LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- In una brumosa sera autunnale un ricordo alla mente
Mons. Geremia Carugno fu Arciprete della collegiata di Capracotta fin dal 1967. Scrittore, artista, sacerdote, studioso ed insegnante. Testimone di un paese che emigrava ma punto di riferimento della Comunità che resisteva. Ammirevole il suo coraggio nella solitudine della canonica. Per me stimolo alla passione per la musica. Fu lui ad incoraggiarmi allo studio dell'organo, e a consentirmi di girovagare sul "passo d'uomo" del "Principalone" (l'organo della collegiata) per mangiarne la polvere e carpirne i segreti e aumentare le mie conoscenze di organaria, nominandomi organista titolare nel 1980. Non solo organista ma anche un figliolo e in questo anche i nostri scontri e diverbi che non facevano altro che aumentare il reciproco profondo affetto. Da giovane medico ricordo i suoi primi acciacchi e il mio ingenuo smarrimento nel comprendere ancora una volta la fragile natura umana. Nel silenzio, e nei racconti di conoscenti, apprendevo il suo affetto e la sua stima verso di me e come apprezzasse la mia disponibiltà ad accorrere per ogni necessità liturgico-musicale, al punto di delegarmi ogni responsabilità nella gestione dell'organo settecentesco. Ancora oggi aspetto che il telefono squilli per una sua chiamata in servizio... Francesco Di Nardo
- Di padre in figlio (IV)
In quel primo anno dalla fine della guerra un famoso letterato in visita a Roma si interessò agli scritti prebellici di Amedeo. Non lo poté incontrare personalmente ma, una volta tornato a casa sulle fredde montagne del Nord, lo invitò subito a fargli visita per qualche giorno. Dopodiché sarebbe partito per un viaggio negli Stati Uniti occidentali e ci sarebbe voluto del tempo prima che tornasse. Tutti i successi di Amedeo erano stati niente in confronto all'invito di questo uomo, ritenuto un genio in tutto il mondo occidentale. Persino i suoi più illustri professori non avevano ricevuto tale onore. I suoi amici, sebbene ricchi, non potevano sperare di esser tanto onorati. A 32 anni, Amedeo si considerava un uomo di successo. Adesso aveva soldi, amici e una reputazione! Il giorno prima che partisse per il Nord, Amedeo ricevette un telegramma da sua madre. Le mani gli tremavano in modo incontrollabile mentre leggeva. Suo padre era morto. Gli veniva richiesto di andare il prima possibile. La mamma aveva bisogno del suo aiuto per i preparativi. Era atteso al funerale il giorno seguente. Lacrime rabbiose di odio gli salirono agli occhi. Ancora una volta suo padre lo aveva rovinato. Era morto nel suo momento migliore per creare difficoltà al figlio. Aveva rovinato tutti i piani di Amedeo, disperdendoli con quelle mani grandi e goffe. L'ultima vittoria era stata la sua. Amedeo inviò un telegramma spiegando la situazione al suo ospite in attesa. E ancora e ancora maledì suo padre. Quando vide per la prima volta sua madre, fu colpito da quanto fosse invecchiata durante gli anni trascorsi. Il corpo era curvo e, quando lei lo baciò sulle guance, le labbra erano secche e ruvide, più morte che vive. Immaginò che a ridurla in quello stato fosse stato il marito. Che fosse infelice poteva dirlo, e chi, se non suo padre, poteva essere stato ai suoi occhi la causa della stanchezza? Amedeo andò da solo a vedere la salma di suo padre. La vista del cadavere non fece che colmarlo di rabbia. Sopraffatto da un senso di disgusto, rimase chino sulla bara aperta e su quel guscio vuoto che giaceva all'interno. Il corpo era immobile e - pensò Amedeo - gonfio e contento della vittoria finale. Gli angoli delle labbra erano leggermente rivolti verso l'alto, come in un sorriso, e Amedeo era osssessionato al pensiero che il cadavere del padre si mettesse ora a sedere per burlarsi del figlio. Ancora una volta avrebbe provato la stessa umiliazione che aveva subito quel giorno di tanti anni fa, quando aveva ascoltato di sotto la risata di suo padre. Si allontanò dalla salma e si precipitò fuori dalla stanza. Al corteo funebre Amedeo fu uno dei portatori della bara. Attraversò il paese dalla chiesa al cimitero. Com'era consuetudine, la gente del paese seguì il corteo funebre dietro la bara, la vedova e le donne anziane davanti, urlando e tirandosi i capelli. Amedeo era disgustato. Durante il viaggio, era turbato dal pensiero che il coperchio della bara si aprisse e il padre saltar fuori e, additandolo, ridere così forte da infettare le persone intorno a lui, che avrebbero anch'esse indicato Amedeo ridendo. Amedeo scosse la testa e la vista gli si offuscò. La sepoltura vera e propria fu un grande sollievo per Amedeo. Era ansioso di tornare a Roma il prima possibile. Durante la cerimonia notò uno sconosciuto che lo osservava. Mentre Amedeo e sua madre stavano uscendo dai cancelli del cimitero, lo straniero li seguì, poi camminò accanto a loro. Piccolo, con la barba nera e una redingote scura che gli copriva quasi tutto il corpo, lo straniero si presentò come il letterato che aveva invitato Amedeo nella sua casa al Nord. Amedeo rimase incredulo a fissare l'uomo. Perché - chiese allo straniero - si era dato tutto quel disturbo? L'uomo sorrise e pose un braccio attorno alle spalle di Amedeo. Aveva sentito della sua grave perdita. Sebbene avesse programmato di lasciare l'Europa, aveva annullato ogni piano e aveva deciso di restare al fianco di Amedeo durante questo momento difficile. Sapeva quanto doveva essere emotivamente sconvolto. Dopotutto, un padre è sempre un padre, il primo educatore di un figlio. Una tale perdita non può essere presa alla leggera! Sì - rispose Amedeo - è proprio vero. John Monaco (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: J. Monaco, From Father to Son , in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.
- Di padre in figlio (III)
La mattina seguente era una grigia domenica. Il vento freddo di montagna sbatteva contro le case imbiancate a calce, soffiava attraverso le soglie e i davanzali difettosi. Dal pulpito il prete annunciò la notizia del trionfo di Amedeo. Al termine della messa, i paesani si diressero lentamente verso la sua casa, dove, con le migliori intenzioni, si congratularono col padre di Amedeo, che rimase completamente sbalordito. Di cosa si trattava, voleva sapere. I sostenitori rimasero sbalorditi. Non sapeva che suo figlio avrebbe studiato a Roma, che aveva vinto l'agognata borsa di studio? Doveva saperlo. Tutti gli altri sì e lui no. Lui non sapeva niente. Era adirato che gli facessero i complimenti e gli altri avvertirono la sua rabbia. Qualcosa non andava in casa. Se ne andarono subito così com'erano venuti. Amedeo entrò un po' più tardi, conscio che il corteo di persone era passato a casa sua. Il padre sedeva davanti al caminetto guardando in silenzio le fiamme. Amedeo gli raccontò la notizia che lui aveva già sentito dalle labbra di tutti tranne che da quelle di suo figlio. Pietro non rispose, rimase immobile. Cosa c'è che non va - chiese Amedeo, fingendosi preoccupato. Ancora nessuna risposta. Sebbene Amedeo si sforzasse di apparire ferito e confuso, sapeva benissimo perché suo padre si comportasse in quel modo. Aveva capito che ogni sua azione aveva un tale effetto: era ciò che stava aspettando. L'ho ridimensionato, - pensò Amedeo - l'ho ridimensionato! Quel giorno padre e figlio non si parlarono. Né il dì seguente. Furono fatti i preparativi per la partenza di Amedeo e i due si guardarono con malcelata indifferenza. Il giorno in cui Amedeo partì per Roma, padre e figlio fecero il gioco dell'addio affettuoso. Il padre abbracciò il figlio. Il figlio abbracciò il padre. Ma nessuno dei due era un illuso. Il padre augurò buona fortuna al figlio. Il figlio buon lavoro al padre. Ma a nessuno dei due importava. La madre di Amedeo, che ci teneva, versò lacrime di dolore riconciliato; pianse ancora di più dopo che suo figlio, in pochi istanti, da figura vivente che salutava sul treno diventò un lontano ricordo. Quella sera apparecchiò la tavola e guardò il marito seduto davanti al fuoco. Questa abitudine, iniziata nei giorni prima della partenza di Amedeo, la mantenne fedelmente giorno per giorno. Apparecchiava la tavola e lui si sedeva. Un giorno lo vide prendere uno dei libri di Amedeo. Le sue lunghe dita callose accarezzavano la rilegatura, la copertina, la carta. Voltò le pagine, le fissò, cercò di capirne qualcosa ma non vi riuscì. Abbassò il volume e distolse gli occhi dalla moglie. La mattina, quando il marito partiva per il lavoro, la donna piangeva per il figlio e la sera Pietro fissava le fiamme, parlando di rado. Nessuno dei due poteva sfogarsi con l'altro. Così passò il tempo fino all'arrivo della prima lettera di Amedeo. Stava bene, studiava sodo e mandava il suo affetto ad entrambi. Questo era tutto. La prima lettera fu simile alle poche che seguirono. Quando Amedeo scese dal binario della stazione di Roma, intuì che una nuova vita aveva inizio, libera dalle tirannie del padre. Qui avrebbe avuto i suoi orari, le sue compagnie. Si vide nel ruolo dell'intellettuale universitario, del mondano romano, del critico culturale, dell'atleta, e come il moderno anello della catena del contributo di Roma alla civiltà occidentale. Come lo incantava la città! Così diversa dal luogo in cui aveva trascorso tutta la vita. Le fontane gli toglievano il respiro. L'arte incatenava la sua anima. Camminava affascinato lungo le strade principali. Per Amedeo via Veneto era il gioiello più grande di tutti. Qui sembrava esserci il maggior numero di tavoli, la maggior parte delle persone, uomini d'affari in abiti scuri e scarpe bianche che sorseggiavano Chivas Regal, sugli ampi marciapiedi tende d'ogni colore che proteggevano la gente dal sole. Giorno e notte, i tavoli erano sempre pieni, gli espressi caldi, le risate squillanti. Questa strada nel cuore di Roma sembrava una città a sé, una città che non dormiva mai. Chiese, piazze, musei, gallerie d'arte, tutto era egualmente sorprendente. Un caldo e soleggiato pomeriggio subito dopo il suo arrivo si fermò nell'atrio principale del museo di Villa Borghese a fissare gli affreschi del soffitto. Una donna più matura con bambini piccoli passò, diede loro un colpetto di gomito e, indicando Amedeo a bocca spalancata, disse loro che quel ragazzo stava catturando le mosche. La loro risata distrasse Amedeo, che subito alzò di nuovo lo sguardo, stavolta a bocca chiusa. Le figure sembravano saltar fuori dal soffitto. Dubitava che fossero dipinte. Voleva che quelle mani tese si avvicinassero a lui, lo tirassero su verso la conoscenza e la comprensione. I primi anni di Amedeo a Roma trascorsero rapidamente e senza intoppi. Dapprima molto timido e senza pretese - ricordava quanto aveva detto padre Cattini a proposito del non dimenticare le proprie origini - iniziò gradualmente ad abituarsi alla vita nella grande città. Studiò duramente, tanto che al terzo anno d'università era considerato da molti dei suoi professori uno dei migliori studenti. Cominciò ad interessarsi alla scrittura d'ogni genere, in particolare alla poesia, e presto acquisì una notevole abilità in quest'arte e una certa reputazione all'interno della comunità accademica. Dopo quattro anni si laureò e poco dopo pubblicò una piccola raccolta di poesie. Pur continuando i suoi studi verso un livello avanzato, fu incoraggiato da amici e professori a continuare a scrivere e non passò molto tempo prima che pubblicasse una seconda, quindi una terza raccolta di poesie. Scrisse una raccolta di saggi su vari argomenti, ma non era in grado di sostenere le spese tipografiche. Tuttavia, aveva scelto bene i suoi amici e questi fecero sì che i soldi non fossero una preoccupazione. Quando Amedeo pubblicò l'ennesimo opuscolo, una brillante discussione sull'ideale utopistico, la comunità accademica romana rimase silenziosamente sbalordita, e presto cominciarono a circolare voci secondo cui l'ultimo lavoro di Amedeo era un originale capolavoro di pensiero, una dimostrazione di puro genio. All'inizio le opere di Amedeo circolavano all'interno del mondo universitario italiano ma pian piano i suoi lettori iniziarono a diffondersi all'estero. Uno dei suoi professori, un esperto linguista, si incaricò di tradurre in inglese le opere di Amedeo. Certo, non raggiunse mai la popolarità di un Hemingway, di un D'Annunzio o di un Conrad; tuttavia la sua reputazione tra le élite di diversi paesi era acclarata. Egli, dopo un decennio a Roma, come aveva ardentemente sperato suo padre, era adesso rispettato. Durante tutto questo tempo aveva trascurato i suoi genitori. Scriveva occasionalmente una lettera ma non andò mai a trovarli, né chiese loro di fargli visita. Suo padre era notevolmente invecchiato. I capelli di Pietro erano da tempo diventati bianchi. Lavorava ancora la sua terra perché non aveva altri mezzi di sostentamento, non aveva altra scelta. I lunghi anni di lavoro e i sacrifici avevano chiesto il loro prezzo. Quando Pietro tornava a casa la sera era sull'orlo dello sfinimento. Ansimando pesantemente, con le mani tremanti, andava direttamente alla sedia davanti al camino. Pensava di rado al figlio e, nelle rare occasioni in cui lo faceva, era come se Amedeo fosse più una fantasia che non un essere umano. Spesso dimenticava persino di avere un figlio. La Seconda guerra mondiale lasciò miracolosamente integri Amedeo e il suo gruppo, forse perché furono tra i primi ad unirsi ai canti di guerra, ad aiutare il governo con gli scritti ad innalzare al culmine il grido di guerra. Durante questo periodo, Amedeo aveva scritto un saggio benevolo nei confronti del "Mein Kampf". Col ritorno della pace, Amedeo fu tra i primi ad accogliere i vincitori e ciò che rappresentavano. Fece sapere che i suoi scritti in tempo di guerra erano stati mal interpretati. Naturalmente non era mai stato un fascista. Aveva solo sperato, attraverso i suoi scritti, di sostenere il popolo italiano nel momento più difficile. Ora che la guerra era finita le menti più distaccate avevano prevalso, la sua su tutte. John Monaco (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: J. Monaco, From Father to Son , in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.
- Di padre in figlio (II)
La mattina Amedeo sedeva al tavolo della cucina e sua madre, insieme a pane e formaggio, gli metteva davanti il latte fresco che gli aveva portato suo padre. Gli piaceva questa colazione, ma spesso non era soddisfatto della semplicità di questo piatto. Dopo colazione raccoglieva i libri di scuola, pronto per partire nel suo cappotto caldo e con le scarpe nuove che il padre gli aveva comprato all'inizio dell'anno scolastico. Prima di uscire, appendeva i libri alla spalla con una cinghia e la mamma gli metteva in mano le due uova che aveva appena bollito. Le teneva una per mano, per tener calde le dita fino a scuola. Lì, seduto al banco, faceva un buco ad ogni uovo e li succhiava a caldo dal guscio come ultima portata della colazione. L'insegnante sarebbe entrato e la giornata avrebbe avuto inizio. Come gli piaceva imparare! Tutto e niente! Che gioia, che rapimento! Che belli i sonetti di Shakespeare! Il "Peter Camenzind" di Hesse gli provocò le lacrime, le fece scorrere veloci e copiose, tanto che dovette coprirsi il viso con le mani per paura che gli altri ragazzi lo vedessero e ridessero di lui. L'insegnante era soddisfatto dell'effetto che la letteratura aveva su di lui. Qualcosa ne verrà fuori da lui - disse al parroco - dobbiamo tenerlo d'occhio. Gli anni passavano, Amedeo studiava e imparava, ma gli sembrava che tutti i successi scolastici fossero conseguenza degli incitamenti del padre piuttosto che esserne la causa. Nei confronti di suo padre Amedeo non si sentiva come un figlio. Certe sere guardava il padre seduto davanti al caminetto, un lato del viso arancione, i capelli scuri sempre più macchiati di bianco. Le sue membra si stavano assottigliando ed era piegato. Notte dopo notte, il papà invecchiava davanti al fuoco e, col passare degli anni, ad Amedeo sembrava che l'ignoranza di suo padre aumentasse. Eppure Amedeo sapeva quanto il padre avesse fatto per lui. Sarebbe morto per il figlio e questo lo faceva arrabbiare. Odiava ancora suo padre tanto quanto quella sera di molti anni prima. Non con la stessa passione: il fuoco ardente si era calmato, ma il calore era ancora lì. Inoltre non sopportava che suo padre dovesse invecchiare a causa sua, rendendolo un martire dell'amore paterno. Così decise di rifiutare quell'amore. Non poteva esser prigioniero dei sogni del padre! Amedeo aveva diciotto anni quando ricevette la lettera dal vescovo della sua diocesi. Il messaggio lo informava che la sua carriera era stata a lungo oggetto di interesse per certe persone di certuni luoghi. A quanto pare era meritevole di una borsa di studio per continuare i suoi studi a Roma. Era meglio dichiararsi subito o accettare il premio? Il giovane, felice, rifletté per un po' sul suo successo prima di rispondere. Era molto onorato - scrisse - di essere così altamente stimato da coloro che erano tanto superiori a lui. Naturalmente sarebbe stato disponibile e grato ad accettare il premio. Sarebbero stati così gentili da fargli sapere quando era previsto? Era pronto a partire per la Capitale in ogni momento. Non disse nulla ai suoi genitori. Avrebbe voluto dirlo a sua madre, ma sarebbe corsa subito dal marito, e Amedeo voleva che suo padre fosse l'ultimo a saperlo. Voleva negare a suo padre il piacere di vantarsi con tutti di suo figlio, plasmato, così pensava, dal suo metodo illuminato. Soprattutto voleva che suo padre provasse la stessa umiliazione che aveva provato lui quel giorno in piazza! Il rettore della scuola fu il primo con cui Amedeo si confidò. Ai suoi occhi padre Cattini era il responsabile della sua educazione, l'uomo che Amedeo desiderava fosse suo padre, l'uomo che voleva compiacere. Il minuscolo sacerdote era felicissimo che il suo allievo preferito potesse accedere all'università. Lì, ne era sicuro, Amedeo avrebbe primeggiato e portato notorietà sia a se stesso che a Capracotta. Gli brillavano gli occhi mentre applaudiva fragorosamente il giovane, aprendo una bottiglia di vino rosso pescarese, che molti in Italia dicono essere il migliore del mondo, aggiungendo che quel vino era destinato ai suoi migliori amici per le occasioni più speciali. Quelle lacrime contro cui Amedeo aveva lottato così tanto minacciavano di diventare nuovamente fastidiose. Silenziosamente, ripeté quelle preziose parole: solo per le occasioni più speciali! Solo ai suoi migliori amici! Che onore, che gioia provava a sentire padre Cattini che proferiva simili parole in sua lode. Amedeo scrutò ogni angolo della stanza. I mobili erano grandi e scuri, caldi e confortevoli. Le pareti erano ricoperte, scaffale dopo scaffale, di volumi colorati d'ogni genere in pelle di vitello. Tra i tanti libri vi erano minuscoli quadri incorniciati, sculture e ricordi d'ogni tipo. Quant'era più attraente delle nude e fredde pareti in pietra di casa sua! Come sarebbe stato felice se questa fosse stata la sua casa! Padre Cattini versò il vino pescarese in calici di finissimo cristallo di Vienna. La mano di Amedeo tremò nell'accettare il bicchiere. Il prete fece sedere Amedeo sulla sua sedia vittoriana, estraendone una di legno per sé. Accovacciato in avanti, posando le mani sulle ginocchia del giovane, voleva parlargli di qualcosa di molto serio. La sua voce assunse un tono più basso e più grave. I suoi occhi fissarono quelli di Amedeo mentre iniziava a parlare. Padre Cattini parlò di una guerra ancora fresca e tormentosa negli animi di molti, di una insoddisfazione dilagante nella Nazione, di gente depressa e affamata. C'era stato chi aveva colto l'occasione che si era presentata quando il confine tra caos e stabilità si era fatto più labile. Erano uomini pericolosi. Per Amedeo sarebbe stato saggio evitarli, doveva essere un nemico della loro empia chiamata, del loro canto di odio! Amedeo rimase a bocca aperta. Come appariva diverso padre Cattini solo pochi istanti prima. Amedeo promise al prete che sarebbe stato attento. Non doveva preoccuparsi di lui. Padre Cattini gli sorrise, ma continuò cupo a parlare. Amedeo deve mantenere la calma, non deve dimenticare chi è e quali sono le sue origini, per non perdere di vista ciò che è vero e giusto; se ciò dovesse accadere, vuol dire che l'istruzione non è servita a nulla, è solo una decorazione su una torta posticcia. Amedeo rimase in silenzio. Capì l'importanza del sermone ma non sapeva cosa farsene. Il prete bevve del vino, poi continuò. Non c'era nient'altro che un povero prete di campagna potesse fare per un giovane tanto promettente se non augurargli buona fortuna e assicurargli il suo aiuto e la sua amicizia in ogni momento. Inoltre gli offrì l'uso della sua biblioteca; i bei volumi rilegati in pelle erano di Amedeo oltre che suoi. Poteva usarli ogni volta che voleva. Nella sua mente Amedeo sentì il contrasto tra questo prete calmo ed intelligente e suo padre, goffo, ignorante e rozzo. Padre Cattini chiese se lui e i genitori sarebbero andati a cena con lui quella sera, o la prossima, e il cuore di Amedeo sprofondò. Suo padre? Portare il suo rozzo padre a cena con un uomo come padre Cattini? Non poteva e non voleva! Per il padre di Amedeo l'invito sarebbe stato un'occasione memorabile, invitando un povero contadino a cenare con forse l'unico uomo veramente colto di Capracotta. Una cosa da raccontare ad amici e parenti. Che gran cosa! Quanto sarebbe stato felice se Amedeo fosse tornato a casa quella sera per dirgli del desiderio del prete di cenare con loro, e invece Amedeo disse subito al prete che il padre sicuramente non avrebbe accettato l'invito. Suo padre si sarebbe sentito a disagio fuori casa. Inoltre, era passato un po' di tempo dall'ultima volta che aveva partecipato alla messa, quindi sarebbe stato imbarazzante incontrare il prete. Padre Cattini si disse dispiaciuto di tale situazione e aggiunse che la sera seguente voleva comunque vedere Amedeo. Questo invito il ragazzo lo accettò di buon grado. Quella sera Amedeo tornò a casa e trovò suo padre che cenava con molto appetito. Quando vide il figlio, lo spinse su una sedia vicina, gli versò un bicchiere di vino e lo fece bere. Questo ti manterrà sano - disse. Amedeo stava diventando troppo magro e, se si fosse improvvisamente ammalato, tutto il suo studio sarebbe stato stato inutile. Amedeo non disse nulla della borsa di studio. John Monaco (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: J. Monaco, From Father to Son , in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.
- Di padre in figlio (I)
Il padre di Amedeo sedeva al tavolo di sotto e vide la faccenda sotto una diversa luce. Insieme a sua moglie ebbe un incontrollabile impeto di risa nel descrivere come era arrossito in viso il figlio. E poi, quando gli aveva chiesto perché non fosse a scuola come avrebbe dovuto, quanto era stato veloce Amedeo a inventare una scusa. E che bella scusa! Era andato a scuola, si era sentito poco bene, era stato giustificato e stava tornando a casa. Nonostante il rossore che gli scuriva le guance e il modo in cui la voce aveva tremato mentre si spiegava, suo padre avrebbe potuto anche credergli. Sì, suo padre avrebbe potuto quasi credergli ma il motivo per cui non lo fece era semplice. Anche per il più sciocco degli uomini è incredibile che un'uscita anticipata da scuola per malattia finisca nella piazza del paese con un gelato come cura! C'era dell'altro. Il ragazzo non era nemmeno solo. Molti dei suoi amici, ognuno con un gelato in mano, stavano lì con lui. Suo padre lo aveva fissato - gli occhi più stretti ma maggiore l'intensità dello sguardo - e poi aveva chiesto se anche i suoi amici si fossero ammalati, tutti insieme, e se ci fosse nel gelato una qualche magica proprietà curativa di cui egli non era a conoscenza. Non tentò più di rispondere, sarebbe stato inutile. Quel giorno suo padre non si sarebbe fatto ingannare e, se avesse insistito con la sua verosimile scusa, sarebbe riuscito solo a farlo infuriare. Amedeo si arrese. La madre di Amedeo ascoltava col sorriso sulle labbra mentre suo marito le raccontava come aveva afferrato la punta dell'orecchio destro del ragazzo e lo aveva condotto fino a casa. – Che bel ragazzo che abbiamo! – Disse a sua moglie, a voce bassa – Che bel ragazzo che abbiamo! Il pensiero di quelle guance rosse, floride di salute come le rose, non smetteva mai di dargli gusto. Si chinò verso sua moglie, allungò la mano e le pizzicò una coscia, ridendo quando lei, scherzosamente, gli schiaffeggiò la mano per tenerla alla larga. Non riusciva a smettere di parlarle del ragazzo. Che ragazzo intelligente! Che ragazzo meraviglioso! Così allegro e simpatico! Un ragazzo del genere poteva solo rendere orgogliosi i suoi genitori un giorno. Era ancora giovane, forse avventato e impulsivo, ma se rimaneva sulla retta via, un giorno Amedeo sarebbe diventato famoso. La moglie gli rispose che aveva ragione. Aveva il suo stesso sentore ma voleva che il marito fosse meno rude col ragazzo. Non era bello essere sempre così duri con lui. Pietro sorrise all'ansia della moglie e promise che sarebbe stato un po' più morbido. Era abbastanza sincero ma sapeva che sarebbe stato difficile. Pensò a come la durezza della vita avesse posto fine alle sue aspirazioni. Sono un semplice contadino, come milioni di altri semplici contadini. Forse più semplice degli altri, pensò. Poiché egli aveva fallito, avrebbe offerto a suo figlio un'opportunità. La strada per il successo, lo sapeva, era l'istruzione. L'uomo istruito gode del rispetto di tutti e, così facendo, avrà amici in tutti i meritevoli impegni che affronterà. Per lui non c'era più speranza di ottener rispetto se non da sua moglie, che amava, e da suo figlio, che pure amava. Sì, caro papà, mi hai reso ciò che sono - diceva Amedeo. Quella sera Amedeo si sdraiò sul letto ad ascoltare suo padre di sotto. Lo sentì ridere; lo odiò. Sebbene non potesse sentire quello che veniva detto, immaginò che stessero ridendo di come fosse stato imbarazzato di fronte ai suoi amici. Come dovevano aver riso mentre il padre lo trascinava via! Vide i ragazzi seduti sulla panchina di pietra, col mento sporco di cioccolato, che ridevano a crepapelle. Come poteva mostrarsi di nuovo a loro? Suo padre lo aveva condannato all'emarginazione! Mai prima d'ora suo padre era sembrato così primitivo. Esser soggiogati da un tiranno del genere rendeva più auspicabile morire piuttosto che vivere. La bestia che aveva dentro poteva essere uccisa! Quando sarebbe finito tutto? Con la sua morte o con quello di suo padre? Al mattino, il padre di Amedeo si alzava prima dell'alba per recarsi in una vicina fattoria dove svolgeva il lavoro assegnatogli. Il suo lavoro era pesante. Dopo un'abbondante nevicata, avrebbe dovuto lottare per sgomberare un sentiero fino alla fattoria e sarebbe sprofondato sotto il carico della legna che portava in casa dal capanno. Ma mentre lavorava, si sarebbe riscaldato grazie alle speranze per suo figlio. Lavorava per Amedeo! In cambio del suo lavoro, gli venivano date uova fresche e latte, a volte formaggio, noci e frutta. In rare occasioni, il contadino gli dava persino dei soldi e gli versava il cognac in un bicchierino. Pietro lo beveva lentamente e subito si sentiva più forte e caldo. I suoi occhi si inumidivano davanti alla bontà di queste persone, non ricche ma di buon cuore. Non avevano bisogno di pagarlo per fare queste faccende: avrebbero potuto cavarsela anche da soli. Il contadino aveva tre figli belli e in salute. Le faccende che svolgeva ogni mattina sarebbero state leggere se le avesse divise con loro. È gente caritatevole che non mi fa sentire come uno che accetta la carità ma fa sì che io mantenga la mia dignità. Li avrebbe ringraziati per la cortesia distogliendo lo sguardo, poi sarebbe tornato a casa prima che Amedeo si alzasse dal letto. Avrebbe fatto preparare alla moglie il cibo portato dalla fattoria, cosicché Amedeo avrebbe avuto l'energia per affrontare i rigori d'una giornata scolastica. Poi avrebbe coltivato il piccolo appezzamento che suo padre gli aveva lasciato tempo addietro a una bella distanza dalla città. Molti altri uomini sarebbero stati contenti di aver adempiuto alle loro responsabilità di padri consegnando un pezzo di terra ai loro figli ma al padre di Amedeo questa terra era bastevole solo per mantenere il cibo in tavola e pagare la scuola del ragazzo. Mentre il padre avrebbe percorso le tre miglia da casa fino al paese con un paio di stivali che indossava chissà da quanto tempo, Amedeo si sarebbe alzato e si sarebbe diretto in cucina dove le fiamme del camino avrebbero ruggito. Mentre aspettava la colazione ne sentiva il calore sulle guance e, di tanto in tanto, rimestava i ciocchi di legna da ardere. Le mattine a Capracotta erano sempre fredde, sia d'estate che d'inverno. Amedeo era fortunato perché un giorno il padre aveva percorso le dieci miglia per Campobasso e, grazie ai risparmi mensili dei suoi lavori notturni, aveva comprato al figlio un bel cappotto di pelle foderato di calda pelliccia. Aveva sperato di prendere qualcosa di poco costoso anche per sé, per tenersi al caldo durante le sue lunghe passeggiate mattutine, ma il cappotto per il figlio era costato tutto quel che aveva. Poco male. L'importante era che Amedeo fosse protetto dall'aria gelida e malsana. John Monaco (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: J. Monaco, From Father to Son , in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.
- Memoria sul Movimento Uomini Casalinghi
Il futuro non ha bisogno di rivoluzioni. Il futuro ha bisogno di un nuovo esperimento! [Osho] Fatalità volle che dopo tanti anni durante i quali Antonio D'Andrea mi aveva invitato a visitarlo a Capracotta, finalmente, per merito della mia compagna Caterina Regazzi, andai finalmente nella cittadina molisana. La cosa avvenne in un momento estremamente auspicioso, sotto il disco blu della Luna Blu, la seconda luna piena del mese di agosto. La Luna Blu infatti si mostrò il 31 agosto del 2012, e quello è stato il momento in cui abbiamo potuto ammirare la 13ª Luna Piena (evento alquanto raro che avviene solo in alcuni anni) ed incontrare Antonio nella sua casa. La Luna Blu viene considerata messaggera di sorprese, buone notizie e grandi gioie. Ed infatti così fu... Fatalità, ancora fatalità, volle che durante la permanenza a Capracotta parlassi con Michele Meomartino, il segretario di "Vivere con Cura", il quale mi annunciò la sua intenzione di scrivere un libro-memoria sull'esperienza di vita di Antonio D'Andea, partendo dal suo impegno con il Movimento degli Uomini casalinghi. Al che non potei fare a meno di rammentare che 20 anni fa al Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata si compiva il rito del primo festival nazionale del Movimento uomini casalinghi. Una memoria giornalistica del fatto l'ho conservata nel nostro archivio storico, dove sono stipati migliaia e migliaia di articoli sugli eventi da noi vissuti. In particolare quel primo festival casalingo al maschile attirò l'attenzione di tutti i giornali e riviste nazionali oltre a tutte le reti radio-TV nazionali e locali, ma non posso riportare tutto, ovviamente lo spazio a mia disposizione non me lo consentirebbe... ma leggete cosa scriveva Antonello Palieri dell'ADNkronos su quell'evento: Roma, 1 set. 1994 – Il momento è giunto. Il "Movimento uomini casalinghi" tenta di realizzare una fondazione e di definire una strategia sindacale per tutelare la categoria. Luogo, il centro antico di Calcata (Viterbo), sopravvissuto agli ordini di demolizione del ministero dei Lavori pubblici e infine diventato sede permanente di una comunità di artisti, ecologisti, vegetariani e liberi pensatori. L'appuntamento - anche per i non addetti ai lavori - è al circolo vegetariano in piazza Roma 22, nel centro storico di Calcata. L'incontro era stato programmato come "Primo congresso nazionale dei casalinghi-maritati e scapoli che si dedicano per scelta o per necessità alla cure domestiche", poi si è preferito un festival. Gli artisti di Calcata sono riusciti infatti a imporre un loro modello contro «ogni tentazione politico-burocratica». In apertura del Festival, Antonio D'Andrea, fondatore del Movimento uomini casalinghi, e Paolo D'Arpini, presidente del Circolo vegeteriano VV.TT., presenteranno un'edizione speciale del "Bullettin-Calcata" dedicata alla «storica rivendicazione». Sarà poi inaugurata la mostra "Il cavalluccio marino: quando è lui a rimanere incinta. 25 pannelli sul ruolo materno dei maschi". Saranno anche proiettate diapositive sulle «pratiche conviviali degli uomini casalinghi» e sarà «analizzato il testo "Vivere con cura" di Emanuela Rodriguez». Infine sarà discussa la «proposta di aprire a Calcata una comunità per uomini di casa». Vorrei però aggiungere altre mie memorie personali su alcuni degli aventi vissuti assieme ad Antonio D'Andrea nel corso dei vent'anni di conoscenza. Ad esempio il 15 settembre 1996, presente Antonio, ci battemmo per il riconoscimento di un nuovo ordinamento regionale basato sul "bioregionalismo" (luoghi riconoscibili per le affinità culturali, dialettali, della flora e della fauna) e su effettive automonie locali. Il 15 settembre, lo stesso giorno dell'imbarazzante "uscita fluviale" di Bossi, noi riproponemmo l'Italia dei bioregionalismi e del federalismo effettivo che «unisca nel nome d'Italia - ma nel rispetto autentico delle autonomie - e non separi quanto è stato unito attraverso drammatiche e secolari vicende». Lo riproponemmo sull'altra sponda del Po, in una manifestazione a San Benedetto del Po, per rilanciare il modello etrusco come metodo di aggregazione federalista in chiave bioregionale. Mentre Antonio aveva allestito il banchetto con i suoi saponi naturali e le riviste di "Vivere con Cura" io giravo per il campo a discutere con i vari convenuti e giornalisti. Infatti in quella occasione conquistammo anche un occhiello in prima pagina su Repubblica e diversi articoli su altri quotidiani nazionali. Tornando al Movimento uomini casalinghi sento lo stimolo di esprimere le motivazioni che mi spinsero ad aderire, sono motivazioni umane, essendo io stesso un casalingo e ragazzo padre, forse il primo in Italia ad avere avuto (nel 1985) l'affidamento ufficiale di mio figlio Felix (da quando aveva un anno e mezzo) ed anche per ragioni culturali per i miei interessi ecologici e spirituali. In questo contesto, secondo me, occorre "inquadrare" la cultura femminista in un panorama più ampio che è quello dell'integrazione fra il maschile ed il femminile, osservando anche i passi fatti in tal senso nelle antiche civiltà d'Oriente e d'Occidente e nella società presente, attraverso il superamento dei canoni legati al genere. Infatti, secondo me, non soltanto è necessaria una pratica paritaria in vari ambiti della vita quotidiana, ma occorre cercare ispirazione anche nella compartecipazione vissuta in vari contesti di civiltà umana. Ricordo qui ad esempio la teoria della pansessualità espressa dallo studioso Peter Boom, con cui lavorai assiduamente per assicurare alla sessualità una valenza universale senza preferenze di genere o di modi espressivi. Ma non posso far a meno di considerare quei modi che mi hanno aperta la strada della ricerca in quell'affascinante mondo popolato al femminile, che nei miei sogni innocenti considero una sorta di paradiso terrestre. Ma dal paradiso terrestre siamo stati scacciati, almeno così dice la Bibbia, forse però questa è solo una assunzione "religiosa" - magari anche un po' pretenziosa - poiché sulla terra ci siamo ancora e forse potremmo immediatamente ritrovarci in quel "paradiso perduto" il momento stesso che la nostra vita trovasse l'armonia fra uomo, natura ed animali. Prima di tutto, però, quel che è da riequilibrare è il rapporto fra i due generi della nostra specie, il femminile ed il maschile... Yin e Yang, come dicono i cinesi, sono le due forze interconnesse, Terra e Cielo, che creano il mondo... Ma non voglio solo parlare di cultura cinese, vorrei qui approfondire il discorso sulla cultura pre-patriarcale e di come viene descritta dai vari ricercatori che si occupano di questo tema. Vediamo infatti che negli studi su alcune società egualitarie, questa armonia fra il maschile ed il femminile, definita "matrismo" (talvolta "gilania"), dal punto di vista etimologico non è il «potere delle madri» contrapposto a quello dei padri (patriarcato), bensì la comprensione che in queste società evolute si tiene in alta considerazione la funzione materna come principio intorno a cui si organizzare la società, essendo il rapporto d'amore e di cura madre-figli l'aspetto fondante ove non esistono le gerarchie tipiche del patriarcato. Nell'incontro equanime fra i generi non c'è il dominio, il valore centrale è il rispetto delle differenze, per cui non esiste la disparità. Questa armonizzazione rappresenta un'alternativa praticabile al patriarcato maschilista. E non comporta la femminilizzazione dell'uomo o la mascolinizzazione della donna, bensì l'armonia fra le funzioni maschili e femminili. Ma non dimentichiamo le battaglie odierne per la parità dei diritti, a forza di dai e dai, con vari incontri nazionali, convegni, etc. finalmente le istituzioni si mossero e dal maggio 2011 una sentenza della Cassazione ha stabilito che anche i mariti delle casalinghe possono godere di un periodo di allattamento. Quasi una piccola rivoluzione. E che la rivoluzione avvenga, così si possono raggiungere maggiori traguardi e tutele familiari. Paolo D'Arpini Fonte: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/ , 20 gennaio 2013.
- Amore e gelosia (XIII)
XIII Un leggero venticello si era alzato che risaliva gli scalini di San Giovanni in Parco, su su fino ad impattare nelle due figure di Elisa e Salvatore che si erano addossati al parapetto della terza rampa: Elisa leggeva i versi del suo fidanzato, lui, il grande poeta, attendeva con un po' di emozione il suo giudizio. Li aveva scritti in una sola notte. Tiene mente sta palomma cumme gira, cumm'avota, cumme torna n'ata vota sta ceroggena a tenta'... C'era tutta Elisa in quelle parole messe insieme con arte e talento, c'era la sua bellissima ragazza nocerina che con il suo riso, i suoi sguardi gli aveva incendiato il cuore di amore e gelosia. Ed ora eccola lì a leggere: chissà se sarebbe stata tanto perspicace da intuire i suoi tormenti, le sue fantasie! E se sì, che cosa avrebbe fatto? avrebbe riso di lui? Elisa finì di leggere e gli porse il foglietto dove i versi, vergati dalla penna ad inchiostro di don Salvatore, spiccavano vividi sul bianco del foglio. – E allora? – chiese lui, un po' indispettito dal silenzio della ragazza. La bella giovane alzò gli occhi e lo guardò diretta: due lacrime le solcavano le guance, scendevano lungo le gote fino a bagnarle la bocca. – Salvatore... grazie! L'uomo non capì. – Come hai detto, che cosa... Fu un attimo, poi un profumo intenso di donna, uno sventolio di abiti e di trine, un cappello che rotolava per gli scalini e un corpo flessuoso lo investirono, lo abbracciarono e lo fusero in un tutt'uno. – Grazie, grazie per avermi scelta, per aver fatto di me il tuo amore! Mi sembra ancora un sogno, tu che scrivi versi così belli, così meravigliosi, mi ami! Dio mio, sono la donna più felice del mondo! Don Salvatore si sentì sollevato in aria, galleggiava, lievitava, gli sembrava che tutto fosse possibile: avvolto in un tenero abbraccio dalla sua Elisa, la strinse a sé con forza e con tenerezza allo stesso tempo e, finalmente, pose le sue labbra su quelle della ragazza che ricambiò al punto di schiudergli la bocca e consentirgli di violare il profumo del suo alito e il mistero delle sue labbra. Non se ne resero neanche conto, due vecchie signore scendevano i gradini, li videro, li scansarono e si ritrassero: una delle due, la più acida commentò: – Che vergogna! La vedi, chella è Elisa, 'a figlia del giudice! Se sta vasanne cu chille omme! Mmanche pe scuorne! L'altra, con dolcezza rispose: – Statte zitte Titi'! Quello è amore, quello che tu non hai mai conosciuto! E chille, si nun 'o sai, è Salvatore di Giacomo, il poeta! E si allontanarono. Francesco Caso
- La casa rurale negli Abruzzi
Nel grande regno dell'antica dimora appenninica di alta montagna a scala generalmente interna, abbiamo quindi a sud della Maiella una piccola isola pescolana, a 1.400 metri di altitudine, nella quale la scaletta in pietra suole svilupparsi fino al primo piano esternamente - come alla Rocca di Calascio, m. 1.460. Le particolari esigenze climatiche (alludo alle bufere di neve) e lo stato d'isolamento possono essere sufficienti per giustificare una tale anomalia, ma è probabile che agiscano anche altre cause naturali, storiche ed etniche di meno chiara interpretazione. Allo stesso modo, sembra il prodotto di una evoluzione locale, particolare, la casa del grosso centro di Capracotta, il più alto del Molise: Pescocostanzo e Capracotta distano in linea d'aria appena una quindicina di chilometri l'uno dall'altro, ma sono divisi dalla profonda incisione del Sangro. A Capracotta è possibile riconoscere, tra le ricostruzioni di guerra, un superstite tipo arcaico turriforme di casa in pietra squadrata, a base rettangolare, a tre o quattro piani, con tetto displuviato a capanna, fortemente inclinato e ricoperto di lastre. Si allega una fotografia a titolo documentario. Mario Ortolani Fonte: M. Ortolani, La casa rurale negli Abruzzi , Olschki, Firenze 1961.
- La visita del prefetto Vincenzo De Felice
Capracotta, 23 Settembre 1885. La mattina del giorno 20 Settembre, dalle ore 12 m., il nostro paese era già in moto per la venuta dell'Illustrissimo Sig. Prefetto della Provincia: l'on. Deputato Commendator Nicola Falconi, s'avviava alla volta degli Staffoli insieme a molti ragguardevoli signori. Alle 4 p.m. le tre società - degli artigiani, de' vetturali e de' pastori - eran pronte per il ricevimento: i soci delle due ultime, in numero di circa 130, montati a cavallo, e preceduti dalle rispettive bandiere, sfilarono in bell'ordine e s'andarono a schierare nel bosco di Vallesorda, alla distanza di circa 5 km. dall'abitato. Gli artigiani, poi, con 90 piccole bandiere, oltre quella della società, condotti dal presidente Sig. Di Ciò Pasquale, essendo l'egregio Presidente, Sig. O. Conti, da più tempo malato, aspettavano insieme a tutte le autorità del Comune, corpo (?) dei Reali Carabinieri e guardie municipali, forestali e rurali, alla distanza di 1 km. circa, dinanzi alla cappella della Madonna. Battono le 6 pom., ora in cui s'era detto che l'onorevole Prefetto si sarebbe trovato nel nostro Comune, e vecchi, donne, ragazzi son tutti fuori di casa. Tutti, s'aspetta con impazienza fino alle 8 pom. La serata su queste nostre montagne era veramente incantevole: non tirava un alito di vento, e il paese rischiarato dalla luna, tutto illuminato e imbandierato, con un via-vai di gente, aveva l'aspetto di una piccola cittaduzza. Finalmente, e tutt'ad un tratto, verso le 8 e mezzo si ode un rumore e uno scalpitar di cavalli; grida di gioia che crescono sempreppiù, e società, carrozze, cavalli sfilano con bell'ordine per la strada S. Antonio, che può dirsi il nostro corso, e in mezzo alle società, il Prefetto, l'on Deputato Falconi, l'Intendente di Finanza, il Capitano dei R. Carabinieri e molti altri signori. Dietro segue un'immensa folla plaudente, e tutti, alle grida di viva il Re, la Regina, il nostro Prefetto, il Deputato Falconi, dopo di aver accompagnato il Capo della Provincia e gli altri signori in casa del Comm. Falconi, collo stesso buon ordine si ritirano. Alle 10 pom. parecchi dilettanti di musica eseguirono una serenata sotto le finestre dell'on. Deputato, della quale il Prefetto rimase compiaciutissimo. Un bravo di cuore all'egregio Sig. G. Falconi che seppre benemente concertarla. La mattina del 21, il Comm. De Felice, da quel valente Amministratore che è, visitava l'Ufficio Municipale, gl'Istituti di beneficenza, la Chiesa e le Carceri ecc., e poscia, con isquisitezza e nobiltà di modi tutti proprii, ricevute le rappresentanze di parecchi Comuni, s'informava da esse minutamente dell'andamento dei varii rami della pubblica Amministrazione. Verso le ore 3 pom., accompagnato da oltre 100 persone, ascendeva sul monte Campo, contrafforte dell'Appennino abruzzese, sulla cima del quale si scoprono all'interno sette provincie e le isole Tremiti, e dove, nel 1825, salì il principe Francesco 1° di Borbone. Il giorno, 22, verso l'una pom., accompagnato dalle società e da molti signori, accettava da questi bravi cittadini il saluto d'addio e l'augurio d'un felice viaggio. Raffaele Conti Fonte: R. Conti, Corrispondenze della Provincia , in «Aquilonia», II:19, Agnone, 3 ottobre 1885.
- Capracotta nella Treccani
Comune della provincia di Campobasso (43.32 kmq.). Il capoluogo è una grossa borgata situata in zona montana e boscosa, a 1.421 m.s.m. È quindi uno dei centri abitati più alti della penisola, noto come stazione climatica estiva. L'abitato vanta bei palazzi e alberghi. Si coltivano grano, orzo, patate, legumi. Tra i boschi si aprono prati naturali e artificiali per le greggi ovine e bovine, che danno ricercati prodotti, e frequenti carboniere che formano una delle principali industrie. In paese le donne sono occupate nella filatura e tessitura di lane. Per l'altitudine, per la magrezza del suolo, per l'emigrazione permanente, Capracotta non è stata mai molto popolosa: nel 1800 aveva appena 1.170 abitanti; dopo un secolo erano 2.850 e nel 1921, 3.072, di cui 2.812 nel centro. Notevole l'emigrazione temporanea. Capracotta è unita da automobili alla stazione di S. Pietro Avellana (km. 12) sulla Sulmona-Isernia. Paolo De Grazia Fonte: Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti , libro VIII, Treccani, Roma 1930.
- I poveri cristi
Sulla montagna di Capracotta ricoperta d'un interminabile bosco d'abeti, c'imbattemmo in un gruppo di ex prigionieri inglesi. Sentendoci nel bosco fuggirono con tintinnio di gavette. Noi dapprima incerti, per il colore intravisto delle divise e quel suono. Poi a ricercarli con pungente curiosità. Apparve tra gli alberi una bassa costruzione simile a una cappella: dal tetto s'alzava un tenue pennacchio di fumo. Era, come apprendemmo poi, la cella abbandonata d'un romito, e in quella abitavano gli ex prigionieri. Li rassicurammo entrando; mostrammo loro, sulla cartina, il punto più vicino cui secondo la radio erano arrivate le loro truppe. Ma non comprendevano una parola d'italiano e non conoscevano l'uso della cartina. Avevano un aspetto dignitoso e mediocre, e noi ci meravigliammo quando uno, pesante di corpo, ringraziandoci nella sua incomprensibile lingua delle notizie, usò un'aria che indubbiamente era di degnazione. – Che tono! – dissi. – Sarà per scherzare – disse Antonio, ben lontano dal reale, come compresi tempo dopo – chissà... forse a causa della loro fuga di poco fa. È evidente, del resto, che qui li ha accompagnati l'umanità dei nostri civili, e ve li mantiene indifesi come bambini. Ci fecero pena: uno specialmente, un rosso malcresciuto dal volto lentigginoso, che ci guardava con gli occhi spalancati e le labbra aperte, e quando chiedeva qualche spiegazione agli altri otteneva solo brevi risposte. – Deve essere venuto su stentando, nella miseria di qualche sobborgo industriale – pensai – con quella carnagione scialba; poi l'hanno buttato ad agitarsi anche lui nella macina della guerra, di cui nulla capisce. Simile a una foglia smorta che il tempo invernale abbia strappata al ramo su cui stentamente crebbe, il vento la rimescola alle innumerevoli altre, così egli si agitava in mezzo agli altri con inconsapevolezza. – Se lo pigliano i tedeschi, quello sono capaci d'impiccarlo – disse Antonio – povero Cristo! A Pretoro ci era stato detto che, essendo l'alto paese di Capracotta luogo di villeggiatura, v'avremmo trovato alberghi per riposarci. Dei luoghi di villeggiatura aveva infatti la riduzione di tutto a superficie e la sgargiante monotonia. Per non molti giorni ancora, perché i tedeschi lo compresero nella fascia di terra bruciata antistante le loro linee invernali, e dentro pochi mesi del paese non sarebbe rimasta pietra su pietra. Ma gli albergatori, che in quei giorni ospitavano molti sfollati dalle città, si rifiutarono di riceverci. L'unico che ci ricevette, ben pasciuto, cercò sgridarci; gliene togliemmo subito la voglia, ma: – È meglio la povera gente – dicemmo. – Dovevamo pensarlo che non ha niente a che fare con noi questo ambiente dalla stupida faccia compiaciuta, la quale si ripete in ogni parte del mondo. Era come un viso grasso dipinto su un cartellone, che continua ad essere ottimista anche quando le crepe lo spaccano e va a pezzi, né può fare diversamente: derisore stupido e tragico di se stesso. Molti luoghi e classi di persone, nel mondo, sono oggi in una tale condizione. Ce ne andammo nella parte più bassa del paese, dove le massicce casette molisane erano come dovunque. Dormimmo per terra, in una cucina. Vi regnava un'incredibile sporcizia: grappoli di mosche erano appese al soffitto e ai muri. Ce ne caddero in faccia a manate mentre cercavamo d'addormentarci, e ci assalirono le pulci, e le ripugnanti cimici con le loro dolorose punture. Nella stanza vicina un maiale ogni tanto grugniva: – Forse gli insetti danno fastidio anche a lui, povera bestia. Il Molise, se per molti aspetti somiglia al generoso Abruzzo, per questo della sporcizia anticipa già le regioni con cui confina a mezzogiorno. Non scherzosamente prendemmo la cosa quella notte: ci irritammo e giungemmo a bisticciare per gli strappi che uno dava alla sordida coperta allorché gl'insetti più lo tormentavano. All'alba c'immergemmo nell'aria fredda, come in lavacro, lasciando indietro il paese con sdegno. Eugenio Corti Fonte: E. Corti, I poveri Cristi , Garzanti, Milano 1951.
- Tra mare, pantano e ponte rotto
I capracottesi hanno proverbi e modi di dire affatto originali. Uno di essi è « ŝtà tra mare, pandàne e pónde rutte » (stare tra mare, pantano e ponte rotto), che, metaforicamente parlando, significa "trovarsi senza via di scampo". Il grande folclorista Oreste Conti, nel lontano 1911, annotò questo modo di dire sulla fortuna, fornendo la seguente spiegazione: «trovarsi tra due pericoli parimenti grandi». Tra due pericoli, quindi, e non tre, come il detto avvertirebbe. Il Conti sembra non conoscere il motivo di quel modo di dire, forse perché non aveva parlato a fondo coi carbonai. Bisogna sapere, infatti, che a Lesina, in Capitanata, giungevano da Capracotta sia i pastori transumanti che i carbonai, i quali acquisivano una conoscenza profonda del territorio pugliese. "Stare tra mare, pantano e ponte rotto" si riferisce infatti a un luogo geografico preciso, la lingua di terra che divide l'Adriatico (mare) dal Lago di Lesina (pantano), chiusa a nord dal canale Acquarotta, a suo tempo attraversato da un ponte diruto (ponte rotto). Su quella striscia di terra, oggi chiamata Bosco Isola, hanno lavorato moltissime compagnie di carbonai capracottesi che hanno importato questo modo di dire utilizzato dalle popolazioni lacustri. Giuseppe Del Buono, storico di San Paolo di Civitate, sostiene che il "ponte rotto" non si trovasse sul canale Acquarotta, bensì su un affluente lagunare che sfocia ad ovest di Lesina, storicamente denominato canale La Fara; e che il "pantano" altro non è che il nome che i locali danno al Lago di Lesina, in antico denominato Lacus Pantanus . È notizia recentissima quella della demolizione di un ponte pericolante sull'Acquarotta, abbattuto tra giugno e luglio scorsi. Che si tratti del "ponte rotto" dei carbonai capracottesi? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911; G. Del Buono, Un paese di briganti: San Paolo di Civitate, Italia , Grafica Elettronica, Napoli 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , Youcanprint, Tricase 2016.
- Usi e costumi di Capracotta: l'ubriacatura di san Martino
San Martino, da noi, oltre che essere il protettore dei mariti infelici, gode di tutta la fiducia delle nostre donnicciuole, le quali lo invocano alla tintura della lana. E, siccome il Santo non è molto altruista in questo genere di protezione, le nostre popolane, molto pratiche, credono bene, per propiziarselo, di versare sulla lana, con l'indaco, un litro di generoso vino rosso. Poi, sul tino coperto, mettono una piccola croce di legno e, cacciando la lana, non dimenticano di chiudere la finestra. Chiunque entra in quel momento è tenuto a dire: «Benedetto san Martino!». Ma, a volte, san Martino è corrucciato a bono, e la tinta viene cattiva. Allora, le femminette dicono: «San Martino è ubriaco». Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- Amore e gelosia (XII)
XII Elisa Avigliano e Salvatore di Giacomo si conobbero nel 1905 presso la biblioteca nazionale a Napoli. La simpatia tra i due fu spontanea e quasi immediata, favorita, come abbiamo già scritto, dall'iniziativa che la ragazza seppe prendere per far capire al poeta che anche lei provava qualcosa per lui. I fatti del nostro racconto si svolgono dunque in quegli anni: si fidanzarono o cominciarono a frequentarsi quasi fin da subito, nacque l'amore e di pari passo nacque la gelosia! Elisa era bella, questo ce lo dicono le decine di fotografie che abbiamo di lei, ed era giovane, parecchio più giovane del grande poeta napoletano. Inoltre, ma qui entriamo nel campo delle ipotesi, la stessa audacia della giovane che l'aveva spinta quasi a dichiararsi prima che don Salvatore si decidesse, dovette agire come un tarlo nella estrema sensibilità dell'uomo, che pian piano si insinuò in lui, spingendolo a vivere con angoscia quel suo amore, tra dubbi e slanci impetuosi. Tutta la sua produzione poetica ne fu influenzata: e nel 1906... – Elisa, ho scritto una poesia... la vuoi leggere? dimmi che cosa ne pensi, se ti piace. Don Salvatore era venuto a Nocera Inferiore con l'accelerato da Napoli, poi alla stazione aveva preso una carrozza e si era fatto portare in via Solimena, all'inizio della rampa di scale quasi infinite che si inerpicavano su su per la collina di Sant'Andrea fino a raggiungere il Parco San Giovanni. Era infine giunto fin quasi all'imbocco della prima galleria che conduceva alle abitazioni: sugli ultimi gradini Elisa lo attendeva, sempre bella, sempre spavalda con quei cappelli che le incorniciavano il viso e i colori, bianco e vermiglio, che esaltavano un volto stupendo. Una fitta di emozione forte e incontenibile quasi travolse quell'uomo maturo: che fortuna che aveva avuto! A 46 anni, quando tanti altri suoi coetanei ormai avevano deposto le armi e conducevano una vita scandita da un monotono menage familiare, in pantofole a ciondolare in quattro mura strette, lui aveva trovato una fantastica storia d'amore con quella ragazza tanto bella che gliela invidiavano tutti i suoi amici napoletani. Una gelosia sorda tentò di prendere il sopravvento: proprio a Napoli, davanti al Gambrinus, la domenica precedente, al braccio con Elisa, si era quasi scontrato con alcuni amici suoi, tra i quali c'era pure Buongiovanni, il compositore cui aveva affidato i versi ultimi che aveva scritto, per farli musicare. Ma c'era tra il gruppo anche un giovane, un aspirante musicista, che risaltava per la sua giovinezza e le sue movenze da felino: nero di capelli, nero di occhi, alto e forte, un bel giovane napoletano, di quelli che fanno girare la testa alle ragazze. Elisa lo aveva guardato, ne era sicuro, e anche con insistenza! Poi, prima che potesse insistere in maniera sconveniente, aveva distolto lo sguardo, ma non tanto velocemente che lui non se ne fosse accorto. Il giovane le piaceva, ne era sicuro. E per forza! Paragonato a lui, un po' grassotto, con una spiccata pinguedine, maturo e con la gioventù alle spalle... era normale... Normale sì, ma sconveniente! Un risentimento sordo si era impossessato di Don Salvatore! Quella era una farfallina fatua, capace di correre appresso agli uomini come se niente fosse! "Magari aveva ragione mammà!" gli venne da pensare, poi aveva scacciato quei brutti pensieri e stringendo il braccio della bella Elisa, con un sorriso si era allontanato. Ma di notte tutto era ritornato alla mente, si era svegliato e si era messo a scrivere. Ora Elisa, sulle scale del Parco San Giovanni, stava leggendo quei versi che la riguardavano ma lei non lo sapeva... Francesco Caso
- Capracotta - Ricordo
Qui nacque mio padre che altrove si portò inconfondibile la parlata e l'anima della sua gente. E qui tornavano confusi di nostalgia i ricordi e le giovani storie del suo paese. Qui rimandava mio padre l'anima testa a quello che di realtà non era adesso che racconto di cose lodate eco di voci e nomi e volti rievocata rassegna di un album di famiglia e di paese. Per noi: la casa al "Colle" e la bottega dell'orafo la grande cucina di famiglia e la preghiera insieme l'asilo pieno come un uovo e il chiasso della grande piazza la "torre" vecchia più dei vecchi e l'antica chiesa del paese il "postino" eroico dorato e la neve alta e la tormenta il compaesano al Parlamento e lo sciatore campione nazionale i pastori della transumanza e la cappella della Madonnina i signori del paese blasonati e il sudato pane dei poveri... Qui visse mio padre che quando vi ritornò la guerra aveva disfatto il volto delle case e impoverito il numero della gente viva che nel suo vecchio cuore pulsava moribonda la memoria del paese di un tempo e della sua storia. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, L'arcobaleno (versi per Capracotta) , Litterio, Agnone 1993.
- Il campanile di S. Maria in Cielo Assunta
L'epoca di riedificazione della Chiesa di S. Maria Assunta in Cielo è attestata al 1700. L'epoca cui far risalire la costruzione precedente è di difficile individuazione poiché dell'originaria struttura si credeva perduta ogni traccia. Da un'attenta osservazione è stato notato tuttavia che il campanile è orientato in modo anomalo, poiché risulta spostato di circa 9 gradi rispetto all'assa principale della chiesa, mentre è perfettamente allineato sul nord astronomico. Sulla base di tale considerazione si è ipotizzato che l'attuale campanile sia stato eretto innalzando la struttura del campanile di precedente costruzione. Si è quindi proceduto ad una più attenta analisi dell'interno della chiesa alla ricerca di qualche ulteriore dettaglio dissonante dallo stile barocco dell'edificio. All'interno del campanile sono state così evidenziate tracce delle vecchie volte, della nicchia della vecchia sede campanaria e di rivestimenti in pietra risalenti al 1400. Il vecchio campanile è dunque ancora esistente, ricoperto dal nuovo. Un ulteriore riscontro è stato fornito dal ritrovamento, in prossimità della base del campanile, di un portale di splendida fattura in stile perfettamente rinascimentale. Questo reca, alla base destra, un bassorilievo di riferimento evangelico raffigurante "la vite e i tralci". Sia il portale sia la parete attigua sono perfettamente allineati con il campanile sull'asse nord-sud. Tali elementi contribuiscono così a delineare la sagoma di una costruzione orientata con 9 gradi di differenza rispetto all'attuale. Un tesoro rinascimentale che potrebbe a sua volta celare le tracce di edifici di precedente costruzione. Ermanno D'Andrea Fonte: E. Venditti, Chiesa parrocchiale S. Maria in Cielo Assunta. Capracotta 1725 , The C' Milan, Milano 2007.
- Castore e Polluce a Capracotta
Castore e Polluce? Ma che c'entrano con Capracotta? Tutto iniziò un giorno, quando chiesi a zio Emilio di raccontarmi una storia... – C'era una volta in un bel paese, disteso su una rupe impressionante, una casa speciale, ultima del paese verso valle, dove viveva un bambino speciale che aveva due mamme, due papà e due angeli custodi. Quel bambino, nato nel 1935, ultimo di cinque fratelli e due sorelle, crebbe in un ambiente fatato, immerso nella natura e nei suoi ritmi, vigile e attento osservatore di quanto accadeva intorno a sé. Si accorse subito di avere due mamme: Mamma Ména e Mamma Cenzélla; Cenzélla restata vedova molto presto, viveva nella sua stessa casa in una stanza al secondo piano e faceva parte della famiglia. Crebbe accudito anche da due padri: infatti, quando nacque, suo fratello Carmine aveva 20 anni e da sempre si era fatto carico di molte responsabilità familiari, supplendo così alle limitazioni motorie e lavorative del padre, Domenico, tornato invalido e mutilato dalla prima guerra mondiale. E scelse di avere anche due angeli custodi. Tra le prime letture, in seconda elementare, come esempio di fulgido amore fraterno (il fascismo era solito infarcire anche innocenti racconti di roboanti paroloni), in una mezza paginetta del sussidiario ecco Castore e Polluce, gemelli bellissimi e ardimentosi. Castore mortale e Polluce immortale, sempre insieme e quando in un combattimento Castore fu ferito a morte, Polluce, volendo seguire il destino del fratello, chiese al padre Zeus di non separarli; gli fu concesso di vivere per sempre nel cielo, come due stelle vicine, nella costellazione dei Gemelli a loro dedicata. Qualche giorno dopo un'altra lettura: l'angelo custode; mentre il bimbo leggeva sul tavolo di cucina, alzando lo sguardo verso il caminetto, per la prima volta guardò attentamente i due angioletti dorati posti sulla cappa e all'istante decise che loro due sarebbero stati i suoi angeli custodi; mischiando sacro con profano li chiamò Castore e Polluce. Un giorno, con il fratello Italo di tre anni più grande, decise marinare la scuola in una bellissima giornata primaverile; a San Giovanni passando vicino ad una falegnameria, fu colpito da una specie di mulino a vento che in quel momento non girava; mastro Savino Sammarone gli spiegò che bastava un soffio di vento per mettere in moto le pale e far funzionare tutti i macchinari; poi scese per un viottolo fin sotto il dirupo e da lì vide per la prima volta la maestosa chiesa quasi sospesa nel cielo; andò a controllare un cespuglio di sempreverde agrifoglio, per poi utilizzarlo come albero di Natale; si avvicinò alla masseria di Cambaniéglie e adocchiò un maestoso albero di noci decidendo di tornare in autunno per assaggiarle; tornò arrampicandosi per il dirupo attraverso un ripido e pericoloso viottolo, per trovarsi vicino alla scuola, giusto in tempo per la fine delle lezioni; in tutto questo bel vivere, appena sbucò dove c'è attualmente la villa comunale, si accorse che gli alunni erano già usciti perché incontrò Remo, suo compagno di banco, che lo salutò con un sorriso beffardo. Quella sera, a letto, per la prima volta immaginò un battibecco tra i due angeli custodi; Castore accigliato rivolto a Polluce: – Ma ti sembra logico insinuare in un bambino il desiderio di non andare a scuola approfittando della bellissima giornata primaverile? Di questo passo che ne verrà fuori dal nostro protetto? E Polluce: – Ma come sei pesante, non hai visto che bella esperienza ha fatto oggi? Non hai visto come gli brillavano gli occhi mentre ascoltava mastro Savino, non hai visto come era contento, come si muoveva agile e felice? – Sì tanto agile che, se non ci fossi stato io a sorreggerlo in quel pericoloso passaggio nel dirupo, ora saremmo tornati tutti e tre nel paradiso! E Polluce di rimando: – Ma tu hai fatto solo il tuo dovere, allora che razza di angelo custode saresti? Quel bimbo speciale, quella sera, si addormentò in dolce compagnia e sorridendo. Il giorno dopo buscò dal maestro un paio di spalmate senza motivo e si rese conto che la soffiata era arrivata; di nuovo la sera, prima di addormentarsi, con le manine ancora doloranti, giocò con la fantasia con i due angeli custodi; Castore, rivolto a Polluce: – Hai visto che bel risultato hai ottenuto? Povero piccolo! – e Polluce: – Certo,oggi non è stata una bella giornata, ma non si può essere felici tutti i giorni e poi ha capito che non può fidarsi di tutti; ogni ragazzino pensa a modo suo; – si addormentò ugualmente con un sorriso. Il giochino gli piacque tanto che da quelle prime volte continuò ogni sera ad immaginare come i due angeli custodi avrebbero commentato i fatti del giorno, quasi come un moderno telegiornale. Così piano piano Castore e Polluce divennero una componente rassicurante della sua crescita e i dialoghi con essi sempre più ricchi e divertenti. Attribuiva ora all'uno ora all'altro lo spunto per le sue azioni immaginando Castore calmo, riflessivo e prudente, e Polluce tutto genio e follia. Alcuni di quei fantastici dialoghi collegati a avvenimenti speciali rimasero per sempre nella sua memoria. ...Nei primi di settembre del 1943 giunsero i tedeschi e improvvisamente in tutto il paese si respirò un'aria intrisa di paura e di preoccupazione. Poi arrivò il giorno del terrore e dello sgomento quando Gasperino e Rodolfo Fiadino, colpevoli di avere dato da mangiare a soldati inglesi sbandati e affamati, furono fucilati; quella sera, con Castore e Polluce, tentò di dare risposte ai suoi accorati perché; ma, comunque si sforzasse, non riuscì a immaginare un dialogo con loro; come raramente succedeva, si addormentò senza sorridere. ...Una mattina, improvvisamente, sordi e potenti boati fecero sobbalzare tutti; colonne di polvere e di fumo arrivavano fino al cielo. Le preziose case saltavano in aria squarciate e ridotte a cumuli di macerie o incendiate. Per due giorni quel bimbo si guardò intorno intimorito e confuso da tanta ferocia; nulla gli sfuggiva, nemmeno che dalle finestre e dal tetto della casa dei Carfagna uscisse fumo in continuazione e nessuna lingua di fuoco. (Il fumo cessò solo dopo che i tedeschi abbandonarono il paese ed allora si scoprì l'astuto stratagemma ordito dai proprietari: bruciarono per tre giorni e due notti sacchi di iuta inumiditi; riuscirono ad ingannare i tedeschi, rischiando la vita, ma salvando la casa anche se annerita!) Quel bimbo restò senza parole anche quando incendiarono la casa, la bottega e il deposito di legnami dei fratelli Giuveddì , rinomati falegnami: le fiamme arrivarono alle nuvole e l'incendio durò due giorni e due notti. Sperava che la sua casa fosse risparmiata ma così non fu; era l'ultimo giorno di distruzione e di mattina presto, giunsero tre soldati e cacciarono tutti dalle case; un botto spaventoso si diffuse ovunque; saltarono in aria quattro case della fila, solo la casa di quel bimbo restò in piedi; di nuovo minata, il secondo botto sradicò la finestrella del tetto facendola volare fino alla falegnameria di Giuveddì . I tre soldati si allontanarono forse rinunciando all'impresa, ma subito incrociarono altri soldati che trasportavano un cassetto di comò colmo di candelotti di dinamite; questa volta lo scoppio fu terrificante: la casa letteralmente scomparve in un polverone enorme. Quella sera, rannicchiato in un angolo del pagliaio di fortuna costruito velocemente appena sotto casa, di nuovo dialogò con i suoi angeli custodi. Castore e Polluce, rammaricati ma sereni: – Hai visto, abbiamo fatto di tutto per salvare la tua casa, ma anche noi a volte dobbiamo arrenderci! Quelli non erano soldati ma diavoli travestiti e noi siamo sempre in guerra con le forze del male; non sempre però vinciamo. Non prese sonno quella notte ma immaginò le epiche battaglie tra fulmini e saette, tra diavoli e angeli custodi, tra male e bene. ...A Casalnuovo, sfollati, spiaccicò un forte ceffone ad un ragazzo che con altri stava per picchiare il fratello Italo; di nuovo la sera immaginò Castore accigliato: – Ma sei sempre il solito, adesso lo istighi pure alla violenza – e Polluce: – E smettila una buona volta; ma come avrei potuto abbandonarlo? Che bello quel sonoro ceffone assestato a quel prepotente! Proprio ci voleva, che gioia! Non vedi come sta crescendo bene il nostro protetto? Dalle macerie della casa furono recuperati anche i due angioletti: Castore aveva un braccino staccato di netto mentre Polluce, oltre al braccino, aveva un'aluccia spezzata. Quella sera prima di addormentarsi tornò a giocare con i due; Castore: – Non ne potevo proprio più di stare sotto le macerie, però ce ne hai messo di tempo per ritrovarci – e Polluce: – Sei sempre il solito brontolone, non ti accontenti mai; non eravamo alla luce del giorno ma ben presenti nella sua mente. Ricostruita la casa, anche i due angioletti, riparati da un mastro ferraio, ripresero il loro posto. Armeggiò un intero pomeriggio con un proiettile di mitragliatrice battendo sulla pallottola per sfilarla e ricavare una manciata di spaghettini grigiastri; la sera immaginò Castore urtato verso Polluce: – Ma sei proprio incorreggibile; invece di proteggerlo ti diverti a metterlo sempre in pericolo? – e Polluce di rimando: – Ma non hai visto come guidavo la sua mano dosando i colpi per evitare che il proiettile scoppiasse? Non hai visto come era contento quando al buio, dallo spaghettino acceso, si sono sprigionate migliaia di scintille colorate? Portava il nipotino scalzo, a cavalcioni sulle spalle, quando, di ritorno dal prato di Conti in cerca di funghi, accorciò il percorso per tornare a casa passando per i campi coltivati e per poco non calpestò una vipera; la sera immaginò Castore adirato contro Polluce: – Ma è possibile che questo testardo di ragazzo fa sempre quelle cose pericolose e proibite che tu gli suggerisci? Mica è immortale come te! – Meno male che ci sono anche io a stimolarlo! Ma non vedi che alla fine tutto torna e che le difficoltà lo aiutanoa crescere? Se ascoltasse solo e sempre te, diventerebbe un inetto spaventato anche dal volo di una mosca. Un fastidioso raffreddore, in una freddissima mattina di dicembre gli impediva di respirare; indossata la divisa di calcio come se dovesse giocare una partita, uscì di casa correndo sulla neve gelata tornando sudatissimo, accaldato e, come per miracolo, senza più raffreddore; di nuovo Castore a Polluce: – Ma sei propriomatto? Ma come ti salta in mente di invogliarlo a fare queste pazzie? – e Polluce: – Hai proprio la memoria corta! Hai dimenticato che il nostro protetto ha letto che il freddo ammazza i microbi? Preferivi forse vederlo soffrire, triste e sconsolato aspettando di guarire? Guardalo adesso come è soddisfatto! Anche quella sera si addormentò sorridendo. Suo cugino Antonio, compagno ideale di giochi e avventure, spericolato fino ai limiti estremi, per recuperare il pallone rimasto sul tetto della casetta del Tiro a Segno cadde e si procurò una lunga ferita in testa; la sera immaginò di chiedere ai due perché non avessero fatto nulla per aiutarlo. – Ma lo sai che Antonio ha una folta schiera di angeli custodi che lo proteggono? È colpa sua se in quel momento erano tuttisfiniti e stanchi; stavano riposando. – Ué ragazzo, noi due siamo già impegnati al massimo per proteggerti, ma adesso pretendi che dobbiamo pensare anche ai tuoi parenti? Si addormentò sorridendo al pensiero che le numerose malefatte del cugino tutto matto richiedessero tanti angeli custodi necessari alla sua sicurezza! Festeggiò in modo speciale il suo quindicesimo compleanno rubando nei campi, aiutato da Antonio, oltre 20 chilogrammi di patate barattati in piazza con 10 chilogrammi di squisita uva fragola; al solito Castore: – Se continui a solleticarlo così, ne farai un perfetto ladro, non solo di patate – e Polluce: – Ma come era buona quell'uva fragola, era da tempo che la desideravo e questo compleanno, festeggiato così, non lo dimenticherà mai, non credi? Nel 1964, i suoi genitori si trasferirono da Capracotta lasciando la casa della Fundióne ; staccò a fatica dalla cappa i suoi due angeli custodi e li portò con sé. Ogni tanto ripensando ai fantastici appuntamenti con Castore e Polluce, sorride soddisfatto. E qui finisce la storia. – Zio, è sempre un piacere ascoltarti; gira gira mi hai raccontato ancora una volta alcuni episodi della tua vita; però, complimenti, nonostante i tuoi 76 anni ne hai ancora di fantasia! Mai avrei pensato che così, su due piedi, saresti arrivato ad inventarti la favoletta dei tuoi due angeli custodi! – Tu dici, ma... aspetta un momento, che c'è una sorpresa per te. Tornò poco dopo e da una vecchia scatola di scarpe tirò fuori due angioletti dorati, con evidenti saldature sui braccini e su un'aluccia. – Ecco, questi sono Castore e Polluce, li ho conservati gelosamente per tanti anni e da tempo aspettavo questo momento; ora che ho quasi percorso tutto il cammino della mia vita li affido a te perché tu possa un giorno sistemarli di nuovo sulla cappa di un caminetto con la speranza che qualche altro bambino li scelga come fantastici compagni di sogni e di avventura. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, Castore e Polluce a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Molise in provincia di Lussemburgo
Da Campobasso al Lussemburgo la distanza è notevole: 1.437 km. che, rispettando i limiti di velocità ma senza fermarsi mai si percorrono, secondo il navigatore, in 13 ore e 32 minuti. La Regione Molise - che attraverso 18 partecipate e aziende controllate è il vero polmone economico e finanziario sul territorio - ha azzerato la distanza e ha portato in casa due società anonime lussemburghesi. La prima volta nello Zuccherificio del Molise, che dal 2007 avrebbe ricevuto finanziamenti dalla Regione 70 milioni e che ha un capitale sociale di 6,7 milioni e una perdita certificata a fine 2009 (ultimo aggiornamento consultabile nella banca dati Cerved) di 6,4 milioni. Se si eccettua l'irrisoria quota dello 0,01% della Regione Puglia, la Regione Molise detiene il 61,04% del capitale. Il 38,96% è in mano a G&B Investment Spa che al 29 giugno 2010 (anche in questo caso è l'ultima visura possibile) era detenuto al 100% da Pfp International Sa che lo stesso giorno aveva rivelato l'intero pacchetto azionario per un valore di 5,1 milioni da G Management Ciprus Limited. La seconda volta che la Regione Molise incrocia - legittimamente - il Granducato lussemburghese è nell'Ifim Spa, società di leasing finanziario. Il capitale è frazionato. L'1,77% è della società Pap, lo 0,89% di Francesco Perna (che è anche amministratore dello Zuccherificio), il 3,5% di Finmolise Spa (la finanziaria regionale) e il 62,34% è di Soim Sa Lussemburgo. Scoprire chi c'è dietro questi schermi fiduciari è impossibile per il comune cittadino. Il Governatore Michele Iorio - sulla cui terza rielezione consecutiva il 17 ottobre 2011 pende la decisione che il Tar del Lazio emetterà il 17 maggio - delega a rispondere l'assessore al Bilancio e programmazione, anche lui del Pdl, Gianfranco Vitagliano. «Le società anonime lussemburghesi – spiega – sono come le spa italiane. Non c'è trucco e non c'è inganno. È stata una scelta fatta circa 3 anni fa dal socio privato dello Zuccherificio e chissà quante imprese private molisane avranno soci lussemburghesi. Comunque sto per presentare due piani di dismissioni. Uno per l'agroalimentare e uno per il settore manifatturiero. La Regione non può vendere zucchero e polli diciamo la verità. Vedremo quanti della sinistra mi seguiranno». Parla anche l'avvocato Teresio Di Pietro, dal 2010 presidente di Finmolise, socia di Soim Sa Lussemburgo. «Non so dire se il ricorso a queste società lussemburghesi sia tipico o atipico – afferma – ma l'unica cosa importante è che non si sconfini nell'illegalità». Ci mancherebbe altro, avvocato. E i rapporti di affari - di cui nessuno sa nulla ma che negli uffici consiliari aleggiano come una leggenda - di Finmolise con il Governo della Mauritania? «Fantasticherie. Ecco l'unica cosa ho da dire al riguardo». L'assessore Vitagliano dice invece che «probabilmente a fare affari con la Mauritania sarà il socio privato maggioritario». Da dire - e molto - ne ha il consigliere di "Costruire democrazia" Massimo Romano, che in 22 mesi ha presentato 52 esposti alle autorità giudiziarie, al ritmo di uno ogni 12 giorni, con i quali denuncia i presunti affari illegittimi deliberati dalla Giunta piegata ai voleri di Iorio. L'ultimo dossier è stato spedito in Procura il 29 giugno 2011: 57 pagine, più allegati, sulla gestione oscura e clientelare dei soldi pubblici nei comparti agroalimentari, meccanico, nautico, immobiliare, informatico, culturale, formazione, informazione, energia e infine tessile, nel quale, sempre secondo Romano, i fratelli Remo e Tonino Perna con le imprese Gtr e Ittierre hanno monopolizzato le risorse. Tonino Perna è stato arrestato il 9 gennaio nell'ambito di una inchiesta sul fallimento di It Holding e su un buco di oltre 60 milioni ma è stato rilasciato il 26 gennaio dal Tribunale del riesame di Campobasso. Finora Romano ha avuto una sola risposta dalla Procura di Campobasso che ha archiviato la denuncia sull'affitto a 16mila euro al mese di una sede per l'ufficio del Commissariato regionale della sanità, a fronte di un immobile libero di proprietà della Regione. Romano si è opposto all'archiviazione che sarebbe fondata su una "dimenticanza" nell'informativa della Guardia di finanza. «Non dimentichiamo – ricorda Romano – che in seduta consiliare, il 2 marzo 2010, rivolgendosi a me, Iorio disse che per quanto lo riguardava non sarebbe mai successo nulla e che lo stesso giorno il comandante della Guardia di finanza gli raccomandava di conservare il Molise così com'è». Del resto il partito trasversale degli affari qui non ha colore politico, denuncia Italo Di Sabato, dal '95 al 2006 consigliere per Rifondazione comunista. «Un bel giorno del 2008 – ricorda – Iorio mi chiamò per avvisarmi dell'invio di una bozza di delibera con la quale mi nominava esperto della Regione per il servizio idrico integrato. Io stesso avrei dovuto mettere la cifra per l’incarico. Rifiutai ma quanti avranno accettato? Si figuri che il Pd alle ultime elezioni si è presentato con una lista incompleta e con tre candidati che hanno preso zero voti. La loro lista era fatta ad uso e consumo dei consiglieri uscenti che non potevano perdere la poltrona». Accuse false e tendenziose, sicuramente, che però non schiodano di un millimetro Romano e le sue denunce contro i conti di una Regione che ha un bilancio di 1,7 miliardi. Il 16 gennaio il Consiglio regionale ha approvato il rendiconto regionale per l'esercizio finanziario 2010 contro il quale buona parte della minoranza ha votato contro. Quel giorno, infatti, non furono depositati i bilanci delle partecipate e delle controllate (direttamente o indirettamente) alle quali si aggiungono sei tra enti e Agenzie, che dipendono quasi esclusivamente dai fondi regionali. Romano sul suo sito ha parlato di "voragine occulta". Le partecipate secondo ampi strati dell'opposizione sfuggono al controllo del consiglio nonostante siano loro a svolgere le più importanti operazioni di finanza pubblica e di politica economica. «Parliamo di strutture che costano milioni di soldi pubblici – dichiara Romano – di organismi che gestiscono appalti milionari e di società che impiegano centinaia di lavoratori. Parliamo, in molti casi, di società che dalla sera alla mattina hanno dichiarato fallimento, nonostante fossero compartecipate da milioni di soldi regionali, erogati direttamente o indirettamente dalla Giunta. Geomeccanica, su cui la Regione aveva investito sei milioni tramite Finmolise, è fallita in 24 ore gettando sul lastrico decine di lavoratori. Ltm, la società della nave fantasma del porto di Termoli, costata ai contribuenti 10 milioni, è stata posta in liquidazione e non effettua più il servizio. Anche Campitello Matese, società consortile nata per il rilancio turistico delle stazioni sciistiche di Campitello e Capracotta, è stata messa in liquidazione. Del bilancio di Molise Acque non c'è traccia. Come di quello dell'Arpa. Geosat, il consorzio per le tecnologie geospaziali costato ai contribuenti milioni, è sparito improvvisamente dall’elenco delle società. È stato rapito dagli extraterrestri? E i soldi pubblici che fine hanno fatto? Dimenticanza o qualcuno ha nottetempo provveduto a farla sparire?». Vitagliano risponde: «I bilanci sono pubblici e si trovano facilmente anche in Rete. Questa sinistra è la stessa sinistra marziana che ha partecipato alla stratificazione, negli ultimi 20 anni, delle partecipate?». Se, di fronte a queste polemiche galattiche, i veri extraterrestri fossero i lussemburghesi? Roberto Galullo Fonte: R. Galullo, Molise in provincia di Lussemburgo e dopo il panettone di Stato ecco lo zucchero e i polli della Regione , in «Il Sole 24 Ore», Milano, 1 febbraio 2012.
- I Pizzella: pecorai, papalini e poeti
Nel fondo capponiano della Biblioteca Apostolica Vaticana è conservata una "Succinta relazione della nascita, vita e costumi della famiglia di Benedetto XIII" stilata dopo la dipartita del papa: si tratta di un regesto teso a mettere in cattiva luce la famiglia di Vincenzo Maria Orsini (1649-1730), dove per "famiglia" deve intendersi la squadra clericale che il card. Orsini formò a Benevento e che si portò dietro a Roma una volta eletto pontefice. Sappiamo che in quella famiglia figurava anche il capracottese Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), futuro cameriere segreto di Sua Santità, così descritto dall'anonimo compilatore: Bernardo Pizzella da Capracotta venne in Benevento al servizio di m. Nunzio Baccari, che fù vicegerente di quella città, e lo chiamò di 6 anni, e lo lasciò scriba alla Curia, che esercitò più anni, poi fù fatto Canonico e Cancelliere, di più fù esaltato dal Cardinale fatto Papa. Da questa stringata descrizione si evince che il Pizzella giunse a Benevento grazie a mons. Nunzio Baccari (1666-1738), il più anziano dei dignitari ecclesiastici capracottesi, che evidentemente, viste le precoci doti letterarie del bambino, lo chiamò al suo servizio nel 1692. Effettivamente Bernardo Antonio Pizzella fu anche scrittore e ci ha lasciato un sonetto composto proprio a Capracotta, il cui manoscritto, conservato presso la Biblioteca e Archivio diocesani di Gubbio, non abbiamo potuto visionare a causa della pandemia. La parabola della famiglia Pizzella di Capracotta è fin qui paradigma: da padroni di pecore a pastori di anime. I Pizzella, infatti, facendo affidamento su un uomo di Chiesa tanto vicino alle sfere papali, cominciarono probabilmente il loro trasferimento nella Città Eterna a ridosso della morte di mons. Bernardo e, giunti al periodo della Rivoluzione francese, possiamo affermare che i rapporti dei Pizzella con Capracotta si limitavano ormai al patrimonio armentizio. Il progressivo allontanamento di una delle più agiate famiglie capracottesi dal luogo natio lo si desume proprio in virtù del numero di pecore iscritte alla Regia Dogana: nel 1750 Mattia Pizzella ne registrò 10.000, trent'anni dopo suo figlio Giovanni ne iscrive appena un quarto. Dal 1790 in poi non vi è più nessun Pizzella sui registri doganali di Foggia. Giovanni Pizzella, nipote diretto di Bernardo, aveva sposato Maria Cuccovilla (1735-1807), proveniente da una buona famiglia astigiana, che presto aveva dato vita a un raffinato salotto borghese nella Roma settecentesca. I coniugi Pizzella abitavano in un appartamento di Palazzo Bolognetti, in via dei Fornari, e avevano generato due figli: Pierluigi (1755-1827) e Violante. Il primo fu un compositore di musica sacra e un apprezzato filologo, la seconda morì nel fulgore degli anni. Non è vero che Pierluigi «sarà ricordato come un modesto musicista» poiché era autore di «opere musicali d'alto concepimento», tanto che il Diario di Roma, il più importante foglio che circolava nell'Urbe, il 5 aprile 1827 gli dedicò la prima pagina, scrivendo che «sebbene la ristrettezza del nostro foglio non ci permetta di collocarvi spesso e volontieri articoli di Necrologia, [...] non possiamo defraudare i nostri leggitori di alcune notizie sulla persona del dotto Pierluigi Pizzelli Romano, chiamato da Dio il dì 10 dello scorso marzo al riposo de' giusti». Il cav. Pietro Ercole Visconti (1803-1880), che era stato suo alunno, scrive che «alcuni non [lo] seppero apprezzare, altri non vollero». Pierluigi Pizzella lavorava alla Direzione Generale del Censo ma aveva studiato la filologia e la matematica, e possedeva la lingua ebraica, il greco, il latino e alcune tra le più utili lingue moderne del tempo: nei fatti era davvero un letterato. Violante Pizzella, invece, non fece in tempo a dar prova di sé, eppur la sua dipartita fu motivo di alta letteratura, in quanto il poeta Ippolito Pindemonte (1753-1828), sotto lo pseudonimo di Polidete Melpomenio, compose nel 1784 per la madre un'ode in forma di epistola: "Alla signora M. Pizzelli in morte d'una sua figlia". Nel ritrovo culturale di Giovanni e Maria Pizzella, insomma, passarono i migliori letterati e artisti del tempo, da Vittorio Alfieri ad Antonio Canova, da Angela Kauffmann a Vincenzo Monti, da Alessandro Verri ad Ennio Quirino Visconti. La morte di Maria Cuccovilla, che sopravvisse al marito Giovanni, fu anch'essa fonte di ispirazione per molti poeti che nel 1808 pubblicarono una "Accademia poetica in sette lingue per la morte di Maria Pizzelli" e persino sul cosiddetto Giornale Pisano comparve una lettera del grande commediografo Giovanni Gherardo de Rossi, spedita il 26 settembre 1807 a un suo carissimo amico per metterlo a conoscenza della dipartita della signora Pizzella. La parabola della famiglia Pizzella di Capracotta si fa allora iperbole: da pastori di anime ad anime leggiadre. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815) , Youcanprint, Lecce 2021.
- Formazza è il paese più innevato
Esiste qualcosa di più magico di un Natale sotto la neve? Sarà che, fin da bambini, film e cartoline natalizie ci hanno abituati a immagini di candidi paesaggi innevati. Un immaginario collettivo che si scontra con la realtà recente. Negli ultimi anni Natale ha spesso significato bel tempo e anticiclone. Anche quest'anno non sembra essere da meno. L'inverno per come lo conoscevamo tarda ad arrivare. O forse non esiste più. Dicembre 2019 ha finora registrato temperature sopra la media, con sparute nevicate lontane dal bianco avvolgente di una decina di anni fa. pianura. Nemmeno Natale dovrebbe regalare il miracolo della neve nella maggior parte dei comuni italiani. Se guardiamo al recente passato, la storia ci insegna che, dopotutto, la neve a Natale è tutt'altro che frequente. Uno degli ultimi Natale con la neve è stato quello del 2000 in parte della Val Padana. Dal 2012 ad oggi i candidi fiocchi sono invece caduti con una frequenza davvero bassa. Sono 637 i comuni diventati bianchi negli ultimi 6 anni. Li abbiamo raccolti in una grafica per capire quanta neve ha portato il Natale dal 2013 al 2018. Il 2013 è stato l'anno più innevato. Un totale di 19mila 918 mm. di neve, mai più raggiunti negli anni seguenti. Il 2018 ha invece toccato un totale davvero basso. Sono stati solo 27 i mm. di neve caduta tra la Vigilia e Santo Stefano. La località piemontese di Formazza si aggiudica il titolo di paese più innevato d'Italia nel periodo natalizio. Con 331 mm. totali in 6 anni supera la vicina Trasquera e Madesimo. In generale il Piemonte è prima regione per nevicate, precedendo il Trentino-Alto Adige. La situazione cambia totalmente se consideriamo solo lo scorso Natale. È l'Abruzzo a salire sul gradino più alto del podio. Schiavi di Abruzzo (Provincia di Chieti) e Capracotta (Provincia di Isernia) balzano invece in testa tra i comuni. Se il nord domina con Piemonte, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Veneto, anche il sud ha potuto veder scendere dal cielo fiocchi di neve. Anche se Calabria, Sicilia e Puglia insieme superano di poco i 3 cm. di neve, ma solo pochi millimetri hanno imbiancato singolarmente per Natale i loro comuni negli ultimi 6 anni. Dove dobbiamo andare per avere buone probabilità di passare un Natale sotto la neve? Lasciamo perdere i centimetri. Guardiamo piuttosto alla frequenza delle nevicate. Nessuno dei comuni italiani presi in considerazioni ha registrato nevicate natalizie in tutti i 6 anni presi in esame. Esiste solo un comune che si spinge fino a 5 anni su 6. Se Natale per voi significa neve non avete che da scegliere Livigno. Una quasi certezza quando si tratta di regalare a grandi e piccini un'atmosfera da cartolina. Filippo Mastroianni Fonte: F. Mastroianni, Formazza è il Paese più innevato. Scopri dove cadrà la neve sotto Natale , in «Il Sole 24 Ore», Milano, 23 dicembre 2019.
- Ivana Lemme ha pubblicato "A Silent Hero"
Agnone, 1942. Nella piccola cittadina italiana, nascosta sulle colline molisane, il cibo è stato razionato e i soldati tedeschi pattugliano la piazza centrale. Quando Rinaldo Lemme, un umile giovane contadino che sogna l'avventura, incontra la bella ed allegra Angelina Masciotra, figlia del rinomato casaro Domenico, si interessa più a conquistare la sua mano che non a combattere la guerra. A soli due mesi dal matrimonio, però, Rinando è chiamato alle armi e, quando la fragile alleanza italo-tedesca fallisce, egli viene catturato e internato per due anni come prigioniero di guerra. A casa, intanto, Angelina si sforza di costruire una difficile alleanza con la suocera Emilietta, donna taciturna, stoica, alle prese col suo trauma, quello di aver perso il marito in Sudamerica due decenni prima. Rinaldo è determinato a sopravvivere e a tornare a casa dalla sua sposa ma deve affrontare un mondo di violente turbolenze e di minacce continue. Il loro amore diventerà un'altra vittima di quella devastante guerra? Ispirato da fatti veri, "A Silent Hero" è una storia di fede e di coraggio che sfida terribili avversità ma è pure una testimonianza sul potere dell'amore eterno. La prima volta che Ivana Lemme sentì parlare della Seconda guerra mondiale, fu da suo nonno Rinaldo Lemme. Bambina, rimase attratta dalle avventure eccezionali di un soldato italiano d’infanteria sopravvissuto ad oltre due anni di prigionia in Germania. Tutto questo ha nutrito per anni la sua immaginazione, finché decise di immortalare quegli episodi in un romanzo, raccontando le avventure incredibili vissute dai suoi nonni e rendendo onore alla sua ascendenza italiana. Trilingue, Ivana Lemme è oggi direttrice alle risorse umane (processo di valutazione e sviluppo della leadership) e utilizza i dati psicometrici per aumentare le potenzialità dell'impresa e dei suoi dipendenti. Ha una laurea specialistica in Psicologia presso la Concordia University e un master in Counselling Psychology presso la Yorkville University . È membro attivo dell' Orde de Conseillers et Conseillères d’orientation du Québec . Vive a Montreal con suo marito e adora fare gite in Vespa. "A Silent Hero", redatto in lingua inglese, è il suo primo romanzo. Francesco Mendozzi
- Amore e gelosia (XI)
XI Il carrozzino a due posti procedeva sveltamente per le stradine di Napoli, diretto alla stazione. Come Dio aveva voluto, l'incontro era finito, e con un sospiro ben celato di sollievo Elisa si era alzata ed educatamente aveva chiesto di congedarsi, doveva prendere il treno e tornare a casa sua, a Nocera Inferiore. Donna Patrizia non aveva perso l'occasione... – ...Perché, c'è anche la stazione al tuo paesello? Ah bene, e... – Donna Patrizia, a Nocera fermano pure i treni diretti, è una stazione importante! Per fare la salita di Cava de' Tirreni, i treni devono fermare a Nocera per la spinta! Vedete, si fermano e un'altra locomotiva si piazza dietro, una sta avanti e spingono il treno fino alla discesa di Vietri! La giovane si infervorava sempre quando parlava della sua città che amava: poi si rese conto del sarcasmo di donna Patrizia e si oscurò in volto. – Ora devo proprio andare: don Salvatore, mi accompagnate? Don Salvatore si alzò anche lui lestamente, era stato un pomeriggio di spine ed ora non vedeva l'ora di stare solo con Elisa, per vedere come l'aveva presa. Don Ciccio porse i suoi omaggi, Nannina la cameriera addirittura abbracciò la ragazza e donna Patrizia finalmente si alzò per salutare freddamente. – È stato gentile da parte vostra venire a casa mia – non aggiunse nient'altro né rinnovò alcun invito – Vi auguro buon viaggio, signorina. – Senti Elisa, io... Don Salvatore, sulla via di ritorno non sapeva come esordire. La ragazza lo guardò dolcemente: stavano sul carrozzino che li sballottolava di qua e di là, ma il poeta ricambiò quello sguardo e allo stesso tempo lesse negli occhi di Elisa una punta di divertimento che lo coinvolse. Si mise a ridere: – Eh sì... Mia madre quando ci si mette, sa sempre dove arrivare e come farlo! Non ti ha fatto proprio una bella accoglienza, vero? – Don Salvatore, a me mi importa di vostra madre, ma... – Ma? Che cosa vuoi dire? Con voce tremante Elisa disse, quasi bisbigliando: – A me mi importa di più che vuie me vulite bene, pecché io vi voglio bene... E si fece rossa rossa, nascondendo subito dopo il bel viso tra i pizzi della giacchettina. Il grande poeta diede fondo a tutta la sua arte, voleva trovare le parole eterne che lei non avrebbe mai dimenticato, ma seppe dire semplicemente: – Anch'io vi voglio bene, e ve ne vorrò sempre per tutta la vita... La sera era ormai calata su Napoli, le prime fioche luci cominciavano a brillare nell'aria tersa e pulita e la stazione si intravvedeva, poco distante. – Ora ve ne andrete... – proseguì don Salvatore, continuando a darle il voi che trovava più giusto da usare in quel momento così solenne. – Sì, torno a casa don Salvatore... mammà mi aspetta... ma vi lascio il mio cuore, custoditelo, ve ne prego. Lui le sfiorò il viso con una mano, lievemente: – Ti voglio bene Elisa – le disse tornando al tu, – e ti vorrò bene per tutta la vita... Alle 9:30 il treno giungeva alla stazione di Nocera Inferiore, dove una carrozza l'attendeva per condurla a casa, a via Starza 14. Francesco Caso
- Testimonianza di Rosa Di Tella
Era il 9 settembre 1943. Tutta la popolazione di Capracotta stava alla Madonna. Ad un certo punto sentimmo passare sopra di noi gli aerei che andavano a bombardare Isernia dove poi ci sono stati tanti morti. In precedenza erano arrivate due macchine dei Tedeschi ma nessuno dette peso al fatto. Io ricordo che avevo preparato mio figlio Carmine per andare sul cavallo bardato a festa per fargli fare una fotografia. Ad un certo punto ci fu un grido generale: – Vengono i Tedeschi! Non arrivano gli aerei per bombardare!... Ci fu immediatamente un finimondo ed un fuggi fuggi. Da quel momento Capracotta si riempì, poco alla volta, di Tedeschi i quali dopo aver requisito le case, hanno messo il coprifuoco. Nella nostra casa di piazza Gianturco abbiamo dovuto tenere per otto giorni i Tedeschi. Io lavavo loro le gavette. Non accettavano mai nulla da noi se io prima non assaggiavo quello che offrivo loro: avevano paura di essere avvelenati. Nella casa dove adesso abita Guidone avevano fatto il mattatoio, dove uccidevano i maiali con un colpo secco di cuózzo di accetta in fronte. Uccidevano anche vitelle: uccidevano e mangiavano come porci. Mangiavano come porci, patate e cipolle. Facevano una continuazione a pelare patate qui davanti a S. Giovanni, perché avevano la cucina mobile su un rimorchio a quattro ruote, messo parallelo alla chiesa, e lì cucinavano e mangiavano. Avevano posto tutti i mezzi nella piazza Gianturco mascherandoli con legna e altre cose. Fu allora che presero Giovanni Cuzzelìcchie e gli diedero tante mazzate. Infatti c'era l'ordine di consegnare le armi, ma anche avevano l'ordine di requisire le bestie... così un gruppo di Tedeschi incontrarono Giovanni Cuzzelìcchie e Pasqualino Mescànze ai quali tolsero tutte le bestie. Giovanni reagì e siccome forse aveva addosso qualche arma, proprio davanti a Gianturco lo picchiarono con il calcio del fucile. Mescànze se ne scappò, mentre Giovanni fu portato al comando. I Tedeschi avevano "mandato il bando" con il quale ingiungevano a tutti i cittadini di consegnare le armi, pena la morte, come pure era fatto divieto di tenere, nascondere, aiutare i nemici, e, nel caso specifico gli Inglesi, per questo successe quel che successe ai fratelli Fiadino. Dunque per ritornare a Giovanni Cuzzelìcchie , è meglio che ti fai raccontare da lui ogni cosa. Stemmo otto giorni in questa situazione. Poi partì l'autocolonna dei Tedeschi e sembrò che non vi fosse rimasto nessuno... ed invece, in piena notte, vennero a bussare alla porta di casa nostra con il calcio dei fucili. Noi stavamo tutti vicino al fuoco, c'eri pure tu, te lo ricordi? Allora i Tedeschi sfasciarono la porta usando l'accetta. Tuo padre scappò per la Pineta dalla parte di sotto della casa. Pasqualino andò a dormire nella camera da letto ed io andai ad aprire quel tanto che c'era rimasto della porta, scusandomi di non essere scesa prima perché non avevo sentito... Salirono in cucina, si sedettero intorno al fuoco ed io feci per loro un caffè che non vollero accettare. Io capii che non si fidavano ed allora lo provai anch'io con il cucchiaino. Allora lo bevvero anche loro. Dopo aver bevuto il caffè, vollero i tazzoni per farsi il tè, anzi fecero tutto da sé: andarono nello stipo, si presero i tazzoni, fecero il tè, se lo bevvero e dopo volevano da noi una radio, ma io risposi che non avevamo la radio. Forse non ci vollero credere, perché tirarono fuori una lampadina tascabile e si misero a rovistare, anzi alcuni infilarono la via delle scale, allora io accesi le luci, essi salirono fino alla mia camera da letto. Pasqualino, per la paura, si nascose sotto il letto, meglio sotto le reti, cioè in modo da non toccare con i piedi per terra, mentre nel letto ci rimasero Carminuccio e Luisa. Entrarono dentro la mia camera e io mi davo da fare a dire che lì c'erano soltanto i bambini a dormire. Tu stavi con nonna Luisa giù in cucina. Entrarono dentro la camera di tuo padre e non trovarono nessuno perché tuo padre era fuggito, tu stavi giù, allora volevano mettersi a dormire lì ed io ad insistere che lì dormivi tu e così scesero nella camera di sotto, dove adesso c'è zio Antonio, e si misero a dormire in sei persone. Si fecero anche due brande in cucina. E dormirono per otto notti lì da noi. Nei ganci che c'erano nella cucina per appendere le salsicce o i caciocavalli, essi ci appesero i fuculi, baionette, elmetti... l'accidenti che li piglia!... fecero piena piena la cucina. Io allora avevo Peppino di sedici-diciassette mesi e quindi in cucina c'era la sua culla. La bonanima di mio suocero si sedette in quella culla e lì fece la nottata ripetendo in continuazione: «O Madonna, come si deve fare?!» e così fece giorno. Tu andasti a dormire nella camera di tuo padre. Alle tre di mattina Pasqualino scese le scale in punta di piedi e uscì dalla porta posteriore e andò a rifugiarsi sotto la fornaia, sotto all'attuale bottega di zio Cinzitto. Avevamo nascosto anche il cavallo e il mulo. Il cavallo (Morello) lo tenemmo nascosto per quaranta giorni sotto a zia Lauretta, mentre il mulo stava dalla fornaia. Appena giorno i tedeschi si alzarono e andarono qui alla cucina di S. Giovanni a prendersi bistecche, datteri, minestra... C'era uno, per la verità, che era buono, ma erano sempre sospettosi. A me spesso chiedevano come mai questi bambini non avevano il papà... ed io mi affrettavo a rispondere che i nostri uomini erano in guerra, al fronte... Infatti c'era soltanto mio suocero. Tra voi ragazzi tu eri quello che avevi legato maggiormente con loro, perché accettavi quello che ti davano: carne, cioccolato o altro; mentre i tuoi cugini erano più schifiltosi e non prendevano mai nulla. In quell'occasione vollero anche due materassi e quando partirono ce ne riportarono soltanto uno. Quello più giovane e che sembrava più buono diceva che «la Germania era tutta kaputt... ha scritto la mia famiglia... niente kaputt famiglia mia, ma la Germania tutta kaputt... non avere paura, signora, noi domenica a sera partire alle 10». E così fu. La sera della domenica partirono. Ma io, per tenerli contenti, lavavo le loro gavette, davo loro il pane, ma lo dovevo sempre assaggiare io prima. Se lo mangiavio io, lo mangiavano anche loro. Il giorno successivo alla loro patenza in Capracotta non c'era più nessun tedesco. Era una giornata splendida che metteva ulìa , allora aprimmo tutte le finestre perché dovevano far saltare i ponti e noi aprimmo tutte le finestre; ma dopo tanta attesa i ponti non furono fatti saltare. Si giunse alle 3 di pomeriggio del 7 novembre, quando vedemmo arrivare una macchina carica di pali e di fili. Grande fu la nostra sorpresa nel costatare che erano di nuovo tornati i Tedeschi. Dopo un po' vedemmo arrivare altri tre camion carichi di pale e di picconi. Lo smarrimento aumentò e ci si domandava quali fossero le intenzioni dei Tedeschi. Il giorno successivo fu "mandato il bando" in cui si ordinava a tutte le donne di riunirsi alla Chiesa Madre e agli uomini al Municipio. Da precisare che il giorno 5 e 6 già si erano presi gli uomini, ed allora ci domandavamo cosa volessero fare con questa nuova trovata. Ad un certo punto si diffuse la voce che dovevano buttare giù tutte le case. Mi ricordo che buttarono giù la prima casa al Poggio dei Grilli ma non mi ricordo di chi fosse la casa. In tutti i modi quando cominciarono il tempo era ancora bello o almeno non era nuvoloso. Poi nei giorni successivi si mise a piovere e a fioccare. Il primo giorno della distruzione delle case io andai a cacciare il cavallo, mentre Annina andò a cacciare il mulo e lo portò Sotto la Terra dove c'era Paolo e Pasqualino. Io dunque tirai fuori il cavallo dalla stalla di nonna Rosina, e la bestia, al vedere la luce, cominciò a fare còccia e coda ; cercavo di calmarlo, chiamandolo per nome; alla fine riuscii a mettergli la cavezza e me lo portai qui sotto casa. La gente fuggiva in tutte le direzioni e nessuno volle aiutarmi ad accoppare la varda , cosicché da sola, invece di mettergli la varda del cavallo gli misi quella del mulo; poi gli misi due coperte sopra e lo portai al camposanto, dove stava già mi suocero, mia suocera e voi bambini. Gli dissi: – Tieni qui il cavallo perché se dobbiamo nuovamente scasare... con questi bambini, è meglio avere una bestia a disposizione. Così lasciai il cavallo e tornai in paese, mentre Annina tornava da Sotto la Terra dove era stata a consegnare il mulo ai fratelli. Allora le proposi di prendere da casa qualche cosa da mangiare.. Nel sottoscala della nostra casa di piazza Gianturco noi avevamo, dietro una catasta di legna, alcune cose da mangiare. Così cominciammo a togliere la legna, ma nel momento in cui tiravamo fuori la roba da mangiare eccoti che arrivano i Tedeschi. Io in quel momento avevo un prosciutto in mano e subito lo offrii loro. Essi avevano la bomba incendiaria già pronta, ma al vedere il prosciutto, subito dissero: «Niente kaputt» e così si presero il prosciutto e andarono via. La casa di Gianturco dunque se la scampò per allora, mentre questa casa qui delle Croci fu incendiata una prima volta. Questa era una paglièra . Se tu pensi che nella stalla, al piano di sotto, c'erano dieci pecore di zia Iocia, questo soffitto che sta sotto i nostri piedi non crollò, rimase integro in alcune parti, perché era fatto con le travi di ferro, mentre in altre cedette. Siccome c'era la paglia l'effetto non fu distruttivo come speravano i Tedeschi: la casa si scoperchiò soltanto e le mura rimasero intatte. Successivamente l'intenzione dei Tedeschi era quella di far saltare di nuovo tutta la casa in modo che restasse ostruita la sottostante via provinciale. Misero le mine e il botto fu fortissimo: la casa nostra e quella di zia Dorina si sbriciolarono e si portarono appresso pure buona parte di quella di Colaizzo. I Tedeschi, comunque, non ottennero l'effetto desiderato neppure questa volta perché il colpo fu tanto forte che i detriti andarono a finire lontano e anzi andarono dalla parte opposta di come volevano loro. Comunque delle dieci pecore due morirono, forse per il calore, mentre le altre otto furono ritrovate vive. La sera di quel giorno mio marito si vestì da donna e tirò fuori le pecore dandole a quelli di Colaizzo e poi fece dei tentativi per raccomodare le tavole in modo da poterci servire di quando era rimasto, come rifugio. Dunque quella sera, prima del coprifuoco, io andai al cimitero mentre Annina non si volle muovere e restò sola alla casa di Gianturco perché, avendo tolto la protezione della legna alla nostra provvista di viveri, temeva che qualcuno durante la nostra assenza facesse piazza pulita non solo della roba mangereccia ma anche della biancheria, perché c'era il baule di mia suocera allo scoperto e poi la casa lasciata sola diventava preda di tutti. Quando andai al cimitero portavano anche la moglie di Pasqualino Mosca che era gravemente ammalata: la cacciarono dalla casa perché c'era l'ordine di distruzione di tutte le case. Rosa Anna Di Tella (a cura di Mario Di Ianni) Fonte: M. Di Ianni, 1943-1993: per non dimenticare , vol. I, Artemide, Isernia 1993.
- Il cavallo precipitato
Nel 1961 un adolescente sovraccaricò il cavallo con sacchi di patate raccolte nel suo campo sotto i Ritagli (il ripido burrone rivolto a nord-ovest su cui sorge Capracotta). Per tornare il prima possibile a casa egli prese una scorciatoia su un'erta salita, ma il cavallo scivolò sulle pietre e si sfracellò nel dirupo, dopo esser rotolato più volte. Visto che Lucia conosceva ogni sentiero noto e ignoto, si pensò immediatamente di interpellarla, per sapere come raggiungere il povero cavallo, che infatti fu ritrovato grazie alle sue indicazioni. Il ragazzo pensò bene di sparire dalla circolazione, e andò a vivere tre mesi lontano da casa, presso la masseria del nonno, per non incorrere nell'ira del padre, perché la morte del cavallo, a causa dell'imprudenza commessa, era un danno gravissimo. Allontanarsi da casa per un lungo periodo era l'unico modo possibile, per i giovanissimi, per salvarsi dalla furia dei genitori, soprattutto dei padri. Quando la rabbia era smaltita, si tornava in casa accolti come il figliol prodigo. Non appena si diffuse la notizia della morte del cavallo, si formò una lunga fila di paesani, ognuno munito di coltello, per macellare sul posto la bestia ed ottenere un insperato boccone di carne, inaspettata manna! In poco tempo non rimase che la carcassa del povero animale. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.
- Caciocavallo di Agnone e pecorino di Capracotta
Caciocavallo di Agnone Il più grande tesoro di questa piccola regione, è infatti l'arte antica della pastorizia e del formaggio: poche tipologie ma di grande qualità e dal sapore unico. Agnone, celebre per le botteghe degli ultimi ramai e per la fonderia di campane più antica del mondo, è il luogo di nascita di un caciocavallo straordinario. Sì, perché anche fare il formaggio è un'arte antica. Storia e territorio La zona è quella di Isernia nell'alto Molise. Un territorio impervio e montagnoso nel cuore della civiltà sannita, che è stato luogo importantissimo della millenaria tradizione della transumanza. In questo angolo appenninico incontaminato, il tempo sembra essersi fermato. Qui incontro la famiglia Di Nucci, importante dinastia di casari di questa zona, che cura la produzione di formaggi tipici della civiltà della transumanza dal 1662 con il capostipite Leonardo Di Nucci. Giovanni Di Nucci, invece, nei primi del '900 fu nominato dal governo come docente del primo corso per casari. Si tratta del primo corso per la lavorazione del latte della nascente industria casearia. Arrivati oggi alla decima generazione, con Serena Di Nucci che mi accompagna a conoscere la realtà della sua azienda, e a vedere come si fa il prodotto rappresentativo dei formaggi a pasta filata: il caciocavallo di Agnone. Lavorazione e stagionatura Questo formaggio semiduro a pasta filata, "cacio a cavallo di una pertica", dalla classica forma a pera, sormontata da una piccola testa sapientemente rifinita, è talmente antico da venire chiamato "formaggio archeologico". La tecnica produttiva e la filatura, che ne denotano l'originalità e la qualità organolettica, vengono effettuate con pochi semplici passaggi e soli quattro elementi: latte vaccino crudo, siero-innesto, caglio e sale. L'acqua bollente e una sapiente manualità fanno il resto. Il latte viene inoculato con siero-innesto e, alla temperatura di 38-40°, addizionato con caglio di capretto. La cagliata subisce una rottura in due fasi alle dimensioni di un chicco di riso. La pasta viene poi lasciata depositare sul fondo della caldaia, dove rimane sotto siero, ad acidificare. Dopo l'estrazione, la massa viene tagliata a fette per essere filata in acqua a 80°. La formatura avviene ovviamente a mano. Dopo essere stato raffreddato in acqua, il formaggio così ottenuto viene salato in salamoia. La maturazione avviene in grotta, a cavallo delle travi, trascorso un tempo variabile, il formaggio è disponibile in tre stagionature: semi stagionato, stagionato e extra . Assaggio Il caciocavallo di Agnone è versatile e generoso. Quello semi-stagionato, ovvero lasciato a maturare fino a 60 giorni, mostra una crosta chiara, dura, liscia, sottile e una consistenza morbida e pastosa. Quello stagionato, e cioè appeso alle travi dai 60 ai 120 giorni, ha la crosta color nocciola e vanta un sapore più deciso ma assolutamente elegante, caratteristico della sua pasta distesa con leggera sfogliatura. Il caciocavallo extra , stagionato in cantina di pietra di fiume Rapillo di Agnone per oltre 180 giorni, presenta una crosta con presenza di muffe; la pasta è semidura, compatta, abbastanza fessurata, di colore paglierino chiaro o paglierino, con occhiatura rada di dimensione fine. Tradisce un'inaspettata solubilità e un retrogusto audace, complesso e armonico, nel quale è possibile comunque distinguere il bagaglio erbaceo dell'eccellente latte di partenza. Io l’ho consumato in purezza ma immaginatelo con una bruschetta. O con dei fichi maturi! Si abbina a vini bianchi o rossi di bassa gradazione alcolica e a birre chiare. Salute! Pecorino di Capracotta Per trovare una seconda specialità molisana mi inerpico a 1.500 metri, nel paese di Capracotta. Qui sono alla ricerca di un prodotto originalissimo. Il pecorino di Capracotta è un formaggio molto antico, le sue origini risalgono all'epoca dei Sanniti. Oltre a essere inserito nell'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani della regione Molise, questo prodotto fa parte anche dell'Arca del Gusto della Fondazione Slow Food, e assume diversi profili organolettici in funzione del pascolo dove le pecore brucano. La sua più grande particolarità? È fatto senza strumenti, solo con le mani. Storia e territorio In questa zona un tempo c'era un via vai continuo di greggi che dalle montagne e dalle colline percorrevano i tratturi, cioè i tracciati formati dal passaggio del bestiame. Capracotta - comune più alto dell'Appennino - rimane uno dei simboli forti della civiltà transumante dell'Europa mediterranea. Parliamo dell’epoca dei massari, ovvero proprietari del bestiame destinati per generazioni a guidare le proprie mandrie dalle valli ai monti, e che dai pascoli estivi di altura le trasferivano a quelli invernali di pianura. L'ultimo erede di una nota dinastia di massari a Capracotta è un elegante galantuomo ormai in pensione, e che di professione ha sempre fatto il notaio, ma che alla tradizione di famiglia non ha saputo rinunciare. Del notaio Michele Conti infatti sono le 700 pecore che producono il latte per il pecorino di Capracotta PAT che voglio assaggiare. Lavorazione e stagionatura Il latte ovino intero viene riscaldato a circa 36-38° e addizionato con caglio di agnello. La cagliata viene rotta con lo spino alle dimensioni di un chicco di riso. La pasta viene poi semicotta a 42-45°. In seguito viene estratta e versata nelle fuscelle dove si pressa a mano facendo spurgare il siero. Altra particolarità di questo prodotto è che il formaggio viene in seguito scottato nel siero. La salatura avviene in salamoia, e la stagionatura varia dai 3 ai 6 mesi su assi di legno. Assaggio Ecco il momento tanto atteso! La crosta del pecorino di Capracotta è dura, rugosa, di colore paglierino o nocciola chiaro a seconda della stagionatura. La pasta è dura, compatta, untuosa, di colore paglierino, con occhiatura rada e di dimensione fine e irregolarmente distribuita. Il sapore non è mai lo stesso, le erbe dei pascoli si diversificano fra loro infatti a seconda dell'esposizione o dell'altitudine. Non c'è pertanto modo di prevedere - o uniformare - il gusto di questo pecorino. Il consiglio è questo: rallentare, aprire una forma, versare un bicchiere di rosso strutturato e tagliare una fetta di pane casereccio. Il resto è piacere. Quante sorprese mi ha riservato il Molise: una piccola regione ma ricca di tradizioni, di storia e di grandi sapori. Formaggi d'altri tempi, semplici, genuini e più che a km 0. Espressione del territorio molisano da generazioni, questi formaggi narrano storie - come quelle della famiglia Di Nucci e del Notaio Conti - che si contano sulle dita di una mano. Eleonora Baldwin Fonte: https://www.gamberorosso.it/ , 29 agosto 2016.
























