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  • Amore e gelosia (XLVI)

    XLVI – E mò addó jamme? Nun putimme mica sta miezze 'a via... però, che bella avventura! Sule nuie miezze Napule! Si 'o sapessero le mie amiche a Nucera, sai che scandalo! Me fanne rimane' zitella pe tutta 'a vita, si tu nun me spuse! Elisa era letteralmente in preda ad una eccitazione che la faceva fremere: libera, libera come a quei tempi non si concepiva neanche! Solo le donne sposate potevano, col marito, permettersi di andare in giro a perdere tempo, entrare in un caffè e sedersi a tavolino, incontrare amici al di fuori dei rigidi salotti casalinghi e magari permettersi anche di ridere ad alta voce nelle strade: era una sensazione unica. Salvatore la riportò subito coi piedi a terra: – Amore mio, a me piacerebbe anche più di te starmene per le strade in tua compagnia, magari poi andare al Gambrinus e passare la serata con gli amici... ma... – fece un gran sospiro, gli costava dire le parole che stava per pronunciare... – c'agge pensate, io ti voglio bene overamente... Vedi che per me è nu sacrificio enorme, ma dobbiamo andare a casa mia, mò pigliamo una carrozza e andiamo, da mammà... Ad Elisa sembrò come se il mondo cominciasse a cadere e non potesse muoversi per scansarlo... – Accussì? subbete subbete? no, no, Salvato' ti prego! fammi godere prima nu poco sta libertà, puorteme sul lungomare a fare una passeggiata, poi andiamo a prendere un caffè... No! Aspetta andiamo a cenare in quella trattoria che sta dietro piazza de Martiri, cumme se chiamme? Salvatore scosse la testa con rammarico: – No, amore mio! Io proprio questo avevo pensato di fare... E magari pure coccosa 'e cchiù... ma poi? Si mammà vene a sape' che stai ccà e te ne vai giranne pe Napule accussì... uh Madonna mia e chi la ferma! Già la sento... chella è na sfrenata, na senza Dio, na peccatrice... Lassale a chesta nucerese, pigliati na donna di chiesa... e così via! 'A guerra, Elisa, 'a guerra! Aveva ragione! E come aveva ragione! Era già sera, dove sarebbe andata a dormire se non fosse andata subito a casa della suocera? – È c'è di più... – continuò il poeta, – mò andiamo a casa, diciamo a mammà che ceniamo con lei e che domani mattina tu devi fare delle spese al rettifilo, perciò dormirai a casa, poi io dovrò andare a dormire in albergo, mica possiamo passare la nottata nella stessa casa senza essere sposati, sarebbe sconveniente e mammà non ce lo fa fare... Tutto quanto aveva fatto per nulla! La sua fuga si era ridotta ai minimi termini, ora avrebbe dovuto rientrare nei rigidi ranghi predisposti dalla morale corrente e dal perbenismo ipocrita imperante: la povera donna si piegò al ragionamento amaramente esatto del suo fidanzato. – Cumme vuo' tu Salvato'... – mormorò piegando un poco il capo con modestia e tanta femminilità, – cumme vuo' tu. – Ripeté a voce più bassa, ormai domo il suo spirito ribelle. A Salvatore si spezzò il cuore: come era delusa, la povera ragazza! E anche lui, stava facendo un sacrificio enorme! Se non l'avesse amata tanto, se non l'avesse scelta come la donna della sua vita, sai che serata, e sopratutto che nuttata 'e sentimiente! Ma con Elisa no, non poteva, doveva prima di tutto salvaguardarle la reputazione. E dunque... a casa, da mammà! C'era una carrozza libera col cocchiere che li guardava insistentemente da parecchio, nella speranza che si decidessero ad andare in qualche posto. Gli fece un cenno e quello subito fece sferragliare le ruote di legno sotto la forza di tiro del cavallo. Salirono e la carrozza partì, diretta a casa di Salvatore, dove mammà attendeva che il figlio si ritirasse: stavolta avrebbe avuto proprio una bella improvvisata... Francesco Caso

  • Vanpolitan a Capracotta (II)

    Oggi la sveglia suona prima del solito. Sono le 6:00, mi alzo ed indosso abbigliamento da trekking per fare una passeggiata a Prato Gentile con Nicole e Francesco. L'appuntamento è alle 8:00 ma mi sveglio con netto anticipo per sistemare Ulisse e fare le cose con calma. Una volta sistemato tutto, vado al bar dello Sci Club Capracotta a prendere un caffè. Stamattina, a differenza di ieri, trovo la sig.ra Rosetta. Scambiamo amichevolmente due parole mentre prendo il caffè. Il rituale di prendere il caffè al bar la mattina nasce fondamentalmente perché: è un modo per chiacchierare ed avere un primo approccio con qualcuno del posto, è un'ottima alternativa al centro informazioni o proloco se assente o ancora chiuso, è un pretesto per andare in bagno ed è un modo per non sporcare il fornellino e la macchinetta del caffe che dovrei poi lavare per strada. Dopo un pò che chiacchieriamo, la sig.ra Rosetta mi mette a fuoco e mi confessa che la figlia le ha parlato di un ragazzo che con il suo furgoncino colorato sta girando il Molise. Sono le 7:30, vado fuori al forno Capracotta, dove ho appuntamento con Nicole e Francesco, e mi siedo ad una panchina lì vicino. Qualche minuto dopo arriva Nicole, con la sua meravigliosa cagnolina Pippi, e si siede anche lei in attesa che arrivi Francesco. Iniziamo a parlare e le chiedo come mai da Modena fosse arrivata a Capracotta. Nicole mi spiega che vive con il fidanzato al Castel del Giudice, paesino a qualche chilometro da Capracotta, e che si trova a Capracotta perché amica di Antonio. Quattro anni fa Nicole ed il fidanzato hanno avviato un'interessante iniziativa chiamata "scuola nel bosco". La scuola ha la finalità di far conoscere ai più piccoli la flora del bosco alto molisano e far scoprire i molteplici usi di queste piante nella quotidianità. E, così come la casa delle erbe a cui Nicole aderisce, la scuola si prefissa l'obiettivo sensibilizzare i bambini ad una filosofia di vita ecologica incentrata sulla riduzione degli sprechi ed il riutilizzo dei materiali. Mentre parlo con Nicole, arriva Francesco. Io e Nicole ci alziamo e tutti insieme andiamo all'auto di Nicole per raggiungere Prato Gentile. Parcheggiamo ed iniziamo la nostra camminata in uno dei percorsi ad anello utilizzati in inverno per lo sci di fondo. Il sentiero è costeggiato da meravigliosi alberi di faggio e tassi che fanno ombra lungo l'intero percorso. Nel sottobosco è possibile ammirare diverse specie di piante in fiore ed immense colonie di licheni in prossimità della base dei tronchi degli alberi. Nel bosco non si sente nulla ad eccezione del cinguettio degli uccelli ed il riverbero delle nostre voci. Mentre passeggiamo, i ragazzi mi spiegano che in quella parte del bosco è evidente che in passato i faggi siano stati tagliati per la significativa presenza di polloni. I polloni, mi spiegano, sono dei rami che si sviluppano ai piedi dell'albero a seguito del taglio del tronco. Proseguiamo la passeggiata e ci imbattiamo in un sentiero ricco di fragoline di bosco. Mai assaggiate prima. Ne mangio una, ha un sapore più amarognolo ma molto più deciso di quelle di coltura. Mentre camminiamo, sono incuriosito dal tatuaggio di Francesco che si intravede sotto la manica della camicia. Gli chiedo cosa fosse tatuato. Si alza la manica della camica e mi mostra per intero il tatuaggio. Mi spiega che si tratta di una illustrazione di santa Lucia tratta dalle "Cronache di Norimberga", uno dei più importanti libri stampati nel XV secolo. Continua e mi dice che è un grande appassionato e cultore di estetica medievale. A quel punto inizio a capire come mai avesse un modo di parlare, vestire e muovere di altri tempi. Guardando le piante e gli alberi del bosco noto che su alcune foglie di faggio ci sono dei bozzoli. Chiedo ai ragazzi cosa fossero e Nicole mi risponde che si chiama galla ed è la reazione dell'albero al morso di un insetto. Per analogia, continua Nicole, è come se fosse l'eruzione cutanea di una persona ad una puntara di zanzara. Terminato il sentiero, decidiamo di sederci su un letto di foglie secche all'interno della faggeta. Una volta seduti, Francesco apre la bisaccia ed offre il suo gustoso pane di farina bianca con olive nere e cumino e l'inebriante infuso di menta, rosa e cannella. Terminato lo snack, Francesco ci regala un meraviglioso momento di armonia e relax suonando per noi prima il bansuri, poi il tin whistle ed infine il salmoè. Terminata la performance, lo ringrazio per l'incantevole momento di magia e bellezza. Nicole inizia a sentire freddo e decidiamo di alzarci e passeggiare nella radura di Prato Gentile. Camminiamo ancora per un po' poi i ragazzi decidono di voler tornare a Capracotta. Entrati in auto, chiedo a Nicole di lasciarmi in prossimità della croce piegata perché desidero percorrere il sentiero che conduce in cima al Monte Campo. I ragazzi mi sconsigliano di incamminarmi per i sentieri visto che sono le 12:30 circa e fa molto caldo, oltre il rischio di trovare qualche vipera in giro. Insisto a lasciarmi lì e li tranquillizzo che non mi sarebbe successo nulla. Ci salutiamo ed inizio a percorrere il sentiero. All'inizio del percorso è stata collocata la precedente croce di Monte Campo che si è deformata a causa di una forte bufera di neve nel 1981. Continuando lungo il sentiero, mi imbatto in meravigliose opere d'arte a cielo aperto. Rocce scalfite con lo scappello dalle quali emergono dei capolavori. Resto incantato dal meraviglioso cervo e dalla croce che schiaccia la testa del serpente. Proseguo camminando verso la chiesetta di Santa Lucia. Dalla chiesetta, mi immetto sul sentiero che conduce al Monte Campo. La distanza chiesa di Santa Lucia-Monte Campo non è molta; mentre lo è invece il dislivello infatti si passa da 1.540 m.s.l.m. a 1.746 m.s.l.m. in meno di 40 min di percorso. Man mano che cammino ho la sensazione di essere in un ascensore, ad ogni pausa sembra di aver fatto un piano. Fa caldo, molto caldo. Fortunatamente all'inizio del percorso è presente una fontanina e ne approfitto per riempire la borraccia e rinfrescarmi un po'. Continuo a passeggiare è vengo avvolto dal suono stridente ed insistente delle cavallette. Arrivo in cima e godo di una vista unica. Da un lato è possibile chiaramente vedere Pescopennataro ed il piccolo eremo di San Luca; mentre dall'altro lato è possibile scorgere l'intera vallata e Capracotta dall'alto. Decido di fermarmi in cima per godermi il panorama e fare sosta pranzo. In un momento di leggerezza decido di togliere maglia, cappellino ed occhiali e questo mi costerà cara ma me ne rendo conto solo la sera quando inizio ad accusare tutto il sole preso. Resto in cima un paio d'ore, mi sistemo e prendo il sentiero per Capracotta. Arrivato a Capracotta, mi sento un pò fiacco e decido di prendere un caffè. Vado al bar dello Sci Club Capracotta e trovo di nuovo la sig.ra Rossetta. Mentre sorseggio il caffè, mi chiede come fosse andata la mattinata. Le rispondo e le chiedo alcune informazioni su Capracotta e sul Sci Club Capracotta. Mi racconta che Capracotta è una meta turistica tutto l'anno e soprattutto in estate quando il borgo si riempi di turisti e di persone locali che vivono in altre città. Visto il caldo, la sig.ra Rossetta mi inviata a rimanere sotto gli ombrelloni del bar per stare un pò al fresco. Accetto l'invito e ne approfitto per scrivere il diario del giorno precedente. Resto seduto lì per un bel po'. Completato il diario del giorno precedente, saluto la sig.ra Rosetta e torno da Ulisse per riprendere il viaggio verso Agnone. Sembra che il caffè abbia fatto effetto e mi riprendo un po'. Preso dall'efuria dello stupefacente panorama offerto dalla strada che conduce ad Agnone, inizio a cantare a squarciagola la canzone "Il mondo" di Jimmy Fontana: Gira, il mondo gira Nello spazio senza fine Con gli amori appena nati Con gli amori già finiti Con la gioia e col dolore Della gente come me Oh mondo Soltanto adesso io ti guardo Nel tuo silenzio io mi perdo E sono niente accanto a te Il mondo Non si è fermato mai un momento La notte insegue sempre il giorno Ed il giorno verraaà... lalala... verraaà... Terminato il momento romantico, decido di mettere l'allegro e folkloristico album "Na uascezz" dei meravigliosi e strabilianti Ragnatela Folk Band, gruppo scoperto durante i miei tre anni a Matera. Arrivo ad Agnone verso le 18:30 e decido di voler iniziare la mia visita l'indomani perché inizio ad accusare un pò di stanchezza. Visto che è presto, penso di fare un salto alla Pro Loco per procurarmi la mappa della città ed avere un'idea di tutti i punti d'interesse in modo da essere gia organizzato il giorno successivo. Inizio a percorrere il corso principale di Agnone, via Marconi, e vengo incuriosito da alcune comunicazioni che sento trasmesse "Si avvisano i cittadini...". Mi guardo intorno e noto che lungo gli edifici sono installate delle casse che permettono la filodiffusione. Semplicemente grandioso. Proseguo la passeggiata verso la Pro Loco e vengo attratto da un negozio che vende oggetti in rame. C'è un signore all'ingresso, il sig. Paride, e gli chiedo se posso dare un'occhiata e scattare qualche foto. In primo momento credo che l'esposizione avvenga in un unico locale e gironzolo al suo interno e scatto qualche foto. Dopo un po' il sig. Paride mi invita a visitare anche una seconda sala adiacente che non avevo notato. Entro e resto incantato dagli oggetti esposti. Non so dove iniziare a guardare. Sono perso in quello spettacolo. Ci sono bellisimi e ricercati oggetti: campane, statue di bronzo, animali in rame, lampade e tante altre cose. Un bazar della bellezza. Inizio a chiacchierare con il sig. Paride e mi dice che il negozio è del figlio e lui va al negozio per dare una mano. Continuo a girare per il negozio quando ad un cwrto punto arriva il proprietario, Filippo. Filippo vedendomi mi dice che sa chi sono perché ha visto un mio post condiviso da Veronica "la matta", proprietaria de "La Cantina 1959", e che da quel momento segue la mia pagina. Chiacchieriamo un po' e mi invita l'indomani per prendere un caffè insieme e per mostrarmi come avviene la lavorazione del rame. Saluto Filippo e faccio due passi per raggiungere il belvedere della chiesa di San Marco per vedere il tramonto e per mangiare qualcosa. Dopo mangiato inizio ad accusare una forte stanchezza, mal di testa e mi sento accaldato. È stato l'intenso sole preso a pranzo sul Monte Campo. Torno al furgoncino, mi sistemo e mi sdraio per recuperare un po' di energie. Francesco Cositore Fonte: https://www.facebook.com/, 7 luglio 2022.

  • Vanpolitan a Capracotta (I)

    La tappa più alta affrontata finora da Ulisse: Capracotta, 1.420 m.s.l.m. Orgoglioso del mio Ulisse. Il nostro motto è "chi va piano, va sano e va lontano" ed Ulisse con i suoi 60 km/h in pianura e 20-40 km/h in salita ne sa qualcosa. Sono le 8:30, sono sul corso principale di Capracotta e per strada non c'è ancora nessuno. Entro nel bar del Sci Club Capracotta e prendo un caffè. Chiacchiero con il barista e chiedo cosa posso vedere in giro. Mi raccomanda la chiesa madre di Santa Maria Assunta con il vicino belvedere ed il Museo di civiltà contadina e dei vecchi misteri presente all'interno del comune di Capracotta. Mi incammino per il viale che conduce alla Chiesa Madre. L'incantevole chiesa madre è rialzata rispetto alla strada e la sua facciata e la torre del campanile posso essere ammirate già in lontananza. Accanto alla chiesa madre è presente un magnifico belvedere dal quale è possibile ammirare l'intera vallata e le montagne abruzzesi. Visitata la chiesa, resto seduto su una panchina all'ombra ad ammirare lo stupefacente panorama. Riprendo a camminare e noto una targa sulla casa difronte alla chiesa. La leggo, c'è scritto che in quella casa viveva zia Carmela Venditti detta la Cendrélla che, un po' per la troppa neve nelle giornate invernali un pò per il peso degli anni, per poter assicurare il servizio da "campanara" pensò di legate il battaglio della campana maggiore ad una corda che tirava direttamente affacciandosi dalla finestra di casa. Resto lì incantato immaginando questa anziana signora che dal proprio balcone suona le campane. Mi rimetto in cammino ed arrivo al municipio per poter visitare il museo civico. Incontro un signore all'ingresso che mi dice che per poter visitare il museo devo rivolgermi a qualcuno del comune ai piani superiori. Salgo, giro per gli uffici e non trovo nessuno. Dopo un pò incontro una ragazza e le chiedo se fosse stato possibile visitare il museo. Mi dice di attendere ed inizia a girare ufficio per ufficio. Dopo un pò torna e mi dice che la persona che segue il museo non c'è per questioni personali ma che mi avrebbe accompagnato l'Assessore del Comune. Passa un pò di tempo ed arriva un signore che mi chiede se fossi io la persona che volesse visitare il museo. Gli rispondo di sì e scendiamo le scale che portano al museo. Mi chiede da dove venissi e la nostra conversazione termina lì. Dopo un pò si mette a telefono e per tutta la durata della visita parla ad alta voce gironzolandomi intorno. Sono infastidito. Sono infastidito non per il fatto che non mi abbia guidato nel museo ma per la scarsa sensibilità per quel posto. Per me un museo della civiltà contadina e dei vecchi misteri è un luogo sacro e un "cimitero vivo". Un cimitero dove attraverso gli oggetti e foto esposte si riporta in vita la memoria delle persone che hanno vissuto quella buia realtà. Sensibilità colta a pieno dal museo civico di Pescolanciano che all'ingresso ha riportato una piccola targa con scritto "HIC MORTUI VIVUNT, HIC MUTI LOQUUNTUR" (Qui i morti vivono, qui i muti parlano). Terminata la spiacevole visita, saluto e ringrazio l'Assessore che, ancora a telefono, mi saluta con un cenno della testa. Continuo a passeggiare su una delle due arterie del borgo fino ad arrivare alla chiesa di Sant'Antonio di Padova. Qui faccio una straordinaria conoscenza. Conosco tre ragazzi Fernando - 8 anni, Simone - 8 anni e Atos - 12 anni che mi fanno eccezionalmente da guide del posto. Mi spiegano di essere gli addetti alla campana della chiesa che suonano tre volte al giorno 08:00, 12:00 e 20:00. Mi mostrano prima la chiesa di Sant'Antonio, spiegando le varie statue presenti, poi mi dicono quali sono le altre chiese da vedere. Chiedo di loro e mi dicono che non sono di Capracotta, anche se orgogliosamente mi dicono che le loro famiglie lo sono da svariate generazioni, e che gli fa piacere ritornare nel borgo ogni estate per poter stare insieme. Continuano a spiegarmi altre curiosità del paese quando ad un punto Simone mi dice testualmente "Capracotta ha il Guinness World Record per l'altezza della neve di 400 cm" con un inglese impeccabile. Mi sono sentito un pò cime Checco Zalone nel film "Sole a catinelle" quando il figlio Nicolò dice che H.A.C.C.P. significa "Hazard Analysis Critical Control Point". Desidero ringraziarli per la deliziosa e strepitosa spiegazione e li invito a prendere un gelato in un bar lì vicino. Rifiutano dicendo che devono pranzare ma si legge chiaramente l'imbarazzo sui loro volti. Insisto ma nulla da fare. Li ringrazio e vado via pensando tra me e me che c'è ancora speranza per il Mondo. Mi dirigo verso uno dei posti da loro consigliati: la villa comunale ed il sentiero della villa che conduce ad un panoramico belvedere. Visito la villa, molto curata e tenuta, e proseguo verso il sentiero fino a raggiungere il belvedere. Mi godo il panorama e scatto qualche foto. Ritorno alla chiesa di Sant'Antonio e da lì imbocco l'omonimo corso. Mentre cammino, nascosto dalle impalcature, noto un locale sbarrato da una serie di cavalli a dondolo ed un cartello sul quale è scritto "torno subito". Mi affaccio all'interno del locale è vedo tutte le pareti rivestiste da cartelloni informativi che descrivono le piante officinali. Da appassionato di piante e fiori, attendo che venga qualcuno ma non arriva nessuno. Passano due persone davanti al locale, li fermo e gli chiedo se sono del posto e se conoscono chi gestisce la mostra. Uno di loro prende il telefonino inizia a sfogliare la rubrica fino ad arrivare ad Antonio D'Andrea, che successivamente scopro soprannominato Furbetto - non perché lo sia ma perché per intercalare lo dice agli altri. Telefono ad Antonio e dopo pochi minuti è lì al locale. Ci presentiamo e mi spiega le iniziative promosse dalla casa delle erbe di Capracotta. La casa delle erbe, spiega Antonio, fa parte di un circuito che ricopre tutto il territorio molisano, e non solo, ed ha la finalità di promozione di attività di terapia o camminate conviviali nei boschi ed informare e divulgare l'uso delle erbe spontanee nella quotidianità oltre a sensibilizzare le persone nella riduzione e riuso dei materiali riciclabili secondo la filosofia ecologica delle 5 R: riduci, riusa, ricicla, raccogli e recupera. È ora di pranzo ed Antonio deve andare via ma prima di lasciarmi mi invita al laboratorio interdisciplinare di artigiano e arte del riuso che si terrà nel pomeriggio. Ci salutiamo e ne approfitto per fare una pausa. Subito dopo la pausa vado al maneggio San Giacomo, consigliata da Antonio, che purtroppo trovo chiuso data l'ora. Per mia fortuna l'ingresso è aperto ed entro ad ammirare i magnifici Mustang che si muovono liberamente nel recinto. Scatto qualche foto e continuo a camminare per raggiungere il Giardino della Flora Appeninica. Il giardino è nato nel 1963, da un'idea del naturalista Valerio Giacomini, come campo sperimentale per le piante officinali ed è l'orto botanico naturale fra i più alti di Italia, 1.525 m.s.l.m. All'interno del giardino vengono conservate e tutelate circa 500 specie vegetali della flora montana e all'altamontana dell'Appennino centro-meridionale. La visita inizia con un'interessante percorso guidato che conduce in diversi angoli tematici allestiti in modo da consentire ai meno esperti di conoscere le piante ed avere una straordinaria esperienza sensoriale. Terminata la visita, torno nel borgo per partecipare all'evento organizzato da Antonio. Arrivato alla casa delle erbe, trovo Antonio con due suoi amici, Nicole con il suo cagnolino Pippi e Francesco. Purtroppo, nonostante la pubblicità fatta da Antonio, non c'è partecipazione ed i ragazzi ne hanno approfittato per trascorrere un pomeriggio in compagnia. Ci presentiamo ed iniziamo a chiacchierare; mentre Francesco è impegnato ad eseguire la torsione e la filatura della lana. Antonio chiede a Nicole e Francesco di presentarsi. Poi arriva il mio turno. Sono affascinato dalla lavorazione di filatura e chiedo a Francesco di spiegarmi come avviene la produzione del filo di lana partendo dalla fase di tosatura della pecora. Con molta calma e precisione mi spiega passo per passo tutte le fasi. Al termine della spiegazione, mi cede la bobina per la filatura e mi mostra come continuare. Proseguo per un pò poi Francesco ripone la lana in una busta ed estrae il Bouzouki, strumento musicale greco a corde. Inizia a suonare ed è subito magia. Accarezza le corde intonando una melodia di un altro tempo. Antonio, Nicole ed io restiamo lì fermi incantati ad ascoltare. Sono molto incuriosito da Francesco che nel suo modo di parlare, muovere e vestire pare sia venuto da un'altra epoca. Francesco smette di suonare e ci offre un delizioso Infuso all'Ibisco. Sono le 19:30 circa, Nicole è stanca e desidera tornate a casa. Prima di salutarci, ci organizziamo con Francesco per una passeggiata l'indomani alle 8:00 a Prato Gentile. Nicole ci saluta e va via. Mentre Antonio inizia a sistemare per chiudere il locale, Francesco trova un cartello bianco che Antonio invita ad aprire. All'interno è riportato una divertente ed esilarante preghiera a Sànde Niénde (Santo Niente) che Francesco legge ad alta voce. Chiuso il locale, saluto i ragazzi e mi incammino verso la chiesa di Sant'Antonio. Fuori la chiesa incontro Adele, una signora che mi ha contattato in mattinata su facebook per sapere se fossi a Capracotta, e mi dice che a breve i ragazzini, che avevo incontrato in mattinata, avrebbero suonato le campane delle 20:00. Non potevo assolutamente perdere questo momento. Attendo qualche minuto ed arrivano Fernando, Simone e Atos puntuali come un orologio svizzero e si prepararano. Iniziano il conto alla rovescia ed esattamente alle 20:00 suonano le campane. È stato per me un'esplosione di gioia ed allegria. Ascoltate le campane, continuo a camminare per raggiungere la chiesa della Madonna di Loreto dove è possibile ammirare il magnifico monumento all'emigrante. Il monumento si trova immerso in una tranquilla piazzetta con giardino e panchine. Decido di mangiare qualcosa lì prima di tornare da Ulisse per riposare. Francesco Cositore Fonte: https://www.facebook.com/, 6 luglio 2022.

  • Michelangelo - Giuseppe

    Quando nacque mio padre, il parto avveniva in casa. La levatrice condotta seguiva l'evolversi della gravidanza andando a visitare la puerpera a casa sua e veniva chiamata appena prima dell'evento. Era consuetudine che parenti, comari e donne del vicinato, coordinate dalla levatrice, accorressero per dare un prezioso aiuto. Poi la levatrice si recava in municipio per registrare ufficialmente la nascita. Quando nacque mio padre, mercoledì 19 marzo 1913, fu detto alla levatrice che avrebbe portato il nome del nonno Michelangelo, anche perché precedentemente era morto un fratellino con lo stesso nome. Al Comune invece la levatrice dimenticò la segnalazione avuta e fece registrare, a insaputa di tutti, il nome Giuseppe. E così fino all'età di sei anni mio padre fu chiamato da tutti Michelangelo. Nel 1919 mia nonna Pasqualina, che a stento sapeva scrivere il suo nome e cognome, con il certificato di nascita rilasciato dall'anagrafe del Comune, iscrisse il figlio Michelangelo alla prima elementare. Dal primo giorno di scuola, quando il maestro faceva l'appello, al nome di Giuseppe Di Rienzo nessuno rispondeva. Dopo una diecina di giorni il maestro, tramite la bidella, convocò mia nonna per chiedere perché Giuseppe non frequentasse le lezioni. Lì per lì nonna Pasqualina rimase molto stupita per quanto affermava il maestro, essendo sicura che il figlio ogni giorno usciva di casa per recarsi a scuola. Allora il maestro chiese a mia nonna di verificare se tra gli scolari ci fosse suo figlio: al cenno della madre, il figlio si avvicinò e fu il maestro a restare stupito perché non si era accorto della presenza in classe di mio padre. Alla domanda del maestro «Perché non rispondi all'appello?», replicò «Signor maestro, ma voi non mi chiamate mai!». A quel punto un rapido controllo chiarì come stavano le cose e così mio padre, fino ad allora chiamato Michelangelo, scoprì di chiamarsi ufficialmente Giuseppe. Era impossibile far correggere dall'ufficiale dell'anagrafe quanto annotato nel registro e quindi Michelangelo diventò obbligatoriamente Giuseppe. E non fu piacevole né per i nonni né per mio padre scoprire una cosa del genere. Per superare l'imbarazzo che i due nomi avevano creato fu chiesto a mio padre se gli piacesse il nome Peppino: scelse di essere chiamato da tutti Giuseppe perché Peppino era il diminutivo con cui a Capracotta era stato chiamato un cavallo. E così per l'errore di una levatrice il nipote di Michelangelo si chiamò Giuseppe! Sebastiano Di Rienzo Fonte: S. Di Rienzo, Il cappotto di quarta mano. Ricordi di un'infanzia felice, a cura di D. Di Nucci, De Luca, Roma 2019.

  • Una rotatoria di Guidonia intitolata a Pierluigi Del Castello

    Si chiamava Pierluigi Del Castello ed è stato un cooperante e attivista per la non-violenza di Guidonia Montecelio che abitava con la sua famiglia nel quartiere di Villanova. A lui, scomparso giovanissimo a Tivoli il 28 febbraio 2003, sarà intitolata la rotatoria sull'ultimo tratto di via Garibaldi all'altezza di via Fratelli Cairoli, prima dell'intersezione con via Tiburtina Valeria. Lo ha proposto il 9 giugno la giunta comunale di Guidonia Montecelio con la delibera numero 72. Migliorare e migliorarsi, con questi propositi Pierluigi iniziò la sua attività di volontariato prima con l'associazione ONLUS "Cieli Azzurri" e poi con l'associazione Umanista ONLUS "Atlantide", collaborando anche con altre realtà come l'associazione "La Piccola Pietra". Da subito Pierluigi si attivò nell'affrontare le tematiche ambientali della sua città, partecipando alle tante riunioni di coordinamento tra le varie associazioni ambientaliste, apportando la sua preziosa visione giovanile. Il suo apporto fondamentale lo ha dato prevalentemente nelle attività che si svolgevano in Kenya seguendo sul posto i progetti locali, tra cui la costruzione di una scuola e di un pozzo. Inoltre Pierluigi seguì il progetto della spedizione di ben due container carichi di aiuti per la popolazione keniota. E fu promotore e protagonista di numerose iniziative sportive, teatrali e musicali sempre e costantemente finalizzate alla raccolta fondi e per la sensibilizzazione alle attività associazionistiche. Residente a Villanova di Guidonia, per anni ha lottato e convissuto con la sua malattia senza mai sottrarsi alle numerose iniziative di cui era sempre entusiasta. Fonte: https://tiburno.tv/, 13 giugno 2022.

  • La prèta de Capracotta: un'autocritica

    Buona parte dell'arte urbana capracottese, quella degli artigiani del legno, del ferro e della pietra, è pressoché andata perduta con la distruzione del paese perpetrata dalle truppe tedesche in ritirata nel novembre del 1943. Quel che non è stato distrutto dai nazisti è stato smantellato dai capracottesi stessi negli anni seguenti, rapiti da una folle rincorsa alla modernità. Noi capracottesi abbiamo sbancato la Terra Vecchia in nome di una nuova casa al Villaggio U.N.R.R.A. o di un appartamento nei caseggiati I.A.C.P. di via S. Maria di Loreto; abbiamo prima stravolto e poi abbattuto un'antichissima torre angioina per dare un briciolo di lavoro ai disoccupati; abbiamo rimosso i resti di abitazioni signorili, di antichi edifici di culto, gettato nei Ritagli i libri e i mobili più belli; abbiamo fatto commercio di reperti archeologici; ci siamo macchiati di simonia, vendendo oggetti d'arte religiosa nel più desolante silenzio generale; non abbiamo rispettato gli elementari canoni di estetica urbana permettendo ogni tipo di intonaci, tetti ed infissi; abbiamo persino sbagliato il taglio del bosco di Monte Capraro quando si è trattato di installare la funivia nel 1996. Amo immensamente Capracotta ma noi capracottesi non siamo migliori degli altri: abbiamo i nostri interessi, i nostri intrallazzi, le nostre ripicche, i nostri puzzolenti scheletri nell'armadio. Una delle tante leggerezze compiute nell'epoca della ricostruzione post-bellica è quella di aver rimosso la pavimentazione originale di corso S. Antonio, a suo tempo ricoperto dalle chianche, ossia lastre rettangolari di pietra bianca, che probabilmente veniva estratta e lavorata presso la vecchia cava di Monte Campo, quella stessa cava che a breve diventerà un bacino idrico per l'innevamento artificiale di Prato Gentile e della relativa pista di sci nordico, un'opera sulla quale sono perplesso ma non scettico. Va detto che le chianche erano spesso utilizzate in edilizia anche nella parte sporgente dei tetti, quella che affaccia sulla pubblica via. Tuttavia qualcuna di quelle chianche è ancor oggi visibile, poiché alcuni cittadini, all'indomani del piano di ricostruzione di Capracotta, le hanno prelevate per pavimentare la tomba di San Giovanni, ovvero il passaggio coperto che collega via S. Giovanni con la parallela via Nicola Mosca, posta a un livello stradale più basso. Quelle chianche superstiti testimoniano semplicemente la lungimiranza degli artigiani del passato, che utilizzavano materiali che non temono neve e ghiaccio, a differenza degli odierni sampietrini in porfido, ripetutamente sostituiti con grave esborso per l'amministrazione comunale e con sommo dispiacere per i femori di turisti ed anziani, che ogni anno rischiano di scivolare tra buche e gelature. Francesco Mendozzi

  • Iacovone, la maledizione in un triangolo

    Tutto in un ipotetico triangolo, diciamo 500 metri di lunghezza per ogni lato. Ai tre angoli altrettante case, quella di un calciatore, quella di un medico, quella di un malvivente. Il luogo di partenza è Tivoli Terme, che una volta chiamavano Shanghai perché un pilota militare partito dall'aeroporto di Guidonia, sorvolando quel fazzoletto di terra adagiato alle porte di Roma, sulla via Tiburtina, giurò che quel paesello, composto da case basse e tutte a un piano gli ricordava la città cinese, su cui aveva volato in tempo di guerra. Il primo dei tre personaggi in questione si chiama Erasmo Iacovone, nato a Capracotta, dove gli abitanti assicurano che fa freddo undici mesi l'anno e il dodicesimo mese, quello estivo, fa freschetto. Classe 1952, era sbarcato presto a Tivoli, complice il trasferimento lavorativo del padre. Oggi nel "Tivolese" c'è spazio per parcheggiare l'auto neanche a pagarlo oro. Ma in quegli anni, in quel paese stanziato a una decina di chilometri dalla città eterna c'era tutto (si fa per dire) tranne il traffico, il via vai di sgommate e i clacson che strombazzano in continuazione. C'erano campi di grano, cave di travertino e spazi sterminati per giocare a calcio. Bastava uno spiazzale, i cappotti per fissare i pali della porta e un nugolo di ragazzini che correva dietro al pallone, fantasticando magari un futuro da campione. Franco Conti, l'unico ferramenta di quella zona, osservava i "figli di Villalba" crescere, li consigliava, li allenava. Aveva trascorsi da portiere e una spiccata capacità di rapportarsi con i ragazzi. Fra questi, c'era - appunto - Erasmo. Che ci mise poco a mostrare il suo valore. Passò presto dalle sfide alla "o gamba o palla" disputate sulla strada a indossare la maglia dell'Albula, campionati minori e campi in pozzolana. Poi passò all'Omi Roma, Serie D. Giocava in attacco, non era un fromboliere, ma aveva stoffa da vendere, quando "staccava" di testa pareva volare, riusciva a restare in aria un attimo più degli antagonisti di circostanza, come se riuscisse a dare al suo corpo un ulteriore scatto di reni mentre saliva in alto. Un modo di librarsi che avevo visto fare, prima di lui, solo a un cestista statunitense, Charlie Yelverton, quando giocava a Varese. La crescita di Erasmo Iacovone fu veloce e repentina, giocò mezza stagione a Trieste in Serie C, poi lo adocchiò il Carpi, Serie D, dove cominciò a far svettare anche il suo nome sui giornali. E, con 13 gol, contribuì alla promozione della squadra in Serie C. Ma l'anno successivo si presentò ai nastri di partenza del campionato di C con la casacca del Mantova, piazza che non pressa i suoi beniamini, ideale per un football a misura d'uomo. I tre anni nella terra di Virgilio sono "Bucoliche" istantanee di un calciatore in continuo miglioramento, al punto che sul ragazzo mette gli occhi il presidente Giovanni Fico, che a Taranto vagheggia lo squadrone per sbarcare in Serie A. Erasmo viene acquistato per giocare in attacco e far coppia con Franco Selvaggi, che al Mondiale dell'82 si laureerà campione del mondo. Erasmo che segna al debutto e che va in gol pure nel derby col Bari, così da diventare il prediletto della tifoseria. Erasmo che diventa una garanzia, Erasmo che finisce sul taccuino degli osservatori di casa Fiorentina. Erasmo... e la parola "fine". Ricordate il triangolo iniziale? Ecco, anche il medico e il malvivente sono in quei giorni in Puglia, è il febbraio del 1978. Una sera qualsiasi, i calciatori del Taranto che decidono di andare a vedere uno spettacolo di cabaret in cui recita Oreste Lionello, Erasmo che resta indeciso. Andare o restare a casa? A Carpi c'è la sua donna che lo aspetta, ma soprattutto una bambina in arrivo. Segue i compagni di squadra ma poi decide di tornare indietro: l'idea di diventare padre lo affascina, magari potrebbe arrivare la telefonata della sua Paola. Viaggia sulla statale Jonica a bordo di un Citroen Diane, macchina leggera come un fuscello che viene accartocciata in un amen dal bolide in corsa di quel malvivente in fuga dai carabinieri e il suo "fuggifuggi" cominciato subito dopo un furto. L'auto che lo investe è un'Alfa Romeo, che era stata da poco rubata al medico. Sì, proprio lui, il dottore che abitava a un "tiro di schioppo" da casa Iacovone. Così come a due passi da casa Iacovone c'era l'abitazione del ladro in fuga. Erasmo muore sul colpo, il corpo è sbalzato lontano dall'impatto. La notizia ci mette poco a fare il giro della città, sul posto arrivano i compagni di squadra, le lacrime si mischiano alla rabbia, il dolore è lancinante. Il giorno dei funerali i negozi hanno le serrande abbassate e nello stadio che prenderà il nome di Erasmo - e che all'epoca si chiamava "Salinella" - si assiepano in 15.000. La bara che sfila fra i tifosi, lo sventolio dei drappi rossi e blu e il grido «Iaco-Iaco-Iaco» che sale verso il cielo. Così, col più assurdo degli scherzi del destino, si chiude la favola di un ragazzo per bene, mentre restano i dubbi di quel che avrebbe potuto essere e non è stato. Della Serie A mai raggiunta sia da lui che dalla sua squadra, il Taranto. Di una vita maledettamente breve. E di una figlia nata nell'autunno del 1978 e mai tenuta fra le braccia. Massimiliano Morelli Fonte: https://housefootball.it/.

  • Amore e gelosia (XLV)

    XLV Ma il viso di Elisa improvvisamente si rabbuiò: – Uh Madonna mia, ch'agge cumbinate! E mò chi 'o sente a papà! Pe t'acchiappa' alla stazione di Nocera m'agge pigliate 'o carrozzino col suo cavalluccio! E l'agge lassate fuori alla stazione, l'ho affidato a nu vetturine! Si succede coccosa al cavalluccio papà m'accide! Se scorda che me vo' bene e me mette na funa 'ncanne! Poi si mise una mano sulla bocca: c'era di peggio. – E mammà? Nun me vede e turna' a casa e sai i cattivi pensieri che fa! Salvato' me ne devo andare, subito! Aggia piglia' nu treno pe Nucere e tornare a casa mia! Devi aiutarmi, comme aggia fa? Ma il suo fidanzato da quell'orecchio non ci sentiva proprio! Elisa stava a Napoli e a Napoli sarebbe rimasta! Si trattava però di mettere una pezza a tutto lo scombinamento che si era creato: i genitori di Elisa andavano avvertiti, poi con tutta calma il giorno dopo, o fra qualche giorno, la bella ragazza sarebbe tornata a casa. – Vieni, torniamo alla stazione, ho avuto un'idea... Ma prima prendiamo un foglio di carta e una busta dal tabaccaio, dobbiamo scrivere un messaggio... E con aria misteriosa il poeta prese la sua ragazza per la mano e la condusse con sé. Dopo circa dieci minuti erano sulla banchina del terzo binario: entro un quarto d'ora un treno accelerato sarebbe partito da Napoli diretto a Salerno, e tra le fermate vi era pure Nocera Inferiore. I due innamorati cercarono il capotreno e lo trovarono fermo sui gradini della vettura di prima classe. – Scusatemi signore, posso chiedervi un favore grande quanto una casa? – Esordì don Salvatore, poi continuò: – Ma prima permettete che io mi presenti: sono Salvatore Di Giacomo, di Napoli, e questa è la mia futura, prossima signora... Ora noi... Gli occhi e il viso del suo interlocutore si accesero di gioia: – ...Siete, ma davvero siete Salvatore di Giacomo, il poeta? – Fece tra l'incredulo e il meravigliato il capotreno. – Sì, sono io. Ma perché, ci conosciamo? Io non... – Ci conosciamo? Ma sono io che vi conosco, da anni! Mi diletto a cantare, come tutti i napoletani, e quanne cante "Palomma 'e notte" mi vengono i brividi addosso! Don Salvatore, siete un grande, siete il numero uno! Il poeta si schernì: – Grazie, grazie, troppo buono! – E nel frattempo pensava: “Se questo sapesse che i versi li ho scritti in un impeto di gelosia nei confronti di Elisa”... – Grazie, – continuò – ma ora davvero mi dovete fare un favore... – Sono ai vostri ordini, don Salvatore, ditemi... – Ecco, quando il treno fermerà a Nocera Inferiore, la sosta durerà almeno un quarto d'ora, per mettere la spinta dietro al convoglio altrimenti non ce la fa nella salita di Cava, è così? – Eh, anche venti minuti... – Ottimo! Allora ecco: voi dovreste portare un attimo questa lettera al buffet della stazione, direttamente al proprietario signor Trapanese, e chiedergli a nome mio di farlo recapitare subito al giudice Avigliano, il padre della mia fidanzata. Mi raccomando, è una cosa importantissima, posso contare su di voi? – Don Salvatore, è cosa già fatta! Tanne me ne vache quanne il signor Trapanese, che tra l'altro conosco bene (che sfugliatella che fa!), dicevo allora, quanne il signor Trapanese ha incaricato qualcuno di recapitare il biglietto! Vi dò la mia parola di capotreno! – E allora siamo in una botte di ferro! Vi ringrazio di nuovo e vi ringrazia con tutto il cuore anche la mia fidanzata, donna Elisa, e fate buon viaggio! Presa la bella giovane, con orgoglio, sottobraccio, il grande poeta tutto impettito si avviò verso l'uscita della stazione, fiero della soluzione che aveva trovato e pieno di ardore per la sua fidanzata: l'avrebbe avuta tutta per sé, finalmente, almeno per un paio di giorni. O almeno lo sperava... Francesco Caso

  • Amore e gelosia (I)

    Prologo Elisa Avigliano, una bella ragazza di Nocera Inferiore: fu il tormento e l'estasi del grande poeta napoletano Salvatore Di Giacomo. La conobbe così, quasi per caso, nelle silenziose stanze della biblioteca nazionale di Napoli, lei una fanciulla che frequentava il Magistero, lui un uomo già famoso, di circa 20 anni più grande di lei. L'amò fin da subito, e insieme all'amore nacque immediatamente anche la gelosia: le scriveva lettere su lettere, litigavano, facevano pace per poi ricominciare a litigare, finché nel 1916 la sposò. Nocera Inferiore fu teatro di questo amore e della conseguente gelosia del poeta: pensate, per le strade della nostra città si aggirava questo uomo ricco di pensieri fecondi e di sentimenti profondi, eppure in quei momenti in testa aveva solo lei, la sua Elisa Avigliano, una ragazza delle nostre contrade che lo aveva fatto innamorare perdutamente. I – Scusate... Siete voi il signor Di Giacomo, il bibliotecario... Il poeta? Don Salvatore si voltò incuriosito: che voleva mò questa ragazza da lui? Dritta come un fuso, «auta e scura», con un vestito rosso, o meglio, di un granato acceso, la peccerella teneva gli occhi calati a terra: si sentiva osservata e giudicata da quell'uomo famoso in tutta Napoli, che in tanti adoravano per le sue bellissime canzoni: don Salvatore Di Giacomo! – Sì, sono io... Posso essere utile in qualcosa signuri'? A Elisa sembrò che il respiro le mancasse, ma si fece forza e alzò gli occhi per guardarlo e parlare. – No, è che... don Salvatore perdonatemi... Non le riuscì di continuare e rimase lì, di nuovo muta. Allora con fare paterno don Salvatore le venne in aiuto: – Forse cercate qualche libro e non riuscite a trovarlo? Eeh, la biblioteca è davvero grande, capisco... e quale è il testo che dovete consultare? Vi aiuterò io, anche se stamattina a dirla tutta tengo nu cuofene 'e cose da fare! Un sorriso accompagnò queste ultime parole, per stemperare un po' la situazione che si stava creando... "Però," pensò in quel momento il poeta, "guardandola meglio, è propete na bella peccerella!" La ragazza sembrò prendere coraggio, con un sospiro profondo che le alzò il petto suscitando ancor più l'ammirazione dell'uomo, finalmente disse ciò che voleva. – Don Salvatore, mi dovete perdonare, io sto qui per studiare, devo concludere gli studi al Magistero e devo fare la tesi... L'argomento della mia tesi è... – E si interruppe ancora... Don Salvatore le venne in soccorso un'altra volta: – Bene, bene, vediamo... E allora, l'argomento della tua tesi è...? E l'incoraggiò con un cenno della mano... ma quella non parlava, si stava zitta e lo fissava con occhi adoranti... Uffa, queste ragazzine, che pazienza ci voleva! – E allora? Facimme notte? – Sbottò il poeta. – La mia tesi siete voi, Salvatore Di Giacomo il poeta napoletano! "Gesù, chesta è n'ata! Mó mi perseguitano pure sul posto di lavoro! Sentene na bella canzone e s'innammorano o del cantante o dell'autore! Mó la licenzio subito!" Don Salvatore stava per girare i tacchi e lasciare lì la ragazzina, ma si trattenne: c'era... Sì, c'era qualcosa di più negli occhi neri e grandi di quella giovinetta, qualcosa che senza che egli se ne accorgesse, era già penetrato in lui, e che ora gli impediva di lasciarla andare... Si mise a ridere: – Io sono la vostra tesi? Signuri', ne ho sentite tante, ma questa è davvero bella! Ma nun teniveve niente 'e meglio da penza'? Ci sono tanti scrittori, tanti poeti! – No! Gli altri non mi interessano! Volete aiutarmi, signor Di Giacomo? I miei studi si concludono con una tesi su di voi, è deciso! "Che caratterino! E che bella ragazzina! Chissà quanti anni avrà!" Don Salvatore scacciò subito quei pensieri: quella poteva essere sua figlia, al massimo aveva 22-23 anni mentre lui andava ormai per i 45... – E va bene, vi aiuterò, – fece – ditemi però in che modo, io non saprei neanche da che parte cominciare... anzi no, lo so! Tanto per iniziare bene, fatemi compagnia e andiamo a prendere un caffè! E senza aspettare la risposta della ragazza don Salvatore si avviò, accorgendosi compiaciuto che la giovine lo seguiva prontamente, affiancandosi a lui. Francesco Caso

  • Estate in Molise

    L'estate è finalmente iniziata e dopo mesi di fermo e ore passate in casa per la paura del contagio da coronavirus, è giunto il momento vivere le bellezze dell'Italia e di trascorrere giornate piacevoli all'aria aperta. L'attenzione e il distanziamento sociale restano necessari e, per questo, è consigliata una trasferta in luoghi ancora inesplorati e di bellezza incontaminata. Il consiglio? Quello di cambiare meta ed evitare le solite località blasonate turistiche e concedersi periodi alla riscoperta di regioni come il Molise, piccole ma con un grande potenziale. Perché andare in Molise in estate? Beh, le ragioni sono davvero tante ed è difficile elencarle tutte ma una cosa è certa, appena arrivati in questa regione non la dimenticherete più. Tra la calma, le lunghe distese di prati e i numerosi chalet e agriturismi e i parchi naturali, c'è davvero l'imbarazzo della scelta su cosa visitare. Se amate le montagne, le escursioni e il verde, allora l'Appennino ben si presta per ferie tra amici, in famiglia, per coppie, giovani e anche meno giovani. L'Appennino molisano è composto da tre importanti formazioni, le Mainarde, il Matese e l'Alto Molise. Le principali località da visitare per gli amanti del trekking, sono Campitello Matese, situato sul Monte Miletto, e Capracotta. Due luoghi adatti sia per l'inverno che per l'estate. Campitello Matese è un massiccio montuoso dell'Appennino Sannita. I suoi monti donano una vista senza precedenti, un toccasana per la mente e per il corpo. Il luogo è adatto per fare tante attività come escursioni, passeggiate ad alta quota, a cavallo, giri in mountain bike, pic-nic tra i prati e cene sotto le stelle. Ai piedi della montagna si trovano inoltre ristorantini caratteristici, baite e hotel capaci di regalare esperienze indimenticabili come spa e momenti di puro relax. Per gli inguaribili amanti del turismo culturale e naturalistico in estate sono tante, le aree protette da visitare, come il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e le oasi del WWF di Monte Mutria, Guardiaregia-Campochiaro e della Lipu di Casacalenda. L'oasi di Guardiaregia-Campochiaro è di circa 3.135 ettari ed è uno dei parchi più grandi e selvaggi in gestione al WWF. Il posto, regala la vista della cascata di San Nicola, le grotte di Pozzo della Neve e Cul di Bove, fra i più profondi abissi d'Europa. In estate, inoltre, i gestori del parco organizzano eventi e visite guidate per scoprire piante e specie di animali protette. Il Molise offre anche paesini caratteristici e centri storici da ammirare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Guardiaregia ad esempio, di notte appare quasi magica. Sembra di essere immersi in un presepe in miniatura e di far parte dell’intera scena. In luoghi come questi potrete passeggiare, gustare la cucina tipica e godere di un cielo azzurro e limpido. Un viaggio in Molise viene consigliato anche agli amanti della buona cucina. L'attività culinaria è rinomata non solo in tutta la penisola ma anche Europa e non solo. Solamente in Molise potrete assaggiare prodotti tipici come formaggi di capra, pregiato caciocavallo, pecorino, burrata, mozzarella e salumi profumati. Il tartufo però è il re di queste zone e la pasta, soprattutto quella fatta in casa e le pietanze cotte alla brace, ben si sposano con il prezioso tubero presente nei boschi, da quello bianco in estate a quello nero in inverno. In Molise si produce anche un ottimo vino rosso, la Tintilia, una miscela di gusto e corpo. I taglieri misti e i primi piatti vi faranno rivivere le sensazioni genuine che solo le nonne sono ancora capaci di ricreare. Insomma, se ancora avevate qualche dubbio su cosa fare e dove andare, il consiglio è quello di preparare al più presto le valigie e venire a fare un salto nella piccola, meravigliosa regione del centro sud Italia! S. D. S. Fonte: https://www.italiani.it/, 17 luglio 2020.

  • Christian Beck e il giardiniere di Capracotta

    Mi sono seduto, le gambe sospese sull'abisso, tra belledonne che mi circondavano con le loro ombrelle venefiche. Il giardiniere del Comune ha finalmente soddisfatto la sua curiosità. – Da che paese venite? – m'ha domandato. – Dalla Francia – ho risposto, sicuro che egli non conoscesse la Vallonia e desse a quella parola il significato della "Chanson de Roland". Ma non avevo ancora ottenuto il massimo dal suo nirvana geografico... – Dove sta la Francia? – ha ripreso dopo un silenzio. Non è che odio spiegare, ma come si può spiegare, a un uomo che non lo sa, dove sta la Francia? – È lontana – ho risposto evasivamente. Ha insistito: – Quanto tempo ci vuole per andarci in treno? – Due giorni. – Due giorni! Era sbalordito. Anche se il suo paese e l'intera provincia erano pieni di Americani di ritorno dall'emigrazione, mai il mondo gli era sembrato tanto grande. – E come avete trovato la strada? Il mugicco russo è molto semplice, furbo più che acuto, eppure dimostra di rado una tale curiosità. Ricordo, tuttavia, un baba che, dandoci il benvenuto nella sua isba, chiese ai compagni coi quali avevo appena attraversato le acque del Volga e le foreste primaverili che questo aveva magnificamente sommerso: «I Tatari, i Ciuvaschi e i Mari conoscono la nostra lingua, a dispetto di noi. Come mai parli a questo sconosciuto nella sua lingua, ed egli non conosce il russo?». Un nuovo resoconto delle cose, un aspetto del mondo che le tribù asiatiche non gli avevano fornito, s'impose nella mente di questo intelligente baba. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: C. Beck, Le papillon. Journal d'un romantique, Bénard, Liége 1910.

  • L'evoluzione della pista per lo sci di fondo di Prato Gentile

    Recentemente, sfogliando alcune pagine della stampa sportiva di qualche anno fa, è capitato di rileggere, con un pizzico di commosso orgoglio tipico dei capracottesi, dalla "Gazzetta dello Sportivo" datata venerdì 17 febbraio 1995 una recensione che citava fra i «ventitré grandi anelli italiani» per lo sci di fondo qualificati come «le più belle, conosciute ed attrezzate piste» anche quella di Prato Gentile di Capracotta. È venuto allora spontaneo ripercorrere in breve la storia della pista stessa dalla sua origine, sino alla sua più recente evoluzione. Come a molti già noto, l'attività sciistica in Capracotta, ufficialmente riconosciuta, risale a quasi un secolo fa e, precisamente, al 1914, anno di fondazione del locale Sci Club. Sino all'immediato secondo dopoguerra, la pista di Prato Gentile - il cui tracciato era peraltro limitato al solo periplo del pianoro - fu utilizzata prevalentemente a scopi amatoriali. In effetti le gare di fondo dell'epoca si svolgevano, utilizzando la tecnica detta allora del "passo alternato" (l'attuale tecnica classica), su piste ricadenti in modo spesso casuale su terreni circostanti l'abitato quali, ricorrentemente, la zona della Guardata e quella delle Fossate. La larghezza di tali piste, alla cui battitura provvedevano, senza l'aiuto di altri mezzi che non fossero le proprie gambe, soltanto solerti appassionati, era appena sufficiente al passaggio di un solo sci. La svolta decisiva per il conseguimento di una pista razionalmente concepita che possedesse appropriati requisiti plano-altimetrici, si ebbe intorno agli anni '60 in concomitanza dell'avvio dello sviluppo della rete stradale della zona e dell'uso dei mezzi di trasporto. In effetti, costruito dall'Amministrazione Provinciale di Isernia il tronco di strada per Prato Gentile con l'annesso omonimo rifugio, fu possibile realizzare, partendo dalla pista embrionale dell'anteguerra, una struttura di tipo stabile conformata ai primi standard tecnici ufficialmente fissati dagli organi federali sportivi nazionali (F.I.S.I.). Si conseguì, in uno scenario naturale di incomparabile bellezza, la pista - base di quella attuale - costituita da due anelli consecutivi interamente sviluppatinsi nel bosco, posti a valle ed a monte del pianoro di Prato Gentile, ciascuno della lunghezza di circa 5 km., con una larghezza che, originariamente pari a circa 3-4 metri, fu successivamente aumentata a 4-6 metri in modo da consentire l'impiego della tecnica del passo pattinato, altrimenti definito skating, che nel frattempo cominciava a diffondersi anche nel settore dello sci agonistico. La pista fu intitolata a Mario Di Nucci per onorarne la memoria quale valente fondista della squadra olimpica italiana. Negli anni a seguire, completata la strada provinciale per Pescopennataro, di pari passo con il continuo sviluppo dei trasporti, la pista, grazie anche ad ulteriori e periodici interventi migliorativi, spesso attuati senza particolari risorse finanziarie in virtù dell'abnegazione di molti paesani accomunati dalla passione per lo sci di fondo, ha acquisito una significativa connotazione destando un interesse sempre crescente, presso i vari club del Centro-sud e presso la stessa F.I.S.I. come testimoniato, fra l'altro, dalle prime gare nazionali di apprezzabile importanza (Coppa "E. Angelaccio" e Coppa "Comune di Capracotta") in calendario ogni anno e che vantavano la nutrita partecipazione anche di atleti di primo piano appartenenti, generalmente, ai gruppi militari dei Carabinieri, delle Fiamme Oro, delle Fiamme Gialle, dell'Esercito e della Forestale. È d'obbligo ricordare lo svolgimento nel febbraio 1974, in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario della fondazione dello Sci Club Capracotta, del Campionato Italiano Assoluto Aspiranti ed Allievi che videro la partecipazione di campioni in erba quali Silvio Fauner e Stefania Belmondo. Successivamente, agli inizi degli anni '90, in dipendenza di nuove esigenze conseguenti essenzialmente all'istituzione di particolari ed importanti trofei a svolgimento stagionale (Coppa Italia, Coppa Europa, Coppa del Mondo ) il mondo dello sci di fondo ha subito notevoli innovazioni delle quali le più rilevanti, codificate dalle federazioni sportive nazionale ed internazionale (F.I.S.I. e F.I.S.), riguardano la ridefinizione e la riclassificazione delle gare ufficiali, nonché la codificazione degli standard tecnici per l'omologazione delle piste e le norme di riferimento per la organizzazione e lo svolgimento di ogni manifestazione agonistica. La ripercussione in ambito locale di tali notevoli trasformazioni fu inevitabile e pressocché immediata. Fortunatamente si presentò in quel periodo la favorevolissima occasione, propiziata e subito colta grazie alla solerte ed illuminata iniziativa dei locali, di vedersi assegnare dalla F.I.S.I. e, quindi, di poter organizzare lo svolgimento a Prato Gentile di una edizione dei Campionati Italiani Assoluti per lo Sci di Fondo. Nella consapevolezza che tale insperabile evento, al di là della sua straordinaria rilevanza sportiva, potesse costituire la chiave di svolta decisiva anche per lo sviluppo socio-economico dell'Alto Molise, con estrema solerzia, fu attivata ogni possibile e sinergica azione che consentisse la tempestiva attuazione degli interventi occorrenti per l'adeguamento tecnico della pista e delle opere connesse, nonché per assicurare l'operatività della "macchina" organizzativa. Definiti i programmi ed i progetti furono puntualmente disposte le necessarie risorse finanziarie e nei tempi preventivati si conseguì la disponibilità di un organico complesso sciistico, articolato essenzialmente nei due tradizionali anelli di valle e di monte, ciascuno della lunghezza variabile sino al massimo di 7,5 km., in grado di assicurare l’individuazione di circuiti di gara da 5 km. sino a 50 km. Del tutto innovativa fu la realizzazione, all'interno del pianoro di Prato Gentile, dello stadio del fondo. Tale struttura, attrezzata con le necessarie installazioni funzionali fisse o mobili (aree per partenza ed arrivo gare con rispettive zone per la punzonatura ed il controllo degli sci, zona di cambio per le gare a squadre di staffetta, postazioni per giuria, cronometraggio, unità sanitaria, stampa, speaker, attrezzature logistiche varie per ristoro atleti, spogliatoi, servizi igienici, tribune pubblico e vip) fu concepita in ordine alla irrinunciabile esigenza di consentire per ogni gara, con percorrenza a più giri dei rispettivi circuiti, ripetuti passaggi nello stadio a tutto vantaggio della spettacolarità delle gare stesse. Come molti ricorderanno, i citati campionati si svolsero, con entusiastico successo, fra il 28 gennaio ed 2 febbraio del 1997 e videro la partecipazione dei più validi atleti italiani del momento quali, per citarne solo i più noti, Silvio Fauner, Marco Albarello e Cristian Zorzi fra gli uomini e Manuela Di Centa, Stefania Belmondo e Gabriella Paruzzi fra le donne. Infine, negli anni più recenti, nell'ambito agonistico dello sci di fondo, sono intervenuti ancora una volta nuovi e rilevanti cambiamenti ed, in particolare, una ulteriore ridefinizione dei requisiti tecnico-funzionali delle piste e dei relativi stadi. In ordine a tali innovazioni, anche per il comprensorio di Prato Gentile sin dallo scorso anno, sopratutto nell'ottica di poter consolidare per il futuro l'aspirazione a candidarsi all'assegnazione di eventi agonistici di interesse internazionale, è stata avviata l'iniziativa per conseguire l'aggiornamento dei circuiti della pista Mario Di Nucci interessando anzitutto, al riguardo, l'apposito rilascio delle indispensabili omologazioni. Alcune carenze dei tracciati delle piste in relazione ai citati nuovi standard plano-altimetrici (format-gara) richiesti per la omologazione federale nazionale (F.I.S.I.) ed internazionale (F.I.S.) sono state, in effetti, evidenziate già dai primi sopralluoghi effettuati nello scorso mese di febbraio allorché si era alla vigilia della manifestazione internazionale OPA-FIS Coppa Continentale "Kurikkala" in calendario per il 3 e 4 marzo 2007. Venuto meno tale evento a causa della mancanza del necessario innevamento, si è proceduto al riesame dei parametri plano-altimetrici innanzi citati onde individuare percorsi rispondenti ai requisiti normativi federali. Le risultanze di tale riscontro, stante le particolari condizioni degli attuali tracciati caratterizzati da salite distanti dallo stadio e spesso con pendenze eccessive non compatibili con il conseguimento degli anelli della lunghezza relativamente corta di km. 2,5-3,33-3,75 attualmente richiesti, hanno evidenziato l'esigenza di dover necessariamente prevede la realizzazione di alcune varianti la cui entità, però, affatto modesta, non comporta interventi onerosi e non induce significativi elementi di impatto sull'ambiente. La conferma di tale esigenza si è avuta a seguito degli ulteriori, recenti, sopralluoghi effettuati dall'omologatore federale. In esito a quanto innanzi è definitivamente emerso che, a condizione che vengano realizzate le varianti delle quali si è fatto cenno, saranno omologati per gare di ambito sia nazionale (F.I.S.I ) che internazionale (F.I.S.): due tracciati della lunghezza di km. 2,5 sviluppantesi indipendentemente l'uno dall'altro, rispettivamente il primo lungo l'anello a valle dello stadio ed il secondo lungo l'anello a monte delle stadio medesimo; un tracciato da km 5,0 costituito dai precedenti due anzidetti opportunamente interconnessi; un tracciato della lunghezza di km. 0,45 circa con sviluppo nello stadio e per lo svolgimento di gare "sprint". L'omologazione delle piste caratterizzate dai tracciati sopra indicati consentirà la realizzazione delle prime gare internazionali (Continental Cup) già in calendario per i giorni 8 e 9 marzo 2008. In futuro potrà essere richiesta l'estensione dell'omologazione anche a due tracciati da km 3,33 agevolmente conseguibili sia lungo l'anello di valle che lungo quello di monte. È emersa, altresì, la necessità di provvedere ad interventi complementari ed accessori quali l'allargamento dei tratti in salita a forte pendenza, la realizzazione di alcuni tombini idraulici per la regimazione delle acque di superficie, il miglioramento della percorribilità di alcune curve e la nuova segnaletica sulle piste. Per quanto riguarda lo stadio, essenzialmente, è stata confermata la sua idoneità al soddisfacente conseguimento, caso per caso, di schemi funzionali regolamentari. La sola rilevante modifica riguarda il rettilineo di fine gara da spostarsi immediatamente in adiacenza alla tribuna del pubblico. È stata verificata e confermata la piena idoneità delle aree dello stadio destinate ai servizi logistico-funzionali (giuria, giudici di gara, direzione di gara e di pista, sicurezza, cronometristi, elaborazione calcoli tempi, spogliatoi, toilets, punzonatura sci, ristoro atleti, speaker, stampa, fotografi, TV, vip, ecc.). Dei citati servizi logistici quelli da svolgere "al coperto" e quelli complementari "fuori campo" (presidio sanitario fisso e mobile, ufficio gare, sala stampa ecc.) possono essere assolti facendo ricorso a locali di tipo permanente od anche - in buona parte - a box prefabbricati da utilizzare all'occorrenza anche in regime di noleggio e da rimuovere successivamente. Riguardo i manufatti esistenti di scavalco delle piste e di sottopasso stradale si è soltanto evidenziata la necessità di provvedere all'allargamento della canna di quello della zona stadio in modo da consentire, alla luce delle nuove esigenze agonistiche, l'agevole transito degli atleti nelle gare, ormai molto frequenti, caratterizzate da partenze in linea (mass start) anziché individuali come per il passato. A complemento degli interventi emergenti dalle esigenze connesse con l'attività precipuamente sportiva, sono state considerate, altresì, opportune strutture ed attrezzature di svago e di ristoro, anch'esse irrinunciabili per il sostegno e lo sviluppo nel tempo delle condizioni di fruibilità integrata del comprensorio. Ezio Trotta Fonte: E. Trotta, L'evoluzione della pista per lo sci di fondo di Prato Gentile, in «Voria», II:2, Capracotta, marzo 2008.

  • Cristo del Mare

    Un bimbo di paese, i suoi ricordi di scuola e i racconti del maestro ambientati mentalmente nei luoghi familiari. Sotto l'altare maggiore della Chiesa Madre la leggenda del "Cristo del Mare". Un bambino sulla spiaggia trova, portata dalle onde, la scultura lignea, corrosa dall'acqua, di un crocifisso. Le mani forate ed i piedi non portano i chiodi: è privo della croce. Il parroco, come consapevole di un segno del Cielo per il suo villaggio di pescatori, fa costruire una bella croce di legno pregiato e il Cristo viene innalzato sull'altare maggiore. Ma il giorno dopo la croce è vuota e il Crocifisso giace sul piano dell'altare. Il Cristo del Mare forse non riteneva degna una croce pur così raffinata? Se ne farà allora una di argento, poi d'oro ma il Cristo scenderà sempre durante la notte dal Calvario. Il dubbio... il non capire il Segno... Poi lo stesso bambino, giorni dopo, vede sulla riva galleggiare dei legni: sono ciò che resta del fasciame di una barca naufragata. I pescatori non sono sopravvissuti. Corre, allora, in paese strillando di aver trovato la Croce del Cristo del Mare e, mentre tutti lo prendono in giro, il parroco intuisce e fa costruire una rozza croce con la vernice scrostata dove pone il Gesù innalzandolo ancora sopra l'altare. L'indomani tutti corrono a vedere e trovano il Cristo ancora sulla croce. La croce, ora sì degna di Lui, fatta di relitti cui i pescatori morenti si erano aggrappati invocando il Suo nome... Francesco Di Nardo

  • Da Chiarenza a Capracotta sulle tracce di Roberto d'Angiò

    Con riferimento al periodo degli Angioini (1266-1442) lo storico Luigi Campanelli ammetteva che «non maggior luce si spande attraverso il succedersi della Dinastia Angioina, anzi forse la confusione è maggiore. Ma quel che più penoso riesce nelle ricerche fra le memorie di tutto il periodo medioevale, è l’assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati». Nel novero delle donazioni effettuate da Carlo d'Angiò, una volta insediatosi a Napoli, appaiono anche i feudi capracottesi di Macchia Strinata e Ospedaletto, i quali, dopo vari passaggi di mano, giungono ad Andrea Carafa, che nel 1352 «acquistò gli altri di Capracotta». Siamo in un periodo molto fumoso della storiografia sul Meridione, che si sta cercando di ricostruire a spizzichi e bocconi. Tuttavia si tratta di un momento storico importante per Capracotta e per il Molise, perché è il secolo in cui alcune grandi famiglie nobili fissano il loro nome su tanti castelli molisani: Acquaviva, Cantelmo, Caracciolo, Castelluccio, d'Evoli, del Balzo, Gambatesa e, soprattutto, Carafa, signori di Cercemaggiore, Capracotta, Carovilli, Carpinone, Gildone e Pietracupa. Sono signori appartenenti a famiglie di sangue blu che hanno tratto vantaggio dalla "napoletanizzazione" angioina. Appartenente alla famiglia d'Angiò è anche Roberto, figlio di Filippo di Taranto, despota di Romania e principe d'Acaia dal 1346 al 1364, un uomo sicuramente interessante sotto molti aspetti. Si pensi che Chiarenza, una delle maggiori città del suo principato in Asia Minore, sotto di lui era diventata una zecca clandestina di valuta veneziana, capace di sfornare copie quasi identiche dei ducati della Repubblica di Venezia. Una di quelle monete è stata rinvenuta anni fa a Capracotta (il luogo e il trovatore li mantengo anonimi), dimostrando che la nostra fu terra di passaggio tra il centro di Napoli e il porto di Chiarenza, in Acaia. Sul fronte del ducato vi è infatti san Marco che consegna il vessillo al doge genuflesso, sul retro il Redentore benedicente entro un'aureola ellittica di stelle. I numismatici, che si contendono queste monete nelle aste di mezzo mondo, hanno acquistato un lotto identico il 9 dicembre 2013 nell'Asta Lanz, a Monaco di Baviera. La descrizione era così corredata: «Fa riferimento allo scritto di Lambros e alla K. Una moneta molto assomigliante fu venduta da Negrini in un'asta del 2010. La ricerca su achaia elenca molte monete con caratteristiche tra loro diverse riferibili all'elenco Lunardi CS6 con varianti nella legenda. Nello stesso elenco Lunardi riporta le legende di un ducato: che sono le stesse, con la sola piccola variante dei tre globetti all'inizio della scritta a sinistra del D, invece dei tre anelletti, di questo ducato venduto da Lanz e già nella coll. Mazarakis». Qualcuno sostiene che Capracotta ospiti pochi resti archeologici testimoni di un qualche grande passato: io dico invece che tutte le cose più preziose rinvenute a Capracotta sono state trafugate. E l'emorragia continua giorno per giorno. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Vitolo, Dinamiche politico-sociali nella Napoli angioina, in «Studi Storici», XLVI:3, Roma, luglio-settembre 2005.

  • A don Claudio Conti

    Addio don Claudio, passando dico, là dove medica quell'altro amico. È un'abitudine devota presa. Passo inchinandomi come a una chiesa. Noi, quella perdita troppo immatura della simpatica bella figura tua d'uomo e medico tutti sentiamo. Pace, don Claudio. Per te preghiamo. Fosti un carissimo dottore attivo; sei oggi immobile, ma il nome è vivo nel cuor del popolo riconoscente. Gloria don Claudio morto-vivente. Rassegnatissimo baciasti il velo che avvolse l'anima chiamata in Cielo. E senza scrupoli, caro dottore, di nessun genere, senza rancore, né v'è chi 'l dubita. a parer mio, l'alma nettissima rendesti a Dio. Tutti i più miseri eran tuoi figli; con l'elemosina, coi bel consigli e con le regole del saper fare, tra il serio e ridere, senza umiliare, sembrava il balsamo che gli portavi, e con quel metodo li risanavi. L'azione termina, lo vuol natura, ma i fatti restano, il nome dura. Se noi qualche obbligo abbiamo, è quello, credo, di toglierci tutti il cappello, dal primo all'ultimo. Qui c'è un passato scritto indelebile, inalterato, a grandi lettere. Si legge chiaro: "non si dimentica un figlio caro" di stampo nobile, di polso forte, che fu tanto utile fino alla morte. Avevi un genio parlante poi, ce lo dimostrano gli attrezzi tuoi; Il bello, l'ordine del tuo studiolo, i libri, il tavolo là dove solo cercavi il massimo pel ben di tutti. Chi mai sognavasi quei pianti e lutti che reclamavano la tua presenza. Quel voto unanime della coscienza di tutto il popolo segnò una data incancellabile e ricordata, plaudente l'opera degli anni tuoi. Gloria, don Claudio, prega per noi. (1932) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.

  • Amore e gelosia (XLIV)

    XLIV "...E mò faccio scendere prima lei e poi la seguo", così architettò don Salvatore e, tenendosi ben celato alla vista della giovane Elisa, scese finalmente dal treno solo quando la ragazza era già sulla banchina. Ma il poeta aveva fatto male i suoi conti. Napoli non era mica il piccolo scalo di Nocera: dal treno si precipitarono sulla banchina centinaia di persone, una fiumana, che ben presto si fusero con tante altre correnti di umanità che si intrecciavano, si scioglievano, tornavano a riformarsi lungo i corridoi e gli spazi di quella immensa stazione, sicché dopo neanche due minuti Elisa era completamente fuori vista, assorbita irreparabilmente dalla folla che entrava e usciva, correva, rallentava, si urtava e proseguiva in un convulso caotico andare che tuttavia aveva un suo ordine. Don Salvatore tentò in tutti i modi di ritrovarla, ma niente da fare, era sparita, nonostante avesse un vestito verde ben visibile e uno di quei vistosi cappellini con cui solevano adornarsi le donne dell'epoca, Elisa sembrava essersi dileguata! Un piccolo conforto il poeta lo ebbe però. I due uomini che in treno stavano così cordialmente conversando con la sua fidanzata li aveva ritrovati: erano entrati prima in una tabaccheria, poi in un caffè ed erano soli, Elisa non era con loro. "Dunque erano occasionali compagni di viaggio... Meglio così, se no... 'A verità è che la devo finire di essere geloso, di farmi i film in testa"... Nel frattempo era giunto fuori dalla stazione. Ora doveva decidere che cosa fare: le carrozze con i cavalli già alla stanga, i taxi di quell'epoca, si allineavano lungo una strada dirimpetto, sotto le mura di un antico palazzo, e i cocchieri erano a cassetta già con la frusta in mano, pronti a partire non appena un viaggiatore si accostava e dava la destinazione. La sera cominciò a calare e con essa le preoccupazioni di don Salvatore per la sua Elisa si triplicarono: sola in mezzo ad una città come Napoli, e di sera per giunta! Ma benedetta ragazza! Come le era venuto! Che cosa aveva voluto fare? E sopratutto "addó cacchie sta mò, come faccio a trovarla?". Una voce amata e cara, argentina, una voce di donna lo colse da tergo e lo fece letteralmente trasalire di gioia: – Salvato'... songhe io, sto ccà! Girati! Il poeta si voltò e se la trovò letteralmente di fronte, quasi a ridosso del suo corpo, già quasi tra le sue braccia, tanto da poterne sentire distintamente il respiro affannoso per l'emozione di quel momento. – Elisa! Tu qui a Napoli! E che ci fai? Quando sei venuta, come sei venuta? Che piacere che mi stai dando... e perché sei qui? Non l'avrei mai immaginato, che sorpresa che mi hai fatto! La ragazza tratteneva il riso, poi non ce la fece più e: – Salvato', Salvato'... cumme ire spassoso con quel tuo cipiglio furioso sul treno, quanne mi spiavi e te nascunnive adderete alla tendina pe vede', pe capi' chi erano i signori con cui stavo parlando! Madonna, cumme me so' divertita! Ma tu veramente ti pensavi che non ti avrei visto? Ma le conosci le donne? Abbiamo più occhi noi che manco cento di voi uomini ciechi dalla gelosia! Ah ah ah... Scusami amore mio, ma è così, eri geloso, lo si vedeva con chiarezza che eri geloso! Don Salvatore ci rimase male: ma come, lui era convinto di essere il cacciatore e invece era la preda! Era convinto di spiare e invece era spiato! Stava per accigliarsi di nuovo, ferito nell'amore proprio di maschio e stava per aprire bocca per replicare seccamente quando fu invece tacitato da un lieve, delicato gesto della sua donna, che alzò una piccola mano guantata e lo carezzò in volto. – Salvato', amore mio caro... Te si pigliate collera? Perdonami, ma quella è la mia natura di donna, nun ce pozze fa' niente se siamo più furbe di voi uomini... Quello che conta è che ce vulimme bene e mò stamme ccà, io sto cu te e tu stai cu mme, ammore mio! Un sentimento struggente, forte, travolse il poeta: "Dio mio, cumme è bella! Chesta è 'a femmena mia, sta ccà pe me, me vò bene! È 'a cchiù bella 'e Napule!". La guardava e se la mangiava con gli occhi... Francesco Caso

  • Il Parroco: ricordo di don Nicola Angelaccio

    Un vecchio santino Riandando col pensiero al caro amico e maestro don Nicola Angelaccio, il compianto arciprete di Capracotta, di cui in questi giorni cade il quindicesimo anniversario della morte, mi sono ricordato che, fino a non so quanti anni fa, avevo con me, nel portafogli, un vecchio santino, donatomi da lui, nientemeno... quando era seminarista a Chieti. – Ce l'ho ancora? – mi sono chiesto, – Dove sarà? Mi sono messo a frugare qua e là, fra vecchie carte, e finalmente il santino è spuntato fuori. L'ho guardato a lungo con affettuosa tenerezza, come se avessi ritrovato un amico, dopo anni di lontananza. C'è, impressa, l'effigie, a colori, del Sacro Cuore del Batoni; dietro, scritta ad inchiostro, con una grafia lievemente inclinata, leggera, aerea quasi, la dedica, semplice: "A Domenico D'Andrea". Sotto, a matita, scritto da me, credo: "Ricordo di N. Angelaccio". Mentre riponevo, commosso, il santino nel portafogli, sono riaffiorate dal fondo della memoria, nitide, le circostanze del piccolo dono. È una tiepida sera di primavera, una primavera lontana di tanti anni fa. La via Nuova, al mio paese, pullula di ragazzi schiamazzanti. Ad un tratto si affaccia alla finestra zia Edelia e ci chiama, facendoci cenno con la mano di entrare. – Ha scritto Nicolino da Chieti. C'è qualcosa per voi: venite. Entriamo. A zia Edelia, quando parla del figlio Nicolino, il volto si illumina di gioia, una gioia soffusa di commozione. Legge la lettera e, leggendo, là dove lo scritto è più tenero e affettuoso, si commuove e una lacrima le riga il volto. Nicolino, a fine lettera, saluta i piccoli amici della via Nuova e di San Rocco e li ricorda uno per uno, tracciando di ciascuno, con rapidi cenni un colorito ritratto. Dietro alle parole si sente la sua gaia, lunga risata, bonariamente canzonatoria. Poi zia Edelia ci dà i santini, che Nicolino ha inviato insieme con la lettera. Il seminarista I più remoti ricordi che io abbia di Nicolino risalgono al tempo in cui era seminarista a Trivento. Nel nostro concetto era molto in alto, come su un piedistallo: criterio, per così dire, di fiducia e di certezza; per le mamme e anche per i padri, termine di confronto, oggetto di ammirazione. Quando d'estate tornava a casa da Trivento, per le vacanze, noi ragazzi cambiavamo di punto in bianco il ritmo e i tempi dei giuochi consueti. Appena la notizia del suo ritorno arrivava sotto ai prati, lasciavamo tutto a mezz'aria e correvamo trafelati da lui, così come ci trovavamo, con le mani impiastricciate di terra, sporchi e sudati. La cucina di zia Edelia formicolava di teste infantili e si accendeva di occhi sfavillanti. Nicolino, con la veste talare e il colletto inamidato, che gli conferivano, agli occhi di tutti, grandi e piccoli, decoro e dignità, ci salutava affettuosamente, chiamandoci per nome, e, sorridendo, ci posava la mano sul capo, come per una carezza. Noi lo guardavamo estasiati e pendevamo dalla sua bocca. Ad un tratto, quasi senza ragione, scoppiava a ridere, prima sommessamente, a mezza bocca, poi più forte, sempre più forte, a sbellicarsi. Rideva, rideva. Che risata piena, schietta, felice, irrefrenabile! Mai sguaiata: contenuta nel tono, contegnosa, dolce e sonora. E noi tutti a ridere fragorosamente appresso a lui. Quando la risata rientrava, Nicolino ci dava i santini e le medagliette. Zio Cesidio sorrideva beato, tutto pace e serenità. Zia Edelia riusciva a malapena a contenere la sua gioia, intrisa, come sempre, di commozione, per il ritorno del figlio seminarista. Ad un certo punto, quando le cose andavano un po' per le lunghe: – Bambini, – diceva con tono materno – ora Nicolino deve riposare; tornate domani. Cominciava così la nostra magnifica estate: una estate tutta speciale, quasi a mezzo servizio, col seminarista: scarrozzate per i prati e passeggiate tranquille, da collegiali; giochi e preghiere; terra e cielo, sacro e profano. La mattina, quando non eravamo a scapicollarci sotto al Tirassegno, eravamo sicuramente nei prati sotto casa a manipolare la terra bruna, a scavare gallerie e buche, a costruire casotti di sassi e fango, col sole di luglio che picchiava. Il pomeriggio, rimessi un po' su dalle mamme e tornati decentemente presentabili, via con Nicolino in chiesa, all'asilo, dalle suore, a passeggio alla Madonna, appiccicati alla sua tonaca. Strada facendo, ci raccontava le storie sacre, ci parlava di religione e, pieno com'era di interessi culturali d'ogni sorta, ci intratteneva anche su altri argomenti del sapere. Cercava di trasfondere in noi curiosità e amore per la conoscenza. E così le nostre menti si aprivano, piene di stupore, ad orizzonti più vasti, ben oltre, certo, i modesti confini del piccolo mondo di sotto alla via Nuova. Si andava formando in noi un'aurora di spiritualità e di religiosità più consapevole. Parlando, parlando, ad un certo punto, non sapevi neppure tu come, Nicolino scoppiava a ridere e quel suo riso pieno, lungo, dolce e sonoro, così di cuore, contagiava tutti. Da che cosa scaturiva quell'incontenibile fiotto di riso? Forse dall'ingenuità degli atteggiamenti e dei comportamenti infantili, forse dalla semplicità e dalla stranezza delle situazioni che venivano a crearsi nella gaia e vivace comitiva, forse da altro. Una sera, all'imbrunire, mentre tornavamo da una passeggiata, vedemmo dei lumi brillare, tenui, ad intermittenza, nei prati sotto a Ponte Tre. Imbottiti come eravamo di racconti di streghe e di spettri di ogni risma, che ci procuravano sogni pieni di incubi, il nostro pensiero corse subito ai fantasmi. Nicolino, tranquillo, persuasivo, ci spiegò la natura fisica del fenomeno, i fuochi fatui, e ne prese le mosse per dare una prima spazzata alle fisime di cui era permeata la nostra immaginazione. A settembre Nicolino tornava in seminario e noi restavamo più soli e sbandati. Terminati i corsi del liceo-ginnasio a Trivento, Nicolino passò al seminario vescovile di Chieti per seguire il corso di teologia e percorrere l'iter degli ordini sacri maggiori. Noi entravamo allora nell'adolescenza e lui era nel pieno della giovinezza. Si avvicinava, fra l'attesa di tutti, il momento dell'ordinazione sacerdotale. Fu ordinato l'anno 1936, se non ricordo male. Per la prima messa a Capracotta, subito dopo l'ordinazione, fu scelta la festa dell'Assunta. Quel giorno il paese sembrava tutto un seminario: dappertutto uno sbattere di tonache, nere e bordate di viola, di preti, seminaristi e monsignori. La chiesa era tutta uno sfavillìo di luci e un candeggiare di cotte. Il rito, reso più solenne e suggestivo dal corale alto e sonoro dei seminaristi, faceva vibrare gli animi di commozione. Tutti gli occhi erano rivolti al novello sacerdote, nei paramenti color oro, al centro dell'altare, in mezzo agli altri concelebranti. Vicino a lui, l'assistente, che gli apriva il messale alla pagina giusta, gli dava qualche suggerimento, gli stava sempre alle costole. Noi aspettavamo che si voltasse verso il pubblico al "Dominus vobiscum" per guardarlo in viso. Lui, umile, con gli occhi bassi, si voltava verso i fedeli e... non finiva di recitare la formula di saluto, che subito si rigirava all'altare, quasi a cercarvi rifugio e protezione. Gli si poteva leggere in viso una gioia contenuta, tutta interiore. Della festa esteriore ricordo il banchetto sotto a casa sua. Tutto il pianterreno di casa Angelaccio era stato "requisito" per il pranzo. Il festeggiato stava con i familiari e i monsignori nella stanza sul lato sinistro, quella di zia Miruccia. Io capitai vicino alla porta d'ingresso e ogni tanto mi dovevo alzare per lasciare passare i vivandieri o qualche commensale. Ci furono brindisi e discorsi augurali. Nicolino, in fondo, appena visibile, sorrideva con modestia alle lodi. Ben pochi della cerchia dei piccoli amici del seminarista parteciparono al pranzo. C'erano Gino e Alfredo, suoi cugini, oltre a me, che ero un po' parente per via di zia Edelia. Gli altri si fecero vedere, per gli auguri, quella sera stessa o il giorno dopo. L'abate arciprete Nicolino, ma ormai è tempo di chiamarlo don Nicola, poco dopo l'ordinazione, fu destinato dalla Curia alla parrocchia di Sant'Angelo del Pesco, che si fregiava dell'ambito titolo di sede abbaziale. Quell’anno io non potei andare fuori a continuare gli studi e allora don Nicola mi prese con sé a Sant'Angelo per prepararmi privatamente. Vennero anche, per lo stesso motivo, Giampietro Venditti e Giuseppe Della Croce. Io e Giampietro eravamo anche suoi pensionanti e facevamo quindi vita in comune con la sua famiglia. Lezioni al mattino, dopo la messa. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, se il tempo lo permetteva, facevamo insieme, insegnante e allievi, una lunga passeggiata, andando per la strada che menava a Castel del Giudice. Qualche volta arrivavamo sotto alla Madonna di Saletto, che è a una bella distanza da Sant'Angelo. Si parlava di tutto. Don Nicola era versato anche nelle materie non propriamente consone al suo ministero: particolarmente ferrato era nelle materie scientifiche, forse per una inclinazione innata. La conversazione quindi, oltre che ricreativa, risultava un utile complemento delle lezioni giornaliere. La residenza del novello abate era in una vecchia e decorosa casa gentilizia. C'erano molte stanze, androni, corridoi; c’era un cucinone con un grande camino da cui prendeva tono tutto l'ambiente. Quando ci riunivamo insieme, intorno al desco o accanto al camino, formavamo un bel gruppo. Fortuna che c'era anche Filomena, che, svelta e fattiva com'era, dava una mano, anzi tutte e due, per il disbrigo delle faccende domestiche. C'era mamma Cammuccia, la madre di zia Edelia, una di quelle donne tutte dolcezza e serenità, di cui si va perdendo il ricordo. Sferruzzava accanto al fuoco, nelle giornate fredde, o seduta nel vano della finestra per prendere sole e luce, quando il tempo era bello. La mattina il primo ad alzarsi era zio Cesidio, il nostro zi Cesino. Lo si sentiva muoversi piano, in cucina, mentre accendeva il fuoco o feceva qualche altro servizio. Che conversatore amabile, zi Cesino! Aveva un modo di evocare persone e fatti, dal lontano passato, che incantava. Ogni tanto arrivava qualche prete giù a Sant'Angelo e naturalmente veniva ospitato in casa. Una volta scese da Capracotta, per un breve ciclo di predicazione, il venerando padre Placido, nostro amato concittadino, la cui facondia viva e penetrante, era ovunque nota non meno della santità della sua vita. La chiesa, alla predica, era gremita di gente. A pranzo, in casa dell'abate, dove era ospitato, padre Placido parlava adagio, con gravità e dolcezza, e noi lo ascoltavamo rapiti. Giampietro Io e Giampietro, nei primi tempi, dormivamo insieme in una camera. Ma Giampietro, dotato di una volontà ferrea, rimaneva sveglio, curvo sui libri, fino a mezzanotte ed oltre. Provai anch'io a fare come lui, per un senso di emulazione, ma non ressi neppure due giorni: cascavo dal sonno. E allora me ne andai a dormire in un'altra stanza. Ogni tanto litigavamo e allora non ci parlavamo per un pezzo. Don Nicola non diceva niente, ma ci soffriva. Noi finalmente capivamo che dovevamo smetterla e allora l'atmosfera tornava serena. Il catechismo A primavera don Nicola, anche per darci modo di fare un po' di tirocinio, ci incaricò di tenere lezioni di catechismo ai bambini della parrocchia. Fu quella la prima esperienza di insegnamento. L'anno di Sant'Angelo, con don Nicola per maestro, fu un anno proficuo sia sotto l'aspetto culturale, sia sotto quello spirituale. Anni difficili La guerra, come si espresse icasticamente un nostro compaesano, un bel giorno «dalla lontana Africa, arrivò sopra la soffitta di casa nostra». Sant'Angelo e Capracotta furono mezzo spianate. L'abate, rimasto senza casa e senza chiesa, andò peregrinando con la famiglia qua e là per il Chietino, da una parrocchia all'altra. Si fermò in fine a Torrebruna. Più tardi, quando la bufera della guerra si fu placata e le cose cominciarono a riprendere il corso normale, don Nicola concorse per l'arcipretura di Capracotta, rimasta vacante dopo la partenza per Roma del vecchio arciprete. Vinse il concorso e venne finalmente al suo paese. Anche la sua casa a Capracotta era stata distrutta. In attesa che venisse ricostruita dal Genio Civile, venne a stare con la famiglia a casa nostra; occupavano due vani al seminterrato, abbastanza spaziosi, ma affatto confortevoli. Quelle stanze erano state sempre adibite a deposito di mercanzie varie. Don Nicola vi si adattò con spirito di sopportazione. Riservato com'era, sembrava che non ci fosse. Poi andò ad abitare nella casa del maestro Ottorino, sul Corso. Finalmente un po' di respiro! Era una casa abbastanza confortevole, spaziosa. Don Nicola aveva anche uno studio, un angolino tranquillo dove ritirarsi per lavorare e pregare. Qualche volta andavo a trovarlo e, se il tempo era buono, uscivamo a conversare nel giardino di casa. La casa canonica Nacque proprio allora in lui l'ideazione della casa canonica. E qui don Nicola rivelò sorprendentemente di avere un non comune senso di concretezza e una notevole capacità organizzativa. In chiesa, sotto alla Congrega di Carità, c'erano dei gradi spazi, che nel passato erano serviti come deposito di arredi e altro materiale e anche come sepoltura di ecclesiastici. L'arciprete ci vide subito la casa canonica. Si mise al lavoro. All'inizio, nella fase di progettazione, incontrò difficoltà di ogni genere, ma non si perdette d'animo, lottò per superare le resistenze e finalmente la cosa prese a decollare. Il Genio Civile si assunse l'onere della costruzione; preparò il progetto e appaltò i lavori. Anche nella fase di realizzazione si presentarono non poche difficoltà, ma esse furono tutte superate grazie anche al pragmatismo dell'arciprete, il quale, ad un certo momento, si assunse la responsabilità dell’apporto di importanti modifiche al progetto iniziale, suggeritegli, sul piano dell'attuazione, oltre che dall'esperienza dei mastri muratori, dalla sua visione realistica delle cose. Finalmente la casa canonica divenne una realtà e l'arciprete vi si trasferì con la famiglia. L'antica collegiata di Capracotta poteva finalmente ospitare, fra le sue vecchie e massicce mura, il titolare della parrocchia. La Gilera 500 L'attività pratica era per don Nicola un necessario complemento di quella pastorale e spirituale. L'una e l'altra si armonizzavano in lui felicemente. Aveva acquistato una moto Gilera 500 e se ne serviva per andare fuori paese, di norma per affari inerenti il suo ministero. Era curioso vederlo trasformato in centauro, a cavallo della grossa macchina scoppiettante. Per ripararsi dal vento, si infilava, sotto la tonaca, grossi fogli di giornale. Un giorno la Gilera si guastò e don Nicola la rimorchiò nella cappella di Santa Filomena e ve la fece svernare. Un pomeriggio di primavera mi chiamò perché lo aiutassi a smontare la macchina: intendeva ripararla. Mentre lavoravamo, lui mi spiegava, come un provetto meccanico, il funzionamento dei vari organi. “Ma dove hai imparato”, gli chiesi. – In nessun posto, – mi rispose – basta avere un po' di dimestichezza con i principi della fisica e della meccanica e far lavorare il cervello per capire il funzionamento degli organi. Certo, bisogna esserci portati. Riparò la Gilera e riprese a correre rombando, con i giornali sul petto. Poi l'abbandonò perché, di salute cagionevole, era troppo esposto alle correnti. Comprò allora una Seicento, ma neppure questa conobbe mai il meccanico. Umiltà e carità Imparare l'arte di sapersi controllare non è cosa da poco. Don Nicola l'aveva appresa attraverso un lungo e perseverante esercizio di autocontrollo. Era difficile vederlo adirato, nel senso pieno del termine. Solo qualche rara volta l'ho visto fremere di sdegno, che è cosa ben diversa dall'iracondia. Contrastava le idee e le opinioni, che non riteneva giuste, con la forza della ragione. Riservato com'era, nei primi tempi del suo ministero dava l'impressione di poca compartecipazione ai problemi e ai travagli dei suoi parrocchiani. Ma chi lo conosceva bene, sapeva quanto grande fosse e sofferta la sua carica di solidarietà umana e di cristiana pietà. Avvertiva come gli altri e più degli altri la difficoltà amara dei duri tempi che correvano e si sforzava, come meglio poteva, di alleviarli con sacrificio anche personali. Proprio la sua riservatezza, la sua integrità, generavano talvolta negli altri atteggiamenti di incomprensione e talvolta anche di ripulsa e di critica. Lui reagiva con serena e filosofica calma, senza scomporsi, magari con l’arma del sorriso, senza neppure l'ombra del dispetto o della ripicca. Svolgeva il suo ministero pastorale con spirito di dedizione, sorretto da una fede adamantina. E purtroppo ci volle del tempo prima che tutti ne prendessero coscienza. La predicazione Un anno l'arciprete, all’omelia domenicale, svolse un ciclo di predicazioni sul Credo. Poi, l'anno appresso, un altro sul Pater. Questi corsi mi sono rimasti impressi per la profondità e la coerenza degli argomenti trattati, il cui valore, oltre che spirituale, risultava essere anche didattico. L'omelia era costruita con sistema, che chiamerei scientifico, probabilmente derivatogli dalla grande dimestichezza che aveva con la filosofia di san Tommaso e, forse, dalla conoscenza della fisica galileiana. Tutto il suo sistema mentale, d'altra parte, aveva una struttura dottrinale e teologica modellata sul pensiero dell'Aquinate. Nelle sue argomentazioni sembrava di notare una sorta di sillogismo: poste solidamente le premesse del discorso, si perviene alla verifica e alla conclusione. Un giorno mi chiese, non per avere apprezzamenti - non era proprio il tipo - cosa pensassi delle sue omelie, o, per meglio dire, se esse, a mio avviso, erano ben comprese da tutti. Gli risposi, con tutta franchezza, che meglio non potevano essere costruite e che erano adeguate alla comprensione di tutti. Semplicità di vita Zia Edelia non aveva grossi problemi di culinaria con don Nicola, anzi direi che non ne aveva affatto. Parco come era, e non solo nel mangiare, si contentava di niente. Una minestrina, di solito, come primo piatto; un uovo o un po' di formaggio per secondo; un po' di verdura, quando c’era, e un frutto. Carne, di rado; vino, poco o niente. Lamentele per il cibo non erano in uso in casa. San Nicola Sei dicembre, San Nicola. Uno spesso strato di neve ghiacciata ricopre le vie. Folate di tramontana ci investono mentre saliamo verso la canonica. Stiamo andando a dare gli auguri di buon onomastico all'arciprete. È un rituale che si celebra tutti gli anni. Don Nicola ci accoglie con la consueta affabilità. Ci sediamo intorno al camino, ove scoppietta un bel fuoco di legna di cerro. Parliamo di un po' di tutto. Mio zio Oreste, conversatore facondo, tiene banco. Ha un modo di raccontare aneddoti e fatti così convincente, che te li fa vedere davanti, come se tu vi assistessi allora allora. La sua narrazione, a parte una leggera, sfumata cornice, è permeata da un sottile spirito d’ironia, che la rende ancora più seducente. Don Nicola sorride, annuisce. Il narratore piano piano, senza avvedersene, fa scivolare la conversazione sul sociale e sul politico, il suo cavallo di battaglia, anzi, per meglio dire, il suo elemento. L'arciprete, fattosi più serio, interviene con sensate osservazioni, ma non dà mai l'idea di voler primeggiare. Il protagonismo gli è sconosciuto. Zia Edelia offre pizzelle fatte in casa e un bicchiere di vino. Zio Cesidio Quando se ne andò zi Cesino, il rito funebre lo celebrò proprio il figlio, l'arciprete. Mentre dalla sacrestia, seguito dal sacrestano, don Nicola si avvia all'altare, riesce a contenere, seppure con grande sforzo, la sua commozione. Comincia la celebrazione della messa. Per un po' l'arciprete va avanti, recitando le parti sommessamente, dolorosamente. Ad un tratto, all'improvviso, incomincia a singhiozzare, piano: singulti appena percettibili da coloro che stanno vicini alla balaustra dell'altare. Ogni tanto, mentre continua la celebrazione, uno spasmo lo scuote tutto. Alla benedizione funebre, che segue subito dopo, la commozione è cosi intensa che solo con un'eroica fatica riesce a portarla a termine. Le elezioni L'arciprete di politica si interessava poco: quel tanto che riteneva necessario per l'attinenza all'esercizio del suo ministero. Tuttavia, nei primi tempi, la sua partecipazione politica fu notevole, specie all'epoca del cosiddetto Fronte Popolare, quando si temette, non ha importanza se a torto o a ragione, per le sorti della democrazia. In quell'occasione sfidò, in contradditorio, un candidato di sinistra. Lo "scontro" ebbe luogo nella sede del circolo ricreativo e don Nicola, ferrato com'era in tutto, dette non pochi punti all'avversario. Anche nelle amministrative di quegli anni fece sentire il suo peso. Le passeggiate al Monte Il pomeriggio, quando il tempo era buono, prima delle funzioni vespertine, l'arciprete se ne andava con la sua Seicento sotto al Monte. Parcheggiava al limitare del bosco, giù, verso la Montagna, e cominciava la sua tranquilla passeggiata lungo quel tratto di strada pianeggiante e diritto che corre nell'ultimo tratto del bosco. Avanti e indietro, leggendo il breviario. Ogni tanto si fermava e sedeva sul parapetto del ponte. Interrompeva la lettura e rimaneva un po' così, in meditazione, assaporando la dolcezza dell'ora, prossima al tramonto, nella pace vespertina. Se qualcuno si fermava, don Nicola, con la consueta affabilità, si metteva a discorrere di questo e di quello, sempre sorridente, tranquillo. L'inverno gelido Passano gli anni. Don Nicola ha i capelli grigi. Il suo volto si è fatto ancora più sereno, disteso. Continua a svolgere il suo ministero con immutata dedizione. L'inverno, il rigido inverno capracottese, è lungo, duro a morire. Le navate della chiesa matrice sembrano un’enorme ghiacciaia. Le stufette a gas, sistemate presso i pilastri della nave centrale, fanno ben poco: riescono appena ad ammorbidire, in un piccolo spazio intorno, la muraglia di aria gelida. Sull'altare il freddo è ancor a più pungente. L'arciprete, mentre officia, deve spesso interrompersi per la tosse, una tosse stizzosa, pertinace, che ogni tanto esplode in un accesso convulso, che lo scuote tutto. Lui aspetta che passi e riprende. All'omelia, peggio di peggio. Gli accessi lo costringono ad interrompersi continuamente. È una pena vederlo così strapazzato. Mai un lamento! Quanti inverni così! Addio, don Nicola! L'arciprete non sta bene. Vado, a trovarlo in casa. Seduto a tavolino, nel suo studio, ove ha fatto erigere un piccolo e semplice altare, sta leggendo. Mi sorride affabilmente e mi invita a sedere. Dal grande finestrone a meridione piove una luce calda e tenera. Parliamo di un po' di tutto. Accenna appena al suo stato di salute. Ha il volto scolorito, pallido, ma non emaciato. Non sta proprio bene. Passa qualche mese. Il suo stato di salute si fa precario. Ci sono serie apprensioni da parte di tutti. È operato a Roma, al Santo Spirito. Torna in paese. Le sue condizioni precipitano. È inverno. Don Nicola se ne va. Vado a trovarlo. È a letto. Filomena va a sentire se vuole scendere. Si leva e viene giù in cucina. Ci sediamo accanto al fuoco. È sereno, tranquillo. Prende interesse alla conversazione. Zia Edelia e Filomena cercano di nascondere, in sua presenza, la loro angoscia. Torno qualche giorno dopo e vado a salutarlo nella sua camera. È il commiato. So che soffre e cerco di non affaticarlo. Mi parla, adagio, di tante cose. Fa capire, ma senza darlo a vedere, che è consapevole della prossima fine. Ad un tratto si fa triste. – Se il Signore vuole che io vada, – dice – io sono pronto; ma che cosa lascio di buono? Ho fatto tutto quello che il Signore si attendeva che io facessi? Pronuncio qualche parola di conforto. Gli ricordo il bene che ha fatto. – Coraggio, caro Don Nicola, ti riprenderai. – Sarà come Dio vorrà! A distanza di tanti anni, mentre scrivo queste poche note di ricordo, risento ancora in me, commosso, l'eco di quelle parole, le ultime che io abbia sentito da lui. In esse, a pensarci bene, è espressa tutta la grandezza della sua fede e la speranza della divina misericordia. (1983) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Appello a tutti i capracottesi in vista della festa patronale

    La festa patronale di san Sebastiano si avvicina: si terrà domenica 17 luglio 2022. La parrocchia di S. Maria in Cielo Assunta e gli uomini di buona volontà han fatto i salti mortali per organizzare ogni cosa nel modo più bello possibile, affinché questa festa rappresenti la rinascita della nazione capracottese dopo due anni difficili per tutti. Ma, per esser tale, la festa ha bisogno che ogni capracottese partecipi con la presenza, con le spalle e col portafogli. La presenza è importante affinché ci si riconosca nel Santo, emblema dell'identità capracottese. Le spalle sono importanti perché vi sono almeno 8 statue lignee da portare in processione. Il portafogli è importante perché, come ogni evento che si rispetti, la festa ha un costo significativo. I tempi odierni sono caratterizzati da uno scollamento - speriamo non definitivo - tra popolo e religione; persino i gloriosi comitati capracottesi, continuazione delle antiche confraternite, si stanno sciogliendo come neve al sole. Tuttavia, partecipare alla festa patronale significa non soltanto venerare Dio, la Madonna e san Sebastiano (a cui si può anche non credere), ma onorare soprattutto gli antenati, persone senza le quali nemmeno ci saremmo. È questo uno degli aspetti più importanti della religione cattolica: ci lega alle generazioni passate per mezzo della divinità. La nostra è una religione che onora i morti, che li celebra, che li mostra apertamente, tanto che i migliori, quelli che han fatto vita perfettissima, sono venerati, beatificati, canonizzati, e i loro cadaveri esposti, ché la carne è niente in confronto all'anima. Noi capracottesi portiamo in processione san Sebastiano, morto per mano dei Romani, perché in ogni tempo i martiri sono le vittime universali del fanatismo, dell'odio e dell'intolleranza. Se i valori della libertà, della pace e della tolleranza sono vostri, potete far vostra anche la devozione per san Sebastiano. Non siamo che l'eredità di quei Sebastiani, di quelle Carmele, dei Vincenzi, dei Giovanni, delle Chiare, degli Antonii e delle Marie che hanno abitato e onorato Capracotta nei secoli dei secoli. Chi siamo noi per ribellarci a tutto ciò? Siate presenti alla festa di San Sebastiano e partecipate secondo le vostre possibilità: è questo il mio appello. Francesco Mendozzi

  • "Bławaty" nel commando polacco

    Le prime truppe commando durante la Seconda guerra mondiale furono create dai britannici e le formazioni diventarono presto élite delle forze alleate. Oltre ai commando britannici comparvero i commando francesi, greci, jugoslavi, e addirittura tedeschi ed austriaci che combattevano nelle file della coalizione anti-hitleriana. Pure nella compagnia commando polacca, che combatteva nelle file del II Corpo in territorio dell'Italia, c'erano soldati di altre nazionalità che si decisero a combattere sotto lo stemma dell’aquila bianca. All'inizio di dicembre 1943, la 1ª compagnia commando indipendente, prima unità polacca durante la guerra, approdò al fronte italiano. I commando furono mandati all'Appennino Centrale, nella zona del paesino montano di Capracotta, ubicato sul fiume Sangro, che insieme ai fiumi Garigliano e Rapido formavano la linea difensiva frontale tedesca. Quando ai commando nella primavera del 1944 susseguì il II Corpo Polacco, le loro truppe cominciarono a ricorrere all'aiuto dei volontari italiani. Questi ultimi si presentavano ancora più volentieri perché i militari polacchi trattavano molto bene i civili italiani, portando loro cibo e assistenza medica. Ai polacchi al contempo mancavano i soldati per difendere le strutture militari, i ponti, le strade oppure i depositi. Questo permise la costituzione della 111ª Compagnia pontieri, presso la 3ª Divisione dei Fucilieri dei Carpazi. La Compagnia doveva costituire una truppa di guardia e di tecnica italiana, al comando dei polacchi. Gli effettivi diventarono i montanari della stessa zona nella quale operavano i commando polacchi, cioè dell'Abruzzo meridionale e del Molise nel territorio dell'Appennino Centrale. La Compagnia inizialmente constava di circa quaranta volontari italiani e di sette ufficiali e sottoufficiali polacchi. La battaglia di Montecassino durante cui il II Corpo subì enormi perdite nel corso dell'assalto, fu decisiva per quanto riguarda la sorte della truppa. Il comando polacco pensando a come colmare le carenze di truppe assottigliate dalla sanguinosa battaglia, si ricordò dei fatti dei montanari italiani che avevano servito i commando come guide e facchini. Questo ruolo lo rivestirono con successo pure a Montecassino. Fu quindi deciso di non sprecare la 111ª compagnia per i compiti legati alla guardia, ma trasformarla in una truppa da combattimento, non solo - nella truppa commando. Dei compiti originali della compagnia ne fu lasciata solo la traccia nel nome, 111ª Compagnia pontieri. Il nome originale doveva confondere i tedeschi per quanto riguarda i compiti effettivi della truppa e tranquillizzare le autorità alleate italiane che avrebbero potuto protestare contro l’arruolamento dei propri cittadini alle unità da battaglia straniere. A metà maggio del 1944 la compagnia fu trasferita ad Oratino vicino a Campobasso in Molise, dove fu completata con ulteriori volontari della regione. Ci furono destinati anche ulteriori ufficiali e sottoufficiali della 3ª Divisione dei Fucilieri dei Carpazi ed istruttori della 1a Compagnia Indipendente commando i quali iniziarono una formazione intensiva dei soldati italiani. Dopo la conclusione della formazione, nella seconda metà di giugno del 1944, la 111ª compagnia constava di 68 volontari italiani e di 23 ufficiali e sottoufficiali polacchi. I polacchi svolgevano tutte le funzioni di comando dal livello della squadra in su. Capo della compagnia fu nominato l'ufficiale presente al fronte, tenente Feliks Kępa, e il suo sostituto sottotenente Edward Zalewski. Il soldato più giovane dell'unità, di appena sedici anni, era Mino Pecorelli, il quale dopo la guerra diventò un avvocato e un giornalista famoso. Seguendo il modello della 1ª compagnia polacca, quella italiana fu divisa per tre plotoni. I suoi soldati portavano divise britanniche e avevano l'equipaggiamento britannico. Dai compagni d'armi polacchi si distinguevano per il colore dei baschi. Piuttosto che portare i baschi verdi - portati generalmente nelle truppe dei commando - i commando italiani portavano baschi azzurri con le aquile polacche e con mostrine rosse con la parola Poland sul braccio. Col tempo si è creata l'usanza di chiamare i commando italiani "Bławaty" (Azzurri) facendo riferimento al colore dei loro baschi e il soprannome rimase appiccicato a loro fino alla fine del combattimento dell'Adriatico. Inoltre, informalmente, la 111ª compagnia veniva chiamata la 2ª compagnia commando oppure semplicemente la compagnia italiana. I risultati molto buoni della formazione influirono su un'ulteriore decisione del comando del II Corpo - dalla 1a Compagnia Commando Individuale e la 111ª Compagnia pontieri fu creato il 1° Raggruppamento Commando al comando del quale stava il comandante precedente della 1a compagnia, maggiore Władysław Smrokowski. Quando i volontari italiani si stavano intensamente allenando nel combattimento tipico dei commando, il II Corpo ricevette dal comando degli Alleati in Italia, un compito indipendente di condure l'offensiva verso Ancona. Il 1° Raggruppamento Commando fu inserito nell'operazione e il 21 giugno 1944 trasferito dal luogo di stazionamento ad Oratino alla tratta adriatica. Attraverso Monte Pagano e Porto San Giorgio all'inizio di luglio il raggruppamento arrivò alla linea del fronte sotto Monte Lupone. Il raggruppamento ottenne l'allocazione tattica presso la 2ª Brigata Corazzata polacca, fu collocato a Castelfidardo però non partecipò alla prima battaglia di Ancona che si svolse nelle vicinanze. L'8 luglio il generale Anders collocò il raggruppamento alla 3ª Divisione dei Fucilieri dei Carpazi. Entrambe le compagnie del raggruppamento presero posizioni nel tratto del fronte tra Villa Virginia e il ponte nei pressi di Numana, occupato dal Reggimento degli Ulani dei Carpazi, sotto il comando del quale fu introdotto il raggruppamento. Il giorno successivo la compagnia italiana ebbe il proprio battesimo del fuoco. I suoi due plotoni insieme al 1° squadrone degli ulani assalirono con bravura le colline di Monte Freddo e la 119ª e la 107ª occupate dal nemico. La conquista delle posizioni importanti da parte dell'intero reggimento dei Carpazi, fu pagato dalla Compagnia con la morte di due soldati. Un atto eroico nel corso del combattimento fu compiuto dal commando Attilio Brunetti, il quale sul Monte Freddo salvò il suo comandante ferito, sergente Zygmunt Piątkowski, portandolo sulle spalle per alcuni chilometri dalla linea del fronte. Brunetti fu premiato con la Croce di guerra polacca al valor militare. Il primo episodio di combattimento dei volontari italiani dimostrò quanto fossero ingiusti i pareri sul presumibilmente basso valore del soldato italiano, e le battaglie successive consolidarono la nuova fraternità d'armi polacco-italiana. Non per caso la prima unità che il 18 luglio 1944, nella veste della guardia anteriore del Reggimento degli Ulani dei Carpazi, entrò ad Ancona attraverso la porta Santo Stefano, fu la 2ª compagnia commando. Verso la fine di luglio 1944 le strade dei commando polacchi e italiani si divisero. La 1ª compagnia polacca fu trasferita al sud d'Italia per una riorganizzazione, in seguito alla decisione della sua trasformazione nel 2° Battaglione Commando Motorizzati. Invece la compagnia italiana tornò sotto il comando del Reggimento degli Ulani dei Carpazi e combatté insieme ai suoi soldati fino alla conquista di Pesaro, avvenuta il 2 settembre 1944. In quel momento fu deciso di sciogliere la 111ª Compagnia dei pontieri. La compagnia italiana rimasta sotto il comando polacco fino al 18 ottobre 1944 perse complessivamente quattordici soldati, tra cui dieci italiani, e 29 dei suoi soldati furono feriti. La testimonianza del riconoscimento del valore dei commando italiani fu l'assegnazione a loro, da parte del generale Anders, delle onorificenze militari polacche: tra i diciannove italiani premiati, diciassette ricevettero Croci di guerra polacche al valor militare (tra cui nove di loro post mortem), una Croce al merito con spade d'argento, due di bronzo. Piotr Korczyński Fonte: P. Korczyński, L'unico Corpo fatto così, in «Polska Zbrojna», Varsavia-Montecassino, 18 maggio 2019.

  • Petali

    Un mucchio di foglioline che sanno di fiore nei lembi striati dalla primavera al sole, petali miei io vi conservo anche se appassiti in un vecchio libro di Poeti, un'aiuola che per un attimo almeno vi profumerà. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Petali, Sammartino, Agnone 1963.

  • Don Elio Venditti ha corretto uno strafalcione!

    D. O. M. DIE XIV M(ensis) SEPTEMB(ris) A(nno) D(omini) MDCCLV ILL(ustrissi)MUS AC R(everendissi)MUS D(omi)N(u)S D(on) JOSEPH CARAFA EP(iscop)US TRIVENTINUS TEMPLUM HOC CUM ARA PRINCIPE STATO RITU CONSECRAVIT. ANNIVERSARIUM VERO DIEM FESTUM AD QUARTAM DOMINICAM MENSIS AUGUSTI CUM CONSUETIS INDULGENTIIS TRANSTULIT Colui che si appresta ad entrare nella Chiesa Madre di Capracotta si ritroverà di fronte, sulla prima colonna di sinistra della navata centrale, una grande lapide commemorativa a cornice mistilinea che presenta l'epigrafe appena trascritta. Proseguendo verso la navata laterale di destra egli troverà una lapide gemella, con un'iscrizione diversa nel contenuto ma identica nello stile. Le pietre raccontano infatti due momenti della storia moderna della nostra chiesa: la prima si riferisce alla consacrazione ufficiale del tempio e del suo altare maggiore, avvenuta il 14 settembre 1755 per mano del vescovo Giuseppe Carafa Spinola; la seconda si riferisce al titolo di "insigne collegiata", riconosciuto alla nostra chiesa nel 1756 da mons. Giuseppe Pitocco, succeduto al Carafa, che a luglio era stato nominato vescovo di Mileto. Don Elio Venditti ha il merito di aver corretto recentemente entrambe le iscrizioni presenti sulle due lapidi poiché, almeno dal 1979, presentavano diversi errori formali e sostanziali. Si pensi che pochi anni or sono le epigrafi furono oggetto di restauro arbitrario da parte di un volenteroso cittadino capracottese, molto bravo nell'arte manuale ma digiuno di latino. Se la lapide di sinistra non presenta grosse discrepanze con la versione precedente, in quella di destra l'errore era madornale. Sulla pietra in questione, infatti, oggi si legge: D. O. M. RESTAURATO HOC SAGRO TEMPLO DEIPARÆ ASSUMPTÆ DICATO ILL(ustrissi)MUS AC E(mintentissi)MUS D(omi)N(u)S D(on) JOSEPH PITOCCO EPI(scopus) TRIVENTINUS IN DIE VII M(ensis) SEPTEMBRIS MDCCLVI MUNIFICENTI ANIMO DUODENOS EIUSDEM TEMPLI REVERENDOS PRESBÝTEROS INSIGNE DECORAVIT Sorvolando sull'aggettivo «sagro» - che trovo più corretto nella forma classica - e sull'inchiostro nero, meno elegante del vecchio oro zecchino, nella precedente epigrafe si leggeva uno sgrammaticato «sub Pie VII» (sotto Pio VII), invece di «in die VII» (nel giorno 7), come a dire che il titolo collegiale era stato riconosciuto sotto Barnaba Chiaramonti, salito al soglio pontificio quasi mezzo secolo dopo la realizzazione della lapide commemorativa! Insomma, don Elio Venditti, in questo caso, ha giustamente corretto uno strafalcione storico che per anni è stato sotto gli occhi di tutti. Il clero e il popolo capracottesi furono infatti invisi al vescovo Fortunato Palumbo per tutto il suo mandato episcopale (1736-1753), mentre con Carafa e Pitocco i rapporti "politici" tra il capitolo di Capracotta e la diocesi di Trivento furono improntati a una maggiore distensione, giacché questi religiosi si preoccuparono di rivalutare le prebende dei canonici e dei mansionari, di ammodernare gli arredi sacri e di curare l'aggiornamento delle linee pastorali in applicazione del Concilio di Trento. Francesco Mendozzi

  • Lo sai che a Capracotta ci sono i dinosauri?

    Quel buchetto verde che sembra il green di un campo da golf è Prato Gentile, a Capracotta, fotografato dai 1.746 metri di Monte Campo. Da lassù si vedono contemporaneamente montagne innevate, fitti boschi mezzi verdi e mezzi marroni, paesini arroccati, laghi e perfino il mare. Ci siamo arrivati camminando per un'oretta abbondante, passando attraverso prati in fiore, stretti sentieri, rami che ti sfrascavano la fronte e un sole a picco che mi ha reso più bruciacchiato di Carlo Conti. Nella seconda parte del viaggio, sul costone "buio" della montagna abbiamo trovato pendii innevati, discese ripide e scivolose, umide foglie nel fango, ghiaccio ed è passato anche Gollum incespicando mentre cercava l'anello. Dopo una spettacolare camminata di più di due ore mio figlio aveva lo sguardo di uno che aveva vissuto la più mirabolante avventura della sua vita. Non batteva gli occhi per la meraviglia e si è solo limitato ad accertarsi di una cosa: – Ma è vero che lassù ci sono i dinosauri quelli graaandi? Secondo me da adulti peggioriamo perché smettiamo di vedere dinosauri ovunque. Umberto Di Giacomo Fonte: https://www.facebook.com/, 29 aprile 2019.

  • Amore e gelosia (XLIII)

    XLIII Il dondolio del treno ebbe un effetto soporifero sul poeta: senza che se ne accorgesse, il mento poggiato sull'immancabile bastoncino da passeggio, si ritrovò immerso in un delizioso pisolino cui pose fine dopo una ventina di minuti uno scossone del treno che si inoltrava nella stazione di Torre del Greco. Uno dei passeggeri seduto accanto a lui doveva scendere e per fargli posto, anche don Salvatore dovette alzarsi. A quel punto decise di sgranchirsi un po' le gambe: al massimo un'altra ventina di minuti e sarebbe giunto a Napoli, tanto valeva restare in piedi e farsi un giro per i vagoni. E così fece: lasciò la seconda classe e si inoltrò per la terza: veri carri bestiame! Non c'erano poltrone, solo panche di legno e anche senza schienale, e una umanità povera e misera si affollava su quelle dure tavole, diretta alla capitale del Sud, Napoli. Un moto istintivo di compassione colse il poeta, alla vista di una donna, una popolana con un bambino in braccio che frignava lamentandosi a tratti. Panni laceri, uno scialle verdastro accoglieva in un tutt'uno madre e figlio, e i due si intrecciarono ancor più quando, per farlo quietare, la donna cacciò fuori un seno enorme e lo mise in bocca al bambino, cullandolo allo stesso tempo per farlo addormentare. Don Salvatore si allontanò scuotendo la testa: scene simili erano all'ordine del giorno, la povertà la faceva da padrona in quegli anni e l'accesso al cibo era una continua lotta, incessante, per i milioni di proletari affamati in giro per il regno italico. "Ne partene a migliaia tutte 'e iuorne pe l'America con i piroscafi, e ce ne sono sempre tanti che muoiono di fame"... La triste considerazione che gli venne in mente era veritiera: in poco più di 15 anni circa 23 milioni di italiani, stanchi di una vita di stenti, migrarono in massa, verso gli Usa e l'Argentina: navigarono come bestie rinchiuse nelle stive dei piroscafi, per lottare, per morire (e ne morivano tanti) e infine per rifarsi una vita... Ma questa è un'altra storia... Finalmente giunse alle carrozze della prima classe e inconsciamente tirò un sospiro di sollievo: ah, come era consolante guardare la bella gente, la gente vestita bene, ben nutrita e dallo sguardo fiero e sicuro! Era come prendere una boccata d'aria pura, una frizzante boccata d'aria di mare, era come... un momento! Ma... chi era quella bella signora che conversava cordialmente con due gentiluomini e rideva ad alta voce, anzi con tono squillante? E quel vestito... Elisa! Elisa sul treno! Dove stava andando? E con chi? Con quei due signori? "Non puoi fidarti di nessuno! Le donne? Tutte uguali! Appena giri le spalle, ecco che ti pugnalano! Ed io che la pensavo a casa a piangere, a soffrire per me! E ora che faccio? Mi avvicino e... nooo, qui rischio di fare la figura del cretino! Se sta con quei due, che dico? Sono il fidanzato? Sai le risate che si faranno! Se sta da sola invece, allora sta qui per me, sta venendo a Napoli a casa mia... Devo sapere! E allora ora non mi deve vedere"... Fece marcia indietro e si mise in una posizione in cui poteva vedere senza essere visto. Elisa, ignara che il suo Salvatore fosse a pochi metri da lei, continuava a conversare cordialmente con i due gentiluomini che aveva conosciuto sul treno. Parlavano del più e del meno, sorridevano e piano piano il tarlo della gelosia cominciò ad insinuarsi nel poeta. Tra i due, v'era il più giovane che in una occasione aveva posto la sua mano su quella di Elisa: non l'aveva trattenuta a lungo ma neanche la ragazza si era schernita... "Qui sta nascendo qualcosa tra quei due, lo sento... È proprio un bel giovane, non come lei ma"... Tentava di rimanere freddo il poeta, ma fremeva al punto da tremare. E meno male che finalmente il treno entrò nella stazione di Napoli, il viaggio era finito... Francesco Caso

  • Le acquasantiere delle chiese di Capracotta

    Sin dal X secolo l'ingresso in una chiesa cristiana è tradizionalmente accompagnato dal segno della croce bagnato dall'acqua santa. È un gesto che affonda le radici nell'antica pratica dell'abluzione, che aveva funzione pratica prima che spirituale e che nella religione cattolica di oggi richiama il battesimo, quella purificazione dal peccato originale propedeutica per l'ingresso nella comunità cristiana. Tuttavia l'acqua santa usata all'ingresso in chiesa non va confusa con l'acqua lustrale del fonte battesimale, ovvero il grande contenitore utilizzato per il primo sacramento. Generalmente l'acqua benedetta è contenuta nell'acquasantiera, un recipiente di pietra posto all'ingresso della chiesa o poco distante, che permette ai fedeli di entrare velocemente in contatto col Signore. Si parla di acquasantiera a labbro (o a parete) quando è fissata al muro e di acquasantiera a fusto (o a pila) quando si tratta d'una vasca fissata sopra una colonnina isolata. A seconda della ricchezza della chiesa e dei gusti del committente l'acquasantiera è più o meno ornata da motivi decorativi od allegorici. Dirò subito che nelle vecchie chiese capracottesi le acquasantiere sono a parete, non presentano particolari decorazioni e rientrano tutte nella produzione meridionale sei-settecentesca. Certamente nella matrice Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta vi sono quelle più finemente lavorate (foto in alto): si tratta di due larghe vasche gemelle in marmo poste sulle colonne frontali della navata centrale. Nelle chiese di S. Antonio (1), di S. Vincenzo (3) e di S. Maria di Loreto (2), invece, i recipienti dell'acqua benedetta sono posti a destra dell'entrata e trattasi di acquasantiere a calotta svasata, con una sostanziale differenza nel caso del Santuario della Madonna, la cui vasca in granito poggia su una staffa in pietra molto più antica, per cui la si può datare al 1622, anno del grande restauro che trasformò quella rozza cappella in una vera chiesa. Altre due acquasantiere sono poste ai lati dell'altare maggiore, una, a conchiglia, nei pressi dell'uscita, l'altra vicino la sacrestia (4), che presenta una staffa col volto d'un putto, che le conferisce un aspetto unico. Nella Chiesa di S. Giovanni vi sono poi altre due acquasantiere a conchiglia, simili tra loro per stile ma diverse nella qualità di pietra polita, che probabilmente appartenevano alla primissima Chiesa dei SS. Giovanni, Sebastiano e Rocco. La prima (5) è, come di consueto, a destra dell'entrare; la seconda acquasantiera (6) sta più avanti sulla sinistra, nascosta dal confessionale, e forse dimostrerebbe quanto quella chiesa, posta nel rione agricolo di Capracotta, fosse un tempo sovraffollata. In realtà a Capracotta ci sarebbe un'altra acquasantiera, che però non è custodita in alcun tempio: mi riferisco a quella dell'ex monastero benedettino di S. Giovanni, le cui rovine si nascondono tra le fronde boscose del Monte Capraro. L'erezione del piccolo cenobio capracottese è databile proprio al X secolo e l'acquasantiera, ancor oggi visibile, è scolpita nella roccia viva, utile tanto a chi si accingeva ad entrare nel luogo sacro quanto a chi seguiva il tragitto spirituale che, dall'oratorio di S. Nicola di Macchia, portava a S. Maria Caprara, a S. Nicola di Vallesorda, quindi al monastero di S. Giovanni Capraro, alle chiese dei SS. Simone, Giuda e Lucia, per approdare infine al monastero di S. Pietro. Francesco Mendozzi

  • Una vita di impegno contro la xenofobia, il razzismo e l'estremismo

    Intervista a Giovanni Pollice Domanda: – Giovanni Pollice, lascio che sia lei a presentare la sua storia. Sappiamo che è figlio di emigranti molisani in Germania, per cui le chiedo come la sua storia personale abbia influito sulla scelta di impegno politico. Risposta: – La vita da figlio di emigranti non è stata facile. A 12 anni raggiunsi mio padre che lavorava in Germania già da sei anni. La felicità di essere tornati vicini si trasformò presto in un trauma: non conoscevo nessuno, non sapendo la lingua non potevo comunicare né interagire. Fu questa la molla che mi spronò a imparare velocemente il tedesco e a capire il mondo nuovo in cui mi trovavo a vivere. Mio padre, come tutti i lavoratori nella sua stessa situazione e le loro famiglie, alla loro venuta in Germania subirono discriminazioni umilianti e tremende. Nella stessa situazione era facile vedere persone che si chiudevano e non era cosa scontata trovare chi aiutasse i nuovi arrivati. Pur in situazioni di disagio estremo, io iniziai ad occuparmi dei lavoratori italiani e ad aiutarli come potevo, soprattutto nelle incombenze quotidiane dove una lingua così diversa dalla nostra poteva essere davvero un ostacolo a tutto. Li accompagnavo dal medico, negli uffici, dagli avvocati e così via. Il mio impegno sociale sorse così, dalla vita che conducevamo. Appena ne ebbi l'età iniziai un tirocinio nell'azienda dove lavorava mio padre a Gernsbach, in quella formula di formazione professionale tipicamente tedesca in cui tre giorni erano di lavoro e due nelle aule della scuola professionale. Già nel corso del tirocinio mi sono adoperato in sede aziendale per i più deboli e a 18 anni sono stato il primo non tedesco a essere eletto come rappresentante dei giovani. Nel '74 divenni presidente della rappresentanza dei giovani in quella industria che contava 700 dipendenti. Fino al 1980 sono stato funzionario giovanile del sindacato industriale dei settori chimico, carta, ceramica e membro della commissione contrattuale del Land Baden-Württemberg. Dopo anni di corsi d'aggiornamento e lavoro, dopo la modifica della legge sullo statuto aziendale che permise ai non-tedeschi di ricoprire cariche direttive nel 1975 fui eletto membro del consiglio aziendale della summenzionata azienda, poi nel 1981 vice-presidente del consiglio aziendale a tempo pieno e presidente dei fiduciari sindacali nella stessa azienda. Da lì in poi il mio impegno è sempre stato costante. D: – Elenco velocemente i ruoli che ha coperto, un breve curriculum vitae per dare il giusto valore alla storia del suo operato: 1988-1994: direttore dell'ufficio centrale italiano della segreteria nazionale della confederazione dei sindacati tedeschi (DGB), Düsseldorf; 1994-1998: responsabile della sezione "Migrazioni" del dipartimento internazionale della segreteria nazionale sempre della DGB, Düsseldorf; 1998-2004: segretario politico del dipartimento "Lavoratori stranieri" della segreteria nazionale del sindacato industriale dei settori minerario, chimico ed energetico (IG BCE) Hannover, poi, fino al 2014, direttore del dipartimento "Migrazioni/Integrazione" sempre dell'IG BCE, Hannover; dal 2004 membro del direttivo del consiglio interculturale tedesco, Darmstadt e membro del direttivo del consorzio addetto alla cura della cultura del settore minerario, Herne; dal 2006 co-presidente del consiglio interculturale tedesco a Darmstadt e, sempre nel 2006, candidato alle elezioni del Parlamento italiano, circoscrizione Europa; dal 2008 presidente dell'associazione nazionale dei sindacati tedeschi contro la xenofobia, il razzismo e l'estremismo di destra "Non toccare il mio compagno - La mano gialla", Düsseldorf. è anche socio fondatore e membro del direttivo di alcune associazioni italo-tedesche e cofondatore e membro del consiglio di amministrazione della fondazione per le settimane internazionali contro il razzismo. R: – È evidente come per tutta la vita ho tenuto i contatti con il mondo del lavoro in Germania ma anche con i sindacati italiani. D: – La sua è una storia importante riconosciuta con il conferimento, lo scorso anno, della Croce di Merito, una rarissima onorificenza assegnata dal Presidente della Repubblica Federale Tedesca al valore soprattutto per il suo impegno come Presidente dell'associazione "La mano gialla". Ci spiega di cosa si occupa la sua associazione? R: – Non posso negare che la Croce al Merito mi abbia fatto un grandissimo piacere. Mi è stato detto che dal 1949, anno in cui fu creata, è stata conferita solo a circa lo 0,2% della popolazione tedesca. La mano gialla è il nostro stemma: la scritta sulla mano significa "Non toccare il mio compagno". L'associazione nazionale fondata dal Movimento giovanile dei Sindacati Tedeschi esiste in Germania dal 1986. È una delle prime associazioni di questo genere. Essa ha origine in Francia dove fu fondata il 1984 con il nome: "SOS Racisme - Touche pas à mon pote". Trapiantata anche in Germania l'associazione è sostenuta dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) e gli otto sindacati di categoria affiliati come pure dai circa 1800 soci sostenitori, tra cui ministri, deputati e altre personalità della società tedesca. Come soci sostenitori abbiamo anche il movimento giovanile del sindacato austriaco (ÖGB) in più un'azienda italiana di Milano ed una turca. Io ne sono Presidente dal 2008. Insieme ai Sindacati Tedeschi e ad altre forze democratiche lottiamo contro la xenofobia, il razzismo e l'estremismo. Lavoriamo per una società umana che rispetti la diversità, l'integrazione e che crei pari opportunità e cultura. Il razzismo esiste purtroppo dovunque: quello contro gli italiani era più accentuato negli anni di prima immigrazione (1960-70), oggi è rivolto più verso i musulmani e i rifugiati. Credo che l'impegno sociale sia l'elemento portante della società e continuerò sempre a lottare contro il razzismo e il populismo di destra e battermi per i diritti umani e la democrazia. Nel discorso di ringraziamento alla cerimonia del premio ho ribadito quello in cui credo: l'esempio. Ho esortato tutti i presenti a dare l'esempio sulla via dell'integrazione. Moltissimi dei soci sostenitori dell'associazione lo diventano così, valutando il nostro operato, ascoltando quel che abbiamo da dire e comprendendo quanto sia fondamentale percorrere questa strada per creare una società più giusta. D: – Le faccio ora una domanda più specifica: l'immigrazione nel corso dei decenni è cambiata o è un fenomeno che resta sempre uguale a sé? R: – È cambiata moltissimo. Prima ad esempio l'immigrazione in Germania era puramente di manodopera ed era regolata secondo accordi bilaterali risalenti al 1955. Gli aspiranti erano raccolti a Verona, dove subivano tre giorni di visite mediche scrupolosissime: raggi, controllo ai polmoni, controlli di tutti i generi, perfino ai denti: se non ottenevi un certificato di salute e robusta costituzione non entravi. Era una trafila umiliante, ma allora era così, era la regola. Invece ora abbiamo l'Europa unita, che è una grande risorsa, una conquista di grande valore. Ci si sposta senza problemi per cercare lavoro e conoscenza, le frontiere non ci fermano più. Con queste premesse però si è verificato un fenomeno diverso: l'immigrazione di manovalanza è sempre minore, a differenza del personale qualificato e specializzato che cerca qui una svolta per la propria carriera. Poi ci sono i profughi, ma questa è un'immigrazione diversa. La costituzione tedesca garantisce il diritto di asilo a chi ne ha diritto e quindi si deve cercare di integrare queste persone, ma questa emigrazione "di fuga" ha fatto cambiare il modo di pensare della gente e il loro concetto di politica: in tutta Europa le forze xenofobe fomentano l'odio contro questo tipo di immigrati e parlano di invasione. Fermiamoci a pensare un attimo però: la mia generazione ha vissuto e sta vivendo in un'Europa senza conflitti bellici. Noi viviamo in un buon periodo, pacificamente e in un contesto in cui possiamo crescere culturalmente. Certo i problemi esistono e vanno risolti, specialmente quelli sociali. Ma in generale possiamo dire che siamo fortunati e la gente, ed in modo particolare i giovani, dovrebbero capirlo. La destra invece fa leva sulle paure della gente. Non offre alternative, visioni di collaborazione, ma mina la fiducia. Cita Trump e Salvini e il loro: «Prima veniamo noi!». Se non c'è unità e rispetto per le persone non si progredisce, ma per ottenerli bisogna educare la gente. Dobbiamo fare formazione politica nelle aziende e nelle scuole. Ad esempio, da poco abbiamo accordi con un'azienda chimica e una di trasporti per fare corsi di prevenzione dove formiamo i giovani e i professionisti. Ancor più questo andrebbe fatto nelle scuole. D: – La nostra speranza sono i giovani quindi? Come per tutti i cambiamenti dobbiamo agire su di loro? R: – Sì. Dobbiamo iniziare dalle scuole. Noi essendo un'organizzazione del sindacato, con i rappresentanti sindacali e i membri delle commissioni interne stiamo lavorando in questo senso sia nelle aziende che nelle scuole professionali, ma bisogna coinvolgere anche tutte le altre scuole perché se ne parli e si possa capire. D: – Lei parla spesso di discriminazione tra i discriminati. È davvero possibile che chi è stato emarginato surclassi e odi chi vive ora la stessa situazione che loro hanno subito? Perché? R: – Lo dico da sempre e la trasmissione di Gad Lerner "La difesa della razza" lo conferma ampiamente. Lerner al Bar Italia '90 e ai cancelli della Ford di Colonia parla con alcuni vecchi lavoratori italiani delle prime ondate migratorie e con gli operai di oggi: molti sono arrabbiati contro i nuovi immigrati. «Non vogliono fare sacrifici, non rispettano le regole, sono sfaticati: noi non eravamo così», dicono. È un dato di fatto che molti italiani di prima generazione in Germania detestino i nuovi immigrati. Che questa gente viene da guerre e fame non lo considerano; loro scappano per necessità. Io affermo sempre che nessuno lascia il proprio Paese con piacere se non ne è obbligato, neanche loro che vennero alla fine degli anni '50-inizi '60 lo fecero. Ma gli xenofobi qui fanno leva sull'esasperazione e molti di loro affermano di essere razzisti senza vergognarsene. D: – Da cosa nasce tutto questo odio? R: – Principalmente perché si sentono minacciati nella loro esistenza. I nuovi immigrati, i profughi sono potenziali concorrenti in più per chi è in cerca di lavoro o di case ad affitto economico. Non sono visti come colleghi o pari grado, ma come rivali. Seppure loro stessi abbiano subito o subiscano angherie, non sono solidali con i nuovi venuti e li trattano ancor peggio di quanto siano stati trattati loro. Per di più esiste da anni ormai un discorso mediatico e politico negativo sulla religione islamica e i musulmani. L'Islam viene visto soprattutto come pericolo, come fonte di criminalità e terrorismo. Questa visione stereotipata e negativa fa crescere le paure e fa sorgere l'odio, separa invece di unire la società e anche tra gli italiani ci sono questi risentimenti islamofobici. Purtroppo, le difficoltà per alcuni ci sono anche in un Paese stabile come la Germania e questo non si deve nascondere, ma il messaggio che deve passare è che il passato non si deve ripetere. Gli immigrati di prima generazione devono ricordare come essi non siano stati accolti a braccia aperte e contribuire a migliorare la situazione per i nuovi arrivati. Noi lotteremo sempre affinché i diritti umani vengano rispettati. Monia Rota Fonte: https://lombardinelmondo.org/.

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