una sull'altro e vincere le difficoltà grazie alla sicurezza e alla rassicurazione che i coniugi esprimono reciprocamente. Ciascuno si sente "sostenuto" e reso "vivo" dall'altro per quello che è, dalla sua forma caratteristica e irripetibile. Questa volontà di incoraggiare la libertà e l'originalità dell'altro rivela uno degli aspetti di Dio. Avere per orizzonte il Dio di libertà e un appello a purificare sempre più la relazione. Anche la gioia delle figlie Raffaella e Simona e l'esperienza della sofferenza insieme alla moglie Anna, ha accentuato la spiritualità familiare. Esperienza accolta con gioia, occasione di crescita, prova di fedeltà. Quando il dolore bussa alla porta e ci si trova nudi di fronte al suo destino si apre un bivio: Dio non c'è oppure si leggono alla luce di Dio gli avvenimenti. Nel primo caso si rischia la solitudine, lo stordimento, la disperazione, nel secondo si abbraccia la speranza e si riesce a coniugare - non senza fatica e tormento - dolore e amore, comunione e salvezza. Il dolore è uno dei "linguaggi" di Dio. Ci rivela quanto veramente ci affidiamo a Dio, «se a Lui torniamo dopo esserci levati in piedi e tornati in noi stessi». Il dolore più che la gioia ci svela fino a che punto sappiamo amare gli altri ed entrare, perciò, tenendo gli altri per mano, nel cuore di Dio. È questo uno degli aspetti della spiritualità familiare. Osman Antonio Di Lorenzo
- Antonio De Simone: umanesimo, spiritualità, cultura (I)
Introduzione Ho conosciuto Antonio De Simone fin dalla prima giovinezza a Capracotta, paese che ci ha dato i natali. La frequentazione, gli incontri cordiali e sinceri hanno accentuato la stima reciproca e il calore dell'amicizia. Non si è attenuata o spenta, con il tempo e con la scomparsa dell'amico, la "radicalità" della comune origine, la comune scelta di vita e la comune vocazione culturale. Solo otto anni di età ci dividevano, ma ci legavano l'ardore della gioventù, il sapore della vita, la curiosità del "sapere", la fede ferma in Cristo, origine e causa delle nostre scelte esistenziali. Ricordare (= riportare al cuore) e fare memoria è un dovere, un debito di riconoscenza, un piacere. Il tempo non si misura come un orologio. Kronos indica la misura del tempo in senso lineare calendaristico, che passa tra "un prima e un dopo", indica lo scorrere semplice dei giorni degli anni e dei secoli in modo quantitativo. Kairos indica la natura qualitativa, tempo di Dio, di grazia, di semina e di speranza. C'è una differenza tra cronologia e storia, tra il tempo delle cose e il tempo delle persone. La differenza è data essenzialmente dal senso: è il senso che ordina il divenire puramente cronologico, trasformandolo nel tessuto riconoscibile di una storia condivisa. E il tempo è restituzione di senso. Il tempo dà uno "spazio interno" al vissuto, spazio centrato sulla interiorità. Il tempo è un estendersi e un dilatarsi dello spirito, attraverso la memoria che si allarga sul passato, mette a fuoco il presente, attraversa l'attesa che si prolunga nel futuro. Il tempo è anche "durata" (secondo la riflessione filosofica), fluire della vita e della coscienza, che segna le cose ma anche l'esistenza personale. Ricordare è il verbo della fede e della vita, dimenticare è il vocabolo della esclusione e della morte. Non omnis moriar... «non tutto io morrò, anzi molta parte di me eviterà Libitina» (la dea dei funerali = la dimenticanza). Così scriveva nell'Ode II il poeta latino Orazio, con un incipit che è come una "sentenza" memorabile: «Aequam memento rebus in arduis sevare mentem» (conserva l'animo sereno nelle imprese ardue). Il termine aequam, collocato all'inizio, fa da battistrada a tutta la riflessione e dà luce e polso a tutto il pensiero. L'animo sereno e il senso del distacco dalle "cose" del mondo hanno accompagnato i suoi passi nella vita. Il tempo vissuto da Antonio De Simone è rimasto vivo in me, mentre scandaglio la mia memoria cordis per aver condiviso con lui passioni, tensioni, progetti ed esperienze nei miei anni giovanili. Confermo quanto ha scritto il prof. Ettore Cassanmagnago, a distanza di tempo, presentando un suo lavoro sulla Tavola Osca di Capracotta. «Persona mite, apparentemente sommessa e sottomessa, manifesta la propria tenace combattività quando vede conculcata la propria e l'altrui dignità e libertà; persona tollerante e disposta al dialogo, sa erigersi combattiva quando i propri convincimenti religiosi e culturali, che egli pone a fondamento della propria vita e azione, vengano offesi». La preparazione umanistica profonda e accurata ha inizio negli Istituti francescani dei Cappuccini di Foggia, alla scuola di severi e colti insegnanti, assimilata da ricerche personali e sedimentata in tanti anni di insegnamento. È la prova di una cultura ampia che spazia nei vari campi del sapere storico, filosofico, letterario, archeologico, religioso. Due sono le fasi fondamentali della sua vita: l'esperienza francescana, vissuta con intensità e passione secondo lo spirito di Francesco, il Poverello d'Assisi, e con l'entusiasmo del giovane innammorato di Cristo e del suo Vangelo. Frate francescano colto, predicatore e ottimo conferenziere. L'esperienza dell'insegnamento nelle scuole statali di Lecco e Monza segna il secondo aspetto della sua vita. La svolta degli anni 1968-70 registra il secondo tratto della sua vita. Capracottese "doc", fortemente radicato alla montagna e alla "psicologia delle vette", non ha mai reciso i legami e tagliato le radici con la sua terra di origine. Convinto che la montagna è sempre meta di una esperienza personale e che l'ascesa è sempre ascesi, perché eleva al sacro e avvicina all'infinito, mirando in alto, oltre i confini, l'ha considerata sacra e sede del mistero. Oggi le radici si confermano e si rinsaldano. Presento alcuni aspetti della sua varia e ricca personalità. Umanesimo integrale: prospettive e scelte di fondo Ispirato dalle idee di base di "Umanesimo integrale" di Maritain e da "Persona e umanesimo relazionale" di Mounier, ha approfondito nel corso degli studi e della sua esperienza di vita le tematiche essenziali dei due autori francesi. La centralità della persona e delle sue relazioni con "l'altro" hanno costituito l'essenza della sua vita e del suo insegnamento. Come Cristo fu tanto umano da rivelarsi Dio, così ogni uomo deve arrivare ad una tale pienezza di umanità da rendere trasparente il volto di Dio di cui è immagine. Da decenni si va facendo strada nel cuore di tante persone una nostalgia infinita di umanità "altra" da quella di oggi, identificata nel successo, nella carriera, nella ricchezza e nel denaro, nel disprezzo dei sentimenti e nell’arroganza. Le scienze umane scoprono oggi quella umanità altra. Amore gratuito che significa "accettazione incondizionata" dell'altro, amore alla verità liberante che significa "autenticità", alla percezione e comprensione dell'altro che significa "empatia", all'incoercibile orientamento alla vita, che significa "capacità dell'organismo di risolvere i suoi problemi". Una persona più buona, più tenera, più capace di guardare dall'altro lato delle cose, più libero da egoismi, più a suo agio con chi fatica a vivere, più dedito all'essenziale della vita, più positivo. Richiamando la priorità dell'aprire a Dio una strada nel cuore della vita degli uomini ha affermato incisivamente che «con Lui o senza di Lui tutto cambia». Il Signore Gesù è la chiave che apre la porta della sapienza e dell'amore, che spezza la nostra solitudine e tiene accesa la speranza davanti al mistero del male e della morte. Gesù di Nazareth non può restare confinato in un lontano passato, ma è decisivo per la nostra fede oggi. È nostro "contemporaneo". In ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita. [R. Guardini] Una persona così delineata, tutti la amano e la cercano. È tanta la fame di umanità vera che essere uomo-donna, coltivare le virtù umane in modo semplice e autentico può perfino diventare un rischio. È la prima riflessione che presento delineando il profilo di Antonio De Simone. Osman Antonio Di Lorenzo
- La posta di Crocifisso a Canosa di Puglia
La locazione di Canosa, ventesima del Regio Tavoliere della Dogana, si estendeva per 32.000 ettari e si componeva di due parti: Canosa e Demanio di Minervino. Da un esame delle fonti archivistiche si evidenzia una numerosa schiera di pastori provenienti dal Molise, Abruzzo e Montepeloso. A Canosa c'erano per la maggior pastori capracottesi, i quali erano stanziati nelle poste di Postapiana, Bosco da Capo, Bosco da Piedi, Mezzamesa, la locazione ordinaria di Canosa. Sempre nel 1685 tra i primi 10 venditori di lana a Foggia, al nono posto è presente Leone d'Andrea di Capracotta con 693 rubbi. Capracotta fu anche una delle prime come numero di censuari (Falcone, di Rienzo, Conti, di Ciò, Castiglione, Campanelli e Cappella della Madonna di Loreto). Queste famiglie univano al benessere economico una certa distinzione sociale ed erano composte da individui con un elevato grado di cultura. Molti di questi uomini crearono famiglia o legami a Canosa, in alcuni atti battesimali i padrini erano pastori. Vista la precarietà della vita questa gente si affidava alla bontà del signore, e per questo il Regio Tratturo era cosparso di chiese e cappelle; nel territorio di Canosa troviamo la Chiesa del Crocifisso in zona Postapiana. In una descrizione del Regio Tratturo è riportato: Si osservano poi in campagna in diversi luoghi tre comode Chiese, delle quali la prima viene situata vicino al cennato Ofanto, in essa si osserva e con somma venerazione si adora l'effige miracolosa del SS. Crocifisso detto di Canosa, la seconda viene situata dentro un bosco miglia sei sotto la città di Foggia. In essa viene esposta alla venerazione dei devoti la tanto rinnomata statua della Santissima Vergine dell'Incoronata. La terza è quella ove osservasi una celebre pittura antichissima su di una tavola in cui si adora la SS. Vergine di Ripalta. Non mancavano scontri tra i pastori e i locali. Cercando notizie su detta chiesa sappiamo che questa chiesa era servita da un sacerdote che celebrava la messa nelle ricorrenze più importanti. Tratto da "Canosa nel '700" di Antonio Michele Paradiso, parliamo del caso di un chierico un po' sui generis che, in compagnia del figlio del principe, la sera andava a donne di facili costumi: Tra i compiti meno graditi che di necessità il prevosto gli aveva affidato, c'era quello di doversi portare in tutte le feste dell'anno a celebrar messa nella masseria di Torre del Duca in contrada Crocifisso. Il 5 luglio recatosi colà che ancora era notte e non ancora albeggiava, dato probabilmente di mano al suo solito bastone e con i suoi abituali modi sgarbati, aveva incominciato a risvegliare tutti quei coloni e persone addette all'aia e tra questi un certo Michele Lazisero garzone di Nicolo l'aratro. Il garzone, anche perché stanco dalle fatiche del giorno e oppresso dal sonno e perché non era l'aurora, gli aveva risposto borbottando, sicché il Pascullo, dato di mano al bastone, lo aveva picchiato di santa ragione e tanto, da fargli sangue e procurargli conseguente emorragia; a seguito di ciò, nella stessa mattinata, il Lazisero dovette abbandonare la masseria e riportassi a Canosa, dove giunse tutto febbricitante. Il Pascullo, con le mani sporche di sangue prese a celebrare messa tranquillamente e con grave scandalo a praticare i sacramenti. Dalla biografia su Di Scanno (pittore originario di Barletta), nel 1868, tornato in Puglia per le vacanze, egli si ritirava in una masseria a dieci chilometri da Canosa e trovava la sua regione, fonte di grandi emozioni estetiche per lui: quella masseria, nelle sue lettere, la chiama del Crocifisso. Di là egli scrive: «Dormo sulla paglia, e non mi nutrisco di altro che di latte e di pane. Qualche volta mangio della carne di uccelli che io stesso ammazzo, giacché ora son diventato anche cacciatore». Egli fu uno dei pochi pittori che abbia ritratto la terra pugliese. Leonardo Tango Fonte: https://www.facebook.com/, 18 febbraio 2018.
- Pietro De Laurentiis e Nina Di Rienzo: un amore informale
Al termine della Seconda guerra mondiale, il conflitto che stravolse la storia dell'umanità, tutti gli artisti si ritrovarono di fronte un mondo diverso da rappresentare, non più abitato da bellezze rinascimentali, da trionfali battaglie o da paesaggi bucolici: dall'immane tragedia dell'ultima guerra, l'uomo, oggetto e soggetto di ogni forma d'arte, ne era fuoriuscito amorfo, complicato, incomprensibile, ed allora gli artisti cominciarono ad astrarlo, a destrutturarlo, a scarabocchiarlo. È stata questa la causa che ha dato vita all'eterogeneo contenitore dell'arte contemporanea, la quale, ripartendo dalle sperimentazioni prebelliche del cubismo, del surrealismo, del futurismo e del dada, prese a rappresentare, nel secondo dopoguerra, un mondo nuovo, più profondo, e, ciò facendo, generò un nuovo immaginario del bello, slegato dal mero aspetto estetico e apparentemente indecifrabile. In quel grande contenitore c'è anche lo scultore Pietro De Laurentiis, figlio del razionalismo di Luigi Moretti, un artista di tutto rispetto nel panorama italiano contemporaneo, nonché un validissimo professore universitario. Nato a Roccascalegna - a meno di 50 chilometri da Capracotta - De Laurentiis frequentò l'ambiente artistico romano che ruotava intorno al celebre "Tridente": i caffè Rosati e Canova a piazza del Popolo e l'osteria del Bottaro nella vicina via Ripetta, dove venne su la crema dell'arte e della letteratura italiane. Fu così che De Laurentiis strinse amicizie particolari con Sandro Penna, con Francesco Coccia e Nazareno Gattamelata. Le sue opere si spostarono, da un iniziale astrattismo totemico, verso forme neoespressioniste, giungendo a maturità nel progetto de "Le città illuminate" (1959-62), i due splendidi pannelli che si possono ammirare di fronte alla sede centrale dell'Acea in piazzale Ostiense 2. A partire dagli anni '70 Pietro De Laurentiis abbracciò invece la causa ecologista, proponendosi come uno degli artisti più attivi nella salvaguardia del patrimonio ambientale. Con Fulco Pratesi e Antonio Cederna è stato protagonista delle battaglie per il verde urbano a Roma, contribuendo con la sua opera a valorizzare parchi e strutture minacciate dalla speculazione edilizia. Al nome di De Laurentiis sono legate soprattutto le lotte in difesa di Villa Blanc (all'interno della quale fissò la sua casa-atelier nel 1959), Villa Carpegna, Villa Torlonia e le Mura aureliane. Ho scoperto che questo poliedrico scultore aveva sposato una donna di Capracotta: Antonina Di Rienzo, detta Nina, anch'essa coinvolta nelle battaglie a salvaguardia della natura, minacciata dall'urbanizzazione selvaggia. I coniugi De Laurentiis trasportarono «il problema teorico dello spazio artistico ed architettonico nel campo dell'impegno civile e nella salvaguardia del patrimonio artistico e ambientale». La nostra Antonina, classe 1935, oltre a collaborare col marito, fu, tra gli anni '70 e '80, particolarmente attiva nella decorazione di foulard di seta e sciarpe pregiate, attività con la quale partecipò a varie manifestazioni, tra le quali la Mostra Internazionale dell'Artigianato di Firenze. Il matrimonio con Pietro era avvenuto nel 1956, pochi anni dopo che l'artista, coi genitori e una sorella, si era stabilito a Roma. Rossano De Laurentiis sostiene che «probabilmente l'origine affine dei luoghi di provenienza della coppia fu importante nel cementare un'intesa di vita che avrebbe dato i suoi frutti nel campo artistico e dell'artigianato, da parte di entrambi». I due si erano conosciuti una domenica di maggio del '53 a Villa Adriana: lei 18 anni, lui 33. Nel 1957 nacque il primo figlio Aurelio, poi gli altri, Pierfranco e Gianluca. Nel 1993 Liliana Rosi, giornalista dell'Unità, intervistò la signora Nina, la quale si abbandonò ai ricordi del marito, scomparso un anno e mezzo prima. Nel rievocare le vicissitudini del complesso liberty di Villa Blanc, Antonina Di Rienzo si mostrò sul piede di guerra «contro amministratori sonnolenti, speculatori, vandali, ladri»; tuttavia la Rosi scrisse: Una piccola crocchia raccoglie sulla nuca i capelli ancora neri, mentre il viso a tratti si illumina di un sorriso la cui freschezza contrasta le piccole rughe che si irradiano dagli occhi. L'anagrafe le attribuisce 58 anni, ma il timbro della voce, l'entusiasmo e i modi di Antonina Di Rienzo potrebbero appartenere ad una giovane donna a cui è capitato di vivere una grande storia d'amore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. De Laurentiis, Un artista e il suo paese, in «Insula Europea», Perugia, 2021; A. Di Rienzo, Siamo tornati indietro di vent'anni, in «L'Unità», LXX:174, Roma, 6 agosto 1993; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; L. Rosi, Amore e arte, una vita a Villa Blanc. I ricordi di Nina Di Rienzo, moglie di Pietro De Laurentiis, in «L'Unità», LXX:174, Roma, 27 luglio 1993.
- Ricordi del Cutturiéglie
La mattina presto si veniva svegliati al Cutturiéglie dai rumori. Ricordo che c'erano le mucche di zio Pasquale Nigghióne che aspettavano per essere munte, poi si sentiva l'odore del pane fresco dal forno di zio Donato, il viavai di gente all'esattoria, le donne che sfaccendavano per casa. Più giù c'era zio Antonio Caténa con il suo lavoro di guardiaboschi, e c'era zio Antonio Tavùte con il suo lavoro di ciabattino. Papà lavorava nei boschi come taglialegna, e c'erano i falegnami di Ziòtte, nonni di compare Filippo, con le mucche, poi il mitico Manduccio il portalettere. Paola ed io ci facemmo fare da zio Antonio il ciabattino un paio di racchette per poter giocare, ma davamo fastidio a zia Concetta, così Pulcheria ci disse che dovevamo fare meno rumore. Le risposi che la gioventù era gioiosa! Casa nostra era sempre piena degli amici dei miei fratelli, che a pranzo rimanevano con noi a mangiare. Mi fermo qui, alla prossima... Elisa Carnevale
- Tra Pescopennataro e Capracotta, l'Eremo di San Luca
Comune molisano (circa 300 ab., m. 1.190) sovrastato da tre enormi roccioni (peschi) formati di arenaria, calcare compatto e argilla, oltre che di grafite e ocre gialle e rosse, Pescopennataro è uno dei "Borghi autentici d'Italia". Fondato dai Longobardi nel 571, appartenne agli Ottoni (961-1024), agli Angioini (Pesclo Pignatario nel 1028) e poi al Regno delle Due Sicilie. Il 26 luglio 1805 ebbe gravi danni e morti dal terremoto del Matese, il 16 novembre 1943 fu distrutto da un incendio provocato dai nazisti. È definito Il paese degli Abeti e dei Maestri della pietra per essere circondato da vasti e fitti boschi di abete bianco, cerro e faggio e per essere almeno dal 1700 patria di maestri scalpellini-artisti lapicidi. Alla lavorazione della pietra è dedicato il Museo della Pietra "Chiara Marinelli", che conserva una collezione preistorica di oltre 1.600 pezzi in selce e calcare, alcuni molto raffinati, segno che gli scheggiatori della pietra operavano nella zona già più di mezzo milione di anni fa. La valenza naturalistica dei boschi di abete bianco del paese (che arrivano fino all'Abetina di Sant'Angelo del Pesco, all'Abetina di Rosello e alle Cascate del Rio Verde) è legata sia al fatto estetico sia al fatto che essi sono diventati ormai una rarità nell'Appennino: mentre un tempo rivestivano ampiamente tutta la penisola, oggi si limitano a poche aree. Il Bosco di Vallazzuna e il Bosco degli Abeti Soprani a Pescopennataro sono Siti di Interesse Comunitario (SIC). La Chiesa madre di San Bartolomeo Apostolo, cui si accede per una porta arcuata medievale (Porta di sopra), è ubicata nella parte superiore del centro abitato, al culmine di una gradinata, in posizione invidiabile per le ampie vedute sulla valle del Sangro e sulle cime circostanti. Fu edificata nel 1654 e totalmente restaurata nel 1950 dopo i danni bellici che distrussero l'intero paese; ha un tabernacolo e un pulpito in legno e sei altari laterali. Il patrono è san Rocco (16 agosto). Poco al di sopra di essa è il Belvedere del Guerriero Sannita. Altre peculiarità del paese, tutto bianco per essere costruito con la pietra, sono le sorgenti del Rio Verde, il tratturo Ateleta-Biferno e un museo ambientale di prossima apertura. Interessante il Parco di Pinocchio, all'inizio della salita per Capracotta: nella pineta detta Bosco del Barone è stato allestito un sentiero pianeggiante lungo circa 500 metri, preceduto da una statua in bronzo del personaggio di Collodi e fiancheggiato da sculture della storia di Pinocchio realizzate da vari scultori nel corso di due simposi di scultura live tenutisi in paese nel 2008 e 2009; altre stanno lungo la pista ciclabile che dal parco conduce all'area La Pescara. Con il sentiero 311 dell'Alto Molise si può andare dalla Colonia di Pescopennataro all'Eremo di San Luca, che lungo la via provinciale è quasi a metà strada con Capracotta. Il sentiero, abbastanza ripido (dislivello 300 m.) ma non particolarmente difficoltoso, attraversa un bosco misto di faggio e abete bianco che è parte di uno dei più bei boschi d'abete bianco del Molise e forse del centro sud-Italia, il Bosco degli Abeti Soprani. Segue una vecchia pista comunale ora riaperta che da Pescopennataro conduce all'Eremo di San Luca in circa 1 ora. Da località Colonia (m. 1.251), a circa 1 km. a sud dall'abitato di Pescopennataro lungo la strada per Capracotta, c'è un grande residence estivo, l'ostello "Montagna Amica", dove una tabella segnavia, un pannello sulla strada e un grosso masso con i colori biancorossi del CAI segnano l’inizio del sentiero per l'eremo. Si costeggia posteriormente il confine della Colonia; già in lontananza verso sud si vede, ricoperto nel fantastico bosco di abeti e faggi, il Monte San Luca a forma di collina allungata con la vegetazione che nasconde pareti di roccia e strapiombi, meta finale dell'itinerario. Seguendo i segni CAI su un albero il sentiero gira prima a destra per circa 50 m. e poi a sinistra proseguendo quasi rettilineo. Al lato vecchie pietre ottagonali indicano l'acquedotto. Il primo tratto quasi pianeggiante si sviluppa in vicinanza del confine tra i comuni di Sant'Angelo del Pesco e di Pescopennataro, sotto grandi abeti bianchi che dominano la vallata. Il sottobosco presenta poche specie poiché la luce non sempre riesce a penetrare nella fitta foresta. Si sale dolcemente e ogni tanto si notano ai margini del sentiero delle fascinate di legno utilizzate per evitare ruscellamenti d'acqua o movimenti di terra, poiché per buona parte dell'anno la zona è innevata. Testimoniano la presenza d'acqua nell'area una serie numerosa di fossi e piccoli valloni già dall'inizio del sentiero e molte felci e piante tipiche delle zone umide. Salendo sempre in direzione sud-ovest si incontrano alcune curve e il bosco diventa sempre più fitto e ombroso. Notevole la grandezza degli alberi, con lunghi tronchi e larghe chiome. Non capita spesso di osservare un bosco di abete bianco allo stato naturale; sono pochissimi in Molise e nel centro-sud Italia. Del resto Pescopennataro può essere chiamato Il paese delle abetine naturali e questo sentiero Il sentiero dell'abete bianco. Gli abeti qui hanno non solo un alto valore naturalistico e paesaggistico ma anche storico e la loro conservazione è necessaria. E questo è un bosco da seme che viene raccolto proprio per mantenere e conservare la specie. Il sentiero, segnato ed evidente, s'inerpica lateralmente a un imponente costone di roccia con una vegetazione rupestre quasi verticale a quota circa 1.400 m. (0,30 h. dall'inizio del percorso). Si supera un ponticello fatto di traverse ferroviarie su un ampio vallone e si gira poi dietro il costone. Dopo qualche curva si arriva in una zona quasi pianeggiante; oltre all'abete comincia a vedersi anche il faggio. La pista termina: se si continua dritti si incrocia la strada Pescopennataro-Capracotta; invece si gira a destra e si vede un pozzetto in cemento che è la presa dell'acquedotto. Si continua a sinistra del pozzetto verso nord-ovest per l'ultimo tratto del sentiero su un fondo brecciato lungo un versante in pendenza appena sotto l'alto muro della strada asfaltata. Con un ultimo sforzo e un po' a zig-zag sul sentiero c'è una scalinata. Si esce sulla strada a destra e appare l'Eremo di San Luca (m. 1.550) incastonato nella roccia. L'Eremo di San Luca (m. 1.550), dice un cartellone in loco, «è di origine antichissima; secondo la tradizione popolare, fu luogo di sosta e rifugio per San Luca nei viaggi - intorno al 60 d.C. - da Roma al Medio Oriente per portare le lettere dell'apostolo Paolo ai primi nuclei cristiani ivi sorti. Qui si sono succeduti nel tempo diversi eremiti fino ai primi anni del 1900; le ossa di alcuni riposano alla base dell'altare della cappella più antica. Nell'anno 1943 l'eremo fu utilizzato come rifugio da soldati neozelandesi fuggiti dal carcere di Sulmona; ad essi non mancò la solidarietà di alcuni cittadini dei paesi vicini, solidarietà pagata con la vita dai fratelli Fiadino di Capracotta, catturati e fucilati dai soldati tedeschi». L'eremo si trova in mezzo al bosco in territorio comunale di S. Angelo del Pesco, nella parrocchia di Pescopennataro e a circa 4 km. sulla strada per Capracotta, a destra di un tornante nel punto di confine tra i due comuni, circa 1 km. prima di Prato Gentile e del suo rifugio (m. 1.567). È formato da un riparo, dalla grotta e dalla chiesetta dedicata all'Evangelista. Il riparo, ottenuto in parte dalla sporgenza della roccia e in parte da assi di legno, serve come abitazione di eremiti o rifugio di viandanti ed è dotato di un braciere e di un altarino. La grotta appena accanto è costituita dall'incavo della roccia naturale che la sovrasta, con pareti esterne artefatte in pietra; serviva da cappella e ha il quadro del santo. La chiesetta di San Luca, poco oltre, anch'essa sotto lo sperone roccioso della montagna, è moderna; sulla porta una lapide dice: Templum hoc populus emigratis adiuvantibus restauravit. Pescopennataro 18.10.1959 La gente di Pescopennataro viene qui devotamente ogni anno il 10 settembre (quando in paese festeggiano il santo), a piedi o per la provinciale, prende il quadro di san Luca e lo porta processionalmente in paese, nella parrocchiale di San Bartolomeo, per riportarlo nell'eremo, sempre a piedi o con l'auto, il 18 ottobre, festa liturgica di san Luca. In tutto questo periodo la chiesa dell'eremo, privata del santo titolare, resta chiusa. L'aggiunta al fascino dell'eremo è data dal sentierino tracciato a destra della cappella principale fin dietro la chiesetta, che percorre il tratto finale della base concava dell'alta parete di pietra, protetto solo da questa parte, fino a un punto precipite oltre il quale si apre un'ampia e sorprendente vista panoramica che spazia sulla Maiella, sulla valle del fiume Sangro e sulla sottostante verde foresta di abeti da cui emerge con i suoi aspri picchi rocciosi il rilievo su cui si distende il bianco abitato di Pescopennataro, come una nave in un mare verde scuro, con all'orizzonte il mare Adriatico. Stanislao Fioramonti Fonte: S. Fioramonti, Il sacro intorno a noi, in «Ecclesia in Cammino», XVI:10, Velletri, ottobre 2019.
























