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  • È ancora valida una rivendicazione di settore?

    Lo sciopero bianco, cioè la rigida osservanza dei regolamenti in modo da rallentare la normale attività, è vietato dalla bozza di autoregolamentazione in discussione fra i sindacati: lo sciopero si paga, essi dicono; in altre parole non è lecito danneggiare l'azienda e ricevere salario intero. I magistrati lo hanno fatto. Perché? «La loro situazione si è fatta tanto intollerabile da spingerli a gesti disperati»: così ha scritto uno di loro sul "Corriere" del 19 settembre. Le resistenze del governo «favoriscono il processo di destabilizzazione del Paese», ha addirittura dichiarato una delle correnti in cui si articola la magistratura. Molte critiche rivolge il magistrato Ugo Genesio ad un mio articolo in cui, pur senza disconoscere l'opportunità di aumenti, facevo un confronto fra carriera e stipendi dei 7.500 magistrati e dei 10.000 presidi, e concludevo che i problemi retributivi non vanno risolti uno per volta, ma nell'ambito di un quadro di riferimento generale. Lasciamo stare le questioni di dettaglio. L'assunto principale del mio interlocutore è che è improponibile ogni confronto fra magistrati e altri lavoratori. Presiedere un tribunale, egli scrive, comporta maggiori responsabilità rispetto ad una scuola. Il che è vero: ma non sempre. Il tribunale di Mistretta ha una circoscrizione di 27.000 abitanti; ed esistono preture come Capracotta con meno di 5.000 persone. Fra i magistrati c'è chi si ammazza di lavoro e chi ne ha troppo poco. Donde l'urgenza di una radicale ristrutturazione: un terzo dei tribunali e metà delle preture potrebbe esser soppresso. I magistrati hanno il merito di aver avanzato da tempo questa proposta: qui sì che hanno ragione da vendere. C'è invece un confronto che il dottor Genesio auspica: con i professori universitari. Ma non è che questa carriera sia migliore. Nell'olimpo dei "baroni" si arriva dopo una lunga trafila e una notevole selezione; e ottenuta la cattedra, si comincia con 540.000 lire per finire, dopo molti passaggi, a 955.000. Non si tratta comunque di schierarsi pro o contro i magistrati e le loro richieste. Indubbiamente miglioramenti retributivi sarebbero meglio accettati dalla pubblica opinione se la gente sapesse che vanno avanti i più capaci e meritevoli: se, in altre parole, la carriera fosse un po' meno automatica e un po' più meritocratica (pur con tutti i difetti che qualsiasi forma di giudizio inevitabilmente comporta). Tuttavia, al di là della questione particolare dei magistrati, il nocciolo della questione è un altro. È accettabile che qualche categoria di lavoratori si consideri avulsa dal contesto retributivo generale? Se è giusto, come penso, esaminare ogni vertenza sindacale nel quadro complessivo del sistema retributivo, può esser utile un cenno sul trattamento del settore pubblico negli ultimi anni. Anche perché i magistrati si ritengono i più dimenticati. Il punto di partenza sono i decreti del 28 dicembre 1970, che vanno sotto il nome di «riassetto delle carriere»; in quell'occasione vennero sistemati anche i magistrati, equiparando il consigliere di Cassazione al direttore generale degli statali. Successivamente i miglioramenti sono stati di due tipi. Scala mobile L'indennità integrativa speciale era di 27.600 lire mensili, oggi è a quota 168.989; non è stata sufficiente a coprire l'aumento del costo della vita; tutto il pubblico impiego ha perso terreno rispetto a quello privato, perché solo dal 1° luglio 1978 il punto di contingenza è diventato uguale per tutti. Altri aumenti Nel 1973 fu istituito l'assegno perequativo (da un minimo di 43.000 lire mensili lorde a un massimo di 129.000 a seconda dei gradi); si voleva assorbire la miriade di indennità e rendere onnicomprensivo lo stipendio, quindi non per tutti si trattò di aumenti veri e propri. Nel 1976 furono concesse 20.000 lire di acconto sui futuri miglioramenti e nel 1977 altre 25.000. E i magistrati? Ovviamente hanno avuto la scala mobile come gli altri, inoltre hanno fruito nel 1977 dell'acconto di 25.000 lire. Ma il colpo grosso lo fecero nel 1972. Con una sentenza interpretativa relativa all'equiparazione ai dirigenti statali, si auto-aumentarono gli stipendi di 58.500 lire lorde mensili per l'uditore, 97.500 per l'aggiunto, 146.250 per il giudice, 165.750 per il consigliere d'appello, 195.000 per il consigliere di Cassazione. Per quanto riguarda le prospettive future, l'accordo-quadro del 5 gennaio 1977 per il pubblico impiego prevede la riforma della struttura retributiva da concordarsi categoria per categoria, purché non si superi un aumento medio pro-capite di 50.000 lire mensili, comprensive delle 45.000 già concesse nel 1976-77. Vogliamo dare uno sguardo al settore privato? L'ultimo contratto, quello dei pubblici esercizi dell'agosto 1978, prevede per il prossimo triennio un aumento di 20.000 lire: 14.000 dal luglio 1978, 6.000 dal luglio 1979. Il panorama è dunque piuttosto grigio. Non potrebbe essere altrimenti, dato che l'economia ristagna. Reddito crescente da spartire non ce n'è. La solita predichetta? E perché solo ai magistrati? D'accordo, il discorso riguarda tutti. Ma il rischio oggi è che le grandi categorie, più controllabili dalle centrali confederali, finiscano per essere le sole a pagare il costo della crisi; e che la lotta alle ingiustizie retributive si faccia solo al loro interno e magari solo ai livelli più bassi. Indubbiamente i magistrati hanno ragione se vale la regola di guardare ai privilegiati che stanno meglio. Ma prima di parlare di disperazione, sarebbe giusto pensare che un inserviente ospedaliero oggi guadagna, appena assunto, 256.988 lire e arriva a 355.680 dopo 23 anni; un impiegato d'ordine statale rispettivamente 272.889 e 318.507. Ripetiamolo fino alla noia. È indispensabile porre la parola fine alle rivendicazioni di settore. Senza un quadro di riferimento generale, il sistema retributivo diventerà sempre più giungla in cui i più forti mangiano i più deboli. Di questo passo con che coraggio si può pretendere che gli operai o gli statali si accontentino di quattro soldi? Ermanno Gorrieri Fonte: E. Gorrieri, È ancora valida una rivendicazione di settore? , in «Corriere della Sera», Milano, 29 settembre 1978.

  • Nelle foreste dell'abete bianco

    In passato l'abete bianco era diffuso su tutto l'Appennino. Decenni di tagli, però, hanno relegato questa specie su un numero limitato di massicci. Tra questi sono mete classiche del naturalista le foreste dell'Abetone, del Casentino e dei Monti della Laga, ma anche l'Alto Molise, in provincia di Isernia. Terra di borghi medievali, di monumenti sanniti, di panorami e tratturi, l'angolo più settentrionale della regione non raggiunge quote himalayane. Il Monte Campo, la vetta più alta, arriva a 1.746 metri. Per vedere una vera montagna, da qui, occorre rivolgere lo sguardo verso la Majella che si alza al di là della profonda valle del Sangro. Anche l'Alto Molise, però, è una terra suggestiva. Chi s'interessa alla natura, oltre a immergersi nelle atmosfere dei boschi, può andare in cerca delle tracce del lupo, del capriolo e della volpe, ascoltare il ritmico battere del picchio nero, fermarsi in silenzio all'alba o al tramonto nella speranza di sentire il richiamo del gufo reale, il più grande rapace notturno italiano. Chi preferisce la storia può dedicarsi agli eremi come quello di San Luca, che si addossa a una parete del Bosco degli Abeti Soprani, o alle molte chiese medievali a iniziare da quelle di San Francesco e Sant'Emidio ad Agnone. Per i biologi, però, la vera attrattiva sono le foreste di Colle Meluccio, di Rosello e degli Abeti Soprani, dove l'abete bianco è ancora oggi la specie d'alto fusto più diffusa. Per difendere l' Abies alba è stato costituito il CISDAM, il Centro studi e documentazione sugli abeti mediterranei, che ha sede nella Riserva naturale (o Oasi WWF) dell'Abetina di Rosello, sul confine tra il Molise e l'Abruzzo. Altri magnifici abeti formano il bosco di Colle Meluccio, al confine tra i territori di Pescolanciano e Pietrabbondante, che è protetto da una Riserva naturale dello Stato. Per ammirare gran parte dell'Alto Molise, però, conviene salire alla vetta del Monte Campo, che con i suoi 1.746 metri è il punto più elevato della zona. Sovrastata da una enorme croce metallica, la cima è un belvedere sul Bosco degli Abeti Soprani. L'itinerario segnato che la raggiunge da Capracotta è una breve e piacevole passeggiata che si svolge in un rimboschimento di pino nero. I sentieri dell'Alto Molise, d'inverno, si prestano a passeggiate con le racchette da neve e a escursioni sugli sci da fondo. Le piste di sci nordico di Prato Gentile sono le più interessanti della regione. Da Capracotta o da Pietrabbondante si segue la comoda strada asfaltata che collega i due centri fino al piazzale e al rifugio di Prato Gentile (1.573 metri, 5,5 chilometri da Capracotta e 5,5 da Pietrabbondante). Sulla strada che sale da Pietrabbondante, poco a valle del piazzale, merita una sosta l'eremo di San Luca, addossato alla parete calcarea. Dal piazzale si segue a piedi e in discesa la strada asfaltata che scende verso Capracotta, che offre un bel panorama sulla Valle del Sangro e la Majella. Dopo poco più di 1 chilometro si raggiunge un bivio (1.510 metri) dal quale si devia a sinistra verso l'albergo Monte Campo e la chiesetta di Santa Lucia (1.543 metri, 0.30 ore) A destra della chiesa parte un sentiero segnato (segnavia bianco-rossi B1) che supera a tornanti un breve e ripido gradino, e poi continua con minore pendenza attraversando un rimboschimento e toccando una piccola costruzione abbandonata. Una volta raggiunto (1.705 metri) l'orlo dei salti rocciosi che dominano il Bosco degli Abeti Soprani si piega a sinistra raggiungendo la vicina vetta del Monte Campo (1.746 metri, 0.45 ore), sulla quale spicca una enorme croce metallica. Il panorama dalla cima è magnifico in tutte le direzioni. Oltre alla Majella e alle alture rocciose di Pescopennataro, nelle giornate serene si vedono il Matese e i monti del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Nell'ultima parte dell'itinerario, qualche passo tra roccette e mughi richiede un po' di attenzione. In discesa si ripercorre la prima parte del percorso di salita, si lascia a destra il viottolo nel rimboschimento e si continua verso est sulla cresta trascurando un primo sentiero segnato che si abbassa per un ripido canalone verso sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti (1.600 metri) si imbocca un altro sentiero segnato che scende verso sinistra, entra nel bosco e raggiunge una carrareccia pianeggiante utilizzata d'inverno da una pista da fondo. Seguendola verso sinistra si torna a Prato Gentile (1 ora). Stefano Ardito Fonte: S. Ardito, Cammini e sentieri nascosti d'Italia da percorrere almeno una volta nella vita , Newton Compton, Roma 2017.

  • Annina

    L'ovale del viso di Annina si staccava nitido nel fazzoletto scuro e la figura asciutta procedeva con un passo un po' tirato, tenendo il braccio piegato sotto il petto come a sorreggerlo. In lei traspirava una certa rettitudine, una sorta di riservatezza che raramente si apriva ad un sorriso. Forse la vedovanza l'aveva segnata nel tempo: il marito ancora giovane era stato ucciso per rappresaglia dai tedeschi appena fuori il paese, insieme al fratello. Nella cerchia delle donne sue coetanee occupava un posto discreto, amica di tutte, disposta a sbrigare piccole faccende si affacciava al portone o alla finestra delle case vicine per accordarsi e poi sfuggente e silenziosa riprendeva a muoversi. Si occupava con cura della casa e di altri piccoli lavori domestici non avendo altri animali da accudire che qualche gallina; frequentava la chiesa e partecipava alla conversazione sedendo insieme alle altre donne in un angolo sotto casa sua al riparo dal vento e dalla nebbia che calava sui fianchi della montagna. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • Una gita d'altri tempi su Monte Campo

    Una gita d'altri tempi su Monte Campo di Capracotta, cima spoglia, svettante tra boschi di pini ed abeti secolari meravigliosi, una gita con tanti giovani per una passeggiata panoramica e sportiva in montagna, alla conquista di vette da scoprire e... scalare. La vetta di Monte Campo si eleva con uno squarcio di roccia aperta verso nord, frantumata da cataclismi antichi. Spinto dalla curiosità giovanile, in cerca di grotte o anfratti nascosti, mi spinsi ad ammirare, osservare ed esaminare quell'ammasso di rocce "accatastate e sconquassate". Saltando e balzando tra i vari suoi anfratti, apparve alla mia vista, colpendomi per la forma, un grosso e levigato masso pari a un uovo gigante di oltre un metro di diametro molto ben levigato come può esserlo un ciottolo di fiume. Nei suoi pressi giacevano altri massi che presentavano incavi tali da far intendere che, in tempi remoti, l'uovo-pietra fosse stato in essi inglobato, come nato da essi. La scoperta destò grande interesse e sorpresa tra i giovani. Accorsero ad ammirarne la forma e a divertirsi a cavalcarlo. Quante volte la natura offre bellezze insospettate, vere opere artistiche da ammirare. Il primo pensiero che corse alla mente fu: "Sarebbe bello farne un bel monumento da collocare in un giardino pubblico di città", ma il problema del trasporto rendeva l'idea impossibile. A quei tempi era impossibile Oggi un elicottero speciale renderebbe facile risolvere quel problema. L'uovo gigante di roccia, certo, sta ancora lì, su Monte Campo di Capracotta: attende altri escursionisti. Chiederò ad amici, che visiteranno eventualmente il luogo, di salutarlo e farne una fotoricordo... Purtroppo, per me, ormai, non è più tempo di salti e balzi tra rocce e anfratti. Raffaele Buzzelli Fonte: https://www.altosannio.it/ , 21 febbraio 2018.

  • Un dolce ricordo

    Capracotta per me era il posto più bello al mondo. Ci andavo spesso insieme alla mamma ed alle mie sorelle tutte le estati. Ed era molto bello ritrovarsi tutti insieme nella grande casa di famiglia. Lì ritrovavo i miei numerosi cugini, di tutte le età, gli zii ed il grande capo incontrastato capace di incutere rispetto ed obbedienza a tutti dai più grandi ai più piccoli: mia nonna, la mitica Mamma Rosa. Mamma Rosa era alta, magra, viso scavato, zigomi sporgenti e lineamenti resi ancor più duri da un’espressione sempre corrucciata ed accigliata che sembrava voler esprimere disappunto e malumore perenni e, cosa ancor più sinistra, vestiva di nero con delle ampie gonnone che le conferivano un aspetto ancor più austero. Penso di non averla mai vista sorridere, quando parlava era solo per riprendere o per emettere giudizi critici ai danni di qualcuno, o per impartire insegnamenti inappellabili che io non condividevo ma che nessuno mai si permetteva di contraddire, neppure i figli più anziani. Tra i nipoti prediligeva i figli dei figli maschi ed io, essendo figlio di una figlia, ne ero fuori. Questa palese ingiustizia mi inquietava ma mi guardavo bene dal manifestarlo anche perché ad essere un suo prediletto non è che si guadagnasse molto, forse qualche rimprovero in meno ma niente di più, quella donna era totalmente incapace di donare affetto e dolcezza, almeno in apparenza. Per fortuna il rapporto con i cugini e gli zii era tutt’altra cosa. In quel casermone, nonna a parte, c’era sempre una gran caciara ed un’atmosfera lieta e serena, si faceva tutto insieme e si condivideva tutto. Ma Capracotta è stato soprattutto il luogo dove ho fatto le mie prime dolci ed indimenticabili esperienze adolescenziali. Lì ho conosciuto i miei primi fantastici amori giovanili, amori tanto intensi quanto di breve durata. Questo bellissimo paese di montagna in estate si popolava di giovani provenienti da tutta Italia, soprattutto da Roma, figli di capracottesi che per ragioni di lavoro erano andati via ma che immancabilmente tutti gli anni ad agosto tornavano nel luogo di origine con l’intera famiglia. Il paese era piccolo e noi adolescenti la mattina ci ritrovavamo tutti in villa dove ci si conosceva, si scambiavano esperienze, si parlava, si scherzava, si ascoltava la musica ed immancabilmente nascevano forti amicizie, simpatie ed amori estivi. La sera, invece, ci si ritrovava da qualche parte a ballare. Io Laura la notai subito perché era molto carina ed aveva sempre intorno a sé un codazzo di ragazzi che le facevano la corte. La considerai subito un frutto proibito, un qualcosa di inaccessibile non solo per la mia insicurezza che mi faceva sentire inadeguato ad una ragazza così bella, ma anche perché era una sedicenne, aveva un anno più di me ed a quell’età era già un problema corteggiare le coetanee che pareva avessero tutte una certa predilezione per i ragazzi più grandi, una ragazza un po' più grande, poi, ne ero certo, non mi avrebbe nemmeno calcolato. Nonostante ciò, io non potevo esimermi dal lanciarle sguardi continui. Quando arrivava in villa, io sentivo imbarazzo perché mi imponevo di fingere indifferenza però finivo sempre col volgere lo sguardo verso di lei, era più forte di me. Un giorno inaspettatamente ci ritrovammo a parlare insieme, da soli, e quando arrivò l’ora di pranzo, visto che abitavamo vicino, tornammo insieme a casa e così avvenne nei giorni seguenti. Nacque così una bella amicizia ma non provavo nemmeno ad andare oltre perché avevo paura di rovinare tutto, anche quella piacevole simpatia reciproca. I giorni passavano ed io andavo avanti con quel rapporto così bello ma che, ovviamente, non mi soddisfaceva del tutto. Un giorno verso la fine di agosto mi feci coraggio e decisi che non potevo continuare in quella incertezza e con un mio amico combinai che, quella sera, appena avessi cominciato un ballo con la mia amica, lui avrebbe spento le luci. Questo era un espediente che usavamo spesso con gli amici quando qualcuno ci voleva provare con una ragazza. Il ballo iniziò, come convenuto le luci si spensero, ma io non riuscivo proprio a fare la prima mossa. Ad un certo punto però sentii stringermi forte, sentii il seno della ragazza premere con forza contro il mio petto e subito dopo la bocca di lei che si faceva strada fra le mie labbra ed una sensazione di infinita dolcezza quando avvertii la sua lingua all’interno della mia bocca. Una sensazione così forte non l'avevo mai provata, non mi era mai successo con le mie coetanee di sentire un abbraccio così forte ed un bacio così appassionato e coinvolgente, finora avevo provato solo l'ebbrezza di baci sfuggenti e balli guancia a guancia, niente di più, ed era questo che io, se avessi avuto coraggio, avrei provato a fare allo spegnersi delle luci. Dopo un primo momento di completo smarrimento cercai di riprendermi ma ero completamente dominato e sopraffatto dalla intraprendenza della ragazza che invece dimostrava molta padronanza e sicurezza di sé. Era tutto molto bello ma mi sentivo completamente soggiogato in una situazione che mi vedeva totalmente in balia della mia amica. Pregai che le luci si riaccendessero al più presto ed anche grazie alle lamentele di alcune ragazze il mio desiderio fu esaudito. A luci accese ripresi il controllo, la mia amica si ricompose e fu dolcissima con me per il resto della serata. Due giorni dopo lei ripartì e ci separammo con la promessa di ritrovarci l'anno dopo ma non fu così. Io Laura non l'ho più rivista ma mi è rimasto forte il ricordo di quella esperienza così bella e coinvolgente. Pasquale Terreri Fonte: P. Terreri, La polvere dentro , Keplero, Termoli 2020.

  • Bernardo Pizzella, uno di famiglia per Benedetto XIII

    Nella sezione "Alessandro Gregorio Capponi" della Biblioteca Apostolica Vaticana è conservata una "Succinta relazione della nascita, vita e costumi della famiglia di Benedetto XIII" stilata dopo la dipartita del papa: altro non è che un regesto teso a mettere in cattiva luce la famiglia di Vincenzo Maria Orsini, dove per "famiglia" deve intendersi la squadra clericale che il card. Orsini formò a Benevento e che si portò dietro a Roma una volta eletto pontefice. Come ben sappiamo, in questa squadra figurava anche il capracottese Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), cameriere segreto di Sua Santità che, nella cronaca appena scoperta, datata 1732, è così descritto dall'anonimo compilatore: Bernardo Pizzella da Capracotta venne in Benevento al servizio di m. Nunzio Baccari, che fù vicegerente di quella città, e lo chiamò di 6 anni, e lo lasciò scriba alla Curia, che esercitò più anni, poi fù fatto Canonico e Cancelliere, di più fù esaltato dal Cardinale fatto Papa. Da questa stringata descrizione si evince che il Pizzella giunse a Benevento grazie a mons. Nunzio Baccari, il più anziano dei dignitari ecclesiastici capracottesi, che evidentemente, viste le precoci doti letterarie del bambino, lo chiamò al suo servizio nel 1692. Effettivamente Bernardo Antonio Pizzella fu anche scrittore e ci ha lasciato un bellissimo sonetto composto a Capracotta, il cui manoscritto è conservato presso la Biblioteca e Archivio Diocesani di Gubbio... ma questa è una storia che racconterò più in là. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Albino, Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise , vol. I, Solomone, Campobasso 1864; A. G. Capponi , Relazione in lettere, successi et interessi della città di Roma , Roma 1746; A. De Spirito, Visite pastorali di Vincenzo Maria Orsini nella diocesi di Benevento: 1686-1730 , Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2003; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d'Italia , vol. II, Bordandini, Forlì 1892; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Sui campi nevosi di Capracotta

    Campobasso, 16 febbraio. L'ardente passione per gli sports invernali ha pervaso in un ritmo crescente le masse sportive molisane, le cui file di giorno in giorno si ingrossano di fedeli entusiasti adepti: giovanissimi delle avanguardie balillistiche e dei reparti dal fazzoletto dai colori di Roma, giovani dalla tempra irrobustita nei cimenti sportivi - adulti dalla fede sempre magnificamente balda; signore e signorine dalla squisita gentilezza e dalla elastica flessuosità delle eleganti movenze. Sciare: ecco il nuovo verbo che affascina. Sentire sulle nevi candide il fremito di passione nelle ripide dislivellate volate nella voluttà inesprimibile che è simile al bacio suadente di una donna amata. Così si muove la vita sui campi della regione molisana delle nevi: la candida Capracotta a quota 1.421 sul livello del mare. Ospitale, gentile, signorile: la cittadina ammantata dal bianco lenzuolo ospita i turisti e gli appassionati del magnifico sport della neve. Del Collegio militare di Roma le balde e fresche ed ilari giovinezze intersecano nella disciplina rigida i preordinati percorsi: dei Lupi del Matese gli ufficiali ed i militi gareggiano per i premi posti in palio dal Comando regionale sotto gli occhi dell'organizzatore console Tradardi coadiuvato molto brillantemente dal capo dell'ufficio sportivo centurione cav. Umberto Ciacca. Il console generale Maciocchi con la sua ambita presenza ha dato l'assenso ed il plauso alla magnifica manifestazione di allenamento e di forza. Anima e vita delle organizzazioni, il commissario provinciale del C.A.I. camerata Benedetto Giuliani, che della sua Capracotta conosce i misteri delle volate sulle nevi e che come commissario di gara nella vasta località Guardata dislivellata a 400 metri, indice le febbrili competizioni alle squadre bellissime e balde del loro entusiasmo sincero. Con lui lo strenuo comandante Noè Ceccarelli, che plasma al rischio dello sport invernale le sue squadre dei giovani fascisti, e che come Segretario politico di Capracotta è l'esponente attivo, zelante disciplinato della fede fascista della sua natia città. Non va dimenticato il podestà cav. Gregorio Conti, che dà prova di gentilezza cotidiana verso i moltissimi che trovano asilo in case private e nell'Hotel Cimalte. Del lungo elenco degli ospiti graditi stralciamo: da Campobasso: prof. Vernucci; ing. Barone Jannucci e signora; dott. Bevilacqua e sorella signorina Niny. Da Roma: ing. Soli; D. Cecilia della Pergola; le signore: Castiglioni Cipriato e poi una lunga fila di sempre eleganti cavalieri e di affascinanti damine, tutti nel costume invernale: ilari, festose, nel brio di una giovinezza fiorente, esuberante, gioviale. Ed a sera, dopo le brillanti trasvolate sulle navi candide, si aprono magnifiche di luci e di eleganza le belle sale del Circolo Unione che è presieduto dall'impareggiabile dottor Castiglione che vivifica con la sua cortesia e con la sua appassionata signorilità, la gentilezza innata della sua Capracotta simpaticissima. E le danze si intrecciano nel cadenzato ritmo delle musiche attraenti: come nel mattino si sono incrociate le gare sulle bianche nevi. Giovinezza gagliarda ed affascinante: giovinezza dell'Italia nuova che afferma come suo solo diritto l'eterno sorriso dell'eterna primavera dell'italica gente. Fonte: Sui campi nevosi di Capracotta , in «Il Giornale d'Italia», XXXV:58, Roma, 17 febbraio 1935.

  • Sull'atlante della memoria vesuviana: Palazzo Capracotta

    Già creazione di epoca spagnola e seicentesca, poi sede municipale durante l'epoca borbonica, condominio anonimo per privati cittadini oltre il secondo millennio, Palazzo Capracotta ad Ercolano è celebre tra le Ville Vesuviane del Miglio d'oro dei giorni nostri per le sue forme particolari, per la sua pianta ormai irriconoscibile, lo stato pessimo di conservazione, per il vuoto che ospita il nome, o i nomi, che insieme al Principe di Capracotta l'hanno stabilito. Le pieghe di gusto barocco assumono la fisionomia di un "libro aperto", e come un libro aperto Palazzo Capracotta ci parla con una sincerità e uno spessore di testimonianza che forse non solo i corpi che sanguinano, le vive piaghe delle carni mistiche, possiedono. Soprattutto la facciata ad angolo ottuso, le finestre decorate con stucchi arricciati, ringhiere in ferro battuto curvilinei e a sbuffo restituiscono una metafora architettonica molto produttiva per le nostre indagini. Come pagine vissute, ricche di sottolineature, umide perché intrise di inchiostro, angoli piegati, tracce di memoria sgualcita, citazioni, indicazioni, elaborazioni possibili di un passato scritto per chi ormai non sa più leggere, Palazzo Capracotta resiste a chi ha perso l'estetica, la sensibilità, attenta del lettore esercitato. Il Palazzo Capracotta è il "Nodo Borromeo" inaspettato tra l'architettura teatrale dei drappi e della rappresentazione barocca (e per certi versi effimera) e l'architettura dell'eternità. I tre piani del complesso soffrono come nell'architettura, come nella letteratura romanzata, contemporanea di depauperazioni, citazioni dall'antico non più evidenti, sventramenti del primo piano e del solaio che rovinano lo splendore che lo caratterizzava un tempo; Palazzo Capracotta è un altro araldo della profonda inconsistenza e melanconia che attanaglia, come i nostri cuori, i nostri luoghi. La florida e curiosa ricchezza delle attività sociali che la abitano e la circondano, lasciano sperare in un ready made ; il mercato dell'usato, che frequenta la strada antistante l'edificio, porta a pensare che un quartiere d'origine medievale come questo possa essere la superficie catalizzante per le, comunque attuali e resistenti,  formule di pathos, immagini dialettiche, capaci di lavorare il passato anacronisticamente, elaborare nuove soluzioni architettoniche e urbanistiche per il passato e per il futuro. Angelo Calemme Fonte: https://www.vesuviolive.it/ , 9 giugno 2014.

  • I vecchi e i giovani

    Ma, tornando a noi, a volte queste case molisane ospitano bellissime e antiche biblioteche, un patrimonio inestimabile di libri. Ebbene, siccome le librerie spesso ingombrano, allora si svendono i libri. Un patrimonio che se ne va per sempre. Del resto il Molise è la regione dove si vendono meno libri e giornali. Dove ci sono solo due vere librerie. Due librerie in tutta la regione. Me lo spiegava Michele Paparella, ex proprietario di una di queste librerie, che dopo vent'anni di tentativi per portare i libri in mezzo ai molisani ha ceduto. La libreria è passata al nipote, che ha ristrutturato, ha dato più spazio alla cancelleria e acquistato un sacco di testi in uso agli avvocati. Siccome Campobasso è piena di avvocati, almeno la rendita mensile è garantita. C'è il direttore della biblioteca che non ci può pensare, ogni volta che mi incontra mi dice: – Il Molise non era così, nell'Ottocento tutti questi paesi erano attivi e sani. C'erano addirittura paesi che avevano due giornali. C'erano molte biblioteche e un pubblico che ad esse attingeva. Poi, durante il ventennio fascista tutto è cambiato. L'emigrazione ha fatto il resto. Per questo Maria Assunta Barranello si è fissata con Bob De Niro, per uscire da questo vecchiume, senza cacciare via i vecchi ricordi, ovviamente. Eppure la maledizione del forno di Guardiaregia continua a imperversare. Più di tanto non si può andare, diventi un corpo estraneo, bizzarro. Se volete un altro esempio di bizzarria imprenditoriale, di segno opposto ma speculare al forno, allora dovete proprio andare a Pietracupa. Che, come vi dicevo, non vuol dire cupa, inteso come aggettivo. Anche se, vi devo dire la verità, in certe giornate, quando i cumulonembi si arricciano sopra lo sperone di roccia, oppure quando il maestrale porta le perturbazioni del Nord, be', in quei giorni «cupa» diventa l'aggettivo adatto. Però, come mi dicevano i pietracupesi, anche questo ha il suo fascino: l'idea di poter guardare le sfumature della natura. Le sfumature del bianco e del grigio. Non è cosa da poco. Questo vale soprattutto per me che oggi, alle soglie dei quarant'anni, percepisco molto le sfumature. Fatto sta che a Pietracupa, paese di 252 persone, di cui 150 anziani, c'è un albergo, il President Hotel, che ha 250 stanze. Praticamente, può ospitare più persone di tutto il paese. Un albergo moderno, dice l'ingegnere: come si possono trovare a Londra o New York (però esagera), con i badge magnetici, sale convegni, discoteca incorporata, belle stanze e buona colazione. L'ingegnere di professione fa l'imprenditore ed è convinto, a ragione, che il Molise sia bellissimo. Mi ha fatto pure l'elenco delle bellezze molisane: – Abbiamo Sepino, un sito archeologico che fa impallidire Pompei ed Ercolano, tanto bello quanto sconosciuto, tanto da non essere riportato nemmeno nelle guide del Touring. Pietrabbondante, con l'anfiteatro sannita con i caratteristici sedili ergonomici da cui si deduce che l'ergonomia l'hanno inventata i Sanniti. Frosolone, con l'artigianato dei coltelli, esportati in tutto il mondo. Agnone, con le fonderie per la fabbricazione delle campane, uniche fonderie a possedere il brevetto. E poi sparsi qua e là ritrovamenti archeologici, alcuni dei quali rivoluzionerebbero gli studi sul Medioevo, eccetera, eccetera. Il nostro ingegnere è uno di quelli che dice sempre «eccetera, eccetera». Sono così tante le cose belle che non può elencarle tutte. E siccome è convinto che nessuno lo sa, nemmeno i propri concittadini, si è fatto fare delle cartoline pubblicitarie double-face. Un piccolo capolavoro narrativo. Sul davanti c'era l'immagine di un pascolo con su scritto: «Pascoli scozzesi? No!». La giravi e c'era la stessa foto con la risposta giusta: «Pascoli molisani». Effettivamente alcuni pascoli molisani sono uno spettacolo. La leggera ondulazione delle colline già placa lo sguardo, quando poi la terra è seminata a grano o a segale, oppure a prato misto, medica più loietto, quando le mandrie di cavalli selvaggi galoppano con ritmo e ardore, quando bellissime mucche brune alpine e frisone bastarde, con la pelle luccicante, in buona salute per via dell'aria fresca e della ginnastica fra le rocce, con delle mammelle piene di latte, quando queste vacche, dicevo, vi passano ac-canto alla macchina, indifferenti a tutto, pure alla storia, dimentiche di tutto, anche di loro stesse, un cinico come me diventa sentimentale. Oppure, altra cartolina double-face dell'imprenditore: piste da sci con la scritta «Courmayeur? No!». La giravi e c'era scritto: «Capracotta». Ma non basta; oltre al fatto che il Molise è bello, c'è da aggiungere il fatto non secondario che qui si vive benissimo. – Qua c'è ancora il senso della comunità. Gli anziani sono accuditi e rispettati, mica come a Roma – e mi guardava storto  – che se muore un vecchio in un appartamento lo ritrovano dopo un mese. I vecchi e i giovani, quindi. I giovani che bevono e non hanno sogni e i vecchi che, sì, invecchiano bene, ma rinnovano anno dopo anno questa aria malinconica. I giovani che si dice accudiscano i vecchi li rispettano soprattutto perché hanno bisogno di loro, delle loro pensioni, dei risparmi accumulati nei libretti postali , dei legami di parentela che hanno con fratelli o cugini emigrati i quali dunque fanno arrivare metodicamente le rimesse. Antonio Pascale Fonte: A. Pascale, Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro , Laterza, Bari 2006.

  • Fiore

    Il secondo fratello di Lucia, Adamo Fiore, comunemente chiamato Fiore, faceva il capraio e portava al pascolo sempre con sé il figlio Emilio che, al pari del figlio di Irene, aveva preso il nome del nonno. Fiore aveva infatti sposato Giovannina Serlenga che morì a soli 43 anni; dalla loro unione erano nati Antonietta, Maria Rosa, Emilio e Lucio Antonio. Solo la prima figlia visse abbastanza a lungo da metter su famiglia, ma di lei si sono perse le tracce. A Capracotta ogni famiglia possedeva una capra, dimorante nella stalla, il più delle volte posta nella parte più bassa della casa, sia per contribuire al riscaldamento dell'abitazione sovrastante, sia per facilitare la mungitura quotidiana, passando così per le scale interne senza dover uscire in inverno sulla neve e sul ghiaccio. Fiore portava al pascolo fino a duecento capre. Ricordo questo favoloso avvenimento quotidiano, quando al mattino il capraio faceva il giro interno del paese suonando il corno, per avvertire i proprietari di capre affinché liberassero le bestie e gliele lasciassero in custodia. Le capre, svelte svelte, uscivano ognuna dalla propria stalla in un tintinnio di campanelli squillanti e di belati a tono variato. Che meraviglia vedere quel torrente caprino dai colori cangianti, dal bianco al marrone al nocciola al nero, punteggiato di ciuffi rossastri! E quel battere di zoccoli! Le vedevo partire verso la Guardata come un treno che sfreccia, lasciando una scia di gioia fatta di suoni, di polvere e di colori. Tenerissimi anche i nomi: Zerella, Bianchina, Peppenella... Credo che ci fosse molto amore verso quelle capre diventate, per ognuna di quelle donne, parte della propria famiglia. Al mattino la colazione era costituita da pane locale - molti avevano il forno in casa, altri lo producevano presso i forni a legna con farine locali - e latte appena munto. Erano sempre i caprai che si occupavano dell'accoppiamento degli animali, visto che possedevano il becco ( zùrre ), il maschio della capra, acquistato alla fiera degli animali dell'8 settembre, dove lo rivendevano dopo che, durante l'anno precedente, aveva montato non meno di duecento capre. Ricordo con vividezza l'odore asfissiante del caprone. Il capraio veniva pagato su base mensile per ogni bestia affidatagli e/o per ogni accoppiamento che avesse dato vita a splendide caprette. Fiore e il giovanissimo Emilio morirono durante la Seconda guerra mondiale. Mentre pascolavano il gregge in località Difesa, a circa tre chilometri dal paese, calpestarono una mina o un proiettile inesploso, restando uccisi sul colpo. È anche possibile che a ucciderli fosse stata una granata sparata dall'altra sponda del fiume Sangro, dove erano acquartierate le truppe tedesche. Le capre tornarono da sole in paese, ognuna nella propria stalla, tanto che i capracottesi si allarmarono e partirono alla ricerca dei due caprai. La morte di Emilione e di Fiore, così come la fuga di Francesco, porteranno a una situazione inedita che lascerà tre donne, Marosa e le figlie Lucia e Irene, a inventarsi molte attività per sopravvivere. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.

  • Sepolta viva

    Capracotta è un Comune del napoletano in provincia di Molise; ed è a Capracotta ch'è accaduto giorni sono un fatto orribile, spaventoso. Lo racconta a "Fanfulla" uno dei suoi abbonati di là, ed io lo riassumerò il più brevemente che sia possibile per non funestare più del bisogno le nostre lettrici. Una contadina, ancora giovane, alla vigilia di partorire, fu presa da dolori atrocissimi. La levatrice, che l'assisteva, le fece bere un litro e più di vino poderoso, ciò che le produsse una specie di stordimento e la mise in uno stato di quasi insensibilità. Venne un medico - benedetti medici! - e vitala appena, sentenziò: è morta. Il marito desolato, e due figliuolette s'inginocchiano e pregano per lei; dopo di che è messa in una bara, legata mani e piedi, perché pare che a Capracotta abbiano paura dei morti, e trasportata in cimitero. Là scavano una fossa, recitano le preci, e via. Il medico aveva accertato il decesso; il Sindaco aveva dato il permesso. C'era forse da chiedere altro? Dopo due giorni la terra vien rimossa e si vede che il corpo della donna non è più nella posizione di prima. La sua bocca stringe ancora la corda che le lega le braccia, e quell'atto disperato indica lo sforzo supremo da lei fatto per liberarsi. Ma non finisce qui: accanto a lei c'era una creaturina nata solo da poche ore e nata in una tomba. La povera sepolta viva aveva gridato, urlato; lo dicono certi contadini, i quali il giorno prima erano passati di là e avevano sentite le grida; erano scappati credendo che fosse qualche anima in lite col diavolo. Così, prima per il medico e poi per costoro, la poveretta moriva vittima dell'ignoranza dei suoi fratelli. L'autorità procede, ma certo non potrà restituire alla vita né lei, né la sua creatura. Massimo Curiel Fonte: M. Curiel, Sepolta viva , in «Il Corriere di Trieste», III:204, Trieste, 7 settembre 1875.

  • Capracotta, la spuntano gli intransigenti

    Anche a Capracotta l'avvento del fascismo avrebbe portato ad un lungo braccio di ferro tra gli esponenti della locale sezione e la parte politica che non sembrava propensa al fascismo, legata alla famiglia Conti, di cui Alfredo era sindaco del Comune. La sezione del Fascio venne aperta a Capracotta il 26 marzo 1923 e vedeva come segretario Francesco Paglione. Una sezione che si metteva pienamente in linea con l'intransigentismo del federale David Lembo e si poneva l'obiettivo di scalzare l'amministrazione locale. Proprio Paglione, a detta del federale Lembo, che «si è accinto all'arduo compito di ridare a Capracotta quella nobile e signorile fisionomia di civica corretteza che da un decennio di ignominioso sgoverno della cosa pubblica era divenuto un mito sperduto nella notte dei tempi e della leggenda». Il timore era che affiancandosi agli amici dell'ultima ora si potesse imbrigliare il fascismo evitando la sua azione di trasformazione radicale della società. La prova di forza la si faceva in occasione della consegna del gagliardetto alla sezione, ai primi di ottobre del '23. Era proprio Paglione a puntare il dito contro quanti all'interno dell'amministrazione «ardirono ritentar la tratta degli schiavi», sottolineando come il fascismo, «abbattute le cinte» delle rocche alzate «dagli innominati, porta la sua fede pura nella rocciosa Capracotta [...] e si ripromette l'elevazione materiale e morale della nostra Capracotta e il suo riscatto dalla medievale tirannide che per un decennio l'à oppressa, ed alla quale furono cariatidi e sorpassati faccendieri di una politica venduta». Proprio Lembo, nel suo intervento, sottolineava come nelle amministrazioni comunali vi fosse ovunque «vecchiume corroso e tarlato, incapace a nulla, sordo ad ogni benefica voce di progresso [...] Il fascismo ha tali e tante energie giovanili, sagaci e fattive da mettere al loro posto per dimostrare come e quanto si possa e si debba operare pel bene di tutti». Nessun compromesso e nessuna tregua, dunque, con la vecchia classe dirigente. Al partito doveva fare capo tutta l'organizzazione della vita pubblica e sociale della comunità. Nonostante i tentativi, però, della sezione locale di far cadere l'amministrazione, il prefetto mantenne saldi i piedi a terra. Le elezioni politiche del 1924 vedevano la lista ufficiale del Pnf raccogliere 347 voti. La Lista Bis, ottenere 29 voti; l'Opposizione Costituzionale, 20; il Psi, 13; il Ppi, 3. Sempre aspra, però, la disputa tra la sezione del Fascio e l'amministrazione Conti, che si sarebbe chiusa il 23 luglio 1925, con il decreto reale che scioglieva il Consiglio comunale di Capracotta. «Problemi indilazionabili, quali lo approvvigionamento idrico, la costruzione delle fognature, la sistemazione e la manutenzione stradale e del cimitero – si leggeva nel provvedimento – non sono stati neppure affrontati, mentre altri importanti servizi pubblici e particolarmente la vigilanza annonaria, la nettezza urbana, l'igiene, la pubblica illuminazione, l'assistenza sanitaria ai poveri, sono in abbandono [...] Inoltre, gli uffici risultato in deplorevole disordine [...] La situazione finanziaria del Comune è precaria». Contemporaneamente, la federazione decideva per l'espulsione dal Fascio di Conti e dei suoi sostenitori, fra cui il cugino Gregorio. Il Comune veniva commissariato e la scelta cadeva sul console della Milizia, Eugenio Iannone. Agli atti anche una lettera dell'ex deputato di Capracotta, Tommaso Mosca, che scrivendo al prefetto denunciava le continue manovre di componenti del locale Fascio «che erano gli ardenti elettori del mio avversario politico Marracino, nittiano, socialdemocratico, massone» e che oggi puntano a fare espellere il sindaco «per impadronirsi dell'amministrazione che sotto il prefetto Emina» non erano riusciti. «Gli addebiti sono sempre gli stessi e siano stati dimostrati insufficienti ed irrilevanti dalle precedenti inchieste, pure sembra che profittando del cambiamento del Prefetto [...] abbiano ottenuto la proposta di scioglimento». A fine dicembre del 1925, però, la caduta di Lembo portava alla guida della federazione fascista prima una Pentarchia e, poi, Giovanni Tirone, che avrebbe portato il fascismo molisano alla piena normalizzazione. Uno dei primi atti, la visita a Capracotta per riassorbire la famiglia Conti all'interno del locale Fascio allo «scopo di ottenere, ad ogni costo, la completa pacificazione di tutti i cittadini nel nome di Benito Mussolini». Non a caso, a gennaio del '26, chiedeva a Filiberto Castiglione di firmare un documento unitamente ad Alfredo Conti per ricomporre la frattura apertasi. Successivamente, riammetteva nel partito Gregorio Conti per consentirgli di potere avere la nomina a podestà. Pacificazione e normalizzazione erano il prezzo da pagare alla collaborazione e al consenso di vecchi avversari. Castiglione, seppure firmatario del documento congiunto con Conti, ritenne di mettersi da parte unitamente agli altri componenti del direttorio. Così, Tirone procedeva alla nomina di Gregorio Conti a segretario politico che, dopo la nomina a podestà, lasciava a Vincenzo Ianiro. Nel direttorio trovavano spazio Ottorino Conti, in qualità di segretario amministrativo, e lo stesso Alfredo Conti, come componente. Proprio quest'ultimo, nella riunione d'insediamento del nuovo direttorio, il 21 aprile 1927, ringraziava Tirone «che in pochi mesi abbatté campanili e nefaste muraglie». Sembrava la registrazione della sconfitta di quel fascismo della prima ora sancita un mese dopo dalla presenza a Capracotta, il 30 maggio, del prefetto Spadavecchia e del federale Tirone che, tra l'altro, nel ricordare la figura dell'ex parlamentare Tommaso Mosca, deceduto il 24 marzo 1927, sottolineò come lo stesso fosse «legato alla [sua] famiglia da vincoli di salda ed elevata amicizia». La musica, però, sarebbe cambiata con l'avvento alla guida della federazione del Partito di Nicola Palladino nei primi mesi del 1928. Dopo avere riammesso nelle fila del partito Giovanni D'Andrea, ex membro del direttorio fascista di Capracotta che aveva subito il provvedimento disciplinare, l'8 maggio 1929 procedeva a ricostituire il direttorio riportando Filiberto Castiglione alla segreteria politica. La nomina significava la rottura della tregua armata che si era avuta. Nonostante tutto, però, il prefetto Passerini, da poco a Campobasso, riteneva di confermare a podestà, l'8 luglio 1931, Gregorio Conti con il via libera anche della federazione fascista alla cui guida era stato inviato un federale di fuori regione, Mario Sensini, proprio per la piena normalizzazione della situazione politica. Nonostante tutto, però, i rapporti tra sezione locale del Fascio e podestà non sarebbero tornati cordiali, tanto che il nuovo prefetto Monticelli, a settembre del 1934, chiedeva ai carabinieri di verificare la situazione politica e amministrativa ancora in essere a Capracotta. «Il Conti – si leggeva nel rapporto dell'Arma al prefetto del 19 novembre 1934 – non ha mai chiesto la collaborazione col direttorio del Fascio che sarebbe tanto necessaria per assicurare una fattiva collaborazione. Non agevolerebbe i compiti dei dirigenti fascisti. Il carro funebre fatto costruire dal Regio commissario Iannone, per evitare che le salme venissero trasportate al cimitero a spalla, facendole sostare davanti le case dei conoscenti per il diritto alla sosta da 2 a 5 lire, è stato eliminato». A marzo del 1935 era nuovamente il direttorio locale del Fascio a spingere per la rimozione del podestà: «Lo stato è talmente increscioso che si dimostra fatale allo sviluppo dell'ideale fascista. Il locale direttorio ha spiegato tutte le sue migliori energie per porre termine ad un'epoca passativista. Tutto è stato vano perché il popolo di Capracotta reputa sovrana una sola famiglia, i Conti». Anche la federazione del Pnf, guidata ora da Tito Di Iorio, riteneva di dovere inviare un proprio ispettore che il 21 marzo così relazionava: A Capracotta sopravvive il feudalesimo, soggiogata com'è la popolazione dalle famiglie Conti e Castiglione; altra tinta medioevale dà alla vita capracottese l'esistenza di varie associazioni di arti e mestieri [...] e di fascismo nulla. Il popolo abituato a vecchi partiti li ha visti risorgere più insormontabili di prima, perché la parte malata, la parte cancrenosa si è vista protetta dal distintivo indegnamente acquistato. Fino a 10 anni fa un Conti era sindaco, uno farmacista, uno medico, uno arciprete, uno primo assessore. Di fronte al comune servilismo, sorse il Fascio di Combattimento nel 1923. I Conti, però, entrarono nel partito. Nel '25 fu espulso Alfredo Conti e poi gli altri. Con Gregorio Conti podestà, risorsero al potere le vecchiume idee. Sordo a qualsiasi iniziativa che sorga dal Fascio e sordamente ostacola il direttorio nell'opera di penetrazione verso il popolo. Non c'è la più pallida idea di sindacalismo ma ogni sua azione è improntata allo stile di un vecchio sindaco intento a conservare il più possibile la carica. Il popolo sordamente mormora, ma tace ricordando tempi di feudali vendette. Anche il prefetto, a questo punto, inviava un commissario prefettizio per una piena valutazione della situazione. Il 24 aprile '35 questi scriveva: «Mio convincimento che la situazione di Capracotta ha necessità di radicali provvedimenti: sciogliere tutti i circoli e le associazioni di vecchio stile; istituire un Dopolavoro; togliere le cariche politiche e sindacali a tutti indistintamente; dare le cariche a persone estranee alle beghe familiari. Sarebbe bene che una volta per sempre si metta fine alle beghe paesane perché Capracotta, sentendo veramente lo spirito fascista, si abbia l'avvenire che merita». Il prefetto raccolse la proposta così come formulata e il 16 settembre '35 nominava podestà Ermanno Santilli, di San Pietro Avellana, nonostante il parere negativo del federale Di Iorio, che lo riteneva «legato a vecchi interessi di Capracotta [...] Ha 64 anni, vecchissimo di idee e spirito e risiede a San Pietro Avellana». Un mandato podestarile, però, che sarebbe durato pochissimo. Infatti, era lo stesso prefetto a chiederne le dimissioni, il 15 luglio '36, perché non avrebbe garantito la necessaria assistenza sanitaria al Comune preoccupandosi «più dei suoi interessi che di quelli della salute pubblica». A questo punto non c'erano più ostacoli per la nomina a podestà di Filiberto Castiglione, sancita dal Regio decreto il 17 febbraio '37, il quale sarebbe stato riconfermato quattro anni dopo «perchél'opera svolta è stata bene apprezzata dalla popolazione». Giuseppe Saluppo Fonte: G. Saluppo, I Comuni molisani sotto il simbolo del Littorio. Amministrazioni, podestà e politica nella costruzxione del consenso , La Gazzetta, Campobasso 2015.

  • La "Victoria in clipeo scribens" di Capracotta

    Nel descrivere con dovizia di particolari i monumenti ai caduti della Grande Guerra nella provincia di Roma, la ricercatrice Valentina Santoro spiega che «sono fondamentalmente tre le tipologie [...] che si incontrano nella provincia romana - come nel resto d'Italia - con poche varianti: la prima tipologia è quella della lapide con iscrizioni e qualche elemento iconografico funerario; la seconda predilige un obelisco, o una colonna oppure un'ara posti su un piedistallo con l'aggiunta di qualche elemento iconografico allegorico; la terza tipologia consiste in una vera e propria scultura o in un gruppo scultoreo preferibilmente in bronzo». In ciascuno di questi tre tipi di monumenti molto frequentemente domina una raffigurazione della Vittoria alata. A parte alcune eccezioni, la maggior parte delle rappresentazioni della Vittoria risponde a canoni iconografici noti e piuttosto banali, come quello della Vittoria con clipeo iscritto, ovvero della figura femminile che incide sullo scudo una data storica o un nome altisonante: la più importante di queste rappresentazioni è senza dubbio la Vittoria alata di Brescia risalente al 250 a.C. e che infatti dà il nome a tutte le Victoriæ in clipeo scribens realizzate nei secoli successivi. Dirò subito che, per chi non lo sapesse, anche Capracotta ha la sua. Mi riferisco all'opera firmata nel 1925 dall'incisore fiorentino Mario Nelli (1878-1936) e che rappresenta la Vittoria su una delle lapidi esterne del Municipio di Capracotta nell'atto di inscrivere sullo scudo le date 1915-1918 a testimonianza degli oltre 60 caduti capracottesi nella Prima guerra mondiale sotto la frase: "Perirono gloriosamente pel trionfo della giustizia e per la grandezza d'Italia da prodi montanari sanniti". La particolarità della nostra Vittoria alata sta nel fatto che essa sormonta un piedistallo sul quale appare lo stemma di Capracotta - una spavalda capra incurante delle fiamme - e un'aquila reale che pare rafforzare l'idea del volo sia per la Vittoria che per quei «prodi montanari sanniti» morti sul campo dell'onore ed ormai erranti sui Campi Elisi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Santoro, Il recupero dei modelli classici nei monumenti ai caduti: l'iconografia della Vittoria alata , Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Ist. centrale per il Catalogo e la Documentazione, Roma 2016.

  • Foglie e patane: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!

    È risaputo che le patate più buone sono quelle appena "cavate". Sarà perché novelle, sarà perché il desiderio della novità è insito nell'indole capracottese, ma il sapore delle prime patate è senza dubbio migliore delle successive. La ulìa , solitamente, il capracottese la soddisfa commissionando alla sua signora di ammassà dù cavatiéglie con un degno ragù. Tutto ciò, di norma a Capracotta, avviene ad ottobre. A novembre nuova ulìa ! Un'altra pietanza è desiderata dai capracottesi, sempre a base di patate, ma con la variante delle foglie (traduco per i barbari: la verza!), ovvero foglie e patàne ! Dicevo a novembre, perché con l'approssimarsi del rigido inverno, cade la gelatura (brina) che, seppure pericolosa per l'agricoltura e non, conferisce alla verza una inteneritura che la rende molto più gradevole al palato. Quest'anno per la verità è nevicato il tredici di ottobre, poi è tornato il caldo che sembrava maggio; adesso, che siamo agli inizi di dicembre il General Bianco torna a farsi sentire, ma tant'è... le stagioni di una volta non esistono più! E come dicevano i nostri antenati: « Munne è sctate e munne ara esse! ». Noi, comunque, torniamo alla ricetta di foglie e patàne . Della verza vanno utilizzate solo le foglie esterne. Dopo averle ben lavate e pulite, vanno eliminate le coste centrali, in quanto parti più dure (se gentili di stomaco!) e messe a bollire in abbondante acqua salata. Successivamente si aggiungono le patate tagliate a pacche (sezionate grossolanamente) e portate a cottura. Quando il tutto è ben cotto, scolare, aggiungervi il soffritto preparato a parte e, muniti di un buon pestello (preferibilmente di legno), incominciare a pestare. Va pestata e mescolata minuziosamente fin quando la pietanza non assume la forma di una crema ben amalgamata, ovvero un pappóne ! Dicevo soffritto, ma con cosa va preparato? Ingrediente indispensabile sarebbe la muscìsca (carne di pecora essiccata) ma, essendo oggi difficilmente reperibile, la si sostituisce con la pancetta tesa di maiale. La si lascia soffriggere a fuoco lento, aggiungere qualche spicchio d'aglio, farlo indorare, toglierlo, aggiungere il salutare peperoncino ed in pochissimo tempo è pronto. Prima di servire si consiglia di irrorare con formaggio pecorino di Capracotta, lasciandola riposare qualche minuto. I poteri salutari della verza sono molteplici. Secondo la tradizione popolare sembra che abbia proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti e depurative. Fonti attendibili sostengono che contenga vitamine: A, B1, B2, B6, C, D, E, K, PP, ma anche bromo, calcio, cobalto, ferro, fosforo, iodio, rame, manganese, magnesio, potassio, zinco, zolfo, clorofilla ecc. Per quanto riguarda, invece, la patata... ma forse è meglio parlarne la prossima volta! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Foglie e patan' , in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.

  • Profumi e balocchi

    Lontano da noi la possibilità, anche Comunicato anti... ansia. Cade il Governo ma non scade l'inossidabile Festival. Considerata la capacità di rigenerarsi, nonostante i consueti veleni alla Borgia, sembra appropriato l'accostamento con il mitologico serpente dalle molte teste che rispuntavano ogniqualvolta venivano recise. Di certo è dimostrato che delle sette o nove teste una sia rimasta, per modo di dire, sul collo, anche se sempre più simile a quella di Frankenstein. Infatti, soltanto una fronte spaziosa quanto un aeroporto in disuso poteva rinchiudere il cervello non collegato in quella che Karen Kingston definisce «the dilemma box» o scatole dell'indecisione. Sì, insomma, uno di quei brevetti la cui più precipua caratteristica è quella di far masticare il brodo o di affettare le carote in tempo di record di 30 secondi, salvo poi il montaggio dell'apparecchiatura stessa, che per tale operazione richiede ben il tempo di un'ora. Pare proprio che il Festival sia stato concepito nella camera delle Meraviglie, in termine teutonico wunderkammer , in cui vengono creati e assemblati, per la delizia del genere umano, pezzi davvero unici. Replicabili oggetti d'arte che potrebbero trovare dignità nel Liberace Museum, luogo dove il genio dello spettacolo collezionava bizzarrie perfettamente inutili. Uno di quei posti dove esistono più capelli nelle testa del fu Tenente Kojak, che idee di buon senso. Tutti questi futili, ma necessari preamboli, per introdurre questo personaggio sempre fedele a se stesso, anche nella riproduzione di Medusa. Altro mostro caratterizzato da zanne di cinghiale, mani di bronzo e ali d'oro. Ossia, alcuni degli accessori occorrenti per rappresentare al meglio un evento unico al Mondo, meglio noto come Festival della Canzona italiana. Ecco «qualcosa di nuovo, anzi d'antico» immortalava, in versi, il poeta. Comunque un merito incontestabile gli si deve pur riconoscere ed è quello di aver saputo unire lo Stivale più di quanto non sia riuscito a farlo Peppino, l'Eroe dei Due Mondi. Tutti Fratelli e Sorelle Bandiera, dunque, in un ideale abbraccio che non riconosce distinzioni fra gli italioti, siano essi di Capracotta o Torre Padula, passando per Rocca Cannuccia. E qui si apre lo... "Scanzoniere" del... Pietrarca con "le solite ignote" tra amor sacro e amor profano. Pier delle Vignette Fonte: P. delle Vignette, Profumi e balocchi , in «Sanremo Nocte Festival», 1, Sanremo, 28 gennaio 2015.

  • Cicciotto

    Con il giornale sotto il braccio, l'immancabile cappello, avanzava rapido, come diretto ad uno scopo preciso, determinato, ma pronto a fermarsi per salutare ora questo ora quello, ben disposto alla battuta e al confronto. Cicciotto s'incontrava per le vie del paese, conosciuto da tutti per il mestiere di calzolaio che da sempre lo aveva impegnato a creare o riparare scarpe con particolare destrezza. Si fermava quasi compiendo una piroetta improvvisa, poi guardandosi intorno con gli occhi vivaci e gesticolando, imbastiva animate discussioni con i passanti in cui la politica era l'argomento preferito: l'impegno che metteva sembrava voler convincere gli altri a rafforzare il proprio ideale in una sorta di rinnovata esaltazione. L'esperienza della guerra e del fascismo aveva prodotto in lui una determinata e coerente risposta: con vanto si diceva socialista e con tenacia sosteneva le sue ragioni. Il pensiero e le parole per lui sembravano correre veloci, ma non lo distraevano dalla concretezza di una famiglia da campare e per la quale si prodigava con soddisfazione. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • Iaco, il campione

    Da un lutto calcistico a un altro. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1978 perde la vita in un incidente stradale Erasmo Iacovone, 25 anni, il bomber di Capracotta, paesino appenninico in provincia di Isernia. Un pugno di settimane prima, il 20 novembre, ha ingannato il portiere Graziano De Luca (subentrato ad Angelo Venturelli) decidendo con uno scavetto a favore degli ionici il derby col Bari, il più antico di Puglia. Quel giorno, il Taranto ha agguantato il secondo posto, in solitudine. Da allora e per due mesi e mezzo ha sognato la A dietro l'Ascoli dei record. "Iaco", com'è chiamato dai tifosi rossoblù, firma nove reti nelle prime ventuno gare di campionato (come il barese Pellegrini e Massimo Palanca del Catanzaro). Cui si aggiungono le otto nelle 28 partite del torneo precedente, durante il quale, in ottobre, il Taranto lo ha strappato al Mantova e alla Serie C per 400 milioni di lire, più di un milione e 800 mila euro attuali. Sulle sue tracce c'è già la Fiorentina. Ma nella notte del 6 febbraio 1978 tutto finisce. Un'Alfa Romeo 2000 GT, appena rubata dal bandito Marcello Friuli, a fari spenti e alla velocità di 200 km. orari per sfuggire alla polizia, centra la Citroen Dyane 6 dell'idolo tarantino, sbucata da una strada secondaria. "Iaco" sta rientrando a casa dopo aver cenato con alcuni compagni a San Giorgio Jonico. Davanti a un buon pasto, ha provato a smaltire l'avvilimento per due pali colpiti nello 0-0 interno con la Cremonese di poche ore prima. Il suo corpo, a causa della violenza dell'impatto, viene sbalzato a cinquanta metri dal luogo dell'incidente. In quindicimila partecipano nella Chiesa di San Roberto Bellarmino ai funerali, conclusisi nello stadio "Salinella", sotto una pioggia battente. E scanditi dalle tremanti parole del patron Giovanni Fico, un ex macellaio arricchitosi grazie all'indotto dell'Italsider - come in quel periodo si chiamava l'acciaieria Ilva, diventata Arcelor Mittal nel novembre 2018 e ora... chissà -, davanti alla bara del campione portata in spalla dai compagni: «Ho considerato e considero sempre i giocatori del Taranto come i miei figli. Ma tu, Erasmo, eri il migliore. C'erano molte squadre che a novembre ti volevano. E io non t'ho ceduto. Se l'avessi fatto, ora tu saresti vivo. Perdonami, Erasmo. Questa folla ti applaude ancora e io m'impegno a che per il futuro questo stadio si chiami per sempre Erasmo Iacovone». Impegno mantenuto. Il "Salinella" cambia nome solo due giorni più tardi. Con lui, col bomber di Capracotta, svanisce anche il sogno del Taranto. Quello di una delle più grandi città di provincia a non aver mai disputato la Serie A. Ma anche quello del patron Fico. Quello del tecnico Domenico "Tom" Rosati. Quello di «Tetrovic, Giovannone, Cimenti; Panizza, Dradi, Nardello; Gori, Fanti, Iacovone; Selvaggi, Caputi» che i bambini recitano a mo' di filastrocca. Quello del Taranto che insegue una chimera. Sino a quella tragica notte d'inverno. I rossoblù. per altri nove turni, restano in zona promozione, lontani solo dall'Ascoli, capolista e irraggiungibile. Le speranze durano - destino atroce - proprio fino al derby di ritorno, il più atteso, con il Bari che s'impone coi gol di Sciannimanico e Penzo (2-0). Gli ionici scivolano al nono posto. Da quel momento, l'assenza del bomber molisano si fa sentire. Così, il Taranto più forte della storia chiude a sei punti dalla zona che vale la A - e insieme a Sampdoria, Cesena e Sambenedettese - un torneo in cui il sogno si è trasformato in un incubo. Massimiliano Ancona Fonte: M. Ancona, La Bari dei baresi e altre storie... , Wip, Bari 2019.

  • L'elicottero inviato a Capracotta costretto a un atterraggio di fortuna

    Pescara, 5 febbraio. Le enormi masse di ghiaccio che la neve va da giorni accumulando nelle provincie abruzzesi, si può dire che hanno cancellato nella regione ogni rilievo trasformando l'Abruzzo e il Molise in sconfinati campi di sci, senza più alberi di media altezza. In questo eccezionale spettacolo della natura si inserisce tuttavia un quadro drammatico e doloroso quanto la situazione delle centinaia di comuni isolati dalla neve, ed è l'indescrivibile miseria che attanaglia migliaia e migliaia di famiglie, aggravata dall'eccezionale protrarsi del maltempo. Oggi a Pescara mille disoccupati, pescatori che sono costretti alla inattività per i fortunali che infuriano sulle coste, donne, bambini, si sono raccolti di fronte alla sede della Prefettura per chiedere che vengano al più presto adottati provvedimenti di emergenza e inviati soccorsi. Commissioni guidate dai rappresentanti della C.G.I.L. si sono recate dalle autorità prospettando il grave problema dei tuguri e delle case pericolanti in cui sono costrette a vivere centinaia di famiglie, subendo in tutta la loro asprezza i rigori dell'eccezionale inverno, e chiedendo sussidi straodinari per i senza lavoro. Altre manifestazioni di disoccupati si sono svolte a Popoli, Caramanico, Bussi. Da Villa Celiera, un paese bloccato da vari giorni dalla neve, tre disoccupati sono riusciti a recarsi a Penne, percorrendo molti chilometri a piedi tra enormi difficoltà, per trasmettere da questo comune un messaggio alle autorità provinciali sulla grave situazione dei senza lavoro di Villa Celiera: alla richiesta di qualche sussidio da parte dei disoccupati, infatti, il sindaco di Villa ha allargato le braccia rispondendo che non dispone di alcun fondo. Altrettanto drammatiche sono le notizie che pervengono nel capoluogo sulla situazione determinata dal maltempo nelle varie provincie. In provincia di Pescara, la situazione mentre tente a migliorare in prossimità della costa, si mantiene precaria nelle zone interne dove cinque comuni sono tuttora isolati. A Salle-Caramanico e S. Eufemia a Maiella mancano farina, olio, zucchero e scarseggiano i medicinali. A Pesco Sansonesco, isolato e privo di rifornimenti alimentari, si sono verificati diversi casi di morbillo, e il medico non può recarsi ad assistere gli ammalati per l'impraticabilità delle strade sepolte sotto circa due metri di neve. Si sono verificati crolli, tra cui quello della volta della chiesa; altre case sono pericolanti. In provincia di Chieti i comuni bloccati sono 45. L'opera degli spalatori è stata paralizzata dalla nuova fittissima nevicata di ieri. Nel capoluogo è crollato il tetto di un'abitazione, e quattro case sono state sgomberate per misura prudenziale. A 5 km. da Casa Canditella, una pattuglia di P. S. si imbatteva in una slitta rudimentale che trasportava la sedicenne Ilda Serafini, colpita da appendicite acuta. Gli agenti la caricavano sulla propria jeep e la trasportavano a una clinica di Chieti dove poteva essere felicemente operata. A Orsogna, isolata da cinque giorni, alcuni malati gravi non possono essere trasportati all'ospedale. Nella zona mancano medicinali e viveri. Un'altra abbondante nevicata è caduta questa notte sulla Marsica. I lupi si sono spinti fino ad Avezzano: uno è stato ucciso in via Don Minzoni, altri due sono stati messi in fuga alla periferia della città; un altro lupo è stato ucciso ad Arielli-Stazione, dopo che aveva sbranato un cane. Ogni traffico tra Avezzano e Roma, Pescara, Sora, Napoli e L'Aquila è tuttora interrotto. Ad Aquila nevica copiosamente. Dopo gli appelli del sindaco di Ateleta è giunto questa notte a Castel di Sangro un vigile, Ippolito Di Girolamo, il quale accompagnato da due carabinieri, ha compiuto una marcia di 17 km. nella neve, durata 10 ore, e ha potuto raggiungere Ateleta recando una cassetta di medicinali per i malati gravi. In provincia di Teramo i paesi isolati sono saliti a 100. Branchi di lupi si avventurano fino ai centri abitati: uno è stato ucciso nei pressi di Bisenti. A Cellino Attanasio, la gestante Carmela Marinucci è stata portata su una slitta di fortuna in una clinica di Roseto. Anche nel Molise la neve continua a fioccare senza interruzione. A Capracotta il ghiaccio ha uno spessore di 5 metri e 20 cm. Il paese è isolato da oltre un mese e scarseggiano i viveri e gli antibiotici. La situazione sta diventando davvero grave. Trecento operai hanno preparato una pista di atterraggio per l'elicottero inviato da Roma ma l'aereo non è giunto, perché rimasto bloccato a Campobasso in seguito a un incidente. L'aereo è rimasto fortemente avariato essendo caduto nella neve nel tentativo di effettuare un atterraggio di fortuna effettuato mentre si recava a prelevare una partoriente. A Staffoli, cinque persone sono rimaste bloccate in un cascinale ed una jeep è partita nella speranza di poterle liberare. A Montelongo è crollata la volta della chiesa di San Rocco, senza conseguenze per le persone. A Montenero di Bisaccia, una frana minaccia l'intero abitato. Fonte: L'elicottero inviato a Capracotta costretto a un atterraggio di fortuna , in «L'Unità», XXXI:37, Roma, 6 febbraio 1954.

  • Intervista a Maria Di Loreto Barrassi

    Agnone. "Un voto di coraggio per una donna di coraggio", era lo slogan elettorale di Maria Di Loreto Barrassi, storica esponente della destra molisana, una donna tutta di un pezzo che ha pianto solo quando ha visto spegnersi, a Fiuggi, la fiamma del Movimento Sociale Italiano e che oggi, se vede Gianfranco Fini in televisione cambia canale. Domanda: – Preside Barrassi, ci può parlare della sua formazione e della carriera scolastica? Risposta: – Ho fatto le elementari ospitata da mia zia a Fossacesia. Mi alzavo alle cinque di mattina e percorrevo dodici chilometri a piedi fino a Lanciano. Erano strade molto pericolose. Mi nascondevo quando passavano i camion militari, le brigate marocchine erano temutissime, ma c'era anche il pericolo delle mine. Dopo la sospensione bellica ottenni il diploma di maturità classica, ma con quel titolo non si poteva insegnare, con grande sorpresa di mia madre. Dopo due anni il diploma magistrale. D: – Ed ha cominciato ad insegnare. R: – Ho guadagnato il mio primo stipendio insegnando al corso di scuole popolari per analfabeti di ritorno. Poi le scuole elementari di campagna, Collesente, le masserie Zarlenga. È stata quella la mia università. Poi le medie ed il liceo. Ricordo tra i primi allievi Maria Libera D'Aloise, le sorelle Lucci, l'ingegnere Mastronardi, Enzo Di Pasquo, Filippo Carnevale. Pur continuando a insegnare nel 1960 conseguii la laurea in Lettere moderne e più tardi, sfruttando un periodo di convalescenza, in Giurisprudenza, tutto da autodidatta. D: – È stata insegnante di lettere e poi preside. R: – Sì, sono stata preside ma mi ferì molto, dopo due anni, essere rimossa dalla presidenza dell'Itis di Agnone. Ma non ho mai mollato, ho chiuso la carriera scolastica come preside, per quindici anni, del Liceo scientifico Giovanni Paolo I, che ho lasciato per diventare giudice di pace. D: – È stata preside nei tempi della contestazione, quando moltissimi giovani erano di sinistra. R: – Non condividevo la strumentalizzazione politica che veniva fatta di quei giovani, o la pretestuosità di certi scioperi fatti solo per saltare le lezioni o evitare compiti in classe. Ero severa, è vero, ma quando occorreva difendevo i miei studenti. D: – Come avvenne l'incontro con la politica attiva? R: – Condividevo con persone come Ippolito Amicarelli, i Melloni, il maestro Vittorio Delli Quadri alcuni valori fondamentali: "Dio, Patria, Famiglia". Così quando nel 1970 l'avvocato Giovanni Marinelli suggerì all'onorevole Riccio di candidarmi alle elezioni provinciali accettai, a patto di non fare comizi. Venni eletta. D: – Poi è diventata una grande oratrice. R: – Col tempo si impara. D: – Ricordo che preferiva chiudere le campagne elettorali parlando per ultima, anche rinunciando alla piazza principale. R: – È vero. Tenemmo una chiusura a Maiella ed una alla Stazione, perché quando sentivo dire nei comizi degli altri cose che non andavano mi irritavo ed in quel modo potevo rispondere. D: – Fu eletta alla Provincia e poi a lungo come consigliere comunale di Agnone. R: – Sono stata anche candidata più volte alle elezioni politiche, sempre come capolista tranne quando si candidò il dott. Leandro Carile di Campobasso. Quando raggiungemmo il 16% dei voti Almirante, al teatro Petruzzelli di Bari, mi portò come esempio ed ebbi una autentica ovazione. D: – Non erano molte all'epoca le donne in politica. R: – Sono stata la prima donna molisana ad accettare un incarico politico e nel partito non ho avuto nessuna difficoltà. Piuttosto ho sacrificato tanto tempo alla famiglia, ma mio marito Mario, che pure era compaesano e molto amico del deputato Dc Sedati, ha sempre condiviso il mio impegno. Per non parlare di mio fratello Cenzino, assieme angelo custode e guardia del corpo. Ma dopo la morte di mia sorella ho scelto di abbandonare la politica attiva. D: – Cosa pensa delle quote rosa? R: – Credo che una persona debba essere valutata per le sue qualità per la sua intelligenza e non per il genere maschile o femminile. D: – Quello della Dc era un regime? R: – Tenevano tutto sotto controllo. Era un sistema clientelare che umiliava i giovani e li teneva avvinti a un potere esercitato a 360 gradi. Tanti giovani si avvicinavano a noi ma le famiglie, preoccupate del loro futuro, della loro sistemazione li allontanavano per tornare alla Dc. Un esempio: portammo con la nostra automobile delle persone vicine al patronato di Isernia per la pratica della pensione. Tutto bene, ma ci chiesero di farci scendere alle porte del paese, per non farci vedere insieme, al che Mario, mio marito, gli disse che avrebbero fatto molto meglio a dircelo a Staffoli. Quando riuscivamo poi a ottenere per loro quanto gli spettava, molti venivano da noi, che naturalmente rifiutavamo, offrendoci parte della pensione, in assegni o se necessario in contanti, perché a quanto pare "si usava così". D: – Ma con la DC condividevate l'anticomunismo. R: – Non so quale anticomunismo fosse il loro. D: – Con i comunisti era scontro frontale ma vi accomunava l'opposizione alla Dc. R: – Del comunismo non mi piaceva l'ateismo, il livellamento; non credevo in quel sistema economico e nella mancanza di libertà. Ricordo il deputato comunista Felice Carile che mi vendeva sempre il primo biglietto della sottoscrizione per la Festa de L'Unità. Era una persona di grande onestà intellettuale, che credeva in quello che faceva. D: – Come visse gli anni di piombo, l'epoca del terrorismo rosso e nero? R: – Ho sofferto moltissimo in quel periodo. Ricevetti minacce telefoniche ed i carabinieri mi assegnarono una scorta. Mi accompagnavano nel percorso tra casa e scuola, non potevo neanche fermarmi per fare la spesa. Dopo cinque giorni chiesi loro di smettere. Noi comunque eravamo assolutamente contro la violenza e l'estremismo, qualsiasi colore gli venisse attribuito. D: – Conosceva bene Giorgio Almirante? R: – Mi voleva bene, mi paragonava a Golda Meir, la statista israeliana, ma era molto severo. Quando venne ad Agnone lo accogliemmo con un ricco banchetto all'albergo Italia di Ilario Busico e ce facette brutte : «E voi credete di parlare alla gente con tutto quello che avete mangiato?». Infatti dovevamo fare altri comizi ed una riunione, a Isernia, dove un nostro iscritto, arrivato in ritardo, lo interruppe con un sonoro: «Viva il Duce» accompagnato dal saluto romano. Almirante lo gelò: «Nel Msi non c'è posto né per i pazzi né per gli ubriaconi». D: – Un momento memorabile fu il comizio tenuto in Agnone da Almirante. R: – Venne in Agnone nel '72 per inaugurare la sezione, ci fu una grande partecipazione da tutta la regione. Ci spostammo dalla Chiesa di Sant'Emidio a piazza Vittoria dove c'era il comizio ed in coda ci furono effettivamente degli scontri con militanti di sinistra che poi ci accusarono di avere svolto un corteo non autorizzato. D: – È mai stata in pellegrinaggio a Predappio, per visitare la tomba di Benito Mussolini? R: – Certamente, soprattutto per un sentimento di pietà umana per uno statista ucciso dopo aver goduto del consenso della stragrande maggioranza degli italiani, compresi tanti che poi sono diventati antifascisti. Fu appeso a testa in giù, ma dalle sue tasche non uscì neanche una moneta. D: – Siete sempre rimasti all'opposizione. Con quali risultati? R: – Non siamo mai stati sfiduciati. Anche un voto in più significava che gli italiani si svegliavano. Dal punto di vista pratico abbiamo aiutato tante persone. Anche con il concorso di Alfonsino Bartolomeo, socialista, riuscimmo a far costruire l'edificio dell'Istituto tecnico industriale. Mi infastidiva però il fatto che molti pensavano di utilizzarci per cavare le castagne dal fuoco, raccontandoci questa o quella malefatta della Dc senza avere il coraggio di esporsi pubblicamente. D: – Che differenze trova tra la Prima e la Seconda Repubblica? R: – Sono uguali. È tutto un sistema nato corrotto. D: – Dell'abolizione delle Province? R: – Io abolirei anche le Regioni, privilegiando lo Stato centrale e le piccole aggregazioni di Comuni. D: – Un messaggio ai giovani. R: – Non saprei cosa dire. Una volta li invitavo allo studio, alla cultura, all'onestà ed all'impegno ma mi sembra che oggi né le famiglie né la società né la stessa scuola riconoscano questi valori. Italo Marinelli Fonte: I. Marinelli, Gli anni di piombo e il rifiuto della scorta. Intervista a Maria Di Loreto Barrassi , in «L'Eco dell'Alto Molise», Agnone, 24 luglio 2015.

  • Bortolo, Nena e la satira di Antonio Greppi

    "Lo Spirito Folletto" è stato il primo giornale satirico e umoristico lombardo, che trovò terreno fertile dopo le celeberrime Cinque Giornate di Milano, ma la cui esistenza durò appena un trimestre. Alla iniziale satira politica affiancò subito elementi di satira sociale e di costume, e, soprattutto nelle illustrazioni, questo aspetto appare particolarmente esplicito. La consapevolezza del proprio ruolo sociale e il senso della misura dimostrato appaiono davvero sorprendenti in questo antesignano della stampa satirica, che alle accuse di disfattismo verso il Governo provvisorio, l'esercito, e le persone più stimate della città, rispondeva ai propri detrattori: Il Folletto non è un giornale popolare, che debba istruire il basso ceto, o spargere delle severe dottrine; egli è un giornale da conversazione che si debbe leggere dopo le cure più severe per divagare la mente dagli affari di alta importanza; se fa ridere ha ottenuto il proprio scopo, se non sa fare ridere lo si getta da parte e si pensa ad altro; il dare importanza alle sue ridicolaggini è cosa ridicola; il pretendere che egli debba pesare le sue parole è una cosa assai strana. Dopo l'Unità d'Italia lo Spirito Folletto tornò sulle scene, seppur edulcorato, e sul numero 232 ho rinvenuto un'illustrazione, realizzata dal caricaturista Antonio Greppi (1823-1867), che mi ha colpito, e che aveva per tema il nuovo codice civile italiano emanato il 2 aprile 1865, conosciuto anche come Codice Pisanelli, dal nome dell'allora ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Pisanelli (1812-1879). La vignetta che vedete quassù ritrae infatti un banditore nell'atto di notificare pubblicamente una promessa di matrimonio tra i fantasiosi Bortolo Buttafava e Nena Barbatucchi. La didascalia rimanda invece all'art. 57 del capo V del codice civile, che recitava: «Non può contrarre nuovo matrimonio la donna, se non decorsi dieci mesi dallo scioglimento o dall'annullamento del matrimonio precedente, eccettuato il caso espresso nell'articolo 107», che a sua volta sanciva che «l'impotenza manifesta e perpetua, quando sia anteriore al matrimonio, può essere proposta come causa di nullità dall'altro coniuge». Antonio Greppi, nel prendersi gioco del nuovo codice italiano, immaginò quindi Bortolo, «campanaro di Pisciarelli di 16 anni», che si sposava con Nena, «pantalonaia di Capracotta di anni 53». Un adolescente nel pieno delle forze virili che sposa una donna in menopausa era dunque una frizzante allegoria - o un consiglio politically incorrect - per invitare gli uomini a cambiar femmina. Ancora una volta, dunque, Capracotta entrò di striscio nella storia letteraria del nostro Paese, e non stupisce affatto che persino a Milano il suo nome fosse conosciuto, seppur indicante una località buffa e remota. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Caccianiga, Sotto i ligustri , Treves, Milano 1881; G. A. Cesana, Ricordi di un giornalista , vol. I, Prato, Milano 1920; G. Ciaramelli, Antonio Greppi caricaturista de "Lo Spirito Folletto" , in «La Reggia», XVIII:1, Soc. per il Palazzo Ducale, Mantova, marzo 2009; Codice Civile del Regno d'Italia , Stamp. Reale, Torino 1865; A. Greppi, Il nuovo Codice Civile illustrato dallo Spirito Folletto , in «Lo Spirito Folletto», V:232, Milano, 9 novembre 1865; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • La Mostra del Pioppo a Villa Umberto I

    Sabato 20 maggio con l'intervento di S. E. l'On. Congiu Sottosegretario di Stato per l'Agricoltura, S. E. l'On. Bosco Lucarelli Sottosegretario di Stato per l'Industria, di un forte gruppo di deputati tra cui notati gli On. Visocchi, Sipari, Raineri, Guarino, Anella, Chiggiato, Federzoni ecc., del Direttore Generale delle Foreste Commendator Stella, Ispettore Superiore Forestale Cotta Sforzi, l'On. Mancini ed il Comm. Segre della Camera di Commercio, il Comm, Colombo e Coen delle Cartiere Meridionali, il Prof. Razzetti Direttore Società Pioppeti Maffizzoli di Cremona, Prof. Traverso Direttore Stazione Patologia Vegetale, Duca Privera, l'Ing. Toniolo, il Comm. Avena, il Comm. Rodano, gli Ispettori Forestali Zirpoli, Brengola, Brenna, il Rag. Gerosa della ditta De Capitani di Milano, ed altri espositori invitati ecc., vi erano inoltre parecchie e graziose signore, signorine: Duchessa di Capracotta, donna Vittoria Rivera, donna Isabella e donna Olimpia dei duchi Rivera, Colombo, Saccardo, Massano, Brunetto, Aiadene Biraghi, Coen, Razzetti, Piperno, Dell'Agata, Marchetti ecc. altri numerosi funzionari delle principali autorità e di folto pubblico si è inaugurato e Villa Umberto I, la Mostra Nazionale del Pioppo promossa dalla Federazione Pro Montibus ed organizzata dal Prof. Saccardo. Il discorso inaugurale fu tenuto dall'On. Miliani Presidente della Federazione Pro Montibus. Il Sottosegretario dell'Agricoltura On. Congiu ringraziando a nome del Governo per il saluto e l'invito portogli, ha ricordato compiacendosi vivamente della Mostra come S. M. il Re in un colloquio recente avesse rilevato la grande importanza del Pioppo nell'economia nazionale. Particolarmente interessante è quanto è esposto dalle Cartiere Meridionali, dalla Società Pioppeti Maffizzoli, i legni compensati e lavorati della Ditta Capitani di Milano, i mobili del Rag. Garosa, linoleum e la liucrusta delle Sorelle Adamoli, Morone di Torino, del materiale scientifico del Prof. Ferraris di Asti ecc. Fonte: La Mostra del Pioppo a Villa Umberto I° , in «Italia», VI:5, Ass. Movimento Forestieri, Roma, giugno 1922.

  • Afa

    Madre e figlio. Allattato per più di un anno. Per me, invece, non ci fu manco una stilla di latte materno. Non avevo ancora un anno quando mia madre se ne andò. Sparita senza dir nulla, lasciandomi con il babbo e la capra. Non mi ha più cercato né scritto né parlato. Incredibile, ma è la verità. Anche questo è restato per me un enigma mai chiarito fino in fondo. Mio padre era un uomo buono e semplice, i radi capelli crespi, le mani sempre in movimento. A sei anni era rimasto orfano. Si chiamava Loreto, Loreto Di Vito, ma tutti lo chiamavano Totò, perché rassomigliava un po' al grande comico napoletano. Faceva il sarto a Capracotta, mio luogo di nascita, che vanta una tradizione antica di sartori e li esporta in tutta Italia: anche Gianni Agnelli lo vestivano i miei compaesani. Aveva una casetta di proprietà comprata con i suoi risparmi. Stavamo in via Maestro Paglione, proprio sotto piazza Falconi, dove c'era il municipio e il bar Bernardo. La bottega-laboratorio si trovava a piano terra, buia e umidiccia. Quando lavorava, il babbo teneva sempre la radio accesa e lo scaldino in mezzo alle gambe. Cantava pezzi di canzoni in coro con la radio, la voce da tenoretto e l'inflessione dialettale. Mi torna sempre in mente una «casetta in Canadà con vasche pesciolini e tanti fiori di lillà» che veniva incendiata da un certo Pinco Panco. La capra stava a piano terra accanto alla bottega, dentro un bugigattolo maleodorante. Ma il puzzo lo sopportavo volentieri, perché da lei veniva il buon latte tiepido della mia colazione. Al mattino, appena dopo munta, passava il capraio coi suoi squilli di tromba e la nostra capretta se ne andava a pascolare fino a sera insieme a tutte le altre del paese. Di fianco alla porta del laboratorio c'era una panca di legno verniciata e due tronchetti di abete cavi con dentro i gerani rossi. Da una scala esterna si saliva nell'appartamento stretto e buio: al primo piano la cucina col camino, al secondo due anguste camere da letto. Il bagno non lo avevamo proprio e i bisogni bisognava farli all'aria aperta. Oppure, quando il freddo e la neve ti avrebbero congelato chiappe e pendenti, usavamo un secchio che veniva messo dietro al focolare perché il cattivo odore se ne andasse col fumo. Mia madre fuggì via che erano sposati da meno di due anni. Era belloccia, somigliava alla Lollobrigida, però con due occhi verdi da gatta. Figlia d'un pastore-padrone di quelli che si facevano rispettare e mettevano da parte dei discreti guadagni, aveva un corredo ben fatto e pure qualcosa in dote. Sembrava che tutto andasse bene, lei stava in casa, cucinava, stirava. Andava pazza per i fotoromanzi. Aveva smesso di lavorare come aiutante dalla signora Bianca, la parrucchiera. Quando venni al mondo io ci furono grandi feste. Il babbo ingaggiò una balia perché la moglietta non aveva abbastanza latte. In realtà si rifiutava di tenermi attaccato al seno. Dopo la balia toccò alla capra, che almeno non mi ha mai tradito. Sono tutte cose che ho saputo qua e là, interrogando la gente, soprattutto la nonna materna, che però aveva talmente vergogna della figlia da evitare pure me. Qualche sera la aspettavo al Comenisce, il posto dove le donne andavano a lavare. Le facevo domande a raffica, le stavo appresso mentre stendeva i panni sopra il prato, e non me ne andavo finché non avevo strappato almeno una notizia, un particolare qualunque su mia madre. Quanto a mio padre, lui diceva poco, si era chiuso come un riccio, al quale somigliava un po', col suo naso a punta e gli occhietti neri, furbi e timorosi. Io non gli rivolgevo mai domande, avevo capito che l'argomento lo amareggiava troppo. Cosa potevo ricordare di lei? Nulla. Da piccolo forse me li inventavo i ricordi. Ma dopo, crescendo, mi venne il chiodo fisso di sapere. Ascoltavo di nascosto le persone che parlavano di mia madre sperando di scoprire qualcosa. C'era chi mi diceva che era morta, o che era "come morta". Da impazzire. Ma indagavo. Forse lo spunto per fare il pubblico ministero m'è venuto da lì. A tredici anni divenne una smania, mi ero messo in testa di ritrovarla a tutti i costi. Soffrivo tra me e me, mi vergognavo davanti ai compagni, ai compaesani. La loro compassione bruciava più della malignità. Anche la bontà, l'amore del babbo mi ferivano. Comunque rifiutavo di credere che mia madre mi avesse abbandonato ancora in fasce senza una buona ragione. Un giorno venni a sapere che prima del matrimonio aveva avuto una relazione con un uomo sposato. Uno ricco, un barone, con moglie e due figlie, e tanta terra da non poterla misurare coi passi in una settimana. Ciononostante mio padre si era maritato con quella ragazza. Era carina, l'ho detto, e lui bruttino, senza contare che c'erano venti anni di differenza. Il sartino invogliato della bella chiacchierata: tutto il paese ci faceva i ricami. Quelli di Capracotta sono pettegoli, non mancano le invidie, le liti d'interesse. Eppure basta che valichino il Colle di Monteforte e ridiventano fratelli, si aiutano l'un l'altro con una generosità perfino esagerata. Quando conobbi quei fatti la voglia di vedere mia madre passò. Ma poi, una madre è una madre... Ricordo che facevo congetture, cercavo mille pretesti per giustificarla. In fondo era stata sfortunata. Mio padre l'aveva presa dalla sua famiglia approfittando del fatto che era compromessa. Se lei non lo amava, se non lo voleva, c'era da capirla. Ma possibile che il disgusto fosse tanto forte da contaminare anche me, una creatura innocente che si era portata in grembo per nove mesi? Ci pensavo ogni notte a mia madre. Tenevo sotto il cuscino una vecchia foto che la ritraeva a cavalcioni di una Lambretta, piccola e formosa, con gli occhi tristi che smentivano il sorriso forzato della bocca. Aveva il seno grosso e i capezzoli turgidi. Non un grammo di latte per ma da quel petto, non l'odore, il calore. Eppure la desideravo. Ma questo è il punto: non so se la desideravo come donna o come mamma. Era il segno della mia storta pubertà, dolorosa come un cilicio. Mi toccavo pensando a lei, con vergogna e con rabbia. Era un modo di evocarla e oltraggiarla quella mamma puttana. Nessuno le ha sapute mai queste cose, non sono stato capace di raccontarle neanche a mia moglie. Ecco dunque il motivo per cui il caso di Amina mi colpì tanto. La mia pubertà puzzava d'incesto. Con, o contro, una madre che non c'era. Ho portato dentro quel tarlo, quel gusto e disgusto di me stesso e di lei, per tutta la vita. Marco Rufini Fonte: M. Rufini, Afa , e/o, Roma 2007.

  • Come si sviluppa l'industria nell'Abruzzo

    Ogni qualvolta ritorno dall'Abruzzo sono tentato di dire quanta forza, energia ed iniziativa si riscontra in tale regione. La simpatia che ispira quel popolo forte e gentile deriva forse per me da alcune analogie di carattere che ho riscontrato con quello dei miei concittadini piemontesi; la stessa tenacia dei miei compaesani unita ad uno spirito d'iniziativa ed un senso industriale che può paragonarsi a quello dei lombardi. Non dirò dell'Abruzzo turistico e della relativa industria: altre penne più conosciute e più competenti della mia, ne hanno già lungamente scritto. Voglio solo dire dell'Abruzzo industriale e di quello meno sospettato. Parecchi conoscono oltre ad Aquila e Sulmona, la industriosa vallata del Pescara con i grandi stabilimenti di Scafa e S. Valentino per la fabbricazione dell'asfalto e derivati, ma quelli sono inglesi o furono tedeschi. Meno note sono forse le fornaci di calce e di laterizi di Bussi, Torre dei Passeri, Chieti, Pescara, Castellammare, Ortona, e di una buona parte del litorale adriatico ove parecchi stabilimenti moderni competono con i più rinomati delle altre regioni. Le industriose città di Pescara e Castellammare con le loro numerose e svariate industrie che vanno dalla fabbricazione dei colori e dei liquori, passando per quelle dei mobili, a quella dei macchinari necessari ai pastifici oleifici, ed altre industrie che finora erano in massima parte fabbricati solo nell'Alta Italia, sono certamente conosciuti data l'ultima settimana abruzzese che ebbe luogo l'anno scorso. Le varie fabbriche di maiolica artistiche di Rosburgo ed altre sono troppo note esistendo sin da secoli. Le fabbriche di liquorizia di Atri, esportano i loro prodotti fino in America. La vallata del Vomano da Teramo in su vede nascere ogni giorno qualche fabbrichetta nuova; la vallata del Sangro da Castello di Sangro a Lanciano comprende pure molti stabilimenti per laterizi e segherie e fra altri anche una fabbrica di birra. Tutto ciò lodevolissimo perché frutto del solo lavoro e della iniziativa abruzzese; ma si trova in regioni abbastanza munite di ferrovia ed in parte a contatto col mare. Ma quello che nessuno sospetta è lo spirito di modernismo e di progresso che anima gli abitanti dei più alti monti, ove uomini umili senza pompa, senza rumori e senza alcuna ricompensa nemmeno onorifica, lavora al solo scopo di migliorare le condizioni dei propri compaesani. In quei luoghi, ove uno spirito di collettività ben guidato ha permesso a delle popolazioni, che per cinque o sei mesi dell'anno sono isolate nella neve, di avere il beneficio della luce e della forza elettrica. Chi conosce per esempio la centralina di Gamberale S. Angelo? Costruita (e chissà se me lo perdonerà nella sua modestia il Reverendo Arciprete di Pizzoferrato che ne è l'anima) da un gruppo di montanari con le loro sole risorse senza aiuto né di governo né di banche. Centrale che produce 60 kw di forza distribuendo l'energia a Gamberale, S. Angelo, Pizzoferrato e Capracotta, paesi che si trovano a delle altitudini variabili da 900 fino a 1.400 metri. L'impianto di quella centrale oltre la luce ha permesso l'impianto di molini elettrici, vera manna del cielo per quelle popolazioni. Ed ora oltre il pane e la luce, Pizzoferrato continua nel suo programma e poiché quei montanari degni di ogni benemerenza, dando tutto al luogo che li ha visti nascere, ritornano dalle Americhe e costruiscono là sui loro monti, ove nessuno di noi cittadini oserebbe pensare di vivere, costruiscono dico una casa moderna molto diversa dai tuguri di una volta. Ma la natura è loro avversa: manca la sabbia, elemento primordiale di ogni costruzione: ebbene, l'impianto per produrla è quasi fatto. Macchine che pesano tonnellate vengono smontate e portate pezzo per pezzo a dorso di mulo per sentieri impervii con fatiche da Titani, ma la Casa sarà ben costruita e solida come i monti sui quali si erge. Chi conosce le segherie di Rivisondoli e Roccaraso? Là pure coraggiosi industriali hanno inoltre impiantato le industrie più moderne dei prodotti in cemento che permettono la costruzione della casa economicamente. In un'altra zona pure della provincia di Chieti, e in alta montagna , ogni giorno si modernizzano impianti per la lavorazione del gesso e Gizzi, Gessopalena ed altri paesi saranno presto la culla d'industrie, che permetteranno di esportare prodotti all'estero, poiché il gesso che producono è di primissima qualità. Quanto e quanto sarebbe a dire di altri villaggi e di altri luoghi pure in mezzo ai monti come Navelli, Capestrano, Molina Aterno, Pizzi ove piccole industrie nascono ogni giorno, veri ingranaggi del grandioso meccanismo che formerà la ricchezza della nazione. Una così grande riserva d'iniziativa e di lavoro, se come tutto lo fa sperare, verrà incoraggiata dal governo tanto più che in esso vi è un uomo come S. E. Acerbo che già benemerito di quella regione, conosce meglio di tutti i suoi compaesani, saprà dare al paese una ricchezza non sospettata. Forse mi son dilungato oltremodo, ma altri esempi di nobile incitamento avrei da citare, esempi che hanno ingigantito il mio cuore, l'entusiasmo e l'ammirazione che provo per quella gente che senza comizi, chiacchiere od altre vacuità, lavora e contribuisce veramente a fare più grande la nostra Italia. Carlo Brignone Fonte: C. Brignone, Come si sviluppa l'industria nell'Abruzzo , in «Giornale dei Lavori Pubblici», LI:9, Roma, 30 aprile 1924.

  • La battaglia dell'acqua vinta da Marino d'Andrea

    Maggio 1947: l'acqua era la più grave preoccupazione dell'Amministrazione comunale. Dalla distruzione del paese, l'impianto di sopraelevazione del Verrino non funzionava più: uno dei vecchi motori, riparato in un'officina di Napoli, alla prova risultò inefficiente; era stato ordinato al Tecnomasio, in seguito a suggerimento, dopo un sopraluogo, di un perito, un nuovo motore soltanto (per tutti e due la spesa sarebbe stata troppo forte!), ma intanto l'acqua già cominciava a mancare! Fu allora che l'assessore sig. Marino D'Andrea tenne al sindaco un discorsetto breve quanto mai. Intendeva il Sindaco affidargli l'incarico di interessarsi della cosa? Aveva fiducia nella riuscita? Egli, Marino D'Andrea, desiderava soltanto esser lasciato tranquillo fino a lavoro compiuto. Il dott. Carnevale, ben sapendo quali fossero le risorse di capacità e di intelligenza del D'Andrea, non esitò un attimo: «Bene – rispose – occupatene tu». E fu così che Marino D'Andrea, che in vita sua non aveva mai toccato un motore elettrico, si accinse ad un'impresa che, quando fu nota, apparve pazzesca. Marino intanto non perdeva il suo tempo in chiacchiere: amava i fatti! Andò a Roma, acquistò quei pochi pezzi che a suo criterio erano indispensabili, ritornò, e si trasferì subito a Verrino, nella casetta... dei motori! Passa un giorno e passa un altro... e di Marino nessuna notizia! Venti, trenta, trentanove giorni! Che fa Marino? Chi lo ha visto? Ma resta laggiù pure la notte? Nessuno era in grado di dar qualche ragguaglio, e la curiosità, dopo ben trentanove giorni, era addirittura esasperante. La famiglia del D'Andrea e il Sindaco, che pur dovevano saper qualche cosa, tacevano. In piazza, ogni sera, commenti e discussioni fino a notte inoltrata. Ognuno diceva la sua. Molti facevan voti pur di far subire uno scacco all'amministrazione, che l'acqua non arrivasse mai. Sorse così l'alba del quarantesimo giorno, la troppo lunga attesa cominciava ormai troppo a pesare. Sull'imbrunire, in piazza, i soliti gruppetti. Come dovunque (tutto il mondo è paese!), chi riferiva le notizie del giorno, chi le interessanti novità dei quotidiani pettegolezzi, chi picchiava ancora sul solito chiodo del solito Verrino... quando la bomba, improvvisa e inattesa, scoppiò fulmineamente: l'acqua, l'acqua! È arrivata l'acqua al serbatoio. E c'era arrivata davvero. Marino D'Andrea era dunque riuscito a rimettere in funzione i vecchi arrugginiti motori, ed un potente getto d'acqua arrivava, limpido e fresco, al serbatoio. La notizia si diffuse in un baleno fra la popolazione festante: tutti corsero ad aprire i rubinetti... e dai rubinetti aperti sprizzò fuori quel getto d'acqua tanto atteso, tanto sospirato. Il miracolo s'era compiuto davvero e i motori, dopo anni di silenzio, fecero sentir di nuovo il loro benedetto, ritmico ronzio, che mai da allora si è arrestato. Il motore di riserva è sempre là, nuovo, inoperoso, pronto per ogni evenienza. Fu dunque merito, onore e vanto di Marino D'Andrea se la popolazione ebbe di nuovo, e in abbondanza, il prezioso elemento. Egli aveva dato una prova superba delle sue capacità eccezionali. Pago dell'opera sua, rifiutò ogni compenso: gli bastò la soddisfazione immensa di aver fatto un bene immenso al suo paese. Nulla chiese; non solo: ma rifiutò persino l'offerta del Sindaco, che faceva insistenze acciocché accettasse almeno il compenso per le 40 giornate dedicate al Verrino. Sempre modesto, evitò i rallegramenti. Gli avversari e gli increduli, sbalorditi del miracolo, ammutolirono. Fu anche invidiato, e ben a ragione. E la riconoscenza della popolazione onesta fu generale. Per chi non ricorda e per chi mostra di non ricordare, e per chi spera che il nostro ricordo sia affievolito, abbiam voluto rievocare il clamoroso successo di Marino D'Andrea, il suo merito, che nulla e nessuno potrà mai diminuire, il miracolo che egli compì. Il fatto, se con l'andar del tempo assume sempre più significato e valore storico, storico essendone il carattere e storica l'importanza nella vita d'un paese, rappresentando uno di quegli eventi che non si ripetono né frequentemente né raramente, perché accadono una volta sola, e più e se ne apprezza la portata, va tuttavia acquistando un'apparenza tutta leggendaria... Un giorno si racconterà che nel lontano 1947 per la ferrea volontà di un uomo Capracotta riebbe la sospirata acqua; quell'acqua che ancora continua ad avere in abbondanza, perché quei motori, ai quali Marino D'Andrea aveva infuso nuova anima e nuova vita, cantano ancora la loro ritmica, benedetta, ronzante canzone. G. C. Fonte: G. C., La battaglia dell'acqua vinta da Marino d'Andrea , in «Il Messaggero», LXXIII:255, Roma, 16 settembre 1951.

  • Facciamo un po' di cronaca scolastica

    Diamo ora uno sguardo al Mandamento di Capracotta. Le Scuole maschili non lasciano a desiderare niente, tranne la 1ª elementare, in cui si dovrebbe fare e lavorare di più. Le Scuole femminili vanno benone, e se la prima non vanta una vasta istruzione in persona della Maestra, in lei però si elogia una volontà ferma, la quale riscontra all'energia dell'Amministrazione Comunale ed all'opra indefessa della Commissione di vigilanza, presieduta da quel degno uomo, ed Ispettore Scolastico, signor Filippo Falconi, a cui si deve, se gl'intenti e le disposizioni della Legge sull'istruzione obbligatoria sieno raggiunti ed applicati. Per S. Pietro Avellana, la Scuola maschile, tenuta dal Maestro Lembo Domenico da Lupara, va bene; non così la femminile, ch'è debole, e richiede miglioramenti. E se la Scuola maschile di Castel del Giudice dà buoni frutti, l'Amministrazione Comunale l'assecondi di più, e provvegga per la femminile in guisa, che, se l'attuale Maestra, buona madre di famiglia, non può tanto, si alletti qualche giovinetta del luogo, a venire, mercè qualche sussidio della Congrega di Carità e concorso municipale, presso questa Scuola Normale. Si raggiungerebbero due scopi: la Scuola andrebbe, senza spostamenti d'interessi, e si avrebbe un'altra Maestra, nativa del luogo, che rafforzerebbe l'opra della Maestra presente. Noi esortiamo quel Sindaco a pensarvi, e quel Segretario Municipale, sig. Zaccagnini Ferdinando, a promuovere, secondo il suo risaputo valore, quest'opra tanto progressista. E per S. Angelo del Pesco, poiché il Maestro, degno uomo e culto, da ben 14 anni dirige quella Scuola, sfornito di titolo legale, noi esortiamo il Regio Provveditore di fargli, a causa di benemerenza e di capacità, tenere il titolo della patente , affinché quel Maestro non si abbia a vedere e sapere nell'eterno provvisorio legale, sebbene moralmente non ne senta il bisogno. La Scuola femminile di S. Angelo è bene avviata. Da ultimi per Pescopennataro esortiamo quel Maestro, buon padre di famiglia com'è, a raddoppiare di premure per la sua Scuola, perché proceda regolarmente. Facciamo poi voti, perché a surrogare la Maestra De Francesco Candida, tanto brava, e passata ad insegnare a Penna d'Omo (Chieti), sia prescelta una Maestra, che non interrompa la tradizione tanto soddisfacente di quella Scuola femminile. E per ora basti. Albino Nobile Fonte: A. Nobile, Cronaca , in «La Libertà», III:86, Campobasso, 1 novembre 1879.

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