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  • Mucche dispettose, medici allegri e "lati B" sofferenti!

    Francesco Di Nardo nel giorno della laurea (1986). Una mela al giorno toglie il medico di torno. Basta avere una buona mira! [W. Churchill] Le giornate in uno studio medico e in uno studio odontoiatrico si dipanano tra le criticità operative, la routine che alla prova dei fatti tale non è mai, ma, soprattutto, « l'incontro tra la sofferenza e la speranza » , come saggiamente ebbe a dire una collega durante gli studi universitari. Chi ha avuto la (s)fortuna di frequentare lo studio, condiviso per oltre vent'anni, tra me e papà ha sempre colto un'aria di serenità e allegria ai confini del cinematografo o del cartone animato, determinata non solo dal carattere gioviale di tutto il personale, ma anche dall'esigenza costante di portare ottimismo nei nostri pazienti, spesso per sdrammatizzare, rispettosamente, i momenti difficili. Quindi battute, scherzi e momenti di comicità si verificavano di frequente, coinvolgendo anche i pazienti e gli accompagnatori, rendendo camici, casacche, mascherine e siringhe molto più umane. Ricordiamoci sempre di mettere una mano sulla spalla del paziente quando siamo al suo capezzale. [A. Di Nardo] Questa storia ha due antefatti: uno montanaro ed uno parentale. Si racconta - molti capracottesi lo ricordano - che tanti anni un contadino scese nella stalla per mungere, come di rito, la sua mucca. Tuttavia, per dispetto o chissà che, appena iniziata la procedura, la simpatica bovina con una zampa posteriore scalciò via il secchio posto sotto le mammelle. Prontamente, il contadino reperì una corda e, legata la zampa in questione, riprese pazientemente il lavoro. Ma la mucca non era d'accordo e, con l'altra zampa posteriore, assestò un altro calcio al secchio scagliandolo lontano. Trovata un'altra fune, il pover'uomo bloccò l'arto, ma non aveva fatto i conti con la coda, che rovesciò il secchio per l'ennesima volta. Preso uno sgabello, il contadino salì dietro all'animale e, sollevata la coda, cercò di fissarla al basso soffitto della stalla. Ma le funi erano finite e pertanto si sfilò dai fianchi la corda che, a mo' di cintura, gli reggeva i pantaloni i quali, durante le manovre di legatura svolte in iperestensione, calarono impietosamente, lasciando in bella vista le "frattaglie", poiché, cosa allora frequente, non vi era biancheria intima. Ma il peggio era in arrivo... sotto forma della moglie che, scendendo le scale della stalla e trovando il marito mezzo nudo su uno sgabello dietro la mucca bloccata in quel modo, ne restò impietrita. Il poveretto, forse per riscossa, forse per umorismo, esclamò: – Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja m ó gne! (= Pensa ciò che vuoi, ma sappi che la devo mungere). Secondo antefatto: pur riconoscendomi un'elevata professionalità e stimando sempre, anche pubblicamente, la mia preparazione medica e odontoiatrica, il Dott. Di Nardo padre mi reputava affettuosamente un mezzo disastro come figlio, tanto che, grattandosi la testa, affermava bonariamente: « Tu non sei scemo, sei scimunito! ». Ma veniamo al sodo... Per la chirugia odontoiatrica ambulatoriale mi avvalevo della collaborazione del mio maestro di Chirugia orale, con cui affrontavamo interventi di buon livello. Un carissimo collega ed amico veniva ad osservare i nostri interventi e si creava così una bella atmosfera di discussione scientifica e, immancabilmente, anche di scherzi e battute, coinvolgendo spesso il paziente di turno. Durante una seduta, il collega osservatore arrivò in ritardo, lamentando un problema medico al "lato B", secondo lui di tipo emorroidario o una condizione ragadica, chiedendoci di « dare un'occhiata » . Pur se la nostra specializzazione riguardava la sede diametralmente opposta, non opponemmo resistenza, ripromettendoci di fare il possibile al termine della sessione operativa. Fu così che in quella calda serata estiva, nella segreteria interna adibita a spogliatoio, quando il personale era numeroso, ci ricordò la promessa abbassandosi i pantaloni ed assumendo la posizione prona. Va detto che fummo presi alla sprovvista, per cui ci accingemmo sì a dare un'occhiata ma non considerando che ci eravamo già liberati di calzoni e casacche operative senza ancora rivestirci. Insomma: eravamo in mutande e calzini. Il crescendo rossiniano lo si raggiunse quando, forse per una comunicazione di servizio, il dott. Di Nardo padre spalancò la porta dello spogliatoio, paralizzandosi nel vedere due sprovveduti in mutande dietro un "pellegrino" prono e a braghe calate. Il cielo mi perdoni se l'unica cosa che seppi dire, dopo alcuni secondi di silenzio e cogliendo al volo la vena umoristica che stava per scatenarsi, guardandolo in viso e indicando il retro del collega, fu: – Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja m ó gne! Papà non emise nemmeno un sibilo, sicuro che avrei azzeccato la diagnosi, ma certamente era ancora più convinto della sua teoria sul "figlio scimunito". Sospirando, si allontanò, scuotendo teatralmente la testa. L’arte della medicina consiste nel far divertire il paziente mentre la natura cura la malattia. [Voltaire] Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa. [M. Twain] Francesco Di Nardo

  • A Roberta

    Roberta D'Onofrio dinanzi alla casa natale di suo padre a Capracotta. Io sento carezza di bimba vellutata come mandorlo in fiore, fresca e gentile, spirar come vento d'agosto e dipinger di rosa le guance da tempo incrostate di gelo; uno sguardo innocente baciar le mie labbra socchiuse su capelli fluenti, irrorati di fresco mattino; un candido volto dischiudere il cuore raffermo come nuova speranza che m'indica futuro cammino. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Polvere di cantoria: ombre, profili e artisti

    Curiosando in giro alla ricerca di informazioni relative al mondo della Musica ed alle sue connessioni ci si può imbattere in notizie o immagini che stimolano notevolmente la fantasia dei curiosi. Mi sono trovato ancora una volta in tale situazione davanti alla fotografia di un'opera di Otto Böhler (1847-1913) dal titolo "Brahms' Ankunft im Himmel" (L'arrivo di Brahms in Paradiso). Ma prima di descrivere l'autore e la sua opera è interessante esplorare la tecnica figurativa che si presenta alla nostra osservazione: la silhouette . Tale arte visiva consiste nel riprodurre l'immagine del soggetto rendendone visibile esclusivamente la sagoma del profilo. Il ritratto di profilo, da cui deriva la silhouette, ha origini estremamente antiche: Plinio il Vecchio (23-79) nella sua "Storia naturale" riferisce che tale tecnica pittorica veniva adottata dagli antichi Egizi già seimila anni prima che divenisse appannaggio dei Greci che, comunque, ne rivendicavano la metodica di tracciare il contorno del profilo umano ricalcando l'ombra proiettata dal soggetto su una apposita superficie. Il disegno del profilo risulta molto più semplice rispetto alla raffigurazione a volto intero grazie alle caratteristiche peculiari delle strutture anatomiche che lo compongono. Anche i Romani rappresentarono il profilo del volto umano specie nella monetazione. Il Rinascimento utilizzò a piene mani, e con successo, la profilazione. Ricerche scientifiche hanno appurato che l'occhio umano percepisce con estrema precisione informazioni quali età e sesso solo mediante l'osservazione del profilo che, pertanto, è la forma più facilmente riconoscibile ed identificabile di qualsiasi personaggio. In particolare la silhouette del volto umano ebbe una notevole diffusione tra il XVIII e il XIX secolo quale ritrattistica a basso costo rispetto alla pittura dei miniaturisti, molto costosi, operata da artisti dediti esclusivamente a tale produzione tramite ritaglio della figura su materiale quale il cartoncino e operanti in fiere o mercati. In tal modo anche i meno abbienti potevano conservare ritratti dei propri cari con minore impegno economico. Ma anche i benestanti non disdegnavano una silhouette spesso impreziosita dalla qualità delle decorazioni accessorie o del materiale di supporto. La tecnica di produzione seguiva tre metodi: dipinto (su avorio, carta, gesso e vetro, a rovescio); scavo (immagine negativa tracciata ritagliando la figura su carta chiara e adagiata su fondo scuro); taglia e incolla (ritaglio su carta scura incollato su fondo chiaro). Varie le dimensioni: da piccolissimi ritratti da incastonare in medaglioni a opere più grandi per includere busti o figure intere. Nei paesi Britannici le giovani donne imparavano questa arte insieme al ricamo, al cucito e alla musica, mentre nell’area Germanica assunse forme più elaborate e fu utilizzata anche per raccontare storie ed aneddoti. Molti furono gli artisti e celebri: lo stesso Hans Christian Andersen (1805-1875) oltre ad essere poeta e scrittore fu un famoso profilatore. Spesso questi pittori vennero richiesti anche per studi scientifici medici ed antropometrici. Chiamata originariamente "profilo" o "sfumatura", prese il nome attuale da Etienne de Silhouette (1709-1707), Ministro delle Finanze di Luigi XV, famoso per la sua rigida ed estrema parsimonia nel gestire i conti pubblici arrivando anche a limitare le spese personali del Re. Si narra che Madame de Pompadour (1721-1764) suggerisse ironicamente di far ulteriore economia dipingendo le figure nei palazzi pubblici e reali con i ritratti à la silhouette consacrando così una definizione esclusiva di questa tecnica quando già il termine veniva adottato per indicare quasiasi azione "fatta al risparmio". I ritratti à la silhouette furono successivamente abbandonati causa l'avvento della fotografia ma rimanendo, fino ai nostri giorni, un semplice e simpatico vezzo artistico. Tuttavia dalle silhouette possiamo desumere informazioni di storia e di costume. Le silhouette di Johann Sebastian Bach (1685-1750) e della sua prima moglie, e cugina in secondo grado, la cantante Maria Barbara Bach (1684-1720) vengono fatte risalire al periodo tra il 1714 e il 1717 anche se non si è sicuri fossero effettivamente state tratte dal vivo. Maria Barbara viene ritratta con l'acconciatura tipica del periodo mentre il Maestro veste la livrea dei "lacchè" (sic) dei Duchi di Weimar, di cui era organista, attestata dal codino con il fiocco che sporge dalla rituale parrucca. Tale figura, che si può virtualmente sovrapporre ai due ritratti del Maestro operati da Elias Gottlob Haussmann (1695-1774) risalenti al 1746 e al 1748, ha consentito una migliore identificazione del cranio del compositore dopo il ritrovamento dello scheletro (1894) nei pressi della Johanneskirche di Lipsia. Otto Böhler, con cui abbiamo cominciato, fu anche scrittore ma artista eccelso nell'arte della silhouette. Allievo del pittore Wenzel Ottokar Noltsch (1835-1908) si dedicò esclusivamente alle silhouettes abbandonado la pittura propriamente detta. Grande estimatore di Richard Wagner (1813-1883) partecipò come sostenitore al primo Festival di Bayreuth. Si dedicò alla ritrattistica dei musicisti coevi e del passato e le sue opere, pur raramente esposte, entrarono a far parte delle iconografie di giornali e cartoline. Creò anche delle storie condelicati sentori ironici ed i personaggi raffigurati nelle loro pose caratteristiche o abituali. Ne "L'arrivo di Brahms in Paradiso" vediamo in basso a sinistra l'imponente figura del compositore che riceve l'abbraccio di benvenuto da Schumann alle cui spalle attendono Bruckner, Mendelssohn, Schubert, Listz, Bülow e Berlioz. Nella parte superiore, l'Olimpo, i padri nobili Haydn, Weber, Wagner, Beethoven, Mozart, Glück e Händel osservano la scena mentre Bach siede all'organo. Bach è rappresentato all'organo anche nella silhouette dedicata all'arrivo in Paradiso di Bruckner, mentre nel "Compleanno di Schubert" il Maestro dialoga con Wagner e Weber. Nel luglio 1979, mentre visitava New Orleans, sulle rive del Mississippi, il dott. Antonio Di Nardo ebbe la sua silhouette da un artista di strada, silhouette alla quale ho affiancato la mia. W.A. Mozart si presenta sulle soglie del Paradiso: Dio: – Benvenuto figliolo! Per ringraziarti della bellezza che hai donato al mondo, ti ho riservato il posto di direttore dell'orchestra del Paradiso! Mozart: – Grazie, mio Signore! È un grande privilegio! Ma il Maestro Bach dov'è? Dio: – Figliolo... Io sono Bach! Francesco Di Nardo

  • 1985, l'ultimo anno di produzione della mozzarella Carugno

    Emanuele Carugno al lavoro. La storia del nostro territorio passando per un'unica famiglia attraverso il loro inconfondibile prodotto: la mozzarella. È scomparsa da quasi 40 anni dalla nostra tavola, ma nessuno ha rimosso dai suoi ricordi la mozzarella Carugno. Dietro quel marchio blu (mozzarella) e rosso (burro) c'era la storia di un'area geografica di un'intera comunità. Quel bocconcino incartato è stato un segno d'appartenenza, un distintivo che la famiglia Carugno, senza volerlo, ha etichettato su ognuno di noi, oltre al gusto ed al sapore. Un laboratorio piccolo a conduzione familiare a Castelliri dove si poteva vedere da vicino come nascevano le mozzarelle, il burro, la ricotta. La curiosità di un bambino che osserva le mani del maestro casaro mentre da forma e vita alla sua mozzarella, questo è il ricordo più vivo nella mente di ognuno di noi, perché dai Carugno almeno una volta, portati per mano dalla mamma o dal papà, c'eravamo andati tutti, quasi una tappa obbligata nella crescita e nella conoscenza. La chiusura del caseificio di Castelliri risale al 1985, sembra ieri, verrebbe da dire, ma quello che ha scritto e raccontato la mozzarella Carugno da Castelliri a Frosinone, passando per la Marsica, va oltre un ricordo romantico. Era l'Italia delle cose semplici, dove il latte lo portavi a mano con il carretto al caseificio e diventava formaggio, mozzarella. Non c'erano strade, non c'erano mezzi di trasporto veloci, non c'erano corrieri ultra moderni, c'erano mucche, cavalli ed asini per spostarsi da un paese all'altro. Questa storia parte dal Molise, da Capracotta in provincia di Isernia, alla fine della Prima guerra mondiale. Antonio Carugno sposa Teresa Antenucci e dalla loro unione nascono 8 figli (Lina 1924, Luigi 1927, Amerina 1929, Emanuele 1931, Mario e Maria gemelli 1935, Adolfo 1938, Giulio 1942). Papà Antonio è un casaro, vive lavorando il latte e vendendo i loro prodotti. La famiglia è itinerante, si sposta spesso per la vendita tra Abruzzo (Tagliacozzo, Avezzano, Sgurcola Marsicana) e Molise (Spinete e Capracotta). Subito dopo la guerra Capracotta era stata bombardata e la loro casa non era più agibile, la famiglia si trasferisce a Frosinone, poi a Castelliri, dove si stabiliranno. In via San Rocco, proprio all'ingresso del piccolo paese ciociaro, aprono il laboratorio. Papà Antonio insegna a tutti i suoi figli come lavorare il latte. All'inizio solo 20 litri al giorno, quanto basta per sfamare la famiglia. Alla fine degli anni '50 aprono il laboratorio in via Muraglione, dove resteranno sino al giorno di chiusura nel 1985: « Il latte arrivava dalle campagne circostanti – raccontano Tonino e Franco, figli di Emanuele che, con il fratello Luigi, porterà avanti il caseificio all'indomani della dipartita di papà Antonio – da Veroli, Scifelli e le campagne di Isola e Castelliri. L'estate trasformavamo anche 1.000 litri di latte al giorno, dipendeva dai periodi, il nostro era un prodotto interamente artigianale, fatto a mano » . Una confezione di mozzarella Carugno. Tutta la famiglia lavorava, chi manualmente (mozzarelle, ricotta e burro) e chi andava nei negozi a vendere il prodotto finito. Restava tutto in famiglia, ma perché avete chiuso: « Nostro padre Emanuele – raccontano i figli – non accettò le imposizioni di dover lavorare con le macchine, che dalla bollitura del latte, attraverso degli stampi creavano la mozzarella. Lui le faceva a mano, non conosceva altri modi e poi negli anni la fornitura del latte era diventato un problema. Molti allevatori non c'erano più in zona, cercali lontano da qui significava aumentare i costi di produzione per un prodotto che restava povero, alla portata di tutti. Tutti abbiamo perso nella chiusura, è stata comunque una decisione sofferta, ma la storia è andata così non si può tornare indietro » . Gianpiero Pizzuti Fonte: https://www.facebook.com/ , 15 agosto 2025.

  • Relazione sugli sfollati capracottesi

    Questo documento ci è stato gentilmente trasmesso dai ricercatori prof. Fabrizio Nocera e dott. Antonio Salvatore, in seguito dalla presentazione del loro saggio "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del «Risorgimento» ", organizzata dalla nostra APS il 27 dicembre 2025 a Capracotta. Ringraziamo i due studiosi per l'attenzione mostrata nei confronti della nostra storia e della nostra gente: questo documento è una fonte unica, perciò preziosissima, per meglio comprendere la travagliata storia degli sfollati in Puglia. A S. Eccellenza il Prefetto di Campobasso Capracotta, 1 marzo 1944. Eccellenza, ecco, di ritorno dal mio viaggio, la relazione da Lei personalmente richiestami nell'udienza del 25 febbraio. Nei mesi di dicembre e di gennaio u. s. ho visitato i cittadini Capracottesi sfollati nei paesi viciniori. Li ho trovati quasi tutti in certo qual modo sistemati, eccetto quei poveretti sfollati in Agnone, l'inospitale. Il 28 gennaio mi son mosso, col permesso ed autorizzazione del Comando Alleato, per visitare i comprovinciali (sopratutto i Capracottesi, come quelli che più conoscevo) sfollati nelle terre di Puglia. In generale li ho rivisti sereni, da una parte fiduciosi di trovare ancora carità e interessamento da parte dei privati e specie delle autorità competenti, e d'altra parte pieni di speranza di tornare (...quando sarà...) nei propri paesi distrutti sì, ma capaci ancora di dar loro cibo sufficiente, vestito e fuoco. E questo sopratutto fa loro sopportare con pazienza i disagi di mesi sì tristi. È necessario però subito osservare che non ovunque i nostri sfollati trovano trattamento uguale o almeno rispondente al caso loro. Sottopongo, Eccellenza, al Suo alto spirito umanitario ed alla Sua autorità quanto qui vado scrivendo, seguendo più o meno e a lunghe tappe il mio itinerario. Noto subito che i nostri sfollati, pur dovendo in massima parte raggiungere le province di Bari, Brindisi, Taranto e Lecce, potevano, chi per vecchia tradizione di lavoro, chi per esigenze particolari, fermarsi in quel di Foggia. (Altri, tutti voi lo sappiano e Lei, Eccellenza, l'approvò, si son fermati in Provincia nostra). Ma questi... notati... (non dico tutti, grazie all'interessamento delle locali autorità che hanno saputo con [...] sanno interpretare ed effettuare le disposizioni ministeriali e prefettizie) perché hanno perso gli aiuti speciali o dovrebbero non godere dei sussidi spettanti a tutti gli sfollati-sinistrati? E i nostri hanno tutti, tutti questa qualifica di sfollati e sinistrati dalla guerra, come quelli cioè che anche dal Comando Alleato son riguardati con occhio speciale di compassione e predilezione a un tempo. Poveretti! Che colpa hanno essi! So di qualche famiglia (p. e. a S. Severo: una vedova con quattro orfane) che non può, date le condizioni sue, uscire di provincia... ed allora? A S. Severo (non so se poi han rimediato, vi seguito anche ad una mia protesta...) perché non hanno distibuito anche ai Capracottesi la molta biancheria che gli Alleati hanno mandato pei poveri e per gli sfollati? Ho goduto davvero quando ho saputo invece che costì, a Campobasso, i nostri sinistrati, tutti ormai poveri, hanno goduto di qualche privilegio, col poter p. e. ritirare dai magazzini più stoffa e biancheria degli altri abitanti. A Barletta chi lavora se la cava. A Canosa no, perché non sempre si trova lavoro e il sussidio (la tariffa antica) è meschinissimo in confronto al costo della vita. Ivi p. e. c'è un padre anzianotto, senza lavoro ed ha a carico la moglie e tre figlie (una di queste ha il marito prigioniero dei tedeschi). Dei due figli soldati uno è prigioniero in Inghilterra, l'altro o è morto o è prigioniero dei russi. Perché a questa famiglia, così mal ridotta dalla guerra, negare proprio i sussidi militari? Noi sappiamo che non si può, in questi tempi, campare col solo sussidio di sfollati. So che le prima pratiche fatte dal suddetto padre andarono a vuoto, spero che siano riuscite le seconde, di cui aspettava risposta da Bari. Conosco anche le disposizioni ministeriali, qualcuna delle quali dice appunto di non accumulare sussidi. Ma ripeto, Eccellenza, che cosa può contare in questi tempi, e in Puglia tutto, tutto costa caro ed apertamente, un sussidio in più, se la tariffa permane quella di prima, quando addirittura non si vuol diminuire? Per foruna a questo qualche autorità ha pensato ed, affrontando e superando difficoltà non lievi, è riuscito in parte ad agevolare i nostri e gli altri sinistrati. Così mi diceva a Bari un incaricato, che alla mente aggiungeva un cuor d'oro e ci riusciva. A Trani si sta discretamente: gli ammalati e i vecchi non ricoverati e gli altri si vanno ora meglio internando anche presso case di privati. Anche ivi però chi non trova lavoro sta male, perché o deve rinunciare al sussidio e accontentarsi della poca minestra (verdura ecc.) e pane una volta al giorno o, ricevendo il sussidio, deve acquetare lo stomaco suo e dei figli (a volte numerosi) con quel poco che la tessera può permettere. E non avendo riserve, molti, in seguito anche ai non pochi disagi sofferti, soccombono. Ho assistito personalmente a qualche rancio razionato e in vari paesi... Solo la carità di qualche altro privato li solleva un po' e le persone non avvezze prima a tanta miseria sempre pensano al loco natio. A Fasano trovai le autorità ben disposte, anche se poi in pratica non riescono ad acconterare tutti. È bello ora notare che proprio a Fasano, insieme ai nostri, ci son pure gli sfollati da Napoli che un giorno erano nella nostra Capracotta e che adesso rimpiangono, ricordando con piacere e riconoscenza il Podestà del tempo e le autorità locali. Più si va in giù, fuori la provincia di Bari, e più si nota in peggio o in meglio la diffenza di trattamento e quetra tra paese e paese di una stessa provincia, p. e. Lecce. A Copertino gli sfollati sono stati fino al 15, dico quindici, gennaio senza alcun sussidio, solo perché essi si presentarono subito alle autorità comunali in qualità di lavoratori. Ma non ottennero né subito né sempre il lavoro, e allora? Come se la cavarono? La carità cristiana del paese e l'opera di un locale comitato li ha aiutati. Chi avrebbe dato a mangiare ecc. a una signora, che ha, o meglio aveva, il marito militare in Pantelleria e che adesso deve pure pensare alla sua bambina di cinque anni? Si può pensare ad autorità che non credevano ai bisogni urgenti dei sinistrati? Eppure questi dovettero presentare dei documenti di paesani in altri paesi sfollati, che attestavano la triste loro sorte. Documenti rilasciati a Capracotta da parte del Dott. Castiglione, incaricato a ciò fare dall'allora Commissario Prefettizio Prof. Carnevale. Benedetti documenti, se almeno ebbero a far presa nei cuori della Autorità Copertinese! Ad Aradeo nessun lamento: autorità e popolo hanno fatto a gara, compenetrati del disagio e delle pene sofferte da tanta parte dei nostri Italiani. A Neviano, a circa due chilometri da Aradeo: incoscienza, incomprensione, quasi [...] Dopo tre mesi ho visto io una famiglia, che conoscevo benestante, costretta a dormire ancora a terra, in un locale umido... e dire che son pochi gli sfollati in questo paese! Ivi gli uomini non trovando lavori adatti, debbono pur lavorare, imitando il lavoro degli altri, ma non riuscendoci bene, non vengono bene retribuiti. A Matino anche le giovanette riescono a trovare lavoro nelle campagne, con le famiglie, col provento, col sussidio e con collette varie riescono a passare la giornata discretamente bene. Il locale è ben assolaiato tanto che un bambino ammalato l'ho visto io arrivare da Neviano proprio in cerca di locale più asciutto. A Galatone per ora i nostri non si lamentano troppo, confidando però ancora in un futuro maggiore aiuto. A Taranto città: famiglie ammucchiate, mancanza di coperte. A Castellaneta gli uomini vanno quasi tutti a lavorare con gli Americani e se la cavano. Le famiglie però che non hanno gli uomini non riescono a comprarsi il pane necessario, la legna (ha fatto e fa freddo anche in Puglia quest'anno). C'è ivi più di un elettricista che non sa che via prendere. Un particolare: il capo settore di Castel di Sangro (che comandava anche i nostri elettricisti) ha avuto con gli altri già la richiesta per Salerno, sperando però di tornare a lavorare pel bene della Provincia è in alibi... Pure a Castellaneta e propriamente in una masseria c'è una vecchia cieca insieme al marito anch'esso insofferente. Vivono in un forno... senza la porta dell'uscio... non hanno notizie dei figli, né questi sanno di essi, poveri genitori! I cari, Eccellenza, sono vari ed alcuni per più motivi penoso assai; non li elenco tutti per non stancarla, né approfittare del Suo prezioso tempo e della Sua bontà. Pensando quindi al giorno dell'udienza in cui visibilmente, S. Eccellenza, mostrò tanto interesse pei nostri cari sfollati Molisani ed Abbruzzesi pure, io concludo col dire umilmente e solo spinto dall'amore pei fratelli e da un senso alto e disinteressato di italianità schietta e rinnovata: Si provveda per un ufficio di informazioni esatte e sollecite anche. Si largheggi per aiutare in qualunque maniera i nostri sinistrati. Di autorità, si preghino, si sollecitino le altre autorità. S'interessino, pei casi più urgenti e particolari anche direttamente le Autorità Alleate. Che cosa non si è fatto per gli sfollati di altre parti, p. e. Siciliani? Lo so che anche a Bari s'è formato un Comitato pei Profughi Abbruzzesi. Ne ho visitata la sede. Ho parlato anche con l'incaricato. È cosa buona far giungere la parola che incoraggi, che sproni, che faciliti le richieste di tanti e tanti e che i settori dei più umili sinistrati non siano trascurati, solo perrché mancano di qualche interessato avvocato... L'Italia s'aspetta dai veri figli suoi una ricostruzione cosciente, fatta senza partiti e con disinteressi personali. È questo senz'altro il più importante dei tre punti. Si faciliti il rientro dei civili nei paesi dove questo è possibile. Si studino davvero i vari problemi e praticamente, man mano che c'è la possibilità, si risolvano con tutto il valido appoggio delle Autorità Alleate, pronte sempre ad approvare le giuste e ragionevoli nostre richieste. Non si richiede p. e. ora il rientro di tutti gli sfollati, ma di questo o di quell’altro paese che la competenza militare ritiene atto a riaccoglierli. Le difficoltà, anche se molte, dovrebbero risolversi, se mai a poco a poco, ma risolverle, riflettendo che il popolo molisano ed abbruzzese, che i nostri montanari, i nostri contadini cioè, non si assoggetteranno a passare un'altra invernata come questa. La guerra è guerra e tutte le conseguenze ed esigenze bisogna prenderle come vengono. Ciò nonostante qualche cosa a volte con un po' d'interesse e convincimento, studio e buona volontà da parte di tutti, si può ottenere a vantaggio di qualche paese. A Capracotta p. e. molti, con regolare permesso delle autorità militari, sono rientrati e molti ancora di quei fortunati sfollati nei paesi vicini si augurano di rientrare, almeno per coltivare ciascuno il proprio campicello e ricomiciare così a rimettersi in via. E agli altri lontani chi dirò, appena sarà possibile, di rientrare? E chi penserà per fare avere i mezzi? L'agro che va da Capracotta si allunga verso Agnone è rimasto indisturbato e tranquillo e va ora man mano anche liberandosi dalla molta neve. I contadini delle vicine case coloniche vanno preparandosi già per prossimi lavori. È senz'altro cosa necessaria anche quest'anno pensare al grano, alle patate ecc., ma come farà la gente lontana? Il suo terreno rimarrà abbandonato, mentre quello del vicino, rimasto in paese, darà frutti? Non si potrebbe farla in qualche modo riavvicinare questa gente per tenerla così pronta al rientro ed ai lavori dei campi? Quanti altri problemi però: le case... il cibo... il vestito! Ma, pensando alle difficoltà future, se i campi rimangono incolti, la gente si assoggetterà ai disagi di un'abitazione inadatta, di un pasto lesinato, di un vestito lacero, pur di assicurarsi una invernata di pane e di fuoco. Il marito col figlio piàù grande cercherà lavoro fors’anche in Puglia, ma solo allora sarà contento, quando cioè alla moglie e ai figli più piccoli il pane non macherà, sicuro anzi di portare al ritorno qualche altra cosa che di anno in anno migliori le condizioni di famiglia, una volta floride, ora dalla triste guerra fatte cattive. Grazie, Eccellenza, da parte mia e sopratutto di tutti i nostri cari sfollati e sinistrati, che del Suo appoggio si gioveranno per essere aiutati ad andare avanti nel cammino da Dio loro tracciato! Ossequi! Obbl.mo Sac. D. Carmelo Sciullo Salesiano

  • La Fonte Agro-silvo-pastorale

    La Fonte Agro-silvo-pastorale di Capracotta. La nuova fonte si trova subito a destra dopo l'entrata al Giardino della Flora appeninica di Capracotta ed è certamente "multietnica", per le pietre e gli oggetti che la compongono. Realizzata tra il luglio e l'agosto del 2025 dal sottoscritto e da Michele Monaco, la fonte è ricca di pietre di diversa provenienza. Alcune provengono da una casa diruta (dopo aver chiesto il permesso a Gaetano Sciulli) situata dietro l'ex Bar Taccone. Altre pietre provengono dalla casa-stalla di mastro Enrico, buonanima, abitazione nella quale, in tempo di guerra, faceva servizio Cesira "la 'Ammara", madre del dott. Aldo Trotta, la quale ha fatto nascere molti bambini. Una bella pietra è stata invece fornita dall'idraulico Lucio Paglione durante i suoi lavori. Una chianca, utilizzata un tempo come scalino, ci è stata donata da Emilio De Renzis (mio compare di battesimo). Ovviamente, non sono mancate le pietre fornite dal Giardino stesso. Per realizzare le miniature di Monte Campo e di Monte Ciglione, le piccole pietre, tutte squadrate, ci sono state fornite da Luciano Lubrano, ex portiere di calcio di San Pietro Avellana. La fonte presenta pietre provenienti anche da fuori regione. Il bacile di raccolta delle acque proviene da Mentana, il rubinetto della fonte da Roma e il lavandino, in cui si possono dissetare gli animali, da Palombara Sabina, sempre in provincia di Roma. Agnone ci ha fornito il tubo, mentre gli idraulici Giancarlo Santilli e Dario Carnevale i raccordi ed alcune informazioni tecniche. I coppi provengono dal tetto di Nocente - che durante il ventennio fascista pagò la tassa sul celibato - il quale, insieme a mastro Quirino e mastro Donatuccio, aveva messo su una ditta chiamata "La Disperata". Tutto quel che non è stato menzionato è stato fornito dal sottoscritto e da Michele Monaco. Ad opera finita, dovevamp trovare un nome da dare alla bella fonte costruita con tanta dedizione, così, riunita la commissione, abbiamo deciso di chiamarla Fonte Agro-silvo-pastorale, tenendo conto delle origini di Capracotta. Sono infatti raffigurati sulla fonte tre simboli: il pedènde (bidente), a rappresentare i contadini, la zéppa (cuneo), simbolo dei boscaioli, ed un fruciàle (nasiera), che gli allevatori mettevano ai buoi per arare i campi. Il tutto a costo zero, mettendo in pratica l'aiuto "sospeso". Lucio Carnevale

  • La cantoria di papà

    CANTORIA cantoria /kanto'ria/ s. f. [der. di cantore]. - 1. (eccles.) [luogo occupato dai cantori, spec. nelle chiese] ≈ || abside, cappella, coro. 2. (mus.) [complesso dei cantori] ≈ cappella, coro. La domenica, alla messa delle 12, andavamo in cattedrale da papà. Nei film gli organi sembravano creature gigantesche, mostri dalle mille bocche; quello di papà, invece, era piccolo. Lo ero anche io. Mi sedevo accanto a lui e, tra un brano e l'altro, lo tempestavo di domande: sui tasti che brillavano, sulle luci, sul tappeto di pedali e su tutte quelle strane caratteristiche che componevano uno strumento non grande e neppure tetro, ma familiare. La cantoria, invece, era enorme. Troneggiava nell'abside polverosa, sempre vuota durante le funzioni, ed era proprio quel vuoto a trasformarla nel nostro regno nascosto: un luogo dove la noia della messa lasciava spazio ai giochi più svariati con mio fratello. Ogni domenica, alla messa del mattino o la sera a casa, mentre arrancavo sugli ultimi compiti di arte, un organo suonava comunque. Per questo, nella mia memoria, le domeniche hanno un sapore e un suono precisi: quello delle fregnacce alla sabinese e quello dell'organo. Alessandra Di Nardo

  • In memoria di Daniele

    Daniele Di Nucci (1986-2025). «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio». Con queste parole l'Evangelista racconta la morte di Gesù sul monte Calvario: una morte ingiusta e violenta, capace di avvolgere tutta la terra nel buio del dolore. Un buio che ha raggiunto anche i nostri cuori, le nostre case, le nostre strade, quando abbiamo appreso la notizia della morte del nostro caro amico, fratello e compagno di vita, Daniele. Ognuno di noi, che lo ha conosciuto, potrebbe raccontare chi è stato Daniele: cosa ha rappresentato per la nostra comunità e per la nostra parrocchia. Aveva il dono dell'amicizia, di quella vera, disinteressata. Incontrando la sua bella vita - troppo breve se la misuriamo con i giorni del calendario, ma pienamente compiuta - si percepiva la verità di quelle parole scritte nella Bibbia: «Chi trova un amico, trova un tesoro». La vita di Daniele era sempre illuminata dal sorriso, un sorriso che nasceva dalla sua profonda umanità, radicata nella fede in Gesù, dalla devozione alla Madre di Dio e Madre nostra, che noi capracottesi invochiamo come "Madonna di Loreto". La Provvidenza di Dio, che non ci abbandona mai - anche se a volte facciamo fatica a sentire la presenza - ha voluto che Daniele concludesse la sua vita terrena proprio al mattino della festa della Madonna di Loreto. Dal suo letto di dolore, segnato da quel male - che padre Turoldo chiamava «il grande drago» - entrato da tempo nel suo corpo, Daniele, stanco di soffrire, deve aver capito che era arrivata la sua ora di passare dal tempo all'eternità, e su quel letto diventato la sua "croce", ha pronunciato le sue ultime parole: «Madonna mia, vieni a prendermi». E la Madonna non ha tardato: in pochi minuti è venuta davvero a prenderlo per condurlo in Paradiso. Mi piace immaginare - e sono certo che sia accaduto così - che Daniele abbia lasciato tutto ciò che lo circondava, ormai solo medicine, flebo, cerotti, e con impeto abbia afferrato la mano della Madonna per salire con Lei a contemplare il volto bello di Dio. Perché questa era un'altra caratteristica di Daniele: non stava mai fermo. Il suo passo era rapido, come se il tempo gli sfuggisse e non gli bastasse mai per tutto ciò che aveva da fare in una giornata. In chiesa, durante le celebrazioni, lo vedevi comparire all'improvviso con un libro per il celebrante; poi sparire e tornare con il turibolo, con le ampolline, con tutto ciò che era necessario per la celebrazione. Tutto un servizio continuo, discreto, lontano da ogni ricerca di visibilità, vissuto con l'umiltà di chi sa di servire nel momento più importante della nostra fede: la celebrazione dell'Eucaristia. Così lo vedevi correre anche durante le processioni. Chi di noi non ricorda con quanta cura organizzava il cambio delle persone che portavano la statua della Madonna? Un gesto, un richiamo, un vaso di fiori da sistemare… lo vedevi quando serviva, quando era necessario, poi si dileguava con la sua solita discrezione. Il suo cuore gentile batteva con particolare tenerezza per gli anziani e i malati: a ciascuno portava sempre una parola buona, un gesto di umanità, un augurio per un compleanno o un onomastico. E oggi, mentre siamo raccolti nella preghiera, ci accorgiamo di quanto la presenza di Daniele abbia inciso nella nostra vita. È difficile immaginare le nostre celebrazioni, le nostre feste, le nostre strade senza il suo passo svelto, il suo sorriso discreto, il suo modo semplice e diretto di voler bene a tutti. Ma il dolore che proviamo non è un dolore senza speranza. La fede ci insegna che il buio del Calvario non è l'ultima parola. Dopo quelle tre ore di oscurità, dopo il silenzio della morte, è risorto il sole della Pasqua. E se è vero che oggi la nostra comunità è avvolta da un'ombra di tristezza, è altrettanto vero che siamo qui per ricordarci che la luce di Cristo non viene mai meno. Daniele questa luce l'ha accolta, l'ha custodita, l'ha testimoniata. Non con grandi discorsi, ma con la vita. Con la sua capacità di servire, di sorridere, di farsi vicino a chi aveva bisogno, con quella fede semplice e forte che nasce dalle cose essenziali: l'amore per Gesù, la devozione alla Madonna, il rispetto per la Chiesa, la cura per gli altri, la sollecitudine per il prossimo e il profondo senso di responsabilità civile. Di Daniele possiamo dire, prendendo in prestito le parole di san Giovanni Bosco - parole che ben si accordano con la sua vita - che è stato davvero un "buon cristiano e un onesto cittadino". Daniele era un uomo di carità autentica. Tante volte mi telefonava per avvisarmi che aveva organizzato raccolte di generi di prima necessità per i poveri che si rivolgevano alla Caritas. E il mercoledì mattina lo vedevamo arrivare con la sua macchina colma di pacchi: pasta, olio, scatolame e tanto altro, frutti della sua operosa carità, della sua attenzione a chi viveva nell'indigenza. E così, mentre oggi affidiamo Daniele alla misericordia del Padre, vogliamo anche onorare la sua testimonianza. Perché ognuno di noi possa portare con sé un frammento della sua vita. Che il suo modo di vivere la fede, senza rumore e senza pretese, diventi per noi un invito a riscoprire le cose che contano: la gratuità, la generosità, la capacità di donare tempo, presenza, gentilezza, operare sempre per la pace e mai per la discordia, la guerra. Daniele non ha fatto cose straordinarie agli occhi del mondo, ma ha reso straordinario ciò che è quotidiano. E questo è il segno dei santi della porta accanto. Oggi, mentre la nostra comunità piange, il cielo festeggia. Ne siamo certi: Daniele è entrato nella pace di Dio. E noi vogliamo immaginarlo così: già indaffarato, già in movimento, mentre in Paradiso va incontro agli amici, saluta i santi, si mette a disposizione degli angeli come faceva con noi. In cielo porta con sé anche un po' delle nostre ricette culinarie, perché tra i tanti impegni della sua vita, aveva trovato spazio per la passione del cucinare, usando con amore gli ingredienti genuini della nostra terra. E soprattutto lo immaginiamo accanto alla Madonna di Loreto, che lui ha tanto amato, a lodare il Signore con la semplicità e la purezza che lo hanno sempre accompagnato. A noi resta il compito più difficile, ma anche più bello: continuare la sua eredità di bontà. Non lasciare che la sua memoria si perda nelle lacrime, ma trasformarla in bene, in gesti concreti di amore verso chi ci sta accanto. La nostra preghiera, in questo momento, sale a Dio per i familiari di Daniele, per i fratelli e, in modo particolare, per la mamma Antonia. A lei non è facile rivolgere parole di consolazione, perché umanamente non ne esistono di sufficienti. Ma oggi è Daniele stesso a poterle sussurrare le parole di san Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione" (2Tm 4,7-8). La tradizione cristiana, sin dai primi secoli, ha chiamato il giorno della morte dei martiri dies natalis : giorno della nascita. Non perché si negasse il dolore della perdita, ma perché si riconosceva che per loro quel giorno segnava l'ingresso nella pienezza della vita presso Dio. Non una fine, ma un inizio. Non il tramonto, ma l'alba. Il tempo di Avvento che stiamo vivendo ci richiama alla promessa della luce che viene, e proprio in questa speranza possiamo sussurrare con la fiducia della fede: buon Natale, Daniele. Nella notte santa, quando nelle nostre chiese risuonerà l'annuncio degli Angeli, sapremo che anche la tua voce si unisce al loro canto: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore". Il Signore ti accolga nella gioia eterna. La Madonna ti stringa con la tenerezza con cui tu l'hai invocata nella mattina di ieri. E a noi doni la forza di camminare nella luce e nella testimonianza che tu ci hai lasciato. Amen. Don Alberto Conti

  • Luce tra le mani

    Questo componimento di Federica Santilli, della classe 3 ª B dell'Istituto tecnico "Leonida Marinelli" di Agnone, è stato premiato il 5 gennaio 2026 nella sala polivalente "Amedeo Petrecca" del polo scolastico di Pesche durante la fase conclusiva del premio nazionale "I presepi nel presepe". La sezione di poesia del premio, denominata "Il presepe simbolo di pace", ha registrato oltre 79 componimenti, confermandosi uno spazio di espressione molto partecipato sia dagli studenti che dagli adulti. Luce tra le mani Nel silenzio di una grotta antica, nasce un bambino, e il mondo si arricca. Non ha corona, né veste regale, ma porta la pace, quella vera, totale. Attorno a lui pastori e animali, volti diversi, ma cuori leali. Non c'è ricchezza, solo calore, che unisce i popoli sotto un unico amore. Una stella guida da terre lontane, i re si inchinano con mani umane. Non chiedono oro, né chiese d'avorio, ma offrono doni con sguardo illusorio. Il Presepe parla senza rumore di pace che nasce dentro al dolore, di mani tese senza diffidenza, di un mondo unito nella speranza. Io, ragazza dal cuore d'oro, sogno un domani senza rancore. Voglio vedere sorrisi sinceri, ponti d'amore, gesti veri. Anche se a volte la vita mi ha spezzata, l'anima mia non si è mai arresa e piegata. Dal tradimento è sbocciata la forza che oggi mi guida, che mai si smorza. Nel volto di Cristo, bambino e fratello, rivedo il futuro più dolce e più bello. E a ogni persona vorrei poter dire: credi nell'amore, lasciati ispirare. Federica Santilli

  • Immanenza

    Tu in me ed io in te; tutti e due in noi stessi; noi nel mondo: atomo non è che mondo non sia! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Le attività sociali di Letteratura Capracottese APS nel 2025

    Le merenda letteraria del 12 gennaio 2025. Appena nata, l'Associazione non ha fatto altro che portare avanti, ed integrare, tutte quelle attività che l'hanno contraddistinta nell'ultimo decennio: la pubblicazione di libri e articoli, la ricerca storico-letteraria, la riscoperta di una sentieristica a tema storico, l'organizzazione di incontri letterari e gite culturali, la conservazione e valorizzazione del patrimonio documentale, orale e foclorico. L'anno sociale 2025 ha conosciuto ben 29 eventi culturali targati "Letteratura Capracottese" e si è aperto il 12 gennaio con la sedicesima "Merenda letteraria", svoltasi nei locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani, mentre fuori imperversava un clima himalayano, e durante la quale abbiamo condiviso libri che parlavano di blizzard e di far West, dell'India - dai matrimoni combinati alla spiritualià di Tiziano Terzani - e dell'«amica geniale», di Primo Levi e di geopolitica, fino alla cultura regionale dei sussidiari degli anni '20. L'escursione esplorativa al Castelluccio del 1° febbraio 2025. Il 1° febbraio, invece, abbiamo organizzato un'escursione esplorativa a Colle Rosso, alle pendici di Monte Cavallerizzo, per cercare testimonianze del cosiddetto Castelluccio, che probabilmente altro non era che il piccolo abitato nei pressi della medievale Chiesa di S. Nicola di Vallesorda: l'escursione, purtroppo, non ha dato i risultati sperati ma, perlomeno, è stata utile per capire l'origine di quel toponimo, poiché lì la roccia ha una fortissima colorazione rossastra. La merenda letteraria del 9 febbraio 2025. Pochi giorni dopo, il 9 febbraio, è stata la volta della diciassettesima "Merenda letteraria", molto partecipata in termini di persone e di libri. È stata una giornata uggiosa, umida, una domenica apparentemente anonima nel cuore dell'inverno, che ha invece fatto da cornice a uno splendido incontro in cui si è parlato di librerie indipendenti e di insegnanti illuminati, di amori immaginati e di 'ndrangheta, di lager e di psicologia, di ignoranza e di empatia, di donne disobbedienti e di romanzi che cambiano la vita, di pastori e di dialetto. La merenda letteraria del 9 marzo 2025. Esattamente un mese dopo, il 9 marzo, sempre presso la Società dei Pastori, ha avuto luogo la diciottesima "Merenda letteraria", ancor più ricca di partecipazione e di letteratura, forse perché strettamente legata alla Giornata internazionele della donna, tanto che siamo stati insieme con leggerezza e interesse, mangiando, conversando e presentando i nostri libri accomunati dalla parola "donna". La merenda letteraria del 6 aprile 2025. La diciannovesima "Merenda letteraria" si è invece svolta il 6 aprile, dedicandola all'entrata primavera. Tuttavia, il clima si è rivelato lupesco, il che non ci ha impedito di dar vita ad un vivacissimo incontro, in cui si è parlato di stagioni e di sogni, di emancipazione femminile e di suffragio universale, di vite parallele e di ispirazioni dannunziane, di cecità e di arte sacra, dell'America profonda e delle Alpi italiane, di aglio orsino e di baccanti, di Sanniti e di Romani. La passeggiata storica al casotto di Nunna Rosa del 25 aprile 2025. Venerdì 25 aprile 2025 la nostra Associazione ha invece organizzato con successo una passeggiata escursionistica di circa 8 chilometri tra la Difesa e il Vallone delle Incotte per raccontare ed omaggiare quattro capracottesi che, con storie diverse, hanno perso la vita per cause direttamente connesse alla Seconda guerra mondiale e al nazifascismo.   Innanzitutto ci siamo recati sulla vecchia croce in ferro che ricorda il luogo in cui morirono Adamo Fiore De Renzis e suo figlio Emilio a seguito dello scoppio di una mina; poi,   dopo un lungo sentiero, siamo giunti al cosiddetto Casotto di Nunna Rosa, dove abbiamo cercato di riscostruire una breve cronistoria dei fatti che portarono, il 4 novembre 1943, alla infame uccisione di Rodolfo e Gasperino Fiadino. La merenda letteraria del 27 aprile 2025. Il 27 aprile vi è stata l'ultima "Merenda letteraria" del primo semestre, conclusasi col "botto", ovvero con una partecipazione numerosa e affiatata. Libri importanti quelli presentati, dal fine sarcasmo meridionale di De Crescenzo alla logica del pensiero dominante, da Costanza d'Altavilla al rapporto padri/figli, dalla lotta partigiana di Beppe Fenoglio alla santità laica di Joseph Roth, dalla prima portalettere italiana all'estetica del rosmarino, dalla cronaca nera allo stile narrativo di Emmanuel Carrére, dal capolavoro di Primo Levi, proposto da un tredicenne, alla morte di un amico, fino alla Congiura dei Magnati e al transito in territorio capracottese di alcuni preti calvinisti nel 1675. Le tante persone che escono di casa la domenica pomeriggio per unirsi alla "Merenda letteraria" confermano che si tratta di un appuntamento imprescindibile, tanto che a maggio tornerà in versione "estiva" sotto forma di "Pic-nic letterario". L'escursione commemorativa alla Forcatura del 3 maggio 2025. Sabato 3 maggio abbiamo rispettato con amore e dedizione il centenario delle "croci di maggio" di Capracotta. Un'escursione di oltre 14 chilometri ci ha infatti portati dapprima al Procoio, dove abbiamo letto le parole di Aldo Trotta in omaggio a suo nonno Carmine, con cui abbiamo raccontato ai numerosi partecipanti la storia di quella croce, il suo realizzatore, il contesto storico nel quale è stata innalzata. Poi, dopo aver visto posti splendidi quali il Trione, il Tiro a Segno e le Fossata, siamo saliti alla Forcatura, dove il sempre allegro Giovanni Monaco ci ha raccontato la storia di Giacomo Di Tanna e Colomba Merola, i quali, dopo la visita in sogno della Madonna di Loreto, decisero di erigere quella grossa croce, cambiando per sempre la storia di quel luogo. Il viaggio culturale a Pompei del 17 maggio 2025. E ancora... sabato 17 maggio è stata una giornata bellissima: ben cinquantatré capracottesi in gita a Pompei, dove abbiamo imparato tanta storia, visitato luoghi unici al mondo e fatto comunità. È stata una giornata sfiancante ma ricca di allegria e di rimandi a Capracotta.   Lo scopo della gita sociale, infatti, era quello di toccare con mano sia l'antica città di Pompeii, il cui primo nucleo venne fondato dagli Osci, che il Pontificio Santuario di Pompei, a cui i duchi di Capracotta avevano partecipato con le opere e col fattivo aiuto nella raccolta dei fondi. Il pic-nic letterario del 25 maggio 2025. Domenica 25 maggio, in sostituzione della "Merenda letteraria", è tornato l'appuntamento wild col "Pic-nic letterario", ma la temperatura non proprio primaverile e il freddo vento di bora ne hanno limitato la partecipazione. Tuttavia, è stata una gran bella escursione fino allo Iaccio della Vorraina, dove si è parlato di uomo e natura, di holding , di Hemingway e di viaggi in carrozza tra Isernia e Capracotta. Il pic-nic letterario del 29 giugno 2025. Il 17 giugno ha visto la luce l'ottavo capitolo della collana "Argomenti di Letteratura Capracottese", che si è riallacciato al precedente saggio dialettale, aggiungendo oltre 400 lemmi a quelli proposti precedentemente. L'opera non cerca soltanto di mantenere in piedi la memoria di Capracotta ma anche di valorizzarla, saldandola nelle menti dei più giovani, degli oriundi, di tutti quei figli di capracottesi che, sparsi per il mondo, rischiano di disconoscere la patria avita. "Ulteriori bellissime parole del dialetto di Capracotta", dunque, non è un semplice vocabolarietto in cui le ricercar termini; ogni parola, anzi, è analizzata dall'etimo originario fino alle accezioni più moderne, di modo che sia legata non solo alla società agro-pastorale del passato ma soprattutto alla cultura corrente di Capracotta. Di tutt'altro respiro il "Pic-nic letterario", bellissimo e intenso, del 29 giugno, che ha visto la presenza di adulti e bambini. Ci siamo diretti a piedi sulla vetta di Monte Campo dove, tra tassi barbassi e faggi frondosi, ci siamo raccontati i nostri libri. E così, tra battute e risate, abbiamo discusso di emigrazione, vecchia e nuova, di amori adolescenziali e di uccelli del paradiso, di come lo sport agonistico ricordi la pratica bellica e di come la danza sia la più erotica delle cure, dell'arte giapponese del restauro, che è prima di tutto restauro dell'anima, e di come mettersi in discussione di fronte ai figli, di Gramellini e di Calvino, di Molise e di cavalli chiamati Capracotta. È stata una mattinata che ci ha riempito gli occhi di bellezza, rinsaldando i legami comunitari di questo piccolo adorabile paese. Il pic-nic letterario del 12 luglio 2025. Il 12 luglio, poi, partiti da Prato Gentile, abbiamo deciso di festeggiare il primo compleanno della Madonna degli Scout per poi piazzarci al di sotto del Guado Spaccato, dove, all'ombra dei faggi, ci siamo scambiati tante impressioni sui libri portati per l'ottavo "Pic-nic letterario". Argomenti: le donne molisane, i combat film della propaganda americana, il dramma della Crimea, la vita dolorosa di una donna abbandonata in fasce, l'amicizia che si scontra con la competizione, gli "accordi" per una vita serena, la bellezza dell'imperfezione, la diaspora dei capracottesi dopo la distruzione del paese. L'incontro letterario si è concluso con un atto di comunione olistica e con un abbozzo di boscoterapia. La conferenza su san Sebastiano del 17 luglio 2025. In collaborazione con la Parrocchia di S. Maria in Cielo Assunta, nella serata di giovedì 17 luglio, presso la Chiesa Madre di Capracotta abbiamo tenuto un convegno "informale" sulla figura di san Sebastiano e sul suo culto a Capracotta e nel Molise. Questo incontro culturale rientrava nei festeggiamenti patronali che, cominciati domenica 13 luglio con la consueta processione, hanno visto l'arrivo delle sante reliquie del Martire provenienti da Roma, e si sono conclusi domenica 20 luglio con una sontuosa processione religiosa. Il sottoscritto si è occupato di ripercorrere, con l'aiuto di manoscritti inediti, la storia del culto di san Sebastiano, cercando di rispondere a due quesiti: quando è nato il suo culto a Capracotta? da quando si venera san Sebastiano a Capracotta? E perché egli è il nostro patrono? Successivamente ha preso la parola l'arch. Franco Valente - enciclopedia vivente in fatto di storia dell'arte molisana - il quale, col suo inconfondibile talento divulgativo, illustrerà sia alcuni esempi di statuaria sacra di san Sebastiano presente in Regione, sia che rapporto sussiste tra devozione e pestilenza. La locandina della mostra fotografica sul record di nevosità. Nonostante qualche problema di natura logistica che ne ha ritardato l'apertura, originariamente fissata al 4 agosto, nei locali di Casa Potena, in corso S. Antonio, è stata installata il 9 agosto la mostra fotogratica intitolata: "Capracotta 6.3.15 – The record breaking snowfall". Si è trattato di una commemorazione insolita, quella del decennale della grande nevicata del 5-6 marzo 2015, quando in appena 18 ore caddero oltre 2 metri e mezzo di neve in paese, fiondando Capracotta sui broadcast  di mezzo mondo, dalla BBC alla CNN, la quale parlò di «record del mondo«, con Capracotta che sembrava aver stracciato il precedente primato di Silver Lake, in Colorado, ferma ai 193 cm dell'inverno 1921. Grazie alle splendide fotografie di Vincenzo Giuliano, Michele Carnevale, Oreste Trotta, Daniele Di Nucci, Marco Comegna e Alessandro Santulli, abbiamo selezionato - di concerto con la Pro Loco Capracotta, che ha patrocinato economicamente la mostra - 30 scatti che restituissero una Capracotta siberiana, piena sì di neve, ma anche di volti e personaggi tipici del nostro paese, gente abituata al sudore della pala e al sorriso smagliante, gente consapevole di vivere in un paradiso che può diventare inferno d'inverno. La presentazione di "Oltre l'alba delle nebbie" di Ugo D'Onofrio. L'8 agosto, presso la Casa della Cultura, abbiamo invece presentato il romanzo "Oltre l'alba delle nebbie" dell'avv. Ugo D'Onofrio, capracottese classe 1940. Dopo i saluti del sindaco Candido Paglione, il sottoscritto ha moderato l'incontro tra l'Autore ed il prof. Ugo Rufino, scrittore, saggista, nonché ex direttore dell'Istituto italiano di Cultura di Cracovia. Abbiamo deciso di presentare a Capracotta questo libro poiché prende le mosse proprio dal nostro paese, per poi dipanarsi nelle immediate vicinanze, da Agnone a Castiglione Messer Marino. Il romanzo, infatti, è una sorta di autobiografia in cui l'ex magistrato D'Onofrio racconta i primi dieci anni della sua vita, segnati dalla guerra, dall'esodo e dalla speranza di una nuova vita per suo padre Roberto e sua madre Filomena. Così facendo, grazie agli eccellenti compagni di viaggio Ugo Rufino e Mariella Rainò, abbiamo "riportato a casa" questo Autore, ponendolo tra le pieghe della letteratura meridionale e della storia contemporanea. La presentazione di "Giuseppe Bonanotte" di Angela Caruso. La seconda e ultima presentazione letteraria estiva è stata quella di mercoledì 13 agosto, quando, negli aviti locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani, in una sala davvero gremita, abbiamo presentato il nuovo saggio della prof.ssa Angela Caruso, incentrato sulla figura di Giuseppe Bonanotte, ceramista capracottese del XVIII secolo, fino a ieri misconosciuto artigiano, oggi personaggio illustre di questa terra. Giuseppe Bonanotte nacque il 13 agosto 1702 - la data scelta per la presentazione non è stata casuale - e, dopo una giovinezza trascorsa a Capracotta, si formò come “faenzaro” probabilmente ad Alfedena, paese natio di sua madre Paolina Mancino, per poi aprire una bottega a Cerreto Sannita, dove le sue creazioni ottennero l'agognato successo commerciale. Introdotti dall'avv. Vincenzo Giuliano, presidente del sodalizio mutualistico, e dal sindaco Candido Paglione, la prof.ssa Caruso ed il sottoscritto hanno dialogato sulla figura del Bonanotte e sull'epoca a cavallo tra Seicento e Settecento, periodo di crescente ed innegabile fulgore per la nostra cittadina. I partecipanti alla conferenza sul 300° anniversario della Chiesa Madre. Venerdì 22 agosto, ancora una volta in serata, nello splendido tempio dell'Assunta di Capracotta, ne abbiamo omaggeremo il 300° anniversario della dedicazione attraverso una conferenza corale, in cui l'inarrivabile arch. Franco Valente, la prof.ssa Angela Caruso, il parroco don Elio Venditti (per una volta in veste di relatore) e il sottoscritto, introdotti dal sindaco Candido Paglione e dall'ambasciatore brasiliano in Italia, S. E. Renato Mosca, originario di Capracotta, abbiamo parlato, ognuno a proprio modo, dell'attuale chiesa di Capracotta, partendo dall'anno Mille fino ai giorni nostri. È stato interessante scoprire com'era la Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta prima del 1723, perché essa è oggi così e quali grandi personaggi religiosi l'hanno abitata. La conferenza sulla dedicazione della Chiesa Madre del 22 agosto 2025. Il ritorno del maltempo ha probabilmente spaventato tanti eventuali partecipanti all'ottavo "Pic-nic letterario" del 30 agosto. Tuttavia, alcuni "indomiti" capracottesi vi hanno preso parte e, alla Fonte Nascosta, tra vangròche, perazze e ciambelloni, hanno parlato del ventre di Napoli, di omicidi da risolvere, del '68, di Tex Willer e della poesia di Flora Di Rienzo. Come sempre, nel nostro piccolo, abbiamo dato vita ad una piccola grande giornata di cultura. Il pic-nic letterario del 30 agosto 2025.   Sabato 20 settembre è stata la volta del secondo viaggio culturale, che ci ha permesso di visitare la città de L'Aquila e le misconosciute Grotte di Stiffe, nel territorio di S. Demetrio ne' Vestini. Lo scopo formale della gita era quello di riannodare i fili dell'ex convento di S. Michele nel quale, tra la fine del '600 e i primi del '700, visse e predicò fra' Gabriele da Capracotta, colui che, oltre ad essere un monaco francescano, fu anche un abile mastro nell'arte della calcara , poiché fu proprio lui a ricostrure le fondamenta del refettorio all'indomani del violento terremoto del 1703. Nonostante il convento dei cappuccini sia stato interamente fagocitato dal Palazzo dell'Emiciclo, che oggi ospita il Consiglio regionale dell'Abruzzo, siamo tornati a Capracotta stanchi e felici, con gli occhi colmi di cose belle e certi di aver assicurato una cosa niente affatto scontata: la socialità. Il viaggio culturale a L'Aquila del 20 settembre 2025. Il weekend si è rivelato oltremodo importante e stancante, sabato 20 settembre col viaggio culturale a L'Aquila e domenica 21 col nono "Pic-nic letterario", stancante e importante dicevo, quindi bellissimo. Si è trattato di un "Pic-nic lettererio" d'azzardo, in uno dei luoghi più selvaggi e sorprendenti del territorio di Capracotta, l'Acqua Zolfa, dove le sorgenti di zolfo, magnesio, ferro e fluoro danno vita ad un mix pazzesco di colori e odori, il tutto all'insegna del benessere. Dopo una scorpacciata di more e un'articolata escursione, ci siamo fermati presso la diruta masseria di don Giacinto, dove abbiamo snocciolato il concetto di « saviezza » , dal Seicento ad oggi. C'è chi ha parlato della condizione femminile in India e chi della scelta di vita di una novizia, chi ha voluto ricordare Stefano Benni, chi ha presentato un thriller che in realtà è romanzo di formazione e chi ha preferito un noir ambientato in Agnone. Il pic-nic letterario del 21 settembre 2025. Il 4 ottobre si è svolta un'escursione che, dal cosiddetto Innesto, ci ha portati prima alla Vorraina, poi al monastero di S. Giovanni, quindi sulla vetta di Monte Capraro, alla Nevera grande ed, infine, dal Monte Civetta, ci ha permesso di ridiscendere in paese. Abbiamo trovato un ambiente fantastico perché inconsueto, con la prima neve che lottava coi giovani virgulti di erba e sottobosco. E poi una fatta di cervo ma, soprattutto, eravamo alla ricerca di quella colonna marmorea, d'epoca longobarda, che ieri come oggi segnalava la fissità dei confini amministrativi, territoriali, finanche religiosi tra due principati, tra due cenobi, tra due comuni. Era chiaramente impossibile rinvenire il manufatto originario, vecchio più di mille anni, ma perlomeno abbiamo capito dove questo era eretto, a metà strada tra il presidio religioso benedettino di S. Giovanni del Monte e la Piana del Monte, proprio dove sta il magnete dell'IGM che, dal 1936, segna la cima del Capraro. L'abate del tempo, frate Ruele, prescriveva di « facere orationem quilli iurni li quali non gisseru al labore » . E questo abbiamo fatto: in un giorno di riposo, abbiamo omaggiato i nostri avi che oravano e lavoravano sul Monte Capraro di Capracotta. Come doveva apparire il cippo detto "Monaco" (fotoel.: F. Mendozzi). Per quanto riguarda invece l'ambito scientifico della nostra Associazione, in occasione del cosiddetto "Ottobre Rosa", il mese internazionale dedicato alla prevenzione del tumore al seno, domenica 12 ottobre, in mattinata, la nostra consigliera dott.ssa Lucia Paglione, di concerto con Anastasia Venditti della Pro Loco Capracotta, ha promosso ed organizzato uno screening gratuito, durante il quale la bravissima dott.ssa Francesca Scarabeo e il dott. Ettore Rispoli, entrambi senologi di stanza ad Isernia, hanno sottoposto oltre 38 donne ad un esame diagnostico precoce. La giornata, cominciata con una colazione conviviale ed informativa nei locali delle Società riunite di Mutuo soccorso, si è svolta anche nell'anticamera dell'ambulatorio medico del dott. Loreto Paglione, che ringraziamo per l'inusitata gentilezza. Un momento del "Cammino di Uys Krige". Abbiamo poi ripreso il "Cammino di Uys Krige", un itinerario storico-letterario che, da Colle Cornacchia, si inerpica verso Prato Gentile. Questo progetto è nato nel 2018 per volontà del nostro consigliere Sebastiano Conti e ha presto la forma tramite di una passeggiata escursionistica che prevedesse intermezzi letterari estratti dal romanzo "Libertà sulla Maiella". Domenica 12 ottobre, con una sparuta comitiva di escursionisti, abbiamo così rievocato il passaggio in territorio capracottese dello scrittore sudafricano Mattheus Uys Krige (1910-1987), evaso dal campo di prigionia di Fonte d'Amore, il quale, in una notte di luna piena dell'ottobre 1943 guadagnò da fuggiasco la libertà assieme a due compagni d'armi. La sua storia, come detto, è contenuta nel romanzo "The way out" (1946), tradotto in italiano da Piero Pieroni e pubblicato da Vallecchi nel 1965, la cui lettura ci ha fatto compagnia durante l'ascesa. La merenda letteraria del 26 ottobre 2025. Domenica 26 ottobre è tornata "La merenda letteraria". Nonostante il brutto tempo, è stato un incontro molto partecipato, un pomeriggio divertente e ricco di spunti di riflessione. Abbiamo parlato di deurbanizzazione dalla Corea all'Italia, dell'humus culturale di Franco Battiato, di una storia d'amore che attaversa la storia d'Italia, di un best-seller a tema cimiteriale, dell'artigianato tessile abruzzese-molisano ed infine della letteratura capracottese , a cui Ivan Carozzi ha dedicato quattro pagine del suo ultimo libro, un progetto di cui si sono accorti in ogni dove tranne che nelle redazioni dei giornali locali. Ai posteri l'ardua sentenza: per quel che ci compete abbiamo continuato a seminare cultura, a rafforzare la comunità, a sentirci paese. La merenda letteraria del 23 novembre 2025. La ventiduesima merenda letteraria si è tenuta il 23 novembre, trascorsa a parlare di classici latini, da Seneca ad Apuleio, e di Pink Floyd, di infanzie italiane, di belle partigiane e di polizieschi in salsa capracottese. Seppur in pochi, abbiamo gustato torte alle noci, boconotti chietini e biscotti alla marmellata di olivello spinoso. Cosa volere di più? Il viaggio culturale a Larino del 13 dicembre 2025. Sabato 13 dicembre abbiamo chiuso col botto questo 2025 all'insegna dei viaggi culturali. Nonostante l'idea di organizzare un terzo viaggio non fosse stata preventivata, abbiamo portato circa 50 capracottesi in gita a Larino, cittadina meravigliosa da visitare in lungo e in largo, ricca di una grande storia che attraversa 7.000 anni di storia. L'obiettivo della gita sociale era quello di ammirare e confrontare una statua dell'Immacolata Concezione posizionata nella Chiesa di S. Francesco. L'autore di quell'opera lignea è infatti Giacomo Colombo, di cui a Capracotta conserviamo una stupenda Visitazione , nonostante la si tenti di attribuire ad altro artista. Questa missione, però, ci ha dato modo di visitare anche le rovine dell'anfiteatro dell'antica Larinum, unico anfiteatro romano in Molise (se si eccettua il Verlascio di Venafro), la Cattedrale di S. Pardo, splendido esempio di connubio architettonico romanico e gotico, e il Palazzo ducale con la sua collezione di reperti della più antica Larinor. Assieme alla preparatissima guida Lorenzo Di Maria, abbiamo scoperto una Larino splendida, "obliqua", nonostante sia stata nascosta sotto il velo dell'abbandono da una politica locale e regionale miope e superficiale. Anche in quel frangente, insomma, spero che la nostra Associazione abbia dato il proprio contributo nella costruzione di una maggiore identità capracottese. La merenda letteraria del 21 dicembre 2025. Fatto sta che domenica 21 dicembre si è tenuta la ventiquattresima merenda letteraria, durante la quale abbiamo sviscerato tantissimi e vari argomenti, per un incontro bellissimo, divertentissimo e pieno di riflessioni. Dal razionalismo di Baruch Spinoza alle dritte di Seneca, e poi la storia senza tempo di Dracula e l'infanzia sotto la DDR - con traduzione live dal tedesco -, vita e opere di Ivan Graziani e l'eternità di un romanzo quale "Canto di Natale", la cerchia della femminanza e la guerra in Ucraina, le levatrici di Capracotta e le fiabe degli anni '50. La nostra merenda letteraria ha dimostrato una volta ancora di essere una bella realtà, una creatura che stiamo accompagnando all'età matura, un'iniziativa che supera qualsiasi meschinità. La presentazione letteraria del 27 dicembre 2025. L'ultimo evento culturale del 2025 è stato partecipato e oltremodo interessante: mi riferisco alla presentazione de "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del 'Risorgimento'", avvenuta sabato 27 dicembre presso la Casa della Cultura: gli interventi hanno splendidamente illustrato come l'ultima guerra abbia "scelto" il Molise e come vi abbia stazionato per 8 mesi, provocando effetti tuttora irreversibili. Il prof. Fabrizio Nocera è stato magistrale nello spiegare ai convenuti la genesi e lo sviluppo cronologico del conflitto, il dott. Antonio Salvatore è stato invece bravissimo nel catturare l'attenzione con le sue "chicche" da emroteca; infine il prof. Achille Conti, vicepresidente della nostra Associazione, è stato oltremodo intelligente a moderare e gestire l'incontro. Peccato invece per l'ennesimo sgarbo istituzionale, al quale siamo serenamente abituati. Dopo 29 eventi culturali organizzati gratuitamente a Capracotta, senza contributi né sponsorizzazioni, abbiamo le spalle abbastanza grandi per sorvolare su certe meschinità. Ci tengo, infine, a ricordare due soci della nostra Associazione che sono scomparsi nel corso del 2025, due persone che, con stili e modi diversi, aiutavano Capracotta a sentirsi comunità: Luciano Paglione e Daniele Di Nucci. Anche nel loro nome, la nostra Associazione è spronata a fare di più e meglio nell'anno che verrà. Francesco Mendozzi

  • Una canzone di Natale un po' diversa

    Durante la preparazione di questo lavoro, iniziato come una semplice raccolta di note e diventato una ricerca discretamente impegnativa, è giunta, brutale pur se temuta, la notizia della scomparsa di Daniele Di Nucci. Ognuno di noi ha conosciuto il suo valore, la sua bontà e la bellezza del suo animo. Questa conoscenza la serberemo nel cuore come una dolce canzone. Conscio che mie ulteriori parole risuonerebbero come un inutile e vuoto esercizio, posso solo dedicare al suo ricordo questa pagina di "Polvere di cantoria". Le variazioni a canone sul corale per il Natale "Vom Himmel hoch, da komm ich her" di Johann Sebastian Bach, BWV 769 Molte volte abbiamo trascorso insieme del tempo osservando come la musica liturgica barocca, specialmente quella legata alla Riforma, avesse un alto senso figurativo e simbolico teso ad esaltare il senso dell'argomento su di essa di volta in volta imperniato. Ricordiamo inoltre che sant'Agostino e Martin Lutero sono riconosciuti come i massimi "teologi della musica". La Parola di Dio che pervade il cosmo si esprime anche nella musica: le chiese della Riforma hanno infatti come punto in evidenza non solo l'altare ma anche il pulpito e le grandi cantorie dominate dalla massiccia mole dell'organo. Suonare e cantare sono una estensione della preghiera e della liturgia della Parola. Si cantava tutti: con estrema frequenza nei corali luterani si incontra la parola espressione di una comunità raccolta in preghiera: Wir (noi). In Bach il simbolismo, che pervadeva costantemente la musica di quei tempi, raggiunse livelli elevatissimi che molto frequentemente sfuggirono alla comprensione dei suoi coevi. Precedentemente abbiamo visto marginalmente come Albert Schweitzer riscoprì questi aspetti specie nei motivi musicali di accompagnamento ai corali ma c'è tanto altro da considerare, pur se in superficie, per affrontare al meglio l'argomento che osserveremo insieme. Già anticamente le composizioni dedicate al sacro seguivano inizialmente una ripartizione in tempo ternario poiché il 3 era raffigurazione della Trinità, dello Spirito, mentre i tempi binari identificavano la musica profana: il 4 simboleggiava la Terra. Il contrappunto, cioè, detto in maniera orrendamente banale, il posizionamento corretto delle note nel procedere del discorso armonico, aveva anche un senso matematico spesso derivato dalla sezione aurea. Contrariamente a quanto si possa pensare i musicisti erano anche studiosi di matematica e di fisica, ma era vero anche l'inverso: Galileo Galilei, ad esempio, era anche un famoso studioso e teorico dell'armonia. Parimenti degli accordi erano vietati nei brani sacri poiché ritenuti evocativi del maligno causa la loro dissonanza. La possibilità di influenzare o esaltare determinati stati di animo e di attenzione tramite l'uso di precise sequenze armoniche, melodiche o di velocità esecutive era ben conosciuta tramite la locuzione "muovere ad affetto". Oggi sappiamo che i nervi acustici, come gli olfattivi, entrano in connessione con le parti più profonde del cervello umano e questo spiega come odori o suoni abbiano capacità evocative superiori alle immagini percepite dai nervi ottici. La moderna neurologia e la psicoacustica hanno dato spiegazione scientifica alle osservazioni ed alle conoscenze empiriche dei grandi del passato. I sistemi di accordatura antica, molto diversi dal nostro uniforme sistema moderno, creavano tali effetti acustici da far elaborare tabelle di riferimento su quale tonalità utilizzare per ottenere determinati stati di animo. La scelta della tonalità era legata al motivo simbolico della composizione sacra. Si cantava la lode a Dio e si percepiva il Suo mistero tramite le sequenze armoniche intrecciate con le parole delle Sacre Scritture. Oggi parleremmo di word painting . La disposizione delle note sul pentagramma dava uno stimolo visivo dell'incedere musicale e del senso ad esso legato anche a chi non possedeva conoscenze della notazione. Un brano poteva essere ascoltato sia nello sviluppo dinamico della melodia ma anche apprezzato nella sistemazione verticale determinata istante per istante dalle figure armoniche inserite. L'evoluzione dinamica era ricca di spunti metaforici, allegorici ed imitativi presi anche dalla musica popolare e quindi ben radicati nello spirito delle assemblee. La musica era considerata una delle parti del "quadrivio della conoscenza" insieme alla geometria, alla matematica e all'astronomia. Il numero delle battute componenti un brano poteva richiamare versetti biblici o precisi passi evangelici ed il nome delle note, che nel Nord Europa erano indicate con le lettere dell'alfabeto, si prestava a giochi di parole criptate nel discorso musicale. Ad esempio la sequenza Si bemolle (B), La (A), Do (C) e Si naturale (H) era spesso utilizzata da Bach (B-A-C-H) come firma nascosta nei suoi capolavori. I grandi del passato oltre ad essere profondi conoscitori delle Scritture erano anche amanti dell'enigmistica, degli anagrammi, degli acrostici ed amavano "giocare" con le loro composizioni. All'organo le esecuzioni a pedale doppio erano espressione di una massima tensione per una più profonda partecipazione dell'ascoltatore, il basso dato dal pedale talora indicava la fiducia in Dio, una fervente e intensa preghiera o un punto caratteristico della composizione. Nulla veniva affidato al caso e se promettete di non picchiarmi torneremo insieme in altra sede ad esplorare questo mondo nascosto. Gli stili compositivi spesso erano rigidi con elaborazioni e figure proprie della retorica: l'abilità era piegare all'arte tali regole o meglio sfruttarle creando capolavori. La fuga ed il canone erano tra questi. In particolare il canone, nato tra Italia e Francia, è una composizione contrappuntistica basata su una melodia ( dux ) e la sua ripetizione con più imitazioni via via sovrapponentesi ( comites ), di una estrema difficoltà compositiva ma dotato di un intenso potere evocativo e talvolta criptato in moltissime partiture. Per molto tempo la Fuga, chiamata anche "Ricercare", fu un unicum con il Canone, per poi diventare forma autonoma a partire dal XVII secolo. Un banalissimo esempio di canone è la canzone "Fra Martino campanaro", basata su un motivo ripetuto all'unisono (canone all'ottava). Più colto e famoso il Canone in Re maggiore di J. Pachelbel, spesso abusato nelle pubblicità televisive. Ma esistono canoni estremamente sorprendenti come il canone "Cancrizzante 1e2" della "Offerta musicale" di Bach che, su un tema musicale suggerito dall'imperatore Federico il Grande ( thema regium ) e completato da Bach, si dipana su un solo pentagrammma con la elaborazione affidata all'esecutore: può essere eseguito nelle due direzioni (da sinistra a destra e viceversa - cancrizzante perché si muove come i granchi anche all'indietro) suonato in contemporanea incrociando la melodia e con ulteriori sviluppi fantasmagorici. Siamo davanti ad un "nastro di Moebius". In Germania, fin dal XIII secolo, durante le giornate estive era in usanza tra i giovani la "Danza dell'anello": un ballo fatto in cerchio durante il quale i danzatori di entrambi i sessi cantavano, gareggiando e alternandosi come in dialogo, dei motivi gioviali e spesso di corteggiamento. Talvolta erano canti improvvisati al momento ed una corona di fiori attendeva di essere posta sul capo dei vincitori. Purtroppo poche di queste canzoni sono giunte fino ai nostri giorni. Ma intorno ai primi anni dei XVI secolo comparve la canzone "Ich komm aus fremden Landen her" od "Aus fremden Landen Komm ich her" (Vengo qui da terre straniere e vi porto nuove notizie). Il testo lo potete leggere qui . Nel 1534 Martin Lutero, in quel di Wittemberg, ne fece una parodia domestica per allietare le feste natalizie dei bambini con un testo piu religioso: "Kinderlied auf Weinachts Christi" (Canzone per bambini sulla nascita del Cristo). Successivamente ne modificò il nome, con cui poi venne pubblicata, in "Vom Himmel hoch, da komm ich her" (Dall'alto dei cieli discendo a voi): l'angelo disceso dal cielo annuncia la Buona Novella. Ristrutturò anche la melodia che poi fu definitivamente pubblicata nel 1539 come canzone-corale natalizio. La sequenza delle note discendenti fa immediatamente intuire l'allegoria celata nella musica: la discesa dall'alto dell'annuncio ma anche della venuta del Cristo. Il brano, di facile apprendimento, si diffuse rapidamente ed oggi potremo considerlo come l'equivalente tedesco di "Tu scendi dalle stelle". Ancora una volta una cantata profana fu inserita con le debite elaborazioni nel repertorio sacro e questo è sempre un elemento da tenere presente nella interpretazione di tali composizioni. Moltissime nel corso dei secoli, fino ad oggi, le elaborazioni vocali e strumentali, leggere modifiche alla sequenza delle note per rendere il tutto più scorrevole ed per allineamento alla melodia del "Ein feste Burg" (Una salda fortezza è il nostro Dio), corale del 1629 che fu un motivo molto caro allo stesso Bach, il quale ne aggiunse dieci versi trionfali ispirandosi al Vangelo di Luca (2,8-12). Tuttavia, l'Innario Evangelico del 1950 ha ripreso in toto la forma originale del 1539. Interessante anche l'elaborazione bachiana presentata nell' Orgelbuchlein - raccolta didattica su come i corali per organo possano essere strutturati in forma simbolica - dove il basso, affidato al pedale, compie dei salti definiti "la pigiatura dell'uva" che nell'allegoria tradizionale luterana rappresentano il trionfo del bene sul male (BWV606). Tra parentesi era il motivo con cui un giovane organista nelle notti invernali cullava la sua primogenita Elena. Ecco il testo del 1535: Dall'alto dei cieli io vengo quaggiù, vi porto una nuova notizia; una gran buona notizia io porto di essa voglio cantare e parlare. Oggi a voi è nato un Bambino scelto da una Vergine un Bambino così tenero e grazioso; Egli deve essere la vostra gioia e la vostra delizia. È il Signore Cristo, nostro Dio, che vi libererà da ogni pena; sarà il vostro Salvatore. Vi purificherà da tutti i peccati. Vi porta ogni felicità, che Dio Padre ha preparato, perché voi con noi nel Regno dei cieli possiate vivere ora e sempre. Ora notate esattamente il segno: la mangiatoia, le povere fasce; lì trovate deposto il Bambino, che conserva e sostiene tutto il mondo. Rallegriamoci quindi tutti ed entriamo con i pastori a vedere ciò che Dio ci ha donato con il suo diletto Figlio adorat o. Il motivo originale e quello parodiato da Lutero era strutturato in forma di anacrusi, cioè cominciava sul tempo debole (in levare) e solo in un secondo tempo (1539) fu portato ad un ritmo tetic (in battere) per dare carattere di maggiore severità e trionfo. Johann Hermann Schein (1586-1630), tra le sue opere, presenta almeno due versioni del corale, una tetica ed una in anacrusi. Nel breve filmato allegato, registrato all'organo della Cattedrale di Rieti, presento il motivo originale, la prima parodia anacrusica di Lutero, la struttura finale e, per completare, una delle tante armonizzazioni. Nel 1747, Bach, accedendo come membro alla Società per Corrispondenza di Scienze musicali fondata a Lipsia da Lorenz Christoph Mizler, suo allievo nonché pensatore illuminista, medico e matematico, presentò a mo' di biglietto da visita un suo lavoro. La Società, che annoverava soci come Händel e Telemann, era stata fondata per promuovere gli studi scientifici sulla Musica e per i collegamenti tra questa e la matematica e quale mai occasione fu più interessante di questa per il maestro di comporre un raffinatissimo ed estremamente complesso esercizio dove canone, corale per organo e simbolo erano strettamente avviluppati in un edificio sonoro impressionante. Il credo luterano venne così filtrato attraverso il pensiero di Spinoza, Cartesio e Leibniz. Ma elemento poprtante fu il canone, difficilissima forma compositiva, che pervase segretamente quasi tutte le opere di Bach e che solo di recente è stato rivalutato e studiato e che forse era stato ignorato dai suoi allievi e probabilmente addirittura dagli stessi figli nonostante fosse la sua firma e che il Romanticismo liquidò come un semplice esercizio di abbellimento. Stiamo parlando delle "Variazioni canoniche sulla canzone natalizia Vom Himmel hochm da komm ich her " (BWV769 e BWV769a). Tali variazioni, in numero di cinque, vennero date alla stampa (BWV769) con una differenza rispetto ad una copia manoscritta (BWV769a): la terza variazione dell'autografo venne riportata come brano finale poiché dotata di un climax entusiasmante. Il manoscritto riporta anche le famose sei sonate in trio per organo e i famosi grandi "Diciotto corali di Lipsia". Per comprendere al meglio il simbolismo ad esse legato seguirò l'ordine suggerito dal manoscritto. Per alcuni studiosi l'opera è da considerarsi puramente teorica anche se espressamente rivolta all'organo e richiede, come da intestazione, uno strumento con almeno due manuali e pedaliera alla tedesca ( zwei clavier und pedal ). L'intestazione riporta anche le qualifiche dell'autore: « Compositore Maestro di Cappella della Corte del Reale Polacco Elettore di Sassonia e Direttore della Musica Corale di Lipsia » . La melodia del corale si intreccia di continuo con le evoluzioni del canone che, pur essendo il cuore portante della composizione, risulta meravigliosamente un semplice e gradevole accompagnamento. Nella edizione a stampa Bach scrisse in notazione piena soltanto una delle voci del canone lasciando solo indicazioni per lo sviluppo delle altre. Il manoscritto invece presenta la costruzione completa delle voci. Se volete seguirne il cammino visivo insieme a quello sonoro suggerisco due siti molto istruttivi che però presentano l'ordine delle variazioni come indicato sull'opera a stampa. Prima variazione La melodia del corale è sostenuta dalla pedaliera (in funzione di contralto) mentre le due mani, su tastiere diverse (soprano e basso) in un duetto dipanano il canone in un motivo discendente in canone all'ottava, cioè risuonanti all'unisono ma differenziate nella partenza. Il motivo discendente è propriamente l'allegoria della discesa dell'annuncio angelico che è ancora Verbo: e voci recitanti sono tre che nel simbolismo luterano il tre rappresenta lo Spirito. Oggi si parlerebbe di word painting : le voci rappresentano il significato delle parole del corale. Nel finale il canone si intreccia in un arpeggio che imprime l'immagine del cielo scintillante attraversato dalla Cometa. Seconda variazione Il corale è ancora saldamente ancorato al pedale (basso) con le e due mani (soprano e contralto) elaboranti il canone a tastiere separate: La melodia del canone è più strettamente vicina alla melodia del corale ma con un motivo che si fa ascendente, sincopato, fino ad una scala finale come di chi guarda all'improvviso verso l'alto. Le voci sono sempre tre ma le mani lavorano in canone alla quinta, una delle forme più arcaiche di struttura del canone, cioè con voci recitanti a distanza di una quinta musicale. Terza (quinta) variazione La Variazione comprende due sezioni. Questa a volta il canone è lo stesso corale recitato dalle mani sempre su due tastiere diverse. Il pedale sviluppa un basso ostinato quasi in stile jazz. Nello sviluppo la mano destra (soprano) recita il corale mentre la sinistra (contralto) risponde con il canone alla sesta, poi alla terza, ancora alla seconda, e infine alla nona, ma con il motivo rovesciato come se la Terra si decidesse finalmente ad accogliere il Cielo. Il cammino è sempre a tre voci fino alla conclusione del canone. Ma, improvvisamente, il corale passa alla pedaliera (basso), annunciato da un'ancia forte e le mani, con registri squillanti, alternativamente (soprano, contralto e tenore) sviluppano il canone su due voci mentre una terza voce compie delle scale veloci e arpeggi in forma festante. Le voci complessive ora sono quattro: la Terra! Il Verbo si è fatto carne! La stessa pedaliera ora terminato il canto del corale lo presenta rovesciato: Cielo e Terra si incontrano in una esplosione di suoni fino alla stretta finale dove il motivo portante è presentato in uno sviluppo a sei voci e il pedale è "inchiodato" sul Do C1 più basso. Il climax di cui accennevamo in precedenza. Quarta (terza) variazione Il canone alla settima, rappresentato come imitazione del corale, si intreccia tra la pedaliera (basso) e la mano sinistra (tenore) mentre il corale è alla mano destra (soprano) che sviluppa anche un cantabile (contralto): le voci sempre in forma di quattro ormai raccontano la dolcezza di chi si inginocchia davanti alla mangiatoia. Personalmente mi danno la visione di un pomeriggio invernale quando, nel silenzio rotto solo dallo sgocciolio della neve che inizia debolmente a sciogliersi, il sole nel cielo terso ed azzurro volge al primo pomeriggio illuminando le pareti bianche delle case di un paese sul tetto del Molise. Ancora nel finale uno sguardo si rivolge al cielo con un motivo ribattuto per poi finalmente tornare sulla terra. Quinta (quarta) variazione Il corale torna alla pedaliera mentra il canone all'ottava è alla mano sinistra per “augmentazionem” cioè una voce del canone (basso) risponde con una misura più lenta, la metà, rispetto all'altra (tenore). Ancora quattro voci. La mano destra svolge il cantabile motivo estremamente "ornato" che si conclude con un ultimo sguardo al cielo. Nella battuta finale (ecco perché l'ordine del manoscritto sembra più razionale) il canone riporta le quattro note B-A-C-H... la sua firma! In verità tale firma c'è anche nella stretta della terza (quinta) variazione, ma non volevo rovinare il "mio" climax. In sostanza, Bach, disponendo nel manoscritto la variazione con la potente climax al centro, simboleggiando l'incarnazione crea una struttura a croce della composizione ulteriore allegoria cristiana. Un trattato di teologia e matematica, eppure un monumento alla poesia insita nell'armonia. Un racconto natalizio strano, ma teso a mostrare, ancora una volta, che, ottusi dalla tecnologia e dalla nostra presunzione non ci rendiamo conto di essere banali nani sollevati sulle spalle di giganti. Una strenna dedicata alla divulgazione per gettare un seme? Non lo so, ma se un giorno ascolterete un organo suonare e anche per un solo attimo vi domanderete: «C he avrà voluto dire?», avrò raggiunto il mio obiettivo. Auguri! Una candela di Natale è una bella cosa: non fa rumore, ma dolcemente offre sé stessa... [E. Logue] Francesco Di Nardo

  • "La zappa e l'aratro" di Sergio Sorella il 4 gennaio sarà presentato a Capracotta

    Il 2026 si aprirà con un evento targato Letteratura Capracottese, un evento che non sarà una mera presentazione di libri. Domenica 4 gennaio 2026, alle ore 17:30, presso la Casa della Cultura del Comune di Capracotta, assieme a tanti ospiti, indagheremo le condizioni materiali di vita nei paesi e nelle campagne molisane nel corso del XIX secolo, partendo dall'approfondimento presente nel volume "La zappa e l’aratro" di Sergio Sorella, ex segretario generale della FLC-CGIL Scuola di Chieti e oggi presidente dell'associazione "Proteo Fare Sapere" di Abruzzo e Molise. Assieme a lui ci sarà l'eminente prof. Costantino Felice, pietra miliare negli studi di storia economica, orgoglio di questa Regione, uno studioso che ci aiuterà ad analizzare la condizione sociale ed economica dei contadini, che sono sempre stati oggetto di commiserazione o di derisione, di paura o di pietà, continuamente subalterni e sfruttati, fino a essere considerati dei selvaggi se non, addirittura, una razza inferiore. Non mancherà infine la chiosa del giornalista Antonio Ruggieri, direttore della rivista "Il Bene Comune". A salutare i convenuti il sindaco dott. Candido Paglione. A presentare l'incontro e moderare le relazioni, invece, penserà il nostro presidente dott. Francesco Mendozzi. Dopo le feste natalizie e la gioia del Capodanno, torniamo sui libri, riprendiamo gli studi, parliamo di cose serie. Il 4 gennaio, insomma, non mancate! Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Capracotta nella letteratura del 2025

    Il 2025 si è rivelato un anno ricchissimo per la cosiddetta "letteratura capracottese". A pensarlo - e a scriverlo a chiare lettere - è stato Ivan Carozzi, autore delle "Cronache dall'Italia nascosta", in cui egli afferma che « la formula letteratura capracottese  ricorda certe narrazioni di Roberto Bolaño, dove si racconta di tradizioni letterarie inventate, come il realvisceralismo o gli scrittori di fede nazista in America. La letteratura di Capracotta, invece, in un certo senso è data, esiste ». Carozzi, che ha lavorato a lungo in televisione ed è attualmente caporedattore della rivista "Linus", ha dedicato al nostro progetto culturale (e al sottoscritto) ben quattro pagine e, almeno ai miei occhi, rappresenta la più importante menzione letteraria di questo anno ormai agli sgoccioli. Ma andiamo per ordine. L'anno si è aperto con la pubblicazione, avvenuta il 25 febbraio, di "Ufo: fenomeno o mito?" di Edoardo Russo, portavoce del Centro italiano di Studi ufologici, nel quale è contenuta la testimonianza del nostro fisico Ruggero Maria Santilli, datata 12 agosto 1983, circa un avvistamento di ufo tra i territori di Capracotta e San Pietro Avellana. Il 1° aprile, invece, è stata la volta di Luca Mercalli, celebre climatologo e divulgatore scientifico, che nella sua "Breve storia del clima in Italia" non poteva non parlare della specificità di Capracotta, soprattutto con riferimento alla grande nevicata del 1956. Ancora grande letteratura italiana con le sorelle Martignoni, le quali, dietro lo pseudonimo di Emilio Martini, hanno pubblicato "La Numero Uno", ennesima indagine del commissario Gigi Berté: in questo romanzo poliziesco Capracotta, la nostra Capracotta, è menzionata a mo' di minaccia dal questore, tanto che il povero commissario risponde: « Non può farmi questo, dottore! Sono freddoloso, ci morirei in mezzo a tutta quella neve! ». L'ultimo libro di letteratura a citare il nostro paese è stato "Dolomiti" di Paolo Paci, giornalista, scrittore e grande viaggiatore. Qui Capracotta è presente nel lungo scambio di battute tra Vittorio De Sica ed Alberto Sordi de "Il Conte Max", ma il fine ultima di cotanta menzione è quello di parlare di Cortina d'Ampezzo. All'interno della cosiddetta letteratura minore troviamo tre ottimi libri. Il primo è firmato da Antonella Finucci, docente e giornalista, che nel suo "Scellerate" fa il ritratto di alcune donne imprendibili legate all'Abruzzo, tra cui Amalia Rosselli, della quale racconta anche il periodo capracottese, durante il quale la grande poetessa scrisse 22 poesie per la "Serie ospedaliera". Il giornalista Enzo Di Stasio, invece, è autore de "Il Caffè dei Pini", una raccolta di racconti tragicomici che hanno luogo in un anonimo bar della periferia di Roma: pensate che nella nona storia fa capolino anche Capracotta. L'ultimo romanzo è a tema culinario: si tratta di una pubblicazione postuma di Giuseppe Venditti voluta dal figlio Stefano. Ne "Il Molise a tavola", infatti, non può mancare la ricetta della nostra pezzata. Speriamo che il 2026 sia foriero di nuova gustosa letteratura capracottese ! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: I. Carozzi, Cronache dall'Italia nascosta , Blackie, Milano 2025; D. Ciliberti e G. Sebastianelli, Paesaggi in transizione. L'Alto Molise nella percezione dei suoi abitanti , in M. Palmieri e R. Pazzagli (a cura di), Paesaggi e crisi ambientale. Percorsi di ricerca tra scienza e politica , Franco Angeli, Milano 2025; E. Di Stasio, Il Caffè dei Pini. Racconti di un bar della periferia romana , Sigem, Roma 2025; A. Finucci, Scellerate. Storie di donne e scintille nei paesaggi d'Abruzzo , Radici, Capistrello 2025; E. Martini, La Numero Uno. Le indagini del commissario Berté , Corbaccio, Milano 2025; L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale , Einaudi, Torino 2025; P. Paci, Dolomiti: lo spettacolo infinito. Dal Cadore a Cortina d'Ampezzo fra alpinismo e mito olimpico , Corbaccio, Milano 2025; E. Russo, UFO: fenomeno o mito? , Rizzoli, Milano 2025; E. Sammaroni e S. Suffredini, Raíces tanas: testimonios de vida , Biblos, Buenos Aires 2025; G. Venditti, Il Molise a tavola , PubMe, Martina Franca 2025.

  • Relazione sulla gita sociale a Larino

    Foto di gruppo a Larino, anche se manca più di qualcuno! Sabato 13 dicembre abbiamo chiuso col botto questo 2025 all'insegna dei viaggi culturali. Nonostante l'idea di organizzare un terzo viaggio non fosse stata preventivata, abbiamo portato circa 50 capracottesi in gita a Larino, cittadina meravigliosa da visitare in lungo e in largo, ricca di una grande storia che attraversa 7.000 anni di storia. L'obiettivo della gita sociale, infatti, era semplicemente quello di ammirare e confrontare una statua dell'Immacolata Concezione posizionata nella Chiesa di S. Francesco. L'autore di quell'opera lignea è infatti Giacomo Colombo, di cui a Capracotta conserviamo una stupenda Visitazione , nonostante la si tenti di attribuire ad altro artista. Questa missione, però, ci ha dato modo di visitare anche le rovine dell'anfiteatro dell'antica Larinum, unico anfiteatro romano in Molise (se si eccettua il Verlascio di Venafro), la Cattedrale di S. Pardo, splendido esempio di connubio architettonico romanico e gotico, e il Palazzo ducale con la sua collezione di reperti della più antica Larinor. Assieme alla preparatissima guida Lorenzo Di Maria, abbiamo scoperto una Larino splendida, "obliqua", nonostante sia stata nascosta sotto il velo dell'abbandono da una politica locale e regionale miope e superficiale. La parte eminentemente culturale del nostro viaggio ha lasciato spazio, in serata, alla sorpresa delle luminarie cittadine, che negli ultimi anni hanno portato Larino alla ribalta nazionale: centinaia di stand gastronomici, giochi di luce e di fuoco, migliaia di visitatori da ogni dove, e poi giostre, giochi e mille altre attività che, in un caleidoscopio di colori, ci hanno riempito gli occhi di gioia e spensieratezza. Persino il pranzo, consumato presso la dimora rurale Fonteolivi, è stato di altissima qualità ed abbondante. Grazie, infine, all'ing. Giuseppe Sammarone che, assieme alla sua famiglia, ci ha guidati in un itinerario tra storia e appartenenza. Anche stavolta, insomma, spero che la nostra Associazione abbia dato il suo contributo nella costruzione di una maggiore identità capracottese. Resta inteso che il prossimo viaggio, come anticipato a tutti, è previsto per l'11 aprile 2026 e si svolgerà probabilmente nel Gargano. Francesco Mendozzi

  • La raccolta di Nocera e Salvatore sarà presentata il 27 dicembre a Capracotta

    «Il "Risorgimento" nasceva [...] all'indomani della liberazione di Napoli, sulle spoglie dei tre grandi quotidiani cittadini sottratti alle rispettive proprietà e defascistizzati. Rappresentava uno degli strumenti del racconto della guerra e, allo stesso tempo, un laboratorio della ripresa democratica di un Paese che riscopriva lentamente il valore della partecipazione politica e attendeva con ansia lo sviluppo degli eventi. Da quella drammatica narrazione prendeva forma il cammino della nuova Italia». Così scrive il prof. Giovanni Cercha nella prefazione alla raccolta curata da Fabrizio Nocera e Antonio Salvatore. "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del Risorgimento " è infatti un volume pubblicato nel 2021 all'interno della collana "Studi molisani e del Mezzogiorno d'Italia" diretta dal prof. Giuseppe Pardini, per Volturnia Edizioni. L'obiettivo del saggio è quello di passare al setaccio le pagine del quotidiano napoletano per analizzare i fatti del Molise dal 4 ottobre 1943 al 4 giugno 1944, grossomodo dal periodo post-armistiziale alla fine della battaglia di Cassino. L'incontro storico-letterario di sabato 27 dicembre 2025 è organizzato da Letteratura Capracottese APS ed avrà luogo nei locali della cosiddetta Casa della Cultura di Capracotta. Sarà presentato e moderato dal prof. Achille Conti, vicepresidente dell'Associazione nonché docente presso l'Università degli Studi della Basilicata, e vedrà il coinvolgimento di entrambi i curatori prof. Fabrizio Nocera e dott. Antonio Salvatore, oltre al sindaco dott. Candido Paglione che, assicurato il patrocinio morale all'incontro, saluterà tutti i convenuti. Il "Risorgimento", insomma, nacque sull'onda della «dolce euforia» scaturita da quella che allora sembrava la fine delle atrocità belliche. E siccome oggi spirano venti di guerra ai confini dell'Europa, è bene tenere a mente la lezione che la Seconda guerra mondiale ha impartito a noi tutti. Si fa ancora più urgente studiare, approfondire, rivangare, problematizzare la storia, affinché quei meccanismi subdoli che causano lo scontro fra nazioni non trovino più la nostra condiscendenza. L'incontro del 27 dicembre servirà anche a questo. Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Cavallo a dondolo

    Dondola dondola cavallino, dondola i miei vagiti, dondola i miei sorrisi, sorrisi stampati sul volto spento di tristezza dondola i miei rossori e le vergogne, gli orgogli inappagati della breve giovinezza, le ansie e i primi amori, dondola soprattutto la solitudine completa, ch'intorno a me crea silenzi eterni. Dondola e continua a dondolare mentr'io su te cavalco solitario e combatto stupidamente contro mulini a vento. Dondola ché bianchi, ormai, i miei capelli cadono sulla tua criniera stanca e curvo resisto, ancor, con stoico coraggio sopravvivendo ad odii disillusioni ed amarezze; dondola e non ti fermare amico mio, non ti fermare mai... mai, fino a quando il morso s'allenterà per sempre e la bava di questa cavalcata non colerà più dal labbro fiero; fermati soltanto allora perché là... il mio viaggio, infine, ha la sua meta e scrollami piano dal tuo dorso deponendomi con grazia sul pavimento della stanza antica: con grazia, perché la musica del vecchio carillon suoni la campana consueta e m'accompagni a riposare con triste ma dolce melodia. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Quando la morte verrà

    E quando la morte verrà mi troverà ad aspettarla, seduto sulla sedia a rotelle, già pronto, col volto disfatto e coi capelli imbiancati. La sentirò accostarsi leggera e sussurrarmi piano nell'orecchio l'eterno sentiero da seguire ...fino alla Luce; e il sonno mi prenderà, sempre più profondo cancellando dalla mente gli ultimi ricordi cadenti; ma gli occhi.... gli occhi tarderanno a spegnersi dietro le palpebre serrate dal freddo della fine. Gli occhi vorranno affacciarsi sulla vita, spiando tra offuscati spiragli di ciglia, in cerca della luce, di tanta luce ove immergere, perché viva immortale, il mio Pensiero. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Perdonate

    Perdonami se T'ho bestemmiato, perdonatemi voi se l'immenso affetto che vi serbo non v'ho dimostrato, perdonami tu se talvolta non t'ho amato ed anche tu per il pianto innocente che io t'ho cagionato, per il bacio che il tuo piccolo cuore ha domandato e che io come mostro cattivo spesso t'ho negato. Perdonami tu alba nascente per quante volte io non t'ho ammirata e voi torrenti, boschi ed orizzonti amici se dentro me deluso io v'ho trascurati e tu piccolo verme che susciti ribrezzo allorché col piede lesto t'ho schiacciato e tu insetto fastidioso che col veleno ho fulminato. Perdonami firmamento costellato per tutte le stelle che non ho contate e tu sole caldo se angustiato pure te ho disprezzato. Perdonami nuvola nemica se quando ho visto te mi sono rattristato e tu cielo sereno se nel tuo azzurro non sono dimentico annegato. Perdonami infine tu uomo politico perché da sempre io ti avevo odiato: sei stupido, sbilenco ed accecato e per questo da sempre anch'io t'ho perdonato. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Dopo

    La famiglia di Ugo D'Onofrio. E dopo ho rimpianto mio padre; da vecchio, ormai, io rivivo mio padre; la sua barba pungente che mi carezzava bambino, le sue braccia robuste che mi cullavano bambino. Nelle lagrime versate nella tempesta della vita, nelle rinunzie incontrate nella lotta per la vita, io ritrovo la conquista dell'eroe e mi commuovo alla fierezza dell'eroe. Quante volte l'ho odiato, quante volte non l'ho amato: adesso, solo adesso, capisco tutto quanto m'ha dato! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Ciao poesia

    Ciao poesia! Pure tu m'abbandoni; anche tu... che restavi per me ultimo conforto! Quali colori dipingeranno ormai le mie passioni, quale penna adesso allenterà le briglie della fantasia che tumultuosa e dirompente dentro mi preme se libera non fugge dalla mente mia! Non sentirò più l'odore dei miei boschi e degli abeti, dei prati a primavera, del fiume rumoroso o del roco monte silente quando ne avrò voglia, ma sterile m'accascerò sul foglio bianco e muto che sordo più non risponderà al mio richiamo! Ciao poesia, non dirmi addio perché io ti aspetterò: umile e non spavaldo picchierò ancora alla tua porta in cerca di compagnia e spero che anche tu sola, un giorno infine, sentirai di me la nostalgia! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Gli alberi del cieco

    P. Picasso, "Minotauro ciego guiado por una niña", 1934, olio su tela. Tendi la mano, bambina, e coglimi una mela credo sia proprio vicina a te; grazie... avevo indovinato, sento la buccia fresca e levigata e pare che tocchi le tue guance. Tu eri ancora in fasce quand'io di quest'albero alla terra feci dono e con cura le radici ricoprii con umore soffice e caldo perché le proteggesse dal gelo della notte. E il pesco, dimmi, è cresciuto il pesco che a fianco piantai del melo perché adulti protesi i rami volta creassero a riparare il sole e fresca rendessero l'estate? ...Sì padre, quest'arco di foglie sovra i tuoi capelli bianchi che tu senti frusciare debolmente è il patto che un giorno le tue mani ansiose del futuro hanno trasformato in realtà. Certo... ora capisco! Allora son proprio queste foglie che creano la notte a me d'intorno e mi vietano di guardare la luce; forse... se indietro potessi io tornare fogliame men folto costruire che non m'impedisse di vedere il giorno. Ma... rientriamo adesso ho freddo e il sole è tramontato, voglio scaldarmi al fuoco del camino, èè tardi... è buio e sono stanco. Sì... il sole da tempo è tramontato rientriamo: è notte fonda intorno a noi! ....Teneramente, la bambina lo condusse per mano verso casa e menò all'uscio il chiavistello: Fuori, gli alberi nel cielo s'agitavan nell'azzurro! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Desiderio

    Panorama di Capracotta dal cimitero (foto: F. Mendozzi). Il mio è un paese montano ove l'aquila sovrasta regina e le nevi riempiono le strade mentre la viola sboccia al primo tepore timido del sole: soffia pauroso il vento selvaggio quando l'autunno impregna i monti di nebbie e le vallate.   Là... è la mia patria, tra quel verde intenso dei prati s'inerpicano sovrani i miei ricordi ove rocce, tufi e pietre assolate riscaldano i tetti infreddoliti dall'inverno.   Anche il cimitero rimane pietoso, sincero compagno di morte: mai solitario per misericordia costante che depone fiori alle tombe sempre terse e pulite!   Non sono venuto dall'acqua e l'azzurro del mare mai mi è stato amico sicché la mia vita ormai stanca chiede pace nel fresco dei monti né vuole che il corpo riposi sul fluttuare dell'onda. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Poesia

    Cosa sei tu poesia che fai piangere il cuore? Sei dolcezza di una mano di fata, emozione di un'alba nascente, fredda durezza della mente crudele, pianto, sospiro, paura e sorriso! In te solamente discopro le intime cose; nel tuo verso io stampo la polvere che ricopre il mio passato: tu mi tenti ed io non resisto al tuo richiamo! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Processo

    Maschere... maschere siete! Buttate i sinistri mantelli e spogliatevi dei falsi lustrini, di quel patto allo Stato che crocifisse per sempre, alla croce di un carcere, la mano d'un uomo affamato e quella che, non per sua colpa, s'armò di frustrata violenza. Gettate cordoni d'oro e d'argento penzolanti dal braccio diseguale della legge, sedete (nudi sulla panca) dietro fredde sbarre innalzate da un popolo di braccia imploranti Giustizia. Ecco... goffi pinguini, disadorni dalla tracotanza del potere, impauriti e starnazzanti in cerca di pietà. Ecco... un putrido pasto già marcio per famelici jene. Dov'eravate, voi, col vostro giuramento allorché, prima, il ladro reclamava la sua giusta mercede? Dov'eravate, voi, col vostro giuramento, quando la mano non ancora folle di vendetta, fermata da un'ultima speranza, picchiò alle vostre menti e ai vostri cuori? Essi vi chiamarono, noi tutti vi chiamano e rammentammo il vostro giuramento ma voi... voi non c'eravate! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

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