LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La festa triennale della Madonna di Loreto
A Capracotta ogni tre anni, nei giorni sette, otto e nove settembre, si festeggia la Madonna di Loreto, la cui statua si trova nella chiesetta poco distante dal paese. Non si sa se la data 1622 riportata sulla facciata si riferisca alla sua costruzione o riedificazione. Nel settembre del 1978 l'edificio consacrato al culto cristiano fu eretto a santuario. Circa la statua della Madonna ci sono diverse leggende. La scrittrice Lina Pietravalle (1887-1956), in un racconto pubblicato su "Il Tempo" nel gennaio del 1951, parla della Madonna degli Alberi: «un dì lontanissimo orde di predoni decisero di abbattere la foresta, di venderla e di fabbricarci uno strano paese; erano anche persuasi che nel suo cuore cupo fossero nascosti antichi tesori. L'albero alfiere era meravigliosamente bello, rigoglioso, giovane. Appena l'accetta del brigante arrivò a recidere il tronco, cadde recisa pure la mano e la Madonna apparve in cima. Il secondo brigante, schiumando rabbia, appiccò il fuoco all'albero, ma anche la sua mano bruciò come una foglia secca. Nessuno osa più da allora infrangere la legge severa della foresta, la sua ricchezza è di tutti i montanari, appartiene al paese». Un'altra leggenda dice che un giorno in agro di Capracotta, in un bosco di fronte al quale si ergeva una piccola cappella, la Madonna apparve ad un carbonaio intento ad abbattere un pero selvatico. L'albero si lamentava dei colpi della scure; il carbonaio, spaventato, scappò via; dopo un poco si fermò, si girò e vide tra i rami del pero l'abbagliante figura della Madonna. L'uomo raccontò tutto ai suoi compaesani e l'albero divenne oggetto di culto per circa un mese, finché un giorno i fedeli si accorsero che la pianta non era più al suo posto; nella vicina cappella però era apparsa magicamente una struttura lignea raffigurante la Madonna di Loreto. Il simulacro non era altro che il tronco del pero. La Madonna di Loreto (protettrice dei viandanti) si chiama così perché il suo culto si diffuse soprattutto presso le popolazioni dellItalia meridionale come i capracottesi che praticavano la transumanza, dopo che, secondo quanto si narra, la casa della Madonna fu portata a Loreto dai crociati e francescani, smontata pezzo a pezzo e ricomposta sulla collina. Ogni anno a settembre, prima di lasciare il paese, i pastori con le greggi si radunavano davanti alla chiesa, per salutare Capracotta e invocare la protezione della Madonna per il periodo di lunga assenza. Anche il Capitolo, collegio di undici sacerdoti, aveva molte pecore e proprietà in Puglia, ricavandone cospicui proventi che permisero agli inizi del 1700 la costruzione della maestosa chiesa madre consacrata nel 1725 e il regalo della dote alle ragazze povere del paese. Il culto della Vergine lauretana è molto sentito da tutti i capracottesi; anche quelli che vivono molto lontano cercano di non mancare ogni tre anni nei giorni sette, otto e nove settembre alle solenni celebrazioni in suo onore. C'è il motto: «chi l'otto settembre non è venuto, o è morto o si è perduto». La sera del sette la statua della Vergine viene trasferita in processione dal santuario alla chiesa madre. Il giorno otto, dopo la messa solenne, si svolge una lunghissima processione per le strade del paese addobbato con bandierine, palloncini a forma di fiori e con coperte di seta e drappi raffiguranti la Vergine alle finestre. Le celebrazioni terminano il giorno nove con l'atto di consacrazione alla Madonna, recitato in piazza da tutto il popolo; segue poi il trasferimento della statua al santuario. Molto suggestiva è la sfilata dei cavalli che, riccamente addobbati, scortano la statua della Madonna di Loreto per un tratto di strada e, abilmente addestrati, La salutano con uno scalpitante inchino, quando la sera del sette esce dalla chiesetta e quando il nove vi rientra. Giuliana Carnevale
- Linguine allo scoglio libero
Cos'altro mi manca dei pochissimi piatti a base di pesce mangiati nella mia vita prevegan? In generale nulla di nulla tal quale. Potendo veganizzare... dagli spaghetti alle vongole felici alle linguine allo scoglio libero il passo è stato breve... Questo è stato l'ultimo piatto che ho preparato prima di partire per le vacanze verso una meta... montana! Capracotta in Molise, località dal nome veganizzabile in futuro come "Caprafelice", come abbiamo scherzato con Stefano durante il nostro freschissimo - che nostalgia! - soggiorno. Le reazioni al mio piatto di vongole-pistacchio e il sorprendente sequel riassunto nella versione di Sauro Spaghetti alle vongole vegan (grazie, onoratissima!) mi hanno fatto capire che ci sono molti aspiranti vegan che hanno un debole per il pesce e tanti vegan con qualche rimpianto... Francesca, tu mi hai chiesto espressamente di essere nuovamente stupita. Beh, ci provo... Di linguine allo scoglio, il mitico piatto dell'estate, ne mangiavo una sola porzione all'anno, al mare, al ristorante - o al massimo facevo un bis per le feste natalizie, surgelato già pronto... Se avessi dovuto prepararmelo da sola non lo avrei mai assaggiato... di solito i poveri animaletti più ingombranti finivano sempre nel piatto di chi mi stava vicino (ben contento!)... Anche di linguine allo scoglio libero ne mangerò comunque un solo piatto o massimo due all’anno... perché? Leggete il seguito e lo capirete al volo! Prima di passare in cucina un paio di doverose considerazioni per i nostri amichetti marini. Anche gli onnivori dovrebbero cominciare seriamente a pensare di sostituire di tanto in tanto (e man mano sempre più spesso) il pesce con surrogati vegan, perché molte specie sono ormai in estinzione e perché il livello di inquinamento è tale da rendere veramente rischioso per la salute umana un consumo ittico regolare. I mari di tutto il mondo sono in una fase agonizzante... il 40% delle acque è considerata dagli scienziati in situazione grave. La cosa che più mi ha colpito di recente è stato un documentario su La7 dedicato agli squali, animali sempre più perseguitati da una cieca mattanza, ormai sull'orlo dell'estinzione (nella cucina orientale si usa la pinna ai pranzi di matrimonio, uno status symbol mangereccio... una bestia del genere uccisa solo per una piccola escrescenza della sua epidermide!). Alcuni penseranno, che bello ci potremo fare il bagno nelle acque di tutto il globo finalmente in sicurezza! Ma il prezzo da pagare per questa insensata pescificina sarà l'alterazione dell'equilibrio nella catena alimentare marina: sparito il predatore che chiude l'anello della catena le specie più piccole che si nutrono di vegetazione marina prolifereranno senza misura e quindi si mangeranno le praterie e le foreste sottomarine: l'effetto sarà paragonabile a quello della sparizione della foresta amazzonica... effetto serra, problemi di ossigenazione nelle acque che porteranno lentamente tutto il pesce a morire... Qui trovate una petizione per gli squali da firmare e varie notizie. Allora W lo squalo e W lo scoglio libero! Procedimento Non è semplice mettere insieme una lista così eterogenea di ingredienti... ma se il piatto si cucina una volta l'anno il sacrificio si può fare... non vi dico che giro ha dovuto fare Stefano per trovare i cuori di palma! Ha visitato i supermercati di tutti i paesi del circondario! Per fortuna invece avevo già in casa la provvista di alghe, anche se per l'occasione ne avrei voluto provare qualcuna nuova, ma non ho avuto il tempo di andare a Roma a comprarle. Una piccola notazione di costume e poi passo al piatto: al recente pranzo delle first ladies del G8 a Roma i giornali scrivono dei menu vegetariani per alcune di esse... a cui viene servito solo pesce e non carne... Cercando la ricetta onnivora delle linguine allo scoglio in rete mi sono resa conto che viene da molti siti classificata come ricetta adatta anche ai vegetariani! A tale pranzo per rispetto nei confronti delle first ladies di religione islamica non sono stati portati in tavola per nessuno piatti a base di carne di maiale né vino. Per la first lady vegan, la signora indiana, invece menu a parte: forse perché di religione politeista? Francesca, mi hai messo a dura prova chiedendomi di stupirti. Come andare oltre le vongole felici? Ovviamente con lo scoglio... ma come sostituire le cozze? Questo è stato il problema più arduo. Allora mi sono guardata intorno alla ricerca di un suo parente nel mondo vegetale... e mi sono venute in mente le mandorle. Quelle che sono riuscita a trovare però erano veramente chiare... non avrebbero mai potuto passare per cozze! Allora, come travestirle? Ho cercato nella magnifica rete un colorante alimentare nero e... meraviglia! Ho scoperto che il nero chimico con cui si colora il carbone della Befana (a cui bacio le mani) può essere sostituito da carbone vegetale! E ne avevo un avanzo in casa per una recente ecografia epatica! Ma allora il caso vuole che realizzi questo scoglio vegan... mi sento come Sordi sfidato dal piatto di bucatini... (solo che il mio è ancora immaginario). Superato lo scoglio della cozza eccovi il procedimento. Lavoro preparatorio: come travestire le mandorle da cozze. Si mettono a bollire 200 g. di acqua e si sciolgono 3 pasticche circa di carbone vegetale insieme alle mandorle. Sembra di cucinare code di rospi, tanto più che ho usato un pentolino bianco... Il risultato non è di immediata apparenza e si sarebbe tentati di buttare tutto nel secchio... ma se con un coltellino fate saltare la buccia più coriacea della mandorla spunterà una superficie piena di radichette, molto simile alla peluria di una cozza... e questa parte, molto porosa, diventa nera... Ecco la cozza vegan! La cosa più strana è che anche l'odore della mandorla dopo il trattamento fuligginoso si fa più marino... pura suggestione? Sembrerebbe che le mandorle siano veramente le cugine vegetali delle cozze... Non ci posso credere, ma almeno dal punto di vista scenografico ho la possibilità di andare oltre in questo tentativo... Lavoro preparatorio: come "marinare" tutti gli altri ingredienti. Immergerli in ciotoline d'acqua con le varie alghe. I pistacchi con la kombu, e poi secondo il proprio gusto. I cuori di palma vanno svuotati della parte centrale cercando di non romperli e poi affettati. L'interno può figurare nel piatto come chele di qualcosa... Le cicerchie e il farro vanno fatti cuocere separatamente con alga kombu e un po' di nori, un aglio e una foglia di alloro (e sarebbero già buoni così). I fiori di zucchina li ho fritti con una pastella di farina integrale, acqua frizzante e sale. Nella mia immaginazione dovevano svolgere il ruolo di seppia... ma poi mi sono accorta che aprendo e spianando bene il fiore veniva la forma di una stella marina! E allora ne ho fritti alcuni in questa guisa... Per cominciare l'esecuzione del piatto vero e proprio, ho fatto il "fumetto" che in vari siti onnivori propongono come base di partenza, cioè un soffritto di cipolla, carota, sedano (più la mia onnipresente foglia di alloro) sfumato con vino bianco a cui si aggiungono scarti vari di pesce che io ho ovviamente sostituito. Nel fumetto vegan dopo il soffritto si buttano i tre tipi di alga (senza esagerare, direi raccogliendo tutti i vari pezzi utilizzati per le marinature e cotture, aggiungendo due cucchiai di nori in frammenti). Poi ho aggiunto tutte le varie brodaglie che avevo messo da parte dopo aver cotto farro, cicerchia e "marinato" gli altri ingredienti (speriamo che non dimentico qualcosa... non è stato facile assemblare questo scoglio libero). Dopodiché ho preparato il soffritto con aglio, foglia di alloro e peperoncino e ho buttato i pistacchi-vongola con il loro liquido di marinatura. Ho aggiunto subito dopo le cicerchie-cozza sgusciata. Dopodiché pian piano ho aggiunto tutti gli altri ingredienti messi in marinatura (anacardi, popcorn - sì, pure quelli, ma una parte li ho tenuti secchi, macadamia, germogli di soia) e il farro, aggiungendo il fumetto. Ho fatto insaporire un po' e ho aggiunto i pomodorini tagliati a metà. È venuto un sugo un po' denso (forse la prossima volta il farro lo aggiungo solo a piatto finito). L'odore che il sugo sprigionava era piuttosto invitante... e soprattutto marino... Nel frattempo avevo messo su l'acqua della pasta con qualche cucchiaio di fumetto vegan e ho buttato le linguine. A metà cottura le ho scolate, ho spento il sugo cotto nel coccio e ho trasferito una buona parte del sugo (quasi uno stufato) e delle linguine in una padella per proseguire la cottura con un po' d'acqua della pasta fumettosa. Quando le linguine si sono cotte, ho spento e preparato la "cofana" di portata... e qui mi sono proprio divertita a comporre la scena (l'immagine è quella di apertura). Intanto cospargere di prezzemolo e un bel giro di olio evo sabino... poi altri mestoli di sugo, sopra i palmitos-calamari e tutto intorno le stelle marine-fiori di zucca con le frittelle di pastella avanzata che sembrano delle soglioline fritte. Una manciatina di pop-corn secchi a mo' di strani crostacei... Per concludere un giro di mandorle travestite da cozze, poche delle quali (aprire una mandorla a mo' di cozza è impresa quasi disperata) private della mandorla sostituita con una cicerchia della grandezza corrispondente (per fortuna ce n'erano alcune molto piccole). Questo solo per puro divertimento... non certo per goduria alimentare... Ho messo anche un'allegra fetta di limone... E poi via di forchetta! Beh, io sono rimasta davvero stupita... e altrettanto Stefano... certo ormai erano... linguine di mezzanotte... Mariagrazia Pelaia Fonte: https://www.veganblog.it/, 8 agosto 2009.
- Cronachetta bibliografica
L'arte di scrivere le prefazioni non è tanto comune, soprattutto le prefazioni alle opere degli altri. Inutile dire perché... La lode che l'autore s'aspetta non può essere posta nel dimenticatoio: e del resto la verità esige di comparire in qualche modo alla luce. Allora si dà un colpo al cerchio ed uno alla botte; quando si è poi uomini come Francesco d'Ovidio si ha ogni mezzo per soddisfare la propria coscienza e l'altrui desio... Ecco qui una raccolta di folk-lore: Oreste Conti, "Letteratura popolare capracottese", con prefazione di Francesco d'Ovidio (Napoli, Piero, 1911). Capracotta per chi non lo sapesse (e questo può darsi senza infamia, perché il nome non è celeberrimo) è terra del Sannio, patria comune al Conti e al d'Ovidio: il primo dei quali ha raccolto con amorosa cura locuzioni e modi di dire, usi e costumi, proverbi, indovinelli e novelle del paese; il secondo si è preso l'amichevole incarico di accompagnare il nuovo libro per il mondo sotto l'egida del suo nome e della sua dottrina. Ed ha scritto la prefazione. Dove si dice e non si dice, si loda e non si loda. Per es.: «Oreste Conti, gentile d'animo come d'aspetto, ha un'innata disposizione alla poesie ed alle lettere»; «Non si può conoscerlo... senza deplorare che egli non sia stato avviato agli studi classici»; «L'opera sua è condotta alla buona»; «Non ci mancherebbe altro che io facessi, al buono e valente compositore di questo libro spigliato ed amabile, il tiro di renderglielo pesante e ruvido!». Attenuazioni, limitazioni, lodi a volte eccentriche (nel senso etimologico); dal complesso resulta qual è il giudizio d'un uomo di alta competenza. Perché Ferdinando Martini ha detto che le prefazioni si saltano a piè pari? A volte, si leggono soltanto quelle... Giuseppe Ulivi Fonte: G. Ulivi, Cronachetta bibliografica, in «Il Marzocco», XVI:32, Firenze, 6 agosto 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: durante le tempeste
Quando il tempo minaccia, perché le nuvole bianche annunziatrici di grandine corrono per il cielo, le donnicciuole, in segno di scongiuro, agitano in alto vibratamente le corone e recitano a voce alta il Rosario. Se le bianche cavalle dei cieli, insensibili a tanto strazio di cuori, a tanto fervore di preci, si sciolgono in grandine, viene piantato verticalmente nel terreno un grosso coltello, si fanno tintinnire i campanelli posti davanti l'immagine de' Santi, si scuotono furiosamente le catene dei camini e spesso si gettano sulla strada. E pensare che dette catene, per tema di disturbare le anime de' proprî defunti o d'invocare i diavoli, non vengono toccate che per gli usi domestici. Ma, se anche lo scotimento delle catene non vale ad arrestare il malefico potere, una vergine uscirà all'aperto a raccogliere chicchi di gragnola con la bocca. Il tempo, però, non sempre è cavaliere! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Usi e costumi di Capracotta: Giovedì Santo
In chiesa, la mattina del giovedì santo, ha luogo la funzione della lavanda ai piedi, che si svolge alla presenza di numeroso popolo. Tre sacerdoti bagnano e asciugano le estremità di dodici vecchi, scelti tra i più anziani e più poveri del paese, che rappresentano i dodici apostoli. In fine della sacra funzione, l'Arciprete dona a ciascun Apostolo un grosso cipollato (pane a forma tonda), una staièlla (pasta dolce rettangolare), due litri di vino e de' confetti. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- La scrittura
La mano dell'uomo mostra in vari modi la sua opera. Anche la "Mano di Dio", quella che fece vincere l'Argentina al Mondiale del 1986, altro non era che la mano dell'uomo (di Diego Armando Maradona) che ha modificato tante cose. Prima che l'uomo intervenisse con la sua mano a bonificare i laghi, le pianure e i corsi dei fiumi con le dighe, l'Europa era un'immensa foresta. La mano dell'uomo si è fatta sentire anche sui terreni, dissodandoli e coltivandoli con l'aiuto degli animali, specialmente buoi e cavalli. Si è fatta sentire anche nella costruzione di pagliai e muretti in pietra a secco e di macère diffuse in tutto il mondo. La mano dell'uomo si è fatta sentire nella scrittura che, secondo alcuni autori, è nata nel 4.000 a.C. segnando il passaggio dalla preistoria alla storia. Le prime forme di scrittura utilizzavano i disegni, detti anche pittogrammi, che rappresentavano oggetti. Poi sono venuti gli ideogrammi che, oltre agli oggetti, rappresentavano idee. Infine la fonetica, che non usa né simboli né disegni, ma suoni. I Greci l'adottarono dai Fenici circa 3.600 anni fa, aggiungendo le vocali al loro alfabeto consonantico e gutturale. I Romani conobbero la scrittura greca nel 500 a.C. tramite gli Etruschi e, con pochissim modifiche, crearono l'alfabeto latino. La storia e la scrittura si sono dunque mosse in un'unica costante direzione, da est verso ovest, finché non ricevette un'ulteriore poderosa spinta quando Cristoforo Colombo scoprì l'America. Nello scrivere si sono usati vari materiali come tavolette di argilla, pietra, cera, legno, pelli di animali, foglie di papiro, via via sostituite dalla pergamena (membrana ricavata da pelle di pecora, capra o vitello). Dal 1100 circa entrò in uso la carta. Per tutto il Medioevo l'arte dello scrivere venne coltivata dalla Chiesa, nelle scuole annesse alla cattedrale e nei monasteri, nei vari scriptoria, essendo la scrittura una mansione per pochi, riservata alle università, alle corti e ai monasteri. Molti scrittori dell'epoca dovevano infatti cercarsi un mecenate se volevano guadagnare qualcosa, ancor più se avevano famiglia. Così si sono salvatie, grazie ai copisti, le orazioni di Cicerone, le odi di Orazio, le storie di Tacito, i libri di Varrone sull'agricoltura, i testi di medicina e molti altri, tutte opere che sarebbero andate altrimenti perdute, travolte dalla furia devastatrice dei vari popoli barbari. Nel 1300 il passaggio dalla copia amanuense o alla stampa rappresentò una svolta di enorme importanza per la scrittura e, più ampiamente, per la cultura, lontana dalle grandi masse. Gli scrittori non ricorrevano più allo scrivano ma allo stampatore, in grado di fornire molteplici copie della stessa opera in tempi più rapidi e a prezzi decisamente inferiori. Con la diffusione della stampa la scrittura raggiunse la gente comune e favorì il desiderio di informazione. Molti riconoscono in Dante il primo utilizzatori della lingua italiana, chiamata all'epoca "volgare"; il Petrarca, nello stesso periodo, utilizzava ancora il glorioso latino e non credeva nella cultura popolare; Boccaccio, invece, si guardava intorno mentre scriveva il Decamerone in italiano (ma sapeva anche il latino). Tutto si modifica, anche la scrittura, ed alcuni termini sono stati abbandonati mentre altri se ne sono aggiunti, perché, insieme agli uomini, migrano pure le idee. Ed anche il dialetto si modifica, essendo la scrittura una cosa viva: prova ne sia il fatto che, tornando in Italia, alcuni emigrati capracottesi in Argentina, America, Canada e Venezuela, parlano un dialetto "antico", insegnato loro dai genitori al tempo della grande migrazione e perciò diverso rispetto al dialetto attuale. Dal fuoco, scoperto 800.000 anni fa e diffusosi in tutto il mondo "soltanto" 400.000 anni fa, l'evoluzione della Terra è stata sempre aiutata dall'intelligenza e dalla scrittura, insomma dalla mano dell'uomo. Lucio Carnevale
- La prudenza (II)
La prudenza come virtù naturale Per virtù della prudenza intendiamo la capacità dell'uomo, alla luce della semplice ragione, di escogitare, scegliere ed attuare i mezzi adatti per raggiungere il fine virtuoso. Su questo piano l'uomo può abituarsi ad una sorta di discernimento pratico con una visuale che non esce dal ristretto orizzonte delle cose di questa terra; così va intesa l'abile conduzione degli affari e delle mansioni che uno deve svolgere in un determinato contesto storico: non si tratta di capacità posta al servizio del Bene nel senso assoluto, ma al servizio di un bene particolare. Se poi si tratta di risorse messe al servizio del male e del peccato, ci troviamo davanti alla prudenza della carne che si oppone alla prudenza virtuosa, cioè dello spirito (Rom 8,5). La prudenza soltanto naturale suppone nell'uomo la capacità di percepire il valore dei princìpi, morali della legge naturale, mentre la prudenza della carne è il rifiuto di ogni norma etica. La prudenza come virtù soprannaturale La prudenza soprannaturale riguarda solo, quelli che sono in grazia di Dio e posseggono la carità. Il prudente non agisce solo alla luce della ragione, ma sotto l'influsso della grazia divina e alla luce della legge di Cristo; i suoi atti acquistano valore per la vita eterna. La prudenza dirige le altre virtù, ma presuppone nel cristiano la fede, la speranza e la carità con le quali egli prende coscienza delle cose, cioè diventa partecipe della vita di Dio. In questa partecipazione inadeguata, attraverso la concretizzazione pratica della prudenza si attua il fine dell'esistenza del cristiano. «È il vivere la carità nella situazione, è la capacità e la sensibilità interiore a cogliere l'appello del momento di grazia». La prudenza, come tutte le altre virtù, ci è stata data nel battesimo; cresce in noi attraverso la ripetizione di atti buoni e con la vita della grazia. Essa ci aiuta a emettere giudizi pratici nella vita di tutti i giorni. La prudenza naturale e quella soprannaturale sono uguali per quanto riguarda il loro oggetto materiale e nel fatto che ambedue risiedono nell'intelletto pratico. Sono però diverse per la loro origine in quanto una nasce dalla ripetizione di atti buoni sul piano naturale, mentre l'altra nasce dall'infusione da parte di Dio. Differiscono per l'oggetto formale: in una ci sono motivazioni del tutto umane, mentre per l'altra sono presenti scopi che si riallacciano alla fede e sono sostenuti dalla carità. È motivo di differenziazione anche l'estensione, perché per una l'ambito è d'ordine naturale, per l'altra invece è soprannaturale. Il contesto della prudenza Ogni virtù cardinale è un centro intorno al quale ruotano altre virtù che, a seconda del ruolo che svolgono, sono chiamate parti integranti, soggettive o potenziali della virtù-cardine. Le parti integranti sono quegli elementi che costituiscono, integrano la virtù o l'aiutano nel suo esercizio. Parti soggettive sono le diverse specie nelle quali si suddivide una virtù cardinale. Parti potenziali sono le virtù annesse o derivate che stanno in relazione con la loro virtù-cardine, ma non ne hanno tutta la forza, o sono ordinate ad atti secondari. Le parti integranti della prudenza che stiamo per descrivere in maniera successiva, nella realtà non sono altro che un unico movimento di coscienza in cui noi immaginiamo i differenti aspetti al fine di studiarli, ma non dobbiamo dimenticare la loro unicità fonda- mentale e vivente. Gli atti della prudenza hanno un doppio momento di realizzazione: momento conoscitivo dei mezzi da adoperare e momento esecutivo. Il momento conoscitivo è costituito prima di tutto dalla conoscenza della realtà. Da un esame della situazione concreta e delle circostanze si passa ad un giudizio obiettivo sulla validità dei mezzi che si vogliono adoperare per raggiungere lo scopo. La conoscenza esatta della realtà è un requisito fondamentale per evitare un agire basato soltanto sulle "buone intenzioni". Per conoscere la realtà l'uomo prudente fa uso prima di tutto della memoria, cioè non tanto della capacità mnemonica del ricordo, ma della perfetta concordanza tra la nostra capacità conoscitiva e la realtà qual è in sé. Infatti questa possibilità di obiettivare la realtà può subire facili deformazioni, omissioni e coloriture diverse. Alla memoria bisogna unire la capacità di distinguere con perspicacia le condizioni reali dell'agire in un determinato momento. La capacità di imparare dall'esperienza della vita e dalla realtà molteplice delle cose quale sia la scelta da fare, è un elemento che va tenuto nel debito conto. Si tratta di spogliarsi di una certa forma di autosufficiente saccenteria per rivestirsi di una serena disponibilità di apprendere sia dal mondo in cui operiamo che dalle persone che ci circondano, prescindendo dai ruoli e dalle capacità di ciascuno, poiché l'insegnamento a volte ci può venire donde meno ce lo aspettiamo; d'altra parte, essendo infinito il numero dei casi che si possono presentare nella pratica, nessuno deve presumere di essere in grado di risolverli tutti e da solo. Infine il nostro esame della realtà deve avere la disponibilità ad affrontare con chiaroveggenza ed oggettività le situazioni-limite nelle quali per operare ci si deve rifare ai princìpi primi ed universali. «La duttilità a sempre nuove risposte a situazioni sempre nuove non ha nulla a che vedere con la mancanza di carattere; salvo che Si consideri come carattere l'ostinazione e la resistenza contro la verità delle cose reali, vale a dire mutabili». Secondo elemento della fase conoscitiva è la ponderazione della validità dei mezzi; si tratta qui di emettere un giudizio e di fare una scelta. Il giudizio deve essere la conclusione di un ragionamento logico che si presenti a noi come decisivo e non in fase di dubbio. La scelta suppone la possibilità di fare una selezione in cui, dopo aver esaminato i mezzi, si rifiutano quelli meno adatti per fissare la nostra attenzione su quelli che rispondono meglio allo scopo prefisso. Nel terzo atto della prudenza abbiamo la fase imperativa. Fino a questo momento, dopo l'esame valutativo dei mezzi e la scelta di essi, noi stiamo ancora fermi al livello delle intenzioni; bisogna quindi scendere alla fase operativa. Qui si entra in pieno nella virtù della prudenza che, dopo aver esaminato, valutato e scelto, comanda l'azione in base a quanto è stato a suo tempo ponderato e scelto. Si tratta qui di compiere un'azione della ragione che ordina con cognizione di causa la traduzione pratica di quanto è stato idealmente concepito in linea teorica. Nella fase imperativa le difficoltà aumentano, ma la virtù dà i suoi frutti proprio in questa realizzazione. Come nella fase conoscitiva ci sono degli elementi che rendono più sicuro l'esame dei mezzi, così a livello precettivo ci possono essere degli elementi che sicuramente perfezionano la prudenza nel momento di realizzare quanto è stato conosciuto e valutato. Questi elementi sono: la previdenza, cioè la capacità di vedere prima le conseguenze, i vantaggi, gli svantaggi e i molteplici risvolti del nostro agire. La memoria, l'esperienza della vita, la capacità di discernere, l'essere aperti al contributo che ci può venire dagli uomini e dalle cose sono tutti elementi che ci fanno essere previdenti e quindi prudenti; la circospezione, cioè la preoccupazione di situare nel suo giusto posto un'azione che necessariamente dovrà fare i conti con il mutare continuo delle circostanze della vita; la cautela, cioè quell'insieme di accorte considerazioni che permettono di agire nella contingente mutabilità dei fatti in cui si mischiano il bene e il male. Il prudente deve munirsi di cautela per superare in parte e possibilmente del tutto gli ostacoli che impediscono di raggiungere il bene. Pertanto cautela deve intendersi quel tipo di vigilanza che ci consente di stare in guardia contro le insidie che possono intralciare il cammino verso il bene. I vizi che si oppongono alla prudenza La prudenza è stata descritta come una virtù che riceve la misura, la dimensione, la possibilità di attuarsi dalla realtà, ma al tempo stesso essa dà la misura alla volontà e all'azione; traduce cioè la verità delle cose reali nel campo del bene per la persona umana. In questa opera di trasformazione la prudenza è la virtù del giusto mezzo nella concretezza delle cose. L'eccedere, l'uscire dal giusto mezzo provoca il vizio. Contro la virtù della prudenza si può quindi mancare per eccesso o per difetto. Per difetto si manca contro la prudenza in relazione alle diverse fasi che costituiscono gli atti integranti della prudenza stessa. A livello del momento conoscitivo possiamo avere: la dissennatezza, cioè il disprezzo e la trascuratezza nel valutare quegli elementi che ci offrono la possibilità di rettamente giudicare; la precipitazione, che è un modo irriflessivo e precipitoso di agire, per lo più sotto lo stimolo della passione e del capriccio. A livello valutativo possiamo avere la superficialità, che è il giudizio non ponderato sulla validità dei mezzi. È una mancanza di quella vigilanza che ci viene raccomandata dal Vangelo. A livello esecutivo possiamo avere l'inconcludenza, cioè la mancanza di decisione, una volta che l'esame e la valutazione dei mezzi sia stata fatta; l'incostanza, invece, è il cambiare parere e mutare propositi per futili motivi o almeno senza una causa proporzionata. Per eccesso si manca contro la prudenza non con un rifiuto totale di essa, ma con una sua accettazione distorta. Infatti si tratta di valutazioni sbagliate che agiscono non per il fine ultimo, ma per scopi peccaminosi e almeno sbagliati in quanto i mezzi possono essere anche buoni, ma i fini sono errati. È la prudenza della carne la quale, invece di essere al servizio del retto agire umano, è al servizio di valori terreni e caduchi. Tale è il comportamento dell'astuto il quale fa uso della memoria, della intelligenza e della circospezione per temporeggiare e per studiare la tattica del suo agire. Altro tipo di prudenza della carne è l'inganno e la frode, cose queste del tutto lontane dalla prudenza vera perché in opposizione a quanto Cristo ci ha insegnato in fatto di semplicità e di lealtà nei rapporti col prossimo. Il denominatore comune in tutti questi atteggiamenti è, secondo san Tommaso, l'avarizia, cioè lo smisurato desiderio di possedere ogni cosa al fine di garantirsi la grandezza del proprio valore. La prudenza invece, oltre ad essere oggettiva e realistica, è sapiente valutazione delle cose di questo mondo. «Essa racchiude in sé l'umiltà di colui che tace, cioè che conosce senza pregiudizi; la fedeltà della memoria; l'arte del sapersi lasciar dire qualche cosa; la vigile capacità di dominare l'imprevisto. Prudenza significa la cauta serietà e per così dire il filtro della riflessione e nello stesso tempo l'audace coraggio per la definitività della decisione». Mario Di Ianni Fonte: M. Di Ianni, La prudenza, in «La Rivista del Clero Italiano», LXI:5, Vita & Pensiero, Milano, maggio 1980.
- La prudenza (I)
«Perché la prudenza è la prima delle virtù cardinali?». Questa domanda mi fu rivolta tempo fa da un ragazzo delle scuole medie. Preso così alla sprovvista, tentai a caldo di dare una risposta pertinente dicendo che nella Sacra Scrittura è elencata per prima. Il ragazzo accettò la risposta con un generico segno tra il soddisfatto e il dubbioso, con un'espressione del volto che lasciava intravvedere una vaga soddisfazione di aver messo in difficoltà l'insegnante. Quello sguardo birichino mi rimase impresso a tal punto, che nel ritornare a casa, lungo la strada, mi andavo ripetendo anch'io: «Ma perchè proprio la prudenza al primo posto?» Tra le tante reminiscenze scolastiche, affiora, di tanto in tanto, alla memoria anche il fatto che forse nel pensiero classico ci doveva essere un elenco delle virtù... ma dove e da chi, mi restavano un mistero. Siccome «il ferro va battuto quando è caldo», appena rientrato in casa, mi misi al lavoro scartabellando i trattati di morale e di ascetica, ma le idee non è che mi si chiarissero molto anche perchè notai con sorpresa che i probati auctores non danno molto spazio nelle loro opere alla virtù della prudenza. Allora, con santa pazienza, ricominciai da zero e mi accostai alle opere di s. Tommaso quasi con timore. Da questa e da altre letture sono venute fuori le seguenti note sulle virtù cardinali. Un primato giustificato Per ritornare al quesito del ragazzo: «Perché la prudenza è la prima virtù cardinale?», bisogna rispondere che la Sacra Scrittura non viene molto in aiuto alla risposta data. Infatti in Sap 8, 7 la prudenza non è citata come prima virtù cardinale: «Essa [la sapienza] insegna temperanza e prudenza, giustizia e fortezza, di cui non c'è nulla di più utile nella vita dell'uomo». Tra i filosofi del mondo classico la prudenza ha una preminenza sulle altre virtù, ma in genere si tratta di elencazione senza addurre dei motivi che giustifichino tale primato. Nel pensiero cristiano si è sempre citata la prudenza quale prima virtù cardinale per un motivo intrinseco. S. Ambrogio e s. Agostino ci offrono l'elenco delle virtù così come sono enumerate oggi. S. Ambrogio dice esplicitamente che la prima fonte del dovere è la prudenza e che la giustizia non può esistere senza la prudenza. A queste affermazioni fa eco s. Tommaso quando afferma che la prudenza è la misura, la causa prima, il giusto mezzo, la generatrice e moderatrice di ogni virtù. Ma le asserzioni di questi santi, per quanto meritino il nostro massimo rispetto, non fugano appieno il dubbio, o almeno non appagano la curiosità sul perché della preminenza della prudenza sulle altre virtù. Prima di tutto dobbiamo sgombrare il campo da una questione pregiudiziale. Nella nostra mentalità moderna le graduatorie tra grandezze spirituali e morali sembrano cose che hanno attinenza con l'allegoria o, in ogni caso, con cose in fondo inutili. Infatti concedere un primato o riconoscere di fatto una preminenza tra le virtù cardinali sembra quasi ozioso o almeno da lasciare alle sottili elucubrazioni d'altri tempi. Ed invece non è così. Il motivo per cui nella teologia scolastica la prudenza ha un primato non è un qualche cosa di superficiale e di accessorio, ma è un motivo profondo che giustifica pienamente tutti gli appellativi dati alla prudenza dai grandi teologi. La prudenza trascende le altre virtù e le dirige al fine ultimo, indicando in tutte quale sia il fine da conservare. Mentre le altre virtù hanno un ambito ben definito, la prudenza ha un ambito estesissimo ed è norma di tutte le virtù, poiché ad esse indica nella concretezza pratica quale sia il bene da conseguire in una situazione esistenziale ben definita. La prudenza pur tenendo conto di quale deve essere il fine dell'uomo, indica in ogni atto virtuoso quali sono le finalità intermedie e pratiche per raggiungere il fine ultimo. S. Tommaso dice che il bene, cioè l'ideale di bontà dell'uomo è quello di «essere conforme alla ragione» (I, II, 18, 5); ed ancora: «Il bene dell'uomo è che la ragione sia perfetta nella conoscenza della verità, e che gli appetiti inferiori siano regolati secondo la regola della ragione». Per ragione dobbiamo intendere la molteplicità dei modi di cogliere, di vedere e di percepire il reale. Ora la percezione della realtà non serve solo a livello speculativo, ma anche a livello pratico per poter ben agire. In questo senso la prudenza riceve la possibilità di attuazione dalla realtà, non già da una forma velleitaria di buona intenzione. La realizzazione del bene esige la conformazione del nostro agire alla oggettiva e concreta realtà in cui operiamo. Altro aspetto della prudenza è quello di essere una virtù che decide e comanda dopo che l'intelletto pratico ha capito il da farsi. È una virtù che dà misura ed è rivolta prima di tutto alla volontà e in un secondo momento all'azione. La prudenza, in tutto l'ambito del bene, traduce la verità delle cose reali nella bontà dell'agire umano. Sotto questo profilo la prudenza genera le altre virtù. Definizione della prudenza La prudenza è la virtù che fa rettamente discernere ed agire in tutte le circostanze della vita; indica nei singoli casi cosa bisogna fare e cosa evitare, quali mezzi adoperare, il quando e il come... per ottenere i vari scopi contingenti e per conseguire, in ultimo, il fine supremo. Non si tratta di un complicato modo di pensare e di agire, ma è l'orientamento della persona umana a discemere qual è la volontà di Dio in un determinato luogo e momento. Si tratta di realizzare nelle singole circostanze la vocazione alla santità di ogni uomo. In questo senso la prudenza non è quella disposizione d'animo a tutto rallentare pesando e soppesando i pro e i contro di ogni agire; è invece uno scegliere il bene con generosa prontezza nelle diverse situazioni concrete, o «è un modo divinamente ispirato di essere docili alle ispirazioni di Dio». Nella S. Scrittura non troviamo una parola precisa corrispondente al termine greco fronesis, però dai diversi contesti si può desumere il perché è stato tradotto ora con sapienza ora con prudenza. In molti passi questi termini vengono riportati sempre in coppia: «Jahvè fondò la terra con sapienza e consolidò i cieli con prudenza». Nell'Antico Testamento la prudenza viene indicata come un dono di Dio: «È il Signore che conferisce la sapienza e dalla sua bocca provengono la sapienza e la prudenza». In Baruch la prudenza s'indentifica con la legge di Dio. La prudenza, pur essendo un dono di Dio, non esime l'uomo dalla ricerca, dalla formazione personale. Nel libro dei Proverbi vengono suggeriti tre punti per educarsi alla prudenza. Primo punto: la preghiera al fine di ottenere la luce da Dio. Secondo: la docilità per ascoltare i consigli di chi ha autorità su di noi e ha possibilità di correzione nei nostri riguardi. «È sulla strada della vita chi accetta la correzione, ma chi disprezza l'ammonimento si smarrisce» (Prov 10,17). Anche chi crede di non aver bisogno di consigli deve essere aperto ad ascoltare i pareri dei saggi e dei prudenti: «Con una saggia direzione si fa la guerra e la vittoria viene dal numero dei consiglieri» (Prov 24,6). Terzo: l'esperienza che suggerisce le regole pratiche all'agire prudente e che ha il suo fondamento nel timore di Dio e nell'umile riconoscimento dei propri limiti perché «non c'è sapienza, né prudenza, né senno davanti a Jahvè» (Prov 21,30). Per colui che cammina sulla via della prudenza ci sono i seguenti benefici: la lontananza dalle seduzioni del male, il saper parlare e tacere a tempo debito, il retto consiglio e la capacità di emettere dei giudizi equilibrati sulle cose di questo mondo. Favoriscono la prudenza e sono sue alleate la rettitudine, la misericordia e la giustizia; mentre sono contro la prudenza la pigrizia, l'ira e la smodata bramosia della ricchezza. Nel Nuovo Testamento possiamo notare che il concetto di prudenza non si discosta molto dalle idee fondamentali dell'Antico Testamento. La frase di s. Luca riferita a Gesù dodicenne: «Tutti si meravigliavano della sua prudenza» (Le 2,48) può ben applicarsi a tutta la vita del Cristo. Gesù fu prudente con i suoi discepoli rivelando ad essi tutte le verità con delicatezza pedagogica e preparandoli all'evento doloroso della passione. Gesù fu prudente con i nemici senza dare mai loro l'occasione di coglierlo in fallo. Esortò i suoi seguaci ad essere prudenti come serpenti e semplici come colombe; inculcò, attraverso l'insegnamento delle parabole, la prudenza al fine di costruire l'edificio della propria santità sulla roccia e non sulla sabbia. Inoltre chi riconosce nella sequela del Cristo un valore sommo, dimostra grande prudenza, se per questo scopo rinuncia a tutto. S. Paolo raccomanda ai cristiani di Efeso di comportarsi da prudenti e non da stolti; raccomanda ancora la prudenza a chi aspira all'episcopato e alle donne anziane affinché siano di guida alle giovani. La prudenza cristiana deve essere sorretta nelle scelte dallo Spirito Santo ed orientata verso la promessa della felicità eterna; mentre la prudenza della carne porta lontano da Dio e s'identifica con la «prudenza dei figli di questo mondo» (Le 16,8). Il tema della vigilanza, così ricorrente sia nel Vangelo che negli altri scritti del Nuovo Testamento, è direttamente ricollegabile al tema della prudenza. Le vergini che attendono lo sposo con costanza sono dette prudenti da Gesù, mentre le stolte hanno commesso una grave imprudenza perché non hanno saputo valutare la venuta dello sposo con le loro scorte di olio (Mt 25). Anche s. Pietro esorta a stare vigilanti: «Siate sobri e vigilate» (1Pt 5,8). E l'Apocalisse ripete: «Se non vigili, io verrò a te come un ladro» (Ap 3,3). Natura della prudenza S. Tommaso dice che il bene, cioè l'ideale di bontà dell'uomo, è quello «di essere conforme alla ragione». Qui ragione deve essere intesa come la molteplicità dei modi di cogliere, di vedere, di percepire la realtà. La ragione può essere speculativa se ha per compito la percezione della realtà vera in quanto vera; se ha per scopo la percezione della realtà per poter agire, allora si parla di ragione pratica. In altre parole: il cogliere la realtà in tutta la sua estensione può arricchire il mio patrimonio di conoscenze e fornirmi la base per ulteriori speculazioni, si tratta allora di conoscenza speculativa, mentre la conoscenza della realtà che non è fine a se stessa ma in funzione del ben agire, è detta conoscenza, ragione pratica. La virtù della prudenza appartiene alla nostra ragione pratica. Chi è prudente, prima di porre un'azione, non solo immagina vagamente quello che deve fare, ma agisce con fatti che gli permettano di avere un quadro completo della situazione. In base a tale giudizio si fanno le scelte. È un lavoro tipico delle nostre facoltà di discemere cosa bisogna fare e cosa evitare. Le virtù vengono in genere divise in virtù intellettuali e morali a seconda se risiedono in una o nell'altra facoltà dell'uomo. Le intellettuali risiedono nell'intelletto e lo perfezionano in ordine alle capacità di acquisizione di nuovi concetti o nozioni; quelle morali risiedono nella volontà. Tra le virtù intellettuali ve ne sono alcune con caratteristiche del tutto speculative, mentre altre sono virtù intellettuali pratiche e tra esse c'è la prudenza il cui fine è quello di conoscere le realtà contingenti per potervi inserire l'onesta risposta dell'uomo. Mario Di Ianni Fonte: M. Di Ianni, La prudenza, in «La Rivista del Clero Italiano», LXI:5, Vita & Pensiero, Milano, maggio 1980.
- Ricordando padre Mario Di Ianni
Lo scorso giugno mi sono recato a Roma per una serie di eventi culturali. Il mio arrivo, mercoledì 28, è coinciso con l'entrata in agonia di Mario. È stato un dono del Signore per me rivederlo un'ultima volta e assistere p. Andrea mentre lo ungeva con l'olio santo. Due giorni dopo è morto. Da qualche tempo le sue condizioni di salute erano peggiorate e viveva nella casa di cura delle nostre suore. Qualche mese prima l'avevo trovato abbastanza lucido, così gli chiesi di benedirci. Lui acconsentì e vedendo che il suo vicino di letto non rispondeva «Amen», mi guardò dicendo: – Ho benedetto anche lui, perché non risponde? In queste sue parole riassaporai la sua ironia e il suo spirito battagliero che tanto ci accomunavano. Venivamo entrambi dalla stessa zona, seppur da due regioni diverse, Abruzzo e Molise, che in realtà così diverse non sono. È l'unico confratello al quale ho dato da subito del "tu" e tolto l'appellativo "padre". Per me il professor Di Ianni, docente di Teologia morale all'Università Urbaniana, era semplicemente Mario. Quando vivevamo insieme nella comunità di corso Rinascimento passavo ogni mattina in camera sua - porta sempre aperta - mentre si dedicava alla lettura del quotidiano. Lo salutavo con un «Ciao guaglió» e iniziavo a parlarci in dialetto. Mi piaceva accentuare la mia dizione quadrese per farmi dire ogni volta: – Voi di Quadri parlate più agnonese degli agnonesi. Intuivo una certa ostilità tra Capracotta, cittadina natale di Mario, che amava in modo viscerale, e Agnone, borgo noto per via delle sue campane. Dopodiché mi ricordava che il mio paese fosse quello delle streghe, ed io gli spiegavo che in realtà Quadri era il paese delle belle donne e che il binomio strega/femme fatale non fosse mai del tutto tramontato. Non credo che le mie parole lo convincessero ma per me passare del tempo con lui serviva a crescere e ad assaporare una certa familiarità che spesso manca tra confratelli. Era sempre disponibile e ogni volta che gli chiedevo di rivedere qualche mio scritto lo faceva volentieri, apportando correzioni e osservazioni. La sua vita era stata segnata dalla morte nel 1942, durante il parto, della madre Rosa e del fratellino Giuseppe. All'epoca Mario aveva tre anni, era struggente sentirgli dire: – Non ricordo nemmeno la voce di mia madre. Sulla sua scrivania, al centro di scaffali pieni di libri, campeggiava la foto della genitrice, mi diceva che una volta morto avrebbe chiesto al Signore di poter passare giornate intere a parlare con mamma Rosa. Una tenerezza infinita emergeva dalle sue parole, una mancanza incolmabile che però l'aveva portato a vivere una vita piena di Dio, piena d'Amore. Mi raccontava della sua famiglia di carbonai che si divideva tra Capracotta e San Paolo Civitate in provincia di Foggia, dei sacrifici e del "sangue buttato" di papà Paolo, dei suoi fratelli Aldo e Rosa, rispettivamente generale dell'Esercito Italiano e maestra elementare, del cugino Carmine, divenuto sindaco della cittadina natale; a ricordare che l'impegno paga sempre. Oltretutto anche la vita religiosa non era stata una passeggiata, mandato a tredici anni a Narni in Umbria a studiare alla Piccola Opera, un ambiente tutt'altro che comodo, poi il noviziato ad Agrano in Piemonte, dove i giovani venivano sottoposti a dure prove. Dopodiché, al termine dell'anno di noviziato, il 4 ottobre del 1957, emise la prima professione religiosa votando obbedienza, castità e povertà. Dopo otto anni, il 18 dicembre del 1965, venne ordinato sacerdote nel Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore a Roma, precedentemente aveva frequentato gli studi filosofico-teologici alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo amore per la conoscenza non si arrestò nemmeno di fronte agli impegni gravosi dettati dall'essere vicedirettore dell'Istituto per i minori in difficoltà (Enaoli) di Torvaianica nel Comune di Pomezia. Infatti durante la permanenza sul litorale laziale continuò gli studi di Teologia morale all'Alfonsianum di Roma ed insegnò in diverse scuole medie. Nel 1988 rientrò nella città eterna a tempo pieno e iniziò la carriera accademica alla Pontificia Università Urbaniana, dove è rimasto in cattedra fino al 2011 e ha lasciato un ricordo indelebile per le sue qualità umane e dottrinali. Numerose le pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: "La verità nel comunicare" (ed. Viverin); "Metodologia" (ed. Pontificia Università Urbaniana); "La distruzione di Capracotta 1943-1944" (ed. Comune di Capracotta); "Appunti di Metodologia teologica" (ed. Pontificia Università Urbaniana). Ha poi curato per l'Enciclopedia Cattolica la voce: "Fecondazione artificiale". Encomiabile infine il lavoro svolto per la Provincia Italiana dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù risistemando l'archivio e la biblioteca. Mario, lontano da ogni diatriba, ha compreso a fondo il messaggio rivoluzionario cristiano. Non si è mai seduto al tavolo dei potenti, con l'esempio della sua vita ha sempre dichiarato la totale incompatibilità tra la Parola e il potere. Non ha mai barattato la sua libertà di figlio di Dio con la sicurezza della vita comoda di chi, come la folla, prima grida «osanna» e poi «crocifiggilo», ha vissuto con generosità, estraneo alle seduzioni della ricchezza, la cui azione soffoca il messaggio evangelico e rende sterili. Ha dato abbondante frutto. Grazie guaglió. Domenico Rosa Fonte: https://www.mscitalia.org/, 19 settembre 2023.
- Costruzione di una capanna antica di boscaioli a Capracotta
I "Magnifici 7" esistono anche a Capracotta ma non vestono da cowboy e non usano pistole bensì mani, testa e tanto amore per ciò che fanno! In ordine di età abbiamo: Giovanni Di Rienzo, nato il 18 febbraio 1938; Adriano Comegna, nato il 6 febbraio 1939; Carmine Ciolfi, nato l'11 maggio 1941; Mario Sozio, nato il 30 maggio 1942; Vincenzo Santilli, nato l'11 settembre 1947; Michele Di Lullo, nato il 7 maggio 1952; Lucio Carnevale, nato il 26 marzo 1955, il più giovane del gruppo. Sono tutti accomunati dal fatto di esser nati a Capracotta e di essere pensionati. Ma non sono tutti sani: qualche patologia ce l'hanno! Uno non ci vede, uno non ci sente, uno zoppica vistosamente, uno c'ha la tendinite, un altro è invalido, uno è troppo anziano, uno ha il mal di schiena... insomma, gli acciacchi sono tanti ma sono tutti pronti a lavorare, segno che le vecchie abitudini son dure a morire. Per costruire la capanna dei carbonai, Adriano si è rivelato particolarmente esperto, avendo da bambino dimorato in un pagliaio come uaglióne tuttofare. Nell'eseguire l'opera ci sono voluti quasi tre mesi, ovvero l'intera stagione estiva appena conclusa. Si lavorava solo di mattina, rare le apparizioni pomeridiane per via del caldo e della stanchezza. Abbiamo cominciato livellando il terreno nel luogo scelto per costruire la capanna, poi abbiamo scorticato i due pali portanti e quello orizzontale del colmo del tetto. Tutti gli altri pali sono stati scorticati per circa 1 metro e bruciati nella parte che tocca il terreno, così da farli durare più a lungo. I pali sono stati assemblati in modo tale da avere la forma di una capanna. La parte esterna è composta da pali di legno fissati uno vicino all'altro e messi a formare un tetto, ricoperto poi da un telo di plastica. Sopra a questo sono state poste delle zolle di erba (tòppe) oltre ad una rete metallica atta a non farle scivolare. Si sono utilizzate le zolle d'erba sia perché trattengono il caldo all'interno sia per fini ornamentali, poiché su queste crescerà l'erba. Nella parte posteriore è stata ricavata una finestra per far luce all'interno. In quella anteriore, invece, per non far defluire l'aria calda si è creata una piccola porta, costruita da Sebastiano Pepìtte in bottega, con relativa serratura a chiave antica ed una catenella (cateniéglie) per chiudere la porta provvisoriamente in assenza di chiave. Completa il tutto un bel comignolo, realizzato da Mario Magnapatàne, grandissimo falegname. Prima di passare alla descrizione dell'interno vorrei però raccontare un episodio accaduto durante la realizzazione della capanna. Eravamo ad inizio lavori e ci furono delle discussioni su come posizionare un palo, meglio sarebbe dire un albero, vista la sua grandezza! Non trovando un accordo, me ne andai portandomi via la motosega, il martello ed altri attrezzi e lasciando tutti interdetti. Poco dopo arrivò il direttore del Giardino della Flora appenninica di Capracotta, Maurizio De Renzis, il quale, vedendo tutti in silenzio, domandò: – E ora cos'è successo? Alla fine tornai ed il lavoro proseguì. Riprendendo il discorso, informo che la parte interna del pagliaio, circa 15 metri quadri, è costituita da una zona notte, una giorno ed un lettino: lo spazio è infatti sufficiente per quattro adulti ed un bambino. Completano il tutto una bella piattaia con relative stoviglie, un focolare con paiolo (chettùre) per la polenta, una casseruola (pulzenètte), posate e due appendiabiti. Non mancano i tipici attrezzi da lavoro dei boscaioli, su tutti il segone (ŝtuócche). Finito il lavoro abbiamo issato, come di consueto, una bandiera sul tetto e abbiamo proceduto all'inaugurazione con spumante e fiumi di allegria per festeggiare il fine lavori (capecanàle). Ci tengo a precisare che durante l'estate si è fermata moltissima gente a scattare foto e a chiederci cosa stessimo facendo, e noi abbiamo risposto a turno alle domande che ci venivano poste pur di non abbandonare il lavoro. Non sono mancati momenti ludici con colazioni offerte ora da uno ora dall'altro, bevute di birra ed altri aneddoti e racconti divertenti. La capanna - che è provvisoria - è stata costruita per ricordare a pochi anziani la giovinezza e a tanti giovani che, prima dei contadini e degli allevatori, nei nostri luoghi vi erano i taglialegna, per cui si dovrebbe parlare di attività agro-silvo-pastorale. Ma come si fa a narrare un mondo che non esiste più? Un mondo in cui tutto puzzava di pecore, legna, carbone, terra, letame e pietre? Nei tempi passati si condivideva il pane, oggi il sapere... Lucio Carnevale
- L'abetina di Capracotta
Sopra Capracotta c'è una vasta foresta di abete, faggio, perastro, agrifoglio, leccio e melo: è il bosco Soprano, già sottoposto nei secoli scorsi a devastazioni che provocarono frane, dilavamenti e disastri. Molto bella è la formazione di abete, faggio, carpino bianco e cerro che cresce presso Collemeluccio. Gianni Farneti, Fulco Pratesi e Franco Tassi Fonte: G. Farneti, F. Pratesi e F. Tassi, Guida alla natura d'Italia, Mondadori, Milano 1972.
- Susanna Tamaro e il matrimonio a Capracotta
Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito. [Gv 3,8] Il 2 luglio scorso, a S. Pietro della Ienca, in provincia de L'Aquila, la scrittrice best seller Susanna Tamaro (oltre 16 milioni di copie vendute con "Va' dove ti porta il cuore"), annunciò che esattamente tre mesi dopo sarebbe uscito un nuovo romanzo, "Il vento soffia dove vuole", il cui titolo prendeva in prestito le parole che Gesù aveva rivolto a Nicodemo, come riportate nel Vangelo di Giovanni. «Ho scritto un libro – disse la Tamaro in quell'occasione – tutto dedicato all'amore umano, ai figli e alla memoria dei morti». Credo che presentarvi Susanna Tamaro sia inutile perché è nota al grando pubblico, oltre che per essere una bravissima scrittrice, anche per essere stata al centro di accese polemiche da parte di ogni schieramento politico per le sue scelte familiari ed affettive, che da una parte oltraggiavano la famiglia tradizionale e dall'altra sminuivano le battaglie lgbtq+. Fatto sta che, da un punto di vista meramente letterario, i libri di Susanna Tamaro hanno quasi sempre raggiunto alti livelli tanto per la critica quanto a livello commerciale. Riguardo al nuovo romanzo, l'autrice ha confessato di aver «fatto una fatica immensa per scriverlo ma è stata anche una gioia portarlo avanti con quella grazia e quell'armonia che solo la scrittura a mano può darti [poiché] da quattro anni ho praticamente buttato il computer, scrivo tutto carta e penna [...] Così mi sono detta: sono maestra elementare, so scrivere a mano e scrivere è come suonare il pianoforte, il flusso tra la testa e il cuore deve essere ininterrotto». "Il vento soffia dove vuole" è la storia di una madre che, alle prese con una malattia che sembra non darle scampo, decide di raccontare la storia della sua vita. Lo fa scrivendo tre lettere speciali, avvolta nel quieto candore delle neve, quando l'anno sta per finire. La prima lettera è indirizzata ad Alisha, la figlia adottiva proveniente dall'India, che dopo aver affrontato una lunga e complessa ricerca d'identità, ha scoperto nella spiritualità una preziosa prospettiva per il futuro. La seconda è per Ginevra, la figlia naturale, insoddisfatta delle condizioni economiche attuali della famiglia e che desidera ardentemente riottenere il prestigio nobiliare del passato. La terza è destinata a Davide, suo marito, un medico generoso che ha attraversato una terribile crisi scaturita da un grave errore giudiziario. Tre lettere, insomma, per condividere coi familiari il passato e la riscoperta della fede. Nella sinossi, l'editore Solferino di Milano scrive che «"Il vento soffia dove vuole" è un romanzo commovente che, con grande umanità e un tocco di umorismo, ci racconta il potere dei legami familiari e delle connessioni dell'anima». Al di là della scorrevolezza del libro, quel che ci interessa di più sta nella seconda lettera, quella indirizzata alla figlia Ginevra, in cui la protagonista le racconta del matrimonio col papà Davide, nozze che a suo tempo vennero celebrate proprio a Capracotta, visto che il futuro marito era di colà. La Tamaro, allora, non fa economia di dettagli e di storie sul nostro paese, il che mi porta a credere che abbia ben conosciuto Capracotta o per esperienza diretta o per il tramite di qualche amicizia stretta. L'autrice racconta di come «la grande macchina matrimoniale a Capracotta si era messa in moto e sarebbe stato impossibile anche solo accennare un passo indietro. Anche se per tradizione sarebbe stato a carico del padre della sposa, il ricevimento si sarebbe svolto nel luogo delle nozze, e così diverse volte Davide e io eravamo tornati in Molise per organizzare il grande giorno». Al consueto entusiasmo che accompagna l'organizzazione d'un matrimonio la scrittrice aggiunge dettagli culinari: «Quando salivo in macchina per tornare a Bologna venivo regolarmente rifornita di una busta pieni di caciocavalli per i miei genitori». Sono diverse le pagine del romanzo in cui fa capolino Capracotta e, in una di queste, la scrittrice confida che «se la questione ristorante era tutta in mano ai miei suoceri, l'abito da sposa ricadeva sulle spalle di mia madre. A febbraio siamo andate dal miglior sarto di Ferrara, ci ha proposto varie ipotesi e alla fine la scelta migliore è sembrata a mia madre un tailleur color panna; anch'io mi sarei sentita a mio agio in quel completo ma mi rendevo conto che quell'austera sobrietà non sarebbe stata per niente apprezzata dalla folla che mi attendeva a Capracotta». A quel punto Susanna Tamaro racconta la difficoltà di comunicare a sua madre che il matrimonio con Davide sarebbe stato religioso, conscia che la sua famiglia d'origine era ebrea, proprio come quella della vera autrice... "Il vento soffia dove vuole" di Susanna Tamaro, insomma, è un romanzo che ogni buon capracottese dovrebbe acquistare, leggere e tenere in biblioteca, perché - come ho ampiamente dimostrato in questi anni - la letteratura capracottese non finisce mai! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Tamaro, Il vento soffia dove vuole, Solferino, Milano 2023.
- Zio Olindo
Con zio Olindo ci conoscevamo in quanto vicini di casa. Egli si cimentava in piccole sculture di pietra, che si procurava direttamente in campagna a Capracotta, visto che aveva una piccola masseria sulla strada per il Verrino. Riusciva, con scalpello ed altri attrezzi, tutti rigorosamente manuali, a dar vita a delle bellissime sculture. Sono veramente felice di possedere alcune testimonianze della sua arte che conservo con grande affetto. Zio Olindo era una persona affascinante, dai lineamenti nobili, ed il suo stile era un esempio. Era un uomo di poche parole ma di grande saggezza, attaccato alla terra che non ha mai smesso di lavorare fino alla sua scomparsa, avvenuta a 92 anni. Mi parlava spesso della Capitale, in cui, durante la Seconda guerra mondiale, aveva soggiornato. Tuttavia non vi aveva mai fatto ritorno, così nel 1990 gli proposi di accompagnarlo per un giro nella Roma dei ricordi. Di quei momenti conservo il ricordo indelebile di una persona di eccezionale qualità. È per me un grande rammarico non averlo frequentato con assiduità e non essere riuscito a partecipare alle sue esequie. Pietro Di Tanna
- Filastrocca del buonu... more
Dai, andiamo amore a cogliere more. Senza remore e senza timore né tremore di romperti il femore. E senza far rumore. Ho invitato, senza clamore i senza fisse dimore. Dell'infanzia memore scacciano il malumore e della vita il disamore, senza andare alle Marmore né alle Isole Comore, oltre a prevenire il tumore. E ora il Piave mormora: basta guerre. Fate l'amore con le More! Antonio D'Andrea
- «Ancora sto imparando»: Michelangelo Buonarroti all'età di 87 anni
Sono tre parole uscite dal labbro dell'anziano Michelangelo, ricche di saggezza, di dinamismo interiore, di valorizzazione del tempo. Personalità grande e irrequieta, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Pittore, scultore, architetto, poeta, credente a suo modo, ha raggiunto il vertice in tutti i campi della ricerca, dell'arte, della bellezza. Vero e inarrivabile genio per l'umanità intera. Con il desiderio sempre di apprendere, di imparare. Si scorge una coscienza vigile, attenta, pronta a cogliere le sfumature e ad affinare le analisi. Ampiezza di orizzonti, originalità e coraggio di indicare percorsi, linee e filoni da intraprendere nella vita. «A partire da me, ma non per me», affermava Martin Buber, riassumendo il cammino della vita di ogni persona, rinnegando la concupiscenza di essere un Narciso allo specchio, per essere il filo di un meraviglioso arazzo. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Chi "ancora vuole imparare" cerca la luce sempre. Un proverbio cinese avverte: alla caduta della terza foglia si torna alle radici. La terza foglia che cade cede il posto alla vecchiaia. Non è un problema di oggi la vecchiaia anagrafica, si affronta con la serenità di Michelangelo. L'orologio del tempo scorre inesorabilmente e detta leggi a cui è impossibile sottrarsi. Portare il bagaglio delle esperienze passate verso il presente per trasfigurare e modificare le occasioni che si presentano, con l'intento di "imparare ancora", è sempre possibile. Luci ed ombre si alternano nella storia di ciascuno, di vita vissuta, per evidenziare in positivo la presenza di perle preziose che negli anziani risplendono con chiarezza. L'uso della prima persona singolare, «Ancora sto imparando», trova giustificazione nella prospettiva autobiografica che si rintraccia facilmente in tutti. C'è un legame logico e cronologico nella ricostruzione fedele della propria storia. Ma... c'è sempre da imparare ancora. Rinverdire i ricordi, alimentare la cultura, non perdere il patrimonio di esperienze vissute, conservare la fede ragionata e matura focalizzando l'essenziale, incrementare le relazioni interpersonali... sono alcune linee guida dell'"imparare ancora". Mettersi nei panni dell'altro, entrare nella interiorità di chi ci ascolta, assumere le motivazioni, rientrare in sé stessi per meglio valutare senza sospetti e rigurgito di pregiudizi, sono piccoli segni che denotano una valenza sociale di enorme potenzialità. Miguel Cervantes, nel "Don Chisciotte", afferma che la penna è la lingua dell'anima. Quando l'anima comunica è sempre bene mettersi in ascolto, potrebbe rivelarci sentieri sconosciuti per un migliore dialogo fra gli uomini. Il tempo proietta la vita di ciascuno con il carico della propria personalità e della propria coscienza. Viene evidenziata una virtù, oggi molto rara, quella dell'equilibrio, «la scelta del giusto mezzo al tempo opportuno». «Sto imparando ancora»: tre parole che scandiscono i modi di porsi gradualmente di fronte al futuro. Prevedere, prevenire, aspettare, cavalcare (attività pragmatica della volontà), non mollare (attività costante della volontà). È da notare l'arguta divisione di azione di chi "sta imparando ancora" e chi ha imparato per sempre e per tutti. Vito Mancuso, professore di Teologia moderna e contemporanea presso l'Università S. Raffaele di Milano, nel libro "L'anima e il suo destino", espone le principali verità della fede con spiccato rigore ermeneutico e con documentata critica. Intorno al destino dell'anima ruotano teologia, filosofia, antropologia, biofisica e altre discipline. Le parole con cui l'autore conclude il suo volume sono utili e significative: «amare la vita. Alla fine sta tutto qui. Occorre mantenere in vita lo spirito dell'infanzia, la forza primigenia con cui la natura ci ha generato». Le vertigini vengono solo a chi guarda in basso, ha chiosato Gilbert Cesbron in "Cani senza collare". Il messaggio di questo libro è che la vita non tradisce, e a chi, a sua volta non la tradisce, essa dà in premio se stessa, dice la sapienza di Israele: «Chi pratica la giustizia si procura la vita» (Prov. 11,19). Basta solo essere giusti. Tutto qui, qualcosa di molto semplice, che ogni uomo vede da sé: «simplex est sigillum veri» (= la semplicità è sigillo e segno della verità). Il filosofo Norberto Bobbio, affinando gli strumenti dell'analisi e della sintesi sulla fede, nel libro "De senectute", sosteneva che «la vera differenza non è tra crede e chi non crede, ma tra chi pensa tra e chi non pensa». Se si perdono gli stimoli a pensare, ci si chiude alla fede, che rimane sempre un dono di Dio e una conquista faticosa, gioiosa e personale. L'equilibrio interiore è sempre frutto di una fede conquistata dopo un lungo cammino, approda ad una squisita e invidiabile libertà interiore e ad una capacità di servizio che sfida chiunque. Ha uno sviluppo e una evoluzione, come una pianta che cresce, che si pota, che ha le sue diverse stagioni. È un approdo conclusivo, è come forza unitiva della vita. Non siamo esseri armonici, la vita è discorde e conflittuale. Una via di uscita è la fede, facendo esperienza della bellezza, declinata nella dimensione della natura, dell'arte e della liturgia. La vita è dominata da opposti che non sono annullabili, che non si distinguono l'uno con l'altro: tra di loro non c'è contraddizione, né identità, essi sono in tensione polare, che non può essere annullata, «in opposizione polare», come afferma Romano Guardini, filosofo e teologo. È soprattutto testimonianza, che nella fede riceve coraggio e apertura. «Vivere con gioia le cose che accadono ogni giorno», affermava don Lorenzo Milani, con semplicità e serenità. Sapere che chi guida e disegna la storia degli uomini e dell'umanità è sempre Dio. «Capire il suo disegno man mano che Egli lo svolge, è l'unica cosa cui ambisco di capire, senza pretendere di levargli il lapis di mano e pretendere di diventare un autore della storia». Splendida pagina, degna di un padre della Chiesa! Rivela una grande anima in cui la fede diventa impegno di lotta per il bene, senza perdere la serenità e la gioia, virtù caratteristiche di chi crede. Nessuno ama la vita come l'uomo che sta invecchiando, ha affermato Sofocle, con confidente sicumera. Perché traspone il passato nel presente, e vede nel presente due elementi che trasudano di ottimismo: speranza e nostalgia. La vecchiaia ha un'autorità così ampia che vale più di tutte le gioie della giovinezza. La vita è stata vissuta con il senso della misura e del possibile, con la luce dell'intelligenza e il calore della passione. La passione contiene tutti gli elementi per dare all'azione quell'impeto necessario a compiere una missione e affrontare il futuro. La nostra avventura umana ha tre dimensioni: la lunghezza della vita, la larghezza dell'amore del prossimo, l'altezza dell'amore di Dio. Entro queste tre dimensioni c'è sempre da apprendere, correggere, modificare, gioire. Le parole che scandiscono i modi di porsi gradualmente di ogni persona dinanzi al futuro sono, l'ottimismo di chi vede «il bicchiere sempre mezzo pieno», libertà, indipendenza, sportività, piacere di stare al mondo, che rivestono un carattere di sacralità assoluta. Ama, onora, difende il suo e l'altrui diritto alla libertà di ricerca e di pensiero, fondamento di una società altra, che della cultura fa ragione di vita e pratica quotidiana. Dio scrive la sua storia secondo una linea che va avanti, con molte curve su e giù, recita un proverbio portoghese. Ciascuno prende la propria forma, non soltanto la personalità psicologica, ma l'identità costitutiva di persona. L'intelligenza è la capacità di trovare connessioni tra cose e persone diverse, di fare sintesi tra fede e storia, con la competenza, la testimonianza, la responsabilità e l’umiltà di chi è abituato "sempre ad imparare". «Avanti sempre nell'amore e nella gioia»: è stato il programma di vita di anime eccellenti nel campo della cultura, delle scienze, delle arti e... della santità. Entro questa ottica si coniugano alcuni nodi che coinvolgono totalmente ogni persona: la passione, la memoria, la profezia. Passione nello sforzo di dare a problemi posti dalla storia un orientamento positivo, reale, cristiano, con il compito di stimolo, di discernimento e di armonizzazione. Educare allo "stare insieme", evitando l'individualismo, le separazioni e le rivalità, perché la fraternità si realizza attraverso una non facile conquista quotidiana. «Uno dei limiti delle società attuali è di avere poca memoria, di liquidare come un fardello inutile e pesante ciò che ci ha preceduto», ha affermato papa Francesco recentemente. È una malattia, l'alzheimer spirituale, che può colpire tutti. La memoria assicura lo slancio necessario per affrontare le sfide sempre nuove, che esigono risposte altrettanto nuove, rimanendo aperti alle sorprese dello Spirito che soffia dove vuole. La profezia è la forza della parola, che ripara la stanchezza del giorno, dà un senso alla vita, rinsalda i legami, a differenza dei divertimenti che accontentano e isolano. La parola profezia contiene forza in sé, forza originaria che agisce e mette in comunicazione con i significati del mondo e degli altri, entrando in ascolto e in intimità con le varie voci. La parola invita a pensare e riflettere. È una "ragionevole scommessa" per attraversare il mare dell'esistenza. Essere servitore della parola e della cultura per comunicare agli uomini del proprio tempo il mistero della vita e... di Dio. Il modo in cui una verità si rende permeabile alla vita umana, anche se può non piacere, è un "modo profetico". Tutta la Bibbia è un cantico della Parola, creatrice, liberatrice, incarnata, redentrice. «Comincia a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile», diceva san Francesco d'Assisi. Il tempo è disponibilità ad incontri veri, è spazio per vedere e sentire, per avere compassione, per fare un pezzo di strada insieme. La vita è piena di dettagli che si rivelano a chi è sensibile al tempo. «L'amore è l'unica strada, l'unico motore, la scintilla divina che custodisce il cuore», cantava Simone Cristicchi a Sanremo con "Abbi cura di me": acuta riflessione di un cantautore contemporaneo. Comunicare in modo chiaro e trasparente e parlare in modo autentico al cuore della gente... per "imparare ancora" è stato lo stile di Michelangelo, esperimentato «con dolcezza, rispetto e retta coscienza» (I Pet, 3,18). Coscienza pura, limpida, moralmente connotata nella ricerca del bene. È il modo lapidario e incisivo di comunicare delle persone perbene, serie. Si riscopre il grande valore della vicinanza, dell'amicizia, della gioia semplice nella vita di tutti i giorni, il valore della condivisione, del parlare e del comunicare. Il primo piacere della vita è essere felici insieme, perché una gioia condivisa si raddoppia. Una poesia di Gianni Rodari, "La voce della coscenza", con stile ironico, precisa coscienza con la "i", non senza: Conosco un signore di Monza o di Cosenza che si vanta di dar retta alla voce della coscenza. Il guaio, con questo signore di Busto o di Forlì, è che alla sua "coscenza" manca una piccola "i". Se lui ruba, lei lo loda. Se lui fa il prepotente lei gli manda un telegramma: – Mi congratulo vivamente. Lui infila più bugie che aghi su un pino? Lui subito applaude: – Bravo, prendi un bacino. E dovreste sentire quel tale cosa dice: – Sono in pace con la coscenza, perciò sono felice! Ho provato ad avvertirlo, insomma a fargli capire che una "coscenza" simile è inutile starla a sentire. Lui però mi ha risposto: – Andiamo! Per una "i"!- quel bravo signore di Bari o di Mondovì. Costruire un mondo umanamente abitabile richiede intelligenza, moralità e spirito di generosità. Un tale spirito ha molti nomi: il greco sophrosyne (= capacità di autocontrollo e di riflessione), il latino humanitas, l'africano ubuntu, il biblico agape. È paziente e tollerante disposizione a vedere e cercare il bene, anziché insistere ossessivamente sul male. Il perdono blocca il male e gli impedisce di proliferare, di non trascinarci dietro all’infinito i nostri errori e i nostri dolori. «Il perdono ci strappa dai circoli viziosi, spezza la coazione a ripetere su altri il male subito, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell'odio», scriveva Hannah Arendt. Scandalo per la giustizia, follia per l'intelligenza, consolazione del cuore, il perdono ha gli stessi occhi di Dio, vede che ogni vita è grembo pronto ad una nuova gestazione, ad un di più, un colpo d'ali che libera il futuro: perdonare l'altro perché perdonati da Dio. Tenere alta la speranza, anche se non si scorge all'orizzonte una via di uscita. Con la disponibilità ad imparare... ancora e sempre. Osman Antonio Di Lorenzo
- Dagli imprenditori alle imprese
Dopo la conclusione del conflitto, con Juan Domingo Perón presidente tra il 1946 e il 1955, il nazionalismo inteso come indipendenza economica, e l'antimperialismo contro inglesi e nordamericani divengono cardini della propaganda ufficiale, oltre che della pubblicistica politica. Le politiche del governo sono invece in generale favorevoli all'immigrazione europea e puntano ad accelerare lo sviluppo industriale del paese, attirando con agevolazioni imprese, tecnici e manodopera qualificata, con gli italiani in prima fila. Perón viene destituito da un golpe militare nel 1955 ma il suo modello economico, basato sull'industrializzazione attraverso la sostituzione delle importazioni e la produzione per il mercato interno, rimane vigente a lungo. Dagli anni Sessanta si verificano dei mutamenti nella storiografia. In Italia, è certo che la prospettiva resta quella etnica e si continua a esaltare il contributo degli italiani allo sviluppo industriale argentino sulla falsariga del passato; ma anche se rimane un'enfasi sul ruolo degli imprenditori, emerge una maggiore attenzione alle imprese come "organizzazioni": si prende atto del fatto che l'epoca del capitalismo personale è finita. Così, quando nel 1961 scrive una nuova prefazione per la riedizione del suo saggio del 1900 un anziano ma ancora lucidissimo Einaudi vede realizzati i suoi auspici, spogliati ovviamente delle velleità coloniali, sulla necessità di un'emigrazione qualificata guidata da imprese e capitali italiani: a emigrare in Argentina nel secondo dopoguerra sono tecnici e ingegneri, al seguito di imprese divenute multinazionali. Emblema della nuova stagione è per Einaudi la Techint di Agostino Rocca, ex dirigente di Stato durante il fascismo emigrato in Argentina nel 1946 e divenuto imprenditore di grande successo nei settori dell'ingegneria civile e della siderurgia. Einaudi considera Techint una versione moderna dell'impresa creata da Dell'Acqua e a propria volta Techint vi si identifica, tanto da finanziare la ripubblicazione del Principe mercante, e forse non a caso: uno dei figli dell'ex presidente della Repubblica, Roberto, è fra i principali collaboratori di Rocca. Il ruolo inedito delle imprese emerge chiaramente negli anni Sessanta nel volume pubblicato dalla collettività in occasione della visita del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, "La presenza dell’Italia in Argentina", ultimo ambizioso lavoro prodotto dalle classi dirigenti italiane nel paese. Va notata innanzitutto l'assoluta continuità interpretativa con i precedenti, frutto come questo di iniziative di comitati costituiti ad hoc con la Camera di commercio: i nuclei sono ancora una volta l'apporto degli italiani allo sviluppo locale e la convenienza che ne deriva, per l'Italia, di investire in Argentina. Ci sono però anche differenze rispetto al passato. Una è che il volume non è solo l'orgogliosa autorappresentazione della nuova élite di industriali emigrati e manager trasferiti pro tempore dalla casa madre alle filiali argentine, che si sente a pieno diritto espressione di un'Italia ormai tra le nazioni "più industrializzate del mondo": è anche uno studio delle concrete possibilità di investimenti italiani, a partire da un'articolata analisi dell'economia argentina e del suo potenziale di crescita, sorretta da dati statistici, e dal ricorso inedito alla teoria economica (Walt Whitman Rostow, economista prestigioso e allora in voga, è più volte citato in riferimento al "decollo" argentino, presentato come imminente). La seconda differenza è che le imprese e l'attività economica in generale hanno un protagonismo assoluto nell'equilibrio complessivo del volume. Si può dire anzi che sono ora le imprese a raccontare gli italiani in Argentina, non viceversa. Lo spazio riservato a vita sociale, associazioni e istituzioni non economiche è infatti ridotto e le stesse analisi economiche e statistiche in appendice sono probabilmente tutte uscite dagli uffici studi delle imprese medesime, e in particolare da quello della Fiat, che era il più attrezzato ed era diretto da Gino Miniati, presidente della commissione di redazione del libro. Infine, è diverso il focus, qui spostato dagli imprenditori alle imprese, specie industriali: ci sono alcune sintetiche traiettorie individuali (per esempio, del citato Agostino Rocca e del maggiore dirigente Fiat, Aurelio Peccei) ma dominano le schede tecniche su grandi e meno grandi gruppi italiani, privati e pubblici (da Fiat a Olivetti, da Pirelli a Eni, da Galileo a Necchi), e su imprese nuove, come Techint dello stesso Rocca, che hanno cominciato a produrre in Argentina o vi si sono trasferite dopo il 1945. La svolta rappresentata dalla conclusione del secolare ciclo migratorio italiano in Argentina, alla metà degli anni Sessanta, coincide con l'altra importante novità del periodo in campo storiografico: la pubblicazione a Buenos Aires del primo lavoro accademico su un'impresa italiana nel paese, "Espiritu de empresa en la Argentina" di Thomas C. Cochran, storico economico americano, e Ruben E. Reina, antropologo argentino ma di formazione americana. Il volume, traduzione dell'originale uscito negli Stati Uniti nel 1962, è dedicato alla vicenda imprenditoriale di Torcuato Di Tella, emigrato dal Molise in Argentina a tredici anni e fondatore a diciotto, nel 1910, di Siam, un'azienda metalmeccanica che produceva inizialmente macchinari industriali, poi beni di consumo durevoli e, nel secondo dopoguerra, anche moto e auto. L'approccio degli autori traspare dal titolo dell'edizione originale: Entrepreneurship in Argentine Culture: Torcuato Di Tella and S.I.A.M.. Per un verso, è un approccio socioculturale, che privilegia ancora la biografia come via di accesso alla storia dell'attività imprenditoriale. In tal senso, considera il retroterra di Di Tella e il suo modello di impresa famigliare una variabile esplicativa del suo successo economico, nel contesto di una società con le caratteristiche di quella argentina, ma senza attribuire in ciò rilievo particolare all'elemento etnico italiano. Per l'altro, il libro contiene elementi innovativi, perché adotta la prospettiva analitica della business history, la disciplina introdotta come campo storiografico autonomo ad Harvard a fine anni Venti, anche se non accoglie il nuovo paradigma proposto nel 1962 negli Stati Uniti da Alfred D. Chandler Jr, che comincia a studiare il rapporto tra struttura e strategia operativa delle imprese per spiegarne la crescita. Il volume di Cochran e Reina si basa su diverse tipologie di fonti ma quelle orali - 52 interviste a famigliari, manager e dipendenti di Di Tella, oltre che a industriali e altre figure - sono preponderanti, con i limiti inevitabili che ne derivano e che gli stessi autori riconoscono, sottolineando che l'eliminazione a più riprese di documenti del proprio archivio da parte di Siam ha impedito un'analisi della sua organizzazione e del suo sviluppo. Fin dal sorgere della storiografia accademica, in Argentina emerge dunque un problema che non riguarda solo le imprese italiane, ma con cui la storiografia accademica che vuole adottare la prospettiva della storia d'impresa deve fare i conti ancora oggi, lì più che altrove: la limitata disponibilità e/o accessibilità agli archivi d'impresa. Il clima intellettuale in Argentina è segnato tra gli altri, in questi anni Sessanta, dai dibattiti accesi sulle tesi del sociologo italo-argentino e promotore della sociologia accademica argentina Gino Germani, relative all'impatto positivo e determinante dell'immigrazione europea nella società. Per altri versi, i progetti di ricerca coordinati dal sociologo Torcuato S. Di Tella, l'altro figlio dell'imprenditore, e dai suoi collaboratori, come Oscar Cornblit, sollevano il problema dell'origine immigratoria degli imprenditori in Argentina, e delle limitazioni che tale origine avrebbe comportato nel promuovere politiche favorevoli al settore industriale nel periodo dell'immigrazione di massa. Tuttavia, la ricezione delle tesi di Cochran e Reina non è immediata, sia per l'estraneità degli autori all’ambiente accademico argentino, sia per l'imporsi prima di un'agenda di temi collegati alla politica e poi della sanguinosa dittatura militare di Jorge R. Videla, dal 1976 al 1983, che riduce fortemente la possibilità di fare ricerca, costringendo anche un gran numero di intellettuali e accademici all'esilio. Federica Bertagna Fonte: F. Bertagna, Imprese e imprenditori italiani in Argentina nella storiografia italiana e argentina, dalla fine dell'Ottocento a oggi, in «Italia Contemporanea», 301, Milano, aprile 2023.
- Frate Aurelio, Capracotta e i prodigi di Padre Pio
Il religioso presente in queste foto del 1941 provenienti dall'archivio di Lorenzo Potena, un bell'uomo ritratto ora sulla cima di Monte Campo ora con gli amici capracottesi, altri non è che frate Aurelio da Sant'Elia a Pianisi, un monaco cappuccino che prima della guerra veniva spesso a Capracotta, perché amico delle famiglie Potena, Ciccorelli e Di Ianni, tra loro imparentate. Padre Aurelio, però, è "famoso" anche e soprattutto per essere stato uno dei confratelli più vicini al celeberrimo Padre Pio, tant'è che dopo la morte del Santo di Pietrelcina ha rivelato diversi aneddoti prodigiosi della sua vita. Ve ne riporto uno, raccontato proprio da frate Aurelio: La sera del 5 febbraio 1952 erano nella stanza di Padre Pio, il padre Aurelio e il padre Costantino e il dott. Sanguinetti, collaboratore del Padre per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza. Padre Pio era seduto alla scrivania e gli altri su sedie accanto a lui. Si parlava del più e del meno. La conversazione non aveva niente di importante: le solite parole di routine sul giorno, il tempo, il lavoro della giornata. Ad un certo punto Padre Pio interruppe la conversazione e disse: «Preghiamo per il re d'Inghilterra!». Non aggiunse nient'altro. Incrociò le braccia sulla scrivania, sulle braccia poggiò la testa e rimase per un po' in silenzio. Gli altri si guardarono negli occhi, interrogandosi sul significato delle parole di Padre Pio, che aveva bruscamente introdotto nella conversazione un personaggio lontano dagli argomenti usuali, dal territorio locale e dalla stessa religione cattolica, addirittura il re d'Inghilterra, capo della chiesa anglicana. I tre, per obbedire a Padre Pio che pregava, fecero ognuno, a modo proprio, anche una preghiera per il re d'Inghilterra, che per loro era come pensare a uno sconosciuto. La cosa quella sera finì così, senza che alcuno dei tre chiedesse a Padre Pio il perché di quella richiesta un po' estemporanea. La spiegazione l'ebbero il mattino seguente quando dalla radio e dai giornali seppero che era morto Giorgio VI, re d'Inghilterra. Insomma: Capracotta terra di santi, poeti e trasmigratori! Francesco Mendozzi
- La verità sui dischi-corazza di Capracotta
Antonio De Nino (1833-1907) ha goduto di ampia stima da parte dell'ambiente accademico a lui contemporaneo, una devozione che gli è persino sopravvissuta. È stato un attento antropologo, nonché uno dei primi folcloristi, un valido storico e un altrettanto valido archeologo in veste di ispettore ai Monumenti. È stato soprattutto un impagabile sponsor quando si è trattato di avviare imponenti campagne archeologiche nei suoi Abruzzi. Nel 1904 Antonio De Nino era a Capracotta per compiere una delle sue ricognizioni archeologiche e, nelle campagne di Guastra, nei pressi della masseria di Gabriele Di Tella (oggi diroccata), gli fu mostrata una piccola necropoli di epoca sannitica costituita da quattro tombe e risalente forse al VII-VI sec. a.C. Nelle prime tre tombe vi erano suppellettili varie, ossia «una lancia [...] una cuspide di lancia in ferro [...] tre braccialetti di lastrina [...] due anellini [e] due grosse armille». La quarta sepoltura fu ritenuta dal De Nino «certamente di guerriero» e degna della massima nota, poiché conteneva «oggetti di maggiore importanza», tra cui spiccava un pugnale in ferro e «due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito» in bronzo: il maggiore del diametro di 22 cm., il minore di 13 cm. Antonio De Nino comunicò presto alla Regia Accademia dei Lincei la scoperta di cui si era reso protagonista in un articolo intitolato "Capracotta: tombe sannitiche con suppellettile funebre" e, da allora, nessuno ha osato mettere in discussione la sua scoperta che - giova ricordarlo - era avvalorata da quattro fotografie pubblicate sugli atti dell'Accademia. A proposito dei «due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito», l'illustre archeologo tedesco Gerhard Tomedi, quasi un secolo dopo, decise di riunire in un «Gruppo Capracotta» tutti i dischi-corazza che fino ad allora facevano parte del cosiddetto «Gruppo Casacanditella»: la catalogazione dei dischi in questi gruppi è ovviamente basata sulla somiglianza tra i vari esemplari, non sempre geograficamente vicini, perché «sembra una specie di maledizione quella che continua a perseguitare questa classe di materiali che ce li rende noti in tutte le possibili forme di acquisizione tranne quella canonica della nostra disciplina e cioè lo scavo archeologico». L'unico caso di scoperta archeologica dei dischi-corazza, dunque, è ancor oggi quello avvenuto a Guastra nel 1904 per mano di Antonio De Nino. L'interpretazione di tali reperti come dischi-corazza, dunque, si basava esclusivamente «sul corredo di guerriero di Capracotta», una interpretazione che fino a pochi anni fa condividevano anche Giovanni Colonna - uno dei massimi esperti di storia antica - e la prof.ssa Raffaella Papi. Quel corredo è stato a lungo ritenuto disperso ma è sopravvissuto proprio grazie alle fotografie del De Nino, almeno finché la stessa Papi, nel 1990, lo ha ritrovato e pian piano ne ha dimostrato l'appartenenza al mundus muliebris. I dischi-corazza di Guastra, insomma, non riguardavano un guerriero ma una ricca donna sannita, che li portava attaccati ad una stola che, dal collo, scendeva al ventre. La Papi, battendo a tappeto molti musei italiani, aveva rinvenuto «la coppia di Capracotta, priva però del resto del corredo» nei magazzini del museo di Castel S. Angelo di Roma. A mio avviso, dunque, non andrebbero più chiamati dischi-corazza bensì dischi ornamentali. Questa scoperta, che può sembrare ininfluente agli occhi dei non addetti ai lavori, è in verità molto importante, perché trasforma totalmente l'immaginario sannitico a cui eravamo abituati: da fiere tribù di pastori guerrieri a raffinati gruppi familiari, in cui le donne, le prime capracottesi della storia, facevano bella mostra di sé. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Cannavacciuolo, La ricerca archeologica in territorio molisano: casi di studio, tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, 2018-2019; V. Cianfarani, Antiche civiltà d'Abruzzo, De Luca, Roma 1969; G. Colonna, Dischi-corazza e dischi di ornamento femminile: due distinte classi di bronzi centro-italici, in «Archeologia Classica», LVIII:8, Roma 2007; G. Colonna, Migranti italici e ornato femminile (a proposito di Perugia e dei Sarsinati qui Perusiæ consederant), in «Ocnus», 15, Bologna 2007; A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune, in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei, Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; R. Papi, Dischi-corazza abruzzesi a decorazione geometrica nei musei italiani, Bretschneider, Roma 1990; R. Papi, Guerreri di pietra e dischi di bronzo, in «Picus», XLI, Macerata 2021; R. Papi, Vecchi e nuovi pregiudizi sull'Abruzzo e sul Fucino in particolare, in L. Saladino (a cura di), Il Fucino e le aree limitrofe nell'antichità, Atti del convegno, V° Convegno di Archeologia, Avezzano, 6-7 novembre 2021; G. Tomedi, Italische Panzerplatten und Panzerscheiben, Steiner, Stuttgart 2000.
- Scala le montagne
Presso l'Eremo di S. Onofrio al Morrone, scelto dal futuro papa Celestino V, alle pendici del Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, vi è una foto e un'iscrizione che ricordano l'alpinista Paolo Mosca, figlio del capracottese Gabriele, morto per la caduta di alcuni massi mentre stava facendo ciò che più amava: scalare le montagne. Le parole, scritte dallo stesso Paolo, sono state scelte dal C.A.I. come epitaffio per ricordarlo. Scala le montagne, e la pace della natura scenderà su di te, come i raggi del sole scendono sul bosco, e tutte le tue preoccupazioni cadranno come le foglie d'autunno. Paolo Mosca
- L'orchestra incontra il territorio a Capracotta
Grazie al mecenatismo di Giovanni Pollice, sindacalista residente in Germania ma legatissimo al suo paese natale, stasera tornerà la grande musica da camera in quel di Capracotta, con un concerto dell'Orchestra Sinfonica del Molise, i cui 51 elementi, diretti dal m. Michele Gennarelli, daranno vita ad un programma pensato proprio per l'imminente festa della Madonna di Loreto. Si tratta infatti di un programma adatto a tutte le orecchie, che spazia dal sempreverde "Nabucco" di Giuseppe Verdi fino al "pop" classico del "Concerto d'Aranjuez" di Joaquín Rodrigo (con la chitarra solista del talentuosissimo Isidoro Nugnes), per approdare alla più bella pastorale di Beethoven, quella contenuta nei movimenti della "Sinfonia n. 6 in fa maggiore", la quale verrà persino illustrata dal Pollice prima dell'esecuzione. Stasera, insomma, la Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta sarà l'altoparlante perfetto di una commistione di stili che - si spera - venga apprezzato dai capracottesi, perlomeno da quelli che adorano l'arte musicale. L'Orchestra Sinfonica del Molise è nata nel gennaio 2022 a seguito dell'emanazione, da parte del Ministero della Cultura, del decreto riguardante l'istituzione di nuove orchestre. La sua attività si sviluppa attraverso il coinvolgimento dei giovani, dando loro una grande opportunità professionale per valorizzare le professionalità del settore, con particolare attenzione a quelle presenti in loco. Di grande importanza per l'Orchestra è la distribuzione capillare sul territorio, per un suo sviluppo organico in quanto fattore di identità regionale e di valorizzazione del turismo. Francesco Mendozzi
- Ich bin Organist
Oggi, come un maggiordomo, mi inchino a presentarVi una pagina che in un modo splendido racconta il sentire di un maestro organista e che mi ha particolarmente colpito. Il maestro Roberto Rampini è organista, musicologo, musicista, concertista, teorico musicale, matematico, scrittore e tantissime altre cose e mi ha onorato di poter inserire un suo rilevante scritto tra le mie semplici pagine. Il suo sito web è un vulcano in continua eruzione. Leggiamo allora la sua "polvere di cantoria". Francesco Di Nardo Ich bin Organist Da tempo immemorabile sono qui, il destino mi ha ormai inscindibilmente legato a questo Luogo che è divenuto per me come una seconda casa. Seduto su una panca aziono una gran quantità di tasti e pedali, ben consapevole che intanto il mondo continua a girare indifferente ad ogni mio sforzo, mentre la luce cambia colore e intensità con il trascorrere delle ore, delle giornate e delle stagioni, fendendo l'aria in modo sempre diverso e suggestivo. Ogni tanto però mi fermo, staccando mani e piedi dallo strumento (e gli occhi dallo spartito) poiché amo anche riempirmi del Silenzio che solo questo Spazio sa infondermi. I rumori esterni giungono soffocati e indistinti e tendono a scomparire quasi del tutto la domenica mattina, giorno di riposo… ma non per me: solo nelle meritate pause che mi concedo i miei passi misurano in breve la larghezza e la lunghezza di questo Tempio che sembra suggerirmi ad ogni angolo fasti di un mondo ben più austero di quello attuale... Gli stessi brani, affrontati innumerevoli volte sino allo sfinimento, si rivelano antagonisti troppo forti di un combattimento dagli esiti tuttora incerti… ma io desidero farli miei a tutti i costi, nella speranza di riconsegnarli integri a chi li scrisse prima di ridursi su questa Terra in polvere centinaia e centinaia d'anni or sono: mi piace infatti scrutarli e analizzarli nel modo più scientifico possibile - oltre che musicale - e non è un caso che ad un esame più accurato essi premino i miei sforzi riservandomi ogni volta ulteriori sorprese, quasi come se al computer stessi esplorando il più misterioso dei frattali. Il tempo volgerà alla fine anche per me e qualcun Altro girerà la mia ultima pagina (e forse neppure allora mi spetteranno gli applausi che ogni concertista segretamente desidera al termine di ogni esecuzione). Questo Luogo è infatti sempre vuoto e chiuso, e gli ultimi echi dei suoni prodotti da migliaia di magiche canne rese sonore da menti ingegnose si disperdono nel nulla dopo aver indugiato un po' tra le volte e la cupola… o forse rifugiandosi in dimensioni irraggiungibili per un essere umano ancora troppo compromesso col tempo! Anche se poi, vinto dalla stanchezza, chiudo tutto e torno a casa, ringraziando il buon Dio del grande privilegio che in vita mi ha concesso (e del quale mai smetterò d'esserne riconoscente), la mia anima continuerà in realtà a restare qui finché tutto si compirà nel modo più vero e profondo anche per me. Io sono Organista. Roberto Rampini Fonte: www.facebook/librorampini - Tutti i diritti riservati. Cap. 116 tratto dal libro "Piazzale san Lorenzo, Villa Alpina... e altri racconti autobiografici". www.robertorampini.it - robertorampini57@gmail.com
- Polvere di cantoria: il tiramantici
Guardando un organo possiamo pensare all'abilità del costruttore, al talento dell'organista e al gusto del costruttore della cassa ma mai, dico mai, pensiamo a come il "vento" prende vita e trasforma in armonia il lavoro dell'organaro e dell'esecutore. Il "tiramantici", o "levamantici", dalla notte dei tempi forniva l'energia che muoveva l'aria e ne consentiva il fluire nelle canne. La forza delle sue braccia e, negli strumenti più grandi, delle sue gambe azionava i grandi mantici che garantivano la pressione necessaria dell'aria che alimentava l'organo. Negli strumenti piccoli generalmente due mantici garantivano il funzionamento muovendosi in alternatim ma organi più grandi necessitavano di più alimentatori che venivano collocati in un apposito locale accanto alla cantoria. La tecnologia guidava l'evoluzione della fonica: nel XIV secolo cento uomini erano addetti al funzionamento dei trenta mantici che alimentavano le 700 canne dell'organo della cattedrale di Winchester mentre, per esempio, nel 1779 solo due o tre uomini fornivano l'energia per azionare i tre mantici delle 750 canne del "Principalone" a Capracotta. Ancor oggi possiamo vedere il sistema dal vivo nell'organo della Chiesa di S. Antonio, riparato, qualche anno fa, dopo il cedimento dell'asse di fulcro delle stanghe. Il movimento dei mantici dava una sensazione di "respiro" dello strumento ma il tiramantici doveva essere sempre attento alle indicazioni dell'organista e all'andamento della composizione per evitare "buchi" nell'alimentazione. Negli strumenti con oltre 10-15 registri delle casse di compensazione, dette "lucerne", stabilizzavano il vento, mentre dei pesi posti su di esse o sui mantici determinavano la pressione dell'aria che veniva, come oggi, misurata in millimetri d'acqua. Le lucerne, adottate ancora oggi, consistono in una cassa stagna il cui tetto si solleva tramite delle pieghe come il mantice delle fisarmoniche servono anche ad immagazzinare l'aria portandola quindi alla giusta pressione. Al tetto della lucerna vi era fissata una cordicella che tramite una puleggia sosteneva un "piombino" posto accanto ad una scala graduata. Questo sistema, detto alidometro, misurava la quantità di vento presente nei polmoni dell'organo e indicava al tiramantici quando e come intervenire per mantenere una giusta pressione. Un cenno dell'organista o un campanello che squillava nel locale mantici dava il via al lavoro. Gli strumenti antichi lavoravano con pressioni tra i 45 e i 70 mm di acqua. Faccio presente che la forza del suono non dipende, entro certi limiti, dalla pressione del vento, ma dalla capacità dell'organaro di "intonare" le canne, ovvero modellare le bocche delle canne per ottenere il massimo della sonorità. Anche i più grandi esecutori, senza il tiramantici, erano ridotti al silenzio. Ai tiramantici era anche affidata la manutenzione dei soffiatori: verifica di eventuali perdite dalle pieghe, lubrificazione dei giunti, controllo tenuta delle giunture dei portavento. Appannaggio dei levamantici anche la pulizia della cantoria e locali annessi e sorveglianza per evitare che qualcuno si intrufolasse abusivamente per sbirciare e curiosare nella "soffitta dei misteri". La storia ha dimenticato i loro nomi ma erano rigorosamente inquadrati nel personale di servizio alla chiesa. Gli antichi registri ne documentano i turni di servizio e le retribuzioni. Evolvendosi la tecnologia i mantici furono azionati da un albero a collo d'oca a sua volta messo in movimento da una ruota o da manovelle per rendere meno gravoso il lavoro dei levamantici. Anche papà mi raccontava della sua esperienza, da bambino, ai tre soffiatori del Principalone. Due in azione per la messa ordinaria e tre per la solenne. Successivamente i tiramantici vennero sostituiti da macchine a vapore o da motori a scoppio: tentativi poco efficaci e farraginosi. L'adozione degli elettrosoffiatori ha garantito, invece, una efficacissima alimentazione degli organi di tutte le tipologie consentendo anche combinazioni di sonorità che nel passato erano impossibili per insufficiente disponibilità del vento. Una o più ventole collegate a motori elettrici, dove lucerne o mantici "decorativi" stabilizzanti il vento e la pressione, forniscono tutta l'aria di cui necessita l'organo. Tuttavia in alcuni strumenti si preferisce ancora l'adozione dei mantici azionati da un motore elettrico per un'esecuzione più filologica o ancora una doppia alimentazione possibile: manuale o elettroassistita. Nella cantoria del Principalone, prima dei restauri, si poteva osservare il pavimento ligneo consumato fino all'esasperazione dai piedi dei tiramantici che si puntavano nello sforzo e i ganci sulla cassa dove venivano appesi i cappotti mentre si lavorava: in alcuni punti il fasciame risultava bucato. Nella mia mente una sera d'inverno, l'Avvento, e nella flebile luce delle candele, nella nebbiolina della neve che cade, il respiro affannoso dei tiramantici impegnati in una veglia o in una lode. Ai tiramantici, anonimi cuori affannati, il nostro ringraziamento: lo Spirito della Comunità che diventava preghiera tramite le dita dell'organista trovava forza e vita tramite le loro braccia e, con il fumo dell'incenso che impregnava i legni della cantoria, saliva verso Colui che ha creato cielo e terra: «Conditor alme siderum». Francesco Di Nardo
- Arrivederci, Capracotta!
Arrivederci, paesino abbracciato alla roccia, tenero e soffice come un bambino, duro e possente come la schiena degli uomini di montagna. Arrivederci alle fonti e al fiume di gente sul corso, alle casette, da lontano piccole lucciole nella notte delle stelle cadenti, ritrovo per le famiglie e per gli amici, da ogni parte giunti,nei giorni di festa. Arrivederci strade sterrate di montagna e strade imbrunite di asfalto che, ogni giorno, entrate nel cuore della montagna e lì conducete chi vi percorre. Occhi sempre uguali, spettacoli sempre nuovi! Arrivederci profili dei monti e onde dei campi, distese di sempreterno verde sotto il libero volo dei falchi! Arrivederci vento, che ti diverti a impastare le nuvole e le fai rotolare nel cielo a giocare a nascondere il sole. E arrivederci voci, di donne, ragazzini, bambini, giovanotti e anziani, sui portoni, nelle piazzette, all'imbrunire e al mattino, squillanti e ora sempre più distanti, ma sempre presenti nel cuore. E arrivederci drappi blu che sventolate dalle facciate delle case e delle chiese alla vória, in sinuose pieghe, protèsi come l'abbraccio del paesello che vuole trattenere i suoi figli! Arrivederci, arrivederci sempre, arrivederci ancora, questa volta di più, con la gioia grande del ritorno, con il tuo riflesso nello specchietto, con la radio spenta per sentire di nuovo, meglio, tra i saluti di chi va via e di chi resta l'antico ritornello: «Z'arvedéme all'òtte settiémbre». E ci vedremo, Capracotta, perché «chi all'òtte settiémbre n'è armenùte o z'è muórte o z'è perdùte!». Amedeo Di Tella Fonte: https://www.facebook.com/, 21 agosto 2023.
- Capracotta posto del cuore
Capracotta posto del cuore, dove affondano le mie origini... è il luogo dove mi sento sempre felice, ma anche dove lascio il mio cuore ogni volta che devo ripartire... Capracotta non è solo un luogo fisico, un punto su una carta geografica... È l'insieme di una meravigliosa routine, una consuetudine che è tutta tipica: alzarsi, fare colazione, vestirsi e uscire fuori tra Villa, Corso e Piazza... È il cartello che incontri appena si arriva, il segno di croce per salutare la Madonna di Loreto nel santuario... Sono le file fuori al forno per prendere pane, pizza, pan di Spagna, al supermercato, alla latteria... Sono le "vasche" dal Belvedere fino alla Villa e viceversa, sono le passeggiate la mattina presto per raggiungere le Fonticelle, la bellezza del paese pieno pieno di gente che affolla le strade, la musica, la gioia che regala il ritrovare gli amici anno dopo anno, le chiacchiere sulla scalinata della Chiesa di Sant'Antonio, le processioni religiose, le esibizioni in piazza... Capracotta che festeggia i 18enni e 50enni... Capracotta è la Messa con il Padre Nostro cantato in maniera tutta particolare... Capracotta non si può spiegare, si può solo vivere e continuare ad amare... Roberta Del Castello Fonte: https://www.instagram.com/, 21 agosto 2023.
- Le solenni celebrazioni della Madonna di Loreto a Capracotta
«Esce la Madonna» è la frase più ripetuta, il desiderio più atteso e il grido di entusiasmo di tutti i capracottesi, vicini e lontani, di fare festa in onore della Madonna. «Nessuno rinuncerebbe a questa singolare pausa di ristoro fisico e spirituale, meta e traguardo del peregrinare della vita. Il nostro è un paese dell'anima perché ha sempre "messo al centro" la Madonna, la Madre di Dio e Madre nostra». Così scrivevo negli anni passati sul periodico "Voria". La Madonna è la madre di Gesù, Giovanni apostolo simbolizza tutti noi, è esempio della Chiesa universale sparsa nel mondo. La Vergine Maria diventa anche la mamma nostra, «segno di consolazione e di sicura speranza». Possiamo chiamarla Mamma senza paura, pensarla nostra contemporanea, Donna dei nostri giorni, come efficacemente la definisce don Tonino Bello. Introdurla nei nostri pensieri e disegni, farla diventare coinquilina di casa nostra, la persona con cui confidare sentimenti e progetti di vita, rende il nostro rapporto santo, libero, gioioso, forte. Quando c'è Lei, è chiaro che tutto lo consulti con il Figlio Gesù. «"Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?", "Chi compie la volontà di Dio. Costui è fratello, sorella e madre», fu la risposta di Gesù. C'è anche una beatitudine personale efficace: "più beato" chi compie la volontà di Dio praticandola fino in fondo. Siamo al centro della nostra vita cristiana e della nostra vita interiore. Il Signore non è fedele ai nostri desideri. È fedele alle sue promesse. Le sue promesse su di noi sono il compimento della sua volontà fino in fondo. La sua è una volontà buona, di bene, di felicità, anche se fa attraversare un tunnel scuro e buio, che è la prova della sofferenza. Il Calvario e la Croce sono lo scrigno nel quale si concentra tutto l'amore di Dio. Anche noi, accettando la nostra croce, rendiamo più pura l’umanità, più buono il mondo. Sul Calvario splende la fede e l'esempio della Madonna, rimane l'ultimo sospiro, l'unica fiaccola a illuminare la terra. È simbolo anche del nostro piccolo calvario, che si racchiude nel perimetro delle pareti domestiche, dentro le nostre case, nel lavoro quotidiano, diventa il luogo della fede, della fiducia e del nostro abbandono in Dio. La Madonna di Loreto è la Mamma che segue i nostri passi con uno slancio di abbandono, di aiuto, di speranza e di consolazione. Un abbandono! Così deve essere la nostra vita. Le festività liturgiche dell'ozzetiémbre, che preparano spiritualmente l'atteso evento religioso e civile, sono consolidate e vivificate dalla tradizione e dalla pietà popolare. Nell'arco di tempo che intercorre dalle origini ai nostri giorni, la "memoria storica" registra momenti di intensa partecipazione di popolo nei tre giorni. Religiosità e folklore, fede viva e fede popolare, devozione e vita, si compenetrano in pieno accordo, e concorrono a dare alla festa un significato profondo ed una valenza religiosa sentita e partecipata. È il popolo di Capracotta che si fa destinatario e protagonista di un evento religioso che si riempie di attesa, dopo sei anni per interruzione del covid, e diventa esplosione di speranza e di intensa partecipazione nei tre giorni della festa. È un fervore di entusiasmo e di fede che passa, come fiaccola ardente, di padre in figlio, di generazione in generazione e accende gli animi e i cuori alla gioia e alla serenità. Valori umani, antropologici, sociali, religiosi e sacri si combinano e si consolidano in armoniosa sintesi. Il clima che si respira e si vive sorpassa ogni tentazione di ostentato folklore o di vuoto intimismo, e crea un'atmosfera di "aggregante concordia" di popolo. Le processioni del 7-8-9 settembre sono il segno concreto di una partecipazione personale, sentita e vissuta. «Esce la Madonna», «Tutti per uno, uno per tutti», non sono semplici slogans, ma traduzione di "convivialità comunitaria", di emozioni e sentimenti condivisi. Solidarietà, gioia di ritrovarsi, incontro di volti, incroci di sguardi, contatti di cuori, fede e amore, sono le parole che tutti ripetono nella ritualità della festa. È il miracolo della religiosità popolare che nessuno riesce a rimuovere o scardinare dal cuore del capracottese. Nemmeno il calo evidente della fede oggi, «la secolarizzazione e la globalizzazione dell'indifferenza», registrate nella nostra società post-moderna e imperante nella cultura contemporanea, riescono ad annullare una tradizione cementata e trasmessa nel corso delle generazioni. Pur in terre lontane ogni figlio di queste balze montane porta impresso nell'anima e nel cuore la dolce figura della Madonna, che inarca il suo manto di Grazia e lo copre della sua materna benedizione. Ognuno sembra ripetere con gioia: «Luntàne me ne vàje, luntàne assàje, de te, Madonna, nen me scòrde màje». Il pensiero corre inevitabilmente ai genitori e ai nonni che, sui cavalli bardati a festa "si inchinano" dinanzi alla Vergine Maria per associare alla sacralità del gesto formale dei cavalli, la loro devozione filiale. I genitori e i nonni sono linfa vitale di nuova alleanza, perché hanno alle spalle esperienza di vita e di fede, che irrora i germogli delle nuove generazioni. L'otto settembre è un appuntamento e un richiamo irresistibile per tutti. Insieme all'immagine della Madonna di Loreto, un'altra immagine viene collegata: la mamma, che ci ha partoriti alla vita. Maria, "donna dei nostri giorni", è quasi surrealmente trasfusa e mimata nelle mamme del nostro lessico familiare. Contemporanea, vicina, compagna, capracottese puro sangue. Creatura pienamente vissuta nel tempo, nel frantume dei giorni, nel destino pregnante della sua bellezza e del suo totale donarsi sempre. È un parlare alto che diventa un dire quotidiano, in confidenziale abbandono, chiamandole tutte per nome: Marietta, Ertiglia, Cietta, Rosa, Carolina... con le virtù proprie delle nostre mamme, pienamente radicate nel tempo, con la femminilità e la trasparenza della Madonna, con una vita comune a tutti, carica di sollecitudini familiari e di lavoro. In una semplice e toccante poesia sulla mamma scritta da Salvatore Di Giacomo, Totò recita: Chi tene 'a mamma è ricche e nun 'o sape; chi tene 'o bbene è felice e nun ll'apprezza. Pecché ll'ammore 'e mamma è 'na ricchezza, è comme 'o mare ca nun fernesce maje. Pure ll'omme cchiù triste e malamente è ancora bbuon si vò bbene 'a mamma. Un ultimo richiamo a Capracotta, il paese montano che celebra e festeggia solennemente la Madonna di Loreto. Capracotta è «paese dell'anima, patrimonio del cuore, luogo delle relazioni più profonde e significative». Conoscere un dove, da chi, un qui, significa conoscere il luogo geografico, il tessuto sociale e umano, il punto di partenza dove sono sbocciate le nostre vite. Capracotta, «perla di stupenda fattura, gettata un giorno dalle mani del Creatore in quel forziere di bellezze inedite che è il Molise», afferma don Michelino Di Lorenzo, sacerdote poeta e scrittore, innammorato di Capracotta. Si vive anche "nel posto in cui si è nati", nel luogo in cui la natura e la religione hanno impastato e plasmato la nostra storia. Capracotta ci appartiene, ci ha dato l'imprinting, è madre, lingua, musica, odore, caldo, freddo, neve. La libertà è nell'anima, non fuori di noi, ma dentro di noi. E la fede non è solo dono di Dio, pensiero e fervore, ma anche impegno, sentimento e azione. Guardando le stelle si scopre "una che non vuol tramontare", quella che non si spegne nel sole. La fede di un credente si trasmette attraverso la sua forza attrattiva e irradiante che si sprigiona dalla congruenza tra pensieri, sentimenti, parole e azioni, non con la semplice scorza della superficialità e dell'apparenza. Camminare "nel segno della festa" tra le persone, ascoltare ciascuno nella sua unicità, significa trasmettere un messaggio per farci sentire vivi e presenti, e creare relazioni profonde e durature: la Madonna di Loreto è stimolo, esempio e rifugio. Un ultimo riferimento che ha un valore di fondo totalizzante, che gioca il fenomeno dell'aggregante concordia di popolo è la paesanità. «Il tessuto vivo di gente, riunita da ogni parte del mondo intorno ad una immagine che percorre le vie del paese, che vede "uscire la Madonna", si muove nella linea delle radici della propria cultura», scriveva don Geremia Carugno nel 1993. Il clima di devozione filiale, che si respira in questi luoghi nelle feste di settembre, sorpassa e coinvolge il folklore del rapido passaggio dei cavalli, unico retaggio di una tradizione di fatica e di sudore di un tempo passato. Questi semplici pensieri sono umili fiori di campo, che conservano intatto il profumo del passato e trasmettono il sapore e la freschezza della vita che scorre. Nascono dal cuore, parlano al cuore nel loro armonico intreccio di storia, di tradizione, di fede, di cultura e di realtà. Lo scorrere del tempo impone un ritorno al passato, con la struggente forza della memoria. Riconosce luoghi, persone, feste e fatti, e li riconsegna in una nuova luce e una nuova armonia di tempi. In una società che inaridisce le sorgenti del nostro essere, possano far crescere l'anima, strapparla dalla tirannia dell’avere, dell'autoreferenzialità e della dimenticanza, e inserirla nella liberante dimensione dell'essere, del gratuito e della fede. In un canto composto negli anni giovanili scrivevo: Vurrìa dà le scénne a ŝti pensiére, vurrìa fa vulà ŝte ddù paròle pe r'arrivià paisieàne e furaŝtiére e purtà a tùtte la serenità. Vola canzóna méja, vola luntàne, gira tutte re mùnne, gira e canta, varr'artruvà ŝti fìglie affatecàte de chéŝta tèrra santa e furtunàte. Porta la pace, tu, porta l'ammóre de Capracotta ch'è na mamma d'òre. Nella Madonna di Loreto, nella mamma terrena, nel paese natio, non c'è nulla di scontato e declamatorio, tutto può diventare preghiera, canto e poesia. «È bello per noi essere qui»: affermarono gli apostoli sul monte Tabor. Qui ci sentiamo a casa, qui è la nostra identità. Non c'è fede viva che non discenda da uno stupore, da un "che bello", gridato come Pietro. Un cuore che ascolta è il luogo dove la solitudine cede all'incontro. Facciamoci accompagnare da queste tre immagini lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole. Evitare di dire parole scontate, a volte doverose altre volte noiose, e annunciare: Dio è bello, attraente, luminoso, solare e... la Madonna, nostra Madre e Patrona, è "stella del mattino", «termine fisso di eterno consiglio, è di speranza fontana vivace» per tutti. Osman Antonio Di Lorenzo
























