LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- L'avvocato Ninetta (XX)
Scena IX Francesco e detti, indi Totonno con alcune comparse. Francesco – Voi state qua? Giulio – Sì, pecché volete qualche cosa? Francesco – Embè, mò sona e canta Maria e vuje state ccà fora? Giulio – Ah! canta la signorina Maria? Francesco – La dovete compatire perché è la prima volta che canta in pubblico e se mette nu poco 'e suggezione. Giulio – Anzi, noi ammireremo. Francesco – E ghiate dinto, nun perdite tiempo, io mò vi raggiungo, quando vado a chiammà madama la governante, Totonno 'o servitore, 'o guardaporta e 'a cammarera e 'o sguattere e 'e faccio mettere ccà fora o a porte 'e rimpetto. Giulio – Ma pecché facite venì tutta sta gente? Francesco – M'hanno pregato che volevene sentì cantà 'a piccerella, e io pure aggio piacere che sentono chella pupatella mia. Vurria che venessero tutte quanto. Cesarino – Vedite abbascio, ce fosse qualche cucchiere d'affitto, 'o pizzaiolo che sta 'e rimpetto. Francesco – Voi mi burlate? Ve pare na cosa ridicola. Ma mi dovete compatire, io son padre... io son padre! (via poi torna) Giulio – Chillo mò è nu uomo intelligente, ma pe chella figlia diventa scimunito. Cesarino – 'E tre età se va 'a mpazzì. Vedimmo d'acconcià 'o fatto 'e Gesummina. (entrano parlando fra loro) Francesco – (fuori con Totonno e comparse) Mettiteve ccà. Totò tu miette nnanze. Ve raccumanno, quando à fernuto 'e cantà e vuje sbattite 'e mmane... Totonno – Signó lassate fà a nuje, nun dubitate. Francesco – Io mò vaco dinto pecché senza 'e me nun se pò accummincià. Ti benedico figlia mia, ti benedico! (entra nell'interno, sarà cantata una romanza, dopo la prima strofa Francesco uscirà) Comme ve pare? V'è piaciuto? Totonno – Bene assaje... è nu canario. Francesco – E mò sentite 'o riesto. Ve raccomanno, sbattite forte. (entra, esce nuovamente dopo finito il canto e gli applausi) Grazie, grazie! Vi ringrazio io per mia figlia. Questa manifestazione popolare mi colma di gioia. Totonno – Signó, nc'avite fatto nzuccarà. Overamente ch'è n'angiulillo chella signurina vosta! Francesco – Jatevenne che si esce gente, ve trova ccà fora. (via tutti) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Un santo Sacerdote
Dopo essere venuto la prima domenica di agosto alla festa della Pezzata, sono tornato di nuovo a Capracotta, come ogni anno, per portare dei fiori sulla tomba del santo sacerdote don Orlando Di Tella. Nella artistica collegiata del paese, dedicata a Maria Assunta in cielo, c'erano ad aspettarmi la sorella di don Orlando, di 92 anni, il fratello, e tre loro nipoti, insieme al reverendo don Elio Venditti, parroco della chiesa. Il 26 agosto del 2014, nell'ospedale di Isernia, don Orlando Di Tella, contento della mia compagnia, sul punto di tentare l'ultima operazione chirurgica per l'inguaribile suo tumore, mi disse: – Sarò il tuo angelo custode. Morì prima dell'intervento. Della sua persona, però, sento di essere testimone di quanto ho da far conoscere. Anno 2009, ai 50 anni del suo sacerdozio, tantissime persone vennero da ogni parte del Molise per manifestargli il loro affetto e la loro riconoscenza per il bene ricevuto. Era stato sempre vicino ai loro problemi e penso che questa sia stata la vera prova per essere ritenuto soprattutto dedito al bene, tanto che poi fu gratificato anche dalla Curia che lo nominò monsignore. Ma il riscontro più immediato è stato quello di aver convinto gli amici più intimi su cosa è la condivisione, e quindi d'aver saputo loro inculcare il pensiero d'essere d'aiuto al prossimo, spiegando così quella prontezza che lo pervadeva, sin dall'intimo, che è proprio solo delle persone che vengono scelte quali servi di Dio, non appena ce n'è bisogno. Accompagnava così l'arcivescovo di Campobasso ogni giovedì a Montagano, presso la Chiesa di Faifoli che aveva bisogno di essere sistemata. Era l'unico che rispondeva sempre alle domande che venivano poste da TeleMolise in ordine alla Bibbia. Solo per notizia sulla sua persona, ebbe tre funerali nello stesso giorno. Quello di Pietracupa, quello di Trivento, ed infine, quello di Capracotta, dove c'erano, oltre tutti i capracottesi, 50 sacerdoti e due vescovi. Don Orlando, in attesa della ricostruzione della Chiesa di San Gregorio, decise di adibire la grotta sottostante la superiore chiesa rupestre, a funzioni religiose, fino al punto ad essere chiamata la chiesa vecchia, anche quando fu usata in tanti altri modi, quali luogo per le adunanze dei capofamiglia, magazzino, abitazione, stalla, deposito, ricoveri di fortuna. Ma per una felice intuizione e sua proposta, nel 1977, questa antica grotta, che in passato, tra XI e XIV secolo, era stata adibita come posto di guardia del castello del Barone del paese e relativo tribunale, con l'aiuto volontario dei pietracupesi, fu recuperata come vera chiesa. Una macina d'un vecchio molino divenne l'altare, e su di esso un antico crocifisso del '500, senza braccia, trovato tra i rifiuti, volutamente non restaurato, (le mie braccia siete voi), e le panche in cerchio che rimandavano ad una più intensa partecipazione per essere stata anche luogo di preghiera e meditazione di monaci, forse anche i celestiniani. Oggi vi è conservato un bambino Gesù proveniente da Betlemme ed una bellissima Madonna, proveniente da Nazareth, ambedue benedetti dal papa polacco Giovanni Paolo II. Questo, lo splendido esempio di una fede che rinuncia agli orpelli, e venne chiamata la cripta di Sant'Antonio Abate che, secondo alcuni storici, sarebbe stata un luogo di fede risalente addirittura al V secolo. D'estate, nel pomeriggio, ogni domenica diceva la Messa nella mia cappellina di campagna, insegnandoci a tenerci tutti uniti per mano, durante la preghiera del Padre nostro. E, alla elevazione, il suo viso sembrava trasformarsi al ricordo del supplizio della Croce. Ogni anno andava a Lourdes col treno azzurro dei malati per dare a tutti il suo aiuto ed il suo conforto, confessando ogni persona per prepararle degnamente all'incontro con le funzioni e le preghiere. Conosceva il papa Francesco, sin dall'Argentina, e fu contento di accompagnarmi alla Messa delle ore sette in Casa Marta, per esser io arrivato alle nozze d'oro. Nella Chiesa di San Bartolomeo, era tanto contento di officiare quella funzione che, nella Messa, si stava dimenticando di dare la comunione. Di più, questo non lo dimentico, in ogni occasione, era sempre prodigo di aiuti a quanti avevano urgente necessità, finanche del necessario olio per poter cucinare, chiedendo tutto al buon cuore dei suoi conoscenti ed amici. Sembra strano quello che dico, ma Capracotta, in questa santa occasione, non mi è sembrata mai così bella. La collegiata mi è sembrata una basilica. Il maestoso organo collocato al di sopra del coro, davanti alla navata centrale, conferiva alla collegiata una solennità particolare. L'organo fu costruito nel 1750 circa da Luca D'Onofrio, di Caccavone, col suo nome sulla base delle paraste che sorreggono il somiere maestro. La ragione del nome "Principalone", imposto a questo capolavoro, fu per il registro del Principale 16' a base della fonica, cosa assai rara negli strumenti coevi, le cui 700 canne, sopra l'altare maggiore, sembravano ingigantire l'ambiente. Nel 1854, questa collegiata fu insignita, infatti, del titolo di collegiata insigne. La Chiesa di S. Maria Assunta in Cielo, aggiungo, è posta sullo sperone di roccia più alto della cittadina. Il suo sagrato invita ad ammirare quello che è uno dei panorami più belli del Molise. Tutti i paesi sottostanti, la catena dei monti Meta, Monte Greco, Monte Amaro, sino al Gran Sasso, sono qualcosa che non ti stancheresti mai di guardare. I paesi sottostanti: Castel del Giudice, Sant'Angelo del Pesco, San Pietro Avellana, e tanti altri, sono riportati su una piastra fotografica colorata, appoggiata al muro di cinta, con i loro nomi, fino all'orizzonte. Don Orlando, dimenticavo, faceva giocare anche a pallone i ragazzi del paese, per poi portarli in canonica ed istruirli delle cose importati della vita e formarli. Aveva riscoperto le abitudini del piccolo paese. Tutti quelli che tornavano a Natale, dovevano accendere un fuoco davanti la propria casa e, alla vigilia, davanti alla grande chiesa rupestre, accendere un grosso fuoco. A Carnevale, invece, il gioco delle maschere per animare tutti i ragazzi. Quello che non dimentico mai è l'aiuto alle persone che avevano bisogno immediato e l'impegno per il collocamento al lavoro di quanti avevano bisogno di mezzi di sostentamento, rischiando anche il carcere con il vescovo Santucci, per il centro di riabilitazione di Salcito. A dir la verità non mi ero mai soffermato sulla bellezza della collegiata, sugli interni della stessa: altare di marmo, il tizianesco quadro del Caputi della Maria Assunta, il grosso quadro all'ingresso, opera di un monaco amico, l'antico fonte battesimale. Ma la bellezza del paese è il panorama dalla chiesa costruita sullo sperone di roccia nella parte più alta del paese, che dava l'impressione d'essere la stella polare di Capracotta. Don Elio, nella chiesa, con solo i parenti del santo sacerdote, la mia presenza con l'autista, anche lui legato a don Orlando, iniziò a dire la Messa di suffragio per darci la comunione. Perché scrivo tutto questo? Sono stato 22 anni con don Orlando, ed oltre a stimare questo vero servo di Dio, penso faccia piacere ricordarlo a quanti lo conobbero e furono da lui aiutati ed augurarsi che il Signore ne chiami altri. Vincenzo Ferro Fonte: https://www.vincenzoferro.it/, 6 settembre 2022.
- La merenda letteraria #3
Anche la seconda merenda letteraria è trascorsa con grande partecipazione di pubblico. A mio avviso quello del 23 aprile scorso è stato un pomeriggio bellissimo, in cui si è a lungo parlato di libri che, giocoforza, hanno dato adito a un altrettanto lungo dibattito sulla qualità della vita a Capracotta. Il tema, infatti, era quello della natura, elemento che circonda, sovrasta e domina il nostro alpestre paese. Tuttavia si è discusso anche di letteratura per l'infanzia, di viaggi coast to coast, di romanticismo d'antan, di Saffo e di Lesbo, di Alpi. Il prossimo incontro è fissato per domenica 14 maggio, alle ore 17:30, sempre presso i confortevoli locali della Società di mutuo soccorso di via S. Maria delle Grazie 6. Il nuovo argomento proposto è il seguente: La storia nella letteratura Siete tutti invitati a portare un libro che, a vostro avviso, si inserisca in qualche modo non solo nel solco del romanzo storico, ossia la narrativa ambientata in epoche passate, ma anche libri che trattino eventi storici: a voi sta la scelta del periodo, delle ambientazioni, dei protagonisti. Ovviamente, se vi riesce, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un’oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Sulla locandina odierna compare "Artista con i miti", un dipinto del 2009 del compianto Sebastiano Fantozzi, in cui egli, astrattosi da sé, s'autoritrasse nel gesto di fissare su tela i suoi miti artistici. D'altronde anche il romanzo storico è un sogno, la rappresentazione d'un periodo in cui ci sarebbe piaciuto vivere. Francesco Mendozzi
- Peschio Bertino
Peschio Bertino è un roccione situato alle pendici del Monte Capraro, nell'incantevole e accogliente comune di Capracotta (IS). Grazie alla disponibilità economica del Comune e all'impegno della sezione del CAI Isernia, Andrea Imbrosciano e i compagni "ciociari" della Banda del Fiasco hanno attrezzato un interessante sito di arrampicata. Tale sito è associato alla già conosciuta Morgia Quadra di Frosolone e alle rilassanti escursioni a piedi o con la bici in un ambiente rigoglioso dove i querceti lasciano il posto al faggio, creando bucolici paesaggi. Non meno importanti sono l'artigianato e i prodotti tipici come i latticini, tra cui ricordiamo il caciocavallo. Questi sono alcuni dei motivi che invogliano alla scoperta di questa regione. Il roccione è alto circa 30 metri e le vie non superano i 20. È diviso in due evidenti settori: uno su placche incise da tecniche fessure, l'altro strapiombante con scarsità di buchi, e al posto piattoni e fessurine (roccia un po' lichenosa). Per favorire l'utilizzo del sito ai meno esperti, sono stati realizzati una ferratina e un muretto a secco che consentono di evitare i tratti duri della parte bassa. Si arrampica da fine maggio ad ottobre. La quota è di 1.400 m. e la parete resta in ombra fino alle 14:30. Ottima per i mesi estivi. Tutte le vie sono protette da fix e placchette inox con super soste. Per scalare occorrono 10 rinvii e una corda da 60 m. La bacheca esplicativa alla base della parete vi chiarirà ogni dubbio. Accesso: A1 RM-NA direzione sud uscita Caianello; strada statale 85 per Isernia, direzione Vasto. Seguire poi indicazioni per Capracotta. A14 AN-BA uscita Vasto sud, statale 650 per Isernia, direzione Civitanova del Sannio-Chiauci, poi prendere per Capracotta. Da Capracotta prendere la strada per S. Pietro Avellana, 1,5 km. dopo gli impianti di risalita posteggiare nei pressi di un recinto in filo spinato, 200 m. prima di una casa cantoniera. Costeggiare il recinto (fettucce rosse) poi continuare per evidente tratturo che incontra dei segnali CAI che conducono al Monte Capraro (1.700 m.) passando per la falesia (15 minuti in tutto). La falesia può essere raggiunta in bici con un sentiero che parte 300 m. dopo gli impianti di risalita, inoltrandosi nella faggeta. Acqua alla base della parete. Andrea Imbrosciano Fonte: A.Imbrosciano, Roccia! Penisola e isole, in «Su Alto», II:5, autunno 2000.
- Mio padre si chiamava Ignazio
1944 A parte la notizia precedente, non ho reperito altre informazioni sul primo quadrimestre del 1944. Poiché nei mesi di aprile-maggio del 1944 dai Comandi anglo-americani giunge l'autorizzazione al ritorno in patria della maggior parte delle unità italiane, il 2 maggio Ignazio si imbarca a Porto Vecchio, come riportato dal foglio matricolare, rimpatriando a Nisida da dove viene poi trasferito a Pozzuoli per partecipare alla Guerra di Liberazione. È il periodo dell'ultima battaglia di Cassino e della grande offensiva finale che vide il 18 maggio lo sfondamento della Linea Gustav e il termine delle operazioni belliche nel Cassinate. Secondo il foglio matricolare, il 19 Ignazio viene inviato con la sua compagnia a Cassino, dove molto probabilmente è inquadrato nelle attività ausiliarie della 228ª Divisione necessarie ai lavori postbellici nell'area. Durante l'intero anno reparti ausiliari della 228ª Divisione assolsero essenzialmente i seguenti compiti: carico e scarico di materiale vario; lavori di manutenzione stradale; sgombero macerie; bonifica antimalarica. I lavori furono condotti il più delle volte ad immediato ridosso della fronte e talvolta anche in prima linea. Nei mesi di aprile e di maggio numerosi militari del raggruppamento furono impiegati nei pressi di Cassino come portatori, in sostituzione delle salmerie, le quali, per la particolare difficile conformazione del terreno, non potevano arrivare a rifornire i posti più avanzati. Quei nostri soldati lavorarono nottetempo, in condizioni meteorologiche avverse, sotto il violento fuoco del nemico. Le perdite da essi subite furono notevoli. [Lollio, 1977] Nel mese di giugno, nella 228ª Divisione venne costituito e inquadrato il CMXX battaglione misto genio, a seguito dell'afflusso - in successione di tempi - di minori reparti di varie specializzazioni dell'Arma (artieri, telegrafisti, posacavi). È molto probabile che la compagnia di mio padre fosse entrata a fare parte di tale battaglione. La cronologia degli eventi riportata da mio padre nelle sue note è molto confusa con errori anche dell'ordine di un anno. Ciò che probabilmente c'è di corretto sono le località da lui toccate nei 40 giorni che vanno dal 19 maggio al 28 giugno 1944: Cassino, Capracotta, in provincia di Isernia (Molise), e Perugia. Il 29 giugno, mio padre viene inviato in licenza straordinaria di 15+4 giorni, licenza che il 17 luglio gli viene prorogata di 10 giorni dal Comando del Presidio Militare di Vibo Valentia per imprecisati motivi. In questo periodo è probabile che venga concepito Francesco nato nel gennaio seguente. Il 30 luglio Ignazio rientra al Comando Tappa di Napoli e a seguire non abbiamo notizie fino al 21 novembre, allorquando, secondo il foglio matricolare, viene inviato ad Ancona per raggiungere la 29ª Compagnia Artieri. Durante il trasferimento giunge due giorni dopo al Campo Transito P.M. 185 e il 26 al Comando Tappa 254. Non ho trovato notizia dove tali presidi si trovassero, uno di essi probabilmente a Jesi. Al C.T. 254 Ignazio resta fino al 13 dicembre allorquando riparte per Ancona giungendovi, non si sa con quali mezzi, tre giorni dopo. Nel capoluogo marchigiano, non trovando la 29ª Compagnia rientra al proprio domicilio, venendo così dichiarato assente arbitrario nel foglio matricolare. D'altronde proprio in quel periodo disorientamenti e sbandamenti nelle truppe erano all'ordine del giorno. L'obbligo di ripresentarsi alle armi dei militari delle classi dal 1914 (che era quella di mio padre) al 1924 disposto dal governo Bonomi con la circolare del 23 settembre 1944, diede risultati disastrosi: si diffuse un rifiuto di obbedienza di massa con sommosse in Sicilia e violente manifestazioni contro gli arruolamenti anche in Puglia, Sardegna, Calabria, Lazio, Campania e Umbria. Gli assenti e gli sbandati oscillarono tra gli 80.000 uomini del novembre 1944 e i 200.000 del gennaio 1945. Nazzareno Vasapollo Fonte: N. Vasapollo, Mio padre si chiamava Ignazio. Storia di un uomo, storia di un soldato, Fuseta 2020.
- Settimana ciclistica: Abruzzo/Molise
Giovedì 18 settembre 2013 Pescopennataro-Capracotta-Pietrabbondante-Agnone-Pescopennataro (km. 73) Una piccola nota su Pescopennataro, delizioso paesino a strapiombo su una rupe, è passato da 1.571 abitanti del 1911 agli attuali 315! Fortunatamente non piove, fa freddo ma qualche sprazzo di sereno si intravede e a tratti durante il giorno godremo anche di un po' di sole. Questa si rileverà a sorpresa (Enzo ancora non ci crede) la più impegnativa sia per la temperatura, ma soprattutto per le salite. Lasciamo dunque l'area di sosta in direzione Capracotta. La strada inizia a salire subito con discreta pendenza che via via aumenta. In effetti ci riuniremo in località Prato Gentile a quota 1.600 m. È una bellissima località che ospita un bell'impianto per sci da fondo: il prossimo marzo si svolgeranno qui le finali di Coppa Europa. Saliamo adesso con pendenza dolce e dopo aver scollinato ci appare in basso a 1.400 m. Capracotta. Anche questo comune ha subìto un notevole calo della popolazione passata da 4.706 abitanti del 1921 agli attuali 959. Dopo Rocca di Cambio, visitato l'anno scorso, è il comune più alto dell'Appennino. Capracotta è anche il comune di nascita della nostra compaesana Antonia. Superata Capracotta un falsopiano ci conduce all'inizio di una bella discesa che ci farà perdere un bel po' di quota che dovremo poi recuperare. Durante la discesa mentre attraversiamo un parco eolico siamo avvolti anche dalla nebbia e dal freddo. Ci fermiamo un attimo per una foto alle pale che sono veramente enormi. Finita la discesa riprendiamo a salire leggermente in direzione Pietrabbondante. Attraversiamo il centro storico sino alla chiesa parrocchiale che domina tutto l'abitato. A piedi saliamo sulla rupe che sovrasta la chiesa e da dove si gode uno splendido panorama su tutta la vallata. Dopo la foto di gruppo, mentre ci accingiamo a lasciare il paese, Leo viene informato da due "locali" che a un paio di km. c'è un'area archeologica con i più importanti monumenti del modo sannitico. Vinte alcune resistenze, raggiungiamo l'area e iniziamo la visita. L'area è molto ampia, principalmente vediamo i resti di due templi risalenti al II secolo a.C. L'area del tempio B mostra davanti un po' più in basso un ancora ben conservato teatro a forma di emiciclo con le sedute fornite anche di schienale. Si è fatto un po' tardi, così riprendiamo le bici e ci dirigiamo verso Agnone, antico centro sannita ed il più grande di tutta la zona. Non senza fatica dopo una ripida salita la raggiungiamo e ci fermiamo per il pranzo. Come sempre la sosta permette di ricaricare le batterie e spegnere alcune lamentele sulla durezza della tappa che però non è ancora finita! Dagli 800 m. di Agnone dobbiamo risalire ai 1.200 di Pescopennataro. Stringendo i denti, un pezzo della salita è veramente molto impegnativa, raggiungiamo Pescopennataro non senza aver dovuto prima rincorrere Enzo che non pago della fatica pensa bene di sbagliare strada per il parco attrezzato. Fortunatamente io e Memo, rimasti attardati per acquisti in farmacia, lo intravediamo e a furia di fischi riusciamo ad avvertirlo di invertire la marcia. Carichiamo le bici e ci avviamo verso l'ultima sede di tappa: Castel San Vincenzo. Il campeggio è situato in riva ad un lago artificiale e pur essendo annuale sarebbe chiuso per lavori in corso. Il proprietario gentilissimo comunque ci ospita e ci mette tutto a disposizione. Il posto è molto carino. Alfonso Fonte: Settimana ciclistica, in «Voci dal Paese», XVIII:1, Onore 2014.
- L'avvocato Ninetta (XIX)
Scena VIII Totonno e invitati, indi Giulio e Cesarino. Totonno – (seguito da invitati d'ambo i sessi passeggia con guantiera vuota) I signori possono favorire con me nel salone. Faccio io strada avanti. (entra con gl'invitati poi torna solo) Stasera ce sta folla 'o cunvento. Và, trova a che ora nce spicciammo... io credo che nun nc' 'a facimmo manco p' 'e quatte. Nun fa niente, abbasta ca se spassa 'a signurina. (via) Giulio – Ccà fora possiamo parlare più liberamente. Che t'ha ditto chella? Cesarino – Ha ditto che stasera vò arevotà 'a società. Giulio – Ma ch'è pazza? Cesarino – Chella è na lazzarona, è capace 'e fà chesto e ato. Giulio – Ma pecché s'è ncuitata? Cesarino – Ce vò poco a capirlo, embè, ha visto a muglierema e s'ha pigliato 'o diavolo. Giulio – Ma comme, Gesummina nun sapeva ca ire nzurato? Cesarino – E chi nc' 'o diceva, io certo che no. Giulio – Ma io te l'aggio ditto tanta vote, nun te n'incaricà, nun te n'incaricà cchiù, nce pierde 'o tiempo. E po' è accussi triviale che te fa passà 'o gulio 'e dirle meza parola. Cesarino – 'O capisco, ma sai, siccome avimmo fatto ammore primma, accussì nc'è rimasto nu poco 'e simpatia e nient'ato. Giulio – Me ricordo chella sera che 'a vedetteme ncopp' 'a chella società a carate, che ce stevano tanta modistelle e sartulelle, essa allora era bona assaje, era fresca... Cesarino – E adesso neanche è disprezzabile. Giulio – Nce vulevamo mettere a fà ammore tutt'e duje, poi da buoni amici dividemmo la questione, menajeme 'e carte e dicettemo a chi vene 'o primmo asso chillo nce se mette a fà ammore. Cesarino – E a me venette l'asso 'e denare. Là per là nce jette a fà la mia dichiarazione e nce facette ammore cchiù 'e n'anno e po' 'a lassaje pe Ninetta. Giulio – E Gesummina nun te dicette niente? Cesarino – No, io mi ecclisai perfettamente, nun me facette vedé cchiù. E che era scemo, io sapevo l'umore della bestia. Giulio – E po' comme l' 'e vista n'ata vota? Cesarino – Saranno 5 o 6 mesi fa, 'a vedette pe Toledo pomposamente vestita, essa m'avvistaje e me guardaje fitto fitto. Io nun sapeva che fà... finalmente cu na faccia tosta me ce avvicinaje e nce parlaje. Accussì sapette che s'aveva sposato nu signore ricco, nu piezzo 'e scemo. E po' ci ricordammo dei tempi passati... Giulio – Io nel caso tuo avria cercato 'e scansarla. Cesarino – Giù, me pare na criatura. Comme te pare io 'a scansava? Giulio – Così dovevi fare se veramente volevi bene a tua moglie... Cesarino – Io a Ninetta 'a voglio bene, ma chella fa l'avvocato, sta tutta occupata nelle carte, nei libri e a me nun me guarda manco nfaccia. Giulio – Ncopp'a chesto hai ragione. Cesarino – Ma nun ce perdimmo in chiacchere, cercammo 'e riparà 'o fatto 'e stasera, chella è capace 'e qualunque cosa... Giulio – Mo nce parlo io e 'a persuado cu bella maniera. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Giorgio Galimberti: "Il sogno di George"
Il titolo della mostra, "Il sogno di George", si riferisce ad alcune peculiari caratteristiche della pratica fotografica di Giorgio Galimberti. Come se guardasse al mondo con lo stupore e l'ingenuità di un bambino, la fotografia di Galimberti è frutto di un'operazione visiva di costante spiazzamento: la realtà del quotidiano da cui costantemente attinge è trasfigurata per diventare surrealtà, o meglio scenario da sogno. Quello di Giorgio è un mondo abitato da uomini, donne o figure infantili che ne percorrono costantemente i territori urbani con semplicità e candore, che sono necessarie a guardare al quotidiano con occhi di volta in volta nuovi. Il fotografo si identifica completamente con i protagonisti delle sue immagini, che altro non sono un prolungamento di sé stesso: e così Giorgio diventa George, come la Alice di Lewis Carroll compie il suo tuffo nella realtà dello specchio. La fotografia di Galimberti celebra la nitidezza linguistica del bianco e nero come strumento di semplificazione visiva e crea scene che sono il risultato di un'ambiguità calcolata. È frutto di un trucco prospettico lo scatto che vede protagonista una ragazzina che cammina come un'equilibrista sulle creste dei grattacieli di New York; un omino che, ridotto alla dimensione di gnomo, si muove sullo sfondo di un paesaggio fatto di fiori e di pale eoliche in cui naturale ed artificiale coesistono ("Capracotta", 2020). Come un funambolo, Giorgio si muove abilmente in questa realtà trasfigurata, giocando con destrezza con gli elementi della visione. Intessuto delle influenze fotografiche di maestri come Andrè Kértesz e Mario Giacomelli, il bianco e nero di Galimberti non è solo strumento di sintesi formale, ma soprattutto un elemento catalizzatore di poesia: l'immagine ridotta allo stato di nero assoluto si fa capace di raccogliere ed amplificare le emozioni. Fra gli scatti più belli non possiamo non citare quello in cui un uomo perso nella moltiplicazione delle arcate di un'architettura dechirichiana, racconta lo spaesamento di un bambino che esita a diventare adulto o la solitudine dell’individuo al cospetto di una mondo troppo più grande di lui ("Maddaloni", 2020). L'immagine che ha reso celebre Giorgio è quella che vede una fanciulla prigioniera di una balena di ferro ("Camogli #01", 2017), rappresentazione perfetta dell'inquietudine e della prigionia nella realtà altra dello "specchio". Sara Munari Fonte: https://saramunari.blog/, gennaio 2022.
- Chi non conosce i funghi?
La domanda è esatta, ma chi non risica non rosica, e conviene salpare nella prima decade di luglio. Se cominciassimo chiedendo «chi non conosce i funghi», l'evidenza che cominciamo con domande idiotine sarebbe lampante. Parlare di funghi è difficile, signori! Molto più facilmente e con maggior cognizione di causa si potrebbe parlare di donne. Quasi quasi... No! Chi volesse determinare geometricamente la forma di un fungo si arrampicherebbe sugli specchi, si vedrebbe e cadrebbe tra le convulsioni per lo spavento. Per cui si potrebbe anche dire un fungo è fatto a pera. Il codice non lo vieta e a molta gente non importerebbe un fico. Esaurito ampliamente l'argomento «forme, dimensioni e morfologia del fungo», passiamo alle origini. Procederemo per esclusione, nasce appeso agli alberi? (questa domanda è apparsa altresì nel volume "Le domande cretine ma da cinque milioni del Secolo XX" di F. Von Rossi, Capracotta, Lit. 550). Ovviamente no. Nasce dal Monviso? Nemmeno per sogno. Escludendo quindi, per esperienza personale, che nasca in una qualsiasi clinica, o non nasce o nasce in terra. Determinata così logicamente l'origine dell'oggetto dei nostri studi faremo brevemente notare in quali e quante famiglie o categorie si suddivide il fungo: Commestibili; Fatali o Velenosetti; Atomici. Tengo però a precisare che questo terzo tipo non sarà studiato da noi in quanto esula dalle nostre cognizioni peraltro profonde in botanica. Chi volesse documentarsi su di esso legga "L'energia atomica" del Fermi edito dalla Jack e Robertson: chi invece non volesse, legga "Le avventure di Pinocchio" del Collodi, edito dalla Robertson e Jack. Tornando ai funghi commestibili, diremo di essi che si mangiano. I funghi fatali, pur essendo spesso mangiati, sono molto meno adatti per l'uso stesso. Si sa inoltre che vengono mangiati con meno entusiasmo. L'uso più indicato è quello di avvelenare il gatto che non ne può niente. Poveraccio. A compendio del tutto aggiungiamo che i funghi appartenenti alle due prime categorie fanno parte del Regno Vegetale; i funghi della terza categoria appartengono invece alle Repubbliche Sovietiche Unite ed all'U.S.A. Del Fungo Cinese non parleremo, data la situazione internazionale piuttosto tesa. Viva la luce elettrica. Elvio Bonsi Fonte: E. Bonsi, Chi non conosce i funghi?, in «Il Travaso», LVIII:25, Roma, 23 giugno 1957.
- Una gita fantastica, fra natura e divertimento!
L'emozione di partire per la gita a Capracotta è iniziata già il giorno prima, mentre preparavo la valigia: era la mia prima gita di più giorni e l'entusiasmo sprizzava da tutti i pori. Quando ci siamo ritrovati tutti ai pullman per la partenza eravamo euforici e curiosi di iniziare quest'esperienza. Siamo partiti alle 7:30 e, dopo una breve sosta all'autogrill, siamo arrivati alla Riserva MAB di Montedimezzo, dove la guida ci ha mostrato tutti i particolari di quel luogo fantastico: si tratta di un luogo protetto, esteso per circa 300 ettari, ricco di vegetazione, soprattutto abeti bianchi, faggi e aceri, e caratterizzato da una fauna con splendidi esemplari di gatti selvatici, tassi, volpi, rapaci notturni e diurni, tortore; a volte c'è un ospite particolare, cioè l'orso del Parco Nazionale d'Abruzzo. Giunti, poi, a Capracotta abbiamo fatto un ricco pranzo per recuperare energie e ripartire di nuovo alla volta del Giardino della Flora Appenninica. È un orto botanico naturale, in cui sono state contate più di cinquecento piante diverse. Tale varietà è dovuta alla presenza di differenti habitat, come i faggeti, i cespuglieti, le praterie, le paludi e gli stagni. A rendere particolarmente suggestivo il paesaggio sono anche qui i faggi e gli abeti bianchi, dei quali ci hanno fatto notare la differenza dai pini: mentre quest’ultimi perdono le pigne, gli abeti bianchi le trattengono, ma si desquamano. Sono numerose anche le piante grasse, delle quali abbiamo toccato con mano la capacità che hanno di trattenere l'acqua. Dopo un giro per il centro storico di Capracotta, con le sue piccole stradine e la visita alla Chiesa di Santa Maria Assunta, siamo tornati in albergo, dov'è iniziato il divertimento: la mia camera era bellissima e spaziosa, con un soppalco che la rendeva simile ad una piccola casetta da condividere con le mia amiche. Dopo cena è iniziata la discoteca e abbiamo ballato tutti insieme fino a tardi. Il giorno dopo siamo partiti per Prato Gentile, dove in un vastissimo prato ci siamo divertiti a fare una gara di orienteering, alla ricerca delle lanterne bianche e arancioni, da segnalare sulla mappa. Dopo pranzo, siamo andati ad Agnone, dove abbiamo visitato la fonderia di campane Marinelli: visto un video col quale abbiamo capito le varie fasi di realizzazione delle campane, abbiamo ascoltato un magnifico concerto fatto solo con campane di diversa grandezza e suono. È giunta poi l'ora di ripartire per tornare a Torre del Greco: eravamo tutti un po' dispiaciuti che quella bella esperienza stesse per terminare... passeggiate all'area aperta, giochi, e, soprattutto, l'aver conosciuto le professoresse Anna Cipriano e Maria Teresa Della Gatta, in maniera diversa, non dietro alla cattedra pronte ad interrogarci, ma come mamme, che non ci hanno fatto sentire la mancanza dei nostri genitori. Grazie mille, professoresse! Federica Mangone Fonte: F. Mangone, Una gita fantastica, fra natura e divertimento!, in «Adesso Tocca a Noi», XIX, Torre del Greco, giugno 2016.
- Claudio Conti di Capracotta
È nato Claudio Conti in Capracotta (Provincia di Molise) nell'anno 1835, da Raffaele Conti, e Vittoria Mariola, delle più illustri famiglie del Sannio. Dovette vivere i primi anni della giovinezza come li vive ognuno, se non che si mostrò molto amante dei suoni e della melodia. Se ne avvide il padre, e fanciullo ancora, ad undici anni l'incamminò alla volta di Napoli, dove giunse insieme a due soli fratelli, e quattro cugini. Padronissimo di scegliersi il cammino della vita, egli scelse quello della musica. Ammesso nelle scuole esterne del Real Collegio di S. Pietro a Majella, guadagnossi in men di un anno il posto gratuito fra gli alunni interni, fra i quali venne ammesso nel 1848. Primo ad insegnargli i principii dell'armonia sonata fu il Parisi, che sempre lo guidò in tali studii; ma il Mercadante gli aveva posto gli occhi sopra, perché ne aveva compresa l'indole, l'attitudine e l'ingegno svegliato, nel 1853 volle averlo fra i pochi cui egli stesso insegnava. Sette anni durò il Conti sotto l'insegnamento del Mercadante, finché poi non uscì di Collegio nel 1860, ed in quei sette anni compì velocemente il corso dei suoi studii, e quel che è più, severamente, per modo che oggi è dei pochi a scrivere con serietà, ad informare le novità non di leggerezze ed insipienza, ma a temperarle con dottrina, col gusto, col buon senso, e sovrattutto con quel sentimento d'italianità musicale che è stata una gran gloria nostra, e che ora ci stà sfuggendo. Credo che sarebbe a desiderarsi che il Conti si temperasse ancor di più nel volere idealizzare di troppo il sentimento; e così facendo dico che farebbe egualmente bene, e forse meglio. Dei sette anni in che apprese dal Mercadante, quattro ne spese nell'insegnamento, poiché gli fu commesso l'onorato ufficio di primo maestrino con l'incarico d'insegnare ai più giovani di lui le prime nozioni nel contropunto; la pratica di un tale esercizio lo ha posto per la buona strada ad insegnare anche quando uscì di Collegio, e la severità degli studii e del metodo razionale cosa rara nei musicisti, oggi han fatto di lui un maestro specialmente adatto all'insegnamento del contropunto, della composizione, e del canto altresì, nella quale ultima disciplina ha fatto studii speciali, per modo che noi non esitiamo a dire che il Conti è fra i pochissimi adatti a far cantare, ed a salvar dall'eccidio molte gole e polmoni umani. Scrisse il Conti per suo primo saggio di composizione una metà dell'atto terzo (consistente in un Coro ed una Preghiera) dell'operetta intitolata Il Traviato, composta, in compagnia di altri quattro suoi condiscepoli, e che rappresentata nel Teatrino del Collegio nel carnovale del 1854, fu largamente applaudito: e poiché tra i cinque maestrini egli era il più giovine, il pubblico tenendo conto dell'età sua minore, gli prodigò applausi maggiori di quelli fatti agli altri suoi compagni, i quali furono, come già si sa, il Viceconte, il Menzitiere, il Vespoli, ed il Carelli. Per una di quelle mattinate musicali poi che si davano in Collegio, scrisse nel 1857 un Coro di Corsari per voci di tenori e bassi, che piacque moltissimo. Questo pezzo assai caratteristico venne sempre applaudito da un pubblico intelligente, ed è notevole per la novità e robustezza della forma. Dopo un tal esordire seguitò a scrivere il Conti molta musica religiosa per servizio del Collegio negli anni 1857, e 1858, della quale daremo nota in fine di questa biografia. E non potendo fare disamina, senza troppo dilungarci diremo che la sua musica piaceva ed era generalmente richiesta. Nel 1859 per l'avvenimento al Trono di Francesco II ebbe l'incarico dal Direttore Mercadante di scrivere l’Inno di gala a più voci principali, cori ed orchestra. Nell'anno stesso ebbe a comporre una Messa, ed un Credo per invito della città di Gravina; e accettato l'invito, il Conti vi si recò, e fece eseguire la sua musica, in occasione della festa di San Michele, aggiungendovi di nuovo un Inno in onore del santo. Questa musica gli procacciò grandi elogî e grandi onori; e la medesima musica fu ripetuta poi nel Collegio di Musica di Napoli con pari successo. Quivi ritornato, vi scrisse un Pange lingua, coro alla palestrina, cantato da tutti gli alunni del Collegio stesso in occasione della festa detta della Scala Santa, che si celebrava con una processione per le vie di Napoli nel giorno del venerdì di Passione. L'anno 1859 fu l'ultimo in cui quella festa venne solennizzata in tal modo; né da quel tempo è stata mai più rinnovata. Scrisse poi molta musica per chiesa, molta vocale per camera pubblicata dall'editore Clausetti. Per la sua musica, La figlia del Marinaro che avrebbe dovuto eseguirsi al Teatro del Fondo ebbe dal Governo non i trecento ducati di compenso che gli sarebbero spettati se la musica fosse stata eseguita in uno dei Reali Teatri (e come per lo passato li avevano avuti i suoi predecessori), ma un modesto incoraggiamento di ducati ottanta, rimanendo a lui però siccome sua proprietà e la musica, e il libretto, già pagato al poeta d'Arienzo dall'impresario. Alla fine, dopo molto affannarsi e lottare e pagare anche del suo, e non poco, ottenne che quest'opera venisse rappresentata sul Teatro Bellini, ove non ostante la mediocre esecuzione, piacque moltissimo, e fu ripetuta per molte volte, e in quasi tutte il pubblico volle sentir ripetere la barcarola del secondo atto, e la romanza del quarto. Per cinque sere consecutive il maestro fu vivamente applaudito, ed ogni sera fu costretto a mostrarsi per molte e molte volte al proscenio. Non tralasciò mai di scrivere il Conti, sebbene dovesse attendere all'insegnamento, cui si è dedicato coscienziosamente. Così molta musica per chiesa compose dal 1864 in poi, e nel 1867 e 1868 pubblicò due bellissimi Album di musica per camera, l'uno pei tipi del Ricordi, e l'altro per quelli del Cottrau. Nel 1869 ebbe commissione dall'impresario del Teatro San Carlo di comporre l'Inno di gala per la nascita del Principe di Napoli, e l'Inno fu vivamente applaudito dal pubblico numerosissimo, e dai Reali Principi di Piemonte, i quali assisterono di persona allo spettacolo, dato in onore della loro famiglia. Scrisse ancora il Conti una Elegia a grande orchestra, immediatamente dopo la morte di Meyerbeer, in memoria del gran maestro tedesco, di cui non ha mai cessato di studiare i capolavori, cercando di trarre ammaestramenti dal buono, ed evitando l'esagerato e tutto quello che non risponde all'indole nostra melodica ed espansiva. La sua passione predominante è lo scrivere musica per camera, che è lodevole per la brevità, per ottima tessitura vocale, per fraseggiatura nobile e per eleganza di accompagnamento. L'ultima sua raccolta intitolata Memorie è dedicata al suo maestro Mercadante, e si può dire un piccolo giojello in tal genere di componimenti. Uno dei pezzi di quest'Album intitolato A se stesso musicato sulle parole del Leopardi, è notevole per la robustezza della forma, la quale incarna un concetto d'intolleranza, d'infortunio, e d'imprecazione contro l'ingiustizia delle umane vicende: l'anima dell'autore, quasi associata strettamente a quella del poeta, si rivela in quella originale composizione, che ha avuto l'onore di essere rammentata dall'illustre professore Antonio Tari, in una sua lezione di Estetica data nella Regia Università degli studii in Napoli. Claudio Conti ebbe sempre, fin da che era alunno del Collegio, la gentile idea di depositare l'autografo di quasi tutte le sue composizioni nell'Archivio musicale, di S. Pietro a Majella dove si conservano insieme ad altre non autografe che più specificatamente riporteremo in fine. Ciò facendo egli ha mirato a doppio scopo: prima cioè di mostrare il suo costante affetto, e la sua riconoscenza pel luogo che lo ha educato all'arte; ed in secondo, di trovare sempre gelosamente custodite in un posto donde non potranno mai andar disperse tutte le musiche che ha fino ad ora composte, e le moltissime altre che potrà comporre in tutta la sua artistica carriera che di tutto cuore gli auguriamo luminosa, e lunga. Nel gennaio del 1871 S. M. il Re d'Italia Vittorio Emmanuele II sulla proposta del ministro della Pubblica Istruzione gli conferì la croce di Cavaliere nell'ordine equestre della Corona d'Italia. Composizioni di Claudio Conti esistenti nell'Archivio del Real Collegio di Napoli: Coro e preghiera dell'opera Il Traviato eseguita nel Teatro del Collegio, 1855; Tantum ergo per due contralti in do terza minore, con orchestra, 1857; Coro di corsari per due tenori e basso in sol terza minore, 1857; Tantum ergo per basso in sol terza maggiore con orchestra, 1858; Altro per tenore in fa terza maggiore con orchestra, 1858; Altro idem in si bemolle terza maggiore per grande orchestra, 1861; Scena e romanza per contralto (dell'Isacco di Metastasio) in do terza minore con orchestra, 1858; Messa e Credo a cinque voci a grande orchestra in re terza minore, ridotta anche per due tenori e basso, 1859; Pange lingua in mi bemolle terza maggiore coro alla palestrina, 1859; Inno per tre contralti, due tenori, e basso, a grande orchestra, in si bemolle terza maggiore, poesia di Marco d'Arienzo, scritto in occasione del matrimonio di Francesco II con la Principessa Maria Sofia di Baviera, e riprodotto pel suo avvenimento al Trono delle due Sicilie, 1859; Inno a San Michele per voce di basso con coro in mi bemolle terza maggiore per grande orchestra, 1859; L'Amor di Patria, melodia per violoncella in sol terza maggiore con accompagnamento di pianoforte, 1861; Requiem per voce sola di baritono in do terza minore con organo, 1862; La Prece, ed il Fiore, romanza per soprano in la bemolle, terza minore con accompagnamento di pianoforte, 1862; Al sommo Iddio, pregiera per quattro voci in mi bemolle terza maggiore con accompagnamento di armonio e pianoforte, 1862; Duettino per soprano e baritono in sol bemolle terza maggiore con accompagnamento di pianoforte, 1862; Litania per due voci di contralto in fa terza maggiore con organo, 1864; Canzone religiosa in do terza minore per due voci di contralto, da eseguirsi a coro con accompagnamento di organo; Elogio funebre per grand'orchestra in forma di marcia, scritto per la morte di Meyerbeer nel 1864; Canzonetta pastorale per la nascita di Gesù Bambino per tenore o soprano in fa terza maggiore con organo, 1866; Pietà, se irato sei, quintetto a voci sole, due soprano, contralto, tenore, e basso, in la bemolle terza maggiore, 1866; A Venezia, serenata per voce sola e flauto, 1866; Dovunque il guardo giro, melodia in forma di preghiera per soprano in mi bemolle terza maggiore con accompagnamento di quintetto a corda ed armonio obbligato; Agnus Dei per contralto in fa terza maggiore per grand'orchestra, 1871; La Ghirlanda d'Italia, stornello per soprano o tenore con accompagnamento di pianoforte; La nocca de tre colore, canzone napolitana; Inno per la nascita di S. A. R. il Principe di Napoli, S. Carlo 1869; Altre opere di Claudio Conti: La figlia del Marinaro, opera seria in tre atti, Teatro Bellini 1866; Pater noster, canone a doppio coro alla palestrina, scritto per concorso dell'Istituto musicale di Firenze, e premiato con l'accessit; Albo vocale per camera composto di sei pezzi con accompagnamento di pianoforte, pubblicato dall'editore Cottran; Altro, idem di cinque pezzi con accompagnamento di pianoforte, edito da Ricordi; idem di sei pezzi, edito da Federico Gerardi; Melodia per soprano con accompagnamento di pianoforte su versi di Dante, edita da Lucca; Barcarola per voce di tenore con orchestra nell'opera Cristianella di diversi autori; Canzone idem per tenore con orchestra; Raccolta di musica vocale per camera, edita da Clausetti; Melodia per arpa, edita da Ricordi; Melodia originale per pianoforte idem; Sei piccoli pezzi originali per pianoforte, editi da Girard; Tre melodie originali per violoncello e pianoforte idem; Suoni di Morte, melodia per voce di soprano e violoncello con accompagnamento di pianoforte. Francesco Florimo Fonte: F. Florimo, Claudio Conti di Capracotta, in «Gazzetta della Provincia di Molise», VI:5, Campobasso, 24 gennaio 1872.
- Le torri di guardia di Capracotta in epoca normanna
Tra l'undicesimo e il dodicesimo secolo Capracotta era probabilmente costituita da piccoli centri abitati (casalini) distanti l'uno dall'altro, caratterizzati da una bassa demografia e dal fatto che i rispettivi territori erano soggetti alla volontà dei signori - carolingi prima, normanni poi - i quali, il più delle volte, li utilizzavano per ricompensare i propri generali o per ingraziarsi la Chiesa locale, il che rendeva questo ed altri territori del Meridione ostaggio del potere temporale di abati e/o conquistatori stranieri. Macchia Strinata, Monteforte, Ospedaletto, Spinete, S. Croce, S. Giovanni Capraro, S. Maria Caprara, Vallesorda e Capracotta stessa, dunque, a quel tempo non erano che macchioline di case su un territorio aspro, scosceso, malagevole. In cambio di una piccola riserva di legna, l'esistenza di quegli sparuti abitanti era finalizzata a custodire il patrimonio armentizio dei padroni, a rendere produttiva la terra dei feudatari e a difendere i possedimenti dai briganti. Quest'ultimo obiettivo era assicurato dalla presenza, sul territorio dell'odierna Capracotta, di almeno tre torri di guardia, di cui sono sopravvissuti soltanto i ruderi. La prima e più grande di queste torri si trovava sulla vetta di Monte S. Nicola, a 1.517 metri di altitudine, e trattasi di «una grande torre a pianta circolare realizzata sulle strutture di una precedente torre quadrata con lati di 7x7 metri». A mio avviso la grandezza di ognuna delle tre torri era proporzionale all'agglomerato feudale cui faceva capo. Nel caso di Monte S. Nicola, infatti, sappiamo che lì si trovava il centro più abitato e difatti, oltre all'edificio turrito, vi era una chiesa con pianta di 5x9 metri, decine di abitazioni civili ed un grande cimitero che ricalcava l'antico ustrinum romano. Dal punto di vista architettonico, invece, la caratteristica più sorprendente della torre di S. Nicola sta nei quattro conci angolari utilizzati dall'ingegnere del tempo per rendere cilindrica una preesistente torre a base quadrata, garantendo così una maggiore semplicità costruttiva, un minor costo e una più alta resistenza agli attacchi bellici. La seconda torre, in ordine di grandezza e d'importanza, era quella dell'Ospedaletto, posizionata a 1.329 metri s.l.m. sul vertice di una montagnola che offre una panoramica a 360° non solo sul feudo dell'Ospedaletto ma anche sul passo montano da cui ha origine il fiume Trigno, tanto che si possono tenere sott'occhio i territori di S. Pietro Avellana e Rionero Sannitico, nonché il tratturo che di lì passava. Ai piedi della torre dell'Ospedaletto - che ha una pianta quadrata di 5,5 metri e sorge su precedenti costruzioni di epoca sannitica - è presente una tale quantità di pietrame da far pensare che lì sorgesse anche l'hospitale Rahele, ossia l'alloggio di viandanti e pellegrini che ha dato nome all'intera area. Bruno Sardella sostiene infatti che quel «colle fu rioccupato nel corso del Medioevo: si riconoscono infatti resti murari a delimitare più ambienti ed edifici e accumuli di pietrame formatisi a seguito dei crolli delle strutture». Grazie a un sopralluogo effettuato in data 25 aprile 2023, ho scoperto, sul versante nord-occidentale al di sotto della base della torre, una fenditura verticale nella roccia nel cui cuore è stato artificialmente eretto un muretto che ne restringe la larghezza e che di fatto crea un passaggio che, dal fondo della grotta, immette in alto al centro dell'abitato, proprio nei pressi della torre di guardia. Non so dire se si tratta di un ingresso secondario alla torre o all'ospedale, né so dire l'epoca a cui risale: è certo però che si tratta di un muro a secco edificato dall'uomo in un luogo tutt'altro che agevole e che non ha nulla a che fare con l'agricoltura e l'allevamento. L'ultima torre di guarda costruita dai Normanni sul territorio capracottese è situata sul vertice del Colle della Parchesana, a 1.357 metri s.l.m., in linea retta est-ovest con quella dell'Ospedaletto, di cui è sorella minore visto che la sua pianta quadrata non supera i 5 metri. Dalla torre della Parchesana si gode un'ampia visuale sulla piana di Monteforte e sul territorio di Vastogirardi, quindi sulla sella naturale che presiede il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino. Il centro abitato a cui questa torre faceva capo era il più piccolo tra quelli menzionati, tanto che Giosa Menna pensa che la sua popolazione fosse formata nient'altro che dalle famiglie dei militari preposti al servizio di guardia. I resti delle torri di guardia di Capracotta in epoca normanna, insomma, rappresentano il retaggio d'una struttura sociale basata sulla difesa, in cui al più piccolo insediamento umano e alla più risibile risorsa economica era assicurata la massima protezione dagli attacchi esterni. Il senso di visitare quei luoghi è quello di riscoprire la storia che sta dietro Capracotta, oggi stazione turistica, ieri avamposto militare. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla, in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013; B. Sardella, Archeologia di Agnone, Scienze e Lettere, Roma 2021.
- Briciole... di storia sciistica
Ora che il C.A.I. Napoli, attraverso il suo rifugetto di Monte Orso sul Matese e la sempre più appassionata partecipazione di propri soci allo sci nordico ed allo sci-alpinismo, è tornato prepotentemente sulla neve, non sarà forse inopportuno un ritorno... alle origini. 1° campionato campano di sci, Capracotta 20/01/1929, organizzato dalla S.U.C.A.I., sezione universitaria del C.A.I., raduno con oltre 70 partecipanti. 1° Morace Mario, 2° Rizzica Aristodemo, 3° Forte Gennaro, 4° Gallipoli Vittorio, 5° Palazzo Pasquale, 6° Palazzo Umberto, 7° Ruggiero Domenico. 2° campionato campano di sci, Capracotta 16/01/1930, gara di fondo di 18 km. organizzata dalla S.U.C.A.I., raduno con oltre 80 partecipanti, atleti partecipanti 36, arrivati 35 (di cui tre donne), premiati 15. 1° De Luca Enrico, 2° Scapagnini Gianni, 3° Morace Mario, 4° Randone Bruto, 5° Panzini Vittorio, 6° Fusco Arnaldo, 7° Palazzo Umberto, 8° Vieri Rombo, 9° Del Fico Salvatore, 10° Palazzo Pasquale, 11° Morrica Manlio, 12° Amitrano Antonio, 13° Rizzica Aristodemo, 14° Capece Luigi, 15° Siciliano Guido. Gli atleti appartenevano a tre Società: Sci C.A.I. Napoli, S.U.C.A.I. Napoli e Sci Club Napoli. Al S.U.C.A.I. vennero aggiudicate le Coppe Saffiotti e Sciarrino. Altre briciole nei prossimi bollettini per notizie di altre gare e di sci-alpinismo. Va però subito aggiunto che il C.A.I. vanta tra i suoi soci i primi giudici zonali e nazionali della Federazione Sci: Palazzo, Perez, Del Fico, Imperiali, De Vicariis, Morrica (alcuni dei quali ancora sulla breccia). Manlio Morrica Fonte: M. Morrica, Briciole... di storia sciistica, in «Notiziario Sezionale», 1, Club Alpino Italiano, Napoli, aprile 1987.
- L'avvocato Ninetta (XVIII)
Scena VII Totonno indi Alberto, poi Totonno, poi Nicola e Amalia. Totonno – Il maestro Mozzone. (via) Francesco – Oh! finalmente. Alberto – (tipo scilinguato) Scuserete se sono un poco in litaldo, ma non è stata mia la colpa. È stato un ragazzo che mi ha fatto lotolale per tella in mezzo alla stlada pelché pel scappale mi ha dato un ultone, tanto che sono stato costletto di litolnale a casa pel cambialmi pelché ela tutto inzacchelato, c'ela tanta pozzanchela pel tella che non si poteva camminale. Giacinto – Senza lengua e va scegliendo tutte parole difficile. Francesco – Quì tutti vi aspettavamo con impazienza. Alberto – Plima di tutto lasciatemi fale gli auguli alla mia allieva. Signolina tanti e tanti augulii felici, con plospelità ed allegrezza. Maria – Grazie, grazie. Maestro stammatina ho dato una altra passatina alla vostra romanza. Alberto – E la cantevate bene, ne sono sicuro. Francesco – E allora passiamo nel salone. Giulio – Un momento. Francesco – Che c'è cchiù robba? Giulio – Quì si congiura. Francesco – Pecché. Giulio – Perché vogliamo la promessa di poter ballare. Francesco – La sala è chella, 'o pianaforte sta llà, serviteve pure, basta che siete in numero. Giulio – Ah! verrà, verrà altra gente, non dubitate. Totonno – Il Consigliere Comm. Pellecchia e sua moglie. (via) Giulio – Ecco che incomincia ad affollarsi la sala. Nicola – (sarà afflitto dalla tosse) Oh! carissimo collega. Francesco – Non mi aspettavo quest'onore anche dalla tua signora. Maria, vieni a baciare D.a Amalia. (si baciano) Nicola – Che cara fan... fan... ciulla, vi faccio i miei auguri. Stu poco d'aria che ho preso per venire qua mi ha stizzita la tosse. Amalia – Nicolì, riguardate sa', nun t'esporre all'aria che staje sudato. Francesco – Mò 'o piazzo io a na parte senza corrente. Amalia – Presidè ve lo raccomando perché nce vò cautela fino a che nun se ristabilisce. Nicola – Questa... è na... cosa... passeggiera. Giacinto – Se vede dalla grancascia. Francesco – Me pare ch'è paricchio tiempo che tiene sta tosse. Nicola – Sì, sono dodici annetti. Giacinto – Me fa pure vezzeggiative. Nicola – Quant'altro tempo pò durà. Se n'ha da j na vota. Giacinto – E quanno uno è viecchio se ne va pur'isso appriesso. Bettina – 'E cane dicenno. Nuje vulimmo sta buono pe fa schiattà 'a gente. Francesco – Dunque signori, passiamo nella sala. Giulio – Sì, sì, andiamo Cavalié, appoggiate le signore. Francesco – Maestro, voi pure ci regalate qualche pezzo? Alberto – Vi falò sentile na cosa di Scubel, ho portato l'alta roba. Siculo "La Cavallelia Lusticana", "Tosca", "L'ola è fuggita" e "Io muojo dispelata". Giulio – Come hai detto? Alberto – Scubel! Giulio – Vuoi dire Scubert. Alberto – Io così ho detto... Scubel. (entra indisposto) Giulio – (appoggiando Maria) Signorina, siete un piccolo Angelo. Maria – Me l'ha detto pure papà. (via) Giacinto – (appoggiando Ninetta) Signor Avvocato, (offre il braccio) che ve ne pare 'e Gesummina? Ninetta – Nun 'a putiveve trovà cchiù lazzera e suberba. (via) Cesarino – (appoggiando Gelsomina) Gesummì, 'e visto muglierema? Gelsomina – Quant'è brutta, tene 'a faccia 'e na cevettola. (via) Matteo – (offre il braccio a Bettina) La signora mi onora? Bettina – Oh! grazie, l'onore è mio. Matteo – Mimì, Lallà, stateve sempre vicino a me. Le due – Sì papà! Bettina – Sò doje santarelle sti piccerelle voste. (via) Francesco – (offre il braccio ad Amalia) Signó volete favorì? Amalia – Presidè ve raccomando Nicolino, nun 'o fate piglià aria. Francesco – Nicolì viene cu me, te piazzo a na parte senza viento. Nicolino – Nun... te piglià... pena... io sto meglio assai. (tossisce forte) Francesco – Se vede che stai meglio. (via) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Le casine: residenze rurali della nobiltà delicetana
I patrizi romani per il loro tempo libero, lo svago e la villeggiatura si costruirono le ville suburbane, o fuori città come a Minturno o a Capri; quelli veneziani avevano le loro splendide ville lungo la Riviera del Brenta; i nobili delicetani avevano la "casina". Essa era una residenza rurale situata lungo le più importanti vie di accesso al paese ed era costruita in luoghi ameni sia per godere dell'aria salubre e del panorama, ma anche per mostrare al "volgo" la potenza ecoomica, sociale culturale della propria famiglia. Vennero costruite tra la prima metà del 1800 e l'inizio del secolo scorso. Dopo un'attenta ricerca ne abbiamo censito solo sei unità, forse ve n'erano altre ma non ne abbiamo la certezza. Le famiglie più nobili e facoltose delicetane che hanno costruite le "casine" sono: i De Maio, i Maffei, i D'Ambrosio e i Chieffo. I De Maio erano di Capracotta (Isernia) e un Giuseppe arrivò a Deliceto in qualità di governatore e nel 1680 sposò Chiara Apotrino dalla quale ebbe in dote lo splendido palazzo di corso Margherita e la storica masseria nella contrada omonima. Essi edificarono due residenze rurali: una in contrada Chiancone a m. 450 s.l.m. poco sotto la Chiesa della Madonna delle Grazie nei pressi della vecchia strada per la Consolazione. Venne edificata nella prima metà dell'800 a due piani con feritoie angolari per la difesa passiva. Fu venduta a inizio '900 da Elisabetta De Maio a Luigi Palermo e demolita dopo il terremoto del 1980. La seconda si trova in contrada S. Antonio, sopra il torrente Fontana a 610 m. di quota, è a due piani con feritoie sopra gli ingressi, costruita a metà '800, fu venduta inizio '900 ad Alfonso Palermo sempre da Elisabetta De Maio. I Maffei provenivano da Solofra (AV) ed erano commercianti di pelli e di lana, arrivarono a Deliceto ad inizio '700 e Giuseppe nel 1703 sposò Ippolita Alfieri dalla quale ebbe in dote lo splendido palazzo a fianco del Municipio. Nella seconda metà del '800 (?) costruirono una loro residenza rurale in contrada Stimponescia-Barbarossa a 740 m. di altitudine a due piani da cui si gode un panorama immenso che partendo dal lago di Lesina arriva fino al Vulture e all'Irpinia. Attualmente è di proprietà della famiglia di Donato Di Taranto. I D'Ambrosio erano una famiglia numerosa proveniente da Serino (AV) di professione conciatori e commercianti di pelli ed arrivaro no a Deliceto verso la fine del 1600. Costruirono due casine: una sotto Monte Tre Titoli (Montuccio) a 950 m. di quota da dove si ammira un panorama mozzafiato, voluta dal canonico Vincenzo D'Ambrosio (1816-1908) venne edificata ad un solo piano nel 1884 e sul muro frontale il sacerdote fece incastonare la seguente iscrizione: "Mirando il lido adriatico, assorto dal canto degli uccelli, ebbro dei profumi del bosco, qui sedendo designò questa casa, Vincenzo D'Ambrosio pregno di affetto ai suoi A. D. 1884". La seconda è ubicata in contrada Borranico su un pianoro a m. 500 di altitudine e fu costruita nel 1865 dall'altro fratello, il canonico Mattia D'Ambrosio (1821-1888) da cui si ammira un ampio panorama che dal Gargano arriva fino ai monti dell'Ipinia. Tra tutte le casine questa è la meglio conservata, la più importante ed imponente ed ancora oggi è adibita a pernottamenti, convegni e sala lounge. Attualmente è di proprietà dell'avv. Mattia Iossa. Questa residenza rurale, oltre ad avere sulla facciata lo stemma della famiglia D'Ambrosio è impreziosita anche da una lapide scritta in latino il cui significato in italiano è il seguente: "Questi campi, alberi ed edifici comprò, coltivò ed eresse Mattia D'Ambrosio 1865". I Chieffo, anch'essi di famiglia numerosa arrivarono da Bagnoli Irpino (AV) nella prima metà del 1800 e di professione erano commercianti di stoffe e tessuti. Ad inizio '900 in contrada Mezzana dei Monaci (Redentoristi), a m. 395 di quota costruirono una casina in stile liberty a due piani con porticato da cui si gode un'aria salubre ed un importante panorama. Di quest'ultima famiglia nobile a Deliceto non vi è più nessun erede. Paolo Carmine Pacella Fonte: P. C. Pacella, Le Casine: residenze rurali della nobiltà delicetana, in «Elce», 139, Deliceto, marzo 2019.
- In memoria di Leo
Io gli volevo bene. Il cattolicesimo democratico, quello che ha nella Gaudium et spes la sua carta costituzionale, non gode di buona salute nel Molise. Già il vescovo Dini, con preziosa sincerità, dalle colonne di "Jesus" disse che «il clero molisano non ha assorbito il Concilio». Leo Leone era uno di quei rari laici molisani che il Concilio lo indossarono come un abito fatto su misura. Fortissimo e trasparente, addirittura contagioso, fu in lui il senso e il valore della comunità che si raduna, si organizza, si mobilita, macina dialogo, confronto, idee, si nutre di valori e di ideali. E contrasta il Palazzo. La comunità delle persone di buona volontà fu la sua vera casa. Perché per Leo la "persona" era la prima e principale istituzione, la più sacra, civilmente e religiosamente sacra, la più inviolabile. Lo ebbero maestro legioni di ragazzi e ragazze, a scuola e sui prati dello sport; ma lo ebbero maestro anche i colleghi e i collaboratori. Tutti imparammo da lui che la politica può essere una cosa di cui non vergognarsi, quando sia animata da una carica etica autentica e costante e quando sia nobilmente pedagogica. E così gli vedemmo "fare" politica. Leo insegnò filosofia e pedagogia ma senza i libri: la cattedra fu la sua vita, con la sua passione civile, con le accensioni di sdegno verso le ingiustizie e i soprusi, con la sua rara virtù di agganciare ai progetti i sogni, ai problemi le speranze, ai bisogni dei singoli il supremo "bene comune". Forse don Milani gli ha già fatto posto sulla sua nuvoletta. Eppure quest'uomo di fede soda e combattiva, difensore dei diritti, vicino agli ultimi, agli emarginati, agli scarti sociali - del cui "odore" portato addosso si vantava - aveva una dote in penombra, che neutralizzava in lui il rischio della deriva accigliata e seriosa, che affligge molti rivoluzionari da piazza e da salotto: aveva talvolta lampi di candore, uno sguardo stupito e fanciullo su uomini e cose, una innocente refrattarietà a invelenire il confronto con l'avversario. Leo era, in sintesi, un uomo anti sistema. Rifuggiva dalla logica degli apparati, preferiva la vitalità, pur rischiosa, dei movimenti alla mortifera burocrazia dei partiti; amava i volontari e fiutava lontano un miglio i carrieristi travestiti da samaritani. Uomo immerso fino al collo nelle turbolenze e nel frastuono del sociale veniva "rapito" dal silenzio dei suoi boschi, dal misterioso planare dei falchi nel cielo azzurro di Capracotta. E pregava. Evangelicamente, con rare concessioni alla ritualità opaca e meccanica, pregava chiudendosi assorto nel suo colloquio con Dio. Io gli ho voluto bene. Alberto Conti Fonte: http://www.lafonte.tv/, 13 aprile 2016.
- Capracotta 10, Boston 1
Di certo la conquista di tale primato è certamente costata gravi problemi e preoccupazioni agli abitanti di Capracotta, piccolo comune del Molise a nord-ovest di Campobasso. Di certo però si sono guadagnati una visibilità, momentanea, a livello globale. Guardate bene questa immagine della CNN. Sto parlando di CNN... mica di TeleCampobasso! Ma quale Boston o Nord-Est americano... The winner is... Capracotta!!! per il record assoluto di neve caduta nell'arco di 24 ore. Tanta quanta quella caduta a Boston in un anno. Per cui, Capracotta batte Boston 10 a 1! Comunque la si misuri, 101 pollici, 8 piedi, oltre due metri, il fatto è che i media globali ne hanno parlato e direi che il diavolo ci ha messo, decisamente, lo zampino. Certo, perché, oltre all'immenso disagio causato, ha fatto assurgere a livello mondiale questo paesino dal nome buffo che ancora più buffo diventa sentendolo pronunciare in inglese o con qualche slang yankee. Ve lo immaginate il commentatore della CNN che sbiascica: «keipreikòtaa» o qualcosa di simile? Vabbè... facciamoci due risate sperando che a Capracotta siano riusciti, nel frattempo, a venire a capo di questo bianco, incombente e sovrastante problema. Enrico Negroni Fonte: https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/, 10 marzo 2015.
- La nascita di Capracotta longobarda
Un giorno, mentre mettevo ordine tra i libri letti, mi sono imbattuto in una cartina del territorio di Capracotta che illustra le ricorrenze più importanti e l'andamento della popolazione nel corso degli anni. Tra queste mi ha colpito una data: "VIII secolo - nascita di Capracotta da parte dei Longobardi". E allora mi sono chiesto: – Chi sono i Longobardi? – Da dove venivano? – Che hanno fatto? – Perché sono scomparsi? Mi sono messo alla ricerca di libri che chiarissero qualcosa sui miei dubbi. Questo è quello che ho trovato. La nostra storia viene da molto lontano... I Longobardi facevano parte del regno dei Barbari, popoli che stavano al di là dei confini fortificati (limes) degli antichi Romani, costituiti dal Danubio e dal Reno. I Longobardi avevano capelli lunghi e biondi, occhi chiari, barba folta e lunga e si rapavano solo la nuca. Sopra gli stivali portavano pelli di capra e le loro capanne erano miseramente arredate, anche in terra avevano pelli di capra. Il loro nome deriva dal fatto che portavano la barda, una lunga ascia che era la loro arma di combattimento. Si dedicavano alla pastorizia (adoravano le capre) e al saccheggio e non avevano nessuna nozione di agricoltura. La vita sedentaria li affamava. Da tempo avevano messo gli occhi sulla penisola italiana. Erano divisi in tribù, anarchici e nomadi con al comando un duca che era un guerriero distintosi al fianco del re. Inizialmente erano ariani, poi convertitisi alla religione cristiana; la fede per loro era l'alibi dal saccheggio e dai genocidi. Alcuni storici raccontano che inizialmente si chiamavano Willini e la loro storia sarebbe cominciata qualche secolo avanti Cristo, partiti dalla Svezia meridionale e, da qui, migrati nel continente europeo. La loro origine è comunemente accettata dalla storiografia moderna. Nel corso dei secoli i Longobardi ebbero grandi sovrani come: Autari, Alboino, Agilulfo, Teodolinda, Rotari, Grimoaldo, Liutprando, Astolfo, Desiderio, Tatone. Quest'ultimo ha un nome particolare perché nel nostro territorio significa, in dialetto, "nonno". Tatone era figlio di Cleffi e nipote di Gedeoc. Secondo il costume barbarico Alboino fece bere la moglie Rasmunda dal teschio del padre Cunimondo, vecchio re dei Gepiti. Rasmunda bevve ma gli giurò atroce vendetta facendolo uccidere dal suo amante. Nel 568 si spostarano dalla Pannonia, l'attuale Ungheria. La Pannonia era stata loro donata da Giustiniano per contrapporli ai turbolenti e pericolosi Gepiti, poi sconfitti dai Longobardi. Questi ultimi si trovarono come vicini gli Avari e il vicinato cominciò a rendersi impossibile fin dai primi giorni. Questo spinse i Longobardi a cercare una nuova sede e perciò arrivarono in Italia, meta costante delle invasioni barbariche, attraverso il Passo del Predil sulle Alpi Giulie. L'Italia infatti non offriva grandi difficoltà a chi voleva conquistarla. Cividale del Friuli fu la prima città sede del Ducato, con Gisolfo a capo. Nel 571 attraversarono gli Appennini e istituirono il Ducato di Spoleto e Benevento (il primo duca di Benevento fu Zottone) che, insieme a quello del Friuli, godevano di una posizione di preminenza, cercando di essere autonomi. Nel corso dei loro pellegrinaggi il loro ceppo originario si sarebbe contaminato. Dopo, nel 574, 36 duchi, secondo Paolo Diacono, loro storico, si unirono tra di loro (di questi ducati non si sapeva con precisione quanti fossero) ed elessero re Autari (figlio di Clefi) che stabilì che ogni duca cedesse al nuovo re il 50% delle proprie terre. Autari prese il nome di Flavio. Ordinamento del regno longobardo A capo della nazione longobarda vi era un re. Il regno era diviso in ducati che in origine si crede fossero 36, retti da duchi che eleggevano il re, amministravano la giustizia e comandavano l'esercito. Avevano proprie corti e guerrieri (gasindi). Oltre ai duchi vi erano i gastaldi. Questi ultimi amministravano i beni della Corona. Erano veri e proprio ufficiali regi. Avevano potestà civile, giudiziaria e militare. La società dei Longobardi era divisa in uomini liberi e non. I primi erano costituiti dagli arimanni, grossi proprietari di terre, dai paupers, proletari, e infine i liberi homines, piccoli proprietari di terre. I non liberi erano gli aldii, personalmente liberi ma legati alla terra - che non potevano vendere - e che dovevano pagare ai padroni una parte dei prodotti per prestare certi servizi. Sotto di loro vi erano i massarii, i coltivatori di fondi. Sotto a questi i servi ministeriali che esercitavano vari mesteri e, in fondo a tutti, i servi rusticani, addetti a lavori campestri. Sopra agli uomini liberi e non liberi vi erano i nobili. La società longobarda era governata tramite consuetudini. Con l'editto di Rotari si misero per iscritto alcune consuetudini tramandate oralmente e ne vennero aggiunte altre istituite da altri re. L'estensione maggiore era data dal diritto penale. La vendetta di sangue, la faida, che si tramandava fino alla settima generazione, venne sostituita dalla composizione, cioè da un compenso pecuniario che il reo era tenuto a corrispondere al danneggiato o ai parenti. La pena di morte era limitata al regicidio, la diserzione, il tradimento e l'uccisione del marito. Per l'uccisione di una donna libera era prevista una multa di 1.200 solidi, metà dei quali andava al re. Ma anche i servi avevano un prezzo: 60 solidi per l'uccisione di un aldio, 50 per un servo ministeriale e 20 per un servo rustico. Poiché i servi non avevano personalità giuridica, la multa andava al beneficio del padrone e su esso ricadeva la responsabilità pecuniaria per reati commessi dai servi. L'editto era più severo con i ladri o i servi fuggitivi. Il ladro era tenuto a pagare il novigildo, cioè 9 volte il valore dell'oggetto rubato; la stessa pena era inflitta al ricettatore. Pene severe vi erano anche per i fuggitivi e per quelli che davano loro ospitalità. Erano contemplati reati contro la proprietà campestre e disposizioni che riguardano la vita di animali, la caccia e la pesca. Caposaldo del diritto civile longobardo era il mundio, o tutela. Il figlio divenuto atto a portare armi poteva uscire dalla tutela e costituire un'altra famiglia. Chi non poteva mai uscire della tutela era la donna, che passava dal padre, o dai fratelli, a quella del marito, ma occorreva che il marito ne pagasse il prezzo. Veniva stabilita la dote che il fidanzato assegnava alla sposa e il regalo che il padre faceva alla figlia per il matrimonio. Tra la promessa e il matrimonio non potevano passare più di 2 anni, trascorsi i quali il fidanzamento era sciolto e il fidanzato perdeva la dote, che aveva quindi valore di caparra. L'editto regolava anche le donazioni, che non potevano essere fatte né da donne né da servi ma solo da uomo libero in possesso di diritti civili. Avevano invece diritto alla successione i parenti non oltre il 7° grado, in mancanza di essi entrava come erede il re. Eredi del padre erano tanto i figli legittimi quanto i naturali. Questi ultimi ereditavano in misura inferiore rispetto ai legittimi. Le donne erano escluse dall'eredità e vi potevano partecipare solo in mancanza di figli maschi e in concorrenza coi parenti più stretti e coi figli naturali. La procedura giudiziaria confermava le antiche consuetudini longobarde. La legge longobarda ammetteva due tipi di prove: il giuramento e il duello. Il giuramento veniva fatto sui Vangeli o con armi consacrate mentre il duello ricorreva quando era in gioco l'onore personale. I servi potevano acquistare la personalità giuridica per mezzo delle manomissioni, migliorando la propria condizione, passando ad un grado più alto e acquistando la cittadinanza. La manomissione fatta dal re dava al servo l'assoluta libertà. Si è discusso a lungo se l'editto di Rotari, sebbene abbia un carattere essenzialmente germanico, risenta tuttavia dell'influenza del diritto romano applicato indistintamente a tutti i sudditi, longobardi e italiani. Dall'editto di Rotari si evince quali fossero le condizioni della donna e quelle della povera gente ridotta in schiavitù per un nonnulla, senza neanche la possibilità di fuggire. Secondo il mio pensiero è un documento che trasuda barbarie e superstizione. Con l'istituzione dei ducati furono spazzati via gli ultimi residui di aristocrazia senatoriale romana, i pochi che sopravvissero alle purghe furono fatti schiavi e i loro beni confiscati. Papa Paolo, per paura di restare solo, chiese aiuto a Pipino, che aveva due figli. Uno era Carlo Magno, che alla caduta di Pavia longobarda assunse il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi. Organizzò il regno sul modello franco, creando delle contee con a capo i conti al posto dei duchi. Confermò alla Chiesa i territori che il padre Pipino aveva promesso e vi aggiunse, a titolo personale, i ducati di Venezia, Istria, Spoleto e Benevento (questi ultimi appartenevano ancora ai Longobardi o ai Bizantini). Circa le donazioni fatte al papa molti storici negano l'autenticità di questo racconto. Il papa diventò così padrone di ⅔ dell'Italia, ad eccezione del Piemonte, della Lombardia, della Calabria e di parte del Napoletano. Il potere temporale del pontefice avrebbe prodotto poi lo stato della Chiesa. Capracotta fu fondata dai Longobardi (scandinavi e germanici). Non mancarono alcuni elementi avari di ceppo turco, ungheresi della Pannonia e tutti i popoli incontrati durante il loro cammino. I resti delle tribù vinte, a seconda della resistenza che opponevano, subivano lo sterminio o venivano integrate al vincitore. Il processo di deurbanizzazione e ruralizzazione fu la caratteristica del Medioevo e del mondo feudale poiché le città diventarono insicure. Poi vennero i Normanni (1100-1195), i primi mercenari venuti in Italia, ma questa è un'altra storia... E così finì l'Italia longobarda. Lucio Carnevale
- L'avvocato Ninetta (XVII)
Scena VI Giulio e detti, poi Maria. Giulio – Io entro senza farmi annunziare, sicuro d'essere accolto dal Commendatore sempre con la sua squisita gentilezza. Francesco – Voi siete il padrone della mia casa. Giulio – Servo sempre. Riverisco tutti questi signori che quasi tutti conosco. Uh! ccà sta Gelsomina c' 'o marito! Francesco – Avvocà, ve ne siete venuto tutto infiorato? Giulio – Sono pochi fiori che vorrei offrire alla signorina Maria. Francesco – Sempre distinto ed elegante il nostro caro avvocato. Giacinto – D. Erbè, quì ci sono i servitori vostri, non vi dimenticate di salutarli. Francesco – Giacì, tu pecché all'avvocato 'o chiami D. Erbetta? Giulio – Scambia sempre il mio cognome con il nome. Giacinto – È un giovane che mi è simpatico assai e io gli voglio bene. Tu saje che io sò affezionato. Giulio – Ma questo però non toglie che m'avita chiammà c' 'o nomme mio. Giacinto – Sicuro, avite ragione, n'ata vota ce penzo. Scusate D. Erbè per questa volta. Francesco – È inutile, se l'ha posto ncapo, e mò 'o faje capace. Giacinto – M'è scappato pure mò e nun saccio comme. Ah! già, D. Giulio... scusate D. Erbè. Giulio – Eh va buono! Maria – Eccomi quà papà mio. Tutti – Oh! tanti auguri felici. Francesco – Comme sta bella. Guardatavella tutte quante. Ninetta – Cara Maria, accogli le nostre sincere felicitazioni, ed anche un bacio dalla tua cara amica. Francesco – Giacì, teh! guardatella, vide che t'aggio cacciato. Giacinto – Bella, veramente bella! La possiamo vedere subito badessa. Maria – No no... papà, nun me voglio fà monaca. Francesco – Nun te piglià collera figlia mia, chillo è pazziariello... Chisto ccà è quel Giacinto di cui ti ho sempre parlato. Maria – Ah! vuje site 'o Barone scemo? Giacinto – Neh! io sono scemo? Francesco – No, chella pazzea. E questa è sua moglie, il resto tu li conosci. Gelsomina – D. Cì, e l'avita 'a dicere pure che sò la Baronessa di Crappa... cotta. Francesco – Già, mi dimenticavo, baronessa di Capracotta. (augurii felicissimi) Gelsomina – È na bella figliola, non pare maje figlia a vuje. Francesco – E io ve ringrazio. Vuol dire che io sò brutto. Giacinto – Ne ricesse una bona. No, chella vò dì che 'a piccerella è nera e tu si bianco. Francesco – E se capisce, io me sò fatto viecchio, che bella notizia. Giulio – Signorina Maria, permettete che in mezzo a questo coro di felicitazioni, io mi presenti a voi, apportatore di questi pochi fiori che son ben meschini di fronte a tanti altri che vi sono stati offerti. Maria – Tutto ciò che viene da voi niente è meschino. Li accetto di cuore e vi ringrazio. Francesco – Bene, bene... come ha detto bene. Neh! che portento, che grazia. Matteo – Signorina, anch'io come collega e amico sincero di papà, vengo a presentarvi i miei augurii. Speriamo di vedervi presto in tribunale a difendere le cause come a D.a Ninetta quì presente. Maria – No papà, io nun ce voglio andà ncopp' 'o tribunale... io me metto paura llà sopra... Francesco – E vuje m' 'a facite fà a trezza d' 'e vierme a sta figlia mia. E comme ve vene 'ncapo? Matteo – Mimì, Lallà, fate gli augurii alla vostra amica. Giacinto – Mò incominciano n'ata vota 'e gioche. Michelina – Marietta, accettate un bacio, e speriamo che l'anno venturo possiamo mangiarci i vostri confetti. (Laura ripete lo stesso) Maria – Oh! grazie, grazie! Papà, quest'augurio mi piace. Matteo – Mimì, Lallà... che cosa sono questi augurii? Chi vi ha insegnato di parlare così ad una ragazza? Michelina – Papà, noi non sapevamo che cosa augurarle. E perciò abbiamo detto questo che le faceva piacere. Matteo – Una cosa immorale! A casa mi sentirete. Vi farò stare tutta la notte in ginocchio. Giacinto – Ma che stanno a scola! Michelina e Laura – (piangono) Ih, ih!... Francesco – Va bene collé, è cosa da niente. Stasera stiamo in festa, perché vogliamo disturbarci per una cosa da niente? Perdonatele per questa volta. Matteo – Mimì, Lallà... papà vi perdona, baciate la mano al Presidente. Michelina – Grazie papà... grazie Presidente. Matteo – (piano a Francesco) Comme ve pare quest'educazione che le ho dato? Francesco – (piano a Matteo) Finisce che ne facite doje mummie. Giulio – Ma intanto perché non s'incomincia a fare qualche cosa, chi si aspetta? Francesco – 'O maestro 'e musica D. Alberto Mozzone mi ha promesso che veniva e non è ancora venuto. Giulio – Ah! D. Alberto? E nun ce penzate, chillo arriva comme 'o treno 'e Roma, sempre con due ore di ritardo. Francesco – Anzi, Maria deve cantare 'na cosettina che l'ha scritto appositamente per lei. Ninetta – Ah, brava, aggiungerà un'altra virtù alle tante che tiene. Francesco – Vi ringrazio per mia figlia, siete voi gentile che credete così. Ninetta – Questa è la verità, Maria è una ragazza bella e virtuosa. Cesarino – (piano a Giulio) Ninetta se sta cumbinanno 'o Presidente per le cause presenti e future. Giulio – (piano a Cesarino) E questo è il vantaggio di un avvocato femmena, vide si 'o putimmo fà nuje. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- La merenda letteraria #2
La prima "merenda letteraria", tenutasi il 2 aprile scorso presso la Società degli Artigiani e Pastori di Capracotta, è stata un successo: discreta la partecipazione di pubblico e tanti i libri proposti, presentati ottimamente dagli intervenuti. Si è parlato di donne, dalla regina Cleopatra a Lucia Mondella, fino alla Califfa di Bevilacqua, si è parlato pure di maschilismo, di nuovi formati familiari, di vita e di morte, di Sud, di Capracotta. È stato bello, un modo nuovo e pieno di spunti per affrontare la quotidianità di Capracotta. Il prossimo incontro è fissato per domani, domenica 23 aprile, sempre alle ore 17:30, presso i confortevoli locali della Società di mutuo soccorso di via S. Maria delle Grazie 6. Il nuovo argomento proposto è il seguente: La natura come modello di vita Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva il mondo naturale, inteso come paesaggio od anche come frugalità di costumi o come spirito primitivo: anche stavolta si è scelto un tema molto vasto per permettere ai covenuti qualsiasi variazione e/o divagazione. Assieme al libro, sarebbe bello portare una poesia, anch'essa a sfondo bucolico, da leggere assieme. E, se potete, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Sulla locandina compare un dipinto di Ugo Martino - che ha messo a mia disposizione il suo intero catalogo -, un'opera che ritrae l'idilliaco paesaggio agropastorale della Guardata di Capracotta. Francesco Mendozzi
- Molise Nostrum: Capracotta
Ah, Capracotta! Il paese col record mondiale di quantità di neve caduta in 24 ore (2 metri e mezzo). «Torna a vederla con la neve» mi dicono, ma a me è sembrata bella anche così. Dunque, siamo in un paese di 800 abitanti a 1.421 m.s.l.m. Il nome fa ridere, soprattutto se associato alla tradizione fondamentale, la Pezzata, sagra a base di carne di pecora. Ma l'origine del nome è ben più altisonante, anzi altiTonante: è un riferimento al capro sacrificato dai Longobardi, fondatori del villaggio, al marvelliano dio Thor. Figata. Meraviglie naturalistiche (l'enorme Prato Gentile, il curatissimo Giardino della Flora appenninica ecc.) a parte, due cose stupiscono di Capracotta: come un paese sia risorto dalle ceneri (interamente raso al suolo dai tedeschi in ritirata - e tra le vittime la torre dell'orologio, il monumento forse più antico, oggi un murales -, poi ricostruito con cura) e quella pavimentazione che porca miseria manco al Campidoglio a Roma! Cioè: volute e ghirigori, elementi geometrici e trionfi paramosaicali (parola inventata) di sampietrini variopinti a decorare ogni strada, angolo, pertugio, finanche il classico vicolo cieco di paese, quello che finisce dentro la casa di qualche vecchio solo che manco c'ha l'acqua corrente. È un paese che si dà un tono, perché può darselo. È località sciistica prediletta pei ricconi romani. Diciamo che i soldi non mancano in città. Beati loro. Segnalo sedie appese ai muri, cavalli giocattolo in carrozzina, angoli per il ristoro (anche mio e di Roberta Tanno) pensati egregiamente, con vecchie sedie, panche e bancali, la pulizia, la "doppia" chiesa settecentesca di Santa Maria in Cielo Assunta e del patrono San Sebastiano, la vista ovviamente mozzafiato e altre cose che non ricordo. È già pomeriggio inoltrato, si riparte. Lorenzo Di Maria Fonte: https://www.facebook.com/, 12 agosto 2020.
- Gli impianti esistenti e le vertenze in corso in Molise
Sono circa 70 i comprensori sciistici censiti lungo la catena appenninica che dispongono di 268 impianti di risalita al servizio di oltre 700 km di piste per lo sci da discesa. Numeri importanti che sembrano non bastare per alimentare l'offerta del circo bianco che, sebbene sia turisticamente meno ambita, ha la tendenza a crescere ben al di là di quanto sia necessario o economicamente utile: dall'Emilia Romagna al Lazio, per passare dall'Abruzzo fino in Calabria una rassegna dello stato dell'offerta esistente e le principali vertenze in corso lungo la dorsale appenninica. Molise Le località sciistiche molisane (Campitello Matese e Capracotta) dispongono di 8 impianti e 14 piste da discesa che si sviluppano per quasi 30 km e numerose piste per il fondo. Il comprensorio sciistico di Capracotta, sulle montagne dell'alto Molise in provincia di Isernia, è dotato di due impianti di risalita (una seggiovia e uno skilift) che raggiungono entrambi quota 1.650 metri di Monte Capraro dai due versanti e servono due piste per lo sci da discesa. Capracotta è un importante centro per lo sci da fondo e offre tracciati di diversa difficolta per oltre 15 km: un anello agonistico a monte e uno a valle, uno stadio e la scuola di sci di fondo. Un finanziamento di 500mila euro erogato lo scorso anno al comune dalla Regione Molise ha permesso di sistemare e rimettere in esercizio gli impianti di risalita di Monte Capraro che erano fermi da tre anni. Sul massiccio del Matese si trova il comprensorio di Campitello Matese è la più importante stazione sciistica della Regione e si trova nel Comune di San Massimo in provincia di Campobasso. Il demanio sciabile si sviluppa tra le quote 1.450 e 1.890 e dispone di 6 impianti di risalita (4 seggiovie, 1 skilift, 1 tapis roulant) e 14 piste da discesa che si sviluppano per 28 km, tre anelli per lo sci da fondo per complessivi 15 km. Nel Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) sottoscritto nel 2019 dal Governo Conte, la Regione ed i Comuni di San Massimo e Roccamandolfi, è previsto un finanziamento di 30 milioni di euro per il potenziamento del comprensorio di Campitello Matese con la costruzione di nuove infrastrutture e impianti da sci sul versante di Roccamandolfi, il potenziamento di quelli sul pianoro di Campitello e la realizzazione di un impianto di innevamento programmato tecnicamente avanzato e all'avanguardia. Nel progetto compare anche l'ipotesi di innalzare la quota degli impianti fino a sfiorare i 2.050 metri del Monte Miletto, per poter usufruire per un periodo più lungo della stagione della stazione sciistica e delle sue piste da sci. Intanto è in corso un contenzioso, tra la Regione e il Comune di San Massimo, sul bando di affitto per l'affidamento della gestione degli impianti che crea qualche dubbio sulla capacità di queste due istituzioni di portare a buon fine un progetto complesso come quello previsto nel CIS. Da una parte il Comune che detiene la disponibilità del demanio sciabile e dall'altra la Regione che sostiene decaduto questo diritto per morosità; il Comune ribatte che la disponibilità delle aree sciabili è stata revocata a causa di una morosità di 400mila euro che Funivie Molise ha con il Comune stesso. Ma Funivie Molise S.p.A. è una società della Regione Molise nata nel 2009 per sovrintendere alla gestione degli impianti di risalita e di tutte le attività di sviluppo e valorizzazione di Campitello Matese e di Capracotta. Il comprensorio di Campitello Matese è interessato dalla presenza di diverse aree della rete Natura 2000 come la Zona speciale di conservazione (ZSC) La Gallinola - Monte Miletto - Monti del Matese (IT7222287) che è anche Zona di protezione speciale (ZPS) La Gallinola - Monte Miletto - Monti del Matese (IT7222287), ed è stato inserito nel Parco nazionale del Matese istituito nel 2017 il cui perimetro è in fase di definizione e sui cui si accumulano ritardi, anche a causa di questi progetti impossibili e in contrasto con la tutela della natura e le direttive comunitarie. Antonio Nicoletti e Luca Gallerano Fonte: A. Nicoletti e L. Gallerano, Focus Appennini: l'insostenibilità degli impianti di risalita sugli Appennini nell'era del cambiamento climatico, in «Neve Diversa», Legambiente, marzo 2021.
- Quella strega d'una beccaccia!
Sabato parto alla volta di Capracotta per la prova, ma ahimè arrivato presso Campo di Giove ci sono gìà 10 cm. di neve, provo a salire e la neve sale, finché l'Anas mi blocca: «Non si può proseguire». Chiamo gli organizzatori e mi dicono che la prova è sospesa, giro l'auto e torno a casa. Sono le 7, alle 9 sono a casa: che fare? Vado a caccia! Tra una cosa e l'altra sono le 10, porto con me solo Derna perché Cleo l'ho prestata al mio compagno, visto che non contavo di uscire. Siccome c'è solo lei faccio tutto con calma, mi voglio godere la cacciata senza assilli e senza preoccupazioni. Allora passo a comprare un panino, dei sigari e controllo per bene che il genepy sia dentro la giacca. Allaccio il campano alla cagna e partiamo, si sta bene, sopra c'è la neve, io sono sui mille metri e il sole è proprio piacevole, ben presto non sento più il campano, vabbè che si sfoghi, mi alzo e il campano non si sente, mi affaccio nell'altro versante e campano niente, torno indietro e ancora niente, e allora mi preoccupo. Dov'è? Prendo la sua direzione (con passo svelto) e ogni tanto fischio, niente, ma perché non ho messo il beep? Ah, volevo fare le cose per bene, stupido! Arrivo in un prato abbastanza coperto e fischio, dlin dlin sulla mia sinistra, allora ci siamo! La vedo ferma di rovescio tra alcuni faggetti, mi piazzo e le dico di caricare, non c'è, non parte niente. Fesso che sono! Vado avanti, Derna sale e di nuovo silenzio. La vedo schiacciata a terra, ferma verso il basso, l'accosto, lei inizia a guidare poi si blocca sicura, le passo avanti e la becca frulla, vola a 10 cm. da terra in salita verso me, la faccio passare mi giro e... due botte diritte contro un pino mentre lei ci si tuffa dentro, fesso... Derna parte all'inseguimento, nel frattempo mi chiama un amico e mi chiede della prova, gli dico che è sospesa, lui mi chiede dove sono e come va (non ha trovato niente), gli dico una ma non l'ho presa, poi invece arriva Derna con la beccaccia in bocca, si siede, mi guarda e la posa ai miei piedi. E brava, volevo fare tutto con calma allora mi accendo un sigarello e mi faccio un sorso di genepy. La roccia è comoda e mi accarezzo Derna mentre guardo la becca che è molto grossa: a casa sarà una bella femmina di 320 gr. Sono già soddisfatto, andrei a casa ma si sta bene qui e ho voglia di andare a vedere un posto nuovo. Ripartiamo. Un altro grande prato, qui le ho sempre trovate, chissà? Derna esplora i bordi, poi durante un rientro silenzio improvviso, mi avvicino, mi piazzo, non vedo il cane e non so da che parte è ferma, ma il posto è molto chiuso, poi riesco a vederla: è ferma verso me, la becca è in mezzo. La incito a forzare, ma non si muove e non c'è un sasso nei paraggi. Le tiro il cappello davanti, ma si impiglia a dei rami. Siamo in stallo,, lei è ferma io sono fermo e la becca è nel mezzo. Se parte quando dice lei mi frega sicuro. Decido di entrare, lei mi parte ad un metro e subito è coperta, fesso! Due botte rabbiose la inseguono, inutili. La cercherò ancora, Derna la ferma ancora in alto, ma non mi aspetta e frulla prima del mio arrivo, poi dopo un'eternità la ferma ancora, adesso è di nuovo in mezzo, quando sono pronto ordino al cane di forzare, lei carica e la strega, anziché frullare verso me, si butta addosso al cane, le passa a un metro sulla testa che quasi si fa abboccare e io non riesco a sparare, non la troverò più. Domenica ci riprovo: io e Derna andiamo subito dove l'abbiamo incontrata ieri e appena arriviamo silenzio, Derna è ferma, adesso non mi freghi. La metto in mezzo, poi ordino la carica e Derna parte, ma lei non c'è, anzi c'è, ma parte 20 metri alla mia sinistra coperta da un pino al diavolo! Fesso! Partiamo alla carica, Derna fa volare tutto: rovi, ginepri, merli, tordi. Io le vado dietro (a fatica) ma niente. Poi sento un beeper in alto, poi bum... bum... bum... che sia la mia? Il beeper mi si avvicina, sempre più, poi arriva il padrone tutto trafelato, quando mi vede è preoccupato, ma lo saluto gentilmente e si calma. L'hai presa? No, mi è volata lunga e non l'ho presa, ma è venuta qui... Mi sembra strano, l'avrei vista, comunque se vuoi cercala, io mi sposto e mi avvio verso il basso... Sento il suo beeper che gira e gira, ma non succede niente, intanto Derna ha esplorato tutta la montagna da sopra a sotto e non so più dove andare! Allora decido di andare su a vedere se ce ne sono altre, incontro di nuovo lui, ci salutiamo, non voglio che pensi che gli passo davanti, dico: «Io vado su, in bocca al lupo», mi saluta con la mano, ma dopo cinque minuti sento che va via. Arrivo dove lui ha sparato, Derna rallenta, blocca, mi guarda e poi riparte, trovo i suoi bossoli e me li metto in tasca, attraverso il canale e non sento più il campano, la zona è molto coperta e io mi sono distratto, non so proprio dove andare. Poi con un gran colpo di fortuna la vedo, mi avvicino e la becca parte: bum bum e la vedo rovesciarsi. Derna però rimane ferma, ricarico subito, mi avvicino e iniziamo a guidare (sì, pure io sono in guidata), lei sopra e io sotto che cerco di capire la direzione ed essere pronto al frullo, poi con la coda dell'occhio vedo un'ombra rasoterra, mi giro ma è già sparita. Derna guida ancora ma altri 10 metri e tutto finisce, la strega mi ha fregato ancora, mi ricordo della prima, torno indietro e la cerco, non c'è, oddio, poi arriva Derna e guarda in alto, è incastrata ad un ramo, faccio una foto e la raccolgo. Ho trovato la beccaccia dell'anno: finalmente mi dannerò l'anima dietro questa strega. La prenderò? Vedremo. Francesco Petrella Fonte: https://www.ilbraccoitaliano.net/, 24 novembre 2008.
- Shira in Molise
Shira un giorno decise di andare ad Isernia; mentre si recava in città, si fermò ad ammirare il magnifico paesaggio ma, nel farlo, rimase attonita a guardare le montagne molisane e non volle più andare ad Isernia, decise di fare prima una scalata sull'Appennino Sannita, sui monti della Meta e sui monti del Matese, che superano i 2.000 metri di altitudine. Dalla cima dei monti vide che il paesaggio verso il mare era decisamente più arido e collinare con il suo aspetto molto brullo, mentre il suolo era argilloso, franoso e solcato da numerosi calanchi. Shira prima di giungere in Molise si era documentata sulle bellezze della regione e a quella vista si ricordò che i suoi corsi d'acqua hanno un regime torrentizio: ricchi d'acqua in primavera, i principali infatti sono quasi asciutti in estate e in autunno ed i più importanti sono il Trigno e il Biferno. Dai monti della Meta nasce invece il Volturno, che scorre in Molise e in un piccolo pezzo della Campania (sfocia poi nel Mar Tirreno). Aveva letto inoltre che il clima è continentale nelle valli interne, con frequenti piogge e nevicate invernali in montagna e scarse piogge in estate. Sulla costa, spesso battuta dai venti meridionali, gli inverni sono miti e le estati molto calde. Shira posò lo sguardo su quel paesaggio pressoché incontaminato e disseminato di piccoli paesi arroccati sui colli. La scarsa industrializzazione, la mancanza di grandi centri urbani e il ridotto sviluppo turistico ha portato infatti ad un limitato degrado ambientale. Oltre ad una sezione del Parco Nazionale d'Abruzzo, le poche aree protette comprendono alcune piccole riserve dove sopravvivono lembi di boschi che anticamente ricoprivano il territorio. E lei ora, incantata dalla bellezza di quella regione, decise di girarla tutta, ma, nella completa indecisione su dove andare, trovò un piccolo gregge e chiese informazioni. Le pecore non le seppero dar risposta, ma lei perseverante non si fermò e incontrò un cerbiatto a cui chiese: – Scusa! Non è che sai la strada per Campobasso? E lui rispose: – Sì, io e mio padre dobbiamo andarci a trovare dei parenti. E così tutti e tre si avviarono. Passarono per Capracotta, Pietrabbondante e Trivento e così via fino a Termoli. Lei non sapeva dove si trovava e, tutta spaventata, iniziò a piangere, ma poco dopo passò di lì un cavallo che gentilmente le chiese: – Perché una bella pecorella così carina come te è tutta sola? Lei rispose: – Due mascalzoni mi hanno fregato e mi hanno portato fino a Termoli, mentre io volevo arrivare fino a Campobasso! Il cavallo cercò di incoraggiarla dicendole: – Dai, non fare così! Il mondo è pieno di "gente" del genere: non te la prendere! Shira venne allora accompagnata dal cavallo, che era molto anziano e dunque molto saggio, fino a Campobasso; durante il viaggio però si fermarono a mangiare qualcosa insieme: lui le offrì della biada, lei molto lusingata accettò senza pensarci più di una volta e il cavallo, compiaciuto, la osservò mangiare con molto gusto. Poi le chiese se voleva per caso del fieno o del latte appena munto e lei, senza fare complimenti, accettò. Dopo l'abbondante abbuffata ripartirono: con il cavallo c'era anche un cane; il cavallo si chiamava Humber e il cane Zara. Il primo era un bellissimo mustang beige con la criniera e la coda nere corvino, il cane un bellissimo pastore tedesco. Essi accompagnarono la pecora fino a Campobasso, che è il capoluogo regionale situato a settecento metri di altitudine in posizione dominante la valle del Biferno. Lì dovettero salutarsi, ma il cane disse: – Ehi, perché non restiamo con te?... Sai, per la tua protezione. La pecora acconsentì e poi tutti e tre decisero di andare a fare un bagno nel mare Adriatico. Nessuno resistette alla tentazione, così tornarono nella zona di Termoli e si fermarono nella bella città di Campomarino, noto centro turistico e balneare, in cui si concedettero una meritata vacanza! Lucrezia Lanza Fonte: R. Fattalini (a cura di), Le avventure italiane di Shira, pecora errante, Scuola Media Statale "Ranzoni", Trobaso 2009.
- L'avvocato Ninetta (XVI)
Scena V Totonno indi Matteo, Michelina, Laura e detti. Totonno – Il cav. Miscelli e le sue figlie. (via) Francesco – Ah! bravo, sono arrivate finalmente. Sapete, mò (vengono) 'e Miscelle. (va incontro) Giacinto – E pecché fà venì sti mescelle, che hanna fà, 'e gioche? Cesarino – Voi ch'avete capito, che venene 'e gatte? Nossignore, quelle sono due signorine, mò 'e vedrete. Francesco – Ah! il mio caro collega. Benvenuto, benvenuto. Matteo – Caro Presidente, eccoci quì, a fare i nostri auguri a quella cara ragazza... e per mille mille anni. Francesco – Oh! grazie, grazie di tutto cuore. Matteo – Vi ho condotto Mimì e Lallà come vi avevo promesso. Mimì, Lallà, salutate il Presidente. Francesco – Ma che songo doje nota 'e musica. Michelina – Signor Presidente vi bacio la mano. Matteo – Presidè, voi l'avite cumpatì se sono nu poco inceppatelle, perché non vanno mai a nessuna parte, non fanno che chiesa e casa, casa e chiesa. Francesco – E quella è la vera educazione. Nu poco antica veramente ma i nostri padri ne sapevano più di noi. Matteo – Ma è proprio questa la mia idea. Papà accussì ha mparato a me, e io accussì i miei figli. Giacinto – E fate bene, la bonanima di mio padre, D. Oronzio, mi diceva sempe, figlio mio, tu 'e 'a venì tale e quale a me, e io comme a isso sò venuto. E qua sta Ciccio per testimone. Francesco – No, chesto t' 'o pozzo assicurà, tu si tale e quale a pateto. Matteo – E chi è questo signore? Francesco – È un mio amico. Ti presento il barone Chiappo e sua moglie, l'avvocato Ninetta Rocco, suo marito e sua madre. Matteo – Oh! Fortunatissimo di conoscerli. Vi presento le mie figlie Mimì e Lallà; salutate tutti questi signori uno per volta, fate il giro. (fanno una riverenza) Giacinto – Ma che le fa fà, 'e gioche a chelli doje? Matteo – (a Ninetta) Era proprio curioso di conoscere la signora. Voi siete quella che il Consiglio dell'Ordine ha ricusato mettere nell'albo dei procuratori? Ninetta – Per l'appunto. Matteo – E voi naturalmente avete intentata la lite. Ninetta – E si capisce questo. Francesco – Ma non vi potete lagnà perché la sentenza ve l'abbiamo fatta favorevole. Ninetta – Presidè, perdonate che ve lo dico, ma era giustizia. Matteo – Ma si capisce, llà sopra non si fa niente contro la giustizia. Ninetta – Ma intanto il Consiglio dell'Ordine ha prodotto appello. Francesco – Ma potete sta sicura che la corte d'appello confermerà la nostra sentenza. Ninetta – Lo spero almeno. Francesco – Oh! ne potete essere certissima. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
























