LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
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di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- I moti del 1860 a Capracotta (I)
Capracotta, l'alpestre borgo molisano, vanta tradizioni liberali fin da quando, col principio del secolo XIX, e propriamente dal 1799 al 1821, corse per tutta la penisola un fremito di libertà e di aspirazioni nuove, ed ogni angolo d'Italia, se non un martire, ebbe una voce di protesta e di patriottismo. C'era come nell'aria il profumo che si sparge inconsciamente dappertutto ed esalta i cuori ed eccita le immaginazioni: c'era l'anelito alla libertà ed all'unità della Patria. Per quanto ancora incerta l'idea di questa unità ed incerti i mezzi per raggiungerla, l'ideale incominciato a germogliare, permaneva ed assumeva varie forme a seconda delle varie regioni della penisola, de' vari paesi e delle varie classi di cittadini. Capracotta non era tanto nascosta da rimanere fuori dalla vita nuova, né d'altro lato tanto avanti da potersi mettere alla testa del movimento. Confinata agli estremi limiti della Provincia di Campobasso, essa aveva opportunità di comunicazione coi centri più diretti dei movimenti liberali e delle metropoli vicine, perché le sue antiche industrie armentizie più di frequente in quegli anni obbligavano i primi cittadini del paese a scendere nelle Puglie, far contatti a Napoli e altrove, e a conoscere quindi da vicino i nuovi orientamenti della politica, a porgere l'orecchio ai sussurri che passano nelle vie e ne' caffè, a leggere qualche giornale e a commentar qualche notizia. E già prima del 1841, a Capracotta si era costituita una società segreta improntata e animata dal verbo massonico. Ne fu subito duce, o presto divenne, il reverendo D. Michelangelo Campanelli, avendo a compagni fondatori D. Gaetano e D. Amatonicola Conti, D. Francesco e D. Bernardo Falconi. E questo gruppo massonico dava segni evidenti di vita comunicando coll'esterno e non riposava. Sappiamo che da Catanzaro Benedetto Musolino mandava notizie a Palazzo San Gervasio e di qui esse venivano a noi per opera di due fervidi liberali, agronomi Domenico e Giuseppe Di Nucci, che avevano occasione di andare nelle Puglie, e da Capracotta, per mezzo del fidato corriere Domenico Carugno, a Dorrucci e Sardi di Sulmona. Ma la polizia da parte sua si era accorta di questa animazione liberaleggiante e vegliava con molti occhi per acciuffare persone e strozzare ogni tentativo pericoloso, tanto che D. Gaetano Conti, venuto in sospetto più degli altri, fu oggetto di speciale vigilanza da parte degli sbirri borbonici, e una volta, avendo lasciato il paese, venne arrestato e carcerato a Palazzo San Gervasio e potè ottenere la libertà solamente grazie all'intercessione autorevole di monsignor Terenzio, vescovo di Trivento. Le riunioni segrete del gruppo massonico capracottese avevano luogo alla Casa della Madonna, dov'è oggi l'Asilo Infantile, e della bandiera chiamata della Giovine Italia, conservasi ancora in una sala del Circolo dell'Unione, un lembo lacero e scolorito, qual glorioso ricordo de' padri nostri liberali. E degno di memoria è che di tutti i liberali capracottesi, il più insigne fosse il D. Fortunato Conti per l'efficacia della sua opera. Il Conti è seppellito a Poggioreale nel recinto degli uomini illustri. E cosa notevole, qui, come in parecchi paesi del Molise tutti, anche il clero mostrò alti sensi di patriottismo. Ed oltre il canonico D. Michelangelo Campanelli, già citato, l'arciprete prof. D. Filippo Falconi, in cui dottrina ed ingegno sono pari alla nobiltà dell'animo e alla santità della vita, predicò in chiesa e in piazza a quei giorni luttuosi contro l'esoso governo borbonico. Il Falconi era stato carcerato a Napoli per motivi politici. L'arresto avvenne perché un certo Vago, di Frosolone, aveva consegnato una lettera di D. Filippo al conterraneo Zampini, ma caduto costui nelle mani della polizia, la lettera venne intercettata e fu così svelato il nobile desiderio del Falconi che chiedeva allo Zampini le opere del Gioberti. Ed è proprio in casa di D. Filippo che avevano luogo nel 1859 le riunioni del Comitato liberale capracottese, di cui Egli era presidente, ed ivi principalmente, oltre che presso i signori D. Cesare e D. Liborio Conti e l'Arciprete Buonanotte, si rifugiò per molto tempo D. Ippolito Amicarelli, perseguitato politico, il primo deputato del collegio di Agnone, poi Preside-Rettore illustre e rimpianto del Liceo-Convitto Vittorio Emanuele di Napoli. Anche il sacerdote D. Policarpo Conti, nei giorni della reazione, fu arrestato e percosso e, in segno di dileggio, legato sopra un asino e, con una fiscella in testa, costretto ad attraversare il paese tra i sogghigni della feroce plebaglia, che a perdifiato gridatagli: «Manda ora quattrini a Garibaldi!», volendo con queste parole alludere ai 400 ducati che il liberale sacerdote aveva di suo mandato al Duce liberatore. Gli artigiani in massima parte, come quelli che minori istinti di servitù avevano accolti nell'animo e più vicini erano ai principali del paese, si mantennero fermi nell'atmosfera dell'entusiasmo dei pochi, mostrandosi inclini a secondarli e a prestar magari l'opera loro in caso di azione. Restò così solo la plebe nella morta gora, impantanata nei vecchi pregiudizi, inconscia dei tempi nuovi, avida solo del guadagno certo e furibonda al sangue ed al saccheggio. Questa fu l'unica causa del suo spirito reazionario: non già l'odio che avesse verso i civili del paese, perché è cosa provata e incontestabilmente certa che i popolani ebbero sempre favori e prestazioni dai signori e anche i rapporti scambievoli tra loro erano improntati a giustizia e cordialità. Gli istinti retrogradi la predisponevano, ma ciò che la decise ad insorgere furono le sobillazioni d'un feroce reazionario, Eustachio Monaco. Da Isernia, dove viveva esercitando il mestiere di bastaio, venne costui a Capracotta ai 20 Settembre del fatale anno, spinto oltre che da sentimenti retrivi, dal denaro de' borbonici d'Isernia, a capo de' quali erano monsignor Saladino e il De Lellis. La sera di detto giorno, il Monaco, adunati in sua casa Pasquale di Janni e Cesare Carnevale, uomini animosi e però d'un grande ascendente sul popolo, e corrottili col danaro che seco portava, indusse entrambi a promuovere un atto reazionario, arrestando e massacrando i liberali del paese. La Guardia Nazionale cittadina, composta di 180 uomini al comando del capitano D. Gaetano Conti e del 1° tenente avv. Giulio Conti, mio padre, intuendo qualcosa di grave, era rimasta accasermata nel caffè di Giovanni Antenucci, pronta a reprimere ogni moto, dal 1° Ottobre sino al mattino successivo, quando per ordini superiori dovette recarsi quasi tutta ad Isernia, dove terribile era scoppiata la reazione. Fu allora che il popolo si decise ad insorgere. Vero è che già da' primi di Luglio, i reazionari avevano stabilito, come più tardi si venne a sapere, di provocare i civili, ammazzando una loro giovinetta alla processione del Carmine, che era in quei tempi la principale festa del paese. La sera de' 2 Ottobre, Domenico Potena, guardia nazionale, trovandosi nel Corpo di Guardia, aveva detto che gli animi erano in gran fermento, che invano Egli si era adoperato per indurre i suoi fratelli a deporre l'idea della lotta civile. Difatti, il giorno 3, verso le nove antimeridiane, una tura di popolo del quartiere di San Giovanni, mosse tumultuando al grido di «Viva Francisco!» verso la piazza, dove c'erano appena una decina di guardie. Il comandante D. Gaetano Conti, visto il grande pericolo che correva il ceto signorile e i disordini che minacciavano il paese, avrebbe voluto ordinare di far fuoco, ma il dottor Berardino Conti, mio avo, per evitare spargimento di sangue, intervenne e riuscì a rattenere quel comando. Fu mal, perché una scarica avrebbe riavvilita la folla e indotta a più savio consiglio. Invece, credendo che quella prudenza non fosse stato altro che paura, dopo di aver fatto per due volte il giro del paese, quasi a far mostra della sua prepotenza, diede essa sfogo alle sue torbide passioni. Oreste Conti Fonte: O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911.
- I maestri di Capracotta per la guerra
Il pedagogo Luigi Credaro (1860-1939) si occupò per tutta la vita di problemi riguardanti la scuola e l'educazione. Nel 1900, eletto presidente dell'Associazione della Stampa scolastica, fu incaricato di porre le basi per un'organizzazione dei maestri italiani tesa ad ottenere il miglioramento delle loro condizioni economiche, giuridiche e culturali. Nacque così, nel gennaio 1901, l'Unione Magistrale Nazionale, un organismo del tutto diverso dalle organizzazioni operaie perché fondamentalmente apolitico: la preoccupazione di Credaro era infatti quella di scongiurare il pericolo che fra i maestri - ai quali è affidata l'educazione delle masse e la legittimazione delle istituzioni dello Stato - si diffondessero posizioni estremistiche o antigovernative, visto che proprio il Governo doveva venire incontro alle loro rivendicazioni. Nonostante questo encomiabile progetto, a poco a poco l'Unione Magistrale si politicizzò, tanto che, al quarto congresso di Perugia (1904), risultò maggioritaria la linea di sinistra, in contrasto con quella liberale e riformistica del II° Governo Giolitti. A quel punto Luigi Credaro abbandonò la presidenza dell'Unione, lasciando i maestri italiani, al pari del proletariato, in balia delle frange extraparlamentari della sinistra storica, un fenomeno ancor oggi evidente nei ranghi del corpo docente. I nodi politici interni all'Unione Magistrale si fecero evidenti quando l'Italia dovette fare i conti con l'intervento nella Prima guerra mondiale. La concitata lotta politica tra neutralisti e interventisti che infiammò il Paese, causò, anche all'interno dell'associazione magistrale, sotto la presidenza dell'imolese Giuseppe Soglia (1871-1926), insegnante elementare e deputato socialista durante la XXIV Legislatura del Regno d'Italia, una ineludibile scissione tra le correnti cattolica e socialista. Sul finire del 1915, i maestri della sezione di Capracotta, coinvolti nella lotta politica come tutti i loro colleghi italiani, decisero di risolvere la questione con una clamorosa presa di posizione, tesa «a salvaguardia del sentimento patriottico degl'insegnanti italiani», e che causò, per l'eco che ottenne sulle altre sezioni locali italiane, le dimissioni del presidente Soglia e della commissione esecutiva. I docenti capracottesi, primi fra tutti, «han dimostrato vivo sentimento di amor patrio ed assoluta indipendenza di carattere, per cui spontaneamente hanno protestato contro l'operato del loro presidente on. Soglia, il quale, col suo voto contrario al Governo, in quest'ora grave e sublime per l'Italia nostra, ha rinnegato le idealità della Patria, dimentico dei suoi doveri di educatore, e perciò immeritevole di rappresentare quella classe, che alla grande causa nazionale ha dato un proprio contributo di sacrificio e di sangue». Il gruppo magistrale di Capracotta, presieduto dal maestro Ubaldo Di Nardo, aveva infatti votato da poco il seguente ordine del giorno: Stigmatizzando vivamente il voto antipatriottico del Pres. dell'Un. Mag. Nazionale Italiana, onor. Soglia, nella recente tornata della Camera dei Deputati; Considerando che nell'ora solenne, che suona squillante di gloria nella storia dell'Italia nostra ogni idea di partito dovrebbe sacrificarsi sull'ara degli ideali sublimi della Patria; Delibera dimettersi in massa, in segno di fiera e sdegnosa protesta dell'Unione Magistrale Nazionale, facendo voti che la scuola, che è la civile palestra di tutti, non sia ascritta ad alcun partito, e che le sue sorti siano affidate a persona autorevolissima avente primo fra tutto il culto religioso della Patria, capace di continuare le superbe tradizioni dei primi Duci dell'Unione che la innalzarono agli alti fastigi di organizzazione perfetta, simpatica al pubblico, e deferentemente considerata dai poteri dello Stato. L'onorevole Giuseppe Soglia rimase molto deluso dalla secessione dei nostri insegnanti, sostenendo che «i maestri della Sezione di Capracotta, dopo quel voto, si staccarono dall'Unione in segno di protesta contro il Presidente, che aveva alla Camera votato contro la patria, perché quei buoni colleghi non ebbero nemmeno il minimo dubbio che il Ministero Salandra e la patria italiana non fossero l'identica cosa!». Insomma, l'ex presidente dell'Unione Magistrale Nazionale accusava il corpo docente di Capracotta di aver espresso non un legittimo dissenso ma un vero e proprio voto politico nei confronti di Antonio Salandra, ministro dell'Interno e tenace interventista. Quel che Soglia invece non vedeva - o non voleva vedere, data la sua estrema faziosità - era che egli per primo aveva utilizzato l'Unione per i suoi scopi politici, cercando di fomentare il neutralismo e, al contempo, di allargare la base elettorale dei partiti di sinistra. L'Ordine di Lecce, nel riportare alcune notizie sul gruppo magistrale altomolisano, scrisse: «Ci auguriamo vivamente che il nobile esempio dei maestri di Capracotta sia tenuto dagl'insegnanti primari in quelle considerazioni che richiede l'ora presente». Fatto sta che l'Unione Magistrale si scisse, l'ora solenne squillò e la Grande Guerra fu vinta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Barausse, L'Unione Magistrale Nazionale. Dalle origini al fascismo: 1901-1925, La Scuola, Brescia 2002; G. Cives, L'impegno necessario: filosofia, politica, educazione in Luigi Credaro, in «Vita dell'Infanzia», LIV:7-8, Opera Nazionale Montessori, Roma, luglio-agosto 2005; U. Di Nardo, Il Gruppo Magistrale di Capracotta, in «L'Ordine», IX:47, Lecce, 24 dicembre 1915; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Soglia, La crisi dell'Unione Magistrale e il suo significato politico: contro la secessione e per la laicità, in «Critica Sociale», XXVI:8, Milano, 16-30 aprile 1916.
- Il terzo settore
Padova. Per fortuna, anche quest'anno c'è lui, Antonio D'Andrea, quarantanovenne nato a Capracotta - «il parto avvenne in casa e fui allattato fino ai 22 mesi» - e abitante controvoglia a Milano, fondatore diciassette anni fa del "Movimento Uomini Casalinghi", uno che nella vita si è imposto una sola missione: «Fare da casalingo prima a mamma Peppina, poi a zia Elena, adesso alla mia attuale compagna», che manco a dirlo è una beatissima femminista di ferro, una alla quale è capitato l'incapitabile, trovare un compagno il cui motto è «il governo alle donne, il rigoverno della casa agli uomini». Tonino occupa il suo solito angolo nell'ormai gigantesca kermesse di "Civitas", la rassegna del volontariato e di tutto quanto fa "terzo settore". Indifferente ai giganti vicini - Arci, Acli, Compagnia delle opere - ed ai governi che cambiano, ai ministri e ai politici che solcano gli stand senza badargli, e meno male, altrimenti gli capiterebbe di vedersi ficcare in mano l'opuscolo sugli «Uomini mestruanti», o peggio ancora quello su «Il pene: a qualcuno piace corto». Però il piccolo abruzzese-milanese, incompreso iperpolitically correct, è la spia palpitante di questa rassegna. In fin dei conti, con la sua passionaccia per il bucato dei panni e il lavaggio dei piatti altrui, non è la quintessenza dell'"assistenza volontaria" a chi si trova in difficoltà? Così anno dopo anno anche Tonino cresce, e con lui il suo movimento di "mammi" e "sorelli". Oggi spunta dietro un asse da stiro e un cestone da bucato, più che simbolici. Regala «L'antica lisciva» e «Pomice finissima di Lipari», olio di lino cotto per lustrare il legno e due saponi che fa lui con ceneri di faggio rastrellate dalle cucine economiche degli amici abruzzesi, dedicati uno a «mà Peppina», l'altro a «zì Maria». Un trionfo. Parallelo, comincia il primo degli oltre cento convegni di "Civitas", il presidente delle Acli Luigi Bobba presenta una ricerca dell'Iref sui bisogni degli italiani: un quinto delle famiglie con figli in età preadolescenziale o con ultrasettantenni a carico «sarebbe disposto ad acquistare prestazioni assistenziali», e magari non serviva un'indagine per scoprirlo, ma quel che importa è la conclusione pratica: «La potenziale domanda insoddisfatta potrebbe dare vita a 475.484 nuovi posti di lavoro». Mezzo milione di futuri Tonini, a equo pagamento. Da aggiungere ai 12 milioni di italiani iscritti alle cento e passa organizzazioni che partecipano al "Forum del terzo settore", ai 4 milioni che sono attivi in qualche attività di volontariato, alle centinaia di migliaia - ma qui la statistica balla, causa prudente privacy dei gruppi maggiori - assunti e stipendiati. Comunque, un sacco di gente. Eternamente soddisfatta del suo lavoro, eternamente insoddisfatta del riconoscimento pubblico che riceve. Quest'anno è la prima "Civitas" sotto il segno del centrodestra, l'insoddisfazione non è così maggiore del solito, don Antonio Mazzi si sfoga, «anche questo governo chiacchiera», Edo Patriarca, il portavoce del "Forum", minaccia lo «sciopero della solidarietà», salvo precisare: «È solo una provocazione, non possiamo, sarebbe far del male agli ultimi del mondo. Però ogni tanto ci viene la voglia, fermarci tutti una mezza giornata, e vorrei vedere chi assiste bambini, anziani, tossici, handicappati, chi porta i feriti all'ospedale». Al "terzo settore" non va affatto bene quello che sta facendo il governo, «la riforma delle fondazioni bancarie, la politica sull'immigrazione, i cambiamenti della giustizia minorile, la privatizzazione del welfare». L'altra sera, però, l'hanno detto al ministro Buttiglione, e Patriarca ne definisce gli esiti, illuminandosi: «Rassicuranti e rincuoranti. Il governo aprirà un dialogo con noi. Buttiglione ha spalancato una grossa finestra». Adesso, è il momento del confronto con le opposizioni, e vengono Fassino e Rutelli. Alla notizia delle promesse di Buttiglione - e soprattutto, del credito che hanno trovato - educatamente sbiancano. Rutelli, «premesso che siamo totalmente in linea con voi», lancia un appello «alla ripresa della mobilitazione: alla vigilia del summit della Fao a Roma vorrei rivedere per strada la stessa gente di Genova; quella spinta ideale, depurata dalle violenze, va ripresa». Fassino mette un po' di puntini sulle "i" - «Io non vedo un governo che parta dall'assunto di investire nel terzo settore, come aveva fatto il centrosinistra. Buttiglione si è assunto degli impegni, ma esprime forse la stessa cultura di Castelli, Bossi, Tremonti? Se il buongiorno si vede dal mattino, qua è notte fonda» - e garantisce: «Noi faremo una battaglia perché cresca la spesa sociale, per il sostegno fiscale al terzo settore, perché gli enti locali di centrosinistra, nel nominare i propri rappresentanti nelle fondazioni bancarie, si facciano carico anche della società civile». Contenti? Soddisfatti? Mah. Patriarca tentenna: «Abbiamo aperto un contatto col governo e con l'opposizione, speriamo che si mantengano, perché non è sempre accaduto. Vedremo se manterranno le promesse, tutti e due: anche col centrosinistra il rapporto non è facile, tante volte abbiamo visto l'opposizione sfilacciata, non presente su questioni che ci interessavano». Non sono rose e fiori. Ignaro, indifferente, Tonino il casalingo continua a far proseliti, a distribuire piccoli saggi: «Il cavalluccio marino ragazzo madre», «Saponi e liscivia, due amiche per la pelle», «Bucati al torrente», «Autocoscienza matrilineare», fino all'ultimo, orgogliosissimo, simbolico appuntamento all'anno prossimo: «Esistere! Esistere! Esistere!». Michele Sartori Fonte: M. Sartori, Il terzo settore: ci vorrebbe uno sciopero della solidarietà, in «L'Unità», Roma, 4 maggio 2002.
- Estratto dello stato civile
I gusti sono differenti. Vi è chi, leggendo il giornale, si diletta nei brillanti paradossi dell'articolo di fondo, seguendone mentalmente le evoluzioni: molti frequentano l'appendice, pianterreno lugubre e sanguinoso, dove si commettono, sera per sera, i più atroci delitti: alcuni scelgono la cronaca interna dove leggono importantissimi fatti avvenuti nell'Uruguay, a Capracotta o a Roccacannuccia; altri prediligono i telegrammi particolari, tanto particolari che talvolta i fili del telegrafo non ne hanno saputo nulla: non mancano, infine, gli amatori della quarta pagina. Ma vi è una rubrichetta modesta, non molto lunga, a caratteri piccini, ficcata come per misericordia in un angolo qualunque del giornale, spesso scorretta, spesso dissestata; ebbene, questa qui è letta da tutti, giovanotti, vecchi, fanciulle, spose, madri, insomma tutti. Persino gli uomini serii, quelli che vorrebbero far credere di non patire alcuna debolezza comune agli altri mortali, persino quelli vi danno un sbirciatina di nascosto, scorrendola in un battibaleno o fingendo di leggere gli Stefani. E mentre tutto il resto del giornale può forse riuscire indifferente, quell'angolo lì, nella sua umiltà e brevità, fa sempre una impressione: lascia un sorriso sulle labbra o una oscurità negli occhi. È l'estratto dello Stato Civile. Sì, voi lo leggete assiduamente, o pallide zitellone dalle labbra sottili, provando un amaro piacere a dilatare la ferita nascosta del vostro cuore; ci è della gente che crede ancora alla vecchia istituzione del matrimonio e che intanto dimentica voi, che vi credereste tanto volentieri: voi volete sapere il nome e l'età di questa gente. Quando è molta, ci è il compenso che è di bassa qualità e potete fare un moto di sprezzo; quando è poca, avete la consolazione di dar la stura ai vostri commenti: qui è una coppia che potrebbe esser felice, diciotto e ventidue anni: sono troppo giovani per aver testa! Altrove la sposa si chiama Leonilda, nome capriccioso, sarà certo una civetta: compiangiamo il marito, poveretto! Questo qui è medico, professione che non corre più con le capsule Guyot ed il ferro dializzato Bravais: la moglie soffrirà gli stenti. – Guarda, guarda, la tale è giunta finalmente a gabbarne uno; sa il cielo con quali mezzi! E come, ha fatto scrivere solo trent'anni! Ma se ha avuto sempre cinque anni più di me, che ne ho... ventotto! E chi sarà lo sposo? Povero imbecille, avrà la vita tribolata, è degno di compassione. Dopo un'oretta di insinuazioni più o meno benigne, di restrizioni mentali, di sottintesi poco caritatevoli e di riflessioni più o meno filosofiche, voi, vecchie zitelle, vi confortate nel pensiero che tutti i coniugati sono e saranno sempre infelici e che per nulla al mondo voi vorreste rinunziare alla vostra pace. Invece la bionda fidanzata del bruno giovanotto, dopo che ha accompagnato sino alla porta il suo amore, raccomandandogli di venir presto la sera seguente, rientra e prende distrattamente il giornale tra le mani, leggendovi le nascite ed i matrimoni. Essa pensa: fra breve, quattro, sei mesi forse, il nome suo vi sarà insieme con quello di lui; gli amici li leggeranno sorridenti, gli estranei non ne sapranno nulla, ma vi sarà un tesoro d'affetto sotto quei nomi. Pensa ed arrossisce e si guarda d'attorno; chi sa qualcuno non le legga sulla fronte il pensiero; forse in un'epoca un po' più lontana, se Dio vuole... una cifra di più nei nati, una cifra che per lei, madre, rappresenterà una testolina grande come un pugno, in una cuffiettina ricamata; una testolina che abbia già i capelli neri del papà e gli occhi azzurri della mammina. Allora, trasportata in questo sogno che è per diventare una realtà, la fanciulla si lascia cader il foglio di mano... e si scorda di leggere il nome dei morti. Ci sono i vecchi per leggerla, quella malinconica lista, ma non crediate che se ne dispiacciano. Vi è anzi una punta di egoistica soddisfazione per essi, nel vedere che i giovani robusti se ne vanno a dormire per sempre sotto la terra nera e che essi rimangono in piedi ancora, godendo i bei raggi del sole e respirando la vita. Se trovano un caso di lunga vita, tanto meglio: è una speranza per essi di raggiungere l'età del fortunato; se capita loro sotto gli occhi il nome di un amico d'infanzia, di un coetaneo, si compiacciono a narrarne la storia, o ricordarne i detti, gli atti, le virtù, i difetti: una parolina di compianto e tira via - i vecchi hanno già troppo pianto per aver più lagrime. Sibbene la madre del coscritto lontano, trema ed impallidisce, leggendo come ogni giorno un soldato muoia all'ospedale militare e compatisce le altre madri; sibbene l'ammalato si sente colpire quasi da una mano invisibile, quando vede la sua malattia abbattere un uomo alla sua età. Ed in ultimo ci è la turba dei curiosi, che cercano le notizie col fuscellino e sono fortunati se possono, in una riunione, uscire in queste parole: Ricordate la tale, quella bruttina? Ha preso marito. Ovvero: Ricordate il tale, quel galantuomo coi fiocchi? Se n'è andato di là... Per l'osservatore, che immensa fonte di studio è il modesto estratto dello Stato Civile! In esso cozzano, si urtano, si confondono, si danno la mano tutte le passioni umane, tutte le classi; tutti gli stati sociali vi sono svelati. Vi è il piccolo nato, che non ha padre e che comincia già a sentire il peso della sua posizione illegale, presso alla progenie nobilissima di principi; vi è il futuro cretino che porta il numero precedente a quello che sarà un futuro uomo di genio. È là che spira la fiducia profonda del popolo nella famiglia, la fede nel lavoro delle proprie braccia, il niuno timore dell'avvenire: nel popolo si sposano giovani, allegri, miserabili, senza dubbi e senza esitanze. È là che fa capolino la vanità innata, profonda, incurabile, la quale nel più bello o nel più brutto momento della vita, qual è il matrimonio, fa ricordare di scrivere il nome con tutti i titoli, prenomi e qualità - e si ammira il salto mortale che fa una fanciulla sulla età dello sposo, pur di avere vettura, dieci abiti all'anno da Parigi e il palco in prima dispari al S. Carlo. Si sorride vedendo il matrimonio del celibe, sinora impenitente, che si decide alla catena per trovare chi gli curi i reumatismi - e si vorrebbe sorridere, ma non si può, alle unioni calcolate, proposte, ventilate, stabilite per mezzo di confessori, avvocati, notai e vecchi amici di casa. La questione sociale monta su nel nome dell'operaio morto pel suo dannoso mestiere, e tutta la dolorosa ed artistica bohème vi appare in quel poeta che va a morire sopra un lettuccio dell'ospedale; la miseria, madrigna crudele degli uomini, è rappresentata dai suicidi crescenti. Quell'epopea scura della vita vi spaventa; quel riassunto breve, efficace e terribile, quella intiera esistenza che si annienta in un nome ed in una cifra, vi mette paura... Ah! no, se è vita, non può essere tutto fango, non può essere tutto nero; vi deve essere la nota ridente, la parte pura, l'ideale realizzato. Vi è tutta una giornata splendida e lucente: la nascita del fanciullino, alba rosea e tremolante di raggi, balbettìo di paradiso, qualche cosa di azzurro che diventa anima; il forte meriggio delle passioni nel calore soffocante del tropico, nell'amore completo e felice, nelle alte ebbrezze del dovere e della famiglia; ed in ultimo la morte aspettata, cioè il tramonto lento, sereno, pacato, per passare in una notte stellata. Matilde Serao Fonte: Serao, Matilde, Dal vero, Perussia e Quadrio, Milano 1879.
- Rodolfo Comegna, migrante di professione
Il mio bisnonno Rodolfo Comegna, come tanti italiani, partì alla volta degli Stati Uniti che era ancora un adolescente: l'obiettivo era quello di "trovare l'America", fare fortuna. Imbarcatosi a Napoli sulla Prinzess Irene, approdò sedicenne ad Ellis Island il 7 agosto 1913 - dove venne registrato Budolfo Comegna - grazie allo zio Michelangelo Liberatore che gli aveva pagato il biglietto per la traversata e che si era stabilito in America dieci anni prima con tutta la famiglia. Il giovanissimo Rodolfo era diretto a Burlington, in New Jersey, dove lavoravano tanti capracottesi, spesso proseguendo il mestiere che avevano lasciato a Capracotta. Probabilmente il mio bisnonno faceva già all'amore con Maria Giuseppa Di Nucci (1898-1958), la quale, non appena compiuti diciott'anni, si imbarcò anch'essa alla volta degli Stati Uniti: diretta a Burlington, salpò da Napoli con la Duca degli Abruzzi per giungere ad Ellis Island il 23 settembre 1916. I due giovani capracottesi si sposarono sul suolo americano e di lì a poco, nel 1919, nacque la prima figlia, Maria. Un anno e mezzo dopo venne alla luce un'altra bimba, Elvira. Il lavoro era duro ma certamente veniva retribuito assai di più che in Italia, cosicché il nucleo familiare dei Comegna, tra il 1921 e il 1922, tornò in Italia - rivestito di tutto punto - per far conoscere le due creature ai rispettivi genitori. In Italia si susseguirono altre due gravidanze, la prima nel 1923 con la nascita di Pierina e un'altra nel 1925 ma, mentre nonna Maria Giuseppa era incinta della quarta figlia, nonno Rodolfo, che a Capracotta non aveva trovato alcun lavoro, ripartì alla volta delle Americhe, diretto stavolta in Argentina. Partì da solo, lasciando tre figlie e la moglie incinta a Capracotta. Rodolfo si stabilì a Buenos Aires, dove i capracottesi avevano già formato una discreta comunità. Dal Sudamerica il mio avo tornò soltanto sette anni dopo, nel 1932, e fu allora che vide per la prima volta la sua quartogenita Elena (1925-2009), mia nonna, che in vita ha spesso riferito di temere quell'uomo, il padre, che lei non aveva mai visto prima. A Capracotta Rodolfo tornò a fare il solito governo di muli e cavalli finché non si ammalò allo stomaco e, operato a Roma nell'agosto 1943, lì morì, in una città appena bombardata e poche settimane prima dell'occupazione nazista. Allo stato attuale non sappiamo nemmeno dove sia seppellito. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Dizionario biografico degli italiani al Plata, Argos, Buenos Aires 1899; A. A. Bernardy, Italia randagia attraverso gli Stati Uniti, Bocca, Torino-Milano-Roma 1913; A. De Clementi, Di qua e di là dall'oceano. Emigrazione e mercati nel Meridione: 1860-1930, Carocci, Roma 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, Rodolfo Comegna, professione migrante, in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; G. Perec, Ellis Island. Storie di erranza e di speranza, Archinto, Milano 1996.
- Una gita a Capracotta
Sulla linea ferroviaria Carpinone-Castel di Sangro si scese alla stazione di Carovilli, distante meno d'un chilometro dall'abitato, il quale si svolge in pendio sul declivio settentrionale del monte Ferrante. Una comoda e grande vettura automobilistica era pronta, e si partì alla volta di Capracotta. Attraversando l'altipiano di Carovilli, verso nord-ovest la strada s'interna in estesi boschi di faggi e di cerri, spezzati a tratti da pingui pascoli, e raggiunge la casa cantoniera di Staffoli. L'edifizio sorse pel ricovero dei cantonieri stradali e dei viandanti sorpresi dalla bufera quando, prima dell'apertura della ferrovia elettrica Pescolanciano-Agnone, le comunicazioni avvenivano per la via di Carovilli. A Staffoli si ammira una estesa prateria contornata di boschi, col cascinale dei Signori Marracino, ove si alleva un numeroso bestiame bovino, che alimenta una fiorente industria di burro, di scamorze e di caciocavalli rinomati. A questo punto la strada si biforca, e l'automobile, infilando il braccio che va a Capracotta, incomincia la salita a traverso monti boscosi, fino a raggiungere l'altipiano delle Civitelle a 1.200 metri d'altezza, che ha pascoli eccellenti e terreni coltivati a grano, a farro, a orzo. L'orizzonte, a misura che si conquista la cresta dell'altipiano, si fa sempre più bello e più vasto; perché lo sguardo vi domina centinaia di vallate, e gli opposti monti, fino alle alture della Capitanata. Ma ecco che si gira a metà il fianco di Monte Capraro, tra un incantevole bosco di faggi, finché - raggiunta la sommità della depressione montuosa - si apre all'attonita vista un incomparabile spettacolo. A sud-est l'ampio panorama della valle del Verrino, affluente del Trigno, con la scoperta di tutto il Molise: a sud-ovest quello della valle del Sangro con l'imponente distesa delle montagne abruzzesi, dal monte Meta fino alla mole della Maiella. Nelle lontananze le vette, ancora ricoperte di neve, brillano al sole come diamanti: giù per i colli e per le valli campi e boscaglie, paesi e corsi d'acqua, avvolti nella caligine luminosa del mattino. Ma la contemplazione di così grandiosi orizzonti è interrotta da insistenti latrati. Alcuni grossi cani da guardia circondano ed inseguono l'automobile. Sono i cani dei famosi addiacci. Questi si distendono al di sopra della strada, popolati da numerose mandrie di pecore che alimentano il caseificio. Così si discende a Capracotta. L'importante Comune è uno dei più alti d'Italia, ha clima rigido, vi abbondano pascoli e boschi, per cui le sue principali industrie sono la pastorizia e la confezione del carbone. L'abitato si distende sopra una cresta rocciosa, la quale si riannoda a nord-est col monte Campo e a sud-ovest col monte Capraro. I suoi edifici degni di nota sono l'asilo infantile, il fabbricato scolastico, il palazzo comunale e la settecentesca chiesa matrice. Nei dintorni sono state scoperte tombe antichissime, e sul vicino monte Cavallerizza esiste ancora una grandiosa cinta di mura ciclopiche, chiusa da una folta boscaglia. Per la freschezza e salubrità del clima, Capracotta potrebbe essere un degno centro di villeggiatura estiva, e sviluppare assai bene l'industria del forestiere, ora appena in embrione. Ma come vi è deliziosa l'estate, altrettanto vi è orrido l'inverno. Il paese resta a lungo bloccato da una ingente quantità di neve, che spesso raggiunge i cinque metri, tanto da costringere gli abitanti ad uscire dalle finestre o a scavare gallerie di comunicazione, e qualche volta impedisce i rifornimenti più necessari alla vita. Un anno mancò il sale, nonostante la distribuzione a razione. L'Amministrazione Comunale fu costretta ad organizzare una spedizione di venti robusti montanari per Carovilli. Questi partirono in aiuto della carrozza postale per ritirare la corrispondenza e per portare nelle bisacce il sale sufficiente ad approvigionare la popolazione. Il viaggio fu oltremodo faticoso, perché impiegarono una intera giornata per l'andata ed una pel ritorno. E siccome nel ritornare ricominciò la bufera di neve, fu necessario spedire rinforzi, mentre le campane suonavano a stormo per indicare col suono la direzione del paese. A qualche chilometro dall'abitato esiste una cappellina dedicata a Maria Santissima di Loreto. Ogni tre anni vi si celebra la festa il giorno 8 settembre. Caratteristica è la processione che accompagna la statua della Vergine. Essa è preceduta da varie confraternite, e da due o trecento cavalli, ricoperti di variopinte gualdrappe, infiocchettati di nastri, cavalcati da robusti montanari, alla cui testa sventola il vessillo della locale Società dei Vetturini. Capracotta con la nuova strada rotabile fino a S. Pietro Avellana, si renderà meglio accessibile. Cresceranno i suoi visitatori, le iniziative locali aumenteranno; e molti saliranno alle sue altezze ossigenate, alle sue balze pittoresche, a' suoi parchi naturali di faggi, alle sue graziose e scroscianti cascate, a' suoi orizzonti sconfinati, per rinvigorire il corpo e per sollevare l'animo dalle aspre lotte della vita. Berengario Amorosa Fonte: B. Amorosa, Il Molise: libro sussidiario per la cultura regionale, Mondadori, Milano 1924.
- Purché sia estrema
Lo dice anche la Contessa, una delle protagoniste del Dottor Mabuse di Fritz Lang: la vita è monotona, tanto monotona, e perciò c'è bisogno di qualche avventura. Ma se per incontrare la benedetta avventura negli anni Venti del XX secolo bastava entrare in una bisca clandestina dietro il proprio palazzo, adesso per riempire la vita di emozioni bisogna andare molto più lontano, in Africa almeno. Lo chiamano "turismo estremo", e l'aggettivo è connotante. Come alpinismo estremo, volo estremo, speleologia estrema, e persino sesso estremo. Se non è estremo, non ci si prova neppure. "Estremo" ha sostituito come aggettivo "proibito"; anzi, oggi ne è la certificazione spaziale, perché il proibito - in questo caso il Lago Ciad, zona ad alto rischio, come aveva avvertito la Farnesina e non ditemi che i turisti sequestrati dai banditi non fossero allertati - è solo un confine, mentre "estremo" è invece uno spazio valicato. Meglio: spinto-sempre-più-in-là. L'avventura cercata e trovata è appunto sempre "estrema", ovvero qualcosa di cui non si può fare a meno; così che per avere il fascino al di là del proibito, i turisti italiani rapiti in Niger sudorientale si erano rivolti - lo dicono i comunicati stampa - ad una agenzia turistica libica, Akno Tour, uno dei primi operatori di quel Paese, come affermano i lanci d'agenzia, la quale «offre pacchetti di viaggio originali» (ecco un altro aggettivo sapido: originale). Possibile che tra le vacanze a Diano Marina e il Ciad non esista nulla in mezzo? Da qualche parte, ne sono certo, ci deve essere un'agenzia senegalese o forse somala che offre altre avventure di turismo estremo: il ferragosto a Capracotta e il Natale a Sulmona, l'esplorazione a dorso di mulo delle risorgive della provincia di Como e la risalita a piedi nudi del torrente Crostolo in provincia di Reggio Emilia. L'estremo non è solo il luogo, ma anche il modo, e questo dipende, ovviamente, solo da noi. Basta poco, una piccola inclinazione, lo spostamento del baricentro, uno sguardo "diverso" (ecco un altro aggettivo utile, ma purtroppo caduto in disuso), e subito appare l'altro-luogo, quello tanto ricercato: lontano e impossibile; meglio: imprevedibile. Ed è subito l'avventura che scaccia la noia. Turisti ancora uno sforzo: l'estremo è sempre più vicino, non occorre andare così lontano! Marco Belpoliti Fonte: M. Belpoliti, Purché sia estrema, in «La Stampa», Torino, 23 agosto 2006.
- I capracottesi della Terra Vecchia
Mi convinco sempre più che Capracotta, questo centro abitato arroccato sulle inospitali vette dell'Alto Molise, fosse in passato una splendida matrioska, una bambola che ne conteneva di più piccole, ed ogni rimpicciolimento era inversamente proporzionale alla maestria, al dettaglio, ai colori. Ad avvalorare questa mia bislacca teoria c'è la Terra Vecchia, il borgo medievale di Capracotta, chiamato anche Ristretto della Terra e raso al suolo dai Nazisti nel novembre del 1943. La mia famiglia in linea paterna proviene interamente da quel quadrante, quella in linea materna è pienamente sangiovannara: la differenza tra le due "razze" è abissale. Lucia De Renzis - che non ho conosciuto - era una donna partorita dall'utero della Terra Vecchia e proprio per questo era diversa dagli altri abitanti del paese. È vero: aveva vissuto una vita disseminata di lutti e drammi familiari. Il padre s'era tolto la vita per non sentire i dolori lancinanti della peritonite, la sorella Irene era stata abbandonata dal marito e aveva perso il suo bambino infante, il fratello Fiore era saltato su una mina assieme al figlioletto undicenne, la sorella Antonietta era stata uccisa a diciassette anni da un carabiniere, la sorella Maria Loreta era morta sedicenne. L'esistenza di Lucia è costellata di buchi neri. Umanamente non poteva essere diversa da ciò che era: non a caso mia nonna Elena e la sorella Pierina, che frequentavano la casa delle sorelle De Renzis, definivano Lucia burbera, poco socievole, salvàggia. Ma anche mia nonna era burbera e poco socievole. Quando una troupe del TGR Molise si recò a Capracotta per realizzare un servizio sull'eccezionale nevicata del 22-24 dicembre 2003, dopo che il Comune aveva da poco sgomberato la neve da via S. Sebastiano, fu intervistata mia nonna, che lì abitava. Affacciatasi alla finestra del soggiorno, si sentì chiedere: – Signora, in questi tre giorni che ha mangiato? – Eh... chéle che tenéva. Ce stà tutte cose... ce manga la salute e me ze sò 'ccupàte l'uócchie. Esse che v'aja dice e... bascta! (Eh... quello che avevo. C'è di tutto... manca solo la salute e mi si è offuscata la vista. Ecco cos'ho da dirvi e... basta!). La vita di mia nonna si era infatti mossa su binari simili a quelli di Lucia. Il padre Rodolfo non l'aveva nemmeno vista nascere perché emigrato in Argentina, il marito Giuseppe non c'era mai a casa perché prima transumante nelle Puglie e nel Lazio e poi giardiniere in Germania, quattro figlie le aveva abortite o erano nate morte, e così riversava ogni sua ansia ed amore sull'unico figlio Nicola, mio padre. Tuttavia, Lucia ed Elena erano donne forgiate dal Ristretto della Terra. E in quel rione di Capracotta la felicità non era di casa: lì dominava la miseria. Alla Terra Vecchia scarseggiavano l'olio e il caffè, non si acquistava carne né frutta, men che meno il pesce. Alla Terra Vecchia non c'era niente di superfluo e mancava anche qualcosa di necessario. Fino al secondo conflitto mondiale le condizioni igieniche e sanitarie del quartiere stavano parecchi gradini sotto la decenza e, dopo la guerra, migliorarono appena, col rione che si ritrovò per un quindicennio sommerso dalle macerie lasciate dai Tedeschi e dagli Alleati. Il popolo della Terra Vecchia ha fortemente risentito di queste mancanze urbanistiche tanto che ancor oggi è possibile rinvenire qualcuno di questi caratteri nel tipo umano del Ristretto, ovvero in coloro che lì sono nati e vissuti. Innanzitutto, chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è eternamente bambino perché non ha goduto appieno delle gioie e della spensieratezza dell'infanzia. A chi è nato e vissuto lì, ancor oggi, in tempi di vacche grasse, brillano gli occhi davanti a una masciòtta (forma di cacio) o a un mescuótte (biscotto) fatto in casa. Chi è nato e vissuto lì crede che la muscìsca (carne essiccata al sole), la scapècia (razza marinata), la gnuóglia (interiora di maiale) e le macarèlle (sgombri in scatola) siano prelibatezze. Chi è nato e vissuto lì ha un appetito da leone e non getta mai il cibo, neppure una briciola di pane raffermo. Chi è nato e vissuto lì è introverso, timido, ombroso. Chi è nato e vissuto lì odia la neve. Chiedetevi il perché. Dirò di più: chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è un vero capracottese. È il Capracottese. Alla Terra Vecchia si parla infatti un dialetto diverso, probabilmente quello originale, il meno contaminato dalle influenze abruzzesi o napoletane. Le poche persone oggi in vita che hanno avuto la (s)fortuna di nascere nel Ristretto della Terra presentano una parlata differente da quella di S. Antonio, di S. Giovanni, del Colle o di Coste Grilli. Mi preme qui evidenziare, a mo' di esempio, che nel riferirsi direttamente a qualcuno, quelli della Terra Vecchia antepongono un non meglio precisato articolo al nome proprio. Dunque, Lucia non era semplicemente «Lucì», bensì «'r Lucì». La Terra Vecchia era dunque una bambolina intermedia inserita nella grande matrioska di Capracotta. All'interno di questa bambolina ve n'erano delle altre, una per ogni rùfa (ruga). La Terra Vecchia - ieri più di oggi - era un dedalo di viuzze e di slarghi, di salite e discese, ognuna con sue caratteristiche popolari e architettoniche funzionali ad un'urbanistica ad alveare, di modo che la sovrappopolazione fosse una risorsa e non un problema, con le famiglie che vivevano strette strette nel bisogno e nell'urgenza. La toponomastica del dopoguerra, per non dover scomodare il catasto, ha deciso di intitolare alla famiglia Carfagna la via principale (quella che porta alla Chiesa Madre) lasciando il nome ben più importante di san Sebastiano - martire protettore dell'intera comunità capracottese - ad un'infertile scalinata che mena sui contrafforti di via Roma, le antiche mura di Capracotta. Delle sette rùfe originarie, ne sono sopravvissute quattro e mezza, la prima delle quali è ancor oggi chiamata Rùfa de Meglióne, ed è quella dove han vissuto Lucia, Irene e mia zia Pierina, e dov'è nato mio nonno Giuseppe che, una volta sposatosi, s'è trasferito nella Rùfa de San Vengiénze. Le altre due sono la Rùfa de Cicchetòne e la Rùfa de Mescióne. Sarebbe altresì inutile, quando non oltraggioso, parlarvi degli interni delle abitazioni della Terra Vecchia. Le metrature delle case sono irrisorie in un'accezione che non è quella moderna del monolocale o del loft, ma giungono ad estendersi per 40 mq. su ben quattro livelli. Fate due conti e capirete quale fosse la vergogna di vivere lì. Fate due conti e capirete perché, quando nel 1950 partì il piano di ricostruzione di Capracotta finanziato dall'U.N.R.R.A., che prevedeva la costruzione di nuove palazzine ai Pioppi, coloro che avevano la casa diruta alla Terra Vecchia preferirono, senza batter ciglio, ottenere una casa nuova di zecca in periferia piuttosto che rivedere in piedi il legittimo tugurio medievale al borgo antico. Io ho casa alla Terra Vecchia. È la mia casa avita. Al suo interno (70 mq. su quattro livelli) han vissuto contemporaneamente due famiglie intere con l'immancabile capra. Lì è morto mio nonno, lì è nato mio padre. E io tornerò ora ad abitare quella casa. Insomma, viva la Terra Vecchia di Capracotta, nel nome de chéla sctréja de Lucia de Meglióne... Francesco Mendozzi Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.
- Cronaca molisana
In questi ultimi giorni i corrispondenti locali de "Il Risorgimento" e del "Momento-Sera" si sono dati un gran da fare per esporre le condizioni di disagio in cui si trova questa nostra cittadina così duramente provata dagli eventi bellici. E tutti sanno quale apporto notevole alla ricostruzione abbia dato la iniziativa dei cittadini di Capracotta che hanno riedificato gran parte delle proprie abitazioni. Le Autorità del Capoluogo hanno erogato però finora per conto dello Stato circa 40 milioni di lire in contributi a privati. Ma se è lodevole il desiderio dei nostri corrispondenti di battersi per tenere sempre desta l'attenzione sul problema della totale ricostruzione di Capracotta, ci preoccupiamo delle polemiche sciocche ed ingiuste che tendono solo a coprire e giustificare atteggiamenti dell'attuale Amministrazione Comunale, che poco o nulla ha fatto nell'interesse della cittadinanza, la quale non è affatto d'accordo circa la proposta di dipendere dall'Ufficio del Genio Civile di Isernia anziché da quello di Campobasso. Se la campagna in atto contro l'Ufficio del Genio Civile di Campobasso serve per giustificare le mosse di pochi interessati contro la volontà della cittadinanza (che ne subirebbe tutto il danno) noi di Capracotta, non ci faremmo bella figura e mostreremmo di non sapere apprezzare gli aiuti e l'opera qui svolta dall'Ufficio del Genio Civile di Campobasso. Ci troviamo ad oltre 1.400 metri di altitudine, perciò, la stagione lavorativa si riduce ad appena quattro mesi e mezzo all'anno; e la ricostruzione è cominciata solo dal 1946. Orbene lo Stato, per mezzo dell'Ufficio del Genio Civile di Campobasso, ha erogato finora circa 92 milioni per lavori già eseguiti, in corso di esecuzione e da eseguire in questa stagione; e di essi ben 70 milioni riflettono lavori di riparazione e costruzione di abitazione e di uffici. Ci risulta anzi che lo stesso Ing. Capo Comm. Valerio, di sua iniziativa e senza che la nostra Amministrazione abbia sollecitato quell'Ufficio del Genio Civile, ebbe a presentare prima del 18 aprile u.s. al Capo di Gabinetto del Ministro dei LL. PP. un programma straordinario di lavori urgentissimi nei Comuni maggiormente sinistrati dell'Alto Molise. In essi primo è Capracotta, ove è prevista la costruzione di ricoveri stabili per senzatetto e riparazione di case private, di fognature ed acquedotto, per un importo complessivo di 53 milioni sui 172 del programma che interessa anche gli altri Comuni di Casteldelgiudice, Pescopennataro, Sant'Angelo del Pesco e S. Pietro Avellana. Ciò dimostra che l'Ing. Valerio e l'Ufficio del Genio Civile di Campobasso si rendono perfettamente conto delle necessità di questa cittadina; ed i corrispondenti a cui piace la polemica, farebbero molto meglio, a smuovere l'indolente Amministrazione Comunale a fare i passi necessari presso le Autorità ed uomini politici per assecondare la lodevole iniziativa dell'Ufficio del Genio Civile di Campobasso. La dipendenza dal Genio Civile di Isernia non darebbe alcun vantaggio alla cittadinanza, che, oltre tutto, sarebbe costretta a far capo ad Isernia e poi a Campobasso per il disbrigo delle pratiche inerenti alle opere di ricostruzione; e se siamo ottimamente collegati al Capoluogo con giornaliera autocorriera, per raggiungere e ritornare da Isernia, la cosa sarebbe molto problematica. Circa le lamentele sulla ultimazione della casa comunale ci sembra che il corrispondente del "Momento-Sera" abbia equivocato parecchio. La casa comunale già ricostruita, si compone di ben 18 ampi locali nei quali, oltre agli Uffici del Comune, hanno trovato comoda sistemazione la Pretura, l'Ufficio Postale, l'Esattoria Comunale, quattro aule scolastiche, l'Ufficio dell'Ente Comunale di Assistenza e quello dell'U.C.S.E.A. Riteniamo perciò doveroso denunciare la tendenziosità di certe corrispondenze dirette a creare fastidi, animosità e peggio, mentre è nostro dovere affiancare l'opera di Uffici che hanno dimostrato di aver compreso le nostre necessità e che, malgrado le complessità burocratiche, si sforzano di accelerare i tempi per realizzare la ricostruzione totale di questi nostri centri dell'Alto Molise così provati dalla guerra. Pasquale Venditti Fonte: P. Venditti, Cronaca molisana, in «Riscossa Molisana», I:5, Campobasso, 12 giugno 1948.
- Una piccola storia di famiglia
Dal matrimonio di Felice Mosca e Rosaria... nasce a Capracotta il 28 giugno del 1883 Salvatore Mosca. Già da adolescente, nel 1902 (?), emigrò con la sua famiglia in Brasile. Con lui anche i fratelli Bernardino e Gelsomino e la sorella Clotilde. Un'altra sorella di nome Cecilia rimase in Italia. In Brasile Salvatore Mosca si sposa con la brasiliana Dormélia de Souza che gli darà 13 figli, 5 di loro morirono in età infantile. Gli altri figli ebbero una vita abbastanza lunga e furono Aurelio (83 anni), Adylio (80 anni), Ondina (86 anni), Hilda (79 anni), Odette (81 anni), Odilla (78 anni) e Felicio (80 anni). Ophelia Mosca, nata nel 1929, ultima figlia di Salvatore è tuttora viva in Brasile e compie i suoi 80 anni il 24 agosto 2009. Auguri Ophelia. Salvatore Mosca morì in Brasile il 13 dicembre del 1951. Cecilia Mosca, la sorella di Salvatore che rimase in Italia, sposa nel 1899 il santangiolese Mariano Di Cristino. Ebbero 6 figli: Rosaria, Ida, Felice, Armenio, Modesto (1919) e Giuseppina detta Pina (1921). Cecilia morì giovane nel 1931 quando i suoi figli più giovani Modesto e Pina avevano rispettivamente 12 e 10 anni. Oggi tutti i figli di Cecilia sono morti. In vita ci sono i nipoti: Carmela, Cecilia e Mariano (figli di Felice Di Cristino); Mariano e Oreste (figli di Modesto Di Cristino); Lucio, Mariano, e altri tre fratelli (figli di Giuseppina Di Cristino); Mariano, Maurizio e altre due sorelle (figli di Armenio Di Cristino). Ecco, questa è una piccola storia di una famiglia capracottese (Mosca) emigrata in Brasile nei primi anni del 1900 che lascia a Sant'Angelo del Pesco un ramo importante delle sue radici; la famiglia Di Cristino. Renato Mosca Fonte: http://www.vivisantangelo.com/, marzo 2009.
- Un paese sepolto dalla neve
Capracotta è il pittoresco ed alpestre paese del nostro Molise addossato alla sella risultante in mezzo al gruppo montano del Monte Campo (m. 1.690) e Capraro (m. 1.710), tra le ridenti vallate del Sangro e del Trigno. È uno dei capoluoghi di mandamento più alti d'Italia, a 1.421 metri sul mare. Per quanto ne sia delizioso d'estate il soggiorno dall'aria fresca e balsamica, d'altrettanto la vita vi è penosa e difficile nell'interminabile inverno, sia per le correnti impetuose che lo dominano, sia per le copiose e violente nevicate. Il paese sorge su balze inaccessibili a nord, investite dalle raffiche furiose della borea gelata che, nei giorni della tormenta costringe tutti a rimanersene tappati in casa. Solo i nostri giovani audaci si recano al Circolo a giocare la solita clamorosa parigina al bigliardo e talvolta anch'essi stentano, a tarda sera, nel tornare a casa, perché affondano fino al collo nella neve minuta e soffice, e il turbinio del nevischio è così impetuosamente vertiginoso che senza tregua accieca gli occhi e mozza il respiro. Se qualche infelice viandante ha la sventura di essere improvvisamente sorpreso dalla terribile bufera nell'aperta campagna vi rimane travolto perdendo miseramente la vita, e purtroppo quasi tutti gli anni si deplorano vittime umane. Gente forte e generosa che vive fra tanti disagi dovrebbe avere il privilegio di non pagare le tasse o di pagarle ridotte. Ma sì: andatelo a dire al nostro diligente Esattore o all'ottimo amico Ricevitore! Essi hanno la consegna, non di russare, ma di vegliare e di esigere puntualmente danaro per fondiaria, canoni e ricchezza mobile nella miseria stabile! Nei mesi di gennaio e febbraio scorsi continue bufere di nevischio scatenatesi con inaudita violenza, hanno sepolto Capracotta sotto un altissimo strato di neve (m. 4 a 5). Molti abitanti escono dalle finestre, altri scavano delle profonde buche (in corrispondenza delle porte delle case), che guardate dal nuovo aereo piano stradale sembrano pozzi; sui tetti è accumulata una quantità enorme di neve che ne rende pericolanti le impalcature; molte case ad un solo piano sono completamente sepolte e vi si comunica con gallerie aperte nella neve. Dopo la caduta di tanta manna celeste, si gira curiosi, in ricognizione pel paese, sui stretti sentieri praticati di recente sulla neve, capaci pel transito di una sola persona: qui si è costretti (come pel passaggio ginnastico sulla trave d'equilibrio), ad abbracciare una persona cordialmente antipatica od anche un nemico; più in là invece, una... bella forosetta che, per mancanza di equilibrio, vi somministra una doccia gelata facendovi cadere sulle spalle la conca d'acqua che porta in testa. Continuando la perlustrazione vi sembra d'esser divenuti giganti, perché potete guardare più o meno indiscretamente dentro le cucine, il cui soffitto è decorato dagli squisiti e recenti salami appesivi; nelle camere da letto, ove la massaia rassetta la biancheria. E la veduta dello strano cinematografo vivente continua e lo sguardo entrando furtivo per le finestre sorprende ragazze che filano alla rocca, che annaspano, che tessono: ma tanta ammirazione è troncata bruscamente da un magnifico capitombolo; vi rialzate e guardando il luogo del disastro vi assicurate che avete inciampato nel braccio di sostegno di un pubblico lampione! Anche alla sera lo spettacolo è fantastico: ombre ravvolte in scuri mantelli e incappucciate come frati camminano cautamente, munite di lanterne cilindriche (una vera specialità del luogo) che un giorno furono soltanto spiritose bottiglie... di cognac o d'anisette; così illuminano lo scabroso sentiero troppo frequentemente accidentato da botole e da bolge infernali. Ma andiamo un poco in campagna, possibilmente forniti di ski, per non affondare troppo nella neve; il rilievo topografico e quello panoramico non si riconoscono. Muri, macigni, siepi, arbusti, cespugli scomparsi; avvallamenti, fossi, letti di torrenti colmati: ogni tanto s'erge maestoso un baluardo, una vera montagna di neve (in dialetto réglie) alta fin otto a nove metri che attraversa il cammino e che bisogna scalare per passar oltre. Nei boschi le sole cime dei faggi spuntano fuori tutte ricoperte di candidi cristalli: il laghetto di Mingaccio è gelato e nascosto sotto un'enorme quantità di neve. Perciò il corriere postale è rimasto sospeso per varii periodi di tempo; nell'ultima bufera per ben dieci giorni in cui si è stati segregati dal consorzio civile unitivi soltanto dal tenue filo telegrafico. Negli ultimi giorni dell'isolamento scarseggiano le farine, manca il sale e questa gente per natura svelta ed arguta, minaccia di divenire insipida; ragione per cui come nel periodo critico di un assedio si riducono le razioni di pane e dal rivenditore di generi di privativa non si accordano più di due soldi di sale per famiglia. Alfine l'ira implacabile degli elementi diminuisce un poco e l'Autorità municipale organizza una spedizione, non al Polo nord, ma semplicemente a Carovilli nonché Agnone, la viciniore stazione ferroviara: venti nostri robusti montanari sono requisiti ed insieme al procaccia postale partono per ritirare le poste arretrate e per rilevare alla stazione stessa due quintali di sale. Il viaggio è oltremodo faticoso: gli uomini di punta si alternano nell'aprirsi un varco nella neve in cui affondano, e per percorrere i 21 chilometri di distanza impiegano la bellezza di una giornata intera. Un'altra ne impiegano al ritorno; ma alla sera, quantunque il cielo sereno e stellato, il vento torna a spirare forte facendo turbinare impetuosamente il nevischio. Si teme per le sorti della carovana ed il Municipio manda rinforzi ad incontrarla, suonano intanto le campane a stormo e la gente accorre numerosa dalla parte dell'eremo della Madonna di Loreto. Finalmente fra impaziente aspettativa giungono i reduci da Carovilli trafelati dalla fatica, colle facce pavonazze e con i ghiacciuoli attaccati ai baffi ed alle sopracciglia. A vedere la lenta e lunga processione di tutti quegli uomini imbacuccati, taluni con sopracalzoni di pelle di capra (in dialetto guardamàcchie), sembra di assistere alla scena pittoresca della migrazione di una tribù di Lapponi o di Samojedi anziché all'arrivo di una comitiva di abitanti di popolato e civilissimo paese dell'Italia meridionale. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Un paese sepolto dalla neve, in «La Provincia di Campobasso», X:6, Campobasso, 17 marzo 1905.
- In morte di Raffaele Petrilli
Raffaele Petrilli era agricoltore e proprietario ma è stato sindaco di Lucera, quasi ininterrottamente, dal 1877 al 1885. Non solo: fondatore nel 1879 della Banca popolare agricola, la presiedette dal 1885 sino alla sua morte. E ancora: egli fu vicepresidente della Camera di Commercio ed Arti di Capitanata e presidente della locale Congregazione di Carità. A conti fatti, Petrilli rappresentò «l'uomo nuovo della politica cittadina, dotata di eccezionali qualità organizzative ed amministrative e di un'esemplare semplicità, rivelatrice di superiore concezione della vita fondata sul lavoro e la responsabilità dell'uomo». Persino il suo più acerrimo avversario politico, il socialista Gaetano Pitta (1860-1950), ne illustrò magistralmente la figura, la benemerenze e la non comune intelligenza. Per il giorno del suo funerale, il 10 marzo 1912, nella Lucera primonovecentesca - e tenuto conto del peculiarissimo carattere dei foggiani - è lecito immaginare la pomposità dell'avvenimento, le grondanti lacrime versate, il clima di luttuosa disperazione di un'intera cittadinanza che in Raffaele Petrilli aveva trovato opportunità lavorative, opere pie, modernità infrastrutturale ed economica, ma soprattutto una poderosa voce pugliese nel mondo imprenditoriale del Mezzogiorno, ieri come oggi troppo partenocentrico. Petrilli era una «figura eminente, la più eminente della borghesia lucerina, e nel mondo politico-amministrativo-finanziario della provincia nostra era uomo di grandissima autorità ed influenza». I cronisti lucerini del tempo affermano che quel funerale fu partecipatissimo, sia dalla gente comune che dalle autorità. Sul feretro parlarono «l'ing. Evangelista, assessore, pel Comune; il comm. Perrone per la Camera di commercio, il prof. Ruina pel Consiglio d'amministrazione del Convitto Bonghi; l'avv. Raffaele Cavalli per la Congregazione di carità; l'avv. Alessandro Cavalli per la Banca Popolare Agricola; l'avv. Alfonso De Peppo pel Circolo V. E.; e il signor Domenico Darco». Potevano mai mancare i capracottesi? No. Da Capracotta giunse infatti il telegramma di Caterina Mendozzi, datato 10 marzo 1912 e indirizzato a Clementina Iamele vedova Petrilli, nel quale si legge: Sommamente addolorata grave perdita amatissimo padrone esternovi mie sentite condoglianze esortando voi tutti divina rassegnazione. Ossequi. Che una famiglia capracottese conoscesse un sindaco e imprenditore di Lucera non stupirà affatto, poiché è risaputo che molti massari capracottesi erano alla dipendenze di proprietari armentizi pugliesi: Fanìa, Mascia, Masselli, Maurea, Norante e Zezza su tutti. Per quanto concerne infine la signora Caterina, sulla base delle interviste effettuate, posso affermare che si tratta di Caterina Ianiro (1871-1942), moglie di Giovanni Mendozzi, a suo tempo massaro del Petrilli. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. A. De Nicastri, In memoria del comm. Raffaele Petrilli, Scepi, Lucera 1912; R. Del Giudice, Quaderno lucerino, Catapano, Lucera 1976; P. Maurea, Un agricoltore nel latifondo... trasformazione!, Zobel, Foggia 1922; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Capracotta terra di transumanza
Il Molise è una regione che ha conservato tradizioni antichissime nelle quali traspaiono fino a confondersi riti e costumi di origine pagana e cristiana. Per conoscere da vicino la terra dei tratturi (alcuni ancora ben visibili) e del popolo Sannita si può approfittare anche della stagione invernale. Il mese di gennaio in particolare offre, oltre ad alcuni originali festeggiamenti (famose sono le Matinate di Sant'Antonio nel basso Molise), la possibilità di praticare lo sci da fondo in scenari paesaggistici quasi intatti. Oltre alle celebrate montagne del Matese, interessanti risultano le piste di Capracotta, un piccolo centro a 1.416 m. di quota (uno dei comuni più elevati d'Italia), nel quale, ormai da molti anni è in funzione un'ottima scuola di sci da fondo: proprio quest'anno è stato celebrato l'ottantesimo anniversario. Le piste battute sono due da cinque chilometri (tutte rigorosamente collegate tra loro) con un innevamento ottimo e duraturo, basti pensare che quest'angolo dell'Appennino è interessato da particolari perturbazioni che nel periodo invernale scaricano copiose quantità di neve. La giovane amministrazione progressista, consapevole delle potenzialità turistiche della zona, sta lavorando alla realizzazione di importanti e originali progetti. Uno tra i molti è quello che punta alla riscoperta dell'antica sentieristica intercomunale che porterà, a breve termine, alla segnatura di ben sedici percorsi riportati su una cartografia a scelta. Il lavoro verrà portato a termine con l'attiva e preziosa collaborazione degli anziani del paese, che in questo modo, oltre a fornire validi strumenti di conoscenza, non si sentiranno messi da parte. Il merito va naturalmente agli organizzatori. Il vicesindaco Candido Paglione ci tiene a dire che l'impegno dell'amministrazione, per lo sviluppo del turismo invernale, ha raggiunto l'importante risultato di ospitare a Capracotta i campionati assoluti di sci da fondo del prossimo anno. Il pernotto in zona, attualmente è assicurato dall'Hotel Monte Campo, situato a 1.600 m. di quota, alle pendici dell'omonimo monte, ma in futuro dovrebbe esserci una seconda struttura. Per gustare qualche tipico piatto locale a base chiaramente di carne di pecora e formaggi locali, ci sono a disposizione in paese due trattorie e una pizzeria. Dicevamo il Molise terra di tratturi e quindi di storia legata per secoli alla transumanza. Anche Capracotta era uno dei centri più importanti toccati dal passaggio stagionale degli enormi branchi di pecore che dalle montagne d'Abruzzo transitavano in Molise per raggiungere le Puglie. Alcuni volumi interessanti per conoscere l'affascinante mondo sannita sono i seguenti: "Guide archeologiche: Abruzzo-Molise" (Laterza), "Il Sannio e i Sanniti" di E. T. Salmon (Einaudi), "La transumanza: immagini di una civiltà" di N. Paone (Isernia). Capracotta si raggiunge in macchina attraverso l'autostrada Roma-Napoli con uscita Cassino e successiva continuazione per Isernia-Castel di Sangro. Paolo Piacentini Fonte: P. Piacentini, Capracotta terra di transumanza, in «L'Unità», Roma, 12 gennaio 1995.
- Giuseppe Di Tella
È stato uno dei più validi studiosi della selvicoltura italiana e può essere, a buon diritto, considerato il fondatore del moderno assestamento forestale ed il propugnatore delle sistemazioni idraulico-forestali. Nasce a Capracotta (Campobasso) e, dopo aver frequentato l'Istituto forestale di Vallombrosa, entra, nel 1895, nell'Amministrazione forestale raggiungendo il grado di Ispettore di prima classe. Dal 1905 al 1907 lo troviamo a capo del distretto forestale di Bagnoli Irpino dove studia la flora di quei pascoli montani cercando l'ambìto parere scientifico di quell'insigne botanico che era Alessandro Trotter, allora docente nella Scuola di Viticoltura ed Enologia di Avellino. Frutto di questi studi è la bella monografia del 1908 "I pascoli di montagna specialmente comunali nell'Appennino avellinese e nel Mezzogiorno d'Italia, in rapporto al loro miglioramento ed alla tutela dei boschi" che risulta premiata dalla Commissione zootecnica provinciale. Nel 1907 Di Tella è a Venezia presso il locale Magistrato alle acque «tra le pratiche burocratiche che sono per me – così scrive all'amico Trotter – un cibo molto indigesto». Chiede ed ottiene il trasferimento per Cuneo dove, nei suoi giri di servizio, è attratto dai grandiosi castagneti (specie che ritiene spontanea nella zona), dai lariceti e dai boschi di cembro della Val Varaita. In quella sede può osservare come operano i confinanti forestali francesi in materia di rimboschimento. Lo colpiscono in particolare i loro metodi di inerbimento delle pendici più degradate che vengono ricoperte addirittura con piote erbose trasportate talvolta anche da luoghi assai lontani. Pare che ad una osservazione di Di Tella sul costo dell'operazione, il collega francese gli rispondesse: «a mali estremi rimedi estremi, altrimenti dovremmo aspettare almeno trent'anni per ottenere la prima fase erbacea in un terreno denudato fino all'affioramento della roccia». Nel giugno del 1910 ha l'incarico, presso l'Istituto forestale di Vallombrosa e poi di Firenze, di tenere alcune lezioni sulla correzione dei torrenti. Negli ultimi mesi del 1914 ritorna a Cuneo lasciando l'insegnamento, «perché – scrive – la posizione di noi forestali, chiamati ad insegnare all'Istituto, è tutt'altro che soddisfacente». All'inizio del 1915 Di Tella risulta vincitore di un concorso bandito per coprire alcune cattedre del nuovo Istituto superiore forestale di Firenze e viene nominato, nel 1916, docente di dendrometria e di assestamento forestale. A tale proposito scriverà all'amico Alessandro Trotter: «tutto ciò mi sembra un sogno, tanto possono le circostanze e le piccole cause sulla vita di un uomo». Lascerà l'insegnamento, per motivi di salute, nell'ottobre 1937 e morirà a Torino nel luglio 1942. Di Tella è attratto all'assestamento da Vittorio Perona ma Egli sa ben comprendere ed assimilare gli influssi delle teorie sperimentali che cominciano ad affermarsi in quella materia, fin dagli inizi del XX secolo. Il suo è stato un insegnamento ispirato a principi elastici, molto semplici, dedotti per via sperimentale e questi criteri ha applicato con grande perizia ai vari piani di assestamento che ebbe la sorte di compilare, fra i quali ricordiamo quelli più importanti delle foreste demaniali di Vallombrosa, dell'Abetone e di Camaldoli. Alla dendrometria volle dare un indirizzo statistico-matematico, perfettamente rispondente alle esigenze della selvicoltura di allora, impartendo un insegnamento analitico e critico degno di uno scienziato sperimentatore. Alla docenza, Giuseppe Di Tella aggiunge un'ottima capacità di scrittore non solo di assestamento e di dendrometria, ma anche di selvicoltura e di sistemazioni idraulico-forestali. I suoi primi lavori, apparsi fra il 1910 il 1913, sono stati "Il bosco contro il torrente" e "Il bosco, il pascolo e il monte", promossi dalla Commissione di propaganda per il bosco e per il pascolo, editi dal Touring Club Italiano e l'altro "Sul consolidamento e l'utilizzazione delle sabbie mobili mediante la vegetazione forestale". Dopo la prima guerra mondiale collabora con Serpieri alla stesura del lavoro "Sulla valutazione dei danni di guerra ai boschi" in cui vengono enunciati importanti considerazioni sul concetto di danno. L'orientamento da dare alla Scuola forestale italiana in materia di assestamento è da Di Tella chiaramente espresso nel lavoro "I primi passi nell'assestamento delle nostre foreste demaniali" del 1921. Nel 1923 elabora il primo piano di assestamento di tutta la foresta di Vallombrosa, dato che i precedenti si erano limitati al solo assestamento dell'abetina. Alcuni anni dopo (1926) dà alle stampe un'opera, frutto di uno studio profondo e geniale, che si deve considerare un vero gioiello della materia: "I principali tipi di boschi italiani: la tecnica del loro governo e utilizzazione". Per un potenziamento della economia forestale, espone una documentazione chiara e rigorosa in un altra memoria, del 1932, dal titolo "Sulla necessità di regolare la produzione legnosa nazionale". Altri studi e scritti dedica alla dendrometria come la "Tavola cormometrica generale dell'abete bianco" del 1932 e le "Lezioni di dendrometria" del 1933. Nella tecnica operativa selvicolturale Di Tella ha lasciato impronte magistrali, fra le quali spicca in assoluto il vasto, complesso e organico progetto di rimboschimento dell'alto bacino del Sele, mentre nella tecnica idraulico-forestale ci ha lasciato un'altra opera magistrale, l'ultima della sua vita, nel trattato su "La correzione dei torrenti" del 1939. Nella formazione della incipiente scienza forestale italiana, Giuseppe Di Tella ha contribuito in modo determinante, tale da poter essere considerato, senza dubbio, un pensatore ed uno scienziato fra i maggiori del nostro Paese. Antonio Gabbrielli Fonte: A. Gabbrielli, Giuseppe Di Tella (1876-1942), in «L'Italia Forestale e Montana», LIX:2, Accademia italiana di Scienze forestali, Firenze 2004.
- Vado a quel paese
Dimmi dove vai e ti dirò chi sei, sempre che tu vada e sempre che tu sia... Ma se non sai chi sei, allora vai e, ovunque andrai, arriverai puntuale. I comuni, in Italia, sono più di ottomila, ognuno con il suo bel nome: vuoi non trovarne uno adatto a te? Poi ci sono le frazioni, i borghi e i villaggi, le località un po' amene e un po' no. E lasciamo perdere i nomi delle strade e delle piazze, altrimenti si finisce per impazzire. Anche perché via vai e vai via hanno un significato decisamente diverso, non credi? Ancora non sai dove andare? Forse ho qualche idea che potrebbe fare al caso tuo. E se alla fine mi manderai a quel paese, stai sicuro che ci andrò. Il racconto Pare che a Loculi (Nuoro) gli abitanti alla sera accendano un cero, al posto delle lampadine... sarà vero? Lo chiederò al sindaco di Camposanto (Modena) che di loculi ne ha in ogni angolo e di ceri, cerini e cerette pure, immagino. Pare oltretutto che gli abitanti di lì non si chiamino camposantini o camposantesi, bensì più macabramente lapidi... sarà vero anche questo? Un giorno, rapito da questi dilemmi, saltai a bordo della mia automobile e ci andai di volata, a Camposanto, per accertarmi di ogni cosa. Avrei dovuto aspettarmelo: in quel posto non c'era anima viva. Ma anche ad Acquafredda (Brescia, ma anche Potenza) gli abitanti non si chiamano acquafreddesi o acquafreddini, bensì idraulici. Già: chi chiami, altrimenti, quando manca l'acqua calda?! E se un giorno vorrò andare da quelle parti, per accertarmi del come e del perché, dovrò ricordarmi di non farlo di sabato o di domenica, che non si è mai visto un idraulico nel week-end. Tra lapidi e idraulici, come si chiameranno mai gli abitanti di Lavagna (Genova)? Lo so che lo sai: gessetti! E il sindaco cancellino. Quelli di Cerchio (L'Aquila) sono invece compassi e il loro ombelico - è ovvio - è il buco lasciato al centro del cerchio. E se una abitante di Cerchio è un po' Rotondella (Matera) andrà bene lo stesso, che un po' di ciccia mica è una malattia... Se non ci credi, prova chiedere a Supersano (Lecce) dove nessuno, ma proprio nessuno, andrà mai in ferie a Medicina (Bologna), altrimenti che supersano è?! A proposito di ferie: dove andranno mai in vacanza gli abitanti di Golasecca (Varese)? Certo non ad Acquafredda, che ci scappa una congestione... Semmai a Bevilacqua (Verona), che è sempre la soluzione migliore. E peccato che non esista un paese che si chiami Limonata o Chinotto (quindi entrambi senza provincia). Per non bere tutto d'un fiato andranno forse a Sorso (Sassari) e se è inverno meglio andare fino a Latisana (Udine), ma attenti che scotta! Gli abitanti di Calcio (Bergamo) stanno alcuni in campo e gli altri in panchina? Il paese prima di Ultimo (Bolzano) si chiama forse Penultimo? A Maglie (Lecce) va di moda il cotone o la lana? E a Lana (Bolzano) le pecore sono di lana perché sono pecore, o sono di Lana perché sono di Lana? È vero che in Sicilia c'è un autobus ecologico che non va a gasolio, ma a Marsala (Trapani)? E chi va a Naso (Messina) alla fine trova la strada o si perde? A Inverno (Pavia) ci sono ancora le mezze stagioni? E a Mezzocorona (Trento) ci sta mezza regina o mezzo re? Quanti saranno gli abitanti di Quindici (Avellino)? Probabilmente proprio quindici e al sedicesimo danno il foglio di via. E quelli di Nove (Vicenza) saranno nove anche loro? E saranno di più gli abitanti di Nove, che sono nove, o quelli di Quindici, che sono quindici? Quelli di Quindici, certamente: sei di più, per la precisione, ma il comune di Sei non esiste né al Sud, né al Nord. E nemmeno Sei e mezzo. Se son trenta gli abitanti di Trenta (Cosenza), saranno più loro oppure quelli di Quindici? "Quelli di Trenta!" Dirai tu, con tanto di punto esclamativo. Invece no. sono molti di più gli abitanti di Quindici che quelli di Trenta, che per altro non è nemmeno la moglie di Trento, ma questo non c'entra. Questa è geografia, perbacco, non matematica. Le materie sono diverse tra loro e seguono ognuna delle regole differenti, altrimenti a scuola si studierebbe una materia soltanto e si finirebbe il programma in poche settimane. Troppo bello, sarebbe... Ora dimmi: se la guardi dal cielo l'Italia sembra a forma di... "Stivale!" Dirai tu, con un altro punto esclamativo. E questa volta non posso che darti ragione, sperando solo che gli stivali, invece - almeno i miei - non siano a forma di Italia, altrimenti sai che male ai piedi? L'Italia, in realtà, è a forma di fantasia e, siccome la fantasia non si sa che forma abbia, anche l'Italia chissà... I nostri eroi Si trova nel Lazio il paese di Strangolagalli, in provincia di Frosinone, per la precisione, nota anche con il nome di Ciociaria. La provincia, non il paesello, che invece si chiama Strangolagalli davvero, mentre le galline ciociare continuano a covare senza preoccuparsi più di tanto. C'è uno Strangolagalli anche più in là: è una frazione del comune di Castel del Sasso, in provincia di Caserta. Il paese di Strangolagalline, invece, non esiste in alcun luogo e quanto a parità di diritti ci sarebbe di che discutere. C'è Gallina, anzi, ce ne sono addirittura tre, in Calabria, in Toscana e in Sicilia, ma son frazioncine e non è la stessa cosa davvero, anche perché nessuna di loro finisce in padella a fare il brodo. E comunque non t'azzardare a dar delle galline alle loro abitanti, altrimenti arrosto o in brodo ci finisci tu. Esiste invece Pollone, lassù nel Piemonte biellese, e se si tratta di un gallo scampato alla padella, sarà pure un Pollone, ma un pollo certo non lo è. Manco a dirlo, la città di Pollastra non esiste per nulla, ma è pur vero che di pollastre è pieno il mondo e se non si tratta di paesi e città poco importa. Dei galli di Strangolagalli che riuscirono a far salve le tonsille pare ce ne sia uno a Gallo, in provincia dell'Aquila, uno a Gallo, in provincia di Caserta, un terzo a Gallo, in provincia di Messina. Tre sono a Gallo, in provincia di Bologna, di Forlì e di Ferrara, più uno finito a Gallo, in provincia di Reggio Emilia, per non dimenticare il gallo di Gallo, in provincia di Pesaro. Tutti gli altri fuggirono a piume spiegate fino dalle parti di Belluno e furono accolti con allegria in qualche pollaio della val Gallina, dove a colazione - ti assicuro - l'ovetto è garantito. Pare che nel paese di Capracotta a colazione si mangi capra. Cotta, ovviamente. A pranzo: capra. Per cena: capra. Sarà vero? Chi lo sa. Di vero c'è che Capracotta esiste e se ne sta sui monti del Molise, in provincia di Isernia. Che lì si mangi carne di capra a tutte le ore, però, mi lascia più di un dubbio, ma pare che almeno una grigliata sia stata organizzata, ai tempi di chissachì. Si narra, infatti, che una popolazione nomade, volendo trovare un luogo dove fermarsi e metter radici, decise un giorno di fondare una città. Quale miglior modo di festeggiare l'evento, se non un'abbuffata in compagnia? Per il menù fu scelta una capra e, senza tanti scrupoli, si cercò di gettarla nel fuoco ancor viva. La poveretta, certamente in disaccordo, riuscì in qualche modo a fuggire e si arrampicò fin lassù dove, per la fatica o per le ustioni, stramazzò al suolo e morì. Qualcuno pensò che quello fosse un segno divino e che il luogo dove erigere la città fosse proprio dove la capra scappò. Così fu e buon appetito. Saranno tutti belli gli alberi di Alberobello? A sentire qualsiasi naturalista, botanico o giardiniere, ogni albero è bello per definizione, perché non è bello ciò che è bello, ma ciò che ha foglie, fiori e frutti. Inutile mettersi a discutere: tanto vale accomodarsi all'ombra, del bell'albero, e godersi un po' di fresco. Se però si pensa ai tronchi, diritti e verticali verso il cielo, alle foglie sinuose, leggere e brezzolanti, ai fiori profumati e colorati, alla chioma simmetrica e ampia... beh, in questo caso non tutti gli alberi son belli. Tranne quelli di Alberobello, lo dice la parola stessa, anche se sono storti, contorti, aggrovigliati, ritorti e chissà cos'altro. Già, perché sono olivi e se ne trovano in tutta la valle intorno. E l'olio che si ricava dai loro frutti è buono, ma così buono, che dopo averlo assaggiato è bello un po' tutto, non solo gli alberi di Alberobello. A guardarla dondolando su una barca a vela, la cittadina di Bianco appariva bianca davvero. Le case erano tutte bianche. Compresi gli stipiti delle finestre. Le strade, bianche. Le automobili, bianche anche loro. Tutti gli alberi avevano fiori bianchi. E la neve? No, qui ti sbagli. A Bianco non nevica mai. Peccato. I denti degli abitanti erano addirittura bianchissimi e non c'era bisogno di dentista, che comunque avrebbe avuto il camice bianco. I capelli di molti erano bianchi. I cani e i gatti erano tutti bianchi. La pasta, a Bianco, la si mangiava in bianco. L'unico cioccolato in vendita era quello bianco ed il latte era la bevanda preferita da tutti. La candida Bianco diventò ben presto un'ambita meta per turisti, che venivano dal mondo intero, passavano la notte in bianco e se ne ripartivano felici e contenti. Finché uno strano tipo, forse colto da un colpo di sole, non dipinse la facciata di casa sua di un azzurro intenso. E l'azzurro della sua casa mise subito ancor più in risalto il bianco di Bianco, che è così bianco che più bianco non si può. Dopo un primo istante di imbarazzo, non passarono che poche settimane di intenso lavoro che se qualcuno fosse arrivato lì, in barca vela oppure in treno, avrebbe trovato una città talmente colorata, che Arlecchino in persona si sarebbe mimetizzato benissimo. E, sorpresa delle sorprese, i turisti continuarono a venire. Anzi, ne arrivarono ancor di più. Solo che, anziché passare la notte in bianco, ne facevano di tutti i colori e quando era il momento di ripartire, felici e soddisfatti, lasciavano cadere sempre una lacrima di nostalgia. Andrea Valente Fonte: https://www.linkiesta.it/, 6 ottobre 2013.
- Rosina "la Briganta"
Si levava prestissimo al mattino, come sempre. Dal giorno della sua venuta al mondo non aveva avuto un minuto libero da spendere per se stessa, fosse anche per chiacchierare di insulsaggini con sua cugina Carmela "la Vuccalona". Rosina, la figlia maggiore di don Pasquale Di Ianni, aveva dapprima allevato i suoi cinque fratelli più piccoli per poi prendersi cura dei nonni e del padre - che morì vecchissimo - e infine di tutte quelle faccende quotidiane che, in una casa affollata come la sua, erano all'ordine del giorno, di ogni giorno. Rosina aveva un bel personale, forte di salute - mai un raffreddore - e spalle larghe e un petto prosperoso e un bacino abbastanza rotondo per dare alla luce una nidiata di pargoli. Rosina volitiva, Rosina indaffarata, Rosina gran lavoratrice, l'instancabile Rosina, diceva sua nonna materna con gli occhi gonfi di pietà. Suo padre era un ardente oratore, «un esagitato» sibilava lei, talmente ardente da accettar denaro da don Eustachio Monaco pur di promuovere con la violenza un moto reazionario in paese, teso a massacrare i liberali del villaggio, soprattutto i preti. Calzettone - così veniva chiamato don Pasquale - arringava folle e turbi in favore di Francesco II, re del Mezzogiorno, e al suo fianco c'era sempre Cannatella, feroce ed infuocata, una femminaccia che aveva ingenerato nella mamma di Rosina un'acuta gelosia, trasmessa di conseguenza a tutta la prole. D'altronde, la sfera d'influenza delle madri sull'educazione dei figli non era nemmeno paragonabile a quella dei padri, che era affatto assente. Il nome di don Pasquale veniva spesso affiancato a quello di Francescone, celebre bandito di quelle terre sannitiche, il quale, assieme al compagno Nabisso, aveva grassato e derubato in ogni dove. Il confine tra legalità e banditismo sul quale don Pasquale aveva deciso di vivere, procurava a tutta la famiglia un certo alone di rispetto ossequioso, tra il timore e la riverenza. Al pari dei notabili del paese - nobili per discendenza o per censo - anche questi mercanti potevano contare sulla deferenza di buona parte del popolo, una deferenza più schietta di quella riservata alle caste dei Pettinicchio, dei Conti e dei Castiglione. Durante i tumulti reazionari del novembre 1860, durati appena tre giorni, don Pasquale era stato arrestato e gli fu inflitta una pena di anni cinque da scontare presso la prigione di Campobasso. Inutile aggiungere che le finanze di casa Di Ianni ne risentirono negativamente e, proporzionalmente, crebbe l'astio di Rosina per quel padre fanatico ed egoista. Lei, che ormai aveva una famiglia tutta sua, costituita da un consorte che lavorava degnamente la terra e tre figli da tirare su a pane e schiaffi, si vedeva costretta a governare anche la casa paterna. Correva l'anno del Signore 1861 e la vita di Rosina era stata fagocitata per intero dai due focolari domestici, eppure, di tanto in tanto, aiutava il marito a dissodare la terra brulla della campagna capracottese, per poi raccoglier pietre in luogo di patate. In fondo, pensava, non tutti i mali vengono per nuocere: da mangiare ce n'era per tutti e, col padre in galera, veniva meno anche la gelosia per Cannatella. L'inverno era quasi terminato e, cosa assai rara, non era stato particolarmente infido. Poca neve e poco freddo, in compenso tantissima pioggia. La primavera s'annunciava docile e generosa nel villaggio di Capracotta, col gran traffico di uomini, bestie e mezzi a colorarlo di tinte sempre più sgargianti. Anche le giornate andavano via via allungandosi e l'umore di Rosina, per quel che le era consentito, migliorava del pari. Di lì a poco, cominciarono a giungere con veemenza idee confuse, un vocio indigesto, echi lontani d'una qualche rivoluzione italiana, un aggettivo, questo, che a breve sarebbe diventato una giaculatoria, un imperativo, un comandamento. Fatto sta che a Napoli qualcosa era successo, Rosina ne era certa. Il re era forse morto all'improvviso o forse era stato detronizzato ma era chiaro che qualcun'altro sedeva ora al suo posto. A casa le notizie erano precise ed esaurienti ma non destinate alle orecchie delle donne, a meno che non fossero state quelle insolenti di quella schifosa - così diceva Rosina a Carmela - di Cannatella. In tutto il paese non si parlava d'altro anche se nessuno sapeva bene quel che diceva. Alcuni affermavano che Pio IX avesse abdicato o fosse deceduto, altri erano convinti invece che il Lasagna fosse morto per una stupida caduta da cavallo; altri ancora, più informati o forse meno analfabeti, andavano dicendo che Garibaldi aveva sbaragliato l'esercito borbonico in quattro e quattr'otto, e ora il re non era più napoletano ma piemontese. A breve sarebbe caduta anche Roma, e il papa - dicevano questi con arrogante fermezza - non avrebbe mica sparato agli italiani! Valla a capire la politica, sbottò Rosina mentre mondava la casa. Non passarono molti giorni, che Rosina, testa alta, busto dritto e una gonna d'alizarina che le arrivava ai malleoli, dopo aver consegnato le bestie al capraro e ordinato ai suoi marmocchi di svegliarsi e acconciarsi in dieci minuti, aveva riordinato lo stanzone del primo piano per poi passare alla cucina da basso, regno incontrastato di tutte le donne ottocentesche, blasonate o plebee che fossero. Il programma quotidiano era lo stesso di sempre. Dopo aver rassettato la dimora sarebbe andata ad aiutare la madre; poi, tornata nuovamente a casa, avrebbe preparato il solito pranzo frugale a base di legumi, patate e pane raffermo, mentre nel pomeriggio c'era una insolita pila di panni da lavare al Comunice, acqua fresca da trasportare, bambini da redarguire e un nuovo pasto da inventare. A pochi passi dal fontanino di San Giovanni Rosina fu fermata da un uomo vestito bene ma non troppo. Sembrava portasse i finimenti d'un cavallo, pensò, e la testa coperta da un cappello di pregevole fattura, con un'ampia tesa lievemente ondulata, che imprimeva all'estraneo un'aura di ambigua rispettabilità. Eppure Rosina non si lasciava intimidire da nessuno, caparbia e orgogliosa com'era. – Signora bella, preferite Vittorio Emanuele o Franceschiello? – le chiese l'uomo a bruciapelo con un bonario cipiglio da bafometto. – Nesciùne de r' ddù. Une tè la tégna e l'uoàrre tè la rógna! – rispose Rosina senza riflettere, con quell'inflessione acidula che contraddistingueva la sua voce nei momenti di frustrazione. L'estraneo, senza colpo ferire, forse sicuro di una tal replica, sembrò per un attimo disinteressarsi alla donna, poi, rivolto all'indietro, intimò a qualcun altro di arrestare la povera Rosina. Alle sue spalle vi erano infatti altri due uomini - degli ufficiali, evidentemente - appoggiati per metà al fonte da cui aveva attinto l'acqua poco prima. Giunti in un baleno, Rosina si trovò in stato di fermo. E pensare che quando aveva riempito i secchi non s'era nemmeno accorta di quelle presenze tanto ingombranti. Rosina intuì presto la gravità della situazione e realizzò che quella sera non si sarebbe coricata al fianco di Giuseppe. Accompagnata a casa per raccogliere le poche cose utili per un soggiorno imprevisto e non voluto, ebbe appena il tempo di ordinare ai figli di obbedire alla nonna e, non appena uscita con la sgradita scorta, vide rientrare il marito, anch'egli accompagnato da due signori in divisa, decisamente più ieratici di quelli con cui aveva fatto conoscenza poc'anzi. Prima del trasferimento a Campobasso, dove forse avrebbe rivisto il padre, Rosina fu trattenuta nelle umidissime carceri capracottesi sotto la chiesa matrice, ai confini orientali dell'antico borgo della Terra Vecchia. Fu in quel frangente che Rosina rammentò una storia che don Pasquale le aveva raccontato quand'era bambina. In quella stessa prigione, due secoli prima, furono incarcerati due preti forestieri, Giovanni Simonide e Tobia Masnizio, i quali, trasportati in nave da Trieste a Pescara, ebbero un giorno di riposo a Capracotta, dato che il convoglio si era recato in catene attraverso l'Appennino centrale per raggiungere Napoli. Proprio a Capracotta erano riusciti a fuggire ma ben presto riacciuffati dalla polizia locale e sbattuti per sei settimane nella stessa angusta galera dove ora stava Rosina. Ne uscirono grazie a un ricco commerciante tedesco che, letteralmente, li acquistò. Arrivarono da ministri di Dio e se ne andarono da beni di consumo, quasi fossero due sacchi di patate alla fiera dell'8 settembre! Rosina giunse a una conclusione che per troppo tempo le era sfuggita, ovvero che i protestanti sono quelli che protestano, e quelli che protestano prima o poi finiscono in galera. I due stranieri, così come suo padre, ne erano la prova tangibile. Ed ora in galera c'era lei che, a ben vedere, aveva in qualche modo espresso un dissenso. In realtà quella di Rosina non fu una protesta reazionaria né, tantomeno, antiborbonica. Fu soltanto un improperio contro suo padre, contro Cannatella e contro quella vita agra che il Potere impone a poveri e sprovveduti. Dopo un paio di settimane Rosina fu rilasciata e da quel momento, per tutti i compaesani, diventò Rosina "la Briganta". Francesco Mendozzi La vicenda qui narrata a mo' di raccontino storico è quella della mia ava Rosa Di Ianni - e di Giuseppe Sozio, probabilmente il marito - arrestata nel 1861 su ordine della Gran Corte criminale di Molise con l'accusa di «spargere voci tendenziose». A Capracotta, nello stesso anno e con la medesima accusa, fu arrestata anche Marianna Falconi mentre, nel 1862, furono fermati Luigi Mosesso per «aver inneggiato a Francesco II», Leopoldo Giuliano per «aver somministrato vettovaglie ad una banda di ventisei briganti, per la maggior parte spagnoli» e l'arciprete Agostino Bonanotte - non proprio un liberale! - per «aver pronunciato parole di incitamento alla disobbedienza». Fonte: F. Mendozzi, Quattro novelle per l'Alto Molise, Youcanprint, Lecce 2018.
- La strage di Santobè
Santobè era un uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio in un momento di pessimo umore. La bruttezza di Santobè era anche arricchita dalla sudiceria. Ma i peli, per fortuna, la rendevano indefinibile ed astrusa perché la sua faccia era un cespuglio, dal naso e dalle orecchie venivano fuori due scopetti e i baffi poi... I baffi erano terrificanti, verderame, a cartoccio sul muso porcino ed armato di due zanne di tricheco, l'una a destra e l'altra a sinistra che lo facevano sembrare un vero orco quando dice: «Ucci, Ucci, che odore di cristianucci!» Si tolse in moglie una ragazza che si sarebbe chiamata Maria Rachele ma nel gergo dei suoi era Marachela Scorciaserpe, poiché pare che un suo nonno mangiasse serpi come un ciarallo. Era una ragazza per così dire tant'è vero che si era rassegnata a sposare Santobè, spaccalegna, brutto, lunatico, e d'una sua speciale rozzezza e ferocia che faceva, al suo paese, spuntare leggende e favole intorno a lui come le lumache dopo la pioggia. Non posso dire il nome del paese perché c'è e non c'è. Ci sono le sue case, in numero di settantatre e mezzo, e la chiesa che pare una vecchia bicocca di eremiti, ragnatelata fin sul naso dei santi anneriti e barbogi, le strade che paiono letti di torrenti e il Municipio con su una testa sgretolata di Garibaldi, in berretto da notte, e sotto una lapide che dice: «La città di ... e i cittadini di ... del Trigno, donarono le sue chiavi...». E via di questo passo. E certo, il Duce quando ritornò a seminare il grano alla sua isola portava in una bisaccia a tracolla settantatre chiavi e mezzo oltre il chiavone maschio municipale e non avrà mai potuto scordare la città di ... e i cittadini di ... Se c'è, dico, perché se per caso fiutassero il vento infido del mio malo operato, essi che sono così gelosi, puntigliosi e baffuti, io li assicurerò subito che no, non c'è... Nacquero dall'unione di Marachela e Santobè otto, ben otto Santobettini che dal primo all'ultimo si chiamarono e si chiamano Cosimo. Santobè si presentava alla cancelleria con l'accetta infilata nella cinta dei braconi e i calzari di pelle di capra e il grifo di cannibale. Le sopracciglia parevano due bacche spinose e sotto v'erano due punti verdolini che schizzavano, mentr'egli parlava, a destra e sinistra uno speciale veleno che non si capiva se fosse un terribile mortifero od acqua sporca. Il segretario lo sapeva che era nato un Cosimo. – Zaccheo Santobè che i figli fossero per te peparuoli da vendersi a campolle? Tu li devi distinguere, l'uno dall'altro. Cambia nome, presempio, mettici il mio. Non ti aggarbasse Mattia?... Santobè si grattava sotto l'ascella e masticava il suo cartoccio di baffi come una cicca. E faceva un certo suono tra il grugnito e lo starnuto che si traduceva così: «gnuf». – Gnuf, so' figli e la mattità ce l'hanno prima di nascere. Scrivi Cosimo che loro fossero la bottega mia... Io non conosco tornesi e conto a loro... Gnuf. Una volta il segretario, al quarto Cosimo, col pennino infilato in una mosca caduta nell'inchiostro, gli dava tosto e placido dell'ignorante, del lupo mannaro, del cafone zulù, senza rispetto e senza legge. Santobè ascoltava guardando in aria i ghirigori della pioggia sul soffitto. Poi allungò un dito, grosso e peloso come una zampa di castrato, e toccò la penna sulla punta del pennino. Propose: – Signoria, abbada alla moschea teja ca Cosimo l'hai da scrivere pulito sul breviario senza l'alimala per dentro. Animala! Per poco il segretario non gli tirò dietro il cosidetto breviario e tutto l'archivio municipale con la polvere dei secoli. – Tu, tu, urlò strozzato di bile, hai, per la Maiella, più di dodici code? una in fila all'altra... – Santobè si voltò indietro sbigottito. E il segretario, nitrendo nel naso spugnoso di rossore, grattò sulla carta «Cosimo 4». Lui, Santobè, i Santobettini li chiamava Cosimiù, Cosimidiù, Cosimitrò, Cosimiquà, Cosimicì,... ecc. Venne fuori anche una Cosima, ereditiera della beltà paterna, nera come un grumo d'inchiostro, con due occhiolini che sparavano a distanza il più proibito dei veleni. I fratelli cattivi e lei stracattiva. L'insidia dei Santobettini, marioli inafferrabili e volpetti, gravava su tutto l'agro paesano. Quando entravano in un frutteto, in una vigna, in un orto, erano una grandine secca. La terra felice del paese che non c'è è un declivio verso il Trigno, d'una beata feracità di alberi di fichi. Li esprimono anche i sassi delle case, come se non potessero respirare che a traverso le foglie rugose del fico ed i suoi rami spampanati d'immemorabile saggezza domestica, gravi dei frutici ombelcati, opulenti e dolci che piangono latte e ridono nelle ferite della polpa come gengive rosa di pargoli. I terrieri che li raccolgono e li seccano in lunghe stuoie di canne sui declivi stessi del fiume, ed il paesetto dall'alto, tutto beato, si spulcia al sole e li guarda ardere ed oscurarsi trafitti dal morso voluttuoso delle vespe e dei calabroni d'oro che sciamano a mille insaziati del loro miele. In fine li radunano ancora una volta e li infilano nei giunchi schietti della ginestra e così biondi, unti e dolci formano le piegate a due e tre fila, ed i ventagli, ed ancora le pupe con le mani al fianco e il fior di finocchio in capo, così ben rassettate e belloccie, che vien voglia di dar loro il gnore marito. Ora al momento che questi laudati fichi giocondi vengono raccolti dalle stuoie i Santobettini intervengono, non si sa né come né quando, e ne infilano tanti per conto proprio che, se avessero un pettine coi denti in su nello stomaco e nelle mani, nemmeno ci si crederebbe. Quindi; con quelle lor zampette pelose e rapide, scavano buche dappertutto e li sotterrano e ci campano tutta l'invernata. – Che possi avere la mala annata – urlano le comari a Marachela – e che possano morire, i figli tuoi, con le mani cionche! ca per poco non ci scarpissero gli occhi dalla faccia! Marachela non risponde perché sa che i figli si dividono il pane nero e petroso a pugni e diversamente non potrebbero campare. In quanto Santobè, che è maniaco del suo onore e sempre alticcio del vino più limaccioso del paese, giura e spergiura che lui sul momento darà l'adunata e succederà uno dei più vasti cosimicidi in cui, si e no, rimarrà uno zampetto del primogenito condottiero per ricordo, e uno scopino di capelli della Cosima nera da radunarci la cenere sul focolare... Intanto la Marachela faceva le marachele con due "l". La poveretta, si sa, le aveva fatte anche prima. Pigra, sciatta, affamata, incapace di accudire alle bisogne più elementari, con un cervello piccolo come una nocciola e duro come un osso. Perciò la casa era una spelonca di miseria e di sudiceria, senza fuoco, senza pane, senza un fil di luce per la sera. Nell'oscurità i Santobettini, dividendosi e sgretolando sordi le refurtive del giorno, rissavano, guaivano, si scardavano i pidocchi nell'unico giaciglio, promettendosi allo spuntar dell'alba le più macabre vendette. La Cosima poi aveva una lingua biforcuta e dei piedi di legno stagionato che pareva avessero gli occhi tanto coglievano al sinistro. Santobè urlando come un orco, si scaraventava come un enorme scarafone peloso tra di loro e faceva lo spuzzatino diceva lui. Così per dire. Perché quei matricolati sgusciavano come anguille... «Urri! urri!...». Era il loro grido di avvisaglia. E parevano nibbi. Poi sparivano, inghiottiti come talpe della terra. Sparivano dico. Chi sa dove. Allora Santobè indemoniato faceva lo spuzzatino col saccone che ne ha prese più lui che i Greci quando vanno in guerra. La Marachela stava zitta come se non si fosse trattato di roba sua. Del resto i figli erano anche i suoi protettori e accudivano alle sue tresche colla stessa semplicità con cui portavano via l'uovo sotto la gallina altrui e sotterravano i più polputi fichi del paese. La madre li premiava dando loro il suo eterno beneplacito e qualche soldo raccattato dalle sue industrie extra coniugali, che essi spendevano subito alla cantina, eredi attivi e presenti delle virtù paterne. Ora andò che un boscaiuolo più zannuto di suo marito si invaghì forte di questa femmina lacera trista e raminga pei boschi in attesa di Santobè, per levargli qualche denaro della giornata almeno per il pane degli otto Cosimini, prima che la sbornia serale gli facesse menar le mani come randelli. Essa era ancora giovane e la sua bocca prognatica, cavallina, mostrava sempre aperta delle gengive pallide e dei denti più bianchi della mandorla nuda. Guardava di taglio morsicandosi le labbra screpolate e masticando parole molli, stupide, piene di saliva. Ed allora diventava scaltra senza saperlo e d'una lussuria fredda e gommosa come la resina. E si faceva accoppare, senza che sapesse come e chi era colui che sotto un albero o dietro una catasta di legno, la possedeva. Poveretta, lei che conosceva della sua nequizia, della sua miseria? Niente! Un letto di foglie secche che gemevano e lei che si apriva come il mallo verde ed amaro d'una castagna di bosco, smemorata e lassa... Ora dunque il boscaiolo che era oriundo di Capracotta si invaghì forte di lei. Era venuto per fare i carboni alla ripa selvosa del Trigno. Non aveva donna, ché gli era morta, e non figli. E sterile e solo viveva del fiato della foresta e del fumo greve del carbone, né sapeva come spendere i suoi quattrini. Era burbero e possente come un castrato. Ma con Marachela non aveva il coraggio di inferire, perché essa non diceva mai no ai suoi comandi e non aveva lingua per rispondere alle ingiurie di cui la complimentava, per farle capire quanto gli piacesse la sua bocca di cavalla macilenta, il suo fiato mozzo, i suoi capelli scinti e freddi, rossi come il sangue ammalato. Un giorno la prese per l'orecchia e le disse: – Ohi Marachela, che ci fai con quel rinnegato ubbriacone di tuo marito? Invece di impastargli i figli con la misticanza, perché non vieni appresso a me che ci avrai pane e batoste a piacere? Perché, vedi Marachela, io ti raddrizzassi le cervella... Ma Marachela si grattò in capo con la mano lentigginosa e guardò di taglio in terra come se vedesse spuntare un fungo vicino alla sua scarpa sfiancata. – Che ci rimiri, somara mè? – le disse lui – Perché non rispondi? E lei allora borbottò in gola: – Ca, i figli ia, patrone mè. Siccome era assai grulla, non riuscì a dire altro e senza voltarsi indietro, trascinando le foglie secche con i piedi, se ne andò. Intanto il primo Cosimo, che aveva quattordici anni, era garzone da un porcaro fuori paese e siccome sapeva ben satollare di frodo i maialetti ebbe per premio e pagamento un porcellotto cinese, vispo e grasso, con il codino come una virgola in su e un mascherotto nero sul grugno rosolino. La felicità di Santobè fu tale che diventò strabico; Marachela poi che, poveretta, non rideva mai ci provò e digrignò i denti come se la cogliesse la terzana a freddo. I Cosimini fecero una tal giostra alla sera nel giaciglio, disputandosi la custodia del porco in assenza del primogenito, che Santobè si calò giù dal suo saccone e poiché c'era la luna che curiosava dal finestrino senza vetri, li divise in due mazzi, lasciando la Cosimina sola perché era femmina. Li legò con la capezza. Non vi so dire la razzia dei Cosimini invasori per nutrire «l'arciprete della casa» come diceva Santobè, sempre di poca creanza ed alticcio di vino: ghiande, mele, patate a profusione. E lo portavano a bere ai truogoli altrui, caldi e soffici di crusca, con tanta avvedutezza che il porcellotto aveva imparato ottimamente a vivere di frodo anche lui. Faceva il mariuolo come se fosse stato a scuola e quando le comari lo vedevano arrivare con quelle sue gambette spiccie spiccie ed il mascherotto nero di bandito, gli urlavano di lontano: – Che possi uscire sfiatato come una gnugnola! E lo chiamavano «Pessimo cristiano», «brigante di bosco» e gli bestemmiavano ancora il padre e la madre e tutti i morti di famiglia, di salciccia in salciccia. Altro che sfiatato, Madonna della Maiorana! Gonfiava a vista d'occhio, perché la farina del diavolo andava tutta in crusca per lui e della più grassa ed eccellente del paese. Bah, bella vita per il porcello dei Cosimini e per i Cosimini del porcello. Il Cosimo 1 era ritornato a garzone dal porcaro onesto. Un giorno venne per isbaglio a trovare i suoi e li trovò più potenti d'una dinastia di Belzebù. Avevano il miglior porco del vicinato! Quando lo vide più cinese che mai, rimpolpettato fin sugli occhi dal lardo prospero fornitogli dai mezzi dell'immoralità, rimase più grullo di Marachela, sua madre. Che era al bosco di Fonte Ragna con la Cosimina spia perché non si appropinquasse il Santobè padre. Egli meditò un losco e fosco progetto, così su due piedi e due mani, tutti e quattro prensili come il suo cervello fatto ad uncino quando pensava. Di rubarsi cioè il porco lui e farla ai fratelli, al padre, alla madre... In quel momento proprio essa arrivava col grembo pieno di sterpi e le foglie secche della colpa nei capelli rossi di sangue ammalato. A suo modo Cosimiù amava la madre perché si ingegnava di dar loro qualche pane e metteva qualche punto ai loro cenci. E mentre era indifferente alla loro vita randagia di ladruncoli ossessi prendeva per sé, senza lagnarsi, tutti gli odi e gli sputi e le sevizie del marito e dei paesani che non potendo batter sacco battevano sacchetta. Ed allora vedendola, cambiò idea e pensò di far partecipe del pingue ladroneccio anche lei. Con due o tre gnuf alla Santobè si misero d'accordo coi piedi nel letame, vicino alla porta della stalletta dinanzi alla quale il porcello grufolava, accosciato, più straripante di grassezza che mai. «Tata Santobè» doveva andare a far legna lontano, dai massari della contrada Cipolla che era nell'agro di Pietrabbondante e non sarebbe tornato che tra due o tre giorni. Lui, Cosimiù, di notte legava il muso al porco e via. Lei doveva aiutarlo a sorvegliarlo. Poi l'avrebbe portato e rivenduto al padrone porcaro e i denari metà per ciascuno. – Ti ci farai le scarpe, oi mà, – aggiunse per sapore di conclusione e – ci compri la farina di mazzafurro per fare le pizze ai figliti quest'inverno... Ma intanto a Santobè un boscaiuolo senza paura dei suoi baffi a cartoccio e della sua accetta infilata nei braconi, gli fa: – Oi compare, che mogliereta se la fa con Damiano il Capracottese... Sempre glielo dicevano che era cornuto, ma lui rispondeva filosofo: – Ognuno abbadasse alle sue e chi più conta canta. Ma quella volta però rimase allucinato e ci pensò: – Quando te ne vai – rincarò lo spione – essa apre la porta la notte e se ne va a spasso coll'amico. Un giorno o l'altro vedi che se ne scappasse la jocca e a te rimangono i pulicini che di tuo ci hanno solo il Cosimo. Santobè tirò a fior di pelle come un polipo i suoi occhiolini verdi fuor del pelame feroce e fece per tutta risposta: – Gnuf. Poi rise e cavò fuori i suoi denti di tricheco lunghi così. Lo spione fuggì sfiancato di terrore tanto Santobè s'era fatto brutto e spaventevole. Rimasero gli altri, i colpevoli inermi ed esposti ai tenebrosi suoi disegni. Ed a grandi passi, come tutte le cose brutte, si avvicinò la strage. Sangue della Maiella, che avvenne in quel suolo così cortese di fichi zuccherini, nella città di ... che aveva dato con tanta buona grazia le chiavi settantatre e mezzo e viveva in pace a porte aperte, spulciando al sole la felicità e la pace! Santo Stefano Ultimino! Che flagello... Perché lui, Santobè, con la faccia che era un mucchio di peli irti e terribili ed il fucile del delitto a tracolla, carico di pallinacci, non se ne andò, no, a Pietrabbondante, ma stette lì nella siepe a quattro passi dalla sua casupola ad aspettare gli adulteri. Che notte! La famigerata coltre nera del brigante. Un cielo cieco come un pozzo ed acqua gelida, rabbiosa, schiaffeggiata dalle furie del vento. Iu, iu, iu! veniva giù a torrenti obliqui sulla terra dei fichi che beveva a gola piena, assetata di violenza come Santobè del sangue cotto dei suoi traditori. Cosimiù quando vide l'aria nera come un bitume e sentì il diavoletto dell'acqua venne alla porta della madre, strascinando il porco sonnacchioso che si dibatteva col muso legato. – Oi mà, iapra, e piglia subito la capezza ca... Pim, pum, pa, parapapà! Tutti morti. Santobè via col sangue della vendetta consumata negli occhi e la paura chilometrica nelle gambe, a salti, per le greppie del fiume. Marachela, Cosimiù, strozzati di spavento, mezzi fuori e mezzi dentro la porta semiaperta, strasalvi, si sa... E il porco... ahi misero! Col suo mascherotto da brigante colpito da sessanta pallinacci, alla gola, che esalava i postremi aneliti delle sue immature salciccie immolate... Alla città di ... i cittadini di ... ci piantarono su una croce con questa scritta: «Strage di Santobè». Quando i porci passan di lì, non si sa perché, girano in tondo e si voltano indietro. Gnuf, gnuf... Lyna Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, La strage di Santobè, in «Lo Spettatore Italiano», I:6, Roma, 15 luglio 1924.
- Valeria
– Fatti in là donna del diavolo, non vedi che mi togli il respiro? E poi dove hai messo la polvere? Queste parole uscivano dalla bocca di un uomo tarchiato e robusto, dai capelli e dal volto assai bruni, dallo sguardo torvo e sinistro, ed eran rivolte ad un pezzo di donna abbastanza bella se le rughe del volto non avessero tradito le sofferenze o almeno le fatiche. A quel linguaggio la donna pareva assuefatta, non rispose neanche; si alzò dalla scranna sulla quale stava seduta, e andò a rimestare in un vecchio mobiglio che non aveva aspetto né di armadio né di cassettone, ma piuttosto di un piccolo nascondiglio atto ad essere trasportato senza disturbo; quindi porse a chi la interrogava un grosso pacco. L'uomo sedeva d'allato all'uscio d'entrata di una bassa e fumosa casipola, e pareva si dilettasse dell'aria, che entrando impetuosa, sollevava la polvere del camino spento. Si era in autunno, su pei monti rocciosi del Molise (l'antico Sannio) e il sole del mezzogiorno, comunque fosse il tramonto, scaldava spaventosamente le pietre dell'abituro. Quell'uomo e quella donna erano amendue del Sannio, il primo di Campobasso, l'altra di Capracotta, e vivevano da lungo tempo insieme. Fin da fanciullo, Silvano, è tale il nome del nostro personaggio, ebbe le membra sviluppate e tenaci come le arbori delle sue selve natie; ebbe sete di fatiche, quasi di patimenti. Per lui, cui non garbava punto il lavoro della terra, non bastava mietere colla scure le lunghe chiome delle selci, né trascinarsi i fasci di legna giù per le chine, o condursi su per letti di torrenti asciutti e sentieruoli quasi inaccessibili; ogni po' tratto in casa non lo si vedeva più, scompariva; dov'era andato? i suoi genitori rozzi come la massima parte di quegli abitanti d'alture, poveri, non gli badavano molto; e talora egli tornava la sera trafelato, arso dal sole di luglio, senza cibo; tal'altra passava la notte a braccia nude, coll'umido della tramontana che gli batteva le tempia. Si era osservato che con gioia indicibile aveva un giorno percosso un piccolo cane legato ad un cancello e quindi impotente a difendersi, tanto da lasciarlo mezzo morto; un'altra, spennacchiato un uccello vivo che empiva l'aria di strida, una terza (contava allora quindici anni) non si sa per quale motivo, aveva gettato a terra ridendo di un riso freddo e lungo una ragazzina di nove o dieci anni, forte quasi come lui, e la tenne lì lungo tempo col ginocchio al ventre, una mano alla bocca, l'altra al seno, sicché se non fosse accorsa gente l'avrebbe finita. Interrogato perché avesse agito a quel modo, rispose che essa gli aveva dato un'urtone sopra un burratto e mostrava le lividure della difesa. Un giorno visto il curato del paese che s'incamminava solo col suo breviario alla mano per un sentiero deserto, lo seguì, e quando fu ben lontano dalla probabilità che alcuno lo vedesse, gli passò davanti, e con una sghignazzata febbrile gli sputò in viso, poi si mise a correre giù pei campi gettando alla vittima de grossi sassi. Il curato si accontentò d'avvertirne la famiglia, la quale lo picchiò ben bene ma senza risultato. Dopo fu visto frequentare le chiese, solitario; a venti anni faceva già parte d'una banda di briganti che invadevano tratto tratto la provincia di Lecce e s'era tratto dietro per ganza un po' per amore un po' per forza Olivia Danzi, detta la belloccia, che noi vedemmo al principio del racconto: adesso ne contava trenta. A quella donna che non parlava quasi mai, di sodo corpo ma d'animo fiacco, che si lasciava soggiogare dagli occhi dell'amatore neri e cupi, n'aveva fatte di tutte le sorta, e fortuna ch'era di una pazienza prodigiosa, altrimenti sarebbe morta dieci volte. Nessuno più pratico, più astuto, più maligno di lui nel perseguitare, nell'assalire, più audace nella rivolta, più vile quando si trattava di nascondersi; aspro nei modi pur sapeva cattivarsi per non so quale prestigio ferino l'animo de' suoi proseliti. Pochi mesi dopo la sua entrata brigantesca egli era stato preso dai nostri soldati; comprese con chi aveva a che fare, convinto che colle furie non sarebbe uscito più da quelle strette, finse il pentimento, la tranquillità; ma il livido del suo volto, la luce calma dell'occhio celavano la certezza della fuga, la turbolenza della vendetta, l'acrimonia della bravura offesa. Infatti in breve spazio di tempo, di concerto co' suoi, uccise un bel giorno il carceriere, forzò la porta della prigione, rubandole il fucile gettò a terra la guardia che custodiva l'uscita, senza lasciarle tempo di riaversi dallo stupore e dalla percossa, e quando si diede l'allarme egli respirava a larghi polmoni l'aria della libertà, correva per le campagne native avido di spazio, col cuore palpitante di timore e di contentezza. Riunitosi quindi tosto a suoi nelle vicinanze d'Aquila trasse in inganno un distaccamento di fanteria e riuscì ad uccidere due soldati e a ferirne tre o quattro. Ma dove quell'uomo mostrava esempio sorprendente della stranezza umana era nell'affetto paterno; quell'uomo aveva una figlia, bella, gagliarda ma di una gagliardia nobile e affettuosa. Egli che non perdonava non solo agli estrani ma neppure alla compagna de' suoi giorni, si sentiva quasi una femminetta davanti la pace serena di quel volto giovanile; le grazie, le usuberanze di quella vita fresca trascinata nel turbinio della sua, selvaggia, piena di pericoli e di delitti calmava le rabbie de' suoi istinti e l'acre delle sconfitte. Tornava a casa dalla rapina e quando la ragazza gli fissava in volto i suoi occhi neri, profondi, penetranti, egli non aveva coraggio di sopportare quello sguardo, sentiva nell'animo come una specie d'inquietudine nuova, qualcosa che non comprendeva, ma sembrava il principio del rimorso; senonché l'abitudine vinceva quegl'istanti di debolezza; il falso criterio, la cupidigia del danaro, l'ozio di continui impeti violentavano que' blandi sospiri del cuore. Oh la vita ha così profondi misteri! e certe anime sanno esse soltanto di quali punture son fatte bersaglio. Valeria, tale il nome della figlia, viveva come buona parte delle ragazze che hanno un pessimo padre, cercando di consolare la donna che l'avea data alla luce e di raddolcire per quanto fosse possibile, le tendenze di quello. La natura giuoca talora con così strani eventi, ravvicina indoli così disparate, feconda o atterra condizioni per sé stesse tanto improduttive che non pare possibile possano reggersi per lungo tempo. Eppure Valeria che non sapeva nulla del mondo, Valeria che non aveva visto altro che i greppi de' suoi burroni, e il sole discendere da un cielo di fuoco, Valeria che non aveva udito altro che lo scrosciare dell'acque giù per le valli, accompagnato appena da qualche suono di corno, indovinava tutti gl'istinti paterni, prevedeva le sue trame, tentava precluderne loro la via; sentiva la distanza che la separava da quell'uomo e la sua inquietudine non posava mai che quando lo sentiva russare nella camera vicina. Vi fu un momento in cui si credette perduta; anche la più forte volontà ha le sue debolezze, anche la virtù più salda è continuamente minacciata dalle seduzioni. Alcune sue compagne d'un tempo traevano una vita gaja, e comunque essa vivesse in un angolo remoto assai della vita cittadina, giungeva a lei qualche parola indistinta che le favellava di piaceri non tocchi; la indolenza della madre avrebbe dato esca a quei primi desideri se il quadro continuo delle turpitudini paterne non l'avesse da sé trattenuta. Oh quand'era piccina essa non si era accorta di nulla! le sue gioie infantili non erano menomamente turbate da nessun timore, i suoi schiamazzi argentini morivano sereni sull'alture come il grido di un vispo uccello, né mai voce alcuna le avrebbe detto che la sua vita si sarebbe mutata. Quando le sue membra si svilupparono, quando poté mettere una veste a più vivi colori, quando le sue trecce nere si fecero più folte, e i suoi occhi attirarono gli occhi degli altri, fu allora che seppe tutto, che avrebbe spezzato gli anelli d'oro che con inaudita generosità gli erano stati donati da un maturo spasimante, e co' quali stava tanto bene! Un giorno la madre, stanca delle molte lotte, delle molte persecuzioni, volle indur Valeria a fuggir con lei, lasciando il drudo in balìa delle perverse tendenze che lo governavano; ma Valeria sebbene presa alle strette e desiderosa di più puro orizzonte, ebbe tanta forza di rifiutarsi; sperava sempre! – Senti, – le diceva la povera donna, – oramai non c'è più speranza; ho sopportato tutto, lo sai meglio di me... – Oh! è vero, povera mamma, – fece Valeria guardandola tristamente. – Ho sopportato la sete, la fame, il freddo, le percosse... – Pur troppo! – Ma adesso non ne posso più; a che cosa valgono le mie preghiere? a renderlo peggiore; voglio tornare a casa mia, e tu verrai insieme; sono una povera donna, debole, lo so, ma qualcosa faremo, ci aiuteremo l'una coll'altra. – Dimmi quel che vuoi che sono sciocca, che sono cattiva ma io rimango con lui; sono convinta che la finirà e allora potremo tornar tranquilli tutti e tre, perché vuoi lasciarci? – Tu sei giovane, egli ti ama, manco male è un altro conto, ma io sono qualcosa di peggio d'una granata colla quale si spazza la casa. – No, io non voglio lasciarti così – gridò Valeria prendendola per le spalle e guadandola sempre più tristamente. – Fa come vuoi, e pensa come credi, ma un momento o l'altro non mi troverà più; bada che il tuo consiglio non ti porti malanno. – Fosse anche, ne sono preparata; il mio cuore non ha altra dolcezza che questa prova colla quale io mi sforzo di impadronirmi della sua volontà; peggior dolore poi della sconfitta non potrei incontrare. Finché la sua vita correrà tra queste rocce tumultuosa e feroce, la mia lo seguirà come un'ombra; riesca o non riesca, a costo di trovar la morte, voglio tentare almeno di staccarlo dalle sue abitudini. Non guadagno nulla, ci perdo anzi, mi crederanno un'anima dannata, ma non mi fa nulla, nessuno vorrà persuadersi altresì ch'io sia sua figlia; traverso questi silenzi delle montagne, che importa a me della città?... abbracciami, mamma, da qualche tempo non mi fai più un bacio; cosa ti ho fatto? oggi sento proprio voglia di unire le mie labbra alle tue... Come da un'anima vile e perversa e da un'altra fiacchissima fossero scaturiti tanto sentimento e tanta fortezza è cosa da dimandarsi alla natura. Valeria si abbandonò senz'altro al collo della madre, le sue ciglia si curvarono su quel petto che l'aveva nudrito, le sue trecce nere si confusero con quelle della madre; una stilla di pianto parve scorrere da suoi occhi, ma forse era la luna che in quel mentre sprazzando di luce la capanna, faceva luccicare maggiormente i suoi occhi; voleva combattere. Olivia si alzò senza dir altro che: – Addio, per ora siamo intese. Una donna sola correva pei balzi di Capracotta, era notte; e una notte piuttosto scura. Per la via dirupata, forse più adatta alle capre che agli uomini, non si udiva il minimo romore, quando essa giunta al crocicchio di due strade s'accorse di qualche ombra che si moveva ma non poteva ben distinguere. Ebbe un momento di terrore, ma abituata a tutto, il pensiero che la dominava le diè il coraggio di proseguire il cammino. D'altronde non poteva far diversamente, per recarsi ad Isernia e poi di là a Campobasso, bisognava scendere, da quella parte; era la più breve strada possibile e quell'ombre le venivano incontro, erano due uomini seguiti da un ragazzetto che forse serviva loro di guida; ben lieti di trovare un'anima viva su per que' monti si volgevano appunto a lei per qualche indicazione necessaria ai loro divisamenti. Quando Olivia li ebbe appressati, e dall'abbigliamento e dal volto e da' loro modi comprese che non c'era nulla a temere, non senza una cert'aria d'esser stata seccata, tirando stretto il pannolino intorno al viso rispose alle loro domande: – Questa infatti è la strada migliore per giungere a Piedimonte; non possono sbagliare; vanno sempre diritto e arrivati ad un sasso che si alza isolato a guisa di cappelletta voltano a destra. E senza ascoltare nemmeno i loro ringraziamenti, saltò in mezzo della via ingombrata da molte pietre taglienti e ricominciò rapidamente la discesa. Noi lasceremo Olivia che ritorna sola in braccio a suoi parenti per seguire i due stranieri i quali importano assai al nostro racconto. L'uno era perfettamente italiano, anzi lombardo, un bel giovinotto biondo, di carnagione bianchissima, ben fatto della persona, non molto vibrato ne' lineamenti del volto ma di quella bellezza pacata che se non desta grande impressione, risalta per lo meno pe' facili contrasti che può trovare nelle provincie meridionali. L'altro un buon tedesco, rubicondo nel volto, rosso di capegli, di barba, fino la punta del naso; si sarebbe potuto dire che avesse rossi anche gli occhi se ciò potesse accadere molto comunemente, ma non era eliofobo! Avevano studiato amendue Archeologia nella città di Lipsia, amendue agiati e presso a poco della stessa età, ventisei anni. Non innamorati forse dell'arte quanto delle memorie vetuste del popolo Sannito, avevano intrapreso un viaggio di studio da quelle parti, desiderosi di vedere gli avanzi di un'anfiteatro esistente appunto a Piedimonte, e dopo aver toccato Napoli e Pompei che avean già visto, si disponevano a scender giù fino a Taranto le cui dovizie sono sepolte sotto le nuove barocche costruzioni, da poco ammonticchiate nell'angusto spazio di un'isola. Per evitare l'eccessiva caldura essi avevano impreso il loro viaggio la sera, ben pasciuti, forti tutti e due e destri nella fatica, armati di una rivoltella e di un nodoso bastone. Il cammino era lungo, avevano lasciato Matese al tramonto, dopo aver passato un lungo ponte a molti archi sul Volturno, ed erano giunti a quell'alpestre altura che chiamano lo Scaglione, non pratici abbastanza de' luoghi per quanto avessero seco ottime guide e carte inglesi, tedesche ed italiane, riputarono opportuno di farsi accompagnare per buon tratto, almeno fin dove le continue rientrature dell'Appennino, e i torrenti rendevano mal sicuri i loro passi, promettendo una larga mancia al ragazzo. Sia dall'oste presso il quale avevamo dormito, da poco lasciato, sia dai carabinieri incontrati il dì prima, essi avevano avuto ottime notizie circa la sicurezza del loro cammino. Dotati poi di quella noncuranza giovanile che o disprezza di colpo o non conosce il pericolo si erano posti in marcia. Non erano artisti, già lo dicemmo; essi forse non sentivano quel tepore soave dell'Appennino Meridionale, non gustavano i silenzi di quelle rupi sinistre. I grossi alberi che spezzavano davanti a' loro occhi l'estremo rosso del cielo, non ponevano forse nel loro cuore il desiderio di rimaner più a lungo là dove cogli sprazzi di luce fuggiti alle stelle, più larghe si aprivano le sottoposte vallate. Camminavano sempre di ugual passo, evidentemente più preoccupati del loro anfiteatro che non della natura, e invano le fitte boscaglie di Campobasso disegnavano lontano le loro ombre folte e nere, invano le stelle luccicavano sulle loro teste, e le pietre mosse dal piede rotolavano al basso con un romorio insolito che si perdeva come lamentoso per le gole inabitate. Non avevamo fatto duecento passi dacché s'erano incontrati con Olivia ed uno fra di essi, l'italiano (aveva nome Oreste Sangri) si sentì d'improvviso afferrato per le spalle e buttato a terra in un attimo, senza neanche potersi riavere dallo sbalordimento; l'altro, il tedesco, forte come un bue, alza il suo nodoso bastone, non bada dove va a percuotere e rovescia un colpo strepitoso; di certo ha colpito qualcheduno alla testa, si sente una mano calda – è sangue – e nel medesimo punto – tutto ciò è avvenuto in un secondo – vede nel bujo qualcosa che va stramazzoni con un sordo gemito. Ma due braccia di ferro lo prendono alla vita, gli vien scaricata contro una pistola, egli non parla più, è già disteso freddo per terra. Si può appena immaginarsi lo spavento di Oreste e la confusione; egli strepita, piange, bestemmia ma lo hanno già legato; la sua forza virile è un'imbelle minaccia contro la brutale ferocia di tre birbanti; bisogna rassegnarsi; è assai fortunato che gli spintoni ricevuti lo hanno trascinato via dal sangue in cui giaceva il compagno carissimo! Non aveva gettato un grido il povero tedesco, e l'altro nel fitto della notte non l'aveva visto cadere, in tanto tafferuglio non poteva supporre nemmeno la sua morte, solo guardava ad ogni passo se se lo vedeva vicino. Il padre di Valeria avuto sentore dagli spioni che teneva in giro come una muta ad annasare ogni pulviscolo, dei due viaggiatori, si era subito calato per quelle roccie, e coll'aiuto di due arnesi tristi come lui, li aveva assaliti a quel modo che vedemmo. Che avveniva intanto della povera Valeria? Invano essa aveva tentato di trattenere la madre; il cuore le si schiantava, ma da quell'abbandono sperava trarne profitto persuadendo il fiero brigante a lasciare le vette del Molise, per ritornare se non pentito, quieto in seno ai famigliari di Napoli. Epperò come tornarvi con le accuse che pesavano sopra di lui? Figurarsi! l'avrebbero preso, legato ben bene, ed essa, figlia innocente, avrebbe con lungo dolore pagato il fio della generosa inesperienza. La sera antecedente alla tristissima aggressione lo aveva pregato, supplicato a star lontano da que brutti ceffi che frequentavano la casupola; eppure era ignara dell'agguato. – Senti, – gli diceva la bella fanciulla, – la mia povera mamma se n'è andata... – Peggio per lei! non la ho mandata via io già! segno che l'aria dei monti le faceva male. – No, ma tu la maltratti, padre mio, e... – Io? – rispose con feroce sguardo il masnadiero, raggrinzando la fronte in modo che i lineamenti contratti facevano paura, tantoché la fanciulla stette un momento a guardarlo senza aprir bocca. – È che lei vuol sempre ciarlare anche quando deve tacere... – Ma tu mi prometterai di lasciare questo sito; dimmi di sì, tu non farai più male a nessuno. – Ti ho giurato che non avrei torto un capello a nessuno e manterrò la mia parola. Valeria si coricò più tranquilla del solito, sperava! la dolcezza istintiva della sua anima prestava agli altri la virtù di cui era bella; nessun sogno venne a turbare il suo riposo, nessun pensiero amaro alterava i suoi lineamenti, solo quello della madre; ed anche questo era addolcito dalla certezza di raggiungerla presto... L'indomani, supponeva, avrebbe scintillato più ridente; il padre acconsentiva a ricredersi... Quando però furono le due dopo mezzanotte, un fischio acuto le risuonò all'orecchio ripetuto con un prolungarsi stridente e lugubre nei silenzi della vallata vicina. Balza dal letto colpita da un dubbio terribile, insistente, s'affaccia alla finestra; nulla; la luna frangeva tranquilla la sua luce sulle rupi, e le rupi le riflettevano cignerognole, come attendendo uno sguardo che le contemplasse immote, co' loro scogli taglienti, le loro incurvature, i radi fogliami ricadenti sopra sé stessi, i zampilli lontani ed il protendersi delle ombre che si disegnavano con mirabile precisione sulla superficie scabra del suolo. Null'altro. Corre all'uscio d'entrata, lo vede aperto, corre alla stanza paterna divisa dalla sua solo per un tramezzo che non toccava neanche il soffitto, non c'era nessuno; tutto sottosopra anzi, e dalla parete rozza non pendevano più il coltello e la pistola che pur troppo! s'era abituata a vederla là. E se l'era detto tante volte che voleva buttarle via; pur l'aveva dimenticato, come pensare a tutto? Si pose una mano sul cuore perché il respiro che le mancava ne aveva accelerato tanto la palpitazione da farla quasi cadere. Egli era uscito all'insaputa, aveva dunque meditato un altro delitto. Si trasse a mala pena nella propria cameretta, si buttò traverso al letto, col seno seminudo, i capegli disciolti, quasi forsennata. Era sola, aveva paura, paura della sua solitudine, paura del delitto paterno che non conosceva, che appena supponeva e che pure pesava come una maledizione sulla sua anima da vergine! Si coperse come poté, disordinatamente certo, si precipitò fuori della casupola e avrebbe seguitato la sua corsa chi sa fin dove se una mano rude, nerboruta non l'avesse trattenuta alle spalle e una voce roca che si studiava di essere cortese non le avesse gridato: – Un momento, Valeria, dove vai? Era Mandore, era lui, il triste compagno del padre, quegli che gli aveva insegnato solo a maneggiare l'archibugio, a far soffrire; quegli che lo aveva trascinato nell'abisso delle sue colpe, prima irresoluto, pauroso, poi freddo, poi ridendo di un riso convulso, aspro, che voleva essere allegro e non rivelava che la lotta, lo sforzo combattuti dentro, e finalmente cinico, brutale. Oh senza di lui che tramava ogni sinistro progetto e lo precorreva con infinito desiderio, avido del bottino pur mascherandosi, senza di lui che lo circondava col solletico della perduta vita passata, e lo affogava nella crapula, nell'ubbriachezza, quell'uomo non avrebbe osato nulla; amava troppo sua figlia; ma Mandore gli stava vicino, lo premeva per così dire addosso, lo incalzava con un ghigno che movea tutte le sue fibre, con uno spintone che poneva in rivolta nella sua anima ignorante tutte le tentazioni o le delusioni sopite. Le delusioni, sì! perché anche i vili, i crudeli hanno le loro delusioni; le han avute almeno; e tante volte quando proprio non è nel loro organismo, nel loro sangue, il delitto viene di là; l'esempio, il clima, la solitudine, il disprezzo di cui son fatti segno, la coscienza dapprima dubitosa che poi affolla, accavalla, confonde tutte queste cose insieme e ne trae una conseguenza abbominosa ma semplice – la vendetta, ne sono la sorgente. Per cotesti spiriti non c'è altro; il lavoro? costa troppa fatica e dà poco; la fede? l'hanno perduta da un pezzo; l'affetto? si fanno un obbligo di soffocarlo; il perdono? sarebbe una bassezza. L'incutere spavento, l'incalzare la vittima fuggente con una specie di ebbrezza è il loro scopo; dimandano la libertà che non trovano intorno a sé fruttuosa; l'eguaglianza li soggioga e nel medesimo tempo come una catena di ferro li stringe per tutte le parti. – Vile! siete voi, – grida rizzandosi fiera della persona Valeria, – voi avete commesso un delitto! – Ih! come sei furiosa stanotte. Non ho ammazzato nessuno, via, ho dato appena un colpo ad un maledetto tedesco che voleva mandarmi al mondo di là col suo bastone. – Mostro! – grida la fanciulla, – e mio padre? – Non ha fatto nulla davvero, non voleva che si toccasse nessuno. Valeria si mosse forse colla speranza d'incontrarlo. – Un momento! fermati, ce lo portano qui il nostro tedesco... ferito..., rosso rosso e brutto come... – Ah! Era un grido naturale espansivo che usciva dal più profondo del petto. Aveva avuto appena tempo di emetterlo la fanciulla, che un vecchio curvo macero dagli anni e forse dai morbi portava sulle spalle, con una forza però che non si sarebbe potuto supporre in lui, un giovinotto. Valeria non poteva ancora distinguerlo; certo era il ferito, diversamente non l'avrebbero condotto fin là a quel modo. Quale fu la meraviglia della ragazza! Perdette d'occhio Mandore o almeno egli se n'era fuggito rabbioso. Il giovane portato a quel modo era biondo anziché rosso, e italiano non tedesco, e non brutto come aveva detto il vigliacco masnadiero. Sul suo volto non vi era che le tracce di una lotta disperata, di un'angoscia profonda, di un avvilimento che non gli permetteva di aprir le labbra e neppure di alzar gli occhi! Ma nessuna ferita, nessuna traccia di sangue. I due che l'accompagnavano lo buttarono, legato, in un angolo della stanzaccia, poi si posero sulla porta d'ingresso per custodirne l'uscita, gridandogli in tono di comando; – Se non vorrai farti cavar la pelle dovrai pagare le cinquantamila lire. Oreste fece un ultimo sforzo per liberarsi, ma salde funi lo allacciavano alle mani ed ai piedi, e troppo forte, troppo dolorosa era la stretta per potersene liberare. Fu forza darsi vinto; accasciato, oppresso dalla fatica, dallo scoramento, girò intorno lo sguardo; fu allora che il suo occhio supplichevole s'incontrò in quello di Valeria dopo aver cercato invano l'amico. – Sciogliete subito quell'uomo! – Stette per gridare la fanciulla, ma mentre l'animo del poveretto sorrise all'incontro di quella bellezza mirabile, essa ebbe come un baleno nella mente; – se io parlo lo uccido! – e tacque; dopo qualche momento vedendo che i due malnati non abbandonavano il loro posto. – Allontanatevi pure, lo custodirò io, tanto e tanto voi guardate la rupe. I due s'allontanarono malcontenti e più soggiogati dal modo col quale aveva pronunciato quelle parole che non dalla persuasione che quella ragazza non si lasciasse sedurre dalle moine del forastiero; epperò non si allontanarono di molto, speravano tutt'al più che le parole di una donna potessero persuaderlo alla grossa taglia. Oreste non fiatava neppure, a che prò parlare? Si rassegnava quasi alla sua sorte; aveva osato sperare un istante, ma gli era parso atto di debolezza; non poteva concepire quella femminile bellezza, fresca e vigorosa, macchiata di cotanta turpitudine da congiurare contro la sua vita; ma il piglio col quale aveva rivolto la parola ai due, e la loro cieca ubbedienza, e le parole stesse, lo avevano interamente disilluso. Essa è la druda di qualcuno di loro, pensava, da poco conquistata, costretta forse e poscia assuefatta alla barbarie di quella gente selvaggia. Eppure non poteva tralasciare di guardarla! ogni qualvolta essa moveva senz'avvedersi le sue trecce nere, ogniqualvolta gli si offriva il profilo del suo volto bellissimo, gli pareva malgrado suo di leggere in quella pienezza di vita una dignità insolita e non ancor doma. Ogni speranza era però perduta per lui, essa non gli aveva ancor rivolta una sillaba, non l'aveva neppur guardato dopo ch'era entrato; bisognava rassegnarsi alla taglia ed era il meno; appartenente a ricca famiglia, il sacrificio non gli sarebbe riuscito tanto amaro, era già molto che lo potesse subire senza conseguenze, ma gli avrebbero risparmiata la vita? e la famiglia non si sarebbe tanto spaventata del caso, da morirne? A questo pensò subito, avrebbe scritto ad un amico suo intimissimo, raccomandandogli il segreto; ma si sarebbe poi saputo su pei giornali, e il compagno di viaggio, il buon tedesco dov'era? non ardiva interrogare nessuno, per di più Valeria era passata nell'altra stanza. Si strascinò carponi due passi, ma le membra erano orribilmente indolenzite e gli rifiutavano il loro ufficio. Quando fosse tornata era però deciso d'interrogarla a qualunque costo. Rientrò infatti Valeria, aveva il viso rosso e gli occhi lucenti come di lagrime. Prima credette d'ingannarsi, poi suppose che qualcuno di quei furfanti l'avesse percossa, oltraggiata e a ciò era indotto dal ricordarsi come di singhiozzi affannosi uditi non lontano. E il padre della fanciulla? Il masnadiero si trovava in una di quelle lotte terribili che non lasciano, per così dire, via d'uscita. Aveva ceduto all'istinto e non sentiva adesso il coraggio di presentarsi alla figlia. Correva su e giù pel sentieruolo che menava alla sua casupola, attraversava que' campi, incolti, ineguali, sassosi, marginati da alti cespugli e da frane più alte ancora, ma non si risolveva mai neppure ad avvicinarsi a quella capanna; finalmente decise di tornarvi a sera. La quiete che sarebbe regnata d'intorno, l'ansia nella figlia di rivederlo, avrebbero forse un po' mutato le sue condizioni, si sarebbe sentito più sicuro di sé; era in lui, proprio lui che aveva dato non il bastone ma il calcio del fucile sulla testa al povero tedesco freddandolo; e comunque si sforzasse d'allontanarne l'immagine, come Machbet si vedeva sempre d'innanzi quell'ombra nera ch'aveva nell'acciecamento visto cader per terra; il volto dello straniero l'aveva appena guardato eppure adesso gli era fisso nella mente, come un chiodo e ne correva col pensiero i lineamenti, ne contava i tremiti, ne misurava il pallore; voleva respingerlo, voleva deriderlo, ma esso tornava più spiccato, chiazzato di sangue, cogli occhi che rotava in preda ad una convulsione spaventosa, e provava uno scoramento quale nella sua bieca vita non aveva mai provato. Egli non sapeva, non poteva neanche supporre che il compagno fosse stato legato e condotto nel suo tugurio: dopo il colpo aveva abbandonato i suoi seguaci, perfino dimenticato il bottino. – Buona ragazza, – osò Oreste, quando vide rientrare la fanciulla, – non vi rincrescerebbe darmi un bicchier d'acqua? muojo dalla sete. Valeria, senza voltarsi, tolse dal muro ove stava appesa ad un chiodo una tazza a manico di latta, la immerse in una secchia, e ripiena fino agli orli d'acqua abbastanza limpida la portò ella stessa alle labbra del povero prigioniero; egli alzò gli occhi azzurri e lucenti sul volto bruno della fanciulla, ed essa per la prima volta guardò intensamente il prigione; era giovane, era bello! Una pietà ardente si rinvigorì nella sua anima, già desta prima dal tono col quale il poveretto aveva chiesto il suo aiuto; sentì battere il cuore, non aveva mai amato nessuno. Oh se quel giovane nutrisse amore per lei, potesse amarlo almeno! ma un moto istintivo la fece voltar indietro; un'ombra scura si era disegnata fuori della capanna, Mandore non si fidava punto di lei, aveva gettato dentro un'occhiata. La fanciulla così sorpresa non poté parlare, e Oreste visto che non aveva risposto nulla si persuase che anche lei era della congiura, però chiese di bel nuovo, scoppiando finalmente l'ira repressa: – Fino a quando mi terrete quì malconcio in questo modo; ammazzatemi piuttosto, cani dell'inferno. – Fino a quando ci piacerà, – rispose Valeria con sgarbo – e non fate il piagnucoloso se non volete buscarvi di peggio. Come! essa così bella, così aggraziata della persona e del viso, parlava in tal modo? Oreste ebbe un nuovo dolore e più forte, quello d'essersi completamente ingannato sul di lei conto, perché aveva sperato fino all'ultimo. Dopo il breve dialogo non vide più infatti la fanciulla; quasi ne era contento eppure sentiva un acre bisogno di rivederla. Solo quando poté supporre dal calore immenso che calava dal tetto bassissimo che poteva essere mezzodì, la vide tornare trafelata, col sudore che rigava le gote infuocate; al solo guardarla provò una forte stretta al cuore; il suo volto era stravolto, volgeva gli occhi verso di lui in un certo modo! in quel sospiro affannoso che sollevava il suo petto coperto malamente da una bianca camicia e compresso invano nelle cinghie del corsetto, c'era o scorgeva una forza generosa che non poteva nascondere, che egli aveva indovinato, che si apriva una via malgrado gli sgarbi e il volere forse! La fanciulla si gettò d'un tratto sul prigioniero tagliò di volo con un coltello le funi; e: – Fuggite, – gli disse, – non perdete un minuto, uscito dalla capanna prendete il bosco a destra, i soldati vengono in vostro ajuto. – Voi? – gridò Oreste stupito, confuso, come pazzo, – voi dunque... – Non una parola, fuggite. – Fuggire io? adesso che tu mi liberi! oh no non è possibile, tu verrai con me, io ti... – Dio mio! cosa volete farne di una povera fanciulla da briganti... – Oh no, io ti devo la vita, vieni con me? – No, – gridava la fanciulla lottando, che Oreste si sforzava trascinarla dalla capanna. Era riuscito a trarla fino sulla soglia, il sole del mezzogiorno come una fiamma, attraversando due filari d'alberi, venne a batter negli occhi al giovane. – Lasciami per pietà, – urla nuovamente Valeria. – Oh questo mai! – e mentre Oreste si trasse istintivamente indietro per ripararsi da quella luce infuocata, e l'altra sporse il capo per accertarsi se veniva qualcuno, una palla colpì Valeria nel mezzo della fronte; non disse che queste parole: – Ahi! t'avrei amato tanto! – Era morta. – Maledetti! – urlò Oreste con quanta voce aveva in petto, annichilito dal dolore, ma non udì che un colpo di pistola e questo grido: – Dio mio! ho ucciso mia figlia. Poi vide un uomo carponi a terra come cercando qualcosa, il quale con un fiotto di sangue esalava la vita. Emilio Penci Fonte: AA.VV., Ricordo d'amicizia. Strenna per l'anno 1882, Bontà, Milano 1882.
- Novella della nuova confessione
Suole la sagia et discreta, ante, mayestra natura in li più alpestri lochi et regiune inpracticabile rari homini de alcuna perspicacia de ingegno et practica produre, li quali per quello precedeno li altri per il che in lor fede sensa altra difficultà tucto il resto de la turba securamente posar se conviene. Né se ritrova frustatoria questa invencione de natura ad alcune persune che sequeno le orme de Minerva et soi spirti liczadri, quando a le volte per transito in simili lochi albergar li succede, per che soglyono più fiate da tal persune de colorato ingegno amorosamente essere in loro propii alberghi racolti, honorati et reveriti, con comunicare etiamdio ad quelli parte de loro accidenti non sensa satisfaccione de le ambe parte. È da comendarese donque la natura inventrice de tanto acto laudabile et aprobato. Accade che essendome io, per quietare alcune differencie intra magnate e nobile persune, in la asperrima e ritrosa Provincia aprutina condocto, et arrivando al loco più hoccurrente de una de le parte nominato Capracocta et ivi alquanto dimorato, per satisfacione de l'altra me parve conveniente conducerme a suo loco nominato il Pesco, per servare la equalità et bene intendere le ragiune de ciaschuno. Et per essere io prima stato accinnato de una nova confexione in quelle bande, de moderno stile et acutissima exquisicione, concertata intra il venerabile priore de San Luca del Pesco e lo condam abbate de Sancto Angelo, deliberai con ogne mia industria pervenire a la ultima intelligencia del facto per potere de quello havere verdatera noticia et cognicione; e ancora con intencione de quella fareme, si possibil fosse, da uno de li propii autori per sua bocca publicandola racontare. Onde arrivato io al Pesco et in casa del medesimo priore, non sensa alcuni mocti et canzone de piacevole note et amorosi accenti per el camino, a la usanza del paese con el dicto priore de conpagnia albergato, poi de molti ragionamenti il transcurso finito, fo del disnare la hora apropinquata; tal che ultimamente per suo ordine in la mensa assentati, il predicto priore ultra modo diligente sollicitando le vivande or qua or là con difficultà haverese et per pochissimo spacio a pena se possea como ad homo sollicito et de molto recapito. E intanto che sero, sua juvenile etate, rubicondo et fresco volto et parlare affabile non solum alcuna jovane de tenera etate o vero de acta et venusta forma, ma qual se voglya altri de anni inveterata, ançi decrepita et de horrendo aspecto, in brevissimo spacio de tucti soi peccati plenariamente exculpata haveria. Finalmente, essendo jà a presso nocte, il magnare accapato e la casa evacuata de genti, comenzai io dextramente con alcuni mocti o ver proverbii soliti usarenose per epsi e suo prenominato conpagno a tentarelo, per haverene io prima de bona parte de epsi veridica informacione consequita, con dimostrareme molto desideroso intenderne tal qual fosse la nova forgia de loro concertata confexione; presupponendole ancora quanto alhora fosse il tempo congruo de narrarela, acteso che la mensa e lecto se suole vulgarmente essere confexione de noi fragili mortali conprobare, inmo tortura che a tale confexione ne induce. Onde che 'l venerabile padre accorto de la occulta voglya mia, la quale non a me celata, ançi non tanto io de intenderela quanto molto più ardentemente desiderava in manifestarela, inmo, per quanto conprender posso, me parve che mal contento o più presto degiuno de tale invencione lui essere stato vorrebe quando che a noticia de molti non esser pervenuta certo stato fosse. Tandem, remoti con honesta licencia alcuni circumstanti dal loco per il medesimo priore, et anche reserrate le porte de casa per non essere in la vulgar gente altramente sua pratica divulgata, comenczò ad aprireme il secreto de la nova confexione nel subsequente modo. – Signor mio, con protestacione parlando de havere, se per non decto, ve fò intendere como in li anni proximi preteriti in questa terra del Pesco non vi era altro sacerdote che io e como, per certo tener se deve, inpertinentemente se pote fare il nostro officio o vero exercicio sensa conpagno, per posseremo purgati de nostre culpe, como è debito, e le messe e li altri divini officii, como tenuti semo, sensa mondicia celebrare e satisfare anche a la plebe. Per il che essendo qui dai presso, in lo castello de Sancto Angelo, per uno miglyo da qua distante, uno mio conpagno magiore et observandissimo, cuius anima requiescat in pace, nominato lo abbate de Sancto Angelo, a mia natura e costumi non poco conforme e del cui non sensa ardentissimi suspiri et amare lacrime rimembrare me posso, deliberai con epso totalmente affratellareme e disponere li facti mei a tal che, unitamente insiemi jonti lo uno socto la ombra de l'altro, con reciprochi suffragii le cose nostre non havesseno ad venire in altra publicacione e a tal che ne scirent laici quod facerent clerici. E cussì, facto el pensieri e quello ad debita execucione mandato, molte e più volte insiemi jonti, a le hore congrue intra noi deputate, ne ritrovaimo a visitare le nostre usitate clientele, le quale appresso qui in uno altro castello, per la absencia de lor conjunti in le parte più calde de la Puglya per propagare loro gregi et armenti, con non poco desiderio ne aspactavano a ciò che, in loco de li absenti, a lloro extremi bisogni subvenir dui essemo, como è de noi altri sacerdoti lo officio, sensa inperò lo uno la jurisdicione de l'altro in alcuna cosa turbare, come in la dolce e vera amicicia observar se convene. E continuando per molto tempo con carità tal practica e la nostra consiencia da la sinderesi stimulata ritrovandose, de doveremo alcuna volta inmondi celebrare propossemo. E acteso molte e più volte lo uno in absencia de l'altro, da lo appetito vinto, in tal visitacione se ritrovava e, per la prenominata distancia da Sancto Angelo al Pesco e fredo e neve per la asperità del paese, parendone greve lo uno l'altro personalmente visitare per confexarmone, el successivo expediente ritrovar ne consultaimo; ché havendo io uno cagnolo in casa longamente allevato, per la continuacione de nostra amicicia, più volte partendose voluntariamente dal Pesco a Sancto Angelo in casa de l'abbate andar soleva dove, como a cosa del caro amico, volentieri veduto ve era et accarizato e de magnare et altri altri cianci, como è solito farese a simili animalecti, provisto. E deliberando uno dì fra gli altri fare del cagnolo experiencia, scripsi io alguni mei peccati in una cartuccia e, quella alligando socto la gola dentro al collaro del cane, gridandolo con strepito de le mano e de pedi fuori de casa cacciar lo facea a tal che se ne andasse, como de li cani è solito, donde acarizati vi sono. E concertato il facto e dato prima lo ordine con lo abbate, che del cane se avedesse dentro al collare recercandolo, quello andato a sua casa subito che sgridato vi era, et per lui recercato, li ritrovava la cartuccia; qual de poi, per lui lecta, la conveniente absolucione con la debita penitencia, tale quale considerare se pote, me rescrivea, realligandola al modo predicto intra il collaro del cane, reposta subiugendove versa vice le più volte parte de soi peccati, de li quali poi, visti e lecti, per me se li ritornava la condegna absolucione. Et cussì per certo spacio de tempo continuata tal practica, succese che 'l cane, non sensa dispiacere e comune lacrime de ciaschuno, se morìo, de modo che fuimo altro recapito ritrovare necessitati. Et presertim da una serra altissima, ove una grande arbore de noce vi era, dal cui molto da lungha se possea la proposta e la resposta gridando con bona voce intendere. E cussì, dato intra noi lo ordine e deputata la hora e tanti e tali dì de la septimana, io me conferea a la noce e lo predicto abbate a certo piano distante da Sancto Angelo ove uno de noi, chi più bisogno de confexarese tenea avante che celebrasse, vi andava et havendo lo aspecto de l'altro, con voce alta et forsata, gridando diceva: "Puro quelli! Puro quelli!", designando claramente la noticia che lo uno de peccati de l'altro havea; e cussì, bene inteso de l'altro, se replicava similmente ad alta voce gridando: "Puro quella penitencia! Puro quella". Et in progresso de alcuni dì, previsti ambi doi, da li circumstanti del paese et transeunti essendo intesi et dubitando in tal modo non essermo, continuando, da le vulgare et ignorante eciam persune intesi, in lingua latina, usando le propie parole del sacerdote, parlar deliberaimo; de modo che venendo lo uno de noi a l'altro al deputato loco, altamente gridando diceva: "Refeci! Refeci!", dimostrando iterum quel medesmo che prima facto havere. Et e converso per il confexore, come a collui che optimamente haverelo inteso dimostrando, se replicava: "Parcat tibi Deus! Parcat tibi Deus!"; usando simili termini per molti e continuati tempi e fin che la invida, inportuna e crudel morte venne a truncare el filo de la Parca de lo infelice abbate, per la cui morte fu seperata tal sancta et inveterata amicicia et practica circa tal nova forgiata confexione obmissa da tanti sacri e sancti padri e teologi quali tam plene et diffusamente de confexione scripto haveno. Or cape tanto errore in mente humana! Tommaso Grammatico (a cura di Francesco Sica) Fonte: T. Grammatico, Opere diverse inedite in rima e prosa, a cura di F. Sica, Edisud, Salerno 1989.
- Raduno dei maestri dell'Alto Molise
In occasione della chiusura dell'anno scolastico, l'instancabile direttore delle scuole elementari del Circolo di Agnone e di quello di S. Pietro Avellana, capomanipolo prof. Vincenzo Vasile, ha - come l'anno scorso - organizzato un raduno dei maestri dell'Alto Molise alle sue dipendenze: meta Monte Campo (m. 1.635 s.m.); luogo di riunione Capracotta, la gentile ed ospitale cittadina alpestre. Alle ore 5:30 del 30 dello scorso giugno anche i maestri provenienti dalle più lontane sedi dei due Circoli sono a Capracotta. Fanno parte della comitiva l'ispettore cav. Felice Frazzini e l'insegnante a riposo cav. Giovanni Paglione. I gitanti - che sono accolti dalle Autorità, dagl'insegnanti locali e dalle organizzazioni dell'O.B. con ogni simpatia e gentilezza, e che gradiscono un rinfresco loro offerto - si recano a rendere omaggio alla lapide che ricorda i gloriosi caduti della Grande Guerra ed al busto innalzato alla memoria del giurista Emanuele Gianturco. L'ascesa a Monte Campo si fa da tutti con ardore giovanile: ma quando si è sulla cima, il cielo non completamente limpido non permette alla vista di spaziare sull'immenso panorama e goderne l'eccezionale incomparabile visione. L'aria fine fa sentire lo stimolo dell'appetito, che viene attutito da una modesta colazione. Il tempo diviene minaccioso ed a malincuore si è costretti riscendere a Capracotta. Quivi i gitanti accompagnati dalle Autorità visitano l'Asilo Infantile e l'edificio scolastico, ammirando la bellezza degli igienici locali, ed i punti panoramici della graziosa cittadina. Il tempo è divenuto cattivo, ed il rancio che doveva essere consumato sul Monte Campo, viene servito nella bella sala dell'albergo Vittoria del sig. Oreste Janiro, e ad esso prendono parte anche le Autorità, la ricevitrice postelegrafica signora Conti-Antenucci, ed il segretario comunale. Al dolce - uno squisito dolce della ben nota ditta agnonese Pasquale fu Nicola Carosella - il direttore prof. Vasile dopo aver letta una nobile ed applaudita lettera di adesione di S. R. il Vescovo Gorgia, saluta i suoi collaboratori e dice dell'utilità di una giornata di svago che accomuna gli educatori della fanciullezza. Il prof. Vasile è vivamente applaudito. Egli poi fra battimani legge i telegrammi spediti agli illustri Provveditore agli Studi comm. Pera e Primo Ispettore della Circoscrizione prof. Flores. Il cav. S. Bonanni con un vibrante applaudito discorso porta il saluto di tutti i gitanti alle Autorità e colleghi della cittadina che li ha ospitati ed alla quale eleva un inno, e ringrazia il prof. Vasile per l'indimenticabile giornata fatta trascorrere ai suoi maestri e rivolge uno speciale saluto al cav. Frazzini ed al cav. Paglione. Parlano, poi, gl'insegnanti Rosa, Nerone, e Vittorio Delli Quadri, e tutti gli oratori sono applauditi. Prende, quindi, la parola l'egregio Podestà di Capracotta dottor Santilli che a nome suo e della cittadinanza porta ai gitanti il saluto cordiale, e con nobili parole esalta la figura dell'educatore, che prepara sui banchi della scuola le più belle battaglie per la gloria della Patria, nonché quella dell'ottimo direttore Vasile, funzionario colto e solerte. Ringrazia gli oratori precedenti per le lusinghiere parole rivolte al suo paese ed agli uomini che l'hanno onorato, ed eleva un inno ad Agnone, che con giusta ragione si appella «Atene del nostro Sannio». Segue il Segretario Politico dott. Castiglione, che dà il saluto delle Camicie Nere di Capracotta e delle Organizzazioni civili, chiudendo il suo dire con un nobilissimo invito ad un cordiale trattamento offerto dalle Autorità e che ha brillantemente chiusa la giornata, al grido di Viva il Re, viva il Duce. Alle ore 20 i maestri contenti come una Pasqua fecero ritorno alle proprie sedi. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Raduno dei maestri dell'Alto Molise, in «Eco del Sannio», XLIII:7, Agnone, 28 luglio 1936.
- Dialogo sulle lettere e sugli alfabeti
Personaggi: il Gioioso Lettore il Maniaco GL: Carissimo, ti auguro il buon giorno. M: Un buon giorno anche a te, carissimo, cos'è che ti porta qui quest'oggi? GL: Sarò sincero, più volte ho pensato di venire a trovarti negli ultimi mesi, problemi di lavoro mi allontanarono da questo luogo, ebbi da fare alquanto, tuttavia mi sono ripromesso di non andare in vacanza prima di incontrarti... M: Vacanza? Ma come, ancora quest'abitudine delle vacanze, ancora rotoli di corpi e ciccia distesi sotto il sole come fettine di carne, lì ad arrostire senza riposo per ore e ore, addirittura per settimane?!? Non pposso credere che nel vostro paese questa nefanda abitudine continui a protrarsi a guisa di una peste nera... eppure l'ultima legge sulle pensioni darebbe quasi da pensare che il vostro sia un paese di condannati al lavoro... che ci sia ancora qualcuno costretto ad andare in vacanza per far fede al motto che l'eccezione conferma la regola? GL: Caro mio, non vorrei risultarti petulante, ma molti di noi osano andare in vacanza proprio per pareggiare il conto con tutti i giorni di lavoro che hanno accumulato durante il loro ultimo anno, non esageriamo, basta fare come quei soldati che ne uccidevano dieci per pareggiarne uno! Anche quest'anno non partirò per le Mauritius, quest'anno siamo da mia suocera a Capracotta; ma non importa, prima di partire voglio dirti cosa penso di un libro che ho letto, "La mania per l'alfabeto", di Marco Candida, mi andrebbe di suggerirtene la lettura, se mi è permesso. M: Il nome non mi è nuovo, dovrei conoscerlo? GL: Ti rispolvero un po' la memoria, qualche tempo fa, per essere più preciso il 19 dicembre del 2005, il mio amico Giorgio Tesen lo aveva eletto personaggio dell'anno di Time, proprio lui, Marco Candida. Chi conosce Giorgio sa che egli è parco di giudizi, il che significa che eleggere come personaggio dell'anno Marco significava la sua stima e l'apprezzamento per la sua scrittura, prima ancora che ciò si traducesse nella fattura di un romanzo... M: Stringi, ti prego, ho una certa fretta... GL: Va bene, va bene. Allora, Proprio qualche mese fa il nostro Marco ha esordito con il suo primo romanzo, lo ha pubblicato con Sironi. M: Ah, quelli di Perceber... GL: Non divagare, ebbene, questo libro tu devi leggerlo, e per più di un motivo. M: Dimmene uno. GL: Il primo di tutti è che in questo libro sono contenuti quasi tutti i pensieri e quasi tutti i discorsi circa la letteratura, lo scrivere in bello stile e la scrittura in genere che io e te andiamo menando da quasi un decennio, come dire, un vademecum di ciò che ci siamo detti senza trovare un'applicazione a tanto discorrere... nevvero, quando siamo insieme riusciamo ad essere proprio pigri. M: Vuoi forse dire che Marco la pensa come noi? GL: Non proprio. Voglio dire che la sensazione che ho provato leggendo questo romanzo - ahimé, la parola è riduttiva - è stata la stessa che ho provato in tutti questi anni, accumulando i miei pensieri sulla scrittura. Marco Candida è riuscito a mettere ordine in una materia che fugge via dall'ordine per definizione, ovvero sia l'ispirazione. M: Un romantico, dunque. GL: A suo modo sì. C'è tanto romanticismo in questo romanzo. La prima parte del romanzo, quella che Marco dedica al rapporto con Savemi, è piena di romanticismo. C'è lui che cerca di sostenere lei in tutti i modi possibili, anche quando il suo modo di fare e pensare viene confuso con la pazzia, Michele (è nientemeno che il nome del protagonista), cerca di svolgere per Savemi il compito della lampada a olio accesa sulla falsità e sull'ipocrisia del mondo, un compito arduo, da Diogene, dovresti saperne qualcosa... M: Certo. Non venire a dirmi nulla di ciò... Dunque il solito romanzo post-adolescenziale dell'autore che ha vissuto nel suo bozzolo anni e anni prima di venire al mondo? GL: Non credo proprio. Marco Candida è solito organizzare diversi incontri culturali, è mia convizione che il suo tempo a disposizione per tali cose sia diminuito di gran lunga dopo la pubblicazione di questo suo libro, anche se credo con fermezza che Marco sia agitato da un fuoco, è difficile immaginarselo fermo, pensa che se vai sul suo nuovo blog lo troverai addirittura con la chitarra al collo mentre canta Celentano, se non è avanguardia questa! M: Parli di questo autore come se il tuo interesse per l'individuo sia presso di te più importante dell'interesse nei confronti dell'opera, non credi di peccare? GL: Caro Maniaco. Con te sono onesto, è il mio peccato. M: Ti ricordo che sono un Maniaco, quando sei nei miei paraggi devi stare sempre all'erta, sbrigati, vado di fretta, non ho tempo per i romanzi d'amore... GL: Va bene, va bene, se non mi sbrigo non vorrei tramandarti un'immagine pessima di questo libro, ebbene, "La mania per l'alfabeto" non si esaurisce certo nelle prime cento pagine, continua, continua e continua, altro che amore, il tuo Gioioso Lettore si è trovato in mezzo ad una fabbrica di asfalto, di quello che si stende nelle strade, in questa fabbrica ne succedono di tutti i colori, in realtà il nostro protagonista, Michele, si trova alle prese con uno zoo variegato di dipendenti niente male. M: Ma allora, ti è piaciuto o no questo libro? GL: Con te voglio essere onesto, se non fossi un ottimo lettore difficilmente sarei riuscito ad appassionarmi a questa storia, che in diversi punti richiede di essere lettori forti, tale è la crudezza e l'urgenza di alcuni tra i temi trattati, ad essere sincero era molto tempo che avevo bisogno di leggere un libro simile, intendo dire, qualcosa di così inquietante da riuscire a mettere in discussione la mia stessa idea di scrittura, l'ipotesi di mettersi lì con un computer, un foglio di carta, una penna, e scrivere una storia. Sarà, credo che questo sia il miglior complimento che io sia in grado di rivolgere a Marco Candida, "La mania per l'alfabeto" è uno di quei libri che ti fanno pensare due volte prima di metterti nuovamente a scrivere, è un libro che ti cambia la prospettiva. Certo, siamo ancora lontani da capolavori come "Canti del caos" di Antonio Moresco, cioè i libri che ti fanno smettere di scrivere, però è vero che siamo sulla buona strada, attendiamo con piacere il prossimo parto di Marco, l'uomo dell'anno di Time. Giorgio Tesen Fonte: http://www.cabaretbisanzio.tk/, 23 luglio 2007.
- Un accidente ferroviario
Ebbe a verificarsi sulla nostra ferrovia Agnone-Pescolanciano la sera del 30 Marzo. L'automotrice n.° 11 del treno n.° 6, che parte da Pescolanciano alle ore 19:30 e giunge in Agnone alle ore 21:38, nei pressi della stazione Capracotta-Vastogirardi (Tre Termini) deragliava e andando a dar di cozzo contro una delle colonne di ferro che reggono le mensole della linea elettrica, l'abbatteva d'un colpo, restandone gravemente danneggiata. Questa la notizia di cronaca nuda e cruda, che dolorosamente registriamo, ma che merita anche d'essere riferita con qualche particolare di cui siamo più o meno a conoscenza. Diciamo subito che per buona fortuna il treno non portava altri passeggieri all'infuori del manovratore, del capo treno e del sig. Lorenzo Marcovecchio anch'egli impiegato o assimilato della S.F.A.P. Pare che mentre l'automotrice, venendo da Pietrabbondante, era in marcia sul rettilineo che precede la vasta curva dei Tre Termini, prima del fabbricato della stazione Capracotta-Vastogirardi, il manovratore vedesse o avesse avuta l'impressione di vedere una faina, che trovandosi lungo il binario o ad attraversarlo, abbagliata dalla luce dei riflettori della vettura, era andata a finire fra le ruote di essa. Il manovratore allora o per curiosità o per guadagnare la cacciagione imprevista, si prese la licenza di fermare la vettura, donde scese insieme col capo treno. Senonché mentre ricercavano la faina, l'automotrice - forse per protesta della fermata che non le toccava - da sé sola riprendeva la marcia e acquistando sempre più velocità fino a raggiungerla vertiginosa, deragliava alla curva dei Tre Termini e andava a rovinarsi - come abbiamo detto - contro una colonna di ferro che restò per l'urto svelta ed abbattuta. Quale fu la sorte del Marcovecchio? V'è chi dice che anch'egli fosse sceso dalla vettura, altri dice di no, e che accortosi del pericolo che correva, non sapendo a che santo votarsi, inesperto di qualunque manovra, per l'uso dei freni, si affidasse ai suoi forti muscoli, afferrandosi fra i sedili e forse soffrendo (per quanto assai coraggioso e più volte provato nei rischi) l'immediata conseguenza della nera visione del pericolo. Se fu così, egli è davvero in debito con qualche divinità che lo ha miracolosamente scampato, poiché in nessun modo, per l'urto violento subito dalla vettura e confermato dai danni da essa riportati, egli poteva uscirne incolume. In seguito all'accidente, il manovratore e il capo treno sono stati senz'altro sospesi dal servizio. E non sappiamo di più; né se vi sia stata o vi sarà una inchiesta che assodi le vere responsabilità. E non sappiamo altro né di preciso, né di certo pel fatto che domina sempre l'abitudine che ogni cosa proceda il più che sia possibile alla muta e che il pubblico, l'agnonese si capisce, pur rappresentando la massa degli azionisti della Società Ferroviaria, debba sempre ignorare. E giacché è così, col solito spirito spassionato e d'imparzialità, ci è lecito di fare qualche considerazione, almeno sul recente accaduto. A parte la ragione frivola ed estranea a qualunque giustificabile motivo che indusse il manovratore a lasciare la vettura, egli non era matto di scendere mentre essa era in moto. Se quindi la fermò, facendo uso del freno a catena o di quello ad aria compressa, e la pendenza del binario presso i Tre Termini non è molto forte, e non è ammissibile che l'automotrice slittasse, e come suol dirsi prendesse di liscia, senza spinta iniziale, come mai intraprese la corsa spontaneamente? Furono messi male i freni, o non funzionarono bene, sfrenando subito dopo le ruote? E se è così, e materiale e meccanismi son difettosi, che garanzia v'è per la pelle dei viaggiatori? E i danni, che si dicono abbastanza gravi, sofferti dalla vettura chi li paga? E fortuna anche per la Società per la Ferrovia che nel treno non v'erano viaggiatori! Noi deploriamo l'accaduto, e assolutamente senza alcuna intenzione di aggravare le responsabilità di chicchesia, ne prendiamo occasione soltanto per rilevare che va perduta tutta l'opera buona, attiva, coscienziosa e degna d'ogni lode del Direttore Ing. Mastrostefano, e qualunque economia e studio di maggior lucro su servizi di piccoli trasporti è vana risorsa per le condizioni economiche della S.F.A.P., quando a molti inconvenienti e vari eventi ferroviari, vengano aggiunti anche degli accidenti! Donatantonio Porfilio Fonte: D. Porfilio, Un accidente ferroviario, in «Eco del Sannio», XXIV:4, Agnone, 30 aprile 1917.
- Lite tra cugini col morto
La storia criminale che mi accingo a raccontarvi, seppur vecchia oltre un secolo, mi spinge a non rivelare i cognomi delle persone coinvolte, per non urtare la sensibilità di nipoti e pronipoti e per assicurare uno straccio di diritto all'oblio a imputati, colpevoli e condannati. Siamo a Capracotta ed è la sera del 16 settembre 1902. Marco e Sebastiano sono cugini carnali ma tra di loro i rancori personali sovrastano ogni altro sentimento. A causa di questi odî, i due giovani cominciano una furiosa lite «in una bettola di Capracotta» ma, per fortuna, accorrono diverse persone per sedare la contesa. Usciti dal locale, i cugini si affrontano nuovamente finché uno dei due stramazza al suolo con la carotide recisa: ad avere la peggio è Sebastiano, che «dopo qualche ora cessava di vivere». Marco va immediatamente a costituirsi presso la Pretura di Capracotta e, poco dopo, un certo Giovanni fa la medesima cosa presso la caserma dei carabinieri al Rione Grilli. A quanto pare, infatti, questo Giovanni aveva «trattenuto per le spalle» Sebastiano, mentre Marco gli vibrava una coltellata alla gola. In caso di previsioni di reato così gravi - che superano cioè i tre anni di reclusione - la Pretura mandamentale di Capracotta non può far altro che raccogliere le deposizioni e spedire gli atti al Tribunale circondariale, ovvero la Corte d'Assise d'Isernia, dove avverrà effettivamente il dibattimento e il regolare processo. Dopo soli 14 mesi, tra il 18 e il 20 novembre 1903, la Corte si riunisce per acclarare i fatti e giungere a un verdetto di primo grado. Marco, accusato di omicidio volontario, è difeso dall'avv. Vittorino Cannavina (1861-1926), stimato giurista campobassano che dal 1906 al 1913 siederà pure in Parlamento. Giovanni, accusato di concorso in omicidio volontario, è difeso dagli avv. Giovanni Maria Cancellario e Alessandro Marracino (1867-1941), anch'egli futuro deputato del Regno d'Italia. Come suol dirsi, la difesa è di ferro, affidata a uomini di legge ben visti dalla Corte e dalla popolazione, tre campioni del foro molisano. Per parte civile si costituisce Vincenza, vedova di Sebastiano, assistita dall'avv. Nereo Pettine, attivissimo democratico nell'Isernia di inizio '900, un uomo certamente meno dotato dei suoi illustri colleghi. La strategia difensiva di Marco è ben precisa: non viene negato l'omicidio ma si afferma che questo è avvenuto per legittima difesa, in quanto l'accusato «vide che suo cugino dopo di avere ferito sua moglie si era rivolto contro di lui in atto minaccioso». La strategia difensiva di Giovanni è invece più ambigua perché da un lato sostiene che «egli non era neppure presente quando fu consumanto l'omicidio, perché avendo visto che dalle parole si veniva a vie di fatto, credette prudente allontanarsi», dall'altro il suo avv. Cancellario dichiara che, «ovemai venisse affermata la responsabilità [...], devesi parlare di concorso e non mai di cooperazione immediata nell'omicidio». Marco, dunque, ammette di aver ucciso il cugino Sebastiano perché questi aveva minacciato sua moglie; Giovanni, invece, in un primo momento sostiene di non esser stato nemmeno presente al momento della coltellata e poi cerca di parare i colpi dei testimoni sperando in un verdetto più mite. La domanda che sorge spontanea è la seguente: se egli non era presente, come mai decise di costituirsi ai carabinieri di Capracotta? Nonostante molti testimoni sostengano che il fu Sebastiano «sparlava continuamente della moglie di Marco», il verdetto arriva in poche ore ed è «completamente affermativo per entrambi gli imputati a cui sono concesse le sole attenuanti», probabilmente per la solerzia con la quale si sono costituiti alla giustizia. Fatto sta che Marco è condannato a 15 anni di reclusione, Giovanni a 10, ed entrambi sono obbligati a pagare le spese processuali per un totale di £ 3.000, circa 12.500 euro attuali, una cifra considerevole che si aggiunge a quella sborsata per ingaggiare i tre insigni avvocati difensori. Oggi, per giungere a una sentenza di primo grado in un processo penale, occorrono circa due anni, tanto che la Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha già comminato all'Italia ben 276 condanne, proprio a causa della lentezza dei processi e del conseguente danno che provoca ai cittadini. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. Amicone, Echi molisani, in «Eco del Sannio», IX:17, Agnone, 25 settembre 1902; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Roland, Corte di Assise, in «Pensiero Novo», I:5, Isernia, 22 novembre 1903.
- La notte di San Silvestro
In alcuni luoghi della mia Terra si usa mattinar l'anno nuovo. La modernità con il suo spirito dissolvitore cerca di far scomparire la bella usanza che permane anche in alcuni paesi della Capitanata. È senza dubbio un avanzo della cerimonia solenne che i Romani compivano il primo giorno dell'anno, per propiziarsi gli dei dai quali aspettavano la promessa d'un ricco raccolto. Così da noi, quando l'anno agonizza, non si rimpiange o maledice il passato, né si guarda timorosi il futuro, ma si gira di soglia in soglia per la maitenata (mattinata). Le caratteristiche manifestazioni popolari della notte di S. Silvestro sono un tipico riflesso di consuetudini domestiche e la nostra gente, da Riccia a Capracotta, ne sente la significativa poesia. I cantori, che ànno un po' del poeta - perché musica e poesia sono sempre per il popolo due cose belle in una -, fin dalle prime ore pomeridiane del 31 Dicembre se ne vanno di casa in casa. Lì, dinanzi agli usci, oppure nei cortili, accompagnandosi alla voce affannata d'un organetto o al suono rauco e uniforme dei bufi, scitavajasse, tricabballà, a cui si accoppiano altri strumenti, snocciolano giù alla brava e con una certa enfasi un recitativo di frasi augurali. Per ognuno, dal capo della famiglia fino alla domestica, c'è l'omaggio di versetti improvvisati dal corifeo. A volte l'augurio, per l'arguzia nativa di qualche motteggiatore, si cambia in improperio salace e frizzante. Sostenuto da note semplici la melopea si scioglie: Quante me pare bella questa casa, pare che so' 'rrevate 'mparavise; so' mo 'rrevate e tutte ve salute, cumme salute l'Angel'a Maria: bon capedanne a tutt'a Signuria. L'augurio più altisonante è riservato a un ricco proprietario: Mo so' 'rrevate a stu palazze sante, sante da u cornecione a u pedamente; palazze d'oro e de cannune armate; i femmene dajentre sonne fate, l'òmmene sonne principe e barune, e bone capedanne a lor Signuri. Se vi abita un prete, gli si rivolge il seguente saluto: Bonnì, bon anne, sante saciardote, che quella bella messa celebrate, pe refrescà quill'àneme devote, che stanne dint' 'u foco abbandunate. Pe vuj da u cele scenne Gesù Criste pe spenzà i grazie seje a bone e a triste. Vuj ve ne stete sempe vigilante, quanne ve chiamene i campane sante; currete a chiesia cu piacere e rise, cumme s'isseve dint'u Paravise; currete a chiesia capecote l'anne, ve lasse lu bonnì de capedanne. Se la famiglia veglia raccolta intorno al focolare, gli usci si schiudono con la cordialità di chi abbraccia un amico. La luce che balza dalla porta spalancata incide sullo sfondo della strada, immersa nell'ombra densa, il pittoresco gruppo dei canterini. Mentre il canto si va spiegando, attorno ai cantori, si fa sempre più numeroso l'uditorio e c'è per tutti un po' di musica e di festa. Quello che porta la fisarmonica, data un'eloquente strizzatina d'occhio ai compagnoni, cambia improvvisamente ritmo, mentre uno dei colleghi attacca: Eccuci all'anne novo. A u principio d'anne dacci l'afferta, l'afferta d'u core che è afferta d'amore. A Capracotta si canta invece così: Buon'inne e buon'anne è menute Capedanne; è menute l'anne nuove; Die te guoàrda vacche e vuove. 'Ncicce e 'ncicce damme nu poche de salciccia; nen me ne dà tanta poche ca ze struie pe ru foche, ma na cose iustamente Sant'Antuone ze cuntenta; ca se la casa perze à l'use, l'anne che vè pozza sta chiusa. Allora qualcuno della casa ove si è cantato, ubbidiente alla perorazione, si avvicina con il volto sorridente verso i rapsodi e offre loro un bicchiere di vino, di quello buono, e i rituali sciusci (frutta secche e fritture), ghiottoneria di occasione. Scambiati gioiosamente gli auguri, i musici se ne vanno per fermarsi a un'altra porta. Nelle case visitate così dalla Poesia c'è come un nuovo sorriso e una luce più serena. Le case, le vie scoscese dei borghi, quelle remote e buie delle campagne e dei boschi risuonano di musiche. I buoni rapsodi cantano felici per annunziare a quest'umanità che soffre e spera l'aurora dell'anno nuovo. A Campobasso, a mezzanotte, la campana di S. Giorgio dà i rintocchi d'uso; si recitano le preghiere propiziatrici, mentre sul focolare si leva il voto augurale. In certi paesi molisani si dà il bacio della concordia e, a quel suono, si ricompie l'antico rito di amore e di pace, come promessa di vita per il nuovo anno. Vino buono e vecchio si mesce nelle case rurali, mentre, con un uso non nostro, nelle famiglie borghesi, si alza la coppa dello champagne. Intanto i canterini, dopo aver girato l'intero paese, verso l'aurora si recano in vista del camposanto, per mattinar l'anno nuovo ai poveri morti: Sta maitenata a faceme ai morte, lloche eme da minì, ce aveme torte. A mattino inoltrato di Capodanno, sonando i medesimi strumenti, i cantori ritornano innanzi alle modeste casette per ricevere una generosa mancia in natura o in denaro, per l'omaggio recato ai padroni e alle loro famiglie. La tradizione non permette di rifiutare i doni, mentre il ritornello nella tipica cadenza si ripete tra la più esuberante giovialità. Salvatore Moffa Fonte: S. Moffa, La notte di S. Silvestro, in «Molise Nuovo», XVI:1-2, Napoli, gennaio-giugno 1938.
- L'asilo infantile di Capracotta
La Casa della Madonna, il palazzo costruito dalla famiglia Baccari nel XVII secolo e sito in via S. Maria delle Grazie (la strada prende il nome dall'antica cappella interna al palazzo) è a tutti noto per aver svolto dalla fine dell'800 le funzioni di asilo infantile. Questa struttura fu fortemente voluta dalla benemerita Congregazione di Carità di Capracotta, la confraternita più attiva e dinamica in termini di opere pie, e che, con delibera del 26 novembre 1876, su proposta dell'ex ispettore scolastico Filippo Falconi, ne approvò la fondazione, assegnandogli una rendita di £ 2.600 annue provenienti dalla tenuta Bosco da Capo, che la Congrega possedeva in agro di Minervino Murge, con la sola condizione che detta rendita dovesse innanzitutto servire alla costruzione e ristrutturazione del fabbricato, e poi restare come prima dotazione dell'istituto. Esattamente un anno dopo, la Congregazione di Carità ne stabilì lo statuto e, con real decreto del 14 marzo 1878, l'asilo venne finalmente eretto in ente morale: era allora fra i tre primi asili della provincia di Campobasso. I lavori di costruzione cominciarono nel 1876 su progetto del geometra Fantozzi - modificato dagli ing. Fagnani e Giancola - per una spesa complessiva di £ 39.000 (oltre € 150.000 attuali) e furono completati diciassette anni dopo, col valore del palazzo che giunse alla considerevole cifra di £ 150.000 (quasi € 600.000). Il nuovo fabbricato prevedeva vani sotterranei per il deposito di combustibile e caldaia, una grande sala capace di contenere 160 bambini, una sala adibita a scuola di ricamo e "lavori donneschi", una sala di ricevimento, una cucina, un refettorio, tre stanze da letto per il personale, un oratorio, «cessi inodori, acqua interna, cortili, orto, riscaldamento a termosifone». In base a quanto scritto su un documento storico fornito dalla Religiosa Provincia di Acuto, il senatore Nicola Falconi (1834-1916) - celibe e senza figli - fu il più generoso, perché provvide a tutto l'arredamento interno, pretendendo soltanto che l'istituto aprisse al pubblico domenica 3 giugno 1894, sotto la direzione dell'arciprete Filippo Falconi, affidando l'esecuzione didattica a tre suore preziosine, ovvero appartententi all'istituto romano delle Adoratrici del Sangue di Cristo, «le quali per diligenza, moralità ed attitudine hanno fatto sempre ottima prova, considerando la loro missione come apostolato di abnegazione e di sacrificio». All'apertura dei cancelli, furono circa 80 i bambini iscritti a frequentare l'asilo. Così come oggi, nella struttura veniva somministrata una modesta refezione quotidiana - dietro una retta di 6 lire mensili - e i poveri godevano della refezione gratuita. Infine, agli inizi del '900, si aggiunse una quarta suora per dare alle ragazze del paese l'opportunità di imparare quei lavori tipicamente femminili come il ricamo. Quando la Congrega vendette la tenuta pugliese di Bosco da Capo per £ 54.100, l'asilo fu costretto a procacciarsi nuovi capitali e ad aumentare il proprio patrimonio nel seguente modo: nel 1894 col lascito di padre Giuliano D'Andrea per £ 3.191; nel 1902 col capitale assegnato sul fondo del brigantaggio per £ 5.400; nel 1913 coi proventi della tombola nazionale per £ 10.250; nel 1923 con l'assegno di una rendita di £ 50 della Banca di Capracotta (su capitale di £ 1.000); nel 1932 con la rendita di £ 500 di Diodato Mosca (su capitale di £ 10.000); nel 1933 con la rendita di £ 1.000 di Leonardo Falconi (su capitale di £ 20.000); con sussidi ministeriali ed altre piccole private oblazioni. Nel 2009 questo palazzo è stato dichiarato «di interesse importante» dalla Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Molise. Non è più un asilo infantile ma ospita la residenza per anziani S. Maria di Loreto. Provo sentimenti contrastanti nel pensare che molte delle persone che oggi vivono al suo interno, abbiano un tempo sgambettato felici e spensierate per quei corridoi. Alcuni dei nostri vecchi hanno insomma trascorso l'infanzia sotto il nome della Madonna delle Grazie e concluderanno la propria esistenza sotto quello della Madonna di Loreto. Nel medesimo palazzo, il più bello di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Carugno, Asylum Dossier: centenario 3 giugno 1894-1994, Litterio, Agnone 1994; A. Cicchetti e A. Perrella, I fenomeni sociali e socio-sanitari in Molise. Rapporto 2010, Angeli, Milano 2010; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
























