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  • Il palazzo vescovile di Acquaviva delle Fonti

    Il palazzo vescovile di Acquaviva delle Fonti (foto: G. Carrieri). Il palazzo prelatizio, comunemente chiamato palazzo vescovile, è un edificio religioso di Acquaviva delle Fonti, sito in piazza dei Martiri 1799 a fianco della Contrattedrale di Sant'Eustachio. Fu voluto dal monsignor Giovanni Domenico Giuseppe Falcone, prelato ordinario nullius di Altamura e Acquaviva delle Fonti. Monsignor Falcone non era contento delle piccole abitazioni messe a disposizione dei prelati, come il palazzo Vitali, il quale crollò parzialmente nel 1859. Egli voleva un palazzo che dovesse riprendere lo stile della Reggia di Caserta. La progettazione fu affidata, quindi, all'architetto Luigi Castellucci, appartenente alla scuola di Luigi Vanvitelli, architetto della Reggia. Inizialmente, il palazzo doveva sorgere dove attualmente è presente il teatro comunale Luciani. Tuttavia, il giorno antecedente alla posa della prima pietra vi fu una frana e morì un operaio. Tale evento fu creduto come un cattivo presagio. Il Vescovo scelse di cambiare collocazione. L'edificio fu costruito a ridosso della Contrattedrale, con la quale è collegato tramite due porte (nel lato sud). Anno di costruzione: 1853. Il prospetto principale è diviso in due piani da un cornicione: il primo piano viene utilizzato come sagrestia, ufficio del parroco e per attività ricreative; il secondo piano, accessibile tramite una scala interna, era adibita ad abitazione del prelato nei giorni in cui risiedeva in città. È un palazzo in stile neoclassico, su di esso indubbiamente sono saliti tanti vescovi. In seguito, la vecchia sede episcopale di Altamura, anch'essa con chiesa palatina già dal 1248, fu unita alla Chiesa di Acquaviva. Quindi, con una bolla del papa Pio IX, nel 1848, precisamente il 17 agosto, la Chiesa di Acquaviva delle Fonti. conservando il titolo nullius, fu unita a quella di Altamura con sede ad Altamura. La bolla pontificia inizia con questa famosa frase in latino: «Si aliquando». I vescovi, i vari vicari e arcipreti che ebbero poi anche titoli di vescovi furono molti. Tra i vescovi importanti vi è Cesare Labertini, importate perché riuscì a sostenere il lavoro per abbellire le cappelle delle navate di sinistra e destra della Cattedrale (1505). Un altro grande vescovo fu Luigi Marcello Pellegrini, che fece abbellire una delle due cappelle delle navate della Cattedrale (1879). Un altro vescovo famoso fu Giandomenico Falcone, lo si vede ad Acquaviva delle Fonti già dal 1848, nominato a «furor di popolo» il 2 aprile e poi con la bolla pontificia di Pio IX. Altro vescovo importante è Tommaso Cirielli di Acquaviva delle Fonti (1890), a cui è intestata una via e la scuola delle suore di Acquaviva. Protonotario apostolico era Giustiniano Persio, che partecipò ai moti del 1799 ed ebbe però una fine ingloriosa. Morì nelle carceri di Bari, proprio nei sotterranei del castello di Bari. Altro vescovo importante fu mons. Agostino Laera (al secolo Antonio), ordinato diacono il 22 settembre 1894, presbitero il 22 dicembre 1894 e vescovo il 24 luglio 1910, al quale è stata dedicata una via di Acquaviva. Loredana Petruzzi Fonte: https://www.facebook.com/, 23 novembre 2021.

  • Sguardo di Madre

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Il volto della Madonna di Loreto. Posta è la tua luce mia Santissima Madre, sul punto più in alto nella linea di compluvio della valle e tra due montagne, il tuo sguardo è come un faro sull'oceano dell'esistenza di tutti i capracottesi. Loreto Carnevale

  • Sotto quel manto stellato

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Il manto della Madonna di Loreto (foto: J. Di Lello). Sotto quel manto che illumina il monte, Capracotta ritrova il suo respiro. Ogni partenza custodisce un ritorno, ogni silenzio conserva una voce. La Madre veglia sui passi lontani, stringendo i figli dispersi nel mondo. Tra pietre antiche e vento d'altura fiorisce ancora la fede dei padri. C'è chi non torna, ma resta nel cuore, come una stella che veglia la notte. Il bene compiuto non conosce inverno, vive negli occhi di chi sa ricordare. Madonna di Loreto, accogli il nostro canto, rendilo preghiera e memoria viva. Perché nessun amore vada perduto e ogni ritorno sia cosa ritrovata, sotto quel manto di luce infinita che fa di un paese una sola famiglia. Federica Santilli

  • E luce fu

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. I flambeaux del 7 settembre (foto: G. Nucci). Nelle pieghe del mio cuore, intriso di dolore, piange, il tuo amore! Fiumi di parole, sorrisi accantonati sfuggono alla vita. Silenzioso quel grido, l'immensità del Cielo, sfiora. Sommesso il tormento suo, perdendosi va nel chiarore della notte. E, il vento i capelli scompiglia, e i pensieri, di mano, sfuggirmi. Abbandonato ogni dolore, nel luccichio del tuo amore, tu, nel vento, torni... Frammenti di stelle, nelle mani mie, infinite, brillano! Maddalena Stinziani

  • Dai tuoi figli, Maria

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La Madonna di Loreto nel rione S. Giovanni. A Capracotta, oggi otto settembre, c'è aria di festa; tutte le case sono piene di gente, di sorrisi, di fiori, di colori e di allegria. La Madonna di Loreto, nostra madre celeste, sorride ancor di più; oggi è la sua festa e con lei sorride ed è felice anche il suo amato figlio Gesù. Lodiamo, cantiamo alla Vergine bellissima, tutta purissima, col suo celeste candor nessuno mai l'offuscherà. Lodiamo, cantiamo alla Vergine bellissima, tutta purissima, che per la sua immensa bontà fu eletta ad essere la madre del suo figlio Gesù. Grazie, oh Maria, madre dolcissima, fiore purissimo, Capracotta tuo popol fedel oggi ti onora e ti implora: «Apri ai tuoi figli le porte azzurre del cielo». Pasquale Mosca

  • Una "nuova" epigrafe per Capracotta: 1651 C. D.

    Elaborazione dell'epigrafe scoperta nella Chiesa Madre. L'epigrafe che vedete quassù l'ho rinvenuta per caso nella Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta, nel piano superiore, sul muro che sta a sinistra dell'accesso che porta in cantoria, quella stessa cantoria in cui è posizionato l'incantevole Principalone, il settecentesco organo a canne realizzato nella bottega D'Onofrio di Poggio Sannita. Prima di aprire la porta della cantoria, dunque, a sinistra potrete forse notare un'iscrizione (che non è stata intonacata, prova che qualcuno prima di me se n'era già accorto) che è possibile sciogliere soltanto con un gioco di luci ed ombre. In un primo momento, la data sembra quella del 1051 - il che mi ha fatto letteralmente trasecolare -, ma se così fosse stato, avrei trovato i numeri romani (MLI), non quelli arabi. La seconda cifra, a ben vedere, non è uno 0, bensì un 6, per via di un impercettibile apice presente sulla pancia del numero, motivo per cui la data è proprio quella del 1651. A cosa si riferisce quell'anno? Per cercare di scoprirlo, è necessario scartabellare tutta la documentazione disponibile. Sappiamo che la Chiesa Madre venne sottoposta ad un importante lavoro di restauro - per non dire di ricostruzione - tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, tanto che, nonostante le lungaggini e le liti con la Diocesi di Trivento, la prima "ufficiosa" consacrazione avvenne nel 1725 per mano di mons. Alfonso Mariconda (qui). Luigi Campanelli, tuttavia, ammetteva che «è strano che i libri parrocchiali né il libro delle memorie ci abbiano tramandato i particolari di questa rinnovazione», motivo per cui don Geremia Carugno prese per buona la data del 1657 quale inizio del progetto del nuovo tempio dell'Assunta. In realtà, quella data era stata menzionata dal Campanelli solo per ricordare l'uccisione «sull'altare in chiesa del sacerdote Tobia Campanelli perpetrata dai banditi nel 1657 [che aveva] indotto, oltre all'antichità dell'edificio, i nostri antichi a ricostruirla intieramente». Questa, insomma, era una mera supposizione del nostro storico, fondata su una sua suggestione, secondo cui i briganti «avevano inquinata la salubrità [...] della chiesa specialmente, la quale era stata pure contaminata col sangue d'un ministro della fede, sparso sacrilegamente e compromessa la santità stessa del tempio». Per Luigi Campanelli, quindi, a dare il via alla ricostruzione della nostra chiesa collegiata non erano stati motivi architettonici, economici o di fruizione liturgica, bensì l'obbligo morale di mondarla dal sangue versato al suo interno dopo l'omicidio di un sacerdote. Questa ipotesi, a voler essere accomodanti, risulta fin troppo romantica, cosa che mal si addice ad un popolo montanaro, da sempre avvezzo al maltempo ed alla sventura. La precedente Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, d'altronde, la conosciamo per sommi capi grazie all'apprezzo feudale del 1671 di Donatantonio Cafaro, nel quale il perito di Cava de' Tirreni descrisse con buona precisione la disposizione dell'altare maggiore, del battistero, dell'altare secondario e delle tante cappelle di giuspatronato (qui). Di questo edificio, però, non conosciamo la data di consacrazione, anche se è certo che anteriormente vi fosse un'altra chiesa più piccola, spostata di 9° rispetto a quella attuale, come lascia intuire la disposizione dell'antico portale e dell'antico campanile, ricoperto da quello attuale nel lontano 1589. Il breve papale del 6 novembre 1650. Così, per tentare di sbrogliare il bandolo della matassa, mi sono inizialmente affidato ad un breve papale rinvenuto nell'archivio parrocchiale di Capracotta e che, essendo datato 6 novembre 1650 (e registrato nel nostro paese il 2 gennaio 1651), pensavo potesse far luce, almeno in parte, sulla "nuova" data epigrafica da me scoperta. In quella pergamena, redatta nella grafia corsiva cancelleresca, il pontefice Innocenzo X concede sia ad una cappella della «Ecclesia Parochialis» che a quella della «Beata Maria Virginis de Laureto», entrambe insistenti nella «Terra Capracotte», alcune grazie e privilegi spirituali: in ogni caso, nulla di rilevante circa eventuali lavori di (ri)costruzione (segnalo che il breve analizzato è firmato da Marco Aurelio Maraldi, il funzionario della Curia romana che firmava e rogava i documenti ufficiali di papa Innocenzo X). Il dilemma iniziale, dunque, sembrerebbe rimanere intatto: a cosa si riferisce l'anno 1651? Una risposta potrebbe scaturire dall'epigrafe stessa, poiché la data è seguita da due lettere, C e D, con quest'ultima scritta al contrario. A volte, l'inversione di caratteri grafici rispondeva al gusto per l'enigma, più spesso era un mero errore dei lapicidi, perché analfabeti, esecutori materiali del testo della minuta consegnata lettera per lettera. La sigla C. D. starebbe allora per Cum Deo (= con Dio), un'abbreviazione che si utilizzava all'indomani di una consacrazione religiosa, allorché si poneva un edificio sotto la protezione del Creatore. In quest'ottica, dunque, il 1651 potrebbe essere la data di consacrazione della precedente Chiesa dell'Assunta. Stando ai documenti d'archivio, infatti, non abbiamo alcuna indicazione su quando si decise di erigere la nuova chiesa, quella che oggi conosciamo nella sua magnificenza barocca. Questo fatto, di per sé, è insolito e tale insolitezza costituisce forse la risposta al quesito iniziale. Se il 1651 fosse davvero la data di consacrazione della precedente Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, significa che detta chiesa sia rimasta in piedi meno di un secolo, visto che nel 1725 venne inaugurata quella nuova. Tale singolarità, dunque, potrebbe essere alla base del mutismo documentale, quasi a dire che la chiesa consacrata nel 1651 dovette riscuotere un sì scarso successo presso i parrocchiani che si decise presto di rinnovarla, con un restauro generale che probabilmente cominciò sul finire del XVII secolo, non nel 1657. Forse, la data epigrafica del 1651, realizzata da un lapicida analfabeta ed anche per questo nascosta agli occhi del popolo, ci dice che la precedente chiesa non era affatto vecchia. Forse era semplicemente un obbrobrio, un tempio non adatto alla maestà della Beata Vergine Maria e alla comunità pastorale di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana, Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, San Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Vieni

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Alcuni dei partecipanti al concorso letterario. Hai gli stessi occhi di quella madre Le cui urla di disperazione si mischiano tra la spuma del mare mosso Versano sangue quegli occhi E cercano invano un bimbo donato alle onde Quelle lacrime si mischiano al sale Si fanno tutt'uno con l'acqua gelida Il buio le avvolge, le amalgama, le plasma a dolore collettivo Hai gli stessi occhi di quella madre Che piange il Figlio sotto una croce Le sue sono membra inermi ed impotenti Le lacrime invece tracciano solchi sulla pelle nera E, cadendo sulla terra arida, scandiscono un tempo fermo che non passa mai Pregate entrambi, anche con i vostri corpi Perché una madre è cura per l'anima E balsamo profumato per la carne Hai gli stessi occhi di quella madre La cui luce brilla, nella notte, e diventa Candore, e diventa letizia, e diventa Pace Quando il Figlio l'accoglie, con le sue vesti bianche A braccia aperte sorridente le sussurra: «Vieni». Andrea Mastrangelo

  • Sette sorelle

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Sette sorelle lignee sono consacrate alla celebrazione di questi luoghi, dei suoi usi, dei suoi costumi e delle genti che ivi lo popolano. Veniamo da altrove, e stiamo andando altrove. Il popolo sannita non è morto. Simone Di Nucci

  • Polvere di cantoria... nella valigia di cartone attraverso l'oceano

    Il transatlantico italiano Rex nel 1933. Partono 'e bastimiente, pe terre assaje luntane, cantano a buordo: so napulitane! [E. A. Mario, Santa Lucia lontana, 1919] Come indicato in altre occasioni, questo vuole esser un piccolo resoconto di eventi lontani nel tempo; prestarsi a fare qualsiasi paragone con situazioni ed accadimenti contemporanei è totalmente fuori luogo e assolutamente estraneo alle intenzioni di chi scrive. Capracotta... terra di sarti, medici, musicisti, di giuristi e di santi, ma, come ben raccontato da altri molto più autorevoli del sottoscritto, anche (e maggiormente) terra di emigranti. L'emigrazione europea oltreoceano fu un fenomeno che raggiunse il picco massimo dalla metà dell'800 fino alla fine degli anni '70 del XX secolo. Sono tantissime le pagine e le immagini che raccontano le aspettative, i traguardi, le nostalgie e le sofferenze in terra straniera degli emigrati, così, quasi per reazione, ho voluto addentrarmi nei resoconti e negli studi, poco conosciuti, sulle condizioni di viaggio dei milioni di persone che cercavano fortuna e lavoro dovettero affrontare e subire durante oltre un secolo di spostamenti alla ricerca di migliori condizioni di vita o per dare maggiore sostentamento ai familiari rimasti in patria. L'antropologia, la storiografia e la sociologia hanno ampiamente studiato le motivazioni che spinsero milioni di persone a varcare gli oceani. Ma quali furono le condizioni di viaggio? Com'era la vita a bordo e quali i rischi perennemente insiti in quei giorni di navigazione? Le prime traversate vennero affrontate mediante i velieri: le prime rudimentali macchine a vapore dell'epoca consumavano quantità enormi di carbone e pertanto la navigazione a vapore fu appannaggio delle brevi traversate fondamentalmente a livello mediterraneo. Quando la tecnologia consentì la costruzione di bastimenti più grandi, quindi dotati di carbonili più capienti e macchine più efficienti, si passò alla propulsione mista. Tuttavia i primi piroscafi erano navi a vela dotate ruote a pale (come il Great Eastern) che, in caso di onde trasversali, fuoriuscivano dall'acqua riducendo la propulsione e spesso danneggiando le macchine, quindi poco adatte alle rotte transoceaniche. L'adozione delle eliche poste a poppa risultò molto più efficace, aumentando sia la spinta che la velocità ma anche l'efficienza del timone, così riducendo lo spazio necessario per le virate e aumentando la manovrabilità. Le macchine a vapore inoltre garantirono la produzione di energia elettrica e l'installazione di sistemi di riscaldamento degli alloggi. L'aumento delle dimensioni delle navi permise un incremento dello spazio per i passeggeri e le merci con conseguenti maggiori ricavi e la diminuzione del costo del biglietto, specie per le terze classi dove trovavano alloggio i migranti. Dai primi viaggi occasionali le compagnie di navigazione istituirono i servizi "di linea" con funzione anche postale: fu istituito il Blue Ribond (Nastro Azzurro), fregio spettante alla nave passeggeri con equipaggio di professionisti che avesse svolto la traversata est-ovest nel minor tempo (quindi lottando contro la Corrente del Golfo). Nel 1933 fu la nave italiana Rex ad inalberare tale riconoscimento. Parimenti le navi transoceaniche di linea assunsero delle forme e caratteristiche tipiche: dalle carrette dei mari, spesso allestite ed armate di volta in volta con la speranza di vederle arrivare a destinazione, si arrivò a piroscafi con murate alte, prua affilata, scafo snello e rinforzato per affrontare in velocità le terribili onde dell'Atlantico: navi del tutto diverse dalle grandi città galleggianti oggi adibite alle crociere da diporto e destinate a navigazioni in bacini mediterranei. Nascono i grandi transatlantici con la chiglia verniciata di rosso: l'ossido di rame aveva funzione antivegetativa verso i microrganismi marini che potevano determinarne la corrosione, e per facilitare la visione della linea di galleggiamento per il controllo del carico massimo. Le murate nere evitavano di mostrare le macchie di carbone mentre la sovrastruttura bianca proteggeva dal forte irraggiamento solare specie nelle tratte estive. Le cabine, anche le più lussuose, venivano realizzate senza balconi che potevano venire facilmente strappati via dalla forza delle onde oceaniche, cosa che regolarmente si verificava anche con gli oblò, le sovrastrutture dei ponti ed i ponti stessi. Le rotte vennero codificate sulle mappe con appositi corridoi, estivi ed invernali, per l'andata (est-ovest) ed il ritorno (ovest- est), come oggi si fa in aeronautica con le aerovie, per aumentare la sicurezza visto il vorticoso aumento del traffico marittimo. I porti italiani di partenza furono prevalentemente Genova e Napoli. Dapprima la migrazione interessò il Sud America per poi rivolgersi agli stati nordamericani in un secondo tempo. Sappiamo che, poco prima della caduta dello Stato borbonico, le compagnie navali di Napoli stavano aprendo rotte fisse per il Brasile. Peraltro i bacini di carenaggio partenopei erano costruiti in muratura mentre i contemporanei a Londra erano ancora fatti di legno. Dal 1870 il nuovo Regno d'Italia iniziò ad incentivare le flotte di navigazione e dal 1888, a causa dell'enorme flusso di passeggeri, furono promulgate le prime regolamentazioni più a carattere repressivo che non a tutela dei viaggiatori economici. Il diritto all'espatrio fu ampiamente riconosciuto a condizione, per i viaggiatori di sesso maschile, che fossero stati espletati gli obblighi di leva. La legge del 1901 rese obbligatoria la presenza di medici a bordo, generalmente militari, e, tramite patronati, fu garantita assistenza sanitaria e legale agli emigrati dopo lo sbarco. Vennero introdotte anche per i migranti nei confronti delle compagnie di navigazione per impedire rotte verso porti privi di criteri di sicurezza. Gran parte di queste norme furono riviste durante il fascismo: sfruttando anche l'aspetto propagandistico il migrante divenne "lavoratore all'estero" e fu creata la Direzione generale degli Italiani all'Estero. Dalle interminabili traversate a vela la navigazione arrivò a compiersi in pochi giorni: il servizio di linea fungeva anche da servizio postale. La velocità era fondamentale punto di forza delle compagnie di navigazione. Nei primi tempi l'assenza del radar, della radio e del GPS veniva compensata dalla navigazione a vista ma i rischi erano enormi: causa la notte, i marosi, la nebbia o addirittura la calma piatta senza luna, non solo si presentava il rischio di collisione con i famosi iceberg, che potevano mettere a repentaglio tutto il bastimento, ma anche con i piccoli velieri da pesca. Il soccorso, pur se obbligatorio, spesso era inattuabile: l'eccessiva velocità del piroscafo, le verifiche tardive e le condizioni meteorologiche non consentivano una rapida inversione per soccorrere gli equipaggi delle imbarcazioni lignee maciullate dalle chiglie d'acciaio. Si continuava la rotta quasi con indifferenza anche per evitare grane legali ed assicurative o affrontare tristi e squassanti verità. Molti ufficiali chiedevano di essere esentati dal servizio di linea e riassegnati al settore mercantile poiché profondamente scossi dopo aver udito dalla plancia o dalle cabine il sinistro e mortale scricchiolio proveniente dalla chiglia, segno di uno sventurato e ignorato veliero frantumato insieme alle vite dei suoi marinai. Il libro di Kipling "Capitani coraggiosi" dedica molte pagine alla rabbia dei pescatori ed al racconto di queste tragedie. Dal 1910 le regole internazionale di soccorso in mare divennero più stringenti. Ma, ogni tanto, anche le banchine di approdo restavano vuote: l’oceano aveva preteso il suo tributo fatto anche di speranze e di sogni infranti che trovavano sepolcro anonimo nel freddo buio dei fondali. Le stive buie ed umide dei velieri furono i primi rudimentali alloggi degli emigranti. Le prime navi, delle vere e proprie carrette tali da meritare l'appellativo di "navi di Lazzaro", avevano delle paratie mobili che consentivano, dopo l’arrivo a destinazione, un veloce riassetto degli spazi per caricare merci da trasportare nel viaggio di ritorno: non si viaggiava a vuoto. Dalla "merce pagante" umana si passava alla merce inanimata. La vita a bordo della terza classe in questi primi viaggi era spaventosa come anche le condizioni igieniche. Il sovraffollamento era la regola, creata anche dalla sovrabbigliettazione (overbooking) che portava all'illegale raddoppio delle presenze di terza classe (nave Remo, 1889) e con una disciplina simil carceraria in locali posti spesso sotto la linea di galleggiamento. La divisione dalle altre classi viaggianti era ferrea. Gli uomini erano posti a prora, a centro nave le coppie sposate e a poppa le donne. Si dormiva in cuccette ammassate l'una all'altra se non sul pavimento, con materassi di paglia sporchi, con spazi ridottissimi, malamente areati e di dubbia o assente igienizzazione: la ventilazione proveniva dai semplici boccaporti e, durante il giorno, causa la mancanza di spazio vitale, si stava all'aperto sui ponti qualunque fosse la condizione meteorologica, era il cosiddetto obbligo di coperta. Ma in caso di tempesta si doveva restare al coperto e con i boccaporti, gli oblò rigorosamente serrati e lo spazio più che limitato sussisteva il rischio di morire per asfissia come a bordo delle navi C. Frisca (24 morti) o C. Raggio (27 morti su 1.300 emigranti nella stiva, 1894). Peraltro quest'ultimo vascello nel 1888 era già salito alla ribalta delle cronache per aver registrato ben 18 morti per inedia! I servizi igienici erano quasi inesistenti e attuati con latrine poste in lunghe file e costituite da assi di legno forate posizionate su canaline dove le deiezioni e i liquami venivano risciacquati da un costante passaggio di acqua pompata dal mare e poi scaricata tramite bocche poste sulle murate. Circa un bagno ogni 100-150 passeggeri. Le latrine, poste sovracoperta o comunque all'aperto, in caso di intemperie diventavano pericolose da utilizzare, pertanto buglioli e vasi da notte ne facevano le veci e ovviamente con i boccaporti chiusi per la tempesta, con l'apporto anche del vomito per il mal di mare, e il rovesciamento del contenuto causa il rollio della nave, il fetore diventava più che insopportabile. E. De Amicis (1894) paragonò tali situazioni ad un inferno dantesco. La carenza di acqua dolce impediva anche la semplice igiene personale. Inutile poi parlare di una pur minima privacy... La ressa alla partenza impediva una corretta disamina medica dei passeggeri di terza classe prima dell'imbarco e con gli spazi angusti e le pessime condizioni igieniche le malattie infettive la facevano da padrone. Morbillo, tubercolosi, infezioni respiratorie, difterite, dissenteria, malaria, tracoma sono un piccolo estratto delle patologie che si presentavano a bordo, spesso causando vere e proprie epidemie. Il sovrabigliettamento della Remo fu causa di una epidemia di colera che portò ad una media di 4-5 decessi per giorno di navigazione. La M. Bruzzo (1.333 emigranti) con una simile epidemia in corso fu respinta a cannonate dal porto di Montevideo (1884) diventando un lazzaretto del mare o nave della morte fino all'arrivo in Italia dove i numeri finali della tragedia furono calcolati in alcune centinaia. La sepoltura avveniva rigorosamente in mare e possibilmente di notte. Le autorità U.S.A., insieme al altri Stati, istituirono la figura del medico del porto di sbarco, incubo degli emigranti e dei comandanti, con il compito di accertare patologie infettive e respingere o porre in quarantena i malati, i passeggeri ed gli equipaggi a rischio. A bordo capitava anche di partorire e la mortalità perinatale ed infantile, causata dalle assenti condizioni igieniche e dagli incidenti con le strutture di bordo, incideva pesantemente. Molte madri per tutta la vita ricordarono con dolorosa angoscia il tonfo notturno dei piccoli cadaveri sepolti (gettati?) in mare. Ove presenti facoltativamente, i medici di bordo erano inermi davanti a situazioni epidemiche poiché privi di mezzi e farmaci efficaci. Il cibo, spesso portato da casa, era insufficiente e, con buona frequenza, avariato. Mancavano tavoli e mense: i pasti si consumavano in piedi o nelle cuccette. Le angherie da parte dell'equipaggio erano frequenti come anche le risse tra vari gruppi di emigranti. A tal fine le armi da fuoco in possesso dei passeggeri dovevano essere consegnate al comandante, detentore del potere assoluto in termini di ordine e sicurezza, prima della partenza così come le lame ed i coltelli eccessivamente lunghi. In alternativa potevano essere gettati in mare. La vita di bordo era un piccolo spaccato della società: l'aristocrazia rappresentata dalla prima classe, la borghesia in seconda classe e i "cafoni" in terza. Equipaggio ed ufficiali erano le forze di polizia e la magistratura. Il sovraffollamento insieme agli spazi ristretti impedivano una corretta ed ordinata evacuazione delle navi in caso di naufragio. Così nel 1880 la nave Ortigia portò sul fondo marino 149 persone e la nave Sirio che nel 1906 colò a picco uccidendo 500 passeggeri: le indagini su quest'ultima ipotizzarono una collisione con delle secche vicino Capo Palos determinata da una rotta troppo vicina alla costa , forse per imbarcare emigranti clandestini. La Principessa Mafalda, con i suoi 300 morti, venne definita il "Titanic italiano" (1927). In Italia alla data del 1892 si contavano ben 30 agenzie di emigrazione con 5.172 subagenti il cui compito era persuadere le persone ad emigrare. Gli agenti erano noti per la dubbia onestà e al soldo delle compagnie di navigazione mosse dal profitto ad ogni costo. Per ogni persona persuasa ad espatriare le compagnie pagavano dai 5 ai 25 dollari: quasi un commercio di schiavi. L'esodo costituiva, in molti casi, una valvola di sicurezza tesa a garantire la pace sociale nelle zone depresse. Si emigrava anche per motivazioni di ordine politico. Il costo del biglietto singolo di terza classe nel 1900 si aggirava intorno alle 100 lire (ed ecco la canzone «Mamma mia dammi 100 lire, ché in America voglio andar») paragonabile a circa 40 dollari. La legge del 31 gennaio 1901 n° 23 (Luzzatti-Pantano) fu la prima normativa organica in Italia che introdusse meccanismi di tutela reale e protezione dei diritti degli emigranti considerando l'emigrazione una libera scelta. Fino a quel momento la legge Crispi del 1888 considerava l'espatrio un mero problema di pubblica sicurezza. Fu così istituito il Commissariato generale dell'Emigrazione (CGE) vigilante anche sulle partenze ed i vettori che, se operanti privi di licenza, erano pesantemente sanzionati. Vennero create delle commissioni arbitrali per dirimere rapidamente le controversie legali tra passeggeri e compagnie di navigazione. Rigide norme furono previste per la tutela delle condizioni igieniche di bordo tramite opportuni ispettori ivi compresa la figura del medico di bordo competente anche sulla vigilanza dei diritti dei passeggeri. Una tassa sui biglietti di viaggio a carico dei vettori servì a organizzare un fondo speciale per finanziare i servizi di assistenza nel viaggio e nei porti. Questa legge fu la base su cui vennero articolate tutte le successive norme a tutela del fenomeno emigratorio. La costruzione dei transatlantici più moderni, come detto in precedenza, migliorò enormemente le condizioni di viaggio al punto che alcune compagnie di linea puntavano più ad un soggiorno confortevole che non teso esclusivamente alla velocità di navigazione (cosa che fu celebre appannaggio della White Star Line). Servizi igienici più consoni alle esigenze di bordo, spazi di ricreazione, mense e ambienti dedicati all'igiene personale. Fu garantita una sana e abbondante ristorazione e una corretta assistenza medica ed infermieristica («A noi cafoni ci hanno sempre chiamati, ma qui ci trattano da signori» cantava Francesco De Gregori in "Titanic"). Parimenti, l'incremento delle rotte e delle flotte fu volano per l'ammodernamento dei porti e lo sviluppo degli indotti ad essi collegati. Il resto è storia moderna. Tra il 1876 e il 1920 circa 9 milioni di italiani solcarono l'oceano, con le loro speranze, la paura del mare che molti vedevano per la prima volta, la tristezza per aver abbandonato i luoghi di origine e le famiglie. 24 milioni tra il 1876 e il 1976... La valigia di cartone è stata l'Arca di Noè di milioni di italiani: un pezzo della nostra storia cucito con lo spago della disperazione e la voglia di farcela... Francesco Di Nardo

  • Terra, Madre

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Particolare del 7 settembre (foto: G. Nucci). Sotto un cielo artificiale di piombo e calcestruzzo ripenso al tuo riflesso, scavato dalla bora e piegato dall'inverno, specchiarsi tra le foglie dei salici argentati. E mentre percorro i sentieri del mondo, ogni albero, roccia, o filo d'erba mi canta di te, Madre, assopita tra cielo e terra, che attendi il ritorno dei tuoi figli. Matteo Carnevale

  • A Capracotta

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Il crinale si è fatto grembo per accoglierti. Da lassù, la Madonna di Loreto veglia su di te come lupa sui cuccioli. Custode di saperi antichi, educhi al passo lento, all'ascolto. La lingua dei miei avi risuona tutt'intorno, disegnando ricordi d'infanzia felici. Sei fatta di chi rimane, di chi parte, e di chi torna; la tua bellezza reca nostalgia di te in lontananza. Indossi la solitudine degli inverni vestendo un manto bianco. Madre paziente che attende. Celebri l'arrivo dei tuoi figli, in congedo dai rumori del mondo, con l'abito fiorito dei prati, messi a nudo dalle lacrime della neve sciolta; sintomo di primavera, di ritorno da te. Rosa Paglione

  • Nove settembre

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. I cavalli di Loreto Carnevale (foto: A. Mendozzi). Non so, mia santissima Madre, se basterà il mio tempo per rivedere il tuo volto sfilare tra le case. Ma so, che devo tutta la mia vita alla tua immagine cercata e voluta con ardore nel mio cuore e nella mia anima. E se e quando giungerò da te, vorrei poterlo fare cavalcando un cavallo bianco bardato di azzurro e stelle dorate. Loreto Carnevale

  • Anima celeste

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Daniele Di Nucci a "lavoro" (foto: A. Mendozzi). Siamo i sanniti di Capracotta come foglie sparse per il mondo noi viviamo. Ma nell'altalena della vita, quando una gioia allieta una famiglia, una festa Santa all'orizzonte si profila o un dolore di vetro ci colpisce, quelle foglie tornano al fusto dell'albero unite nella forte chioma che non cede all'urlo impetuoso della Voria, né sotto il manto nevoso. Sì chiama appartenenza. Daniele cuore puro, tu sei il simbolo della nostra comunità di fiera roccia. Con la tua anima celeste, come il cielo della Fede. Che non chiede. Ascolta e sostiene. Nella tua notte più buia, un profumo di seta ti ha accarezzato: la nostra amata Madonna di Loreto ti ha sollevato a ricamare il suo manto con il tuo sorriso di stelle. Chiudiamo gli occhi e un desiderio dorato esprimiamo: di vedere la tua figura lieve che ancora ci accarezza con la sua eterna e infinita tenerezza. Nunzia Potena

  • Il velo di stelle

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La processione del 7 settembre 2026 (foto: J. Di Lello). Sulla roccia più alta, ove la Voria porta l'odore del fieno e della neve, un filo invisibile ci tiene legati. Da un lato Monte Campo vigila gigante, dall'altro il Santuario risponde con dolcezza: due sguardi d'amore vegliano sul borgo. Madre di Loreto, ci unisci e fai fratelli, l'abbraccio tuo cancella ogni confine e dà protezione alle case rinate. Tra le solenni pieghe del tuo velo brilla la nostra mite stella; lui, che nel tempo del male e del dolore vestì l'altare a festa, donando l'ultimo bacio di luce al tuo volto. Nati quassù, tra le cime e il cielo, resistiamo al silenzio delle case. Posa il tuo manto su chi fa da scudo, chi torna e chi parte; saremo sempre come i nostri padri, fiamme che notte non potrà mai spegnere. Rosalba Carnevale

  • Il filo del ritorno

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Fra monti di neve il vento risuona della Madonna messaggero che ritorna: del passo tedesco ricordo di paura che semina il panico fra la gente d'altura! Da esilio freddo e da terre lontane i Capracottesi, un tempo senza pane, tutti uniti e legati in armonia risalgono insieme per la via. «Fa' o Vergine che sulla strada antica la tua mano la gente benedica: non solo un legno ma un'immagine sentita per quanti hanno lottato per la vita!» Son esse mani giunte che sanno di fatica, son occhi piangenti, preganti ad un'amica: commozione soltanto ed unico respiro verso quel volto trasparente del martirio. Ma... l'eco della festa va morendo pur se nel cuore come fuoco rest'ardendo; partire di nuovo e salutarsi ancora, sotto il manto celeste della bella Signora! Ugo D'Onofrio

  • Verso l'infinito

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. A Capracotta, nell'Altissimo Molise, la Madonna di Loreto regna sovrana e teneramente accoglie i fedeli che la venerano con tanta devozione. Triste è lasciarla verso lidi lontani in cerca di lavoro e di fortuna, lieto è il ritorno per riabbracciarla respirando aria pura e genuina. Comunque "sotto quel manto stellato" che la natura generosamente ha donato a Capracotta Lei protegge sia chi vive tranquillo nel silenzio di queste montagne e sia chi invece dimora altrove tra rumori assordanti smog e violenze di ogni tipo. Vergine Santa, ti prego veglia su di Noi in questi momenti intrisi di guerre e di crisi donaci la pace e la tranquillità e con la tua mano amorevole conducici lassù, lungo le strade del Paradiso!... Angelomaria Di Tullio

  • Capracotta, casa dell'anima

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La processione del 7 settembre 2023 (foto: A. Mendozzi). Sulle vette dove il cielo s'inchina, Capracotta s'erge, fiera e sovrana; tra montagne maestose e orizzonti infiniti, il gelo dipinge paesaggi incantati. La natura si veste di luce e bellezza, mentre la Vergine di Loreto dall'alto veglia; con il suo manto celeste dona speranza e abbraccia ogni cuore, vicino e lontano. L'otto settembre, nel giorno di festa, riunisce le genti con fede profonda; chi parte e chi resta ritrova il suo nido, tra ricordi d'amore e antiche memorie. Qui neve e tempesta forgiano il cuore, l'aria profuma di legna e di storia; ogni pietra conserva un antico racconto, ogni vicolo custodisce una voce. Tra boschi, paesaggi e stelle infinite, rivivono i sogni di generazioni fiere; Capracotta è radice, rifugio e amore, la casa dell'anima, ristoro del cuore. Leonilde Di Tella

  • Notte in settembre

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La processione del 7 settembre 2011 (foto: A. Mendozzi). Denso nella notte sale il canto Alle pendici del paesello a settembre Nel cielo di stelle e fiammelle In quegli anfratti segreti E profondi del cuore, quando La campana suona la mezza E l'animo è in festa e allegro saltella Di strada in finestra, In ogni casetta a San Giovanni Nelle vie di Sant'Antonio Un fiorire nuovo di non so Che! La voce in preghiera di non so Chi! In quale stella, o Madonna bella, Guardi e abbracci i tuoi figli? Riluce il tuo sorriso oh Madonnina Al nostro invocare il tuo nome Zelanti, e non rispondi, ma con Il tuo manto adornato di stelle E preghiere ci culli serena o tenera Madre! Amedeo Di Tella

  • 7 settembre...

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La processione del 7 settembre 2026 (foto: A. Mendozzi). Una magia alla luce del crepuscolo ogni tre anni si rinnova la sera del 7 settembre... quanta pura emozione si accende nel cuore dei Capracottesi, come le fiaccole che illuminano l'esterno del tuo Santuario, o Madre nostra! Tutti lì davanti attendiamo commossi questo luminoso incontro sotto quel cielo stellato e brillante che richiama la bellezza del tuo materno manto dal cui drappeggio sei teneramente avvolta. Quante volte abbiamo desiderato anche solo poterlo sfiorare per affidarti a fior di labbra la nostra sospirata preghiera! Il nostro cuore ti ama oltre ogni dire e immaginare, gli occhi si riempiono della tua magnificenza, il ritmo della corale orazione raggiunge come una musica le nostre orecchie mentre la nostra bocca ti proclama Regina incontrastata della nostra comunità, che supera i confini, richiamando al tuo cospetto tutti i figli vicini e lontani. Perché l'imminenza della tua Festa scandisce il "ritorno a casa", predisponendo gli animi alla gioia di poterti onorare, ma questo straordinario cammino alla Tua presenza non si chiude la sera del 9 settembre bensì compie passi simbolici scanditi al ritmo dei ricordi, delle preghiere, di musica e immagini che si imprimono nelle menti e nei cuori in attesa della festa successiva... Ma quest'anno il mio cuore pesa di più... in bilico tra fede e paura, brama il tuo soccorso ora più che mai, ti implora il miracolo che possa glorificare l'Eterno, possa la mia casa benedire il Tuo nome e lodare l'Onnipotente! Sia il giorno della tua nascita, rinascita anche per colui che lo stesso dì alla vita sbocciò... Roberta Del Castello

  • Tratturo di stelle

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Sotto quel manto di stelle passavano uomini, stagioni e greggi; la notte era un libro spalancato sui tratturi, tra silenzi e visioni. La luna contava i lenti suoi passi, l'erba custodiva antiche parole... E il fiato dei pastori erranti parlava al respiro di stelle radianti. Madonna di Loreto, tu luce nel silenzio, vegliavi il sonno dei fuochi accesi. Più che destino, eri presenza nel cuore di chi partiva per mesi. Oggi quei sentieri cercano memoria, tra pietra, vento e antica gloria. E sotto quell'eterno manto di stelle Capracotta vive il cammino della sua storia... sempre. Mara Di Lullo

  • Madonnina bella

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La processione del 9 settembre 2026 (foto: A. Mendozzi). Bocciolo di rosa d'inverno, luce infinita nel cuore, blu il tuo manto stellato. Arroventi il cuore mio di speranza, del dolore scompare ogni tormento. Nel luccichio della notte, la luna va, lungo la via delle fulgenti stelle, rubi la voce mia che di pianto a te, sale. E, sei cuore, Madonnina bella, e sei amore! Maddalena Stinziani

  • L'armenuta

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Finalmèndë zë n'è iuta la vërnata, la prëmavèra è già arrëvieàta. Ognùnë së prëpara, addumànë së lassa Foggia p'arturnà a la mundàgna. Appuijàtë a na parròcca, appëccuóglië nu viécchië paŝtrànë, na còppëla, nu 'mbrëllónë e a tracòlla nu tascapànë chë n'anzé dë panë tuóŝtë e nirë, tuttë quirë chë m'attòcchë; puó, déndr'a rë taschìnë, nu biéglië sandìnë dë la Madonna dë Lurìtë. Finalmèndë sò passàtë quasë nòvë miscë e mó fëlieàmë alla via dë Capracotta. Sóttë a ru sòle, sóttë a la luna, sótte a le ŝtéllë vaië sunnànnë schitta d'arrëvijà a chéla aldùra. Sènza manghë tuccà lë pëcurèllë sóttë a 'r viéndë e sóttë alla piòggia, dòpë vindë iuórnë dë lunghë trattùrë, Madonna mèia fammë arrëvieà a Capracotta purë chë rë scarpùnë tuttë ruttë e rë cualzónë scarcìatë. È lòchë chë vuóglië aspettà la mòrte méia, raccundànnë tuttë quiŝtë a rë figlië mié e alla conzòrtë. Pasquale Mosca Il ritorno Finalmente se n'è andato l'inverno, la primavera / è già arrivata. Ognuno si prepara, domani / si lascia Foggia per ritornare alla montagna. / Appoggiato ad un bastone, con addosso un / vecchio pastrano, una coppola, un ombrellone ed / a tracolla un tascapane con un po' di pane / duro e nero, tutto quello che mi spetta; / poi, dentro al taschino, un bel santino / della Madonna di Loreto. / Finalmente sono passati quasi nove mesi ed ora / corriamo per la via di Capracotta. / Sotto al sole, sotto alla luna, sotto alle stelle, / sogno solo di arrivare a quella / altura. Senza neanche toccar le pecorelle, / sotto al vento e sotto la pioggia, dopo venti giorni / di lungo tratturo, Madonna mia, fammi arrivare / a Capracotta, anche con le scarpe rotte e / i pantaloni strappati. È là che voglio / aspettare la morte mia, raccontando tutto questo / ai miei figli ed alla consorte. (trad. di Pasquale Mosca)

  • Dentro il silenzio, ancora tu

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Quando la neve cade lenta, e il paese si addormenta senza voce, Capracotta guarda verso la montagna e cerca un nome dentro il silenzio. Una finestra resta ancora accesa, una porta aspetta senza fare rumore. Perché chi ha voluto bene a questa terra non se ne va mai davvero. Madonna di Loreto, madre santa, porta al cielo le nostre preghiere. Stringi forte chi resta con il dolore, e fai luce nelle anime stanche. Daniele, tu sei partito senza addio, senza lasciare una parola al vento. Ma certe persone non si salutano, perché restano a vivere nel cuore. Sei il sorriso dopo una lacrima, sei il ricordo che scalda i giorni freddi. Sei la voce che sentiamo ancora quando il paese torna a cantare. E quando a Loreto si alza la preghiera, e tutte le mani cercano il cielo, Capracotta non cerca più lontano: sa che una stella veglia su di lei. Federica Santilli

  • Folklorica del santo transumante

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. Rëggina dë 'r mieàrtërë, Madònna dë 'r paŝtùrë, të salùtë quanda më në vajë alla Puglia, e t'artròvë quanda arréndrë pë 'r trattùrë: accuscì quissë vieàjë m'addulgìscë la cùglia. Rëfugë dë 'r pëcchieàtë, Madònna dë 'r paisieànë, chi armanìscë të pò sèmbrë armërieà, ma abbàllë a Lucèra t'avvèrtë da lundànë e pë të mèglië sëndì më të méttë a candà. Casa d'orë, Madònna dë 'r pëcurieàrë, quanda të lassë tié la ónna dë la fèŝta, puó t'arvédë chë 'r sciurë dë la prëmavèra: sié chiù bèlla dë në juórnë dë tëmbèŝta. Pòrta dë 'r ciélë, Madònna dë 'r viaggiatùrë, frangìsë, tëdischë, canadìscë, amërëchieànë, argëndìnë, brasilieànë e rë 'nglisë purë, pë lórë tu sié l'ajérë e 'r poidumànë. Sanda Maria, Madònna dë 'r capracuttìscë, da ssë jeàccë të pòzz'arrëvieà la paròla data: scòrdatë dë mé ma ssë munnë accudìscë, vàciarë e mittëtërë sóttë a quirë mandë ŝtëllatë. Francesco Mendozzi Regina dei martiri, Madonna dei pastori, / ti saluto quando me ne vado in Puglia / e ti ritrovo quando rientro attraverso il tratturo, / così questo viaggio mitiga la mia ernia. / Rifugio dei peccati, Madonna dei paesani, / chi rimane ti può sempre ammirare, / ma giù a Lucera ti avverto da lontano / e per sentirti meglio comincio a cantarti. / Casa d'oro, Madonna dei pecorai, / quando ti lascio porti la gonna della festa, / poi ti rivedo coi fiori della primavera: / sei più bella di un giorno di tempesta. / Porta del cielo, Madonna dei viaggiatori, / francesi, tedeschi, canadesi, statunitensi, / argentini, brasiliani e gli inglesi pure, / per loro tu sei lo ieri e il dopodomani. / Santa Maria, Madonna dei capracottesi, / da questo stazzo ti possa giungere la parola data: / dimenticati di me ma questo mondo assisti, / bacialo e ponilo sotto quel manto stellato. (trad. di Francesco Mendozzi)

  • Echi di memorie familiari

    Piazza S. Falconi negli anni '40. Un sole settembrino rendeva l'aria piacevole, lei decise che sarebbe andata di nuovo a Capracotta, nonostante ci fosse stata il pomeriggio e la sera precedente. Era l'8 settembre, la festa patronale del paese, così, quasi in automatico, si mise in auto col suo cagnolino Clodoveo. Capracotta non era molto distante, 28 chilometri, la strada panoramica e poco frequentata, per quanto la conoscesse benissimo, le dava un senso di avventura il percorrerla, le era rimasta sin dall'infanzia l'idea che andare a Capracotta in realtà fosse un viaggio verso un "altrove". Forse perché le erano rimasti vividi i racconti dei nonni paterni che quel viaggio lo facevano a cavallo o a piedi, o forse per l'emozione che vedeva negli occhi di suo padre tutte le volte che appariva il paese fra Monte Capraro e Monte Campo. Fatto sta che anche per lei andarci aveva un che di avventuroso, malinconico, emozionante e persino magico. Sì, magico, perché le ricordava l'infanzia coi nonni paterni: l'andare a cavallo col nonno, il giocare con gli altri bambini a farsi sollevare dal vento e poi osservare e ascoltare tutti gli animali del bosco, che il nonno le aveva fatto conoscere e che da allora non aveva più avuto occasione di incontrare. Quel paese così in alto, fra due montagne, era come se racchiudesse un mondo altro, una vita altra che non aveva vissuto, ma solo immaginata nella sua infanzia, come un amore intravisto e mai concretizzato, oppure era forse solo un magico sogno. Era festa grande, così si dice ancora oggi, per indicare la festa patronale che vi ha luogo ogni tre anni. Il giorno prima, a Capracotta, c'era stata la sfilata con tutti i cavalli bardati a festa che avevano scortato la Madonna di Loreto dalla chiesa a lei dedicata, situata all'inizio del paese, sino alla chiesa madre, dove avrebbe trascorso la notte vegliata dai fedeli, e poi il giorno successivo riportata in processione, ritornando così nella sua chiesetta seicentesca. Moltissima gente in chiesa, lungo le strade per salutare la Madonna, ed essere da lei guardati e benedetti, così le diceva la nonna. C'è la banda, tanta confusione e i bambini che giocano e poi improvvisamente tutto finisce. Il paese sembra deserto, sono tutti a pranzo, un grande silenzio cala e si espande, lasciando spazio ai ricordi, ai racconti, ed è come se ora fossero i luoghi a raccontare il loro passato. È lì, nella piazza del Comune, ed è impossibile non ricordare che esattamente 80 anni fa l'8 settembre 1943, le zie stavano giocando, quando la loro nonna le fece rientrare a casa, perché i carabinieri avevano annunciato l'arrivo dei tedeschi. La Madonna di Loreto non venne riportata alla sua chiesetta seicentesca, e tutti i preparativi della processione furono interrotti. Non le avevano raccontato altro. La zia Nunziatina, di quel giorno ricordava solo che la nonna le aveva tolto gli orecchini e la catenina d'oro, per evitare che le fossero requisiti. E poi ci furono a novembre l'incendio del paese e la fuga nei boschi... Lei si ritrovò, così, sia per una sorta di inerzia, sia per quel restare immersa in questi ricordi, sia per seguire Clodoveo nei suoi percorsi olfattivi a zig zag, davanti a quella che un tempo era la torre dell'orologio e che ora è solo un piccolo plastico ed un murales. Dalla parte opposta, quasi di fronte, dove un tempo c'era la casa dei suoi nonni, ora c'è solo un pezzetto di terra su cui cresce l'erba. Qui le pare di sentire la voce della zia Assuntina, che le racconta la sua disperazione, quando nel luglio del 1944, rientrati al paesello, dopo essere stati sfollati a Pescolanciano dal novembre del 1943. Assuntina, che aveva quasi cinque anni, era scoppiata in un pianto a dirotto: alla vista della casa in rovina, si era seduta sulle macerie e nessuno era riuscito a consolarla e a trascinarla via. Solo alla sera, la bambina si era calmata però le era venuta la febbre. Tutti in famiglia ricordavano il suo pianto e i successivi giorni di febbre. Zia Assuntina era una bella bambina con i capelli rossicci raccolti in una treccia poderosa, con l'aria imbronciata, almeno così appare nelle foto fatte qualche anno dopo per la sua prima comunione. Nella sua vita, pur avendo un carattere allegro ed espansivo, aveva conservato a tratti un profondo senso di malinconia, che le si poteva intravedere negli occhi, come un velo, come un silenzio improvviso dell'anima e poi quel suo bisogno di elargire denaro a chiunque chiedesse l'elemosina, quasi un voler compensare in qualche modo una sua sofferenza che riconosceva nell'altro. Quella sua generosità e disponibilità con tutti, che spesso in famiglia veniva rimproverata, erano sicuramente la sua personale risposta al trauma che aveva subito. Al contrario sua sorella Nunziatina, di tre anni più grande, aveva sviluppato una sorta di timore e diffidenza nei confronti degli altri, una paura di vivere, di mostrarsi al di fuori della propria cerchia familiare. E poi c'era suo padre, di ben 12 anni più grande della zia Assuntina, che di quella esperienza traumatica aveva conservato sì il ricordo doloroso, ma questo non aveva cancellato la gioia della sua infanzia al paesello. Egli infatti aveva voluto sulla sua tomba l'immagine della torre dell'orologio, quella torre che vedeva tutte le mattine appena sveglio aprendo la finestra. Voleva che lo ricordassimo così, indissolubilmente legato a quel luogo della sua infanzia, alle sue radici. Il cane Clodoveo la riportò alla realtà con uno strattone; nuvole si stavano addensando e quel cielo azzurro di prima, cominciava ad avere un aspetto lattiginoso. Forse, avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di tornare a casa; guardò l'orologio, erano ormai le 3 del pomeriggio, si voltò indietro un attimo, quella scalinata deserta, la torre e la casa erano lì, c'erano davvero non erano illusione o reverie. Pensò: si possono far rivivere cose che non si sono mai viste? Sì, per solo un attimo, lei le aveva viste. Maria Teresa Di Tanna

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