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  • Il territorio di Capracotta: attraverso il secolo XIX

    Degli eventi del secolo XIX non difettano documenti e giudizii di ogni sorta. Molti son vivi nella memoda di noi sopravvissuti nel secolo XX, onde mi soffermerò a quelli più attinenti allo scopo di questo scritto. Con l'entrata di Giuseppe Bonaparte al governo di Napoli (febbraio 1806) fu proclamata l'abolizione della feudalità con la Legge del 2 Agosto. Rispose questa Legge ai bisogni ed alle aspirazioni del popolo? Ebbene, oso affermare che no. Che cosa infatti turbava le popolazioni? Era l'ordinamento feudale, giunto a tale eccesso da far considerare il Barone come padrone di tutto e dominatore di tutti nei singoli luoghi a lui soggetti: la massa dei sudditi quali usufruttuari parziali di quanto a lui universalmente appartenesse. Ogni adito alle iniziative individuali o delle Comunità ostinatamente precluso. Mi par ovvio, dunque, che sarebbe stato semplicissimo troncare questo intollerabile ordinamento, con la completa sua inversione, attribuendo cioè innanzi tutto alle Comunità la padronanza patrimoniale, dei Demani feudali nel rispettivo territorio, ed assegnando al Barone tanta parte dei frutti e dei provventi dei beni sottratti alla sua disponibilità da restarne in grado di vivere con la famiglia in perpetuo più che decorosamente, oltre al lasciargli liberi i beni privati o burgensatici. In quella Legge invece prevalse il soffio della deprecata supremazia baronale. Fu lasciato al feudatario il prestigio fumoso della nobilità (art. 13) che ne sovrapponeva la personalità a quella dei singoli, quasi ancora suoi spregevoli umili soggetti; poi, quel che più monta, lo lasciava proprietario di somma parte dei territorii e dei beni immobiliari d'ogni specie (articoli 9-12-13-15). L'esecuzione di quella Legge, levata a salvar capra e cavoli, divenne una fonte copiosissima di nuove pene e di contese in cui dovettero ingolfarsi i nostri Comuni e Comunelli, e un vasto campo di pappatoria aperto a quanti avrebbero dovuto provvedere a derimerle. Commissioni accozzate, Archivi rovistati, Processi riesumati, Commissari, Periti, Agenti, Agrimensori su e giù. Poi Prefetti, Consigli e Giunte provinciali in faccende per discutere e per impedire ai Comuni di fare un passo senza superiore intervenfo, contrasti di quotizzazioni, di vincoli, di scioglimento di promiscuità, procedimenti contro i 1avoratori che prendevano l'accetta o l'aratro ecco in pochi tratti il disastro sopravvenuto e che gravò su di noi meridionali per oltre il secolo che ne seguì. Non senza ragione restò celebre fra i giuristi il motto "L'Idra feudale ancor morde". Esemplare fu il caso di Capracotta. Nel suo territorio il Duca aveva dominio su 6.800 tomoli di are 33 e dispari ciascuno; la Badia di Montecassino su 1.800: il Monastero dei Celestini di Agnone su circa 1.000; dimodoché dei 13.500 che lo componevano solo 5.000 eran considerati Demanio del Comune. La proprietà privata era affatto insignificante, anzi nulla, or quando, più di un anno dopo alla promulgazione di quella Legge, ne fu affidata l'esecuzione alla Commissione delle Gravezze (o Commissione feudale, 11 Nov. 1807) quella Commissione (che in verità ebbe ad esplicare una incredibile attività di fronte ad una congerie immensa di volumi processuali su contese agitatesi da tempi remoti e senza risultati fra popolazioni e feudatarii) quella Commissione dico pronunziò due sentenze relative a Capracotta in date 10 Aprile e 26 Luglio 1810 con le quali, non soltanto attribuì al Duca 6.300 tomoli, ma di questi nientemeno ne dichiarò 4.400 proprietà assoluta, qualificando feudi separati Macchia ed Ospedaletto cioè feudi esenti da usi civici! Primo ad imbattersi nella falla aperta da queste sentenze ne fu l'esecutore Biase Zurlo, eminente nostro comprovinciale. Egli cercò di rimediarvi, esponendo nella sua Ordinaza 19 Dicembre 1811 la necessità di derogare al rigido dispositivo su quei feudi separati mettendo innanzi il bisogno di molta quantità di combustibile pel rigido clima di Capracotta, e stabilì competere alla popolazione la comunanza del legname boschivo fra popolo e feudatario anche sui feudi separati. Ne dovette compensare però la casa ducale, assegnandole altri 337 tomoli di terre coltivate in contrada Paduli, contigui a Monteforte che l'Università vantava qual Demanio Comunale. La Commissione nelle su citate Sentenze, mentre aveva definite come feudali separate le nostre contrade di Macchia ed Ospedaletto aveva qualificato come demani feudali (cioè con pieni usi civici) le altre due di Monteforte e di Macchioli. Quest'ultima denominazione mai incontrata per lo innanzi, apportò una certa confusione, ma in sostanza comprendeva le tre contrade di Cannavina, Cannavinello e Guastra. Ma Zurlo diradò la confusione stessa attribuendo al Comune la demanialità di Cannavina (tomoli 285), e del più basso lembo di Guastra, detto Difesa dei Bovi (tomoli 108), giustificando questo assegno quale compenso degli usi civici di pascolo sui precedenti due feudi separati, sottratti al Comune. Sparvero gli antichi attributi di Capracoctæ feudum, Capracoctæ Castrum e restarono definite da Zurlo come demaniali comunali le contrade più immediate al paese (Guardata e Stocco, Cese, Santacroce, Pietralearda, Sottolaterra, ossia gli interi avvallamenti orientali ed occidentali, dell'abitato cui si aggiunsero Vallesorda, Cannavina e Difesa delle Guastra 6.600 tomoli) con altra ordinanza del susseguente giorno 20 Dicembre 1821. In questa però, prenotando che la somma parte dei surriferiti territori si presentava poco atta alla coltivazione ed alla quotizzazione, ma nondimeno in molte parti s'era ficcata la zappa e l'aratro, affidò al perito Giovanni Paolantonio il modo di regolare questo stato di fatto. Il perito trovò che queste terre, coltivate ed occupate da 172 contadini avevano una estensione complessiva di 215 tomoli, che gli occupatori chiedevano di tenerle definitivamente come proprie. Furono accontentati e perciò il 18 Agosto venne approvato un Ruolo coi loro nomi e i canoni per le singole terre ripartite in tre classi, la prima col canone di £. 2,20, la seconda di 1,76, la terza di £. 1,32. La somma parte dei contadini aveva prescelte le terre dei demani feudali per la coltivazione. Avvenne poi che, morta la Duchessa (1825?), parecchie questioni sorsero sulla eredità, ma i creditori suoi e degli eredi ne fecero espropriare i beni. Già nel 1816 era stato venduto l'Ospedaletto a Gaudenzio Scocchera. Gli altri di Capracotta, messi all'asta nel 1854, rimasero aggiudicati a un illustre giureconsulto capracottese, Stanislao Falconi per 18.000 ducati (76.500 lire). Nella ripartizione del prezzo molti creditori ne rimasero fuori, tra cui la nostra Congregazione di carità pel capitale di 700 ducati. Ma perdurarono le contestazioni, principalmente per la misura dei terraggi che pretendevansi esigere dai Coltivatori diventati numerosissimi. Alle proteste di costoro nel 1860 seguì giudizio chiuso con la loro condanna (Sentenza della Cassazione 10 Luglio 1862) alla contribuzione di mezzo tomolo di grano (litri 28) per ogni tomolo di terra di vecchia colonia, e di un tomolo per le altre di recente coltivazione. In seguito alla legge 8 Giugno 1873 fu chiesta loro dal Falconi la commutazione dei terraggi di vecchia colonia con citazione per pubblici proclami, e nel 1884 con istrumenti collettivi pei Notai Di Ciò e Di Rienzo fu confermata la corrisposta di £. 4,25 in sostituzione dei litri 28 di grano, e questo canone affrancabile al cinque per cento. Contemporanea sorse l'altra della ripartizione dei boschi che Zurlo aveva lasciati promiscui, contestazione che dal 1861 al 1904 ebbe svariati e clamorosi dibattiti in sedi amministrative e giudiziarie che sarebbe lungo enumerare, ma che si chiuse con l'accoglimento dei voti della cittadinanza nostra, cioè con la conservazione dello stato promiscuo, accoglimento che apparve quale un vero trionfo tanto che ne fu eretto un monumento dedicato ad Emanuele Gianturco, patrocinatore della causa dei capracottesi. Pure concomitante si svolse un'altra contesa che si era andata agitando fin dal 1827 fra i coltivatori dei terreni nel piccolo feudo o terzo di Santacroce (stendentesi verso oriente fino a quella Difesa dei Bovi nelle Guastra data da Zurlo a Capracotta) avverso a quegli emigrati capracottesi a Deliceto Sig.ri Di Majo per terraggi da costoro pretesi e pel rifiuto che i primi opponevano. Ma la tesi di rivendica, celata col rifiuto dei capracottesi, era troppo ardita per essere accolta dall'autorità giudiziaria, la quale nel 1836 li aveva condannati. La condanna però, rimasta sospesa fino al 1888 per appelli interposti, fu confermata da sentenza della Cassazione nel Maggio 1897, ed allora l'Ente Comune addivenne a transazione coi superstiti della famiglia Di Majo Sig.ri Vincenzo ed Elisabetta pagando loro un capitale di £. 21.000 a tacitazione di ogni pretesa. Quando poi la Commissione feudale nel 1810, esaminando le condizioni del territorio di Capracotta, si imbatté nei diritti che vantava la Badia di Montecassino su Vallesorda, ordinò alla Badia l'esibizione dei titoli costitutivi di quei diritti. Ma, o che quei titoli giacessero dimenticati fra i processi innanzi al S. R. Consiglio (tra essi la primitiva donazione del 1040 da me riferita in questo scritto), o che i Cassinesi non se ne brigassero, dato che il Bonaparte aveva incamerato le loro rendite ai reali demanii, o per altro motivo, certo la esibizione non avvenne; e pertanto la Commissione assolse definitivamente l'Università dal contributo degli ottanta ducati annui di prestazione a cui si era obbligata con l'istrumento del 1781. E questo fu l'unico positivo vantaggio che l'Università trasse da quei provvedimenti abolitivi della feudalità. Tra le innovazioni politico-amministrative apportate dai Bonapartisti con la formazione delle nuove provincie, ripartite in Distretti (Decreti 8 Dicembre 1806, 4 Maggio 1811), il territorio di Capracotta fu distolto dal Dipartimento di Lanciano e riunito alla provincia autonoma di Molise, e nel distretto di Isernia. A reggere la Provincia fu messo a capo un Intendente, assistito da un Consiglio provinciale, dapprima formato con ristretto numero di membri; poi accresciuti sotto il Murat, e più ancora nel 1816 dal Borbone. Allora Capracotta, coi Comuni limitrofi, uniti in mandamento vi ebbe il suo rappresentante. A reggere il comune furono istituiti Consigli formati da Decurioni, con a capo un Sindaco e tre Eletti, tutti di nomina dell'Intendente; dovevano essere provvisti di un determinato censo. Per l'amministrazione della giustizia Capracotta fu incluso nella giurisdizione del Giudicato Regio distrettuale di Isernia e poscia nel suo Tribunale. In paese era soltanto un Conciliatore, oltre al Giudice di pace (Pretore). Istituiti gli enti laici di beneficenza, col titolo di Congregazione di carità fu trasformata con tal nome e laicamente, sotto tutela amministrativa la Pia Opera di S. Maria di Loreto. Ho fatto già cenno del locale Montefrumentario fondato dai fratelli Liborio e Gregorio Campanelli, con disposizioni testamentarie del 1792 per Notar Persico di Napoli e 21 Dicembre 1800 per Notar Vizzoca di Capracotta. I loro beni all'uopo destinati furon valutati in inventario 6.700 ducati complessivamente; ma pare che dalla vendita non si ricavasse tale somma. Inoltre per contestazioni sorte nell'ammmistrazione dei beni stessi e delle somme raccolte, nonché per lungaggine dell'ufficio d'Intendenza, il decreto di erezione del Montefrumentario si ebbe il 28 Agosto 1822, col titolo di Eredità Campanelli. Nel 1827 poi, per un violento temporale scatenatosi in Luglio con grandine che devastò tutto il territorio (ne ho fatto cenno nelle Note botaniche) si fecero ad implorare soccorsi al Re Francesco I il quale elargì 1.000 ducati, e con questi si formò un secondo Monte, fuso però col primo, ma intitolato a S. Sebastiano protettore del paese. Il duplice Monte prosperò: e pertanto nel 1831, con le esuberanze degli utili, fu creato anche un Monte di pegni, eretto in Ente con Decreto 12 Marzo 1832. Devo dirlo? Queste utili istituzioni precipitarono nel primo decennio del Regno d'Italia; ma su diversi fenomeni manifestatisi col nuovo Regime dovrò tornare fra poco. In conclusione quel tanto di capitale che poté essere ricuperato nel 1895 e 96 servì alla fondazione di una Cassa Rurale di piccoli prestiti, riconosciuta ed approvata con Decreto 18 Ottobre 1898, concentrata nell'amministrazione della Congregazione di Carità, ma che vive di vita assai grama. Col Governo del Murat fu pure intrapresa la formazione del Catasto fondiario, che dal 1816 determina le parti del nostro territorio e ne regola il reddito imponibile. Per l'insegnamento non c'era che il seminario di Trivento per istruirsi, ma ecclesiasticamente. Fu anche del Governo del Murat e per opera di Biase Zurlo coadiuvato da Giobbe Baudino, e da Agostino de Santellis, la istituzione del Collegio di Campobasso, prima fondazione laica della istruzione, in provincia aperta all'insegnamento ed all'accolta dei convittori il 17 Novembre 1817, con una dotazione di 6.000 ducati (25.500 lire), collegio dove nel 1863 mi rinchiusero per iniziarmi a questo triste mestiere dello scribacchino. Capracotta contribuì finanziariamente alla erezione del Collegio, acquistando il diritto di tenervi un alunno paesano a metà retta annuale. Qualche po' d'insegnamento privato era impartito in paese solo da preti, che all'uopo dovevano munirsi di apposita autorizzazione Governativa. Dopo cominciarono a sorgere le scuole Pie, dette così perché sostenute da Enti di beneficenza. Ed a proposito di ecclesiastici mi piace di riassumere brevemente ciò che esposi in altro opuscolo, che cioè in Capracotta s'era costituito con Bolla Pontificia fin dal 1622 un clero composto di sette sacerdoti ed un parroco, sovvenzionati dalla Pia Opera di S. Maria di Loreto, con obbligo di tutte le funzioni pro Populo. In seguito alla ricostruzione ed all'ingrandimento della Chiesa il numero dei sacerdoti fu portato a dodici con relativo accrescimento della prebenda (1754), e questo clero ottenne nel 1757 dal Vescovo Pitocco di essere costituito in Capitolo Collegiale e nel 1772 dall'altro Vescovo Paglioni conseguì le insegne maggiori. Mancò peraltro la convalidazione Pontificia al Capitolo, onde la Commissione dei Vescovi, chiamata all'esecuzione del Concordato del 1818, rivedendo i titoli di ciascuna Chiesa, riconobbe quella di Capracotta solo come Ricettizia numerata (1842). Nel 1854 la Chiesa stessa fu elevata a vera Collegiata in via affatto eccezionale con Bolla Pontificia del 15 Maggio e Regio assenso del 23 Dicembre 1855. In seguito alla ricostruzione della Chiesa nel primo decorso del 1700 i nuovi altari, quattro sulla sinistra, quattro sulla destra, due in fondo alle navate laterali, ebbero nuovi patroni, i quali vi apposero statue o quadri di Santi a cui essi erano particolarmente devoti; buona parte differenti da quelli elencati nella Relazione Cafaro del 1671. Nel corso del secolo XIX taluni di detti altari mutarono di patrono. Pertanto sulla sinistra s'incontra prima quello dedicato a S. Michele, un tempo della famiglia Carnevale, poi dei Carugno: secondo l'altro a S. Anna, un tempo dei Mosca, poi dei Di Rienzo (successori di Sebastianello); appresso l'altro alla Concezione della famiglia Conti (successori di Filippo); quindi l'altro alla Madonna del Rosario, un tempo dei Pizzella poi dei Falconi (successori di Francesco). In fondo quello al Sacramento dei Campanelli fondatori del Montefrumentario, poi della Confraternita del SS. Sulla destra, prima l'altare alla Madonna del Carmelo della Confraternita omonima; appresso l'altro a S. Giuseppe della famiglia Castiglione; in seguito l'altro a S. Pietro Apostolo della famiglia Falconi (successori di Leonardantonio); poi quello a S. Sebastiano protettore dell'Università. In fondo l'atro all'Addolorata di un'Associazione di sorelle fra le quali emergono diverse signore (Corvinelli, Peschi, Conti, Di Tella, Falconi ecc.). Lateralmente a questo altare una nicchia conteneva un pallido S. Domenico Sorano col suo serpe, coculliano della famiglia Pettinicchio, statua detronizzata da un Cuore di Gesù della famiglia Ianiro. Frammezzo agli altari della Concezione e del Rosario un ingresso scavato nella spessa muraglia di sinistra, mena ad una Cappelletta ove una discreta statua di S. Filomena, adagiata sul letto di morte, è custodita in una capace urna ad invetriate. La cappella fu fatta bellamente adattare, e dotata della statua e dell'urna dall'Arciprele Achille Conti (che resse la cura dal 1834 al 1846) e la trasmise ai suoi nipoti Gianlorenzo, Gaetano, Leopoldo. Dalla navata di destra, scendendo nella Cappella della Visitazione e Morte, un altare laterale a S. Francesco di Paola appartiene alla famiglia Ciccorelli; quello principale della Confraternita ha ìl gruppo statuario artistico della Vergine e di S. Elisabetta del Colombo, di cui ho fatto parola nella nota 150 ter. Il S. Francesco è pure una bella effigie mentre le altre dianzi annoverate lascian molto a desiderare. Nella chiesetta di S. Antonio, il Santo, vestito di nero, col giglio alla mano e un bambino non suo nell'altra, viene festeggiato dalla gente del quartiere, e gli fan compagnia un S. Nicola color cioccolato che distribuisce benedizioni con tre dita, della famiglia Stabile; una S. Lucia, che ha molte devote, ma guasta la vista, al contrario di quella ch'è in Cielo; così una Madonna dei Miracoli, che non è il caso di farne, ma richiama ogni anno un pellegrinaggio da Casalbordino nei primi di Giugno. Nell'altra chiesetta di S. Giovanni, ugualmente festeggiata dalla gente del limitrofo quartiere, la statua del Santo indarno, nella sua meschinità, si sforza di raffigurare il gran Battezzatore di Gesù. Invece vi fa bella mostra di sé una S. Chiara della famiglia Conti (coniugi Tommaso e Michelina), famiglia cospicua e benefattrice. Ancora un'altra chiesetta eretta nel 1783 da Agostino Campanelli in onore di S. Vincenzo Ferreri e dell'Incoronata racchiude un S. Alfonso, mezzo busto al naturale. Nei tempi attuali però poche di quelle famiglie nominate serbano qualche ossequio particolare ai rispettivi altari; un formale diritto di patronato non sussiste più, giacché fra l'altro mancano ecclesiastici da poter investire del beneficio: tutto riman concentrato nel Parroco, unico rappresentante del Clero, oggi Leopoldo Conti, nipote dell'altro anzi nominato. Nella generalità il fervore religioso appare assai attutito; può dirsi che vige la superstizione al posto della religione, e chi sa questo di passo dove arriveremo. Nel 1867-68 il Governo d'Italia, abolendo le Collegiate, tra tante altre istituzioni ecclesiastiche, ne incamerò i redditi ed i beni che questo popolo aveva raccolti ed assegnati alla propria Chiesa ed ai propri sacerdoti. A parer mio quella fu una confisca iniqua, tanto più che il Governo se ne disfece con inadeguato vantaggio e turbò in più modi l'intera cittadinanza, oltre che ridusse nella indigenza parecchi canonici già molto innanzi con gli anni. Già questo avvenne perché il nuovo Governo d'Italia unita non fu in principio un governo Italiano, ma Piemontese. Esso venne ad insediarsi fra noi nell'ignorantissimo preconcetto, gìà tenuto da Napoleone, di una Italia Meridionale inesauribilmente ricca e sfruttabile; per cui subito vi sguinzagliò numerosi suoi agenti fiscali. Dai quali i sudditi rimasero assai turbati soprattutto pei metodi introdotti abbastanza arbitrari di accertamenti e di riscossioni, cui si aggiunsero i disagi della introduzione della carta moneta, del sistema metrico decimale dei nuovi codici, delle nuove leggi, dei moltiplicati obblighi del Bollo e Registro. Poco appresso vennero il corso forzoso, l'obbligatorietà dell'affrancamento dei canoni sulle locazioni di Puglia, il prestito forzoso per la guerra del 1866; insieme ad un forte rincrudelimento del brigantaggio, la tassa sul macinato. Da questi molteplici aggravi diverse famiglie agiate qui restarono completamente rovinate e tutte indistintamente ne furono finanziariamente menomate o scosse. Seguì poi la sperperazione del vistoso patrimonio ecclesiastico di tutto il mezzogiorno. Tutte le ricchezze così spillate alle nostre provincie andarono a beneficio delle settentrionali; per giunta il popolo meridionale fu disprezzato e deriso come sudicione, miserabile e malvagio. Intanto i nostri comunelli restarono con le mulattiere per sole vie di comunicazioni, traversate ed interrotte da frane, da corsi d'acqua, senza ponti o ripari di sorta, con le campagne e le grandi strade di traffico infestate da malviventi; privi quasi tutti di cimiteri, di acquedotti, di scuole; e, quando essi dovettero aprirsi le strade, costruirsi i pubblici edifici, avere le scuole e le sepolture, scavarsi gli acquedotti, furon costretti a farseli a proprie spese, colmandosi di debiti ed aggravandone in conseguenza le derelitte nostre popolazioni. Queste si sottrassero pian piano all'estrema miseria e selvatichezza non mai per aiuti di governi; ma dalla dedizione ai più duri lavori od ai mestieri anche più umili nelle Puglie, nelle grandi città e poi in altre terre, principalmente nell'America meridionale e settentrionale e tutto questo è noto. Circa le consuetudini della vita privata ed i sistemi della vita pubblica nei nostri luoghi, entro il periodo trascorso fra gli ultimi tempi del regno Borbonico ed i primi del Regno Italico, non so far meglio che invitare i volenterosi a leggere la menzionata storia del De Cesare "La fine di un Regno" specialmente il capitolo I del secondo volume; ed il libro del nostro comprovinciale Signor Masciotta "Il Molise" specialmente il capitolo intitolato "Il bilancio morale di un secolo". Il male maggiore è che il nostro paese è povero, naturalmente povero, più di ogni altro misero paesello, perché poverissima è la produttività del suolo del suo territorio come ho esposto nelle prime note di questo scritto. La prosperità, che unicamente davano un tempo i suoi pascoli, è tramontata, può dirsi, per sempre con l'abbattimento (o crisi) dell'industria armentizia. Il sottosuolo è del tutto e di tutto improduttivo. I boschi sono appena sufficienti pel solo combustibile necessario al lungo inverno. Di questa innegabile povertà dovrebbero persuadersi i reggitori dello stato ed i loro agenti e dipendenti, al contrario di quel che han creduto ed agito finora. Capracotta non ha neppure l'acqua sufficiente pei suoi abitanti e potrebbe averne, almeno la potabile, con l'elevazione delle scaturigini del Verrino, ovvero delle altre a piè dei Monti verso Pescopennataro, però con rilevante spesa, che la stremata finanza comunale non può sopportare. Ma mandate a dirlo ai governanti! Vi risponderanno che ben si possono regalare diecine di milioni per acquedotti a città cospicue e ricche (Perugia ad esempio, Venezia); ma per tanti sitibondi Comuni della Cenerentola Molise non ci sono mai fondi stanziati in Bilancio. Però, se volete un prestito a conto lo devono garantire e pagare alla Cassa Depositi e Prestiti i soli, possessri di terre e di fabbricati. Capracotta ha sede di Pretura, ma per andare nei Comuni del Mandamento non v'è altro mezzo ordinario e sistematico che il ciuco, o qualche altro quadrupede altrettanto flemmatico, sul quale tragitta la posta quotidiana e la gente che paga la carta bollata, l'avvocato le tasse al Cancelliere o al Ricevitore, Dio sa perché. E passi per Casteldelgiudice e S. Angelo del Pesco, che han poco discosto la ferrovia Sangrina; ma per Pescopennataro (saluberrima v1llegg1atura per gli abeti che la cingono) non c'è stato modo di ottenere il prosieguo dell'automobile che percorre la strada Capracotta-S. Pietro Stazione, che è pure l'unico approdo dei Pescolani. Così pure il sullodato ciuco rimane quale unico e fido amico a cui pazientemente raccomandarsi per arrivare sani e salvi ad Agnone traverso quella mulattiera semplicemente spaventevole. Se volete poi che il ciuco trotti sulla rotabile non avrete a fare che 40 Kil., quando ce ne sono 4 o poco più in linea d'aria. Contentiamoci però che non sia peggio, consoliamoci d'aver potuto pagare le più necessarie strade carrozzabili, l'acquedotto, per quanto scarso i principali edifici d'uso pubblico. E rallegriamoci che ci sia stato un concittadino, il quale, senza chieder nulla a nessuno, né piegando ai primi insuccessi, per essere stato male assecondato, ci fa tenere la luce elettrica, il molino in paese, la trebbiatrice, macchinari a movimento elettrico, e l'autobus per andare alla stazione. Il concittadino benefattore, che mise in atto così il principio del "non qui bene incipit, sed qui perseveravit" fu l'avv. Leonardo Falconi della famiglia donde erano usciti Stanislao, Giandomenico, Nicola, menzionati in questo scritto. Ho detto consoliamoci di aver potuto pagare le varie opere pubbliche (tra cui oltre 40 Km. di strade). Ci sarà qualcuno, lo spero che vorrà adoperarsi a mettere in luce quanto costarono quelle opere alla popolazione di Capracotta, vissuta sul finire del secolo XIX e il principio dal XX. E, se per poco ad essi aggiungerà il costo dei litigi pei demani Feudali, e poi per il loro riscatto, vedrà che durante la vita di una generazione sola, vennero fuori dal popolo qualche paio di milioni di contributi, e ciò di pari passo coi sempre crescenti oneri fiscali! Mostrerà come ci fu una legge sulle strade obbligatone imposta ai più poverelli Comuni del Mezzogiorno quasi misura punitiva della loro stessa miseria, e quasi che quelle strade dovessero considerarsi come una proprietà redditizia riservata a sé soli. Con questo opprimente criterio si venne ad imporre anche la manutenzione di quelle strade ai Comuni stessi. Né siamo usciti del tutto da questo velenoso criterio. Bordone allo stato in questa oppressione tenne sempre la nostra Amministrazione Provinciale. Che anzi per le bizzose competizioni durate gran tempo in seno a quella Amministrazione, si andò ostacolando il compimento di altre Opere pubbliche nella Provincia; ad esempio quella strada designata, parmi in serie, col n° 70, che avrebbe congiunto più brevemente questo Mandamento all'altro di Agnone, ed avrebbe data una pulsante arteria al vasto, ma impervio territorio orientale di Capracotta e occidentale di Agnone. La competizione, divenuta dispettosa, giunse al segno di sopprimere i progetti di quella strada che due Ingegneri di sangue Capracottese avevano diligentemente e disinteressamente studiati: Francesco Pettinicchio da Cerignola, prima e poi Francesco Giancola da Roccaraso. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Mario Santilli: «Creo cose!»

    Mario Santilli, classe 1991, discende da chìre de Mondìne (dal capostipite Edmondo Santilli) ed è un operaio capracottese col pallino per la piccola falegnameria artigiana, un ragazzo che tenta invano di sminuire la propria passione con un modesto «Creo cose!». In realtà la sua vena artistica e il suo talento tecnico sono vivi e debordanti. Egli è infatti, prima di tutto, un bravissimo disegnatore e proprio dal disegno scaturisce il processo creativo che lo porta al prodotto finale. Negli scampoli di tempo libero, dietro il moniker ZorroLab, Mario Santilli si diletta nella progettazione, costruzione ed installazione di presepi, tutti rigorosamente in legno, opere che è possibile ammirare qui e là in casa di qualche compaesano o nei locali pubblici, chiaramente nel periodo natalizio. Nondimeno, realizza portavivande, tavolini, taglieri, scacchiere, insegne, lampade e lampadari, orologi a cucù, mangiatoie per animali domestici, per non parlare dei giocattoli semoventi che, assieme alle scene della natività, sono probabilmente il suo punto di forza. Utilizzando soltanto legname - e il più delle volte di scarto - Mario ha dato vita a trattori, biciclette, autovetture, escavatori, persino elicotteri. La particolarità del suo lavoro non sta soltanto nella bellezza estetica dei giocattoli creati ma nello scoprire che sono dotati, il più delle volte, anche di apparati elettrici, motivo per cui le sue macchinine in legno hanno i fari accesi, così come i presepi prendono magicamente vita di notte. Mario Santilli ha partecipato, nell'estate del 2022, alla mostra di artigianato del legno "Artisti nascosti", tenutasi nei locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani. Accanto a lui c'erano alcuni dei nomi più "blasonati" della falegnameria capracottese come Giovanni "re Lùnghe" Di Luozzo, Franco Carnevale, Sergio "Bobbóne" Di Nucci e Walter "Maŝtrùcce" Di Rienzo. In quel bellissimo caleidoscopio di arte e artigianato che fu la mostra del 17-22 agosto 2022, i lavori di Santilli furono molto apprezzati e ottennero diversi attestati di stima. Mario Santilli, insomma, è il più giovane testimone della tradizione falegnameristica di Capracotta, un tempo attivissima e rispettata in ogni dove, una tradizione che sta ahimé scomparendo sotto i colpi dello spopolamento e di costi d'impresa altissimi, per non dire proibitivi. Vi lascio con una galleria di lavori di ZorroLab: Francesco Mendozzi

  • Il poeta Umberto Colacelli

    (Capracotta, 12 settembre 1919 - Borrello, 13 febbraio 2007) Umberto Colacelli è stato per trent'anni il maestro elementare di Borrello - dove ha licenziato intere generazioni - ma questa, forse, fu una scelta obbligata visto che, prima di entrare in ruolo, deciso a prendere i voti clericali, egli stava compiendo con costanza e diligenza gli studi presso il Pontificio seminario regionale di Chieti, interrotti a causa della tubercolosi. Il ritorno alla vita, dopo una lunga degenza in sanatorio, combaciò col diploma magistrale e l'abilitazione all'insegnamento, «praticato in quarant'anni di intenso e appassionato lavoro», durante il quale ebbe per studente persino don Elio Venditti, attuale parroco di Capracotta, che oggi ammette come la propria vocazione religiosa sia sbocciata sotto la guida del maestro Umberto. Il nipote Amelio Ferrari lo descrive come una persona colta e poliedrica, grande oratore nonché scrittore e pittore. Appassionato della natura, l'ha riportata su tela non senza una personalissima vena artistica. Aggiunge poi che nei primi anni di insegnamento, pur vivendo a Borrello, il Colacelli si recava ogni mattina a Sant'Angelo del Pesco a piedi e portava sempre con sé il fucile per cacciare quello che trovava lungo il percorso. Sposato con Consiglia Di Benedetto, Umberto Colacelli ebbe un solo figlio, Raffaele, di professione medico. E infatti lo spirito di Umberto Colacelli fu profondamente segnato dalla prematura morte del figlio, cui sopravvisse grazie a una saldissima fede. Quel dolore è contenuto anche nell'unica opera poetica pubblicata, "Voci del cuore", un libretto stampato ad Agnone da cui ho estratto tre poesie semplici, piene di rimandi ai bambini, colonne portanti dell'istituzione scolastica. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • Il territorio di Capracotta: periodo dei primi Borboni (II)

    Erano quetati appena i litigi ducali e vescovili quando un altro ne sopraggiunse nel 1751 con gli Abati di Monetecassino, sostenendo l'Università di competere ai suoi cittadini i pieni usi civici sul feudo di Vallesorda, e quindi non averne il Monastero la libera disponibilità, di che il monastero si schermiva trincerandosi nell'eccezione d'averne fino allora liberamente contrattato le locazioni con gli stessi cittadini, e doverne restare quindi nell'illimitato possesso. Il Sacro Regio Consiglio nel 1755 gli dette ragione. Ma, a complicare il giudizio di merito, nel 1773, sorse altra questione sul confine, che il Monastero sosteneva stendersi assai più presso all'abitato entro un'ampia striscia di territorio che l'Università a sua volta considerava quale pubblico Demanio (Contrada Pietralearda, Fossate piccole, e tutto dalla Fonte dei Cimenti al disotto delle Sorgenti del Verrino) e quindi perizie, rilievi e discussioni innanzi al S. R. Consiglio il quale, come di consueto, menava i giudizii per le lunghe, specialmente poi se si trattava di urtare suscettibilità di Baroni e d'Ecclesiastici. Il lembo di territorio in contestazione fu rilevato in pianta topografica per l'Università del perito Agrimensore, Michele Della Croce da Agnone e da essa emerge che l'estensione di quel lembo era di 758 tomoli locali, e il resto del Monastero di 1.058 tomoli. In complesso 1.816 tomoli (446 ettari circa). Della lungaggine della lite dovettero rimanere infastiditi gli stessi Abati, perché in conclusione risolsero di concordarsi coi capracottesi mettendo al sicuro un reddito all'Abbazia, ed infatti con istrumento rogato dal Not. Fortunato di Napoli del 20 Giugno 1781 intervenne pel Monastero il R. Padre Giustino Lamberti e per l'Università il Sig. Francesco Falconi, all'uopo delegati, col quale la vertenza si chiuse con l'obbligo assunto dalla Università di pagare al Monastero un annuo canone di ducati 80 (£. 340), lasciandosi libera l'Università nel possesso e godimento del feudo e lasciando impregiudicate le questioni sulla natura della proprietà e sui diritti di ciascuna delle parti su di essa. Noto come io trovi alquanto incomprensibile che nell'Onciario ossia Catasto compilato nel 1743, la estensione del territorio del Monastero sia riportata per tomoli 484. Forse questa era la sola parte coltivata. Ho accennato a molestie inflitte all'Università in quei tempi pel contributo di soldati alle milizie. In verità per antica avversione a qualsiasi forma di coscrizione obbligatoria sono stato alieno da indagini di tal genere. Posso quindi riferire soltanto che il governo della Vice-reggenza spagnola aveva istituito i Battaglioni in numero di dodici; ossia che ogni Provincia doveva darne uno. Nell'insieme formavano un contingente di 21.200 uomini. Carlo III ne cangiò la denominazione in Reggimenti provinciali; e, con Decreto 17 Gennaio 1743, ordinò che a comporli, ciascuna Provincia dovesse provvedervi con un numero prestabilito di soldati, ed ogni Provincia dovesse prescrivere il numero dei militi che ciascuna Università doveva eleggere. Capracotta fu chiamata a trovarne quattordici, dovendo escluderne ogni specie d'ecclesiastici, di nobili, di locati, di addetti alla pastorizia, di professionisti, di studenti e di non so quale altra classe privilegiata. Or figuriamoci in quale imbarazzo si trovasse l'Università in questa ricerca qualificata elezione, e quale malcontento si ingenerasse nei militi designati e nelle loro famiglie specialmente allora che il servizio militare durava dai 5 agli 8 anni. Peraltro quei tali vantaggi economici ricavati dai nostri antichi dalla cura delle greggi, come mi lusingo d'aver messo in chiara luce, nell'antecedente periodo, si protrassero ancora nel restante corso del 1700. Ne attesta la fermezza degli amministratori dell'Università nel sostenere le molteplici contese innanzi riferite, e lo confermano i fatti ch'essi, dopo aver liberata la Università nel 1716 da un debito di 500 ducati contratto nel 1660 con Tommaso Marchesano Barone di Casteldelgiudice, non soltanto non ebbero più debito alcuno, ma non gravarono d'imposizioni di sorta il popolo concittadino. Nel Luglio del 1739 riscattarono presso il Monte di Pietà di Napoli il debito che il Duca vi aveva contratto, vincolando il reddito di annui ducati 287,50 di fiscali ch'egli doveva esigere dall'Università stessa, e che capitalizzato al 100% importava almeno il pagamento di 7.187,50 ducati (£. 30.546,85). Concorsero nel 1725 alla fondazione o rinnovazione del Seminario di Trivento con 700 ducati per avere la possibilità di farvi istruire giovanetti da avviare al ministero ecclesiastico. È rimarchevole poi anche qualche circostanza di ordine morale. Valga ad esempio che, percorrendo pagina per pagina i Registri parrocchiali dal 1644 a tutto il 1700, non è segnata che una sola morte per delitto - in quei tempi che il farsi giustizia con le proprie mani era assai frequente -, scarsissimi i nati, illegittimi. La più rilevante manifestazione delle disponibilità accumulate in quei tempi si riscontra nel concorso degli Enti costituiti e della popolazione alla restaurazione della Chiesa. Non ci restano documenti da cui desumere la spesa che essa assorbì, ma che nessuno può dubitare di essere stata ingente per la gran mole dell'edificio e l'accuratezza con la quale fu ricostruita. Non si sa altro se non che l'altare maggiore, con la balaustra del presbitero e gli stipiti con gli archetti di ingresso al coro retrostante, costò 540 ducati senza quanto occorse a trasportarne i pezzi da Napoli, allora che non c'erano rotabili, e per metterli a posto nel 1754. L'artefice che lo fornì fu Biagio Salvati. Si sa pure che la campana maggiore fu rifusa nel Giugno 1726 da tal Domenico De Francesco di Guardiaregia con la spesa di 65 ducati, più vitto, alloggio e donativi di metalli preziosi, come è uso in simili circostanze nei nostri luoghi. Ho già detto che il popolo non era gravato d'alcuna imposizione oltre quella governativa del focatico. La finanza dell'Università si reggeva principalmente sui provventi del pascolo degli animali sul territorio, piu precisamente sulla parte costituente il demanio comunale. Un tratto di questo, tutto saldo e boscoso, cioè Difesa, Guardata e Stocco a nord dell'abitato era riservato al bestiame grosso. Tutto il restante al libero spandersi del bestiame minuto. Questo a sua volta era ripartito in sette corpi demaniali, ciscuno suddiviso in parti capaci di nutrire una morra di 300 pecore, denominate àniti. Se ne lasciava qualcuno alternativamente ogni anno per difesa dei bovi aratori, e c'erano spazi destinati alle pecore di piccoli possidenti, di quelle che servivano per l'alimentazione quotidiana e ve n'era anche per una mandra di porci. Perché non v'era famigliola che nella buona stagione non avesse un maiale da ingrassare e v'era un apposito guardiano che al mattino li accoglieva tutti in un recinto, quindi li menava al largo a pascere o a diguazzare nella mota fino a qualche ora innanzi al tramonto, che li riconduceva alle porte del paese e quindi li lasciava liberi, ed era curioso vederli correre difilato alle case ove li attendeva il pastone preparato dalle povere donne reduci anch'esse dalla campagna. Ora il porcaio pubblico non c'è più e credo sia un male. Non sarà fuor di luogo pertanto di trascrivere il Bilancio della Università del 10 Ottobre 1741 quale trovasi inserito nella Pandetta nuova n. 9158 presso il Grande Archivio di Stato a Napoli, cioè lo Stato discusso presuntivo, compilato dagli amministratori il 12 Settembre 1741, come fu modificato dalla Ruota presso la Camera della Sommaria. Di questo magro bilancio dunque ben 960 ducati erano assorbiti dal Duca e 510 andavano al fisco. Ma altre passività erano state messe in previsione, che la Ruota della Sommaria volle sopprimere. Principalmente 35 ducati dovuti, per un biennio per l'ultimo Donativo a Sua Maestà, che la Sommaria prescrisse dovessero tassarsi ai ricchi: altri 72 ducati pel Tabacco fornito dalla R. Corte che ordinò mettersi a carico degli usufruenti: altri 24 ducati pel Corriero o Procaccio; 5 ducati per l'Ospedaliero; 4 ducati pei numeratori dei fuochi e del bestiame; altre piccole somme che la Sommaria credette conglobare tutte nei 110 ducati di spese straordinarie, tra cui anche i sei ducati che si pagavano alla Cappella del Crocefisso e Carmine in Canosa di Puglia pel riservato diritto di seppellirvi i morti. La Sommaria inoltre riservò l'approvazione definitiva alle entrate dai Corpi demaniali, prescrivendo che si aprisse prima la gara per trovare il migliore offerente. Frattanto l'accrescimento della popolazione, le difficoltà del commercio e degli scambi avevan portato di conseguenza nel 1600 e 1700 il moltiplicarsi della coltivazione dei terreni, in crescente contrasto con la grande pastorizia. Però la cultura si restringeva a pochi cereali ed alcune leguminose più adatte al clima. Provvidenzialmente invalse l'usanza di seminare alternativamente le terre di un intiero quartiere che dicevasi pieno, lasciando incolti per un anno gli altri che dicevansi vacanti, come tuttora benché tanto differentemente. Ma anche i quartieri pieni dopo la messe erano lasciati liberi alla pastura. I coltivatori dunque non avevano che l'uso della semina biennale del terreno impreso a coltivare, ma il diritto di pascolo restava alla comunità non appena avvenuta la raccolta del prodotto (sectis segetibus, come si disse in linguaggio forense). La facoltà dell'uso ritornava dopo l'anno al coltivatore stesso. Avvenne col tempo che, sia perché le terre di fresco dissodate davano miglior prodotto, sia perché le bocche crescevano, incominciarono nel 1700 a sollevarsi questioni pel soverchio dilatarsi delle dissodazioni, tanto che il Duca e l'Università stessa impresero ad opporvisi emanando ordini in proposito, impedendo principalmente lo stendersi della zappa e dell'aratro in prossimità dei jacci, ossia larghe giacende fisse del bestiame. Coloro inoltre che avevano intrapreso a coltivare terre più lontane dall'abitato cominciarono a fabbricarsi ricoveri, trulli e case coloniche, per la necessaria ed immediata assistenza. Il Duca stesso, la Cappella di S. Maria di Loreto avevan consentito questi fabbricati in fondi loro, essi con altri pochi privati pagarono perciò la Bonatenenza. Avveniva però, e non di rado, che, quando il quartiere pieno era devastato dalla grandine o da contrarietà per intemperie, siccità ecc. i coltivatori restasssero senza grano, e il paese risentisse della carestia. Sorse così in un nostro concittadino il proposito di rimediarvi col disporre di tutti i suoi averi per fondare un Montefrumentario, ed a questa fondazione provvide con testamento rogato dal Notar Persico in Napoli del 7 Dicembre 1791. Di essa ricorderò le vicende nel periodo successivo. E non sarà superfluo annotare ancora come lo spirito che tenne vivi i contrasti avverso ai feudatari, Duca, Abate di Montecassino, Vescovo, in tutto il secolo XVIII, rivela come anche nei nostri piccoli e remoti paesi covasse quel fermento contro la tirannia feudale e clericale, non che contro lo stesso potere regio impotente a frenarla, fermento che, come è noto, portò alla Rivoluzione francese. Le conseguenze di questo, peraltro, non giunsero immediate a noi: gli stessi avvenimenti caotici della Repubblica Partenopea, la quale frammezzò per poco il regno di Ferdinando IV, non arrecò nella nostra regione altro mutamento fuorché la riannessione dei nostri territori all'Abruzzo. Infatti, con legge del 9 Febbraio 1799 l'antica circoscrizione di Bovianum vetus fu ricostituita e ribattezzata col nome di Cantone, capitale Agnone; e questo Cantone fra i diversi che componevano il Dipartimento (ossia Provincia), fu compreso nel Dipartimento di Lanciano che ne fu creato capoluogo. Non mancarono peraltro episodi memorabili, perché le voci di libertà e d'eguaglianza, sparsesi specialmente con l'avvento della Repubblica Partenopea, furono accolte non senza entusiasmo in parecchi comuni della nostra Provincia: in quasi tutti esso assunse una certa forma concreta in un promettente simbolo, cioè nel piantamento di un albero sulla maggiore piazza o sull'ingresso dell'abitato, che fu detto albero della Libertà. Sugli eventi di questa manifestazione, sugli episodi di quanto d'eroico e d'inique persecuzioni, di nobile e d'infame, di comico e di orrendo avvenne nel corso del 1799 in Provincia raccolse gran numero di vive memorie il compianto amico, paziente raccoglitore di frammenti e di cronaca e di minuti ricordi, Alfonso Perrella in un volume stampato a Caserta nel 1900 (Tip. Majone) al titolo "L'anno 1799 nella Provincia di Campobasso". Ma quel nascente entusiasmo fu presto ammorzato presso il popolo, già di per sé scettico per l'antico e perseverato servaggio, dalla mvadenza francese venuta quasi ad imporre con la forza le parole di eguaglianza, libertà, fraternità; e dalla eterna prepotenza militare. Non era ancora proclamata la republica (proclamazione avvenuta il 22 Gennaio) che già si sparpagliavano ordini minacciosi alle popolazioni per rifornire di tutto le rapinatrici soldatesche francesi, le quali, dopo aver bene smunto lo Stato Pontificio, venivano a depredare il Napoletano. Il Perrella riporta molti degli ordini perentori emanati, specialmente da Isernia dall'incaricato delle forniture, tal Vischi, alle amministrazioni del Circondario. Capracotta, come si è detto, chiuso nel dipartimento abruzzese, ne ricevette dall'Uffiziale fornitore De Luca da Casteldisangro; ed il 3 ed il 12 Gennaio dovette spedire ivi, per le truppe francesi accasermatevi, 27 tomoli di grano (ettolitri 16) prosciutti e salumi cantaia 2.112 (quintali 2,30); 26 rotoli e mezzo di formaggio, ed un quintale circa di sale, danaro ducati 97. Pochi giorni appresso, il 18 Gennaio nuovo ordine di spedire statim et illico altri 100 tomoli di grano (50 ettolitri ); 12 cantaia di cacio (quintali 11); 15 cantaia di prosciutti e salami (quintali 13 1/2); 100 tomoli di orzo (60 ettolitri con la misura a mezzetto colmo); 100 quintali di fieno, 10 porci vivi e grassi, 2 vacche o buoi e persino un altro cantaio di sale come se Capracotta fosse stato Castrovillari! E bisognò striderci (come dice il Giusti)! Fu proprio il caso della canzonatoria canzone napoletana: "Egalité, fraternité, spogliate tu e viéstem'a mme". Non è tutto. Come sempre avviene nelle turbolenze, presto vennero fuori quelli che ne profittavano. E gli amministratori del Comune il 24 febbraio eran costretti a deliberare «che atteso i cattivi esempi di saccheggi avvenuti a queste vicine popolazioni da persone che sotto pretesto di Leva in massa vanno saccheggiando le famiglie» si rendesse necessario formare una Ronda armata con un salario di carlini 3 (£. 1,27 1/2 argento) a persona ripartita in due Corpi di Guardia. La scelta dei componenti farsi dai Sig. Gerardo Conti, Diego Di Ciò, Giuseppe Mosca, Vincenzo Santilli, Delegati a comandarli. Contemporaneamente avvenne che, sia pel disgusto dell'intervento francese, sia per coloro che avevano interesse di restare con l'antico regime, sia per arginare il malandrinaggio, molti si sollevarono contro il nuovo ordine di cose: e costoro furono detti Insurgenti. Queste altre compagnie armate furono dette di Leva a massa. A capo di queste fra gli altri nell'Abruzzo stette il generate Giuseppe Pronio. E fu un nuovo guaio. Perché anche queste milizie composte dì gente d'ogni risma e d'ogni conio, comparvero il 14 giugno fra noi, guidate da tal Francesco Fantini da Villa Santamaria, ed il 6 Luglio, chiedendo esse cavalli e vettovaglie, furono invece accontentate con danaro. Fu deliberato di mandare messi al Ministro Plenipotenziario, residente in Lucera, Antonio Micheroux, per esporgli questi inconvenienti; e, messi, furono inviati Nicola e Felice Di Rienzo; Sindaco era Savino Venditti. Il Presidente della milizia in Lucera provvide nominando a colonnello il Dott. Diego Di Ciò, a comandante maggiore il Sig. Gerardo Conti, il Dott. Giuseppe Campanelli a Capitano, i Sig. Giuseppe Mosca e Carlo Conti a Tenente, Il Sig. Felice Comegna ad Alfiere, il Sig. Salvatore Bonanotte Sergente, Leonardo di Luozzo Caporale. Nessuna indicazione dei militi, presi forse fra i contadini ed operai meglio atti alle armi. Il compito di tutti cessò con la restaurazione del Borbone. Chiudo i ricordi del socolo XVIII con l'annotare che la famiglia ducale, alla morte del secondo Giuseppe Capece-Piscicelli, si protrasse col figlio di lui, Giacomo, il quale nel 1756 sposò Marianna Capece Zurlo. Il palazzo baronale a Capracotta, stendentesi dall'antica porta del paese, fino all'altro dei Pizzella ora Borrelli, Conti, affiancato da due torrette cilindriche di cui una sussiste tuttora, fu restaurato l'anno innanzi 1755, probabilmente in vista del matrimonio suddetto. Sulla chiave di volta del portone leggesi quella data, ed il portone stesso, formato di grossi pezzi di pietra bianca, a bugni ottagonali finemente scalpellati, e con vago disegno, è l'unico vestigio della nobile signoria ducale. Al secondo Giacomo Piscicelli seguì il figlio Carlo nel 1758 e questi nel 1775 sposò Mariangela Rosa De Riso, baronessa di Carpinone da cui vennero Beatrice, Luisa. Carlo morì intorno al '95-'97, ma con lui poté dirsi estinta la discendenza maschile dei duchi Capece-Piscicelli. La sua vedova si rimaritò poco appresso sposando un borghese napoletano, Antonio Curcio, che mi fu detto essere stato un medico militare. Su di lei pesava tra i nostri vecchi qualche tradizionale diceria che mi fece dare della Duchessa un giudizio spropositato. La verità storica è che essa fu una gran dama quantunque un po' mondana, e fu una perseguitata politica dei Borboni, per aver preso le parti dei repubblicani. Nel Diario napoletano di Carlo De Nicola dal 1793 al 1825 lo scrittore, alludendo ai patrioti, venuti su nel 1798-1799 annota che «la primaria nobiltà s'era trovata infetta di tal peste (patriottismo)» citando ad esempio nomi di persone nobili eminenti, quali i Principi di Torella, di Sansevero, di Moliterno, il Duca di Maddaloni, il Conte di Ruvo, non che delle dame celebri Duchessa di Cassano, Principessa di Piedimonte. Con queste ultime, «la Duchessa di Capracotta, – egli narra, – non so quale altro matrimonio fece, e fuggì coi Francesi». A Parigi essa restò legata d'amicizia con gli altri esuli napoletani specie i più rappresentativi della Repubblica Partenopea, Francescantonio Ciaia, Cesare Paribelli, il Moliterno. La De Riso, sotto i Bonapartisti, tornata a Napoli, si recò più volte a villeggiare in Capracotta; fu la sola feudataria che ci onorò della sua presenza. Non so indicarne gli anni. Arredò di mobiti dorati il suo appartamento, convertì in teatrino l'antico fondaco facendo venire dei comici, anche per sollazzo della cittadinanza, e lasciò un duraturo attestato della sua aristocratica generosità donando alla Chiesa sacri paramenti intessuti di seta e d'oro, fregiati per giunta del suo stemma ricamato riccamente, paramenti ancora nuovi può dirsi, che riappaiono nelle maggiori solennità del culto religioso. Per la tutela dei suoi interessi patrimoniali qui scelse il dottor Diego Di Ciò, il quale in verità la lasciò soddisfatta sì che in ultimo essa gli donò parte del palazzo ed una casa di campagna nella Macchia con alcuni terreni intorno, restati col nome di Masseria del Duca. Si suppone che il Di Ciò si fosse assai cooperato presso la Commissione feudale per la dichiarazione di Macchia qual feudo separato. Sopravvenuta la restaurazione dei Borboni nel 1815 la Duchessa fu costretta a rifugiarsi di nuovo a Parigi, dove morì nel corso del successivo decennio. Alla successione dei beni oberati di ipoteche, concorsero le figlie, il marito, le legatarie, i cui vincoli con lei restano sconosciuti, tanto più che portano nomi francesi: Felicia Hinard - Louise Barilot. Tra i postumi eredi trovasi un Antonio Curcio juniore. Era questi un figlio del suo secondo matrimonio; o un figlio d'altra donna del secondo marito?00000 Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Gli artisti dell'8 settembre a Capracotta

    A mia memoria la festa della Madonna di Loreto di Capracotta ha sempre previsto l'esibizione di un artista di livello nazionale, ma probabilmente questa consuetudine è più giovane di me, che sono nato nel 1984. Il primo cantautore ad aver calcato il palco capracottese in occasione dell'8 settembre - come i capracottesi sintetizzano la più importante delle loro ricorrenze - è stato infatti Mimmo Cavallo, autore della celebre "Uh, mammà!", una canzone che aveva partecipato al Festivalbar '81. Nel 1987, tuttavia, Cavallo veniva da 5 anni di silenzio discografico e soltanto nel 1988 pubblicherà l'album "Non voglio essere uno spirito", che riscosse un discreto successo. Nel 1990 fu la volta dei New Trolls, una band mitologica ai tempi del beat e del progressive rock ma che, al tempo dell'esibizione capracottese, aveva da poco pubblicato quello che poi sarà l'ultimo disco di inediti, "Amici", segno evidente di un certo appannaggio artistico. Tre anni dopo toccò ad Antonio & Marcello calcare il palco di largo dei Sartori. I due showmen, Antonio Maiello e Marcello Cirillo, nacquero artisticamente nel 1976 e, dopo il buon successo musicale a Sanremo '83 e la popolarità televisiva ottenuta a "I fatti vostri" di Michele Guardì, sembravano rappresentare il picco, in termini di successo commerciale, per le esibizioni musicali di Capracotta: in realtà il duo era sì conosciuto presso il grande pubblico ma, artisticamente, era piuttosto fiacco. Il 9 settembre 1996 ci fu l'esibizione di Michele Zarrillo, che ogni capracottese ricorda per l'acquaneve - segno evidente di una temperatura di 1-2 °C - e per il fatto che Zarrillo salì sul palco, quasi assiderato, soltanto per salutare i convenuti e per comunicare loro che il concerto si sarebbe tenuto l'indomani, a patto che il meteo fosse migliorato. Ovviamente il dì seguente molti capracottesi tornaraono alle proprie città, per cui l'esibizione di Zarrillo restò monca. Tra il 1999 e il 2002 si esibirono due cantautori di ottimo livello, Paola Turci ed Umberto Tozzi, ed infatti entrambe le performance furono piacevoli e ricche di commenti positivi. Più che discreto fu anche l'esito dei concerti del 2005 e del 2008, coi Matia Bazar (alla voce Roberta Faccani) e Luca Barbarossa che diedero prova di grandissima professionalità artistica, oltre a presentare una scaletta di tutto rispetto. Nel 2011 fu Giuliano Palma, coi suoi Bluebeaters, ad incendiare il palco capracottese: questo probabilmente fu il concerto più divertente e "movimentato" nella storia delle esibizioni live in quel di Capracotta. Tanto entusiasmo fu però bastonato tre anni dopo quando si esibirono Dodi Battaglia (chitarrista dei Pooh) e Irene Fornaciari (figlia di Zucchero), col supporto di Pino il Pinguino, un pupazzo reso celebre dagli spot televisivi della Vodafone: il 6 settembre 2014 andò in scena la più triste ed insulsa esibizione nella storia della musica dal vivo a Capracotta. Speriamo di non dover assistere mai più a uno spettacolo così deprimente. Nel 2017, tuttavia, Capracotta fece da cornice al bel concerto di Ermal Meta, un cantautore che pochi mesi dopo trionferà al Festival di Sanremo, assieme a Fabrizio Moro, col brano "Non mi avete fatto niente". In occasione di quell'evento Capracotta fu letteralmente invasa da centinaia di fan e groupie che, sin dal giorno precedente, si accamparono ovunque in attesa del loro beniamino: l'unica nota stonata fu infatti l'impreparazione con la quale alcuni esercenti capracottesi fronteggiarono le frotte di spettatori prima, durante e dopo il live di Ermal Meta. Prima di concludere vi chiedo: quale artista vorreste - in linea con le esigenze di cassa - per la prossima festa della Madonna di Loreto, che, al netto di guerre e pandemie, dovrebbe tenersi nel settembre 2023? Ripropongo infine l'elenco degli artisti succedutisi sul palco di Capracotta in occasione della festa della Madonna di Loreto, negli ultimi trent'anni: 6 settembre 1987, Mimmo Cavallo; 9 settembre 1990, New Trolls; 6 settembre 1993, Antonio & Marcello; 9 settembre 1996, Michele Zarrillo; 6 settembre 1999, Paola Turci; 6 settembre 2002, Umberto Tozzi; 6 settembre 2005, Matia Bazar; 6 settembre 2008, Luca Barbarossa; 6 settembre 2011, Giuliano Palma & The Bluebeaters; 6 settembre 2014, Dodi Battaglia e Irene Fornaciari; 9 settembre 2017, Ermal Meta; 9 settembre 2023, Ron. Francesco Mendozzi

  • Per le donne offese

    Nella gola le urla di penose tempeste, nei pugni i lacci di sofferti segreti; gli sguardi bassi al male che hanno in fondo bambine e donne, figlie e madri, scosse dal torto che fa loro il mondo. La sordità dei cuori è una corteccia dura, intanto le ferite aperte piagano corpi intrisi di paura. Flora Di Rienzo

  • Una storia capracottese d'altri tempi

    Nel noto libro "Il territorio di Capracotta" di Luigi Campanelli, a pag. 106, leggesi: «Il nove luglio dell'anno 1657, verso le otto del mattino, irruppe in aspettatamente in paese una numerosa comitiva armata di banditi», una frangia, si potrebbe dire, di quelle bande brigantesche «che in quei tempi scorrazzavano indisturbate pel Reame di Napoli». L'autore attinge questa notizia dal "Catalogo delle cose notabili, redatto a norma del rituale romano per la cura delle anime" dall'arciprete dell'epoca Pietro Paolo Carfagna. L'anno prima c'era stata la peste che aveva dimezzato la popolazione del paese: «In quaranta giorni perdettero la vita 1.126 abitanti su poco più di duemila che ne contava il comune. È facile immaginare quale sgomento si fosse propagato nelle famiglie, quante cose fossero state abbandonate o distrutte, quanto disordine nelle abitazioni», dice lo stesso autore. La pestilenza infierì con particolare veemenza nel piccolo borgo detto Casale di San Nicola delle Macchie, situato sul crinale del monte omonimo, a oriente di Capracotta, di cui era frazione. I pochi superstiti scampati alla «pestifera epidemia», per usare un'espressione del Campanelli, si rifugiarono nel capoluogo e negli altri centri vicini. Trascorsa l'estate e cessato, con le prime piogge, il furore del contagio, i sopravvissuti cominciarono a riprendere la via dei campi per le semine autunnali. La vita riprendeva faticosamente il suo corso. Chiusi nel proprio dolore i miseri paesani trascorsero il lungo ed aspro inverno delle altitudi ni montane. Con il ritorno della buona stagione la speranza era tornata a rifiorire nel cuore dei poveri spiantati. Le campagne si ripopolavano: si andava a mondare il grano; si facevano le semine primaverili; si riaprivano le botteghe. Il lavoro distoglieva la gente, per guanto possibile, dai pensieri angosciosi. Era giunta l'estate. Nove luglio. Sorse una splendida mattinata, una di quelle giornate che sono un po' la peculiarità dell'estate capracottese. Al soffio lieve del vento mattutino, nelle campagne dorate, ondeggiavano le messi mature o presso a maturare. La gente era almeno da tre ore in piedi. Erano cominciati, in qualche agro lontano, più in basso, i lavori della mietitura, per la verità alquanto in anticipo rispetto al tempo previsto. Molti erano già nei campi o lungo le mulattiere e menavano ad essi. Ma che compagnie sparute in confronto a quelle degli anni precedenti! I loro discorsi erano ancora intrisi di rimpianto e di sconforto. Le poche botteghe artigianali risuonavano di voci e rumori. A quell'ora del mattino quattro vecchiette salivano, cianciando sommessamente, la scalinata sconnessa che portava su al sagrato della Chiesa madre. Una di esse si tirava dietro per la mano il nipotino, per non sapere a chi lasciarlo. La vecchia chiesa del paese, quella che era ancora in piedi all'epoca dei fatti che si narrano, era anch'essa, come l'attuale, arroccata sul culmine dei Ritagli. Ai piedi si stendeva l'abitato, che constava di vecchie casupole addossate l'una all'altra, con i tetti ricoperti delle caratteristiche lastre di pietra locale, dette lìsce. In mezzo ad esse facevano spicco, qua e là, le abitazioni dei pochi possidenti e massari, solide, di pietra scalpellata, qualcuna con lo stemma del casato sull'architrave. Quella mattina del nove luglio il vecchio arciprete don Tobia Campanelli celebrava messa all'altare della Santissima Trinità. Erano accorse al suono della campana quelle poche donnette che abbiamo incontrato lungo la scalinata del sagrato e al tre poche. Il buon arciprete usava talvolta, durante la celebrazione del rito, dialogare con le fedeli per rincuorarle ed esortarle alla preghiera. Così fece pure quella mattina e, nel far ciò, senza avvedersene, tirò la messa in lungo. Quando i briganti irruppero nell'abitato, chi poté si barricò in casa, sprangando gli usci, e provvide a nascondere ciò che andava nascosto. Le donne si davano la voce, gridando dai buccìtti delle finestre, che si spalancavano e si chiudevano in continuazione, aumentando il frastuono. Il capo della masnada, tale Agostino del Mastro (registra don Luigi), sdentato, e perciò detto Boccasenzossi, sguinzagliò i razziatori per le viuzze del paese con l'avvertenza di avere alla scelta, di fare cioè pulizia dove andava fatta, nelle case dei signori, senza lasciarsi impietosire da chicchessia. Raccomandò anche di non perdere tempo con le donne, «Perché – disse, – non è proprio il caso e poi, ricordatevelo, noi siamo uomini d'onore». Cominciò così la feroce razzia, fra le grida d'orrore delle donne e dei bambini. Alcuni, temendo il peggio, fuggirono sotto ai Ritagli, svicolando per quei caratteristici cunicoli a volta di botte, aperti qua e là fra le case, verso la rupe, chiamati tombe (tombini). Essi servivano per lo scarico delle immondizie, per il deflusso delle acque piovane ed anche per lo smaltimento della neve acccumulatasi nelle strade. Fino a qualche anno fa ne esisteva ancora qualcuno. Altri cercarono rifugio nel vecchio cenobio sopra al Colle, edificato dalla famiglia Baccari, il quale, più che essere un convento stabile, era adibito a «rifugio dei francescani, in occasione di passaggio», si legge nel citato libro di don Luigi. Il protervo capo brigante Boccasenzossi si piantò in mezzo alla piazzetta del paese, insieme a due suoi sgherri, e attese che gli altri manigoldi compissero la razzia. Tutte le famiglie benestanti del paese furono passate al seraccio e alleggerite di ducati, preziosi ed altro. Da ciò si desume, scorrendo l'opera del Campanelli, dovettero essere spennati in modo particolare don Filippo del Baccaro, Leone D'Andrea, Fabrizio Carnevale, Antonio Di Tella, Mattia Pizzella, don Amico Pettinicchio, cioè tutte le famiglie più agiate. Il bottino ammontò, dice il nostro autore, a circa 30.000 ducati, cioè 130.000 lire oro, più preziosi, suppellettili ed anche bestiame. A questo punto sorge ovvia la domanda: «E il servizio d'ordine?». Il servizio di polizia municipale era affidato, stando sempre a quel che dice don Luigi, a due guardie campestri, i cosiddetti "guardiani della difesa". In tempi normali, però, stanziavano in paese, per coadiuvare al servizio d'ordine e provvedere, in caso di bisogno, al reclutamento delle leve militari, due soldati della "sacchetta" e nove a piedi (si suppone che quelli della sacchetta fossero dei militari a cavallo, forniti di sella con le due sacche laterali). Ad essi, secondo quanto scrive Campanelli, era assegnato il magro salario di due ducati a testa. Ma la peste dell'anno prima li aveva decimati, né si era provveduto alla riorganizzazione del servizio. Abbiamo lasciato don Tobia che celebrava messa all'altare della Trinità, nella vecchia chiesa parrocchiale; presente quello sparuto gruppetto di pie donne. La celebrazione era giunta al termine. L'eco del gran trambusto non era ancora arrivata fra le navate del tempio. Dopo l'ultimo "Dominus vobiscum", il celebrante si rivolta all'altare giungendo le mani. Proprio in quel momento irrompono strepitando i briganti, «seguiti dal popolo piangente e implorante», si legge nell'opera citata. Alla terribile apparizione le buone vecchiette sussultano spaventate, senza ancora capire. Il venerando arciprete, «vecchio di ottant'anni», dice Campanelli, si volta, sorpreso in volto, allo strepito. Vede gli armati, la gente, comprende e, tenendo le braccia, esclama: «Pace, fratelli! Siate buoni! Siamo tutti figli di Dio! Siamo nella sua casa benedetta! Non fate male a questa povera gente, già tanto provata!». E resta lì sull'altare, implorante con gli occhi, con il gesto, con il cuore. Parole e gesti vani, i banditi, sordi al suo grido, irrompono nella sacrestia, nel presbiterio, dappertutto e arraffano tutto ciò che ha un qualche valore: arredi sacri, calici e patene d'oro, tra il pianto e le grida delle donne. Don Tobia, prete umile e mansueto, quando vede manomettere gli oggetti sacri, ha un fremito di sacro sdegno, di ribellione: il vecchio cuore gli balza in petto, il viso gli si imporpora e dalla bocca gli escono veementi parole di riprovazione e di condanna. Il buon parroco non sa di aver firmato la sua condanna. Forse pensa che i paramenti sacri, di cui è rivestito, valgano ad ispirare rispetto e riverenza nei banditi. Macché. Non hanno alcun sentimento di pietà. Uno di loro, infastidito, gli esplode contro a bruciapelo un colpo di archibugio. Cade il vecchio arciprete esanime sulla predella dell'altare «cospargendola del suo sangue innocente, fra le grida d'orrore degli astanti». «Di questi due eventi dolorosi, la peste e l'irruzione banditesca, il paese tutto restò decimato e sconvolto. Il numero dei fuochi (come a dire delle famiglie), che nel 1652, prima cioè degli avvenimenti descritti, ascendeva a 264, scese a meno di 150. Ma la popolazione si riebbe presto. Molti matrimoni riempirono i vuoti formatisi nelle famiglie e un nuovo ardore di fede sembrò risorgere in coloro che erano scampati alla morte, ai pericoli». Con queste parole di fede e di speranza, espresse dall'autore del libro "Il territorio di Capracotta", cui più volte ci siamo riferiti e che ci ha fatto da guida, termina la presente narrazione, libera ricostruzione di fatti storicamente accertati. (1986) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Dammi un segnale

    Se gli occhi socchiudo, ti vedo ancora presente qui... proprio al mio fianco, mentre intento ricerchi i boleti fra lattarii e lepiote, appena svelati dai raggi del sole che filtra fra gli aghi del bosco. Ma... dopo scompari nel vortice... e il silenzio ti avvolge e così anche il buio riempie profondo il mio cuore. Ormai solitario, ti rincorro verso le nuvole e nel volo degli uccelli, guardo in cima alla collina, fra le acque dello stagno o in una falce di luna! Dammi un segnale!... perché intraveda ancora il tuo volto là... disegnato da una nuvola, confuso nel volo degli uccelli, pastore... in capo alla collina, trasparente nelle acque dello stagno e illuminato dal raggio della luna. Dammi un segnale! perché io ancora son qua, son qua... son qua che l'aspetto. Ugo D'Onofrio

  • Il mio amico Gianni Morandi

    Era il lontano 1967 e avevo da poco compiuto 20 anni quando ricevetti la cartolina per partire a fare il militare di leva obbligatoria. E così, il 19 ottobre partii per il C.A.R. (centro di addestramento reclute) di Imperia e, tre mesi dopo, fui assegnato al Battaglione Genio Pionieri Legnano di Pavia nella caserma "Nino Bixio". Ed è proprio in quel luogo, durante l'alzabandiera del mattino, che conobbi Gianni Morandi. Ci vedevamo quasi tutte le mattine e, dopo l'alzabandiera, ognuno di noi si occupava delle diverse attività che venivano assegnate. Nel battaglione eravamo 450-550 uomini ed io e Gianni dormivamo vicini di branda in una camerata di circa 120-130 persone. Gianni era magazziniere e passava il tempo a cantare e a suonare: proprio in quell'anno uscì la sua canzone "Chimera" (1968). Era già piuttosto famoso e ricordo che quando eravamo in libera uscita, la sera, davanti alla caserma c'era tanta gente e tante belle signorine che abbracciavano e sorridevano a tutti. Gianni a Pavia aveva sua moglie, Laura Efrikian, e al rientro in caserma spesso non era presente, così al contrappello si prendeva la C.P.R. (camera di punizione di rigore). Tuttavia, la mattina all'alzabandiera era sempre presente. Ricordo che la sera, quando era consegnato (in punizione), veniva allo spaccio della truppa dove si passava il tempo a guardare la TV in bianco e nero e a giocare a biliardino. Gianni era molto bravo a quel gioco ma anche al calcio. Una sera, dopo una partita che aveva vinto ed io perso, Gianni disse improvvisamente che doveva andar via perché aveva un appuntamento a Milano. Noi continuammo a giocare con la TV accesa a cui ogni tanto buttavamo uno sguardo. Dopo circa mezz'ora, proprio in quella televisione in bianco e nero apparì Gianni! Rimasi sorpreso e mi chiesi come avesse fatto a spostarsi così velocemente per andare direttamente in televisione. Tornando alla partita che avevo perso con lui, non pensavo di rimborsargli i gettoni ma lui, non appena rientrò, mi disse che dovevo ridarglieli, al che feci: – Ammazza quanto sei tirchio! Lui che era fiscale mi rispose: – Mi dispiace ma il gioco è il gioco... Arrivò il giorno del suo congedo e a me lasciò la stecca di 4 mesi, visto che lui era del I quadrimestre '67 ed io invece del III quadrimestre '67. In quel periodo incise "Ciao Pavia", che diventò la nostra canzone, il cui 45 giri poteva essere acquistato presso lo spaccio della truppa. La canzone rimase impressa nei miei ricordi di quel periodo: ...ciao Pavia io vado via, arrivederci, addio Pavia. Parto, sono borghese, ritorno al mio sognato paese... Nel frattempo nel mio incarico 18/A (conduttore di automezzi), tramite uno specifico corso, passai a quello 54G (pilota di M113). Eravamo 13 piloti tutti graduati e, al termine del periodo di leva, arrivò anche per noi il congedo. Ciao Pavia! Domenico Di Nucci

  • Il poeta Nicola D'Andrea

    (Capracotta, 10 marzo 1886 - Milano, 4 settembre 1973) Di Nicola D'Andrea sono rimaste 64 poesie scritte a mano in bella calligrafia, spesso riviste, a mesi di distanza, altre volte ribattute a macchina. 62 di quelle poesie sono state pubblicate dai nipoti Nicola ed Ermanno in un volumetto rilegato, stampato nel 1972 dalla tipografia "Il Richiamo" di Milano. Grazie a quello sforzo editoriale, il D'Andrea ha realizzato il sogno di veder pubblicate alcune delle sue creazioni e, tuttavia, non smise di comporne di nuove. Tante poesie sono andate perse nell'autunno-inverno del 1943-44, nel caos dell'occupazione nazista di Capracotta, nei giorni tremendi della distruzione e in quelli tristissimi dello sfollamento. Le poesie sono state composte in un arco di tempo piuttosto ampio, tra il 1910 e il 1973, anche se il grosso della produzione poetica sembra concentrarsi tra gli anni '30 e i '60. La loro struttura, che agli inizi si confà alle cosiddette sestine narrative, vira presto verso la quartina a rima alternata; altre volte l'Autore si cimenta, con risultati sbalorditivi, nelle più rare eptastiche. La lingua italiana del D'Andrea è sostanzialmente impeccabile per un uomo appena scolarizzato: vi sono pochissimi errori grammaticali (che mi sono assunto la responsabilità di correggere) e pochissime licenze. L'Autore pare conscio dei suoi limiti tecnici ma l'ispirazione è tanta e tale da traboccare splendidamente sul foglio. Le poesie di Nicola D'Andrea sono infatti semplici come quelle di un bambino, auliche come quelle del Petrarca. Egli era infatti un falegname diseconomico, giacché la sua produttività era bassa; tuttavia, visto il rapporto esistente tra mezzi e prodotti, coi primi che letteralmente latitavano, si può affermare che la produttività del D'Andrea fu più che soddisfacente. Egli non partecipò, insomma, al progresso nel senso comune del termine. Il progresso che inseguiva era quello della creazione poetica, della perfezione fotografica, dell'invenzione meccanica, di qualsiasi cosa che non desse vita a un mero accumulo di profitti. Questo non significa che Nicola D'Andrea fosse socialista, tutt'altro. Non è possibile delineare la sua idea politica perché il mondo di ze Culìtte era Capracotta, dove le fazioni politiche cambiavano al mutar delle amicizie, delle famiglie e dell'utile personale. Negli anni del regime fascista l'Autore aveva per amici i notabili del paese, ma nei giorni bui della guerra malediceva «fascio e tedesco». Nel dopoguerra osteggiò i cosiddetti «democristi», pur esaltando le qualità individuali di alcuni di essi. Nicola D'Andrea, insomma, coglieva l'umanità del potere quando questo si presentava col volto d'una brava persona, ma lo detestava quando non ne comprendeva appieno le strategie e le manovre. Era un uomo che costruiva nell'intimo dello studio e della bottega, al riparo da occhi indiscreti e giudizi trancianti. D'Andrea produceva per il piacere stesso che l'atto creatore offre. La cittadina di Capracotta fa capolino in quasi tutte le sue poesie. D'Andrea ne decantò le bellezze paesaggistiche e architettoniche, ma ritrasse anche i tipi umani, signorili o popolari, d'una Capracotta che oggi non esiste più: il podestà, l'industriale, il medico, l'avvocato, l'inventore, finanche il pittore, il falegname, il pastore, la locandiera, il bevitore. L'Autore aveva anche a cuore i problemi di Capracotta. Il primo di essi, di vitale importanza per la cittadinanza, era l'atavica mancanza d'acqua potabile. Quando Nicola D'Andrea scrive le sue prime poesie, l'abitato si approvvigiona dalla sola Fonte Fredda, alle pendici di Monte Campo, con tubature pressoché inadeguate: sono di là da venire il pompaggio idrico dal fiume Verrino o il serbatoio comunale che raccoglie le acque del Cutruglio. Un'altra questione che feriva la sua sensibilità era la lotta politica, personalistica, che si ripresentava in paese ad ogni tornata elettorale, locale o nazionale, fino a coinvolgere l'antica torre orologiaia di Capracotta, demolita nell'agosto 1970, un importante edificio angioino che nel 1952 aveva già subito un’arbitraria ristrutturazione utile solo a dar lavoro alla ditta appaltatrice e ai tanti disoccupati. Viceversa, la fede di Nicola D'Andrea era semplice e sincera, trasuda dalla civiltà contadina dalla quale egli proveniva, una religiosità ricca di celebrazioni e di riti, di precetti e di tabù. La certezza del Paradiso sta nell'affidarsi totalmente a Dio, nel seguire gli insegnamenti di Gesù, nel pentirsi dei propri peccati, cercando di non nuocere agli altri. Per tutti c'è la speranza della redenzione, per tutti c'è la possibilità di accedere al Regno dei Cieli, si è tutti perfettamente uguali agli occhi del Padre, tutti fratelli, tutti responsabili delle proprie azioni, tutti liberi di scegliere al di sotto della scelta ultima, che è imprescindibile affare di Dio. E allora D'Andrea scrisse preghiere a san Nicola di Bari e alla Madonna, cantò le bellezze della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta e del Santuario di S. Maria di Loreto, auspicò per i potenti la guida del Signore, giacché «l'ignudo spirto mio corre a Dio». Le questioni affrontate dall'Autore, insomma, sono riconducibili a tre grandi temi: Capracotta coi suoi problemi e i suoi personaggi, la fede e una visione disincantata del mondo. Ho scelto una poesia per ognuno di essi: "Capracotta sentinella" (1914), "A Maria SS. di Loreto" (1936), "Gli occhiali all'asino" (1972) e "Una caduta dal letto" (1973), entrambe inedite, ritrovate tra le carte di ze Culìtte che il nipote Antonio D'Andrea ha sottoposto alla mia attenzione. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • Il territorio di Capracotta: periodo dei primi Borboni (I)

    Nonostante le turbolenze e i disagi cui restarono soggette le nostre provincie durante la dominazione spagnuola del 1600, i nostri antichi quassù tennero con sufficiente libertà l'amministrazione delle cose proprie. Vi contribuì l'assenza del Signore locale, perché fintanto che durarono i contrasti per la successione in feudalibus di Aurelia d'Eboli, anzi anche prima che costei e i suoi antenati tennero principale dimora in Castropignano e Civitanova, il territorio di Capracotta fu, può dirsi, dei Capracottesi. In questo libero svolgimento potettero raggiungere quel grado di prosperità di cui ho dato prove e la quale forse fu cagione delle grandi molestie ch'ebbero poi a sopportarne. Allorché un diretto Signore venne loro assegnato in persona del neoprescelto Duca Andrea Capece Piscicelli, dovettero lusingarsi d'incontrare in lui un protettore o almeno un equo amministratore di giustizia, e forse in principio la signoria non fu troppo opprimente. Il nuovo Duca volle compiacersi di dare un segno della sua paterna munificenza al popolo, inviando nel 1676 uno scarabattolo con un misterioso interno racchiudente le reliquie dei S. Martiri Costanzo, Faustina, Aurelia e Feliciano, scarabattolo che ogni anno si porta in giro nella processione del santo protettore S. Sebastiano, non senza destare un senso di compassione e di disgusto per le orrende figure delle statuette di legno dorato che lo contornano. L'Università a sua volta, nel 1691, gli ricambiò l'offerta con un annuo tributo detto per presenti et comandamenti, ossia offerta per mano d'opera e per ordini di mano d'opera e prestazione di servizi diversi che il Duca si compiaceva di esigere. Ma ben presto le cose cangiarono d'aspetto ed i nostri antichi cominciarono a sentire tutto il peso delle soverchierie e degli abusi sempre crescenti del governo ducale. Né la loro quiete fu turbata solo da queste molestie: altre sopraggiunsero provocate dalle popolazioni delle Università limitrofe per sconfinamenti nel nostro territorio, altre ancora dal Vescovo di Trivento, che voleva ridurre alla propria dipendenza i patrimoni e le rendite costituite a favore degli enti acclesiastici locali: altre ancora dagli aggravi fiscali, e nuove angustie creava la nuova leva militare, pei reggimenti provinciali, la quale veniva a gravare solo sulla classe degli umili. Così che, sotto il nuovo dominio di Carlo III di Borbone, fu un continuo insorgere contro le prepotenze dei poteri del tempo. Il nostro Libro delle Memorie ci ha tramandato un buon numero di documenti relativi a quelle giuste ribellioni ed agli scarsi provvedimeli emanati ad arginare le soperchierie. Dall'esame di questi documenti sembra per prima che le contese col Duca avessero avuto principio nel 1704, col trattenere, costui il pagamento della Bonatenenza all'Università, ossia un tributo sui beni burgensatici, come eran chiamati i beni non feudali (fabbricati, bestiame, ecc.) questione complicata dall'altra dell'accertamento di questi. Seguì il tentativo di far risorgere il diritto del Duca ai servigii reali e personali degli abitanti (prestazioni di lavoro e d'animali) che l'Università aveva creduto di affrancare col tributo d'annui ducati 52 a titolo di presenti e comandamenti. Un formale litigio s'aperse nel 1722 innanzi al Sacro Regio Consiglio su diversi capi di contestazione sollevati dall'Università contro il governo ducale; ma quel tribunale indugiava la pronunzia, tanta era l'influenza dei Baroni anche sull'andamento della giustizia; e solo nel 1728 potette essa ottenere qualche soddisfacente risoluzione, quale il riconoscimento al diritto di proprietà delle acque della percezione della Bonatenenza, degli usi civici sui territori feudali. Ma le controversie continuarono a sorgere e ad agitarsi sulle diverse angarie, oltre che sulle precedenti, e cioè: sul diritto preteso e imposto dal Duca di far pascere gratuitamente sui demani comunali mille delle sue pecore e venti cavalli addetti alla pastorizia, col pretesto della Bonatenenza, ch'egli pagava per ben altra causa, ed era così tenue (18 ducati) che i cittadini, per ugual numero d'animali, venivano a pagare non meno del triplo. Sul fatto che il Duca, oltre ad avere il monopolio della sfarinatura nei suoi molini e delle gualchiere lasciava, esigere la molitura dei cereali e la valcatura dei panni anche da coloro che le facevano eseguire altrove. Sull'abuso che così lasciava esigere la panatica, tassa sulla confezione del pane, anche su quello che forestieri venivano a vendere, e persino sul pane e sulla farina importata da cittadini in paese. Sull'impedimento frapposto all'esercizio degli usi e diritti civici, per lo scopo d'esserne altrimenti compensato e l'impedimento di lasciar pascolare gli animali occorrenti ai lavori di coltivazione di terreni nel feudo. Sulla insistenza di voler esigere dall'Università una somma fissa annuale per danni e pascoli abusivi dei cittadini per esimersi dall'esigerli dai singoli danneggiatori. Sulla vessatoria esazione delle terraggiere su qualunque vettovaglia, (cereale) anziché sul solo grano, e nella ragione di un tomolo per ogni tomolo di terreno seminato, con l'aggravio della colmatura nella misurazione del grano da consegnarsi ben concio e secco nel fondaco della casa ducale, al contrario di quanto erasi praticato per lo innanzi, che la terraggiera era dovuta pel solo frumento riscosso all'aia del prodotto della giornata e senza colmature. Sull'ingiusto diniego ai coltivatori bisognosi di grano di poter trattenere la terraggiera e pagarne il valore alla mercuriale del capoluogo distrettuale, Isernia. Sulle pretese del Governatore ducale di voler intromettersi nella imposizione dell'assise (calmiere) e nelle nomine degli agenti e impiegati della Università. Sulle pretese del Governatore, di esigere e partecipare alla Catapania (tassa comunale su generi alimentari o d'uso che forestieri venivano a vendere), alle multe per trasgressioni agli ordini municipali, e persino ai diritti d'imposizione di Portulania, Zecca, Giurisdizione di 1ª e 2ª istanza, Mastrodattia, Bagliva, Esercizio di molini ecc. Del resto a che potessero giungere le prepotenze dei Baroni può argomentarsi dal seguente fatto. I Capracottesi sono stati sempre nella necessità di fornirsi di derrate e merci che in paese non si producono, specie vino, olio, frutta, fagioli ecc. Un giorno del 1745 alcuni d'essi, recatisi a Caccavone, comprato ciò che loro bisognava e caricate le some sulle bestie, furono fermati, nell'avviarsi da tal Domenico Antenucci Procuratore del Cardinal Petra e sottoposti a formale sequestro non solo dei carichi, ma anche delle bestie; e ciò per ordine e conto del Cardinal Petra suddetto. Stupore più facile a immaginare che a riferire! Che è che non è, venne a galla che l'Università non aveva inviata una certa somma al detto Cardinale Vincenzo Petra, Arciprete di S. Pietro in Vincoli a Roma, fratello di Nicola Petra, Duca di Vastogirardi. Il Duca Capece Piscicelli aveva contrattato debiti con costoro ed, a cautela, aveva loro ceduto la riscossione di una parte delle entrate dei fiscali dalla Università di Capracotta, assegnandone 172 ducati al Duca di Vastogirardi e 158 al Cardinale. L'Agente di costui in Caccavone, per ottenere il pagamenio di ciò che gli era dovuto, ricorse a questo indegno espediente, che l'Università fu costretta a denunziare alla Camera della Sommaria. Ho già notato che il Sacro Regio Consiglio tentennò sempre a risolvere tutte queste rimostranze dell'Università. Onde nel 1732 si tentò un concordato fra Giacomo Piscicelli qual procuratore del fratello Duca e gli amministratori, ma il concordato fallì per la insistenza di costoro a farvi includere la condizione che, in caso di trasferimento del feudo ad altri, tutte le ragioni dell'Università restassero del tutto impregiudicate, e il Piscicelli si rifiutò. Nel Libro delle Memorie non vi è documento e notizia del modo come fu definita quella controversia; ma la rinvenni nell'Archivio di Stato a Napoli fra i processi avanti la Camera della Sommaria. Si addivenne a concordato definitivo nel Settembre del 1747 fra gli amministratori della Terra D. Mattia Pizzella, Dott. Salvatore Castiglione, Dott. Felice Mosca, Not. Ignazio Vizzoca, Alessandro Campanelli e Nicola Carugno (che nominarono poi Procuratore l'avv. Nicola Pallotta) da una parte e il Procuratore del Duca dall'altra. La redazione del concordato seguì innanzi la detta Camera il 23 Gennaio 1748 - Presidente Mazzucca, relatore Nicola Cavallo e si stabilì: L'Università assolta dal pagamento dei 52 ducati annui per presenti, donativi e comandamenti. Non contrastato al Duca il pascolo di due morre di pecore (n. 700), pagando però 10 ducati annui. Escluso il Duca dal jus prohibendi dei molini e gualchiere; obbligo suo di tener il mugnaio obbligatoriamente dal Giugno a Novembre a spese sue per due parti e una dell'Università, senza potersi impedire ai cittadini di macinare o gualcare altrove, né esigersi panatica dai forestieri. Tenuti i coltivatori di terre ducali alla terraggiera di un tomolo per tomolo; e non potersi ritogliere i terreni ai coltivatori stessi (Colonìe inamovibili) e dovere la colmatura del 10% non altro. Dover pagare l'Università gli annui ducati 80 di Bagliva per gli inventerati usi civici senza diritti ad aumenti o diminuzioni. Esonerata l'Università dal pagamento di annui 69 per danni dati o possibili, potendo il Duca esigere carlini 2 (cent. 85) per pascolo abusivo di ogni animale grosso, ed almeno dieci piccoli. Tenuta l'Università al canone di annui ducati 7 per Mastrodattia. Obbligato il Duca a pagare a sue spese il Governatore e suo Luogotenente. Facoltà ai coltivatori di pagare la terraggiera in danaro alla mercuriale di Isernia. Facoltà al Duca di far pascere in autunno in promiscuo col bestiame della Terra i suoi cavalli e vaccini. Sulle altre contestazioni la Camera della Sommaria stessa già aveva messo i suoi provvedimenti conforme ai reclami dell'Università. Terminarono così circa 80 anni di controversie, di prepotenze e di litigi tra feudatario e popolazione. Ripetute molestie sopportò in secondo luogo dai preti locali l'Università, i quali insistevano nella conservazione del privilegio di pascolo gratuito pei propri animali sia per uso domestico che per scopo di industria che godevano nel 1600, come è asserito nella relazione Cafaro; ma i reggenti dell'Università lo tolsero e tennero duro contro tutti i loro reclami. Quanto ai turbamenti più gravi e più duraturi inferti all'Università per fatto delle popolazioni contermini una contesa si aprì da Pescopennataro che fin dal 1610 avanzò la pretesa della proprietà d'una notevole zona selvosa stendentesi alle falde del Monte Campo verso nord-est superiormente al bosco d'abeti di quel Comune, denominata Difesa di Prato Gentile. Nel 1728 fu dato incarico a 4 fabbricatori di Casteldelgiudice per rintracciare gli antichi termini di delimitazione dei due territori ma senza soddisfacenti risultati, e allora il Sacro Regio Consiglio delegò la Corte di Agnone per l'istruttoria della contestazione, la quale chiamò alla perizia Venanzio Del Sole e Nicola Tollis da Pescocostanzo, riuscita pure inefficace. Nel 1736 una nuova ricognizione fu eseguita da Periti Liberatore e Berardinelli; ma le contestazioni continuarono senza risultato presso il Sacro Consiglio, finchè nel 1751 le due Università le rimisero a tre arbitri ciascuna nominando il suo, ed entrambi il terzo. Capracotta scelse ad arbitro Luigi De Geronimo, Pescopennataro Andrea Mazzucca, e costoro il R.° Tavolario Gennaro dall'Aquila. La Linea delimitatrice fu tracciata dall'ingresso dello speco dedicato alla venerazione di S. Luca ai due culmini denominati Montetti di Carovilli. I pescolani peraltro non s'acquetarono. Nel 1798 irruppero un'altra volta nella zona contrastata, onde nuovo giudizio. Il Sacro Regio Consiglio, relatore il Consigliere Gorgoglione, con sentenza 14 Luglio 1798, ordinò la manutazione in possesso dell'Università di Capracotta, delegando il Governatore della Corte di Rionero Nicola Francesi all'esecuzione ed osservanza del dispositivo. Altre contese seguirono con Casteldelgiudice, i cui popolani nel 1712 invasero un buon tratto del territorio detto di Vallone Ricotta. Il Sacro R. Consiglio ordinò il 5 Ottobre di quell'anno la reintegra in possesso di Capracotta. Nel 1749 nuova contestazione sorse pei confini sulle alture sovrastanti al torrente Molinaro; ma il 31 Ottobre si addivenne alla fissazione del termine di delimitazione al punto detto Crognale Paolone. Una terza questione si agitò nel 1751 pei confini fra il bosco Cerritelli di Casteldelgiudice e difesa di Capracotta fin verso la fonte del Sambuco. Il S. R. Consiglio delegò per l'istruttoria il Regio Tavolario Luca Vecchione, il quale presentò una Relazione, con la relativa mappa topografica il 28 Maggio 1755. Ma, il tracciato di confine, proposto in questa, apparve poco soddisfacente ai capracottesi: i quali «con tumulto ed armamento nei giorni 5 e 6 Giugno s'introdussero con violenza nel territorio assegnato a Casteldelgiudice». Il Consigliere Iannucci autorizzò l'Università di Casteldelgiudice a tenere la zona controversa fino al Muro di D. Giulio e alla fonte del Sambuco, ed alla nuova istruttoria e perizia delegò il Regio Tavolario G. Volpicelli, il quale presentò la sua Relazione il 21 Aprile 1787, conchiudendo che la linea di confine doveva tracciarsi congiungendo varii punti segnati sulla mappa topografica determinati come qui trascrivo: dalla cima non controversa dei Tre Confini (S. Pietro Avellana, Capracotta, Casteldelgiudice) al termine già fissato del Crognale Paolone; da questo seguendo il torrente Molinaro sotto le Costefiadine alla confluenza del Molinaro e del Vallone grande; da questo punto di confluenza rimontando il Vallone grande per passi 40; da questo punto volgere salendo la Scrima dell'Oppieto fino al Muro di D. Giulio; dal Muro di D. Giulio al Sasso Croce segnato sulle Cime alte; di qui alla fonte del Sambuco. Rimanere però in territorio di Capracotta un terreno di 11 tomoli pertinente alla famiglia Baccari, rimasto fuori la linea retta di delimitazione presso il Muro di Don Giulio. Maggiori strapazzi più che molestie ebbero l'Università e la popolazione dalla Curia Vescovile di Trivento. Nel 1736 era stato chiamato a reggere la detta Curia il Vescovo Fortunato Palumbo da Mordano (Lecce), il quale, venuto a conoscenza del ricco patrimonio costituito al nome della Cappella di S. Maria di Loreto e delle altre Cappelle pensò bene di stenderci lo zampino. All'uopo ne commise gli approci nel l741-42 al sacerdote di qui Ermogene Bucci, nominandolo sul Vicario foraneo, e questi cominciò con le pretensioni che le rendite dovessero destinarsi, secondo prescrizioni indicate dalla Curia. Ma incontrò l'osso duro degli amministratori. Visto che costoro non si piegavano ad imposizione di sorta, tentò, nientemeno, che di far imprigionare due dei più resistenti, Carmine Ferrelli e Liberatore Di Loreto. Ma tutto fu inutile e da allora le ire e i dispetti del Vescovo non ebbero più limite né tregua, e tanto apertamente che ci fu un «generale parlamento il 1° Settembre 1742, per ricorrere ad pedes S.S. (Suæ Sanctitatis) rappresentando l'astio e l'odio del Vescovo contro questo popolo, e mandi un Visitatore apostolico». Tutto lascia supporre che il Vescovo, oltre che al negare una Santa Visita, facendo mancare le cresime, in quei tempi assai in voga per le parantele spirituali, avesse intrapreso l'ostruzionismo ai matrimonii, rifiutando ed elevando a caro prezzo le dispense per ragioni di parentele di sangue che nei nostri paeselli erano e sono numerose e numerosissime furono nel secolo che seguì alla peste del 1656, rifiutando inoltre la nomina del predicatore quaresimale, del panegirista designato per feste solenni ecc. E quì cade in acconcio rifare una certa cronaca della Chiesa. Ho già rilevato che i due funestissimi avvenimenti della peste del 1656 e della uccisione sull'altare in Chiesa del sacerdote Tobia Campanelli perpretata dai banditi nel 1657 avessero indotto, oltre all'antichità dell'edificio, i nostri antichi a ricostruirla intieramente. È strano che i Libri parrocchiali né il Libro delle Memorie ci abbiano tramandato i particolari di questa rinnovazione. Racimolando qua e là si può credere che il disegno ne fosse fatto dall'Architetto lombardo Piazzoli; si può affermare che i fondi furon somministrati in parte dall'Università e dal popolo, ma nella parte massima dall'amministrazione della Cappella di S. Maria di Loreto, del Carmine, di S. Antonio ecc. Resta sconosciuta l'epoca precisa in cui fu data mano ai lavori e in quale maniera, ma possiamo fissarne l'inizio nel primo quarto del secolo 1700 (Arcipreti Giuseppe di Rienzo 1691-1710 - Francesco de Baccaro 1711-1733) perché quest'ultimo invocò ed ottenne la benedizione dell'altare maggiore primo eretto dall'eminente prelato compaesano Mons. Francesco Baccari, allora Vescovo di Telese, benedizione impartita il 7 Ottobre 1723. La struttura grezza fu completata nel 1725. Infatti il 15 Agosto di quell'anno venne in Santa Visita a benedirla intera il Vescovo titolare di Trivento il nobile Mons. Alfonso Mariconda rinnovandone la intitolazione a S. Maria in Cielo Assunta, quale era già prima. Ma i lavori interni di completamento e di ornamentazioni, intonachi, cornici, stucchi, dorature, commessi nel Maggio 1735 all'impressario Venanzio del Sole da Pescocostanzo furono completati nella primavera del 1744. Fu allora che l'Arciprete del tempo, Giuseppe Campanelli (1734-1765) credette suo dovere invocare dal Vescovo la definitiva e canonica consacrazione. Ma con sommo stupore di tutti se n'ebbe uno scortese ed ingiusto rifiuto, che sollevò un generale risentimento. Ne fu steso ricorso al Re che trasmesso alla Regal Giurisdizione, fu da questa spedita insieme alle giustificazioni dal Vescovo, al Tribunale di Nunziatura a Madrid, mancando presso il governo di Carlo III un potere costituito, competente a derimere simili controversie. Quel Tribunale accolse il ricorso e, quantunque fosse trascorso un biennio, con Regal Dispaccio del 20 Aprile 1746 da Madrid, fu dato ordine al Vescovo d'adempiere alla domanda di benedizione, che fu dovuto notificare legalmente al Palumbo per ministero di Notaio nella residenza abituale di lui in Agnone. E nondimeno il Palumbo, testardo e prepotente sempre, non se ne dette per inteso, onde nuovi ricorsi alla Delegazione della Regal Giurisdizione e rinnovati rifiuti. In ultimo, a tagliar corto, il Titolare della Delegazione Brancone dovette dare l'incarico della consacrazione solenne ad altro prelato, che fu D. Donato Sammartino d'Agnone, il quale la impartì il 23 Dicembre del 1748 e l'Arciprete poté esprimere con fine ironia la generale soddisfazione annunziando al popolo convenuto alla messa solenne, «esser quella una vittoria stentata dopo 4 anni di contrasti, dovuta a Santa Vittoria ricorrente quel giorno appunto». Crebbero allora i dispetti di Monsignore da parere inverosimili. Proibì al Sammartino la consacrazione degli altari minori, la benedizione del fonte battesimale; delle fosse nei sotterranei della Chiesa destinate al seppellimento dei cadaveri (mancava allora un cimitero), inibì la predicazione! cose per ottenere le quali trascorse un'altro anno. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il tramonto è rosso dietro il profilo del paese...

    Il tramonto è rosso dietro il profilo del paese. Il cavallo procede soffiando dalle narici: il manto è lucido di sudore, la coda menata a scacciare le mosche fastidiose e insistenti. Di ritorno dai campi il contadino decide di scendere dalla sella e trascinandosi negli scarponi tiene le redini lente, poi le abbandona per passarsi ripetutamente il fazzoletto sul capo e intorno al collo. L'animale lancia un nitrito e continua nella direzione conosciuta. La strada assolata compie molte curve e brevi tratti rettilinei nella montagna brulla e sassosa. I campi più a valle sono ancora animati: c'è chi si attarda al taglio del grano e le voci si raggiungono ora forti ora deboli di canti, di accordi, di imprecazioni. Le cicale e i grilli fanno musica e si danno l'intesa. La fiaschetta al fianco è asciutta, ma il mietitore sa che la Fonte del Cippo non è lontana; c'è un ciuffo di arbusti a segnarla che un alito caldo muove a concerto. Poi finalmente l'acqua, sorella, richiama l'attenzione dei sensi cadendo ritmica nell'invaso. L'uomo e il cavallo insieme si dissetano: uno scuote la criniera, l'altro si bagna la nuca e soddisfatti entrambi riprendono il cammino verso casa. Flora Di Rienzo

  • Il territorio di Capracotta: l'amministrazione pubblica e privata antica

    Come poi quei nostri antichi provvedessero alle occorrenze della comunità, e come la governassero in quelle epoche (sempre 1400-1600) non si può che argomentare indirettamente ed incompletamente da saltuarie memorie delle quali raccolgo un sunto. La gestione amministrativa era tenuta da un piccolo consesso formato da un Sindaco proposto dall'Università e nominato dal Governatore, ossia agente del Barone, e da sei eletti, scelti dai cittadini, che insieme eran detti del Governo; restavano nell'incarico da un Settembre all'altro e insieme risolvevano gli affari di ordinaria amministrazione, perché a quelli di più grave e generale importanza eran chiamati a discutere i cittadini senza distinzione. Pare che il Governatore avesse diritto e facoltà di intervenire a presiedere qualsiasi adunanza. Al Sindaco era affidata precipuamente la gestione finanziaria, per la quale percepiva un diritto fisso di 50 ducati, ed il suo rendiconto annuale era riveduto da due Razionali. Il Segretario del consesso era detto Cancelliere. V'eran poi due Grascieri, il cui compito era di sopraintendere allo smercio di commestibili al pubblico, a stabilirne i prezzi, invigilarne il peso, le misure, la qualità, far osservare le ordinanze del Governo, i patti da coloro che assumevano forniture, specialmente di carne. Le Entrate eran costituite dalla tassa sui fuochi in £. 4,25 a famiglia, il complesso della quale si riversava all'Erario; e dalle fide dei pascoli Demaniali, ossia proprii dell'Università, perché quelle sul territorio feudaÌe, che era il massimo, venivano assorbite dal Barone. Gli Ecclesiastici erano esenti dal focatico e per un certo tempo lo furono anche pel pascolo di loro animali. Non ci erano Dazii, eccetto la Catapania, ossia il diritto di prelevamento di un Rotolo (Kilog. 0,891) di merce, o relativo importo, sopra ogni soma (cioè carico di vettura a schiena) di generi alimentari, generalmente frutta o verdure, pesci, salumi, ecc. dazio che gravava sui forestieri venditori. Stipendiati dall'Università erano: il detto Cancelliere: due Medici con tutto che a quei tempi la medicina si riduceva al salasso, all'applicazione di unguenti ed empiastri, a narcotici, ad estrazioni di denti ed operazioni chirurgiche, parto, fratture e distorsioni ossee ecc.: due consultori legali, i quali non sempre erano in paese: un Mastrodatti ossia Notaio: due guardiani dei boschi e delle campagne: un banditore: un assistente all'orologio pubblico: un sagrestano. C'era una tassa al Barone per la pubblicità dei bandi! Avevano acciottolate le vie interne; accortamente peraltro fin dai tempi più antichi erano stati lasciati dei tratti aperti fra le case specialmente verso le rupi e coperti da volta in pietre (dette tombe) opportuni pel getto delle immondezze, dei materiali inutili ed anche della troppa neve ammonticchiata nelle vie. Un orologio sulla torre d'ingresso del primitivo abitato segnava e suonava le ore regolate da un'ora dopo il tramonto. Avevano anche provveduto a un ricovero pei viandanti, destinando a tale uso un apposito fabbricato, indicato nei documenti col nome di Taverna, la quale si dava a mantenere ad un apposito incaricato, con l'obbligo a costui di tenerla sempre aperta e di fornire il vitto ai viandanti stessi e i foraggi per le loro bestie da cavalcare o da soma. L'istituzione di un tale albergo o ricovero doveva rimontare ad epoca abbastanza remota, come è dato desumere da una iscrizione restata su una lapide infissa sul prospetto di una casa nella piazzetta ora denominata: XENODOCHIUM HOC VETUSTATE MAJORUMQUE INCURIA PŒNITUS DEMOLITUM ANNO ITERO 1720-1721 A FUNDAMENTIS RÆDIFICATUM FUIT EX LEGATO R.DI D.NI PHILIPPO BARDARO ET NONULLORUM PIETATE Qui rilevo un dubbio che mi si affaccia dal considerare che all'infuori del detto albergo, ricordato col nome di xenodochio, o taverna, sopravvivono col nome di Ospedale le adiacenze della casa ov'è la lapide insieme a un terreno sottostante lasciato gran tempo a prato naturale e ad una via a fianco che scende alla campagna. Inoltre il Giustiniani, nel breve cenno di Capracotta nel suo "Dizionario regionale del Regno di Napoli" edito nel 1797, segna questa espressa menzione: «vi è un Ospedale». C'era dunque un edificio distinto e separato destinato per lo meno a lazzaretto, con la dotazione del terreno annesso e che poi similmente per incuria fu lasciato in abbandono? Il terreno poi nel principio del secolo XIX entrò nel patrimonio della Congregazione di carità; perché? Oppure quel che un tempo era Albergo pei viandanti fu convertito in lazzaretto in tempo di epidemia? Se così avvenne, la trasformazione dovette avvenire già prima della epidemia del tipo esantematico o petecchiale del 1827 che fece circa trecento vittime. Oggi di quell'Ospedale non sopravvive che il nome indicante la località confusamente. Si può concludere dunque che un certo grado di agiatezza s'era andato diffondendo in paese. Della gente minuta peraltro ben pochi si dedicavano a un mestiere, intenti tutti d'ordinario alle cure del bestiame. Nessuno poi e di nessun ceto per quanto si rammemori, si dedicò all'arte; le muse non lasciarono cultori degni di nota, forse perché, e non c'è da illudersi su questo, la vita era sotto ogni aspetto assai dura; i mestieri eran tenuti in dispregio perché mal rimunerati; e la pastorizia era preferita perché assicurava alla gente il vitto quotidiano, offriva l'agio delle provvistole familiari, la lana pel vestiario. Ma su questo mi riserbo ritornare nell'esame del periodo storico successivo, volendo offrir prima documentazione di quanto sono andato esponendo, traendola dal nostro Libro delle Memorie. Leggesi al foglio 154 che il 30 Luglio 1667 (11 anni dopo la peste) «essendosi congregati in pubblico parlamento la maggior parte dei cittadini della Terra nel Fondaco del Ducal Palazzo perché essi, venuti in cognitione come, accesa la candela per l'affitto di detta Terra, rimase al magnifico Giulio De Furnis per 2.000 ducati l'anno, avevan rivolto domanda di prelazione al Sacro regio Consiglio per mezzo del Procuratore Prospero Amedeo, e, avendone ottenuto regio assenso, si era preteso dai ereditori quali cautele volesse dare l'Università per detto affitto. Il Sindaco afferiva l'obbligo delli magnifici D. Filippo del Baccaro, Leone D'Andrea, Amico Pettinicchio, Fabritio Carnevale, e di più offeriva di pagare prontamente ducati mille e di più in fine d'anno altri ducati 2.000 e sempre pagare anticipatamente un semestre durante li quattro anni di detto affitto. Benché non ci fosse necessità di tanta cautela, mentre la Università è ricca, senza debito alcunoi, vi sono 1.500 giumente e più, vi sono più di 50.000 pecore e li su detti quattro nominati possiedono più di 40, 50 mila scudi». Al foglio 134 nella copia dell'Apprezzo della Terra per la «vendita in beneficio dell'Ill.mo Duca Andrea Capece Piscicelli» fatto dal perito Donato Cafaro nel 1671 trovasi scritto. Nella descrizione dell'interno della Chiesa trovansi annoverati molti altari con le famiglie che ne avevano il patronato. Nella navata centrale verso l'altare maggiore uno dedicato a S. Maria della Pietà e S. Francesco di Paola della famiglia Pettinicchio: di fronte l'altro al Crocifisso un tempo della famiglia Pede poi dell'Università. Verso la porta uno a S. Maria di Montevergine e. S. Vito della famiglia Di Majo; l'altro a S. Maria di Costantinopoli della famiglia Carnevale. Nella navata sinistra uno alla Madonna del Rosario della Confraternita della stessa; un secondo all'Annunziata della famiglia Di Janni; un terzo allo Spirito Santo e S. Caterina della famiglia Baccari: un quarto a S. Francesco della famiglia Di Rienzo. Nella navata destra un primo a S. Anna della famiglia D'Andrea, un secondo ai SS. Innocenti della famiglia De Bucci; un terzo a S. Leonardo della famiglia Carfagna; un quarto alla Concezione della famiglia Campanelli. Lateralmente un altare a S. Maria degli Angeli della famiglia Tartaglia; e all'incontro quello a S. Carlo dell'Università, un altro alla Concezione della famiglia Colangelo ecc. Il complesso di tutti i su riferiti accenni mi par bastevole a credere che una notevole prosperità erasi andata diffondendo in paese a quel tempo, e fosse dovuta all'industria prevalente, l'allevamento del bestiame specialmente ovino. Ed a questo proposito credo opportuno di aggiungere qualche ricordo che è attinente a moltissimi altri comuni e comunelli della nostra regione. La spinta data dagli Aragonesi a popolare di greggi e d'armenti il deserto Tavoliere di Puglia ed a renderselo fruttifero con l'offrire ai loro possessori la sicurezza di trovare dei posti determinati fissi e bastevoli al numeroso bestiame che non poteva restare l'inverno sui nostri nevosi monti abruzzesi e sanniti, indusse i possessori stessi non soltanto ad accrescerlo, ma a preferire quindi innanzi la Puglia alla Campagna romana anche per cansare l'incontro delle pressioni del differente governo politico ed amministrativo papale; ad assoggettarsi al disagio del più lungo percorso, al pericolo dei guadi di tre maggiori fiumi e di molti torrenti che lo attraversavano, ma che ne era compensato dal tempo e dall'agio che potevano impiegarvi, senza che le bestie trasmigranti ne soffrissero per deficienza di cibo, offerta da Tratturi, dai Riposi, e dai villaggi. Di più essi trovavan conveniente lo stendersi in quelle vaste e pressoché abbandonate terre, costituendovi una prima forma di dominio che per quanto precaria, era però reiterabile. Ai massari (possidenti industria armentizia diremmo oggi) capracottesi furono assegnate vaste estensioni di pascoli nelle Locazioni di Canosa, Gaudiano, Locone, Minervino, cioè nel versante a destra delle corrente dell'Ofanto, dall'antico ponte di Canosa in su verso Venosa e quindi fin sulle Murge di Minervino, pascoli che le loro generazioni tennero fino al secolo XIX ed alcuni posseggono tuttora. Confesso di non aver consultato l'Archivio della Dogana di Foggia per più ampi e precisi ragguagli su ciò, ma nell'Onciario del 1743 trovasi annotazione che eranvi già iscritti come Locati: la Cappella di S. Maria di Loreto, membri delle famiglie Baccari, Castiglione, Conti, D'Andrea, Di Janni, Melocchi, Mosca, Pizzella, Di Tella. Però sicuramente ve n'eran parecchi altri non menzionati nell'Onciario forse perché assenti al tempo della compilazione, ovvero perché non domiciliati in paese, ad esempio il Duca. Né soltanto con le Locazioni andaron fuori stendendosi i capracottesi; molti andarono acquistando vigne in contrade vicine ove erano o s'impiantavano viti. Nello stesso Onciario del 1743 sono annotati possidenti di vigne per circa 20 mila ordini (ogni ordine di un filare di 15 viti; 800 a 1.000 ordini per ettaro) la più parte in agro d'Agnone, contrade Acquasalsa, Pietronero, Vallon del Cervo, ma ne avevano anche a Belmonte, a Borrello ecc. Nelle carte di acquisto, permute, obbligazioni riguardanti dette vigne trovasi d'ordinario l'indicazione d'esser costituite di viti latine, attestazione sicura che i vitigni erano originari del Lazio, ai cui vini i nostri han sempre avuto grandissima rassomiglianza. L'industria degli ovini ne aveva portato seco altre; ad esempio la fabbricazione dei pannilana. Non v'era e non ci fu, sino ai nostri tempi, altra stoffa pel vestiario. Calze, vestiti, manti da donna mantelli, giacche, coperte, tutto era in lana. In flanella per lo più anche le camicie da uomo, le mutande e le mutandine donna. Per gli abiti maschili la tinta della stoffa, anzi della lana in toppe, veniva fatta esclusivamente con l'indaco; l'indaco vero vegetale, ed ancora al giorno d'oggi la maggior parte dei lavoratori adopera questo igienico decente e duraturo vestiario, con le camicie di flanella a carne nuda. Per le vesti da donna anticamente e fino alla formazione del nuovo Regno d'Italia la tinta delle gonne era in un inalterabile rosso cremisi, tinta di cui s'è perduto il segreto. Alle coperte da letto le donne si sbizzarrivano di crear tinte svariate, e a svariati disegni. Ogni casa, può dirsi, aveva il suo arcolaio, il suo filatoio, il telaio, la caldaia, il tino da tingere. Ai molini erano annesse le gualchiere. Il nostro geografo Giuseppe Galanti ricorda che in Capracotta ed in Morcone erano fabbriche di panni ordinari. Le guarnizioni delle vesti e delle mantelline da donna erano in seta, e come ricorda il Cafaro, qualche donna più ricca aveva abiti pure in seta. La biancheria era generalmente di canapa filata e tessuta pure nelle case, e candeggiata al sole in lunghe striscie sulla neve, ma ve n'era anche in lino ed anche in bambagia che veniva dalle Puglie. Sconosciuto il cotone. Altra industria fu ed è tuttora quella della composizione dei basti per bestie da soma che rimase quasi come un privilegio, un monopolio dei bastai capracottesi, conservato fino ai nostri giorni, trasmesso in determinate famiglie di padre in figlio, che poi si sono sparsi in gran numero dei paesi del mezzogiorno, gelosi d'insegnare il mestiere ad altri. Circa le vicende del nostro territorio nel decorso del 1500 e 1600 è da ricordare che il governo spagnuolo soppresse i dieci Giustizierati, ricostituendo le Provincie in numero di dodici. Il nostro Contado di Molise, all'estremo del quale rimanemmo, venne segnato all'11° posto e si estese dal Sangro fino alla Capitanata. Localmente, all'infuori dell'assegnazione dei demani feudali al Duca Capece Piscicelli, altri mutamenti avvennero. I benedettini di Montecassino, che eran soliti di esigere direttamente le rendite o i terraggi in derrate da una trentina di famiglie di coloni coltivafori, nel 1600 lo dettero in locazione ai fratelli Giovanni e Berardino Mosca per 102 tomoli di grano. Posteriormente la locazione fu assunta da altri. Degli altri mutamenti nelle parti di S. Croce di S. Maria Caprara, di S. Nicola della Macchia ho già fatto parola innanzi. I governanti spagnuoli, a quanto pare, vollero che ogni Provincia serbasse un emblema distintivo e l'avesse anche ciascuna Università da figurare nelle principali sedi dei pubblici assembramenti e nei sugelli (timbri) metallici da adoprarsi, di cui le prime impressioni trovansi nell'Onciario compilato nel 1743. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte del Bacile

    Questa fonte non esiste più né in quanto manufatto né in quanto sorgente. Tuttavia, fino a trent'anni fa, era ancora possibile bere le sue limpide acque, anche se il catino che le presta il nome (in capr. Fónde de re Vaccìle) era già stato trafugato. Il bacile, infatti, altro non era che un vassoio in pietra lavorata atto a raccogliere le sorgive scaturenti dal cuore di Monte Cavallerizzo, nel fitto del bosco di Vallesorda, pochi metri al di sotto dell'attuale strada Montesangrina. Il bacile in metallo, d'altronde, dal Medioevo in poi ha ricoperto anche una funzione liturgica, o per deporre le offerte in denaro e in natura o, più spesso, per raccogliere l'acqua versata per l'abluzione sulle mani del celebrante. La Fonte del Bacile, infatti, era geograficamente situata a metà strada tra il Monastero di S. Giovanni Capraro e la Chiesa di S. Nicola di Vallesorda, quindi non è peregrino immaginare che fra l'uno e l'altra vi fossero vie di comunicazioni e che su queste sorgessero acquasantiere o bacili per le lavande. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che la presenza di fonti sul territorio è giustificata non solo dalle tipiche attività lavorative (pastorizia, agricoltura e selvicoltura) ma, in alcuni casi, si devono prevedere utilizzi terzi, attinenti con le abitudini religiose degli antichi, per i quali l'acqua aveva un significato decisamente più sacro di quello che siamo soliti riconoscerle. Il maestro Domenico D'Andrea scriveva che «poco oltre l'entrata del bosco, sottomano alla strada, c'è una sorgiva che versa un filo d'acqua fresca in una piccola conca a bacile, il bacile che le ha dato il nome. Era meta di spuntini domenicali e qualche volta di scampagnate. Credo che non ci vada più nessuno. Il pensiero corre a te, anonimo compaesano, che scalpellasti, forse durante il taglio del bosco, la piccola conca a bacile e vi facesti pure un canaletto per il flusso dell'acqua. Silenziosa fluiva l'acqua della tua fonte all'ombra fitta dei faggi di Vallesorda». Se oggi voleste cercare la Fonte del Bacile non la trovereste. Al suo posto troverete invece un bel cesso in ceramica: questo la dice lunga sul cambio di passo tra i tempi andati e quelli odierni! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte d'Argenzio

    A Capracotta questa sorgiva di campagna veniva chiamata Fónd'Ariénde ma il suo nome, semplicemente, non significa nulla. È soltanto grazie alla "Pianta degli ex feudi di Cannavina", redatta il 31 ottobre 1812 dagli agrimensori Saverio Pulcino e Matteo Mascioli, che possiamo finalmente conoscere il nome originale della Fonte d'Argenzio. Nel firmamento dei blasoni nobiliari napoletani, gli Argenzio (anche Argenio, Argencio od Argentio) hanno rappresentato una meteora; trattavasi, nello specifico, di una famiglia capuana col titolo nobiliare di Polignano a Mare, la cui arma era costituita da un trinciato d'argento e di rosso. Non è possibile stabilire in che misura la fonte capracottese fosse legata alla famiglia d'Argenzio ma, allo stato attuale, questa sembra l'unica connessione etimologica possibile, ancor di più alla luce del matrimonio contratto attorno al 1625 tra Giulia d'Argenzio, figlia di Dezio, e Federico Carafa «nato da Don Antonio Carafa fratello di Don Ferdinando Duca di Nocera». La confusione che dominò la successione nobiliare al feudo capracottese tra la metà del XV e l'inizio del XVII secolo permette infatti di non escludere la presenza di un Carafa al titolo ducale di Capracotta, giacché questi «vennero in possesso dei feudi molisani per un intrigo fittissimo di parentele, successioni, vendite, usurpazioni, attribuzioni del Regio demanio». Di certo appare incongruo che una fonte "di sangue blu" come questa non presenti un manufatto di pregio, poiché allo stato attuale essa è poco più di una sorgente temporanea, situata in località Passo della Regina, che s'ingrossa all'aumentare delle piogge e delle nevi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa, libro II, Bulifon, Napoli 1691; F. D'Avino, La confisca dei beni agli eretici nella Napoli di età moderna, dottorato di ricerca, Università degli Studi di Napoli "Federico II", Napoli 2011; C. De Nicola, Diario napoletano, vol. I, Pierro, Napoli 1906; F. De' Pietri, Cronologia della famiglia Caracciolo, Stamp. Simoniana, Napoli 1803; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Jovine, Viaggio nel Molise, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1967; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. II, Pierro, Napoli 1915; G. Reccho, Notizie di famiglie nobili, ed illustri, della città, e Regno di Napoli, Parrino, Napoli 1717.

  • Boîtes à surprise

    In un teatro periferico dei Prati - il Principe, ripulito rinfrescato ammodernato - abbiamo assistito a "Cantachiaro 3". Una rivista desertica, monotonamente orientata alla satira politica: e la politica v'è scarnita, la satira v'è banale. Cesare Maria de Vecchi (torinesissimo: e non è la sola disgrazia di Torino) vi si esprime in pretto napoletano: «c'aggio a fa'?»; e Luigi Federzoni gli risponde con austerità ed eleganza di cui certificano i versi del ritornello: ...ho paura ho paura ho paura e le mie mutande ben lo san... A che continuare? Non è posto qui per il museo degli orrori. La rivista indigentissima arriva tuttavia al traguardo: merito degli attori, che vi si prodigano con duttile lena: la Renzi, Besozzi, Calindri, Enzo Turco (repertorio del vecchio Scarpetta: "'Nu turco napulitano"), la Mari, Ortensi, Thea Prandi (una parentela mancata: e gelosamente ci duole)m Paola Orlova, Licia Barbara, Marica Spada... Federico Collino è tra gli ultimi fedeli a un ruolo che va scomparendo, se non dalla logica dei testi, dalla consuetudine dei palcoscenici. Non v'è più posto, alla ribalta, per i caratteristi: ché le parti di carattere tentano ormai i primi attori, quasi tutti inclini ai promiscui. Metton parrucca e Ruggeri e Stival, e Benassi e Ninchi, e Cervi e Giorda, e Tòfano e Randone; e attori della specializzazione di Collino e di Barnabò diventano pleonastici alle esigenze della distribuzione. Ma poi che anche Collino e Barnabò hanno necessità alimentari, insidiosamente proposte dallo zucchero a mille e dal burro a novecento, e un sarto del prezzo di Gaetano Terreri, e una manicure del rango di Maria Luisa de Filippis, eccoli accoratamente ma legittimamente decisi: guglielmo andrà con la Osiris, Federico è andato con "Cantachiaro". Senonché, scrollate loro di dosso l'amore, se vi riesce. Anche a "Cantachiaro" Collino ha portato quella disperata passionaccia del suo "porco mestiere". Cambia d'abito, di parrucca, di trucco, di modello e di tipo: quasi recitasse otto dieci atti unici di Wilder o di O'Neill - in un rispetto alla battuta così convinto e fervoroso, da farci a tratti dimenticare ch'è religione ad un totem anzi che a un demiurgo. Mette l'impegno di Edmond Castel e di Orbal: con, in più, la colorita precisione di Collino. Gianni Agus, sbalestrato alla rivista da una vendita in blocco bandita dall'Impresa del Nuovo (lui, Besozzi, Calindi, Collino, la Mari), s'è trovato a dover, non che modulare il couplet, flautare la romanza. Ah non per questo, non per questo il fermento sardagnolo di Agus era gorgogliato dal lontano nuraghe come è fama facessero un tempo i rauchi richiami dei corni! Ma tant'è, Agus ha flautato la romanza: con ritmata dolcezza, all'unisono con quel dolce ritmo che è Maria Marchi: nel sobrio commento di gesti e di espressioni che, se trasmigrassero a Giacomo Rondinella, resusciterebbero la spenta nostra fede nella canzone. E Tina Perna? Il teatro di prosa allinea in campo qualche bellezza aggressiva. Lia Zoppelli, Mirella Pardi, dilicatissima l'una, procacissima l'altra, con differenti schidioni egualmente inchiodano la nostra ammirazione al loro immediato apparire. Tina Perna... Tina Perna la arrostisce a fuoco lento. Graziosa, al primo incontro. Al secondo ci si accorge che la sua nuca è vagamente arcuata; la sua fronte, pensosa; i suoi occhi, mobili e profondi. Sono evidenti, al tezo, la armonia snella della persona, la malizia discreta del seno, il rilievo garbato del fianco, la inquietudine nervosa della caviglia... Sconsigliamo, ai giovani troppo prudenti, l'incontro numero quattro; e il "Cantachiaro" numero tre. Attenta e permeata era, con Ruggeri: non rilevante piccola attrice di prosa. Nella rivista, lascia stupiti. Covava, sotto quella sua avvenenza un poco ritrosa e quella sua acerbità ghiotta, il brio la diavoleria il senso di capriccio di una soubrette. Affrettiamoci. Affrettiamoci a dire che gli attori italiani sono sorprendenti. Eredi diretti delle maschere, sono ancora quelli che, nell'arlecchino Bertinazzi, sommuovevano Parigi assai più di quando non l'abbiano commossa più tardi le Cécile le Miss i Maurice, tutti "national". Oggi re domani servi; lunedì sgualdrine martedì màrtiri: capaci d'ogni metamorfosi e d'ogni improvvisazione, d'ogni atteggiamento e d'ogni accento: clowns maravigliosi della recitazione, miracolati trasformisti delle battute, aedi estemporanei di tutti i festini. Insorgenti di dovunque e d'improvviso: crisalidi che diventano farfalle nello spazio di un'ora, e librano inconcepite ali d'oro; girini che nel volger di una sera divengono prepotenti ranocchi, e invece di gracidare dal pantano conclamano dal prato. La fama lo splendore la gloria del Teatro nostro sono, dai secoli, non nei commediografi ma nei commedianti. Il divino Goldoni, d'Annunzio, Pirandello solcani i “cieletti” come luminose eccezioni: la norma è dettata dai Viola dai Cantini dai Gherardi dai Berrini dai Tieri: buona gente e molto rispettabile, ma più diligenti scrivani e che non imbizzarriti poeti del dramma. La tradizione degli attori, no: non è affidata solo ai Rossi agli Emanuel ai Modena ai Salvini ai Novelli agli Zacconi ai Ruggeri, alle Ristori alle Duse alle Pezzana alle Gramatica; è custodita anche - e forse soprattutto - dagli oscuri o dai non rutilanti: da questi, che alla rivista concedono la dignità della prosa e alla prosa la imprevisione della rivista, che simulano Rabagas o il signor Capanna, Amleto o Patapon, Lucinda o il mostro, con eguale scrupolo eguale impegno eguale estro: in queste attrici minori, che una sera emergono inattese dalla opacità dell'ombra per stagliarsi nella luminescenza di una leggiadria che non s'era notata e di un garbo che non s'era avvertito e di una vivacità che non s'era indovinata. Francesco Prandi Fonte: F. Prandi, Boîtes à surprise, in «Le Scimmie e lo Specchio», 9, Milano, novembre-dicembre 1946.

  • Le case della Madonna di Loreto

    Da secoli la devozione e il culto alla Madonna di Loreto sono sedimentati nell'inconscio collettivo dei capracottesi. La piccola chiesa della Madonna oggi elevata al rango di basilica, quasi a conferma della sua importanza storico-religiosa, si erge isolata sul crinale che separa il bacino del Sangro da quello del Trigno. È detta Madonna di Loreto perché si richiama al culto tributato in Loreto alla Santa Casa della Madonna. Questo culto trovò notevole diffusione presso le popolazioni dell'Appennino centro-meridionale che praticavano la transumanza, antichissima, perché già praticata dai Sanniti. Dove sorge la chiesa della Madonna ai primi di settembre si concentravano le greggi che si apprestavano a scendere dai monti nelle pianure di Puglia. L'evento veniva vissuto in forma festosa ma anche traumatica. Buona parte degli uomini validi partivano anch'essi e lasciavano nella "casa sui monti" le mamme, le giovani spose, i figli minori affidati alla protezione della Madonna e con tanta nostalgia in cuore. Il mito della casa pesava molto sulla scelta della Madonna di Loreto: a Loreto c'era la casa dove era vissuta la Madonna e l'abbinamento tra quella casa e le case che dovevano essere abbandonate per circa sei mesi stabiliva un dinamismo di sentimenti famigliari e religiosi che attenuava la nostalgia. Dopo la loro partenza i boschi di faggio trascoloravano in colori che passavano dal giallo al rosso intenso poi sulla casa della Madonna e su quelle degli esuli cadeva la neve. Nei lunghi mesi invernali, nelle case pressoché sepolte nella neve, si pensava ai cari lontani e si pregava per loro la Madonna. In Puglia i pastori esuli attendevano con ansia l'arrivo della primavera quando avrebbero ripercorso all'insù i tratturi sul passo lento delle greggi e avrebbero riabbracciato alla Madonna fra lacrime di gioia le mamme, le spose, i figli. La natura nel fulgore della primavera partecipava alla gioia di tutti: e c'è da scommettere che anche la Madonna in cielo versava qualche lacrima, anch'essa contenta. Giovanni Carnevale Fonte: G. Carnevale, La Madonna di Loreto, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Il poeta Berardino Conti

    (Capracotta, 12 agosto 1865 - 19 marzo 1905) Bernardino Gaetano Antonio Conti era il primogenito di Giulio e Giovannina d'Alena, figlia del barone Pietro. Per fratelli ebbe Olindo, Ottorino, Oreste e Nestore, tutti personaggi di rilievo, «assai noti e ricordati nel mondo capracottese del Novecento». Il padre era capo plotone della Guardia Nazionale e fu uno dei protagonisti della rivolta antiborbonica avvenuta a Capracotta nell'ottobre del 1860. Il nonno Bernardo, da cui ereditò il nome, fu invece vicecomandante della Guardia Nazionale quando il cugino Gaetano ne era comandante in capo. Lo zio Amato Nicola Conti fu sindaco di Capracotta e presidente della più importante e ricca congregazione laicale, la Confraternita della Visitazione e della Morte. Da queste brevi notizie è facile intuire come la famiglia Conti, nel XIX secolo, occupasse la maggior parte delle più alte cariche dell'amministrazione civile e religiosa di Capracotta. Del giovane Berardino, però, non si hanno molte notizie, forse perché morì a soli 40 anni, un lutto che segnò profondamente la famiglia, col fratello minore Oreste che, in occasione dell'ode "I miei fratelli", scrisse che è «morto il primo ed il migliore». Berardino, infatti, seguì le orme del padre nella professione legale ma, convinto che «in arte, in letteratura, come in politica si dà ad intendere bianco per verde», amava probabilmente anche dilettarsi nella stesura di versi romantici. Sulle colonne di "Aquilonia" - un periodico «politico amministrativo letterario» pubblicato in Agnone dal 1° gennaio 1884 al 16 giugno 1889 -, nelle edizioni del 16 febbraio 1886, del 10 marzo 1886 e del 22 maggio 1887, ho scovato le uniche tre poesie edite di Berardino Conti, tre componimenti semplici che cantano amori ideali o non corrisposti. Il primo, "Ad una margherita", ed il terzo, "Amicizia", sono classici sonetti a schema ABBA-ABBA|CDC-DEE oppure ABAB-ABAB|CDC-DCD; il secondo, invece, è leggermente più lungo e complesso, con uno schema ABCABC a rima incatenata e una licenza sul quarto verso dell'ultima sestina. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • L'8 settembre nei ricordi di un cappellano del Corpo Italiano di Liberazione

    Chi scrive è un salesiano di 95 anni. Ho partecipato alla guerra di Liberazione come cappellano militare. L'8 settembre del 1943 ero a Bari per raggiungere i reparti militari dislocati nel Montenegro. Nel pomeriggio di quel giorno, festa della nostra Madonna, ricercai tutti i paesani militari che facevano servizio in quella città. Comprammo una cassetta d'uva per ricordare nostalgicamente la festa. La sera apprendemmo che era avvenuto l'armistizio. Noi cappellani nel Corpo Italiano di Liberazione (gruppo di combattimento "Legnano") svolgemmo il nostro compito nella battaglia di Mignano Monte Lungo (Cassino). Vi morì anche un capracottese cui dovetti dare pietosa sepoltura. La madre era sfollata a Pescolanciano e col suo comandante di artiglieria la raggiungemmo per darle la triste notizia. Da cappellano rividi Capracotta distrutta nel 1944-45 per quattro mesi di convalescenza. I più lontani ricordi dell'8 settembre risalgono a quand'ero bambino. Era finita la guerra 1915-18 e non c'era ancora stata la Marcia su Roma. Come un sogno, ricordo quando la Madonna dal suo tempio fuori paese veniva portata in solenne processione verso la Chiesa Madre. Squarcióne che faceva inginocchiare il cavallo davanti alla Madonna prima che gli altri, numerosi cavalli gualdrappati sfilassero in processione. La Madonna allora non era solo la Regina del cielo ma anche la gran Signora di Capracotta: possedeva greggi e terre in Puglia. Alle sue ricchezze i capracottesi potevano attingere: era la Madonna che forniva la dote a una ragazza rimasta orfana che doveva sposarsi; era la Madonna che manteneva agli studi fuori paese qualche ragazzo particolarmente intelligente e meritevole. Tutti le volevano bene e ciò spiega con quanta gioia si festeggiasse l'8 settembre. Anche allora, come adesso, tutti sfoggiavano un vestito nuovo; suonava la banda, c'era la fiera, una grande processione per le vie del paese e a notte tutto si concludeva con il cielo che si accendeva di fuochi d'artificio. Costantino Carnevale Fonte: C. Carnevale, L'8 settembre nei ricordi di un cappellano dell'Esercito Italiano di Liberazione, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Il territorio di Capracotta: note ecclesiastiche del 1500-1600

    Rientrando nel corso degli avvenimenti del paese entro il periodo del 1500-1600, si presenta fra essi di notevole attenzione la Chiesa intitolata a S. Maria di Loreto ed una pia associazione formatasi sotto lo stesso nome sempre in epoca imprecisata. La Chiesa stessa, un tempo piccola e rozza, era antichissima, come si rileva da un verbale steso il 27 luglio 1622 (anno in cui fu bellamente rifatta) che ha fra le altre queste testuali parole: «Contulimus in venerabili Ecclesia nuncupata Santa Maria de Laureto extra mœnia dictæ Terræ Capracottæ antiquissime constructa et noviter ampliata»... Infatti, sulla soglia dell'eremitaggio affiancato alla Chiesa stessa, leggevasi incisa la data del 1622 in grossi numeri fino a pochi anni or sono in cui l'eremitaggio stesso fu meglio ricostruito. Questa bella e solitaria Chiesetta, che ispira religioso raccoglimento in chi vi si sofferma, e rispettoso ossequio ai concittadini che le passano innanzi, è la maggiore dopo la matrice, e dette il nome alla strada che vi conduce, un chilometro circa dall'estremo dell'antico abitato. Vuolsi che fosse stata eretta per più intensa divozione dei nostri maggiori verso quella Madonna protettrice dei viaggi, perché in quei dintorni eran soliti di radunarsi con gli armenti per condurli a svernare ai bassi piani nei principii dell'autunno, ed ivi, dopo qualche giorno di permanenza, si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro i fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii raccomandavano nella preghiera l'incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine. Così il sommo fervore di fede che s'andò destando tra i nostri antichi verso quella Madonna, li indusse non soltanto ad ergerle il tempio, ma a profonderle copiose e svariate elargizioni. Terreni, oro, animali, danaro le furon a gara generosamente, forse con sacrifizii, donati. Con tali doni e coi loro frutti, serbati con amore pari alla fede, vennero a costituirle un patrimonio vistoso. Le fù messa insieme una masseria armentizia che raggiunse il numero di 8.000 pecore e capre, completamente attrezzata di reti, secchi, caldai, pali ecc. fornita di oltre 50 animali equini da soma, d'una razza di giumente ed un'altra di più che 100 vacche pure con le relative attrezzature, di 12 bovi per la coltivazione delle terre. Le costruirono un apposito fabbricato in paese per riporvi ogni materiale mobile; foraggi, bestie; dettero a mutuo rilevanti somme disponibili; ne curarono la iscrizione alla Dogana delle pecore in Foggia per farle avere il diritto d'una estensione pascolativa di terre del Tavoliere adeguata al numero ed alla specie del bestiame; le acquistarono perfino una vigna nell'agro di Agnone, ne amministrarono scrupolosamente il patrimonio e lo invigilarono così che pervenne quasi intatto ai nostri tempi. Ma delle vicende di questo patrimonio avrò occasione di intrattenermi in seguito. Parecchie altre confraternite o pie associazioni oltre quella di S. Maria di Loreto s'erano andate formando dal nome di svariate cappelle, di S. Antonio, del S. Sacramento, del Carmine, del Rosario, dei Morti, con notevoli dotazioni da svariate offerte. Esse presentavan l'aspetto di società mutue d'aiuti spirituali anziché di materiali. Ciascuna ebbe la propria amministrazione, la propria gerarchia, le proprie insegne con differenti colori. Così quella del Sacramento in rosso scarlatto, in azzurro quella del Carmine, in nero quella dei morti, in rosso rame l'altra di S. Maria di Loreto; e, nelle lunghe processioni delle principali feste, ne svolazzavano al vento gli stendardi, e brillavano alla luce le cappe e le stole di seta, con le quali gli ascritti si presentavano pure in talune funzioni, o in funebri onoranze. Altre istituzioni d'indole ecclesiastica eran sorte col nome di Badie. Non è stato più possibile trovarne le tavole di fondazione, accortamente fatte sparire al tempo delle leggi 1867-1868 per l'eversione dell'asse ecclesiastico. Non ci restano perciò ricordi del nome dei fondatori, dei loro intenti e delle riserve. Ma in conclusione si trattava della destinazione del reddito d'alcuni cespiti immobiliari in favore di ecclesiastici pro tempore addetti dal patrono a queste Badie. Il diritto di patronato probabilmente veniva riservato alla discendenza dei fondatori, i cui successori nominavano l'ecclesiastico: e questi veniva ad assumere le qualità di minuscolo abate. Queste Badie furon quattro, la prima intitolata ai S. Nicola, Giovanni, Rocco e Sebastiano ebbe l'assegno dei frutti di 270 tomoli di terreni (ettari 67); la seconda di S. Antonio di Vienna si ebbe 40 (ettari 10); la terza di S. Maria della Consolazione 24 (ettari 6); la quarta di S. Justa 15 (ettari 4); come rilevasi dall'Onciario 1743: ossia Catasto delle possidenze compilato per ordine del governo di Carlo III. La Commissione feudale del 1808 definì queste Badie quali Benefizii semplici. Era radicata e persistente nello spirito dei tempi la tendenza alla molteplicità di tante istituzioni ecclesiastiche: Chiese, cappelle, confraternite, badie, santuari, clausure e tutte portarono insieme l'accrescimento del sacerdozio; e il sacerdozio a sua volta l'accrescimento e l'arricchimento di quelle; fenomeno che meriterebbe troppi lunghi commenti. La cura delle anime era affidata principalmente all'Arcipretura, ed anche questa era stata dotata, fra l'altro di 140 tomoli (ettari 35) di terreni. Essa venne coadiuvata da altri sacerdoti. Ma fu nel 1622 che fu dato un ordinamento formale al Clero per l'assistenza alla Chiesa, fissandone ad otto il numero dei componenti cioè l'arciprete e sette sacerdoti partecipanti, cui fu assegnata una dotazione stabile, e con approvazione regolamentare pontificia conferita da apposita Bolla dell'Aprile, di Papa Gregorio XV (Ludovisi). La dotazione sul principio esigua, 24 ducati, fu costituita al preedetto Clero dalla stessa pia opera di S. Maria di Loreto, che poi gliela accrebbe notevolmente, finché quel clero stesso poi ne fu elevato alla dignità di Capitolo collegiale insignito in numero di dodici canonici di nomina vescovile nel corso del 1700. Ma i nostri antichi, con quella ricchezza messa insieme con tanto fervore di fede sotto l'auspicio della Madonna di Loreto lasciarono una ben più vasta orma stampata presso i posteri, prima nella scrupolosa conservazione di quel sacro patrimonio che così poté pervenire quasi intatto ai nostri tempi nei quali fu per le leggi trasformato, non so se bene o male, in patrimonio della congregazione di carità, e poi, ed assai più forse, nella ricostruzione e nell'ampliamento della Chiesa madre oltre all'altra precedentemente compiuta nel tempietto votato alla Madonna predetta. E fu appunto verso la seconda metà del secolo 1600 che dové sorgere imperioso il bisogno di restaurare quella Chiesa, di ricostruirla anzi quasi ab imis fundamentis. Perché due luttosissimi avvenimenti s'eran succeduti in quell'epoca e cioè negli anni 1656 e 1657 che, desolando il paese, avevano inquinata la salubrità degli edifici, e della Chiesa specialmente, la quale era stata pure contaminata col sangue d'un ministro della fede, sparso sacrilegamente e compromessa la santità stessa del tempio. Quei due funesti avvenimenti trovansi sommariamente rammemorati nel Registro parrocchiale impresa dall'Arciprete Carfagna del quale ho fatto cenno. Il primo fu la pestilenza della estate del 1656, quella peste che desolò tutto il Regno di Napoli non meno di quella che sedici anni innanzi aveva desolato la Lombardia, tanto nota per quel che ne scrisse il Manzoni; la seconda per una irruzione improvvisa di una numerosa compagnia di briganti in un giorno dell'estate 1657 che fecero man bassa su quanto potettero. Circa le peste si ricorda che, importata nel Reame dalla Sardegna, si diffuse violentissima. Il primo caso dell'epidemia in paese s'ebbe il 4 Agosto 1656 in persona di Giambattista Di Nucci, per infezione presa certo in paese contermine, e il contagio si propagò con rapidità e con violenza tali che in quaranta giorni vi perdettero la vita 1.126 abitanti, e il paese tutto non ne contava forse duemila. Ultima vittima fu Isidoro Mosca il 13 Settembre. Nondimeno, attesta l'Arciprete Carfagna, a tutti i morti poté esser data sepoltura, di tutti furon segnati i nomi, probabilmente molti potettero avere gli ultimi conforti religiosi. Ma ne fu perciò preso anche lo stesso Arciprete e solo dopo lunga convalescenza poté riaversi. Non si riebbe però il suo sostituto nel pietoso ufficio, Francesco Di Nucci. N'ebbero lode dal loro Vescovo Giambattista Ferruzza. Ora è facile figurarsi quale sgomento si fosse propagato nelle famiglie, quante cose fossero abbandonate o distrutte, quanto disordine nelle abitazioni! Fu allora, m'è dato di credere, che dovettero andar disperse o distrutte tutte le memorie dei tempi anteriori, specialmente le carte e le pergamene. In quella peste perì la piccola popolazione del Casale di S. Nicola della Macchia che fu da allora del tutto abbandonato, come attesta anche il Perrella nelle "Effemeridi del Molise". Quanto all'altro funesto avvenimento che seguì alla peste, l'Arciprete Carfagna stesso segnò nel suo "Catalogus notabilium" come il 9 luglio dell'anno appresso 1657, verso le 8 del mattino, irruppe inaspettatamente in paese una numerosa comitiva armata di quei banditi, o meglio assassini, che in quei tempi scorazzavano indisturbati pel Reame di Napoli, i quali subito si dettero a invadere le case depredandole, ed uccidendo coloro che osavano opporre resistenza. S'impadronirono di Amico Pettinicchio, forse noto come il più ricco del paese e lo rilasciarono quando n'ebbero ottenuto il prezzo del riscatto. Entrarono in Chiesa, dove un sacerdote vecchio d'80 anni, Tobia Campanellì, celebrava messa sull'altare della Trinità. Si ricordava in famiglia che questi, all'udire lo strepito del loro ingresso e del popolo piangente che li seguiva si volse gridando: «Pace fratelli». Ma scorgendoli, sordi al suo grido, intenti a manomettere i sacri arredi di valore, non esitò a redarguirli animosamente, fiducioso forse nei sacerdotali paramenti che indossava e del suo santo ministero, al che uno degli assassini gli esplose quasi a bruciapelo un colpo d'archibugio e il vecchio cadde esanime sulla predella dell'altare cospargendola del suo sangue immacolato, fra le grida d'orrore degli astanti e il pianto delle donne. Il bottino portato via da quei manigoldi fu valutato in circa 30.000 ducati ossia 130.000 lire oro, tra suppellettili, danaro, oggetti preziosi, forse pure bestiame. La compagnia dei banditi era composta da 104 individui, a capo di essa era tal Paolo Fioretti, calabrese e conduttori n'erano pure tali Peppe Nastro e uno soprannominato Boccasenzossi. E si vantarono d'andare in giro per l'onore non per danari né per donne. Tutto ciò fù riassunto nel cenno del Carfagna, e infatti questo annota che fu salvo l'onore delle donne nella invasione. Non passò molto però che quasi tutti furon catturati e giustiziati, come meritavano. Da questi eventi dolorosi e inaspettati il paese tutto resto decimato e sconvolto. Il numero dei fuochi che nel 1652 ascendeva a 254 scese a meno di 150, la casa dei Pettinicchio non si riebbe dal grave colpo patito. Ma l'insieme della popolazione si riebbe presto: molti matrimoni riempirono i vuoti formatisi nelle famiglie, e un nuovo ardore di fede sembrò risorgere in coloro che erano scampati alla morte, ai pericoli. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Provate a fare un Sassicaia a Capracotta!

    Il 24 aprile 1980, Luigi Veronelli è in onda con il suo Viaggio sentimentale dell'Italia dei vini: un prodotto curioso, decisamente autocelebrativo, pieno di ospiti straordinari, di atmosfere oniriche e di scelte comunicative destinate a una grandissima fortuna. In quella puntata, girato di spalle, Veronelli intervista un sofisticatore che gli spiega come fare 300 ettolitri di vino da 14° alcolici, partendo da 90 Hl di Montepulciano di Abruzzo: una pratica chiaramente, inequivocabilmente, di sofisticazione, punita dalla legge ieri come oggi. Nella stessa puntata, Veronelli intervistava il professor Ciuso dell'Università di Bologna che spiegava come grazie agli additivi e alle aggiunte si potessero modificare i vini in maniera sostanziale: ad esempio colorandoli con l'enocianina o come fosse possibile aggiungere zucchero agli spumanti, aggirando il generale divieto di zuccherare mosti e vini. Ebbene, fare il vino con acqua zucchero e vari ingredienti o dargli colore con l'enocianina sono reati. Decidere alla sboccatura se vogliamo vendere il vino spumante come pas dosé, brut o dry è un'opzione con centinaia di anni alle spalle, nata in Champagne e standardizzata in tutto il mondo: soprattutto, è una scelta lecita e legale. Parto da queste scelte di Veronelli, quasi 45 anni fa per prevenire il fiume di sopracciglia alzate davanti alla puntata di Report di domenica 18 febbraio, perché lo schema sarà, come sempre quello. In ogni puntata che la trasmissione di Rai 3 dedica al vino vengono accostate scelte legittime, ma che non piacciono alla redazione, a reati. Senza dire che le prime sono gravi come i secondi, per carità, ma basta il contesto no? Ecco, no. Report ha una caratteristica strutturale che pressoché tutte le persone con una professionalità hanno potuto constatare: è divertente, ficcante, addirittura vendicatore quando parla di ciò di cui poco o nulla sappiamo. Diventa di una superficialità condita da vere e proprie perle di ignoranza quando si occupa di temi che un minimo conosciamo. Ecco perché personalmente penso che sia un modello di intrattenimento, ma non un modello giornalistico, per quanto premiato da un vasto pubblico. Nella puntata di dicembre dedicata al vino, il punto di partenza è stato l'acquisto di un podere da parte di un giornalista di Report, che avendo tra le pertinenze un piccolo vigneto ha provato a fare il vino e gli è venuto una schifezza. Così spiegava il casus belli Sigfrido Ranucci a Loredana Sottile del Gambero Rosso. Intervistando i vicini, il giornalista vignaiolo aveva scoperto che il vino non gli era venuto perché non aveva usato le magiche polveri dei piccoli chimici, ovvero gli enologi, fautori dei trucchi prodotti dalle multinazionali. Nella puntata di stasera (18 febbraio), lo stesso giornalista intervista un ex collega che ora fa il vignaiolo e che gli spiega come i lieviti selezionati rendano uguali i vini in tutto il mondo annullando il ruolo del terroir. Si potrebbe subito osservare che allora, il vino ricavato dal podere dell'intervistatore, privo di ogni artifizio, non era venuto male, ma semplicemente rivelava il terroir. Trascurando la denegata ipotesi che fare il vino richieda competenze e quindi potrebbe essere stata fatale l'improvvisazione del neofito. Rimanendo su un piano di comprensione esercitata verso tanta sicurezza, si potrebbe magari obbiettare che se davvero esistesse il lievito per fare Opus One a Capracotta o Sassicaia a Melbourne, come mai il mondo è pieno di vini mediocri e invece i vini di certi luoghi e cantine meritano allori internazionali? E veniamo così al punto dell'ignoranza crassa che alimenta il pregiudizio. Nel mosto ci sono molteplici gruppi di batteri e di lieviti (funghi unicellulari). Quelli che trasformano lo zucchero in alcol efficientemente sono i saccharomyces cerevisiae. Quando questi si sviluppano bene e in fretta, gli altri microrganismi debbono cedere il passo e il vino non avrà problemi a concludere la fermentazione. A partire dal secondo dopoguerra, il migliori ceppi di lieviti individuati in giro per il mondo sono stati isolati e riprodotti, per permettere, a chi lo desidera, di aggiungerli al mosto dopo averli reidratati, e avere così una fermentazione ordinata, prevedibile: una caratteristica desiderata specie in certe aree e certe annate. Ad esempio quando la cantina comincia ad essere troppo fredda o i mosti sono troppo zuccherini. I lieviti non uniformano i vini: se così fosse trovato il lievito giusto, avremmo grandi vini dalla stessa uva ovunque. I lieviti giocano un ruolo molto molto limitato nell'aroma dei vini rossi, perché i precursori aromatici sono nelle bucce in quantità determinanti, mentre hanno più peso nelle fermentazioni "in bianco", ovvero senza le bucce: in questi vini, gli esteri prodotti dai lieviti danno un corredo aromatico a vini che, proprio per l'assenza di bucce nel processo fermentativo, avrebbero meno caratteri propri da trasferire al vino. Se non si usano lieviti selezionati, i vini fermentano con lieviti presenti essenzialmente in cantina, non sulle bucce (a meno che non si tratti di quelle lacerate dalle punture di vespe o calabroni) come pure si crede e naturalmente Report va ripetendo. Ovviamente, aumenta il rischio che altri microrganismi agiscano sul mosto prima che i saccaromiceti prendano il sopravvento e questo può incidere sul prodotto finito e il suo aroma. E non sempre quanto fanno i microrganismi diversi dai lieviti saccaromiceti è desiderabile. Dunque, la base di partenza di Report è un assunto (i lieviti selezionati uniformano) e perpetua un equivoco (i lieviti sono sull'uva, mentre ciò non è vero). Il punto chiave però, e mi sembra giusto sottolinearlo, è che tutta questa filippica contro i lieviti selezionati e il mosto concentrato rettificato (MCR) dovrebbe contrapporre i piccoli (virtuosi, bravi, comunque migliori, secondo l'antica testardaggine di Veronelli) ai grossi produttori industriali. E punta a dare l'idea che comunque, MCR e lieviti selezionati se non sono reati sono comunque deprecabili. In realtà, ci sono produttori da pochissime bottiglie che usano lieviti selezionati e MCR, mentre grandi produttori vi rinunciano più che volentieri. Perché? Perché legittimamente esistono diversi mercati del vino, in misura corrispondente a quanti diversi tipi di consumatori esistono. Se il mercato di un vino è fatto di consumatori quotidiani, simili alla maggioranza dei bevitori di vino del passato, l'uniformità tra le annate sarà un valore, perché il vino sarà una bevanda. Viceversa, se il vino è puro piacere edonistico, fuori dall'abitudine di consumo, allora tanto maggiore è la varietà tanto migliore è la proposta al mercato. Si può giudicare uno metodo come migliore e soprattutto moralmente superiore all'altro, essendo entrambi ugualmente leciti e fondati in ugualmente legittime scelte aziendali? Ne dubito. Laddove Report fa centro è sulla critica delle commissioni di degustazione che oggi sono fatte in modo tale da premiare un modo di fare il vino, che raramente è quello meno standardizzato e interventista. Per correggere questa stortura, anni fa la FIVI propose che nelle commissioni di degustazione ci fosse sempre un vignaiolo produttore, con almeno dieci anni di esperienza. Perché? Perché tra chi decide se un vino corrisponde a un modello definito in un disciplinare ci fosse anche chi rischiava le proprie risorse nel rapporto con il mercato, non solo enologi e assaggiatori. Questo perché, ancora una volta vale la pena ricordarlo, le commissioni di degustazione, con il potere di declassare i vini, sono state una battaglia (vinta) indovinate di chi… esatto, Luigi Veronelli, che le chiedeva con veemenza ne "Il vino giusto" (Rizzoli, 1971). Recuperare all'evoluzione del mercato, che ben conoscono i produttori, le commissioni di degustazione è l'unico modo di non gettare il bambino con l'acqua sporca. Purtroppo, ancora una volta, Report perde la chance di ricordare che l'uso di MCR da quest'anno deve essere indicato in etichetta, come lo zucchero degli spumanti o il metabisolfito di potassio, perché così ha voluto l'Ue nel 2021: una piccola rivoluzione copernicana, che insieme all'etichetta nutrizionale potrà costituire una nuova forma di trasparenza. I tempi cambiano e certamente cambiano le esigenze. Quello che non cambia è il bisogno di avere contezza della multiformità del fenomeno vino, rinunciando a presentarsi come guru e giustizieri della notte, ché il comune destino è segnato, dallo sbadiglio e dal telecomando. Michele Antonio Fino Fonte: https://www.gamberorosso.it/, 18 febbraio 2024.

  • Il poeta Giuseppe Maria Pizzella

    (Capracotta, 1733 - Roma, 1780) La famiglia Pizzella era una delle più antiche e in vista di Capracotta ma abbandonò definitivamente il paese sul finire del XVIII secolo, trasferendosi perlopiù a Roma. Nella prima metà del '700, tuttavia, vi erano a Capracotta due nuclei di quel casato ed in uno di essi figurava l'agiatissimo Mattia Pizzella, il quale, nato nel 1693, viveva in una casa «palatiata di membri 18» nel Ristretto della Terra ed era annoverato - così come lo era stato suo padre - tra i grandi proprietari iscritti alla Regia Dogana della Mena delle pecore. Mattia, vedovo di Antonia D'Andrea, sposata nel 1712, viveva coi figli Giovanni, Saverio, Nicola e Giuseppe. La figlia Anna Rosa era monaca a S. Chiara in Agnone mentre un figlio di nome Alessandro, purtroppo, era morto infante. Il fratello maggiore di Mattia, Bernardo Antonio, risultava proprietario della medesima casa ma non vi risiedeva poiché era cameriere segreto del papa e, dal 1727, era stato nominato vescovo di Costanza in Celesiria. Ai fini di questa "Prima antologia di poeti capracottesi" è Giuseppe Maria Pizzella, il figlio più piccolo di Mattia, ad aver attirato la mia attenzione perché nel 1778 aveva sposato la contessa Maria Giulia Crisolini, sensibile poetessa iscritta dal 1775 all'Accademia dell'Arcadia, un prestigioso club di poeti bucolici del quale era socia, sotto lo pseudonimo di Lyda, anche sua cognata Maria Cuccovilla (1735-1807), moglie di Giovanni Pizzella. Fu così che Giuseppe Pizzella si trasferì anch'egli a Roma, in casa del suocero, «che abitava nel Palazzo Strozzi», oggi Palazzo Besso, un edificio nobiliare che affaccia su largo di Torre Argentina. Allo stato attuale è possibile attribuire soltanto un sonetto al Pizzella: si tratta di un'ode in morte di Pietro Antoniani (1740-1805), poeta e pittore milanese trapiantato a Napoli, facente parte d’una raccolta dell'editore Mazzola-Vocola costituita da canti funebri che i rispettivi autori avevano declamato a un’adunata accademica del 13 ottobre 1778. Il fatto che Maria Giulia Crisolini poetasse con successo nel circolo arcade - in cui aveva scelto lo pseudonimo di Nigella Caristia - mi porta a pensare che il sonetto che leggerete di seguito possa essere farina di quest'ultima, o che la Crisolini abbia aiutato il marito nella stesura del testo. Tuttavia, per quanto riguarda più specificatamente il canto funebre, Giuseppe Pizzella canta il «felice Eroe» che, elevandosi dalle meschinità del mondo, «se n'ascese al Cielo» al pari d'un santo. Il metro utilizzato è quello del sonetto stilnovista con 14 endecasillabi a schema ABBA-ABBA|CDC-DCD. È interessante notare come la totalità delle fonti consultate fissi l'anno di morte di Pietro Antoniani al 1805, una data indicata per la prima volta da Gottardo Garollo nel suo "Dizionario biografico universale". L'esistenza di una raccolta di sonetti composti nel 1778 in occasione della dipartita del pittore milanese diventa a questo punto la fonte bibliografica più autorevole in grado di correggere la data di morte finora conosciuta dell'Antoniani. Per tentar di completare un sintetico quadro biografico di Giuseppe Maria Pizzella, posso aggiungere che egli morì prima del 1781, poiché in quell'anno sua moglie Giulia scrisse un altro sonetto funebre, "Colpa fu sol dell'uom, se l'empia mano", dedicato alla scomparsa del medico Luigi Visoni, in cui si legge: «Dolente anch'io lo Sposo or chiamo invano / questa di mie pene è la più fiera, / ma se illeso non va chi altrui fe' sano, / ceder conviene alla Nemica altera», lasciando intendere che il marito Giuseppe fosse volato in cielo prima dell'amico Visoni. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • 11 agosto 1877: Garibaldi scrive agli artigiani di Capracotta

    Nell'ottica di contestualizzare ed approfondire quei piccoli grandi eventi storici riguardanti Capracotta che sono finora stati trattati con troppa superficialità, credo che sia necessario inquadrare con metodo la lettera con cui, l'11 agosto 1877, Giuseppe Garibaldi (1807-1882), dal ritiro di Caprera, rispose agli «amici» di Capracotta. Inutile spiegare come Garibaldi abbia contributo in modo significativo alla costruzione dell'unità politica del nostro Paese attraverso il pensiero e l'azione, cioè tramite «una sorta di ingegneria sociale [...], una rete di intellettuali liberi e senza pregiudizi». Il fatto che la forma statuale del Regno d'Italia fuoruscita dal processo unitario non sia stata quella immaginata da Giuseppe Garibaldi nulla toglie alla sua grandezza di patriota e di combattente ad un tempo. Tornando alla lettera dell'11 agosto 1877, sappiamo che questa è conservata nel Museo della Civiltà contadina e dei Vecchi mestieri di Capracotta, e la potete visionare scendendo nel fondaco di Palazzo Capece-Piscicelli, sede del nostro municipio. In quella missiva l'Eroe dei Due Mondi ha testualmente scritto: Caprera 11 agosto 1877 Miei cari amici Ricambio con voi un saluto di cuore E sono vostro G. Garibaldi Dato che sembra una lettera di risposta, cosa c'era scritto nella lettera inviata precedentemente da Capracotta? E perché Garibaldi "ricambiava" un saluto con i capracottesi? Chi erano infine i veri destinatari? Sono questi gli interrogativi da sciogliere per contestualizzare il prezioso documento. Al primo interrogativo è difficile rispondere in quanto non ci è pervenuta la missiva che i nostri progenitori inviarono all'Eroe dei Due Mondi ma, visto che la risposta venne firmata l'11 agosto, è probabile che i capracottesi la scrissero nel primo semestre del 1877. Sappiamo poi che, fino al 2010 - data dell'inaugurazione del Museo della Civiltà contadina -, la lettera di Garibaldi era conservata presso una delle antiche società capracottesi di mutuo soccorso. Egli, infatti, intrattenne sempre un costante rapporto con quell'associazionismo popolare democratico che si andava costituendo in Italia tramite le società operaie di mutuo soccorso. Garibaldi ne incoraggiò l'attività, convinto che la futura grandezza d'Italia risiedesse dei lavoratori, e ne favorì la costituzione, offrendo assistenza e consulenza, con l'obiettivo di educarli ed elevarli socialmente e culturalmente. Nel caso di Capracotta, quei lavoratori erano i pastori, gli artigiani e i vetturini, le tre maggiori classi lavoratrici. A tal fine, si pensi che già nel 1862 ben 94 società operaie della nuova Italia risultavano in contatto con Garibaldi, «delle quali oltre 60 chiedevano che egli fosse presidente onorario». Lo storico Luigi Tommasini conferma infatti che «si tratta di una cifra estremamente alta, considerando che alla stessa data la prima statistica ministeriale censiva 443 associazioni in tutta Italia». Nel 1885 le società operaie d'Italia erano intitolate a personaggi storici, artisti, letterati e condottieri, ma l'intitolazione a Giuseppe Garibaldi era la prevalente, soprattutto in quelle di impronta marcatamente democratica. Dopo l'Eroe dei Due Mondi vi erano i nomi di altri patrioti: Giuseppe Mazzini, Felice Cavallotti, Aurelio Saffi, Giuseppe La Masa e i fratelli Cairoli. Per quanto concerne la distribuzione geografica, è invece interessante notare come le intitolazioni garibaldine ebbero una presenza considerevole anche nel Meridione, demolendo quel montante revisionismo storico per cui gli strati popolari del Sud Italia fossero stati generalmente ostili al processo unitario. Emerge, nel complesso, un dato storico importante, ossia che il nome di Garibaldi era largamente presente nel tessuto dei sodalizi mutualistici, sia in relazione all'intitolazione esplicita sia per quanto concerne la presidenza onoraria. Ed è proprio questo il tassello che mancava per spiegare la lettera capracottese. La Società artigiana di Mutuo soccorso di Capracotta venne infatti fondata il 20 luglio 1877 (22 giorni prima della lettera di Garibaldi), per cui probabilmente il consiglio direttivo chiese un saluto di benedizione a colui che, seppur ritiratosi dalle scene, rimaneva comunque una superstar. La Società degli Artigiani, tra l'altro, è sempre stata più "ricca" di quella dei Pastori, nata tre anni prima, per cui è possibile che la maggior agiatezza dei soci abbia alzato anche l'asticella dei saluti istituzionali. Chiudo con una citazione garibaldina contenuta nel suo romanzo "Clelia", che dedico agli infausti araldi della capracottesità digitale: Agli stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. R. Di Nucci, Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43, in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011; B. Gera e S. Minerdo, I mille ricordi. Garibaldi e le società di mutuo soccorso, Arca, Torino 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Settefrati (a cura di), Tribunale di Isernia. Società cooperative. Estremi cronologici (1884-1924), Archivio di Stato di Isernia, Isernia 1984-85; L. Tommasini, Nel nome di Garibaldi: solidarietà e associazione popolare, in M. Ridolfi (a cura di), Giuseppe Garibaldi. Il radicalismo democratico e il mondo del lavoro, Ediesse, Milano 2008.

  • Il territorio di Capracotta: appendice al paragrafo XVIII

    Per una nozione delle famiglie che popolarono un tempo il paese all'infuori delle già menzionate, indicherò qui appresso quelle numerate nei fuochi del 1545 (23 agosto da Girolarno Brancia) e del 1561 (11-12 Marzo imperante il B.ne Vincenzo d'Ebulo), come nell'Archivio napoletano. Ne1la Numerazione più antica (15 Novembre 1522) fatta da Sebastiano Di Santo da Sepino conservo solo degli appunti relativi al mio casato ed a quello dei Carfagna. Più particolareggiata trovasi nel Libro delle Memorie dal folio 23 al 60 la serie delle famiglie nel 1732, compilata da Giustiniano Caporiccio, Saverio Campanelli e Vincenzo Ferraro, che può essere agevolmente consultata. Nel 1561 i fuochi furono contati in numero di 195. Ometto omonimi e metto un saggio di nomi di donne del tempo: Magnificus Nicolaus Perillus - Angelella uxor - Iohannes de Arcangelo Rentii - Mariella uxor - Loretus De Lorecto - Plotarius famulus Liberatoris - Coloritia uxor - Angelus De Carnevale - Fabritius De Stallone - Dominus Iohannes de Arcangelo de Rentio Archipresbiter Macclæ - Valerius De Masciotore - Marcus de Fabritius de Rentio - Paolus de Baccaro - Pellegrina uxor - Ianigrujs de Ianigro - Mariola uxor - Amicus de Amichella - Gloria uxor - Franciscus de Carnevale - Iacobus de Iannone - Bernardinus de Francisco - Pirrus de Marino ferrarius - Amicus Nicolai de Nofrio - Iulius de Ianne - Marcuccia uxor - Iohannes Franciscus De Cagno - Blasius Nicolai de Majo - Penta uxor - Dominicus De Porcazzino - Blasius de Ruscio - Amicus Sanctus Melocco - Grægorius de Petro alias de Armata - Iohannes de Fonzo - Hieronimus de Maccla - Dellicata uxor - Amicus de Bernardo - Iohannes Piccirillus - Iohannes Antonius de Matthaeo - Marcus Antonius Fabritius - Paolus Paglionus - Franciscus de Amico Colagrossi - Nicolaus de Ciocco - Amicus Colai Ciechi - Dominicus Berardus Potenæ - Antonius Petruccii de Augustino - Rosata uxor - Petrus de Simone - Bernardinus de Sernia - Attilia relicta Lucæ Scuffe - Argentus - Matthæus Amicarelli - Donatus Andreæ Cioffi - Iacobus de Masso - Gentiluccia uxor - Violans relicta quondam Hyeronimi Liberatoris - Franciscus Carphaneus - Falcuccia uxor - Magnificus Antonius Melocchi - Nicolaus De Parisio - Alexander, Corradus, Trojanus De Petracca - Bernardinus Garzone (o Gargano ?) - Rita relicta de Iafaio - Magnificus Bernardinus Baccarius - Iulia uxor - Iohanna relicta Francisci Nardi - Filippus Franciscus de Vito - Andreana relicta Berardini de Gabriele - Iohannes Quaranta - Magnificus Bernardinus Carphaneus - Nicolaus Pepe - Bernardus, Sigismundus de Vito - Do.ne Petrus Nicchius de Trani - Sebatianus de Morrone - Rentius de Gavatta - Laura relicta Iohannis Marinis - Amicus, Bartolomeus Virgilius de Ianne - Muccia uxor - Iohannes Nicolai Ianotti - Nicolaus Rosa - Iohannes de Baccaro - Antonius lacobone - Tiberius de Baptista - Tersilia de Baptista - Iohannes de Baptista - Virgilius de Lozzo - Desiata relicta quondam Antonii Mosche - Lazarus Donati Ianiri - Iohannes de Loysio - Sebastianus de Marchetta - Vincentius Mancini - Gregorius de Iafaio - Annibal de Caporeccio - Franciscus de Caporeccio - Gregorius de Majo - Blasius Malavolta - Hyeronimus Tartaglia - Nicolaus Iafurro - Roccus de Verrone - Amicus Comitis - annorum 33 Laura uxor - Michel Angelus filius - Nicolaus Pezzella - Sancta relicta Petri de Carphaneis - Vespasianus Carphaneo - Dominicus quondam Dominici Campanelli annorum 60 - Carphaneus Salvicti Carphanei - Vitus Francisci de Marco - Angelus Simonis - Onofrius de Onofrio - Pyrrus de Lucarella - Ferdinandus Scalzitti - Generoso del Castello di Sangro - Gratiosa relicta quondam Andreæ Ferrelli - Corradus Petracca. L'elenco dei fuochi, come si vede non è completo: ma gli altri cognomi sono gli stessi. Nella Numerazione del 1641 si notano cognomi nuovi come i seguenti ed in italiano: «Andreana Carfagna vedova di Giovan Carlo Castiglione di anni 36 e Jeronimo figlio - Gregorio Mancini casato in Popoli - Cesare Ciolflo - andato alla guerra - Santo Di Ciò del fu Antuono massaro - Attilia Falcone moglie - Francescantonio Colamago casato a Lavello - Isabella D'Andrea fu Marcantonio». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Polvere di cantoria... in studio medico

    Essendo la medicina un compendio degli errori successivi e contraddittori dei medici, appellandosi ai migliori di essi si hanno ottime probabilità d'implorare una verità che sarà riconosciuta falsa qualche anno dopo. Dimodoché credere alla medicina sarebbe la suprema follia, se non credervi non ne fosse una ancor più grande, giacché da questo accumulo di errori si sono sprigionate alla lunga alcune verità. [M. Proust, "Alla ricerca del tempo perduto", 1914] Il 18 novembre 1895 il fisico Wilhelm Conrad Röntgen stava lavorando ad un esperimento in cui, all'interno di un'ampolla sottovuoto, un fascio di elettroni veniva sottoposto ad un forte campo elettrico. Il fisico lavorava al buio a causa del suo daltonismo. Casualmente, si avvide che una lastra imbevuta di platinocianuro di bario, posta a poca distanza, si illuminava di una debole luce e, quando pose la sua mano tra l'ampolla e la lastra, su quest'ultima ne comparve l'immagine. Ma non era la mano nella sua interezza: sulla lastra si poteva osservare solo lo scheletro, come se ne fosse l'ombra. Dall'ampolla stava uscendo qualcosa che attraversava la materia a seconda della densità. Gli elettroni, infatti, sottoposti al campo elettrico, si precipitavano verso il polo positivo e, urtandolo, subivano una violenta frenata: l'energia cinetica ad essi impressa dal campo elettrico si trasformava così in calore e radiazioni elettromagnetiche. Poco più tardi, Röntgen sottopose al fascio di raggi la mano di sua moglie, Anne Bertha Ludwig ma stavolta, al posto della lastra, mise una pellicola fotografica. Allo sviluppo comparve lo scheletro della mano della consorte con tutta la fede nuziale e un leggero contorno dei tessuti molli. Erano stati scoperti i raggi X e iniziava la storia di una nuova branca della diagnostica medica: la radiologia. Nella foto le ossa della signora appaiono nere poiché è un'ombra, cioè una zona in cui le radiazioni sono state fermate dalla densità delle strutture calcificate, quindi un positivo fotografico. Oggi sulle lastre siamo abituati a vederle bianche perché osserviamo un negativo. Non saprei dire quando papà decise di acquistare l'apparecchio radiologico per il suo studio medico. Mi sembra di averlo sempre visto lì, nell'ambulatorio accanto alla scrivania e di fronte al lettino medico che era posto al centro della stanza. Nonostente il ricordo di un bambino lo faccia apparire gigantesco, aveva comunque una mole decisa: la struttura in acciaio satinato con il pannello centrale verticale verde medico davanti al quale c'era la pedana per il paziente e lo schermo fluorescente, mentre dietro il guscio blindato che conteneva il tubo radiogeno dove due piccole saracinesche piombate si aprivano per far uscire e collimare le radiazioni insieme ad un fascio di luce che fungeva da puntatore. Al fianco un braccio metallico sosteneva il pannello di comando per l'accensione, la scelta della potenza di emissione e dei tempi di esposizione. Lo schermo fluorescente, montato su un carrello a spostamento bidimensionale con frizioni e contrappesi, era stato ideato per la diagnosi rapida: il paziente era posto tra schermo e tubo radiogeno, mentre il medico, con opportune protezioni, poteva osservare in "presa diretta" le immagini come su un televisore. Questa tecnica, detta schermografia, veniva utilizzata principalmente per la diagnosi della tubercolosi e della silicosi e per indagini di massa. Sopra lo schermo era presente un pannello in plexiglass trasparente: protezione per il medico dagli eventuali colpi di tosse del paziente con TBC in caso di schermografia toracica. Al di sotto, invece, era stato progettato un telo di gomma piombata per limitare l'esposizione ai raggi dell'osservatore. In aggiunta, con lo stesso scopo, erano in dotazione un grembiule e guanti di gomma piombifera pari ad uno spessore di 0,5 mm di piombo. In alcuni casi la schermografia si utilizzava anche per la riduzione sotto controllo visivo di fratture degli arti ma esponeva l'ortopedico a grosse dosi di radiazioni: radiodermiti e tumori della pelle delle mani sono le patologie tipiche dei primi radiologi ortopedici senza contare le patologie leucemiche. Tuttavia, il tubo si poteva ribaltare e utilizzare per l'esecuzione di esami su lastra: insieme ai meccanici di Capracotta, papà studiò la realizzazione di uno stativo in profilati di acciaio e pannelli di legno dove poter posizionare il paziente in tutte le posizioni necessarie e un cavalletto a saliscendi per alloggiare le cassette radiologiche contenenti le lastre da impressionare. Non era possibile, infatti, acquistare e utilizzare un tavolo diagnostico convenzionale per la mancanza di spazio. Accidenti però se funzionava! In cantina, accanto alla caldaia a carbone, un piccolo sgabuzzino fungeva da camera oscura con la canonica lampada rossa, le vasche di sviluppo e lavaggio, i fili con le clips metalliche per far asciugare le lastre e l'inconfondibile odore dei liquidi di sviluppo e fissaggio: pungenti tra acido e dolciastro. Una buona immagine dipende dalla sensibilità della pellicola, dal tempo di esposizione e dalla potenza associata alle radiazioni: paradossalmente, ad un aumento della potenza dei raggi e della sensibilità della pellicola, corrisponde una diminuzione della dose assorbita e non solo per la riduzione del tempo di esposizione: le radiazioni vengono fermate dalla densità degli oggetti e quindi lasceranno in tali oggetti la loro energia. Una radiazione più potente attraverserà più facilmente l'oggetto in esame lasciando in esso meno energia e con meno rischi biologici se l'oggetto è un corpo vivente. Per questo motivo le potenze degli apparecchi sono via via aumentate con miglioramento anche della qualità delle immagini. Così la diagnosi toracica ma anche delle fratture, che papà personalmente steccava e ingessava. Nei casi più gravi, bisognosi di chirurgia ortopedica, era necessario uno steccaggio temporaneo che consentisse il trasporto del malcapitato paziente verso le strutture idonee. Così provvedeva, aiutato dai falegnami di Capracotta, alla realizzazione di dispositivi di contenimento per evitare che lo spostamento automobilistico potesse aggravare la situazione. Tali dispositivi artigianali, realizzati secondo principi rigorosamente biomeccanici, facevano sorridere gli specialisti di riferimento i quali, però, ad una migliore osservazione ne riconoscevano la reale efficacia e, molto spesso, all'invio di un paziente corrispondeva l'arrivo di una telefonata di complimenti da parte dei colleghi. A fianco all'apparecchio radiologico - per inciso - vi era anche un piccolo laboratorio di analisi estemporanee per la VES e l'emocromo, nonché per la compatibilità trasfusionale di emergenza. Poco discosto, il forno ad infrarossi da utilizzare per la riabilitazione dei pazienti con traumi e pregresse fratture: la preistoria della fisioterapia riabilitativa. Gli esami strumentali erano, allora come oggi, di ausilio diagnostico ma anche i principi fondamentali della semeiotica medica vigevano, allora come oggi: ispezione, auscultazione, palpazione e percussione. Il grande apparecchio venne con noi a Tivoli e troneggiò per molto tempo nello studio ma utilizzato sempre più di rado. Le norme sempre più innovative in tema di protezione dalle radiazioni ionizzanti, l'obsolescenza e la vicinanza di strutture diagnostiche più adatte ne imposero lo smantellamento. Tuttavia, il ricordo di quell'avventura pionieristica sopravvive nell'ampolla radiologica, il cuore del silenzioso "gigante verde", col vetro opacato da anni di radiazioni che papà ed io volemmo conservare insieme alla prima testata ad alta energia del mio studio odontoiatrico, in quella eterna coesistenza di passato e presente che sembra aver contrassegnato tutta la mia vita. Francesco Di Nardo

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