LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Da mezzo secolo
Da mezzo secolo credo, e non meno, di un piccantissimo lento veleno tanto continue furon le dosi che fece un popolo, tutti nervosi. Non c'era un medico per quella cura... Il mal di origine era l'arsura... Mancava l'acqua!... Si discuteva spesso, e mai niente si concludeva. Molti rimedi furon provati da tutti gli uomini autorizzati. Meno le pillole contro i sbadigli... Ma, con lo sgombero di quei "Consigli" suonò la sveglia!... I nuovi eletti parlaron subito di quei progetti per l'acqua. E plaude oggi il paese, a loro e il Sindaco che disse e chiese, senza temere niun sforzo duro, pel proprio fisico, a sé, lo giuro!... Voglio e dev'essere fu la sentenza, pel ben di tutti, giurata. E senza temere ostacoli... acqua alle fonti, promise al popolo Gregorio Conti. Quel «voglio» ha un merito tanto elevato da far commuovere chi avrà tentato allarmi inutili, con l'evidente scopo del solito non far mai niente. Però cozzarono con chi l'aiuto l'ebbe col fingersi da sordomuto! E per quel chiudersi, serrato bene... poté gridare: c'è l'acqua... viene... Ma non fu facile sfondar le porte! Le molte chiacchiere, l'avversa sorte, i tempi critici; tutto un assieme tacevan perdere coraggio e speme. Vi son certi uomini d'una pazienza che non ha limite si crede, e senza troppo nasconderlo dirò: son rari quei che trascurano i propri affari pel bene pubblico che li appassiona. I fatti spiegano che una persona di questo genere, col suo sincero passo, non celere, ma onesto vero, che è il primo merito dei tanti suoi, fermo, inflessibile l'abbiamo noi. Salute al Sindaco che il suo dovere l'ha dimostrato senza temere nessun ostacolo nei suoi confronti. Vinse quell'ordine: acqua alle fonti!... (1935) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Da Foligno: non è ver...
...che l'amor preferisca grandi cuor. ...che l'ispettore D'Eva, accogliendo l'avvertimento del Padreterno, abbia finalmente deciso di... non raccogliere il pomo. ...che Donati Amedeo suoni l'organetto, il mandolino, la chitarra, il quartino, la tromba e intrepido, ecc. ...che il signor Di Roccobonofaina stia per perdere la testa. ...che il capo deposito locomotive ha mantenuto in servizio due avventizi antifascisti. ...che Di Tanna Diodato abbia musicato l'orario ferroviario. ...che Di Tanna Diodato sia nativo di Capracotta. Tableau! ...che l'assistente sor Santi navighi negli stretti previa accurata ripulitura eseguita da altri. ...che Gueli Filippo sia tuttora capitano. ...che il macchinista Tonti vada spesso a Trevi per quistioni di cuore. ...che il rag. Mennella abbia un debole per i galloni dorati. ...che un grande uomo della Sezione Lavori, recatosi a Terni per prendere parte alle gare di salto, e richiesto a quale delle categorie juniores e seniores appartenesse, abbia riposto: «Io sono centurione». ...che l'illustre Giulio Cotoni sia un grammofono ambulante. ...che l'ingegnere Frizzini sia un amatore di spaghetti al burro e sugo. ...che Foligno sia «lu centru de lu munnu». Selezio Fonte: Selezio, In giro per i compartimenti, in «Il Trapasso degli Dei», II:19, Roma, ottobre 1925.
- Capracotta nella letteratura del 2022
Dirò subito che il 2022 è stato piuttosto avaro in termini di letteratura capracottese, ossia di libri che hanno menzionato la nostra cittadina (ovviamente mi riferisco a quelli scritti da autori non autoctoni). Soltanto due anni fa parlavano di noi Renzo Paris e Mattia Feltri; l'anno scorso lo fecero invece Chiara Gamberale e Remo Rapino. Quest'anno il punto massimo - letterariamente parlando - lo abbiamo invece raggiunto grazie alla traduzione italiana del monumentale saggio di Donald Sassoon sulla storia del capitalismo globale, "Il trionfo ansioso". Questa monografia capitale sul Capitale è un'opera divulgativa nella quale il grande storico inglese ha riversato anni di ricerche e di articoli inerenti il capitalismo - esistente in nuce sin dall'antichità -, quella rivoluzione sociale che, da John Locke in poi, ha permesso un reale, definitivo, progresso materiale del mondo occidentale. Sassoon analizza l'impatto che il capitalismo ha avuto, tra il 1860 e il 1914, sia nel processo di State building che in quello di Nation building, e in che modo le comunità nazionali, il welfare State e l'intervento regolatore dello Stato hanno contribuito a rafforzarlo. I critici del capitalismo sostengono che esso si fondi tanto sull'isteria della produzione quanto sulle crisi depressive, il che provocherebbe quella «ansia» che, nel saggio di Sassoon, è l'altra faccia della medaglia del «trionfo». Chi, come me, si professa liberale, è convinto che il capitalismo contenga in sé anche i rimedi per superare quelle crisi e farne un punto di forza. Semplificando al massimo, insomma, non c'è trionfo né ansia, bensì un cammino libero e comune verso il progresso. Libertà d'impresa e intervento dello Stato sono i capisaldi di ogni buona politica economica che si rispetti. Se il libro non apparisse già abbastanza interessante di suo, aggiungo che a pagina 86 si parla di Capracotta, case study d'un paese del Mezzogiorno sul finire dell'Ottocento che presentava scarse condizioni igieniche. Anche il secondo libro di letteratura commericale è opera di stranieri. Mi riferisco a "The Book of Joe", scritto a quattro mani da Tom Verducci e Joe Maddon, celeberrimo ex giocatore di baseball nonché attuale allenatore dei Los Angeles Angels, squadra militante nella Major League americana. In quest'autobiografia narrata, Maddon parla anche dei suoi rapporti con Ralph DiLullo, «an East Coast scout from Capracotta, Italy, a village in the mountains east of Rome not far from Abruzzo, where Maddon's grandfather was born». Egli infatti cambiò il nome di famiglia, che era Maddonni o Madonnini, proveniente dalla provincia di Pescara. Il 29 novembre c'ha pensato Massimiliano Ossini a riportare a galla la romanzistica capracottese col suo "I monti azzurri", in cui ha dedicato un bel paragrafo a «Capracotta, il paese delle bufere». Presenza fissa a Capracotta col suo programma "Linea Bianca", Ossini dimostra di non averci dimenticato affatto, anzi coglie l'occasione di un un nuovo libro per toccare argomenti che non aveva affrontato nel 2020 con "Kalipè": la toponomastica, il Giardino della Flora appenninica o la propensione alle bufere di neve. Sempre nell'ambito della saggistica troviamo il divertente "Morsi e rimorsi" di Giovanni Greco, un aforismario della condizione umana, il cui intento è quello di riflettere sul panorama del passato, su fatti e vicende storiche che tanto avrebbero da insegnare. A proposito delle località dal nome stravagante, l'Autore afferma che in Italia «non manca il settore degli animali con Capracotta presso Isernia, Cantagallo presso Prato, Gattara a Rimini e Valgattara presso Monghidoro, Strangolagalli a Frosinone, Strozzacapponi a Perugia, Cozze a Bari, sino all'esilarante Ramazzano le Pulci a Perugia». Si pensi che Greco, ex professore ordinario di Storia contemporanea a Bologna, ha al suo attivo 265 pubblicazioni di cui 72 fra monografie e curatele. Di chiare origini italiane, lo scrittore americano Dick Di Lano ha pubblicato a gennaio il suo primo romanzo, "You Can't Do That N****R", un'opera intimamente legata alle esperienze personali e familiari dell'Autore, ambientata tra una Pennsylvania cruda, luogo di nascita del Di Lano, e il profondo Sud degli Stati Uniti, in un teso conflitto tra emozioni sincere e lotta per l’affermazione. Leggendo il romanzo si scopre che il protagonista, Dickie stesso, è figlio di un emigrato capracottese giunto in America per lavorare, come altri suoi compaesani, per la più grande società ferroviaria del tempo, la Pennsylvania Railroad. Questa «novella», come la definisce Di Lano storpiando la novel (romanzo) americana, è la prova che Capracotta è una nazione. A febbraio, invece, il prof. Giovanni Artese, il maggior conoscitore degli ultimi eventi bellici in Abruzzo e Molise, ha espressamente citato me e i miei studi nella nuova edizione aggiornata ed integrata del suo intramontabile "La guerra in Abruzzo e Molise", nello specifico nel primo capitolo, dedicato all'avanzata dell'8ª Armata britannica fino al fiume Sangro. Artese, infatti, rimanda i lettori alla mia "Guida alla letteratura capracottese" per «un approfondimento delle vicende di Capracotta». Sono davvero molto orgoglioso di questa menzione perché significa che le mie ricerche, limitate nello spazio ma non nel tempo, possono tornare utili per studi più ampi e complessi. In estate la prof.ssa Paola Di Giannantonio ha dato alle stampe la versione definitiva della sua ipotesi interpretativa della Tavola Osca, l'ormai celebre lamina bronzea rinvenuta nel 1848 a Capracotta e attestante i riti religiosi della civiltà sannitica. Il lato più affascinante del saggio della Di Giannantonio - pensato a mo' di intervista - sta nell'aver scovato molti parallelismi tra le divinità e gli altari della Tavola ed alcuni riti e dialetti ancor oggi vivi in Abruzzo e Molise. Su alcuni di questi continua storico-religiosi nutro qualche perplessità, come nel caso della festa della Madonna di Loreto, che per l'Autrice ha attinenza con gli antichi Sanniti in quanto «la cadenza triennale della festa [coincide] con la cadenza del rituale della Tavola Osca e il connubio della terra con il femminile». In realtà la festa della Madonna di Loreto ha cadenza triennale da meno di 150 anni, tanto che nel Seicento la festa si teneva «a dì 8 di Settembre d'ogn'anno [...] e vi si lotta e corre a piedi, et a cavallo». L'apprezzo del 1671 rende quindi del tutto incoerente la cadenza triennale/biennale di alcuni riti della Tavola Osca con quella della nostra Vergine lauretana. Per ultimi, Capracotta viene menzionata in due libri amatoriali: "Il patto con lo Stivale" di Gioacchino Grossi, romanzo a tema pasquale nel quale vi è una comitiva in viaggio a Capracotta; e "Viaggio in Molise con lentezza" di Giuseppe Cocco, un diario virtuale - e piuttosto approssimativo - su molti luoghi molisani di grande interesse, tra cui Capracotta, della quale l'Autore descrive cenni storici, toponomastica, attrazioni turistiche e bellezze architettoniche, il tutto corredato da coloratissime illustrazioni. Speriamo che il 2023 sia un anno migliore per la nostra amata letteratura capracottese! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artese, La guerra in Abruzzo e Molise (1943-1944), vol. I, Youcanprint, Lecce 2022; G. Cocco, Viaggio in Molise con lentezza, Penisolabella, Roma 2022; P. Di Giannantonio e F. Di Rienzo, La Tavola Osca di Capracotta. I riti dei sanniti tra ieri e oggi, Tip. Cicchetti, Isernia 2022; D. Di Lano, You Can't Do That N****R, Dorrance, Pittsburgh 2022; G. Greco, Morsi e rimorsi: il richiamo dell'aforista, Mimesis, Sesto S. Giovanni 2022; G. Grossi, Il patto con lo Stivale, Youcanprint, Lecce 2022. J. Maddon e T. Verducci, The Book of Joe. Trying Not to Suck at Baseball & Life, Twelve, New York 2022; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744), Palladino, Campobasso 2015; M. Ossini, I monti azzurri. In cammino sugli Appennini, Rizzoli, Milano 2022; D. Sassoon, Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo (1860-1914), trad. di P. Lucca, Garzanti, Milano 2022.
- Polvere di cantoria: la magia del Natale a Capracotta
Tra i tanti organisti avvicendatisi alla consolle dell'organo storico della Chiesa Madre, il prof. Giuseppe Di Lullo fu anche uno dei più recenti custodi di quello che io chiamo "Oratorio di Natale" giungendo a dare una razionale musicalità alle varie melodie. Lui stesso mi confessò di essere l'autore dei versetti intermedi d'organo della "Pastorale", realizzati su parodia della "Pastorale di Agnone" in modo da dare respiro al coro impegnato su dodici strofe e dodici ritornelli. Con Serafino Trotta ne fummo allievi e, al suo ritiro, eredi musicali della "Ninna nonna al Bambino Gesù" (a Capracotta anziché ninna nanna è usato il termine arcaico di ninna nonna). Eravamo molto giovani e Serafino, più avanti di me di qualche anno, il classico modello di ciò che un ragazzo più giovane come me tendeva a sentire come esempio e non me ne sono mai pentito. Ciascuno di noi assorbì e elaborò la propria interpretazione delle melodie natalizie come già ebbi a scrivere tempo fa e questo creò una sottile "rivalità" e un rispettivo "territorio di caccia" pur se l'amicizia, l'affetto e la stima reciproca non vennero mai meno. Per qualche tempo ci alternammo alla animazione delle funzioni natalizie quasi ignorandoci ma tutto ebbe a cambiare poco dopo il restauro dell'organo. In un tardo pomeriggio nevoso mentre la grigia luce lentamente si attenuava, un preoccupato don Elio Venditti, in nome della nostra parentela, mi pregò di porre fine a questo fastidioso impasse per il bene dello spirito comunitario e per dare un buon esempio. Non aspettai nemmeno un secondo e, dopo una telefonata, raccolsi, felice, la disponibilità di Serafino ad una esecuzione a quattro mani della Messa di mezzanotte. Conoscendo il suo amore per la "Ninna nonna" fui lieto che se ne assumesse l'esecuzione mentre io mi incaricai dei brani rituali. Avremmo poi diretto il coro a parti invertite. Una prova veloce con i "ragazzi" di quello che sarebbe diventato il "Coro Principalone" fu il preludio ad una celebrazione emozionante e particolarmente sentita. Non paghi cercammo di ripetere il tutto per la funzione solenne del giorno. Durante la Messa un fulmine: poco prima dell'offertorio, non so come, l'occhio mi cadde sulla partitura della pastorale per coro ed organo di Zimarino che il prof. Di Lullo ci aveva insegnato ad apprezzare. Così senza provare e confidando nella forte e chiara voce tenorile di Serafino che sostenne a meraviglia gli acuti finali del coro ci facemmo cullare in una calda ed avvolgente atmosfera che ci lasciò incantati e storditi. Mai avevamo tutti insieme realizzato una esecuzione così sentita e commovente. La sequenza del Sanctus e poi fino al coro finale della celebrazione ci impedì ulteriori considerazioni e pensieri ma mentre il coro sfilava via dalla cantoria e stavamo per stringerci la mano intercettammo gli occhi lucidi del notaio dott. Michele Conti, uno dei bassi e tra i fondatori del coro, che, con voce commossa, indicando Serafino e me disse: – Voi due siete la meglio gioventù! Non ricordo come scendemmo le strette scale ma la sensazione fu quella di due compari a braccetto. Un'amicizia più forte ed una stima ancora più salda che ancora oggi mi onora. Da allora, quando possibile, non abbiamo mai più suonato l'oratorio se non insieme. Un grazie ai "ragazzi" del Principalone e alla loro professionalità. Un altro ricordo, una magia del Natale impressa nella "polvere di cantoria"... Francesco Di Nardo
- La notte di Natale
Quante stelle brillan in cielo, di Natale nella notte, quanta neve e quanto gelo copre il monte e copre il pian! Chiama, all'ora di mezzanotte, lungo il suon d'una campana; suona, suona, nella notte lenta, lenta, din!... dan!... dan! E quella voce va lontana, va, per l'ombra della sera, quella voce, mesta e piana, degli afflitti giunge al cuor; e giunge al cuore di chi spera, di chi soffre, senza fuoco, e di tutti una preghiera s'alza al buon benefattor. S'apron gli usci ed il lume fioco di una lanterna pia luccica furtivo un poco e poi subito scompar. Van per la silenziosa via, ombre silenziose e nere, alla Vergine Maria, van in chiesa, per pregar. E vanno, vanno, in lunghe schiere, a cantare, nella chiesa, inni, canti e pie preghiere, al nascente, buon Gesù. E lenta ancor suona a distesa, con i canti la campana, e par chiegga, in voce accesa, pace eterna e nulla più. Ermanno Santilli Fonte: E. Santilli, Adolescentia, Sammartino e Ricci, Agnone 1924.
- Omaggio a Giuseppe Di Bucci
Corri sempre e corri attento, campione; misura il passo, ritmo e la falcata; dosa le risorse giuste alla durata della corsa, per realizzar la tua passione. Bello è veder la cura e dedizione che porti ad allenarti nella giornata che al duro lavoro non è applicata e prestare alla famiglia l'attenzione. Sia tu giusto di esempio a tutti quanti, portare le cose al fine compimento, che non sono fortuna o la man dei santi, ma sacrifici e lavori siano tanti, che, con una piccola dose di buon vento, faranno i successi esser abbondanti. Claudio Amicone
- Don Carnevale e Philippe Daverio, la grande sfida lanciata e mai andata in scena
Se n'è andato con la soddisfazione di non essere mai stato confutato ufficialmente dalla Storiografia ufficiale. Carlo Magno nei dintorni di Piediripa? Perché no?! San Claudio a pie’ di Chienti in realtà Aquisgrana? Provatemi il contrario. Nessuno storico ufficiale ha definito "eresie" questi due cardini del "credo" di don Giovanni Carnevale, molisano di Capracotta, sacerdote salesiano, poliglotta (latino, greco, tedesco e francese), professore adoratissimo da generazioni dei suoi allievi al liceo classico all'Istituto sorto a Macerata nel nome di san Giovanni Bosco. Stava dando alle stampe con il suo assistente (da 11 anni) Mimmo Antognozzi il 15° libro legato alla teorie rivoluzionarie della Francia Picena, contribuendo al tentativo di riscrivere parte del Medioevo marchigiano ed insieme europeo, quando la morte lo ha colto intorno alle 14:30. «Le sue intuizioni avevano aperto una breccia seria tra gli studiosi di Usa, Belgio, Inghilterra e Germania» dichiara, addolorato, Antognozzi. A dire il vero l'unico a porre autorevolmente pur garbatamente, qualche dubbio in contrario era stato sei anni fa a San Ginesio, Philippe Daverio. Nella chiesa/auditorium di San Francesco, collegata all'Istituto magistrale, da lui a lungo presieduto, si ricordava l'opera e l'insegnamento del professor Giovanni Cardarelli. A condurre il dibattito, il vostro cronista, un'occasione preziosa per deviare temporaneamente dal tema. «Philippe, che ne pensi delle teorie di don Carnevale?» chiesi al celebre critico di Storia dell'Arte. Cautamente, Daverio si limitò a dire che novità non potevano esserci considerato che «Aquisgrana è ben storicizzata in Germania» e «pure Carlo Magno». Proposi a Philippe che accettò, un dibattito con don Carnevale. La morte di Daverio rese poi impossibile questa appassionante "sfida" tra ufficialità e la "nuova" narrazione di don Giovanni. Poi il passo di un fortunato libro, un paio d'anni dopo, a cura di Luciano Magnalbò e di chi scrive ("Una tragedia dimenticata", Ilari Ed.), sulla scorta di un passo dello storico Eginardo rilanciò l'ipotesi della presenza dell'imperatore nelle Marche. Subito dopo l'incoronazione papale, Carlo Magno ospite di Spoleto era stato infatti sorpreso dal terremoto. «Ed ebbe timore per il suo Palagio» annota Eginardo. Allora Aquisgrana, capitale carolingia, sarebbe potuta essere forse San Claudio al Chienti e non la germanica Aichen, peraltro zona notoriamente a-sismica e lontanissima dall'Umbria? Perché no? L'enciclopedico don Carnevale dalla "Rocca Bastiani" del suo Medioevo riscritto, al pari di un gioco di scacchi ha sempre atteso la confutatio ex contrariis. Come nel romanzo di Dino Buzzati, nel suo "Deserto dei Tartari" nessuno si è mai visto a "minacciare" la demolizione "logico-matematica" di studi rivoluzionari da 40 anni a questa parte, Qualcuno li avrebbe potuto definire pure "provocatori" e nell'ombra qualche sorrisetto sarà pure scintillato... Ma alla fine sotto le mura della sua lunga vita terrena, a presentarsi all'anziano, indomito combattente salesiano si è presentata Sorella Morte. Chiudendo per sempre il gran libro della Francia Picena in territorio marchigiano. Forse no, forse c'è spazio ancora per un ultimo capitolo: la richiesta di don Giovanni d'essere sepolto proprio a San Claudio. All'ombra dell'ombra da lui evocata, quella di Carlo Magno. Un riconoscimento, questo ufficiale dopo la cittadinanza onoraria di Corridonia ed altre onorificenze, di una vita spesa sui libri di Storia del professor Carnevale. Maurizio Verdenelli Fonte: https://www.youtvrs.it/, 11 aprile 2021.
- Longino, soldato romano di Lanciano
Stella Traynor Moratvska, la scrittrice inglese che ha pubblicato a Gerusalemme, presso la Printing Press dei frati francescani che hanno la cura del Santo Sepolcro, "The Story of Longinus" (La storia di Longino) dice che Cassio Longino apparteneva ad una nobile famiglia di Lanciano, così come avevano riferito anche il Bocache ed il Renzetti e come è stato ampiamente dimostrato dai recentissimi ritrovamenti archeologici nel complesso chiesastico di San Longino / San Legonziano / San Francesco. Egli era addetto alla casa di Ponzio Pilato dove svolgeva molti compiti di fiducia, sia di carattere militare che civile. Al tempo di Gesù, tenne sempre informato Pilato di tutto ciò che accadeva a Gerusalemme. Quando seppe che Anna, il sommo sacerdote giudaico, voleva arrestare Gesù, ebbe l'incarico di seguire tutta la vicenda. Assistette, quindi, all'interrogatorio ed alle violenze fisiche a cui il Nazareno fu sottoposto. Seguì anche il suo trasferimento davanti a Caifa e poi davanti ad Erode. Infine, fu presente al processo giuridicamente valido, davanti a Ponzio Pilato. Insieme ad altri soldati, seguì la Via Crucis, assistette alla crocifissione e, quando si verificò il terremoto, rimase da solo vicino al Crocifisso. Egli già prima del terremoto, era stato toccato dalla grazia! Quando vide arrivare i carnefici, che avrebbero dovuto infrangere le ginocchia dei condannati perché se ne potesse ordinare la deposizione, con la lancia toccò appena il costato di Gesù. Aiutò i discepoli, fino al sepolcro; ed assistette alla Resurrezione del Signore. Si congedò dall'esercito, si fece testimone della verità e collaborò con gli Apostoli. Divenne diacono. Ad un certo momento dovette fuggire da Gerusalemme, per le persecuzioni a cui erano sottoposti i cristiani. Tornò a Lanciano, con un paio di commilitoni, a coltivare la sua vigna e a diffondere la parola di Dio. Un giorno, però, su istigazione del Sinedrio, vennero a cercarlo a Lanciano alcuni suoi commilitoni, i quali dovettero eseguire la condanna a morte. Fu decapitato e la testa fu portata a Gerusalemme a dimostrazione che la sentenza era stata eseguita. I lancianesi, allora, costruirono una chiesa intestata proprio a San Longino, San Legonziano. In quella chiesa, nell'VIII secolo dell'era volgare, si verificò il primo miracolo eucaristico della Cristianità. Non sono coincidenze prodigiose? Domenico Policella Fonte: Farmacia del Verde, Lanciano tra storia e leggenda, Lanciano 2000.
- Il dentone di Mokul
Che bella giornata questa domenica mattina. Il fresco tanto agognato è finalmente arrivato. Ci vuole una passeggiatina via dal silenzio di casa. Sono quasi tutti andati via e il silenzio ci accompagna. Al bar dal mio amico, mi siedo davanti ad una bella tazzina di caffè... e chi incontro? Mokul... un mio alunno mongolo! Ma, guarda che strano, proprio qui ti incontro Mokul, mai avrei immaginato! Mokul è un bravo ragazzo venuto dalla Mongolia, a studiare italiano alla nostra Università per Stranieri, e poi, interessato di Geologia, ci siamo conosciuti. Mi ha raccontato tanto delle bellezze della sua lontanissima terra, la Mongolia, e dei ritrovamenti strepitosi di fossili. Mokul è buffo, parla mezzo romano, essendo vissuto anche a Roma a Tor Pignattara... – Oh Mokul, ecché ci fa' tu qui? – Oh er proffe... ma chi s'arvede! (abbraccio) Comme sta? La vedo 'nvecchiatello... ahhh (risata) in effetti me so' rinvecchiato appure io (anche io con lui parlo uno stranissimo linguaggio misto tra romanaccio-tosco-perugino... non so) a forza de sta' a studia' me se so' 'mbiancati li peli! Ahhh – ride Mokul – mejo avecceli li peli che noe! Mejo peloso che spelacchiato... ahhhh (ma che c'avrà da ride?). –Mokul, che mi racconti... – Mortacci proffe, c'ho da faje vede na cosa che la manna 'n visibilio... è un dente fossile de un dinosauro de quilli bestiali! – Oh... davvero! È un dente di un Tarbosaurus. Questi dinosauri (i sauri terribili) furono dei dinosauri carnivori ancora più grandi e terribili dei Tyrannosaurus ritrovati in USA. Il Tarbosaurus (il cui nome significa "lucertola allarmante") è un genere estinto di dinosauro teropode tirannosauride (i tirannosauridi erano i più temibili dinosauri bipedi cacciatori) vissuto nel Cretaceo superiore, circa 70 milioni di anni fa, in quella che è oggi la Mongolia, mentre alcuni resti frammentari sono stati ritrovati anche in Cina. Anche se nel tempo sono state proposte numerose specie, oggi i paleontologi ne riconoscono solo una, il Tarbosaurus bataar, come unica specie valida. Alcuni esperti credono che Tarbosaurus sia in realtà una specie asiatica del ben noto tirannosauride nordamericano Tyrannosaurus; questo renderebbe il genere Tarbosaurus un sinonimo di Tyrannosaurus. Visto che tale ipotesi non è ancora stata accertata, oggi Tarbosaurus e Tyrannosaurus sono considerati strettamente correlati tra loro condividendo molte caratteristiche peculiari. Come tutti i tirannosauridi, il Tarbosaurus era una grande predatore bipede, che poteva raggiungere un peso massimo di 5 tonnellate in peso, 12 m. di lunghezza e dotato di una testa enorme armata di una sessantina di denti. La mandibola non poteva muoversi lateralmente e poteva solo essere aperta e chiusa con un movimento verticale. Come tutti i suoi parenti anche il Tarbosaurus possedeva braccia sproporzionatamente piccole in confronto al corpo e dotate di sole due dita. Le zampe invece erano poderose. I tirannosauridi (chiamiamoli così e mi perdonino i paleontologi tassonomisti puri) erano temibili cacciatori di grandi sauropodi erbivori (e non solo) e si pensa (ancora non ci sono le conferme per il Tarbosaurus) che cacciassero non isolati ma in gruppi, come fanno alcuni grandi felini (leoni soprattutto) aggirando le prede da più lati. Quindi non erano stupidi per niente. Un morso di un Tarbosaurus è peggio de... – Mortacci, debberia (ma come parli Mokul?) azzanna'... peggio de li cani pitbull del mi cugino de Capracotta... lo chiameno er Tarbo! – Ma chi? il cane di tuo cugino? – Noe... è el soprannome de mi cugino che in realtà se chiama Jokul... ma a Capracotta lo chiameno Tarbo = Tarbosauro... quanno magna un pollo je spezza le ossa con un morso solo! Se sente crakkk e se lo 'ngoja intero, ossi e frattaje comprese! È na bestia... è arto dù metri e c'ha na mascella granne così (un metro? impossibile...). – Ma Mokul ma che me stai a racconta'? Te possino acciacca'! Ahhh (risata generale anche degli avventori del bar)... vai, famoce 'sto cafè... ciao Mokul... è stato 'n piacere granne! Ciao, arrivederci... ma li mortacci! Ma tutti a mme me capiteno! Paolo Monaco Fonte: https://www.facebook.com/, 16 luglio 2017.
- Il manuale del perfetto imbecille: cultura generale
Al perfetto imbecille si richiede una vastissima cultura generale: assai più vasta che profonda, naturalmente. Ma ci sono degli argomenti, dei problemi sui quali il perfetto imbecille non ha purtroppo il diritto di essere superficiale. Su certe questioni, anzi, gli tocca fare sfoggio d'una vera e propria erudizione: tali l'automobile, il gioco del ponte, le caratteristiche ed i pregi dei luoghi di villeggiatura stranieri, le caratteristiche ed i difetti dei luoghi di villeggiatura italiani. Il trattamento che si riceve nei più famosi alberghi, gli inconvenienti di Viareggio, gli inconvenienti di Riccione, gli inconvenienti di Roccaraso, Terminillo, etc., i vantaggi di Saint Moritz, la differenza tra San Remo e Montecarlo, le meraviglie dei film non proiettati in Italia, il nome - solo il nome - di alcuni reputati alchimisti in giacca bianca detti comunemente barmen. Su tal argomenti, il perfetto imbecille deve essere aggiornatissimo, pena la squalifica. Il suo giudizio vuol'essere rapido e categorico. Non sono opinioni le sue, ma conclusioni cui è pervenuto. Il perfetto imbecille può non possedere un'automobile, ma non ha il diritto di ignorare alcun segreto dell'ultimo tipo sport con compressore né gli inconvenienti delle ultime vetture di serie messe in circolazione a Torino, a Parigi, a Londra, a Detroit, etc. Criterio generale: disprezzo della vettura utilitaria. Linea inelegante, motore poco elastico, etc. Possibilmente criticare i freni, la carrozzeria, la "terza". Non dire mai il nome della fabbrica, ma solo il tipo: l'Astura, l'Augusta, la 1750, la 1500, etc. Non dire mai Alfa Romeo, ma tutt'al più Alfa. «L'altra sera siamo andati ad Ostia in 14 minuti, senza forzare». «Siamo venuti da Firenze in 3 ore e 50 minuti comodamente». «Siamo arrivati a Frascati sempre in presa diretta». «Ha una terza fantastica». Viareggio. Troppa gente. Troppi romani. Meglio a Forte. Manca una spiaggia tranquilla. Ma la sera che fai? Siamo sempre lì. Il solito bridge? Grazie tante, ci gioco tutto l'anno. Non puoi fare un passo, senza trovare un conoscente. Riccione. Troppa gente, troppo caldo. Non mi piace tutta quella sabbia. Una volta c'era qualche straniera di gran classe, ma dopo la crisi... Sa di provincia. Quando sei andato una volta a San Merino, mi dici che fai? Ci son rimaste le maschiette di Bologna che cercano marito, sai che allegria! E poi le zanzare. Come dice? Non ce ne sono più? Forse adesso. Ma io ricordo... Acqua troppo calda. Quella scocciatura della bassa marea. Terminillo, Roccaraso. Roba per dopolavoristi. Mi hanno detto che c'è bella gente a Saint Moritz. Cortina? Carina. Ma, capirai, quando debbo andare a Cortina, preferisco Saint Moritz. Il Kulm. Che gite. Mica tanto caro. Certo, spendi meno a Capracotta, ma vuoi mettere? Saint Moritz d'estate? Carino. Ti ci vuole il soprabito. L'altranno, in pieno agosto, si dormiva con le coperte. La sera si stava in veranda col plaid. Bellissimo. Sì, certe notti eravamo sotto zero. Fantastico. Achille Campanile Fonte: L'Imbecille, Il manuale del perfetto imbecille. Cultura generale, «Il Travaso delle Idee», XXXVI:27, Roma, 5 luglio 1936.
- Sul mare
Le onde che mormorano da lontano. C'è una barca che va dondolando, dentro c'è una ragazza che si sta disperando. Un forte grido che prega per il suo mal destino. Chiama il suo amore lontano: – Corri ché stai perdendo la tua bellissima cara! Amore, vorrei vederti per l'ultima volta, per lasciarti un mio ricordo. Quando ritrovi la mia barca, le tue lacrime sul viso scorreranno. Guarda e pensa: – Qui dentro chi c'era? Per il tuo pianto io nulla posso fare. La notte, quando non dormi, pensa alla tua cara che sta marcendo: dov'è, nessuno lo sa. Amore, la mia anima di notte viene a trovarti. Ma il mio corpo si trova nel profondo mare... (12 ottobre 1992) Olindo Paglione
- Quaranta di Agnone e Cinquecento di Capracotta
Belli o brutti, sfiziosi o irripetibili, insignificanti o balordi, ancora oggi i soprannomi sono il mezzo più sicuro per identificare una persona. L'origine dei soprannomi coincide forse con l'inizio della vita in comune; essi hanno accompagnato l'uomo da sempre. Basta dare una superficiale occhiata ad un testo di letteratura latina ed ecco che nel 300 a.C. incontriamo Appio Claudio Cieco (poverino oltre che zoppo era anche cieco!); Livio Salinatore nello stesso periodo faceva più o meno coppia con Ottavio Lampadione; il crudele console Publio Claudio fu detto Pulcro (il bello) anche se zoppo, Quinto Fabio Pittore lasciò il pennello e combatté contro i Galli, mentre Lucio Cinico Alimento aveva nel suo nome tutto un programma psicologico e culinario. Sicuramente Marco Porcio Catone detto anche Il Censore doveva aver avuto in famiglia qualcuno collegato ai maiali; Lentulo Lupo (che strano un lupo alquanto lento!) ha ancora tanti discendenti, mentre Licinio Calvo forse già usava una parrucca. E cosa dire del famosissimo Marco Tullio Cicerone (grosso cece), di Caio Sallustio Crispo (riccioluto), di Asinio Pollione e di Messala Corvino? Nel 43 a.C. nacque a Sulmona il grande Publio Ovidio Nasone (grande anche nel naso!); un salto fino al 65 d.C. e ci si imbatte in Anneo Cornuto; Caio Svetonio Tranquillo nel 100 d.C., Quinto Settimio Florente Tertulliano nel 195 d.C. e Claudio Cluadiano (zoppo degli zoppi!) chiudono la breve rassegna storica. Ma fu intorno al secolo IX che la scomparsa del sistema onomastico classico rese importantissimo il soprannome, essendo indispensabile aggiungerlo al solo nome di battesimo per identificare una persona. I soprannomi di allora divennero i cognomi che portiamo oggi, estesi come furono alla famiglia e ai discendenti. Scorrendo l'elenco telefonico di Agnone possiamo farci un'idea di quei soprannomi. I Bartolomeo, D'Ottavio, Di Lazzaro, Di Pietro, Di Mario, D'Ascenzo, Antonelli, Orlando, Paolantonio ecc... sono semplicemente riferiti al nome di qualche antenato; i Bagnoli, Cremonese, Nizzardo, Della Valle, ecc... sono collegati al luogo di provenienza; i Patriarca, Labbate, Iacapraro, Labanca, ecc... danno un chiaro indizio del mestiere o della professione di qualche antenato; i Bianchini, Brunetti, Del Basso, Delli Quadri, Longo, Marcovecchio, Mastronardi, Mastrostefano, Amicone, Amicarelli, ecc... si commentano da soli. Mentre quei soprannomi vecchi di mille anni e più fanno bella mostra, registrati come sono all'anagrafe, tanti altri durano per poche generazioni; spuntano come funghi, vivono una vita intensa e poi scompaiono. Ogni volta che un soprannome cade in oblio, una fetta di cultura, di storia, di tradizioni inevitabilmente svanisce nel nulla. Quale migliore occasione per chiudere il discorso sui soprannomi con un aneddoto che vede coinvolti due soprannomi ed un oste poco previdente? Orbene tanti anni fa, quando il commercio ambulante si muoveva a dorso di mulo e le trattorie erano spesso poste nei punti strategici dei tratturi o delle mulattiere, un oste fu avvisato che nel tardo pomeriggio si sarebbero fermati a pranzare da lui, di ritorno da un fiera che si era tenuta in un paese lì vicino, quaranta di Agnone e cinquecento di Capracotta. L'oste allertò tutti i familiari, mise man forte a tutte le provviste, macellò alcune pecore e sudò letteralmente sette camicie per preparare la cena a 540 persone. Sul fare della sera, arrivarono all'osteria due forestieri ed a mala pena l'oste consentì loro di sedersi ad un tavolo appartato per cenare, euforico ed in attesa com'era di veder comparire quella moltitudine di gente che aspettava. I due, mangiando mangiando, accortisi di tanta agitazione, chiesero all'oste chi mai dovesse arrivare e saputo che dovevano giungere quaranta di Agnone e cinquecento di Capracotta per poco non morirono per le risate, essendo uno dei due Quaranta, di cognome, di Agnone e l'altro Cinquecento, di soprannome, in quel di Capracotta! L'aneddoto non ci riferisce come la prese il povero oste, ma certamente da quel giorno maledì tutti i soprannomi ogni volta che qualcuno alludeva, anche larvatamente, al famoso pranzo dei 540. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, Agnone: il paese dov'era sempre mezzogiorno, Tip. Cicchetti, Isernia 2018.
- Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (III)
Per i successivi tre mesi gli avvocati di entrambe le parti sfilarono dentro e fuori le aule dei tribunali, depositando memorie e chiedendo proroghe. Riflettendo la divisione ideologica tra i partiti, i progressisti erano rappresentati da due membri della Lawyer's Guild, mentre l'avvocato dell'AFL era Paul M. Herbert, ex comandante di Stato della Legione americana e ultimo candidato repubblicano alla carica di governatore. Tuttavia, nonostante le argomentazioni piuttosto ingegnose di entrambe le parti, la soluzione non pervenne dal lento sistema giudiziario bensì dagli eventi succedutisi nel Paese sul fronte lavoro. Il 2 marzo 1937, il giorno dopo il voto di fiducia a Di Nucci, la United States Steel Corporation firmò un contratto col Comitato organizzatore dei lavoratori dell'acciaio (SWOC) del CIO. Questo sviluppo, solo poche settimane dopo la drammatica resa della General Motors agli scioperanti di Flint, rese il CIO una forza inarrestabile nel movimento operaio. Di conseguenza, a metà marzo, Green diede incarico agli enti locali e statali di «tracciare una linea tra l'AFL e il SWOC». In risposta il 24 aprile il CIO annunciò che avrebbe iniziato a istituire propri enti cittadini e nazionali. L'annuncio del CIO minò gli sforzi dei progressisti per mantenere unito il movimento operaio di Columbus. Poiché sia l'UAW che lo SWOC si erano organizzati con successo nell'area, l'istituzione di un corpo separato del CIO a Columbus era ormai inevitabile. Di conseguenza la questione divenne come mantenere i progressisti rimasti nell'AFL a capo della CFL. Chiaramente, per placare Green e salvare la barca, Di Nucci doveva andarsene. Fu così che il 5 maggio egli rassegnò le dimissioni e accettò un incarico presso il CIO. Nell'estate del 1937 Columbus, come l'intera nazione, aveva due principali sindacati. A settembre Giorgio Di Nucci divenne presidente del neonato Franklin Country CIO Council, composto da 14 sindacati locali e 3.000 uomini e donne. Nel 1939 mise su un'organizzazione ombrello del CIO in tutto lo Stato, parallela a quella dell'AFL. Molti dei progressisti si unirono a Di Nucci nel campo del CIO, incluso Silvey che divenne segretario tesoriere. Le dipartite diedero alla CFL un tono meno militante ma non divenne affatto conservatrice né abbandonò gli sforzi per organizzare i lavoratori. Ironia della sorte, dopo aver forzato l'allontanamento di Di Nucci, diversi sindacati edili si slegarono dall'ente cittadino. Nel 1938 lo stesso George Strain reindirizzò le sue energie verso il Partito repubblicano e, come ricompensa per aver lavorato all'elezione a governatore di John Bricker, divenne capo del Dipartimento delle relazioni industriali di Stato. La creazione del Franklin Country CIO Council permise a Di Nucci di fare quello che sapeva fare meglio: organizzare i lavoratori. «Amo organizzare, – disse in un'intervista degli anni '70 – non mi importava delle negoziazioni, delle lamentele e cose del genere». Vedeva il suo ruolo come quello di un iniziatore, colui stabilisce contatti e mette in moto le cose. Una volta sicuro che un numero sufficiente di lavoratori in uno stabilimento fosse impegnato nel sindacalismo, chiedeva all'organizzazione competente di inviare il proprio personale e ripartiva per un altro obiettivo. Seguendo questa strategia, aiutò la UAW a organizzare il Columbus Auto Parts e la Textile Workers' Union del CIO gliene diede riconoscimento presso le Columbus Coated Fabrics. Supportò anche i dipendenti statali nella formazione di quella che sarebbe poi diventata la Ohio Civil Service Association. Gli sforzi del Di Nucci per organizzare lo stabilimento Timken di Columbus erano tipici del suo modo di fare. Di tanto in tanto, durante il 1937 e il 1938, visitò i bar che circondavano lo stabilimento, coinvolgendo i lavoratori in discussioni. Tra loro c'era il giovane Harry Mayfield, che voleva fare qualcosa per le condizioni nello stabilimento. Mayfield aveva già provato a lavorare come membro del comitato di reclamo del sindacato aziendale, scartato dopo un incontro col direttore dello stabilimento per aver insistito troppo su un caso. Spiato e seguito, Mayfield aveva comunque accettato di partecipare a un incontro notturno clandestino presso la fattoria di "Red" Malone, lontano dagli occhi degli agenti Timken. Mayfield ricordò che Di Nucci era arrivato al raduno con I. W. Abel, che aveva già fondato una sezione degli Steelworkers alla Timken di Canton. Portava con sé un barilotto di birra per promuovere una discussione completa sui problemi. Quando la riunione fu aggiornata, sotto la guida di Mayfield era stato formato un comitato organizzatore che avrebbe sfidato una delle aziende più antisindacali dello Stato. All'inizio degli anni '40 gli sforzi del Di Nucci per dare sostegno al lavoro organizzato nell'Ohio centrale ricevettero l'aiuto della Chiesa cattolica con l'arrivo del vescovo Michael Joseph Ready e l'istituzione di un dipartimento di azione sociale sotto padre Augustine Winkler. In precedenza, la leadership cattolica locale era stata ostile al CIO e, secondo quanto riferito, aveva persino impedito alla figlia di Di Nucci di frequentare la scuola cattolica a causa dei legami sindacali del padre. Al contrario, sia Ready che Winkler cercarono di convincere i parrocchiani della diocesi che il sindacato era rispettabile. Il vescovo Ready nominò varie mogli di leader sindacali, tra cui Lena Di Nucci, a posizioni importanti nel Consiglio diocesano delle donne cattoliche. Diede avvio una messa annuale del Labor Day, trasmessa anche via radio. Da parte sua, padre Winkler diresse una scuola che insegnava ai dirigenti sindacali locali - molti dei quali non erano nemmeno in possesso di un diploma di scuola superiore - i punti salienti delle trattative contrattuali e del diritto del lavoro in modo che potessero trattare efficacemente coi rappresentanti aziendali più istruiti. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale modificò drasticamente il movimento operaio nell'Ohio centrale e la carriera di Giorgio Di Nucci. Nell'agosto 1940 il governo federale decise di costruire una fabbrica di aerei alla periferia di Columbus per la Curtiss-Wright Corporation. Al culmine della produzione di guerra, nel 1944, questa struttura impiegava 24.684 lavoratori, un numero più o meno uguale a quello di tutti i lavoratori cittadini di produzione prebellica. Cosa più importante per il movimento operaio, la forza lavoro della Curtiss-Wright si unì al sindacato poco dopo l'inizio della produzione nel 1941. Di Nucci aveva iniziato a organizzare la struttura assumendo simpatizzanti nei dipartimenti chiave. La sfida che dovette affrontare non era opporsi all'azienda ma unire una forza lavoro divisa per religione, etnia e razza. A differenza della maggior parte delle sue campagne organizzative, Di Nucci portò questa fino alla conclusione positiva, col riconoscimento aziendale dell'UAW. Quasi dall'oggi al domani i rapporti di potere sia in città che nel movimento sindacale locale cambiarono, dal momento che l'UAW rappresentava ora una percentuale significativa dei lavoratori e poteva mobilitare gli elettori sia alle urne che alle riunioni sindacali. Anche altri sindacati del CIO crebbero notevolmente, in parte perché gli appalti pubblici potevano essere assegnati soltanto ad aziende conformi al Wagner Act. Complessivamente nel 1942 i membri del CIO di Columbus aumentarono del 300%. L'ascesa di sindacati di grandi dimensioni alterò il futuro di Giorgio Di Nucci nel movimento operaio. Quando egli lasciò la CFL nel 1937 per una posizione nel CIO, rinunciò anche all'appartenenza alla United Garment Workers, affiliata all'AFL. Profondamente coinvolto nell'organizzazione del Columbus Auto Parts e bisognoso di un'affiliazione sindacale ufficiale, ottenne una tessera nell'UAW ma la dovette restituire quando il nuovo statuto proibì ai lavoratori non automobilistici di esserne membri. Si unì dunque a una sezione di Cincinnati degli Amalgamated Clothing Workers ma quell'accordo fu insoddisfacente poiché non poteva partecipare alle riunioni. Alla fine, il suo amico Abel lo aiutò ad ottenere una tessera dei siderurgici. Di Nucci, tuttavia, riconobbe che si trattava di un'iscrizione di cortesia, che lo limitava a un ruolo di supporto. Eppure, anche se confinato nello staff, DeNucci fu dinamico. Il governo federale richiedeva la rappresentanza dei lavoratori in comitati, commissioni e consigli di pianificazione, e, con un gran numero di leader sindacali andati in guerra, Di Nucci scalò molte posizioni. Inoltre, in qualità di leader del CIO dell'Ohio centrale, ne era il principale lobbista presso i funzionari statali. Inoltre, quando si arruolò il segretario-tesoriere dell'Ohio CIO Council, Di Nucci ne assunse le funzioni fino al ritorno. Per Di Nucci la guerra fornì ai sindacati l'opportunità di «vendersi alla comunità». Convise i sindacati locali a partecipare al Community Chest e pubblicizzò molto il fatto che i membri del sindacato fossero i maggiori donatori del fondo. Istituì una borsa di studio religione-lavoro in cui i leader di varie fedi si incontravano mensilmente coi rappresentanti dei lavoratori locali per discutere le questioni comunitarie. Di Nucci fece anche pressioni su sua moglie e sulle mogli di altri funzionari sindacali affinché facessero volontariato presso vari enti di beneficenza locali. La fine della guerra portò alla fine dei comitati e dei consigli e al ritorno dei soldati ex attivisti sindacali, desiderosi di riconquistare il proprio posto. Nel rimescolamento postbellico che ne seguì, la mancanza di una base istituzionale rese Di Nucci dipendente dai vertici dei sindacati più grandi. Ebbe incarichi speciali da Phil Murray, presidente del CIO e degli Steelworkers. Alle convention del CIO, ad esempio, mobilitò i voti sull'agenda della leadership. Quando necessario assunse temporaneamente anche vari incarichi fin quando non veniva individuato un sostituto ufficiale. Di Nucci utilizzò sempre più le proprie capacità organizzative in favore della crociata anticomunista, che avrebbe rimodellato il movimento operaio del dopoguerra. Nel 1946 Murray lo nominò amministratore del Cleveland CIO Council con l'ordine di espellere i comunisti. Ancora una volta, durante la convention del CIO dell'Ohio del 1949, Di Nucci raccolse i voti necessari per estromettere i membri del consiglio esecutivo di sinistra. Pochi mesi dopo prese la parola al congresso nazionale del CIO che aveva espulso diversi sindacati internazionalisti controllati dai comunisti. Nel decennio successivo, il CIO inviò Di Nucci a combattere i comunisti in tutti gli Stati Uniti, a Porto Rico e persino nella zona del Canale di Panama. Ironia della sorte, nel 1954 Di Nucci scoprì che il governo federale lo considerava un comunista. In una lettera in cui chiedeva aiuto agli amici, scrisse: «Io, che li ho sempre disprezzati e odiati [i comunisti, n.d.a.], e durante tutti i miei anni col CIO mi è stato assegnato l'incarico di scovare e tenere questi viscidi lontano dalle posizioni di vertice nei sindacati del CIO, mi vedo ora negare il passaporto perché qualche maccartista ha depositato una dichiarazione secondo cui ero o sono un comunista!». Pare infatti che un agente dell'FBI a Portsmouth riferì che Di Nucci aveva partecipato a due riunioni al 3966 di Gallia Street, presso un'impresa di pulizie legata ai comunisti. Da quelle informazioni e dal fatto che il suo nome fosse sulla mailing list del "Daily Worker", l'FBI concluse che era un membro del Partito comunista. Per i due anni successivi Di Nucci fornì dichiarazioni giurate sulle sue attività anticomuniste a una serie di figure di spicco nel movimento operaio e nella vita pubblica. Alla fine fu in grado di produrre copie di vecchie lettere che dimostravano che avesse fatto appello al servizio postale per interrompere la consegna di pubblicazioni comuniste non richieste. Per quanto riguarda la partecipazione alle riunioni del Partito comunista, scoprì che l'accusa era basata su una brutta calligrafia: i numeri 0 dell'informatore sembravano 6. Aveva sì partecipato a due riunioni a Portsmouth, ma non al 3966 bensì al 3900 di Gallia Street, all'Eagles Hall, dove si riunivano gli metalmeccanici locali. La fusione tra AFL e CIO avvenuta alla fine degli anni '50 portò con sé un ulteriore rimescolamento di posizioni che portò Di Nucci a porre fine alla sua carriera sindacale. Anche dopo la pensione, negli anni '70, Giorgio Di Nucci rimase attivo, trascorrendo le giornate, ad esempio, a sfruttare tutti i suoi contatti per promuovere il boicottaggio dell'uva da parte dei Farm Workers dell'Ohio centrale. Morì nel 1979. Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.
- 16 marzo 1962: la nascita di Mafalda per la Siam Di Tella
In realtà doveva essere un fumetto, un comic strip. C'era questa grossa azienda di Buenos Aires, la Siam Di Tella, fondata ai primi del '900 da un immigrato italiano, Torquato Di Tella - Siam è l'acronimo di Sociedad Italiana de Amasadoras Mecánicas -, molisano di Capracotta. Il vecchio era partito costruendo impastatrici per la panificazione e in pochi anni aveva formato il conglomerato industriale più importante del Sudamerica. Per farla breve, l'azienda, per diversificare, aveva deciso di produrre elettrodomestici, nella fattispecie una linea di lavatrice chiamata - chissà perché - Mansfield. Per la campagna pubblicitaria avevano incaricato l'agenzia Agnes Publicidad. Norman Briski, il planner strategico responsabile per la campagna, aveva pensato di rappresentare il prodotto casalingo con un testimonial, una famiglia classica, padre, madre, due figli. Si era messo in testa di illustrare la vita della famigliola in compagnia della nuova lavabiancheria con delle strisce, un finto cartone animato redazionale con il messaggio promozionale ben camuffato. E ha chiamato me. Miguel Brascó è stato scrittore, umorista, editore, critico, gastronomo gourmet, avvocato, giornalista, fumettista e collega di Joaquín Salvador Lavado Tejón, Quino per gli amici come lui. Quino era stato il più piccolo dei tre figli di immigrati andalusi, repubblicani battaglieri, il padre semplice impiegato, la madre casalinga. Aveva vissuto un'infanzia molto felice. Abitava in un piccolo quartiere di Mendoza, città andina a più di mille chilometri da Buenos Aires, agricola, popolata da immigrati dell'area mediterranea. Aveva cominciato a conoscere i suoi connazionali argentini solo all'inizio della scuola elementare. È stato un bambino solitario, a tredici anni i genitori l'avevano iscritto alla School of Fine Arts di Mendoza, ma nel 1949, «stanco di disegnare belle ragazze, statue e animaletti di peluche», l'aveva abbandonata, una decisione della quale più tardi si era pentito, e pensò a un'unica possibile applicazione per il suo talento: vignettista e umorista. Ma io avevo altri lavori da terminare, nuovi progetti, e suggerii a Briski di farsi portare il portfolio di Joaquín e di farci due chiacchiere. I due si erano piaciuti, il brief per la campagna era stato chiaro e, dopo pochi giorni, Joaquín si era presentato con una cartella piena di schizzi, abbozzi, ritratti e qualche battuta scritta. Visto il nome della marca, il nome del protagonista doveva iniziare con M e, possibilmente, contenere altre lettere che lo formavano. Quino si era ricordato che in un romanzo - "Dar la cara" - c'era una bambina di nome Mafalda. Non aveva dubbi: il personaggio chiave della striscia sarebbe stata lei, una ragazzina dal viso tondo e i capelli neri, contestatrice del mondo degli adulti e con una particolare repulsione per la zuppa. E poi ci fu quel maledetto, luminoso pomeriggio di fine estate, il 16 marzo del '62 - non bisogna mai presentare una campagna di venerdì... - che, alla fine della riunione, gli uomini del marketing Di Tella avevano comunicato all'agenzia che - per motivi non certo dipendenti dall'ottima strategia, dall'idea geniale e dal ben articolato piano mezzi - purtroppo avrebbero dovuto rimandare tutto a data da destinarsi. Frank Stahlberg Fonte: http://www.stahlberg.it/, 16 marzo 2020.
- Tempo ed eternità
Una lampada, lingua di luce rossiccia sonnacchiosa opaca tra i vetri fuliginosi, dondola le tenebre amiche impassibile recando al vento l'ora fugace di questa notte; esaurita l'ultima stilla che irrora la vena in cui pulsa moribondo l'estremo respiro della luce si farà giorno; domani forse passerò muto sotto la lampada spenta sul mio viaggio ricco di albe in un mattino che aggiorna senza fine. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Petali, Sammartino, Agnone 1963.
- C'era una volta Capracotta, tra acqua e memoria
Con Filippo Di Tella ho due cose in comune. Innanzitutto proveniamo dal medesimo ramo familiare, re Culieàngele, ossia i discendenti di Nicolangelo Di Tella: si dice che chi appartenga a questa razza non si spaventa del lavoro manuale ma, d'altronde, presenta pure un solo grande difetto: la testardaggine. La seconda cosa che sento di avere in comune con Filippo è qualcosa di non misurabile ed è l'amore per Capracotta. Sono anni che Filippo lavora a questo libro e, assieme, abbiamo rivisto ogni scritto affinché il racconto personale assumesse carattere collettivo, com'è giusto che sia per i ricordi legati a una piccola comunità. In realtà la nostra comunità proprio piccola non è, giacché andrebbe considerata la natura transnazionale della gente capracottese, sparsa ai quattro angoli del pianeta ed ancor oggi legatissima a quella piccola, lontana, patria avita. Nel suo libro Filippo Di Tella ci racconta che "C'era una volta Capracotta" e, per far ciò, passa in rassegna 100 fonti sparpagliate sul nostro territorio. Questo libro, insomma, gronda acqua e memoria. A ben vedere Capracotta è una riserva d'acqua per tutti i paesi di valle - tanti i toponimi legati alla lama (avvallamento acquitrinoso) - ed infatti il suo terreno, dove non vi son pietre, appare spugnoso - Spogna si chiama la più antica tra le sue sorgenti. L'acqua di Capracotta, poi, sa prendere la forma della neve quando le stagioni s'imbufaliscono e le fonti ghiacciano, cristallizzando il ciclo vitale della natura, finché tornano nuovamente a sprigionare in primavera il loro getto dirompente. Tra le righe di Filippo Di Tella vi sono le storie di pastori, di carbonai e di contadini in cui rivedo i miei nonni, vi sono le avventure giovanili del secondo dopoguerra che mi ricollegano a mio padre, vi è insomma tutto il brulichio di chi ci ha preceduto. Il bello è che chi conosce poco la campagna capracottese scoprirà in questo libro fonti di cui nemmeno immaginava l'esistenza. Tante altre, ahimé, sono scomparse dal territorio e dalla memoria. Il maestro Domenico D'Andrea, a suo tempo, denunciava che «per le mutate condizioni di vita e di lavoro, gli interessi sono rivolti altrove e i nomi delle sorgive di campagna sono andati in disuso. Alcune di esse si sono disseccate o disperse. I piloni per l'abbeverata, di cui molte erano dotate, sono in frantumi. Le cannelle dell'acqua, rotte o scomparse. Non c'è più interesse a mantenerle in vita. L'oblio le sta ricoprendo. Forse un giorno, quando l'amore per la montagna e le sue nascoste bellezze prodigiosamente rifiorirà, ci si riprenderà cura delle vecchie fonti campestri e boschive». Prendiamo ad esempio la Fonte del Duca, un "nobile" fontanile, tra i più distanti dall'abitato di Capracotta, il cui nome è dovuto al fatto che si trovava all'interno dei possedimenti del Duca di Capracotta: quella bellissima fonte è oggi in avanzato stato di abbandono e, nel vederla così, duole il cuore. Ma il giorno prefigurato dal maestro D'Andrea sta forse per venire. Grazie al lavoro di ricerca portato avanti in questi anni ho scoperto, su alcune piante topografiche del 31 ottobre 1812, alcune fonti di cui si ignorava l'esistenza, come la Fonte dello Iaccio del Bove, la Fonte del Lupo, la Fonte del Meluccio, la Fonte di S. Maria, la Fonte del Trocco di Lemme, la Fonte della Veticara, tutte localizzate nella contrada di Macchia. Stessa sorprendente scoperta ho fatta circa le aree di Monteforte e dell'Ospedaletto, dove un tempo vi erano la Fonte del Padulone, la Fonte della Parchesana, la Fonte di Pietra Campanile, la Fonte di Pietra Pomponio, la Fonte della Pignatara, la Fonte di S. Simmaco o la Fonte Vecchia. È legittimo pensare che alcune di queste fonti esistano ancora e che magari abbiano solo cambiato nome, com'è già accaduto per la Fonte Ariente (registrata Fonte d'Argenzio) o per la Fonte Cupello (un tempo Fonte delle Cupelle, dal latino cupella, piccolo vaso). È altrettanto legittimo organizzare quanto prima delle spedizioni per rintracciare queste antiche fonti che - giova ricordarlo ancora una volta - rappresentano la memoria dei lavoratori capracottesi. Il libro di Filippo Di Tella, insomma, è sì un esercizio di memoria ma è anche e soprattutto uno sprone a riscoprire con maggior consapevolezza quest'amata Capracotta, la terra dei nostri padri. Francesco Mendozzi Fonte: F. Di Tella, C'era una volta Capracotta con le sue 100 fontane, con i suoi 942 nomignoli, con i miei evanescenti ricordi, Capracotta 2022.
- Franciszek Rogucki: non lasciamo mai i nostri
Nel 1943 la 1ª Compagnia Commando Indipendente effettua un pattugliamento nel territorio di Ateleta. La sua missione diventerà un lavoro quando i polacchi si scontreranno per la prima volta coi tedeschi sull'Appennino. Durante lo scontro a fuoco, il tiratore scelto Franciszek Rogucki viene ferito. Per 4 ore i commando portano il ferito a dorso di mulo alla base di Capracotta, ma purtroppo muore durante il trasporto. Nel diario di combattimento, il tenente Czyński scriverà: «Tutti i membri di questa pattuglia hanno fatto del loro meglio per portare fuori dal campo di guerra il collega ferito e per completare questo ordine». Franciszek Rogucki proveniva da Pittsburgh, negli Stati Uniti. Non aveva mai visto la Polonia e aveva una scarsa padronanza della lingua madre. Il patriottismo gli fu instillato dalla madre, in nome dei doveri verso il «paese degli avi». Su impulso materno indossò un'uniforme polacca e si unì ai commando. Fu il primo polacco a morire in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Venne decorato postumo dal generale Kazimierz Sosnkowski con la Croce d'argento dell'Ordine dei Virtuti Militari. Fu sepolto a Capracotta e il suo commando dipinse sulla tomba il segno dell'Operazione Combinata: un'ancora, un mitra e un albatro volante. Il motto «Non lasciamo mai i nostri» è sopravvissuto fino ad oggi ed è uno dei principi cardine dei soldati delle odierne forze speciali. Globalna Sieć Sił Specjalnych (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.cisiiskuteczni.pl/, 9 giugno 2015.
- A Maria SS. di Loreto
Quando passo devoto m'inchino là, in quel faro d'immenso splendore; ragionando con l'alma e col cuore sento in me una speranza che avrò sempre viva; speranza ed amore, certamente, fin quando vivrò. Cosa vedi, che c'è di bellezza là in quel posto che dici sì caro? Che cos'è questo splendido faro diran tanti, insistendo, dov'è? Non vedete; dal Monte Capraro verso il Campo, la stella che c'è? È Maria, la Signora del cielo, la Regina di tutto il creato. Dal Suo tempio, eretto isolato, questa eterna bellezza, così, poco lungi dal nostro abitato guarda il posto là dove apparì. Un viavai di fedeli commuove con la muta - eloquente - preghiera. Tu, Maria di Loreto, la vera protettrice, la gioia sei Tu. Per noi prega: il tuo popolo spera, per noi prega il Bambino Gesù. Capracotta, al Tuo fianco sorride, per quel posto, per quell'armonia. La Tua chiesa, la Croce, la via è un assieme, un progetto, un tesor, una grazia voluta, Maria, per chi T'ama con tutto l'ardor. Non si è visto un distratto passare, né un demente corrotto alla fede, che in quel posto, qualcosa non vede di sublime, che chiama al dover. Qualche cosa che all'anima chiede d'inchinarsi! È il divino voler. Piango e rido, m'inchino e saluto quando suona la nota gentile, specie, quella dell'ultimo aprile che ci annunzia il bel mese dei fior la campana! dolcezza virile, chiama, invita, si sente l'amor. Cosa dir del Tuo giorno in settembre, quando vieni da noi, Madre mia? Tutti cantano «Evviva Maria», tutti piangon di gioia, perché? Per la grazia, Signora, e che sia senza fine, la grazia da Te. Corron tutti alla fonte più viva di speranza, conforto. Perdono! Tu, che degni lo sguardo dal trono ove sei, per l'immensa bontà, Madonnina, Ti prego, anch'io sono un indegno, pentito. Pietà! Madre, sposa, figliuola di Dio, sola eletta; gloriosa Signora. Tutto il mondo Ti chiama, Ti onora, tutto il mondo, dal povero al re. Chiamo anch'io. Se ho mancato, da ora voglio viver soltanto per Te. Per portar questa vita a buon fine che sappiamo, è una corsa veloce. Per portar con più forza la croce rassegnato, che il ciel mi assegnò, non lasciarmi. Io, fin che avrò voce, bella Vergine, a Te chiamerò. (1936) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Capracotta, il paese delle bufere
In Molise c'è un piccolo borgo che conta meno di mille persone a cui amo tornare, di tanto in tanto, per immergermi nella sua atmosfera unica. Capracotta, parte della Comunità Montana Alto Molise, è il più alto comune della regione e tra i più alti dell'Appennino. Adagiato tra le cime, a 1.421 metri, comprende nel suo territorio la vetta di Monte Campo (1.746 metri) e una stazione sciistica che permette di sfrecciare sulle piste che si articolano in questo tratto di Appennino meridionale. Ma anche questa volta non sono venuto qui solo per sciare. I motivi per indugiare e camminare lentamente nelle vie del borgo sono infiniti e vanno dal clima alla storia, dalla geografia alla flora. Capracotta è infatti chiamato anche il "paese delle bufere", in quanto soggetto a frequenti tormente di neve che lo avvolgono in un candido manto spesso alto sino a un metro. E una bufera di marzo ha travolto il paese proprio ieri, prima del mio arrivo. Mentre percorro la strada principale della cittadina guardo con ammirazione gli abitanti aprire varchi e ripulire le vie e i cortili antistanti le case. Conosco la loro forza e l'armoniosa simbiosi che vivono con la natura che, a queste altitudini, sa essere severa quanto dolce. Tra qualche settimana la primavera arriverà anche quassù e mostrerà il suo volto variopinto nel Giardino della Flora appenninica, appena fuori il paese, un orto botanico che raccoglie le specie floreali più rare e meravigliose dell'Appennino centro-meridionale. La grazia e la forza di queste genti hanno origini antiche che, come quelle di questo borgo, si perdono nel tempo e nella leggenda. Le tracce umane rinvenute risalgono addirittura al Paleolitico, al periodo musteriano, e si ritiene che fin dal IX secolo fosse presente un primo insediamento. Si racconta che il nome Capracotta derivi dal rito di alzuni zingari che catturarono una capra per bruciarla in modo da favorire la fondazione di una nuova città. L'animale però scappò sui monti e fu ritrovato nei pressi dell'attuale borgo, dove gli zingari decisero di stabilire l'insediamento. Più probabilmente Capracotta deriva dal latino castra cocta, indicando la presenza di un accampamento militare in epoca romana. Il paese continuò a vivere con i rigidi ritmi dettati dalla montagna sotto molteplici dominazioni - longobarda, angioina - fino all'annessione all'Italia nel 1860. Durante la Seconda guerra mondiale Capracotta condivise la sorte di martire di altri luoghi arroccati su questi Appennini, come Roccaraso, in Abruzzo, che visse la tragedia della strage di Pietransieri. Anche Capracotta fu saccheggiata e completamente rasa al suolo: i tedeschi in ritirata gettarono dinamite in tutti gli edifici, risparmiando solo le chiese e l'asilo. La chiesa parrocchiale dell'Assunta, meraviglioso esempio di barocco del 1673, rimase fortunatamente in piedi, ma molte furono le case squarciate dalle esplosioni e gli abitanti uccisi. Nel dopoguerra l'incredibile forza di queste genti di montagna seppe far risorgere il borgo dalle fondamenta, diventando ben presto meta turistica per sciatori e amanti della montagna. Camminando tra queste strade posso percepire ancora lo squarcio di quella ferita, ma più forte sento la dignità e l'amore per la loro terra degli abitanti che hanno saputo sanarla. Massimiliano Ossini Fonte: M. Ossini, I monti azzurri. In cammino sugli Appennini, Rizzoli, Milano 2022.
- Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (II)
Sfruttando questo slancio, Lew Johnson, presidente dell'ITU 5, invitò Di Nucci, Silvey ed altre cinque persone a una cena il 30 settembre 1935, dalla quale emerse un dinamico caucus progressista. Poco dopo l'AFL nazionale tenne la sua convention ad Atlantic City durante la quale le risoluzioni a favore del sindacalismo industriale furono sconfitte e il presidente della United Mine Workers John L. Lewis prese a pugni il presidente dei Carpenters William L. Hutcheson, un gesto che simboleggiò lo scioglimento della Camera del Lavoro. Il 9 novembre Lewis e i leader di altri sindacati AFL disillusi lanciarono così il Comitato per l'organizzazione industriale (CIO) come blocco organizzato all'interno dell'AFL, dedicato alla sindacalizzazione nelle linee industriali, una linea politica che la maggioranza dell'AFL aveva appena respinto. Quando i progressisti di Columbus tennero una seconda cena il venerdì del Ringraziamento del 1935, a cui parteciparono 25 persone, si consideravano ormai parte di un progetto più ampio. Come scrissero Johnson e Silvey a John Brophy, nuovo direttore del CIO nazionale: «Vogliamo dare il nostro sostegno ai vostri sforzi e fungere da centro di smistamento a Columbus per il vostro lavoro promozionale ed educativo [...] Vogliamo creare un fermento nella federazione locale per istruire e agitare il nuovo assetto industriale del movimento operaio». Nelle settimane successive il "Labour Tribune" pubblicò lettere in cui si discuteva se i lavoratori dovessero essere organizzati per manifattura o per industria, con la stragrande maggioranza propensi a quest'ultima. I progressisti sollecitarono anche la causa del CIO alle riunioni della CFL che, a quanto pare, fu l'unica cosa che animò queste sessioni. Come notò il delegato Silvey nel dicembre 1935, il presidente della CFL Larison «è insuperabile nel condurre una riunione noiosa e stupida. La frequenza [è] in continuo calo». Eppure, in modo ironico, Larison, un oppositore del sindacalismo industriale, aiutò i progressisti alienando tutti col suo costante ghigno. «La nostra paura – osservò Silvey – è che non solo umilierà se stesso per non avere più un lavoro ma allo stesso tempo umilierà l'intera CFL che non esisterà più". Nel gennaio del 1936 Larison annunciò che non avrebbe chiesto la rielezione a presidente della CFL. A quel punto, il caucus progressista aveva deciso di eleggere Di Nucci, che aveva tenuto un commovente discorso pro-CIO alla riunione CFL di dicembre e che presentava un'immagine moderata nel trattare coi cantieri edili. Inoltre Di Nucci, un lavoratore del settore dell'abbigliamento, contrastava con l'immagine del caucus progressista dominato dall'ITU. L'elezione si rivelò una vittoria schiacciante per Giorgio Di Nucci. Degli 84 delegati votanti, 71 votarono per lui, dopodiché il suo avversario chiese che l'elezione di Di Nucci fosse accettata all'unanimità. Oltre alla mancanza di grandi divisioni e rancori, altri due aspetti dell'elezione furono interessanti. In primo luogo non emerse alcun modello di voto, coi delegati dei settori dell'edilizia, della stampa e di vari mestieri che si schierarono in modo schiacciante con Di Nucci. In secondo luogo, mentre 84 delegati votarono, 36 non lo fecero: molto probabilmente questi 36 riflettevano quell'apatia generale che Silvey aveva a suo tempo denunciato. Poco dopo la sua elezione Di Nucci pronunciò un discorso radiofonico che delineava la direzione in cui avrebbe guidato la federazione: «Sono per il sindacalismo industriale e so che alcuni dei sindacati artigiani non sono in sintonia col movimento. Lasciate che vi dica che non anticiperò la Federazione americana del lavoro (AFL), anche se sono convinto che nel movimento operaio siano necessarie nuove politiche e nuovi metodi. Il mio scopo è essere pronto ai cambiamenti quando questi arriveranno, in modo che il lavoro organizzato possa essere rafforzato e andare verso nuove vittorie». Come i fondatori del CIO a livello nazionale, inizialmente Di Nucci considerava se stesso e i suoi alleati come operanti all'interno dell'AFL. Di Nucci non perse tempo a rinvigorire il movimento operaio di Columbus. Spronò ogni sindacato della città ad aumentare i propri membri e cominciò l'opera di ricostruzione delle sezioni affittate durante i giorni dell'NRA. Quando, nell'aprile del 1936, Silvey riferì all'ITU 5 sugli affari della CFL, si mostrò positivamente raggiante: «La nuova amministrazione della federazione cambia l'intera struttura del movimento operaio a Columbus. Assenza di fanatismo e di egoistica ambizione, maggiore preoccupazione per tutti i lavoratori, devozione alla causa e politiche progressiste attive [...] Campagna organizzativa in corso. Differenza tra il trattamento di Larison dei piccoli sindacati e quello dato da Di Nucci. 100 soci paganti in più nelle ultime due settimane e mezzo». A luglio, Silvey diceva ai membri dell'ITU 5: «Le attività generali di Giorgio Di Nucci producono risultati costanti. Lavora con soffiatori di vetro, con macellai, con mobilieri, modellisti, tappezzieri. I bidelli scolastici aumentano i membri da 50 a 100 dalla nuova amministrazione [...] Un'azione rapida e intelligente di Di Nucci ha salvato il contratto della Buckeye Distributing Company coi lavoratori del birrificio [...] Di Nucci ha protestato col governatore Davey per gli appalti di edilizia popolare ad appaltatori non sindacalizzati, col risultato che è stato inviato un ordine dall'ufficio del governatore che richiedeva che tutto il lavoro pubblico fosse contrattualizzato con agenti sindacali. Il lavoro di Di Nucci con l'ufficio del governatore è stato soddisfacente. Rapporti personali buoni». Col Di Nucci attento alle preoccupazioni degli operai edili quanto dei birrifici e dei bidelli delle scuole, i primi 6 mesi del suo mandato furono segnati da entusiasmo ed unità. Vi erano tuttavia personaggi scontenti dell'operato di Di Nucci ma non misero apertamente in discussione la direzione della CFL fino al termine dell'estate del 1936. Questo malumore era incentrato sul Buildings Trades Council e sul segretario dell'organizzazione, George A. Strain. Sarebbe errato concludere, tuttavia, che tutti i lavoratori edili e i loro dirigenti locali si siano opposti alla deriva sindacale della CFL. I sostenitori di Strain tendevano ad essere i capi dei falegnami, degli stuccatori e di pochi altri sindacati. Alcuni delegati del settore edile della CFL sostenevano costantemente le azioni del Di Nucci, un fatto attestato dalla sua rielezione (senza opposizione) a presidente della CFL nel gennaio 1937. Altrettanto importante, tuttavia, che un gruppo più ampio di delegati del settore edile non partecipò alle riunioni della CFL. Questa mancanza di partecipazione potrebbe essere stata una strategia per evitare di rimanere intrappolati tra due forze ma probabilmente rifletteva lo storico distacco delle imprese edili dagli altri sindacati. Le motivazioni di George Strain per sfidare Di Nucci e la deriva del sindacato industriale della CFL erano complesse. Come molti leader sindacali, Strain nutriva un forte impegno nei confronti dell'AFL e non poteva accettare un movimento sindacale diviso. Inoltre, come tanti sindacalisti artigiani, Strain non sentiva alcun legame coi lavoratori della produzione di massa. Una volta disse che «una delle ragioni per cui i cantieri edili sostengono la AFL [...] è il fatto che dobbiamo svolgere un apprendistato di 4 anni prima di diventare dei viaggiatori e siamo riluttanti a mettere il destino dei nostri salari e delle nostre condizioni di lavoro nelle mani di un gruppo predominante di lavoratori non qualificati». L'opposizione di Strain a Di Nucci aveva anche una sua dimensione politica. Strain era impegnato nel Partito repubblicano e la CFL stava chiaramente diventando democratica. L'autunno del 1936, inoltre, fu stagione elettorale. In qualità di rappresentante del BTU nel consiglio di amministrazione del "Labour Tribune", Strain discuteva spesso con Silvey sulle politiche editoriali di quel giornale e se i candidati repubblicani potessero aver accesso alla sua mailing list o fare pubblicità sulle sue colonne. Silvey non era imparziale in queste questioni perché nell'agosto 1936 era diventato direttore della corrente centrista della Lega non partigiana laburista (LNPL) dell'Ohio. La LNPL e la CFL non solo lavorarono per rieleggere Roosevelt ma condussero anche una campagna contro un alto numero di politici locali repubblicani antisindacali. Tutto ciò che faceva Di Nucci sembrava allontanare Strain. Ad agosto Di Nucci partecipò alla creazione della LNPL di Columbus e presiedette il primo grande raduno del CIO in città. Il 31 ottobre Di Nucci tenne un discorso radiofonico esortando i lavoratori locali a rieleggere Roosevelt. E a novembre e dicembre lavorò a stretto contatto coi membri dell'UAW Local 30 per uno sciopero contro la Auld Company, trasformato in uno scontro politico col municipio, controllato dai repubblicani, per le misure antisciopero della polizia locale. Mentre Di Nucci ed altri collaboravano col CIO, l'AFL espulse gli internazionali affiliati al CIO al congresso del novembre 1936. La CFL, tuttavia, continuò ad ospitare rappresentanti delle organizzazioni estromesse. Ciò era in linea con la politica dell'AFL, poiché quando le fu chiesto come gli enti cittadini e statali avrebbero dovuto trattare i locals dei sindacati internazionali espulsi, il presidente dell'AFL William Green rispose che avrebbero dovuto essere autorizzati a restare affiliati. Pertanto, mentre gli United Automobile Workers non erano più affiliati all'AFL, la UAW Local 30 era invece un membro attivo, militante e in crescita all'interno della CFL. L'espulsione dei sindacati del CIO da parte dell'AFL diede a Strain e ad altri sostenitori dell'AFL la speranza che si potesse far qualcosa per i progressisti locali. Allo stesso tempo la militanza degli operai incoraggiò i delegati più radicali della CFL a spingere più in là la loro agenda. Così, nel gennaio 1937, Di Nucci si trovò incuneato tra due posizioni. I leader del BTC lo sfidavano per essere un sostenitore del CIO mentre i delegati radicali lo attaccavano per non essere aggressivo. Le discussioni esplosive tra i sostenitori e i radicali sugli aiuti agli scioperanti di Flint costrinsero Di Nucci a pronunciarsi chiaramente a favore dei progressisti e portarono Strain ed altri leader del settore edile a riconsiderare le loro posizioni. Quando il BTC si riunì, l'8 febbraio 1937, chiese al consiglio esecutivo dell'AFL «di indagare sulle attività del CIO a Columbus e sulle affiliazioni radicali di funzionari e membri del comitato della CFL». Non è chiaro se questa azione sia stata intrapresa dopo aver consultato il quartier generale dell'AFL. Ma il presidente dell'AFL William Green rispose prontamente, notificando tre giorni dopo a Di Nucci che era in arrivo un loro rappresentante. Questa fu la prima volta in cui l'AFL nazionale avviò un'indagine su un organismo centrale per le attività pro-CIO. L'assegnazione dell'incarico da parte di Green a Francis J. Dillon, ex presidente screditato della UAW (che odiava il CIO), suggerisce che Green avesse già determinato l'esito dell'indagine. Nei giorni successivi Dillon incontrò Strain ed altri leader sindacali locali, ma non Di Nucci, Silvey od altri progressisti. Poi, il 23 febbraio 1937, si presentò alla riunione della CFL dove, secondo Silvey, «Dillon chiese a Di Nucci di rinunciare pubblicamente al CIO, di scusarsi per averlo supportato, di promettere di non farlo più e di consegnargli le dimissioni da presidente dell'organo centrale». Giorgio Di Nucci rifiutò. Di Nucci accettò di incontrare Dillon il giorno successivo per vedere se la controversia potesse essere risolta, ignaro del fatto che Green avesse già deciso di non tollerare alcun compromesso. Di conseguenza, mentre Di Nucci era chiuso con Dillon il 24 aprile, Green invitava tutte le federazioni statali e cittadine «a decidere se saranno fedeli all'ente genitore [...] o dare supporto a un'organizzazione classificata come rivale». In linea con la posizione di Green, Dillon chiese nuovamente le dimissioni del Di Nucci e ancora una volta questi si rifiutò aggiungendo, tuttavia, che avrebbe messo il suo futuro nelle mani dei delegati CFL nella riunione ordinaria prevista per il mercoledì successivo. Dillon rispose bruscamente che non ci sarebbe stato alcun incontro, poiché avrebbe revocato lo statuto della CFL. Le forze progressiste si mossero rapidamente per proteggere la loro organizzazione e i suoi leader. Di Nucci spostò immediatamente la riunione programmata per mercoledì a lunedì 1° marzo. Quindi, dopo aver seppellito i registri della CFL nel cortile, nel caso in cui il suo ufficio fosse stato sequestrato, si nascose sotto falso nome al Fort Hayes Hotel, cosicché nessun tribunale gli avrebbe potuto recapitare eventuali atti. Nel frattempo, i leader locali dei barbieri, degli stampatori, dei tipografi e altri sindacati telefonarono ai propri funzionari nazionali per vedere quali pressioni potevano esercitare per fermare Green. I sostenitori del Di Nucci convinsero anche il giudice Cecil J. Randall a emettere un'ingiunzione temporanea che vietava all'AFL nazionale di revocare lo statuto della CFL. La notte del 1° marzo i delegati della CFL si riunirono in seduta straordinaria e rifiutarono le dimissioni del Di Nucci con 51 voti contro 2, i due rappresentanti del settore edile che non avevano votato (con quasi la metà dei delegati non presenti). Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.
- Lesina, dai bracieri a carbone alle stufe a pellet
Il capostipite della famiglia Potena si chiamava Domenico. È venuto a Lesina dal borgo molisano di Capracotta nel 1905. Dal figlio Raffaele e dalla moglie Maria sono nati a Lesina cinque figli: Domenico, Marco, Colomba, Agostino e Vincenzo. I Potena hanno sempre lavorato nell'ambito del riscaldamento per uso domestico. A quei tempi non c'era fogna nelle case e non c'era acquedotto, si attingeva l'acqua dai pozzi, i panni si lavavano con la liscivia e per riscaldarsi si usava il camino o il braciere a carbone o a carbonella. I Potena vendevano la carbonella casa per casa, veniva pesata in strada con la stadera. Il carretto trainato dal mulo percorreva tutte le strade del paese, le signore attendevano che si fermasse presso l'uscio di casa per comprare la carbonella che serviva ad accendere il braciere, che dava tepore, cuoceva i cibi sotto la cenere, asciugava i panni e riuniva la famiglia. L'incaricato della vendita era Vincenzo, il più giovane dei Potena, un ragazzo molto sveglio, simpatico e gentile. Con lui lavorava anche un signore di Apricena, Vincenzo Del Giudice, i cui figli e nipoti, in seguito, lavoreranno anch'essi nell'ambito del riscaldamento facendo impianti di termosifoni prima a gasolio e poi a gas metano. Vincenzo, all'inizio degli anni Sessanta, abbandonò il carro e cominciò a vendere il carbone con una robusta moto a tre ruote con un cassone scoperto: era un Gilera 200 a benzina. Passarono gli anni ed il riscaldamento si modernizzò, prima con l'uso delle stufe con le bombole a gas e successivamente con le stufe a pellet. In questi anni c'è stato il passaggio di consegna dal papà Vincenzo al figlio Agostino, che distribuisce ai clienti le bombole di gas ed il pellet con un'auto furgonata, con la stessa precisione e gentilezza del papà. Primiano Clima Fonte: P. Clima, Lesina, dai bracieri a carbone alle stufe a pellet, in «Eccomi!», 5, Lesina, maggio 2022.
- Resistenza
Immensa catena d'appartenenza Che oltre il dolore e la penitenza Allertava ogni società del cuore Da Fornelli direzione Capracotta Via di aspetto che tuttora scotta Superava il Vandra e la Vandrella L'intrepido Volturno e il Verrino L'acerba linea delle "Quattro V" Per arenarsi al Trigno e al Saro Dove l'avanzamento tanto avaro Forte si schianta sull'Appennino Là quasi ogni mentre un pennino Con dolore testimonia la morte Ad un calendario di una vile sorte Contro teutonica e rigida armata Da tutti sospettata e mai amata Figurando una via interminabile Su eco che ancora non si dilaga Sui bisbigli di quieta memoria Difficoltosa, pare ancora preistoria... Teodorico Lilli
- Capracotta all'Esposizione di Caseificio Meridionale del 1910
Dal 1° al 16 settembre 1910 Campobasso divenne la capitale del formaggio italiano. Si tenne infatti la prima - e credo unica - "Esposizione di Caseificio Meridionale", promossa dalle istituzioni agrarie del Molise, ossia dal dott. Marcello Barone e dal prof. Guglielmo Josa (1870-1961), impareggiabile direttore della cattedra ambulante di agricoltura a Campobasso. Le cattedre ambulanti rappresentarono, per quasi un secolo, la più importante istituzione nel campo dell'istruzione agraria, rivolta in particolare ai piccoli agricoltori, con l'apporto degli ambienti intellettuali supportati da docenti e tecnici. L'attività delle cattedre ambulanti di agricoltura seguì e sostenne lo sviluppo delle aziende zootecniche che, da rozze ed antigieniche, divennero sempre più organizzate ed efficienti. L'esposizione del 1910 fu dunque «l'occasione per il Molise per portare alla ribalta nazionale prodotti caseari che restavano, troppo spesso, solo ad uso familiare. Si sperava che la presenza di caseifici e cooperative di altre parti d'Italia, al pari dei mezzi tecnici per la lavorazione in esposizione, potessero fungere da sveglia rispetto al "sonno eterno" del territorio». Si pensi che alla mostra intervenne persino il ministro dell'Agricoltura Giovanni Raineri (1858-1924), un agronomo prima che un politico, un uomo «che aveva favorito con passione e competenza lo sviluppo dell'associazionismo della cooperazione tra i produttori agricoli». La mostra ottenne un grande successo, sia in termini di aziende presenti che per il concorso di pubblico. Tra le tante aziende premiate, ne spiccano tre capracottesi, uniche in tutto l'Alto Molise: Ditta Conti & Sciullo, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per il pecorino e i caciocavalli; Fratelli Conti fu Ruggiero, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per i caciocavalli; Conti Tommaso, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per i caciocavalli. L'esposizione, d'altronde, non si limitava ai prodotti caseari (formaggi a pasta filata freschi e stagionati, formaggi di latte pecorino e di latte misto, burri, manteche, ricotte, prodotti secondari e bevande di latte fermentato), alle preparazioni ed attrezzature, macchine e materiali per il caseificio, ai convegni su studi e ricerche in ambito caseario, bensì prevedeva anche una "Mostra dei Tratturi", ossia costumi, attrezzi e fotografie che illustravano la storia dell'allevamento e del caseificio transumante. Questo è il punto che più mi interessa perché - non dobbiamo mai dimenticarlo - la storia gastronomica di Capracotta (dal pecorino alla pezzata) non nasce in paese bensì sul tratturo. Le fotografie dell'Esposizione di Caseificio Meridionale di Campobasso furono commissionate ad Alfredo Trombetta (1879-1962), cresciuto a pane e collotipia nell'atelier del padre Antonio. Ada Trombetta, storica del Molise nonché figlia di Alfredo, affermò che il padre, per conto del Comitato della Transumanza, aveva realizzato la campagna fotografica a Capracotta in agosto, agli stazzi di Iaccio Vorraina e presso quelli della Montagna, al confine con S. Pietro Avellana, oltre ad aver fotografato, parecchi anni dopo, il pastore Sebastiano Di Cesare sulla Maiella. È facile intuire quanto siano preziose quelle fotografie per chi, come me, da anni sta cercando di ricostruire e valorizzare la storia di Capracotta. Stando alla bibliografia di Edilio Petrocelli quelle fotografie sarebbero conservate presso il MATP, il Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma, situato all'Eur, a due passi dall'azienda per la quale lavoro. Per questo motivo quattro anni fa mi recai al museo ma non trovai traccia delle fotografie di Alfredo Trombetta. Forse riposano in qualche polveroso magazzino del museo - pensai. Non mi rimase che scrivere al direttore del Museo delle Civiltà (nel quale era intanto confluito il MATP), prof. Leandro Ventura, per rintracciare quelle preziose testimonianze fotografiche d'una civiltà capracottese che non esiste più. Ventura mi rispose che «non risultano conservate nell'archivio fotografico di questo Istituto lastre di Alfredo Trombetta relative all'Esposizione di Caseificio Meridionale tenuta a Campobasso nel settembre 1910». Il funzionario responsabile, dott.ssa Marisa Iori, aggiunse che «l'archivio fotografico del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari rientra attualmente nelle competenze dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale». La ricerca si fece interessante. La Iori, infatti, prese a cuore le mie richieste e andò a spulciare in archivio tra le fotografie storiche del Molise, riscontrando la presenza di «quattro belle immagini sui pastori». Le fotografie erano attaccate a un cartone di supporto, che impediva di vedere completamente il retro. Il lembo in basso a destra risultava leggermente scollato, consentendo di leggere il timbro Fot. Trombetta Campobasso, dato confermato anche dal catalogo delle fotografie storiche. Non sappiamo quante siano le fotografie realizzate da Alfredo Trombetta a Capracotta ma da queste quattro si possono desumere informazioni molto particolari sui recinti per la mungitura, sui cani da pastore e, soprattutto, si può ammirare la prima fotografia in assoluto sulla preparazione della pezzata. Ho tentato di entrare in contatto con l'Archivio Alinari, acquisito dalla Regione Toscana, che conserva ormai da molti anni il fondo Trombetta. L'ex responsabile della Direzione Cultura e Ricerca, dott. Roberto Ferrari, si è dimostrato disponibile a favorire le mie ricerche e mi ha dirottato sul dott. Giorgio Van Straten, attuale presidente della Fondazione Alinari. Insomma, il lavoro sull'Esposizione di Caseificio Meridionale di Campobasso del settembre 1910, dopo quattro anni, è appena cominciato! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Esposizione di Caseificio Meridionale a Campobasso, in «La Provincia di Campobasso», XIV:7, Campobasso, 21 aprile 1910; C. Colalucci, Società anonima cooperativa viterbese Ovis fra proprietari di bestiame ovino (salagione, esportazione formaggio pecorino romano): relazione al comitato generale dell'Esposizione di Caseifìcio Meridionale di Campobasso, Agnesotti, Viterbo 1910; O. Conti, Folklorica pastorale capracottese, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910; A. Cravino, L'Esposizione di Caseificio Meridionale e il Congresso di Campobasso, in «Il Coltivatore», LVI:26, Casale Monferrato, 20 settembre 1910; M. L. Di Felice, Il comparto lattiero-caseario sardo tra Ottocento e primo Novecento: l'impatto della modernizzazione, i riflessi sociali e antropologici, in «Rivista di Storia dell'Agricoltura», LV:2, Firenze, dicembre 2015; Esposizione di Caseificio Meridionale in Campobasso. Settembre 1910, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Saluppo, Il Molise e la Grande Guerra. Speranze, racconti, disillusioni (1911-1919), La Gazzetta, Campobasso 2014; A. Trombetta, L'abbigliamento dei pastori, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999.
- Il Colle
Andando nella piazzetta che sta sulla sommità del Colle, l'occhio corre subito al pittoresco verone di pietra, che orna l'antica casa dove una volta abitava zi Quintiliano. La casa, di pietra grigia, a due corpi, con il tetto di lisce, sembra uscita dalla notte dei secoli: gronda vecchiezza da tutte le parti. Di aspetto grave, è piena di dignità nella sua cadente decrepitezza. Vi abitarono anticamente i Baccari, famiglia agiata, di rango elevato, che dette alla Chiesa due vescovi. Il verone, a forma di mezzo cono, esempio unico del genere in paese, guarda ad occidente e si trova proprio sulla cantonata della casa, metà su una facciata, metà dall'altra. Un'aria di mistero avvolge l'antica loggetta e si espande sulle mura, ormai fatiscenti, della vecchia costruzione gentilizia. La Società artigiana La Società artigiana è una delle poche istituzioni che non ha subito contraccolpi dal rapido evolvere dei tempi e dei costumi. La sua sede è ancora nel locale di fianco a Borrelli, sulla loggetta all'angolo. Nei tempi evocati il sodalizio era circondato da un alone di rispetto e di simpatia. Forse lo è ancora: continua infatti a svolgere un'importante funzione sociale e culturale. I ragazzi vi si recavano qualche volta, col permesso dei soci, per ascoltare la radio, non essendoci in paese possibilità di ascoltarla altrove. Appesa ad una parete, in una cornice, c'era una lettera autografa di Garibaldi, ingiallita dal tempo, che faceva sempre molta impressione. Nelle lunghe sere d'inverno i soci, riuniti attorno al braciere, si raccontavano i fatti del giorno e commentavano, spesso con spirito umoristico, le notizie radiotrasmesse. Alcune fra le più belle battute di Tatuccio, Luigiotto, Bettone, mastro Orazio, in auge ancora oggi, sono fiorite proprio lì, intorno al braciere: il grande braciere, testimone non del tutto sordo, se, a detta di zi Donato Tatuccio, doveva sorbirne di cotte e di crude: «Quànta n'ara sentì di chieàcchiare ŝtu vraciére!». Zi Loreto Borrelli Andare da Loreto Borrelli per prendere le misure dell'abito nuovo, era come recarsi ad un appuntamento importante, a cui ci si era preparati da tempo. Imboccato il lungo corridoio dell'ingresso che conduceva alla sua bottega, eri preso da un senso di soggezione, perché, mentre procedevi, ti sentivi addosso gli occhi dei numerosi lavoranti apprendisti che ti guardavano dalla grande vetrata del laboratorio. Ma appena entrato, coglievi sul viso buono di compà Loreto un atteggiamento di affettuosa accoglienza. Sembrava che ti aspettasse. Prendeva il centimetro, il blocchetto di carta e la matita e cominciava a prendere le misure. Mentre misurava, ti parlava con una voce straordinariamente calda e affettuosa, che ti metteva completamente a tuo agio. E andando via, l'eco di quella voce dalle inflessioni dolci e armoniose, ti accompagnava per un pezzo. Seppa Di Seppa era pieno il paese; Seppa di Trasciotta, Seppa di Barabba, Seppuccia Dell'Armi. Quando si diceva Seppa, semplicemente, si voleva indicare Seppa dell'asilo. Era il braccio destro delle suore: la collaboratrice nella custodia e nell'assistenza dei bambini; la "tuttofare" nel disbrigo di ogni sorta di faccende. Non si faceva niente senza la mano di Seppa. Paziente, mite, semplice, laboriosa, si contentava di niente. Era a servizio dei piccoli da quando entravano nell'asilo fino a quando uscivano. Qualche volta li accompagnava a casa, col cattivo tempo. Sistemava i cestini e il vestiario, appena entravano; li accompagnava al bagno; all'ora di pranzo aiutava la conversa a distribuire la minestra. Ogni tanto correva ad asciugare qualche lacrima. Ricordiamola mentre era all'opera in un momento qualsiasi della sua giornata. I bambini hanno appena mangiato la minestra nei piatti di alluminio. Siedono sui banchi a predella, lunghi lunghi. Comincia uno: «Seppa, dammi l'acqua». È il segnale. Tutti gli altri appresso: «Seppa, dammi l'acqua; Seppa, dammi l’acqua». È come una cantilena, che i bimbi ritmano dondolandosi. Seppa, instancabile, corre dall'uno all'altro col bicchiere di stagno e il grosso secchio pieno d'acqua. Passano gli anni. I bambini crescono, si fanno adulti. Quando incontrano Seppa per la via, la chiamano affettuosamente; lei si avvicina e dimenticando per un attimo che non sono più sotto le sue materne ali protettrici, li vezzeggia come una volta: «Fìglie mié! Fìglie mié!». Come su tutte le cose, anche sul mondo piccolo di Seppa cala il sipario. Ma nel cuore di tutti è sempre vivo il ricordo di lei, di Seppa dell'asilo, che col suo fare operoso, si adoperava perché i piccoli di quel mondo fossero lieti e felici. La filodrammatica Durante l'estate di solito venivano in paese piccole compagnie drammatiche che davano spettacolo nella sala "Goldoni", sotto all'asilo o nel giardino di Ruggiero Falconi, sotto a mastr'Amico. Quell'anno non se ne parlava affatto. I ragazzi, che da un pezzo ormai non andavano più nei prati di Conti o al Lago della Vecchia, decisero allora di preparare, essi, una recita per la fine di settembre. L'idea era frullata in mente ad Avedonio Colangelo, che quell'estate si trovava in paese per le vacanze. Ne parlò agli amici, contagiandoli col suo entusiasmo. Scelse il soggetto: il dramma "Il mercante di schiavi"; lo studiò, lo sottopose agli altri, che si trovarono d'accordo, poi assegnò le parti. Cominciò così, sotto la sua direzione, la preparazione della recita, che durò buona parte dell'estate. Niente gite quell'anno. Il regista non transigeva: era severo con gli altri e con se stesso. La preparazione doveva essere accurata: faceva ripetere le parti fino alla stanchezza, suggerendo, correggendo, animando. Sembrava nato sulla scena. Ogni tanto scoppiava qualche baruffa tra gli improvvisati attori e Avedonio doveva correre per sanare i contrasti. Quando si ritenne di aver raggiunto un sufficiente grado di preparazione, si cominciarono ad allestire le scene nel teatrino dell'asilo, il "Goldoni", e si prepararono i costumi. C'era una cert'aria di attesa da parte del pubblico, che aveva notato quel po' po' di tramestio. Quando tutto fu pronto, si fecero le prove generali e si fissò la data. Venne finalmente il gran giorno per la filodrammatica. Antonio zi Monaco interpretava uno schiavo negro e il giorno della recita si procurò del nerofumo e se lo passò senza risparmio su tutto il corpo. Era diventato più nero di un nigeriano. Sulla scena fece un grande effetto e tutti lo applaudirono, anche perché, burlone com'era, buttò giù qualche battuta fuori dello schema del copione. Beh, le cose non andarono tanto male. Il giorno dopo tutti da zi Monaco a vedere se aveva fatto la muta ed era tornato bianco. Era giù in cantina, dentro un tinaccio, nudo, ancora nigeriano nell'aspetto. Stavano cercando con energiche insaponate e secchiate d'acqua calda di asportargli quella patina tirata al nero Brill, che gli stava diventando un po' antipatica. Certo, il grosso andò via, ma qualcosa rimase. Nei giorni seguenti zi Monaco, passando per le vie, richiamava l'attenzione di tutti, perché, pur non essendo più africano di Nigeria, con quelle occhiaie con l'ombretto e quelle sfumature tra il bruno e il viola, sparse un po' dappertutto, sembrava perlomeno un moro d'Arabia o, se si vuole, un meticcio d'America. La signora Luisetta Nell'angolo più tranquillo e soleggiato del giardino delle suore, sporgeva il balconcino della casa della signora Luisetta Falconi Panà. La signora Luisetta nel piccolo salotto dietro a quel balcone impartiva lezioni di pianoforte ai ragazzi. Pochi mobili, il piano di fronte alla finestra del balconcino, vasi di fiori. Vi spirava un'aria di decoro e di lindezza. Da una foto incorniciata, posata su un mobiletto, sorrideva, lieto e felice, uno splendido volto giovanile di donna: una nipote lontana, in città. Le dita della signora Luisetta sfioravano lievi la tastiera del piano come le ali di una farfalla. E, dolci e carezzevoli, si levavano le note della musica, rivelandosi come una cascatella sonora, oltre il balcone, nel giardino dell'asilo. Tutto nella signora Luisetta aveva la lievità e l'armonia di una carezza: le movenze, la voce, il sorriso. Gli allievi ne subivano il fascino. Carnevale: la casa '900 In quegli anni fu ristrutturata la casa di don Pasqualino Conti, sotto al Colle. La nuova casa, di linee moderne, fu subito chiamata "La casa '900", perché, appunto, di stile novecento, quello allora in auge. Con la facciata bianca ad intonaco liscio e le grandi finestre riquadrate con gli stipiti e le mensole di travertino, metteva non poco in soggezione le vecchie case vicine, quelle di Nestorino e di mastro Nicola. Nei ragazzi era forte il desiderio di dare un'occhiata agli interni per vedere com'era fatta dentro. E l'occasione si presentò a Carnevale. Non era certo il tempo, quello, per le grandi mascherate di una volta, le quali, a detta degli adulti, impegnavano tutta la gioventù del paese e si svolgevano, per la complessità e la varietà dell'azione scenica, nelle piazze e lungo le vie principali. Qualcosa tuttavia si faceva, specie da parte dei ragazzi. E questi, approssimandosi l'ultimo giorno di Carnevale, ci si misero di buzzo buono e approntarono alla bell'e meglio una mascherata, riadattando due scenette ripescaste nel vecchio repertorio carnevalesco paesano. Per i costumi, rimediarono frugando nei vecchi trapanni sotto il letto e negli armadioni dei nonni. E così la sera di martedì di Carnevale si fecero coraggio e cominciarono a girare per le case. Giunti a Sant'Antonio, suonarono, con un po' di apprensione, alla casa di don Pasqualino, la casa '900. Furono subito introdotti nell'ampio salone a pianterreno, che piegando a gomito, si prolungava fino alla facciata posteriore, verso i Ritagli. Vennero i figliuoli di don Pasquale, con una cert'aria di curiosa attesa dipinta sui volti. Dopo qualche parola di convenevoli, le povere maschere, venute al dunque, iniziarono lo spettacolo, fortemente suggestionati dall'ambiente, così nuovo e inconsueto. Si stava andando verso un impappinamento generale. Ad un certo punto, come era da prevedersi, si fermò tutto. Gl'impaperati commedianti si guardavano l'un l'altro, confusi. Cominciò a trillare qualche risatina birbona. Finalmente intervenne la signora Conti e con garbo e abilità sbloccò la scalcinata compagnia dall'impasse in cui era precipitata. La recita proseguì. Alla fine la signora offrì, con la stessa abile cortesia, pasticcini e cioccolatini. Uscendo, i commedianti, risollevati, si fermarono un attimo nell'androne, sbirciando, curiosi, attraverso le rampe della scalinata, i vani del piano superiore. Si ritirarono un po' frastornati, ma lieti come pasque per l'accoglienza cordiale e per aver visto finalmente gl'interni della casa '900. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Buon pomeriggio da Capracotta!
Capracotta, posizionato a circa 1.420 m.s.l.m., uno dei più alti dell'Italia centro meridionale. Un borgo ricco di scorci di una bellezza indescrivibile. Le montagne, che con la neve durante il periodo invernale animano questo meraviglioso scrigno, hanno il potere di lasciare impressi nella memoria un mix di colori unici al mondo che rendono possibile al turista di vivere un'esperienza, non solo una vacanza! A me è bastata una mezza giornata per comprendere che il tempo trascorso in questo luogo è un tempo pieno di sapori, odori, emozioni, storia e tradizioni. Un tempo tutto da vivere, senza fretta, immedesimandosi nel ritmo di chi questo borgo lo popola. Ci sarebbe molto da raccontare, ma una cosa che mi ha colpito profondamente è stato l'unico murales del borgo che racchiude una storia malinconica. In quel punto c'era una meravigliosa torre con l'orologio. Dopo la Seconda guerra mondiale ci fu la ricostruzione di tanti paesi semidistrutti, compreso questo. In quelle circostanze decretarono l'abbattimento della torre. I propriteri della casa dove la torre poggiava tennero duro fino al 1970 quando fu decretato l'abbattimento definitivo con la promessa di rifare integralmente il muro di confine. Esiste a ricordo una miniatura della torre ed il meccanismo dell'orologio. Un congegno meccanico conservato nel museo comunale a memoria di quella "torraccia" - così fu definita - abbattuta per motivi che sono ancora incomprensibili. Oggi un meraviglioso murales che nulla a che fare con la torre, ha ricoperto la parete dell'edificio che doveva essere abbattuto. Un viaggetto che consiglio di fare, amici, per rendersi conto di persona e toccare con mano il bel patrimonio che questa regione conserva e mette a disposizione con generosità. Norma Iannacone Fonte: https://www.facebook.com/, 19 maggio 2020.
























