LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Paiele
Alle prime ore del pomeriggio quando il sole era ancora alto e il caldo forte per la strada compariva Paiele curvo a passare la scopa di saggina, anch'essa curva per l'uso. A volte indossava un grembiule a volte no, la camicia infilata nei pantaloni sottolineava l'arco deforme della schiena evidenziando le sproporzioni del corpo basso e storto piantato nei larghi scarponi che al passo gli davano una rigidità innaturale. Con diligenza egli raccoglieva foglie, fieno, pietre e sterco di vacche o di cavalli, ne faceva mucchi che poi ripassava a prendere. Affaticato dal caldo raramente alzava il viso per scambiare qualche parola con i pochi passanti, per tutto il tempo del suo lavoro teneva la bocca sdentata appena aperta in maniera che il mento già lungo e obliquo rasentava il petto. S'interrompeva a tratti per asciugare il sudore con un ampio fazzoletto passato sotto il berretto logoro e sulla fronte per seguire chissà quali ragionamenti in un alterno soliloquio, prendendosela anche con il vento che gli complicava la fatica. Schivo con tutti, sembrava avere fretta di finire il suo lavoro e mal tollerava interruzioni e impedimenti, accettava di buon grado solo un bicchiere di vino e poi ripartiva con il suo umile carico in discesa. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Un pezzo di Scozia e Irlanda
Guido Piovene nel 1957, nel suo "Viaggio in Italia", definì l'Alto Molise «un pezzo di Scozia e Irlanda». Quarantacinque anni dopo, l'Alto Molise è ancora così verde: verde, ampio e bellissimo. Da quest'anno vanta in più un invidiabile primato: è l'angolo più "salubre" d'Italia. La Asl dell'Alto Molise è, infatti, quella dove i decessi dovuti a fattori evitabili, in testa a tutti la malasanità, ma anche le tossicodipendenze, gli incidenti sulla strada, gli infortuni sul lavoro o domestici, gli effetti dell'inquinamento, si attestano, presi complessivamente, al valore minimo. Qui ogni anno i decessi che avvengono per motivi diversi dalla vecchiaia o da una malattia incurabile colpiscono 120,2 uomini e 64,8 donne ogni 100 mila abitanti, a fronte di un dato medio nazionale, rispettivamente, di 170,9 e 70. Lo certifica la ricerca "Prometeo. Atlante della sanità italiana" che, dal '99, registra questo originale indicatore della qualità della vita: le percentuali di morti evitabili, appunto, nei distretti sanitari. Nel 2002 il tasso minimo si rileva nella Asl alto-molisana di Agnone-Carovilli-Capracotta. Ma qual è il segreto che si nasconde dietro queste cifre? È grazie allo sviluppo o, al contrario, grazie all'atavica povertà, che in quest'angolo di Italia si muore meglio, e meno, che altrove? Usciti dall'autostrada Roma-Napoli, ci si lascia alle spalle Isernia: qui la I.T.R., con i suoi capannoni, è l'unica grossa industria della provincia e ci finiscono a lavorare tutti, o quasi, i ragazzi che non vogliono emigrare. La deviazione che porta ad Agnone, il capoluogo del distretto sanitario, sale su per i tornanti, tra mucchi di neve e boschi di faggi e di abeti bianchi. Basta lo sguardo, e basta respirare, per capire che da queste parti molti fattori di rischio sono ridotti al minimo. Non ci sono discoteche, né morti del sabato sera, né spaccio di droghe. Non ci sono cantieri né altre fabbriche: niente morti sul lavoro. L'aria è cristallina: questa è una Asl di montagna, il territorio si staglia in media sopra i 1.100 metri. L'Alto Molise ha conosciuto una povertà disperata: a Capracotta è stato uso fino all'altroieri festeggiare la festa della patrona ogni tre anni, per mancanza di soldi. Ma proprio in questo angolo di Italia oggi si coltiva, anche, una forma buona e civile di sviluppo: pure le morti per malasanità, infatti, sono ridotte ai valori minimi. Si perdono 31,5 anni di vita ogni 100 mila per carenza di prevenzione primaria, a fronte degli 80,7 della Asl dell'Alto Friuli che detiene il primato negativo. Agnone, 6 mila abitanti, ha un cinema, un teatro e un fascino originale: perché nel Medioevo vi arrivarono drappelli di veneti in fuga dalla Serenissima, e importarono l'arte orafa, l'industria della fabbricazione delle campane, e certi fregi a forma di leone di San Marco che ornano ancora le facciate delle case di pietra serena. L'ospedale San Francesco Caracciolo è il cuore del sistema sanitario. Due sale operatorie, una sala-dialisi con 23 letti (in cui arrivano pazienti anche dalla Puglia), 101 posti letto, più altri 18 per riabilitazioni e lungo-degenze: non c'è segno di sciali, ma di cura sì, le stanze, azzurrine, sono al massimo a due letti e sono dotate ognuna di bagno e piccolo televisore. L'attrezzatura diagnostica arriva fino alla Tac spirale. Giovanni Di Pilla, direttore generale della Asl, mostra i risultati di una rilevazione effettuata ai primi di gennaio: i tempi di attesa per una visita o un esame vanno da zero giorni, per una mammografia o una lastra, una spirometria o un accertamento neurologico, fino a un massimo di otto, per un esame doppler. Dunque, ecco perché qui si muore meno per diagnosi tardive. Il dottor Giuseppe Attademo, cardiologo e responsabile locale dell'Osservatorio regionale per la qualità dei Servizi Sanitari, racconta che nel '99 hanno distribuito un questionario per raccogliere lagnanze e richieste. Da quei questionari è nata la ristrutturazione dell'ospedale, vecchio di cinquant'anni, costata quattro miliardi ed effettuata in soli 18 mesi. In prospettiva, a tre chilometri da qui nascerà un nuovo nosocomio e questo edificio arioso e quieto diventerà il cronicario del quale la zona ha bisogno urgente: l'Alto Molise è, dicono con una battuta, Asl campione d'Italia. Maria Serena Palieri Fonte: M. S. Palieri, Un pezzo di Scozia e Irlanda, in «L'Espresso», XLVIII:7, Milano, 14 febbraio 2002.
- L'antica lana di Capracotta
Nei secoli scorsi la rilevanza economica della transumanza era tale da rendere necessaria una specifica istituzione del Regno di Napoli: la Regia Dogana della mena delle pecore di Foggia. Ma il quesito a cui voglio trovar risposta è: in che termini la transumanza prese realmente piede a Capracotta? Natalino Paone, ne "La transumanza nel Molise tra cronaca e storia", afferma che: In questo centro la pastorizia fu presente sin dall'epoca sannitica, ma l'attuale paese si fa risalire a poco prima del Mille e la sua crescita rapida e forte viene però collegata alla grande transumanza aragonese. Capracotta ricevette «incremento della popolazione, della prosperità e del progresso intellettuale» solo dalla transumanza organizzata, tanto che al censimento del 1522 i fuochi risultarono in numero di 118, salendo nel 1575 a 248. Una popolazione più che raddoppiata in appena 53 anni! E più che raddoppiato risultò, sempre nello stesso periodo, il numero dei contratti di compravendita di feudi, movimentando un mercato in precedenza a livelli molto modesti. Addirittura i feudi molisani di alta montagna furono molto ricercati da nobili casati napoletani, i quali nelle masserie armentizie trovarono le principali fonti di reddito. Questo tipo di masserie rientrò anche nei capitoli matrimoniali: la nobildonna Aurelia d'Ebulo, sposando nel 1583 il cugino, ebbe appunto tra i capitoli della dote una masseria armentizia a Capracotta di ben 5 mila capi. Gli effetti della transumanza si fecero notare anche nei settori politico e culturale e nei campi amministrativo e militare, in cui si distinsero molti cittadini di Capracotta. Possiamo dire oggi che dalla transumanza, in modo diretto e indiretto, era nata una borghesia intellettuale, commerciale e artigianale, nonché la feudalità che arricchiva il nucleo urbano del primo palazzo baronale costruito proprio nel XV secolo. Accanto ai pastori, alla borghesia, e alla feudalità, la Chiesa. Molte furono le chiese molisane che nel periodo di maggior fulgore della transumanza aragonese e post-aragonese divennero anche aziende armentizie iscritte alla Dogana di Foggia come locate, ossia come proprietarie di pecore che partecipavano alle migrazioni stagionali. Per restituire al lettore quanto detto dal Paone, propongo due testimonianze scritte, una del 1472 e l'altra del 1548. Il primo documento sul commercio della lana capracottese che ho rinvenuto sta in un libro mastro conservato presso l'Archivio di Stato de L'Aquila. Si tratta di un manoscritto compilato negli anni 1471-73 e redatto da una sola mano in scrittura mercantesca. Pur essendoci giunto in buono stato di conservazione, esso è adespoto, anepigrafo, acefalo e mutilo: fondamentalmente si tratta di una sorta di registro in partita doppia. Il lavoro di trascrizione e ricostruzione fu effettuato da Nicola Marini per conto della Deputazione abruzzese di Storia patria e, a proposito di Capracotta, all'anno 1472 è scritto nel libro mastro che: «dezine 140 de lana portò la state passata da Crapacotta quj [...] e de' avere fino a dj detto celle 278: sonno lj facemo boni per vittura de dezine 278 lana Carfagna portò da Lanzano del sig. secretario la state passata in balle 10». Si evince che nel XV secolo il venditore più agiato di Capracotta appartenesse alla famiglia Carfagna - prima che questa migrasse in Campania - ma non è facile capire a quanto ammontassero le celle di lana, trasportabili in convoglio, e che quindi differiscono dalle balle. Per avere un'idea più precisa della quantità di lana prodotta e del profitto derivante dalla sua commercializzazione, propongo, con l'aiuto dei registri notarili, un secondo documento datato 9 giugno 1548, allorché Giovanni Salmezza di Bergamo vendette a Fabiano Quaranta di Capracotta «ex causa venditionis cannarum 21 stametti bergamani fini variorum colorum pro pretio ducatorum 59», da cui si ricava il prezzo unitario di 2,8 ducati la canna. I tessuti bergamaschi erano infatti quelli maggiormente scambiati fino al XVI secolo e, a quanto pare, i panni stametti - costituiti per l'appunto di stame, cioè la parte più lunga e consistente del fiocco di lana - piacevano molto ai produttori capracottesi, dimostrando che la nostra filiera si spingeva fin nella Lombardia pedemontana ed era piuttosto moderna, visto che produceva, acquistava, lavorava e vendeva prodotti finiti in lana di particolar pregio, di vario colore e di complessa manifattura. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Bucci, Dalla cultura della transumanza alla società post-industriale. Progresso e mutamenti nella Regione Molise, Vita e Pensiero, Milano 1988; L. Casilli, Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII, in E. Narciso, Illuminismo meridionale e comunità locali, Guida, Napoli 1989; A. Di Nucci, I prezzi e le merci a Lanciano nel Cinquecento, in P. Pierucci, Congiunture e dinamiche di una regione periferica. L'Abruzzo in età moderna e contemporanea, Angeli, Milano 2017; N. Marini, Il libro mastro di Pasquale Di Santuccio, Colacchi, L'Aquila 1998; J. A. Marino, L'economia pastorale nel Regno di Napoli, trad. it. di L. Piccioni, Guida, Napoli 1992; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Molinaro e M. Pasquarosa, Professazione e commercio della lana: ruolo dei luoghi pii e dei locati di Capracotta nel XVIII secolo, in AA.VV., Considerazioni sulla transumanza, Ciolfi, Cassino; N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia, Iannone, Isernia 1987; M. Romano, Potere, patrimonio e attività economiche dei Caracciolo di Martina nel primo trentennio dell'Ottocento, in D. Marrara, Ceti dirigenti e poteri locali nell'Italia Meridionale (secoli XVI-XX), ETS, Pisa 2003; R. Rossi, La lana nel Regno di Napoli nel XVII secolo. Produzione e commercio, Giappichelli, Torino 2007.
- Der Spiegel non si meraviglia che Schettino fosse italiano
Pietransieri è un borgo abruzzese dove vado spesso. È una minuscola frazione del comune di Roccaraso arroccata al di qua della Majella, sul monte Tocco, da cui si gode di una vista spettacolare sulla valle del Sangro e sui monti dell'Alto Molise, dove ci sono Capracotta e Pescopennataro. Da piccolo ci passavo le vacanze, e perciò ho ricordi di quel luogo che annovero tra le mie cose più preziose. Almeno una volta all'anno devo vedere Pietransieri da Capracotta o viceversa. Meglio se vado a Pietransieri, e in compagnia, così ci fermiamo anche a pranzare al ristorante "La Preta" per una consueta dose di cazzarielli con i fagioli, polenta con [inserisci qui il tipo di selvaggina locale disponibile al momento] e scamorza alla brace. Non è una marchetta, è che chiunque ha il dovere morale di sapere quanto si mangia bene lì. Veniamo al dunque: il 21 novembre del 1943 passarono per Pietransieri le truppe tedesche del maggiore Schulenburg in fuga dagli Alleati che erano appena sbarcati sulle coste tirreniche del Sud. Per rappresaglia, i tedeschi rastrellarono tutte le abitazioni di Pietransieri, radunarono gli abitanti nel vicino bosco di Limmari e li mitragliarono tutti: 128 persone, delle quali 34 bambini e un neonato di un mese. La neve ricoprì e nascose i cadaveri nel bosco fino alla primavera successiva, perché Pietransieri era un borgo isolato, e non c'era nessuna ragione per passarci. A Pietransieri oggi c'è un piccolo sacrario che custodice i corpi e la memoria storica delle vittime di questa cosa per cui io non riesco a trovare una parola adatta. Atrocità mi sembra fin troppo indulgente. Forse, più che per un pranzo alla Preta, Pietransieri vale una visita per quel sacrario, architettonicamente insignificante, ma moralmente un capolavoro. Ognuno di quei nomi è un giudizio storico dalla forza spaventosa, ognuna di quelle date di nascita e di morte è una condanna tuonante e feroce contro qualsiasi crimine di guerra, non solo questo. Dispiace sempre un po' tirare fuori argomenti del genere per mettere a zittire i tedeschi, soprattutto quando, riferendosi a un errore di un singolo (Schettino), pretendono di definire la "psicologia dei popoli", come nell'articolo di "Der Spiegel", e si chiedono il senso di radunare in unione monetaria la perfezione teutonica e il terzo mondo mediterraneo, cosa che non viene detta tout court ma traspare inequivocabilmente da ogni virgola di quell'articolo, soprattutto dall'invito a visitare Napoli o il Peloponneso. A un idiota che dà per scontato che una tragedia del genere non sarebbe accaduta se al comando della nave ci fosse stato un tedesco al posto di Schettino, verrebbe troppo facile ribattere che a Pietransieri sarebbero state risparmiate scariche di colpi su bambini e neonati se ci fosse stato un maggiore italiano al posto di Schulenburg. Non è questa la mia intenzione, perché so che i codardi abbondano in ogni cultura di ogni tempo, e che tanti sono gli Schettino tedeschi quanti sono gli Schulenburg italiani (cosa che andrebbe spiegata anche a Sallusti che, col suo volgarissimo editoriale sul Giornale, riesce a replicare a un episodio di pessimo giornalismo con qualcosa di ancora più infimo). Cito l'episodio di Pietransieri solo perché a quell'idiota di Jan Fleischhauer, l'autore di quell'articolo su "Der Spiegel", mi piacerebbe far capire che nessun popolo può dirsi al riparo da generalizzazioni incaute e pericolose, e che io non mi aspetterei mai tali generalizzazioni da parte di un popolo che storce il naso e si rabbuia ogni volta che gli viene rinfacciata o anche solo ricordata la responsabilità dell'Olocausto, per esempio. Mi chiedo se l'Unione Europea sarà sempre così, caratterizzata dalle lamentele tedesche per ogni cosa che non sia all'altezza della loro nazione produttiva ed efficiente. Fino ad ora è sempre andata così, se non erro. Probabilmente per i tedeschi il resto d'Europa non è stato efficiente neanche quando si è dato da fare per ricostruire la Germania ridotta in ginocchio alla fine della Seconda guerra mondiale, o quando ha fatto piovere sul loro paese fiumi di denaro per aiutare economicamente la riunificazione. Totentanz Fonte: https://totentanz.wordpress.com/, 27 gennaio 2012.
- Quando si mangiava peggio
Oggi sul nostro pianeta c'è cibo per tutti. Siamo in grado di sfamare sette miliardi di persone. Nel 1800, quando eravamo "solo" un miliardo, alcuni, come il reverendo Malthus, ritenendo che le bocche si moltiplicano molto più rapidamente del cibo, sostenevano che per sfamare tutti occorreva controllare le nascite per mezzo della moral restraint, insomma con meno sesso. Come mai siamo riusciti a produrre così tanto cibo? In primo luogo abbiamo fatto enormi progressi nei trasporti e nella comunicazione; poi è aumentata la nostra capacità di conservare gli alimenti (conserve, refrigerazione, ecc.). Il resto lo hanno fatto i fertilizzanti, i trattori, la fecondazione artificiale degli animali, insomma l'applicazione della scienza all'agricoltura, che hanno fatto aumentare il cibo in modo gigantesco. Eppure sul nostro pianeta ci sono oggi persone che non mangiano abbastanza. Siamo abituati a immagini televisive scioccanti di bambini affamati. Ma ci sono molti bambini che non muoiono di fame, ma che non in grado di ottenere un cibo abbastanza nutriente per potersi sviluppare. La sotto-alimentazione è uno dei temi più trascurati nello sviluppo globale. Ci sono oggi quasi 900 milioni di persone (una persona su otto) sottoalimentate. Oggi l'agricoltura produce il 17 per cento in più di calorie per persona di quanto accadesse trent'anni fa, mentre la popolazione è aumentata del 70 per cento. Questo è sufficiente per dare ad ogni essere umano ben 2.720 chilocalorie per persona al giorno, secondo le stime della FAO. Alcuni Paesi consumano ben più di 2.720 pro capite. L'americano medio ne consuma 3.770, con risultati ben visibili (ma gli europei non sono molto distanti). In una decina di stati africani la media è inferiore alle 2.000 calorie al giorno. In Occidente sorge una nuova malattia, l'obesità, dovuta, almeno in parte, alle moltiplicazioni di snack che hanno portato ad una baldoria di mangiare non-stop. Ma nei Paesi sottosviluppati si fa la fame. Eppure non molto tempo fa anche nel nostro continente si mangiava male. Negli ultimi decenni del XIX secolo, nel cuore dell'Europa occidentale, in Francia, uno dei Paesi più ricchi del mondo, molte famiglie rurali vivevano nella miseria, con una dieta quotidiana che consisteva di zuppa, lardo e pane. La cucina contadina, a differenza dell'immagina romantica che molti hanno oggi (ricette antiche, cibo genuino, semplice e sano, un mondo che abbiamo perso, ecc.), era una cucina povera, priva di valore nutritivo e di vitamine, poco igienica. All'inizio dell'Ottocento in alcuni villaggi vicini a Zurigo, oggi una delle regioni più ricche del mondo, il pasto contadino consisteva in una poltiglia di grano al quale veniva aggiunto un po' di latte. Un Paese con le caratteristiche della Svizzera del 1800 sarebbe oggi classificato dalle Nazioni Unite come un avente diritto ad aiuti internazionali. Nel 1870, notava il conte Stefano Jacini nella sua famosa "Inchiesta agraria", nei comuni della provincia di Roma, «il vitto ordinario è quasi unicamente basato sul granturco. Questo cereale, ridotto in farina, viene impastato con acqua, e sotto forma di schiacciata, detta pizza, è cotto nel forno per fare il pane e servito in tutti i pasti quotidiani... l'alimentazione è sempre incompleta, sovente costituita da cibi malsani. Il grano e il granturco sono ordinariamente avariati, i legumi cattivi, il formaggio magro». Più a Sud, si stava peggio. La maggior parte dei contadini mangiavano pane fatto con farina di mais o di castagne. La pasta veniva consumata solo dai più benestanti. L'ufficiale sanitario di Capracotta, una piccola città del Molise, notava nel 1891 che i 5.000 abitanti vivevano in piccoli tuguri con le loro bestie. Trent'anni dopo, in Sicilia, la situazione era la stessa. La Commissione Parlamentare Faini rilevava che in una tipica casa contadina animali e esseri umani dormivano tutti insieme: i nonni, i figli, i nipoti, il mulo, l'asino, le galline e qualche maiale. Una sorta di porridge fatto, spesso con il granoturco, per riempire lo stomaco, era il pranzo abituale dei poveri contadini in gran parte dell'Europa. Di questo si nutrivano al mattino, di giorno e di sera, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Due giornalisti francesi, i fratelli Léon e Maurice Bonneff, raccontano la loro visita ad una casa operaia a Lille. Siamo nel 1908. Ci vivono una giovane famiglia. La donna ha 26 anni, ma ne dimostra cinquanta. Tossisce ininterrottamente. La stanza dove vive con il marito e i cinque figli è di quattro metri per due. Il marito parte per il lavoro alle cinque del mattino e torna alle sette di sera. Hanno la tubercolosi e non vivranno a lungo. Si stima che in quella zona la malnutrizione sia la causa diretta della tubercolosi nel 68 per cento dei 519 lavoratori interessati. La nobiltà, naturalmente, godeva di uno stile di vita completamente diverso. Questo era vero non soltanto a Londra, Parigi, Napoli e Berlino, ma anche per gli aristocratici "minori" in zone periferiche. Il geologo francese Barthélemy Faujas-Saint-Fond, in viaggio nella Scozia nel lontano 1784, ci ha lasciato un resoconto affascinante delle vivande disponibili a casa del suo ospite «Monsieur Mac-Liane», nell'isola di Mull nel Nord-Ovest della Scozia. «Mac-Liane» era certamente il generale Allan MacLean che aveva preso parte alla difesa del Quebec dagli eserciti rivoluzionari americani. MacLean era tutt'altro che ricco, ma il cibo che era in grado di offrire al suo ospite francese era eccezionale. Forse stava cercando di impressionarlo, e ci riuscì. La colazione del mattino consisteva in manzo affumicato, aringhe salate, burro, latte e panna, porridge; poi, latte mescolato con tuorlo d'uovo, zucchero e rum (ovviamente una specie di zabaione), marmellata di uva, mirtilli, frutti locali, tè, caffè, vari tipi di pane, e poi rum della Giamaica. A cena c'era una grande ciotola di zuppa di manzo, montone e pollo con avena, cipolle, prezzemolo e piselli seguita da un sanguinaccio di maiale (probabilmente il famoso black pudding) con molto pepe e zenzero, "eccellenti" fette di manzo alla griglia, arrosto di montone di alta qualità, patate cotte nel sugo di carne, polli, cetrioli e un chutney di zenzero, madeira, un pudding di farina di orzo, crema e uvetta greca. Finita la cena, servivano porto, sherry e madeira e un punch; poi formaggi e infine il tè. Faujas-Saint-Fond poi spiega che i 7.000 abitanti di Mull, principalmente pastori, andavano in giro senza scarpe e cappello (nel Nord della Scozia!), mangiavano avena e patate. E le donne (al contrario della figlia del generale) erano brutte per via «del clima e del cibo». Tale divario tra i ben nutriti e gli altri esiste ancora oggi. La scarsità di cibo è dovuta in parte alle catastrofi naturali e dalle guerre, ma soprattutto alla mancanza di infrastrutture agricole (strade, canali, irrigazione). Mancano gli investimenti in agricoltura che sono cinque volte più efficaci nel ridurre la povertà e la fame degli investimenti in qualsiasi altro settore. Poi c'è lo spreco di alimenti: secondo un rapporto FAO, un terzo di tutto il cibo prodotto non viene mai consumato. E così ci troviamo in questa situazione curiosa e terribile: un mondo diviso tra quelli che mangiano troppo poco e quelli, i cosiddetti fortunati, che mangiano una quantità eccessiva di cibo sbagliato. Donald Sassoon Fonte: D. Sassoon, Quando si mangiava peggio, in «Il Sole 24 Ore», Milano, 6 aprile 2014.
- Voccarusce 'mpanicce: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!
Nei primi giorni di maggio, quando dalle nostre parti la primavera incomincia a farsi sentire, è solito notare il raccoglitore di voccarùsce inerpicarsi su per i nostri monti per raggiungere i vecchi stazzi alla ricerca della prelibata erba spontanea. Questo orapo selvatico ha sembianze simili allo spinacio e spesso si confonde con l'ortica, dal momento che solitamente crescono insieme. Una volta mondato e ben lavato va cotto in acqua salata e, al momento di scolare, fare attenzione a conservare l'acqua di cottura necessaria che, unitamente al pane raffermo o secco, darà il via alla 'mpaneccieàta, ovvero: amalgamare per bene. Tale operazione è opportuno eseguirla con un pestello di legno o, in mancanza, con un robusto cucchiaio purché di legno e terminarla solo quando l'impasto apparirà omogeneo. Nel frattempo, a parte, si fa soffriggere, con poca cipolla, la ventresca stagionata di maiale che si unirà alla 'mpanìccia e, con l'aggiunta di un pizzico di peperoncino e una buona spolverata di pecorino, il piatto è pronto. Questa ricetta, in altri tempi, conteneva la muscìsca (carne di pecora essiccata al sole) al posto della ventresca; ma, ormai, risulta introvabile e noi ci auguriamo che, chi conosca l'antico metodo per realizzarla, lo tramandi, al fine di non disperdere ciò che, allora, era necessità ed oggi potrebbe divenire turismo culinario. Re voccarùsce e tante altre erbe che crescono spontanee nel nostro territorio sono, o meglio, erano utilizzate da companatico in tanti piatti poveri, al fine di rendere più appetitoso il pane, quasi sempre duro se non stantio. Tra le tante, alcune si mangiavano anche crude, proviamo a ricordare (anche per sentito dire!): cieàmma-cieàmma o ciammarluótte, salvieàgge, fiùre de re paradìse, cassèlle, lambeàzzare, cuóppe-cuóppe, papeàmbare, pasctenàche, tieànne, ciacìvete, taratùffele, marruóina etc... quest'ultima usata (come la "genzianella") sia per stuzzicare l'appetito che per curare re varlìse (le escoriazioni) degli animali da soma. Menzione a parte merita la rapàneca. Questo particolare cardo selvatico, buono se mangiato prima di schiudere, veniva usato dalle ragazze (udite udite, oh giovani!) per rifiutare l'offerta di fidanzamento. Il malcapitato che riceveva il singolar dono era preso in giro dagli "amici" che lo canzonavano facendogli gli auguri per la bella rapàneca ricevuta. Insomma, tra tutte queste erbe si pasceva, si cresceva e ci si moltiplicava, all'insegna del detto: "Tùtte jèrve cuóglie, cuóglie e puó màgnatele che sàle e uóglie!". A riprova di quanto sia vero tale detto, si narra che un noto avvocato capracottese, esercitante in quel di Roma, recatosi un giorno alla ricerca di voccarùsce, ne trovasse in tal quantità che, oltre a farne una scorpacciata nei giorni di permanenza a Capracotta, ritenne cosa buona continuare la ghiotta abbuffata a Roma, unitamente al resto della famiglia. Fin qui, tutto bene! Se non che, l'uomo di legge, tornato a Capracotta, con fare saccente, si vantò della gran raccolta, suscitando stupore e incredulità in quanti lo stavano ad ascoltare, i quali dovettero sudare sette camicie per convincerlo che in quel periodo e in quel luogo, re voccarùsce non potevano assolutamente esserci. Probabilmente si trattava di altre erbe. L'avvocato, pur non del tutto persuaso, concluse: – Voccarùsce o non vaccarùsce, ije me r'aje magneàte e so' sctàte pùre buóne! Il detto fu suggellato dalla legge! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Voccarusce 'mpanicce: la ricetta, fatti, aneddoti e..., in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.
- Tre cavalli e un somaro
Certo che nella mente di una persona di una certa età ne passano di ricordi di vita vissuta in sessanta-settant'anni d'esistenza. E le ore per ricordarsi meglio del passato sono quelle del mattino, verso le 5-6, quando non hai più voglia di dormire, ti rivengono in mente tutti i ricordi della fanciullezza, ricordi così lontani che poi svaniscono nella vita quotidiana di tutti i giorni. Sembra di avere una visione più limpida di tutti i ricordi lontani nel tempo. È così che molte mattine a letto mi ripassavo col pensiero ogni attimo, ogni momento della vita di tanti anni fa, e sfruttando questo barlume di memoria, mi sono accorto che avrei potuto descrivere con semplice austerità i quarant'anni di vita vissuti nel mio paese e precisamente a Capracotta nell'Alto Molise, a 1.421 metri sul livello del mare. Multiattività agricola Bè! facendo anche uno sforzo mentale, ho cercato di rimettere su quel periodo così agrodolce ma anche naturale di un'esistenza ormai lontana. "Multiattività agricola" è una parola difficile, e qui il giornalista, il romanziere, ci potrebbero fare addirittura una cronaca ben lunga, ma io con la mia semplicità mi limiterò a spiegare il significato della parola. Vivere in quei luoghi a 1.421 metri di altezza, e fare l'agricoltore come mestiere primario, non era tanto facile perché, per vivere, ci dovevi mettere tutti gli altri lavori che ti capitavano a portata di mano, e non rifiutare niente, altrimenti morivi di fame. Anche a spalare la neve d'inverno per 50 lire al giorno, e 200 lire, e anche 400 lire appena dopo la Seconda guerra mondiale. Sarebbe troppo lungo e noioso descrivere punto per punto tutte le privazioni ed i soprusi che si sopportavano per sbarcare il lunario. Di tanti lavori che si facevano, uno mi interessa ricordare in particolare, e far conoscere a chi avrà l'occasione di leggere questi modesti righi. Il carbonaio Un mestiere che aveva tutti i difetti immaginabili di questo mondo, perché era un mestiere pesantissimo, misero. Per riportare a casa qualche cento lire bisognava lavorare notte e giorno. Parlo dell'epoca in cui è toccato anche a me fare per parecchi anni quel maledetto lavoro, ossia dal 1930 al 1943. I cittadini del mio paese, quando arrivava l'autunno ed avevano finito i lavori agricoli rimettendo in casa tutto il ricavato che ti dà la terra in quei luoghi, cioè grano, patate, legumi, fieno per le bestie ecc., lasciavano le bestie in custodia alle donne e si apprestavano a fare per tre-quattro mesi invernali questo inumano lavoro. Era un periodo che se ne faceva tanto di carbone vegetale, perché aveva una grande risonanza nell'industria italiana, specie negli anni precedenti all'ultima guerra mondiale. Molte erano le aziende che si interessavano alla compera delle sezioni boschive. Anche a Capracotta c'erano delle piccole e medie aziende che si interessavano alla collocazione degli operai. Si formavano delle squadre di cinque, sei o dieci operai, a seconda di quanto lavoro la squadra si sentiva di fare, con alla guida uno della squadra che se ne intendeva di più ed aveva le funzioni da caporale e da cuocitore. Era quella persona che, sentito il parere di qualche altro della squadra, contrattava il prezzo, cioè un lavoro a cottimo; se il bosco era di alto fusto, e le persone esperte che avevano osservato il bosco, avevano valutato bene la situazione, tagliando la legna e riducendola a carbone, forse alla fine dell'inverno ci poteva avanzare qualche mille lire. Ma se invece del bosco di alto fusto, si trattava di dissodare, cioè cavare tutte le radici del sottosuolo, nel nostro gergo dicevamo "cavà le ciòccare", e ridurle sempre a carbone, allora era un'incognita, perché non potevi e sapevi valutare con precisione che cosa ci poteva essere nel sottosuolo, ma sempre poco, perché si trattava di molto lavoro e poco prodotto, facendo una fatica enorme con lo zappone. Ricordo tante di quelle squadre che, dopo aver lavorato tre-quattro mesi senza contributi ed aver mangiato polenta giorno e sera, alla fine per far ritorno a casa dovevano vendere qualcosa della comunità oppure richiedere i soldi a casa. Cosa che successe anche a mio nonno e a mio fratello Pasquale che, dopo aver lavorato per tre mesi nella provincia di Foggia a cavà ciòccare, per far ritorno a casa dovettero venire dove eravamo io e mio fratello Alfonso che pascolavamo le pecore, così il nostro massaro gli diede 2.000 lire del nostro salario per far ritorno a casa. Questo era il lavoro del carbonaio, un lavoro duro, misero, sporco, perché essendo lontano dalla famiglia, ti dovevi lavare qualche volta anche la camicia. Toccava lavorare dieci, dodici ore al giorno, cominciando la mattina molto presto, e terminando la sera all'imbrunire; anzi, la notte quando era scuro, si facevano quei lavori che non richiedevano molta precisione, come la sega dei tronchi degli alberi. Quasi in tutte le squadre c'era un ragazzo, o un giovanotto alle prime armi, che provvedeva a far da mangiare, e a cuocere di notte fagioli e fave, ed a fare la polenta o altri lavori inerenti la custodia della capanna, ed era quella persona che maggiormente passava i guai, perché essendo più piccolo, veniva da tutti comandato, mal nutrito e mal pagato. Qualche volta poteva succedere che qualche squadra composta da elementi giovani poteva fare un buon contratto e guadagnare qualcosa di normale, ma mai si poteva ricompensare una vita di sacrifici così crudeli nel mezzo del bosco. Invece era tutto il contrario dalla parte dei datori di lavoro. Per loro che commerciavano nella vendita della legna e carbone, ed approfittavano anche della disoccupazione e dell'umiltà della povera gente, per loro - dicevo - le cose andavano molto bene, perché tutto si veniva a sapere del ricavato delle grandi partite boschive, anche guardando il tenore di vita delle loro famiglie. Ma non è di questo che volevo parlare, perché sembra che ai giovani di oggi gli suona come un ritornello rievocare le sofferenze del passato, accusandoci di essere stati molto umili, e di non aver preteso i nostri sacrosanti diritti, come avviene oggi. Purtroppo è la verità: è colpa della nostra poca cultura che ci teneva all'oscuro della realtà della vita. Adesso le cose sono cambiate, ed in meglio. Ci sono state nel ventennio precedente tante conquiste sempre migliorative, e così speriamo ancora nell'avvenire, e del passato non possa che rimanere un ricordo lontano. I cavalli di casa Dell'Armi Quando nel 1916 mio padre morì in guerra noi ci ritirammo definitivamente a Capracotta, dato che prima facevamo la spola fra la Puglia e la montagna, cioè l'inverno mio padre e mio nonno andavano a lavorare nella provincia di Foggia, pertanto anche mia madre e noi bambini, che risiedevamo in paese, la primavera ritornavamo nel Molise. Mio nonno Pasquale Dell'Armi, forse con qualche spicciolo che aveva messo da parte o grazie alle prime lire che mia madre riscosse della pensione di guerra, comperò due mucche ed una cavalla col puledro. Mi sembra una visione così lontana, come un'ombra, perché questo avvenne se non sbaglio verso il 1919-20 o qualche anno prima, ed io avevo quattro-cinque anni, quindi molto piccolo per descrivere meglio ogni particolare. Però ricordo con precisione che fu un animale che tenemmo pochi anni e che mio nonno vendette subito. In seguito comperammo un grande e maestoso mulo, forse non adatto alle esigenze della piccola azienda agricola familiare. Passò come un'ombra nella mia mente tanto che, per ricordarmene, ho dovuto compiere uno sforzo di memoria, perché il mulo fece la stessa fine della cavalla, cioè fu rivenduto immediatamente. Finalmente, dopo due esperienze negative, la terza andò molto bene perché comperammo da un compaesano un cavallo giovane di nome Pupitto, dal mantello baio, un cavallo che abbiamo tenuto più di vent'anni. Un cavallo adatto all'azienda familiare, docile, un cavallo di una familiarità incredibile. Nella nostra famiglia come nelle altre del paese, quando vi è un solo animale da soma e la famiglia è numerosa, la bestia deve servire due padroni, essere a disposizione di tutti e fare lavori diversi. E questo è stato l'animale adatto per lunghi venti anni. Tenere un cavallo così a lungo - non so come potrei descrivere la circostanza - ti ci fa affezionare al punto che hai come un chiodo fisso nella mente; pensi sempre a lui, affinché non gli succeda nulla, perché per noi piccoli agricoltori, in quel periodo, un cavallo o una qualsiasi altra bestia, era tutto il nostro avere, era la vita intera. Il primo pensiero del mattino era per le bestie della stalla, oppure per quelle che stavano al pascolo. E l'inverno... quanto lavoro e quante cure per tenerli in buona forma, perché l'estate ci dovevi lavorare! Noi agricoltori dovevamo fare tutto di fretta, visto che a 1.421 metri di altezza l'inverno arriva presto e si protrae a lungo... pare che non passi mai! Sembra che ora la situazione metereologica sia cambiata a tal punto che d'inverno non nevica più come quarant'anni fa. O forse, vivendo da quasi trent'anni a Roma e facendo una vita migliore, non provo più quelle emozioni e quelle preoccupazioni che ora sto raccontando. Nel descrivere dopo molti anni il valore di questo animale così docile, ricordo e ripenso ai suoi infiniti pregi, a quanto fosse movimentata la vita a Capracotta. Era necessario avere un pochino di tempo libero e il cavallo a portata di mano, e potevi correre verso i boschi comunali a recuperare legna per il fuoco. Legna, sempre legna: era un pensiero incessante, perché in quei luoghi il camino non si spegneva mai, nemmeno ad agosto. Ma più di ogni altra cosa, rammento un'altra qualità di quel cavallo. Quando per due-tre anni andammo a lavorare in provincia di Potenza - precisamente a Montemilone - ad oltre 400 chilometri dal mio paese, ci volevano cinque o sei giorni di cammino. Si partiva verso ottobre-novembre per far ritorno ad aprile-maggio. In quelle occasioni il cavallo fu di grande utilità perché erano quelli gli anni dell'ultima guerra mondiale e per mangiare esisteva la carta annonaria, cioè una prescrizione giornaliera pro capite di pane ed altri beni. Ma noi che lavoravamo nei boschi avevamo bisogno di molto più cibo. Col cavallo giravo sempre alla ricerca (e allo scambio) di merce e qualunque cosa mi capitava, la portavo nel bosco per far mangiare i miei compagni che lavoravano ed aspettavano. Un'altra ragione per cui questo cavallo era così familiare sta nel fatto che era stato privato del sesso. A Capracotta quasi tutti i cavalli e i muli passavano sotto le tenaglie di don Peppe Turchetti, il veterinario, e del maniscalco, mastro Gaetano. Loro erano due professionisti del mestiere che non si facevano sfuggire niente. Quando venivano effettuate operazioni del genere, era una giornata di festa per tutti i partecipanti. Specialmente nei paesi del circondario di Capracotta, ove avveniva nei giorni indicati la castrazione di molti muli ed era richiesta molta forza per reggere le bestie, in quel giorno - dicevo - si stava in campagna e si mangiavano prosciutto e salsicce, e si beveva del buon vino. L'animale, privato dei genitali, diventava più docile e adatto per l'azienda agricola familiare. In verità, durante il periodo della mia permanenza a Capracotta, mi sono orientato verso gli animali di sesso maschile. Perché dico questo? Perché ora, meditando sul passato, ho potuto constatare che prima dell'ultima guerra mondiale, ed anche subito dopo, ho tenuto due-tre dei migliori cavalli, sempre maschi, e una sola cavalla - che in seguito descriverò con esattezza - che non ha generato puledri. È così ed è importante. Perché forse non ne avevo i meriti necessari. Voglio dire che per tenere degli animali da riproduzione, bisogna padroneggiare capacità speciali, avere quella pazienza e quei meriti che pochi agricoltori hanno. Specialmente quando la cavalla è gravida, è necessario utilizzare degli accorgimenti delicatissimi, altrimenti la bestia non darà mai figli, anche se ciò dipende pure dalla fertilità dell'animale, dalla razza e da tante altre cose che non impareremo mai. Antonio Dell'Armi (a cura di Francesco Mendozzi)
- Un molisano ha preso gli inglesi per la gola
Londra, luglio. Era inevitabile che, dopo gli spaghetti, i ravioli e il caffè espresso, anche la pizza napoletana conquistasse una posizione ragguardevole nelle preferenze gastronomiche del popolo britannico. Tanto vero che sempre più si vede aumentare a Londra il numero dei locali che offrono alla affezionata clientela la possibilità di gustare un nuovo Italian flavour; un cibo - dicono loro - completo ed insuperabile nella sua dosatura fra i carboidrati contenuti nella farina di grano, le vitamine del pomodoro, il grasso delicato dell'olio di oliva e gli elementi (di cui mi sfugge il nome) che compongono mozzarella e formaggio. Battuti i Francesi L'autorità degli Italiani nel campo alimentare, ha oscurato - incredibile a dirsi - la fama secolare degli chefs francesi; non perché questi ultimi siano da meno dei nostri, ma per la semplicissima ragione che le specialità gastronomiche italiane si rifanno ad una cucina sana e "casareccia" non sofisticata, che più facilmente si adatta ad una produzione su scala quasi industriale per "consumi di massa". La pizza alla napoletana, sotto questo aspetto, finirà forse per superare l'attuale primato degli spaghetti, date le difficoltà che si incontrano per servire questi ultimi come si conviene; senza cioè cadere nell'imperdonabile errore di farli passare di cottura. A questo proposito, merita d'esser raccontata la storia del marinaio italiano Benito Conti, imbarcato sul mercantile tedesco "Kondor" che fino a ieri si trovava ormeggiato nel porto di Topsham. Il povero Benito, unico Italiano in un equipaggio teutonico, per settimane e mesi di navigazione, ogni giorno che il buon Dio mandava in terra, a pranzo, a cena e perfino all'ora del caffelatte, si vedeva metter dinnanzi enormi porzioni di spaghetti che i suoi compagni divoravano golosamente e che a lui, invece, facevano venire il voltastomaco, ridotti com'erano nelle condizioni di una gelatinosa colla da manifesto. Arrivato il "Kondor" a gettare le ancore in un porto britannico, Benito ha compiuto il passo più grave che un marinaio possa decidere in territorio straniero: quello della diserzione. Scappato come un ossesso da quello che ormai considerava il suo purgatorio galleggiante, ha infilato la porta del più vicino ristorante ed ha ordinato una mezza dozzina di uova frittellate, cotte con la pancetta di maiale come si usa in Inghilterra. Ma si era appena accinto ad aggredire quel piatto così gustoso, che già la polizia portuale gli metteva gli artigli addosso chiudendolo, senza troppi complimenti, in guardina. – O torni a bordo della tua nave – gli fu detto – o finirai l'anno qua dentro. – Per favore – rispondeva come un automa l'affamatissimo Benito facendo mostra di non intendere – datemi un altro piatto di uova sfrittellate. Accontentato e sazio, si rifiutava ostinatamente di tornare fra gli incubi degli spaghetti collosi a bordo della nave tedesca. Per cena chiedeva cotolette di agnello con contorno di piselli e soltanto il pomeriggio seguente, satollo di roast-beef e persuaso dalle autorità consolari, decideva di farsi riaccompagnare da due poliziotti a bordo del "Kondor" che è subito salpato alla volta di Copenaghen, lasciando gli Inglesi sbalorditi per il fatto che un Italiano possa talvolta preferire la galera agli spaghetti. Ma, per tornare alla pizza napoletana che ci ha fornito spunto per queste divagazioni, dovremo occuparci di un altro personaggio di sangue italiano che risiede ormai stabilmente qui a Londra e le cui vicende non mancheranno certo di destare interesse a Capracotta suo paese natale ed o ancor più, forse, a Frosinone dove per una ventina d'anni egli ha esercitato la sua arte. Il nome è Sebastiano Di Cesare, la professione: "caciaro", l'uomo che in un laboratorio della Central London, a pochi passi da Tottenham Court Road fabbrica uno degli ingredienti essenziali per la pizza napoletana: una mozzarella, cioè, che nulla ha da invidiare ai prodotti originali dell'Abruzzo e della Ciociaria. Il termine mozzarella, in verità, suona un po' ostico alle orecchie degli Inglesi e forse sarà bene, in seguito, trovare un nome dal suono più internazionale attaccato al suo passaporto italiano, è ormai da tanti anni uno dei più noti esponenti del cinema britannico. Zampi ha qui un fratello proprietario del ristorante "La Romanella" in Wardour Street - la strada delle Case cinematografiche - dove si danno convegno attori e registi e dove, un paio d'anni fa, si cominciarono a servire alla clientela anche pizze alla napoletana condite con un tipo di latticino che lasciava alquanto a desiderare. Insisti oggi e insisti domani, lo Zampi, regista e buongustaio, riuscì a convincere il fratello ad avventurarsi nella impresa di fabbricare in Inghilterra un prodotto che prima d'ora sembrava monopolio tipico di alcune zone dell'Italia Centro-Meridionale. Sebastiano Di Cesare, mentre con larghi movimenti di mestolo pescava latte cagliato da un gran vascone fumante, mi ha rievocato alcune pittoresche frasi di compatimento pronunciate dai suoi compaesani quando comunicò loro che aveva deciso di accettare l'incarico di far mozzarelle e provoloni nientemeno che a Londra. – Ma tu sei matto – gli dicevano fra l'altro – come vuoi che ti riescano in un clima freddo; e come riuscirai a farti capire dagli Inglesi? "O sole mio" L'esperimento ebbe inizio proprio a Frosinone dove fu inviato per aereo da Londra un grosso bidone di latte inglese che venne trasformato in mozzarella rivelandosi eccellente per questo scopo. Pochi giorni più tardi, Sebastiano arrivava alla stazione di Victoria, si iscriveva ad un corso accelerato di lingua inglese e cominciava a manipolare i suoi candidi prodotti nel locale a pianterreno vicino alla Tottenham Court Road dove il sottoscritto lo ha scoperto per caso recandosi a far riparare l'automobile da un meccanico che lavora poche porte più in là. Ora l'attività del "caciaro" di Capracotta non si limita più alla confezione delle classiche mozzarelle; dalle mani di Sebastiano e degli aiutanti che ha chiamato di rinforzo dal paese natio, escono anche provoloni, ricotta, caciotta e "fior di latte" che ribattezzato, quest'ultimo, col nome "Milk Flower Cheese", viene distribuito ai negozi avvolto in una carta sulla quale spiccano i colori dell'Union Jack e tanto di dicitura "Made in England". Chissà che una volta o l'altra questo delicato latticino non finisca per tornare di rimbalzo in Italia ed il nome esotico non lo faccia diventare alla moda con il tè delle cinque. Del resto, in argomenti di questo genere, abbiamo visto anche di peggio. Qui in Inghilterra per esempio si vende, a centinaia di migliaia d'esemplari, un disco inciso da Elvis Presley sotto il titolo "It's now or never", e da cui la voce del cantante americano si sprigiona dolce, appassionata di vibrazioni nostalgiche. Le parole - come purtroppo oggi avviene quasi sempre per le canzoni - lasciano molto a desiderare; ma la musica è quanto di meglio ci si possa attendere da un tune a tempo di fox lento. Il guaio è che, dopo le prime note, uno si accorge che la musica del fortunatissimo "disco novità" gli è nota, anzi molto famigliare, e subito viene identificata come la più famosa delle canzoni napoletane: "O sole mio". Dal Vesuvio all'America, dall'America all'Inghilterra e dall'Inghilterra all'Italia dove a quest'ora sarà senza dubbio ridiventata "popolarissima". Lo stesso - per fare un altro esempio - per le automobili che i nostri carrozzieri vengono a disegnare in Inghilterra e che qui sono vendute con la etichetta reclamistica dell'Italian style, ma che, esportate in Italia, suscitano l'ammirazione degli anglofili per la «sobrietà di linea tipica del buon gusto britannico». Per non parlare delle stoffe "Made in England" e via di seguito. Sta di fatto che, oggi come sempre, resta valido il vecchio proverbio per cui nessuno è profeta in patria. Neppure quel Sebastiano Di Cesare che, in una stradetta londinese, poco distante dalla Tottenham Court Road ingombra di autobus rossi a due piani, plasma provoloni e mozzarelle per i pizzaioli del Regno Unito. Antonio Perrini Fonte: A. Perrini, Un molisano ha preso gli Inglesi per la gola fabbricando in piena City mozzarella fresca, in «Il Tempo», XVIII:192, Roma, 12 luglio 1961.
- La Cappella di S. Maria di Loreto: luogo di culto e grande realtà economica
Il primo documento che cita Capracotta risale al 1040; la Cappella di Santa Maria di Loreto di Capracotta è annotata tra i locati alla Dogana di Foggia nel 1600 ed è il più grande proprietario di Capracotta con 9.500 pecore. La chiesetta, piccola e rozza, fu interamente ricostruita ed ampliata nel 1622 ed è presumibile che sia stata edificata originariamente tra il 1400 e il 1500. La sua posizione non è casuale: infatti da una mappa della fine del 1700 si nota che Capracotta terminava a sud-ovest con la Chiesa di Sant'Antonio di Padova e a nord con San Giovanni; un tratturello collegava Castel del Giudice con Capracotta e terminava a San Giovanni mentre un altro tratturello a sud-ovest collegava Capracotta con il grande tratturo Celano-Foggia. L'altro grande Tratturo Ateleta-Biferno, seguendo per un tratto il fiume Sangro, dopo Sant'Angelo del Pesco, si allontanava da Capracotta per attraversare il Trigno dopo Montefalcone. L'enorme numero di pecore che d'estate pascolava nel territorio di Capracotta per affrontare la transumanza, doveva per tante ragioni imboccare una strada non troppo ripida e con pochi ostacoli naturali e la strada più agevole era per l'appunto il tratturello che partendo da sotto la Madonna, affrontava una graduale discesa sfiorando le pendici di Monte Capraro, aggirando ad ovest Monte Miglio e, attraversando San Pietro Avellana, si congiungeva all'inizio della piana di Staffoli al tratturo Celano-Foggia. La chiesetta della Madonna era dunque l'ultimo contatto dei pastori con Capracotta ed era lì che avveniva il doloroso distacco dagli affetti più cari ed era lì che avveniva il primo contatto al ritorno primaverile. Non ci volle molto per trasformare quel posto in un luogo sacro: chi partiva e chi restava si affidava alla protezione della Madonna di Loreto. La devozione fece sì che le continue offerte trasformarono la Cappella in una grande realtà economica al punto da possedere un cospicuo patrimonio tra terreni, tra cui una vigna a Agnone, oro, animali: nel 1700 registrava ben 21.210 pecore alla Dogana (per inciso, erano quasi 300 le persone addette alla cura di tante pecore). Da un documento del 1819 riguardante il contratto di censuazione delle terre a pascolo si deduce che Postapiana, in massima parte, e poi Bosco da Capo, Bosco da Piedi, Mezzamesa nella locazione di Canosa e Macinati nella locazione di Lesina, erano le zone dove le pecore della Cappella svernavano. Nello stesso anno 1819 la Cappella chiese il permesso di dissodare e coltivare la quinta parte dei terreni censiti in Bosco da Capo di Canosa. Da altri documenti apprendiamo che la Cappella funzionava anche come banca effettuando prestiti; qualcuno doveva pur essere delegato ad amministrare un tale patrimonio ed ecco che in un documento del 1807 è indicato Diego di Ciò come procuratore della Cappella e in un altro del 1819 il canonico Giustino Comegna come amministratore. Gli utili derivanti dalla gestione del patrimonio furono devoluti per fini sociali e umanitari; ad esempio nel 1697 la Cappella donò 1.000 ducati (somma enorme per l'epoca) al Comune per acquistare grano per i cittadini; nel 1725 contribuì con 700 ducati alla costruzione del seminario di Trivento; dal 1662 sostenne il Clero di Capracotta formato dal parroco e da sette sacerdoti con una rendita annua di 312,65 ducati; infine nel 1730 impegnò un'ingente somma per ricostruire la Chiesa Madre sui ruderi dell'originaria chiesa. Ma nonostante questi pesanti impegni, nel 1740 contava ancora 9.005 pecore per salire a 17.980 nel 1750, scendere a 4.280 nel 1780. La crisi della transumanza, iniziata agli inizi del 1800, ridimensionò un poco le risorse della Cappella; le leggi eversive del 1866 e del 1867 contribuirono invece alla fine del patrimonio della Cappella che fu trasferito al demanio dello Stato e i fabbricati vennero poi concessi al Comune previa richiesta di utilizzo per pubblica utilità. Interessanti sono le vicende legate alla statua che venne rinvenuta tra il 1400 e il 1500 in località Vallesorda dove aveva sede un monastero benedettino; in seguito fu denominata Santa Maria di Loreto, protettrice dei pastori nella transumanza. In origine la statua aveva sul braccio sinistro un Bambino che faceva corpo unico in un tronco di pero; inspiegabilmente il Bambino venne reciso, sostituito da un braccio e la Madonna venne arricchita da un manto stellato. Il bambino fu rubato il 15 settembre 1981 e da allora non più ritrovato. Il 7 settembre 1978 la chiesetta venne elevata al rango di Santuario. Nei primi giorni di settembre, a seconda delle condizioni climatiche, le partite di pecore che avevano trascorso l'estate nella nostra zona riprendevano la strada verso il Tavoliere e gradatamente l'avvenimento assunse la dimensione sacra con messe solenni e benedizioni ai partenti; con il passare del tempo l'inizio della transumanza si trasformò in una vera e propria ricorrenza religiosa con un novenario di preparazione, con l'uscita della Madonna dalla chiesetta, accompagnata dai cavalli addobbati, per il ritorno originario alla Chiesa Madre, poi la processione per le strade di Capracotta e infine il rientro alla chiesetta. Non sappiamo quando questo ciclo si sia trasformato in triennale ma è logico supporre che, dopo la crisi della transumanza e l'inevitabile emigrazione, avesse più senso consolidare la tradizione con una grande festa triennale per consentire più agevolmente ai capracottesi sparsi in Italia e nel mondo di essere presenti all'appuntamento sacro con la protettrice di quegli addetti alla transumanza, antenati di quasi tutti i capracottesi di oggi. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, La Cappella di S. Maria di Loreto: luogo di culto e grande realtà economica, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- L'origine di Capracotta
Nei folti boschi che coprivano gli alti monti che circondano Capracotta, molti pastori solevano portare i loro animali al pascolo. Giravano continuamente, d'estate e d'inverno, senza mai fermarsi. Stanchi di questa vita, un giorno decisero di porre la loro stabile dimora al di sotto di quei monti. E così fecero. Ogni famiglia costruì la sua casetta e a poco a poco sorse un villaggio, naturalmente un villaggio piccolo, con poche case e poca gente. I pastori erano contenti di essere pochi, perché questo dava loro una maggiore tranquillità. Alla borgata ora bisognava dare un nome. Quale? I pastori si riunivano ogni sera, nello spiazzale davanti alle case, per discutere sul nome da dare al villaggio ma ogni volta si lasciavano senza aver deciso nulla. L'aria era rigida e per attenuarne i rigori accendevano un fuoco attorno al quale poi si attardavano a discutere. Pensavano ad un nome che si riferisse ai boschi, alla rigidezza del clima, ai monti alti, ma ogni volta che credevano di aver trovato, ricominciavano da capo. Passavano intanto i mesi, senza che riuscissero a trovare per il loro paese un nome che lasciasse tutti soddisfatti. Ormai il piccolo villaggio sembrava destinato a rimanere senza nome quando una sera, da un angolo, sbucò improvvisamente una capra; essa si fece largo tra i pastori incuriositi, si fermò davanti al fuoco, spiccò un salto e cadde nel fuoco, poi con un balzo improvviso ne uscì fuori e si allontanò lentamente dalla parte opposta da cui era venuta. I pastori la seguirono con lo sguardo fino a quando disparve ai loro occhi. Cercarono di rintracciarla, ma ogni loro ricerca fu vana. La capra non c'era in nessun luogo. Ritornarono attorno al fuoco e cercarono di interpretare l'accaduto. Era chiaro che si trattava di un segno divino. Uno dei pastori, quello che più si era opposto ai nomi trovati dai loro compagni, propose allora di chiamare il paese Capracotta. Questa volta non ci furono discussioni né opposizioni. La proposta fu accettata da tutti e così il nome fu trovato. Lo stemma del Comune ne ricorda il modo: una capra che salta sul fuoco. Il 16 giugno i capracottesi si recano fuori del loro paese, per rivivere il clima di pace e tranquillità di quei tempi lontani e ripetono la scena della capra che salta sul fuoco, da cui ancora credono che abbia avuto origine il nome con cui è stato indicato il loro paese. Renato Lalli Fonte: R. Lalli, Il Molise tra storia e leggenda, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1966.
- I figli miei e i figli tuoi
La storia che mi accingo a raccontarVi - i discendenti lo giurano - è vera, talmente vera da aver dato vita a un mantra, a una di quelle freddure che a Capracotta vengono ricacciate quando la situazione lo permette. I protagonisti di questo esilarante racconto sono Giovanni Di Luozzo e Teresa Carnevale, detta Senèlla, sposatisi in seconde nozze nel 1934. Il fatto è che entrambi, prima di convolare a nozze, erano già stati sposati ma, dopo aver avuto figli, avevano purtroppo perduto i rispettivi coniugi. Giovanni aveva infatti tre ragazzi, Luigi, Paolo e Maria (Mariétta), quando sposò Teresa. Teresa aveva invece due figli, Edmondo (Mondìne) e Giovanni (Papacchétta), quando sposò il suo di Giovanni. La loro casa, piuttosto gremita, diventò ancor più affollata quando i coniugi Di Luozzo misero al mondo altri due figli, Lucia (detta Ciétta) ed Antonio, nati dalla loro unione e per questo fratellastri dei cinque ragazzi avuti nei precedenti matrimoni. Per i vedovi, sia maschi che femmine, risposarsi era innanzitutto una necessità. Gli uomini che non avevano più la moglie non potevano badare alla prole perché spesso facevano lavori pesanti che li tenevano lontani dall'alba al tramonto. Le donne che avevano perduto il marito, d'altronde, non avevano più una fonte di reddito sicura e quindi un secondo matrimonio era quasi obbligatorio se non volevano rischiare di morir di fame con tutta la figliolanza. Giovanni e Teresa abitavano nel rione S. Antonio, su via S. Maria di Loreto, in una casa dignitosa e antica, esattamente dietro all'odierna stazione di servizio di Mario Di Lullo (Cannóne). Gli anni passavano e nell'ingarbugliata ma allegra famiglia Di Luozzo non mancavano, come in tutte le case, le baruffe, dovute soprattutto alla normale escandescenza dei sette giovani fratellastri. Un bel giorno Teresa sentì delle urla giungere dal retro e, non appena si affacciò alla finestra per vedere cosa stesse accadendo, vide una schiera di ragazzi accapigliarsi con furia, e strepiti e imprecazioni e botte da orbi. Teresa capì subito chi erano i rissosi. Vide Edmondo litigare con Paolo, Lucia che sbraitava contro Maria, Luigi bisticciare con Giovanni e, rivolta a suo marito che proprio allora stava rientrando a casa, gridò: – Giuvà, re figlie mié e re figlie tié ŝtieàne menànne re figlie nuóŝtre! (Giova', i figli miei e i figli tuoi stanno picchiando i figli nostri!). Francesco Mendozzi
- Sfrattata
Ah, che pacchia oggi. Casa, calduccio, relax. Che voi de più? Certo c'ho mpo' de fame, me sa che s'è fatta 'na certa. In frigo un cazzo, come al solito. Famme anna' a bussa' 'n attimo a quella che abita de sopra, magari se famo du spaghi. Bom. Oh? C'è nessuno? Bom. Ehilà? Che famo? Non se magna oggi? Vabbè che stai a dieta cì, ma almeno a me famme magnà, dai! Bom. Nun erano questi i patti, bella mia. Bom. Cor cibo non se scherza. Bom. Apri 'sta cazzo de porta! Bom. Bom. Bom. Ecco, già me sento sveni'. Me cedono le gambe. C'ho 'sta strana sensazion… Oddio chi siete, 'ndo me portate, fermi. So innocente. No, ve lo giuro, volevo solo magna', non volevo da' fastidio. Maledetta bastarda, hai chiamato le guardie! Appena esco te rovino! Te vengo a cerca'! Te arzo un macello che er Fight Club è 'na scampagnata a Capracotta ar confronto! E tu chi sei? Che voi? Nun me tocca'. Senti bello, a me non me ne frega un cazzo, io ce metto niente a rivoltatte come 'n pedalino. Ecco, mo chi è questa? Che c'hai da guarda’? Ah, sei tu. No senti, io te volevo di' che me dispiace pe' tutta 'sta caciara oggi. Cioè, lo so che siamo partite col piede sbagliato, ma stavo a mori' de fame. Non è successo niente, 'o so che non volevi chiama' tutto 'sto A-team de rincoglioniti. Dai, mo non piagne. Abbracciamose. Basta così, niente più rancore. Ecco vedi, t'ho fatto sorride. Certo nun è male qua fuori. Me devo un attima abitua' a tutta 'sta storia degli altri, del mondo, de 'sta luce. Ecco sì, la luce. È 'na cosa strana dopo nove mesi de buio. Ma devo di' che te dona, te fa più bella. Oh e comunque, non se semo presentate. Ciao ma', piacere. Sonia Ceriola Fonte: S. Ceriola e U. Race, Recensire con pressappochismo. Film, università, tendenze e altre storie buttate là..., Bibliotheka, Roma 2017.
- Cronachette di Capracotta
Capracotta, 20 luglio. Finalmente è sbocciata, gioiosa e briosa, la Primavera. Era ora. Questa invasione nella nostra graziosa cittadina di "papaveri" e di "garofani rossi" ha sorpreso un po' tutti i suoi gravi e bravi montanari perché ci eravamo in verità rassegnati a toccare il prossimo inverno senza alcuna pausa primaverile o estiva tanto il tempo quest'anno ci ha tradito. Quanti papaveri, quanti garofani rossi in Capracotta! Tanti, tanti, tanti... Abbiamo pertanto avuto occasione di conoscere il deputato comunista onorevole Amiconi, presentato dall'amico Giulietto Tedeschi, da quel Giulietto Tedeschi ormai noto come l'acqua santa dei comunisti molisani, un'acqua santa con i baffi, anzi con i baffoni perché Tedeschi d'Isernia oltre che per acqua santa è rinomato per i suoi baffi ormai in contrasto (i baffi) con i più avanzati principi suoi (dell'amico d'Isernia). Ma tant'è... Che ci possiamo fare se il nostro Giulietto, essendo ancora un uomo libero, liberamente si porta e si comporta? La cronaca a un certo punto dice: poi la comitiva con in testa il sempre sorridente Amiconi, si mosse per Prato Gentile per consumarvi la prevista colazione. Anche questa fu consumata con ordine e disciplina. Lucio Venditti, Pasqualino Mendozzi, Ugo Ianiro e Antonio Policella non sono solo dei classici del tresette, delle pallette, delle scope e degli scoponi più o meno scientifici, del turismo di varia classe o di altre cose del genere, ma sono anche dei rinomati sportivi trasportatori di mobili. Ma, a onore del vero, bisogna precisare che questo sport faticoso esercitano volentieri, solo però in conto e a carico di amici disposti a pagare una cenetta. Questa volta la vittima, vale a dire l'amico disposto a pagare la cenetta, è il... sottoscritto, che in verità ancora salda il debito perché ha sempre una strana sensazione di insolito brivido al semplice pensiero dei sopracitati quattro classici forchettoni. Faranno i bravi? Mah... Staremo a vedere. La fiera e la festa in onore di san Sebastiano si sono svolte secondo il prestabilito programma e con larga partecipazione di forestieri. Peccato però che il cattivo tempo abbia dovuto disturbare sia la fiera che le manifestazioni in programma. Gustavo Conti da Capracotta ci ha pregato di precisare, in risposta a Peppino Ruggieri, il noto Gierre, che per lui (per Gustavo), vi è una bella differenza fra l'arte pura e quella impura, fra il sacro e il profano, fra la danza classica o folkloristica o tradizionale e le gambe più o meno perfette, i promotori più o meno audaci, le insenature più o meno nascoste dalle donnine più o meno belle che alle sopradette danze muovono con disinvoltura i loro piedini più o meno agili, più o meno profumati. Egli (Gustavo) è senz'altro per l'arte pura, per il sacro, per la danza classica o folkloristica o tradizionale come tale. Così fu in verità a Montedimezzo. Possiamo dire altrettanto di Peppino Ruggieri da Pescolanciano? È pure egli per parte pura, per il sacro, per la danza come tale? O non più tosto per l'incontrario? Estate di San Martino Questa bella "vista" del fotoreporter Colli è stata presa in questi giorni di desiderata estate di San Martino dalla Villa Comunale di Capracotta, recentemente ripulita e definitivamente sistemata. La "vista" è veramente interessante: lontano le Mainarde già in abiti invernali; più in qua la montagna (a forma di triangolo) di Roccaraso; giù il Sangro e la sua valle pittoresca nascosta di fitta nebbia. Sembra, a vedere questa fotografia, che abbia ragione quel nostro amico capracottese quando afferma che noi quassù siamo più vicini al cielo che alla terra... Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Cronachette di Capracotta, in «Momento-Sera», VIII:172, Roma, 21 luglio 1953.
- Lucia
Lucia era una strana creatura: gli occhi spiritati, il capo scosso da un tremito su un corpo nodoso e robusto, la voce alterata che sembrava uscire più dalle sue vesti grigie e logore che dalla bocca, i capelli scarmigliati. Veniva dal paese diretta al bosco e di ritorno da questo, passava cantando, recitando, fermandosi di tanto in tanto a rispondere alle donne, blaterando chissà cosa ai ragazzini incuriositi e spaventati insieme. Saliva la strada lentamente e spariva inghiottita dalle rocce come fosse parte di loro dietro la curva del pilone. Ricompariva nel tardo pomeriggio più scompigliata con una fascina di céppe sul capo, oppure con una manciata di gallucci e di fragole nelle tasche, un bottino semplice che la faceva strega e fata allo stesso tempo. Lei aveva il fascino delle fiabe, di chi conosce la natura con la quale sa dialogare meglio che con le persone: il suo vivere quel solitario rapporto con il bosco, in cui si aggirava confondendosi perché già elemento silvano, era un mistero. Tra le case stonava: in occasione di una festa religiosa, durante i canti e i fuochi d'artificio le sue note accresciute e scomposte portavano la folla al riso e alla pena, ma lei continuava in un'enfasi sproporzionata di risposta a chi la voleva ridurre al silenzio. Abitava in paese in una casuccia addossata alle altre, nei pressi della mastodontica e rassicurante Chiesa Madre, tra quelle mura modeste viveva con una sorella la sua vita straordinaria. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Signorina Allergia
Che cosa vi devo dire che non vi abbia già detto. La verità? Ah, certo, la verità. Finalmente la verità. È che bisognerebbe intenderci sul significato che diamo alla parola: Edoardo, se fosse al mio posto, pretenderebbe senz'altro di discuterne, perché ha studiato filosofia, lui. Personalmente, credo che la verità sia una cosa che comincia quando siamo piccoli, giusto? Almeno su questo possiamo essere tutti d'accordo, perfino Edoardo (anche se lì per lì si ostinerebbe a sostenere di no, ma solo per partito preso, lui è fatto così, è contro a prescindere). Allora: quand'ero piccola. Quand'ero piccola a casa mia eravamo in tantissimi. Almeno otto, eravamo. Spesso nove, quando la tabaccaia bionda ossigenata trovava uno spazio fra un fidanzato nuovo e l'altro. Mio fratello e io dormivamo in una stanza. Nell'altra c'erano mio padre, la Lella, Giuditta, la tabaccaia bionda ossigenata se le girava, mia madre e nonno Marcello. E poi c'era Polly. Io davo moltissimi problemi ai miei genitori. Se ridevo troppo mi prendeva un attacco d'asma, se piangevo mi prendevano i crampi allo stomaco, se a scuola giravano i pidocchi o il morbillo, per la mia testa correvano inevitabilmente più pidocchi rispetto a quella degli altri bambini, sulla mia pelle più bollicine. Se faceva troppo caldo mi riempivo di chiazze fucsia, se faceva troppo freddo una stretta mi afferrava subito i bronchi. Ma, soprattutto, ero allergica a tutto: alla polvere, al latte, al polline, alle graminacee, al pelo dei cani, al fumo delle sigarette, al pomodoro. – Ma questa non è una bambina, è un'epidemia! – Diceva senza dire niente mio padre a mia madre. – Ci credo, è figlia tua. – Ribatteva senza ribattere niente mia madre a mio padre. Mio fratello, al contrario, non dava problemi a nessuno. Si chiama Teodoro, è morto che aveva due anni. Dopo dieci mesi sono nata io, inutilmente: nel senso che mia mamma avrebbe continuato a comportarsi come se avesse solo un figlio di cui andare orgogliosa e per cui avesse davvero senso preoccuparsi. Lo dico senza astio, credetemi: io per prima ho sempre avuto un debole per lui, rispetto a me. Mi faceva innervosire a volte, lo ammetto. Ma tra fratelli capita, no? Dormivamo insieme, ve l'ho detto. Quando la mamma veniva a svegliarci per andare a scuola, era per lui, io lo sapevo benissimo, che bussava prima piano e poi forte alla porta della nostra camera, per lui che spremeva le arance, tostava il pane e si sforzava di sorridere, prima che uscissimo di casa. Avete presente un gatto, se sapesse lamentarsi? Così era mia mamma. Con gli occhi lunghi, color birra, i movimenti veloci, felpati. Da gatto, appunto, come se quella in cui si muoveva, da cui usciva solo per fare la spesa, fosse casualmente casa sua. E aveva questo impellente bisogno di comunicare agli altri quello che le mancava. Cioè tutto. Capracotta, il paese vicino a Isernia dove lei e mio padre erano nati, cresciuti e vissuti, prima che mio padre fosse trasferito a Roma dalla ditta di confetti per cui lavorava. – Bastava aprire la finestre, guardare le montagne e il mondo pareva bello! Il mare, anche se non l’aveva mai visto. – Ci fosse almeno una spiaggia in questo schifo di città, dove potersi ogni tanto distendere e poi fare un tuffo. I soldi. – Per che cosa ci siamo dovuti trasferire? Per settantamila lire in più al mese. Che tanto tuo padre usa tutti per le sue puttane. Un lavoro. – Mica ero scema io, da ragazza. In matematica ero davvero brava, sai. Ma all'ultimo anno di superiori ho conosciuto tuo padre e sono finiti i sogni. È cominciata la vita, se si può chiamare così questa che m'è toccata. Un uomo. Che però non fosse mio padre. – Basta, basta! Basta! – Soffiava, quando perfino di lamentarsi non ne poteva più. E si chiudeva in camera sua. Cioè loro. Ma non ci si chiudeva con mio padre, ci si chiudeva con il suo, di padre. Nonno Marcello, insomma. Io non l'ho mai conosciuto, perché aveva abbandonato mia nonna quando mia madre aveva quindici anni. Un bel giorno era partito per Pescara, per una fiera di artigianato, e semplicemente non era tornato più. Qualche mese dopo avrebbe spedito una lettera con diecimila lire, avrebbe lasciato la falegnameria a mia madre e ai suoi fratelli, avrebbe scritto che gli dispiaceva tanto, ma una certa Hilda a Berlino aspettava il terzo figlio da lui: gli sembrava arrivato il momento di prendersi le sue responsabilità, e sarebbe sparito per sempre. Ma la colpa, a sentire la mamma, era stata tutta della nonna. – Gli rovinava l'esistenza, poveraccio. Lui era un'anima bella. Un uomo sensibile. Mica come quel puttaniere di tuo padre… Ti ho mai raccontato di quando ci ha portato tutti a fare un pic-nic ad Agnone, il paese delle campane? Una domenica ha caricato sul furgoncino me, mia madre, i miei fratelli e… Me l'aveva raccontato mille e mille volte: ma la lasciavo sempre fare, perché erano gli unici momenti in cui gli occhi da gatto le scintillavano, anziché allagarsi di rimpianto o di nostalgia. Finché a una certa ora della sera tornava a casa papà, grandioso di cattivo umore e stanco. E ci sedevamo a tavola. Noi tre e tutte le altre presenze. – Se tu non fossi la bestia traditrice che sei. – Gli diceva senza dire niente mia madre, mentre gli riempiva il piatto. – Se tu fossi l'uomo che non sei… – Se tu ridessi come ride la Lella, quella donna giovane e strana che viene da Milano, dipinge tramonti e abita al terzo piano. – La interrompeva e le rispondeva senza risponderle niente mio padre, mentre masticava. – Se tu avessi un grammo della mitezza di Giuditta, la mia vicina di scrivania. Se avessi almeno i capelli biondi e la smania di essere bella della tabaccaia qui sotto. – ...forse Teodoro non sarebbe morto. Perché se tu fossi l'uomo che non sei, quella notte in macchina avresti corso di più e saremmo arrivati in tempo all'ospedale. – Aggiungeva lei, senza aggiungere niente. – Non sarebbe morto perché avrebbe ereditato un po' di attaccamento alla vita, se tu fossi la Lella o Giuditta o la tabaccaia qui sotto. – Aggiungeva lui, senza aggiungere niente. Tantissimi, ve lo ripeto: eravamo in tantissimi. Finito di cenare ci sistemavamo tutti sul divano, a guardare la televisione. La Lella si appollaiava su un ginocchio di papà, Giuditta sull'altro e ogni tanto si giravano e lo accarezzavano con lo stesso sguardo che gli lanciavano quando lo incontravano ma lui era con me, ed erano costrette a dirgli tutto solamente con gli occhi. Io mi accomodavo in mezzo, fra mio padre e nonno Marcello: mia madre in braccio a lui e in braccio a lei mio fratello Teodoro. La tabaccaia si aggrappava al lampadario e si lasciava dondolare, svogliata e civetta come quando allungava le sigarette a mio padre. Polly preferiva aspettarmi in camera e studiare i suoi spartiti. Oltre alla musica, e oltre a Tom naturalmente, voleva bene solo a me: era la mia amica più cara, a dirla tutta l'unica. Con le mie compagne di classe non mi trovavo proprio, sapete, non mi veniva da ascoltare quando parlavano, non mi veniva da parlare quando avrebbero potuto ascoltarmi. Polly era esattamente come me: Una ragazza fuori moda. Quel libro me l'aveva regalato proprio Giuditta, la collega di papà, per il mio ottavo compleanno. Fino a quel momento non mi era mai piaciuto leggere, lo facevo come facevo il resto delle cose, più che altro per non creare ulteriori problemi rispetto a quelli che già creavano le mie allergie e per non sfigurare ancora di più rispetto a mio fratello. Ma fin dalle prime due pagine di "Una ragazza fuori moda" Polly con i suoi vestiti sempre sbagliati, con le sue parole inopportune, con quel vizio di sentire con il suo cuore e pensare con la sua testa, mi aveva conquistata. Così era con lei che, prima di addormentarmi, mi confidavo. Solo a lei avevo raccontato di avere visto una mattina, in garage, la Lella e mio padre fare quelle cose. Solo con lei avevo il coraggio di sfogarmi, di dire chiaro e tondo che secondo me a volte Teodoro esagerava e si approfittava di essere morto o che almeno Giuditta era simpatica, Lella era giovane, ma la tabaccaia puzzava di grappa anche alle otto di mattina e insomma, che cosa ci trovasse mio padre era davvero un rebus impossibile. Solo a lei potevo rivelare che quando un batuffolo di polline mi danzava attorno o, al refettorio della scuola, la cuoca si distraeva e non mi preparava a parte un piatto di pasta senza parmigiano, o quando, all'improvviso, qualcosa di inaspettato, rosso morbido duro giallo o cremoso che fosse, arrivava all'improvviso da fuori e crash, impattava dentro di me e io cominciavo a tossire e a riempirmi di macchie: beh. Tutti ormai erano sereni, tutt'al più scocciati ma comunque certi che l'attacco sarebbe passato, che sarebbe bastata una pillola delle mie o magari un'iniezione e in poche ore la tosse si sarebbe sciolta, le macchie si sarebbero scolorite. Ma a me ogni volta pareva di morire. Proprio di morire, mi pareva: e questo solo a Polly riuscivo a dirlo. Nemmeno a me, solo a lei. È stata per me più importante di una coscienza, più cara di una sorella e non smetterò mai di esserle grata. Poi, è arrivato Edoardo. Dal giorno in cui l'ho conosciuto ho smesso di trascorrere tutto quel tempo con Polly, ma lei ha senza dubbio capito. Lei lo sa, che cosa significa innamorarsi. Le è bastato incontrare Tom quel giorno, in stazione, per non cavarselo mai più dal cuore: e anche se lui ci ha impiegato davvero tanto per trovare il coraggio di dichiararsi, i fatti alla fine hanno dato ragione a lei. A tutto quello che subito ha sentito. Anche con Edoardo è successo così: subito e tutto e in una stazione. In me sto bene / come il mare in un bicchiere / ma se sono confinata in questo calice / qualcuno mi può bere: li ha scritti lui questi versi. Li ha scritti per me, o almeno così mi ha detto. Perché era un bugiardo per sua stessa ammissione - un bugiardo buono, però, ne sono convinta, e se l'aveste guardato negli occhi ne sareste convinti anche voi. Erano verde triste, i suoi occhi, con un segreto dentro. L'ho conosciuto d'estate, subito dopo la maturità. Finiti gli esami, come al solito mio fratello, nonno Marcello e io stavamo accompagnando mia madre a Capracotta e come al solito mio padre (naturalmente con la Lella, Giuditta e forse la tabaccaia al seguito) ci avrebbe raggiunti per la settimana di ferragosto. Siamo saliti sul treno e c'era questo ragazzo strano, nel nostro scompartimento. Mia madre si è presto addormentata, mio fratello, eternamente in braccio a lei come un marsupio, anche, nonno Marcello mi pare si fosse alzato per andare al bagno, non ricordo. Perché all'improvviso c'era solo lui. – Non bisognerebbe mai dimenticarsi dei cipressi, sei d'accordo? – Ha detto, mentre Roma e i suoi alberi correvano fuori dal finestrino, fermi. E quello, ormai posso dirvelo con esattezza - eccola: la verità - è stato il momento più bello di tutta la mia vita. Gli ho risposto che sinceramente non ci avevo mai pensato ai cipressi e che se appartenevano alla famiglia delle graminacee, io purtroppo alle graminacee ero allergica, ma in ogni caso mi sarei sforzata per non dimenticarmi di loro, se la questione era tanto importante. E lui mi ha detto sei buffa. Gli ho chiesto in che senso? Buffa, ha ripetuto lui. Ho riso, come faceva Polly all'inizio del libro, quando Tom la prendeva in giro e la chiamava cafona, ma solo per prendere tempo, perché non sapeva ancora chiamarla amore mio. Ha riso. Gli ho chiesto come ti chiami? Ha risposto Edoardo. Gli ho chiesto dove vai? Ha risposto a Isernia. Gli ho chiesto hai fatto anche tu la maturità? Ha risposto no, studio filosofia. Gli ho chiesto ti piace? Ha risposto molto, mi costringe a tenere la testa aperta, mi permette di raccontarmi un sacco di bugie e di essere a prescindere contro, perché io sono fatto esattamente così, bugiardo e contro a prescindere sono, vuoi una caramella? Mi ha allungato il pacchetto. Gli ho chiesto sono al latte? Ha risposto sì. Ho detto purtroppo sono allergica. Anche al latte? Anche al latte. È allora che ha tirato fuori dallo zaino un quaderno, dove aveva scritto quei versi. E ha detto evidentemente li ho scritti per te stamattina, anche se non ti conoscevo ancora. In me sto bene / come il mare in un bicchiere / ma se sono confinata in questo calice / qualcuno mi può bere: ha declamato. Mi sono emozionata, ho cominciato a tossire. Mia madre e mio fratello si sono svegliati, nonno Marcello è tornato nello scompartimento. Edoardo ha ripreso a guardare fuori dal finestrino. Io continuavo a tossire e a emozionarmi, a emozionarmi e a tossire. Finché il treno è arrivato alla stazione di Isernia. Lui ha detto ciao, signorina Allergia. Io ho detto ciao. Lui è sceso dal treno. Noi no. Il treno è ripartito. Quella stessa estate, avrei dato il mio primo bacio. A diciannove anni? A diciannove anni, sì. Lo so che è tardi, ma se ogni cosa che tocchi rischia di mandarti all'altro mondo, è ovvio che se si passa dalle cose alle persone ci vuole ancora più cautela, no? Infatti quella prima volta non è che sia andata benissimo. Era un mio lontano cugino, lo conoscevo da sempre. Ha mangiato un gelato, io un ghiacciolo, abbiamo passeggiato per il corso, su e giù, e sotto al portone di casa mi ha baciato: sarà stato il latte, perché sul suo gelato c'era una montagna di panna? O ero allergica pure alla saliva di mio cugino? Fatto sta che ho vomitato. Volevo almeno salutarlo e poi salire in casa, correre al bagno: ma non sono riuscita a trattenermi, gli ho vomitato sulle scarpe. Che vergogna. Non ci potevo fare niente: e non solo per l'allergia, sapete. Con quella ormai erano quasi vent'anni che facevo i conti. L'amore per Edoardo, invece, mi lasciava senza difese. A lui avevo pensato per tutto il tempo della passeggiata, a lui avevo pensato mentre mio cugino mi infilava le mani fra i capelli e avvicinava il viso, a lui pensavo sempre, dal momento in cui era sceso dal treno. – Signorina Allergia! – avevo sentito la sua voce prendermi in giro, mentre vomitavo davanti al portone. – Signorina Allergia! – Sempre con il tono scherzoso che aveva sul treno e che aveva Tom quando diceva cafona a Polly ma solo per prendere tempo, perché non sapeva ancora chiamarla amore mio. Tanto che l'allergia, quell'estate, mi è sembrata misteriosamente qualcosa che mi venisse in aiuto, anziché essere un ostacolo, perché, senza passare da maleducata: – Perdonami, non mi sento bene. – potevo rispondere a mio cugino, quando mi chiedeva di uscire. Mentre Edoardo si era definitivamente trasferito da noi, prima a Capracotta e poi, finite le vacanze, a Roma, con mia madre, mio padre e tutti gli altri. Mi sono iscritta all'università, avrei voluto fare filosofia anch'io, ma mio padre me l'ha proibito: ci mancava solo una figlia disoccupata oltre che sempre acciaccata, ha detto. Così ho dovuto scegliere Economia, e nel frattempo ho cominciato a lavorare nella ditta di confetti per tre ore al giorno, come segretaria. Ho scoperto che in ufficio mio padre e Giuditta erano considerati una coppia a tutti gli effetti: e mentre fino a poco tempo prima ne avrei parlato con Polly, adesso che avevo un fidanzato potevo parlarne con lui. Edoardo aveva davvero la testa aperta, grazie agli studi che faceva, e la sua intelligenza mi confortava molto. Ogni notte, per prendere sonno, ripetevo allo sfinimento quei versi: in me sto bene / come il mare in un bicchiere / ma se sono confinata in questo calice / qualcuno mi può bere. E mi addormentavo felice. In ufficio un paio di ragazzi mi corteggiavano: una sera sono andata a cena con uno e un'altra sera con l'altro. Ma il primo parlava troppo e con una foga inutile, il secondo aveva le mani sudatissime. E comunque in entrambi i casi era finita come con mio cugino, devo avere mangiato qualcosa di sbagliato, l'allergia ha deciso per me e mi sono ritrovata a vomitare - una volta appena fuori dal ristorante, l'altra nell'ascensore del tipo. L'unica storia che è durata almeno qualche mese, prima di quella con Giacomo, è stata con Antonio. Mia madre da qualche mese aveva finalmente cominciato a uscire di casa non solo per fare la spesa e si era messa a frequentare un gruppo di preghiera nella parrocchia del quartiere. Mio fratello e nonno Marcello naturalmente andavano con lei e una sera ha convinto anche me a seguirli. Lì ho incontrato Antonio: era gentile, timido, per tutto il tempo passato insieme si è spinto solo a stringermi la mano, una sera, al cinema. Perché aveva ben altro a cui pensare: e mentre lui pensava a Dio, io ero libera di pensare a Edoardo. In piena armonia. Quando ha deciso di prendere i voti, sono stata contenta. Davvero, non ho avuto nessuna malinconia: era la sua strada, non si era mai sforzato per nasconderlo, come io non mi ero mai sforzata di nascondere che la mia fosse con Edoardo. Non avevo idea se, quando, come e dove avrei potuto vederlo: e per Antonio, con Dio, valeva lo stesso discorso. Proprio per questo non abbiamo mai avuto bisogno di spiegazioni, fra noi è stato sempre tutto chiaro, anche e forse principalmente quando è finita. Se il gruppo di preghiera per lui era stato quindi decisivo, con mia madre invece alla lunga non aveva funzionato. Forse sperava che Dio facesse sparire di colpo la Lella, Giuditta e la tabaccaia: mentre quelle, imperterrite, continuavano a rimanersene fra noi, in cucina, in salotto, sul lampadario, fra gli spazzolini, il basilico. Anche quando Giuditta è morta, mica se ne è andata. Anzi: se è possibile, i primi tempi, faceva sentire ancora più forte la sua presenza. – Mia madre amava tuo padre come non ha mai amato il mio e forse neppure me. – Così, al funerale di Giuditta, mi si è presentato Giacomo, suo figlio. Si era laureato da poco in Medicina, sognava di diventare un chirurgo e amava la musica classica, proprio come Polly. Con lei, però, non ero mai andata a un concerto: con Giacomo sì. Mi ha telefonato qualche giorno dopo il funerale di Giuditta per invitarmi ad accompagnarlo a sentire un pianista francese che suonava a Santa Cecilia. Ho detto va bene, più che altro per il senso di colpa di avere sempre sua madre per casa, appiccicata a mio padre, quando forse, soprattutto adesso che era morta, avrebbe voluto averla lui con sé. È stata una serata piacevole? La verità? Forse sì. Anzi, sicuramente sì. Abbiamo scoperto di avere parecchie cose in comune, l'entusiasmo con cui ascoltava il pianista francese mi ricordava il mio, mentre leggevo "Una ragazza fuori moda", era spiritoso, attento, mai banale. E quando, sotto al portone di casa mia, mi ha sfiorato le labbra con le labbra, non è arrivato a mettermi in salvo o in pericolo nessun conato di vomito. Abbiamo cominciato a telefonarci, parlavamo molto. Di sua madre, della mia, di suo padre, del mio, di tutto, di musica, di niente. Alla lunga non ero riuscita a portare avanti per bene sia l'università che il lavoro, ero parecchio indietro con gli esami e lui si è messo a disposizione per aiutarmi. Ogni sabato mattina lo raggiungevo nella mansarda dove abitava con un compagno di specializzazione, e mi dava una mano. Poi pranzavamo tutti insieme: lui, l’altro specializzando e io. Tre e basta, come saremmo stati con mia madre e mio padre, se le altre presenze ci avessero lasciati soli per un istante. Inizialmente Edoardo mi accompagnava, certo: ma dopo un po' ha preferito aspettarmi a casa, perché a studiare le mie cose si annoiava e Giacomo cominciava a non essergli troppo simpatico. Lo trovava, di fondo, un po' invadente: e in effetti lo era. Mi telefonava anche solo per darmi il buongiorno, mi aiutava con gli esami, si premurava di prepararmi da mangiare stando molto attento a evitare gli alimenti a cui ero allergica. – Sei sicura che non siano di carattere puramente nervoso, le tue intolleranze? – Mi chiedeva spesso. E mi proponeva di farmi visitare da un suo amico, uno davvero bravo: – Però quando te la sentirai. Non voglio minimamente forzare i tempi. Eppure, proprio mentre diceva così, secondo Edoardo non solo forzava i tempi: ma soprattutto gli spazi. Più Giacomo si mostrava comprensivo e complice, meno permetteva a me e a Edoardo di starcene in pace da soli. Quando tornavo a casa, Giacomo, se non mi telefonava, s'infilava in un disco che ascoltavo, nel programma tv che guardavo in televisione con i miei genitori e gli altri, perfino nei versi (in me sto bene / come il mare…) che mi ripetevo per prendere sonno. Per un paio di mesi avevo fatto finta di niente: è solo di passaggio nelle nostre vite, se ne andrà e torneremo a stare tranquilli, promettevo a Edoardo. Ma presto era stato chiaro che Giacomo non aveva nessuna intenzione di andarsene. Anzi. E più restava, più ad andarsene, pensate un po', erano le mie allergie. Improvvisamente la primavera non mi sorprendeva più come un attentato. Avevo addirittura assaggiato i pomodori dell'orto del padre di Giacomo, che dopo la morte di Giuditta si era trasferito in campagna: non mi avevano macchiato le braccia di chiazze. Li avevo addirittura trovati molto buoni. Piante rampicanti, api, crini di cavallo: tanti altri erano stati i nemici, durante quei giorni in campagna. Tutti vinti senza nemmeno il bisogno di affrontarli. – Lo sapevo io, che a un certo punto la tiravi fuori, la forza. – Diceva dicendolo mio padre. – Sei o non sei figlia mia? – Ti sei fatta pure carina, finalmente. – Diceva dicendolo mia madre. Che Giacomo fosse figlio di Giuditta, lì per lì non era stato facile per lei da accettare: ma se accettava di averci sempre e da sempre quella per casa, sarebbe stato sciocco creare dei problemi proprio adesso. Adesso che sua figlia si era fatta pure carina, finalmente. – Sei bellissima. – Mi diceva Giacomo in continuazione, mentre mi spogliava e mi carezzava, piano. Solo una volta ho rischiato di riprendere a tossire e vomitare: quando si è spinto un po' più in là e dalle carezze è passato a strusciarsi addosso a me, nudo pure lui. Ma ancora prima che potessi sentirmi poco bene, mi ha guardata negli occhi, ha capito meglio di me che cosa stava succedendo e mi ha sussurrato in un orecchio: – Io non ho nessuna fretta. L'hai capito o no che voglio passare la vita intera, con te? Quella sera, a letto, Edoardo non mi ha rivolto la parola. Continuavo a cercare, nel buio, la sua intelligenza, mi allungavo per raggiungere i suoi versi, il suo tono scherzoso. Ma niente. Non mi veniva incontro, non mi rispondeva. Anche mio fratello si era fatto freddo. Distante. Lui, sempre così pronto ad attirare su di sé l'attenzione, se ne stava quasi sempre con nonno Marcello, chissà dove: uscivano presto, la mattina, e tornavano quando io dormivo già. Giacomo era diventato di casa, si fermava spesso a cena con noi e allora Giuditta, imbarazzata, preferiva andare a farsi un giro e chiedeva evidentemente alla Lella e alla tabaccaia di seguirla. Perché non si facevano più vedere nemmeno loro. Non ci capivo più niente, niente. Giorno dopo giorno la testa mi girava a vuoto. Hai voglia a fare finta, con Giacomo, che tutto andasse bene. Mi sapeva frugare dentro, lui. Mi stringeva a sé, mi accarezzava le spalle, mi baciava le braccia e mi prometteva: – Di me ti puoi fidare. Che cos'è che non va? Non devi avere paura di niente. Non quando ci sono io. E ci sarò sempre. Capito. Sempre? Anche quella sera, a cena da lui, in mansarda. Il suo compagno di specializzazione non c'era. Aveva apparecchiato la tavola con le candele, una tovaglia nuova. Mi ha servito la pasta con il sugo dell'orto di suo padre, ha grattuggiato il parmigiano: ormai mangiavo tutto. E proprio così ha ripetuto. – Ci sarò sempre. Ha tirato fuori dalla tasca un anello, si è inginocchiato di fronte a me. Allora sì. Prima che mi chiedesse quello che stava per chiedermi l'ho ammazzato. Ho preso il coltello e gliel'ho ficcato nel cuore. Perché? Perché mi girava la testa a vuoto, ve lo ripeto. E perché nel momento esatto in cui Giacomo si è messo in ginocchio, mio fratello è esploso a piangere, nell'altra stanza o chissà dove, disperato. E Edoardo mi ha sussurrato in un orecchio: – Signorina Allergia – Ma non con il suo tono scherzoso. Con un tono triste. Tristissimo. Come a dire allora mi stai lasciando per davvero, Signorina Allergia. Così ho dovuto scegliere. O Giacomo o Edoardo. O Giacomo o quello che non si vede, quello che non si deve, quello che non si può, che non si tocca, non ci tocca, quello che non significa niente, quello che determina tutto, quello per cui vale la pena esistere: quello che non esiste più, che non è mai esistito, non esisterà. Ho dovuto scegliere. Voi che cosa avreste fatto, scusate? Vi sareste appellati a una di quelle scemenze con cui ogni tanto ho provato a confondere me stessa, e magari vi ho incidentalmente confuso? Io no. Io non ho avuto dubbi. Ho fatto quello che dovevo fare. E ho ricominciato, finalmente, a tossire. Chiara Gamberale Fonte: C. Gamberale, Signorina Allergia, in W. Siti, Granta Italia, vol. VI, Rizzoli, Milano 2015.
- Memoriale di guerra
Nel luglio del 1942 prestavo servizio con la Divisione Nuova Zelanda nella parte ovest del deserto. Allora cercavamo di contenere l'avanzata di Rommel in Egitto. Il 17 luglio 1942 sono stato preso dalle truppe della 21ª Panzer Division e della 190ª Divisione di Fanteria Leggera. Fui portato alla prigione del campo di El Daba e successivamente alla prigione del campo di Mersa Matruh dove sono stato consegnato al Comando italiano. Fui portato da Matruh a Tobruk e da Tobruk a Benghazi. A Benghazi sono stato imbarcato per l'Italia attraverso la Grecia ed il Canale di Corinto. Attraccammo a Taranto e da lì fummo portati ad Altamura vicino Bari. Dopo aver passato lì diversi mesi tra i disagi fummo mandati in treno a Turturano dove siamo rimasti fino a Natale. Da lì fummo mandati al campo di lavoro PG 78/1 di Acquafredda. Il campo da cui dipendevamo era il 78 di Sulmona. Al momento dell'Armistizio le guardie del nostro campo erano molto in ansia e incerte sul da farsi. Otto di noi approfittarono della loro incertezza e decisero di cercare di arrivare al campo di Sulmona. Per arrivare a Sulmona dovevamo scendere nella vallata al di sotto del nostro campo ed attraversare una catena di alture. Sulmona era dall'altra parte. Lasciai i compagni nella vallata e attraversai le alture. Quando raggiunsi una posizione vicina alla recinzione del campo potei vedere che i Tedeschi avevano preso il controllo del campo. Tornai indietro dai miei compagni che aspettavano. Decidemmo di dirigerci, attraverso le alture, verso Foggia dove si trovavano le nostre truppe e dopo esserci messi d'accordo sul da farsi ci muovemmo. Ci sembrava sempre di attraversare valli e scalare alture ed in una sola tappa attraversammo una parte della catena degli Appennini. Nel fare ciò eravamo ben al di sopra dell'altitudine alla quale abitualmente nevica e lì su incontrammo dei guardiani di greggi di capre. Dovunque andassimo incontravamo sempre italiani in posti inaspettati ed era impossibile andare lontano senza incontrare qualcuno. Una mattina mentre eravamo sul pendio di un'altura fummo avvicinati da due civili che parlavano un ottimo inglese. Chiacchierarono con noi per un po' ed erano d'accordo sul nostro proposito di dirigerci verso Foggia tenendoci sulle alture. Al di là della valle potevamo vedere un'altura sulla cui sommità c'era una grande croce. Attorno all'altura c'era una strada che portava ad un paese in cima. Giù nella valle c'era un ruscello. Proseguimmo sulle rive del ruscello nella valle per tenerci lontano dalla strada nel caso in cui i Tedeschi la usassero. Vicino la strada vedemmo un cavallo ed un carretto con un civile Italiano a cui chiesi nel mio italiano davvero stentato se ci fossero i Tedeschi nel paese. Avendomi detto di no gli chiesi istruzioni per raggiungere Foggia ed anche cibo per il nostro gruppo. All'inizio, credo, ci prese per tedeschi ma dopo avergli parlato un po' volle sapere se ero inglese. Dopo avergli detto che eravamo tutti neozelandesi ci portò a casa sua sotto il paese e ci diede del cibo. Questa era la casa dei fratelli Fiadino. C'erano tre fratelli tutti sposati e con figli. Non ricordo i loro nomi di battesimo. Più tardi uno dei fratelli ci portò su a Capracotta nella casa della signora Pia Jaselli. La signora Jaselli, dopo aver ascoltato i nostri progetti suggerì di rimanere in zona e di aspettare le nostre truppe che, allora, stavano risalendo rapidamente l'Italia. Dopo aver camminato su e giù per le montagne dell'Italia per tutta la settimana pensammo davvero che questa fosse una buona idea. Nel pomeriggio tornammo presso la casa dei fratelli Fiadino e ci passammo la notte. Il giorno dopo ci portarono nella boscaglia dietro la loro casa. Dopo circa un'ora di cammino arrivammo ad una chiesa costruita sul fianco di un precipizio. Mi sembra che fosse chiamata la Chiesa di San Luca. Dietro la chiesa, sempre ricavati nella roccia a strapiombo c'erano degli ambienti molto primitivi. Appena sotto era stata costruita un'altra chiesa in blocchi di cemento e nella vallata al di sotto si poteva vedere un paese. Credo fosse il paese di Sant'Angelo. Eravamo di notte in quei piccoli ambienti dietro la chiesa mentre di giorno generalmente esploravamo la boscaglia per orientarci. Facevamo visita a Sant'Angelo per tenere sotto controllo gli spostamenti dei tedeschi in quella zona e due volte a settimana andavamo dalla signora Jaselli per le notizie e le provviste. Lì ho conosciuto alcuni degli amici della signora Jaselli, uno dei quali era un insegnante. Due del nostro gruppo decisero di stare nella casa dei fratelli Fiadino per lavorare nella loro masseria. Alcuni giorni più tardi uno dei fratelli Fiadino venne fin sulla Chiesa di San Luca per dirci che eravamo stati denunciati ai Tedeschi da qualcuno a Sant'Angelo. Mettemmo insieme le poche cose che avevamo e andammo con lui fino ad un casotto in pietra usato dai pastori sul pendio della montagna sopra la casa dei Fiadino. Durante il giorno andammo nella boscaglia e all'imbrunire le donne dei Fiadino ci portarono un pasto caldo che è stata la cosa migliore che avessi mai assaggiato. Non so esprimere la nostra gratitudine per il cibo che queste donne ci davano. Dopo alcuni giorni nella nostra nuova posizione tornai alla chiesa per dare un'occhiata. Lì dove eravamo stati trovammo giornali tedeschi che dimostravano che una pattuglia tedesca era stata mandata per trovarci. Da questo momento in poi vedemmo aumentare l'attività dei Tedeschi che cominciavano ad essere in numero sempre maggiore nella zona. Fortunatamente potevamo ancora andare dalla signora Jaselli che ci teneva informati sull'avanzata delle forze alleate e che ci dava anche da mangiare. Si facevano saltare in aria i cunicoli e veniva posizionata della contraerea leggera. A questo punto si decise che sarebbe stato più sicuro per tutti se i due compagni che lavoravano presso la masseria dei Fiadino si fossero riuniti a noi. Ciò fu fatto e da quel momento fino a quando fummo ricatturati le donne dei Fiadino ci diedero un pasto caldo ogni sera. Una sera all'imbrunire andai a Capracotta e come al solito feci visita alla signora Jaselli sotto la cui casa c'era un garage. Una porta conduceva dal garage fino alla casa e questa era la strada che normalmente facevamo quando andavamo là. Nell'arrivare, trovai la signora Jaselli che aspettava sulla porta del garage. Mi disse che i Tedeschi avevano occupato il paese e che aveva gli ufficiali tedeschi alloggiati in casa sua. Questa fu l'ultima volta che andammo liberamente a casa sua. Comunque ci mandò ancora cibo e sigari che le erano dati dai Tedeschi. Tornando al casotto dei pastori avvertii il resto del gruppo e dissi loro di essere molto attenti a non farsi vedere di giorno dai Tedeschi o dai simpatizzanti fascisti. Durante il giorno andavamo su nella boscaglia ed avevamo un occhio attento alla strada lungo la quale ora si muovevano i Tedeschi. Le nostre truppe si avvicinavano sempre di più ed ora potevamo sentire i bombardamenti. Un pomeriggio mentre eravamo nella boscaglia uno dei fratelli Fiadino portò alcuni soldati alleati, un aviatore americano ed anche una guida siciliana. Questa guida era uno zoppo ed aveva il "piede equino". Ci fu detto che questa guida stava conducendo l'altro gruppo dalle truppe alleate attraverso le linee tedesche. A questo punto non avevamo alcuna ragione di sospettare e così ci accordammo che dopo che avesse portato questo gruppo in salvo sarebbe tornato indietro per noi e ci avrebbe portati oltre le linee tedesche per il compenso di 10 lire ciascuno. Stettero con noi nel casotto quella notte e partirono verso le linee tedesche, ad Agnone, il giorno dopo. Tutto ciò che potevamo fare ora era aspettare. Come al solito, due o tre notti dopo, scendemmo per il nostro pasto caldo e poi tornammo nel nostro casotto per la notte. Ci addormentammo verso le 8 perché non potendo avere una luce o il fuoco ci coricammo appena si fece scuro. Fummo svegliati da alcuni colpi che furono sparati nel casotto e non potemmo fare altro che uscire dalla porta perché il casotto aveva solo una porta e nessuna finestra. All'esterno c'era una pattuglia di Tedeschi e con loro uno dei fratelli Fiadino. Più tardi scoprimmo che il siciliano zoppo aveva portato la pattuglia tedesca alla casa dei Fiadino e i Tedeschi avevano costretto uno dei fratelli a portarli al nostro nascondiglio. Sembra che questo zoppo fosse pagato dai Tedeschi per raccogliere gruppi di prigionieri di guerra. Si spacciava per una guida e portava i gruppi di prigionieri dai Tedeschi. I tre fratelli Fiadino furono trattati brutalmente dai Tedeschi e portati con noi a Capracotta al Comando tedesco che era nella casa della signora Jaselli. Fummo tenuti per il resto della notte in questa casa dai Tedeschi. Il mattino seguente fummo caricati su un camion tedesco e scaricati poi sul ciglio di una strada. Il più anziano dei Fiadino fu un po' lento nello scendere dal camion e così un tedesco gli diede una spinta mandandolo oltre il bordo della strada su una scarpata. L'italiano riuscì a mantenersi in equilibrio e continuò a correre sebbene i tedeschi gli spararono con qualsiasi cosa avessero, ma lui riuscì a scappare e dopo avemmo notizia che era riuscito a mettersi in salvo. Gli altri fratelli Fiadino furono separati da noi che fummo rinchiusi in un altro edificio dove trovammo l'altro gruppo che ci aveva lasciati accompagnati dallo zoppo. Da qui fummo mandati nelle prigioni di guerra di Chieti e L'Aquila. Poi fummo messi su un treno diretto in Germania attraverso il Brennero al campo di prigionia Moosburg Stalag VII-A l'otto novembre 1943. Per caso, successivamente, sapemmo che i due fratelli Fiadino rimasti prigionieri dei Tedeschi furono processati e fucilati. Francis Parker (trad. di Fernando Di Nucci) Fonte: http://www.capracotta.com/, novembre 1999.
- Quelle Madonne sotto il baldacchino
In alcune fotografie d'epoca è possibile vedere la nostra Madonna di Loreto che procede sotto il baldacchino. Ma siamo sicuri che le immagini dei santi si possano portare in processione sotto il baldacchino? La risposta ufficiale è no: non è permesso. Con un decreto del 22 agosto 1744 ed uno dell'11 aprile 1840, la Congregazione dei Riti decise che si potevano portare in processione sotto il baldacchino soltanto il Venerabile, il legno della Croce e gli altri strumenti della passione di Cristo. Non era dunque permesso fare il medesimo onore alle reliquie dei santi, alle loro immagini, e neppure a quella della Vergine, perché, qualunque fosse stata la Sua dignità e grandezza, la Madonna era pur sempre una creatura in carne e ossa, e perciò non la si doveva onorare al pari di Gesù Cristo e dei sacri oggetti che direttamente ad Egli si riferivano. La Sacra Congregazione dei Riti è un istituto fondato nel 1588 da papa Sisto V col nome di Congregatio pro Sacris Ritibus et Cæremoniis. Questa si è a lungo occupata della canonizzazione e del culto dei santi, nonché dell'organizzazione delle cerimonie pontificie; tuttavia in molti ambiti ha ceduto le proprie funzioni ad altri istituti, ed oggi appare divisa in due congregazioni autonome, una per le cause dei santi e l'altra per il culto divino. Il decreto dell'11 aprile 1840 che ho menzionato riguardava proprio Capracotta e la sua Congrega della Madonna del Monte Carmelo, dacché questa aveva chiesto alla Sacra Congregazione dei Riti la possibilità di far sfilare la Beata Vergine Maria del Carmine sotto l'agognato baldacchino. Il sinodo ordinario, riunitosi in Vaticano, rispose che, nonostante la statua si riferisse alla Madonna, per cui andava sì osservato il decreto generale che proibiva l'apposizione di immagini sacre al di sotto del baldacchino tuttavia lo permetteva per «speciali gratia»: Quum hodiernus Prior Congregationis Beatæ Mariæ Virginis de Monte Carmelo loci Capracotta Dioecesis Triventin. Sacrorum Rituum Congregationem instanter rogarit, ut, non obstante Generali Decreto prohibente deferri sub Baldachino Sanctorum Imagines, id permitteret de speciali gratia eidem Congregationi quoad Simulacrum Beatæ Mariæ eodem sub titulo; Sacra eadem Congregatio in Ordinario Coetu ad Vaticanum subsignata die coadunata, rescribendum censuit: Servetur Generale Decretum. Fatto sta che nei secoli la norma canonica - tanto a Capracotta quanto nell'intero Meridione - non è stata seguita alla lettera e le immagini sacre coperte e svelate nel giorno di festa, o portate direttamente in processione sotto il baldacchino, sono molto più di un'eccezione che conferma la regola. La religiosità del popolo è spesso più pervicace di quella codificata dal clero. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Gardellini, Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, libro VII, Bourlié, Roma 1826; A. Guillois, Spiegazione storica, dogmatica, morale, liturgica e canonica del Catechismo, vol. II, Guasti, Prato 1865; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Carattere degli abitanti della Provincia di Molise
Gli abitanti sono generalmente di statura media, di corpo robusto, d'indole laboriosa, di vita frugale, di cuor ospitale, d'ingegno penetrante, di sentimento liberale. Variano di contrada in contrada i coloriti e le figure de' loro volti. Più che altrove marcano qualità singolari in Campochiaro, in Frosolone, in Carovilli, in Pescolanciano, in Vastogirardo, in Capracotta. Qui le donne in ispezie accoppiano molta bellezza e molta grazia alla regolarità delle membra, ed alla vivacità della fisionomia. Il ceto ben nato tratta con affabilità, vive con decenza, e veste con proprietà. La gente bassa ha modi rozzi, buona fede, cuor cordiale, eccesso per il vino, e vergogna per la mendicità. Quel pannaccio che la ricuopre, è tutto fabbricato nel proprio paese. Le donne hanno diverse fogge di vestire. Per lo più le maritate si servono di colori e di abbigliamenti al capo differenti dalle donzelle. In alcuni paesi portano in testa delle berrette capricciose. Non appare il Samnis, spureus homo degli antichi se non nella valle di Bojano e ne' luoghi adjacenti da Sepino ad Isernia, dove alla molta rozzezza ed al cattivo nutrimento sta unito un vestir pessimo ed un calzare con cuojo d'asino non concio, ligato con cordelle al di sopra de' malleoli a guisa di socco. Più di due terzi della popolazione sono occupati colle proprie donne a coltivar terreni e a pascolar bestiami. Non già case ma tugurj coperti di legno o di paglia, ed esposti a tutte le temperie delle stagioni, servono ad essi per lo più ad abitazione in mezzo alla campagna. Per antico statuto fondato su la legge di natura, le femmine, specialmente lungo le pendici del Matese, sono ammesse nelle divisioni patrimoniali, come quelle che al par de' maschi sostengono tutto il peso della fatica. Fonte: Calendario per l'anno comune 1819, il 3° del regno di Ferdinando I, Stamp. del Giornale del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1819.
- Sole... esci e cuoci
I protagonisti di questa storia estiva non sono ben individuati: sono tutti i capracottesi che hanno vissuto e raccontato il proprio paese, descrivendone la storia, i personaggi, le leggende e che ne hanno portato nel cuore e per il mondo l'immagine, quasi a custodirla nella fantasia, come una vecchia fotografia in bianco e nero: la chiesetta della Madonnina all'ingresso del paese, il corso di Sant'Antonio e, sullo sfondo, Monte Campo con la sua varietà di pietre rocciose, la Chiesa Madre con la sua bianca facciata marmorea e intorno l'ampio panorama che cattura lo sguardo, facendolo entrare in una sequenza di verde, di monti e di azzurro. Nel racconto dei suoi personaggi, la storia di Capracotta scorre veloce e rivela una infinita varietà di particolari e di suggestioni che vale la pena annotare: l'estate duemiladieci è in corso e con essa il paese sembra sospeso in una atmosfera pacata e vacanziera, che indulge alla spensieratezza quanti, paesani e "forestieri", godono del passeggio per le vie del paese. Il corso di Sant'Antonio viene tracciato con un incessante andirivieni da una moltitudine di "popolazione", che dalla chiesetta di Sant'Antonio va sino alla piazza, con una piccola sosta al termometro posto all'ingresso del palazzo comunale, per scoprire la temperatura di questo piccolo borgo di montagna e per stupirsi che, anche qui, dopo lunghi mesi di freddo, il sole "esce e cuoce" come diceva il mio bisnonno, il quale, rivolgendosi al sole in dialetto stretto, con una sorta di antico saluto, lo pregava di uscire dai suoi appartamenti invernali e di "cuocere" i capracottesi tanto desiderosi di calore. L'inverno è freddo e non perdona ma i rigori invernali hanno temprato questa gente che si è saputa districare nella vita come in una tormenta di neve, raccogliendo e riponendo i calori estivi per affrontare chissà quanti inverni. I vecchi capracottesi, abbigliati con il cappotto a ruota, di lana grossa e ben tessuta, andavano incontro alla tormenta con la convinzione che alla stessa si può sopravvivere e persino con eleganza! I protagonisti, ognuno a proprio modo, hanno saputo raccontare e tramandare Capracotta: la storia, i personaggi, gli antichi mestieri e le fantasie. E mi sono accorta che i racconti di paese - anche quando sono reali - hanno il sapore delle fiabe: quasi per magia, fanno tornare bambini anche quanti hanno superato da tempo il traguardo dell'infanzia, e altri traguardi e altre mete hanno raggiunto sul percorso dell'esistenza. I racconti di paese poi, sempre per magia, volano di bocca in bocca con la ricchezza di particolari e di intonazioni, sempre più accese e colorite mano a mano che si procede nella narrazione, e chi li ascolta ha la sensazione di non averli mai uditi o di non averne mai colto appieno la vera essenza. È questa la magia delle favole ed una favola aiuta a crescere, a vivere, ad invecchiare. I personaggi poi in questa narrazione paesana divengono protagonisti ed eroi di un mondo scomparso, che sa di antico, e rievoca attimi di vita che riaffiorano dal passato con tutta la loro carica vitale. Zio Giacomo, nella sua gioventù, era solito narrare ai nipoti tante storie e, prima di cominciare a raccontare, chiedeva: – La storia, la volete con la cornice o senza? Tutti in coro rispondevamo: – Con la cornice! Per lui, falegname di Capracotta, oggi uomo di quasi centodue anni ed in passato abituato a dare forma e consistenza al legno, costruire una cornice intorno alla storia rappresentava una sorta di esercizio di immaginazione, che conduceva il pensiero a percorsi ed arricchimenti artistico-letterari così da esaltare la ricchezza dei particolari, del linguaggio, della narrazione sino a catturare la fantasia dell'ascoltatore in una ricca sequenza di eventi e di personaggi che, ancora oggi, animano la mente di noi che da piccoli li abbiamo ascoltati, immaginati e quasi impersonati. Allora la narrazione, dalla sua struttura semplice, diventava articolata e complessa ed il semplice "cammina e cammina" delle fiabe, pronunziato con intonazione solenne e misteriosa, si trasformava in "cammina e cammina... cammina e cammina... cammina e cammina"! Nella famiglia non è stato il solo a raccontare (anzi a costruire) storie perché a Capracotta ancora viva è l'arte del racconto e ancora viva è l'arte di descrivere i personaggi che simboleggiano il vissuto di un mondo scomparso. I personaggi della narrazione poi non sono eroi ma persone semplici, che dalla loro semplicità hanno tratto ricchezza e motivo di orgoglio nel vivere. Zio Giacomo, di storie con la cornice in vita sua ne ha raccontate tante e di personaggi ne ha descritti. Le sue fiabe mi tornano in mente ancora oggi con tutta la ricchezza dei particolari (ricordo la storia "del signor Donato e della signora Donata"; la storia della "moglie bisbetica matta e pazza"; la storia del cece) e penso a quanto sarebbe bello trascriverle per raccontarle ai bambini di oggi che, tra internet ed elettronica, potrebbero riprendere finalmente a sognare! Nella tranquilla estate capracottese, dalla memoria di zio Giacomo, e non solo dalla sua, abbiamo scovato un altro personaggio di Capracotta antica: il mitico Padre Placido. Padre cappuccino, distintosi non solo per essere divenuto il padre guardiano del famoso convento dei cappuccini di via Veneto a Roma. Pare che quest'uomo - di manzoniana memoria - vissuto nel secolo scorso avesse doti di gran predicatore e che uomini e donne accorressero per ascoltare le sue prediche sul senso della vita, sull'etica, sulla moralità pubblica e privata. Nelle sue prediche sovente, ripetendo un antico componimento, declamava a gran voce: – Quando i tempi eran bui e tempestosi i ladri si appendevano alle croci, or che i tempi son leggiadri, si appendono le croci in petto ai ladri. Quando lo zio Giacomo era piccolo, Padre Placido lo portava con sé a Sant'Angelo del Pesco, ove erano stazionati i cappuccini, per ascoltare le sue prediche. Padre Placido seguì zio Giacomo anche durante il periodo dell'adolescenza (che invero a quei tempi durava ben poco perché scarso era il tempo da dedicarle) sino a che il giorno del suo matrimonio con zia Maria, dopo il rito solenne e dopo la firma degli sposi, Padre Placido, in dono e quasi a voler suggellare l'importanza dell'impegno assunto, regalò agli sposi la penna d'oro con cui avevano firmato il certificato di matrimonio. Quanta magia e solennità nei ricordi di un vecchio capracottese, preziosi nel significato come la cornice delle storie paesane, racconti cesellati e costruiti su un percorso di vita lungo un secolo! Anche la storia del paese acquista un sapore particolare dai preziosi racconti di zio Nannino (il fratello di zio Giacomo), salesiano, professore di lettere, arte, storia, conoscitore di storia medievale e grande appassionato e studioso di storia carolingia. Mentre mi racconta Capracotta dalla formazione del globo terracqueo sino alla seconda guerra mondiale, penso a quanto sarebbe bello se nelle scuole la storia venisse insegnata partendo dalle proprie radici culturali e facendo comprendere che i veri protagonisti della storia sono sì gli uomini e gli eventi ma anche i luoghi nei quali costoro hanno vissuto e operato. Mi spiega molto seriamente che "Capra" è un toponimo italico anteriore anche a Roma ed indica un ammasso roccioso sporgente dalla superficie. Del resto, aggiunge, la capra stessa ha questo nome perché ama arrampicarsi su luoghi rocciosi e Capracotta è proprio un bel luogo roccioso! Per "Cotta" mi dice che è più difficile comprenderne il significato originario e si può anche pensare che cotta venga dal greco "copto", ovvero "taglio", per cui Capracotta in origine significava "roccia tagliata". Significato che ancora molto vicino a come in dialetto si chiama la parete rocciosa su cui si allinea l'abitato del paese verso nord-ovest (Ritagli). In questo racconto, zio Nannino torna spesso e volentieri alle rocce su cui sorge Capracotta e mi spiega che tali rocce esistevano già milioni di anni fa quando addirittura non esisteva ancora l'Italia: dove oggi è affiorata l'Italia c'era solo una grande distesa di mare azzurro, sul cui fondo argilloso per milioni di anni si andavano formando, per successiva sedimentazione, quegli strati di calcare che oggi vediamo formare a struttura rocciosa e stratificata di Monte Campo. Mi ricorda che chi passeggia per la Guardata, ove si fermi ad esaminare ammirato uno dei macigni che costellano i locali pascoli, vedrà che gli ammassi calcarei sono costellati di fossili (conchiglie o madrepore). Segno evidente che le rocce erano immerse nel mare e hanno avuto origine da un fondo marino e mi spiega che con l'attuale Alto Molise il sollevamento appenninico raggiunse il massimo nel territorio di Capracotta. Capracotta, nel racconto storico di zio Nannino, nasce direttamente dal mare e la didattica che utilizza per spiegarmi questa nascita è davvero entusiasmante: da piccola in effetti andavo spesso con lui alla ricerca di conchiglie sugli ammassi rocciosi e con quale meraviglia! Cercavo qualche spunto per raccontare Capracotta con gli occhi di chi ha sempre amato questo paese e la sua storia ed è proprio attraverso i racconti dei suoi protagonisti che riesco a comprendere la ricchezza della tradizione e della storia. Rimango colpita dalla ricostruzione storica e da questi uomini che raccontano Capracotta ed a loro volta, nel raccontare, si raccontano... Ci sono anche uomini scomparsi, che io stessa voglio raccontare divenendo, sia pure per poco, protagonista del racconto. Si tratta di uomini che con la loro semplicità e con le loro abilità artigiane hanno caratterizzato il paese, rimanendo vivi nella memoria di molti. Penso ai miei nonni: uno ciabattino, l'altro falegname. Del primo, ho un ricordo ben preciso; il suo banchetto da lavoro, sempre ingombro di ogni attrezzo utile per riparare le "suole" e le "tomaie" delle scarpe che dovevano camminare e passare attraverso molte stagioni! Il mastice, ingiallito e colloso; i martelli, di varia forgia e dimensioni; le forme delle scarpe e tante, tante scarpe, anche spaiate; la sua figura mite, con indosso un ampio grembiule di cuoio, ricurva sulla postazione di lavoro. La piccola bottega, con la botola che conduceva all'abitazione, aveva un non so che di magico e noi, che allora eravamo bambini, incuriositi guardavamo questo nonno che nell'immaginario collettivo viene ancora oggi ricordato come Mastro Enrico (in capracottese Masctr'Enriche). Il secondo, abile falegname, anche lui detto Masctre Giulie, in tenuta da lavoro, girava elegante e sorridente per la casa con la sua giacca di velluto! Un falegname che va a lavorare indossando una giacca di velluto? Sono proprio distinti questi capracottesi, veri professionisti e sempre impeccabili nel vestire. In questo caso però la giacca di velluto era una giacca da lavoro addobbata da segatura che, alla luce del mattino, cangiante e luminosa riluceva come velluto chiaro, ingannando noi che eravamo bambini e che vedevamo tutto con gli occhi curiosi e puri dell’infanzia! La bottega ed i suoi lavoranti sono per me un prezioso ricordo di bambina... il lavoro artigiano era al centro della vita paesana e si tramandava e si apprendeva... il lavoro si tramandava nel paese così come si tramandavano i racconti e le storie degli uomini. E intanto, tra un racconto e l'altro, l'estate è terminata e Capracotta si prepara ad accogliere un altro inverno e chissà quante altre storie e altre vite da raccontare. A proposito di personaggi e di storie e per arrivare alla morale della favola... bisogna prestare attenzione al senso dei racconti tramandati e alla loro valenza pedagogica. Quando nella vita ho avuto momenti di presunzione, ho sempre ricordato, con un sorriso, il detto che circolava in famiglia per essere stato pronunciato, almeno così sembra, da un padre capracottese al proprio figliolo, il quale, come solitamente accade da giovani, si inorgogliva al cospetto del genitore. Questo padre, per frenare gli impeti di orgoglio del giovane, con una saggezza antica e con inusitata ironia, gli si rivolse dicendo: – Figlio mio, quelli come te passano a carrettate! In dialetto la frase - impronunciabile per chi non abbia dimestichezza con la lingua - acquista ancora più significato ed ironia; allora mi sono convinta: è vero che le storie aiutano a vivere a tutte le età! Questo mottetto, facendomi sorridere, mi ha accompagnata e mi accompagna spesso quando la tentazione di cedere all'orgoglio e alla presunzione si affaccia nella vita. Infine, un omaggio va a quel simpatico capracottese che dopo la distruzione del paese durante la seconda guerra mondiale, commentava straziato ed ironico i nefasti eventi: – Tutto potevo immaginare ma non che la guerra sarebbe arrivata anche nella soffitta di casa mia. La morale della favola in questo caso? L'ironia e la semplicità di vita rendono accettabili anche gli eventi più traumatici... ed in questo i lunghi ed i freddi inverni capracottesi hanno contribuito a formare i caratteri e la personalità dei loro uomini, che perciò possono permettersi persino di rivolgersi al sole e di dirgli: – Sole, esci e cuoci! Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Sole... esci e cuoci, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
- La botola di Salvatore Pitocco
La Carboneria fu una società segreta ispirata a ideali liberali, in nome dei quali cercò di trasformare gli assolutismi in governi costituzionali. In Abruzzo e Molise i carbonari più attivi furono certamente quelli dell'Alto Sangro, dimostrando una straordinaria prudenza nello stabilire e nel mantenere contatti fra di loro e agendo in totale segretezza, riuscendo a mimetizzarsi nei rispettivi contesti sociali, finché non ritennero opportuno emergere dall'ombra e rivelarsi attraverso piccole e grandi imprese a cui diedero vita dal 1817 in poi. Salvatore Pitocco, medico di Castel di Sangro, fu l'Arcipatriarca di una delle più antiche società segrete istituite in Abruzzo insieme a Tommaso Colavincenzo, nel ruolo di Patriarca, e a Camillo Sigismondi, in quello di Gran Maestro. Ben noti agli inquirenti, i tre erano i più attentamente sorvegliati dalla polizia borbonica «per attività sediziose», come si evince dall'inclusione dei loro nominativi nell'elenco dei sospetti del Distretto di Sulmona del maggio 1822. Pitocco fu un personaggio di grande rilievo innanzitutto per la carica che ricopriva (seconda solo a quella di Potentissimo Arcipatriarca), in nome della quale fece il giro degli Abruzzi per costituire vendite (sezioni della Carboneria) in svariati luoghi. La magna storia ci insegna che nel 1820 Ferdinando I, sovrano delle Due Sicilie, fu costretto a concedere la Costituzione ai napoletani dopo che questi erano meravigliosamente insorti. Il re giurò pure di rispettarla, ma nel gennaio 1821 richiese l'aiuto degli austriaci per "destabilizzare" il nuovo governo insediatosi nella Capitale e tentare la riconquista del potere assoluto. Contro gli austriaci vennero inviate due armate - una delle quali avanzò per Castel di Sangro e Rocca Pia - ma chiaramente le potenze della Santa Alleanza sbaragliarono i costituzionalisti, tant'è che dopo pochi mesi Ferdinando revocò la Costituzione ed ogni cosa tornò al precedente status quo. La storia minuta, invece, ci inonda di dettagli affascinanti e pregni di significato. Le truppe austriache, di stanza a Napoli, si erano infatti via via spinte nei paesi interni degli Abruzzi: giunte in Alto Sannio, accusarono Pitocco, Colavincenzo e Sigismondi di aver installato più vendite abruzzesi. Rientrato, dopo la sonora sconfitta, a Castel di Sangro, Salvatore Pitocco fu eletto «Capitano de' legionari» per gli atti di coraggio e di abnegazione dimostrati, ma l'ostilità della polizia borbonica nei suoi confronti aumentò a dismisura. Dopo quattro mesi di imboscamento, il dott. Pitocco, grazie all'aiuto dei compagni Simone Sconciafurno e Gelsomino Falcone, decise bene di trasferirsi a Capracotta assieme alla moglie e alla nipote Clementina Buzzelli, che molto lo aiutò e protesse. Ed è qui che entra in gioco il nostro paese, di cui Vi offro un frammento scritto da Francesco Catullo: In questi tempi così turbinosi di ire politiche, di diffidenze, di vendette, il Pitocco fu preso di mira e ricercato come uno dei più accesi settari; perciò per 4 mesi egli dovette stare nascosto in Castel di Sangro, e per 3 anni a Capracotta. Clementina Buzzelli, nipote del Pitocco, raccontava che essa ogni sera doveva sollevare una pesante cateratta, perché lo zio potesse uscire da una botola, dove nella giornata viveva nascosto. In tre anni nessuno si accorse di lui, neppure quando gli morì la moglie. All'alba, lo zio ridiscendeva nella botola e la Clementina richiudeva la cateratta. Sembrano cose da leggenda, eppure son fatti dolorosi e gloriosi. La casa del Pitocco, intanto, fu occupata dai gendarmi che vi stabilirono il loro quartiere. Senza dirlo, la misero tutta a soqquadro e quando dovettero abbandonarla, non era che un ributtante porcile. La botola dell'abitazione capracottese sotto la quale Salvatore Pitocco si nascose per ben tre anni è oggi forse impossibile da individuare. Egli tornò a piede libero a Castel di Sangro nel 1825 ma fu tormentato da continue visite e perquisizioni, finché non venne esiliato a Palermo, dove morì in carcere. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Bucci, Molise 1848. Cronaca, personaggi e documenti, Enne, Ferrazzano 2000; F. Caruso, Uomini della Terra, Simonelli, Milano 2015; F. Catullo, L'apporto di Castel di Sangro alla unificazione d'Italia, Scuola Tip., Gavignano 1961; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello Chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Belloccia
Una madre aveva un'unica figlia chiamata da tutti Belloccia, tanto era bella. La mamma, che era fatata, soleva tutte le mattine allontanarsi per affari, ma aveva la buona abitudine di chiudere la figlia a chiave, perché non uscisse e nessuno la visitasse. Nel frattempo, Belloccia, governava gli animali di bassa corte: conigli, galline, colombi ecc. e, siccome in quei tempi mangiavano anche gli esseri inanimati, così governava la sedia, la credenza ecc. Una mattina, però, fosse caso o proposito, Belloccia non diede nulla al mortaio. Il figlio del Re, che di Belloccia era segretamente innamorato, la indusse a fuggire. Essendo tutte le porte chiuse, Belloccia scese, scivolando lungo il muro. Tornata la madre, e non vedendo la figlia, andò dappertutto chiamandola, ma invano. Allora il mortaio, che per Belloccia era rimasto digiuno, disse: – Tuppetuppé, tuppetuppé, fìgliata è iuta che ru figlie de ru Re. Il gallo, però, che da Belloccia era stato sempre ben trattato, rispose: – Chichiricchì che non è vero. La madre, affatata com'era, inseguì i due fuggitivi, e vedendoli in lontananza, esclamava: – Belloccia, rivoltati. E lo sposo: – Non darle retta – e la madre a disperarsi. Infine, Belloccia, commossa a quelle dolorose preghiere, si voltò e la madre, imprecando, disse: – Possa tu diventar testa d'asino! E tale divenne in un fiato. Lo sposo, pieno di rabbia e di dolore, non potendo in quello stato presentar Belloccia alla famiglia, la menò alla masseria, dove l'accomunò alle galline ed ai maiali. Intanto, l'altro figlio del Re, faceva all'amore con una fanciulla, che di bello non aveva che il nome, Rosalba. E dire che i fratelli, un tempo, si erano tante volte bisticciati, ognuno lodando la bellezza della sua donna. Un giorno il Re manifestò il desiderio d'avere a pranzo le promesse spose dei figliuoli, a patto, però, che ognuna portasse un vestito lavorato con le proprie mani, per vedere quale fosse la più virtuosa. Belloccia, come lo seppe dallo sposo, si disperò ma, ad un tratto, quasi ispirata, disse alla serva: – Vai sotto alla casa di mia madre e grida: "Chi ha cenci da vendere per Belloccia!". La domestica così fece e, alla sua voce si affacciò la madre di Belloccia, la quale, chiesto e saputo il fatto, disse alla fantesca: – Vattene che ci penso io. Qualche giorno dopo fece tenere alla figlia una scatola contenente un vestito principesco. Arrivata l'ora, Belloccia fu presentata al Re, il quale, vedendola tanto brutta, rivolse gli occhi a Rosalba, compiacendosi della bellezza di lei. Quando, però, Rosalba presentò il vestito, il Re non lo volle, perché ordinario. Quello di Belloccia, invece, fu oggetto delle generali meraviglie ed il Re lo gradì di cuore. Il giorno degli sponsali, intanto, si avvicinava. Belloccia non era riuscita a persuadere lo sposo a lasciarla in pace, essendo lei così brutta. Ma tutto fu inutile. – T'ho amata quando eri bella, e perché dovrei lasciarti ora che sei brutta? Belloccia, allora, pensò di mandare la solita serva dalla mamma. Come costei seppe lo scopo della visita, mandò due catini, di cui uno grande e l'altro piccolo, due giarre di acqua e un braciere di fuoco. La vigilia delle nozze, Belloccia si lavò nel bacile grande ripieno dell'acqua d'una delle due giarre, dicendo: – Faccia d'asino, come sei brutta! – e se la strappò e la buttò nel fuoco. Poi, si lavò nell'altro catino con l'acqua dell'altra giarra e si rimirò all'altro specchio. E diventò più bella d'una regina. Grande fu la gioia e lo stupore dello sposo, vedendo la brutta Belloccia trasformata in una bellissima giovane. Per la rabbia e l'umiliazione l'altro figliuolo del Re differì gli sponsali. L'Anonimo finì: – Io ebbi un pugno di soldi. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Giovanni Leo Paglione
Nasce a Capracotta il 12 giugno 1917. I suoi sono inizi da pittore autodidatta, e già a quattordici anni decora appartamenti privati. Nel 1937 incontra a Campobasso il maestro Amedeo Trivisonno, il quale, apprezzando le qualità del giovane, gli offre il suo insegnamento disinteressato, gli fa abbozzare figure e poi, verificatone le doti artistiche, gli affida la realizzazione di alcune parti di affreschi nelle chiese molisane a cui stava lavorando. Come Trivisonno, P. mostra di apprezzare l'arte rinascimentale e i grandi maestri del neoclassicismo. Da quegli anni si snoda una biografia artistica ispirata all'assunto «la natura è maestra, e il vero è un controllo che non può sfuggire», sicché il suo percorso «è permeato da una stesura che non mostra trasformazioni sostanziali, bensì maturata riflessione, progressivo affinamento nell'interpretazione soggettiva e negli accostamenti cromatici. Un percorso ove hanno trovato ampio spazio la luce, i colori mediterranei, i paesaggi molisani, che emergono attraverso una ricerca mediata dalla "maniera", quindi dal momento di più consapevole riflessione». Una svolta nella espressione artistica di P. avviene alla partenza di Trivisonno per il Cairo, perché allora egli si avvicina allo stile di Marcello Scarano. Dal '45 in poi comincia un'intensa attività come decoratore di cappelle e chiese di Campobasso e provincia, Isernia e provincia, ma anche di Avellino e Roma (convento delle suore Immacolatine). Nel 1948 è presente alla Mostra nazionale di Pescara, a cui seguiranno, nel '58 e nel '59, quella di Termoli e la Mostra nazionale Enal di Campobasso, dove è premiato con medaglia d'argento. Si succedono altre collettive e personali, in cui sempre, coerentemente alle proprie scelte, si legge una costante ricerca del vero, come pure una voluta attenzione rivolta al passato, considerato non come semplice citazione, ma piuttosto come discorso sulla memoria. Nella vasta produzione artistica di P., occupa un posto di rilievo la pittura da cavalletto. «Interessanti sono i suoi paesaggi dai toni luminosi, le nature morte dalla ricca gamma cromatica e la ritrattistica». In quest'ultima specialità, egli si mostra fine interprete della figura che gli sta di fronte, cogliendo gli aspetti psicologici della personalità, e tuttavia non supera mai il rispetto che deve alla vicenda umana di ciascuno, mostrando, con il suo segno, una partecipazione sentita ma discreta. Alla ricca galleria di ritratti, numerosissimi, quasi tutti di proprietà privata, bisogna aggiungere le opere conservate nelle chiese (Trivento, Casacalenda, Sepino, Montefalcone, Pescopennataro, Isernia, Carpinone, Capracotta, Carovilli, etc.). Nel '94 ha realizzato il ciclo della Via Crucis (14 tele) custodito nella chiesa di S. Giovannello, a Campobasso. P. ha trasmesso la passione per la pittura al figlio Francesco, che nella sua produzione mostra un evidente senso del colore e della forma. Il 19 maggio 2004 P. è stato celebrato al Dopolavoro ferroviario di Campobasso con l'importante iniziativa "Una vita per l'arte", in cui sono intervenuti numerosi esperti e conoscitori della sua arte, quasi un compendio della lunga e ricca opera dell'artista. Due giorni dopo P. viene investito da una moto mentre attraversa la strada, sotto casa sua, e muore, tra il cordoglio della popolazione e del mondo culturale molisano. Barbara Bertolini e Rita Frattolillo Fonte: B. Bertolini e R. Frattolillo, Molisani. Milleuno profili e biografie, Enne, Campobasso 1998.
- Il cristogramma di via Carfagna
Sulla quarta pagina della cronaca molisana del "Quotidiano del Molise" del 6 aprile 1961 il nostro Felice Dell'Armi scrisse un articolo di "Note archeologiche capracottesi", attraverso il quale portò all'attenzione degli studiosi locali un'antica iscrizione presente sull'architrave di una finestra di via Carfagna. I successivi lavori di restauro in brecciatura e agli infissi hanno fatto sparire quella preziosa incisione lapidaria, che oggi sopravvive grazie alla fotografia pubblicata da Dell'Armi nel dicembre 2008 su Voria, il giornale di Capracotta, e che ho elaborato digitalmente qui sopra. In quel secondo articolo egli affermò quanto segue: L'iscrizione all'epoca fu sottoposta all'esame di docenti dell'ateneo napoletano secondo i quali si trattava di un crittogramma cristiano che fra i tre puntini significava chiaramente Ave Maria. Le cifre arabe a destra, e cioè 179, sarebbero incomplete per l'usura della pietra; per poter individuare la probabile data della costruzione dell'immobile c'è da pensare ad un periodo che potrebbe essere compreso nel decennio 1790-1799. L'incisione in alto al centro e le tre a sinistra dell'iscrizione risultano incomprensibili. Da una prima analisi effettuata sulla fotografia in questione credo che si legga chiaramente "IHS / AVE A^A", che è la trascrizione di "Gesù, ave Maria". Il trigramma cristologico IHS (o JHS) è stato diffusamente utilizzato dalla cristianità dal III secolo fino alla controriforma come nomen omen di Cristo (le prime tre lettere del nome greco Iesous sono appunto Ι, H e Σ) e quasi sempre la H veniva sbarrata in modo da formare una croce. Tuttora questo cristogramma viene spesso erroneamente interpretato come "Iesus Hominum Salvator", quasi fosse un semplice acronimo, ma viene pure utilizzato per esaltare il nome del Redentore nelle decorazioni delle chiese moderne. Il simbolo che sta nella parte alta dell'iscrizione, al di sopra delle lettere, è invece di difficile comprensione e merita un'indagine più approfondita poiché non sono ancora in grado di darne un'interpretazione affidabile. Le cifre presenti al termine dell'iscrizione, invece, potrebbero - come sostiene Felice Dell'Armi - rappresentare una data incompleta, compresa tra il 1790 e il 1799. Tuttavia, focalizzando l'attenzione sul quarto numero, quello assente, non solo non è minimamente visibile alcuna traccia, ma non è visibile neppure un qualche tipo di rottura/usura della pietra tale da spiegare il distacco dell'incisione numerica. È plausibile invece che la cifra sia esattamente così com'è con una virgola tra 1 e 79, il che rimanderebbe al Vangelo secondo Luca, l'unico che contiene quel preciso versetto, in cui leggiamo: «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace». Il versetto si riferisce al cosiddetto "Cantico di Zaccaria", un salmo che Zaccaria, marito di Elisabetta e padre del Battista, intona dopo aver assistito al miracolo che vede protagonista la moglie sterile che dà alla luce Giovanni, dopo che Maria, incinta di Gesù al terzo mese, era venuta in casa dell'anziana parente Elisabetta. Il versetto Lc 1,79 deve quindi essere ascritto alla fondamentale tradizione cristiana della Visitazione della Beata Vergine Maria, una festa liturgica che a Capracotta poteva contare su una potente confraternita eretta prima del 1629. Per concludere, il cristogramma di via Carfagna credo che si riferisse a un fondo urbano della corporazione della Visitazione e Morte di Capracotta - forse era l'ingresso del primo rudimentale oratorio - di cui resta memoria grazie al prezioso scritto pubblicato dall'ultimo priore laico della congrega, l'avv. Amato Nicola Conti, e soprattutto alla superba statua lignea della Visitazione, opera dello scultore napoletano Giacomo Colombo (XVII sec.), che ancor oggi si può ammirare nel piano basso della Chiesa Madre, il locale che, a due passi dal cristogramma di via Carfagna, era il vero e proprio centro nevralgico della confraternita capracottese, sciolta ufficialmente nel 2007. Ultimi confratelli conosciuti: Mario Comegna e Ciro Mendozzi. Ultima guida spirituale: don Geremia Carugno. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. C. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; F. Dell'Armi, Note archeologiche capracottesi, in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso, 6 aprile 1961; F. Dell'Armi, Conserviamo il passato, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Cine-reading ricordando Iacogol
Diecimila persone, strette nel bavero dei cappotti e sotto la pioggia, la mattina del 7 febbraio del 1978 si congedarono da Iaco-gol nello stadio Salinella di Taranto. Presto sarebbe stato ribattezzato "Erasmo Iacovone" in suo onore, omaggio al mitico attaccante del Taranto che la notte del 6 febbraio morì in un incidente stradale. Il piccolo grande eroe di Capracotta, trentuno anni dopo, resta simbolo del sogno e del riscatto per una città spenta a forza di veleni. Di Iaco non ci si dimentica e stasera alle 21:30 al Ramblas Music Club di via Regina Margherita a Taranto va in scena un ricordo molto speciale. "Iaco", così semplicemente il titolo, è un cine-reading liberamente tratto dalla storia di Erasmo Iacovone. Una lettura, in buona sostanza, della sceneggiatura per un film su di lui, progetto in realizzazione firmato da Mauro Caporale. Ad accompagnare la lettura di Massimo Colaci saranno, oltre a immagini documentarie, le improvvisazioni al piano di Ettore Carucci. "Iaco" racconta del carismatico anti-eroe di Capracotta e della sua amicizia con Aldo, capo ultrà della Curva nord e operaio dell'Italsider. Carichi della voglia di farcela, si rivelano in qualche maniera fratelli. E quando Erasmo muore, allora Aldo decide di mirare a una promozione in fabbrica frequentando la scuola serale. Perché è così che avrebbe faticato il suo idolo, re dell'elevazione da terra e del mitico colpo di testa che faceva esplodere lo stadio al grido di Iaco-gol, benedizione di qualche stagione e, con la morte, per sempre. A. G. Fonte: A. G., Cine-reading ricordando Iaco-gol, in «La Repubblica», Roma, 8 febbraio 2009.
- La Madonna di Castel del Giudice
Secoli fa Castel del Giudice si trovava dove attualmente risiede il laghetto denominato "Saletta", a circa duecento metri dal fiume Sangro, e vicino all'omonimo Santuario. Un'estate, mentre gli uomini si occupavano della trebbiatura del grano e scontavano così la punizione divina per la propria malvagità e per non aver rispettato le leggi divine, giunse una pellegrina con un bimbo in braccio, stanca e provata dal lungo viaggiare. Gli uomini non lo sapevano, ma la donna era lì giunta a rappresentare la misericordia divina. Stanca e affamata, chiese ospitalità e un po' di elemosina, ma fu allontanata in malo modo. Troppe erano le occupazioni degli uomini, che non avevano tempo da dedicare a una persona estranea e per di più miserevole. La pellegrina, addolorata, si allontanò con il cuore colmo di dolore, ma la giustizia di Dio piombò sul paese che fu sommerso dalle acque e nessuno si salvò. La pellegrina, che era la Madonna col Bambino, salì la strada che porta alla collina e si sedette su un masso, col Bimbo sulle ginocchia. La pietra, più docile del cuore degli uomini, s'incurvò a prendere forma di sedile. Ma un serpente la volle insidiare, strisciò sulla pietra e tanto calcò sul masso per nascondersi che il masso cedé. Maria quindi riprese il cammino, per poi fermarsi sulla collina, dove nasce il suo Santuario. Si dice che oggi, alle persone che si recano nel cuore della notte al laghetto, appaiano fantasmi di persone che si muovono; e al momento culminante del plenilunio, si vede ancora il riflesso nelle acque delle case e delle strade. Come prova concreta dell'accadimento, è possibile rinvenire, scavando nella campagna circostante, pezzi di mattoni, di muri, oggetti casalinghi e molte ossa umane. Inoltre, è possibile vedere le spire del serpe che da terra vanno fino al punto dove era il calcagno della Vergine Santa. A completare il racconto leggendario, si narra che il quadro della Madonna, custodito nel Santuario, sia stato rubato dai devoti della vicina Capracotta, i quali pensavano dare più onore, innalzando un nuovo Santuario. Nella notte, l'immagine santa tornò miracolosamente al luogo sacro della Saletta, passando attraverso la stretta e alta finestrella, apertasi per intervento divino, sulla parete volta verso Capracotta. Maria Merola Fonte: https://laterrainmezzo.altervista.org/, 25 settembre 2017.
























