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  • Teoria della montagna

    La terra di montagna è aspra e inospitale. Aspra e inospitale è la gente che la abita. Questa prima legge della montagna la dice lunga sulla popolazione capracottese. Eppure in essa alberga un'inguaribile vena romantica, un'appassionata ricerca di qualcosa d'altro, una tenace tendenza a rendere nuovo ed anticonvenzionale ciò che per definizione è vecchio e stantio. Questa inclinazione, che durante la successione generazionale è diventata genetica, è figlia di un adattamento alla terra di montagna che ha obbligato la sua gente a inventare soluzioni, affinando lo spirito creativo, e ad ottimizzare le proprie risorse, migliorando di conseguenza il lato razionale dell'ingegno. Siffatto coacervo di utopia e realismo, di prosa e poesia, di sacro e profano, ha fatto sì che la popolazione capracottese non piangesse troppo per i drammi della guerra o per i prolungati fastidi dell'inverno siberiano od ancora per l'emigrazione che qui ha assunto i connotati di una diaspora etnica. Paradossalmente questi lati oscuri hanno spinto le genti di questa montagna ad alleggerire il senso della vita e, di conseguenza, della morte. Dall'alto della montagna tutto appare piccolo e insignificante, un brulicante ammasso di formiche indaffarate a muoversi e costruire, inconsce della vanitas - ovvero della fugacità - che tutto avvolge ed inghiotte. V'è dunque una qualche forma di nichilismo ragionato in questa terra. Le conseguenze maggiormente evidenti di tale status quo sono da ricercarsi nei contrasti culturali di questo popolo, in un folcloristico ritratto del Centritalia dove religione e paganesimo vanno a braccetto, in cui le tante chiese mostrano la legittima arroganza di un popolo che col divino ha sempre vissuto un rapporto difficile. Esiste perciò una fede religiosa apparente, una sorta di credito a tempo determinato verso Dio perché se il cielo di Capracotta sa essere accomodante nelle sue floride estati, baciando i visi delle migliaia di capracottesi che si trovano a condividere i propri ricordi in quei pochi giorni d'agosto, lo stesso cielo sa prendere la forma di un castigo divino quando costringe i suoi sottoposti a inverni interminabili che riversano metri di neve da novembre ad aprile. E, come un'eruzione vulcanica distrugge per poi fertilizzare, anche qui le terre e gli animi degli uomini si svegliano rinnovati dopo l'inverno glaciale. Tutto torna al suo posto e si possono cominciare, senza certezza alcuna di poterle terminare, tutte quelle attività che rendono prezioso questo luogo. Regna sovrano sulla terra di montagna un senso di incertezza assoluta. È facile comprendere che questa incertezza si aggiunge alla transitorietà della vita, incerta per definizione, cosicché l'esistenza di questo popolo diventa un fenomeno estetico, un universo parallelo con leggi e costumanze avulse. Ontologicamente, si potrebbe azzardare l'ipotesi che Capracotta non esista nemmeno, essendo tangibile solo nell'effimero momento in cui prende coscienza di sé. La terra di montagna è invidiata od invisa. Invidiata ed invisa è la gente che la abita. Con la seconda legge della montagna veniamo a conoscenza della boria di questa terra. Chiunque, a Capracotta come nel mondo, va fiero di questa natura contraddittoria. Gli impedimenti ambientali che in privato richiamano improperi e maledizioni, pubblicamente diventano un'orgogliosa e tracotante difesa del succitato status quo. L'esistenza di ostacoli storici e naturali non ha impedito ai capracottesi di eccellere nella sartoria e nell'artigianato, tenendo viva una secolare tradizione pastorale. L'unicità della gente capracottese la ritroviamo persino nell'istituzione dello Sci Club, in un angolo d'Italia in cui mentalità e risorse non consentivano azzardi simili. Eppure, oltre un secolo fa, alcuni pionieri portarono quello che, mancando allora un'appropriata traduzione, si chiamava ski. Senza nascondere, poi, che presso i nostri vicini Capracotta continua a subire l'ingiuriosa satira di chi la crede un posto abitato da zingari piuttosto presuntuosi, e in cui solo i pochissimi residenti potrebbero fregiarsi della qualifica di capracottese, addentrandosi in un discorso che diventa antistorico perché dimentico del respiro internazionale proprio di questa gente. Ancor più del generico emigrato italiano, l'emigrato capracottese porta nella valigia non solo le suppellettili e i ricordi di famiglia, ma anche uno skyline ben definito, un tremendo spulverizze, una fortuna da cercare e un biglietto di ritorno a data da destinarsi. I profili montuosi sono qui una materia da plasmare secondo le necessità del tempo. E, a dispetto della campagna, la terra di montagna è dura da lavorare ed offre pochissime soddisfazioni e rarissime gioie. Il contadino cela il pianto ma dentro di sé si erge un mostruoso guazzabuglio di malora, un'inconsapevole voglia di fuggire, dove e quando non si sa. In montagna si è istrioni per definizione e la comédie humaine diventa una sorta di teatro a cielo aperto, ventiquattr'ore al giorno, dall'inizio dei secoli. Questa caratteristica farsesca causa invidie e gelosie nell'hinterland perché evidenzia un'assenza di genio, un vuoto culturale, una mancanza di capacità esplorative. Così come in guerra sono gli sconfitti a recitare la parte degli zimbelli, anche a Capracotta noi troviamo una popolazione per troppo tempo abituata allo scherno. Ma ogni sconfitta porta con sé fermento e voglia di rivincita, tanti rimpianti e pochi rimorsi, cosicché il romanticismo sembra diventare l'unica istituzione fondativa dell'esistenza. Allo stesso modo, Capracotta rincorre da sempre i suoi fantasmi e si aggrappa a tutti i treni che passano, tentando di arrivare un po' più in là degli altri, prima degli altri, meglio degli altri. Il conseguimento dell'obiettivo diventa secondario. A contare è il tragitto, ovvero il percorso culturale entro il quale incanalare le energie e le risorse fisiche e materiali di questa gente. Arte, letteratura, pastorizia, imprenditoria, turismo, artigianato, scienza, politica. Ogni istanza trova qui una qualche contaminazione. La terra di montagna è cangiante e mutevole. Cangiante e mutevole è la gente che la abita. La terza legge della montagna, infine, ci mostra il lato più dinamico di questa terra e spiega, senza bisogno alcuno di dimostrazione, che questa gente è in continuo movimento. In montagna tutto perde un senso definit(iv)o: v'è solo l'agognata certezza che il Tutto di oggi non sarà come il Nulla di domani. La natura frana sotto i colpi della pioggia e del ghiaccio, il clima cambia la sua fisionomia e si fa più freddo e più torrido, la popolazione muore di vecchiaia, la gioventù non ricambia chi parte per il lungo viaggio e poco apprende della lezione sociale di questa terra. La mutevolezza diventa quindi l'unico dato incontrovertibile di questa popolazione, a tratti lunatica di per sé. Come un fiume che tutto trasporta verso il mare, anche qui gli avvenimenti e le persone hanno trascinato questo luogo difficile in un non-luogo ancor più impervio, costellato di assenze, di recalcitranti chiusure, di farraginosi scambi intellettuali, di stucchevoli rapporti sociali. Una qualche forma di (auto)critica si fa necessaria in una terra che troppo ha guardato avanti, sognando una nuova Atlantide fatta di benessere e sviluppo, ma dimenticando cosa aveva tra le mani. Nell'attualità immediata questo discorso potrebbe, senza cambiare molto gli accenti, esser traslato all'intero corpo nazionale. E così anche questa mia inutile elegia per Capracotta non lascerà fortunatamente traccia, cadendo nel vuoto delle cose dette a metà, riferite senza giusta causa, nascoste sotto il velo dell'apologia e dell'esaltazione campanilistica. Come stelle cadenti, tutti i nostri pensieri capracottesi sfavilleranno ancora un poco nel firmamento e poi scompariranno per sempre nell'abisso universale, fagocitati dallo spavento supremo della morte. Ad oggi Capracotta non merita null'altro perché ha già avuto tutto; ma la Storia ha deciso che il suo destino doveva compiersi a fasi alterne, sull'altalena dei successi e delle sconfitte, dei legami indissolubili e poi dello spopolamento. Questa terra di montagna potrà rinascere solo quando la cultura tornerà di nuovo padrona. Nelle verosimili parole di Platone, «i mali [...] non cesseranno di tormentare gli uomini finché la razza dei puri e autentici amici della saggezza non prenderà il potere e finché i capi delle città non si metteranno veramente, per grazia divina, a filosofare». Capracotta diventa vera solo nel pianto di chi la lascia e la prende nuovamente come una donna dedita al tradimento. Questa è la città dei nostri padri. Ma non morirà tra le mie braccia. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Teoria della montagna, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.

  • Vita del P. Fr. Antonio da Capracotta Predicatore

    Dopo una lodevole vita, colla quale illustrò la sua Provincia di Sant'Angelo, ottenne di terminare in quest'anno i suoi giorni con una felicissima morte il Padre Frate Antonio da Capracotta Predicatore. Aveva egli sortita un'indole assai inclinata alla pietà; onde coll'ottimo indirizzo de' Genitori insin dalle stesse culle incominciò a temere, ed amar Dio; e crescendo col crescere degli anni questi primi semi di Cristiana pietà, ancor essendo trasportato a Napoli per attendere di grado in grado alle belle lettere, poi alla Filosofia, indi alle Giureprudenza, sempre si mantenne costante nello stesso esemplare tenor di vivere. In fine, sentendosi chiamato internamente all'abbandono del secolo, elesse di servire a Dio tra i Cappuccini della Provincia di Sant'Angelo, e nel giorno consecrato alle glorie di sant'Antonio da Padova col nome del Santo vestì ancora il Serafico Abito. Terminato l'anno della probazione, ed ammesso alla professione de' voti, parvegli, che non fosse sufficiente bersaglio alle mosse del suo fervido desiderio il trattenerli nell'esercizio delle sole comuni asprezze dell'Ordine nostro; ed aspirando a maggiori accrescimenti, intimò colle guide della santa ubbidienza una tal aspra guerra alla propria carne; che parve insino, che la volesse con tutti li suoi sensi, non solo assoggettata, ma quasi annientata sotto il dominio dello spirito. Stendeva i digiuni di solo pane, ed acqua, quasi al giro di tutto l'anno; e se in qualche particolare giorno di Festa doveva per ordine de' Superiori alquanto rallentare il rigore, ed usar qualche indulgenza al suo corpo, credeva di concedergli molto coll'ammettere una sola insipida minestra. Portò sempre in tutte le stagioni dell'anno un solo rappezzato, asprissimo, e logoro Abito, con al di dentro l'intreccio di molte nodose funicelle, per essere in questa guisa insiememente coverto, e del continuo tormentato. Ricusò sempre l'uso de' sandali, ed insinché visse, camminò a piedi affatto ignudi, ancora trattandosi di andar per le nevi, per i ghiacci, per i sassi, e per le spine, e lasciandovi spessissimamente impresse le vestigia del sangue sparso. Frequentissime dippiù, ed insino al sangue erano le sue flagellazioni, non mai dandosi pago d'infierire con nuove fogge di asprissimi patimenti contro del proprio corpo, da lui sempre considerato, e trattato, come suo giuratissimo nemico. Dal perpetuo silenzio, del qual era Osservator tenacissimo, sarebbesi quasi creduto un Uomo senza lingua; perché, sebbene spinto dalla carità, facilissimamente, e spontaneamente si affaccendasse a tutta sua possa nel servigio d'ogni Religioso; ad ogni modo non mai per questo rompeva il suo inviolabile silenzio, ma, impiegato nell'eterne faccende, portava sempre internamente rappresentato Dio alla sua mente, avendo in pronto un qualche celeste mistero, o della passione di Gesucristo, per oggetto continuo delle sue meditazioni. Eseguito quello, che far doveva per le indigenze de' Religiosi, e non essendo in altre cose occupato da i Superiori, ritiravasi a far Orazione nel Coro, ed ivi a molte ore perseverava con estremo contento del suo spirito inebbriato delle celesti dolcezze. Per godere più abbondantemente di queste divine delizie nell'orare, non concedeva alle stanche sue membra, se non un riposo brevissimo; e scendendo nella Chiesa pria del suonare del Mattutino, ed ivi durandola fino al tempo delle prime ore diurne del seguente giorno, se ne stava del tutto immobile, e come affatto privo di senso, non ascoltando quello, che gli si diceva, o faceva d'intorno, ancora con molto strepito. Abitava una volta nel Convento del Vasto; e dopo l'aver celebrata la Messa, facendo il solito suo rendimento di grazie con un lungo esercizio di Orazione mentale, fu rapito in una dolcissima estasi; il che avvertito da un Religioso, che abbisognava dell'opera del Padre Antonio, gli si accostò, lo chiamò ad alta voce, lo scosse ancora con violenza, ma senza che mai l'Estatico ritornasse in se medesimo, né di certo sarebbe stato prestamente restituito all'uso de i sensi, se non fosse sopravvenuto il suo Confessore, alla voce del quale subitamente ubbidì. Questi rapimenti succedevano di frequente al Servo di Cristo tralle sue continue meditazioni, e presso la sua Provincia era in un gran credito di santità; e però il Padre Guardiano dello stesso Convento del Vasto, intendendo un giorno dal Cercatore, che non vi era pane sufficiente per due soli Religiosi, non avendolo potuto trovare dopo le più diligenti sollecitudini nel farne l'accatto, ordinò al Padre Antonio di chiederlo, ed ottenerlo da Dio colle sue Orazioni. Fu eseguito subito il comando dall'ubbidientissimo Padre; ed appena terminata una breve Orazione, ricercata nuovamente quell'arca, nella quale conservavasi il pane, ed era poco dinanzi stata veduta del tutto vuota, fu ritrovata ripiena fino alla sommità di fresco, e bianco piane, provveduto da Dio con evidente miracolo, ed in questo modo fu rimediato, non solo bastevolmente, ma con tutta l'abbondanza alle indigenze de' Frati. Stava infermo a morte il Signor Ippolito Veiferri, Canonico della stessa Città, e per asserzione de' Medici non trattavasi, che di pochissime ore al fine del di lui transito. Vi fu tra i Domestici chi gli disse di chiedere 1'ajuto delle Orazioni del Padre Antonio, avuto in comune credito di Canto Religioso: ma, perché il Canonico era poco affezionato a i Cappuccini, ne faceva un manifesto rifiuto. Sapendolo nondimanco l'Uomo di Dio, mosso da interno impulso di carità, si portò a visitare il moribondo Prete, e gli dise, che per ogni modo voleva pregar Dio per lui. Orando adunque il Padre Antonio nella Chiesa del nostro Convento, mentr'era il Canonico ridotto quasi alle ultime agonie in sua casa, ecco che ad un tratto all'Infermo preso da un leggerissimo sonno apparvero nell'Abito de' Cappuccini il Serafico Patriarca San Francesco, e Sant'Antonio da Padova, il primo de' quali rivolto al Canonico, gli parlò con questo espresso rimprovero: – Perché tu non sei amante de i miei Figliuoli meriterai supplizio, e non grazia; ma, perché per te prega il mio Antonio, il Clementissimo Dio ti ridona la sanità. Disparve la visione, e dettato il Canonico, si trovò con tanta perfezion risanato; che, fatto giorno, poté uscire di casa, ed andare al Convento de' Cappuccini, dove, trovato il Padre Antonio, lo ringraziò della salute ottenutagli colle sue preci; indi a lui, ed a tutti li Religiosi raccontò quel, ch'eragli accaduto, dimostrandosi sempre nell'avvenire parzialmente amorevole de' Cappuccini. Nella santa, e continua Orazione, era parimente invertito da quell'ardore di spirito, col quale predicava la divina parola; perchè, egli nulla punto curando la vana pompa dell'eloquenza, che si attiene alle regole sole dell'arte, pieno di sommo zelo, predicava unicamente Gesucristo Crocifisso, non avendo alcun timore ancora dei più potenti del secolo, quando trattavasi d'inveire liberamente contro del vizio. Colla forza delle divine Scritture, coll'autorità de' Santi Padri, e col suo Appostolico fervore, si spingeva cotanto apertamente contro dell'empietà; che, dovunqu'egli predicava, più non si vedevano, ed udivano omicidj, bestemmie, crapule, vendette, ubbriachezze, e qualunque altra pubblica corruttela può difformare i popoli: laonde a testimonianza de' Parrochi, tutte le loro gregge col terminar delle prediche del Padre Antonio rinate veramente si conoscevano ad una nuova vita di spirito. Tanto poi numeroso era il concorso de' popoli alla predicazione di quest'Uomo di Dio, che spessissimamente astretto veniva a predicare alla foltissima adunatasi moltitudine sulle piazze, o nella vasta pianura di qualche aperta campagna: e sebbene parlasse con sorprendenti, e convincenti massime, che facilissimamente ritiravano gli Ascoltatori dal seguito del peccato, e loro infilavano l'amore alla virtù; l'esempio però, e l'asprezza della vita, e la nota santità del Predicatore, servivano d'un più forte stimolo all'udienza per arrenderli alle persuasive d'un'Uomo cotanto accreditato. Più volte fu eletto Superiore, Maestro de' Novizj, e Diffinitore di tutta la sua Provincia, ed in quelli gradi sempre fece vedere un'amministrazione diretta con tutte le regole della carità, della prudenza, del zelo, e principalissimamente dell'esemplarità della vita; né l'esser egli, come accennammo, austero, e quasi crudele con se medesimo, faceva poi, che un'egual rigidezza praticasse co' Sudditi; che anzi facilissimo era alle piacevolezze, ed alle indulgenze, ove però non v' intravenisse alcuna minima lesione della regolar osservanza: onde poi ne avveniva, che tutti li Religiosi gli fossero affezionatissìmi, e più insistessero nell'esatta custodia delle nostre leggi. Quando poi per alcun commesso difetto doveva correggere, ed ancora castigar qualche Suddit, lo faceva con solo, e tenero amor di Madre, ed in quella stessa penitenza, che far doveva il difettuoso Fratello, egli pure voleva esser Compagno, eseguendola unitamente nel pubblico Refettorio. Tra le cose, che più zelava, era una cieca, e pronta ubbidienza, ed in questo accadde, mentre governava il Convento del Vasto, un evidente prodigio, ch'ebbe ad esigere tutte le maraviglie de' Frati. Già da gran tempo negava il Cielo la pioggia a quel distretto; e però tutte le campagne all'intorno quasi erano interamente seccate, ed isterilite, ed alla comune disavventura soggiacevano gli erbaggi del nostro Convento. In un giorno però, nel quale il Cielo era totalmente sereno, ordinò il Padre Antonio, che si trapiantassero i cavoli per uso de' Religiosi; e quantunque a tutti sembrasse un affaticar senza frutto, pure fu eseguito immediatamente il comando. Mentre i Frati stavano attualmente impiegati in questo lavorio giudicato affatto inutile: – Non dubitate – disse loro; – nella seguente notte avremo l'acqua in quell'abbondanza, che si desidera; – e così fu, perché venne una pioggia sì copiosa, che i cavoli fissarono le radici, e prestissimamente crebbero per il pascolo de' Frati, i quali ad una voce dicevano, che il loro Superiore, o con profetico spirito aveva predetta la pioggia, o l'aveva ottenuta colle sue Orazioni. Il Signor Piero Zampino, Cittadino d'Isernia, e pio, e sollecito Medico de' nostri Religiosi, dando per intraprendere un viaggio, si portò a visitare il Padre Antonio, e lo supplicò ad assisterlo presso Dio colle sue preci, acciocché in quel viaggio gli succedessero le cpse prosperamente: – Tutto riuscirà bene, o Amico, – gli rispose il Servo di Cristo, – perché Voi colla vostra carità vi siete meritato il patrocinio del Padre San Francesco, e Voi lo palperete coll'evidenza; perché in questo cammino sarete assaltato da i vostri nemici, ma coll'assistenza del Serafico Patriarca uscirete illeso dalle loro insidie. Così appunto avvenne. Dopo tre giorni ebbe il tristo incontro di alcuni, che gl'insidiarono la vita, e fu investito con tre colpi di archibuso; ma coll'invocar San Francesco in suo ajuto, e con manifesto miracolo, scampò sano, e salvo da quel pericolo. Adorno in fine di molti divini doni, ed a Dio carissimo, s'infermò gravemente nel Convento di San Giovanni Rotondo; e bastevolmente provato con una lunghissima, ed ammirabile pazienza, e già sentendo internamente l'invito del suo Dio, che lo chiamava all'eterna mercede, ricevuti tutti gli ultimi Sacramenti, placidamente esalò l'anima tra gli amplessi, ed i baci del Crocifisso. Morto il buon Servo di Dio, il Padre Bonifacio da San Germano, Sacerdote di sperimentata virtù, il qual aveva una perfetta notizia della santità del Padre Antonio, sebbene lo credesse già introdotto nell'eterna beatitudine, ad ogni modo desiderava un particolare segno della di lui gloria, e fu subitamente esaudito; perché, mentre orava, gli fi presentò l'Uomo di Dio in un gioviale sembiante, e tutto all'intorno circondato di splendentissimi raggi; e nell'averlo chiaramente veduto, si sentì ristorato l'animo con ammirabile dolcezza di spirito. Silvestro da Milano (trad. di Giuseppe da Cannobio) Fonte: S. da Milano, Annali dell'Ordine de' frati minori cappuccini, vol. III, libro II, trad. it. di G. da Cannobio, Frigerio, Milano 1744.

  • D'Annunzio e Capracinta

    Il mio lungo lavoro su quella che ho definito letteratura capracottese, ovvero la mole di romanzi, saggi, scritti, articoli e relazioni di autori capracottesi, o in cui viene menzionata la cittadina di Capracotta, mi ha avvinto all'artista più eclettico e straordinario - se non il più importante - del primo Novecento: Gabriele d'Annunzio. Più precisamente il mio studio m'ha condotto tra le pagine de "La figlia di Iorio", «tragedia pastorale di 3 atti», come la definì il Vate stesso. Scritta nel 1903 e pubblicata l'anno seguente per i tipi dei fratelli Treves, "La figlia di Iorio" è una storia d'amore, di magia e di violenza tutta ambientata in Abruzzo. La prima rappresentazione avvenne al Teatro Lirico di Milano il 2 marzo 1904 ed ebbe un successo mediocre tanto che d'Annunzio, sperperando quasi tutti gli introiti in beni di lusso, entrò in una interminabile spirale di debiti. Nei piani originari la protagonista femminile avrebbe dovuto essere Eleonora Duse (1858-1924) - musa dannunziana per eccellenza - ma la loro relazione amorosa era in crisi e il poeta le preferì la più giovane Irma Gramatica (1867-1962). Ispirata a un quadro di Francesco Paolo Michetti, la vicenda è ambientata nel minuscolo borgo di Taranta Peligna, nel Chietino, il giorno della festa di San Giovanni. Quasi ci trovassimo in una versione abruzzese e bucolica della Medea, i protagonisti maschili della tragedia dannunziana sono Aligi e suo padre Lazaro (di Roio del Sangro), che si disputano Mila di Codro, «prostituta campestre» nonché incantatrice acclarata, figlia dello stregone Iorio per l'appunto. Così come nella tragedia di Euripide, anche qui la storia termina nel peggiore dei modi, tra omicidi e roghi, con la differenza che a pagare lo scotto con la propria vita è la protagonista femminile, Mila. Al di là della trama e di una sua possibile e infinita interpretazione critica, ciò che mi preme segnalare qui è contenuto nella seconda scena del secondo atto, quando ad Aligi e Mila, che convivono forzatamente e castamente nella Grotta del Cavallone, appare san Cosma, il santo medico, col quale intavolano un favoloso dialogo. Aligi avrà modo di dirGli: Mi partii per lo stazzo dopo vespro, la vigilia di San Giovanni. All'alba io mi trovai di sopra a Capracinta e stetti ad aspettare il sole. E vidi dentro dal cerchio sanguinare il capo del Decollato. Poi venni allo stazzo, ripresi a pasturare e a dolorare. E mi parea che mi durasse il sonno e la mandra brucasse la mia vita. Allora il cuore mio chi lo pesò? O Cosma, vidi prima l'ombra e poi la sua persona, là, sul limitare. Era il giorno di Santo Teobaldo. Stava seduta questa creatura sopra la pietra; e non poté levarsi ché i piedi eran piagati. Disse: «Aligi, mi riconosci?» Io dissi: «Tu sei Mila». E non parlammo più, ché più non fummo due. Né quel giorno ci contaminammo né dopo mai. Lo dico in verità. Chi avrà la bonta di leggere "La figlia di Iorio" capirà che la storia è ambientata in un luogo sospeso, indefinito, «per suggerire l'intemporalità stessa delle realtà descritte». Questo è ancor più vero in almeno tre toponimi che l'immaginifico d'Annunzio utilizza e che non son tracciati su alcuna carta geografica: Norca, Acquabona e Capracinta, quest'ultimo presente nel frammento che vi ho presentato poc'anzi. Per la maggioranza della critica - tra cui il valido pedagogo Emidio Agostinoni (1879-1933) - questi nomi sono funzionali a «suggerire un'indistinta montagna abruzzese», tanto che in Abruzzo e Molise non c'è alcun valido toponimo col suffisso capra se non quello di Capracotta, paese di montagna per definizione altimetrica. Né credo che possa trattarsi delle due Caprafico (frazione di Casoli e di Teramo), di Capragrassa (contrada di Atessa) o di Caprara d'Abruzzo (frazione di Spoltore), vista la loro marginalità storica e l'altitudine. D'altronde, Capracinta non esiste se non come nome proprio, nello specifico quello d'un bandito, d'un ladrone ché, come scrisse il Tommaseo, era «famoso quel Capracinta». D'Annunzio, che aveva cantato più volte il suo Abruzzo, di cui conosceva a fondo le tradizioni ancestrali, dalla pratica della transumanza ai residui dei riti pagani, probabilmente conosceva pure Capracotta, perché questa partecipava attivamente e grandemente alla migrazione delle greggi e forse la conosceva pel suo carattere polare, magico, inaccessibile, nonostante non vi siano prove documentali o testimonianze che possano confermare questa mia congettura. Ed è per l'assenza di tali prove che ho deciso di non inserire quest'opera dannunziana nella mia "Guida alla letteratura capracottese". Credo tuttavia che si prefigurano ampi sentieri di ricerca bibliografica e filologica per confermare o meno la mia ipotesi su Capracinta = Capracotta e certamente, in futuro, approfondirò l'intera opera del Vate e in particolare "La figlia di Iorio", un'opera che tutti gli abitanti d'Abruzzo e Molise dovrebbero conoscere e apprezzare. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Andreoli, La figlia di Iorio: cent'anni di passione, Atti della mostra, Pescara, 30 settembre-8 dicembre 2004; G. d'Annunzio, La figlia di Iorio, Treves, Milano 1904; E. Duse, La figlia di Iorio: «Era mia, era mia e me l'hanno presa!». Lettere inedite di Eleonora Duse a Gabriele d'Annunzio, a cura di F. Minnucci, Ianieri, Altino 2004; Euripide, Medea, a cura di L. Correale, Feltrinelli, Milano 2008; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; L. Piccioni, Storia del turismo in Abruzzo. Viaggiatori, villeggianti e intellettuali alle origini del turismo abruzzese: 1780-1910, Polla, Cerchio 2000; N. Tommaseo, Dizionario estetico, Reina, Milano 1852.

  • Ed io mi sbattezzo...

    In polemica col parroco di Capracotta che sta costruendo la casa canonica a ridosso della Chiesa Madre, l'imprenditore Ermanno D'Andrea ha chiesto di essere cancellato dal registro dei battezzati della sua comunità e il suo esempio sta contagiando parecchi suoi concittadini. A Capracotta, da qualche tempo, è in corso una battaglia che sta assumendo toni sempre più inquietanti. La questione al centro della disputa riguarda in definitiva la tutela dei beni culturali e del patrimonio pubblico, oltre che l'utilizzo oculato delle risorse che appartengono alla comunità; i contendenti sono il parroco del paese Don Elio Venditti ed Ermanno D'Andrea, imprenditore metalmeccanico attivo in Lombardia ma nativo di Capracotta, del quale reiterate volte si è occupato il Sole 24 Ore, segnalando il suo gruppo come una delle eccellenze produttive del nostro Paese e che da circa un decennio, per affezione, è tornato nella sua terra e fra la sua gente, realizzando progetti di smagliante innovazione. Va inoltre sottolineato il suo ultradecennale impegno umanitario ed economico per l'Africa, dove ha finanziato l'edificazione di scuole e di attività produttive. I progetti realizzati o in via di completamento nel Molise, fra Castel del Giudice e Capracotta, in settori differenti, hanno creato occupazione per almeno un centinaio di persone. A Capracotta, Ermanno D'Andrea è stato promotore e finanziatore, con la collaborazione del Comune e di alcuni cittadini, della realizzazione della Casa di Riposo per Anziani, la cui gestione offre opportunità di lavoro a diversi giovani; ma proprio nel suo paese natale, l'imprenditore, già all'epoca della realizzazione della Casa di Riposo per Anziani, è entrato in rotta di collisione col parroco, che forse non ha visto di buon occhio il suo attivismo filantropico che mirava tra l'altro a ridare vita a strutture destinate col tempo al deterioramento. Don Elio rivendicava per la parrocchia una quota proprietaria del fabbricato che ospita la Casa di Riposo, il quale apparteneva interamente al Comune, come è stato finalmente certificato. La pretesa del parroco però ha funzionato ostruzionisticamente riguardo alla realizzazione del progetto che è stata ritardata di un paio d'anni, con notevoli intralci e spreco di risorse economiche di cui si è fatto carico Ermanno D'Andrea. Il casus belli attualmente in corso è stato originato dalla costruzione della casa canonica che Don Elio Venditti sta edificando a ridosso della chiesa parrocchiale dell'Assunta, in un'area che fino a dieci anni fa era verde, trasformata in zona edificabile dall'Amministrazione comunale dell'epoca. La nuova canonica, che ha inopinatamente ottenuto anche il permesso della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, copre alla vista una parte della facciata dell'edificio di culto e utilizza (per il solo primo lotto) circa ottocentomila euro dell'otto per mille, concessi alla parrocchia di Capracotta dalla Curia Trivento. L'iniziativa edile di Don Elio Venditti ha incontrato anche l'opposizione dei parroci della zona, che si sono riuniti più volte e hanno fatto rilevare come sia inopportuno costruire un edificio ex novo, in un comune in cui molte case sono in vendita e non trovano acquirenti. Per comprendere fino a che punto la nuova struttura di ricetto del parroco costituisca un'opera d'impopolare dilapidazione, basti pensare che nel dopoguerra Capracotta contava 4.500 abitanti e nella canonica annessa alla chiesa, oltre al ministro di Dio, abitavano altri sette suoi familiari; la nuova struttura appare dunque come uno spreco inopportuno se si considera che adesso, per effetto dell'emigrazione, il comune altomolisano è ridotto di fatto a circa 800 abitanti. L'attuale sindaco di Capracotta, con una nota inviata al parroco di Capracotta, alla Curia Vescovile di Trivento ed alla Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici del Molise, ha auspicato che venga valutata l'opportunità di una sospensione dei lavori, per favorire un sereno confronto con coloro che hanno espresso contrarietà al progetto in via di realizzazione attraverso una petizione popolare che ha raccolto già duecentocinquanta sottoscrizioni. Ma la protesta più impegnativa e singolare l'ha messa in opera Ermanno D'Andrea che con un'istanza al parroco di Capracotta, lo scorso 21 agosto, ai sensi dell'art. 145 del decreto legislativo 196/2003, ha chiesto di essere "sbattezzato", in modo da non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa Apostolica Romana", in polemica con un comportamento che dal suo punto di vista dilapida le risorse dei fedeli che potrebbero essere utilizzate per loro necessità più impellenti, oltretutto affatto in sintonia con gli insegnamenti e gli esempi reiterati di Papa Francesco. La richiesta di "sbattezzamento" ha immediatamente fatto il giro della piccola comunità e l'esempio di D'Andrea sta spingendo altri suoi concittadini a chiedere di essere cancellati dall'elenco dei battezzati di Capracotta a loro volta. Un caso degno del miglior Guareschi, ma che assume le connotazioni di un Molise in transizione profonda, al punto da sacrificare il sentimento di sottomissione all'autorità e alla religiosità corrente, in nome di un sentimento civico coraggioso e indipendente, indispensabile per far compiere alla nostra comunità il salto verso la modernità del quale ha bisogno più di ogni altra cosa. Antonio Ruggieri Fonte: http://www.ilbenecomune.it/, 2 settembre 2013.

  • Scatti di Borgogna

    Chi da anni scarpina durante "Les Grands Jours de Bourgogne" giura, a memoria d'uomo, di non aver mai trovato un tempo così bello. Sei giorni su sette di sole e caldo in Borgogna a fine marzo è già un evento nell'evento. Vai su e giù per le route, dalla Côte de Nuits alla Côte de Beaune e viceversa, con tagli di luce che ti fanno venir voglia di cercare le prime lacrime sui tralci potati. Oppure imitare Ansel Adams, il fotografo dei paesaggi e delle lunghe attese. Ho cercato anch'io di tenere un taccuino delle degustazioni. Ma il diario di bordo che vi propongo è fatto più di suggestioni fotografiche. La morte e il santo patrono. I piccoli villaggi dai nomi mitici - Mersault, Gevrey Chambertin, Chassagne Montrachet, Volnay, Pommard - hanno tutti un piccolo cimitero tra le vigne. Forse sono le tombe più care del mondo. Chissà se le radici dello Chardonnay o del Pinot Noir affondano tra le croci. I vignerons di Borgogna hanno il loro santo protettore. Questa immagine l'ho vista un po' ovunque. Nella foto - ero in un'enoteca - è una statua, ma il volto del santo è ricomparso nelle cantine, nelle aziende, anche nelle case dei produttori. Pure i francesi possono essere assai kitch. Peccato che il cognome  del proprietario del monopole rimandi a origini italiane. Bertagnà (alla francese) vanta il suo domaine nientepopodimenoché a Vougeot. Io, una insegna così l'avrei vista più a Capracotta: "Trattoria dalla sora Peppa", col biemmevvù piazzato all'entrata. Eccolo lì, il romanzo di Gaetano Cappelli, «il Philip Roth italiano» secondo il critico letterario del Corriere della Sera D'Orrico. Tradotto in francese, il volume fa bella mostra di sè nel tempio delle librerie dedicate al vino, l'"Athenaeum de la vigne et du vin" a Beaune. Una botta di campanilismo mi sia concessa, perché sono arcisicura che i vitigni a bacca rossa davvero grandi al mondo si contano sulle dita di una sola mano. Tra questi c'è l'Aglianico. Incantevole l'Athenaeum: non si contano gli oggetti futili legati al mondo del vino in vendita. Pensi: "Come ho potuto – io enostrippato à la page – fare a meno di un oggetto tanto indispensabile fino a ora?". È un portabottiglie da viaggio, per chi non lo avesse capito. Alla fine della giornata la lingua somiglia a una carta abrasiva. C'hai strofinato su centinaia di tannini di vini che spesso non hanno conosciuto il diraspamento. Un rimedio niente male è stappare dello champagne. In realtà questo è un rimedio che va bene per tante cose. Provatelo con i... Fonzies. Chiudo con i vini. Sennò che post sulla Borgogna sarebbe? Guizzi di meraviglia più che precise analisi degustative: Pommard Primeur Cru Clos des Epeneaux 2008, Comte Armand: biodinamico di grande carattere ed eleganza; Corton Charlemagne Grand Cru 2008, Domaine Bonneau du Martray: affilato come una lama; Corton Grand Cru "Clos Rognet" 2008, Domaine Mèo-Camuzet: un vino con la stola di ermellino; Corton Grand Cru "Clos Rognet" 2008, Maison Bertrand Ambroise: chiuso e austero ma che lascia intuire un lungo percorso; Corton Charlemagne 2008, Domaine Follin Arbelet: quando si dice la coerenza naso-bocca; Corton Bressandes Grand Cru 2008, Domaine Benoit Germain: schietto e anche un po' rustico, ma vibra che è una bellezza; Volnay Premier Cru Champans 2008, Domaine d'Angerville: ancora un biodinamico che ti fa sentire la terra, ma anche rabarbaro e viola antica; Puligny Montrachet Premier Cru La Truffière 2008, Bruno Colin: in bocca la scala chimica, nel senso che il minerale non ti abbandona più; Richebourg Grand Cru 2008, Domaine Thibault Liger-Belair: un coup de cœur... ma lo avevo già detto. ….io mi fermo. Francesca Ciancio Fonte: http://www.intravino.com/, 3 aprile 2010.

  • Un affronto sulla pubblica via

    Un documento del Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa riporta alla luce un processo che ebbe luogo tra il 12 aprile e il 16 maggio 1750 nella città pugliese e che sottolinea l'irascibilità di tutte le persone coinvolte in una stupida lite sulla pubblica via. L'oggetto del contendere è una donna, sorella d'un novizio. Tutto comincia allorquando a un calzolaio capracottese, tal Pietro Di Cristo, viene intimato, senza tanti complimenti, di non posare lo sguardo sulla donna; immediatamente si passa dalle parolacce alle mani, in una rissa collettiva che provoca pure un contuso. Le persone coinvolte sono dunque sia laici che chierici e la vicenda, proprio per questo, finisce in tribunale. Fu così che di fronte alla curia canosina comparve in giudizio il frate Nicolò Mosca, intento a far causa al calzolaio di Capracotta - soprannominato "il Tignoso" - coinvolto in questa banale disfida per via della sua indole non proprio pacifica. Il I° foglio, firmato dal cancelliere Giovanni di Minervino e dal preposto di Canosa Carlo Rosati (1706-1753) - in seguito vescovo di Alife -, contiene la seguente istanza di comparizione: Nella Prevostal Curia di questa città di Canosa comparisce il clerico Nicolò Mosca della medesima, e dice come quest'oggi giorno di Domenica dodici del caminante Aprile, verso le ore dieci otto, stando il comparente fuori la porta di questa città avanti la botteca di Domenico Amicarelli, assieme col clerico Nicolò Grossi, e li novitij Bartolomeo di Salvio, Michele Bucci, e Donato Petroni suoi consocij; poco distante vi stava Pietro di Cristo della terra di Capracotta, che dimora in questa predetta città coll'arte di calzolaio; di là à poco è passato da quel luogo Savina Petroni sorella di detto novizio Donato, alla quale avendo guardato detto Pietro; detto novizio de Salvio scherzando gli à detto che avesse bassato gli occhi, e che non avesse guardato in faccia à quella, dandoli perciò anche per modo di scherzo colla mano sopra del collo; al che detto Pietro senza dir altro à posto la mano destra alla sua sacca in atto di voler prendere qualche arma; visto perciò da detto Bucci si è accostato a detto Pietro, e li à detto li formali parole «coglione tu metti la mano alla sacca» detto Pietro sanza dir altro, li ha dato due pugni in testa, il che vistosi dal comparente, volendo difendere l'abito clericale, si è fatto avanti e li à detto che non se l'avesse preso con quello, per ciò detto Pietro li hà tirato un pugno, che non li hà colpito, perché il comparente si ave attirato, e frattanto hà dato a quello due pugni; in questo, mentre è sopraggiunto Francisco di mastro Onorio, anche calzolaio compagno e compatriota di detto Pietro, il quale ave da dietro afferrato detto comparente, ed in questo mentre detto Pietro di Cristo gli hà dato molti pugni nella faccia, cagionandoli molte contusioni vistosi da detto clerico Grossi, che il comparente veniva malamente offeso da detto Pietro, è corso in aggiuto del medessimo comparente, ed ave impedito detto Pietro a continuare li pugni, che se non era per tale aggiuto, restava maggiormente offeso. E perché il fatto così pubblico, ed ingurioso non deve restare impunito perciò il comparente in detta Prevostal Curia, e ricorrendo all'armi chiesastiche fa istanza del tutto accaparsene diligente informazione e costato dichiararsi dai Pietro di Cristo, Francisco di mastro Onorio incorsi nella censura contenuta nel Canono "Si quis suadentes" anche con rilasciarseli i Ceduloni; e così dice e fà istanza non solo in questo ma in ogni altro miglior modo. Leggendo l'atto di citazione si evince che il capracottese Pietro Di Cristo, venuto alle mani col chierico Nicolò Mosca per aver ammiccato alla sorella d'un confratello, sia stato poi aiutato da un altro capracottese, tal Francesco D'Onofrio, a picchiare selvaggiamente il religioso. In tutto questo baccano trovo sorprendente l'uso della parola «coglione», a maggior ragione se pronunciata da un religioso. Nel II° e III° foglio dell'atto abbiamo il formulario con cui, il giorno seguente, furono raccolte le deposizioni di tre canosini convenuti sul luogo a rissa terminata. Ecco le deposizioni testimoniali rese sotto giuramento dallo sfossatore quarantacinquenne Antonio Matarrese e dai contadini Savino Siniso e Francesco De Salvio, entrambi quarantenni: A. M.: «Illmo Signore, Domenica dodeci del corrente mese Aprile, mentre io era alla piazza per uscire alla porta della città verso le ore dieci otto in circa sentii fuori della medesima stridi, e liti, dove accorrendo trovai attaccato, Pietro di Cristo Abruzzese alia il tignoso col chierico Nicolò Mosca, come pure viddi un altro Abruzzese vestito di gilarberga color rossaccio, che chiamano Francisco di mastro Onofrio, il quale dalla parte di dietro tenevo afferrato detto chierico, ne viddi batterli; dalle contusioni però, che 'l chierico ce aveva in una parte della faccia, sospettai, che potesse essere effetto di qualche pugno, come sentij dire, che avesse il chierico ricevuto dall'Abruzzese sudetto, e questo è quanto io posso deporre in mia coscienza». S. S.: «Illmo Signore, jeri Domenica dodeci del corrente Aprile, circa le ore dieci otto mentre era alla piazza seduto con un mio figliolo alla mano sentendo fuori della porta della città gridi di gente, che fra di loro eranno affuffata, accorsi verso quella parte, e trovai, che un Abruzzese, che chiamano Pietro di Cristo alias il tignoso era attaccato col chierico Nicolò Mosca, il quale da un altro Abruzzese, che sento chiamare Francisco di mastro Onofrio era, afferrato detto chierico dalla parte di dietro, e come mi trovai in fine della rissa viddi che l'Abruzzese sudetto di Cristo tirò forse l'ultimo pugno al cennato chierico: onde accorsi io, ed altri chierici ivi presenti feci dividerli, e finì la rissa, osservai bensì una parte del volto di detto chierico arrossita, e questa è la verità, che in coscienza mi costa». F. D. S.: «Illmo Signore, Domenica dodeci del caminante mese di Aprile, alle ore dieci otto in circa mentre era vicino alla porta di questa città, sentendo, che fuori della medesima potesse esserci gente arrissata di tutta fretta vi accorsi e trovai attaccati insieme un Abruzzese chiamato Pietro di Cristo, alias il tignoso, e il chierico Nicolò Mosca, il quale con pugni era battiato dal sudetto abruzzese; come viddi, che mentre questo lo batteva, altro Abruzsese che chiamano Francisco di mastro Onofrio teneva detto chierico dalla parte di dietro afferrato, onde all'arrivo non men mio, che di Savino Siniso, e di Antonio Matarrese restarono questi frà di loro divisi, e questo è quanto io hò veduto e so de causa scientie». Abbiamo visto che le tre deposizioni si basano perlopiù su illazioni, poiché i tre testimoni accorsero sul luogo del crimine dopo che il chierico era stato picchiato. Difatti, al termine del III° foglio v'è il mandato prevostale inviato il 24 aprile 1750 agli ufficiali della Curia, poiché, siccome il Mosca aveva invocato l'antichissimo privilegium canonis del "Si quis suadente diabolo" - la particolare prerogativa, contenuta nel canone 199, per cui si comminava la scomunica al laico che compiva una ingiuria reale (una percossa nei confronti dei chierici) - gli alti papaveri della Chiesa locale, con equità e lungimiranza, ritennero opportuno un supplemento d'indagine. A tal fine il preposto Rosati e l'assessore Francesco Colucci avevano ammonito i due calzolai - obbligandoli a presentarsi per tre giorni in Curia - e avevano preteso nuovi testimoni per il processo in corso, tanto che nel IV° foglio v'è la convocazione, tramite il cursore Simone Marcovecchio (l'ufficiale che notificava gli atti giudiziari), per Pietro Pettinicchio e Marco De Lolli, cittadini agnonesi, invitati urgentemente a rendere le proprie deposizioni e che, come vedremo, ribalteranno totalmente il corso degli eventi, poiché sembra che siano stati loro, e non i due capracottesi, a difendersi manescamente dalle angherie di padre Nicolò: Nella Curia Prevostale di Canosa compariscono Pietro Pettinicchio, e Marco de Lolli della città di Agnone commoranti in Canosa, e dicono, come questa mattina mercoledì 29 del cadente mese di Aprile sono stati citati li comparenti dal Cursore di detta Prepostale ad dicendam causam quare non debeant declarari, per la causa della lite fra detti comparenti, ed il chierico Michele Ferrante nel principio di questo passato mese di Aprile, non ricordandosi il giorno prefisso, che se ne stavano essi tutti comparenti nella loro bottega fuori la porta della città quietamente giorno di festa, in quel mentre passò la figlia di Michele, dico di Riccardo Petrone col suo marito; esso Pietro riguardò come huomo la detta giovane, senza parola alcuna, o mal'atto; vi erano in detta bottega Michele Buccio, il chierico Nicolò Ferrante, e Bartolomeo di Salvio, et altri clericotti. Il sudetto Michele Bucci disse ad esso Pietro «bassa gli occhi» questo se ne fece una risa, e detto Bucci li diede uno scoppolone, et esso Pietro vedendosi così aggravato, ne li tirò un altro a prevenzione. A ciò accorse il sudetto chierico Nicolò Ferrante, e cominciò a maltrattare esso Pietro con angrivi, e con a lui aggravij di parole; e vedendo esso muscolari maltrattò il compagno, accorse per dividerli; e detto chierico Nicolò Ferrante non contento delli aggravij fatti ad esso Pietro, tirò un pungo sotto l'occhio sinistro di detto huomo il quale vedendosi così offeso senza causa, a primo impeto, senza badare a chi diede un altro pugno a don Nicolò Ferrante a difesa della propria persona, e essi per non restare maggiormente aggravati dagli altri chierici, che ivi s'attrovarono tutti uniti contro i poveri comparenti che se ne stavano così quietamente avanti la bottega loro; pertanto rispondendo a detta litigagione, supplicano Monsignore Illustrissimo, che attenta la ragione loro, non li denega dichiarare, né compiacersi per sua singolare gratia assolvendi secretamente, et castigare abusi li detti chierici per le impertinenze usate verso i comparenti; e maltrattamenti fatteli di pugni, e di ingiurie, che li mosse, e di che dare a ciascuno a loro di difendersi, ma non con animo aggravare essi sudetti chierici, e così dicono, supplicando, e facendo istanza ma in altro miglior modo, protestantes de expertis, salvis vobis. È possibile che il Pettinicchio e il Di Cristo fossero la medesima persona: i documenti in nostro possesso non chiariscono l'arcano né l'utilizzo degli antichi patronimici può esserci d'aiuto. Sta di fatto che il processo terminò in una bolla di sapone, col chierico Mosca (in ultimo chiamato Ferrante) che ritirò le sue accuse in cambio di scuse formali da parte dei calzolai capracottesi e/o dei pastori agnonesi. Questi ultimi, prima di tornare in patria, racchiusero in un libello di supplica le loro scuse unitamente a una richiesta di grazia, e il preposto Carlo Rosati non poté far altro che assolvere i querelati, mettendo la parola fine ad una vicenda tanto stupida quanto capziosa e confusionaria. Di certo, questa insulsa lite dimostra quale fosse la cortesia e l'ospitalità riservate ai transumanti e, più in generale, agli strati più bassi dell'immigrazione pugliese. Non notate anche voi qualche parallelo con la situazione odierna? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Paone, La transumanza. Immagini di una civiltà, Iannone, Isernia 1987; E. Petrocelli, Civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999; M. Porro, U. Carozza e R. Como, Il Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa: Acta criminalia, Atti del convegno, Canosa di Puglia, 15-16-17 febbraio 2008.

  • La Torre dell'Orologio

    Dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale iniziò in tutta la Penisola un lungo periodo di ricostruzione. Questo interessò anche la nostra località, e si sviluppò attraverso vari lotti finanziati, di volta in volta, dallo Stato sulla base delle richieste avanzate dalle amministrazioni locali. La ricostruzione di Capracotta seguì anch'essa questo percorso che si sviluppò in un arco di oltre vent'anni ed interessò anche l'abbattimento della Torre dell'Orologio, prevista nell'attuazione del terzo lotto del piano di ricostruzione. Alcuni documenti, che oggi si possono definire storici, evidenziano la volontà da parte dell'Amministrazione locale di quel tempo di demolire la Torre, di proprietà comunale, al fine di realizzare una importante arteria cittadina. Nel Consiglio Comunale del 22 maggio 1963 fu dato infatti incarico alla società Edilcostruzioni di Roma di procedere alla demolizione della Torre prima della esecuzione di qualsiasi altro lavoro. La Edilcostruzioni, pur prendendo atto delle direttive comunali, rappresentò l'impossibilità di procedere ad eseguire i lavori perché il manufatto da demolire costituiva corpo unico con un fabbricato peraltro abitato. I proprietari di quest'ultimo si opposero strenuamente a quell'atto, rifiutando di abbandonare la loro casa. A quel punto la Edilcostruzioni non volle prendersi alcuna responsabilità di mettere a repentaglio l'incolumità di coloro che occupavano il fabbricato attiguo la Torre, dichiarandosi disponibile a dare inizio alla demolizione quando fosse stata data adeguata sistemazione alla famiglia che lì dimorava. Fecero seguito diverse sollecitazioni ai proprietari del fabbricato affinché lo abbandonassero, facendo ricorso anche ai decreti espropriativi già notificati agli inizi di maggio del 1963. Nel luglio dello stesso anno fu chiesto l'intervento del Ministero dei Lavori Pubblici affinché si adoperasse per ottenere lo sgombero dell'immobile. Ma il Ministero, nell'agosto del 1963, a seguito di sopralluogo, ravvisò l'opportunità di rinviare la demolizione della Torre. La decisione ministeriale destò perplessità e l'Amministrazione comunale, nel ribadire la validità del Piano di Ricostruzione regolarmente approvato, riaffermò la priorità dei lavori da eseguirsi invitando la Edilcostruzioni ad iniziare la demolizione della Torre con la massima urgenza pena l'attribuzione dei danni arrecati per il ritardo sia dei lavori di abbattimento, che delle altre opere previste nel progetto esecutivo del terzo lotto del Piano di Ricostruzione. Nel settembre del 1963 l'Amministrazione comunale ottenne anche l'assenso della Soprintendenza ai Monumenti degli Abruzzi e del Molise che, pur attribuendo alla Torre uno scarso valore artistico per le trasformazioni subite nel tempo, le conferiva un indubbio valore storico. La Soprintendenza invitò altresì l'Amministrazione civica a predisporre sia la documentazione grafica, sia quella fotografica della Torre prima di abbatterla, affinché se ne conservasse memoria, chiedendo inoltre di trasmetterne copia anche alla Soprintendenza perché ne restasse traccia negli archivi di quest'ultima. Tuttavia si ignora se questo passaggio fu effettivamente compiuto. Intanto ai proprietari giunsero ulteriori "inviti" ad abbandonare l'immobile, minacciando, in caso di inadempienza, anche l'intervento della forza pubblica. Nel giugno del 1964 il Ministero dei Lavori Pubblici dispose la redazione di una perizia di variante per l'impiego delle economie realizzate per la mancata esecuzione delle opere relative alla demolizione della Torre. Trascorse diverso tempo e la Torre era ancora in piedi. Nel gennaio del 1967 ripresero i lavori per demolirla definitivamente. Ma un nuovo, inevitabile stop ai lavori era dietro l'angolo. Ci si trovò infatti di fronte all'impossibilità di proseguire nell'opera demolitoria in quanto la stabilità del fabbricato attiguo avrebbe potuto subire pesanti ripercussioni. Il Comune, a quel punto, chiese al Genio Civile una perizia suppletiva al fine di prevedere ancora una volta il totale abbattimento del manufatto. Fu evidenziato che durante la fase di abbattimento della Torre era necessario prevedere la realizzazione di un muro divisorio, peraltro non previsto nel progetto originario, per garantire la stabilità dell'altra parte del fabbricato contiguo alla Torre che non doveva essere demolito. Nel luglio 1967 il Comune reiterò la necessità di completare l'abbattimento della parte residua della Torre e del retrostante fabbricato per permettere il completamento di una nuova strada che dalla Chiesa Madre avrebbe dovuto condurre alla piazza principale del paese, piazza Stanislao Falconi. Passò un altro anno e nel luglio 1968 si tornò a chiedere al Genio Civile di Isernia di dare priorità alla demolizione. Nell'agosto del 1970 l'obiettivo fu raggiunto, la Torre venne abbattuta. Con meraviglia dell'Amministrazione comunale del tempo, contestualmente all'abbattimento della Torre venne però rifatto integralmente il muro di confine posto tra la Torre stessa e quel fabbricato che, nelle intenzioni dell'Amministrazione civica, si sarebbe dovuto invece abbattere. Gli amministratori dell'epoca presero quindi coscienza che i lavori di rifacimento del muro, così come si sarebbero realizzati, non avrebbero precluso alla successiva demolizione del fabbricato, viceversa si sarebbero eseguiti in modo da esporre l'immobile, per quanto tempo non si sa, alle intemperie. Il 27 agosto 1970 si prese atto dell'abbattimento totale della Torre. Il fabbricato, legittimamente difeso dai suoi proprietari, restava lì, dov'è ancora oggi mentre Capracotta perdeva l'unico monumento storico che possedeva, uscito indenne anche dalla furia distruttrice dell'esercito nazista. Oggi la Torre dell’Orologio vive nel ricordo delle generazioni che hanno calcato gli anni in cui la Torre era ancora in piedi. Altri, oggi, possono invece ammirarla nell'esemplare in miniatura riprodotto dall'indimenticabile Antonio Sozio, conservato in una teca posta vicino la fontana dove una volta c'era quel monumento di cui qualcuno ebbe almeno cura di conservare il meccanismo che faceva muovere le lancette dell'orologio. Un congegno meccanico che ora si vuol rendere nuovamente funzionante per essere conservato nel Museo comunale a memoria di quella "torraccia" (così fu definita da qualche amministratore del tempo) abbattuta per motivi che ancora oggi riescono incomprensibili. Antonio Vincenzo Monaco Fonte: A. V. Monaco, La Torre dell'Orologio, in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009.

  • C'era una volta la Torre

    Ritengo qui opportuno, anzi doveroso, esporre la storia dell'abbattimento della Torre dell'orologio che si era appena conclusa. Un argomento che da logistico, paesaggistico, strutturale, diventò vicenda di bassa disputa politica con risvolti di particolari interessi personali. Non esiste capracottese che, ovunque risieda, non abbia esposta in casa una fotografia della torre millenaria che era situata nel punto di convergenza di via Carfagna e di via Roma con la piazza Stanislao Falconi, là dove oggi sorge un'attraente fontana ideata dall'architetto Salvatore Santilli con accanto una miniatura della torre riprodotta dal sarto "la Parrocchia". La torre, dai più giudicata di epoca medioevale, viene da molti ritenuta una costruzione preromana per la suggestiva contemporanea esistenza dei numerosi reperti archeologici rinvenuti in tutto il comprensorio, tra cui le mura ciclopiche, Macchia Strinata ed anzitutto la Tavola Osca. La Torre, insieme ad un'altra torre documentata dalla residua torretta privata tuttora esistente, era situata all'ingresso nord-ovest della Terra Vecchia, un'autentica fortezza a difesa del primo insediamento della comunità capracottese di razza sicuramente sannita. Si presuma che un altro ingresso si trovasse a sud-est della fortezza, presso la Chiesa Madre verso San Rocco. Alla base della Torre, in un'epoca successiva, venne collocata, in un'apposita nicchia, la fontana da cui attingevano l'acqua tutti gli abitanti della Terra Vecchia. Nel XVI-XVII secolo venne installato l'orologio a pendolo con la campana posta sulla vetta della Torre e da lì i rintocchi si diffondevano per tutto il paese, che dalla Terra Vecchia era andato man mano estendendosi. Non sono in grado di affermare che ci siano mai state, negli anni dei miei ricordi, attenzioni di sorta circa la manutenzione della Torre; era strutturalmente solida e si sviluppava dalla base verso la vetta con una forma tronco-conica moderata che ne garantiva la massima stabilità. Durante la Seconda guerra mondiale, quando il paese era stato direttamente coinvolto dagli eserciti e fortemente scosso dalle cannonate sparate verso la sponda nord del Sangro, contro i Tedeschi in ritirata, comparvero sulle mura della Torre, in prossimità della nicchia della fontana, le prime crepe che, da lì, si sono col tempo allargate verso l'alto, fino all'altezza dell'orologio, minacciando il crollo della parete esterna del muro, già in parte diroccato. Finalmente negli anni Cinquanta si decise di correre ai ripari con l'intento, vanificato, di restaurarla. Alla fine dei lavori, rimosse le impalcature, ecco lo spettacolo. La Torre era stata letteralmente, irrimediabilmente cancellata da una murata di bolognini (bugne) e da intonaci di cemento. Il tetto a lisce era stato rimosso e sostituito da un terrazzo in cemento armato, recintato da una ringhiera in ferro. In concreto la Torre, la testimonianza delle origini e di secoli di storia della nostra comunità, era stata distrutta nell'assoluta incoscienza e nella totale irresponsabilità degli amministratori. Nessuno, prima di eseguire i lavori, si era minimamente preoccupato di ricercare sul vocabolario il significato della parola "restauro". La ditta appaltatrice, nell'eseguire i lavori, aveva adoperato tutti i bolognini elaborati nei cantieri della disoccupazione ed ammucchiati in prossimità del campo sportivo, veri diamanti! Altri che quelli di Ferrara. Ogni bolognino era costato giorni, anche settimane, di scalpello per lavorarlo; a quei cantieri avevano partecipato tutti i disoccupati del paese: operai, sarti, calzolai, pittori; immaginarsi un sarto passare dall'ago e filo allo scalpello, oppure il calzolaio dalla lesina e lo spago al piccone, il pittore alla pala e la carriola. Unanime fu la condanna della popolazione, ad eccezione del sindaco pro tempore e degli altri amministratori, i quali, poco a poco, riuscirono ad accrescere consensi, trasformando la controversia in disputa di bassa politica. Ne conseguì una spaccatura tra sostenitori ed oppositori. Con i sostenitori si schierarono, è ovvio, la ditta che aveva fatto i lavori e colui che li aveva voluti. A questo punto intervenne Noè Ciccorelli, che elaborò un progetto che prevedeva l'abbattimento della Torre e delle abitazioni retrostanti, con l'intento di creare un lungo camminamento rettilineo che, dalla Chiesa di Sant'Antonio, attraverso il Corso, la piazza del Municipio e via Carfagna, avrebbe raggiunto la Chiesa Madre. Durante i lavori della demolizione i proprietari delle abitazioni attaccate alla Torre ottennero la sospensione giudiziaria dei lavori, con lo scopo di salvare l'abbattimento delle loro case. Ne seguì un falso compromesso che consentì la demolizione della Torre salvando dall'abbattimento le abitazioni retrostanti. In definitiva, con l'intervento del cosiddetto "restauro", venne distrutta la Torre; col secondo intervento non fu realizzato il lungo corso. Lo spettacolo che si scorge oggi si può definire con una parola unica: brutto. Antonio Di Nardo Fonte: A. Di Nardo, Sfogliando le memorie, Mancini, Tivoli, 2005.

  • Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul web

    Il nuovo genere legal viaggia sul Web. E non si tratta di romanzi. Piuttosto, un collage, in forma di diario, di aneddoti raccontati dall'interno dei più grandi studi legali. Indagini sul cinismo degli avvocati d'affari e sugli stereotipi che caratterizzano l'ambiente. I blog in questione, rigorosamente anonimi, hanno il picco di click durante la pausa pranzo, quando i colleghi, tra un parere e un ricorso, leggono storie talmente verosimili da sembrare vere. Il primo a diventare un fenomeno è stato Federico Baccomo, al secolo Duchesne. Il suo blog, "Studio Illegale", è già un libro (ormai alla sesta ristampa per Marsilio) e sta per diventare un film con Fabio Volo (interpreterà il protagonista, l'ormai celebre avvocato Andrea Campi). Conclusa l'avventura Duchesne, il testimone l'ha raccolto "Codice Incivile". L'autore si firma Avvocanzo, si descrive come un «avvocato rimasto in mutande» e parla del suo blog come «una testata. Non giornalistica, ma proprio una testata. Nei denti. Quindi occhio per occhio, e dente perdente». Avvocanzo racconta con cinismo e disincanto le disavventure nel suo studio legale, dove blackberry, cravatta di Hermes e insonnia sono le regole minime per sopravvivere. «Come diavolo mi è venuto in mente? – dice l'avvocato al Foglio – in realtà mi annoiavo nei tempi della crisi. In effetti ha effetti terapeutici, da quando scrivo sul blog l'autoironia sulla mia vita è decisamente aumentata, e prendo le situazioni con più filosofia». Ma che cosa sono, in realtà, questi studi legali d'affari di cui parli? «In comune con gli studi "tradizionali" c'è solo il fatto che i suoi componenti sono (o si suppone essere) avvocati. Volendo sintetizzare direi che lo studio "tradizionale" non vive senza l'avvocato, negli studi d'affari è l'avvocato che non vive senza uno studio». L'avvocato ci dice che tutto quello che scrive è basato su storie vere («sono ben poche le vicende che invento di sana pianta, a parte quando descrivo le mie conversazioni con la piantina sulla mia scrivania...»), ma che, in realtà, lui il legale d'affari non l'avrebbe mai voluto fare («E non ho ancora cambiato idea»). «Per intraprendere questa strada – racconta al Foglio il blogger – è sufficiente una laurea, essere giovani e conoscere l'inglese, tanta pazienza e un pizzico di fortuna. Finché non si supera l'esame d'avvocato: poi è molto difficile rimanervi. Come il figlio dello scarparo va in giro con le scarpe rotte, il redattore di contratti (l'avvocato, giustappunto) va in giro... senza contratto (mai sentito di un avvocato che abbia un contratto scritto con lo studio)». E ci racconta anche uno degli episodi che l'hanno convinto a scrivere il blog: «Una volta, un neolaureato doveva partecipare alla sua prima conference call. Premetto che prima di entrare in conference, quando componi il numero, una voce metallica ti chiede di scandire ad alta voce il tuo nome. Una volta registrato il tuo nome, il sistema annuncia il tuo ingresso agli altri che già si sono collegati. Il neolaureato non ha capito le istruzioni che la voce metallica gli dettava (in inglese), e ha pensato bene di insultare la voce metallica. Io ero in conference con banchieri vari e avvocati di controparte. Ad un certo punto sentiamo la voce del mio collega, precedentemente registrata, che dice "Ma che c...o dice questa qua? Avvocanzo li mortacci tua che m'hai tirato sta sòla" e quindi è entrato in conference. Inutile dire che è stata non solo la sua prima conference, ma anche l'ultima». Beh, ma il fatto di sapere accedere a una conference call è una condizione necessaria per lavorare? «Ci sono anche tante altre regole, tra cui il rapporto inversamente proporzionale tra grado di seniority e tempo di risposta alle e-mail dei colleghi, l'orario di uscita che non può mai essere prima delle 20:00 anche se alle 12:00 sei già senza alcunché da fare, etc... Molti si adeguano come se fossero vere regole, anche se più che regole di stile, io le ritengo strumenti di marketing. In barca si incontrano altre persone che hanno la barca (amministratori, banchieri, etc.), e quindi potenziali clienti. Se, come me, vai in vacanza a Capracotta con la Renault 5, al massimo fai amicizia con il panettiere o il tabaccaio. Idem per l'happy hour (rigorosamente in posti chic), per la palestra in Duomo con canone annuo di 3.000 euro, per la sciatina a Cortina. L'avvocato d'affari è come il carabiniere, è sempre in servizio». Perché, come Duchesne, hai deciso di non rivelare la tua identità? «Perché i motivi per licenziarti sono tanti. E il tenere un blog è uno di questi. Rivelerò la mia identità, quindi, quando andrò in pensione, quando sarò morto (andrò in sogno a tutti i lettori e spiffererò tutto), disoccupato o impiegato in banca». Giulia Pompili Fonte: G. Pompili, Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul Web, in «Il Foglio», Roma, 2 settembre 2010.

  • La trista storia di Mattia Di Rienzo

    È risaputo che, sin dal Basso Medioevo, i capracottesi commerciavano legna e carbone o praticavano la transumanza nella limitrofa regione di Capitanata, spingendosi fin dentro le Murge, e agli albori del XVIII secolo la Chiesa della Madonna di Loreto risultava locata presso la Dogana di Foggia con grandi proprietà terriere tra Minervino e Canosa. In quest'ultima cittadina, nel primo Seicento, all'interno della Chiesa di Maria SS. del Carmelo, venne costruito un altare con sepolture assegnate ai pastori di Capracotta, come attestano le registrazioni riscontrate sui libri dei morti custoditi nell'archivio prevostale della Cattedrale di S. Sabino. Ma questa folta presenza di miei compaesani non impediva epiloghi drammatici nelle liti tra carbonai, butteri, pastori, massari, garzoni e indigeni. Mario Porro, Ugo Carozza e Romeo Como raccolsero in una pubblicazione gli atti del convegno di ricerche storiche sul Tribunale ecclesiastico di prima istanza avvenuto a Canosa il 15-16-17 febbraio 2008. Con l'alto patrocinio del presidente della Repubblica Italiana, avevano converso a quell'appuntamento il Centro studi storici e socio-religiosi in Puglia, la Basilica di S. Sabino, la Fondazione archeologica canosina e la Società di Storia patria per la Puglia. Tra le tante ricerche presentate, la mia attenzione è stata monopolizzata dagli acta criminalia, in particolare da un'inchiesta datata 23 ottobre 1714. Si tratta dell'interrogatorio teso a ricostruire l'omicidio del pastorello capracottese Mattia Di Rienzo, ucciso da un colpo d'archibugio per mano d'un prete nelle campagne di Minervino. Furono chiamati a testimoniare il barbiero prattico Daniele Corvigno e il prattico Michele Forina. Nel I° foglio di quell'inchiesta - redatta ora in latino ora in volgare e condotta dal canonico Alessio di Conversano - c'è il mandato per l'inumazione e il riconoscimento del cadavere, che recita così: Die 23 mensis Octobris 1714 Canusij facto accessum pro Revmo Domino Vicario Generale super infrascriptum actuarium, et subscripti testes ad conventum Sancte Marie de Monte Carmelo dicte civitatis subiutum tamquam supprescum Ordini Juriditioni dicti Rev.mi Domini Vicarij Generalis, et de mandato ex humatione cuiusdem cadaveris de recenti humato in sepulcrum Cappelle Sancti Sebastiani invenitum talis Pruzzese di Capracotta esistente in detta Cappella in ecclesia altari conventis dictoque cadavere trasportato extra histam ecclesiam sacrosacram et immunem, totumque Conventhum predictum, visum, expertum fuit per me infrascriptum actuarium infradictisque testes coram Revmo Domino cadaver cuiusdam hominis masculi etatis circiter annorum tredecim sine barba et ob eisdem infrascriptibus testibus fuit bene observatum, et recognitum esse Mattia di Rienzo terre Capracotte ipsis testibus bene noti quia conversabatur saepe sepius in hac civitate vulneratum dictum cadaver sub spatula sinistra prope renes, cum ictu archibusij, ut dignescitur ex pluribus pillulis plumbeis circum circa vulneris existentibus, et facientibus in medio unum solum foramen penetrans, ex quo dicunt infrascripti testes esse causam ipsius, Mattia de Rienzo mortem, que omnia vidimus et observavimus ut supra. Dal suddetto mandato emerge che il pastorello era «sine barba» e probabilmente aveva tredici anni quando andò incontro alla morte; fu quindi sepolto nella Chiesa del Carmelo di Canosa, all'interno della cappella di S. Sebastiano, evidentemente assegnata ai capracottesi, come il nome del santo protettore lascia intuire. Nel II° foglio v'è la prima deposizione testimoniale, resa dal barbiere trentacinquenne Daniele Corvigno, anch'egli immigrato in Puglia da Pomarico, nel Materano, dopo aver sposato una donna del luogo. Leggiamo la sua testimonianza: «Io vedo et conosco benissimo questo corpo morto che stà disteso qui in terra, quale mentre viveva si chiamava Mattia di Rienzo ferito con colpo d'archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni, come si conosce da molti pallini di piombo, che stanno in giro, e particolarmente in mezzo fanno un solo buco grosso penetrante dal che ne causata la sua morte, mentre Domenica 14 del corrente mese mi fù portato detto Mattia figliolo di tredeci anni, et un altro giovane chiamato Felice di Buccio pure di Capracotta per medicarli le loro ferite, cioè al detto Mattia nel luoco sudetto del suo corpo, e à detto Felice nella sua mano per botte di sciabola seu cortello; et benché io mi avessi usato ogni diligenza pure l'istesso Mattia in capo di due giorni ve ne morì, come giudico che s'è morto per detto colpo d'archibugiata». Interrogatus: «An sciat vel alteris audiverit quisnam occidevit ipsum Mattiam de Rienzo, qua de causa, et occasione, et quando». Respondit: «Io non lo sò, se bene hò inteso dire da detto Mattia quando mi giurasse ferito che l'era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minervino fuora di detta città». Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit». Respondit: «L'hò inteso dire da altri suoi paisani con dire esser figlio di Nicola Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, solliti praticare col padre in questa città e sin nel tempo che calano l'Abbruzzesi, che sono della terra di Capracotta». Dalla testimonianza del Corvigno emerge che questi, il 14 ottobre, aveva prestato soccorso al giovane Mattia e al suo compaesano Felice Di Bucci, e che due giorni dopo il Di Rienzo era spirato per le ferite da armi da fuoco riportate all'altezza del rene sinistro. Leggiamo ora la deposizione del quarantenne Michele Forina contenuta nel III° foglio: «Conosco benissimo e iuro questo corpo morto disteso qui in terra, e mentre viveva hò inteso dire si chiamava Mattia di Rienzo ferito col colpo d'archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni e si conosce da molti pallini di piombo che sono nel giro e molti di essi faceno un grosso buco penetrante e per questo na causata la sua morte e hò inteso anco dire che vi era un altro ferito nella mano con botte di sciabola o cortello, li quali ambi sono stati indicati da Daniele Corvigno quasi perito in Chiroggia e il medesimo Mattia frà due giorni se ne morì, giudico sia morto per detto colpo d'archibugiata». Interrogatus: «An sciat vel altrui dici audiverit quisnam occidevit ipsus Mattiam de Rienzo qua de causa, et occasione, et quando». Respondit: «Io per me non lo so, hò bene inteso dire da alcuni Abbruzzesi di Capracotta l'era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minervino fuori di dettà città». Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit». Respondit: «Per haverlo inteso dire dalli suoi paisani che era figlio di Nicola di Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, soliti praticare in questa città nel tempo che calano l'Abbruzzesi della terra di Capracotta». Non è dato sapere come andò a finire quell'inchiesta ma all'epoca era prassi che i ragazzini venissero affidati ai pastori transumanti per accudire i cani e imparare ad un tempo il mestiere. Dopo trecento anni da quell'orribile misfatto perpetrato in terra di Puglia, nasce spontanea un'allarmante riflessione sull'oggi, ovvero su quanto la guerra allo sfruttamento del lavoro minorile e il riconoscimento dei diritti dell'infanzia siano istanze tutt'altro che consolidate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Maurea, Un agricoltore nel latifondo... trasformazione!, Zobel, Foggia 1922; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Paone, La transumanza. Immagini di una civiltà, Iannone, Isernia 1987; E. Petrocelli, Civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999; M. Porro, U. Carozza e R. Como, Il Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa: Acta criminalia, Atti del convegno, Canosa di Puglia, 15-16-17 febbraio 2008; M. Romano, Potere, patrimonio e attività economiche dei Caracciolo di Martina nel primo trentennio dell'Ottocento, in D. Marrara, Ceti dirigenti e poteri locali nell'Italia Meridionale: secoli XVI-XX, ETS, Pisa 2003.

  • Affinché le sagrate vergini...

    Noi monache, occasioni per conversare coi soldati, se ne ha poche: quel che non so cerco d'immaginarmelo, dunque; se no come farei? Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d'eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora? Questo è uno dei dialoghi di suor Teodora ne "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino da cui emerge, con fine sarcasmo, l'estremo paradosso della vita claustrale. La suora di clausura, difatti, da un lato viveva lontana dalle sirene del mondo, dalle sue passioni e nefandezze, s'isolava nella propria unione con Dio, lasciando che solo Questi riempisse il suo cuore dell'unico amore permesso, quello della fede. D'altro canto, ella avvertiva la mondanità e le morbosità in quegli sparuti incontri umani ammessi - che evidentemente assaporava con gusto - o nelle ruote degli esposti, quando prendeva in custodia un neonato abbandonato, spesso accompagnato da una lettera anonima che grondava pena e pentimento. Più spesso ancora, la suora di clausura era tale perché era stata disonorata, il che, il più delle volte, significava che era stata violentata, aveva abortito o aveva essa stessa abbandonato un neonato. Insomma, la donna si era chiusa nella vita monastica perché aveva "conosciuto" appieno il mondo. Nel sinodo del 2 giugno 1727 il vescovo di Trivento Alfonso Mariconda (1671-1737), «della Congregazione Cassinese dell'Ordine di S. Benedetto, Patrizio Napoletano, per grazia di Dio», uno dei più amati e fecondi pastori della diocesi abruzzo-molisana, emise il XIV editto, diretto proprio alle monache claustrali della sua diocesi. Scrive egli: «Considerando noi i tre monisteri di monache, uno in questa nostra residenza di Trivento, l'altro nella città di Agnone, e 'l terzo nella terra del Rosello, come tanti orti del Signore, custoditi per le delizie del celeste Sposo; affinché le sagrate Vergini siano sante di corpo, e di spirito, con ogni maggior sollecitudine, per tenerle lontane dall'infestazione del demonio, prescriviamo i seguenti ordini». Insomma, è chiaro che il Mariconda, come tutti gli uomini di profondo spirito religioso, era a conoscenza della dualità insita nella vita claustrale, con queste donne eternamente combattute tra l'amor puro per l'Uno e le pulsioni fisiche di un corpo vivo, fermo restando che - come avvertiva san Girolamo - la verginità la si può perdere anche con un solo pensiero. L'eptalogo contenuto nell'editto prevedeva: 1) Che nessuno ardisca entrare ne' Parlatorii delle Monache, per parlare con esso loro, sotto pena di Scomunica, senza espressa nostra licenza in scriptis, eccettuati solamente i parenti in primo, e secondo grado per due volte il mese; dovendosi registrare ò dal Vicario Foraneo, ò dal Confessore di dette Monache, ogni qual volta i detti congiunti vanno a parlar loro, acciocché non accada abuso, ò abbaglio. Incarichiamo in oltre a' detti Confessori, e Vicarii Foranei, ch'habbiano l'accortezza, che i detti congiunti non siano insieme nella stess'hora a parlare, acciocché si eviti l'occasione, che l'uno parli colla congiuntura de gli altri; ci dichiariamo però, che quanto a gli altri, se si concedesse la detta espressa licenza, non habbia luogo nel tempo del silenzio, quando s'assiste a' divini Ufficii nel Coro, della Quaresima, dell'Avvento del Signore, ne' giorni di digiuno e di Comunione. 2) Datasi la licenza di parlare, non s'intenda mai data a porte aperte, ò avanti le porte della Clausura, ò nelle Ruote, e solamente si parli con quella Religiosa, per cui fu conceduta la detta licenza, e non con altre, che forse si troveranno in compagnia, sotto la stessa pena, e s'intenda la detta licenza di parlare alle sole Grate. 3) Nessun Sacerdote secolare, ò Regolare ardisca celebrar Messa, ò Ufficii divini nelle Chiese de' Monisteri suddetti, senza nostra espressa licenza in questo di Trivento, e ne gli altri, senza la licenza del Confessore, quando vi mancasse la solita Messa in dette loro Chiese. 4) Predicandosi in tempo di Quaresima, ò di Avvento alle Monache, ò in tempo de gli Esercizii, le porte delle Chiese siano chiuse, e siano esclusi dall'entrata tanto i laici dell'uno, e dell'altro, quanto gli Ecclesiastici secolari, e Regolari. 5) La finestrella addetta per la distribuzione della SS. Eucaristia non serva ad altro uso, che del suddetto, e per altre sagre funzioni, solite ivi a farsi, non mai per comodo di parlarvi, ò per sentire le Confessioni, sotto pena di Scomunica. 6) Che nessuno possa entrare nella Clausura, se non per cagione necessaria, e colla nostra licenza, intendendo spezialmente per gli artisti, ed altri, che devono entrarvi per altri bisogni, come anche de' Medici, e Cerusici, a' quali si dovrà rinovare, se si stimerà spediente, la licenza ogni tre mesi, e né questi possono entrare, se non accompagnati dalle Accompagnatrici, le quali devono sonare il campanello, per dar il segno alle Monache di ritirarsi, proibendo a questi il mangiar dentro la Clausura, né divertirsi ad altre cose, né in altri luoghi, se non dove hanno da esercitare il loro mestiere. 7) Che le Monache debbano vestire modestamente, e con semplicità Religiosa, come anche l'Educande non possan vestire, se non abiti modesti, e di color fosco. Tra i divieti che massimamente stuzzicano le mie curiosità e malizia c'è quello che riguarda «la finestrella addetta per la distribuzione della SS. Eucaristia». Immagino che il vescovo ne abbia vietato ogni utilizzo terzo perché probabilmente erano accaduti fatti spiacevoli o disdicevoli, come trasmissione di posta non autorizzata, scambio di oggetti e alimenti o - peggio ancora! - di baci ed effusioni. Dello stesso tenore è l'indicazione successiva, che precludeva qualsiasi ingresso non autorizzato nei conventi claustrali, «intendendo spezialmente per gli artisti», confermando quel sentire popolare secondo cui «Dio si prende cura di imbecilli, bambini e artisti», ovvero di uomini di genio e sregolatezza, d'infinita sensibilità e d'altrettanto infinita allergia alle regole sociali. Insomma, tutte queste prescrizioni erano necessarie «affinché le sagrate vergini siano sante di corpo», perché la perdita della verginità, se in gioventù rappresenta un valore, con l'avanzare degli anni può diventare qualcosa di inquietante e peccaminoso. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: I. Calvino, Il cavaliere inesistente, Einaudi, Torino 1959; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, vol. XIX, Antonelli, Venezia 1864; E. Fisher, Clausura. Le nuove testimoni dell'assoluto, Castelvecchi, Roma 2007; A. Mariconda, Secunda diœcesana Synodus Sanctæ Triventinæ Ecclesiæ, Archiepiscopali Typ., Beneventi 1727; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Andata e ritorno

    Andata Per molti anni della nostra giovinezza Capracotta è stata l'unica meta delle vacanze estive dopo la chiusura delle scuole. Si prendeva il treno della linea Roma-Pescara all'alba ancora assonnati, ma euforici per la partenza. Si saliva in carrozza con le valigie di cuoio e tela gonfie al punto che per chiuderle noi piccoli dovevamo sederci sopra e i grandi a fatica le sistemavano nelle reticelle degli scompartimenti, non senza lamentele e qualche rimprovero per aver portato troppe cose. Il fischio del treno però poneva una tregua. Era forse per l'emozione del viaggio, per l'aria fresca o la gioventù, ma l'appetito si faceva sentire presto e noi bambini non vedevamo l'ora di addentare le fette di pane farcite di frittata, di carne panata, e tanto altro che una volta aperte mandavano un misto di odori per tutte le carrozze. Intanto si ciondolava dai sedili ai finestrini guardando il paesaggio incuriositi, sbriciolando qua e là, tentando anche la lettura di qualche giornalino per poi crollare in brevi pisolini dai quali ci si svegliava infreddoliti e stropicciati, ma non ancora giunti a destinazione. Finché a Sulmona la lunga sosta con i bagagli trascinati a forza ci costringeva all'estenuante attesa della rituale sistemazione di due carrozze della linea montana per Carpinone; croce e delizia salire su quel treno in miniatura, che lento e rumoroso s'inerpicava tra le montagne! Il paesaggio man mano cambiava e quanto più lo sferragliare era ansimante, tanto dai finestrini entrava il profumo di nuove altezze. Le stazioncine linde e famigliari risuonavano di poche voci e negli scampanellii accoglievano qualche raro turista, mentre si contavano le rimanenti fermate: Pettorano sul Gizio, Campo di Giove, Rivisondoli..., finalmente quando si era a S. Pietro Avellana voleva dire essere quasi arrivati, perché una corriera aspettava i viaggiatori per salire a Capracotta. Il piccolo mezzo mostrava i segni dell'età, il rumore che faceva salendo a fatica per le curve ripide provocava inevitabili considerazioni in dialetto e re cuócce viécchie sballottava i bagagli appena trasbordati tra i commenti e qualche risata rassicurante dell'autista che nella precarietà si sentiva a suo agio, ma noi piccoli eravamo stanchi dopo tante ore e se qualche manovella cadeva, un secchio si rovesciava, un pacco rotolava sullo sfortunato di turno, l'odore di caciotte completava il resto della nostra ubriacatura, unica consolazione era la bellezza del bosco e la vista del cielo color zaffiro, mentre s'intravedeva il profilo familiare delle montagne. All'ultima curva improvvisamente si scopriva la distesa delle case, la gradualità dei tetti, l'inconfondibile mole della chiesa e l'emozione ci assaliva. Per le vie del paese la corriera mandava colpi di clacson e lasciava agli incroci i viaggiatori; per noi l'ultima fermata era a piazza E. Gianturco, mentre la nonna aspettava in finestra il nostro arrivo e salire alle ultime case era una festa e una conquista. Ritorno Era ancora buio quando ci si alzava per sistemare i bagagli e mentre i grandi si agitavano agli ultimi preparativi, i piccoli si stropicciavano gli occhi insonnoliti e disturbati dal risveglio forzato. Un odore di caffè appena fatto si diffondeva per le stanze misto a quello più dolce del latte riscaldato. Lungo il corridoi si mettevano le valigie e altra paccottiglia. Si parlava sottovoce per non disturbare la quiete che regnava, seppure rotta dal primo canto del gallo e dallo scampanio di qualche vacca che dalla stalla era già pronta al pascolo. Intanto ad uscire nell'aria fredda del mattino ci correva un brivido per il corpo al punto che non si sarebbe detto che fosse estate se la limpidezza del cielo e i nostri indumenti leggeri non lo ricordassero. Arrivati alla spicciolata lungo la discesa, dopo i saluti alla nonna, si attendeva la corriera e si sbadigliava guardando in fondo alla strada per cercare di avvistarla e quando la si vedeva era un sollievo. Sistemati i bagagli, il piccolo mezzo sbuffante zaffate di nafta cominciava il viaggio in discesa. Accoccolati nei sedili vedevamo il sole alzarsi dietro a Monte Campo e tingere di rosa il cielo, le rocce, qua e là le pareti delle case. Ci si allontanava ormai sempre di più ripassando la strada con le sue curve un po' sballottati e malinconici perché consapevoli di chiudere una bella parentesi ed il bosco con la sua bruma notturna dava il definitivo taglio prima di giungere alla stazione ferroviaria di S. Pietro Avellana dove il treno proveniente da Carpinone e diretto a Sulmona ci riportava a casa. La stazioncina era quasi deserta e l'arrivo delle carrozze stridenti sulle rotaie rompeva il silenzio. Anche questo trasbordo era malinconico come lo sferragliare sui binari. Intanto l'aria si faceva più calda e già si rimpiangeva la purezza di quella lasciata. Ci si liberava della magliette e dai finestrini aperti si osservava il paesaggio sempre più bruciato che accentuava in noi piccoli il desiderio di bere fin quando si giungeva alla stazione di Sulmona, animato crocevia di viaggiatori accaldati. L'ultimo cambio dopo una lunga attesa ci riportava nel treno diretto a Roma e qui in una carrozza dai sedili di velluto bordeaux che ci bruciava le gambe si compiva il resto del viaggio. Le ore trascorse diventavano penosamente lunghe e quando si arrivava a destinazione si era stanchi, sudati e spossati da un'aria terribilmente pesante e arsa, tanto più che riaprire la casa era come spalancare un forno e disfare i bagagli, anche loro bollenti, significava levare il tappo a uno straordinario miscuglio di odori che avevano impregnato ogni cosa: fumo, pecora, formaggio, tradivano un'origine per noi inconfondibile. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Andata e ritorno, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • 15 ottobre 1850: festa grande a Capracotta

    Dopo la caduta di Napoleone la cosiddetta Restaurazione restituì il legittimo scranno a molte famiglie detronizzate dagli effetti della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Tra queste, ovviamente, anche i Borbone di Napoli, ai quali fu concesso di tornare al trono del neonato Regno delle Due Sicilie, derivante dalla fusione dei due stati precedenti. Per sancire l'unione definitiva dei regni il re Ferdinando IV di Napoli (nonché III di Sicilia) scelse il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie (1751-1825). Dal 12 dicembre 1816 al 13 febbraio 1861 il Regno delle Due Sicilie fu dunque governato da quattro sovrani borbonici, il terzo dei quali, Ferdinando II (1810-1859), regnò per quasi trent'anni. Dopo la prematura scomparsa di sua moglie Maria Cristina di Savoia (1812-1836) - a cui nel 2014 la Chiesa ha riconosciuto il titolo di beata - Ferdinando convolò a nozze con l'austriaca Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, da cui ebbe 12 figli. Inutile dire che genetliaci e onomastici di sovrani e prìncipi erano oggetto di celebrazione in tutto il Regno, tanto che sul giornale militare-politico-scientifico-letterario dell'Araldo apparve una notizia di colore che oggi fa sorridere ma che, al contempo, offre una panoramica dell'élite capracottese di metà '800. La cronaca si riferisce ad un'adunanza effettuata a Capracotta il 15 ottobre 1850, giorno in cui ricorre la memoria liturgica di santa Teresa d'Ávila, onomastico della sovrana consorte di Ferdinando II. L'articolo, firmato D. G. - che probabilmente è l'acronimo della testata su cui apparve in origine la notizia -, riporta dapprima «la narrazione dei due simulacri di guerra che ebbero luogo il dì 1 e 4 del corrente mese al di là del Volturno» per poi presentare un rapporto fornito dal nostro Bernardo Conti, sergente della guardia d'onore - ovvero borghesi militarizzati a cui era affidata la scorta alla Famiglia Reale nelle varie province del Regno -, a Francesco Bellucci, comandante militare del Contado di Molise. Il rapporto del sergente Conti è il seguente: Signore, ricorrendo il giorno onomastico di S. M. la Regina N. A. S. non furono ultimi le Guardie d'Onore solennizzarlo vestiti in gran tenuta al numero di cinque non escluso il requisito di Leva signor Conti. A renderlo più glorioso io col Sindaco signor D. Amato Nicola Conti, col Giudice ed in parte il caporale signor Campanelli non che il capo urbano signor Falconi cercammo sovvenire tredici famiglie tra le più bisognose tirate a sorte, dando a ciascuna ducati due, affinché sollevate dalla miseria avessero partecipate della pubblica gioia. Nell'intero non mancò questa filarmonica compagnia ricreare lo spirito de' cittadini con armoniosi concerti, i quali echeggianti nell'aria resero più maestoso il giorno che mai non si vide il simile più bello e sereno. Da mane a sera percorsero le pubbliche strade infinoché a notte avanzata in mezzo a fuochi accesi, ed a splendide luminarie, si pose termine alla pubblica gioia con grida di evviva il Re, e la Regina nostri Augusti Sovrani. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: H. Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli: 1825-1861, Giunti, Firenze 1997; R. De Cesare, La fine di un Regno. Dal 1855 al 6 settembre 1860, vol. I, Lapi, Città di Castello 1900; D. G., Regno delle Due Sicilie, in «L'Araldo», III:238, Napoli, 26 ottobre 1850; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; M. Musci, Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849, Tip. del Poliorama Androsio, Napoli 1855.

  • L'olio di Giovannina

    Avvicinandoci alla ricorrenza dei Santi e dei morti, che son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità. Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Per farla breve mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità. Ora c'è che qualche giorno fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L'immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Uno gliel'ha scritto proprio sulla bacheca, ad Alessio (Alè, hai capito, mó? È mia madre...). Madre che giusto ieri sera, ricordandomi della foto di Alessio, mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioè la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po' d'olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli "I promessi sposi". Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l'olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere... i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita. – Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida? – Ora vedrai – rispose. Fece bollire un po' di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell'olio si raffreddasse e si consolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire "I promessi sposi". Ieri sera parlandone con mia madre al telefono a un certo punto lei si è interrotta. Ha preso fiato. Poi mi ha detto: – Sono passati settant'anni. A rievocarlo oggi mi sembra un racconto irreale, quasi come se non mi riguardasse più, come fosse la storia di un'altra. Chissà come mai. Non lo so, mamma. Però forse è arrivata l'ora della legittima difesa. E sarebbe pure ora. Tiziana Ragni Fonte: http://www.supercalifragili.com/, 31 ottobre 2013.

  • Carlo Passaglia e padre Vincenzo, tra modernità e ortodossia

    Il presbitero lucchese Carlo Passaglia fu teologo e politico di formazione gesuitica, fu un editore indipendente e un ideologo incendiario in un'Italia che stava vivendo - non senza traumi - un tortuoso processo di State building. Passaglia è infatti celebre per il suo "Pro caussa italica ad episcopos catholicos", sorta di memorandum (pubblicato anonimo) nel quale invitava il pontefice Pio IX a rinunciare al potere temporale al fine di facilitare l'Unità d'Italia. Appare evidente che il Passaglia vada inscritto nella ristretta cerchia del cattolicesimo liberale - Gioberti, Manzoni e Rosmini per citare alcuni esponenti di spicco -, personalità e intellettuali che auspicavano e teorizzavano una convergenza tra la democrazia parlamentare e il cristianesimo, prima che questo producesse un'ideologia sociale o assumesse una precisa collocazione politico-partitica. L'opuscolo di Carlo Passaglia, datato 1861, scatenò un vero e proprio putiferio tant'è che fu sospeso a divinis - per cui depose l'abito ecclesiastico - e costretto a fuggire da Roma, città nella quale insegnava teologia dogmatica presso il Collegio Romano. Riparatosi a Torino, venne nominato dal governo piemontese professore di filosofia morale nell'università cittadina e pubblicò, sempre sotto una coltre di anonimato, altri quattro pamphlet nei quali rivendicava la sua teoria contro il potere temporale del papa, affermandosi definitivamente nell'élite del clero liberale italiano. Le tesi del Passaglia erano celebri soprattutto perché venivano firmate da schiere di laici e di religiosi: in una di queste compare la sigla di Vincenzo Conti, «Canonico della Collegiale Chiesa di Capracotta, Diocesi di Trivento». Il sostegno del Conti mi appare sorprendente non tanto per la generica adesione alle tesi antipapiste di Passaglia quanto per la sua specifica battaglia del 1875-80, quella sul divorzio. Il primo Stato della penisola italiana a prevedere nella propria legislazione l'istituto giuridico del divorzio fu proprio il Regno di Napoli durante la parentesi napoleonica di Gioacchino Murat. Il "Code civil des Français", promulgato nel Meridione nel 1809, consentiva infatti il divorzio consensuale, per il quale occorreva il placet non solo dei genitori dei coniugi ma anche dei nonni! Farraginoso com'era, l'iter del divorzio napoletano/napoleonico rimase praticamente inusitato, tanto che Benedetto Croce, nelle sue ricerche storiografiche sul Regno di Napoli, riuscì a contarne appena tre casi. Il divorzio era moralmente riprovevole e pubblicamente stigmatizzato, e persino i giudici che si trovavano a dirimere cause del genere, il più delle volte facevano in modo di non insolentire il clero, cercando vie alternative al divorzio. In base a quanto riportato dal Corriere di Roma del 1881, sembra che il canonico Vincenzo Conti avesse firmato proprio quell'indirizzo del Passaglia, cui seguì, il 23 novembre, una pubblica ritrattazione. A sua umile discolpa, Conti sosteneva di aver firmato la tesi credendo che fosse una supplica al Santo Padre, «e non un'offesa, così è vissuto sino al giorno di oggi, quando è stato avvertito che un tale atto fu interdetto dalla Sacra Congregazione con censura». Atterrito dalle teorie divorziste, il Conti, «col più intimo dolore del suo animo, si protesta a' pie' dell'Onnipossente Dio, ed ai piedi del Sommo Pontefice Leone XIII, che lui per mero errore s'indusse a firmare l'indirizzo in parola, ma non a recare oltraggio alla Santa Sede, alla quale giura credenza e fedeltà». A rileggerla oggi, la ritrattazione del Conti sembra un patetico tentativo di rappacificarsi con la Chiesa per motivi terzi, forse legati alla sua carriera ecclesiastica. Insomma, il destino volle che il canonico capracottese Vincenzo Conti chiese apertamente scusa alla Chiesa di Roma per quell'avventata presa di posizione. Del pari, Carlo Passaglia, diventato deputato del Regno d'Italia e riconciliatosi anch'egli con la Chiesa, morì a Torino sei anno dopo. Il divorzio, invece, divenne legge dello Stato soltanto il 1° dicembre 1970, dopo quasi un secolo di battaglie e di abiure. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Conti, Pubblica ritrattazione, in «Il Corriere di Roma», Roma 1881; B. Croce, Il divorzio nelle province napoletane: 1809-1815, in «Scuola Positiva», I:11-12, Napoli, ottobre 1891; E. De Troja, Anna Franchi: l'indocile scrittura. Passione civile e critica d'arte, Firenze University Press, Firenze 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016. C. Passaglia, Pro caussa italica ad episcopos catholicos, Le Monnier, Firenze 1861; H. Ullrich, La campagna per il divorzio nella Napoli inizio secolo e l'atteggiamento di Benedetto Croce, in «Rivista di Studi Crociani», VII:12, Napoli 1970.

  • La grotta di San Nicola

    Una passeggiata di studi al Monte S. Nicola di Capracotta, anni fa... giovani altosangrini e il gruppo speleologico de L'Aquila... una gita avventurosa su quel monte e... tre cose interessanti: le mura ciclopiche; la cava di rocce a strati, tagliate naturalmente; la grotta di San Nicola. Iniziammo la ricerca della grotta; per questo motivo ci si sparse alla ricerca della sua entrata, su per il monte, ma, per un bel po' la ricerca fu vana. Sali e scendi su crinali rocciosi, gira di qua, gira di là, ma l'ingresso alla grotta restava introvabile. Oramai ci si andava convincendo che la giornata sarebbe stata infruttuosa, sprecata. Le mura ciclopiche, intanto, stavano lì, immote e salde, su uno sperone di strati di roccia tagliate e spezzate naturalmente, tipo basi di strade antiche, tanto che le scambiammo per una antica strada dismessa, disastrata, sconquassata. Dovemmo ricrederci quando potemmo notare che le rocce erano tagliate tutte con precisione, tutte eguali, ed erano posizionate in strati sovrapposti tanto da sembrare una casa di pietre. È molto probabile che molte di quelle rocce furono, nei secoli successivi, utilizzate per lastricare le strade romane o medioevali. La grotta restava introvabile. In lontananza, in basso, notammo un vecchio pastore che pascolava le sue pecore. A lui ci rivolgemmo, inviandogli un messaggero, per ottenere informazioni sulla benedetta grotta. Intanto, in attesa di risposta, ben pensammo di sbracarci tra le rocce, sull'erba per riposare, per riprendere fiato, per rifocillarci e dissetarci con le scorte alimentari con noi portate. Il pastore risalì, venne da noi con l'amico e, tra un sorso di acqua e un panino abbondante, ci indicò a monte il punto esatto tra rocce e alberi dove, a suo dire, era l'ingresso. Per non fare, di nuovo, una risalita infruttuosa alla ricerca dell'ingresso esatto (per nostra esperienza, sei sicuro di aver trovata una grotta se... ci caschi dentro!), invitammo il buon pastore a seguirci e accompagnarci... ma rifiutò nettamente. Non volle affatto, anzi, tanto era timoroso di proseguire oltre un certo punto: la grotta, per lui, era un luogo pericoloso, abitato da streghe e diavoli; era meglio starne, quanto più possibile, alla larga. Fiduciosi, salimmo fino al punto indicato con tutta l'attrezzatura necessaria alla bisogna: corde, funi, scalette, caschi e tute. Arrivati, tra la vegetazione apparve un roccione con una vistosa spaccatura che si allargava in uno squarcio di antro nero, nero come il carbone. Chissà quale buon diavolo aveva mandato quel pastore; fu la nostra fortuna. Un'aria gelida, umida, ma pura e salubre, ristorò presto le nostre fatiche; nel nostro animo subentrò presto la voglia di visitare quella grotta, penetrarla ed esplorarla con gioia. Il più intraprendente degli esploratori, con coraggio da vendere, si infilò subito dentro il pertugio nero della grotta e iniziò a scendere nel corridoio angusto e serpeggiante che si calava verso il basso, snodandosi sempre in discesa. Era un budello di roccia spaccata e stretta e alta abbastanza da essere percorribile dal primo e dagli altri che seguivano in fila indiana, al lume della luce dei caschi. Si scese parecchio, senza sorprese; mancavano all'appello streghe e diavoli... così ci riferiva il primo, capocordata punta di diamante, che, andato avanti, non si faceva raggiungere: ai nostri ansiosi richiami, la sua voce si faceva sempre più fioca. Si giunse a un punto in cui l'apertura della grotta si restringeva molto, rendendo difficile il proseguimento; l'amico apri-strada, spericolato in ogni azione di ricerca e visita di grotte, smilzo ma energico, incurante, era andato oltre senza aspettarci. Era andato avanti, nella strettoia, per verificare se la grotta avesse una fine, se la spaccatura terminasse o potesse aprirsi verso qualche altro antro aperto, grande. Da lontano sentivamo la sua voce rassicurante ma sempre più flebile. Le nostre preoccupazioni salirono alle stelle e il pensiero che potesse accadergli qualcosa si impossessò di noi: poteva ferirsi, poteva rimanere incastrato fra le rocce e non riuscire a tornare indietro mentre nessuno di noi avrebbe avuto la possibilità di soccorrerlo o raggiungerlo per salvarlo: avevamo, tutti, un fisico più grande e grosso, tale da non permetterci di proseguire per raggiungerlo. La situazione era diventata difficile ma non avevamo altra possibilità che restare calmi, sperare che niente di brutto fosse successo e che si decidesse a tornare indietro sano e salvo, per la nostra pace e la sua e la nostra salute. Passò tanto, troppo tempo, ma pian piano, al nostro richiamo, cominciò a rispondere e a farsi sentire sempre più forte. Finalmente si appalesò, stanco e affaticato ma vivo e sano... Riferì che la grotta continuava ma la spaccatura era impercorribile, si restringeva sempre di più e che nel percorso fatto, contorcendosi come un'anguilla per andare avanti, non aveva trovato né streghe, né diavoli. La grotta, con la sua spaccatura, proseguiva nelle viscere della montagna, inesorabilmente sempre più in basso, viscida, bagnata e fredda ma con una aria respirabile, buona. Uscimmo dalla grotta e tornammo alla luce, tutti sudati, stanchi e bagnati dallo stillicidio delle acque, ma anche adirati per il comportamento del nostro amico sventato. D'altra parte non potemmo non elogiarlo, perché era stato l'unico a penetrare, fin dov'era possibile, la grotta, a calcolarne la distanza dall'ingresso fino alla sua profondità. La grotta era stata studiata e censita e le rilevazioni effettuate furono messe a disposizione del gruppo speleologico de L'Aquila. Tornammo alla luce... Il pastore non se ne era andato; aspettava i profanatori della grotta e voleva il responso; voleva sapere cosa nascondesse la grotta e, in particolare, voleva sapere se in essa ballassero streghe e diavoli. Rimase sollevato dal nostro racconto e mise da parte le preoccupazioni e le paure: un sorriso apparve sul suo viso bruciato dal sole e dalle intemperie. Lo lasciammo contento... Raffaele Buzzelli Fonte: https://www.altosannio.it/, 17 marzo 2018.

  • Fra i due orologi... il maestro gode

    "Il Risveglio Educativo" fu un bisettimanale delle scuole elementari - o, per meglio dire, un monitore - fondato a Milano da Guido Antonio Marcati (1855-1922), maestro elementare e direttore didattico, e pubblicato dal 1884 al 1899 nella tipografia Bergonzoni, una rivista a cui collaboravano pedagogisti di chiara fama. Fra questi spicca un educatore - probabilmente un corrispondente dal territorio - che si firmava Penna d'Oca, responsabile della rubrica "Per il mondo". In alcuni numeri de "Il Risveglio Educativo" del 1894 ho scovato una divertente disputa che vede contrapposti due maestri di Capracotta - Ubaldo Di Nardo e Vittorio Conti - al regio delegato scolastico, disputa che venne risolta direttamente dal Ministero della Pubblica istruzione. La contesa nacque «nientemeno che per causa degli orologi» poiché, al momento dell'uscita da scuola, quello del delegato scolastico segnava le 14:15 mentre quello dei maestri le 13:45. Lo scarto di mezz'ora tra i due orologi causò le accese rimostranze dei docenti, che - è lecito pensare - rimproveravano al delegato una certa fretta nel voler lasciare il posto di lavoro. Forse per principio, per antichi rancori personali o forse per quell'indole tipica dei montanari, Di Nardo e Conti portarono la vertenza al consiglio scolastico provinciale di Campobasso, «il quale diede torto all'orologio dei maestri e ragione a quello del sopraintendente», condannando i due insegnanti alla sospensione dello stipendio per ben 15 giorni! Penna d'Oca, con una sottile vena di sarcasmo, aggiunge che «la pena della sospensione dallo stipendio non esiste fra quelle che si possono infliggere ai già gravati di pene, maestri elementari». Decisi ad andare a fondo, Conti e Di Nardo ricorsero direttamente al provveditorato di Campobasso il quale però respinse la richiesta e motivò la propria decisione sostenendo che «secondo l'art. 335 della legge Casati non è ammissibile un ricorso al ministero contro una sospensione». La legge Casati era stata emanata dal Regno di Sardegna col decreto legislativo n. 3725 del 13 novembre 1859 e fu successivamente estesa a tutto il territorio italiano dopo l'unificazione. La legge, che deve il nome al Ministro della Pubblica istruzione Gabrio Casati, aveva riformato in modo sistematico l'ordinamento didattico, ribadendo la volontà dello Stato di intervenire in materia scolastica a fianco e/o in sostituzione della Chiesa, che da secoli ne deteneva il monopolio, introducendo altresì l'obbligo scolastico in tutto il Regno. L'articolo richiamato dal consiglio di Campobasso, il n. 335, recitava infatti: «Le pene sono pronunziate, dopo informazione, dal Consiglio provinciale per le scuole. Gli incolpati hanno diritto di essere sentiti nella loro difesa. Contro le deliberazioni portanti una delle due ultime pene, vi ha luogo a ricorso al Ministro della pubblica istruzione». A questo punto, in assenza di precedenti specifici, la vicenda assunse importanti connotazioni giurisprudenziali in quanto si configurò come casus novus. I maestri, proprio sulla base del richiamato art. 335 della legge Casati, trovarono il modo di inviare il ricorso al competente ministero, che il 12 luglio 1894 «annullò la deliberazione del consiglio scolastico per inosservanza dell'articolo 334 della legge organica». Difatti, nel precedente articolo, il n. 334, tra le possibili pene da infliggere ai maestri incolpati di «negligenza abituale», non figurava la sospensione dello stipendio bensì la censura, la sospensione dall'esercizio delle funzioni d'ufficio, la deposizione o l'interdizione scolastica. Tuttavia, da questa spassosa e pervicace battaglia scolastico-amministrativa emerge un gran mistero. Come ha fatto il consiglio scolastico provinciale a certificare la precisione dell'orologio del delegato e, di contrappasso, l'inesattezza di quello dei maestri Ubaldo e Vittorio? Mi viene da pensare che sul finire del XIX secolo Campobasso, situata a oriente di Capracotta, adottasse un fuso orario diverso da quello della cittadina altomolisana: una fascia oraria di mezz'ora avanti, come l'India o lo Sri Lanka! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. D'Alessio, Vita tra i banchi nellItalia Meridionale. Culture scolastiche in Molise fra Otto e Novecento, Palladino, Campobasso 2011; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase, 2016-2017; Ministero della Pubblica istruzione, Codice dell'istruzione secondaria classica e tecnica e della primaria e normale, Franco, Torino 1861; M. Monaco, Guido Antonio Marcati. Una vita per la scuola e per i maestri, Aracne, Roma 2003; G. Paglione, Piccoli skiatori capracottesi, in «I Diritti della Scuola,» XXIV:27, Roma, 13 maggio 1923.

  • Alle cascate del Verrino

    Lungo il crinale scosceso in bilico tra il sentiero serpeggiante nascosto dal sottobosco e lo strapiombo delle cascate con l'incosciente trasporto del primo amore nel ventre pulsante della Natura aspirare a piene nari i profumi acri di erba bagnata e di felci sulla pelle l'umida linfa odorosa di corteccia e di bacche selvatiche. In alto il cielo terso occhieggiante tra i rami del bosco mossi dal vento di libeccio. Silvana Poccioni Fonte: http://silvanapoccioni.scrivere.info/, 7 giugno 2009.

  • Una primavera, poche primavere

    Di bianco vestita nel nuovo scintillante vestito, brillava ai riflessi del sole come la neve che pochi mesi prima aveva ricoperto genti e case. Aveva capelli lisci come equiseto, di un colore difficile da descrivere perché mutevole alle condizioni di luce e di vento. Li scostava spesso di lato permettendo alle orecchie minute di farsi ammirare, con un gesto che era insieme ammaliante e gentile. Sapeva farsi guardare, voleva farsi guardare, ma non offriva null'altro che composta indifferenza all'avventore di turno. In quei giorni, finito da un pezzo l'inverno, la primavera stava meschinamente guastando l'estate oramai alle porte con piogge ed un freddo pungente. Una primavera che si scontrava coi sogni di coloro che aspettavano l'estate con l'ansia febbricitante di una donna còlta dal fuoco di Sant'Antonio. L'avevo vista tante volte prima d'allora, ma fu solo in quel giorno di tregua temporalesca che mi apparve in tutta la sua seducente bellezza, naturale conseguenza della giovane età e della cura certosina ma non ossessiva con cui acconciava il corpo alle esigenze della giornata. Quel pomeriggio uscì dal bar e la strada che tagliava il centro del paese si svuotò immediatamente, come un incanto di chissà quale fata: tutte le vite che transitavano davanti ai miei occhi avevano di colpo perduto qualsiasi senso compiuto. Solo lei riempiva il corso con una bellezza letteraria ed una presenza degna delle matrone romane, intente, nel loro fervore aristocratico, a dispensare consigli e frecciate alle altre. Stava parlando con le sue amiche, tutte belle ma non egualmente degne di vanità. In fondo, pensavo con volgare provincialismo, i lapacendri migliori non sono quelli che nascono in famigliola ma quelli che da soli affrontano le intemperie del bosco. Eppure il suo labiale era chiaro e sensuale, parlava del vestito bianco comprato il giorno prima e delle scarpe che di lì a poco avrebbe portato a casa e del profumo, anch'esso nuovo, che dal collo avrebbe dovuto inebriarla giorno e notte. Incantato da tanta innocente frivolezza me ne stavo inebetito, in piedi, stando solo attento a non scivolare sul pericoloso scalino che il marciapiedi umido porgeva ai miei talloni. La comitiva si mosse e i miei occhi con essa. Il corpo, ancora stordito da tanta meraviglia, si rivelava difficile da manovrare: un leggero tremolio rendeva le mani inutili appendici, le gambe sembravano non poter regger più il busto mentre il cuore cominciava a rimbalzare in tondo tra l'ascella, la gola e il diaframma. Ero già innamorato? La razionalità prese il sopravvento e decisi che il questito necessitava di una gamma di risposte da filtrare rapidamente. Il primo punto stava nel chiarire se era innamoramento od infatuazione. Sbagliare la prima risposta equivaleva a compromettere i futuri accorgimenti del caso. Come aspettando che le risposte cadessero dal cielo, indirizzai lo sguardo in alto e cadde quasi volontariamente sul roseo aspetto che la montagna aveva improvvisamente assunto a causa del tramonto; la croce cristiana che segnalava i termini del monte sembrava essersi ingigantita ed il suo colore nero stonava col violetto delle rocce che, in precario equilibrio, pensai, erano l'anima di quell'impervio costone. Era una montagna lontana dall'idea comune con cui i bambini riempiono i disegni. Invece di essere a punta, si presentava come un lungo dente di sega che terminava in un'altra piccola montagnola, quella sì, a punta. Era possibile vedere solo il lato più scosceso e pietroso, lasciando intuire che nei secoli tanti erano stati i macigni rotolati giù da quel multiforme blocco di roccia. Una montagna, questa, che incuteva virilità e fatica, ruvidezza e sudore ma anche creatività e fantasia, inventiva e anticonformismo. La domanda attendeva ancora una risposta convincente, con lei che s'era talmente allontanata da apparire irraggiungibile. Realizzai che la migliore ispirazione poteva provenirmi soltanto da un secondo incontro furtivo. Seguii la sua scia che portava verso il quartiere più vecchio del paese, un quartiere che aveva conosciuto bene la guerra ma che agli occhi di un ingenuo turista appariva come un ridente borghetto medievale. In realtà sull'ampia strada che stavo percorrendo per raggiungere lei una volta c'erano case e genti in progresso. Poi la guerra, le fiamme, i tedeschi, gli inglesi, la rovina. Di quella povertà e di quella tragedia restava un belvedere che dava su di una valle florida e disabitata, vista mare. Da quell'altezza era possibile ammirare un'altra montagna, diametralmente opposta alla prima, di maggior signorilità perché molto più morbida nelle sue discese a valle, più lussureggiante di alberi e prati, un letto ideale per gli ovini che lì trovavano cibo in quantità. Una montagna che richiamava fiducia ed eleganza, dolcezza e familiarità così come gelosia ed invidia, noncuranza ed una certa ambiguità. Lei era affacciata al muretto che dava sul burrone e scrutava il panorama con occhi distratti, con gli occhi della donna pratica le cui fantasie si realizzano via via che vive, lasciando ai sogni un piccolo spazio con su scritto “utopie”. Le sue amiche non c'erano, segno evidente che erano tornate a casa in blocco e che lei aveva accampato delle scuse per restare sola. Notai che la mia curiosità venne recepita quando vidi le ciglia garbatamente muoversi sotto i grandi occhiali da sole. Dopodiché si voltò verso di me e si tolse gli occhiali. Solo una sigaretta salvò la mia persona dall'imbarazzo e dall'umiliazione. Estrassi il mio pacchetto morbido e, nell'atto di abbassare gli occhi, notai che anch'ella stringeva una sigaretta nella mano. Facendomi forza, come di fronte ad una corte marziale, accusai con voce forte e fraterna: – Anche tu fumi? E lei, con fare stizzito: – Sì, ma non dirlo in giro, altrimenti passo i guai. La sua voce aveva cambiato ritmo solo verso la fine della frase provocando un cambiamento nel tono della risposta che, da acida affermazione, si fece dolce supplica. – I tuoi non sanno che fumi? – dissi senza pensare troppo ai modi. – No. E non devono assolutamente saperlo! – si interruppe per espellere il fumo, poi aggiunse – E comunque fumo poco... Come dovevo comportarmi? Come la montagna aspra e rocciosa o come quella verde e sinuosa? Modi ruvidi e da gradasso o toni sereni e paternalistici? Ebbi l'accortezza di apparire sicuro di me e, anche se le mani cominciavano a sudare, con voluta spavalderia, per sondare il suo umore, le dissi: – Ho dunque l'onore di essere il primo a conoscere il tuo segreto. Lei rispose semplicemente, con gusto, di sì. E stavolta fu lei, dimenticando l'aria di sufficienza con cui aveva accolto la mia prima indiscreta domanda, a fare un passo avanti: – So come ti chiami, ti vedo spesso in giro ma non so cosa fai nella vita. Fingendo ancora di non esser lusingato da quell'interesse inatteso le risposi: – Vedo che sai molte cose di me mentre io non so nulla di te… – anche qui mentivo, poi continuai – Ho da poco finito l'università e questa sarà l'ultima stagione da uomo libero della mia vita. Al mio ritorno mi attende un lavoro. Tu? – Io a settembre comincio l'ultimo anno di liceo ma non ce la faccio più. Beato te che hai finito. Attendeva un mio rimbrotto che invece fu l'esatto contrario. – Ti capisco. Anch'io ho sempre odiato la scuola. Non sopporto chi vuole insegnarti qualcosa su non si sa quali basi. Questa banale dichiarazione fu per lei un fulmine a ciel sereno visto che subito mi stupì dicendo a bocca spalancata: – Mi hai letto nel pensiero. Devi essere una persona davvero intelligente. Non capii se c'era un vero intento lusinghiero nelle sue parole ma comunque sorrisi. Entrambe le sigarette, intanto, si accorciavano vistosamente, segno che il tempo che avevo a disposizione stava per terminare. Appoggiando i gomiti al muretto e avvicinandomi a lei, la costrinsi a fare altrettanto, cosicché ci ritrovammo assieme assorti a guardare il cielo scuro sulla valle silenziosa e ventata. – Credo che dovremmo parlare più spesso. Non ho mai conosciuto donne speciali in vita mia, ma di certo preferisci passeggiare con le tue amiche che fumarti una sigaretta con me – dissi con l'aria del bambino che vuole essere coccolato dalla mamma. Forse fu una congiuntura astrale che in quel momento transitava su noi od un campo magnetico di chissà quale forza, fatto sta che lei approfittò di un movimento della mia testa verso di lei per baciarmi profondamente, con trasporto giovanile e con tenera ammirazione. Rimasi come un manichino con le braccia penzolanti, poi, gettata la sigaretta in terra, la strinsi con premura, deliziandomi di quel bacio così improvviso ed inaspettato. – Ora devo andare. Ci vedremo presto! Mi lasciò impietrito e correndo leggermente mi abbandonò; ma prima di scomparire dalla mia vista mi gridò con un sorriso smagliante: – Ti voglio già bene. Il cuore lo stavo masticando da qualche minuto e la testa cominciò a fare voli pindarici, tutto il corpo era dolorante come dopo una rissa. Compresi che quella in cui ero caduto era una trappola ben congeniata. Non ero stato io a seguirla e cercarla, semmai era stata lei ad aver capito tutto già molte ore, se non giorni, addietro, spingendomi ad espormi come mai avevo fatto prima. Sono ancor'oggi convinto che quel comportamento sia stato una delle cose più delicate cui abbia mai assistito. Quella superficiale ma esperta attenzione alle logiche del cuore non apparteneva infatti alle mie coetanee, troppo indaffarate a mostrarsi complicate e ricercate, nel gusto e nell'estetica, nel pensiero e nei modi. In quel bacio pomeridiano e primaverile scoprii la divina innocenza della semplicità. Dopo quel giorno, furono tanti i giorni trascorsi assieme a lei, sempre evitando di mostrare in piazza la nostra relazione che ogni giorno si faceva più fitta ma anche, tremendamente, più cadùca. Così pensavo che un amore nato per finire poco dopo non è completo. Poi mi contraddicevo sostenendo che invece sono proprio gli amori improvvisi e nascosti quelli più veri. Ma entrambe le supposizioni si scontravano con la certezza che tutto sarebbe finito quando fosse cominciata la mia esperienza lavorativa. L'incanto si sarebbe rotto e quelle ore trascorse a parlar d'amore e a giocar con l'amore si sarebbero sciolte come aveva fatto la neve in aprile. Non a caso, pensavo, era stata proprio la fine dell'inverno a regalarmi questa dolce stagione. La fine di qualcosa di bello e tremendo era stato l'inizio di qualcos'altro di migliore, almeno per me. Poi finì anche la primavera e venne l'estate, del tutto simile alla prima. Ci siamo astenuti dal frequentarci di mattina, lasciando aperto in quelle ore il gioco degli sguardi. Ognuno di noi cercava l'altro e con la scusa di parlare con le persone cercava un maggiore campo visivo. Mai tanto gustosa è stata l'ipocrisia verso gli altri, il disinteresse verso i loro problemi. Cento o diecimila persone non cambiavano i fatti. In quel corso c'era soltanto lei. Abbiamo sempre tenuto fede all'appuntamento del tardo pomeriggio per la consueta sigaretta. La notte invece scomparivamo alla vista dei nostri rispettivi amici con scuse tanto stupide quanto divertenti. E decidevamo insieme quali scuse costruire, come renderle convincenti. Mal di pancia o sonno pregresso, mal di testa o mancanza di soldi, troppo freddo e via dicendo. Nessuno di noi lasciava tracce dietro di sé e l'incontro diventava una sorta di annegamento nella virtù dell'amore e nel peccato della carne. Questo immedesimarmi nella prima giovinezza mi rese più docile e attento. Anche io dovevo, superata da un pezzo l'adolescenza, tornare a mentire, a nascondermi, ad avere diciott'anni. Se da un lato l'estate aveva prolungato le tante spigolosità meteorologiche della primavera e reso più instabili i giorni di sole e bel tempo, dall'altro il nostro amore non aveva subìto variazioni di sorta, camminava veloce verso la fine, di cui non volevo parlare e che sempre mi attanagliava e soffocava il mio entusiasmo. Ogni giorno vissuto con lei era un giorno in meno da vivere con lei. Com'era crudele questo supplizio e com'era dolce ogni suo minuto! Rabbia ed amore, gioia e frustrazione. Furono questi i sentimenti pervasivi di quella stagione. Un giorno fu lei a volerne parlare chiedendomi: – Come rimaniamo per settembre? A volte dimostrava una logica tanto ferma e diretta da sconcertarmi. – Non lo so. Non ce la faccio a pensarci. Io andrò a lavorare lontano e non credo che mi concederanno le ferie tanto facilmente. Tu andrai a scuola e conoscerai altri ragazzi, e in nessun modo potremo vederci se non vogliamo cambiare l'idea che gli altri hanno di noi – fu secca la mia risposta. – Non me ne frega niente degli altri! – ribattè con rabbia mal celata. Io non dissi più niente sigillando così il momento finale della nostra storia, una storia che, ne sono certo, ha alleggerito parecchio le mie convinzioni, smussando la mia intemperanza. Alcuni giorni dopo un'azienda mi scelse per portarmi al Nord, ed ovviamente accettai. Ma nel curriculum che pretesero non ho mai scritto che la mia coscienza, il mio spirito e la mia anima sono rimaste lì, in quelle strade, dentro quel bar, presso quei monti, a Capracotta. Fu lei la cornice di quel Friedrich, fu il silenzioso mecenate di quegli attimi rubati alla quotidianeità, tanto che quegli scampoli di primavera vissuti assieme furono i momenti più vivi e sublimi della mia vita. Ed oggi non so se quello fu sogno o realtà, finzione d'autore o vita vissuta: la commedia delle parti, le scenografie montane, gli attori protagonisti e le comparse, la trama semplice ed istintiva. Quel che è certo è che da allora odio profondamente la stagione primaverile perché so che tutte le primavere future non saranno mai come quella. E tutte le donne del mondo non saranno come lei. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Una primavera, poche primavere, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Due bambini sul Bianco, bravi

    State pensando la cosa più probabile. Notizia: alcuni sedicenti alpinisti stavano avventurandosi verso la cima del Monte Bianco (versante francese) con due bambini gemelli di nove anni, e solo l'intervento dell'apposita gerdarmeria francese («Peloton de gendarmerie de haute montagne de Chamonix») li ha riportati a più miti consigli: così i piccoli e la madre sono infine ridiscesi prima che facesse buio e prima cioè che, come previsto, passassero la notte al rifugio Gouter (3.815 metri) per poi sferrare l'attacco alla vetta all'alba del mattino dopo. E voi, dicevamo, state pensando la cosa più probabile: che quegli alpinisti siano dei perfetti coglioni. State pensando che, per sapere che la vetta del Bianco non è il colle di Capracotta, beh, non serve essere Messner. State pensando che comunque bisognerebbe fare qualcosa, chessò, proibire l'ascesa ai minori, fare un esame psicoattitudinale a chiunque si diriga verso i 4.810 del Bianco, o anche molto meno. Ma la seconda notizia è che non si può. Nessuno, in terra libera, può impedire a chicchessia di andare dove vuole anche con dei bambini su cui ha potestà: e questo, peraltro, pare anche giusto. Nessuno può imporre regole o attrezzature in montagna: se un coppia di genitori vuol portare i figli sul ghiacciaio del Gigante come avviene ogni anno, sempre sotto il Bianco, e tutta la famigliola vuol divertirsi a saltare i crepacci in scarpe da tennis andando a cercarsi una sorte orribile, no, in teoria non glielo puoi proibire. Anche perché tutto dipende da tutto, e l'essere coglioni non ha un metro di misura ufficiale. Quindi ripetiamolo cento volte: quei genitori che volevano portare i figli di 9 anni in cima al Bianco sono probabilissimamente dei coglioni, punto: ma non è detto. Magari si allenavano da tempo, magari erano dei fenomeni più dotati di tanti adulti impreparati che sul Bianco poi schiattano comunque. In fondo si erano già fatti i 1.450 metri di dislivello che portano al rifugio (provateci voi) ed erano cioè già passati dal famigerato Grand Couloir, che il Cai italiano ritiene sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi, e che però - paradosso - resta la via più frequentata per il Bianco tra le quattro disponibili. Ergo: migliaia di alpinisti, ogni anno, sarebbero già ufficialmente dei coglioni di per loro. È tutto molto relativo. Il padre di Reinhold Messner, che allevava polli, portò suo figlio sulla cima del Sass Rigais che aveva solo 5 anni: genio o coglione? Non si può sapere. Ieri qualche sito ricordava un presunto precedente dell'estate 2014, quando un padre statunitense portò i figli di 9 e 11 anni proprio sul Couloir du Gouter (quello che percorrono in maggioranza, appunto) e poi una piccola slavina di neve (non «una valanga», come scrissero) quasi gli trascinò via il figlio più piccolo, che per fortuna era legato in cordata. «Coglione», pensarono e scrissero in tutto il mondo: anche perché il tizio poi vendette il filmato alla tv americana Abc. Coglione due volte, anche perché portando i due bambini voleva battere un record mondiale: ma in fondo erano solo sul Couloir - come detto - e cioè in basso, prima del rifugio, là dove passa gente magari assai più impreparata dei due ragazzetti. Promemoria: l'anno scorso scrivemmo che due inglesi di 67 anni giunsero a Cervinia in camper e pensarono di scalare il Cervino così, come cogliere ciliegie: senza guardare le previsioni del tempo o fottendosene dopo averle guardate. Risultato: li trovarono morti assiderati a 4.000 metri, questo dopo ripetuti tentativi di soccorso bloccati dal maltempo. C'era 10 sotto zero, ma loro erano partiti vestiti leggeri: anche se, per scalare il Cervino, servono almeno due giorni con sosta notturna alla Capanna Carrell, a quota 3.800. Loro non avevano neanche sbirciato il meteo sul cellulare. E che facevi, li arrestavi solo per la faccia che avevano? Oddio, talvolta si potrebbe anche fare: allora ditelo agli eroi del mitico rifugio Torino (Monte Bianco) che ogni anno vanno ai pazzi perché devono assistere feriti, dispersi e ritardatari che si avventurano senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento, tutta gente che scambia la montagna per un parco giochi e i rifugi per hotel stellati. Che vuoi dirgli, a questi sconsiderati? Che sono dei coglioni? Sì, senz'altro, perché sono dolosamente inconsapevoli, cioè colpevolmente ignoranti: ma è anche vero che ogni santissimo anno il bilancio dei morti riguarda anche fior di professionisti. L'anno scorso facemmo un lungo esempio di vittime che comprendeva guide alpine e alpinisti provetti: quest'anno ci limitiamo a dire che a fine luglio - parliamo sempre del Bianco - è morto il presidente del Soccorso Alpino lariano: due palle così, centinaia di salvataggi all'attivo, ma è precipitato in cordata con un inesperto 23enne che invece è rimasto illeso. Insomma, molta gente in montagna muore perché se l'è cercata - ed è giusto fare informazione e prevenzione, non stancarsi mai di farle - ma anche perché la montagna è fatta così. Nel luglio dell'anno scorso, una ragazzina lettone di 12 anni è stata soccorsa mentre saliva il Bianco dalla via dei Tre Monti, che non è propriamente la più facile: era completamente esausta. C'erano i genitori, altri probabilissimi coglioni - direi che qui siamo alla certezza - che portarono una dodicenne per più di otto ore lungo un terrificante saliscendi di tre montagne oltre i 4mila metri. Ed erano due alpinisti preparati: e allora che vuoi fare? Fai una legge per abrogare i coglioni? Come detto, manca il metro di misura. E poi lascerebbe un Pianeta quasi spopolato. Filippo Facci Fonte: F. Facci, Due bambini sul Bianco, bravi, in «Libero», Milano, 8 agosto 2017.

  • Le clarisse d'Agnone, ladre di reliquie

    Quella che vi racconto oggi è una storia (archivisticamente) vera, una storia affascinante, una storia sottovalutata, una storia quasi dimenticata. È la storia della santità di Lorenzo da Brindisi, dei miracoli avvenuti in Agnone dopo la sua predicazione e del furto perpetrato dalle monache del Convento di S. Chiara ai danni del Servo di Dio. San Lorenzo da Brindisi - al secolo Giulio Cesare Russo - non ebbe un'infanzia facile né in famiglia né dal punto di vista meramente materiale. Orfano e in pesanti ristrettezze economiche, si recò quattordicenne a Venezia dove la sua vocazione maturò fino al punto di permettergli d'indossare, nel 1575, l'agognato abito francescano. Da lì in poi, l'ascesa nell'Ordine fu piuttosto rapida, fino a divenirne definitore generale nel 1599. In quello stesso anno venne posto alla guida della squadra di missionari che i cappuccini, su invito di papa Clemente VIII, inviarono in Germania. A dispetto dell'abito indossato, Lorenzo dimostrò di essere non soltanto un "grande povero" ma anche un fine diplomatico e stratega. A divulgare ed accrescere la fama di santità contribuì certamente un episodio avvenuto nell'ottobre del 1601, quand'egli, intenzionato ad assistere spiritualmente le truppe cattoliche durante gli ultimi colpi di coda ottomani della Lunga Guerra (1593-1606), il 9 ottobre giunse ad Albareale - l'attuale Székesfehérvár, in Ungheria - dov'era accampato l'esercito imperiale. Non appena il nemico sferrò l'attacco, Lorenzo fu d'esempio per tutti con la parola e con l'azione: entrambi gli schieramenti in battaglia, sgomenti, lo videro passare disarmato e illeso tra frecce, pallottole e scimitarre, per soccorrere i feriti e confortare i morituri. I turchi temettero fosse uno stregone, i cristiani lo reputarono santo. Il 24 maggio 1602, quasi all'unanimità, padre Lorenzo venne eletto vicario generale dell'Ordine e, con l'alta carica, gli fu affidato il compito di visitare tutte le province d'oltralpe. Durante quel triennio di generalato, nel 1604-05 Lorenzo decise di tornare nella sua Brindisi. Probabilmente è proprio durante quel "ritorno alla casa del padre" che il santo (e la sua fama) fece una lunga sosta in Agnone, dove cominciarono quei furti e prodigi che mi appresto a raccontarvi. Le notizie in mio possesso provengono da una iuris recognitio del 1772 e, più diffusamente, dall'agiografia di Bonaventura da Coccaglio (1783). È risaputo che ad Agnone, in corso Garibaldi, vi è un bellissimo edificio - con annessa chiesa - sorto nel 1249 come Monastero di S. Chiara ed oggi adibito a diverse funzioni pubbliche e d'utilità sociale: all'interno del convento v'erano le suore dell'ordine claustrale, dedite perlopiù alla contemplazione e alla preghiera. Ma in quel lontano 1604 il monastero visse giorni di subbuglio quando in Agnone si presentò Lorenzo da Brindisi, portandosi dietro un persistente odore di santità. Essendo stato nominato confessore straordinario delle clarisse, «un giorno dopo averle confessate, ed in seguito passato essendo a somministrar loro la SS.ma Comunione, lasciò frattanto il suo mantello e berretta sopra una piccola tavola» della Chiesa di S. Chiara, precisamente «in cornu Epistolæ», ovvero sul lato destro dell'altare. È lecito immaginare che le suore di clausura agnonesi, dopo anni di solitudine e preghiera, alla vista di un uomo - oltretutto un sant'uomo! - «stavano attentissime per averne qualche cosarella». Vedendo incustoditi quegli indumenti che profumavano di santità, le suore «fecero per mezzo del sagrestano prendere, e l'uno, e l'altra, ed il tutto trasdussero in convento». Al termine della funzione, non avendo ritrovato la scazzetta e il mantello al loro posto, Lorenzo li richiese alle suore ma, vedendo i loro volti atterriti, subito aggiunse che «quelle non erano robe sue, ma bensì della Religione». Le monache, dal canto loro, erano ora felicissime tanto che «quel divoto furto non vollero mai restituirlo: avendolo sempre conservato, e conservandolo tutt'ora quale preziosissima reliquia». Lorenzo proseguì il proprio viaggio verso le Puglie mentre le clarisse d'Agnone si ritrovarono a custodire gelosamente due reliquie che diventeranno ufficialmente tali soltanto nel 1783, quando Pio VI beatificherà il Cappuccino brindisino. Quel berretto e quel mantello divennero famosissimi in tutta l'area altomolisana pei miracoli di cui si resero protagonisti. Ma... come avvenivano nello specifico questi miracoli? quali e quanti furono? quali conseguenze ebbero sulla popolazione? Il miracolo cominciava non appena veniva applicato il mantello o la scazzetta, tant'è che «promovevasi all'infermo il sudore, [il che] era segno infallibile della grazia ricevuta, che doveva subito ristabilirsi»; al contrario, se Nostro Signore non intendeva posare il proprio sguardo sul malato, «non appariva detto sudore all'infermo, [e] il segno era oltremodo sperimentato, che da lì a tré giorni passar doveva all'altra vita». A quanto pare il segno miracoloso stava nell'arrivo o meno del suddetto “sudore”, una forte e prolungata sudorazione non meglio specificata che oggi potremmo forse definire “iperidrosi”. Le reliquie venivano applicate al moribondo per transustanziazione. La recognitio sostiene che bastava sbollentare «in acqua, o brodo un filo del suo prodigioso mantello». Bisognava quindi deglutire un brandello di questi indumenti, assimilarlo, mangiarlo letteralmente, come si fa col corpo di Cristo durante la liturgia dell'ostia. Dirò subito che la berretta fu inviata dalle monache al signor Giuseppe Antonio Rinaldi di Agnone, ormai prossimo alla morte: egli, «avendo ricevuto la grazia della sanità, non ha più voluto restituirla; conservandosi tutt'ora con divozione, e gelosia in detta casa Rinaldi». Insomma, questo cittadino si rese protagonista di un furto nel furto... e chissà se la miracolosa scazzetta di san Lorenzo da Brindisi è ancora conservata dagli eredi in qualche polveroso cassetto! Per quanto concerne il mantello, il primo miracolo menzionato da Bonaventura da Coccaglio è quello di suor Dorotea d'Agnone, ammalatasi nell'inverno del 1757 e assistita da suor Mariangela Ruggieri. Dorotea nutriva forti dubbi verso il prodigioso mantello di san Lorenzo poiché temeva che «non comparisse il solito sudore, segno di guarigione». Giunta allo stadio terminale, la monaca, «ravvedutasi della sua debolezza, ed inconfidenza richiese da se il filo stemperato nell'acqua. Fu tosto dalla compagna compiacciuta, e servita: ed appena tranguggiata la prodigiosa medicina comparve tosto il sudore bramato, ed in seguito restituita in pochi giorni si vide nella pristina sanità». La sua incredulità, o timore, non passarono inosservate al Signore, visto che «apparsogli nella notte immediatamente seguente il Servo di Dio in una specie di sogno allo spuntare dell'alba, e da essa anziosamente chiamato, egli senza darle ascolto, dopo averle dato uno sguardo severo, e corruccioso, come in rimprovero della sua tarda divozione, se ne partì». Il secondo miracolo documentato è quello di cui beneficiò suor Clorinda Del Papa nel 1767. Ridotta in fin di vita da una terribile malattia, non esitò a ricorrere al sacro indumento di Lorenzo, «e stemperato nell'acqua un filetto del mantello del Servo di Dio, glielo porsero alle labbra». Non appena Clorinda bevve quell'acqua benefica, «comparve il prodigioso sudore; dopo il quale ricuperati perfettamente i sensi, la voce, le forze, e la sanità», la suora promise di venerare il santo, di celebrare in suo onore un'apposita messa (la memoria facoltativa della Chiesa cade il 21 luglio) e di digiunare alla vigilia di detta solennità. Il terzo miracolo, datato 1772, è quello dell'agnonese Vincenzo Sabolli - più probabilmente Sabelli -, il quale contrasse a Napoli un morbo raro e terribile. Vista la gravità della condizione clinica, i medici partenopei lo esortarono a tornare sul suolo natio. Rientrato nella sua casa d'Agnone, il malato continuò a peggiorare finché, agonizzante, il 24 ottobre non si decise di provare col miracoloso mantello, «mandatogli da suor Dorotea Mendolla, monaca di Santa Chiara, per mezzo del sig. abate D. Giuseppe Mendolla di lei fratello». Fu il padre cappuccino Lodovico d'Agnone a versare nella bocca del moribondo lo strabiliante brodetto e subito dopo «comparve il solito portentoso sudore, segno della grazia già ricevuta, il quale continuò fino alle ore 22 del giorno seguente 26 detto; ed in seguito svaniti tutti i sintomi mortali, e dileguatasi la febbre riacquistò in pochi giorni, e forze, e sanità perfetta». Questi furono tre dei tanti miracoli che il "brodo di mantello" di san Lorenzo da Brindisi produsse in Agnone. Tra fede e superstizione, come tra storia e leggenda, è impossibile imboccare una via sicura e sarebbe oltremodo inopportuno invocare il metodo scientifico. I frati minori cappuccini, il 18 ottobre 1997, hanno consacrato in piazza IV Novembre la Chiesa di S. Maria di Costantinopoli. «In un monumentino a sinistra entrando», potrete ammirare una sacra reliquia, un mantello, esattamente quello appartenuto a san Lorenzo da Brindisi e rubato dalle clarisse nel 1604. Il miracoloso indumento fu donato ai cappuccini il 23 settembre 1996, anniversario della morte di Padre Pio, dall'arciprete di S. Marco don Alessandro Di Sabato. San Lorenzo da Brindisi, invece, beatificato nel 1783, fu canonizzato nel 1881 da Leone XIII e proclamato dottore della Chiesa – col titolo di doctor apostolicus – nel 1959 da Giovanni XXIII. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. da Brindisi, S. Laurentii a Brundusio opera omnia a Patribus Min. Capuccinis prov. venetae e textu originali nunc primum in lucem edita notisque illustrata, voll. I-XV, Off. typ. Seminarii, Patavii 1928-54; A. M. da Carmignano di Brenta, San Lorenzo da Brindisi, dottore della Chiesa universale: 1559-1619, voll. I-III, Curia provinciale dei FF. MM. Cappuccini, Mestre 1960; B. da Coccaglio, Vita del B. Lorenzo da Brindisi generale dell'Ordine de' Cappuccini, vol. III, Casaletti, Roma 1783; A. M. de' Rossi, Vita del ven. servo di Dio P. Lorenzo da Brindisi, generale de' Frati minori capuccini di S. Francesco, Bernabò, Roma 1710; V. Ferrandino, Banche ed emigranti nel Molise. Credito e rimesse ad Agnone fra Ottocento e Novecento, Angeli, Milano 2011; F. A. Marinelli, A Letizia Sabelli nel giorno della sua monacazione in S. Chiara di Agnone, Stamp. del Vaglio, Napoli 1857; M. Massone, Fabbriche francescane in antologia: gli insediamenti dei Frati minori conventuali e delle Clarisse tra il XIII e il XV secolo, Il Torcoliere, Vasto 2001; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Meo, Le feste di Agnone. Culti, riti e tradizioni, Palladino, Campobasso 2001.

  • Un incidente dispiacevole

    A noi non piace indagare da quale parte venga il torto, a chi spetti invece la ragione. Ci è tornato dolorosissimo all'animo l'incidente perché nessuno, più di noi, forse, può e deve comprendere tutta la inopportuna scortesia fatta a giovani figli di un civilissimo ed ospitale - il più ospitale - paese: Capracotta. Liberi di applaudire, liberi di non applaudire, i giovani che si abbandonarono a' fischi contro la banda musicale di Capracotta non hanno, a parer nostro, nessuna giustifica, nessun argomento che valga a salvarli. Potranno averne contro quelli che essi accusano di provocazione, ma gentilezza d'animo, sentimenti doverosi di ospitalità, e speciale, giusta considerazione di rispetto verso una popolazione rispettatissima ed ospitalissima imponevano ai giovani fischianti un comportamento assai diverso. D'altra parte l'incidente non esce dai confini della cronaca, a cui preme far risaltare che alla cosa fu perfettamente ed assolutamente estranea la cittadinanza, assai dispiaciuta dell'evitabile incidente. Isernia che ha fama tradizionale di ospitalità vera, sente il bisogno ed è lietissima di poter dire alla gentilissima Capracotta che anche quei da cui partì la dimostrazione ci autorizzano a scrivere che serbano tutto il rispetto per la ospitale e forte città e che da tutt'altra ragione essi partirono e contro altri diressero la loro dimostrazione. Questo ci conforta, questo ci premeva dire: non presenti al dispiacevole incidente non c'importa conoscere altro. Achille Fazio Fonte: A. Fazio, Un incidente dispiacevole, in «Il Battagliere Indipendente», V:12, Isernia, 4 agosto 1896.

  • Sulla Coppa libra la voira

    Quando ci arrivi ti pare di entrare in un mondo diverso da quello che hai sempre immaginato che fosse. Pensavi che a queste latitudini regnasse sempre e solo il sole del Mediterraneo e che qui, la neve, fosse un evento da notizia straordinaria del telegiornale. E invece no, che sorpresa. A Capracotta, nel Molise, il fondo è molto più fondo che in tante blasonate località alpine. E chissà mai perché. Bastano 1.600 metri di quota, una qualche perturbazione e una spruzzata di neve per trasformare queste vallate, aperte come il cuore della gente che vi abita, in elegiaci terreni di caccia nordica. Non certo da ieri Capracotta è terreno fertile per il fondo: qui i primi sci stretti hanno fatto la loro comparsa più di un secolo fa e nel 1914 qualcuno pensò bene di fondare un circolo di scivolatori, lo Sci Club Capracotta appunto. Uno dei più vecchi del Bel Paese. Mai si è spenta la fiamma della passione per lo sci di fondo, nemmeno durante il periodo bellico, quando la neve raggiungeva e a volte superava il primo piano delle case. Oggi più che mai qui batte il cuore per skating e alternato, per binari e paraffine, e i progetti si concretizzano anno dopo anno, con una buona leva giovanile che deve fare i conti con l'endemico abbandono dei paesi di montagna. Sogni, che prima o poi diventano realtà. A inizio marzo, per esempio, Prato Gentile, lo spettacolare centro fondo poco sopra l'abitato di Capracotta, ha ospitato la penultima tappa della OPA Continental Cup, il circuito sud-continentale, anticamera della Coppa del Mondo. Giorno e notte, notte e giorno a lavorare per raccogliere quel poco di neve che questa stagione ha concesso al Molise, e poi, come se le preghiere del Vespro fossero giunte a destinazione, ecco che in una notte tutto cambia e 60 benedetti centimetri di neve regalano un sorriso a tutti, vecchi e bambini. "Tutti al lavoro, c'è l'Europa che ci guarda" sembra dire il Pistenbully che riposa a bordo pista. E così è. Sabato le gare in classico con qualche centinaio di spettatori ad applaudire la vittoria di Manuela Henkel. Domenica l'apoteosi, con la tecnica libera e millecinquecento persone a bordo pista, fin dopo le premiazioni, a dare pacche sulle spalle al dominatore, Florian Kostner. Il coach della Francia confida al collega tedesco che valeva la pena fare tutti questi chilometri per ubriacarsi di così tanto entusiasmo, e il teutonico, concorde, gli ricorda anche le gare impeccabili (a volte noi italiani non sappiamo nemmeno quanto siamo bravi). Io vorrei offrir loro un bicchiere di vino, ma gentilmente rifiutano, pare che ne abbiano bevuto troppo: "Difficile resistere!". I reciproci complimenti vengono interrotti dalla sirena del Clipper, lo spazzaneve americano che gli immigrati di Capracotta nello stato di New York regalarono negli anni '50 al loro paese d'origine. La sera prima il gioiello yankee aveva fatto bella mostra di sé alla cerimonia di inaugurazione. Un pezzo di storia, come quella che hanno scritto questi uomini e donne, chi in veste di organizzatore chi di agonista, tutti comunque fondisti, che hanno fatto grande ancora una volta Carpacotta, dopo l'epica edizione dei tricolori del 1997. Ora la voira, il vento che soffia tra queste cime, spinge i progetti fino al centenario: secondo voi nel 2014 cosa sarebbe giusto che ospitasse Capracotta? Pensare alla Coppa del Mondo è inammissibile? Io non ci giurerei. Carlo Brena Fonte: C. Brena, Sulla Coppa libra la voira, in «SciFondo», XXX:185, Bergamo, marzo-aprile 2008.

  • Il mio amico papa, tutto pasta e fagioli

    A Buenos Aires qualcuno li ricorda ancora. Negli anni '50-'60 quelli che si vedevano spesso passeggiare nei barrios della città erano due 20enni pieni di vita e pronti a tutto. Stavano sempre insieme, Pierino Campana e Jorge Mario Bergoglio. Uno era partito dal Molise per sbarcare in Argentina. L'altro nel Paese sudamericano ci era nato, ma era pur sempre il figlio di emigranti e frequentava la comunità italiana di Baires. Originari del Piemonte D'altra parte per mamma Regina Maria e papà Mario, originari del Piemonte, era difficile voltare le spalle alla terra abbandonata negli anni '30. E così anche Jorge Mario, futuro papa Francesco, cresceva a contatto con gli altri italiani della città. Tra questi c'era pure Pierino Campana. A 19 anni aveva lasciato Capracotta, piccolo Comune molisano, seguendo i genitori. Al lavoro come contabile «Io e Jorge Mario eravamo amici», svela a "Lettera43.it" Campana. A distanza di oltre mezzo secolo non dimentica quel giovane che poco più che adolescente lavorava nell'azienda di cravatte di suo padre. E che nel 2013 sarebbe diventato pontefice. «Per me lui è semplicemente Giorgetto, un contabile tutto pasta e fagioli», scherza Pierino nel giorno del compleanno di Francesco che il 17 dicembre fa 78 anni. Una telefonata al mese Oggi la vita li ha separati: Campana è rimasto in Argentina e gestisce una fabbrica di costumi da bagno; Jorge Mario si è dovuto trasferire a Roma. Eppure ancora oggi, nonostante gli impegni e la distanza continuano a sentirsi. «Ci telefoniamo almeno una volta al mese», spiega Campana, restato l'amico d'infanzia del gesuita diventato papa. Il cui destino era chiaro a tutti: «Mia madre la prima volta che lo vide gli disse: "Tu sei papabile"». Intervista a Pierino Campana Domanda: – Sua madre aveva già capito tutto? Risposta: – Gli disse così perché era davvero un bravo ragazzo. D: – E il papa come reagì? R: – Si mise a ridere. All'epoca non pensava neanche di farsi prete, figuriamoci di diventare pontefice. D: – Come vi siete conosciuti? R: – L'ho incontrato grazie alla comunità italiana a Buenos Aires. Negli anni '50 era impossibile non conoscere un altro migrante. D: – Lei come ci è arrivato in Argentina? R: – Con la mia famiglia ho lasciato Capracotta nel 1955. Era dura vivere nel Centro Italia nel Dopoguerra. D: – Una volta arrivato a Baires, però, suo padre fece in fretta a riprendersi. R: – Aveva una fabbrica di cravatte, dove lavoravano anche diversi contabili. E uno di questi era proprio Bergoglio. D: – Sul papa si dice che abbia fatto le pulizie in una fabbrica e il "buttafuori" in un locale, ma mai che sia stato contabile. R: – Eppure lo fece, anche se per meno di un anno. Perché poi andò in seminario. D: – Quindi fu grazie a suo padre che conobbe Bergoglio? R: – Sì, sul lavoro siamo diventati amici. Ma lo siamo ancora oggi. D: – Com'era il papa da giovane? R: – Un ragazzo in gamba, rispettoso. Qui in Argentina lo definiremmo cauteloso, prudente insomma. D: – Vi frequentavate anche dopo il lavoro? R: – Veniva a mangiare da noi. Andava pazzo per la pasta e fagioli che gli faceva mia madre, ma anche per le fettuccine fatte in casa e le tacconelle. D: – E anche lei andava a trovarlo? R: – Certo, conoscevo tutta la famiglia. Erano molto legati al Piemonte e mi offrivano sempre bagna cauda e polenta con le salsicce. D: – Com'era la casa del futuro papa? R: – Era molto grande: circa 200 metri quadri con tante stanze e due bagni nell'Est di Buenos Aires. Stavano bene anche se non navigavano nell'oro. D: – Come parlavate tra voi? R: – In italiano, lui per me era Giorgetto. In casa parlava piemontese. Come tutti i migranti cercava di ricordare le sue origini. D: – Avrà quindi conosciuto anche la "fidanzata" del papa, la famosa Amalia di cui s'è tanto parlato dopo l'elezione di Bergoglio. R: – La conosco tuttora, siamo rimasti amici anche con lei. D: – Erano innamorati? R: – Era solo un'amicizia di gioventù, niente di più. D: – Poi il giovane che sarebbe diventato pontefice scelse il seminario. Lei come prese la decisione? R: – All'inizio mi dispiacque, ma lo vedevo contento. Non ho mai pensato di perdere un amico, anche se non è stato facile separarsi. D: – Però non vi siete persi di vista. R: – Abbiamo continuato a vederci e a sentirci. Anche dopo che è diventato papa. D: – Insomma, non si è dimenticato di un amico. R: – Almeno una volta al mese ci telefoniamo e lui non si scorda mai di chiedermi come stanno i miei cinque figli e otto nipoti. D: – L'ultima volta che l'ha visto? R: – Nel 2012 a una cena del Club Rotary di cui faccio parte. Parlava con tutti, è sempre stato molto interessato ai fatti che accadono nel mondo. D: – Crede che Bergoglio abbia avuto qualche dubbio sul suo percorso mistico? R: – Non mi ha mai parlato di ripensamenti. L'ho sempre visto sereno e convinto sotto questo aspetto. D: – In passato si è detto che il pontefice non sia stato molto bene di salute. Lei che lo sente spesso, cosa pensa? R: – Figuriamoci se sta male, ha una potenza straordinaria. D: – Tutti i problemi che il pontefice ha in Vaticano forse lo stanno debilitando? R: – Quello che sta facendo alla Chiesa è solo l'inizio. Dario Colombo Fonte: https://www.lettera43.it/, 17 dicembre 2014.

  • Il canto d'amore dei pastori transumanti

    Il più bel canto d'amore della tradizione popolare molisana è certamente "Ritorno dalla transumanza", uno dei documenti musicali più rappresentativi della cultura etnica regionale. È, infatti, una canzone legata alla transumanza, un fenomeno sociale, storico ed economico che ha segnato per molti secoli la vita dei popoli del Molise. Il canto - nella versione che qui si propone - è stato da me raccolto a Isernia il 13 luglio 1978 dalla voce di Giulia Monaco, nata a Capracotta il 19 novembre 1897. Alcune varianti di questo stesso brano le ho successivamente riscontrate anche nella cultura pastorale di altri paesi alto-molisani. Le donne e i pastori lo cantavano in primavera, quando gli uomini tornavano in paese dopo i mesi trascorsi al pascolo in Puglia. Le prime tre strofe venivano eseguite dalla voce femminile, a cui replicava la voce maschile. I versi di "Ritorno dalla transumanza" corrispondono a quelli di alcuni canti pubblicati ad inizio secolo dal capracottese Oreste Conti. Lo stesso Conti pubblicò anche la musica d'un brano intitolato "La rundenella", che in alcune parti evidenzia un testo quasi identico al canto "transumante" da me recuperato. I due brani, però, sono dissimili nella melodia. Quello di Conti è un componimento popolaresco conosciuto come "Zompa la rondinella", una canzonetta piena di «oilà» che fanno rima con altrettanti «Comme te voglie arnà»; un brano senza alcun reale pregio artistico e nessun rilevante significato culturale, benché sia in qualche modo penetrato nel repertorio tradizionale molisano, Rimane un mistero come alcuni versi di "Ritorno dalla transumanza" siano finiti in "La rundenella". Probabilmente una delle tante contaminazioni e mutuazioni riscontrabili nel repertorio cantato dialettale. "Ritorno dalla transumanza", nelle varianti da me raccolte, ha una struttura piuttosto semplice, una melodia lenta e un tono rassegnato. Il medesimo motivo cantato si ripete uguale per tutte le strofe, come in un sistema modulare. Per quanto dettomi da Giulia Monaco, il canto veniva eseguito senza l'accompagnamento di strumenti. Ritorno dalla transumanza Povera Puglia desulata resta mò ca se n'arivienne re pasture. Povera Puglia ca Povera Puglia ca desulata resta. Povera Puglia ca Povera Puglia ca desulata resta. L'amore mie è iute a Tuleta me l'arreporta nu luocche de seta. L'amore mie è iu' l'amore mie è iu' iut'a Tuleta. L'amore mie è iu' l'amore mie è iu' iut'a Tuleta. L'amore mie arretorna da Foggia, me l'arreporta 'na rosa de maggie. L'amore mie arreto' l'amore mie arreto' torna da Foggia. L'amore mie arreto' l'amore mie arreto' torna da Foggia. Amante bella chi t 'ha pusseruta rent'a ste quattre misce ca c'haie mancate. Amante bella chi amante bella chi t'ha pusseruta. Amante bella chi amante bella chi t'ha pusseruta. I n'haie magnate e né haie vevute sempe alle tuoie bellezze c'haie penzate. I n'haie magnate e né i n'haie magnate e né haie vevute. I n'haie magnate e né i n 'haie magnate e né haie vevute. Eccheme bella mea ca so' menute e re suspire tié m'hanne chiamate. Eccheme bella mea eccheme bella mea ca so' menute. E re suspire tié e re suspire tié m'hanne chiamate. Le incisioni su disco di questa canzone ripercorrono in modo quasi del tutto fedele la tradizione, fatta eccezione per un "prologo" e un "epilogo" strumentale che - insieme a vari "abbellimenti" che tuttavia non modificano l'essenza dell'antica melodia del canto - sono frutto dell'arrangiamento musicale di Pietro Ricci. Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, Il canto d'amore dei pastori transumanti, in «L'Arcolaio», II:4, Bagnoli del Trigno, luglio 1997.

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