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  • Le ampolline della Collegiata di Capracotta

    Mentre ero alla ricerca di tutt'altro, nello spulciare l'inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Trivento, la mia attenzione è stata attratta da tre ampolline d'argento fuso e ancor più dalla relativa custodia in piombo sbalzato di 47x16 cm., tutte provenienti dalla cosiddetta Collegiata di Capracotta con l'indicazione dell'anno 1838. La mano che le ha realizzate è di un argentiere attivo allora nel Napoletano ma l'Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici e l'Edilizia di culto non ha saputo dirmi chi fosse. A me che subisco fanciullescamente il fascino della liturgia, pur non essendone un profondo conoscitore, le tre ampolline non sembravano quelle utilizzate per il servizio liturgico all'altare in quanto custodite in una cassetta di piombo, per cui mi si è presentato un indovinello. Gli unici elementi in mio possesso erano le incisioni visibili sul davanti della custodia, ossia "CAT", "CRIS" e "INF". Ed ecco che il piccolo mistero è stato subito risolto. Probabilmente le tre ampolline contenevano gli oli benedetti: la prima per il catecumenato (CAT), il battesimo degli adulti; la seconda per il santo crisma (CRIS), in occasione di battesimi, cresime e consacrazioni; la terza per l'unzione degli infermi (INF). Evidentemente mons. Achille Conti, arciprete di Capracotta tra il 1836 e il 1846, tirava fuori quella custodia quando battezzava nuovi catecumeni, quando confermava i fanciulli nella fede cattolica, quando giungeva il vescovo o un alto presbitero, oppure la portava con sé quando si recava in casa di qualche malato grave per rafforzarne il credo in vista della lunga sofferenza. Difatti i sacerdoti del capitolo capracottese avevano ben chiara la distinzione tra l'unzione degli infermi e l'estrema unzione - ribadita dalla riforma liturgica del XX secolo - in quanto soltanto la prima rappresenta l'esatta dicitura del sacramento cattolico che avvicina Cristo al malato, mentre la seconda è un involgarimento popolare dovuto al fatto che il prete che giungeva in casa a celebrare l'unzione equivaleva spesso a una sentenza di morte. L'ultima curiosità su questo gioiellino dell'arte ecclesiastica sta nella vistosa incisione frontale in cui si staglia una capra, con tanto di barbetta e corna, a passeggio su fiamme che paiono fili d'erba: l'indiscusso stemma della nostra cittadina dagli albori del XVIII secolo ad oggi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Bonanotte, Risposte ai quesiti proposti da sua eminenza reverendissima pro-datario cardinale Spinola per mezzo dell'illustr. monsignore vescovo di Trivento in ordine alla chiesa di Capracotta che s'intende di eriggere in collegiale , Sangiacomo, Napoli 1853; Catechismo della Chiesa cattolica , Lib. Vaticana, Città del Vaticano 1992; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il calcio giocato a Monteforte... con le mucche

    Un articolo di giornale del Gazzettino di Ripalimosani, firmato da Nicolino Camposarcuno e fattomi recapitare dal "topo" di biblioteca Francesco Mendozzi, mi ha fatto tornare indietro nel tempo, alle partite di calcio disputate a Capracotta nel bacino di Monteforte, dato che il campo sportivo comunale era momentaneamente inutilizzabile per i lavori di rifacimento che si protrassero dal 1974 a tutto il 1978. La necessità di un campo alternativo era alquanto indifferibile, visto che dal 1970, data di svolgimento della 1ª Olimpiade Lauretana - nata da una geniale idea di don Geremia Carugno -, nel periodo estivo si giocava un torneo interno a due gironi costituito da ben 16 squadre, composte mediamente da 15-18 calciatori, per un totale di circa 250 atleti. L'idea cadde sull'opportunità di poter sfruttare un campo di riserva messo a punto alla buona a circa 7 chilometri dal centro abitato nella zona più fertile e pianeggiante di Monteforte la quale, prima di venir utilizzata a scopo ludico, doveva essere ben falciata e guardata a vista, data la presenza di numerosissime mucche libere di pascolare su quel ben di Dio. In quegli anni il calcio popolare rappresentò per Capracotta un evento aggregante e socializzante, basti pensare che, in occasione delle partite, il paese si svuotava totalmente e a frotte, chi a piedi chi in auto, si percorrevano quei 7 chilometri per vedere un po' di calcio giocato ad alta quota. I nomi delle squadre erano a volte bizzarri, fra le più titolate spiccavano La Passatella - in questo caso sono di parte! - e TNT. Quando si era in procinto di arrivare a Monteforte, risaltava il marrone del rettangolo di gioco che emergeva dal verdeggiante paesaggio circostante, perché quello era sì un campo di calcio ma era soprattutto un terreno di battaglie campali. Trovare un solo filo d'erba, alla fine dei tornei, equivaleva a cercare il celebre ago in un pagliaio! La recinzione del campo non era delle migliori - si cercava di fare il possibile - e ben presto si capì che il possibile non era sufficiente, poiché di notte le mucche entravano in campo per brucare quel po' d'erba rimasta, si grattavano addosso ai pali delle porte e, spesso, masticavano anche le reti! Era fantastico gonfiare a suon di gol quelle reti rappezzate con nastri sgargianti, che rendevano l'atmosfera decisamente più festosa. A volte, nel pieno della calura pomeridiana, con l'arsura che ti tormentava la gola e le mucche ormai abituate alla nostra presenza, si divideva con loro l'acqua che sgorgava dal pilone delle Pràtera, adiacente al campo sportivo; in quelle circostanze la compartecipazione di un bene prezioso come l'acqua fra uomo e animale diventava la normalità. Monteforte fu utilizzato come campo sportivo comunale per il torneo della "Coppa Selvaggi", organizzato da Vastogirardi, paese dotato di una squadra di grande caratura tecnica, e, nell'agosto del 1978, per il 1° trofeo intitolato a Erasmo Iacovone, scomparso prematuramente nella notte tra il 5 e il 6 febbraio. I ricordi felici di quel periodo mi tornano alla mente e mi fanno star bene. Spero facciano felici anche tanti altri, giacché ritengo di esser stato fortunato a godere di tanta spensieratezza, a rincorrere una palla assieme agli amici. Fu un sogno o una chimera? Filippo Di Tella

  • Una sorpresa naturalistica nel cuore dell'Alto Molise

    Il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta è un orto botanico naturale eccezionale. Non solo perché è fra i più alti di Italia (1.550 s.l.m.) ma soprattutto perché conserva e tutela le specie vegetali della flora montana e alto montana autoctona dell'Appennino centro-meridionale. Gestito egregiamente dal Dipartimento di Bioscienze e Territorio dell'Università del Molise ed il Comune di Capracotta, fu fondato nel 1963 dal naturalista Valerio Giacomini e si sviluppa sul versante ovest del Monte Campo, in località Prato Gentile, ospitando numerosi habitat naturali insieme a diverse zone tematiche. Qui sono presenti più di 500 specie vegetali: la protezione degli ambienti in cui vivono (conservazione in-situ ) e la raccolta dei loro semi (conservazione ex-situ ), ne garantiscono la propagazione nel tempo. La visita didattica è molto ricca e studiata per essere comprensibile a tutti. Tutti i percorsi sono stati realizzati per consentire la visita anche ai portatori di handicap e alle persone non vedenti fornendo una lettura Braille per ogni pannello. Un'ultima nota sul paesaggio circostante, che si apre su un profondo orizzonte naturale meraviglioso verso le maestose faggete dei Monti del Matese e della catena de Le Mainarde. Fabio Masotta Fonte: http://www.fabiomasotta.it/ .

  • Il patrono della montagna

    Un uomo è in compagnia di se stesso quando volutamente elude le folle ingombranti e i luoghi dove si venerano gli idoli del denaro, del potere e della gloria. Un uomo è in compagnia di se stesso quando possiede coscientemente il nulla e procura con il lavoro delle sue mani il cibo che gli serve per vivere. Il resto, il soverchio, è scoria di tempo destinata al macero. Un uomo è in compagnia di se stesso quando si acquatta ad ascoltare la voce del vento e ne comprende le non trascrivibili melodie. È così discreto e nascosto quell'eremo che si incontra percorrendo la strada che sale da Pescopennataro e si getta a Capracotta. Così recondito e umile da non ostentarsi agli occhi di visitatori occasionali che passano distratti. Qui un tempo, un eremita si era ritirato in un anfratto di roccia. Aveva lasciato un suo braccio al mondo di sotto Gaetanuccio Fiadino. Il mondo che sarebbe quattordici anni dopo stato sventrato da una guerra mondiale. Quale fosse stato il motivo del suo ritiro in un anfratto del monte San Luca in quel lontano 1903 non ci sarà dato mai di saperlo. Continuatore di una tradizione di eremiti che annotavano chissà cosa su un diario chiamato retiglie (probabilmente un libro di meditazioni e preghiere)? Anacoreta di un post industriale, divoratore di forza lavoro e dispensatore di ingiustizia sociale? Redivivo stilita alla ricerca di un'anima massacrata dai processi di produzione? Doveva certo dedicarsi alla preghiera, Gaetanuccio, per avere motivo di costruire la chiesetta che ancora si rende visibile. Costruì l'altare e il lampadario di legno con la sola mano che gli rimaneva. Forse celebrava una solitaria messa su quell'altare privo di "pietra sacra", sconosciuto al potere di Roma e alla curia vescovile. Si intratteneva con il Dio dei sacerdoti privi di tonaca, preti che si resero muti per non bestemmiare. Sacerdoti che non accettarono ordini e non dimorarono sotto gli ori degli altari. La neve lo seppelliva durante l'inverno nascondendolo alla unità di una patria costruita da sapienti politici circa quarant'anni prima, che al dominio dei Borboni prima, e a quello di Napoleone dopo, aveva sostituito l'arroganza e il ladrocinio dei Savoia. "Un nuovo unico re per vecchi feudatari e profittatori, per un popolo dominato con la fame e l'ignoranza. Un potere che ne scaccia un altro e si sostituisce al precedente. Che umana miseria!". Gaetanuccio aveva una capra e un lettuccio fatto di tavole di abete. Il mesto ruminare dell'animale e il suo periodico belare mitigavano l'ululato del lupo, che affamato durante l'inverno aggirandosi nel bosco si soffermava davanti alle robuste tavole che chiudevano l'anfratto di roccia avvertendo l'odore della carne viva. L'uomo beveva il latte della capra che gli nutriva il corpo e gli imbiancava l'animo. L'evangelista Luca guidava la penna di gallo nella unica mano dell'eremita, eludendo la colta rozzezza di uomini che guidano civiltà. La guerra finì e di Gaetanuccio si seppe più nulla. La rigogliosa natura riprese il sopravvento sull'orticello curato e i semi indisturbati trasportati dal vento svilupparono di nuovo erbe e arbusti davanti alla chiesetta che si coprì di verde nascondendosi ad occhi estranei. Il sentiero nel bosco che portava alla dimora del "romito" lascia ancora trasparire il calpestio di gente del paese che andando per boschi e passando per il pozzo dove Fiadino attingeva l'acqua si soffermava e faceva visita alla cassetta con le ossa dello scomparso anacoreta. Qualcuno dovette averle raccolte dopo averlo trovato morto, mosso non dalla pietà ma da un istinto di venerazione verso l'immensità della solitudine. Lasciato per anni all'incuria e dopo avere azzannato il bosco di abeti soprani costruendo la strada che da Pescopennataro porta a Capracotta, è oggi visibile e i pochi vecchi che sapevano trasmisero a figli e nipoti il rispetto per quel luogo dove il giorno dieci settembre di ogni anno si festeggia il patrono della montagna, con canti, balli e abbondanti fiaschette di vino. Gustavo Tempesta Fonte: G. Tempesta, Fuochista , Youcanprint, Tricase 2017.

  • Un medico condotto a Capracotta: Durante Antonarelli

    La sua famiglia era così composta: la moglie Pina de Paola (1920-2009), i figli Michele (1946) ed Enzo (1949) nati a Lupara, Massimo (1953) e Marcello (1956) nati a Capracotta e Maria Teresa (1962) nata a Termoli. Nei primi anni '50 Capracotta, dopo l'abbandono delle postazioni da parte dei tedeschi nel '43, si presentava in gran parte distrutta e solo parzialmente ricostruita. Il contesto era di una povertà diffusa che servì a plasmare il carattere dei capracottesi permeato da uno spirito di solidarietà importante. In questo quadro papà continuò la sua opera di giornalista riferendo di questa situazione e citando le difficoltà di un paese (all'epoca Capracotta contava circa 4.000 abitanti) che doveva affrontare inverni lunghi e nevosi, mitigati dall'arrivo del Clipper, il grande spazzaneve americano regalato al paese dai suoi emigranti d'America. Narrava, sulle pagine molisane di alcuni quotidiani, di episodi eroici quando il paese veniva a trovarsi isolato ed in difficoltà per le abbondanti nevicate; noi bambini dell'epoca vivevamo questa atmosfera quasi eroica tanto e vero che il conduttore dello spazzaneve, Leo Conti, era considerato un vero supereroe. Attraverso la sua opera giornalistica, papà indicava le possibili risorse per avviare uno sviluppo economico del paese individuandole principalmente nel settore turistico; allora la ricettività alberghiera si limitava al solo Hotel Vittoria gestito dalla famiglia Ianiro; si tentò anche la realizzazione di un altro albergo (penso si chiamasse Stella Alpina) che non ebbe però seguito. Il turismo, quindi, si limitava al rientro nei mesi estivi di "villeggianti" capracottesi residenti in varie città italiane. Il legame della nostra famiglia con Capracotta era profondo; la cerchia di amici che frequentavamo annoverava il maresciallo dei Carabinieri Lino Nafra, il direttore didattico Romeo Paglione (fratello dell'artista e pittore Leo tragicamente scomparso nel 2004), il maresciallo in pensione De Mura, il barone d'Alena; questo gruppetto si incontrava allo Sci Club o al bar da Ciro dove si scatenavano furibonde partite a tressette. La sua attività di medico, poi, lo portava soprattutto d'inverno, a compiere delle vere e proprie avventure; ricordo che nelle fredde notti invernali doveva a volte recarsi per urgenze sanitarie fuori paese; con gli sci si recava quindi alla caserma dei Carabinieri (vicino casa) per farsi accompagnare dai militi dotati di torce e armati di moschetti per proteggersi da probabili incontri con i lupi; a volte mancava la luce e, per dargli un segnale per il suo ritorno a casa, mettevamo delle candele dietro ai vetri delle finestre per dargli un punto di riferimento. La vita di noi ragazzi a Capracotta era serena, eravamo felici, grandi giochi, grandi sciate al "prato di Conti" (più o meno a valle dell'Hotel Capracotta), grandi divertimenti, grandi comitive... Il suo impegno sociale papà lo svolgeva non solo come medico ma anche come giornalista e scrittore. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche nazionali di medicina sociale dove segnalava la difficile vita di alcune categorie di lavoratori, come per esempio i carbonai, particolarmente disagiata ed al limite della condizione umana. Poi, purtroppo, ci siamo dovuti separare da Capracotta per il problema della scolarità di noi ragazzi e ci trasferimmo a Termoli. Capracotta però ci è rimasta nel cuore e nelle nostre visite quasi annuali, fino a qualche anno fa incontravamo ancora persone che ricordavano papà con grande piacere se non con grande affetto. Michele Antonarelli

  • Da Pietrelcina a Sant'Elia a Pianisi

    Finito il giro per un paese, si recava in un altro paese e così via, fino a quando non li aveva visitati tutti. Tanti erano i disagi e le mortificazioni, ma, rassegnato a tutto, continuava a svolgere il suo compito. Completato il giro di tutti i paesi, ritornava in convento e anche lì non mancavano le sofferenze e le mortificazioni che offriva a Gesù con il silenzio, con il lavoro e con la preghiera. E il Signore non lo abbandonava mai: provvedeva a tutto e tanti sono gli episodi che hanno lasciato in fr. Modestino segni tangibili della sua grazia. Fare la questua in quei paesi era un vero calvario, perché la maggior parte delle volte era costretto a riposarsi sotto un albero. Con preghiere e meditazioni si immergeva nell'immenso oceano d'amor di Dio e sentiva la reale presenza di Gesù in lui, che con gioia gli faceva sopportare fame, sete, freddo, paura, solitudine e tutto ciò che può vivere una persona costretta a dormire all'aperto di notte. Lui regalava a Gesù le sue paure e la sua umiliazione e Gesù, in cambio, gli dava la forza per sopportarle con gioia e rassegnazione, come frutto del suo camminare in lui e per lui. Così al mattino il giovane frate era tanto felice del suo patire, offerto con amore a Gesù, che si disponeva interiormente a vivere un nuovo giorno con lui e per lui. Inoltre il Signore faceva piovere su fr. Modestino tanta provvidenza. Infatti il frate riusciva sempre a riempire la bisaccia e il recipiente per l'olio e ad accumulare grano in grande quantità, che vendeva poi nello stesso paese, per ricavarne denaro da portare in convento. Una sera, dopo una giornata di lavoro a Capracotta (IS), doveva trovare un posto per dormire. Essendo Capracotta un paese turistico, per via dei campi da sci, era ricca di alberghi, ma quella sera erano tutti al completo e per lui non c'era posto, neppure una piccola cameretta per ripararsi dal freddo e dal brutto tempo, in quanto continuava a nevicare senza sosta. In cuor suo, però, fr. Modestino era sereno, perché sapeva che Gesù non lo avrebbe abbandonato e lasciato senza riparo. Con tale convinzione e confidando in pieno nella divina Provvidenza, andò alla funzione serotina in chiesa, dicendo a se stesso: «Ci penserà Gesù!». E Gesù ci pensò subito, perché fr. Modestino incontrò una signora che gli sembrava di conoscere. Per esserne sicuro, le chiese se fosse la madre di padre Emanuele e lei gli rispose di sì. Le chiese, poi, ospitalità che, con tanta generosi-tà, non gli fu negata. Una grande Provvidenza divina, dunque, ripagava il suo peregrinare in quei 18 paesi alquanto disagiati (in cui arrivava a bordo di un pullman, con bisaccia, borsa e un grande recipiente per l'olio, che gli tenevano compagnia lungo il cammino di questuante, per essere riempiti del ben di Dio che gli era concesso) e diceva a se stesso: «Benedetto ogni mio passo su quelle vie che mi conducono ad obbedire per amor di Dio; benedetti i miei digiuni e ogni mia azione che conosce solo il fiat voluntas Dei ». Operava sempre a fin di bene e il Signore, con le sue grazie infinite e traboccanti, lo ricompensava dandogli il dono di un fiorente apostolato. Angioletta Parrilla Fonte: A. Parrilla, Frate Modestino da Pietrelcina. Una vita sotto lo sguardo di san Francesco, di san Pio e della Madonna , Ed. Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 2014.

  • Soldato 1943

    Campo di riordinamento, Penisola Salentina, 9 novembre 1943. Abbracciai la mamma che mi stringeva con violenza, e le dissi: – Non mi prenderanno. E agli altri pure, con certa spensierata spavalderia: – Non mi prenderanno; vivo. E partii. La prima sera, a *; sotto la pioggia torrenziale, col suo viso negli occhi, che mi parlava, mi ricordava. E il risveglio nella camera estranea, al mattino così doloroso. Il fumo del treno, dai vetri rotti. L'incontro casuale con l'amico; e tutti e tre, con l'ex-prigioniero inglese, in viaggio oltre Faenza. Notizie di bombardamento di Bologna: tremila morti sotto le macerie. I Tedeschi dovunque. Scendemmo a Senigallia per evitare Ancona. Espediente per far entrare l'Inglese nell'albergo: uno in cima alle scale, uno in fondo; un fischio e via. Pescara, povera città distrutta. All'improvviso, mitraglia, in aria, mentre sull'erba si consuma un po' di pane e olio: un trimotore tedesco che si schianta al suolo. Corro, corriamo, abbiamo incontrato la guerra. Avanti, a piedi; venti chilometri; di più. Stanchi. È notte. Chieti. Sulmona. Capracotta. Magnifica campagna abruzzese. Castel di Sangro. Fosse anticarro costruite dai tedeschi. Reclutano gli uomini per il lavoro; è pericoloso sostare. Villa Santa Maria: ho appena il tempo di guardarla nella cuna adagiata. A Casoli si dorme in una sagrestia, su un tappeto da cerimonia. E la lunga attesa chiusi nell'albergo di Lanciano mentre la rivolta dei partigiani si accendeva nelle vie. I Tedeschi giungono infine con le mitragliere e il cannone. Le sparatorie alle persiane del nostro albergo; la dinamite per far saltare le porte delle case di fronte, per rastrellare le famiglie. Cacciati in branco, le braccia alzate, uomini in pigiama, fanciulletti piangenti... Ecco una madre che trasporta su un carretto, sotto la sparatoria, il figlio riverso, ferito. La fidanzata avanza fra i Tedeschi chiedendo il passaggio per l'ospedale. Ognuno, dentro l'albergo, è spaventato. Io striscio sul pavimento fino alla finestra per osservare. I Tedeschi sparano col cannone appoggiato alla nostra porta. I vetri si sbriciolano. Ora temiamo, siamo certi, che saliranno a prenderci. Salgo di corsa in soffitta per cercare un'uscita sul tetto. Avverto l'Inglese che è rinserrato in camera. Nascondiamo certe carte pericolose. No, i tedeschi non salgono; s'è fatto buio ed hanno ricevuto l'ordine di ritirarsi. Si allontanano. Bruciano il paese. Dalle finestre si vede già il fumo. Fuggiamo. Tutti fuggono come noi portandosi le masserizie su carrettini, sulle spalle. E dalla campagna, di lontano, inoltrandoci, grosse fumate si levano a nord e a sud. Poi, a piedi, ottanta chilometri, per raggiungere il fronte. Nascosti per tre giorni, in attesa, dormendo all'aperto, mangiando di rado, indeboliti. I tedeschi ci sparano se tentiamo di passare. Pattuglie ci cercano. Infine si decide di attraversare. Si parte all'alba... Fu assai facile in fondo, perché quella notte stessa il fronte s'era messo in movimento, ma fu necessario coraggio e decisione. A Bari, dopo alcuni giorni, superato lo sgomento che migiunse a vedere il nostro esercito disfatto e umiliato dinanzi al comportamento benevolo ma altezzoso degli Inglesi, pensai che forse potevamo ancora salvare il salvabile, e i nuovi governanti davano a sperarlo. E così mi arruolai. E ora eccomi in questo povero paese della penisola salentina. Rodolfo Doni Fonte: R. Doni, Faccia a faccia , Casini, Firenze 1964.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte Fredda

    «Sei proprio tu, Fonte Fredda, col tuo pilone per l'abbeverata. Intorno ti crescono giunchi ed erbacce. Che movimento di mandriani, di pastori, di armenti, di gente dei campi c'era da te! Che pace, che solitudine oggi», scriveva il maestro Domenico D'Andrea nel suo testo sulle sorgive di campagna. Questa fonte, che sulle mappe troviamo spesso scritta nella forma «Fontefredda», era in passato molto più piccola di quanto non appaia oggi, protetta com'è da una casetta in cemento armato recintata da una rete metallica. Tuttavia, è ancora possibile intravedere l'originario arco in pietra sotto il quale, nel dopoguerra, era posto un bancale in legno al di sopra di una pila in cui traboccava l'acqua sorgiva. La Fonte Fredda, con una portata media annua di 0,17 l/s, è una delle tre fonti che riempiono il serbatoio comunale di Capracotta ma è stata protagonista di una vera e propria svolta nella storia idrica del nostro paese, poiché la conduttura che dirigeva le sue acque nell’abitato migliorò grandemente l'atavico problema di approvvigionamento idrico. Il prof. Senofonte Squinabol, infatti, agli albori del Novecento, sosteneva che « i guasti alle tubature hanno corrotto l'acqua con agenti patogeni che lasciano che il tifo domini la cittadina. Inoltre, la quantità di acqua scaricata da queste sorgenti è troppo piccola, soprattutto nella stagione secca. Questi pericoli potrebbero essere evitati utilizzando l'acqua della Fonte Fredda, di cui ho già parlato, che è sempre molto abbondante; ovviamente ci sarebbe da rifare completamente la tubatura e ripulire le sorgenti odierne qualora si volesse continuare a utilizzarle». Seppur tardi, il consiglio di Squinabol venne ascoltato dagli amministratori cittadini e, a partire dal 1935, anno in cui fu inaugurato il sistema di pompaggio dal Verrino, anche la Fonte Fredda venne intubata e collegata alla conduttura cittadina. A tal fine, il falegname-fotografo Nicola D'Andrea scrisse anche una poesiola, intitolata "Da mezzo secolo", che recitava così: « Salute al Sindaco, / che il suo dovere / l'ha dimostrato / senza temere / nessun ostacolo / nei suoi confronti. / Vinse quell'ordine: / acqua alle fonti! ». La Fonte Fredda, il cui nome è probabilmente legato alle basse temperature della sua sorgente, è situata sull'antica mulattiera che collegava Capracotta con Agnone, all'altezza delle cosiddette Macerie. Nei suoi pressi avvenne una delle tragedie che più sconvolsero l'opinione pubblica (non solo locale) del tempo, allorché il 3 dicembre 1931 gli anziani coniugi Sebastiano Di Luozzo e Sinforosa Casciato, di ritorno dalle masserie di Agnone, vi morirono assiderati. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi , D'Andrea, Lainate 1995; N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

  • Un capracottese ai vertici del trust Matarazzo

    Se fate una rapida ricerca su internet circa l'azienda IRFM del conte Francesco Matarazzo, scoprirete in un battibaleno che essa è stata la maggiore delle realtà imprenditoriali del Brasile dal 1891 ai tardi anni Sessanta. Nonostante le crisi finanziarie (endemiche in Sudamerica) abbiano praticamente dissolto l'azienda, ancor oggi i brasiliani, e in particolare i paulisti, considerano la IRFM la più grande parabola industriale del loro Paese, un'azienda che «contava trentamila addetti sparsi in circa cento aziende che operavano nei settori metallurgico, chimico, tessile, alimentare, edile e terziario». Insomma, una vera e propria holding d'altri tempi. Nel 1951 l'Enciclopedia Britannica arrivò a qualificare l'impero delle Industrie Riunite Francesco Matarazzo come uno dei cinque principali gruppi aziendali del mondo. La ditta nacque per mano di un agiato italiano emigrato in Brasile nel 1881, tuttavia quel che ci interessa non sta tanto nella favola industriale della IRFM quanto sapere che, all'apice del successo commerciale dell'azienda negli anni '30, il direttore generale dell'area Italia fosse un capracottese: l'avvocato Guglielmo Conti. La contessa Claudia Matarazzo (1899-1935), figlia dell'industriale Francesco e moglie di Francesco Ruspoli, VIII principe di Cerveteri, al pari della famiglia del marito, era un'assidua frequentatrice di Capracotta, rinomata stazione climatica e degli sports invernali negli anni '20-'30. Non è peregrino credere che i coniugi Ruspoli abbiano conosciuto l'avv. Conti proprio a Capracotta e che l'abbiano infine presentato a Francesco Matarazzo, padre di Claudia, quando questi tornava di tanto in tanto in Italia. Purtroppo la principessa morì precocemente, a soli 36 anni, lasciando due figli piccoli; il marito si risposò con una signora borghesissima persino nel nome: Maria Rossi. Fatto sta che Guglielmo Conti dovette durar poco alla direzione della IRFM poiché, giunto nei primi anni '30 alla corte di Francesco Matarazzo, nel 1936 navigava già in cattive acque, come dimostra la sua iscrizione nel registro dei protestati e dissestati d'Italia e Tripolitania. Evidentemente le aziende Matarazzo e tutti i loro alti papaveri avevano già cominciato quella rovinosa discesa che, dalle aule giudiziarie, portò dritti alla bancarotta. E viceversa. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Annuario d'Italia , Bontempelli, Roma 1936; W. Dean, The Industrialization of São Paulo: 1880-1945 , University of Texas Press, Austin 1969; D. Fasani, Annuario dei protesti e dissesti , vol. VIII, Annuario Gen. Contenzioso Commerciale, Milano 1937; C. A. Jones, The Global Work of Art. World's Fairs, Biennials, and the Aesthetics of Experience , The University of Chicago Press, Chicago-London 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; H. Szlajfer, Economic Nationalism and Globalization. Lessons from Latin America and Central Europe , Brill, Leiden 2012.

  • Molise Aglianico: tanti ricordi di una terra mai visitata

    L'altro giorno, mentre mi accingevo a intraprendere la scrittura del nuovo intervento per questa rubrica, mi è sopraggiunto un dubbio amletico: Molise o non Molise, che cosa mi ricordo del Molise? Questo è il problema! Appunto, che cosa mi ricordavo del Molise: quando sono andato a Vasto non ero molto distante da questa regione e quando mi sono recato a Lecce ci sono passato, in treno, sul litoraneo. Il mio approccio con il Molise è tutto qui. Poi avevo letto che una località montana di questa regione, in provincia di Isernia, si chiama Capracotta. Nel dubbio, visto il mio cognome, ho pensato, palesando qualche remora, che era meglio non rischiare la... cottura. Allora ho provato a scandagliare tra le mie tante amicizie se qualcuna fosse di origine molisana ma non mi è venuto in mente nessuno. Ero nelle condizioni di dover pensare a qualcosa che mi legasse al Molise altrimenti che cavolo scrivevo per la rubrica? Qui il rischio diventava grosso: l'involuzione "capriniana"... da Capra Enoica a Capra Astemia, a Capra Ignara... (capperi ho scritto tre volte Capra... non è che divento come Sgarbi e mi auto insulto?). Ho anche pensato alla scuola... allora! Geografia: è una delle regioni d'Italia (e fin lì ci arrivano tutti), ha due province (almeno fino a quando resistono, ma si sa in Italia non c'è nulla di più stabile di ciò che si vuole eliminare); quando ho iniziato le scuole era una regione monoprovincia dove Campobasso faceva da capoluogo unico. E mi ricordo che su vecchie cartine il Molise era accorpato in un unico ensemble con l'Abruzzo... il noto "Abruzzi e Molise", così come era stata concepita dalla Costituzione Italiana, ma mai attuata. Per il resto buio completo. Storia: ricca, interessante... me la sono riletta, non tutta, un riassunto, ma niente che destasse in me quel qualcosa che mi consentiva di accendere la lampadina ed esclamare ca...spita mi ricordo questo. Ho solo incrociato (tanto per cambiare) la figura di Federico II di Svevia che quando scrivi di vini del sud appare ovunque. Giuro che non siamo parenti e tra noi non ci lega alcun conflitto d'interessi o joint venture o conti a Panama, perché, anche se sono anzianotto, tra me e Federico passano circa settecento anni di differenze. Ormai ero allo sbando. Mi è venuta in mente anche la pasta, La Molisana, ma l'avrò acquistata giusto un paio di volte (quando era in offerta), nulla più. Ho anche pensato di prendere un treno, arrivare in Molise, appoggiare i piedi in suolo molisano e ritornare immediatamente, giusto per avere un qualcosa da dire... ma se poi non posso, per i soliti motivi che mi hanno portato a diventare "La Capra Astemia", assaggiare alcun vino (e tanto meno succulenti specialità gastronomiche) cosa ci andavo a fare? Ero già pronto a gettare la spugna (come sul ring l'allenatore di un pugile suonato) quando mi è sovvenuto che alcuni anni fa, una decina, frequentavo un locale alessandrino che proponeva una ricca carta dei vini con proposte di tutte le regioni italiche ed uno dei vini che ogni tanto degustavo (giusto una bottiglia, cenando) era il Molise Aglianico. Eureka: trovato un aggancio che non era solo Federico II di Svevia (scusa Fede ma la tua presenza inizia a diventare un po' ingombrante). Occasione questa per andare a leggere qualcosa su questo vino prodotto in un territorio limitato, i cui antenati (del vino) erano già patrimonio dei Sanniti, che appresero la coltivazione della vite da Greci ed Etruschi, coltivazione poi diffusasi ulteriormente con l'avvento dei Romani. L'Aglianico, in particolare, fu introdotto in Italia dalla Grecia per mano dei Fenici (non mi pare tanto una novità) e fu decantato da Papa Paolo III (guarda caso un pontefice a cui piaceva il vino, il Santo Padre che convocò il Concilio di Trento, magari dopo una gran bevuta di Aglianico). Potrei ora scrivere che il Molise Aglianico è un vino dal colore intenso, dal profumo gradevole e dal sapore armonico e morbido... proprio come la gente molisana (ma se non ne conosco nessuno di abitante del Molise come faccio a scrivere questa caz... cosa?). Vorrei terminare, allora, questo inconcludente articolo con un proverbio molisano che dice: «Tale patre, tale figlie, tale vite, tale magliuolo» (traduzione: "Tale padre, tale figlio, tale vite, tale tralcio")... e leggendo qua e là del Molise Aglianico ho notato il grande attaccamento che i produttori del posto hanno per la loro terra, un attaccamento che si tramanda di padre in figlio e che ha permesso di mantenere «una natura che vigila sulla storia e sulla civiltà millenaria del Molise». Eh sì! Mi è proprio venuta voglia di andarci... E per ora continuiamo a vivere di ricordi... anche quando questi non ci sono: ma noi italiani siamo bravissimi a viaggiare con la fantasia (a volte solo con quella)! Fabrizio Capra Fonte: https://rpfashionglamournews.com/ , 21 dicembre 2018.

  • Il dolore si fa gioia

    Come Padre Pio, dieci ore prima del suo decesso, il 22 settembre 1968, era andato in spirito a Genova al capezzale di padre Umile, seriamente infortunato, così Mamma Natuzza, durante la sua atroce agonia, non smise di offrire le sue sofferenze per il prossimo. Don Alfredo De Renzis, sacerdote a Taranto, scomparso il 31 maggio 2012, che fu in contatto per diversi anni con la mistica di Paravati, ha lasciato una commovente testimonianza al riguardo. Una dichiarazione ufficiale in cui afferma di aver ricevuto un vero e proprio miracolo il 31 ottobre 2009, con l'intercessione di Natuzza morente. Negli ultimi tempi della sua vita De Renzis vergò, con grafia tremula e quasi illeggibile, anche un pensiero che sembra una possibile ragione del prodigio di cui fu beneficiario e testimone diretto: «Il malato è colui che è più caro al Signore, perché Lo rappresenta non nella Sua grandezza, ma nella Sua umiltà». Mentre la Evolo sta per essere trasferita dalla Sant'Anna di Catanzaro alla sede della Fondazione di Paravati, dove spirerà, don De Renzis da cinque giorni si trova in ospedale, gravissimo, sospeso tra la vita e la morte, dopo un ictus. Lì vive nel dormiveglia un'esperienza singolare: non solo percepisce a distanza l'agonia di Natuzza, di cui non sapeva nulla, ma anche che qualcuno l'ha raccomandato alle sue preghiere. Cosa che poi risulterà vera. In seguito a questa strana visione il sacerdote, contro ogni previsione medica, si ristabilisce e vive per altri tre anni. Ma ecco, da un opuscolo tuttora distribuito nella parrocchia di De Renzis, il racconto in prima persona del sacerdote: Nell'ospedale civile della Santissima Annunziata di Taranto, dove mi trovato ricoverato per un ictus cerebrale verificatosi in data 26 ottobre 2009, ho misteriosamente percepito la malattia e il ricovero di Natuzza. Il mio pensiero era quello di essere chiamato anch'io all'eternità e questa intuizione poggiava sul primo incontro avuto con Natuzza molti anni prima. In quella occasione Natuzza, incontrandomi, aveva detto: – Questi anni che il Signore ci dà usiamoli per fare del bene agli altri. Quindi io ero convinto che, se moriva Natuzza, anche io sarei morto. Poi è risuonata dentro di me la voce: "Natuzza è morente" e io ho detto: – Adesso muoio anche io. Quindi ho sentito una voce d'uomo che mi diceva: – Io ti ho raccomandato a Natuzza prima che lei partisse da Catanzaro a Paravati. Ho potuto constatare tutto ciò che ho detto telefonando a Paravati e parlando con quell'uomo. Durante la mia malattia ho visto girare intorno a me una grande ruota su cui era posta una grande scritta: æternitas . Ero sicuro che si trattava degli ultimi istanti della mia vita e che, di lì a poco, mi sarei trovato davanti al Signore per essere giudicato da Lui. Invece la preghiera di intercessione a mio favore fatta da Natuzza in punto di morte mi ha salvato, facendomi gradualmente riacquistare la salute che stavo perdendo per sempre. Luciano Regolo Fonte: L. Regolo, Il dolore si fa gioia. Padre Pio e Natuzza: due vite, un messaggio , Mondadori, Milano 2013.

  • Ricordi capracottesi

    Capracotta 1961: avevo 18 anni, per la prima (e unica) volta interrompevo il mio lavoro estivo che facevo per mantenermi agli studi, e tra tutti i ragazzi presenti (tranne il capo responsabile) ero il più grande. Come sempre in tutta la mia vita, mi sentii subito responsabile di quei ragazzi, per cui mi caricai dei lavori più pesanti e feci anche il cuoco. Con il piccone ho scavato la roccia per piantare l'albero dell'alzabandiera; le tende comuni; quelle per dormire; la guardia di notte. Le prime tre notti volli farle sempre io, per sembrare coraggioso e non caricare di responsabilità ragazzini di 15-16 anni. Ci avevano detto che potevano esserci i lupi, e una accetta era la mia impropabile arma, e forse c'erano davvero, perché la notte molti rumori e richiami provenivano dal bosco che ci circondava. Quando arrivava qualche nuvola, tutto l'accampamento ne veniva avvolto, e poi restavo solo io, fuori dalla tenda, grondante d'acqua e tremante per il freddo: in fondo anch'io ero solo un ragazzo. Uno di quei ragazzi che a me sembrava che proteggessi con coraggio, è venuto qualche tempo fa, da un altro continente, dopo moltissimi anni, e mi ha detto (più che a me, a un mio figlio presente): – Non ho mai dimenticato che tu ci hai sempre difeso; adesso ho saputo che hai bisogno di aiuto, dimmi cosa posso fare per te. Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che avevamo nel cuore... I ricordi ormai sono in po' labili, ma i sogni di allora, quelli no, sono incancellabili. Come un viandante di una volta che si rialzava dal suo momentaneo riposo e riprendeva la via, così mi si ripresenta il giorno dell'escursione in uno dei boschi vicino a Capracotta. La zona era a noi sconosciuta, ma la baldanza giovanile ci prospettava tutto facile da affrontare. Questa foto rende l'idea del nostro marciare, con il vento in faccia, verso una meta sconosciuta, verso mete ancora nebulose ma affascinanti e ricche di promesse. Non mi chiedete i nomi dei posti, ricordo solo che, scesi dal Monte Campo aggrappandoci timorosi alle falesie, questi grandi massi che sembravano incombere su di noi, entrammo in un bosco che percorremmo un po' avventurosamente, smarrendo spesso il sentiero. Con me e il capo, c'erano ragazzini di 14-15-16 anni che ad un ennesimo smarrimento di sentiero, incominciarono a fare domande preoccupate, alle quali io non sapevo assolutamente rispondere, come spesso il nostro capo. Ma la fortuna audaces iuvat e il primo sospiro di sollievo lo provammo quando trovammo un pozzo, mezzo diroccato, al quale attingemmo con le nostre borracce. Ripreso il cammino, difficoltoso nei punti di risalita per le foglie bagnate sul terreno che ci facevano sdrucciolare, pian piano riprendemmo coraggio fino ad uscire a « riveder le stelle » , come dice il sommo poeta: in questo caso era il sole caldo che ci accolse luminoso dopo tanta penombra. Non chiedetemi l'itinerario, ricordo solo che ci ritrovammo a Prato Gentile, dove, stesi al limitare del bosco, godemmo del riposo e della vista di quel vasto prato appunto "gentile". Eravamo stanchi, ovviamente, soprattutto i ragazzini, ma qualcuno del posto ci lanciò l'idea di proseguire verso un versante di un monte là vicino, per andare a visitare/esplorare una angusta grotta che si apriva su quel lato del monte. Un po' meno baldanzosi, ma spronati dalla curiosità e dall'amore per l'avventura, seguimmo più o meno le indicazioni ricevute e ci ritrovammo sulla cima di un costone, che dovevamo scendere per raggiungere, a metà percorso, questa famosa grotta. La discesa non era agevole per via dello strato di pietre lisce sovrapposte le une sulle altre, per cui il piede non poggiava su un terreno fermo. Comunque ce la facemmo, pian piano, ad arrivare a questa grotta: una stretta fessura che si incuneava profondamente nel monte. L'aspetto non si presentava rassicurante, con una entrata stretta sormontata da pietre visivamente instabili. La paura fece novanta, come suol dirsi, e così si decise di non entrare e tornare indietro. Ma indietro, dove? E come? La risalita scoprimmo subito che era impossibile, con quelle pietre che scivolavano da sotto i piedi, per cui non ci restava che continuare a scendere il pendio fino alla sua base e alla strada che correva sotto, lì vicino. Incominciammo a scendere con molta circospezione e paura, ma ad ogni passo qualcuno prese a scivolare e si fermava a stento, qualcuno si sedeva e si rifiutava di continuare, e qualcun'altro incominciava a piangere. Uno in particolare, un bravissimo ma fragile ragazzo, non aduso a sforzi fisici e molto timoroso. Mi chiamò in soccorso e si aggrappò al mio braccio tanto da farmi male, e benché tentassi di calmarlo, non riuscii a fargli lasciare la presa: la sua mano era diventata un forte artiglio e la sua paura incontrollabile. Non ci restò che pregare e riprendere con infinita cautela, la discesa. Ci volle tempo, ma un poco alla volta, con il sedere per terra, scivolando, riuscimmo a raggiungere la base della parete. Eravamo stremati, ma felici di essere riusciti a superare una prova così difficile. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve le siete scordate v'aiuto a ricordarle... Flash di ricordi, di nomi, di visi e il pensiero che corre a quei ragazzini oggi anziani, e che nella vita hanno raggiunto mete importanti, li conosco e li ricordo uno per uno, e li ho tutti davanti agli occhi e affollano la mia mente e il mio cuore. Ragazzi, se il caso vi porta a leggere queste poche righe, vorrei che pensaste a quell'escursione come ad un primo gradino verso il raggiungimento dei vostri sogni, e a ricordare chi vi ha dato una mano a scendere quella china, che talvolta lui non ha saputo affrontare con la stessa vostra determinazione nei confronti della vita. Afono. Completamente afono al ritorno dell'escursione. Il vento che ci soffiava contro mentre marciavamo fieri verso la montagna; il vento che ci aveva dato baldanza e sussurrato "andate, il mondo è vostro"; il vento che spazzava la cima di Monte Campo, mentre aggrappati alla croce immortalavamo la nostra gioventù; il vento, lì sopra, spazzò via il mio sudore e la mia voce. Afono, non ruiscivo a pronunciare nemmeno una parola, mentre c'era tanto da fare, a incominciare a pensare cosa e come cucinare il mezzogiorno. Non è che sapessi cucinare, in quanto il mio rapporto con il cibo è stato sempre all'insegna dell'essenziale: detto brutalmente, riempire lo stomaco, voracemente e quantitativamente. Alla partenza per Capracotta, ovviamente portammo con noi parecchi viveri, costituiti soprattutto da scatolame proveniente dal Vaticano, che a sua volta l'aveva ricevuto dagli USA, perché allora era ancora il tempo dell'aiuto economico e alimentare dell'America per un'Italia uscita devastata dalla guerra. A me è sempre piaciuta molto la pasta con il ragù, che imparai, anche sulla pelle dei miei ragazzi del campeggio, a condire con molti pezzi di mortadella che ci era stata fornita in grosse lattine: tagliavo e buttavo nella pentola, e mi sembrava sempre poco, così pure per la pasta. Ovviamente partivo dal presupposto che anche gli altri avessero il mio stesso appetito, o meglio fame; con la conseguenza che la metà di quello che cucinavo avanzava. Gli altri erano tutti ragazzi provenienti da famiglie, come dire, benestanti, e a casa loro certamente non mangiavano solo pasta, avendo a disposizione diverse tipologie di cibo. Faccio una disgressione, per far capire e per sorridere: uno di quei ragazzi era figlio di un medico, amico di scuola e un bravo studente. Io non studiavo molto, mi piaceva giocare a pallone e quando c'erano da portare le versioni di latino e di greco, spesso andavo a casa sua, e mentre lui si affannava a tradurre il brano, nell'attesa io venivo portato dalla sua magnifica madre, gentilezza e umanità fatte persona, in cucina, dove, aperto il frigorifero (e cos'era il frigorifero? io non lo avevo mai visto?) mi diceva: – Vuoi qualcosa? Un panino? E c'era il caciocavallo, e c'era la mozzarella, e c'era, e c'era, e c'era... Perciò avanzava mezzo pentolone di pasta: cosa farne? Qualche volta, dalle parti del campo, erano passati dei pastori con le greggi, protette da grossi cani da guardia, che portavano collari di ferro con delle punte lunghe, per proteggersi da un eventuale attacco di qualche lupo, quei lupi che io sentivo, o immaginavo di sentire la notte, quando facevo la guardia. Allora svuotavo il mezzo calderone un po' lontano dal campo, e potete credermi, dopo poco tempo tutti gli avanzi erano spariti! Vicino al campo c'era una sorgente limpidissima di acqua super fredda, tanto che la mattina riempivo la borraccia, l'appendevo alla tenda refettorio, e a mezzogiorno, pur esposta al sole, era ancora freschissima. I giorni passavano velocemente, il tempo lo trascorrerevamo tra giochi, canti, scherzi, preghiere e lavoro. La sera, i nostri canti, stonati, si alzavano alle stelle, mentre di fronte a noi si ergeva il Monte Capraro al quale avevo dedicato una poesia che non ho più trovato. «Quando sul campo discende la sera e l'ombra si fa più nera, una rondinella va a riposar e noi tutti cantiamo» o «Bianco Padre che da Roma, ci sei meta, luce e guida, in ciascun di noi confida, un esercito all'altar. Siamo arditi della Fede, siamo araldi della Croce, a un cenno e alla tua voce, un esercito all'altar». Canti innocenti, canti di Fede, canti ignari della vita reale, canti di ragazzi allevati con amore da insegnanti, educatori, religiosi, che hanno saputo instillare in loro le regole dell'onestà e del bene, e non uno, per quanti mi risulta, non uno, dico, ha preso vie traverse nella vita: si era poveri, ma bastava un canto, una partita a pallone, una serata nella nostra Associazione, una lezione su Dante, un panino, e il mondo era nostro! «Vi ho parlato di un tempo, che vorrei tornasse, ma è impossibile», come diceva lo scrittore Giovanni Mosca. Ogni giorno si scendeva a Capracotta dal nostro campo per comprare pane e frutta e, per effettuare il tragitto, occorreva, mi sembra, circa un'ora. Avevo sempre paura di smarrirmi, delle serpi e di essere spesso solo. Un giorno, arrivato in paese, mi ricordai di andare a salutare, come desiderio e raccomandazione di mio padre, un vecchio massaro che aveva lavorato anni prima nella masseria di Torre dei Giunchi a San Severo e a cui lui era molto affezionato. Ma probabilmente era già morto, pensavo, in quanto doveva essere molto anziano, vicino ai cent'anni. Per le strade spesso mi fermavo a chiedere notizie e così, poco per volta, riuscii a farmi ben indirizzare. Mi sembra di ricordare che vicino casa sua ci fosse una specie di torrione dove era segnato sul muro l'altezza della neve di qualche inverno passato. Trovata la casa, bussai timidamente e chiesi del signor Luigi, e con mia grande sorpresa mi dissero che era vivo ma che, però, era allettato. Mi avvicinai al suo letto, feci il nome di mio padre, e quella bocca con pochi denti si aprì in un sorriso: ricordava ed era contento di essere stato ricordato! Ah, l'amicizia di una volta, fatta di cose semplici e vere: qualche volta il fondo di una ricotta, un po' di latte, qualche pezzo di formaggio fresco (che spettava a noi, poi, salarlo) quattro chiacchiere tra due uomini semplici, ambedue provenienti da una cultura e una vita umile e montanara (mio padre era originario di San Marco in Lamis, sul Gargano) e un pancotto fatto con pane duro ed erbe trovate nel pascolare le pecore, legavano cuori semplici, uniti dalla povertà e dal duro lavoro. Il signor Carnevale mi raccontò alcuni suoi ricordi di quella vita e mi raccomandò di salutare il suo antico amico. Mi sorrise e andai via. Risalii la montagna e, nell'avvicinarmi al campo, ebbi modo di farmi una bella risata, assieme ai ragazzi che mi avevano raggiunto, quando spuntò dal bosco il nostro assistente spirituale, con i pantaloni mezzo abbassati, che correva gridando: – La vipera! La vipera!!! Cos'altro dire o scrivere? Solo un'immensa malinconia e nostalgia, per un tempo dove tutto era semplice e a dimensione d'uomo. Non c'erano gli eroi, i divi, la politica gridata, l'indifferenza verso il prossimo o il diverso: tutti appartenevamo ad uno stesso continente che aveva nome Umanità. Luigi Sales

  • L'organo ligneo di Capracotta

    L'antico organo della Chiesa Collegiata di Capracotta è collocato al di sopra del coro, in fondo all'abside al di sopra dell'altare maggiore ed è, certamente, la più ricca e preziosa opera d'arte presente sul suolo capracottese. La sua imponente mole corona e completa la visione architettonica della navata centrale e la stella intagliata nel legno al di sopra dell'armadio, diviso in tre fornici da due paraste  simmetriche, guarda idealmente verso il nord come una piccola Stella Polare. Due finestroni danno luce alla bella cantoria lignea decorata a foglie di acanto e oro zecchino. La stessa mano tuttora ignota intagliò e decorò la cassa ingentilendola con due cherubini  posti a sostegno della stella e due angioletti musicanti siti ai lati dei fornici piccoli raffigurati nell'atto di suonare la tromba e celanti il registro di cornamusa. La parte fonica fu realizzata tra il 1750 ed il 1780 da Francesco D'Onofrio, valente organaro di Poggio Sannita la cui firma appare sulla tavola delle riduzioni della catenacciatura, che realizzò numerosi strumenti di fattura analoga negli Abruzzi, nel Molise, nelle Puglie ed in Campania ponendosi tra i capiscuola della tecnica organaria del Centro e del Sud. Una tradizione locale vuole invece che lo strumento sia stato costruito da Luca D'Onofrio autore anche di altri due strumenti simili a Trivento e a Poggio Sannita di dimensioni più ridotte; curiosamente anche il suo nome appare inciso sulla base delle paraste che sorreggono il somiere maestro. Non è da escludere che entrambi gli organari abbiano collaborato, nell'ambito della stessa famiglia, alla costruzione di questo grande e pregevole strumento. Lo schema costruttivo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non appartiene alla scuola organara napoletana. Le misure delle canne, la pressione del vento, la fattura dello stagno e la accuratissima  finitura dei legni del somiere maestro nonché la ripartizione dei registri fanno pensare ad una enorme  influenza delle scuole organare venete con cui gli organari molisani ed abruzzesi ebbero notevoli scambi. Il nome imposto a questo strumento è "Principalone" per la presenza del registro di Principale 16' a base della fonica, cosa rara negli strumenti coevi, le cui canne fanno bella mostra di sè sulla facciata. Il "Principalone" dispone di ben dodici registri, azionati a pomello di ottone, contrabassi e due cornamuse per il periodo natalizio, azionati da tirante ad incastro, per un totale di 700 canne forse in parte mutuate dal vecchio organo della chiesa rinascimentale poste su somiere maestro a tiro, un manuale di 45 tasti e pedaliera a leggìo "corta" costantentemente unita al manuale. Anticamente erano presenti due "uccelliere", ora scomparse, azionate da tirante ad incastro. La pressione del vento, fornito anticamente da tre mantici a cuneo azionati da stanghe ed attualmente erogato da moderno elettroventilatore, è di 45 mm. di acqua. Sono presenti i registri: Principale (16'); Ottava (8'); Decimaquinta (4'); Decimanona (2-2/3'); Vigesimaseconda (2'); Vigesimasesta ( 1-1/3'); Vigesimanona (1'); Trigesimaterza; Trigesimasesta; Voce Umana; Flauto XV (4'); Flauto XIX (2-2/3'); Tiratutti (da ottava); Contrabassi; Tiratutti a pedaletto con bilanciere. La fattura e la precisione delle finiture meccaniche e tecniche ne fanno uno dei più belli e grandi strumenti del Centro Italia del XVII sec. Riguardo lo stemma sul frontone, una leggenda vuole che il costruttore della cassa lignea appartenesse alla famiglia Campanelli, tant'è che nello stemma si vede una colomba portare un campanello. Qualora non fosse lo stemma del costruttore, quantomeno può esser quello dell'arciprete committente, ovvero Giuseppe o Liborio Campanelli. Inoltre nell'archivio della Chiesa Madre è conservata una lettera dell'organaro, figlio o nipote di Francesco D'Onofrio, che rammenta al Capitolo la sua disponibilità alla manutenzione dello strumento. Francesco Di Nardo

  • La prima ferrovia a trazione elettrica in Molise

    La linea ferroviaria Agnone-Pescolanciano era alimentata da un sistema di elettrificazione in c.c. a 1.200 V. Prese regolare servizio il 7 giugno 1915 ma fu inaugurata il 24 maggio dello stesso anno con un viaggio gratuito in occasione della partenza dei giovani militari agnonesi che si recavano in guerra! In Agnone e Pescolanciano furono costruite le stazioni di testa costituite ognuna dal fabbricato viaggiatori, dal magazzino merci col relativo piano caricatore, dalla rimessa per le vetture, dalle relative officine di riparazione e dai dormitori del personale. La rimessa di Agnone era più grande rispetto a quella di Pescolanciano in quanto l'entità del servizio merci era maggiore e ogni sera dovevano essere rimesse tutte le vetture e i carri merce. Le principali fermate erano Capracotta, Pietrabbondante e Trivento e tutte costituite oltre che dal fabbricato viaggiatori anche dal magazzino merci coperto e dal relativo piano di carico. Fu adottato lo scartamento ridotto di 950 mm. La linea si estendeva per circa 37 km. con raggi minimi di curvatura pari a 30 m. e una pendenza massima (livellette) del 60-70‰ tra le più ripide d'Italia e forse d'Europa. L'armamento era costituito da rotaie Vignolle da 22 kg. per metro lineare per il tratto con sede propria, mentre per i circa 10 km. in cui il binario era parte integrata con la strada (negli abitati di Agnone e Pietrabbondante e sui ponti stradali), furono adottate rotaie tipo Phoenix a gola da 35 kg. per metro lineare. La velocità massima consentita era di 25 km/h, il tempo di percorrenza dell'intera tratta Agnone-Pescolanciano era poco più di 2 ore alla velocità media di circa 10 km/h. La linea aerea era del tipo a "semplice filo di contatto" con sospensione longitudinale costituita da conduttori con sezione di 80 mm2, la corrente necessaria era fornita dalla centrale idroelettrica del Verrino, già attiva da tempo e tra le prime in funzione nell'Italia centro-meridionale, che aveva tre gruppi raddrizzatori da 75 kw di potenza oraria, il terzo fu aggiunto proprio per servire meglio la nuova linea ferroviaria. Il materiale rotabile era composto da 2 locomotori elettrici da 110 kw (utilizzati per il servizio merci di cui, però, non si hanno riscontri fotografici o documenti di archivio), 3 elettromotrici da 110 kw, 3 carrozze passeggeri (rimorchiate) a due assi e 18 carri merci: 6 chiusi e 12 aperti. Aveva come sede di deposito Agnone, mentre Pescolanciano era la corrispondente stazione con scartamento ordinario di 1.435 mm. Le vetture automotrici avevano una capienza di 20 posti a sedere e di 18 posti in piedi nelle piattaforme, mentre le rimorchiate avevano 30 posti a sedere e 12 nelle piattaforme. Le vetture motrici erano equipaggiate con due motori, ciascuno della potenza di 35 cavalli alla tensione di 1200 volts con controller. Ciascuna vettura fu equipaggiata con lampade a incandescenza per l'illuminazione interna. A causa della forte pendenza tutte le automotrici erano dotate oltre che di un freno a mano anche di un freno elettromagnetico a chiusura idraulica, brevettato A.E.G. Thomson Houston che aveva vantaggi enormi rispetto agli ordinari freni continui a chiusura meccanica. In caso eccezionale, ovvero di pericolo, era possibile azionare il freno per corto circuito dei motori. Per il servizio merci furono adottati carri chiusi a due assi, distanti 1,80 metri, capaci di portare fino a sei tonnellate di peso utile. Anche questi carri avevano lo stesso sistema di frenatura delle altre vetture ed era comandabile dal macchinista direttamente dalla vettura motrice. Di solito i treni avevano una composizione mista, una vettura motrice e un carro merci ma nei periodi di grande affluenza venivano aggiunte una o più rimorchiate e carri merce. Tutte le opere in muratura furono costruite in pietrame calcareo che abbondava e abbonda tutt'ora nella zona. La denominazione esatta della ditta concessionaria e proprietaria era: SFAP (Soc. An. per azioni per la ferrovia Agnone Pescolanciano). Il costo totale per la costruzione dell'intera linea fu di £ 3.400.000 e quindi con un costo chilometrico di circa £ 91.000. Per questa cifra fu chiesta e ottenuta la sovvenzione da parte del Governo del Re nel 1907. Fabrizio Minichetti Fonte: F. Minichetti, Una ferrovia di montagna. La Società ferroviaria Agnone-Pescolanciano 1909-1943 , Iannone, Isernia 2010.

  • Aristide il padrino

    Nell'Archivio Vescovile di Teramo è stata ritrovata una lettera che, una volta analizzata, ha monopolizzato la mia attenzione. Si tratta di una richiesta di chiarimento, inviata il 27 maggio 1946 da Aristide Castiglione (1899-1949) a mons. Gilla Vincenzo Gremigni, allora vescovo di Teramo. L'eccezionalità della scoperta risiede proprio nella figura del Castiglione, figlio del maestro capracottese Salvatore (di cui ho parlato qui ) che, una volta trasferitosi a Giulianova (TE), vide divampare in sé la fiamma del socialismo, tanto da diventare corrispondente dall'Abruzzo per l'Avanti. Ragioniere capo della ditta De Santis, a quel tempo leader nel commercio di ferramenta, nel '46 Aristide Castiglione era un esponente di spicco del Partito socialista, in particolare di quell'area riformista che aveva avuto come punti di riferimento Filippo Turati e Giacomo Matteotti. Dopo essere stato in lizza per ricoprire la carica di sindaco a Giulianova, nella primavera del 1946 Castiglione era impegnato, in quota Psi, come candidato alle elezioni per l'Assemblea Costituente, la cui lista era capeggiata da Secondo Tranquilli, meglio conosciuto come Ignazio Silone. Nella lettera menzionata in apertura Aristide chiedeva al Vescovo se, in quanto militante socialista, egli fosse libero di far da padrino alla cresima del nipote, che aveva tenuto a battesimo nel 1936. Pochi giorni prima, infatti, le diocesi d'Abruzzo avevano diramato una comunicazione, rivolta a clero e fedeli, sulle nuove norme comportamentali da tenere nei confronti di personaggi anticlericali e marxisti. Quel documento, datato 9 maggio, prevedeva che chi seguiva tali dottrine non potesse far da padrino nel battesimo e nella cresima, amministrare i beni ecclesiastici e far parte di comitati e commissioni di feste religiose . La risposta alla lettera di Aristide Castiglione, scritta dal vicario generale del Vescovo, non tardò. Il 3 giugno 1946, infatti, don Adolfo Binni comunicò al ragioniere che «le censure quindi comminate la riguardano se la S. V. in coscienza aderisce a quelle idee». Aristide Castiglione non tentennò. Nonostante avesse ricevuto la benedizione di mons. Gremigni, rinunciò a fare il padrino al nipote e riferì l'episodio anche al suo referente politico, Ignazio Silone, un uomo troppo saggio per lasciarsi andare a facili improperi verso la Chiesa e i suoi rappresentanti. La storia finisce qui ma voglio sottolineare come la Chiesa, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, abbia cambiato rotta, diminuendo sensibilmente il numero di condanne e scomuniche impartite. Decisa, in una visione cosmopolita, a perdonare tutti e ad accogliere tutti tra le proprie braccia, la Chiesa di Roma ha rinunciato al suo ruolo etico e, se è vero che oggi difficilmente porrebbe il veto a un padrino socialista, è altrettanto vero che un padrino socialista mai si sognerebbe di chiedere il consenso al clero per cresimare un parente. I muri ideologici che sono stati innalzati - tanto dalla Chiesa quanto dai partiti di massa - nel primo dopoguerra, non solo hanno dilaniato il tessuto sociale dell'Italia, portando allo scontro (non solo verbale) cittadini dello stesso Paese, ma hanno ottenuto il risultato di indebolire tutti, indistintamente, indefinitamente. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Biagi, I quattordici mesi. La mia Resistenza , a cura di L. Mazzetti, Rizzoli, Milano 2009; G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana: settembre 1943-maggio 1945 , Feltrinelli, Milano 2012; A. V. Castiglione, La inmigración italiana en Santiago del Estero. El inmigrante Giovanni Castiglione (1858-1903) , El Liberal, Santiago del Estero 2006; O. Di Stanislao, Clero e fascismo nella Diocesi aprutina , in C. Felice e L. Ponziani, Intellettuali e società in Abruzzo tra le due guerre. Analisi di una mediazione , Bulzoni, Roma 1989; E. Marinaro, I socialisti (e gli altri) nell'Abruzzo teramano: 1896-1949 , Verdone, Castelli 2011; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; I. Silone, L'avventura d'un povero cristiano , Mondadori, Milano 1968.

  • Santilli e il MagneGas

    Ruggero Maria Santilli è nato a Capracotta, nella regione italiana del Molise. Santilli ha conseguito la laurea in Fisica presso l'Università di Napoli, proseguendo i suoi studi post-laurea presso la facoltà di Fisica dell'Università di Torino, terminandoli nel 1966. Nel 1967 è stato invitato dall'Università di Miami a condurre una ricerca per conto e finanziata dalla NASA. Dal 1968, Santilli è stato professore di Fisica presso l'Università di Boston, insegnando Fisica e Matematica e conducendo ricerche per l'aviazione militare statunitense. Durante questo periodo ha acquisito anche la cittadinanza americana. Nel 1976 e 1977 ha insegnato presso l'Istituto di Fisica teorica del Massachusetts "Institute of Technology". A partire dal 1978 ha svolto attività di ricerca presso la Harvard University. Nel 1983 ha formato ed è diventato presidente dell'Istituto per la Ricerca di Base. Sebbene Santilli abbia pubblicato numerosi lavori in tutta la letteratura scientifica, una buona parte dei quali incentrati sulla sua creatura, la "meccanica adronica", rappresenta una nuova teoria di base dell'universo. Ha pubblicato centinaia di lavori e libri su questo tema e correlati, incluse applicazioni alla chimica, superconduttività, biologia e cosmologia. La gran parte del suo lavoro è stata pubblicata nell'Hadronic Journal, un giornale di cui Santilli è il fondatore e l'editore responsabile. Santilli ha anche creato i giornali "Hadronic Journal Supplement" e "Algebras, Groups and Geometries", nei quali pubblica altrui e suoi documenti. Santilli ha sviluppato nuovi combustibili, chiamati MagneGas e MagneHydrogen. Questi fluidi sono composti principalmente da magnecole, i quali atomi e molecole sono legate dalla "polarizzazione toroidale delle orbite degli elettroni valenti". Di Ruggero Maria Santilli e delle sue realizzazioni ha parlato Michele Sacerdoti, laureato in Fisica, ambientalista impegnato politicamente nei Verdi di Milano. Nel suo sito c'è un'intera sezione dedicata a Ruggero Maria Santilli, alle sue teorie e soprattutto alle sue realizzazioni concrete, come il Magnegas, in cui si possono trovare anche tutte le slide preparate per questo Convegno, articolate nei seguenti punti: il MagneGas; la struttura dell'atomo; le ricerche di Santilli; l'ostracismo scientifico a cui è stato sottoposto e l'oscurantismo delle istituzioni. Il documento accenna anche al fatto che Santilli, guarda un po' il caso, ha sviluppato una sua teoria sull'etere. Di questa teoria Sacerdoti al Convegno ne ha solo accennato, avendo focalizzato il suo intervento sull'argomento MagneGas, per rimanere in tema di realizzazioni concrete, vero obiettivo del Convegno. Sacerdoti, parlando di Santilli, ha sottolineato che «non appena si distaccò dagli schemi scientifici ufficiali (per esempio con una sua teoria dell'etere, sull'antimateria, sulla velocità della luce e sulle "magnecole") venne pesantemente osteggiato e "buttato fuori" dal mondo scientifico. Tutte i suoi lavori scientifici vennero respinti e non pubblicati. Santilli pubblicò così una sua rivista scientifica a cui collaborano fisici di diversi paesi che però non viene recepita dal mondo accademico ufficiale». Franco Squeri e Luca Botta Fonte: https://energiesottili.it/ , 10 maggio 2008.

  • Capracotta style

    Ebbene sì... alla fine siamo riusciti ad andare, ospiti di Finferla ed Evandro, in quel di Capracotta, ridente paesino di montagna della regione Molise. Posto incantevole, a mio parere meriterebbe o un piccolo raduno o un piccolo incontro, ci sono delle aeree attrezzatissime, con tanto di panche, grill, prati immensi. La vegetazione mista, dai bellissimi abeti bianchi alle stupende faggete, per scendere poco sotto il paese ed immergersi in passeggiate bellissime nei prati. Ma veniamo al dunque. Ci stavamo recando in località Cascate del Borrello, scendendo ci accorgiamo di parecchie macchine a bordo strada. Io ingenuamente ho detto subito: «Questi so' fungaroli... e vai!...». Adesso ci mettiamo in cerca. Invece no, carabinieri, protezione civile, ruspe e trattori, probabilmente anche il sindaco. Ma che sarà successo mai? Un abete bianco di altezza pari a 25 metri, di una maestosità unica. L'albero che troverete a Roma in piazza San Pietro proviene dal comune di Pescopennataro, orgoglio del popolo molisano. Noi stupiti da cotanta bellezza possiamo affermare con certezza divina di aver visto questo regalo per il Papa Benedetto XVI. Ma adesso passiamo al paesaggio che ci ha stupito domenica mattina al nostro risveglio. In inverno a Capracotta ci si può dilettare con delle bellissime piste da sci di fondo, e in estate vengono sostituite da bellissimi prati dove ci si può attrezzare per pranzi all'aperto. E così la giornata è passata splendidamente... Al risveglio tutto bianco, e qui c'è una dichiarazione di sfida ufficiosa a tutti coloro che hanno partecipato alla famosa partita di Leonessa svoltasi al campetto olimpionico del tiro alla sedia. Capracotta gode di una posizione ottimale e si affaccia su tre versanti: versante abruzzese, adriatico e molisano, con vista sulla città di Agnone. Non conosco micologicamente bene queste zone ma sono per certo che si raccolgono degli ottimi marzuoli. Giuliano Piccio Fonte: http://www.apasseggionelbosco.it/ , 4 dicembre 2012.

  • L'Italia vuota: Capracotta

    Capracotta è un comune con poco più di 800 abitanti a 1.421 metri di altitudine che lo rendono il comune più alto dell'Appennino dopo Rocca di Cambio. La provincia è quella di Isernia e la superficie comunale è di 42,55 kmq. Gli abitanti di Capracotta si chiamano capracottesi. Le origini del nome seguono varie ipotesi; una di queste è la combinazione dei due termini italici kapp , luogo alto, e kott , luogo roccioso; un'altra è la combinazione dei due termini latini castra cocta , accampamenti protetti da una recinzione in mattoni. Per altri il nome proviene dalla fondazione della località da parte dei Longobardi che per tradizione religiosa sacrificavano una capra al loro dio Thor e ne mangiavano le carni appena insediati in un luogo conquistato. L'ultima ipotesi è legata alla consacrazione di tre capre in onore di Gaio Aurelio Cotta che nel 200 a.C. divenne secondo console nello stesso momento in cui venivano inviati dieci commissari ripartitori nel Sannio per spartire le terre requisite ai Sanniti; per questo il nome originario sarebbe stato Caprae Cottae , le capre di Cotta. La presenza umana nel territorio di Capracotta risale al Paleolitico e sono stati trovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Il primo insediamento stabile si ebbe nel IX secolo a.C. e fu scoperto con degli scavi che mostrarono delle capanne circolari che nel I sec. d.C. divennero edifici in marmo. La Capracotta attuale nacque sullo sperone della Terra Vecchia ad inizio Medioevo durante la conquista longobarda del Sud Italia. Ai Longobardi nei secoli successero i Normanni, gli Aragonesi, il Regno delle Due Sicilie e nel 1860, con lo sbarco di Garibaldi, Capracotta passò al Regno di Sardegna che nel 1861 divenne Regno d'Italia e da allora segue le sorti dello Stato italiano. Appena annessa al Regno d'Italia si ebbe un forte aumento delle tasse che favorì l'esplosione del brigantaggio nei dintorni e nel tempo anche il fenomeno dell'emigrazione. La Seconda Guerra Mondiale portò bombardamenti e la popolazione dovette sfollare verso le regioni più a sud e quando nel 1945 gli esuli tornarono si misero a ricostruire il paese, ma poi ricominciarono a emigrare verso il Nord Italia o i paesi dell'Europa Centrale e questo fenomeno si è arrestato a inizio anni Settanta. Dopo gli anni Cinquanta il paese fu ricostruito e vi fu installato un impianto sciistico sul Monte Capraro che diede impulso al turismo, che già a fine Ottocento attirava l'aristocrazia napoletana e roimana. Capracotta fu citato anche nel film "Il Conte Max" di Alberto Sordi quando il celebre attore la definiva la Piccola Cortina d'Ampezzo degli Abruzzi. Nel marzo del 2015 in 17 ore sono caduti più di due metri di neve, con i quali è stato battuto il primato della località statunitense Silver Lake nel Colorado, che raggiunse 193 centimetri nel 1921. Nel comune sono presenti svariate chiese, tra queste la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta costruita nel 1725 su rifacimento di una precedente e dotata di alcuni dipinti; la Chiesa di Sant'Antonio di Padova del Settecento con tele di scuola napoletana e statue dei santi; la Chiesa di San Giovanni Battista nella parte alta con campanile a vela; la Chiesa di giuspatronato di San Vincenzo Ferreri con facciata semplice a capanna; la Chiesa di Santa Lucia di Siracusa del Settecento, chiesa campestre fuori del paese con campanile a vela e il Santuario della Madonna di Loreto presente già dal 1622 e ricostruito nel 1950 dopo i bombardamenti in stile negromantico e neogotico dal quale partivano gli armenti durante la transumanza. I cognomi più diffusi a Capracotta sono Carnevale, Paglione, Di Nucci, Di Rienzo e Sozio. I dolci tipici di Capracotta sono re ceciariéglie , delle sfere a base di farina, zucchero, burro e uova, sale e rivestite dopo la frittura in olio bollente con del miele di alta montagna, tipici del Carnevale. Nonostante tutte queste attrattive e la possibilità di sciare in inverno e fare vacanze estive, anche Capracotta è soggetta a spopolamento e iscritta a pieno diritto nell'Italia vuota. Ma nel settembre del 2019 si è mosso qualcosa nella Regione Molise per attrarre nuovi residenti nei comuni con meno di duemila abitanti dei quali Capracotta è parte. La Regione Molise ha introdotto il reddito di residenza attiva e lanciato un bando pubblico il 16 settembre del 2019 con scadenza il 30 novembre per i comuni sotto i 2.000 abitanti con 700 euro a chi sceglierà di prendere la residenza o aprire un'attività per almeno cinque anni nei comuni a rischio spopolamento fino a un massimo di 24.000 euro in tre anni con rate da 8.000 euro l'anno dei quali Capracotta è parte. In data 8 settembre il Consiglio Comunale di Capracotta capeggiato dal sindaco Candido Paglione ha approvato un ordine di fiscalità di vantaggio per attività commerciali e artigiani presenti. In Molise e a Capracotta si sta provando a fare qualcosa, ora bisogna vedere se questo provvedimento arginerà lo spopolamento. Marco Riccardi Fonte: M. Riccardi, L'Italia vuota , Ali Ribelli, Gaeta 2020.

  • Del tempo e dell'eternità

    Nell'Italia centrale vi è un piccolo villaggio in cima a una montagna, di nome Capracotta, che domina la valle del fiume Sangro. Nel dicembre del 1943 si combatteva giù in quella valle. La neve era pesante e si dovettero riportare i feriti lungo un ripido e tortuoso sentiero di mulattiere. Fu un viaggio duro di quattro ore e molti morirono perché esposti al fuoco nemico durante la salita verso il punto di soccorso del reggimento. La maggior parte delle case nella valle sottostante Capracotta era macerie e ogni giorno i cannoni da 88, che suonavano come treni merci mentre ci rimbombavano sopra, creavano nuovi cumuli di pietre. In una notte fredda, poco prima di Natale, ai soldati di quell'avamposto in cima alla montagna fu ordinato di resistere. Si attendeva un attacco tedesco di lì a poche ore. Per avvertire il comandante inglese del recente movimento di truppe e delle armi pesanti che Jerry stava trasportando sul lato opposto della montagna, un vecchio contadino italiano e la moglie malata avevano guadato il fiume ghiacciato ed erano sfilati attraverso la terra di nessuno nel vallone. All'interno della postazione di soccorso un giovane medico britannico era seduto a guardare il fuoco. Stava pensando alla moglie e al figlio rimasti in Inghilterra. All'improvviso sembrò avere una premonizione e un terrore perché alzò gli occhi e, sorridendo con una punta di disagio, disse nel suo accento inglese: – È una brutta cosa... una brutta cosa morire in una terra straniera lontano da casa. Stiamo tutti combattendo e morendo in una terra straniera lontano da casa. Mentre sediamo attorno al fuoco pensando ai vecchi volti familiari, agli amici che sono entrati nella stanza della nostra vita per poi uscirne, ai sogni perduti della nostra giovinezza, a tutte le persone e a tutti i luoghi che sono spariti nei recessi del passato, mentre rimembriamo queste immagini fugaci, anche noi abbiamo una premonizione e un terrore: sappiamo che la morte ci ha segnati uno ad uno. Sappiamo che ogni cosa sulla faccia della terra cambia e si dissolve per sempre e che le mode e le ricchezze di questo mondo sono incerte. Non vogliamo morire e restare sotto una fredda terra straniera lontano da casa, perché sappiamo che attraverso l'oceano oscuro della morte, oltre l'ultimo orizzonte, ci sono un paese migliore e una vita eterna. Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo perché temiamo l'ignoto. «Tutti i miei domini per un istante di tempo!» gridò Elisabetta I, regina d'Inghilterra, sul letto di morte; la vecchia Elisabetta, che per cinquant'anni aveva sperperato tutto in inciuci politici e intrighi mondani. I grandi uomini del passato, uomini di genio artistico, uomini di borsa e di potere, uomini di profondo senso umanitario, non importa quale sia la loro forza, tutti han ceduto a un rumorino impercettibile, al ticchettio dell'orologio. Nessuno di loro ha potuto conquistare il tempo, tranne l'Uno. Son caduti uno dopo l'altro i grandi prìncipi di questo mondo. L'ombra di Adolf Hitler, che si muoveva sì ferocemente lungo la Wilhelmstrasse, è ora sbiadita nei libri di storia. E Benito Mussolini, la cui sete di gloria l'ha portato a scatenare la furia della guerra moderna contro l'indifeso popolo tribale d'Abissinia, e che teneva sempre discorsi pomposi da un alto balcone di Roma, mostrando un mento rotondo e un braccio teso alle folle ululanti di sotto... dov'è adesso? Il suo corpo, appeso per i piedi in piazzale Loreto a Milano, giace in una tomba senza nome. Dove sono tutti i cesari del passato? Forse non sono anch'essi seccati come l'erba e appassiti come un fiore? Quando il grande pittore italiano Raffaello morì all’età di trentasette anni, portarono il suo magnifico dipinto incompiuto de "La Trasfigurazione" in corteo funebre come emblema dell'incompletezza della vita e della brevità del tempo. Il sole sorge e il sole tramonta. Gli anni passano uno dopo l'altro: come la neve alla fine dell'inverno, scompaiono e vanno via. I fiumi scorrono incessantemente verso il mare e il ricordo delle cose precedenti viene presto dimenticato. Siamo estranei e pellegrini sulla terra: la nostra casa è oltre. Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo, perché temiamo l'ignoto. Il gioco è a perdere, a meno che non lo abbandoniamo e accogliamo l'eternità a braccia aperte, qui e ora. Oliver Barres (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Poliorama letterario di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2020.

  • Pietro Paglione

    Lo avrete visto tutti correre con i colori della Podistica Ostia, soprattutto nelle gare lunghe come la Roma-Ostia. Ebbene, quel signore dall'aria così gioviale, che con i suoi sessantacinque anni ben portati macina chilometri su chilometri stando a centro gruppo, non è un amatore qualsiasi ma un atleta completo che da moltissimi anni divide il suo cuore fra il podismo e lo sci di fondo. Pietro Paglione, molisano di Capracotta, è iscritto alla nostra squadra fin dal 1982 e, prima di allora, aveva iniziato l'attività podistica con la squadra dei Vigili del Fuoco, tra i quali ha lavorato fino al pensionamento. Ma la corsa a piedi era considerata da lui come un allenamento per il ben più duro e da lui più amato sport dello sci di fondo, che aveva iniziato a praticare fin da ragazzo. Da ciò potete capire come la tenacia e la resistenza alla fatica siano fra le sue doti migliori. Comunque, da questo sport faticoso ed impegnativo egli ha tratto molte soddisfazioni. Per quanto riguarda lo sci di fondo nel 1955 è arrivato 21° nel campionato italiano assoluti dei 15 km.; nel 1959 ha vinto una gara internazionale di 10 km. sulle Madonìe mentre in numerose altre gare ha ottenuto ottimi piazzamenti, qualificandosi spesso tra i primi 5 arrivati. Ha partecipato anche a molte gare podistiche e la sua migliore prestazione è stata un terzo posto in una gara nel Molise alla quale ha partecipato anche Giuseppe Moscatelli. I suoi tempi migliori sono 42' nei 10.000 m. ed 1h 43' nella Mezza Maratona. Ha trasmesso la passione dello sport ai suoi figli ed anche ai suoi nipotini. Il figlio Marco ha praticato come lui sia lo sci di fondo che il podismo ed è stato un atleta delle gloriose Fiamme Gialle fino a quando, alcuni anni fa, ha dovuto smettere per infortunio. L'altro figlio pratica lo sport del calcio ed i suoi nipotini svolgono attività di nuoto e di calcio. I suoi allenamenti comprendono lo sci di fondo ogni 7-10 giorni e la corsa a piedi 3 volte alla settimana. Si allena generalmente al mattino presto perché ci tiene molto ad accompagnare a scuola gli amati nipotini. Pietro Paglione è un atleta che non smetterà mai di correre, perché lo fa con piacere e senza nemmeno stancarsi tanto, temprato com'è dai suoi trascorsi sportivi. Lo vedremo certamente ancora a lungo correre con i nostri colori sociali e la sua aria perennemente serena. La sua innata gentilezza e la sua disponibilità ad aiutare la squadra nell'organizzazione di tutte le manifestazioni sportive in cui è impegnata ne fanno un elemento importantissimo per la Podistica Ostia, che da lui trae esempio su come debba essere un vero sportivo. Fiorella Bizzarri Fonte: http://www.podisticaostia.it/ .

  • La cultura contadina

    Il primo impatto con il duro lavoro nei campi lo ebbi all'età di 6-7 anni, era il periodo della mietitura e per la prima volta andai con i miei in contrada Malvone. Mi spiegarono che i grandi non potevano perdere tempo in lavori come la raccolta delle spighe di grano e quindi era giusto che i bambini si rendessero utili (adesso si chiamerebbe lavoro minorile). Le spighe, infatti, non bisognava lasciarle sul campo perché sarebbe stato uno spreco e perché "era peccato" poiché il grano, come il pane, era sacro e non bisognava sprecarlo. Così scoprii quale era la prima mansione per un ragazzo: raccogliere le spighe dopo che i grandi avevano mietuto e "legato" i covoni. Ricordo ancora di come mi sentivo importante perché avevo contribuito a procurare il grano per fare il pane e le sagne . Era un lavoro che facevo volentieri senza sapere cosa mi aspettava negli anni successivi. C'era infatti una rigida divisione del lavoro in cui gli uomini si occupavano di tutto ciò che atteneva i lavori più pesanti come l'aratura ed erpicatura del terreno seminato a cereali, patate e granturco, grano per assicurare i carboidrati per tutto l'anno, ma anche orzo e farro, fave, avena e soprattutto il fieno, che servivano per il mantenimento del bestiame. Il bestiame era importante sia come ausilio nel lavoro che per la produzione di latte e carne, anche se quasi tutta la carne la mangiavano re segnùre perché vitelli, agnelli e capretti si vendevano ed il ricavato veniva utilizzato per provvedere alle varie spese che si facevano nel corso dell'anno e bisognava stare attenti perché a volte neanche bastavano e se moriva un vitello era considerata una disgrazia per la famiglia. Ogni animale aveva un nome proprio sia se si trattasse di una vacca che di un animale da soma, i nomignoli erano di solito diminutivi molto fantasiosi: Quagliarella, Ruscetta, Bianchina, Rumanella; tra i muli il nome più comune era Barone, forse per vendicarsi di antiche angherie. C'erano numerose fiere nella zona in cui si andava per vendere o comprare animali. Le più aspettate erano Tutti i Santi e la Maddalena a Castel di Sangro e l'8 settembre a Capracotta, ma si arrivava fino a Sulmona o Isernia per comprare un mulo o una vacca, all'otte settiémbre di Capracotta si compravano soprattutto maiali. Ricordo particolarmente la fiera dei Santi dalla quale era d'obbligo per gli uomini tornare con le castagne e con i cachi, frutta classica del tardo autunno ed occasione soprattutto per i ragazzi per assaggiare frutti non coltivati nella nostra zona. La frutta si mangiava in poche altre occasioni, una era quella della raccolta delle patate. All'epoca le patate si scambiavano con fichi, uva, pesche, con ambulanti provenienti dal basso Sangro a cagna patàne dicevamo, ed era la gioia dei ragazzi. Lunghe attese ai bordi della strada per aspettare ru carrozzìne ed effettuare lo scambio di merci. Si diventava uomini molto presto, all'età di 10-11 anni, perché un ragazzo rappresentava un'energia fresca aggiuntiva ed a volte sostitutiva di quella di una persona anziana non più in condizioni di fare il lavoro duro. Pur nell'inevitabile assegnazione a lavori più leggeri e meno importanti e poi infine all'inattività, c'era un sacro rispetto per le persone anziane che erano considerate sagge ed alle quali si ricorreva sempre per qualche consiglio. I lavori più delicati, come la sarchiatura e la quasi intera coltivazione degli ortaggi insieme a tutti i lavori domestici, erano affidati alle donne che si occupavano anche di lavori di cucitura e della filatura della lana. Con la lana poi si lavorava ai ferri ottenendo calze e maglie che le donne anziane raccomandavano di portare anche d'estate pecché assùchene ru sud ó re , ma più che avere la funzione di asciugare il sudore, soprattutto le maglie di lana a righe, erano delle vere e proprie camicie di forza di cui ci sbarazzavamo al primo sole di primavera. Le donne avevano anche il compito di preparare e portare il pasto agli uomini che si recavano al mattino presto in campagna e come contenitore venivano usati cesti che si portavano sulla testa; per attutire il dolore provocato dal peso si usava uno strofinaccio arrotolato: la spara . Di norma si trattava di una colazione che si faceva con gli ingredienti che di solito si usano per un pranzo: infatti si mangiava pasta asciutta oppure polenta o minestre, non c'erano piatti e si mangiava tutti nello stesso recipiente. La mietitura invece riguardava tutti perché bisognava fare in fretta per sottrarre il grano maturo alle furie della grandine o di altre calamità naturali. A proposito vale ricordare che quando si avvicinava una tempesta minacciosa, nel periodo del grano maturo, si correva a suonare ru camban ó ne perché si sosteneva che le onde sonore della grossa campana frantumassero la compattezza della nuvola carica di grandine. I covoni venivano ammucchiati per essere poi trasportati con muli alla più vicina aia dove fino ai primi anni 50 si slegavano e si trebbiava facendo passare più volte un equino sui mucchi dei covoni fino a che i chicchi non si separavano completamente dalla parte leggera e dalla paglia, chi non aveva animali batteva il grano con i forconi. Le aie, alcune delle quali sono ancora visibili, erano situate in punti alti ed esposte ai venti perché questa lavorazione di separazione - detta scamà - si faceva con l'ausilio del vento. Esisteva anche una approssimativa rosa dei venti per indicarne la direzione. Arrivarono poi le prime trebbiatrici semiautomatiche, che furono una vera e propria rivoluzione per l'agricoltura, ma rimase parzialmente in vigore, per molti anni, il sistema antico perché la farra , cioè il farro, si raccoglieva troppo tardi e la trebbiatrice nel frattempo era partita per altre zone a maggiore altitudine. In questo contesto si realizzò una delle prime cooperative con l'acquisto di una trebbiatrice, ma di questo parleremo in un altro capitolo. Nel periodo strettamente invernale, che veniva considerato mal tiémbe vero e proprio, le poche giornate che si recuperavano venivano utilizzate per pulire le stalle dal letame e portarlo nei campi da seminare, oppure per procurarsi legna da ardere o altri lavori di recupero e di risistemazione di attrezzature agricole. I lavori erano equamente distribuiti durante tutto l'anno, dalle arature a maiésa , alla semina, alla falciatura, alla mietitura ed alla raccolta in genere. La maiésa era un sistema di aratura profondo che di solito si faceva prima dell'estate e si lasciavano consumare le zolle dal sole e dalle piogge estive. In questo caso si chiamava maiésa a sòle , ma si arava anche dopo la mietitura lasciando il compito di consumare le zolle alla neve. Per eseguire questo tipo di lavorazione, chi non aveva le vacche da utilizzare si rivolgeva a qualcuno che lo faceva di professione ualàne , oppure la faceva manualmente usando ru pedènde . Con l'arrivo dei primi trattori, arando più a fondo, vennero alla luce terreni non sfruttati fino ad allora e di conseguenza più fertili per alcuni anni. Il lavoro più pesante arrivava con la falciatura e la raccolta dei cereali che metteva a dura prova la salute di tutta la comunità. Per la falciatura si usava la falgia mentre per la mietitura la falgìglia , entrambe dovevano essere ben affilate e per questo si affilavano usando un martello con una benna ed una specie di incudine che si piantava a terra. Questa operazione si chiamava arrenduccuruà , in pratica con una percussione sul taglio si stirava l'acciaio delle falci rendendolo più affilato e con denti di sega molto irregolari che le rendevano taglienti. L'approvvigionamento del fieno, falciatura, essiccazione al sole, legatura con reti per ridurne il volume e trasporto richiedevano un lavoro molto impegnativo. Una volta pieno il pagliaio, si provvedeva ad ammucchiare il fieno rimanente, nel campo, in grossi mucchi attorno ad una pertica detti sctiglie , poi d'inverno, a tempo perso, si provvedeva a riempire di nuovo il pagliaio che nel frattempo si era quasi svuotato trasportando il fieno stipato in 1 o 2 scteglière , qualcuno usava anche locali delle masserie come fienile temporaneo. Per una famiglia media che possedeva 2-3 vacche, un mulo e qualche capra o pecora la campagna del fieno richiedeva circa un mese, solitamente dal 10 giugno all'Immacolata che si festeggia ancora la prima domenica di luglio insieme a S. Nicola, festeggiato di solito il giorno dopo, e rappresentava l'unica festa comandata di riposo prima di passare alla mietitura dell'orzo e poi del grano. Le operazioni di raccolta dei cereali e del trasporto dei covoni si protraevano per tutto il mese di luglio ed i primi di agosto e questo periodo era considerato il più importante dell'anno. Una famiglia media di 4 persone coltivava 4-6 tomoli a grano ricavandone 15-20 quintali, 2-3 tomoli di altri cereali per alimentare il bestiame tra cui vitelli e maiali, 1-2 tomoli adibiti alla coltivazione di patate, granturco ed altro. Le colture, in quasi totale assenza di concimi salvo il letame prodotto dalle proprie bestie, seguivano una rigida rotazione ed occorreva possedere almeno 10 tomoli di terra per sopravvivere. La produttività dei terreni e del lavoro era molto bassa e non competitiva per tutta una serie di ragioni. L'altra caratteristica negativa era la frantumazione della proprietà dei terreni in piccole particelle, frutto di più divisioni e frazionamenti passati tra vari eredi, la cui dislocazione obbligava a lunghi spostamenti per raggiungerli, o per passare da una contrada all'altra, con conseguente perdita di tempo che veniva sottratto al lavoro. Questa frantumazione è sopravvissuta fino ad oggi ed è quasi impossibile convincere un castellano a scambiare qualche terreno per favorire il riaccorpamento delle proprietà. Non tutte le famiglie possedevano 10 tomoli di terra ed i più sfortunati ricorrevano ad affitti molto onerosi e pagati in natura, con una parte del raccolto stabilita di volta in volta, oppure andavano a lavorare a giornata. I più fortunati avevano, oltre ai terreni a sufficienza per sopravvivere, almeno due vacche ed un mulo. Questi animali rappresentavano un valido mezzo di trazione per aratura, erpicatura ecc. Chi non aveva questo minimo era sottoposto ad una vita più dura perché doveva lavorare, oltre che per sé e la propria famiglia, per sopperire alla mancanza di terreni ed animali pagando in giornate di lavoro. Le vacche da latte arrivarono negli anni 60, nel periodo precedente le vacche servivano soprattutto perché si potevano utilizzare per l'aratura ed altri lavori. Il sistema di misura dei terreni corrispondeva ad un sistema di misura del grano: un tomolo di terra equivaleva ad un tomolo di grano, ossia la quantità di grano occorrente per seminare un tomolo di terra. Il tomolo ( tumbre ) era l'unità di misura del terreno, mentre per il grano l'unità era ru mezzìtte che era anche un recipiente in legno tarato alla misura giusta. La salma era anche l’indicazione del carico che un mulo poteva trasportare e corrispondeva a circa 1,5 quintali per cereali, patate, legna, ma più genericamente il termine veniva utilizzato per indicare misura di un carico di qualsiasi merce. I terreni, salvo eccezioni, erano equamente divisi tra coltivazioni e pascoli arborati; più raramente si possedevano boschi e in quelli demaniali vi era il divieto assoluto di raccogliere legna, neanche quella secca. Ci sarebbe da scrivere un intero capitolo per testimoniare l'accanimento della forestale e dei guardaboschi nei confronti dei poveracci che si azzardavano a raccogliere qualche fascio di céppe o a tagliare una pianta secca, nelle aree demaniali, per scaldare i propri figli. Le piante si abbattevano con l'accetta, ma con il rientro dei primi emigranti dagli USA era arrivata una sega a due impugnature che chiamavamo ru sctu ó cche , anche con questo utensile "moderno" si impiegavano giornate intere per abbattere una grossa pianta. Ricordo di aver impiegato una giornata intera per abbattere, insieme ai miei, una grossa pianta di cerro in località Cannella. La fascia di terreni di più valore, e cioè più vicina al paese, era adibita quasi interamente a scopi agricoli, ma chi non aveva terreni in questa fascia era costretto a lavorare terreni lontani, situati nella parte dove c'erano i pascoli. Ne nascevano conflitti senza fine perché di solito si praticava l'alpeggio lasciando da maggio a novembre le vacche nelle zone più alte del territorio. Insieme alle vacche, lasciate la notte nei pascoli alti, c'era l'abitudine di lasciare una mula perché le femmine di questi equini affrontano i lupi a suon di calci proteggendo gli altri animali e soprattutto vitelli e puledri che sono facile preda. Le vacche di notte invadevano i campi coltivati creando danni e liti che il più delle volte finivano sul tavolo del Pretore. I fatti si svolgevano in una atmosfera siloniana dove i pochi soldi che si avevano finivano nelle tasche di avvocati che imbastivano cause sul fatto che una vacca aveva invaso un terreno perché doveva attraversarlo per andare ad abbeverarsi oppure lo aveva fatto volontariamente e quindi c'era colpa! Non era raro sentire la classica espressione: " te manne a Crapacòtte ", Capracotta era sede appunto della Pretura. Ricordo ancora la disperazione che ci assaliva quando una vacca eludeva il controllo e si dirigeva verso un campo coltivato, soprattutto a granturco, perché ne sono molto ghiotte e ne sentono l'odore a grandi distanze. Dopo le trebbiatrici, sempre più sofisticate, arrivarono i trattori cingolati e poi le falciatrici e le mietilega, le motoseghe, autentiche meraviglie della tecnologia che fecero scoprire quanto poco produttivo fosse il lavoro praticato fino a quel momento e come la pratica dell'autosufficienza appartenesse al passato, all'epoca cioè dove per sopravvivere un contadino doveva produrre quasi tutto quello che occorreva alla famiglia per cui anche le colture meno produttive per le caratteristiche dei nostri terreni venivano praticate per ricavarne quel minimo necessario alla sopravvivenza. Ad esempio, per falciare un tomolo di terra ci voleva una giornata prestata da un uomo in forze, poco più di mezz'ora per una moderna falciatrice. Il lavoro di una giornata di un boscaiolo poteva essere sostituito da 15 minuti di motosega. Il problema era che non c'erano i soldi per comprare le attrezzature agricole e solo qualcuno più facoltoso ci riusciva, all'epoca non c'erano contributi statali per le macchine agricole, quantomeno per le piccolissime aziende agricole che caratterizzavano l'Alto Molise. Quasi tutte le famiglie vivevano esclusivamente di agricoltura e piccoli allevamenti, pochi erano gli artigiani , una diecina in tutto, 5-6 gli esercizi commerciali tra cui 2 cantine. Le case erano state rattoppate recuperando le macerie lasciate dai tedeschi che la sera dell'8 novembre del '43, come vedremo in un altro capitolo, diedero alle fiamme il paese distruggendolo quasi totalmente. Quasi ovunque al piano terra alloggiavano maiali galline ed a volte anche pecore e capre, mentre il piano superiore era adibito ad abitazione, il riscaldamento nei rigidi inverni si limitava a quel poco di calore che può dare un focolare nelle ore diurne. Sì, perché la sera il fuoco veniva spento e qualche tizzone che era sopravvissuto veniva coperto dalla cenere abbelàte e serviva al mattino dopo per riaccendere il fuoco. I servizi igienici, quando c'erano, si limitavano ad un buco che accedeva direttamente alla fogna, l'acqua si andava a prendere con le conche alle fontane pubbliche perché nelle case, almeno nel primo dopoguerra, non c'era l'acqua. Le giovani donne andavano a lavare i panni a ru munnàre , era un'occasione per loro per mettersi in libertà togliendosi le gonne e rimanendo in sottana a sguazzare nell'acqua limpida, un'occasione anche per noi adolescenti per ammirare le cosce bianche nascosti dietro ai cespugli, a le véteche . Il frigorifero di casa era la finestra esposta a nord e quindi più fresca delle altre, i più fortunati possedevano una radio, non c'era ancora la televisione. A volte ascoltavamo Radio Praga, in italiano, che oltre alla propaganda filosovietica trasmetteva canzoni moderne. Il primo apparecchio tv fu acquistato nei primi anni '60 da un circolo ed era collocato nella vecchia palestra dell’edificio scolastico, nello stesso locale proiettavano periodicamente film e siccome si pagava il biglietto, 50 lire, e noi ragazzi non ne avevamo neanche una di lire, ci arrampicavamo sul davanzale delle finestre. Ricordo di aver visto un intero film dal titolo "Circo in fiamme" arrampicato su una di quelle finestre. Tutte le volte che sento parlare di sottosviluppo del terzo mondo faccio notare che meno di mezzo secolo fa , gran parte del mezzogiorno d'Italia era nelle stesse condizioni del terzo mondo attuali. E mezzo secolo nella storia dell’umanità sono un lampo. Il reddito annuo di una famiglia tipo era così composto: circa 10-15 quintali di grano, circa 10 quintali di patate, 1 o 2 quintali di granturco, cipolle agli e erbe aromatiche varie, un maiale di circa 1 quintale, alcune forme di formaggio ed uova sufficienti per fare le pallòtte , il latte necessario a tutti gli usi della famiglia. In condizioni normali per produrre 3-4 quintali di grano occorreva la lavorazione di un tomolo di terra con 1-2 giornate per l'aratura, 1-2 giornate per la semina ed erpicatura, 3-4 giornate per la mietitura, 1-2 giornate per il trasporto e per la sistemazione sull'aia, dove gli esperti costruivano vere e propri capolavori, manucchiàre , con la parte superiore a forma di tetto, con migliaia di covoni, 1-2 giornate per trebbiare e riportare a casa il grano. Quindi 3-5 giornate di lavoro per quintale di cereali prodotto, una produttività decisamente scarsa, infatti il sistema è sopravvissuto fino a che non è stata superata l'economia dell'autosufficienza dove si impegnavano al massimo le forze produttive della famiglia per ricavarne il minimo per sopravvivere. Nelle annate buone si accumulava qualcosa mentre in quelle cattive malannàte si consumava tutto quello che si aveva. Vestire decentemente era un lusso e ognuno aveva solo il vestito della festa e qualcuno in più per il lavoro. Per la maggior parte dei casi si trattava di stoffa riciclata e molte volte di provenienza americana, da dove arrivavano pacchi spediti da parenti emigrati. Non ho mai capito se i vestiti appartenessero agli emigrati e famiglie oppure ad altre persone; comunque ricevere un pacco da parte dei parenti "ricchi" era sempre una festa ed aprirlo una sorpresa soprattutto per i bambini. I grandi fingevano un certo distacco. A proposito di pacchi, sono da ricordare gli aiuti del piano Marshall, che nei primi anni '50, arrivavano dagli USA sottoforma di pacchi contenenti scatolette e alimentari a lunga conservazione di vario genere, questi venivano utilizzati in modo discriminatorio per cui se c'era solo il sospetto che uno fosse comunista o socialista veniva automaticamente escluso. Il contenuto non era una grande cosa ma la fame nel dopoguerra ingigantiva il valore dei pacchi, peraltro ben confezionati. Ricordo in particolare una margarina in scatola che noi spalmavamo sul pane, quel poco di pane che c'era. Paradossalmente il periodo di maggiore sviluppo delle attrezzature e delle macchine agricole coincise con una grande ondata migratoria e ben presto molti terreni, che avevano sfamato migliaia di persone nel corso degli ultimi secoli, furono abbandonati. Restarono alcuni ettari a fieno e prato pascolo, per questo ultimo uso nella fase in cui gli animali da sfamare diminuirono drasticamente, vi fu improvvisamente e per la prima volta nella storia che conosciamo un'offerta superiore alla domanda. Ma il declino degli allevamenti impiegò solo qualche anno in più di quello dell'agricoltura attraversando una fase in cui c'erano pochi allevatori, tutti appartenenti alla vecchia generazione, ed avevano più spazi a disposizione per pascolo e fieno. Purtroppo neanche in quella fase si ebbero iniziative zootecniche di rilievo ed i vecchi allevatori si limitarono ad aumentare di qualche capo il patrimonio aziendale. Qualcuno arrivò ad avere oltre dieci capi ma senza che questo facesse avvertire l'esigenza di costruire stalle razionali e più rispondenti alle esigenze. Ricordo che in quella fase ci fu la possibilità di utilizzare i capannoni della Coop 1° Maggio, ma gli allevatori non ritennero necessaria la cosa. I terreni situati nella parte più bassa del territorio comunale sono attualmente occupati da meleti impiantati dalla società Melise, ma di questo parleremo in un altro capitolo. Ora i pascoli di una volta sono diventati quasi inaccessibili per la crescita dei cespugli, ma in compenso ci sono le stradine dei tartufai che per raggiungere le zone più ricche di questo prezioso tubero attraversano terreni impervi ed accidentati. Sarebbero necessarie - e questa a mio parere è la vera sfida che abbiamo davanti - iniziative zootecniche con allevamenti allo stato semibrado di bovini, ovini e soprattutto caprini, questi ultimi da usare come decespugliatori naturali per riportare i pascoli allo stato originario; senza l'ausilio di questi erbivori nel giro di qualche decennio sarà impossibile individuare i confini di un terreno. È indispensabile dare una risistemata ai terreni abbandonati eliminando i cespugli e ripulendo le strade mulattiere che oramai sono quasi completamente richiuse dalla vegetazione. Nicola Zaccardi Fonte: N. Zaccardi, Fesct' e mal tiemb'. Castel del Giudice tra memoria e progetto , Ires, Pescara 2007.

  • Sei proposte d'intitolazione

    Per una volta, una soltanto, parlerò di attualità, ovvero di alcune proposte d'intitolazione di luoghi pubblici nella nostra Capracotta. Avevamo un circolo per gentiluomini intitolato a Calzella Carfagna, capitano ​generale delle artiglierie di Carlo V, un teatro scolastico dedicato a Carlo Goldoni e un'associazione reduci che portava il nome di Cesare Battisti. Abbiamo tuttora una scuola intitolata al deputato Tommaso Mosca, una pista per lo sci di fondo dedicata a Mario Di Nucci, un campo di calcio intitolato al bomber Erasmo Iacovone, un'associazione medica in omaggio ad Antonio Conti e una sala dello Sci Club al pioniere Giovanni Paglione. Le mie attuali proposte d'intitolazione sono invece le seguenti: Belvedere "William G. Congdon", al celebre pittore americano che militò nel '43 a Capracotta come ambulanziere ( qui ) e che nel '46 tornò in paese per aiutarci a ricostruirlo; Biblioteca comunale "Elvira Santilli", alla più grande scrittrice capracottese, seconda soltanto, a livello regionale, a Lina Pietravalle ( qui ); Giardino della Flora appenninica "Valerio Giacomini", all'ecologo che ideò il nostro apprezzatissimo orto botanico naturale d'alta quota; Pro Loco "Oreste Conti", al folclorista autore dei più validi studi sugli usi, costumi e tradizioni orali di Capracotta ( qui ); Stazione dei Carabinieri "Osman Carugno", all'eroico maresciallo che salvò decine di persone dalle persecuzioni naziste e per cui fu eletto, dal popolo ebraico, Giusto tra le Nazioni; Villa comunale "Amelia Rosselli", alla più grande poetessa del Novecento italiano che a Capracotta, nel 1965, scrisse 22 poesie pubblicate nella sua "Serie ospedaliera" ( qui ). Ci tengo infine a ricordare che la popolazione capracottese, nel gennaio del 1950, promise agli americani di intitolare una strada a John Vincent Kenny, allora sindaco di Jersey City, per ringraziarlo del Clipper, il prezioso spazzaneve che la comunità italo-americana aveva appena inviato al Comune di Capracotta. Quella promessa non fu mantenuta per cui oggi, seppur in colpevole ritardo e nonostante Kenny sia stato condannato per estorsione, bisognerebbe tenere fede alla parola data settant'anni fa. Perché, a mio avviso, le promesse vanno sempre mantenute. Francesco Mendozzi

  • Ove il Verrino

    È vera questa striscia montana che fissa in eterno i tramonti d'agosto ove, in argentee scaglie, serpeggia il Verrino e torce il tormento che scende giù giù nella valle. Qui, dalle rupestri dimore, discese il Sannita a spiar tra i vigneti lontane minacce e tremò di stupore al sole cadente. Qui, io ancora vi guardo, monti della mia terra, barriera del mio cielo. Elvira Santilli Fonte: E. Tirone Santilli, L'ora dei sogni , Oxiana, Anacapri 2005.

  • Il manutentore sognatore

    È troppo facile pensare e parlare di un personaggio importante, famoso, magari anche premiato. Di personaggi che hanno lasciato un segno nella nostra vita e nella nostra storia ce ne sono. Non famosi al di fuori del territorio, ma famosi dentro, all'interno di una, anche se piccola, comunità. Famosi perché tutti li conoscono, anche senza apparire sui giornali o sugli schermi televisivi. Per questo parlerò di un personaggio che ha lasciato, e continua a lasciare, un segno nella mia di vita e soprattutto nella vita e nelle vie del suo bel paese natale, Capracotta. Tutti lo cercano, alcuni scherzosamente lo beffano, altri lo ammirano, tal'altri lo invidiano, ma pochi veramente pochi non gli vogliono bene. E come potrebbero non volergliene. Un signore in un cantuccio: – Sì, io vado sempre da lui, non ti lascia mai a mani vuote. Un vecchietto con un fantastico bastone di legno attorcigliato che racconta più storie del suo padrone: – Eh, ma quand'è petulante! – Sì, ma quando lo chiami scappa sempre, come nu diàvele – fa eco una donnona con le braccia massicce che sta ammassando la pasta per deliziarsi del suo piatto del giorno: – Auóje ze magnàme sagne e mìccule. Devo andare alla casa di riposo per sistemare un armadio... porto un poco di pizza che abbiamo fatto a sòrma cugina ... vado alla Chiesa Madre a portare il leggio... devo finire di lucidare il mobiletto a re cumbàre ... al museo contadino ho portato due sedie per far riposare i visitatori... ti serve qualcosa, devo andare ad Agnone, e menì ce jéme anzimiére a Cuastiéglie . Così scorrono tutte le sue giornate. Ogni giorno, prima di ogni cosa, se ne va, lui, guardando ogni angolo del suo paese... all'alba verso la montagna che l'ha visto nascere, dove è cresciuto, dove ha studiato mentre le sue Caterina, Gennarina e forse... Alfonsina brucavano la fresca erbetta della primavera. La guarda, la montagna, guarda il bosco, i prati dei pascoli. Sofferma lo sguardo sul fontanile e... meravigliato, nota che quest'anno di acqua ne esce molta, ha piovuto tanto e si vede. Camminando lungo la strada scruta nel sottobosco se si dovesse scorgere un piccolo segnale che tradisce la presenza di un funghetto. No, non ci sono. Quest'anno c'è stata una stagione fredda quindi è stata scarsa la crescita di funghi. Trova però una ottima, bellissima e coloratissima fragolina. – Mmmh, che sapore, sembra quasi di avere un fiore in bocca. Chissà se riesco a trovare qualcosa da portare a casa, da far mangiare ai miei nipoti e, anche ai miei figli. Ah, stavolta dovrò accontentarmi di un po' di verdura, ci sono qui dei bellissimi voccarùsce e così mia moglie ci potrà fare i suoi saporitissimi ravioli. Già mi viene voglia di mangiarli: ricotta delle nostre pecore e voccarùsce all'interno, sugo di pomodoro semplice semplice che li avvolge fuori. Ne possiamo dare anche due, magari già cucinati, a sòrma cugina , ca sennò quanda ze le magna ! Oh, anche dei ravascìne , forse uno... me lo mangio. Poi raccoglie un robusto filo d'erba, lo mette in bocca se lo passa da un lato all'altro schiacciandolo tra i denti e assaporando la freschezza che sprigiona, pensando alle pecore che godono di questa sensazione sempre mentre gustano gli aromi che l'erba fresca o secca riserva in ogni stagione... e va. Tornando, cammina dondolandosi un po' di qua e un po' di là. – Ehi, Pasquà, gnà stieà? – chiede. – Bunariéglie, tenìsse nu puchìtte de cemiénte ? – chiede Pasquale. – Vié alla casa che vedéme. Cemento, chiodi, sega, colla, aglio, filo di antenna, coltello, pane e tante altre cosa ancora. La sua non è una casa, è un emporio! Tutti vanno, chiedono e ricevono, però... non tutti capiscono e riconoscono la sua disponibilità. Molti lo danno per scontato, ma ci sono per fortuna altri che apprezzano la sua dedizione verso il prossimo, tale che a volte si dimentica momentaneamente di avere una famiglia. Un giorno, mentre stava facendo delle osservazioni su come venivano condotte delle operazioni organizzative di eventi del suo paese, gli fu fatto notare che la "critica" migliore è "darsi da fare". Mettersi a disposizione degli organizzatori, collaborare, partecipare. – Vedi che se hai voglia di non stare con le mani in mano, puoi darti da fare per cose che riguardano tutta la comunità, almeno la tua opera va a vantaggio di tutti e, già questo, è una grande gratificazione. Essere di aiuto per una comunità intera è una iniziativa che dovrebbero provare tutti i cittadini, grandi e piccini, ognuno per quello che può fare o che può dare. Se tutti lo facessero ne deriverebbe un vantaggio per la società intera, si apprezzerebbe di più il bene comune e si sentirebbe davvero di appartenere ad una comunità. E da lì è nata la collaborazione con la vita e gli eventi di Capracotta. Nonostante l'età cerca sempre di partecipare e di essere uno dei primi. Si prepara la sua inseparabile cassetta degli attrezzi ed è pronto per partire. Non gli serve altro. Certo non sempre è un santo, soprattutto quando non mangia ad orario "prestabilito"! A volte si fa prendere da qualche piccola gelosia, perchè (forse a torto) si sente messo da parte, messo in secondo piano, non più protagonista. Allora è meglio non discutere, lasciar sbollire, far passare del tempo e poi... tutto mogio mogio ritorna ad essere il marito, il papà ed il papanonno di sempre. Poi ci sono le interminabili discussioni su quello che lui ritiene sia giusto secondo la "sua" opinione che, ovviamente, si scontra con il pensiero del resto della famiglia che ormai, cresciuta nel numero e nell'età, si compone di molti fronti con idee diverse. Non ne parliamo quando si affrontano discorsi di politica, lui uomo di ferrei principi, sani ideali, un po' testardo e, non ultimo, ancora un po' sognatore, non si fa capace che il mondo nel frattempo sia cambiato, e che ciò che dicono "quelli" a volte sono tutte menzogne e che stanno fregando anche lui. Ma... forse... è meglio così, è meglio che ci sia ancora qualcuno che abbia dei valori da trasmettere agli altri, come ha fatto con noi figli, come continua a fare con i suoi nipoti. Valori di libertà, di scopi di vita, di lealtà, di onore, di rispetto. Valori che oggi sono più parole che fatti. Valori che devono essere rispolverati e ripresi in considerazione. Valori da insegnare ai nostri giovani. Nonno Fagiolo con la piattella piatta piatta, con il suo viso che poche volte si illumina con un sorriso è l'immagine del tempo che scorre e che mantiene con forza l'immagine di un essere umano saldo e sì, si può dire anche virtuoso. Una cosa lo ha veramente molto ferito, forse più di ogni altro accadimento a Capracotta, ciò che è avvenuto alla Chiesa Madre: quella parte in più, quel cancellare una parte del tempo della storia, la presenza di un potere che non è stato possibile controllare, che non si è abbassato a dialogare e forse neanche ha molta voglia di modificare l'operato. Quello lo ha segnato tanto. Tanto da non consentirgli di entrare più serenamente nella chiesa che lo ha accolto fin da piccino. L'ha vista sempre come una fortezza inespugnabile, salda e sicura, ed ora la vede violentata, a torto o a ragione, ma lui la vede così. E guarda male chi crede che possa essere il responsabile, che ha consentito ciò. Guarda male anche tutte le menzogne che girano intorno a questa operazione. Forse quella è la cosa che gli fa più male. È un uomo di principi, i suoi principi. Si può pensare che possa essere esagerato, troppo intransigente e poi... che te ne importa, pensa a campà ! Ma per lui proprio questo è campare. C'è anche da dire che nei momenti in cui è più sereno, ascolta con attenzione, capendo le ragioni che gli vengono spiegate e riuscendo anche a convincersi. Chi lo conosce bene lo apprezza, così per quello che è, e tantissimi lo fanno. Il suo nome è un lasciapassare, una garanzia, un certificato di qualità: sono il figlio di..., mi manda nonno..., mi ha detto il compare..., serve a... E funziona sempre. Chi ha provato lo sa! A questo punto penso che quasi tutti avrete capito e se non avete capito sarete curiosi di sapere chi sia questo personaggio che, sicuramente, passerà alla storia di Capracotta. Un segno lo ha lasciato e continua a lasciarlo, che gli altri lo vogliano o no, senza troppo rumore mediatico (oddio questo proprio no, ha un vocione che sveglia tutta Capracotta alle sei di mattina). È uno dei personaggi caratteristici di Capracotta: Cesìne re Sgammìne . Carla Falcone Fonte: C. Falcone, Il manutentore sognatore , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • Emigrati ma non dimenticati

    Molti capracottesi furono trapiantati dalle loro dimore a causa della II Guerra Mondiale. Conseguentemente, il destino portò alcuni molto lontani dal loro paese natio. La mia famiglia fu una di queste. Voglio innanzitutto ringraziare entrambi Enza, mia sorella maggiore, ed anche Carmine, il mio fratello maggiore, per le loro rimembranze dell'autunno del 1943 poiché io ero ancora bambino. Ecco, le memorie personali di famiglia che voglio condividere con voi... I Tedeschi presero Capracotta il 9 settembre del 1943. La confusione regnava in paese. Moltissime famiglie decisero di partire, specialmente quelle fortunate ad avere parenti o familiari che li accoglievano. I soldati tedeschi perlustrarono tutte le case in cerca di uomini per arrestarli. Mio padre e mio zio, grazie all'aiuto di una vedova vicina di casa, si nascosero in uno ripostiglio in soffitta al quale si accedeva tramite una botola segreta. Rimasero nascosti per più di due giorni e finalmente uscirono fuori alla partenza dei soldati. All'arrivo degli Inglesi (parte delle Forze Alleate) nella primavera del 1944, il paese si trovava in subbuglio. Tutti fummo informati dell'imminente inizio dei bombardamenti e nello stesso tempo esortati a tenerci pronti per l'evacuazione. Mio padre preparò la nostra famiglia per il trasporto nei camion delle Forze Alleate. Ci portarono a Campobasso, negli accampamenti a tende per un paio di giorni, poco tempo dopo fummo caricati negli sporchi treni di trasporto, senza sedili, stesi per terra durante tutto il viaggio. Durante questo periodo d'evacuazione mangiammo solamente pane duro e del formaggio. La nostra destinazione fu Campi Salentina in provincia di Lecce, nella Puglia. Vivevamo in un convento che serviva anche da ospizio ed eravamo in sette. Cinque fratelli e due sorelle. Mio padre trovò lavoro con i soldati americani. Portava a casa cibo americano e noi piccoli eravamo contenti. Le suore del convento ci volevano molto bene e gli anziani giocavano sempre con noi. Mamma e papà cominciarono a fare conoscenze. Sebbene contento del lavoro che faceva con le Forze Americane stazionate a Campi Salentina, il sogno di mio padre era sempre quello di riportare la sua famiglia a Capracotta. Quando la guerra finì prese la decisione di farlo. Nessuno di noi si poteva immaginare quello che vedemmo al ritorno in paese. Lo shock subentrò nel vedere la nostra casa diroccata. Vivemmo in queste condizioni per molti mesi. Nonostante tutto papà non perse mai il coraggio e con le sue proprie mani intagliava mobili, sedie e stoviglie usando i rami degli alberi, sempre intento a ricominciare una nuova vita. Purtroppo queste dure esperienze lo portarono a decidere di spostarsi e questa volta a Latina, nel 1950. Trovò lavoro in un caseificio. La famiglia era anche cresciuta, adesso eravamo in otto. I quattro maggiori iniziarono a lavorare in mestieri diversi, i piccoli frequentavano la scuola. Era la fine del 1956. Grazie alla cittadinanza americana di mia madre, avemmo l'opportunità di venire in cerca di una nuova vita in America. Ci sistemammo a Burlington, nello stato del New Jersey, nel luogo dove nel 1911 mamma, Elena Sozio, era nata. Qui in America, facendo uso dell'arte e mestieri imparati in patria iniziammo un nuovo capitolo di vita. Con la forza del lavoro e l'aiuto di Dio tutti ottenemmo successo. Malgrado i lunghi anni di separazione dal nostro paese ci sentiamo ancora oggi molto attaccati e vicini. Basta entrare nelle nostre case o posti di lavoro per ammirare le nostre fotografie ed artefatti che ci riconducono a Capracotta. Nonostante le migliaia di miglia che ci tengono lontano dalle nostre radici, le memorie del nostro paese di nascita rimarranno per sempre vive e strette nel cuore. Il mio paese Se proprio lì si nasce e lì si muore uno tutto questo non lo può capire, questo che tutti noi portiamo nel cuore da quando che siamo partiti da quel Paese. Ma solo se si pensa a queste belle antiche chiese, a queste case tante bombardate e messe a terra, sì quel '43 da quella guerra, a ripensare a quei prati alberi e pinete che lo circondano. E poi d'inverno è festoso lo stesso con un mantello bianco che lo copre, la neve che lenta cade a fiocconi e i giri degli uccelli cercano i bocconi. Mi sembra un sogno da quel dì lontano eppure quando ritornai quella mattina mi sembrava accogliermi con una orchestrina e piú che entravo dentro a quelle stradelle come una Mamma sembrava che mi abbracciasse ed io me ne andavo in armonia contento di rivedere Capracotta mia! Giuseppe Paglione Fonte: G. Paglione, Emigrati ma non dimenticati , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

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