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  • Ma perché in Molise c'è la montagna?

    Il Molise, si sa, è terra poco conosciuta. Tra le cose che mi sono sentita dire c'è anche: "ma perché, in Molise c'è il mare?". La cosa mi ha lasciata un po' perplessa perché, per quanto i chilometri di costa siano solo trentacinque comunque ci sono. E, tra l'altro, non sono affatto male. A questo punto una domanda è sorta spontanea: ma il resto del mondo sa che in Molise c'è anche la montagna? Forse con questo dubbio siamo più fortunati e il merito spetta a un paese a me molto caro, vale a dire Capracotta. Il piccolo comune molisano, il secondo più alto degli Appennini, è balzato alle cronache proprio questo mese a causa della nevicata da record che l'ha visto protagonista: 256 centimetri di neve caduti in appena diciotto ore. Una nevicata impressionante che batte il precedente record di 193 centimetri registrato nell'aprile del 1921 a Silver Lake, una località del Colorado, negli Stati Uniti. Le immagini di Capracotta sommersa dalla neve hanno fatto il giro del mondo, giungendo persino in un servizio della CNN. Il più delle volte, però, se si parla di Appennini in questa zona il pensiero va alla vicina Abruzzo, con le sue località rinomate come Roccaraso. Bene, sappiate che se, ad esempio, desiderate sciare lì, nella vostra ricerca di "alberghi e B&B Roccaraso" potrete includere anche un paesino molisano come Rocchetta al Volturno, che dista davvero poco dalla località sciistica abruzzese. La realtà è che in Molise la montagna è "di casa". Non solo non mancano i posti dove poter sciare (oltre a Capracotta c'è anche l'area di Campitello Matese) ma ci sono molti incantevoli paesini dove si può godere dell'aria pura di alta quota, del buon cibo e dell'assoluta tranquillità montanara. Ogni paese offre la semplice accoglienza della sua gente e alcune peculiarità. Basti pensare a Castel Del Giudice, piccolo paesino di 351 abitanti, tirato letteralmente a lucido e trasformato in un bellissimo albergo diffuso. Pensiamo anche a Pescopennataro dove si trova l'eremo di San Luca con la sua vista mozzafiato, a San Pietro Avellana che è la "patria del tartufo bianco" o a Pietrabbondante dove l'area archeologica - espressa principalmente con il Teatro Sannita - rappresenta la testimonianza del popolo dei Sanniti. Con la primavera poi, tutto è ancora più magico. Le tonalità dei colori sono più marcate e passare qualche giorno in montagna è un bel modo per ricaricare le energie dopo l'inverno. Insomma, io ve l'ho detto... che ne dite di fare un salto in Molise in primavera? Alessia Mendozzi Fonte: https://moli.se/ , 21 marzo 2015.

  • Capracotta paese del benessere

    Capracotta paese del benessere: aria, acqua e suolo certificati per l'alta qualità ambientale. Un esclusivo riconoscimento di eccellenza accompagnerà tutto il bello e il buono del territorio. Aria pura, acqua di sorgente, boschi odorosi, sentieri ritempranti, prati e pascoli incontaminati. E i pregiati prodotti del territorio: la stracciata lavorata a latte crudo, il caciocavallo e il prelibato macchione, la ricercata lenticchia ( miccola ), e le saporite carni ovine, i tartufi, i frutti del sottobosco. Se la Pezzata, lo stufato di pecora a re cuttùre , rappresenta il piatto tipico per eccellenza di Capracotta, che dagli anni '60 gli dedica una sagra ogni prima domenica di agosto sulla verde spianata di Prato Gentile, l'antica cucina pastorale del territorio rivive anche nella minestra di lenticchie alla montanara e nel più povero pappone: latte, patate (rigorosamente locali, pasta gialla, buccia rossa) e pane, bolliti insieme in un caldaio fino a consistenza cremosa, comfort food delle giornate rigide. E poi ci sono le erbe aromatiche, l'ortica in primis, che qui si consuma sottoforma di zuppa, risotto o frittata: piatti aromatici e dall'alto valore nutrizionale. Sapori di alta quota, rimasti inalterati nel tempo. Con la certificazione della purezza ambientale dell'altopiano di Capracotta, idea maturata dall'amministrazione comunale con il supporto scientifico di Università del Molise e Cnr di Napoli, e l'appoggio del Gal Alto Molise, prende forma il sogno per le comunità di montagna di essere protagoniste del proprio destino. E il centro altomolisano - il più alto dell'Appennino, 1.421 s.l.m. - diventa laboratorio a cielo aperto nella nuova strategia comunitaria per le aree interne. Il suo hub, il Giardino di Flora Appenninica, orto botanico tra i più alti d'Italia a 1.550 metri sul livello del mare, scrigno di biodiversità endemica dell'Appennino, luogo di educazione all'ambiente e di ricerca (in rete con l'Università La Sapienza). Un punto di partenza ideale per conoscere la natura del territorio altomolisano. A piedi, a cavallo, in moutain bike. E d'inverno sugli sci di fondo, lo sport di eccellenza a Capracotta: tracciati di diversa difficoltà si irraggiano a monte e a valle di Prato Gentile, il vasto pianoro a 1.580 metri di quota. Piste ad anello per 15 chilometri e scuola di sci di fondo sono da sempre un richiamo per tutto il centro Italia. Ma anche sci alpino con gli impianti di risalita su Monte Capraro, 1.730 metri sull'Appennino alto-sannita, in provincia di Isernia. Un adattamento che ha il sapore della sfida per i capracottesi, settecento anime residenti stabilmente, che arrivano a cinquemila nell'alta stagione estiva. Gente di montagna che ha modellato il proprio stile di vita sull'altitudine, imperturbabile ai cambi climatici repentini e spesso estremi. Un isolamento geografico antico, che con l'imminente certificazione di eccellenza può trasformare la marginalità in originalità, lo svantaggio in forza. Capracotta presidio della natura madre, culla dei fieri sanniti pentri insediatisi in epoca italica sulle sue alte praterie, sfidando bufere di neve e di vento. La vòria , come qui chiamano la bora che soffia anche d'estate, tanta l'altitudine e l'apertura alle correnti fra Tirreno e Adriatico. Conosciuta dal turismo del benessere come stazione climatica, Capracotta è prima ancora terreno di ricerca di studiosi dell'Italia antica. Proprio su questa porzione di Alto Sannio, nell'agro tra Capracotta e Agnone, è stata rinvenuta la Tavola Osca, uno fra i più importanti reperti linguistici dell'etnia italica (250 a.C.), attualmente conservata al British Museum di Londra. L'altitudine che diventa virtù, risorsa, ancora di salvezza, rifugio sicuro sul pianeta compromesso dai guasti ambientali. L'insediamento sperduto sui monti, modello di valorizzazione di molte vocazioni naturali. Con peculiarità proprie, un modello unico nel suo genere. Un progetto ambizioso e possibile, invocato da tempo e finalmente in dirittura d’arrivo. Nuovo valore aggiunto, redditività, sviluppo sostenibile. Capracotta Svizzera d'Italia; aria sottile, acque limpide, boschi di abeti soprani (l'abete bianco, estremo lascito dell'era quaternaria), natura primigenia dal campo alla tavola. Speranze, desideri, conferme. Lo racconta la vivacità del paese, i vari programmi ricreativi messi a punto da Giardino di Flora, pro loco e attivisti di "Vivere con cura", scuola ecologia e conviviale. E il turbinio di buongustai tra i vari caseifici, forni, tartuficoltori, presi letteralmente d'assalto nei giorni festivi. C'è aria di ottimismo, scommessa vinta, con il lancio del brand Capracotta paese del benessere. Una sinergia contagiosa, prevediamo, tanto è prorompente la progettualità. E palpabile il desiderio di crederci tra i giovani che hanno scelto di restare, o tornare dopo gli studi universitari, per dare futuro alla tradizione di famiglia. Mastri casari, affinatori di formaggio, cercatori di tartufi, coltivatori di grani e legumi tradizionali tra cui spiccano le pregiate lenticchie, le miccole di Capracotta, pronte per la raccolta proprio in questi giorni. «Ho detto no all'impiego a tempo indeterminato in una multinazionale per restare nel mio paese e portare avanti con passione l'azienda di famiglia, una libera scelta» racconta Luca Pallotta, fresco di laurea in economia e management, pronto a sostenere la già florida impresa familiare, eccellenza riconosciuta nella trasformazione del latte raccolto dalle proprie vacche (razza pezzata rossa e bruna alpina) e da pochissimi altri allevatori sul territorio. «Se vivi in montagna non puoi non amare le sfide» fa eco Luca Beniamino, trent'anni, produttore custode delle saporite miccole e di varietà locali di fagioli dai nomi poetici, strappati all'oblio: fiocco di neve, ciliegiotto, prugnarello, variopinto, cannellino rosa, tenebroso, colori d'autunno. Con il fratello Loreto, Luca porta avanti l'attività di famiglia e progetta un nuovo e più grande laboratorio di trasformazione, fantasia e know how non gli mancano certo, tanto meno la convinzione. «Pioggia, vento, grandine, basta poco e una stagione di duro lavoro è cancellata. Ma è proprio questo a dare pregio ed eccellenza ai prodotti, microclima e sapore della sfida», ripete. Gli addetti allo studio hanno in programma: mappatura dei pascoli, studio di qualità dei boschi (ricchi di agrifoglio e tasso, importantissimi indicatori di qualità ambientale) nell'ottica dei cambiamenti climatici, percorsi di benessere per tutti. Perché la qualità dell'ambiente esercita nel tempo una pressione sui nostri geni. Ci modifica geneticamente in positivo o in negativo, dipende dall'equilibrio, o disequilibrio, tra ambiente, alimentazione e stile di vita. E a Capracotta il triangolo della vita è perfettamente isoscele, in equilibrio, osservano gli scienziati: «Il risultato è il nostro benessere». Dunque, geolocalizzazione degli ovini e bovini al pascolo. Servirà a scoprire di quali essenze si nutrono, quali erbe e fiori danno sapore ineguagliabile, e variabile con le stagioni, ai formaggi ottenuti da quel latte. E solo quello, lavorato a crudo, nell'arco delle 24 ore dalla raccolta. Tradizione al passo con i tempi. Benessere animale. Consapevolezza di avere a disposizione materie prime straordinarie, latte e carni con omega 3 e omega 6 in rapporto ideale. In buona sostanza, gli alti verdi pascoli di Capracotta sono il ricercato valore aggiunto che va ben oltre la più comune certificazione di bio. Grazie alla straordinarietà di tutte le condizioni: microclima, integrità ambientale, assenza di inquinanti, cibo più sano, ritmi a misura d'uomo, idea del bene comune. Che messo a sistema, sottolineano gli esperti, conta più della semplice sommatoria. Una concomitanza di fattori positivi difficile, se non impossibile, da ritrovare. Jolanda Ferrara Fonte: http://www.typi.it/ , 24 agosto 2018.

  • L'esodo da Capracotta bombardata

    Tutto ebbe inizio, o meglio... tutto ebbe fine, quando il dramma cominciò ad accrescere con il frastuono delle porte che sbattevano delle poche case ormai abbandonate e vuote, il rumore incessante delle sirene e delle camionette anglo-americane alleate che esortavano ed obbligavano il popolo capracottese, in preda al panico, ad andarsene per trovare un posto sicuro dove rifugiarsi - uomini, donne, bambini compresi - per scampare a quella guerra che stava strappando loro tutto ciò che avevano costruito, tutto ciò di cui non avrebbero fatto più a meno e che avrebbero rimpianto. «Molti di loro – racconta ancora Antonio Di Nucci – si incamminarono per la strada per Agnone, cercando qualcuno che li accogliesse e molti addirittura rimasero vittime delle mine o di altri incidenti di guerra: ricordo che un musicista perse la vista ma riuscì comunque a vivere la propria vita insegnando e scrivendo libri, fino a morire all'età di 82 anni. Molti altri persero l'uso di entrambi i piedi, come il nonno di un mio compagno». Il paese, non più difendibile, era oramai vuoto poiché i capracottesi cominciarono velocemente ad allontanarsi: ci fu chi scelse un luogo vicino, Agnone, per l'appunto, e chi decise di spostarsi, attraverso un percorso molto più lungo, per arrivare nelle Puglie, precisamente a Brindisi. «Antonio con un cavallo e una decina di persone della sua famiglia si rifugia ad Agnone, e, particolare non da poco, porta con se un po' di quella carne di maiale che aveva salvato dalla requisizione dei tedeschi, quell'inverno fu durissimo con tanta neve e poco cibo. Rimasero ad Agnone dal dicembre 1943 al marzo del 1944, quattro mesi terribili poi il tuono dei cannoni si affievolì ed il Comando inglese consentì ai più giovani e alle famiglie che avevano le case ancora in piedi di fare ritorno in paese» ,  come è testimoniato da Roberto Geminiani nel racconto "La guerra di Antonio", narrante la vicenda di Antonio Dell'Armi, caporal maggiore del primo reggimento dei bersaglieri, classe 1915. Furono tanti i luoghi dove gli sfollati cercarono riparo, dove riuscirono a ritrovare un po' di conforto, un briciolo di tranquillità che per troppo tempo si era assentata dal loro animo. Una volta riconquistato l'intero territorio dalle truppe alleate: «Il sei dicembre – scrive Corrado D'Andrea – ci fu l'ordine inglese di sgombrare il paese: "Tutti quelli che non sono considerati necessari dal comando alleato si debbono preparare per partire subito". I carabinieri da poco rientrati in servizio giravano di casa in casa per convincere tutti ad andare via. L'otto dicembre lo sfollamento era quasi completo. Una parte di capracottesi si rifugiò nella vicina Agnone. La maggior parte venne trasportata su camion nelle Puglie... A Capracotta intanto erano restate sol settentacinque persone che potevano girare per il paese con un speciale permesso». Ma, prima di ciò, intere famiglie si trovarono a vagare incessantemente, a camminare per chilometri e chilometri, al freddo e al gelo, con poche riserve di cibo e tanta stanchezza, costretti addirittura a dormire in posti angusti e spiacevoli dove più che riposare accrescevano la loro tristezza e la nostalgia di casa. «I nostri profughi – precisa nelle sue memorie Ugo Mosca – furono accolti di solito affettuosamente dalle popolazioni dei paesi vicini, anche se con le inevitabili difficoltà del condividere insieme tante miserie; ma quelli che andarono in Puglia... vissero per tutto l’inverno tra grandi disagi». Soprattutto i primi giorni dell’esodo furono i più difficili, perché in un certo senso ognuno doveva pensare per sé. «All'epoca – ci racconta Bianca Santilli, classe 1935, nella sua drammatica testimonianza – avevo appena 8 anni, la prima casa che vidi distrutta fu proprio la mia. Con la mia famiglia, genitori e fratelli, partimmo per cercare un primo rifugio a Staffoli. Ricordo che mi misero nello zaino di Michelone, l'operaio fidato di mio padre, e mentre lui camminava io guardavo incantata i colori del paesaggio intorno. Passammo alcune notti nel silos, ed era tremendo. In una di queste notti, sentimmo un tonfo molto forte e per lo spavento caddi su cinque maiali terrorizzata all'idea che potessero mangiarmi. Sentimmo l'esigenza di partire per Agnone, pur essendo a piedi nudi: le stoffe della mamma non bastavano per tutti. Attraverso  i tratturi, arrivammo alle masserie prima di Agnone, ma nessuno ci aprì. Una volta giunti al paese non fummo presi in considerazione da nessuno. Fortunatamente avevo una zia in Agnone, la signora Chiarina Quaranta, la quale ci ospitò; mi piaceva stare a casa sua, avevo già all'epoca una passione innata per la pittura, e ricordo che restavo a fissare un quadro ottocentesco per ore e ore». E ancora... «La strada che condusse ad Agnone fu colma di sofferenze – ricorda invece Luisa De Renzis – perché molti uomini, oltre ai beni perduti, sembravano avere perso anche la speranza di poter continuare a guardare oltre l'orizzonte; in molti si sentirono incapaci di rimirare le nuove albe dai colori rosati ed i tramonti dalle sfumature cangianti, come se la dolorosa esperienza bellica avesse sbiadito i toni dell’iride e tutto prendeva la configurazione di un film muto, in bianco e nero: niente più voci, niente più colori!». In effetti molti agnonesi si ritrovarono ad accogliere i capracottesi; in svariati modi diedero loro quello che avevano, condivisero la casa, il cibo e qualche parola di conforto, seppur oltre le loro possibilità, anche economiche, rischiando di mettere in crisi quello che era un paese fiorente e abbastanza sviluppato rispetto ai  limitrofi. «Quando partirono da Capracotta ed entrarono ad Agnone – racconta Rosa Angelaccio D'Aloise, classe 1934 – arrivando naturalmente a piedi, i "grandi" mandarono avanti i bambini perché loro avevano "paura". Entrarono dalla porta vicino Sant'Antonillo; la prima sera dormirono a casa di una zia e poi fittarono casa. Si fermarono da metà novembre fino alla metà di marzo, quando tornarono a Capracotta sempre a piedi passando però per Staffoli. Soffrirono molto il freddo, nella stessa casa c'erano più famiglie, ogni famiglia dormiva tutta insieme in un’unica stanza». Secondo chi invece si trovava ad Agnone, come Paride Bonavolta – agnonese di antiche origini capracottesi –  entriamo nell'ottica di coloro che i fatti li hanno vissuti e visti accadere sotto i loro occhi, proprio nel ruolo di quelli che avevano offerto aiuto e alloggio: «Per mia esperienza diretta dei fatti, essendo in Agnone, ricordo che si temeva che anche la nostra città sarebbe stata distrutta dai tedeschi che già avevano approntato l'occorrente. Proprio per questo nella mia famiglia, alla quale peraltro era stata requisita la casa di campagna, si era predisposto un piano di rapida evacuazione. Quando nella notte sentimmo saltare i ponti e la ferrovia tememmo che la distruzione sarebbe proseguita con il paese. Ma quei boati notturni segnarono invece una imprevista evacuazione tedesca dal paese. Per gli esuli capracottesi, posti di fronte a scelte alternative, Agnone, tanto nel novembre con la minaccia di estensione della "terra bruciata", che successivamente nel dicembre del '43, con il fronte non lontano, avrebbe rappresentato  un rifugio più precario rispetto a quello previsto e pianificato nel dicembre nella parte "liberata" del Paese». Tutto questo costituì un intero anno di caos, caratterizzando così il drammatico Exodus degli sfollati capracottesi, ovvero il periodo che si protrasse fino al 1944 quando come sostiene Corrado D'Andrea nel suo racconto: «a febbraio gli sfollati cominciarono a rientrare a Capracotta, e a maggio gli angloamericani lasciarono completamente il paese». Francesco Paolo Tanzj Fonte: F. P. Tanzj, La storia che ci unisce , S. Giorgio, Agnone 2015.

  • Vittime del lavoro

    Mercoledì scorso, alle ore 7:12 a.m. nelle case operaie in costruzione della Società Edilizia, crollò una volta che sosteneva la scala interna d'uno dei quartieri. Rimasero vittima del disastro due operai: Crema Nicola di anni 12 da Termoli e Ciccorelli Francesco di anni 40 nativo di Capracotta; e furono poi ricoverati all'ospedale Civico tre altri operai feriti: d'Abramo Giovanni d'anni 13, Salerni Gaetano di anni 30 e Monaco Martire ventenne. L'autorità giudiziaria ha spiccato mandato di cattura contro l'intraprenditore dei lavori e l'ingegnere direttore; ha ordinato la sospensione dei lavori ed ha incaricato l'ufficio del Genio Civile di procedere ad una severa inchiesta tecnica. È già la seconda o terza volta che abbiamo a deplorare in queste nuove costruzioni simili danni; e sebbene avessimo molti apprezzamenti da fare sui fatti occorsi, sospendiamo sul momento ogni nostro giudizio per non pregiudicare quello che sarà per emettere l'ufficio del Genio Civile. Promettiamo però d'occuparcene a tempo debito. Amanzio Zobel Fonte: A. Zobel, Vittime del lavoro , in «L'Ape», I:2, Foggia, 5 giugno 1887.

  • I miei nonni

    I miei nonni, Filippo Di Tella e Domenico Di Nucci, erano due personalità in antitesi. Il primo, classe 1896, era reduce dalla Grande Guerra, con tre anni trascorsi sul Carso, addetto al traporto di vettovaglie, di armamenti e muli, da sollevare con speciali carrucole sulle postazioni di controllo collocate dai 2.000 metri in su. Tornò dalla guerra pelle e ossa e lo Stato, nel 1970, lo premiò con l'onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, una modesta pensioncina e tre medaglie, una per ogni anno passato nelle trincee in compagnia del caldo e del freddo, degli scarafaggi e di chissà cos'altro. Ma ogni medaglia valeva soprattutto per quei 10 chili di peso persi ogni anno! Era restio a parlare della sua guerra per il semplice motivo che ne aveva passate di tutti i colori e che aveva perso ben 65 amici capracottesi in quella assurda tragedia. L'altro nonno, classe 1906, all'età di 13 anni si imbarcò per l'America e ritornò dopo cinque anni con un elevato bagaglio culturale e di esperienze acquisite sul campo: sapeva leggere, scrivere, fare iniezioni, legger l'orologio ecc. Era un apicoltore, e con le api ci parlava, ma gli animali da soma che preferiva erano gli asini perché li considerava più intelligenti. Nonno Domenico era una persona colta ed eclettica e, forse, era un uomo tenace fuori dal suo tempo, in un luogo in cui purtroppo regnavano alti tassi di analfabetismo. Durante la notte tra il 10 e l'11 settembre 1943 entrambi i miei nonni parteciparono, coi carabinieri di Capracotta e un gruppo di Guastra , al totale sgombero dell'armeria ubicata nel Tiro a Segno di Capracotta, allora utilizzato come poligono per i militari dell'Esercito Italiano. Lo stesso gruppo si adoperò, tra settembre e ottobre dello stesso anno, a spostare i prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, ma questi sono racconti di cui parlerò un'altra volta, quando tratterò i 60 giorni di occupazione nazista nelle contrade di Guastra e Macchia, episodi che lasciarono il segno nella vita sociale di Capracotta e in tutti i coloni delle due frazioni. Filippo Di Tella

  • Storia di un corpo

    Vorrei fare un esperimento, potreste provarci anche voi: raccontare tre cose di me, dal punto di vista "del corpo". La prima che mi viene in mente è che ho una cicatrice sul sopracciglio destro, proprio parallela all'arcata, rosea come una smagliatura; ci sarebbero voluti dei punti ma la guardia medica di Capracotta, piccolo paese di montagna di cui è originaria mia madre, non aveva filo di sutura, e il solerte medico optò per una farfalla, con mio grandissimo sollievo. Me la sono fatta nel tentativo di impilare delle sedie nel magazzino del bar in cui lavoravo, senza curarmi del fatto che su di esse era posizionata una gigantesca cassa audio che, ovviamente, mi è precipitata dritta in faccia. Voi avete idea di quanto sangue fuoriesca da una ferita di questo genere? La risposta è "troppo". Da qui la seconda cosa, non si sviene perché ti esce molto sangue, certo a meno che non si tratti di una grossa perdita, si sviene perché persone attorno a te decidono sia il caso di farti notare "quanto sangue stai perdendo". Ecco, lì arriva lo svenimento da panico. Come in occasione di un'altra cicatrice, dito medio mano destra, che mi sono procurata cadendo con una bottiglia vuota in mano nel ristorante in cui facevo la cameriera, stessa scena: sangue, niente punti, coraggio non è nulla, svenimento per via delle considerazioni dell'idiota di turno. Risultato: il medio non si piega più. L'ultima cosa che vi racconterò è che non sopporto il dolore, abuso spesso di antidolorifici, la mia soglia di sopportazione è inesistente. Sono goffa, non mi spaventa il sangue ma l'idea di perderne molto, non ci penso da sola ma solo se me lo fanno notare, mia madre è di un paesino di mille anime, mi ferisco sempre a destra etc, etc. Tutte queste cose le racconta il mio corpo, come se interrogandolo, esaminandolo, studiandolo con attenzione potesse rivelare tutto ciò che è stato nella mia vita, chi sono e come sono, perché lui cambia e io con lui, anche se, a furia di non prestargli attenzione, spesse volte riconoscersi diventa difficile. L'odierna società, lungi dal fare del corpo un tempio, ne impone l'esposizione senza conoscenza, come se convenisse mostrare le natiche ma non interrogarsi sui propri odori e sapori. Viviamo in perenne contraddizione, tra l'idea che riflettere sulla carne sia immorale e superficiale, ma non tralasciando poi mai però di fare del nostro corpo una macelleria, ricordandoci di lui solo per offrirlo ad altri o quando è malato, nel mentre il nulla. E se la sede dell'anima negli uomini fosse nei "testicoli"? si chiede il protagonista di "Storia di un corpo" di Pennac. Dopotutto gli avvizziscono quando un ciclista fa un volo pauroso davanti a lui, o quando sua moglie Mona si avvicina troppo ad un parapetto. La trama è una vita, tutto qui. Quella vita è raccontata in un diario che non è intimo ma nemmeno scientifico, è il racconto delle scoperte, degli interrogativi, della storia di un corpo e dei corpi che gli stanno intorno. Diario che è un lascito strano alla figlia Lison. Eppure le mestruazioni raccontano l'universo femminile e quello maschile affascinato e impaurito dall'oscuro sortilegio che vede le donne rigenerarsi in una perdita; l'ansia che è una stretta, un cattivo sapore, una mancanza d'energia, condiziona giorni e incontri; l'esile corpo del bambino che il protagonista fu è il suo tentativo di essere un fantasma per essere più vicino al padre morente e più lontano dalla madre imperiosa e anaffettiva. Il diario del corpo racconta più di quel che farebbe un diario di segreti, racconta la verità perché una ruga, un callo, un setto nasale tormentato dai polipi sono reali e tangibili e non in contraddizione con le emozioni. In questa prova letteraria, di nuovo in forma diaristica, Pennac si cimenta in un tentativo di ridare sostanza vitale, soffio di vita, alla carne, alle ossa al sangue, gli dà voce e loro parlano attraverso il protagonista, più che lui attraverso loro. Il linguaggio ironico e realistico consente una immedesimazione totale, ancor più di quel che potrebbe una storia d'amore. Chi non ha mai amato? Tutti, certo, ognuno a modo suo. Ma cosa c'è di più universale d'uno starnuto o d'uno sbadiglio. Ho avuto la fortuna di assistere a teatro ad una lettura del signor Pennac di alcuni brani tratti da questo romanzo e, sebbene nulla a parte le sue labbra si muovesse, l'ho visto vivere, essere, esistere. Ho riso e mi sono commossa, al punto che la gola mi si è serrata e, visto che non ho i testicoli, forse è lì, sotto la trachea, che ho l'anima. Marina Vitale Fonte: https://www.letteratu.it/ , 7 gennaio 2013.

  • Il fazzoletto di seta

    Quante volte noi nipoti, ben lontani da certe realtà, siamo rimasti affascinati ad ascoltare le tue storie, i tuoi racconti, le tue vicissitudini... la tua vita. Con ancora tanta commozione e lucidità sai perfettamente descrivere, nel tuo dialetto così prezioso, quei tragici momenti della tua giovinezza. Ho cercato così di trasmettere, attraverso le tue parole, a chi leggerà, le stesse emozioni che tu, cara nonna Rosa, hai suscitato in noi. – In quel novembre del 1943 cominciò per Capracotta un terribile calvario e tutto rimarrà indelebile nella mia memoria. Il paese era in balia delle truppe tedesche che dopo l'Armistizio, incalzati dagli Alleati ormai giunti tra Carovilli e Staffoli, si preparavano a lasciare terra bruciata tutt'intorno. Proprio in quei giorni (precisamente il 4 novembre) una tremenda ferita sconvolse ancora di più i nostri animi già turbati. Direttamente dal balcone di casa mia avevo assistito attonita al passaggio di quella camionetta che così velocemente conduceva i fratelli Fiadino per l'ultima volta sott'a re Mónte . Disperazione, lacrime, lutti, paura, angoscia, terrore, smarrimento. Sento ancora la voce del banditore Gildonio che, su ordine del comando militare tedesco, annunciava per le strade: «Si avvertono i cittadini che il paese sarà distrutto. Gli uomini si devono radunare nella piazza municipale e le donne e i bambini dovranno recarsi nelle chiese e al cimitero». Bisognava sgomberare immediatamente le case perché in breve tempo sarebbero state distrutte. Iniziò così una lunga e dolorosa sfilata di donne, bambini e anziani; mentre tutti gli uomini validi, tra i quali anche mio padre, si tenevano nascosti per evitare di essere rastrellati e costretti a scavare bunker lungo la linea Gustav oltre il fiume Sangro. Si sarebbe voluto salvare qualcosa, almeno l'indispensabile, ma non c'era stato il tempo. Fuori già si sentivano quelle fortissime esplosioni delle prime case fatte saltare in aria. Solo chi ha vissuto quei terribili momenti può capire cosa abbiamo provato: freddo, aria irrespirabile, chi dormiva nei loculi, i vivi con i morti, si attaccavano le carni delle pecore alle Croci, voci, lamenti, preghiere... Quella mattina nevicava, un cielo grigio ed un freddo gelido ci avvolgevano. Mia madre, preoccupata di aver lasciato tutto all'improvviso, mi chiese di accompagnarla a 'rcercà la casa per provare a recuperare i nostri pochi oggetti di valore e qualche provvista nascosta. Io, sedicenne impaurita, non esitai e ci incamminammo rapidamente verso casa. Le strade erano deserte, si intravedeva ogni tanto qualche altra donna temeraria che in tutta fretta tornava verso il cimitero con quello che era riuscita a trovare. Da lontano solo boati e l'odore di quel fumo, presagio di una distruzione imminente. Davanti casa io e mia madre ringraziammo la Madonna de Lurìte nel vederla ancora in piedi. Entrammo e un irreale silenzio regnava laddove fino a qualche giorno prima un viavai di persone veniva al negozio di mio padre ad acquistare vino e altri generi alimentari. Restammo titubanti per qualche secondo e, nonostante l'ansia di poter essere scoperte e di non sapere che cosa poteva capitarci, con il cuore in gola salimmo le scale dirigendoci verso la camera da letto. Insieme, con tutte le nostre forze, spostammo l'armadio dietro il quale era nascosto dell'oro, tra cui dei gioielli etiopi che erano stati regalati dal compare Agostino Conti. Non potevo andar via senza quel "fazzoletto" di seta che mi aveva regalato il mio fidanzato e che poi sarebbe diventato mio marito... Avevamo appena preparato un maccatùre de róbba quando udimmo dei passi dalle scale. Apparvero sulla porta tre tedeschi con asce e fucili. Rimanemmo senza fiato. Uno di loro parlava italiano, probabilmente altoatesino, ci chiese che cosa stavamo facendo lì e ci intimò di allontanarci subito senza portare null'altro. Nella mia ingenuità, in quel momento pensavo solo al mio fazzoletto, che continuavo a cercare con lo sguardo tutt'intorno. Lo vidi per terra, sotto il tavolo e dissi a bassa voce: – Mó me z'ena tòlle pure re fazzulètte de seta! Un soldato improvvisamente lo raccolse e me lo diede dicendomi: – No signorina. Ecco il foulard. Io lo presi e rimasi immobile in quell'atmosfera di terrore incredula per quell'atto di umanità inaspettato. Mia madre lasciò il maccatùre e mi prese la mano per scappare via. Quel soldato, facendosi da parte, ci salutò con un sorriso. L'immagine di quel giovane in divisa, che con un semplice gesto mi aveva restituito un dono d'amore, mi ha sempre accompagnato in quel triste periodo della mia adolescenza regalandomi la speranza che prima o poi tutto sarebbe finito. Finalmente, dopo nove giorni e nove notti, potemmo lasciare il cimitero. Capracotta era libera, ma in buona parte distrutta! Terrorizzati dal pensiero di ritrovare solo un cumulo di macerie ci mettemmo in cammino verso casa. Arrivati in via Nicola Mosca tirammo un sospiro di sollievo: la nostra casa era lì! Ma solo dopo aver aperto il portone dovemmo tristemente constatare che all'interno tutto era stato bruciato. L'unica cosa risparmiata dal fuoco fu un'immagine di sant'Antonio che i miei genitori tenevano sul camino in quella che una volta era la cucina. Il dolore fu immenso. Avevamo perso tutto, ma eravamo pronti a ricominciare. Anna Maria Caraccio Fonte: A. M. Caraccio, Il fazzoletto di seta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Capracotta: la popolazione sa far da sé

    Ill.mo Signor Direttore del "Popolo del Molise". Ho letto con ritardo l’articolo dell'Avv. Ruggieri "Qui i leoni", e non posso che plaudire a ciò ch'egli ha scritto. Vorrei far rilevare un interessantissimo particolare. Nei paesi distrutti e danneggiati dalla furia bellica, dovunque, in Italia, il Genio Civile è in attività costruttiva. Al di là del Sangro, nei paesi viciniori delle Provincie di Aquila e di Chieti, si va di corsa. A S. Pietro Avellana un ingegnere del Genio Civile sorveglia ben 14 lavori! A Capracotta, dove, data l'altitudine, si dovrebbe far qualche cosa in fretta, perché i muratori possono lavorare solo da maggio alla fine di settembre, non c'è un lavoro, uno solo, che il Genio Civile faccia eseguire! I ¾ del paese sono già stati ricostruiti, per virtù della nostra attivissima popolazione. La quale perciò è finanziariamente stremata: la miseria impera, essendo stata pietrificata ogni risorsa. Il Genio Civile di Campobasso ha sempre dichiarato che tale mirabile sforzo era degno di particolare considerazione, e che le questioni di Capracotta sarebbero state sempre trattate con particolare benevolenza. Dio ci liberi da tali particolarità! Perché questa considerazione e questa benevolenza si traducono così: se la popolazione sa far da sé, faccia pure! Noi, pensiamo ad altro! Ringraziando, con i più distinti saluti. Capracotta, 25 giugno 1947. Gennaro Carnevale Fonte: G. Carnevale, Capracotta , in «Il Popolo del Molise», I:17, Campobasso, 25 luglio 1947.

  • La presenza di una Donna da sempre in mezzo a noi

    Se si aprisse il cuore di un capracottese vi si troverebbe inciso un nome: "Madonna di Loreto", con le lettere dell'alfabeto dell'amore. Incancellabili proprio come è incancellabile l'amore. La Madonna di Loreto la portiamo dentro di noi come la realtà più amata e più amabile; come una notizia meravigliosa che stiamo per rivelare e ci sorridono gli occhi. Anzi, ci sfavillano come vi si riflettessero tutte le stelle del firmamento. La sentiamo nostra "conterranea", nata in mezzo a noi, iscritta alla nostra anagrafe. Ma la sentiamo soprattutto come la nostra "contemporanea". Porta i suoi anni con la leggerezza di una piuma. Essa va, come incontro ai secoli, li ringiovanisce; li fa perfino innamorare. Forse, siamo noi che dobbiamo essere suoi contemporanei. In principio, c'era la Madre. Come a dire: « C'era la vita » . E alla fine? Ammesso che possa esserci una fine e non un fine, beh - alla fine - ci sarà ancora e sempre la Madre. Ci affascina e ci seduce il suo "giovane splendore". Quando mi incammino verso il suo Santuario lì, in mezzo ai pini odorosi e il vento soffia tra i loro rami come se fossero canne d'organo e ne trae sublimi accordi con la sinfonia del Creato, la saluto da lontano come « la creatura più giovane del genere umano » . È la "protettrice dei viaggi" la Madonna di Loreto. Una viaggiatrice e pellegrina anch'essa. Da sempre amo invocarla con la stessa parola dei cristiani d'Oriente: odigitria, colei che "addita la via". Ma è anche la donna del primo passo. I suoi spostamenti sono tutti segnati nel Vangelo di Luca e sono tutti in salita: verso la "pietrosa" Betlemme; verso Hain Karin, lì, tra le aspre giogaie dei monti di Giuda; verso Gerusalemme, la città posta sull'altura di Sion; verso il Calvario, il monte della "sfigurazione" del suo Figlio e verso il Rabor, il monte della "rara" sfigurazione. Sulla sua agenda di viaggio è annotato l'"espatrio clandestino" in terra d'Egitto e ritorno in Palestina, con il "foglio di via" rilasciato dall'Angelo del Signore: « Và, torna nella terra dei tuoi padri perché è morto il re, che attentava alla vita del Bambino » . La Madonna di Loreto? Una itinerante. E chi dopo di Lei è più itinerante di un capracottese? A lui essa addita la via per le "partenze dolorose" e indica la via per i sospirati ritorni. Itineranti per vocazione prima e per necessità poi lungo tutte le strade del mondo, i figli di Capracotta portano sempre nella loro valigia il "lievito amaro" della nostalgia. Nostalgia delle radici! Le radici e le fondamenta sono la stessa cosa. Servono a rendere stabili la casa e l'albero, quando la voria soffia con rabbiosa violenza. Una tradizione rabbinica racconta di un gruppo di giovani che chiedono ad un anziano rabbino: – Quando ha avuto inizio l'esilio degli ebrei? E il rabbino risponde: – Quando Israele non ebbe più a soffrire del fatto di essere in esilio. È vero, l'esilio comincia non quando si lascia la patria ma quando nel cuore non c'è più la struggente nostalgia della patria lontana; quando ci si adagia nella piattezza di una vita senza fremiti, senza l'attesa di un ritorno, senza neppure il sobbalzo di un ricordo. Ma chi non ricorda è condannato a non vivere. A un capracottese basta richiamare all'orecchio il tinnulo suono di una delle campane per ridestare nel cuore il ricordo del suo paese con le sue piazze, i suoi vicoli, le sue chiese e, in modo più vibrante, quella della Madonna di Loreto. Fu costruito a spese dei pastori, uomini con il cuore fatto buono dal guardare le stelle e con gli occhi fatti miti dalla viva lana di pecore erranti. Era il 1700, il secolo in cui Capracotta traeva dalla pastorizia il suo maggiore incremento economico e segnò il suo boom demografico. Faceva ormai fatica a rimanere "entro la cerchia delle antiche mura". La civiltà della pastorizia stimolò una gran voglia di vivere e l'apertura alla speranza, che fidanza un popolo con il suo futuro. I pastori dotarono la "loro" Chiesa di una ingente ricchezza: 15.577 capi di ovini. Era l'anno 1794 quando fu iscritta nei registri della Dogana di Foggia (da cui dipendeva, in quel tempo, il Molise) con una connotazione del tutto atipica sul piano amministrativo: "azienda armentizia". La chiesa "Madonna di Loreto" promossa cooperativa di mutuo soccorso fino a svolgere attività creditizie. « L'Europa – al dire di Goethe – nacque durante un pellegrinaggio e il Cristianesimo fu la sua lingua materna » . E il nostro Molise? È nato durante la transumanza ( trans humus = passare da una terra all'altra). Un pellegrinaggio sui generis anch'esso, sostenuto da una presenza materna, che rende sicuro il cammino e certa la meta, lungo l' iter tractorium , designato e tracciato sulle curve delle colline, sulla sinuosità delle vallate, sempre vicino ai corsi d'acqua. Ha cento metri di larghezza il tratturo. Molto più di una autostrada. Vi transitavano in media 3 milioni di ovini. Come non ricordare D'Annunzio nella lirica dedicata ai pastori? « E vanno per il tratturo / antico al piano / quasi per un erbal fiume silente / su le vestigia degli antichi padri » . Andavano i nostri pastori, sorretti da un'incrollabile fede in colei che "addita la via". La fede insegna ad aver coraggio, insegna a vivere non a sopravvivere. I piedi eran ben piantati sulla terra ma gli occhi erano rivolti verso l'alto, miravano il cielo. La Madonna di Loreto ha dimestichezza con il cielo, non è senza motivo che Benedetto XV l'abbia proclamata Patrona degli aviatori. L'astronauta McDivitt volle portare con sé, in volo verso la luna con la sua navicella spaziale, l'immagine della Madonna di Loreto. La volle nella carlinga del suo aereo l'aviatore americano Lindberg nella prima trasvolata da New York a Bourget, in Francia, nel 1927: 33 ore e 39 minuti. Si racconta che la casa della Madonna di Loreto fu portata di peso da Nazareth a Loreto da un nugolo di angeli, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294. Lì a Nazareth fu smontata pezzo dopo pezzo e lì, sulla collina di Loreto, fu rimontata con diligente cura. "Angeli" erano stati chiamati i Crociati e i Francescani perché erano i "custodi della terra" di Gesù. Santi crociati marchigiani gli angeli trasportatori della Santa Casa. La Madonna, venendo in Italia ( ad italicos suos , come amabilmente si sarebbe espressa, secondo una accreditata tradizione) è come se avesse trasportato un pezzo della sua terra in Italia. Poi venne Lourdes, venne Fatima. Ma Loreto resta il "più italiano" tra gli altri mille e cinquecento santuari mariani che costellano, come punti luce, la nostra Penisola. Tra questi santuari c'è anche il nostro, piccolo nelle sue dimensioni ma tra i più elevati con la sua quota di altitudine: 1.421 metri. È lì che batte il cuore di ogni capracottese. Madonna di Loreto siamo fieri di Te noi montanari; razza di aquile giammai suddita. E siamo fieri della nostra libertà. Lasciaci dire che ci stupisce questa tua presenza vigile e premurosa in mezzo a noi. E ci stupisce ancora di più questo Tuo durare nel tempo e questo nostro attaccarci a Lei come un groviglio di funi delle nostre ansie, delle nostre pene, dei nostri drammi. E andiamo interrogando perché mai solo davanti a lei ci accogliamo tutti in un comune senso di fratellanza, senza più discriminarci tra buoni e cattivi, tra colti ed ignoranti, tra poveri e ricchi. È in questo il tuo mistero profondo di Donna, di Madre. Infinitamente giovane perché infinitamente Madre. Infinitamente celeste perché infinitamente terrestre. Michelino Di Lorenzo Fonte: M. Di Lorenzo, La presenza di una Donna da sempre in mezzo a noi , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Il principe scoreggione

    Il 16 dicembre 1943 il Primo Raggruppamento Motorizzato Italiano, di cui ne ero il Cappellano Militare, in concorso con la fanteria statunitense, aveva conquistato il Monte Lungo sulla strada per Cassino, e si era attestato a difenderlo da una controffensiva nemica. Saputo del buon risultato ottenuto sul campo di battaglia da un reparto militare italiano Sua Altezza Umberto di Savoia, che era nei paraggi, volle complimentarsi con loro e lo fece salendo sulla collina accompagnato da un Generale suo aiutante di campo. Intanto si era fatto buio e l'eco delle cannonate arrivava sino a noi. Sua Altezza preferì pernottare nell'Ospedale da Campo allestito ai piedi della collina in una tenda dove alloggiavamo io ed il Maggiore Medico Comandante dell'Ospedale da campo, divisa all'interno da un telo che teneva separate alla vista le due brande. Trasferii la mia branda accanto a quella del Maggiore e feci sistemare altre due brande con i relativi pagliericci in quella parte della tenda sulle quali presero posto il Principe ed il suo aiutante. Durante la notte io ed il Maggiore fummo svegliati da una sonorosissima scorreggia proveniente dall'altra parte della tenda che fece più rumore delle cannonate sparate nelle vicinanze. La mattina seguente Sua Altezza e il Generale si accomiatarono da noi dopo averci ringraziato per l'ospitalità e se ne andarono, ma né io e né il Maggiore sapemmo mai se quella notte, quella sonorosissima scorreggia fuoruscì da un culo generalizio oppure da un culo principesco, reale ed imperiale. Costantino Carnevale Fonte: E. Benvenuto, Il barbiere Mast'Attilio , Foggia 1999.

  • Una famiglia di affinatori

    A Capracotta, nel Molise Altissimo, in una terra di freddo pungente e di neve, di pascoli incontaminati e di economia pastorale, troviamo una famiglia che da molti anni "alleva" formaggi e non solo. Sebastiano Trotta, il capostipite, non nasce "stagionatore" ma in qualche modo lo diventa da che, partito come tanti capracottesi alla volta di Roma ed entrato in crisi il sistema sartoriale - Sebastiano faceva infatti il sarto - non prende la via dell'estero come tanti suoi compaesani, ma fa ritorno a Capracotta dove rileva dalla zia e rinnova una piccola bottega con l'insegna "Vino & Olio". Di qui ha origine la sua storia di commerciante di alimentari e di pregiati prodotti locali. Sebastiano comincia in piccolo a "custodire" per pochi clienti affezionati qualche caciocavallo. Il formaggio fresco, uscito esclusivamente dai laboratori locali, veniva riposto in un locale asciutto e areato e riconsegnato al cliente bello stagionato e pronto per essere consumato in tutta la sua consistenza e fragranza. E così di caciocavallo in caciocavallo, di pecorino in pecorino e di prosciutto in prosciutto quella che agli inizi rientrava in una semplice cortesia fatta dal buon commerciante, nel tempo si è tramutata in una vera e propria attività con le sue imprescindibili fasi e le sue regole, a partire dal "marchio di fabbrica", una T che da 30 anni ormai marchia all'origine le forme di pecorino che passano per le mani e le grotte di stagionatura dell'impresa Trotta. Al papà Sebastiano si sono poi affiancati i figli, Fabrizio e Oreste, che avendo ormai appreso l'arte, sostengono il padre nella conduzione dell'impresa convinti di continuare quella che è diventata una tradizione. I Trotta, si avvalgono di fidatissimi produttori con longeva esperienza artigianale, abili e capaci nel trasformare la materia prima di alta qualità in un sano prodotto finito, che a stagionatura ultimata diventa un vero e proprio capolavoro del gusto. La selezionatura e la stagionatura in seguito - sostiene Sebastiano - sono momenti importantissimi, affinché il prodotto possa soddisfare ogni palato e diventi un vero e proprio capolavoro del gusto. Fiore all'occhiello dell'attività di stagionatura, il pecorino a marchio T. È un formaggio prodotto solo nel periodo primaverile, quando l'erba dei pascoli brucata dagli ovini è più verde e ricca di fiori colorati che riversano i loro pigmenti nel latte offrendo così da lavorare una materia prima più grassa e ricca di proteine. Il Pecorino T è il soggetto di una iniziativa molto particolare che si tiene ogni fine di anno, nel punto vendita aziendale. Sono infatti esposte per circa una settimana, forme di pecorino maxi a marchio T, pezzatura 10 kg., con stagionatura che varia da 30 a 44 mesi. Le forme esposte vengono presentate con una letterina in cui le stesse parlano e spiegano tutto l'iter di stagionatura e le cure a cui vengono sottoposte nel tempo affinché si raggiungano risultati eccellenti. La scheda del formaggio pecorino a T Le forme vengono posizionate a stagionare nei "fondaci", locali seminterrati con muri in pietra in condizioni di aerazione, temperatura e umidità controllate in modo naturale ma con attenzione maniacale dato il lungo periodo di stagionatura che dura almeno 6 mesi e si può protrarre oltre i 18. Durante tale periodo, le forme, appoggiate su castelletti di legno, ad intervalli precisi vengono spazzolate, unte con olio extra vergine di oliva e rigirate su se stesse. La forma è cilindrica con scalzo convesso e regolare, il peso varia da 3 a 12 kg. La crosta, con la stagionatura, assume il color mattone, è canestrata dura e untuosa. All'interno la pasta è di colore giallo paglierino, morbida all'inizio della stagionatura, dura e compatta con il passare del tempo con occhiature fini e regolari, che rilasciano piccole lacrime. Al naso i profumi sono intensi e persistenti e rimandano a note animali, vegetali, fruttate e floreali. Al gusto si presenta inizialmente dolce e con il giusta grado di sapidità con il passare del tempo. Esprime una lunga persistenza gustativa. Al palato offre un’ottima solubilità. Il pecorino stagionato T esalta ancora di più le sue qualità organolettiche abbinandolo con vini rossi strutturati con buona morbidezza, oppure confetture di frutta come la pera, uva, crema di peperoni, miele. Nicola Iasenza Fonte: N. Iasenza, Una famiglia di affinatori , in «In Forma», III:9, Onaf, Grinzane Cavour, settembre 2014.

  • La miracolosa guarigione di Margherita Di Lorenzo

    Il culto del francescano Andrea De Comitibus dei conti di Segni, sorto immediatamente dopo la sua morte, fu riconosciuto ed approvato da papa Innocenzo XIII soltanto nel 1724. La sua celebrazione liturgica è al 1° febbraio ad Anagni e a Piglio, in provincia di Frosinone, mentre per il francescanesimo regolare è al 3 febbraio. Ciò che mi accingo a raccontarvi oggi è la testimonianza di una signora capracottese, tale Margherita Di Lorenzo, che è risultata utile per il processo di beatificazione di Andrea Conti. Due anni prima del processo, infatti, la donna aveva ventisette anni ed era tormentata da fortissimi dolori, tanto che quando padre Giuseppe Besagni - un frate genovese che in quell'estate stava predicando nel Regno di Napoli - giunse a Capracotta e vide Margherita così malridotta, la esortò a confessarsi, temendo che non ci fosse più nulla da fare per la povera donna. Ma proprio quel giorno Margherita, nell'attesa della confessione, si assopì e, in sogno, le apparve il beato Andrea Conti «nel medesimo abito del padre Giuseppe, di statura de corpo più che alta», che le disse di non aver paura perché frate Giuseppe portava con sé una sua reliquia. Sempre in sogno, il beato Andrea le confidò che quel fraticello francescano, grazie alla ferrea fede, l'avrebbe aiutata e liberata dalla malattia senza che avesse provato alcun dolore. L'unico scotto da pagare per «contrasegno d'intera liberazione [era che] avrebbe sbattuta un po' la testa, e sarebbe caduta in terra tramortita». Difatti, quando Margherita si ridestò dal sonno e narrò la celestiale visione a Giuseppe, questi, nel pronunciare i rituali scongiuri, vide la ragazza dibattersi e svenire. Dopo nove giorni Margherita Di Lorenzo era perfettamente guarita, come effettivamente ratificato dall'allora arciprete di Capracotta Francesco Antonio Del Baccaro. Fu bugia? Fu sogno? Fu miracolo? A che (e a chi) giova saperlo? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. M. Bonucci, Istoria della vita, virtù e miracoli del beato Andrea Conti sacerdote professo del serafico Ordine del patriarca san Francesco , Mainardi, Roma 1724; F. Adiaforo, Di qual ordine de' minori sia il beato Andrea Caccioli da Spello, Marescandoli , Lucca 1727; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il quarto settore, gli scacchisti di Capracotta e i troppi enti del non profit

    Nella lettura - devo dire non entusiasmante - degli emendamenti, si comprende che alcuni senatori hanno ragionato e si sono applicati, altri brancolano nel buio peraltro in buona compagnia con tanti colleghi deputati. Non faccio classifiche o esempi, ma faccio un passo indietro su un tema di fondo che non è mai stato affrontato. Alcuni emendamenti riscrivono la definizione di soggetti del terzo settore, chi in un modo, chi in un altro. Ma se nella definizione degli enti del III settore si legge che devono essere senza scopo di lucro e non abbiamo un'idea comune - giuridicamente fondata, peraltro - di cosa si intenda per "assenza di scopo di lucro", di cosa stiamo a parlare? Fermo restando che non stabiliscono il vero significato di assenza di scopo di lucro, alcuni emendamenti propongono di definire i settori di utilità sociale individuandoli in quelli riportati nella legge sull'impresa sociale. Solo per questo bisognerebbe collezionare amuleti apotropaici, ma a parte questo, centrano il problema anche se non la soluzione. Ci chiediamo: abbiamo dei metri (che deve darci la politica, intesa come legislatore) per dire che un certo settore di attività è di utilità sociale (es. onlus) e un altro non lo è? Siamo certi che l'attività degli scacchisti - hobbistica per definizione - sia da eliminare dalle attività di utilità sociale? L'ente Scacchisti di Capracotta (Isernia), quando usciranno i decreti legislativi, sarà un ente del terzo settore o no? Lo capisce anche un cretino che non debba avere le stesse agevolazioni riconosciute a chi assiste persone con disabilità gravi, ma ad oggi quell'ente è un ente non commerciale, un'associazione non riconosciuta, un ente di minore "utilità sociale" rispetto ad altri e per questo gode di alcuni vantaggi fiscali pur non potendosi "elevare" ad onlus. Il fatto che il relatore Lepri intenda eliminare le onlus per realizzare un sistema omogeneo di agevolazioni, quindi un sistema dentro/fuori,  in/out, mi sembra fuorviante. O stai dentro o stai fuori. Avete mai visto qualcosa in Italia che abbia questa chiarezza, questa pulizia dei confini? Pertanto, pensare che il nostro legislatore delegato sappia scrivere una norma che mette paletti e steccati invalicabili tra ciò che è terzo settore e ciò che non lo è mi sembra assurdo, e poco conveniente - ammesso e non concesso che sappiano farlo - in quanto vorrebbero eliminare una caratteristica della nostra legislazione non profit che afferma che: a seconda delle modalità di erogazione dei servizi; a seconda delle tipologie di attività; ti premio di più, ti premio di meno, concedendoti di volta in volta più o meno agevolazioni. Certo che è un mare magnum spesso confuso, ma permette di costruire steccati più sicuri per un perimetro più ridotto dell'area che non è più il "terzo settore", ma quello che fa attività di utilità sociale acclarata. E in più, scusate, cosa succede agli enti che sono fuori dal terzo settore? Gli scacchisti di Capracotta cosa diventano? Del quarto settore? E chi farà parte di questo IV settore? Le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche? Lo sanno questi geni che oggi - giustamente - la defiscalizzazione dei corrispettivi da soci è riconosciuta anche alle associazioni di categoria, sindacali e politiche (art. 148, c. 3, TUIR)? Cosa ne fanno di questo articolo? Non è che fanno leggi ad hoc per le une e per le altre? Vi potete immaginare quali prebende fiscali verrebbero concesse ai partiti (2 per mille) e, in un periodo come quello attuale di contestazione del ruolo del sindacato, quale rischio di fendenti fiscali colpirebbero questo tipo di organizzazioni. Davvero vedo con sospetto questo ridursi del perimetro del terzo settore, in una sorta di spinta darvinista che non ha senso. Tutti sentiamo dire: ma ci sono troppi enti, troppe onlus, troppi iscritti al 5 per mille. Capiamoci: questo si chiama inanellamento di tre stronzate. Troppi enti? Quanto sono orgogliose le province che ad ogni statistica sul numero di volontari e sul numero di associazioni si trovano in testa alla classifica e i cui rappresentanti spiegano che il territorio è presidiato dagli stessi cittadini, che questo fatto aumenta la qualità della vita ecc? E quanto sono depressi i territori che mancano di associazioni? Troppe onlus? Chi sa quante sono le onlus in Italia alzi la mano. Nessuno? Certo, perché l'Agenzia delle Entrate non lo dice a nessuno, e non è possibile sapere al 31/08/15 quante sono le onlus. Quindi dire "sono tante" o "sono poche" le onlus è dare aria ai denti, anche perché partiamo da considerazioni legate da impressioni personali. Vorrei io alzare la mano e dire che secondo me sono troppi... i negozi di cartoleria... sotto casa ne ho almeno tre! Cosa dite? È libera imprenditoria? E allora le associazioni? Art. 18 Costituzione: "I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale". Troppe organizzazioni iscritte al 5 per mille? In 10 anni, cavolo, i politici hanno avuto tempo di scrivere norme e regolamenti sulla base di un'esperienza ormai lunga e ricca. Non l'hanno fatto e vogliono dire che è colpa di chi si iscrive e che ne ha pieno diritto proprio in base alle norme che i politici hanno scritto? Fatemi scendere. Carlo Mazzini Fonte: http://www.quinonprofit.it/ , 17 settembre 2015.

  • Drin drin drin...

    Tra il 1965 e il 1966 fui protagonista di un aneddoto molto curioso e divertente. Avevo allora 11 anni e mi trovavo, come di consuetudine, a trascorrere d'agosto le vacanze estive a Capracotta. Abitando proprio a ridosso della Chiesa di San Giovanni ogni giorno servivo lì la Santa Messa e, da chierichetto, davo una mano a padre Mario Di Ianni. Per questo motivo ogni mattina la mia cara mamma veniva a darmi la sveglia, sollecitandomi così: – Nicò, àlzate ca già sona la campana. Ajùttate ca sennò fieà tarde alla Messa. La mia mansione principale era quella di suonare il campanello durante l'offertorio per la consacrazione dell'ostia. Per sottolineare quel momento di grande importanza dovevo infatti suonare un campanellino che avevo in mano. Ma quella fatidica mattina, a mia insaputa, il campanello era sprovvisto di batacchio, cosicché, al momento di scampanellare, ci fu un angoscioso silenzio. Padre Mario, non udendo alcun suono, mi disse sottovoce: – Nicò, sona re cuambaniéglie! Al che risposi: – Nen pozze sunà pecché z'è rutte... Di nuovo sottovoce il parroco mi implorò: – Nicò, fa' gnà vuó, ma sòna! Preso dal panico, non mi scoraggiai, tanto che decisi di imitare il suono del campanello con la bocca: – Drin drin drin... Sul volto di padre Mario scorsi un sorriso a stento trattenuto. Alla fine della celebrazione, in sacrestia, il prete mi disse: – Nicò, me sié fatta ride sopra all'altare! Di rimando, risposi: – Padre Mà, e ch'eva fà? Z'era rutte... Quell'incidente terminò in un riso generale e tornai a casa soddisfatto. Ricordo sempre con allegria questa mia esperienza e ogni volta, al solo pensiero, mi faccio una grassa risata. Nicola Carnevale

  • Le nostre vie si dividono (II)

    – Guarda, – mi disse accalorandosi. – Ho preso di mira quelle stelle lassù. Capracotta giace proprio sotto di esse. So dove vado, e ti ci porterò prima dell'alba! Anch'io «avevo preso di mira» qualcosa ed ero assolutamente sicuro che stavamo marciando verso ovest, invece che verso sud-est. Ma poiché Bunny era d'accordo con il suo compagno pilota, non potevo far altro che seguirli o andarmene per conto mio nella direzione che credevo giusta. Dopo un tempo incredibilmente lungo giungemmo in una radura, dove giacevano tagliati alcuni grandi alberi. – Che alberi immensi! – disse Curly. – Mi ricordano casa mia... Ma i boscaioli dove sono? Andammo fino ad una capanna di tronchi fra gli alberi dove non trovammo nessuno. Di nuovo provai il desiderio folle, insensato di lasciarmi cadere per terra e di dormire, dormire fino a non poterne più. All'improvviso, come nato dal nulla, ci raggiunse il suono di una campana. Era debole, veniva da lontano, ma era molto distinto nel silenzio profondo del bosco. – Hai sentito? – chiesi. – Da qualche parte nella foresta ci deve essere una chiesetta o una cappella. Andiamo a cercarla? – Sciocchezze! – rispose trionfante Curly. – È la chiesa di Capracotta. Avevo ragione... Poco dopo udimmo un cane abbaiare, e la sua voce reiterata evocò l'immagine di una fattoria, calda e riparata nel cuore della fredda foresta, mentre a me pareva di esser tornato in contatto con il mondo. Fummo avvolti da una fittissima nebbia che ci scivolò addosso dalle spalle. – Bloccati, siamo bloccati! E qui ci facciamo un sonno! Le stelle erano scomparse e non ci si vedeva a cinque passi. Ci sdraiammo, stendemmo le coperte e i miei compagni si addormentarono quasi subito. La nebbia infittiva e potevo appena distinguere i corpi dei miei compagni. La tristezza si insinuò nuovamente nei miei pensieri: eravamo in un mondo oscuro, spettrale... che galleggiava senza forma fuori dello spazio e del tempo... che non conteneva nulla di reale salvo i nostri corpi vaghi, stremati... Udii di nuovo le campane, più distanti, più attutite... Quando ci destammo c'erano di nuovo le stelle, la luna era alta e la nebbia scomparsa. Ci mettemmo frettolosamente in marcia. Una mucca immobile dietro un albero ci spaventò; però, quando ormai era rimasta troppo indietro alla nostre spalle, Curly esclamò: – Che scemi! Avremmo potuto mungerla! Piegando a sinistra, uscimmo dalla foresta, sorpassammo una casa colonica, bianca e immobile fra gli olivi, e ci trovammo subito di fronte ad un pendio ripido e accidentato. Esausti, sostammo in cima ad un colle, fermandoci a guardare un mondo chiaramente disegnato dalla luce lunare. Un'altra salita, poi la strada. La traversammo, faticammo a tirarci fuori da un campo arato di fresco, ed eccola di nuovo, bianca come il latte, contorta sul fianco nudo della montagna; quando la incrociammo una terza volta, Curly ebbe ancora la forza di imprecare ad alta voce. L'alba non poteva essere lontana e le stelle cominciavano ad impallidire. Un'altra salita, poi Capracotta ci apparve con le sue case scure contro il cielo giù grigio. – Mi dispiace, – dissi a Curly. – Sbagliavo di grosso. Non discuterò mai più il tuo senso di orientamento. – Fa nulla, – grugnì. – Tutti sbagliano... Ci stavamo avvicinando: si accesero tre o quattro luci, poi i tedeschi avviarono i motori dei camion per riscaldarli. – Dobbiamo spostarci; – disse Bunny. – Presto qualcuno di quei camion verrà giù. Traversammo di nuovo la strada, e ce la trovammo ancora di fronte cinquanta metri più avanti. L'avevamo appena attraversata quando udimmo il primo camion venire giù per la collina; non ci eravamo allontanati che una ventina di metri, quando il camion comparve sulla curva. Ci buttammo nell'erba umida. Il camion ci passò accanto e un tedesco disse all'altro: – Mein Gott , fa un bel greddo, Heinrich... Per un terribile istante mi parve che l'autista intendesse frenare, ma l'attimo dopo il camion era già scomparso oltre la curva. Balzammo in piedi e corremmo a nasconderci dietro alcune altre rocce. Passarono altri quattro camion prima che potessimo rimetterci in marcia. Divenne una corsa contro l'alba. Seguendo il fianco della montagna che girava attorno a Capracotta avremmo potuto oltrepassare il villaggio se avessimo camminato abbastanza in fretta. In cima c'era uno sperone e una volta superatolo saremmo stati fuori vista da Capracotta; ma lo sperone era ancora lontano, il primo gallo aveva già cantato e si vedeva chiaramente il campanile della chiesa. Il terreno stava diventando più difficile, perché il fianco della montagna era cosparso di grossi blocchi di pietra che sembravano nettamente staccati dal colpo di un gigantesco scalpello manovrato da un gigante. Non potevamo raggiungere la cima andando direttamente avanti, perché le pareti alla nostra sinistra erano alte una trentina di metri e continuavano così fino allo sperone. Proseguimmo, correndo se appena si poteva e inciampando spesso sulla grossa ghiaia. I nostri scarponi risuonavano sulle rocce staccando a volte piccole valanghe di ciottoli che ruzzolavano giù di balza in balza, fino in fondo dove si fermavano con un rumore che a noi pareva assordante. – Per amor di Dio, state attenti a dove mettete i piedi, – disse Curly, – o ci sentiranno al villaggio! Da parte mia, pensavo che ci avessero già uditi, e mi voltai per guardare verso Capracotta. Il cielo sopra di noi era già rosso e per le strade si vedeva gente in movimento. Poi mi ricordai della moglie di Lot e decisi che non mi sarei più voltato indietro. Ce la facemmo alla fine, e superato lo sperone ci trovammo dietro la cresta dei monti sui quali ci eravamo arrampicati per tutta la notte. Sotto di noi il pendio era nudo; sopra, c'erano un centinaio di metri di macchia , poi la sommità rocciosa. La nostra cima sembrava la più alta per centinaia di miglia intorno. La luna era calata e ci si vedeva assai poco. Su quella vastità di vette azzurrine e di profondità buie la stella del mattino splendeva in magnifico isolamento, con una luce così intensa da farmi pensare ad un girasole. Gli unici indizi dell'alba prossima erano alcune strisce di rosso sull'orizzonte e l'aria diventata madreperlacea. Presto anche la stella del mattino non fu che un pallido lucore contro il cielo. Le montagne cominciarono ad assumere forma e concretezza, aggrovigliate le une sulle altre. Eppure, sebbene chiaramente disegnato, il paesaggio non era ancora permanente: ad ogni istante compariva una nuova montagna, un nuovo picco emergeva alla luce. Proprio sotto di noi, una cittadina rosea sembrava dischiudersi alla luce del suo stelo costituito da un ripido colle. A poca distanza, leggermente a sinistra, un villaggio, posato sulla sommità rocciosa di un crepaccio, aveva trovato la sua forma perfetta. Presto comparvero altri villaggi, paesi, case isolate ovunque volgessimo gli occi; puntato contro di noi come una lancia d'argento apparve anche un fiume; il paesaggio non era più fluido e aveva raggiunto la stabilità; all'alba, ormai, non mancava che il sole. – Ne abbiamo fatta di strada! – disse Bunny. – È difficile a credere, ma quel paese più grande deve essere Agnone. Consultammo la mappa consunta e polverosa di Brunozzi. Il paese non poteva essere che Agnone, sebbene quando la mappa era stata disegnata Agnone ci fosse parsa all'altro capo del mondo. Dovevamo superare quel paese sulla destra, per raggiungere il Trigno; almeno così ci avevano detto Brunozzi e i nostri amici della frazione . Ma il fiume, con nostra grande sorpresa, puntava direttamente verso di noi. – Non può essere il Trigno, – disse Curly. – Non possiamo esser giunti dal Sangro al Trigno in una sola notte. Non sembra possibile... – Devo ammettere – disse Bunny – che quel fiume mi preoccupa. E non stiamo sognando. È un fiume . – Certo che è un fiume, – disse Curly. – Ma non ho voglia di perdere altro tempo a raddrizzare un paesaggio che non corrisponde a quanto si pensava... Uys Krige (trad. di Piero Pieroni) Fonte: U. Krige, Libertà sulla Maiella , trad. it. di P. Pieroni, Vallecchi, Firenze 1965.

  • Le vere sagre sono longeve

    Il nome pezzata lascia pensare a una pecora fatta a pezzi e posta in un contenitore di rame per essere cotta con le erbe che caratterizzavano il manto erboso delle antiche autostrade dell'umanità e i campi vicini al suo percorso. C'è da dire che, anche se è vero che la pecora viene ridotta a pezzi, il nome fa riferimento al panno ( pezza ) che serve per filtrare il brodo di cottura e renderlo privo di pezzi grossolani. Una straordinaria tradizione che si perde nella notte dei tempi e che, da 50 anni, anima una delle sagre (vere e non inventate) più famose (18° posto) tra quelle che si svolgono nelle piazze più belle della nostra fantastica Italia, o, come nel caso di questo piatto unico per bontà, in un immenso pianoro, Prato Gentile, delimitato da faggi, che, d'inverno, è meta degli appassionati dello sci di fondo. Mezzo secolo di successi, con migliaia di affezionati frequentatori che sono diventati, nel tempo, cultori di un piatto simbolo della civiltà della transumanza, che vive grazie alla passione di chi continua ad allevare pecore che, come sa chi conosce la cultura e il mondo della pastorizia, sono sempre state, a differenza degli agnelli e dei castrati, utilizzate vive. Una regola ferma della civiltà dei pastori, salvo la necessità di un abbattimento delle pecore per zoppia o infortuni lungo il percorso di andata e ritorno, trac-tur (tratturo), che, in autunno, dall'Abruzzo portava, attraverso il Molise, alla Puglia per poi risalire, in primavera, facendo il percorso inverso. La fatica dei volontari (soprattutto giovani) raccontata dal presidente della pro-loco, Rosignoli, che ha evidenziato i suoi aspetti organizzativi; le problematiche, da quella economica a quella logistica e metrologica; le prospettive per dare all'iniziativa il ruolo di immagine e di sviluppo turistico di un territorio altamente vocato. La passione e il racconto di personaggi di questo territorio, come Michele Conti, da una vita notaio a Isernia, che non ha mai perso il suo legame con Capracotta e la sua attività di sempre, l'allevamento ovino. Uno dei 24 allevatori, dei 167 che popolavano cinquant'anni fa questo splendido territorio montano, che continua a gestire, dopo la fine della transumanza, la sua stalla di 700 e più pecore e a produrre, rigorosamente con l'utilizzo di latte crudo, il suo Pecorino di Capracotta dall'antica fama. Un allevamento moderno il suo, che, con quelli ancora attivi, ha portato a moltiplicare per tre il patrimonio ovino, lasciando intatto il numero delle vacche allevate sul territorio. Una passione, dicevamo, quella del notaio-allevatore Conti, che ha fatto proseliti tra i giovani, con Antonella che, dopo la laurea in ingegneria e la prospettiva di andare a cercare fortuna fuori dall'Italia, ha scelto di tornare nella sua Capracotta e di dedicarsi all'allevamento per produrre Molisello, un latte selezionato, rispettoso dei suoi caratteri organolettici. E, ancora, Michele, che torna a Capracotta per aprire un ristorante e, così, investire anche lui sulle bellezze del territorio forte delle sue peculiarità e tipicità. Esempi di amore e passione per la propria terra, le proprie tradizioni e di attaccamento al proprio territorio che hanno fatto vivere momenti di emozione nell'incontro organizzato dal comune di Capracotta per i 50 anni della Pezzata. Un incontro che ci ha visto partecipi con l'idea di dare a questa specialità gastronomica e a due prodotti conosciuti da sempre per la loro origine di Capracotta, il Pecorino e le deliziose Lenticchie, uno dei marchi europei riservati alle eccellenze Dop e Igp. Chiudiamo riportando il procedimento, così come codificato nel 2005 dall'Accademia della Cucina italiana, delegazione di Isernia, che porta alla Pezzata di Capracotta, un piatto davvero unico. Una caldaia in rame con pezzi grossi di pecora, prima sgrassati, coperti di acqua e portata a bollore avendo cura di togliere via via la schiuma che si forma, necessaria per la delicatezza dei profumi e dei sapori della Pezzata come quella di aggiungere gli odori, il sedano, il sale e le patate tagliate in quattro, qualche pomodoro e peperoncino. Girare fino a quando l'acqua non si sarà trasformata in un sughetto cremoso, soprattutto grazie alle patate. Un'operazione lunga quattro ore, dopodiché il passaggio obbligato nella pezza prima di servirla in un tegame di terracotta per mantenerla sempre calda insieme a una fetta di pane. Alla fine, prima di gustarla e poi digerirla con il palato impresso di bontà, sentire l'intensità e la delicatezza dei suoi profumi e non perdere l'occasione di abbinarla con i grandi vini rossi del Molise, in primo luogo il Pentro di Isernia o la Tintilia che dei vini della regione è l'immagine. Pasquale Di Lena Fonte: https://www.italiaatavola.net/ , 28 febbraio 2012.

  • A caccia di cinghiali nelle terre dei principi

    Viterbo. Vacanze veramente d'altri tempi quelle dei Ruspoli principi di Cerveteri e conti di Vignanello: don Francesco ricorda di quando la zia Maria sorella di suo padre don Alessandro, alle prime vampate estive si recava ai Bagni di Lucca per cercare refrigerio in quelle terme lanciate da Elisa e Paolina Bonaparte. Vi si recava in treno in un vagone letto messo a sua disposizione: un'ora prima della partenza la cameriera privata della principessa andava in stazione e rifaceva il letto con la biancheria ricamata con lo stemma principesco. La zia Maria arrivava solo dopo e veniva accolta sulle rotaie da un funzionario del ministero delle ferrovie che la intratteneva fino alla partenza del treno. Tre bauli di biancheria Lo zio invece veniva a passare le vacanze qui a Vignanello e per rimanere quindici giorni si portava tre bauli di biancheria, il suo letto veniva cambiato ogni giorno. Vignanello è anch'esso una dimora di altri tempi: un castello fortificato cinquecentesco alto e cupo sulla sommità del colle che domina l'agro romano, completo di torri merlate, fossato, ponte levatoio. Intorno ci sono boschi scuri di lecci e di alloro e davanti un grande giardino all'italiana. Tutto è austero e non sfarzoso. In questa grande dimora pietrosa non c'erano mollezze, neanche durante le vacanze. Principi romani della nobiltà papalina e rurale, i Ruspoli avevano mitigato la loro origine guerriera con le raffinatezze mutuate dalla lunga frequentazione con la chiesa. Don Alessandro è stato l'ultimo Gran Maestro del Sacro Ospizio dei palazzi apostolici e con questa carica accolse in Vaticano Vittorio Emanuele III e la regina Elena nella loro prima visita al papa dopo la Conciliazione. Nel castello di Vignanello d' state era tutto un andirivieni di monsignori e di madri badesse invitati al pomeriggio per il cioccolato. E un tormentoso dovere, specie per i bambini, era il rosario che ogni sera veniva recitato nella cappella del castello dedicata a Santa Giacinta, la santa di famiglia. Alle sette e mezzo in punto tutte le persone di casa, compresi gli ospiti e i famigli, dovevano trovarsi in cappella. Non andare era semplicemente impensabile. Don Francesco Ruspoli ha 89 anni e un aspetto da sessantenne grazie al fisico asciutto e alla pelle rosea e liscia. Si scusa di ricevermi così, cioè senza cravatta, con immacolati pantaloni di lino e una camicia pure di lino candido. Sicuramente in lui ogni durezza guerriera è scomparsa lasciando il posto a dei soffici modi mondani, arrotondati da un morbido accento romanesco. Dice che uno dei pochi vantaggi della sua età è che ora quando va ai cocktail può rimanere seduto anche in presenza di una donna perché ogni volta che accenna ad alzarsi le signore subito lo supplicano di non disturbarsi. Prima di venire a Vignanello ha passato un periodo di vacanza ad Ansedonia: – Lì abbiamo un piccola casa con la piscina, ma non c'è niente da fare tutto il giorno. Mia moglie mi esortava sempre a distendermi a riposarmi, ma io le ho detto: "Senti, fra un po' mi distendo del tutto, non mi vanno per niente 'ste prove generali". I ricordi di vacanza di don Francesco sono legati, fin da quando era un bambino, alle battute di caccia. Lui li rievoca gentile ma sbrigativo, con il tono riduttivo di chi non capisce perché ci si interessi a certe cose. Per lui non hanno fascino: le ha vissute, erano prerogative scontate della nobiltà. Mio padre era un gran cacciatore, io ho preso un fucile in mano quando avevo sette anni a tredici ho ucciso il mio primo cignale (dice proprio così, cignale ). Quando ero più piccolo andavamo d'estate a Capracotta in Abruzzo. Facevamo un pezzo di strada in treno sulla linea Carovilli-Agnone, poi prendevamo la diligenza a cavalli. A Capracotta ci arrampicavamo su per Montecampo che era un posto di caccia alle pernici, ora invece c'è la strada asfaltata e il monte è tutto coperto di case. Gli chiedo se questi che mi sta raccontando sono per lui ricordi piacevoli. Don Francesco fa spallucce: – Eh, piacevoli! Piacevoli finché le vacanze sono state divertenti. Le dirò una cosa: con l'età la villeggiatura diventa una gran fatica. Non ci crede? Ma sì, bisogna cambiare tutte quelle piccole abitudini che fanno la vita di una persona anziana. Poi finge di preoccuparsi: – Ma davvero vuol sapere queste cose? Lei con questo articolo chissà come mi cucina. In realtà comincia a divertirsi: – Che le hanno detto di me? Io sono cresciuto nell'Agro romano e nella Maremma. Quando sono stato un po' più grande andavamo a Cerveteri in primavera e a Vignanello in estate. A Cerveteri si cacciavano le quaglie nella fascia litoranea e i cignali, a Vignanello invece si andava sui monti Cimini che erano pieni di starne. Partivamo prima che albeggiasse, i cani eccitati latravano nel cortile, avevamo dei bravissimi Spaniel bréton. Alle cinque eravamo già sul posto, con noi veniva il nostro cacciatore stipendiato, talvolta si univa qualche altro cacciatore: quando ho ucciso il mio primo cignale stavo alla posta insieme al parroco del paese. Daniela Pasti Fonte: D. Pasti, A caccia di cinghiali nelle terre dei principi , in «La Repubblica», Roma, 19 agosto 1987.

  • La foresta demaniale di Monte Capraro

    Dalla stazione ferroviaria di San Pietro Avellana (IS), direzione Osservatorio astronomico e comune di Capracotta, si attraversa un bosco e si vedono alcune tabelle ad indicare la foresta demaniale di Monte Capraro. Un grande pannello, sopra una sbarra in metallo, indica un sentiero pedonale con indicazione del tempo di un'ora necessario per raggiungere il rifugio sul pianoro. Monte Capraro non si conosce solo per gli impianti di risalita per lo sci invernale, ma il versante sud ed ovest è coperto da quasi 200 ettari di bosco con quote comprese tra i 1.000 e i 1.730 m.s.l.m. Monte Capraro fa parte dell'area SIC (Sito di Importanza Comunitaria) denominata Monte di Mezzo–Monte Miglio-Pennataro-Monte Capraro-Monte Cavallerizzo, della rete Natura 2000. Siamo nel bacino idrografico del Sangro, o meglio del Vandra. In questo bosco si incontrano molti torrenti, fossi, valloni. Qui l'acqua è "padrona" ed ha determinato il modellamento del suolo. Dalla carta geologica e litologica l'area di Monte Capraro presenta: formazione di calcari marnosi avana chiari, di calcilutiti e di marne pulverulente alternate, nella parte più alta e risalente al miocene medio; orizzonte calcareo discontinuo costituito da calciruditi con clasti subarrotondati e da calcareniti nella parte media ad ovest; formazione a calcari grigio-chiari debolmente marnosi tipo "scaglia cinerea" con sottili liste e noduli di selce varicolore prevalentemente rossa, riscontrabile in particolare per il versante occidentale di Monte Capraro fino ad una quota di 1.300 m.s.l.m. risalente all'Eocene, dove ci sono frane ed ed erosioni. Infatti è visibile una lunga fascia franosa che ogni tanto fa i "capricci" raggiungendo la strada sottostante. Il clima è freddo umido, la temperatura media annua è di 8,2 gradi. Monte Capraro rientra quindi nella regione bioclimatica con temperatura media minima inferiore a 0 °C per 2 mesi. Forte incidenza dello stress da freddo da ottobre a maggio. Il problema per il bosco sono anche le nevicate tardive che possono danneggiare le piante di faggio e di cerro. La vegetazione Semplicemente, in base alle fasce altitudinali, la riserva di Monte Capraro presenta una fascia basale con un querceto misto mesofilo con dominanza di cerro e una fascia montana con faggeta pura e mista con conifere in particolare abete bianco. Il querceto misto mesofilo a prevalenza di cerro Riscontrabile nell'orizzonte submontano e rappresenta una tipologia di vegetazione con un elevato indice di biodiversità, con clima temperato fresco, suolo fertile e ben provvisto di acqua per tutto l'anno. Nell'Appennino i querceti misti mesofili sono fondamentalmente caratterizzati dalla presenza del cerro ( Quercus cerris L.) e secondariamente da altre latifoglie (roverella, carpino bianco e nero, aceri ecc.) alle quali si associa una vasta gamma di specie arbustive ed erbacee. Dal punto di vista ecologico il cerro è una specie particolarmente versatile, in montagna riesce ad arrivare a 1.200 m.s.l.m. ed eccezionalmente, in condizioni climatiche favorevoli, fino ai 1.500 m. di altitudine (Pirone, 1995); insinuandosi nelle faggete dove costituisce cenosi riconducibili all’ordine Fagetalia sylvaticæ . Fisionomicamente la formazione vegetazionale risulta costituita da una fustaia monoplana di cerro e subordinatamente faggio ( Fagus sylvatica L.), carpino bianco ( Carpinus betulus L.), carpino nero ( Ostrya carpinifolia Scop.), acero campestre ( Acer campestre L.), acero napoletano ( Acer opalus Miller var. neapolitanum Ten.), acero di monte ( Acer pseudoplatanus L.) e perastro ( Pyrus pyraster ). A chi è interessato di statistiche si ricorda che Monte Capraro è la quarta vetta più alta del Molise con i suoi 1.730 m.s.l.m. (Wikipedia e molti altri siti indicano 1.787 m.s.l.m.). Noi abbiamo fatto riferimento alle tavolette IGM in scala 1:25.000. In vicinanza vi nasce il fiume Trigno. Andrea Di Girolamo Fonte: http://www.molisealberi.com/ , 29 agosto 2014.

  • Ecco chi realizzò la Visitazione di Capracotta

    Non sono mai stato così felice di aver torto anche se, alla fin fine, avevo ragione! Nel 2004 la ricercatrice veneta Dora Catalano - oggi Soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio del Molise - presentò in un convegno internazionale uno studio nel quale sosteneva, tra le tante cose, che il gruppo ligneo della Visitazione di Capracotta, «sino ad oggi concordemente attribuito a Colombo, ancor più evidentemente dopo il recente restauro, si è dimostrato opera della fase più fresca e brillante di Paolo Di Zinno». Qualcuno ha ripreso quello studio ma evidentemente non l'ha letto a fondo poiché nell'articolo che ha pubblicato in aperta contraddizione al mio s'è dimenticato di comunicarci quali sono i motivi artistici, biografici, filologici e storici che avvalorano la tesi della Catalano. L'unica prova fornita a suo tempo dalla ricercatrice, infatti, risiede in alcune incertezze del Masciotta allorché, a proposito di altri comuni molisani, questi aveva parlato di «statue quasi tutte del Colombo», mentre il nostro cronista avvalora la sua tesi attraverso una tela custodita nel Duomo di Napoli che, dice, sarebbe stata la fonte d'ispirazione per Paolo Saverio Di Zinno per realizzare la Visitazione di Capracotta. Le due opere - la Visitazione di Capracotta e il dipinto di Napoli - sono in realtà antitetiche, a partire dalla totale asimmetria della seconda, una regola che nella statua di Capracotta è invece ferrea. Insomma, felice di aver stimolato una discussione sull'attribuzione di un meraviglioso capolavoro custodito nella Chiesa Madre di Capracotta, invito i detrattori ad essere un pochino più originali ed organici. E ora veniamo a noi. Ammetto di esser saltato sulla sedia quando ho letto che la Soprintendente del Molise sosteneva che la Visitazione di Capracotta fosse opera di Paolo Di Zinno e non più di Giacomo Colombo. Ho reperito il suo contributo sulla scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento e ho scoperto che nulla dice di nuovo circa quell'opera se non didascalizzare una fotografia della Madonna e di santa Elisabetta "svestite" di corona e aureola. Operazione ovvia quella di rimuovere le parti in metallo quando si sottopone a restauro un'opera in legno! Grazie alla solerzia di Daniele Di Nucci possiamo vedere in alto una fotografia del dicembre 2003 - a restauro appena concluso - che ribalta quanto finora detto e scritto da chiunque sulla Visitazione di Capracotta. L'opera mostra chiaramente la data del 1858, il che pare escludere a priori tanto Giacomo Colombo (1663-1731) quanto Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781). Con un pizzico di buonsenso la si potrebbe dunque collocare, assieme al san Sebastiano e al san Giuseppe, nel gruppo di statue realizzate dalla bottega Di Capita di Vastogirardi, attivissima nel XIX secolo. Sul lato sinistro del basamento, nonostante gli stucchi cadenti, si legge ancora: "[...]NÒ DI VASTOGIRA[...] A.D. 1858". Questa annotazione, prima del restauro, era coperta da una patina di vernice, il che forse spiega perché la Catalano non l'abbia notata e menzionata nel suo studio: in qualità di responsabile del progetto di restauro evidentemente non partecipò a tutte le fasi tecniche di lavorazione e infatti ammette che «si tratta di un lavoro ancora ben lontano dalla conclusione». A ciò si aggiunga che nel 2019 la Soprintendenza è tornata a visionare e fotografare l'opera, forse perché ancora incerta sull'attribuzione. Stando così le cose, gli autori della Visitazione di Capracotta potrebbero quindi essere Pasquale e Giuseppe Di Capita, artisti vastesi che l'anno successivo intagliarono il nostro patrono, e parenti diretti di Francesco Di Capita (1843-1907), colui che dodici anni dopo realizzerà il san Giuseppe. Ma la questione è destinata a complicarsi per via della memoria pubblicata nel 1859 da Amato Nicola Conti, priore della Congregazione della Visitazione e Morte di Nostro Signore, che, appena un anno dopo la presunta realizzazione della statua, scrisse senza mezzi termini: «L'autore è Giacomo Colombo della nostra scuola napolitana, che fu discepolo dello scultore Domenico di Nardo; ma perfezionato poscia dal celebratissimo pittore Cav. Francesco Solimena a lui annodato di spiritual parentela, tanto nel disegno, che nelle mosse delle figure». È altamente improbabile che il Conti, colui che dirigeva e amministrava i beni e i fondi di quella Congregazione, ignorasse l'autore del manufatto. E se l'opera non è del 1858, allora quella data rappresenterebbe l'anno in cui fu donata da un agiato cittadino di Vastogirardi alla nostra confraternita. Da tale ipotesi ne scaturisce un'altra, ossia che la Visitazione di Capracotta, prima del 1858, stava in un'altra chiesa. Quale sia questa chiesa è il nodo da sciogliere in futuro. Giunti a questo punto bisogna assumere che tra Capracotta e Vastogirardi sussiste da sempre un'affinità elettiva e, stando ai ricordi dei più anziani, la festa della Visitazione veniva celebrata tanto a Capracotta quanto a Vastogirardi il 2 luglio: se a Capracotta la solennità è caduta nell'oblio dopo le devastazioni belliche i nostri vicini l'hanno invece "convertita" in festa della Madonna delle Grazie. Preciso che la ricorrenza liturgica della festa della Visitazione è al 31 maggio e che il 2 luglio è tuttora giorno di festa in forma straordinaria. A Vastogirardi, dunque, la tradizione è rimasta viva tanto che la processione del 2 luglio, invece di rientrare nella Chiesa della Madonna delle Grazie, fa l'ingresso nella chiesa matrice, e soltanto di sera la Vergine torna al Suo tempio, il che sembra ricondurre proprio al Vangelo di Luca: In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. [...] Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. Daniele Di Nucci mi ha infine raccontato due aneddoti sulla Visitazione capracottese. Il primo riguarda l'ex sagrestana Carmela Venditti la Cendrélla , che ricordava come, prima della Seconda guerra mondiale, durante la processione della Visitazione la statua venisse girata di lungo per transitare nelle anguste vie della claustrofobica Terra Vecchia. Pasqualina Di Nucci Cuócce narrava invece che spesso il 2 luglio pioveva e lei, intenta come tanti compaesani a mietere il grano, accusava santa Margherita e santa Elisabetta (molti anziani credevano infatti fossero queste le donne raffigurate) di essere "cattive". È chiaro che la storia di Capracotta ha ancora tantissime pagine da leggere e da scrivere, da scoprire e da reinventare. Sono d'altronde convinto che chi controbatte alle mie ipotesi con serietà non fa che arricchire la capracottesità , chi lo fa per motivi terzi z'attendàsse re nuoàse . Allo stato attuale, dunque, il gruppo ligneo della Visitazione di Capracotta va ascritto alla bottega di Giacomo Colombo, con buona pace della Soprintendenza del Molise, che conferma come «la diffusione delle opere di Colombo in Molise è assai più estesa di quanto sino ad oggi ritenuto». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; D. Catalano, Da Giacomo Colombo a Paolo Saverio Di Zinno: restauri e recuperi di sculture del XVIII secolo , in «Conoscenze», 7, Soprintendenza archeologica e per i Beni ambientali, architettonici, artistici e storici del Molise, Campobasso 1994; D. Catalano, Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagini sulle presenza napoletane (Colombo, Di Nardo, De Mari, D'Amore) , in L. Gaeta, La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea , Congedo, Galatina 2007; A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta , Festa, Napoli 1859; C. Iannone, Vastogirardi in America. La diaspora di mille vastesi verso gli Stati Uniti d'America e la ricostruzione delle loro radici , Nuova Phromos, Città di Castello 2018; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017.

  • Una belva umana inferocita

    Era un pomeriggio del gennaio '72, nevicava pesantemente ma la neve, come suol dirsi, era papparèlla. Mi stavo recando, assieme ad altri ragazzi del Rione S. Giovanni, in piazza quand'ecco che, giunti davanti al sali & tabacchi di Genoveffa, c'imbattemmo in Tripoli, un uomo particolarmente folcloristico originario di Sant'Angelo del Pesco che, con una carriola adattata al trasporto delle bombole di gas, incontrava difficoltà a spingerla forse per via del carico forse a causa del fondo scivoloso. Cominciammo a prenderci gioco di Tripoli col classico sfottò in dialetto santangiolese: – Vusse... vusse... vusséte! – al che l'uomo replicò: – La féssa de màmeta... All'improvviso Tripoli, preso da uno scatto d'ira, lasciò la carriola e si lanciò al nostro inseguimento su via Roma. Essendo ragazzini, ci rifugiammo nel Bar Centrale di Bernardo e, dopo pochi secondi, giunse sull'uscio Tripoli che, con la coppola mezza storta e il naso che grondava, sembrava davvero una belva umana inferocita! Con un occhio che guardava in direzione della Cooperativa e l'altro semichiuso cercava di individuare qualcuno della nostra cricca. Nella sua mente aveva focalizzato un ragazzino con la giacca a vento arancione ma non riusciva a trovarlo. Dopo aver scandagliato il bar si recò nel locale retrostante dove stavano il biliardino e il flipper. Fu lì che Tripoli trovò la sua preda. Con gli occhi iniettati di sangue prese il mio amico e lo sdraiò sul biliardino, riempiendolo di botte. Gli astanti non fecero nulla per difendere il malcapitato. Ma, come in ogni cosa, la Provvidenza ci mise una mano ed ecco infatti farsi strada Lucio re Scuppelàte - pace all'anima sua! - che immobilizzò Tripoli consentendoci di guadagnare la via d'uscita. Luciano Monaco La storia che hai raccontato mi ha riportato ai tempi della mia infanzia. Erano tempi duri per molta gente, compresi noi, e papà, come tutti sanno, cercava di mandare avanti la famiglia a modo suo, soprattutto al servizio della gente. Faceva quello che poteva: le bombole di gas, qualche masciàta ed altri lavoretti al cantiere. Questa era la sua vita e non era facile. A ciò si aggiunga che alcuni ridevano di lui e lo prendevano in giro (e certe volte perdeva le staffe, era proprio così). A volte veniva a casa scoraggiato e gli dicevo: – Papà non scoraggiarti, lasciala parlare la gente, sono ragazzi e non capiscono quello che fanno e le conseguenze. Lui mi guardava con la coppola messa di traverso e coll'unico occhio buono che aveva (perché era orbo) e mi diceva: – Hai ragione. Nel '72 avevo 22 anni ed ero già fuori per lavorare, però posso assicurarti che papà ci ha sempre insegnato il rispetto per la gente tanto che oggi, specialmente in questo periodo, aiuto i senzatetto, la gente sola e tutti coloro che hanno bisogno di sostentamento. Mia moglie son 25 anni che aiuta le persone. Ecco, questa è la nosta vita: aiutare sempre i bisognosi, forse perché a noi tutto questo è mancato. Un'ultima cosa prima di chiudere. Papà ci ha insegnato tanto e vorrei che fosse vicino a me per ringraziarlo di ciò che ha fatto per la sua famiglia e per la gente di Capracotta che amava tanto. Papà, ovunque tu sia, ti voglio bene. Mario Rago

  • Gratitudine del popolo di Capracotta

    Capracotta: un bel paese dell'Alto Molise, a cavallo della catena appenninica, tra Monte Capraro e Monte Campo, posto a vedetta della valle del Sangro e di quella del Verrino-Trigno, è ad un'altezza di 1.421 m. sul livello del mare, con clima secco e freddo. La sua posizione ne fa un centro di rilevante attrattiva turistica, ricco di storia e singolari tradizioni che affondano le proprie radici nei tempi più remoti della sua gente. Il Capracottese, da sempre itinerante per paesi e città d'Italia e del Mondo, ha tenuto in alto con la sua onestà e laboriosità il nome di questo alpestre paese . E tanti sono quelli che hanno legato il proprio nome a gesta di operosità e di bontà. Antonio Conti «è stato il migliore dei figli di questa nostra terra». Egli nacque a Roma da Pasqualino e Adelaide Petrucci il 14 maggio 1928. Frequentò le scuole elementari a Capracotta sotto la guida del maestro Ottorino Conti. A Roma fece gli studi delle scuole superiori. Avviatosi ai corsi universitari frequentò la facoltà di Medicina, laureandosi brillantemente a pieni voti. Prima di iniziare la sua carriera di specializzazione in chirurgia frequentò l'Accademia Militare di Modena. Ben presto iniziò il suo curriculum di chirurgo in vari ospedali di Roma: Policlinico, San Camillo, Santo Spirito, Santo Eugenio, San Filippo Neri, San Giovanni ove ebbe modo di mettere in mostra le sue qualità di uomo, di chirurgo apprezzato e stimato sempre cosciente e responsabile dell'alto compito che aveva nel conservare la vita e ridare il sorriso a chi era nella tristezza e nella sofferenza. È stato scritto che egli era «un grande personaggio del mondo chirurgico romano». Era infatti un chirurgo lineare, metodico, razionale, sicuro per la coscienza della sua professionalità, basata su di una profonda preparazione ed una lunga e sofferta esperienza che gli derivava dalle tante giornate di corsia e di camera operatoria, nonché dalle lunghe notti di guardia e di emergenza vissute. Chirurgo eccellente, dunque, ma anche uomo dotato di capacità naturali e doti non comuni. Animava gli ambienti di lavoro con la sua presenza stimolante, sempre in grado di dare un indirizzo, una soluzione appagante, creare un modello di vita, così come ha saputo fare nella serenità della sua famiglia. Era sempre attento ai vari problemi della vita, ricco di interessi, amante della natura in cui vedeva ed ammirava, ricolmo di fede, la mano provvidenziale della presenza divina. Capracotta vuole eternare nel bronzo riconoscenza e gratitudine a questo suo figlio, additandolo ad esempio a quanti, nel tempo, conosceranno le sue notevoli doti di uomo e di chirurgo stimato ed apprezzato. Mario Comegna Fonte: M. Comegna, Gratitudine del popolo di Capracotta , Capracotta 1989.

  • Cercando nuovi orizzonti

    La nascita di Solange significò per noi un'allegria immensa. Col suo arrivo abbiamo imparato cosa significa diventare nonni, sempre condiscendenti e disponibili a soddisfare, nel possibile, tutti i desideri della bimba. In principio, pensavo che Diana fosse così attaccata alla bambina perché sentiva dentro di lei la mancanza di quella figlia che avevamo perso, ma con il tempo e l'arrivo di nuovi nipoti, mi accorsi che la sua disponibilità e attenzione, non erano altro che l'immenso amore di nonna che ha sempre sentito dentro se. Intanto il tempo continuava a passare inesorabilmente. Diana continuava a lavorare nel panificio, ed io a viaggiare tutte le settimane a Campobasso. Purtroppo, dopo quel che era successo per il riconoscimento del tempo lavorato nella ditta del mio principale, sentivo che ora tutto era diverso. Non avevo la stessa volontà con cui avevo lavorato fino ad alcuni mesi prima, e questo perché qualcosa si era spezzato tra me ed il mio capo. Non è che lui mi riprendesse per quello che era accaduto, ma sentivo che niente era come prima. Fu così che un giorno, Antonio Clementino, in quegli anni sindaco d'Altino, mi fece una proposta che fu molto difficile non accettare. – Io penso che non vi pentirete a fare questo passo. – L'unico dubbio che ho nell'immediato è che dovremo ricominciare di nuovo in un'altra città, senza avere un lavoro sicuro. – Non è vero. Tua moglie inizierà subito a lavorare in casa di mia cognata, e vostro figlio non dovrà più prendere l'autobus per andare a scuola; Vasto è una città molto più grande del nostro paese, e potrà studiare lì senza problemi. – Ma, come potrò trovare un nuovo lavoro in quella città dove non conosciamo nessuno? – Non è vero che non conoscerete nessuno. Il dottore ha molti contatti in città. Vedrai che in poco tempo ti troverà qualcosa da fare. – Spero sia così. – Mia moglie ha detto che, mentre cerchi un lavoro, potresti fare il giardiniere nella villa del dottore. – E noi dovremmo vivere lì? – Certamente. Da molto tempo loro sono in cerca di una coppia che possa essere loro di compagnia, e che si occupi della casa, quando loro non ci sono. Che decidete? – Parlerò con mia moglie. Vedremo se è disposta ad abbandonare la sicurezza che ora ha, per avventurarsi in una nuova vita. – Hai detto bene. Si tratta di una nuova vita che dovrete affrontare seriamente. Questa è un'opportunità che non dovete lasciarvi sfuggire perché, forse, potrebbe non presentarsi un'altra volta. Io e mia moglie parlammo molto quella notte, analizzando i pro e i contro della situazione che ci si era presentata. Sapevamo che si trattava di qualcosa di molto importante per il nostro futuro e, convinti di questo, decidemmo di avventurarci e provare, sperando che tutto risultasse come desideravamo che fosse. Il giorno dopo ci licenziammo dai nostri rispettivi lavori e, siccome era l'inizio dell'anno scolastico, non ci furono problemi per cambiare l'iscrizione a scuola di nostro figlio. Fu così che, dopo aver messo negli scatoloni tutte le nostre cose, con l'aiuto di Nicola che aveva chiesto in prestito un furgone ad un suo zio, partimmo per la città del Vasto, lasciando dietro di noi Selva di Altino, con la nostalgia, la malinconia ed il ricordo di tutta quella gente che avevamo conosciuto, e che si erano comportati così bene con noi. La villa del dottor Deliberato era molto bella e grande. Aveva un'enorme quantità d'alberi da frutto in mezzo ai quali c'era un bel laghetto, dove oche, anatre e cigni nuotavano tutto il giorno. Pavoni, fagiani reali e quaglie si vedevano sempre attorno al verde degli ulivi. Era incantevole quella villa. Ricordo che ci dispiacque tanto quando, molti anni dopo, abbiamo visto arrivare lì delle pale meccaniche che hanno buttato tutto a terra, per iniziare a costruire in quel posto edifici residenziali. Fummo ricevuti con molto calore da parte del dottore e di sua moglie Wanna, ci sistemarono nella parte bassa del palazzo, dove c'era una stanza da letto, un bagno e un'enorme sala, che noi dividevamo in cucina e stanza di pranzo e che, di notte, allungando un letto, diventava la camera dove Eduardo dormiva. Diana iniziò immediatamente a lavorare. Era incredibile come riusciva a distribuire il suo tempo nel portare avanti il lavoro in tutte e due le case. Non solo quello, perché doveva preoccuparsi anche del piccolo Andrea, figlio della coppia, che aveva bisogno d'essere aiutato. Era passata da poco una settimana, quando fui chiamato da Wanna, la moglie del dottore. – Jorge, abbiamo trovato un lavoro anche per lei. – Grazie al cielo! Cominciavo a preoccuparmi. – Perché? – Perché temevo di passare troppo tempo senza lavorare. – Come vede, non è stato così. Solo che per il momento è l'unico che siamo riusciti ad ottenere. – Di cosa si tratta? – Un nostro vicino, Edmondo, fa il ragioniere al deposito di pasta, che si trova a una decina di chilometri da qui. Noi gli abbiamo chiesto se c'era la possibilità di trovarle un lavoro lì. – Grazie, Wanna. La verità è che stavo già sentendomi una persona inutile. Il lavoro è qualcosa di molto importante per l'uomo! – È vero. Ad ogni modo, Edmondo ha parlato col proprietario che ha accettato di assumerla. – Benissimo. Quando potrò cominciare? – Penso da domani stesso. Il ragioniere si è offerto gentilmente di accompagnarla tutti i giorni al lavoro con la sua macchina, giacché il deposito è un po' distante. Questa sera, quando lui torna, glielo farò conoscere, così già domani potrà iniziare a lavorare. – Non so come ringraziarla per quello che sta facendo per noi. – Non mi deve ringraziare. Anche mio marito si è interessato personalmente per sistemarvi al meglio. Il giorno dopo il signor Edmondo passò a prendermi. Arrivati al deposito parlai col mio nuovo principale, e iniziai a lavorare subito. Due o tre volte la settimana arrivava un camion carico con pacchi di pasta. Io ed un altro ragazzo dovevamo sistemarli per bene e preparare le consegne che dovevano partire il giorno dopo in diversi furgoni. Dopo un paio di mesi su questo reparto, m'incaricarono alle consegne nei diversi paesi dei dintorni. Villa Santa Maria, Quadri, Roccascalegna, Gamberale, Bomba, Pizzoferrato, Castel del Giudice, Capracotta, tutti paesini degli Appennini Abruzzesi, che diventarono posti dove dovevo arrivare, per consegnare ai commercianti la pasta che avevano ordinato quotidianamente. Era un buon lavoro che però, ad un certo punto, iniziò a non piacermi per un motivo in particolare. Ed, infatti, un giorno, parlando con Edmondo, gli feci notare questo mio disagio. – Io sono contento del lavoro che faccio, e devo sempre ringraziarti per quello che hai fatto permettendomi di farlo, solo che c'è un qualcosa che non mi piace tanto. – Cosa c'è che non va, Jorge? – Quando stavo nel magazzino della pasta iniziavo alle otto del mattino e finivo alle cinque. Ora invece, non è così! – Perché? – Perché alle cinque del pomeriggio mi trovo ancora in mezzo alla montagna, con la metà del carico nel furgone. – Vuol dire che devi accelerare i tempi di consegna. – Non posso fare miracoli. Solo per andare a Castel di Sangro, ad esempio, ci impiego quasi due ore. Non è possibile farmi tornare a lavorare di nuovo nel magazzino? – No, perché adesso c'è un'altra persona che fa quel lavoro. – Ma io sto tornando a casa tutte le sere alle dieci. Ti sembra giusto? – Credo che ci sarebbe una soluzione; solo che il lavoro che faresti non sarebbe tanto pulito quanto questo che stai facendo ora. – Di cosa si tratta? – Potresti fare il benzinaio qua stesso. È un lavoro un po' sporco e duro, adesso che si avvicina l'inverno e deve essere fatto all'aria aperta. – Non fa niente. Basta che mi serva a guadagnarmi il pane. – Così avresti la sicurezza di lavorare soltanto otto ore al giorno. – Fino ad ora, sono stato sempre lontano di casa e dalla mia famiglia. Non chiedo altro che restare più vicino a loro. – Va bene. Parlerò domani col proprietario e vedremo cosa si può fare. Due giorni dopo, lavoravo alle pompe e mettevo benzina alle macchine, e gasolio alle enormi quantità d'autotreni che si fermavano lì di continuo. Tutto mi faceva pensare che adesso avevo trovato una sistemazione definitiva con questo lavoro, e che non avrei dovuto spostarmi più da nessuna parte, lasciando la mia famiglia abbandonata alla sorte. Jorge Yañez Candia Fonte: J. Yañez C., Dalle Ande agli Appennini , Ires, Pescara 2013.

  • I formaggi "archeologici" firmati Di Nucci

    Nel cuore del Molise, dal 1662 esiste una famiglia che da dieci generazioni produce dei formaggi eccezionali, si tratta della famiglia Di Nucci. Originaria di Capracotta (IS) questa famiglia produce formaggi a pasta filata dai tempi della transumanza, con passione, costanza, attenzione, competenza, in una terra di bovini, di pecore, di pastori, di lavoro duro e di mancanze. Agnone è il punto di partenza della storia della famiglia: nonno Giovanni fin dai primi del Novecento fece arrivare i suoi formaggi nelle più affermate attività commerciali del borgo. Nei primi anni Cinquanta invece Antonio e Ida decisero di trasferirsi ad Agnone e di iniziare la lunga storia del Caseificio Di Nucci, che è stato dichiarato "Azienda Storica Nazionale". All'inizio degli anni Duemila l'attività ha dovuto cambiare sede, non più nel centro di Agnone, ma nell'area artigianale, si è allargata, mantenendo però sempre le tecniche produttive di un tempo. I principi cardini della famiglia sono rimasti invariati, generazione dopo generazione: produzione di formaggi con latte che proviene esclusivamente dal comprensorio montano di Agnone e dell'Alto Molise, lavorazione solo di latte crudo, utilizzo del siero innesto (se vogliamo, si può paragonare alla pasta madre dei formaggi) senza l'aggiunta di fermenti, coadiuvanti o conservanti. Trasparenza e tracciabilità della filiera in tutte le fasi produttive rendeno così i formaggi della famiglia Di Nucci pura espressione della migliore arte casearia molisana, e non solo. Il processo di filatura avviene esclusivamente a mano, senza l'ausilio di alcun tipo di macchinari: questo comporta che le forme dei formaggi siano tutte un po' diverse l'una dall'altra, garantendo quindi un'assoluta manualità e artigianalità nel processo produttivo. La stagionatura avviene in cantine naturali realizzate in pietra di Agnone, con temperatura, umidità e microclima che favoriscono lo sviluppo delle muffe nobili. Oggi il caseificio è gestito da Franco Di Nucci, assieme alla moglie Rosetta e ai tre figli: Antonia, Francesco e Serena. Si tratta di una famiglia eccezionale, di grandissimi lavoratori, che mettono passione ogni giorno in tutto ciò che fanno, nonostante le enormi difficoltà che sono proprie dell'arte della caseificazione e, soprattutto, delle produzioni in territori impervi, complessi e montuosi, come quelli dell'Alto Molise. Ma grazie anche al supporto dei figli, la tradizione può continuare e si possono collezionare innumerevoli successi e traguardi, come diversi premi a livello internazionale, riconoscimenti in Italia e all'estero e moltissimi clienti importanti. Serena si sta anche adoperando in un ambizioso progetto, "Le donne del latte", per dare voce alle innumerevoli donne che hanno deciso di dedicare la loro vita all'arte di fare il formaggio. Diversi sono i «formaggi archeologici» (così ama definirli Franco) del Caseificio Di Nucci che possono essere considerati unici nel loro genere. Si inizia dalla stracciata, filo di mozzarella del più raffinato dei formaggi meridionali, simbolo indiscusso dell'arte casearia della famiglia Di Nucci. Si passa per la tradizione, con il caciocavallo di Agnone, formaggio antico, «il cacio a cavallo di una pertica», dalla classica forma a pera, sormontata da una piccola testa sapientemente rifinita. Per arrivare alla manteca, vera perla del caseificio e probabilmente il primo esempio di sottovuoto naturale nasce dalla necessità di conservare il burro quando ancora non esistevano i frigoriferi. Il connubio tra il burro artigianale e la pasta di caciocavallo che lo avvolge lo rende un formaggio inconfondibile. Il Caseificio Di Nucci oggi è una piccola azienda, con circa quindici dipendenti, con un obiettivo illustre: proseguire ancora per almeno altre dieci generazioni, un percorso iniziato tantissimi anni fa per preservare la tradizione nel tempo. Irene Vianello Fonte: https://www.gastronauta.it/ , 15 giugno 2017.

  • Scherzi da prete

    Nel campo di Capracotta, ai tempi del fatto che vado a raccontare, non c'era un telefono pubblico, i telefonini non erano ancora stati inventati e non si facevano arrivare i giornali. Erano 15 giorni di assoluta segregazione dal mondo. Un buontempone aveva messo due apparecchi telefonici a batteria, che collegavano la dirigenza con la "pretura" (la tenda dei preti), distanti da loro pochi metri. Spesso, la voce che si sentiva nell'apparecchio era quella che proveniva dall'ascolto diretto di chi parlava dall'altra tenda. Don Luciano non era un prete sempliciotto come si potrebbe pensare dai fatti che dirò, però era portato a credere un po' tutto, anche che un asino potesse volare. Non ho mai capito come questa ingenuità si coniugasse con le sue capacità di musico di alto rilievo, bravissimo in matematica e oratore godibilissimo. Sta il fatto che quella sera, mentre eravamo tutti a cena, in mezzo al campo, in una di quelle sere splendide di luglio con le stelle quasi a portata di mano, dalla tenda della pretura, echeggiò un grido: – Don Luciano, corri, al telefono c'è tua madre. Noi osservatori, per le ragioni anzidette, ascoltavamo agevolmente tutte e due le voci. – Luciano, ma cosa hai fatto? – Mamma, perché? – Qui a casa c'è una ragazza che dice di essere stata messa incinta da te e che devi riparare, altrimenti sarà costretta ad abortire. – Mamma – e don Luciano urlava come uno spiritato – tu puoi pensare questo di tuo figlio? Questa ragazza sta mentendo; tu sai che io non giuro mai, ma ora ti giuro sulla testa del povero babbo, te lo giuro su queste mani consacrate: mamma, credimi, dille forte, forte, forte che non è vero. Esistono delle anime buone che, quando vedono che lo scherzo prende una via pericolosa, intervengono. Intervennero e ce ne volle del bello a fargli capire che, in alta montagna, il telefono non c'era e c'era, invece, chi si divertiva alle sue spalle. – Eppure – concluse don Luciano, – dalla voce era proprio mia madre. Martino Valerii Fonte: M. Valerii, Spigolature e racconti di Martino da Spiano. Guardando, giudicando, pensando, ricordando , Ed. Sant'Antonio, Saarbrücken 2018.

  • Capracotta sotto il dominio angioino

    Sono stati pochissimi gli studiosi, dopo l'impareggiabile Luigi Campanelli, a spingersi così indietro nella storia di Capracotta, al periodo di transizione tra il dominio svevo (1196-1266) e quello angioino (1266-1442). Allo stato attuale si ignora quasi tutto del primo e del secondo si sa soltanto che nel 1269 il feudo di Capracotta fu concesso a Francesco della Posta, il quale, morto sette anni dopo, ebbe per successore il figlio Gentile. Si sa pure che nel 1279 re Carlo I tolse il feudo di Macchia Strinata - in seguito noto come Spinete - dalle mani del vassallo Andrea de Sully (a cui l'aveva precedentemente concesso) e che nel 1340 il feudo di Capracotta risultava ormai in possesso di Andrea Carafa, signore di Forlì. Aggiungere mattoncini ai tanti «punti oscuri che ne rimangono» è oggi compito mio, grazie alla ratio della Cancelleria Angioina pubblicata dall'Accademia Pontaniana e relativa al periodo settembre-dicembre 1280. Si tratta di 41 manoscritti in cui è contenuto il movimento del denaro per i lavori del Castel dell'Ovo, un flusso banalmente registrato in partita doppia, sotto forma di introitus (entrate) ed exitus (uscite). In una nota presente nel foglio 101 del secondo registro ho trovato appuntato quanto segue: Fit mentio de monstra in qua inter alia dom. Robertus Scillatus de Salerno presentat milites pro castro Castagna quod tenet ratione domine Lisie de Villa Cublay uxoris sue annui valoris unc. XL et pro castro Bassani ann. unc. XL, pro medietate baronie Plate de qua Margarita de Sancto Georgio tenet castrum Caprecocte vel Capriate pro dodario et dom. Philippus de Villa Cublay tenet aliam medietatem dicte baronie et inter milites quos presentat est Rogerius Cavasilice familiaris suus. Sappiamo che il sovrano Carlo d'Angiò, dopo aver elargito moltissime baronie ai suoi uomini fidati, perlopiù francesi, pretese una tassazione gravosa e caotica su quegli stessi territori, ordinando «ai Giustizieri delle Provincie di fargli pervenire per un dato giorno tante once d'oro, così ad occhio e croce». In realtà la sopracitata nota della Cancelleria ci informa che il feudo di Capracotta era tassato, nell'autunno del 1280, per sole 40 once d'oro, molte meno delle 100 di cui parlava Campanelli. Ancor più interessante è il nome del feudatario di allora, colui che deteneva il nostro castrum dopo Gentile della Posta e prima di Andrea Carafa: si tratta della nobildonna Margherita di San Giorgio (o Sangiorgi), che ebbe Capracotta per controdote ( dodario ). Leggiamo cosa scrive lo storico seicentesco Carlo De Lellis a proposito di questa signora: Margarita di San Giorgio, tal volta per errore chiamata Maria figliuola di Gentile, e di Sincorosa di Rebursa, fù primieramente moglie di Egidio, di Villacublai, e vedova di lui rimasta signora di Trivento, e di Capriata, si rimaritò a Gionata di Sanframondo signor di Cerrito, da cui vuole il Duca della Guardia nascessero i Conti di Cerreto, nel trattato de' Sangiorgi, benché da noi in tanta antichità non si sia potuto certamente investigare. Alla morte di Gentile della Posta, dunque, il feudo di Capracotta passò ai Villacublai: una metà ( medietate baronie ) a Margherita Sangiorgi, per sopraddote del marito Egidio, l'altra ( aliam medietatem ) a Filippo, entrambi baroni francesi che erano scesi in Italia al fianco di re Carlo I. Per sillogismo si può dire che i Villacublai furono i signori di Capracotta almeno dal 1280 al 1313, anno in cui morì Egidio lasciando vedova Margherita, la quale, risposatasi con Gionata Sanframondo, probabilmente cedette la sua metà del feudo capracottese a Filippo o direttamente ai Carafa, i nuovi acquirenti. Dalla ratio si desume anche che tra i milites forniti dal feudo di Capracotta vi fosse Ruggero Cavasilice, familiare dei Villacublai e rampollo di un prestigioso casato salernitano che impresse il proprio marchio su molti degli eventi che caratterizzarono il Regno di Sicilia al tempo degli Angioini. Tuttavia, nonostante abbia cercato di arricchiare le conoscenze sulla Capracotta angioina, permane il medesimo problema sollevato dal Campanelli nel 1931, ossia «l'assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati in quella lunga era, sia nei rapporti privati, che verso le comunità; né ci resti cenno del numero delle famiglie, dei cognomi, delle più comuni usanze». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa , libri I e III, Bulifoni, Napoli 1691; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia , vol. II, De Angelis, Napoli 1876; G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio, chiamato hoggi Principato Ultra, Contado di Molisi, e parte di Terra di Lavoro, provincie del Regno di Napoli , Cavallo, Isernia, 1644; C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli , libro I, Savio, Napoli 1654; J. Mazzoleni e R. Orefice, I registri della Cancelleria Angioina , vol. XXV, Accademia Pontaniana, Napoli 1978; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

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