LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Festa dell'Unità, la "prima volta" di Capracotta
Festa dell'Unità per la prima volta in una delle località più alte dell'Appennino, a Capracotta, paese in provincia di Isernia, a 1.421 metri, nell'alto Molise. 37 i compagni, in gran parte giovani, con molto entusiasmo si sono cimentati nell'organizzare tutte le attività che caratterizzano le nostre feste: dibattiti, giochi e naturalmente una diffusione straordinaria dell'Unità, con 100 copie vendute in una sola giornata. Quei 37 compagni sono gli stessi che circa un mese fa hanno costituito una sezione del Pci, la cui sede verrà inaugurata in ottobre. In un paese con amministrazione retta dalla Dc, in una provincia e in una regione altrettanto "bianche", i compagni di Capracotta vogliono lavorare a ribaltare la tendenza che ha caratterizzato le comunità montane negli ultimi 30 anni, quella di una costante e inarrestabile emigrazione. Attualmente il paese ha circa 1.300 residenti ma durante l'inverno ne rimangono circa 500, mentre in passato si era arrivati anche oltre i 6mila residenti. Con quali programmi i nostri compagni intendono far fronte a tutto ciò? Considerando che l'agricoltura è poco redditizia e dura a praticarsi in alta montagna, non rimangono che gli allevamenti, le attività artigianali e soprattutto un turismo equilibrato. Fonte: Festa dell'Unità, la prima volta di Capracotta, in «L'Unità», Roma, 8 settembre 1985.
- Capracottesi a Canosa: quella lapide scomparsa
Un documento del 15 maggio 1757 registrato nel "Libro delle memorie" fa riferimento ad un vero e proprio contratto stipulato nel 1602 tra l'Università di Capracotta e i priori generali dell'allora Chiesa di Santa Maria del Carmine della città di Canosa di Puglia. È un'altra interessante pagina della storia di Capracotta che viene portata alla luce. Le notizie che si possono ricavare sono importanti e collegano due paesi apparentemente molto distanti tra loro; è la conferma che la transumanza, fino a quando è rimasta operante, ha favorito importanti scambi sociali e culturali. È da premettere che durante il secolo XVII la transumanza coinvolgeva più di 50 paesi molisani: quasi tutti questi paesi fondavano la loro economia sulla pastorizia che rappresentava a volte, con l'indotto collegato, l'unica risorsa economica. Capracotta aveva, in quel secolo, il primato tra tutti i paesi molisani per il numero di locati, cioè i proprietari di pecore che erano autorizzati a sfruttare i pascoli invernali pugliesi. Vale la pena ricordare i cognomi di tutti locati che dal 1600 al 1800 hanno dato un fondamentale contributo alla vita capracottese: Baccaro, Bardaro, Campaniello (Campanelli), Carfagna, Castiglione, Colangelo, Conte, d'Andrea, de Baccaro, di Maio, di Ciò, di Gabriele, di Marco, di Marzo, di Rienzo, di Rinaldo, di Tello (di Tella), Falcone, Gualdieri, Melocco, Pettinicchio, Pizzella, Rosa, Tatuccio, Verrone, Venditto... Tra i locati erano compresi il Duca, la Duchessa, la Cappella del SS. Corpo di Cristo e la Cappella della Madonna di Loreto. Nell'anno 1600 affrontarono la transumanza 27.500 pecore di locati capracottesi: appena un anno dopo Capracotta registrava 164 fuochi, cioè circa 900 abitanti. Poiché, in media, un addetto alla transumanza (butteri, pastori, massari e garzoni) accudiva cento pecore, c'erano a Capracotta 275 abitanti, cioè quasi un terzo della popolazione che viveva di pastorizia. Se poi consideriamo le famiglie dei locati e degli artigiani collegati alla pastorizia tra i quali fabbri, funari, calderai, sarti, calzolai e bastai, abbiamo la conferma che la transumanza dava da vivere a Capracotta ed a tanti altri paesi. La locazione di Canosa di Puglia, con le poste di Postapiana, Bosco da Capo, Bosco da Piedi e Mezzamesa, accoglieva quasi tutti i pastori di Capracotta. Logicamente anche i pastori si ammalavano e a volte perivano lontano da casa. Non essendo possibile trasportare la salma dei defunti a Capracotta per le esequie e né seppellire fuori dalle chiese, l'Università di Capracotta pensò bene di stipulare nel 1602 con i priori della Chiesa di Santa Maria del Carmine un accordo che garantiva la sepoltura dei capracottesi, addetti alla transumanza, nella Cappella di San Sebastiano Martire; veniva inoltre cantato ogni primo lunedì del mese il "Libera me Domine". Fu pattuito un compenso di trenta carlini annui a carico dell'Università ed una lapide sepolcrale fu posta in detta cappella per fissare su pietra i termini di questo vero e proprio contratto. Successe che nel 1757, dopo 155 anni, il sindaco dell'Università di Capracotta non volle versare quella piccola somma e i priori se ne lamentarono e comunicarono al sindaco che se «le signorie vostre non voglino contribuire à questa piccola offerta, si toglierà la memoria da detta lapide ed anche il jus a detta Cappella... estando nuda e senza suppellettili ed ornamento da potersi celebrare i santi sacrifici e né meno se ne fa commemorazione di detto Santo, nel suo giorno festivo con celebrarsi un sacrificio in nostra memoria, ed à la gloria di detto Santo; anche se le Signorie Vostre bramano goder detto jus in detta Chiesa, il Priore e Priori di residenza gli fanno sentire che vogliono dotati ed ornati detta Cappella di suppellettili necessari per ivi celebrarsi ed ivi cantarvi una messa nel giorno festivo di detto Santo e da oggi farsi pubblico istrumento. Se tutto ciò vi si aggrada fatene pubblico parlamento con i vostri cittadini». I priori quindi non solo chiedevano l'elargizione dei trenta carlini ma anche le suppellettili necessarie per le celebrazioni; il tutto da registrare in un nuovo istrumento. Questa comunicazione fu inoltrata al sindaco dell'epoca dal notaio Domenico Morca e il cancelliere Nicola Mosca afferma di aver copiato integralmente il documento dall'originale conservato tra i registri del notaio Ignatio Vizzoca di Capracotta. La ricerca continua e se esistono a Canosa i libri dei morti dell'epoca sarà interessante conoscere i nomi dei capracottesi che furono sepolti lì. Non sappiamo quali siano stati gli sviluppi successivi della questione ma ancora oggi a Canosa di Puglia è vivo il ricordo della sepoltura di capracottesi nella chiesa diventata parrocchia e intitolata alla Beata Vergine del Carmelo. È un peccato che la preziosa lapide non esista più! Domenico Di Nucci Fonte: https://altosannioblog.wordpress.com/, 25 ottobre 2013.
- Una gita in Alsazia
Visto che un mio amico era curioso, e che non ho un cazzo da fare, vi racconto una delle esperienze più bizzarre della mia vita. Siccome me ne succede una al minuto questa è solo in mezzo alla tante, ma ci ho sempre avuto un particolare legame. Non ricordo l'anno, sono vecchio e perdo colpi, ma con la scuola ci ritroviamo in gita in Alsazia. Il perché una classe, che non ha un corso di francese, va in Francia in gita è un mistero ancora irrisolto. Un po' come il perché il nucleo della terra è magnetico o perché Trapattoni non convocò Baggio. Ma andiamo avanti. Non contenti di averci portati in Francia, senza motivo, ci portano a visitare un posto chiamato Colmar. Premessa: a me oggi l'Alsazia piace un sacco, adoro Strasburgo e mi girerei tutti i paesi in auto con vero piacere. Ma a sedici anni Colmar mi sembrava la Capracotta di Francia e non era tra i miei interessi primari visitarla. Anyway, invece di fare il bravo studente mi metto a cazzeggiare con un amico e cazzeggia qua, cazzeggia là, facciamo la foto qua e là ci rendiamo conto di essere soli. Premessa due: i cellulari c'erano, ma mica come oggi. I messaggi non partivano e io non ero di certo l'abile french speaker di oggi, tra l'altro l'unico poliziotto che riusciamo a beccare parla pure tedesco, ma fortunatamente ci dà indicazioni chiarissime. Che non capiamo e finiamo quindi per il girare a caso per il centro storico, beccando un altro ragazzo che si era perso pure lui. Ci si avvicina un ragazzo tunisino che fa il cameriere in un ristorante italiano. Era quasi più facile capire il poliziotto tedesco, ma apprezziamo lo sforzo. Mi vedo già in una nuova vita lì, a suonare l'arpa come Remi con Salvatore come scimmietta, ma avviene il miracolo. Sul telefono, non mi ricordo di chi, arriva un messaggio che ci dice dove raggiungere gli altri. Siamo salvi! Per sicurezza decido di imparare il francese. Ciro Scognamiglio Fonte: https://www.facebook.com/, 9 aprile 2020.
- Ti voglio bene, Capracotta!
C'è chi dice che non si può dire «ti voglio bene» ad un paese, ma io, boh, credo invece che questo sia un saluto bellissimo che abbraccia tutti e tutto. Gli amici di sempre rivisti dopo tanto tempo; i boschi foltissimi che ti sorprendono ogni volta con un raggio di sole che filtra tra la vegetazione; il vento che fa gonfiare le nuvole sui monti e le stradine che portano sempre da qualche parte e, per chi in quel posto ha un pezzetto di cuore, portano sempre a qualche ricordo di infanzia! Ti voglio bene allora, perché ci sei, incastonata tra gli Appennini, non manchi mai, non sei mai chiusa, come le belle chiesette e i portoni delle case: sempre aperti. Come le persone che salutano tutti, sempre e in ogni momento. Come il sole che splende ogni volta più bello dopo che è piovuto! Come il cielo ingiufato e nuvoloso. Ti voglio bene paesello piccolo dall'animo grande. Ti voglio bene in ogni ricordo che ho e in ogni esperienza vissuta e in ogni esperienza ancora da vivere perché se è sicuro che ci rivedremo, è ancora più certo che quando tornerò saprai sempre regalarmi qualcosa di bello e inatteso. Ti voglio bene, un bene vero! Amedeo Di Tella Fonte: https://www.facebook.com/, 23 agosto 2022.
- Elogio funebre per la scomparsa del dott. Vincent D'Andrea
24 giugno 2001. Il dott. Vincent Joseph Stephen D'Andrea, padre, guaritore, marito e amico si è sottratto dai tormenti di questa vita mortale cinque giorni fa alle diciotto di sera. Vince è deceduto a casa, circondato dalla sua famiglia e dagli amici più cari, a causa di un tumore che aveva investito il polmone sinistro e che nel giro di sei mesi ha prosciugato le sue forze fino a togliergli l'ultimo respiro. Ma il tumore non gli ha tolto il senso di riconoscenza per la tenerezza dimostratagli specialmente dalle figlie e dalla moglie Shirley e dalle gentilissime infermiere che si sono unite a noi durante la sua ultima settimana. Vince è rimasto lucido quasi fino in fondo, ha conservato il senso dell'umorismo, pensava agli altri, nutriva speranza. È scivolato via con tranquillità ed in grande pace. Anche se tra poco il suo corpo sarà consumato, noi che gli abbiamo voluto bene siamo sostenuti dal ricordo di lui, delle sue tante gentilezze, della sua forza e anche delle sue debolezze e fragilità umane. È successo troppo presto. Citando un filosofo, «non possiamo fare nulla sulla durata delle nostre giornate ma molto possiamo fare sul loro spessore e sulla loro profondità». Tutti noi che abbiamo conosciuto Vince possiamo testimoniare quale fosse lo spessore e la profondità delle sue giornate. Lo spessore dei suoi interessi intellettuali, delle sue capacità, dei suoi hobby, dei suoi viaggi, delle sue letture e amicizie, dei suoi successi e del suo sapere. Questo livello di conoscenze gli permetteva di completare un cruciverba del New York Times in poche ore e di riconoscere, il giorno prima di morire, il nome di un protagonista oscuro di un'opera minore di Shakespeare di cui gli stava parlando Daria. Era anche sempre interessato alle cose normali di tutti i giorni, dalle automobili d'epoca alla cucina, dal giardinaggio alla falegnameria. Vince era un uomo passionale, di profonda fedeltà, integrità e umanità. Sua moglie Shirley suole dire spesso che ha sposato Vince perché piangeva ascoltando l'opera. Ma sappiamo che quando si sono conosciuti era anche divertente, intelligente, artistico, di una bellezza seducente. Saper piangere all'opera è un riflesso della profondità emotiva e della passione che abbiamo amato in Vince. Norma, un'amica di lunga data, descrivendo la grandezza della bontà di Vince quando morì il figlio di lei, disse che «Vince era straordinariamente vero». Vince nacque a Filadelfia, da immigrati italiani, Giuseppe S. D'Andrea, falegname, e Filomena (Marmie) Carugno. Egli crebbe in un quartiere italiano, circondato da una famiglia numerosa. Da grande ha sempre amato avere la sua famiglia seduta intorno ad un tavolo con un buon pasto e del buon vino. Adorava cucinare e soprattutto fare il vino, di preferenza insieme alla famiglia e agli amici. Amava lavorare in compagnia e festeggiava l'evento con un piattino di pane e formaggio, accompagnando un cantante lirico alla radio, assaggiando il vino per assicurarsi che venisse bene e dando istruzioni a tutti sul da fare. ll fratello minore, mio zio Joe, ricorda che quando era adolescente e costruiva aeromodelli in legno di balsa, suo fratello più grande componeva poesie... in greco. Vince studiò letteratura all'Università La Salle: e durante la sua fase di vita bohémien, informò suo padre che non intendeva diventare medico come avrebbe voluto lui ma che voleva lavorare con le mani e scrivere poesie. Suo padre molto saggiamente lo mise a lavorare scavando fosse e spaccando mattoni e verso la fine dell'estate Vince era pronto per frequentare la Facoltà di Medicina. Non perse mai però il rispetto per i lavori manuali e per le capacità di suo padre: casa nostra era sempre piena di mobili, case per bambole e sculture fatte a mano. Vince si laureò in medicina presso la Temple University School of Medicine a Filadelfia nel 1957. Prese la specializzazione in Psichiatria presso il Centro Medico di Stanford a Palo Alto dal 1959 al 1962. Successivamente, dal 1963 al 1967 fu nominato direttore psichiatrico per la Peace Corps a Washington D.C. per poi trasferirsi alle Hawaii presso il Centro di Formazione per il Sudest Asiatico della Peace Corps. Mia madre ricorda come questo fu l'unico periodo nella loro vita che la vide gelosa. Non dei suoi frequenti viaggi per la Peace Corps, ma perché egli amava così tanto la sua professione. Amava lavorare con i giovani e dedicò il resto della sua carriera lavorando con gli studenti di Stanford, molti dei quali lo ricordano con grande affetto. Perché il giovane Vince fu attirato dalla psichiatria, la più inesatta tra le scienze mediche? Certamente l'intelletto di Vince era attirato dall'approccio antropologico e letterario dei primi freudiani e più tardi dalle prospettive stimolanti offerte dalle nuove terapie farmacologiche per le malattie mentali. Ritengo che sia stata la natura umana a guidare i suoi interessi negli anni. Egli viveva il conflitto che gli uomini di intelletto vivono nei confronti deila religione, quello che C. S. Lewis chiamò «il problema del dolore», che ci fa domandare perché le persone buone soffrano e che ci mette di fronte al problema profondo della natura umana. In alcuni periodi della sua vita Vince fu un cattolico errante, anche se ha cantato nel coro di Sant'Anna per tanti anni. Come diceva Mimì in "La Bohéme": «Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor». Anche Vince non andava spesso a messa, soprattutto dopo che il Concilio Vaticano II aveva abolito alcuni dei rituali che lui amava tanto. Ma non abbandonò mai la sua fede di fondo e so che si riteneva fortunato di aver ricevuto l'estrema unzione, anche se al momento Vince pensava, come tutti noi, che quel gesto fosse prematuro. Dopo una lunga carriera, Vince è andato in pensione nel 1997 come professore associato presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford, dove aveva anche lavorato come psichiatra di ruolo presso la clinica studentesca Cowell per 27 anni. Il dott. D'Andrea fondò la clinica terapeutica studentesca presso l'Università di Stanford chiamata "The Bridge" (Il Ponte) ed era consulente per l'Associazione Studentesca per gli Indiani d'America di Stanford. Nel 1983, Vince e il collega Peter Salovey hanno scritto il manuale fondamentale per la formazione e lo sviluppo delle tecniche di consulenza esercitate da pari o coetanei, di cui è stata pubblicata la seconda edizione nel 1996. Nel 1992, la American College Health Association (l'Associazione Sanitaria Universitaria Americana) ha riconosciuto il lavoro di Vince nel campo della salute studentesca. Nel 1994 Vince è stato nominato membro a vita dell'Associazione Americana di Psichiatria. Imparava continuamente nuovi metodi per aiutare i suoi studenti e i suoi pazienti in analisi transazionale, la Gestalt, la terapia di gruppo e varie terapie farmacologiche. Da figlio avevo una visione molto incompleta della sua vita lavorativa e ricordo, in occasione della sua festa di pensionamento, il senso di stupore per la quantità di ex studenti e di membri della clinica Bridge che mi hanno testimoniato quanto avessero imparato da Vince e dal calore e dalla simpatia esibiti dai suoi colleghi. Gli hanno conferito un premio immaginario chiamato "The Special High Intensity Training" il cui acronimo vi dovrebbe essere chiaro... (l'equivalente di "cacca" in italiano). Penso che il motivo fosse che lui non accettava volentieri riconoscimenti formali che considerava vanità. Una delle qualità che la gente ricorda di più di Vince era la sua italianità, se possiamo chiamarla in questo modo. Anche se era ben felice di viaggiare in Asia, in Europa dell'Est, Spagna, Irlanda e Polonia, sapeva che l'Italia era la sua vera dimora. Fece suo il patrimonio della sua originaria cultura, quella italiana, che comunicò ai suoi figli ed a chiunque si avvicinasse troppo a lui! Si recò più volte nel paese di Capracotta, dove nacque suo padre, e fece tesoro della gente e dei luoghi delle sue origini. I suoi parenti lì sono altrettanto addolorati per la sua scomparsa quanto lo siamo noi negli Stati Uniti anche perché lui e Shirley sono stati loro ospiti solo pochi anni fa. So che mio padre era in grado di provare paura, ma non la provò alla sua morte. Era amareggiato di avere una forma tumorale rara che offriva scarse possibilità di trattamento e dal fatto che il suo indebolimento gli impediva di usare le mani normalmente. Ha rimpianto profondamente di non riuscire a resistere abbastanza a lungo da partecipare al matrimonio della figlia Claudia tra poche settimane. Preghiamo affinché la sua fede e il nostro sostegno lo aiutino a superare questi rimpianti e siamo confortati dal pensiero che ha lasciato questa vita così serenamente e circondato dai suoi cari. Gli diciamo addio con la consapevolezza, dolceamara, del fatto che Vince ha vissuto una vita intensa e appassionata. Per usare le parole di Shakespeare: «Addio, dolce Principe, che tu possa essere accompagnato da voli di angeli nel tuo sonno». Christopher D'Andrea (trad. di Sim Smiley)
- A l'avvocato Leonardo Falconi
Don Leonardo Falconi è stato un uomo energico, molto stimato. Un degno figlio capracottese, che tanto amava il suo paese. Appassionato nel progettare sempre lavori nuovi da fare. Così facendo, diceva spesso, si può sperare vita e progresso. Era avvocato, ma le sue vere tendenze erano più da ingegnere. L'indecisione non esisteva per lui, dotato d'iniziativa così, com'era, per sua natura; sfidava ostacoli, senza paura. Era un problema, allora, il grano dovèa portarsi molto lontano, in un mulino sempre affollato, lento, vecchissimo, disordinato, su strada scomoda. Quel lungo andare, specie d'inverno, era un rischiare... Lui, per risolvere l'inconveniente, si mise all'opera, senza dir niente. Nessun sapeva che cosa mai con lui, facessero tanti operai, per quei lavori che, solo dopo si seppe l'utile suo vero scopo. Quando, finito quel movimento... Era un... che cosa? Mulino a vento! Poi ne seguirono altri studiati nuovi progetti, realizzati, quando mancavano, non come adesso, tanti bei comodi per il progresso. Di tutti i sindaci, questo signore sarebbe stato forse il migliore, ché, a Capracotta, quasi nessuna guida, in tal senso, portò fortuna. Per chi lo merita, da anticamente, s'è usato d'essere riconoscente... Questo signore invece, è stato, quasi del tutto dimenticato. (1932) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- La pallavolo a Capracotta
Mi capita a volte, ricordando i bei tempi passati della prima giovinezza, di pensare a quelle persone importanti per me, che hanno contributo al rafforzamento e alla crescita della mia autostima, aiutandomi ad emergere in qualche attività sportiva o lavorativa. Bene, in quelle occasioni, la prima persona che mi viene in mente è il mio innovativo insegnante di educazione fisica delle scuole superiori: Michelino Potena. Non mi considero retorico né ossequioso nell'affermare che è stato un insegnante effettivamente precursore dei tempi attuali, avviando gli alunni a molteplici attività sportive ed agonistiche attualmente in voga. Durante l'anno scolastico 1969/70 la piacevole sorpresa degli studenti dell'I.T.I.S. di Agnone fu il giovane insegnante di educazione fisica. Bisogna premettere che con i precedenti insegnanti di educazione fisica, le attività ginniche erano costituite prevalentemente da noiose flessioni e divertenti partite di calcio. Grazie a Michelino ci appassionammo alla pallavolo! Dopo i primi rudimenti del palleggio, bagher e schiacciate, in primavera, grazie ai suoi suggerimenti nella scelta della "tempistica" nel gioco, cominciarono a vedersi i primi risultati positivi. Frequentemente venivano svolte delle partite di pallavolo fra le classi di sede dell'I.T.I.S. Senza presunzione posso affermare che io e mio fratello Filippo formammo una coppia solidale tra un alzatore e un formidabile mancino, schiacciatore. A quel tempo Agnone era un "formicaio" di studenti tra scuole elementari, medie, tecniche (I.T.I.S. meccanica maschile e femminile), professionali (meccanica ed elettrotecnica), liceo scientifico. I docenti di educazione fisica, in occasione della festa del santo patrono (san Cristanziano) organizzarono un mini torneo tra le varie scuole superiori, da svolgersi nella piazza principale di Agnone (quadrivia). È facile immaginare lo stupore dei cittadini agnonesi nel vedere trasformata, seppure per un giorno, la loro piazza principale in un campo sportivo gremito da tifosi appassionati. Bene, non so per quale motivo, la squadra di pallavolo dell'I.T.I.S. era costituita da sei capracottesi (Mario, Filippo e Sebastiano Di Tella, Diodato DeI Castello, Pasquale Di Lullo e Michele Carnevale). Peccammo di campanilismo? Senza tirarla alla lunga il trofeo fu vinto dall'I.T.I.S. Ormai la pallavolo aveva fatto proseliti tra i vari studenti delle scuole professionali, ma io e Filippo facemmo veramente nostra qusta disciplina al punto da "esportarla" al di fuori dei confini scolastici. Infatti, dopo la chiusura delle scuole, a Capracotta, si organizzarono varie sfide di pallavolo coinvolgendo i paesi limitrofi. La squadra si completò con l'innesto in squadra di Lucio Fiadino (schiacciatore), Lucio Carnevale (libero), Vincenzo Pettinicchio, Alfonso Monaco (padre Alfonso), Michele (sacerdote), Lucio (infermiere ad Agnone). Da quell'anno il nostro paese ebbe per tre anni la squadra di pallavolo "Sci Club", invidiata dai paesi sangritani e dell'Alto Molise. L'organizzatore delle partite era Michelino; il coordinatore di gioco della squadra ero io. Bastava tirare una rete tra le case per "attrezzare" un campo da gioco dinanzi allo Sci Club o in piazza San Giovanni di fronte alla fontana. Durante le partite tutta la cittadinanza si raccoglieva a sostenerci. I balconi e finestre gremiti di tifosi diventavano gli spalti: era un vero spettacolo! Voglio precisare che alcune regole attuali, basate principalmente sulla velocità, hanno ben poco a vedere con quelle da noi praticate. Creammo una squadra veramente affiatata, basata sulla conoscenza delle nostre peculiarità individuali e così si rapportava sempre il proprio intervento a quello dei compagni di gioco. Ottenemmo risultati strabilianti! Sono convinto che, grazie alla pazienza e alla lungimiranza degli insegnanti scolastici di Miche1ino abbiamo compreso che per sfruttare al meglio le nostre potenzialità agonistiche, di cui ognuno disponeva, bisognava fare squadra aiutandoci a vicenda durante le partite. I migliori schiacciatori erano mio fratello e Lucio Fiadino. Per schiacciare in modo ottimale, però, entrambi desideravano che la palla arrivasse loro secondo traiettorie diverse. Io ero l'alzatore di Filippo e Lucio Carnevale di Lucio Fiadino. Avendo degli ottimi schiacciatori avevo suggerito ai miei compagni, in qualità di coordinatore, di effettuare la famosa ''battuta a cucchiaio": mano aperta facendo in modo che il pallone andasse nella zona della squadra avversaria. Così facendo avevamo mezzo punto assicurato. Chi non metteva in pratica questa battuta era padre Alfonso, avendone inventata una personale molto originale: la ''battuta a campanile" con re1ativa rotazione della palla (secondo me ci metteva anche qui un riferimento religioso). In tantissime partite di volley seguite in TV non ho mai assistito a battute del genere. Padre Alfonso si posizionava ortogonalmente alla rete e colpiva la palla dal basso verso l'alto (con il palmo a taglio) oltre la mezzeria. Alla palla veniva impressa una rotazione impressionante con l'aggiunta dell'altezza di circa 8 o 9 metri. I ricevitori della squadra avversaria rimanevano disorientati. Quando l'avversario ricevente, con il bagher, cercava il passaggio al proprio compagno, la palla gli schizzava letteralmente o sul petto o sul viso. Con questa battuta erano assicurati almeno due o tre punti! Nell'anno scolastico successivo Michelino ebbe la nomina in un'altra scuola. Ebbe inizio un campionato studentesco a Isernia e gli onori del lavoro da lui svolto andarono al suo sostituto. Durante il mese di luglio Castel di Sangro organizzò un torneo cittadino di pallavolo ma mancando loro una squadra per completare il girone da 12 fummo invitati a partecipare. Ben undici squadre locali e la "forestiera" Sci Club Capracotta. Si creò una "sana competizione": le squadre di Castel di Sangro non vedevano l'ora di buttarci fuori dai play-off per fare la finale tra di loro. A tale proposito un pomeriggio fummo costretti a giocare due partite di seguito con due squadre differenti, in quanto il comitato (a suo dire...) aveva constatato un'anomalia nell'iscrizione di un nostro compagno. Ci consigliarono di scegliere un pomeriggio per rigiocare una partita già vinta in precedenza, o previa partita persa a tavolino. Lo stupore fu evidente quando comunicammo loro che avremmo giocato il pomeriggio stesso, dopo aver saldato i conti con la squadra prestabilita in orario. Inutile dire che... si vinse di nuovo! La squadra aveva anche una mascotte che saltuariamente ci accompagnava nelle suddette trasferte: Loreto Di Nucci. Fu un'estate veramente felice! La nostra Cinquecento rossa ci scorrazzava fra i boschi fino a Castel di Sangro. Non era molto felice, però, nostro padre in quanto era periodo di raccolta del fieno e la pallavolo sottraeva quattro braccia vigorose ai lavori agricoli di famiglia. Ecco un aneddoto simpatico. A Castel di Sangro abitava un compaesano che veniva a sostenerci con il suo tifo tutte le volte che disputavamo una partita. Inutile dire che gli toccava sorbirsi tutti i sani sfottò canzonatori dei sangritani. Il suo malumore, però, veniva poi lenito dalle nostre vittorie. Prima di una partita, alcuni suoi conoscenti sangritani l'avevano apostrofato neI seguente modo: – La tua squadra, oggi, si scioglierà come neve al sole con il "ghibli"! – Il ghibli... e che è? L'asciugacapelli del ciuffo dei cammelli? – Non fare il filosofo, il ghibli è il vento caldo del deserto che raggiunge 40 gradi. – Guarda che a noi di Capracotta il caldo non fa assolutamente niente, anzi noi lo cerchiamo come refrigerio. Siamo così abituati al freddo... Anzi, vi voglio dire di andare a mettervi le canottiere tu e i tuoi amici, perché adesso che inizieranno le schiacciate si verificheranno degli spostamenti d'aria simili alla voria fredda di Capracotta che fa battere i denti. Non vorrei che vi ammalaste, anche se la giornata è calda! Bene, si andò alla finale: Sci Club contro una squadra di Castel di Sangro. Con vero disappunto dei sangritani la coppa fu vinta dallo Sci Club. Nei tornei successivi, Castel di Sangro non ci ha più invitati. Forse il numero delle squadre che formavano i tornei erano pari? La coppa vinta dovrebbe essere presente, anche se difficile da individuare, tra le molteplici coppe dello sci poste nella sede dello Sci Club. La mia partecipazione ai vari tornei di pallavolo terminò nell'agosto 1973 con la partita T.N.T. e Sci Club, durante la manifestazione della Pezzata. I T.N.T. erano una squadra "coriacea" sia a pallone che a pallavolo. Un ottimo schiacciatore era Paolo (di Lecce), c'erano poi Vincenzo Pettinicchio e Lucio Carnevale. Una curiosità. La squadra dello Sci Club era formata solo da coppie di fratelli: Fiore e Pasqualino Mendozzi, Paolo e Loreto Di Nucci, io e mio fratello, Alfonso e Angelo Monaco. Durante quell'ultima partita, si verificò un evento pittoresco: il baldacchino dell'arbitro, posto in prossimità di un palo che sorreggeva la rete, subì l'urto di un atleta. L'arbitro prontamente si aggrappò al palo e dolcemente, durante il ribaltamento, mentre si trascinava la rete e l'altro palo, fu accolto tra 1e braccia di noi atleti accorsi prontamente per attutirne la caduta. Andò tutto bene e vinse di nuovo... l'istituzione: il nostro beneamato Sci Club. Con la Pezzata terminavano le partite a pallavolo ed iniziavano i tornei di calcio sia cittadini che extracittadini. Concludo il mio ''amarcord" con un... grazie Michelino! Mario Di Tella Fonte: https://xoomer.virgilio.it/ditellamario/.
- Il legame che unisce Capracotta alla festa del Soccorso di S. Severo
La transumanza, è sempre stata lei a collegare Capracotta con altre realtà. I tanti pastori che si spostavano dalla loro terra natia e raggiungevano la Puglia, non tornavano di certo senza aver visto la grande festa che i sanseveresi preparavano per la Madonna del Soccorso, un evento che avrebbero poi raccontato con entusiasmo ai bambini e ai loro familiari. La folla, la confusione, fiumi di gente ma soprattutto lo spettacolo dei fuochi pirotecnici che per giorni mantengono viva la città e i tanti giovani che senza paura corrono dietro di loro, un modo questo per esternare la loro fiducia nella Madonna. Ma non solo il semplice racconto dei pastori collega questa festa con Capracotta. Essendo la Madonna del Soccorso protettrice della diocesi di San Severo, veniva accompagnata in processione da diversi santi, tra cui anche il nostro protettore san Sebastiano che, immancabilmente, era portato e accompagnato da capracottesi, creando così una processione nella processione, che seppure ridimensionata, rivive nel ricordo e nelle emozioni dei partecipanti che ancora oggi raccontano con entusiasmo, mantenendone vivo il ricordo. Sebastiano Trotta Fonte: http://www.prolococapracotta.com/, 2 maggio 2016.
- La storia di Chester Cercone
Chester "Chet" R. Cercone nacque a Youngstown in Ohio, l'8 agosto 1935, da Edmondo "Edmond" Cercone e Esther Frazzini. Il padre, Edmondo Cercone, nacque a Pacentro, in provincia dell'Aquila, nel 1909, da Cesare (nato a Pacentro il 14 ottobre 1877, figlio di Teodoro, morì il 16 febbraio del 1957 a Conway, Beaver County, in Pennsylvania) e Angelina Mariani (nata a Pacentro, morì nel 1930). Edmondo Cercone” morì nel 1965. La madre, Esther Frazzini, nacque a Freedom, contea di Beaver, in Pennsylvania, il 19 marzo del 1905, da Ruggiero "Roger" (nato a San Pietro Avellana, in provincia di Campobasso, nel 1874, morto nel 1936) e da Vincenza "Virginia" Di Tanna (nata a Capracotta, in provincia di Isernia, nel 1878, morta nel 1966). Esther Frazzini morì il 5 settembre del 1996 a Youngstown, contea di Mahoning, in Ohio. Chester "Chet" R. Cercone dopo aver ottenuto il titolo scolastico GED (General Educational Development, sviluppo educativo generale), ottenne un diploma in elettronica. Chet lavorò, per 30 anni, alla "Steel Door". Dopo la pensione continuò a lavorare come vicesceriffo e autista per "Manheim's Auto Auction". Servì con orgoglio il suo paese nella Marina degli Stati Uniti e nell'esercito degli Stati Uniti, ritirandosi dalla Army National Guard (Guardia Nazionale dell'Esercito) come Recruiter Sgt. First Class (sergente reclutatore di prima classe), una posizione che ricoprì per 10 anni. Chet fu membro a vita della "Amvets Post 44" che servì come ufficiale di servizio statale dell'Ohio per sei anni. Sposò Lisa che gli diede quattro figli: Mark, Dave, Marie e Denise "Neicy". Chester "Chet" R. Cercone morì a 86 anni il 13 gennaio del 2022. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 10 giugno 2022.
- La fucina di Efesto e il fuoco di Prometeo
Conosci te stesso come in una fucina, forgiati senza permesso poi in una cucina insieme ad Efesto prendi un mestolo e mescola il resto, componi le note sul flauto fatto di canna gentile, fai girare tutte le ruote e purifica il tuo spirito vile, inseriscilo nell'ingranaggio che faranno di te un saggio. Fuoco di Prometeo che nella nostra fucina ci regala la visione delle stelle segnando il cammino sulla nostra pelle, tempio di Apollo ricordaci del tuo memento prima che arrivi a noi il sole nel petto e ogni male sia spento. Venendo dalla magna Grecia, il mio contributo non può essere altrimenti che questo: l'esortazione «Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è una massima religiosa greco antica iscritta nel tempio di Apollo a Delfi. È con questa frase che voglio iniziare questo piccolo articolo sull'esperienza tra i laboratori della Casa delle Erbe di Capracotta in Molise. La conoscenza alla base di tutto, esperienza che conduce alla conoscenza di sé. L'esperienza con padre Francis mi ha aperto alla visione alchemica degli olii essenziali e delle tinture ed estrazioni, che sono la parte centrale di uno dei temi delle tecniche erboristiche. L'esperienza di conoscenza dei profumi e della loro formulazione con il chimico Gianni Musillo mi ha l'introdotto alla conoscenza che gli antichi chiamavano «spiriti delle piante racchiusi nelle essenze» e nella loro formulazione, come una melodia, un'esperienza coinvolgente e affascinante. Il laboratorio con la dottoressa psicologa Angela Chiavassa mi ha interessato alla conoscenza della mia psiche e di quella del gruppo, grazie anche ad un ballo giocoso, simbolico e rappresentativo, pieno di creatività, usando la tecnica dello psicodramma. Un altro laboratorio che non ho seguito per stanchezza e perché volevo vedere la cascata sotto la casa, invece, era incentrato sui saponi e la loro produzione. Ogni giorno era scandito dalla Sibilla delle erbe Maria Sonia Baldoni con la sua grande conoscenza sulle erbe e la storia del luogo, con cammini di riconoscimento delle erbe, intervallati dalla storia del luogo legata alle piante e ai Sanniti. Sono state giornate intense che mi hanno avvicinato ad un mondo che sentivo già parte del mio cammino, dandogli un suono più amorevole di quanto lo fosse già, citando una frase detta da Maria Sonia che recitava: – Vivi ogni giorno come un appuntamento d'amore. Se volete arricchirvi con questa esperienza che vi legherà al fervore del mondo delle erbe questa è un'occasione ideale che sarà possibile arricchire anche con la visita all'eremo di Sant'Amico, dove un santo eremita ha vissuto secoli fa, a contatto con la natura, dormendo nei tronchi degli alberi, addomesticando lupi, aprendo una fonte dalle rocce della montagna con un vincastro e cibandosi di sole erbe e bacche. Non vi racconto altro sull'affascinante storia di Capracotta e dei dintorni o di altri personaggi importanti come Ildegarda di Bingen su cui vi erudirà Maria Sonia, questo per lasciarvi un po' la sorpresa della scoperta. Alessandro Leo Fonte: https://www.facebook.com/, 16 agosto 2021.
- Umberto Tozzi live a Capracotta
Chi l'ha detto che quando i tuoi tour si svolgono nelle piazze, piuttosto che negli stadi o nei palasport, sei sceso di livello? La piazza ti garantisce una visibilità e un'audience che altri posti difficilmente sono in grado di darti. Eppure molti commentavano così la notizia che Umberto Tozzi, da più di 25 anni sulla scena, cantore per antonomasia dell'amore, avrebbe tenuto un concerto la sera del 6 settembre a Capracotta (IS) per celebrare la Festa della Madonna di Loreto, festa tra l'altro molto importante, che ogni 3 anni torna puntuale nel paese molisano. L'ultima volta, nel 1999, era toccato a Paola Turci: ora l'ospite d'onore era proprio lui, quell'artista torinese che con brani come "Ti amo" e "Tu" ha fatto innamorare milioni di persone. Ed ecco dunque che Tozzi ha estasiato la platea con due ore di performance intrise di hits: oltre alle due succitate canzoni, non sono mancate all'appello anche "Gli altri siamo noi", "Conchiglia di diamante", "E non volo" (ultimo singolo estratto dal doppio best di recente pubblicazione), "Gente di mare" (originariamente portata al successo in coppia con Raf), "Si può dare di più" (con cui Umberto vinse il Festival di Sanremo del 1987, in trio con Gianni Morandi ed Enrico Ruggeri) e la bella, ma sfortunata, "Un'altra vita" (arrivò ultima al Festival del 2000). Dopo essere scomparso dal palco, Tozzi è dovuto uscire di nuovo, evocato a gran voce da tutti i presenti, per il gran finale, che ha visto l'esecuzione di altri brani storici come "Gloria" e "Io muoio di te" (con cui il Nostro ha vinto il Festivalbar del 1994). Non c'è che dire, Umberto Tozzi ha dimostrato grande bravura e professionalità, come sempre. Alla faccia di chi non avrebbe mai suonato in un paese perché convinto di un equivalente declassamento... Massimo Giuliano Fonte: http://www.musicalnews.com/, 9 settembre 2002.
- Quella scorribanda in motorino da Castro a Capracotta
La calda estate volgeva ormai a termine, e l'autunno già iniziava a reclamare il suo "posto al sole", quando due ragazzi, non ancora ventenni, e quindi non maggiorenni per le regole del tempo, decisero di partire in un fresco pomeriggio di fine settembre, a bordo di un motorino, dal piazzale della stazione ferroviaria di Castro-Pofi diretti alla volta di Capracotta. L'Italia era ancora quella semplice e contadina degli anni Cinquanta, eravamo infatti nel 1958, che si appassionava per il Giro d'Italia, vinto quell'anno da Ercole Baldini, e per le canzoni del Festival di Sanremo, dove quell'anno trionfarono Modugno e Johnny Dorelli con la famosissima "Nel blu dipinto di blu", meglio nota come "Volare", e magari quel giorno, chissà, i due amici pensarono, canticchiando il motivo sanremese, di volare lontano addirittura fuori regione, in Molise. I due erano mio padre, all'epoca barbiere nella zona della stazione ferroviaria, il cui negozio era di fatto il vero punto di ritrovo per la gioventù del luogo, e un suo amico, originario appunto del paese molisano, dove aveva ancora diversi parenti e soprattutto i nonni. In realtà di eventi importanti quell’anno ve ne furono sia in Italia che nel mondo: era appena entrato in vigore il Trattato di Roma, istitutivo della Comunità economica europea, la Chiesa aveva scelto come papa il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, che di lì sarà noto a tutti come papa Giovanni XXIII, e la Democrazia cristiana aveva vinto le elezioni e, con Amintore Fanfani, era saldamente alla guida del Paese. E poi Fidel Castro ed Ernesto "Che" Guevara erano ad un passo dalla vittoria nella guerra rivoluzionaria di Cuba, e il Brasile aveva vinto la coppa del mondo di calcio in Svezia. A turbare i giorni, e ancor più le notti, degli aitanti giovanotti dell'epoca, però, erano sicuramente altri eventi, come quella "dolce vita" romana, di cui si avevano notizie da chi frequentava assiduamente gli ambienti della Capitale o come la legge Merlin che dichiarava illegittime le case di tolleranza. Tutto questo mentre le loro giornate trascorrevano tra un bagno al fiume e una cenetta a base di agnello e patate e una festa di paese dove ballare e cercare soprattutto di abbordare qualche ragazza, ed anche a salutare qualche amico che emigrava per le lontane Americhe, ed anche per la lontanissima Australia, o chi partiva per il servizio militare. E così i due salirono in sella ad un motorino, quando ormai rimanevano poche ore di sole, senza avvisare i rispettivi genitori. All'epoca non vi era ancora l'autostrada, e le strade non erano di certo come quelle attuali, e così il viaggio fu lungo e faticoso, con diverse tappe necessarie per far riposare il motore e per effettuare il rifornimento di carburante, che avevano portato con loro dentro due bottiglie di vetro. Il tragitto era di circa 140 chilometri ma, per l'epoca e per il mezzo che avevano, percorrerlo in sicurezza rappresentava quasi un'impresa leggendaria. Poi, complice anche l'abbigliamento, non proprio da motociclisti esperti, per strada fu loro costante compagno di viaggio anche il freddo, che aumentava con il percorrere dei chilometri. Infatti partiti da un'altezza di circa 200 metri dal livello del mare dovevano arrivare a quota 1.400. Ma la giovinezza, si sa, è l'età dell'incoscienza, e delle prime volte, per cui nessuno poteva fermarli, dritti alla meta. Arrivarono quando ormai era buio e bussarono al portone di casa del nonno dell'amico di mio padre che era da poco rincasato dopo una giornata di lavoro nella macelleria di famiglia. Furono accolti con grande stupore, poiché inattesi, e ancor più preoccupati perché i due fuggiaschi non avevano avvisato le rispettive famiglie. Dovevano restare solo una notte e un giorno e poi tornare a casa: finirono per soggiornare nello splendido paesino del Molise al confine con l'Abruzzo per ben quattro giorni. Girarono il paese, le campagne e le montagne circostanti in lungo e largo, e trascorsero il loro tempo con altri ragazzi e ragazze del luogo che l'amico di mio padre ben conosceva, coccolati dalla calda accoglienza della famiglia che li ospitava. Di fatto trascorsero quattro giorni da veri turisti, serviti e riveriti, al centro dell'attenzione di tutti, familiari ed amici, che si preoccupavano che tutto andasse nel migliore dei modi. Poi tornarono a casa senza che mio padre avesse avvertito in quei quattro giorni i genitori che sarebbe rimasto fuori per così tanto tempo, del resto a casa sua non avevano il telefono. E più di qualche volta lui era anche solito dormire la notte nella barberia per cui i genitori non si allarmarono più di tanto. Ma quella volta l'assenza fu troppo lunga, per cui una volta giunto a casa fu accolto dal "caloroso" bentornato di mia nonna: – Dove sei stato? Ancora un altro giorno ed andavo in caserma... Valentino Mingarelli Fonte: V. Mingarelli, Quella scorribanda in motorino da Castro a Capracotta, in «Flash Magazine», XXXIII:2, Frosinone, febbraio 2022.
- Viaggio
Il viaggio inizia la mattina presto con un tempo piovigginoso. La mèta, quella terra immacolata tra l'Abruzzo e il Molise dove l'occupazione di suolo pubblico è quasi uguale a zero, case isolate, piccoli agriturismi, qualche stalla e il resto prati, boschi e nello sfondo le montagne appena innevate. Con l'amico Leo, in un piccolo fuoristrada portando le mascherine nell'abitacolo per il massimo della precauzione per due vaccinati, arriviamo a Giuliopoli, frazione di Rosello, e ci fermiamo al bar per la colazione. Caffè, dolcetto, caramelle al timo di Fara San Martino, una simpatica ragazza contenta di stare lì e di raccontarci qualcosa del posto in cui vive. E come accade in ogni viaggio, nel parlare con lei iniziano gli arricchimenti della mente che ci vengono donati come regali preziosi. Scopro, con qualche brivido nella schiena, che Estote, un personaggio raro, un cuoco viaggiatore che ho descritto in un mio racconto, chiamandolo così perché non ne ricordavo il nome, si chiamava Quintino. Me lo dice ora la ragazza e ricordo ancora l'incontro avuto con lui quaranta anni fa, e la sua lunga narrazione di cuoco che ha girato il mondo. Tentiamo una sosta all'abetina di Rosello per raccogliere funghi ma aumenta la pioggia e risaliamo velocemente in macchina tra gli odori di bagnato, per cercare un posto fuori della nuvola che insiste sulle nostre teste. Ad un certo punto, come in tutti i veri viaggi, oltrepassiamo la nuvola e le cose cambiano repentinamente: il cielo esplode nel blu e tra il pulviscolo di goccioline appare l'arcobaleno che ci dice che il tempo ci è amico. Togliamo le mascherine, apriamo i finestrini e giriamo per prati e boschi, tra Rosello, Borrello, Pescopennataro, fermandoci in tutti i punti dove scorgiamo funghi o luoghi idonei per la loro crescita. Le tappe nel viaggio sono fondamentali per godere di ciò che il nostro sguardo vede, per incontrare persone, per parlarci, per incontrare funghi e novità. Prendiamo funghi persino su una scarpata di un camposanto, un bel gruppo di lapacendri sotto una statua di padre Pio: come fare a non credere ai miracoli? Intanto comincia un languorino allo stomaco e ci avviciniamo a Guado Liscia in pieno Molise. Accade che scopriamo un nuovo mondo col paesaggio che si dilata alla nostra vista perdendosi nei cocuzzoli molisani dove si arroccano antichi paesi. Adesso la sosta la facciamo per guardare, basta così. Ma lo stomaco borbotta! Prendiamo la strada per Capracotta e ci fermiamo a Guado Cannavina, due case, una stalla, un agriturismo dove ci hanno detto si mangia bene. All'ingresso un campo di cavolfiori che sembrano essere lì piantati da secoli; le piantine sono state piantate in anticipo, già a giugno, a quella altitudine bisogna piantare subito se no li becca la neve, e ora trionfano nell'orto. Entriamo nel ristorante, nella sala due persone e il caminetto acceso. Ho un presentimento! Arriva il cuoco-cameriere-tuttofare, ci chiede il green pass, ci fa accomodare e ci guardiamo! La voce la conosco, ci leviamo le mascherine ed ecco Felice, mio ex alunno all'alberghiero di Villa Santa Maria, i bei tempi passati, lui ragazzino io insegnante baldanzoso, fai tu, facci mangiare la tua terra: sagne a pezzi al sugo di agnello, gnocchi appena fatti. Leo si avvicina al caminetto e contribuisce alla cottura perfetta della grigliata di agnello, abbruschia i peperoncini per insaporire i nostri piatti, i cavolfiori lì fuori sono i nostri contorni, il pane cotto degli osci. Vino Moltepulciano con le ostie dolci molisane, il caffè e la genziana. Intanto arrivano due avventori toscani e con le altre due persone presenti chiacchieriamo di funghi. Il costo del pranzo non ve lo dico, mi vergogno di aver pagato così poco. Un saluto a Felice, con la promessa di rivederci, e come in tutti viaggi iniziamo il ritorno. Allunghiamo il giro per passare a Monteferrante e bere alla fontana l'acqua più buona del mondo e poi a Roio del Sangro che comincia a far notte, tra pecore, capre, cani pastore abruzzesi, un pastore rumeno che ride sempre di buon gusto con una bocca con pochi denti e un giovane pastore albanese che sembra uno studente universitario. Si fa notte ma Leo è irremovibile, andiamo a cogliere le mele paradiso lungo la strada che porta a Valle Amara. Sale sull'albero, l'unico rimasto con le mele ancora sui rami e come una scimmia li scuote provocando una pioggia di mele sul prato, le mele paradiso, quelle antiche che sono solo lì, solo in quei posti, ne sgranocchiamo qualcuna, prestigioso cibo da viaggio, le altre le mettiamo in una sacchetta, in questa giornata spesa per viaggiare. Intanto annotta. Gino Primavera Fonte: https://www.facebook.com/, 27 novembre 2021.
- La Madonna nelle chiese di Capracotta
Le chiese di Capracotta custodiscono tante raffigurazioni lignee della Madre di Dio, una per ogni nome, per ogni apparizione, per ogni momento della vita della Beata Vergine Maria. Nella Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta se ne possono ammirare sei, due delle quali in compresenza: la Madonna divide infatti la scena con sant'Anna, dov'è Bambina, e nella cosiddetta Visitazione, opera di Giacomo Colombo, assieme a sua cugina Elisabetta. Le raffigurazioni singole di Nostra Signora sono invece quattro: l'Immacolata Concezione, la Beata Vergine del Monte Carmelo, la Madonna Addolorata e l'Assunzione di Maria, a cui va aggiunta la Madonna del Rosario, andata perduta a causa dello scorrere del tempo. La prima scultura in alto a sinistra è l'Immacolata, raffigurata in piedi sul globo nell'atto di schiacciare il serpente; sui suoi piedi tre cherubini (trafugati). Un manto azzurro con stelle dorate copre la veste rossa con decorazioni floreali. Anche le stelle presenti sul globo sono state rubate negli anni e probabilmente rivendute sui mercati d'arte sacra, motivo in più per non acquistare mai oggetti simili: sono sempre il frutto di furti sacrileghi. La bella scultura, opera di Silverio Giovannitti (1724-1788) da Oratino, ripropone un tema iconografico e soluzioni stilistiche diffuse su vasta scala dalla fine del '600 fino a tutto l'800. Il suo altare, invece, era anticamente amministrato dalla famiglia Campanelli. Il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria fu proclamato l'8 dicembre 1854 da Pio IX con la bolla "Ineffabilis Deus", in cui si affermava che «la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale». La seconda scultura raffigura la Vergine in piedi col Bambino nel braccio sinistro e ai suoi piedi tre anime del purgatorio è una Madonna del Suffragio. A Capracotta quest'opera, dal manto ampiamente panneggiato e dalla forma espansa ma non eccessivamente movimentata, che individuano un artista della seconda metà del XVIII secolo dalle buone capacità artistiche, rappresenta la Madonna del Carmine, un culto piuttosto antico, amministrato dall'omonima confraternita almeno sin dal XVI secolo, «li fratelli della quale pagano ogn'anno al Clero docati 3 con obligo di che il mercoledì d'ogni mese recitino le letanie per l'anime de' fratelli della detta Compagnia». Questa Madonna è festeggiata il 16 luglio. Il culto di Nostra Signora del Monte Carmelo è inscindibilmente legato all'eredità spirituale del profeta Elia, alla storia e al carisma dei carmelitani e alla diffusione del loro scapolare, una striscia di stoffa che testimonia, attraverso l'iscrizione all'Ordine carmelitano, la consacrazione a Maria: lo scapolare libera dal purgatorio ed è un inconfondibile attributo iconografico, come nel caso capracottese. Il titolo di Madonna del Carmine richiama invece un luogo, il Monte Carmelo, «giardino verdeggiante» della Palestina. Anche nel caso capracottese l'attributo iconografico della Madonna Addolorata (terza da sx in alto), oltre al vestito nero del lutto, è un cuore trafitto da sette spade in argento sbalzato. Qualcuno dice che questa bellissima statua, custodita nella Chiesa Madre, sia stata prodotta dalla bottega di Giacomo Colombo, l'artista napoletano autore della Visitazione. La struttura della statua è del tutto simile a quella della Madonna del Rosario per cui la si può datare alla fine del XVIII secolo, il che escluderebbe il Colombo come autore ma non un suo allievo. Il culto della Mater Dolorosa è ovviamente legato alla Passione di Cristo, dopo che la Beata Vergine Maria ha affrontato sette dolori: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, la perdita di Gesù nel Tempio, l’incontro col Figlio durante la Via Crucis, la Sua crocifissione, la Pietà e il Sepolcro. «Non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio» dice una Madonna maternissima nei vangeli apocrifi riletti nel 1970 dal genio di De André. Il Venerdì Santo, insomma, è il simbolo dell'ingiustizia che non cede al rancore, una delle più grandi lezioni del cristianesimo. La quarta Madonna presente è ovviamente la statua di Maria Assunta, che è il titolo della maestosa Chiesa Madre di Capracotta, donata da anonimi capracottesi dopo averla acquistata ad Ortisei (BZ) presso la bottega "Ars Sacra" di Alexander Kostner, discendente d'una famiglia che da generazioni si dedica all'artigianato artistico. L'opera è ricavata da un tronco di tiglio. Dell'antica statua dell'Assunta, invece, non è rimasto pressoché nulla. L'Assunzione di Maria in cielo è quel dogma di fede secondo cui la Madre di Gesù, al termine della Sua vita terrena, andò in paradiso in anima e corpo. Questo culto si è sviluppato a partire almeno dal V secolo d.C., diffondendosi e radicandosi nella devozione popolare fino al riconoscimento ufficiale avvenuto il 1° novembre 1950. Ho avuto l'onore di visitare il cenotafio della Madonna in Terra Santa, dove sta il monumento sepolcrale di Maria ma, ribadisco, non le Sue spoglie mortali. Nella Chiesa di San Giovanni Battista sono altresì custodite tre Madonne: la Beata Vergine Maria dei Miracoli, trasferita dalla Chiesa Madre negli anni '50, Nostra Signora della Pace e la Madonna Desolata. Nel gruppo scultoreo della Madonna dei Miracoli, la Vergine è raffigurata seduta su di un tronco d'albero con attorno quattro cherubini (uno dei quali sparito) e di lato, a destra, un pastore inginocchiato. In basso a sinistra una casetta (anche'essa scomparsa) ed un cappello: nella piccola casa venivano riposti gli ex voto per grazie ricevute. L'opera presenta un panneggio sommario e poco curato, riconducibile ad un modesto intagliatore, con probabilità locale, del secolo XVIII. Iconograficamente è vicina alla Madonna Incoronata di Foggia ma il suo culto è in realtà strettamente legato a quello della Madonna dei Miracoli di Casalbordino (CH), che si festeggia l'11 giugno, giorno di pellegrinaggio per molti capracottesi. Si narra infatti che in tempi remotissimi l'immagine di Maria attendesse sul sagrato della chiesetta di Casalbordino senza che nessuno si offrisse di portarla in processione, date le pessime condizioni meteorologiche. Il parroco interpellò quattro donne di Capracotta - che erano lì per la festa - che si dissero onorate di portarla a spalla. Da allora quella tradizione si è consolidata, tanto che don Elio Venditti ha preteso che nello statuto della festa abruzzese fosse scritto che solo i capracottesi possono avvalersi di tale privilegio. A differenza dell'Addolarata della Chiesa Madre, quella presente nella Chiesa di S. Giovanni (prima da dx) è raffigurata con la mano destra sul cuore e lo sguardo rivolto in avanti; sotto al manto dei lunghi capelli. La scultura, riferibile ad uno scultore degli inizi del secolo XIX e completamente ridipinta, risulta poco leggibile nella sua completezza, ma è di discreta fattura: il viso, dolorosamente espressivo, è descritto con una certa accuratezza; il panneggio, poco movimentato, è condotto con sobrietà. Daniele Di Nucci ritiene che il titolo della Madonna Desolata, probabilmente importato dai nostri pastori di ritorno dalla transumanza, provenga dalla tradizione pugliese e che, stando ai racconti degli anziani, la statua venisse portata in processione la mattina del Sabato Santo. Nella Chiesa di San Giovanni è presente infine una statua della Beata Vergine Maria, la cui intitolazione è quella di Madonna della Pace. Questa statua raffigura Maria che con la sinistra regge il Figlio e con la destra un rosario; la Madonna indossa un ampio manto azzurro su cui spiccano stelle dorate e il Bambino indossa una delicatissima veste candida. La statua mariana più preziosa di tutte è ovviamente quella della Madonna di Loreto che, a differenza della tradizione orale finora tramandataci, non è un semplice albero sbozzato, bensì rappresenta un'opera pregiata ed antichissima (databile al XV secolo) che presto approfondirò in uno specifico articolo. Francesco Mendozzi
- Me ne vuóglie ì a Capracotta
Me ne vuóglie ì a Capracotta, me la vuóglie truvà na brùtta fàtta, bàsta ca è bòna pe la nòtte, ca ru juórne la chiùde déndr'a l'àrca. Le bèlle sò de Scànne e de Frattùra, uócchie nerìlle de la Vallescùra, e se pe spósa nen te pòzze avé pe cummarèlla me te vuóglie fà. Ardàmme re fazzulettóne che t'àje purtàte da Fruselóne, la pìzza l'àje méssa alla cavùta e masséra arvè Giuànne, t'arpòrta la cagliatèlla calla calla calla... Nen t'arcuórde chiù, bèlla méa, quànde la giàcca méja fu da cuscìne e tu che l'uócchie a re ciéle e i de spàlle le sànghe me suguàste da 'l véne. Angì... Angì... Angela Rosa, me scì sfasciàte re troàve de la càsa pe le tròppe abballà quànd'èra spóse, e masséra arvè Giuànne, t'arpòrta la cagliatèlla calla calla calla. Me ne voglio andare a Capracotta Me ne voglio andare a Capracotta, me la voglio trovare una brutta fatta, basta che sia buona per la notte, ché il giorno la chiudo dentro l'arca. Le belle son di Scanno e di Frattura, occhi neri della Vallescura, e se per sposa non ti posso aver, per commarella mi ti voglio far. Ridammi il fazzolettone che t'ho portato da Frosolone, la pizza l'hai messa nella buca, e stasera torna Giovanni, ti riporta la cagliatella calda calda calda. Non ti ricordi più, bella mia, quando la mia giacca ti fece da cuscino, e tu con gli occhi al cielo ed io di spalle, il sangue mi succhiasti dalle vene. À... À... Angela Rosa, hai sfasciato la trave della casa per il troppo ballare quand'ero sposo, e stasera torna Giovanni, ti riporta la cagliatella calda calda calda. (trad. di Francesco Mendozzi) Si tratta di una canzoncina popolare della tradizione orale di Frosolone, spesso utilizzata anche dai pastori in tempo di transumanza.
- Quando si dice i capracottesi!
Ieri sono stato a Roma all'assemblea nazionale dell'Archeoclub d'Italia. Dopo 10 anni di crisi dovute a un magistrato che aveva conquistato e ingessato la presidenza, l'Archeoclub d'Italia è ripartito alla grande con un nuovo presidente, Rosario Santanastasio, che ieri ha solennemente coordinato il cinquantesimo anniversario di fondazione della prestigiosa associazione nella gypsoteca della facoltà di Lettere. Durante l'incontro mi hanno consegnato un'ingombrante scatola con il premio "fedeltà" per la sezione di Termoli. Finita la cerimonia ho cercato di raggiungere la Stazione Tiburtina da piazzale S. Lorenzo al Verano. A Roma ieri era impossibile trovare un taxi per uno sciopero a macchia di leopardo. Carico come un asino per la borsa con il portatile sulla spalla destra, l'ombrello nella sinistra e il pesante premio da consegnare a Oscar Delena presidente di Termoli, mi sono avviato a piedi sperando di trovare un taxi. Finalmente se ne è fermato uno a piazza delle Province. Rimanevano pochi minuti per la partenza del treno. Pareva ormai fatta, ma il tassista si è bloccato a un centinaio di metri dalla stazione perché l'intera piazza è perimetrata da una recinzione che non permette l'attraversamento diretto. Sono sceso bardato come un emigrante in partenza per la Svizzera e ho tirato fuori il cellulare per preparare il green pass e la schermata del biglietto per entrare alla stazione che vedevo come un miraggio dall'altra parte della recinzione. Il telefono era morto. La batteria era completamente scarica! – Franco, che fai qui? – sento da una vettura in sosta precaria presso la rete. Era Peppino Sammarone. L'ing. Peppino Sammarone, mio amico, che l'altro giorno avevo incontrato a Larino nella Cattedrale. Gli dico: – Peppino, scusami, devo correre al treno. Ma che ci fai qui? – Sto apettando mia figlia Clara da Firenze. A questo punto te ne vieni con noi. Passo per Venafro... Insomma non solo sono arrivato comodamente a casa, ma soprattutto con un paio di ore di anticipo. Ieri mi sono convinto che, se per una malaugurata circostanza ti trovi in qualsiasi luogo e hai bisogno di soccorso, basta gridare: «C'è qualcuno di Capracotta?». Sono certo che un capracottese spunterà da qualche parte. D'altra parte è noto che Cristoforo Colombo, quando arrivò in America, trovò uno di Capracotta. Anche se gli agnonesi sostengono che prima di lui c'era arrivato uno di Agnone... Franco Valente Fonte: https://www.facebook.com/, 23 ottobre 2021.
- Il novellatore
Quando la tormenta ci tappava inesorabilmente in casa, e ciò accadeva svariate volte nel corso della lunga invernata capracottese, noi ragazzi non ce ne davamo minimamente pensiero, anzi ci godevamo. Avevamo pronti i rimedi, quelli che offriva la casa stessa con i suoi ampi spazi, che sembravano fatti apposti per dare libero sfogo alla nostra inesauribile fantasia ludica. Le stanze inutilizzate, i fondaci, le soffitte buie e ingombre di ogni sorta di cianfrusaglie, i sottoscala e le scale non aspettavano altro che diventare campo di giuoco. Eravamo sette o otto fra cugini e cugine, tutti scaglionati entro l'arco cronologico della prima età. Il gioco che veniva subito in mente era a nascondino. Fra anditi e soffitte ce ne voleva per stanarti. Ma il più esaltante era l'altalena. Si trovava in un vano del piano inferiore, un tempo bottega di falegname, allora adibita a granaio e dispensa. Il canapo con la predella dell'altalena pendeva da un grosso gancio conficcato in una trave del solaio. Vi si montava a rotazione, ma nessuno voleva scendere se prima non provava l'emozione di essere sospinto vigorosamente e lanciato su a mozza respiro fino al soffitto. La bufera ruggiva sollevando turbini vorticosi di neve, che ridisegnavano tutti gli anni il medesimo rilievo fatto a dune. Era così perché i giochi dei venti erano sempre quelli. L'area davanti a casa era tutta spazzata, ma poco più avanti, fra le botteghe dei falegnami e gli orti, si formavano cumuli alti tre metri buoni. Lo spolverio bianco velava tutto. Gli oggetti perdevano la loro forma, si annullavano nel biancore turbinoso. Il vento sibilava fischiando nelle fessure e sotto le porte. Quando di notte il suo urlo lungo e rabbioso ti svegliava e udivi sbatacchiare porte e imposte, t'immaginavi un genio furioso e scatenato, intromessosi in casa, pronto a spazzare via tutto. Di rado il portone di casa si apriva e quando ciò avveniva, si sentiva il pestare forte dei piedi di chi entrava, che si scrollava così la neve dalle scarpe. Tutti accorrevano a vedere chi fosse, primi noi bambini perché speravamo che fosse la persona da noi attesa: il novellatore. Il novellatore era il cugino Eduardo, ormai giovanotto; abitava a poca distanza, sulla via Nuova. Faceva il muratore. Ora che era inverno, si riposava orzatamente come tutti gli altri del suo mestiere. Aveva fatto qualche classe oltre la quinta, la sesta, credo, e aveva perciò una infarinatura culturale e sapeva esprimersi con notevole efficacia. Leggeva romanzi storici e cavallereschi e da essi traeva materia per i suoi racconti. Ma novellatore si nasce, come si nasce poeta, e Eduardo era proprio un contastorie nato. Quando faulava, l'uditorio pendeva dalle sue labbra. Il fatto narrato, a restringerlo, si riduceva a poco, ma Eduardo conosceva l'arte di abbellirlo, colorarlo, ampliarlo, enfatizzarlo anche laddove andava fatto. Noi, sapendo che il novellatore era spesso al verde, raggranellavamo, soldo a soldo, una mezza lira e mandavamo a comprare, per il primo adulto che si azzardasse ad uscire, mezzo pacchetto di sigarette per invogliare l'impagabile faulatore a scendere. In casa c'erano bensì anche altri novellatori, che all'occasione se la sapevano cavare abbastanza bene. C'era chi raccontava il fatto di mastro Valente, quello che con un colpo ne faceva millecinquecento. Raccontava solo quello: ma ogni volta lo arricchiva di particolari inediti, creati lì per lì. Alle smargiassate dell'orco e più ancora a quelle di mastro Valente, il narratore non si teneva più e caricava con enfasi. C'era chi raccontava fatti storici verniciati di uno spruzzo di politica socialisteggiante, ad uso dei bambini, s'intende. La contastorie più apprezzata, dopo Eduardo, era Consiglia, qualche anno più avanti di noi. Sapeva raccontare, con inimitabile grazia, le storie di Prezzemolina, della Principessa del sapone, della gattina vedova: le infiorava di tenere espressioni dialettali, assorbite certamente con l’orecchio teso ai discorsi delle donne. Lo zio Vincenzo non raccontava favole. Raccontava episodi di vita vissuta che avessero qualche comprensibile significato morale. Narrava fatti della vita di padre Giuliano, frate, patriota e uomo di mondo, suo precettore, che aveva fatto parlare molto di sé per le sue idee liberali, non conformiste. Un giorno l'energico frate, trovandosi alle strette, aveva fatto le feste a un brigante, nella Marsica, in una drammatica lotta a tu per tu, che non lasciava possibilità di scelta. Ma quando non poteva uscire di casa per la neve che bloccava la sua bottega e per la bufera, mastro Vincenzo prendeva il flauto, conservato dai tempi della banda cittadina, e suonava motivi d'opera, fra lo stupore ammirato di tutti, grandi e piccoli. Il novellatore per eccellenza, il faulatore era però, come detto, il cugino Eduardo. Veramente, alle fiabe vere e proprie, lui preferiva le gesta cavalleresche, le avventure di cappa e spada. C'erano fior di personaggi nelle sue narrazioni strabilianti, lunghe fuor d’ogni limite per secondare l'insaziabile bramosia fabulatrice del suo uditorio. C'erano castelli incantati, banchetti, nozze sontuose. Quando il ricco forziere della sua memoria tendeva ad esaurirsi, il faulatore non si perdeva d'animo: di facile vena com'era e di accesa fantasia, creava disinvoltamente scene e personaggi, sulla falsariga di quelli conosciuti nelle sue letture. Naturalmente non lo dava a vedere perché l'uditorio avrebbe storto il muso se avesse capito che lui era un narratore estemporaneo, che inventava storie ad uso e consumo dei ragazzi. Appena arrivava a casa, il novellatore era accolto con grandi manifestazioni di gioia. Era contento anche qualche adulto perché le storie belle piacevano a tutti. Lo tiravamo per la giacca al luogo della conta dei fatti, la cucina di zia Pulcheria, la più alla mano. Si attizzava il fuoco nel camino, si faceva cerchio intorno al faulatore e l'incanto cominciava; cominciava la sfilata dei cavalieri, delle dame, dei re e delle regine, dei principi, e delle principesse. Certe sere Eduardo si vedeva che aveva fretta a tagliar corto. Allora faceva come il faulatore del Novellino, il quale una sera, preso dal sonno, arrestò la narrazione al punto in cui le pecore dovevano essere traghettate con un burchiello sull'altra sponda del fiume, ingrossato per la pioggia. Alle rimostranza del signore, irritato per l'interruzione, il faulatore se la cavò dicendo: «Messer, lassate passare le pecore, poi conteremo lo fatto». Similmente faceva Eduardo quando aveva fretta di andar via. Arrestava ridendo la narrazione, per esempio, ai piedi del letto del prtotagonista. –Lasciamolo dormire, – diceva – domani riprenderemo a mente fresca. (1987) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise (II)
4. La rivolta dell'autunno del 1860, anche se si esaurì nel giro di due settimane, fece subito sentire i suoi effetti all'inizio dell'entrante anno 1861. Diverse furono le ripercussioni, non sempre positive, che direttamente scaturirono dai moti reazionari. Anzitutto venne rinnovato il decurionato che reggeva le sorti della locale comunità con l'inserimento di amministratori di comprovata fede liberale; poi si procedette ad allontanare i dipendenti comunali implicati nei moti reazionari ed al rinnovamento delle principali cariche comunali (segretario, cassiere, guardiaboschi etc.). Altre conseguenze non positive derivarono dagli indirizzi di politica ecclesiastica del nuovo Governo italiano: la soppressione delle Chiese collegiate; l'incameramento dei patrimoni e delle proprietà religiose e la stretta sorveglianza dei vescovi ostili al nuovo Governo italiano. Tra questi il nostro conterraneo Giandomenico Falconi, vescovo di Altamura ed Acquaviva, rifugiatosi a Capracotta sin dall'estate precedente. Ciascuna di queste tematiche meriterebbe analisi, ragionamenti e discussioni ampie ed approfondite, che, però, non possono essere svolte nel pomeriggio odierno, per non togliere spazio ad altri importanti interventi. Accennerò solo alla questione del vasto patrimonio della Cappella di Santa Maria di Loreto che, nel giro di due successivi secoli, venne per ben due volte preso di mira da autorità esterne le quali volevano sottrarlo alla locale comunità per destinarlo a scopi non proprio nobili. La prima aggressione fu quella settecentesca del vescovo triventino Fortunato Palumbo che, nell'anno 1743, dovette desistere dai suoi ambiziosi propositi per l'intervento, prontamente richiesto ed ottenuto dalla popolazione capracottese, del delegato alla Reale giusdizione Fraggiani, il quale vietò al vescovo triventino qualsiasi intromissione nei beni laicali della Cappella di Loreto e nella elezione dei suoi procuratori. Di nuovo l'ingente patrimonio dell'Opera Pia corse il rischio di passare in mani estranee, allorquando nel 1861 il primo Governo italiano emanò la legge sull'asse ecclesiastico che prevedeva l'incameramento dei patrimoni degli enti religiosi. Anche questa seconda volta il patrimonio della Cappella venne sottratto al provvedimento governativo di incameramento statale grazie alla fattiva opera di don Filippo Falconi, giovane e dotto sacerdote liberale, che riuscì, con tenacia ed abilità, a preservare l'ingente patrimonio della Cappella di Loreto e tenere indenne le estese proprietà dell'Opera Pia della Congregazione della Carità. 5. A conclusione del mio intervento, intendo soffermarmi brevemente sulle possibili letture ed interpretazioni della ribellione borbonica dell'Alto Molise e dell'intera vicenda storica dell'Unità d'Italia anche per valutare se essa è stata produttiva di concreti benefici e vantaggi per le nostre comunità di montagna. Nella prima metà del Novecento alcuni illustri nostri conterranei - a cominciare dallo stesso Oreste Conti - espressero giudizi e valutazioni sulla rivolta capracottese dell'autunno del 1860. Nel suo saggio sui moti capracottesi del l911, Oreste Conti - che, ricordiamoci, apparteneva ad una delle famiglie più benestanti del paese e che pure aveva elogiato, sul piano poetico, l'anima popolare - riteneva che la rivolta capracottese dell'autunno del 1860 fosse essenzialmente un risvolto della grave lotta di classe tra il ceto dei galantuomini e la retriva plebe «impantanata – a suo dire – nei vecchi pregiudizi, inconscia dei tempi nuovi» e dimentica che «i popolani ebbero sempre favori e protezioni dai signori». Dunque, per l'Autore del saggio, la gente del popolo mostrava ingratitudine ed irriconoscenza verso i maggiorenti del paese, e cioè verso il ceto signorile che, l'aveva gratificata con favori e protezioni. Sullo scontro sociale insiste anche il giurista e deputato crispiano Tommaso Mosca, nostro conterraneo, il quale nel suo intervento alla Camera dei Deputati, nella tornata del 10 maggio 1912, durante la discussione del disegno di legge sulla riforma elettorale politica, poneva l'accento sul «peccato [del ceto dominante] di aver mantenuto in una condizione quasi servile il proletariato agricolo e d'averlo escluso completamente da ogni forma della vita pubblica». Aggiungeva il nostro parlamentare che «all'epoca del Risorgimento le masse agricole si sono mostrate ostili al movimento liberale ed unitario» e si sono ribellate in forma brutale e selvaggia non per la «influenza del clero sulle classi rurali» giacché, come egli ricordava, «nel mio paese nativo (Capracotta) i preti erano quasi tutti liberali, e furono perciò senz'alcun riguardo imprigionati dai contadini, e sarebbero stati da essi forse massacrati, se non fosse provvidenzialmente sopravvenuta la battaglia del Volturno». Alla quale presero parte anche molti giovani capracottesi, figli della gente del popolo, i quali, come volontari della Legione Sannitica o al seguito dei garibaldini combatterono valorosamente e meritarono decorazioni militari che ancora oggi fanno bella mostra nella sede comunale. Ricorderò alcuni nomi come Vincenzo Di Rienzo, non ancora ventenne, che partecipò anche alle successive guerre per l'Unità d'Italia; come Pasquale D'Andrea il quale, secondo Campanelli, si allontanò dal convento e «si unì ai garibaldini diventando un secondo fra Pantaleo». E qui cade a punto una fondamentale considerazione e riflessione. È certamente indubbio che gli strati più umili della popolazione - prevalentemente formata da pastori, braccianti, boscaioli - pensavano unicamente a recarsi nei campi e nei boschi per zappare, arare, fare legna e badare alle bestie - e rimasero, così, in disparte ed indifferenti rispetto alla causa dell'Unità d'Italia. Ma altra buona parte di nostri compaesani o per ardore giovanile (come i volontari della Legione Sannitica e quelli garibaldini) o per consapevole fervore ideale (come le persone più acculturate appartenenti alla borghesia delle professioni: medici, farmacisti, avvocati, notai) o per spirito di cristiana solidarietà verso gli strati più poveri e deboli della gente del popolo (come numerosi canonici e sacerdoti del clero capracottese inclini a migliorare le condizioni socio-economiche dell'intera comunità) fu in grado di concepire e condividere il significato dei valori ideali di "Patria", libertà ed eguaglianza e prese attivamente parte al movimento risorgimentale. Ritornando alle valutazioni della rivolta, una diversa lettura offre di quegli avvenimenti l'avv. Luigi Campanelli, legato da vincoli di stretta parentela con l'illustre magistrato Stanislao Falconi e con il fratello vescovo Giandomenico Falconi, personalità di spicco e devoti alla monarchia del Regno di Napoli. L'avvocato e storiografo capracottese, nella sua opera "Il territorio di Capracotta", pubblicata nel l931, minimizza e ridicolizza la portata e la gravità della rivolta capracottese che, a suo dire, fu dovuta all'insensatezza di pochi esaltati e «che finì qui dopo tre o quattro giorni in maniera alquanto burlesca». Lo storiografo capracottese, inoltre, attribuisce la responsabilità di quei drammatici eventi essenzialmente «alla velleità settaria o rivoluzionaria» di alcuni preti liberali e sostiene che non l'intera comunità ma solamente «la folle dei cafoni» si sollevò contro i galantuomini, da cui credevansi oppressi. A mio avviso la sommossa autunnale del 1860 può avere una precisa e puntuale chiave di lettura: le ribellioni dei contadini delle comunità di montagna avvennero non per difendere la bandiera del lealismo borbonico ed attestare la fedeltà e l'attaccamento al sovrano regnante, Ferdinando II, inviso a gran parte della popolazione; né per contrastare ed avversare i sostenitori del movimento liberale che anelavano ad una Patria unita. Nessuna di queste due spiegazioni, fondate su ragioni di antagonismo politico ed astio ideologico, appare plausibile e convincente. La causa essenziale della ribellione, a mio avviso, va ricercata nel fatto che una sparuta ed esigua minoranza della povera gente del popolo ('«una bordaglia di trecento reazionari circa», secondo la deposizione di Gaetano Conti) sobillata da retrivi borbonici, colse l'occasione dei moti insurrezionali, scoppiati ad Isernia e nell'Alto Molise, come pretesto per sfogare la sua rabbia e collera contro i maggiorenti del ceto signorile (appartenenti ai casati dei Campanelli, Falconi, Castiglione, Conti, che si trovavano in lotta e competizione tra loro per il predominio del potere locale) e per rivalersi nei confronti di alcuni galantuomini, non privi di scrupoli, del ceto signorile e della borghesia delle professioni. Dunque le ribellioni delle popolazioni di montagna furono un comprensibile atto di protesta e di rivalsa contro la supponenza, l'arroganza, la protervia, della "razza padrona" e cioè contro la casta dei padroni che reggeva, ahimè, le sorti sfortunate della povera gente, non rassegnata a subire imposizioni e oppressioni dai maggiorenti del paese. 6. Rimarrebbe, in chiusura di questo intervento, da chiedersi e valutare se l'unificazione d'Italia abbia arrecato benefici e vantaggi anche alle nostre isolate e sottosviluppate comunità di montagna, sprovvviste all'epoca di strade (salvo la dissestata ruotabile statale Aquilonia), di acquedotti, di scuole e di altre essenziali opere pubbliche. La mia impressione è che se, immediatamente dopo la raggiunta unificazione d'Italia, le ricadute furono modeste e di segno non sempre positivo, nell'arco temporale di quaranta anni (1860-1900) si percepirono concretamente effetti positivi dell'azione politica del nuovo governo italiano che mutarono il corso della storia anche della nostra piccola comunità di montagna, la quale venne dotata di strutture - camposanto, strade, fontane, scuole, asilo infantile - indispensabili alle esigenze fondamentali del vivere civile. Si avviava così, con questi primi fiochi barlumi di civiltà, il lento e lungo cammino della modernizzazione del tessuto sociale ed economico della nostra piccola comunità di montagna che solo in tempi assai recenti, è riuscita a venire fuori dallo stato di gravissima arretratezza e dalle pregresse condizioni di vita fortemente insoddisfacenti, per raggiungere un buon tenore ed una apprezzata qualità di benessere sociale. Alfonso Battista Fonte: A. Battista, L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise: lettura critica del saggio di Oreste Conti "I moti del 1860 a Capracotta", in E. Mattiocco (a cura di), L'Abruzzo per i 150 anni dell'Unità d'Italia, Colacchi, L'Aquila 2014.
- L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise (I)
1 L'intervento che mi appresto a svolgere - che toccherà solo di sfuggita ed in via incidentale lo snodo periferico ed i riflessi locali della vicenda risorgimentale, e cioè se, ed in quale misura, la comunità capracottese sia stata coinvolta nel processo di formazione del nuovo Stato italiano - si incentrerà e verterà principalmente sul saggio di Oreste Conti "I moti del 1860 a Capracotta", di cui farò una rapida e succinta lettura. Inoltre dedicherò alcune riflessioni critiche ed alcune considerazioni alla autunnale sommossa capracottese avvenuta nell'imminenza del Plebiscito per l'annessione al Regno d'Italia, svoltosi il 21 ottobre del 1860, e cioè cinquanta anni prima che il saggio venisse pubblicato dal nostro conterraneo. 2 Oreste Conti, che discende dal ceppo familiare di Gerardo Conti, nasce a Capracotta il 25 marzo del 1877 da Giulio Conti e da Giovannina d'Alena, figlia del barone Pietro d'Alena. Ebbe, come fratelli, Olindo, Nestore ed Ottorino, personaggi di rilievo, assai noti e ricordati nel mondo capracottese del Novecento. Il padre Giulio (1834-1910) insieme ad altri consanguinei, fu uno dei protagonisti della rivolta avvenuta a Capracotta nell'ottobre del 1860, periodo in cui militava, come capo-plotone nella Guardia Nazionale, di cui era vice-comandante il proprio genitore Berardino Conti (1803-1876), più anziano del proprio consanguineo e cugino diretto Gaetano Conti (1818-1875), che ne era comandante in capo. Poco tempo prima dello scoppio dei moti insurrezionali era stato designato sindaco Amatonicola Conti (nato nel 1798) fratello maggiore del predetto Berardino, entrambi attivi protagonisti del movimento liberale di cui era leader il giovane e dotto sacerdote Filippo Falconi. Dunque, nell'autunno del 1860, erano i componenti di un unico casato familiare, la dinastia dei Conti, a gestire le leve istituzionali più vitali ed a reggere le sorti del nostro piccolo borgo montano. Oreste Conti fu, tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, un valente letterato nel campo del canto e delle tradizioni popolari, assai apprezzato dalla comunità accademica dell'epoca. I professori Mazzoni, Torraca e D'Ovidio scrissero le prefazioni introduttive alle sue opere letterarie e Francesco D'Ovidio, legato da personale amicizia con il nostro compaesano, non solo gli scrisse una raffinata e penetrante prefazione alla "Letteratura popolare capracottese", sua maggiore opera letteraria che arricchisce le case di molti conterranei, ma volle anche dettarne l'epitaffio della sua tomba, che ancora oggi può leggersi nella cappella familiare di Giulio Conti in Capracotta. Nonostante fosse per formazione culturale un letterato e non uno storico (nel trascorso mese di agosto, in occasione della presentazione del "Piccolo dizionario del dialetto di Capracotta", è stato opportunamente ricordato e messo in risalto il contributo del letterato capracottese allo studio del linguaggio e delle tradizioni locali) Oreste Conti, mosso anche da amore per gli avvenimenti storici del proprio paese e da spinte affettive verso i propri consanguinei e diretti familiari, seppe dedicare al patriottismo murattiano e risorgimentale alcune pubblicazioni, tra le quali il saggio "I moti del 1860 a Capracotta", stampato a Napoli nel 1911. Confessa candidamente l'Autore, nella prefazione del suo saggio, che esso è stato scritto sulla scorta del «racconto orale che mi è restato fisso in mente con precisione matematica» ma, aggiunge, che tale narrazione non è rimasta avvalorata da documenti che - come egli testualmente affermava - «speravo di trovare come che sia negli archivi della Provincia di Campobasso». L'Autore non indica le fonti della propria narrazione e cioè le persone che gli riferirono gli avvenimenti da lui descritti, ma la circostanza che i fatti da lui narrati si fossero fissati nella sua mente con «precisione matematica», lascia supporre che essi siano stati, in occasioni e tempi diversi, riferiti più volte dai propri congiunti e cioè dal padre Giulio e dallo zio Ruggero, che fu sindaco per lungo tempo nella seconda metà dell'Ottocento. Il nonno Berardino ed il cugino Gaetano, protagonisti principali e testimoni diretti di quelle drammatiche e torbide vicende, erano già deceduti al momento della nascita di Oreste, avvenuta, come già detto, nel 1877. D'altra parte i tentativi compiuti, nel primo decennio del Novecento, dal giovane studioso per reperire le fonti autentiche negli archivi della Provincia di Campobasso, non ebbero un esito positivo perché i documenti - che come lo stesso Autore riconosce, «potevano dare un utile contributo alla storia civile del Paese» - erano conservati, in quel tempo, nell'Archivio di Stato di Campobasso. 3 I documenti invano ricercati da Oreste Conti per suffragare il proprio lavoro, sono stati rinvenuti successivamente e pubblicati, sia pure parzialmente, da Renata De Benedictis e da altri studiosi molisani in occasione delle recenti celebrazioni del bicenterario della nascita di Giuseppe Garibaldi. Essi confermano che la trama della narrazione fatta dal nostro compaesano nell'anno 1911, a distanza di cinquanta anni dagli avvenimenti, corrisponde, nelle linee essenziali, allo svolgimento dei fatti realmente accaduti tra la data del 3 ottobre, inizio della sommossa capracottese, e quella del 16 ottobre, in cui essa si concluse. Nello spazio di solo dodici giorni furono commessi, da una facinorosa e retriva minoranza della popolazione, sobillata da borbonici forestieri e capeggiata dal famoso Calzettone, autoproclamatosi «Governatore della Terra», uccisioni, incendi, ferimenti, soprusi, violenze, incarcerazioni. Pacifici ed inermi compaesani si tramutarono, nei primi giorni della rivolta, in violenti e furibondi saccheggiatori che aggredirono, incendiarono, devastarono abitazioni, procurarono non lievi menomazioni a compaesani di fede liberale. Giulio Conti, capo-plotone della Guardia Nazionale e padre dell'autore dell'opuscolo, riportò una vistosa ferita per un colpo di stile al fianco destro; e suo zio, il farmacista Ettore Conti, fu colpito da una terribile roncata al collo. Inoltre gli insorti reazionari fecero minacce, costrizioni ed umiliazioni ai liberali del paese. Il gentiluomo don Antonino Conti fu costretto, dietro minacce, a cedere ai rivoltosi le armi di casa; don Francesco Falconi, padre del leader liberale don Filippo Falconi, futuro arciprete del paese, venne costretto a far preparare nella propria casa un lauto pranzo ai rivoltosi; don Policarpo Conti, canonico della Chiesa Madre, umiliato e schernito, venne costretto ad indossare una fruscella al posto della berretta canonica. Oltre ai predetti saccheggi, ferimenti, costrizioni ed umiliazioni, i rivoltosi procedettero ad arrestare e rinchiudere nelle carceri locali, sottostanti la Chiesa Madre, un nutrito gruppo di liberali, tra cui il sacerdote Filippo Falconi ed altri galantuomini. Alfonso Battista Fonte: A. Battista, L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise: lettura critica del saggio di Oreste Conti "I moti del 1860 a Capracotta", in E. Mattiocco (a cura di), L'Abruzzo per i 150 anni dell'Unità d'Italia, Colacchi, L'Aquila 2014.
- Ardimento
Sul ciglio, lassù, d'un erto dirupo, ove con rauca tenebrosa voce, dalla fame spinto, ulula il lupo, s'erge una croce. Ivi da presso una verde foresta, all'aura, dolce, solleva il susurro, e par, ch'innalzi una canzone mesta, al ciel azzurro. Ivi l'aquila, con occhio predace, dall'alto, dal piano domina il suolo e di là, dove, nidifica in pace, s'innalza a volo. Ivi nel vento crudo, senza posa, spira il vento e s'avvolge la bufera, che dalla tana oscura, ov'è ascosa, caccia la fera. Ed ivi un giovine, pien d'ardimento, la vetta, desioso, raggiunger volle; e del suo sangue sbattuto dal vento, bagnò le zolle. Ed all'ardir tomba furon il verno, la roccia brulla ed i silvestri rovi ed un garrir di fronde un canto eterno. Par che a lui movi. Ermanno Santilli Fonte: E. Santilli, Adolescentia, Sammartino e Ricci, Agnone 1924.
- Le suore preziosine dell'asilo di Capracotta
Sin dall'inizio l'istituto scolastico di Capracotta, sorto il 3 giugno 1894, è stato retto dalle suore preziosine, appartenenti alla comunità religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo, fondata nel 1834 ad Acuto, in provincia di Frosinone, da Maria De Mattias (1805-1866), una suora che fu prima di tutto una grande pedagoga. Oggi, nonostante il tema della parità dei diritti tra uomo e donna sia al centro del dibattito pubblico, vengono spesso dimenticate, scientemente, tutte quelle donne che hanno portato avanti temi femministi all'interno della Chiesa, un'istituzione santa ma piuttosto maschilista. Maria De Mattias, proclamata beata da papa Pio XII, fu infatti una femminista ante litteram che, all'interno dei rigidi steccati ecclesiastici cattolici, nutrì il sogno di una riforma sociale che aprisse le porte della scuola alle ragazze affinché la donna, finalmente, potesse essere trattata come l'uomo, in Italia e in ogni angolo del mondo. Questa aspirazione all'emancipazione femminile fece sì che nella primavera del 1894 alcune religiose della beata Maria fossero inviate a Capracotta per dar vita all'asilo d'infanzia, dove innumerevoli generazioni di capracottesi hanno iniziato il loro percorso scolastico. Fino al 1998 - anno in cui è stato spento l'ente morale - la carica di presidente dell'istituto spettava al parroco di Capracotta ma la vita quotidiana dell'asilo era affidata alle suore preziosine, con in testa una madre superiora, la cui cronotassi è la seguente: Teresa Compagni (1894-1906); Filomena Reali (1907-1918); Nazzarena Felici (1919-1926); Michelina Fusciardi (1926-1931); Maria Cerimele (1931-1934); Giuseppina Di Primio (1934-1939); Pierina Foglietta (1940-1946); Vittoria Desposati (1947-1948); Amelia Massaroni (1948-1950); Guglielmina Nardoni (1950-1953); Giovanna Bernabei (1953-1955); Luigina Petrucci (1955-1959); Giuseppina Cardone (1959-1963); Angela Raschiatore (1963-1966); Concetta Mancini (1966-1973); Mercede Leonelli (1972-1979); Giacomina Norcia (1979-1994); Concetta Riggi (1994-1998). Non ho trovato particolari notizie sulle madri superiore che ressero l'asilo di Capracotta se non riguardanti una manciata di esse: suor Filomena Reali, ad esempio, dopo l'esperienza capracottese, risiedette dal 1929 al 1932, in qualità di presidente della comunità, presso il Conservatorio di S. Eufemia a Roma; suor Giuseppina Cardone è stata invece eletta priora del monastero di Ostuni (BR) nel triennio 2012-15; infine suor Concetta Mancini l'ho ritrovata in servizio nel 2005 presso l'ospedale civile "Umberto I" di San Marco in Lamis (FG) ma, purtroppo, nel 2021 è stata vittima del covid-19. Tra le suore che più hanno lasciato il segno a Capracotta vi è certamente la croata Karolina Miljak, che ha «visitato e amato» l'asilo nel 1994, in occasione del suo centenario. Suor Karolina, che nel 2020 ha festeggiato i cinquant'anni di monachesimo, è oggi la direttrice nazionale della pastorale per i Rom della Chiesa croata, il cui obiettivo è quello di abbattere il «muro dei pregiudizi e delle discriminazioni» che riguarda quella etnia. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento Arcidiocesi di Foggia-Bovino, Annuario 2005, Ned, Foggia 2005; E. Salvi, Una vita che si trasforma, in «Quel Bell'Ordine di Cose», 42, Adoratrici del Sangue di Cristo, gennaio-febbraio 2016; G. Carugno, Asylum dossier, Capracotta 1994; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Vivere "serenamente" la vecchiaia (II)
Una cultura della vita ama la vecchiaia, perché ne è il suo culmine, non la sua negazione. Il grado di amore per la vita di una civiltà lo rivela nel suo modo di vedere e trattare la vecchiaia. Nel vecchio vede ancora la bellezza del fanciullo e non fa del bambino un idolo. Se non si cura la vecchiaia tutta la vita si appanna. La metafora della vita nelle culture che la amano è l'albero, non la candela. L'albero cresce con gli anni, fiorisce e porta frutti, in genere muore al culmine della sua vita, tornando in dono alla terra che lo ha generato e nutrito. La Bibbia ci insegna a guardare le querce nella nostra foresta, ama troppo la vita per presentarcela come un cimitero popolato da tanti lumini più o meno consumati. La vecchiaia è la grande sfida del nostro tempo. Vivremo in un mondo sempre più popolato di persone vecchie, paradossalmente considerate solo dal mercato, che trasforma tutto in business, creando l'illusione che ci possa essere un invecchiamento diverso dall'accoglierlo e chiamarlo fratello. Forse uno dei «frutti più preziosi delle grandi religioni» era insegnare a soffrire, invecchiare e morire. Un equilibrio tra vita e morte fatto di famiglia, comunità, religione, fede, tempo, spazio, memoria, a contatto con la natura, che insegnava il ritmo della vita e della morte, si è spezzato. Senza una buona cultura della vecchiaia e della morte non si riesce ad avere un buon rapporto con la vita, con la nascita, con i bambini. Il libro del Qohelet nella Bibbia insegna che un saggio, un maestro, che ha “donato al popolo conoscenza”, sente la vocazione di comunicare le proprie intuizioni e scoperte. «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire»: è la sintesi del grande insegnamento biblico. Un tempo della vita che è nelle nostre mani non deve essere per forza tempo di decadenza. «L'etica dei capelli bianchi»: alcuni consigli per una buona vecchiaia. La vita media è aumentata non per caso. Le scoperte scientifiche e l'assetto ambientale hanno prolungata e reso più agevole la dimora dell'uomo sulla terra. La vecchiaia è divenuta uno dei problemi più rilevanti della società contemporanea. È un'età in cui si possono ancora conseguire frutti nella vita. È necessario vivere bene. Se conosciamo i fattori di malattia possiamo evitarli, se conosciamo i fattori di invecchiamento, ci rendiamo conto che non tutto è deterministico, ma dipende molto da noi, dalla vita che conduciamo, dalle nostre scelte e abitudini. Rimanere attivi consente di vivere più lungamente rispetto a chi batte in ritirata. Per vivere bene non è dato disporre incondizionatamente di sé stessi. Questo significa esattamente «essere in armonia con la natura». Più si vive, se meglio ci si amministra. Non fumare, non essere voraci, sono solo semplici esempi: insomma è necessario equilibrarsi. Sono consigli di sobrietà e non di misura, relativi non solo all'igiene alimentare, ma all'educazione del carattere. L'antica medicina greca prevedeva vita lunga, non vita eterna. Per vivere bene bisogna essere capaci di perseguire scopi. Ciò è impossibile quando si spezzano i legami sociali e la desolante idea che tutto debba finire. Chi dà un senso alla vita e alla vecchiaia, rendendola una stagione della vita, la rende una stagione che vale la pena di vivere. «La nostra vita arriva a settanta anni, ottanta se ci sono le forze». Molte cose sono cambiate nei tremila anni che ci separano da questo salmo, che dà autorità di parola di Dio alla sapienza umana. Leggendo la Bibbia si ha l'impressione che la vecchiaia sia una beatitudine, perché la vita è il bene supremo e vivere a lungo fino alla «sazietà dei giorni», può significare pervenire alla sapienza del cuore e assumere una funzione testimoniale per le nuove generazioni. Una vita feconda conclusa nella pace è la massima beatitudine promessa come premio al giusto. La morte è vista come un evento naturale verso il quale camminare senza angoscia e paura. La vecchiaia riceve dalle indicazioni bibliche e in tutte le antiche tradizioni religiose una sapienza e un patrimonio umano e religioso accumulato nello scorrere dei secoli. Questa esperienza diventa arte del vivere e fa degli anziani persone di discernimento capaci di consiglio. L'ultima stagione della vita è caratterizzata dalla diminuzione delle forze, ma accompagnata da un arricchimento interiore, che invita «al rispetto e all'onore». La nonnità: una fase dell'esistenza, il titolo a cui si è maggiormente attaccati. Il nonno e la nonna sono figure cardine in una società che sembra del tutto sconvolta. Un insieme di fattori che richiamano sostegno e comprensione, la vera pietas, che richiamano quella di Ulisse per il vecchio padre Anchise e l'attaccamento verso il figlio Astianatte. Essere nonni significa appostare la propria senilità accanto ad una vita che comincia dal tempo zero. Sono vari i motivi per parlare di questo ruolo. È un'età che ha un proprio ritmo, al di là dei calendari, ed è il tempo dei sentimenti: scorre senza agende e senza riunioni. Il nonno/la nonna sono le figure della comprensione e dell'amore, della calma e della meditazione, del tempo che passa senza avvertirne lo scorrere dei giorni e degli anni. Vive nel mondo da una posizione di confine, che toglie ogni arroganza e superbia, che attribuisce ai sentimenti un ruolo dominante. Sa che l'amore è un grande segreto della vita, una componente che interpreta il mondo con bontà e con la voglia di sostituire la pace alla guerra, alle piccole guerre dentro le famiglie e persino a quelle che si svolgono, per imitazione, trai bambini. I nonni non solo allargano la famiglia ma ne rappresentano la storia, poiché da loro trova continuità nei figli e nei figli dei figli. Possiedono la memoria del proprio padre fino al passato più lontano. Così si tiene insieme la trama di una famiglia, e la si impianta su un nipotino o una nipotina che lasciano intravvedere una nuova tappa verso il futuro. I nonni sono i depositari per eccellenza di un sentimento bellissimo: la nostalgia. La memoria dei sentimenti, il ricordo senza coordinate storiche, staccato perfino dagli eventi storici e dei fatti. Un gesto, una carezza, uno sguardo, un dolore espresso nel silenzio del volto dei propri genitori morti. La nostalgia non sempre ha dignità tra le giovani generazioni. La cronaca e il presente soffocano perfino i sogni. La nostalgia è il legame dei morti che non sono più, ma vivono dentro la memoria. È il sorriso di chi non c'è più, e che si tiene in vita rivivendola. La nostalgia ridona vita ai morti, aiuta a fare sintesi meravigliose di passato e futuro, di un mondo ormai sepolto, che si lega a quello ancora da costruire e che sarà la cornice dei futuri protagonisti. Si scopre questa caratteristica "da nonni"... quando nessuno ti guarda. Per fortuna c'è lei o lui, che ti guarda e si attacca a te sempre, e pare di avere tutto il modo vicino. Pare di avere ancora un compito importante, un ruolo dentro i sentimenti per insegnare i sentimenti, per ricordare che il mondo, mentre corre, non si accorge di cosa non vede e perde. Avere un bambino vicino, che alza il suo sguardo per vedere il viso e pronunziare quel suono nonno-nonna, è un miracolo. Un suono semplice, una lallazione, un balbettio - no-no come ma-ma - attesta la nascita, l'identità di un nuovo essere, una nuova creatura. Nel nostro alfabeto, dalla madre al padre, lui, il nonno è diverso da lei, la nonna, eppure hanno senso soltanto insieme, perché si compensano sempre, sono due ruoli per un'unica funzione, un'unica realtà. I vecchi hanno bisogno dei nipoti, di stare vicino alle vite appena incominciate. Una società che non cura i nonni è una società malata, fortemente malata, inaccettabile. Garantire loro di poter vivere con dignità, perché se hanno un corpo fragile e i muscoli deboli, hanno una fortissima dignità, la dignità umana: sono la memoria del popolo, sono coloro che hanno il senso della storia e della vita, sono un tesoro dell'umanità. Norberto Bobbio: un pensatore del nostro tempo che ha affrontato con serietà i temi religiosi, dalla morte alla vita ultraterrena, ha analizzato la vecchiaia nel testo "De senectute" con uno stile personale, sobrio e convincente. La sua dichiarazione di fede nell'amore, che quieta in qualche modo l'angoscia del dolore, lo sostiene nella sua «stanchezza fisica e psichica» e lo accompagna insieme alla moglie Valeria nelle prove della solitudine. La potenza evocativa, la dolcezza, la freschezza, la forza con cui esprime il suo amore per Valeria, sono costantemente presenti nel suo cuore. Con Valeria, per Valeria, attraverso Valeria ho capito che cosa è la morte e che cosa è l'amore. Ho capito che l'amore è più forte della morte. Lei è presente, è qui nel mio petto. L'uomo Norberto parlava con se stesso, con le sue profondità, che esistono in ogni persona, tanto più vere quanto sono aperte verso l'altro, dove si trova il nostro io più autentico, all'incrocio di memoria, mente, volere, affetti. Amor omnia vincit. Qualcuno potrebbe chiedermi: «Ma tu come vivi la tua vecchiaia?». Direi con una parola che ho una vecchiaia melanconica, intesa la malinconia come la consapevolezza del non raggiunto e del non più raggiungibile. Vi corrisponde l'immagine della vita come una strada, ove la meta si sposta sempre in avanti, quando credi di averla raggiunta, non era quella che ti eri raffigurata come definitiva. La vecchiaia diventa allora il momento in cui hai la piena consapevolezza che il cammino non solo non è compiuto, ma non hai il tempo di compierlo, e devi rinunciare a raggiungere l'ultima tappa. La malinconia è temperata, tuttavia, dalla costanza degli affetti che il tempo non ha consumato. Hegel spiegava così la differenza tra il significato positivo e quello negativo della vecchiaia: «La vecchiaia naturale è debolezza; la vecchiaia dello spirito, invece, è la sua maturità perfetta, nella quale esso ritorna all'unità come spirito». Dicono che «la saggezza per un vecchio consiste nell'accettare serenamente i propri limiti: Ma per accettarli, bisogna conoscerli, Per conoscerli, bisogna certo di darsene una ragione, Non sono diventato saggio. I limiti li conosco bene, ma non li accetto. Li ammetto, unicamente perché non posso farne a meno». Queste ultime parole di Norberto Bobbio aiutano a vivere "serenamente" la propria vecchiaia. Osman Antonio Di Lorenzo
- La scamozza
Tra i verdi pascoli della montagna, in cui la salvia cresce compagna al timo e a' calami d'aneti aulenti, le mucche colmano gravi e pazienti, di latte candido le lor vivaci poppe capaci. Poi dissetatesi in pure fonti, dove si specchiano caldi i tramonti pria che diroccino croscianti a valle, lente s'avviano verso le stalle, empiendo l'aere vasto del loro mugghio sonoro. Là, nella placida siesta, al palato il cibo tornano già trangugiato; e miti aspettano nel pio riposo che il latte a munghere venga odoroso da' lor capézzoli l'esperta mano del buon villano. Ed ecco, gli esili bianchi ruscelli piovono e spumano dentro i mastelli. Già di quel nettare l'onda soave empie d'effluvii l'ambiente grave, e se ne beano l'alma e le nari di gaudi rari. Poi sull'indocile fiamma del foco si solidifica a poco a poco, e l'agil opera d'industri mani la pasta soffice riduce in pani, che prendon subito la forma tozza della scamozza. Berengario Amorosa Fonte: B. Amorosa, Il Molise: libro sussidiario per la cultura regionale, Mondadori, Milano 1924.
- Polvere di cantoria: prove sull'organo di Carunchio
Finalmente, dopo tanto tempo e cogliendo al volo l'ascolto di un concerto tenuto dal maestro Matteo Imbruno, titolare della Oude Kerk di Amsterdam, di cui sono stato allievo in un masterclass, ho avuto modo di visionare e provare l'organo gemello del "Principalone" a Carunchio. Pertanto posso integrare anche le informazioni sul nostro strumento. A Carunchio sono presenti registri che non figurano più sul Principalone ma che sicuramente erano presenti: da giovanissimo organista ricordo ancora le stuccature a copertura degli incastri delle manette di comando soppresse. Tremolo: il comando aziona una membrana oscillante presente nel condotto principale del "vento" (portavento) determinando una oscillazione della pressione per una esecuzione "affettuosa" negli "adagio". Uccelliera: due vaschette dove delle piccole canne immerse nell'acqua ed azionate danno il suono classico del cinguettio. A conferma una foto degli anni '60 dell'organo di Capracotta che mostra alla base delle paraste la presenza di due nicchie ospitanti le uccelliere malamente tappate con pezzi di legno grezzo e nella stessa posizione del gemello di Carunchio. Oggi il restauro più recente ha potuto solo migliorare l'estetica senza ripristinare il registro. Timpani: botta di tamburo creata da un colpo violento di vento in canne predisposte. Tastiere: sicuramente originale con intarsiate sul capotasto il nome delle note in lessico nordeuropeo. I tasti cromatici sono graziosamente istoriati. I pedali sono delle misure tipiche dei D'Onofrio con appoggio a "scarpa". Tale dovrebbe essere stata la tastiera del "Principalone" prima dello sconsiderato restauro nei primi anni '60 con sostituzione mediante una disgustosa tastiera da armonium in plastica e degli pseudopedali moderni. Oggi il preciso restauro del 2000 ha ripristinato una tastiera e la pedaliera con le misure e i materiali originali. Francesco Di Nardo
- Visitare Capracotta
Capracotta è un comune della provincia di Isernia (Alto Molise) quasi confinante con l'Abruzzo, inserito nel circuito dei Borghi Autentici d'Italia e capire il motivo è davvero semplice. Qui, tra tradizioni ed un territorio circostante di rara bellezza, è possibile riscoprire meraviglie ed atmosfere autentiche. Capracotta è un piccolo borgo di meno di novecento abitanti e sorge a 1.421 m.s.l.m. aggiudicandosi il titolo di borgo più alto di tutto il Molise, oltre ad essere uno tra i territori più alti dell'Appennino. La storia del luogo è antica, le primissime e sporadiche tracce, infatti, risalgono al Paleolitico mentre il primo insediamento stabile è riconducibile al IX secolo a.C. Questa è una straordinaria meta dove organizzare sia vacanze estive che vacanze invernali anche perché l'offerta turistica è decisamente ottima. Capracotta è una meta che ha tanto da offrire a chi decide di visitarla, questo a prescindere dalla stagione. L'offerta è infatti ricca ed interessante sia in inverno, quando ci si può cimentare in attività sciistiche e sia durante la bella stagione, il periodo ideale per passeggiare lungo le strette vie del borgo oppure per organizzare escursioni lungo i numerosi sentieri naturalistici, per un totale di ben 130 km., che interessano il territorio del borgo. A tutti coloro che si trovano in visita a Capracotta consigliamo di assaggiare i piatti tipici della tradizione culinaria locale come la pezzata, l'agnello alla menta e la zuppa di ortiche. Come anticipato, Capracotta è nota anche per essere una meta ambita da parte degli appassionati di sci, qui infatti vi sono la pista da discesa di Monte Capraro e le piste da fondo di Prato Gentile. In totale il comprensorio sciistico di Capracotta offre 15 km. di tracciati di differente difficoltà oltre ad impianti per lo sci alpino, mentre sul Monte Capraro vi sono uno skilift ed una seggiovia. Per tali ragioni questa stazione sciistica è adatta sia a chi scia già da tempo e sia a chi si sta avvicinando da poco a questa disciplina, bambini inclusi. Una delle principali e più suggestive attrazioni di Capracotta è certamente il Giardino della Flora appenninica, un orto botanico naturale molto particolare poiché si tratta di uno dei più alti d'Italia, infatti sorge a ben 1.525 m.s.l.m. Il giardino conserva e tutela le specie vegetali della flora autoctona dell'Appennino centro-meridionale ed è strutturato in differenti habitat naturali e sezioni, come: un'area pic-nic, un arboreto, un angolo delle rocce, un angolo delle farfalle, una faggeta, un'abetina, un punto panoramico dal quale si possono ammirare le principali catene montuose dell'Appennino centro-meridionale, l'aiuola delle piante d'alta quota ed anche un sentiero per disabili. La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta di Capracotta risale, nel suo nucleo originario, al XV secolo anche se la versione attuale è frutto del progetto di Carlo Piazzoli da Pigra, nel 1657 quando si decise di ricostruire la chiesa ex novo. La chiesa sorge in posizione dominante rispetto al centro abitato e si presenta in stile tardo-barocco con elementi riconducibili all'architettura rinascimentale. Molto particolare è l'interno sia per la struttura e sia per gli elementi di pregio contenuti al suo interno come, ad esempio, l'organo decorato in oro o la statua lignea della Visitazione della Beata Vergine Maria, realizzata dallo scultore Giacomo Colombo. Tutti gli appassionati di storia ed antropologia, o semplicemente tutti coloro che sono curiosi di saperne di più sulle origini e sulla vita all'interno del borgo, non possono perdere la visita al museo della civiltà contadina e dei vecchi mestieri di Capracotta. Il museo si trova in piazza Stanislao Falconi 1 e la mostra allestita al suo interno offre uno spaccato autentico e suggestivo su quella che un tempo era la vita di Capracotta. Tra costumi tradizionali del luogo, oggetti della vita quotidiana sia lavorativa che casalinga ed antichi documenti, visitare il museo sarà un po' come ascoltare i racconti calorosi di un nonno o un anziano parente. Strettamente collegata col fenomeno della transumanza, tipico di questi luoghi, è la Chiesa di Santa Maria di Loreto, all'epoca inteso come luogo di protezione divina. La Madonna di Loreto, infatti, proteggeva i pastori che si spostavano dai monti molisani verso il Tavoliere delle Puglie e viceversa. Il piccolo santuario è dunque un luogo molto caso agli abitanti di Capracotta e nonostante le ridotte dimensioni, merita assolutamente una visita. Feliciana De Martis Fonte: https://www.voloscontato.it/.
























