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  • La raccolta di Nocera e Salvatore sarà presentata il 27 dicembre a Capracotta

    «Il "Risorgimento" nasceva [...] all'indomani della liberazione di Napoli, sulle spoglie dei tre grandi quotidiani cittadini sottratti alle rispettive proprietà e defascistizzati. Rappresentava uno degli strumenti del racconto della guerra e, allo stesso tempo, un laboratorio della ripresa democratica di un Paese che riscopriva lentamente il valore della partecipazione politica e attendeva con ansia lo sviluppo degli eventi. Da quella drammatica narrazione prendeva forma il cammino della nuova Italia». Così scrive il prof. Giovanni Cercha nella prefazione alla raccolta curata da Fabrizio Nocera e Antonio Salvatore. "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del Risorgimento " è infatti un volume pubblicato nel 2021 all'interno della collana "Studi molisani e del Mezzogiorno d'Italia" diretta dal prof. Giuseppe Pardini, per Volturnia Edizioni. L'obiettivo del saggio è quello di passare al setaccio le pagine del quotidiano napoletano per analizzare i fatti del Molise dal 4 ottobre 1943 al 4 giugno 1944, grossomodo dal periodo post-armistiziale alla fine della battaglia di Cassino. L'incontro storico-letterario di sabato 27 dicembre 2025 è organizzato da Letteratura Capracottese APS ed avrà luogo nei locali della cosiddetta Casa della Cultura di Capracotta. Sarà presentato e moderato dal prof. Achille Conti, vicepresidente dell'Associazione nonché docente presso l'Università degli Studi della Basilicata, e vedrà il coinvolgimento di entrambi i curatori prof. Fabrizio Nocera e dott. Antonio Salvatore, oltre al sindaco dott. Candido Paglione che, assicurato il patrocinio morale all'incontro, saluterà tutti i convenuti. Il "Risorgimento", insomma, nacque sull'onda della «dolce euforia» scaturita da quella che allora sembrava la fine delle atrocità belliche. E siccome oggi spirano venti di guerra ai confini dell'Europa, è bene tenere a mente la lezione che la Seconda guerra mondiale ha impartito a noi tutti. Si fa ancora più urgente studiare, approfondire, rivangare, problematizzare la storia, affinché quei meccanismi subdoli che causano lo scontro fra nazioni non trovino più la nostra condiscendenza. L'incontro del 27 dicembre servirà anche a questo. Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Cavallo a dondolo

    Dondola dondola cavallino, dondola i miei vagiti, dondola i miei sorrisi, sorrisi stampati sul volto spento di tristezza dondola i miei rossori e le vergogne, gli orgogli inappagati della breve giovinezza, le ansie e i primi amori, dondola soprattutto la solitudine completa, ch'intorno a me crea silenzi eterni. Dondola e continua a dondolare mentr'io su te cavalco solitario e combatto stupidamente contro mulini a vento. Dondola ché bianchi, ormai, i miei capelli cadono sulla tua criniera stanca e curvo resisto, ancor, con stoico coraggio sopravvivendo ad odii disillusioni ed amarezze; dondola e non ti fermare amico mio, non ti fermare mai... mai, fino a quando il morso s'allenterà per sempre e la bava di questa cavalcata non colerà più dal labbro fiero; fermati soltanto allora perché là... il mio viaggio, infine, ha la sua meta e scrollami piano dal tuo dorso deponendomi con grazia sul pavimento della stanza antica: con grazia, perché la musica del vecchio carillon suoni la campana consueta e m'accompagni a riposare con triste ma dolce melodia. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Quando la morte verrà

    E quando la morte verrà mi troverà ad aspettarla, seduto sulla sedia a rotelle, già pronto, col volto disfatto e coi capelli imbiancati. La sentirò accostarsi leggera e sussurrarmi piano nell'orecchio l'eterno sentiero da seguire ...fino alla Luce; e il sonno mi prenderà, sempre più profondo cancellando dalla mente gli ultimi ricordi cadenti; ma gli occhi.... gli occhi tarderanno a spegnersi dietro le palpebre serrate dal freddo della fine. Gli occhi vorranno affacciarsi sulla vita, spiando tra offuscati spiragli di ciglia, in cerca della luce, di tanta luce ove immergere, perché viva immortale, il mio Pensiero. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Perdonate

    Perdonami se T'ho bestemmiato, perdonatemi voi se l'immenso affetto che vi serbo non v'ho dimostrato, perdonami tu se talvolta non t'ho amato ed anche tu per il pianto innocente che io t'ho cagionato, per il bacio che il tuo piccolo cuore ha domandato e che io come mostro cattivo spesso t'ho negato. Perdonami tu alba nascente per quante volte io non t'ho ammirata e voi torrenti, boschi ed orizzonti amici se dentro me deluso io v'ho trascurati e tu piccolo verme che susciti ribrezzo allorché col piede lesto t'ho schiacciato e tu insetto fastidioso che col veleno ho fulminato. Perdonami firmamento costellato per tutte le stelle che non ho contate e tu sole caldo se angustiato pure te ho disprezzato. Perdonami nuvola nemica se quando ho visto te mi sono rattristato e tu cielo sereno se nel tuo azzurro non sono dimentico annegato. Perdonami infine tu uomo politico perché da sempre io ti avevo odiato: sei stupido, sbilenco ed accecato e per questo da sempre anch'io t'ho perdonato. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Dopo

    La famiglia di Ugo D'Onofrio. E dopo ho rimpianto mio padre; da vecchio, ormai, io rivivo mio padre; la sua barba pungente che mi carezzava bambino, le sue braccia robuste che mi cullavano bambino. Nelle lagrime versate nella tempesta della vita, nelle rinunzie incontrate nella lotta per la vita, io ritrovo la conquista dell'eroe e mi commuovo alla fierezza dell'eroe. Quante volte l'ho odiato, quante volte non l'ho amato: adesso, solo adesso, capisco tutto quanto m'ha dato! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Ciao poesia

    Ciao poesia! Pure tu m'abbandoni; anche tu... che restavi per me ultimo conforto! Quali colori dipingeranno ormai le mie passioni, quale penna adesso allenterà le briglie della fantasia che tumultuosa e dirompente dentro mi preme se libera non fugge dalla mente mia! Non sentirò più l'odore dei miei boschi e degli abeti, dei prati a primavera, del fiume rumoroso o del roco monte silente quando ne avrò voglia, ma sterile m'accascerò sul foglio bianco e muto che sordo più non risponderà al mio richiamo! Ciao poesia, non dirmi addio perché io ti aspetterò: umile e non spavaldo picchierò ancora alla tua porta in cerca di compagnia e spero che anche tu sola, un giorno infine, sentirai di me la nostalgia! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Gli alberi del cieco

    P. Picasso, "Minotauro ciego guiado por una niña", 1934, olio su tela. Tendi la mano, bambina, e coglimi una mela credo sia proprio vicina a te; grazie... avevo indovinato, sento la buccia fresca e levigata e pare che tocchi le tue guance. Tu eri ancora in fasce quand'io di quest'albero alla terra feci dono e con cura le radici ricoprii con umore soffice e caldo perché le proteggesse dal gelo della notte. E il pesco, dimmi, è cresciuto il pesco che a fianco piantai del melo perché adulti protesi i rami volta creassero a riparare il sole e fresca rendessero l'estate? ...Sì padre, quest'arco di foglie sovra i tuoi capelli bianchi che tu senti frusciare debolmente è il patto che un giorno le tue mani ansiose del futuro hanno trasformato in realtà. Certo... ora capisco! Allora son proprio queste foglie che creano la notte a me d'intorno e mi vietano di guardare la luce; forse... se indietro potessi io tornare fogliame men folto costruire che non m'impedisse di vedere il giorno. Ma... rientriamo adesso ho freddo e il sole è tramontato, voglio scaldarmi al fuoco del camino, èè tardi... è buio e sono stanco. Sì... il sole da tempo è tramontato rientriamo: è notte fonda intorno a noi! ....Teneramente, la bambina lo condusse per mano verso casa e menò all'uscio il chiavistello: Fuori, gli alberi nel cielo s'agitavan nell'azzurro! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Desiderio

    Panorama di Capracotta dal cimitero (foto: F. Mendozzi). Il mio è un paese montano ove l'aquila sovrasta regina e le nevi riempiono le strade mentre la viola sboccia al primo tepore timido del sole: soffia pauroso il vento selvaggio quando l'autunno impregna i monti di nebbie e le vallate.   Là... è la mia patria, tra quel verde intenso dei prati s'inerpicano sovrani i miei ricordi ove rocce, tufi e pietre assolate riscaldano i tetti infreddoliti dall'inverno.   Anche il cimitero rimane pietoso, sincero compagno di morte: mai solitario per misericordia costante che depone fiori alle tombe sempre terse e pulite!   Non sono venuto dall'acqua e l'azzurro del mare mai mi è stato amico sicché la mia vita ormai stanca chiede pace nel fresco dei monti né vuole che il corpo riposi sul fluttuare dell'onda. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Poesia

    Cosa sei tu poesia che fai piangere il cuore? Sei dolcezza di una mano di fata, emozione di un'alba nascente, fredda durezza della mente crudele, pianto, sospiro, paura e sorriso! In te solamente discopro le intime cose; nel tuo verso io stampo la polvere che ricopre il mio passato: tu mi tenti ed io non resisto al tuo richiamo! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Processo

    Maschere... maschere siete! Buttate i sinistri mantelli e spogliatevi dei falsi lustrini, di quel patto allo Stato che crocifisse per sempre, alla croce di un carcere, la mano d'un uomo affamato e quella che, non per sua colpa, s'armò di frustrata violenza. Gettate cordoni d'oro e d'argento penzolanti dal braccio diseguale della legge, sedete (nudi sulla panca) dietro fredde sbarre innalzate da un popolo di braccia imploranti Giustizia. Ecco... goffi pinguini, disadorni dalla tracotanza del potere, impauriti e starnazzanti in cerca di pietà. Ecco... un putrido pasto già marcio per famelici jene. Dov'eravate, voi, col vostro giuramento allorché, prima, il ladro reclamava la sua giusta mercede? Dov'eravate, voi, col vostro giuramento, quando la mano non ancora folle di vendetta, fermata da un'ultima speranza, picchiò alle vostre menti e ai vostri cuori? Essi vi chiamarono, noi tutti vi chiamano e rammentammo il vostro giuramento ma voi... voi non c'eravate! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Prete

    L'attuale parroco di Capracotta (foto: A. Mendozzi). Povero prete stanco e dimesso, dagli anni passati, dalle gambe cadenti; prete, povero prete che assommi le contraddizioni del mondo; prete, povero prete dal collare consunto, dal cappello sdrucito; prete, povero prete celebrante riti in umili cappelle di campagna; prete, povero prete elemosinante un pugno di grano sotto il sole cocente dell'estate; prete, povero prete che da solo ti servi il vino ed il pane sulla mensa divina; prete, povero prete, abbandonato e deriso, dal camice nero fuori moda; prete, prete cattivo, assolvimi in punto di morte perché son certo che chiederò il tuo perdono. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Modernità

    Lo sento, sì! Lo sento ancora il tuono dei cannon e il pianto dei bambini, lo vedo ancora lo scoppio delle mine, il crollo dei palazzi ed il silenzio della Morte, altero, sui paesi devastati! Ma che fanno gli uomini? Ci sono le alluvioni, le frane, i terremoti, c'è tanta fame ed una folla sterminata di drogati che implora carità. Ma perché non soffrono tenendosi per mano? A cosa serve ucciderci se siam tutti fratelli? Già le fabbriche riempiono di morti i cimiteri ed il cancro reclama il suo pasto di vite quotidiane: regalaci il progresso, regalaci la pace... Modernità! Regalaci la pace. Non più le bombe di Roma, Milano e Catanzaro ma un atto di coraggio, un vero atto di coraggio, e, dai cieli sereni, una bianca colomba, leggera volando sui raggi di sole, si poserà, infine, sui tetti del mondo. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Estasi

    Le ginestre di Agnone (foto: I. Vergara). Più non esisto qui mi perdo confuso nel tuo vento fra lamenti conosciuti che salgono dai salici del bosco che m'è amico. Là, oltre i confini dai suoni familiari ginestre gialle e profumate marcano l'asfalto del progresso con odori remoti fra l'incertezza di sguardi che si danno d'appresso appuntamento. Passo e... più non torno dal mondo vicino che m'attende. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Henri Nouwen, prete olandese e scrittore

    Prete geniale e in continua ricerca, credente inquieto, guaritore ferito, profeta dallo sguardo penetrante, Henri Nouwen ha trovato il modo di far giungere il messaggio evangelico al cuore degli uomini e delle donne di oggi. “Parole come carezze” è il titolo di un libro che ripercorre la vita e il suo messaggio, curato da Michael O’Laughlin, suo intimo collaboratore ed estimatore. Anch’io, prete del mio tempo, ho imparato molto da lui e ancora devo “imparare” dalle sue lezioni, considerate quasi profetiche per la vita di tutti. Ha saputo raggiungere un pubblico vastissimo in America e in Europa, perché ha coniugato “la sottile magia” dei suoi scritti con la vivacità del suo eloquio. Sorgente profonda di energie aveva la capacità di far sentire chi parlava con lui una persona speciale e apprezzata. Chi lo incontrava aveva delle esperienze illuminanti e liberanti. I suoi libri hanno affrontato tematiche spirituali e problemi di carattere esistenziale, quali la solitudine e la differenza fra ricchi e poveri. Le esperienze e gli interessi sono parte integrante del suo messaggio. Un uomo con molti amici, per l’abilità ad intrecciare legami di amicizia in un rapporto personale con migliaia di persone. Consigliere fidato per il suo fiuto intuitivo ed empatico. Chi lo incontrava “a tu per tu” costruiva un rapporto illuminante e liberante. Pur essendo cresciuto dentro gli stretti confini del cattolicesimo olandese, ha allargato le proprie vedute, grazie all’esperienza vissuta nel Concilio Vaticano II e all’insegnamento presso Istituti Teologici protestanti. Ha conosciuto e avuto familiarità con il dolore e percorso la sua personale via dolorosa. Attraverso le prove della vita ha raggiunto un livello di profonda stabilità emotiva. Conosciuto, amato e apprezzato largamente in Olanda, Statiti Uniti e Canada, ha lasciato un messaggio di luce e un insegnamento sulla spiritualità, la preghiera e la vita. Prete di grandi doti ha dato grande spazio e rilievo alla persona di Gesù, punto di partenza e di arrivo nella vita. Le parole venivano dal cuore, dando spazio ad una fede attiva e in ricerca, che prendeva forma dalle sue debolezze nell’apertura totale verso Dio. Le iniziali del suo nome (J.M.) “just me” riassumono il senso che aveva di sé stesso, vivendo la sua vita come un uomo qualunque. Lo spirito olandese e la sua famiglia, solida e rispettabile, hanno avuto un ruolo importante sulla sua formazione. I genitori, in particolare lo zio Anton, prete di spicco, è stato un modello per Henri, per i suoi interessi al dialogo ecumenico. Figlio primogenito aveva due fratelli e una sorella più giovani. Padre energico e intelligente, madre profondamente colta e religiosa, fin da piccolo aveva manifestato il desiderio di diventare prete. Entra nel Seminario minore nel 1950 sotto la tutela dello zio Anton, Monsignore e Rettore del Seminario. Il Vescovo era Bernard Alfring, biblista e Professore all’Università di Nimega. Ha acquistato una fama internazionale per i suoi interventi al Concilio Vaticano II, per la difesa di un cattolicesimo progressista e per suoi interventi puntuali ed efficaci. Nouwen frequenta l’Università di Nimega per sette anni, specializzandosi in Psicologia clinica. Porta un nuovo modello di ricerca e di collaborazione nel campo della psicologia e fenomenologia, attratto magneticamente dalle discussioni e dai dibattiti che avvenivano all’Università. Influenzata da Freud e Jung la psicologia ha avuto una grande eco negli ambienti universitari e intellettuali e sulla cultura in generale. Le teorie dell’inconscio, della sessualità, “l’io il super-io e l’es”, le teorie della personalità, tutte le idee progressiste e rivoluzionarie erano nell’aria. Con la sua personalità estroversa era attratto dalla ricerca per l’interazione tra psicologia, religione e cultura. L’incontro con Gordon Allport, psicologo di Harvard, ha accentualo i suoi interessi nella ricerca dei rapporti tra psicologia, psichiatria, scienze sociali e religione. Per comprendere Henri bisogna analizzare il metodo Myers Briggs Tipology Inventory (abbreviato = MBTI). Secondo questo modello ogni persona può essere classificata in base al suo atteggiamento verso il mondo esterno. Ci sono quattro tipi con caratteristiche contrapposte. Ogni persona possiede un elemento diverso rispetto all’altra. Introversione, estroversione, intuizione sensazione, giudizio percezione. Attraverso queste distinzioni era in grado di entrare in contatto con i suoi valori interiori, con gli altri e profondamente con il suo Dio. In questo modo diventava incrollabile e profondamente ispirato. Ha compiuto il suo viaggio nella vita con piena fiducia, il suo esempio incoraggia tutti a fare altrettanto. E’ il modo per seguire le sue orme in questa strada personale. Pensando allo spirito che lo animava colpisce la sua autenticità e la sua originalità.  Anche se non era un artista si può cogliere nella sua vita una forte dimensione artistica. Particolarmente affascinato dalle icone del cristianesimo, considerate “miracolose”.  La Chiesa orientale ha giustificato sulla base del “mistero dell’Incarnazione” come evento, innalzando lo spirito di preghiera. “Le icone non sono riprodotte come copie fedeli eseguite artisticamente ma con raccoglimento del cuore e   della mente”.   Possedeva un livello di creatività inusuale, che potremmo chiamare “licenza artistica”, per il suo approccio alla teologia e alla vita. Il modo di trattare i temi del Cristianesimo era avvincente e originale, perché avevano origine da un temperamento fondamentalmente artistico. Traeva ispirazione da Vincent Van Gogh , uno dei pittori piò apprezzati al mondo. Numerose corrispondenze sono da rilevare: tribolazioni emotive, senso di vergogna e non accettazione, risposta ad una chiamata religiosa, predilezione dei ”poveri”, lotta e incomprensione dei genitori, prima che diventassero famosi.  Il percorso delle loro esistenze diverge quando intraprendono viaggi oltre i confini olandesi, Francia per Van Gogh, Stati Uniti e Canada per Nouwen. L’incontro con L’Arca, associazione di aiuto ai disabili,  in Francia e in Canada ha segnato profondamente la sua vita. Sembra che siano attirati dalla stessa direzione, come se fossero due anime gemelle. L’impulso religioso è stato fondamentale per entrambi, ipersensibili e straordinariamente dotati. Uno dei dipinti più interessanti di Van  Gogh, I mangiatori di patate , fu uno scandalo, perché raffigurava i contadini, che vivevano squallidalmente ai margini della cultura europea. Ciò che dipingeva era la rappresentazione di quanto vedeva e sperimentava. Ogni soggetto è guardato con semplicità, rivolto alla natura e al mondo dei poveri ed emarginati. I campi di grano, le orchidee, i cipressi e la natura espressione del fuoco dei suoi intensi sentimenti, sono “visti dal basso in modo nuovo e trasformato”. Possiamo dire che Henri ha fatto della spiritualità ciò che Van Gogh ha fatto per l’arte. Lo scrittore da cui ha imparato di più è Thomas Merton, un giovane intellettuale convertito al Cristianesimo e divenuto poi monaco cistercense. Entrambi sono rimasti dentro i confini del Cristianesimo con lo sguardo aperto verso il mondo circostante. Politica, cultura, filosofia e letteratura erano i campi che si intrecciavano con l’esperienza della fede. “ Diventare liberi per vedere le cose con occhi artistici e di scrivere per comunicare la propria via verso Dio”.  Guardare il mondo cercando la presenza di Dio ha unito spiritualmente Henry Merton e Vinccent Van Gogh. Il libro La montagna   delle sette balze mette in risalto la somiglianza fra loro. Vita contemplativa e testimonianza del monaco “contemplativo” hanno attinto abbondantemente a figure mistiche antiche e maestri di spiritualità. Verificare gli aspetti familiari in modo creativo e contemplativo di vivere nel mondo, saper tessere di parole spirituali ogni evento è la sua caratteristica. Smaschera continuamente la nostra illusione di conoscere Dio, rendendoci così liberi di conoscere il Signore in modi sempre nuovi e sorprendenti. Questo processo creativo porta ad una comprensione profonda di aspetti del mondo che naturalmente restano nascosti e incompresi. Pur continuando a mettere al centro la Bibbia e l’Eucarestia, preferiva esplorare gli elementi ordinari dell’esistenza ed i sentieri dei suoi sentimenti per cogliere gli aspetti familiari della religione e della vita ordinaria e a saperli vivificare. Questa capacità di vivificare le cose più familiari era frutto del suo modo creativo e contemplativo di vivere nel mondo. Come predicatore e scrittore sapeva tessere di parole salutari ogni evento dell’esistenza, considerando gli avvenimenti con la più grande vitalità. “ Nella casa della vita. Dall’angoscia allì’amore ” è un libro che indica tre luoghi favorevoli in cui coltivare il passaggio all’amore: l’intimità, la fecondità, l ’estasi. L’anima che raccoglie, genera e ascolta attentamente la voce del cuore. Non diventa dipendente dalle proprie paure, ma nell’esercizio dell’amore giunge ad un’apertura totale e universale. Assumere realmente il presente, ritrovare le sorgenti della gioia, saper integrare il soffrire, condurre una vita disciplinata, esercitarsi alla compassione, credere alla preghiera, sono tappe essenziali del cammino della vita.   Il libro che maggiormente ha attratto la mia attenzione è L’abbraccio benedicente, ( ED. Queriniana Brescia ). L’immagine che accompagna la parabola della misericordia è   Il ritorno del figlio prodigo di Rembrandt, assunta come luogo privilegiato della “compassione del padre”. Lo straordinario abbraccio del Padre segna e conferma indelebilmente la relazione di accoglienza, di perdono e di comunione ritrovata. Nouwen ricostruisce le fasi della vita della coscienza, dentro le quali individua la struttura di una storia spirituale e insieme personale e comunitaria, irripetibile e presente in tutti.  “ ’E’ venuto il tempo di affermare tutta la vocazione di essere padre che accoglie con calore i propri figli senza alcuna domanda e senza volere niente in cambio. Abbiamo bisogno di te come un padre   disposto a rivendicare per sé l’autorità della vera misericordia ”. E’ la conclusione del libro. Il testo che raggiunge il vertice della vicinanza spirituale e psicologica è “ Il guaritore ferito”. Indica tre passaggi da uomo di fede e da acuto analizzatore dell’animo umano e della vita. “Da uno gelido isolamento alla vera solitudine, dalla ostilità all’ospitalità, dall’illusione di fede alla preghiera reale”. Indispensabile è condurre un’esistenza radicata nell’essere, nel cuore e nelle relazioni con le persone. Ogni complesso di onnipotenza esige di essere frantumato per dirigere tutte le attenzioni verso una vera purificazione, che permette di esercitarsi come autentici uomini di attesa. L’attesa non è più un vuoto, un tempo perso, una irraggiungibilità negativa, ma è una esperienza che costituisce la persona nella più solida e completa identità. Introduce alla vera esperienza dell’essere e dell’agire per “la gloria di Dio”. Anche la morte non può rimanere estranea alla vita. Il pensiero della morte rischia di vivere una vita di significati deboli e sfilacciati. Farsi amica la morte, vivere, vivere la morte degli altri come reale fraternità. La morte è insieme una perdita e un dono, la Risurrezione deve essere proclamata come “grazia”.  “ Un buon esercizio per tenere vicino la morte è quello che ci conduce a studiare con grande attenzione noi stessi nei momenti in cui la nostra vita si trova in particolare situazione di precarietà, di incertezza e di smarrimento può essere una malattia, un improvviso parziale fallimento, un disagio accentuato del nostro rapporto con gli altri, un non riconoscimento che ci costringe a cambiare l’idea che avevamo di noi stessi. In simili situazioni si acquista una verità indispensabile su di noi che ci riconduce nella fede alla nostra più vera misura”. ( H. Nouwen, Al di là dello specchio , Queriniana, Brescia, 1994 pag.61) Vivifica gli ambiti della sua vita per farla germogliare in una continua creatività, rendendosi capace di evocare fiducia, confidenza, spazio per superare le proprie debolezze, manifestando un cammino che esclude giudizi e condanne. La sua esistenza mostra chiaramente di essere vero discepolo sfiorato dalla mano del vero Maestro, Cristo, che sfida maestri e discepoli ad abbassare le difese per rendersi disponibile ad una maturazione reale. Esprime gli eventi interiori come persona compassionevole, perché la compassione è il nucleo segreto di ogni autorevolezza capace di tenersi ad una certa distanza, per non essere travolto dall’urgenza del quotidiano. Al termine di questo profilo prevale in me un senso di gratitudine, di rispetto e di imitazione. La sua eredità spirituale rimane incisa “nell’animo, nel cuore e nella mente”. La spiritualità di Henri non è tanto un problema da esaminare e analizzare, quanto piuttosto un dono di cui gioire. L’immagine del gigante con i piedi di argilla dell’Antico Testamento si traduce nel Nuovo come un tesoro in vasi di creta. Henri era tanto pieno di fragilità umane quanto lo era della Spirito. Rimane una composizione perfetta di ispirazione divina e di umanità vivace ed estrosa. Un tesoro in un vaso di creta. Una amica molto vicina ad Henri, Jutta Ayer, ha lasciato una fotografia di un girasole in inverno. La testa grigia del girasole è piegata quasi in preghiera ed è ricoperta di una corona di neve. Lo Spirito sta dormendo, ma si sveglierà subito. Sotto la foto sono vergate queste parole: …è all’aria aperta/e assopito l’inverno/portando nel suo volto sorridente/un sogno di primavera. Henri dorme   nella stessa terra sulla quale sta vigile quel girasole. Non sa e non cammina più in mezzo a noi, come il seme che cade a terra e aspetta la primavera, aspetta anche che venga il giorno di un grande raccolto. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Sotto le stelle sparse in un manto

    Un momento della presentazione del presepe 2023 (foto: A. Mendozzi). Sotto le stelle sparse in un manto e la cometa brillante su in alto si ripete il piacevole incanto del presepe più santo: nel paesaggio sempre animato tutti giunti per il lieto evento alla capanna vanno a passo lento per adorare con tenero sentimento di Maria e Giuseppe Gesù appena nato, in pochi panni avvolto e sulla paglia adagiato. Alla scena ognuno ammirato ricorda l'Avvento e a quella sacra famiglia come fosse la propria commosso si stringe devoto. Flora Di Rienzo

  • L'incompiuto neogotico della Chiesa Madre

    Passeggiando per via Roma, nel punto in cui questa lascia il posto a via San Giovanni, è possibile intravedere una data scolpita nel muro perimetrale della Chiesa Madre, ad un'altezza di poco meno di 2,40 metri dal suolo. La scoperta è stata effettuata da Giovanni Fiadino, infaticabile camminatore capracottese, e ciò che leggerete qui è frutto di una prima analisi dell'arch. Alessandro Mendozzi. La data iscritta nella pietra è relativamente recente perché segna l'anno 1873 e lascia supporre che stia lì ad indicare un qualche tipo di restauro architettonico, anche se nei volumi riguardanti la Chiesa Madre pubblicati da Luigi Campanelli e Geremia Carugno non v'è traccia alcuna di lavori all'edificio sacro iniziati o terminati in quell'anno. Ma un osservatore attento può inoltre scorgere, soprattutto sul muro orientale - quello della cosiddetta Congrega - ciò che sembra essere un rivestimento, una vera e propria aggiunta estetica e, forse, pure statica e strutturale. Mi riferisco infatti all'accenno di archi a sesto acuto che sovrastano le porte del piano terra, che fino a molti decenni fa erano d'accesso a cantine e a botteghe attive e laboriose. Nel XIX secolo furono infatti di gran moda in tutta Europa due stili architettonici, soprattutto in ambito restaurativo: lo stile impero, portato in Italia dalla foga romantica di Napoleone, e il neogotico, quello del caso in evidenza. L'indiscutibile copertura muraria a est della Chiesa Madre - con la relativa iscrizione - dimostra che in sovrapposizione all'antica struttura della Congrega si era prevista un'aggiunta (circa 80 cm. di profondità) completa di archi a sesto acuto che oggi vediamo interrotta all'abbozzo del terzo arco, segno evidente che il restauro fu bloccato, forse per motivi estetici, forse per mancanza di fondi, forse per liti con l'impresario edile. Il muro orientale di quella che «certamente è la parrocchiale più vicina al Cielo», per oltre un secolo abbruttito da questo raffazzonato incompiuto neogotico, appare oggi in parte riempito dalla casa canonica più chiacchierata d'Italia, ma senza la quale Capracotta avrebbe perso per sempre i locali scolastici e il vocio dei suoi bimbi. L'evidente aggiunta neogotica al muro orientale della Chiesa Madre di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , San Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Polvere di cantoria... su tela

    Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa... (R. Zero) L'essere umano, la cui intelligenza va di pari passo con la sua imperfezione spesso restando anche due o tre passi indietro, esprime frequentemente un fenomeno inspiegabile se non addirittura arcano: manifestare scarsa considerazione per un proprio patrimonio culturale pur avendolo fruibile a pochi passi da casa e invece venerarlo e celebrarlo quando ormai lontano o andato perduto. Tale aspetto ha, tra l'altro, severamente colpito anche la valorizzazione dei pittori molisani barocchi: ai loro tempi stimati e apprezzati al punto di venire dai coevi equiparati ai grandi della pittura, mentre oggi quasi dimenticati o appannaggio di pochi cultori ed esperti. Che dire? Purtroppo il British Museum non ha sufficiente spazio neppure nei magazzini per accogliere le opere dei "nostri" pittori, per cui possiamo solo aspettare che l’intelligenza riesca con un colpo di rreni a sorpassare l’imperfezione e ridare dignità a tantissimi artisti molisani che hanno eccelso in tutti i campi dalla pittura alla musica. Artisti il cui codice genetico discende dai guerrieri che misero in ginocchio l’esercito romano ma che sono a noi estremenete più vicini quasi da considerarli dei trisavoli. Basta solo imparare ad osservare e non solo a guardare, ascoltare e non solo sentire: « Di strano – come diceva il celebre ed indimenticabile anatomopatologo prof. Antonio Ascenzi (1915-2000) – c'è solo la nostra ignoranza » . Avere poi due occhi e due orecchie ma una sola lingua dovrebbe indurci tutti a riflettere sul significato del numero di tali doni, invece di usare quest'ultima nel celebre esercizio "del mese di agosto" per parafrasare un nostro detto. In particolare sono rimasto affascinato dalla biografia e dalle opere figura di un nostro corregionale e, se avrete la pazienza di seguire i miei vaneggiamenti, promettendovi di farla breve, capirete da che parte voglio andare a parare... Paolo Gamba nasce a Ripabottoni (CB) nel 1712 e ivi concluderà il suo cammino nel 1782. Figlio di Caterina Di Vico e di Giovan Battista apprezzato decoratore e pittore a sua volta. Troviamo quest’ultimo al lavoro a Sulmona, Ripabottoni e Pescocostanzo. Pescocostanzo tralatro era anche la sede di provenienza degli artigiani Del Sole che realizzeranno gli stucchi della Chiesa Madre Collegiata di Capracotta. Paolo apprenderà dal padre i rudimenti dell'arte in cui si mostra estremamante dotato nonchè apprenderà la lavorazione del rame che gli tornerà utile nel suo soggiorno a Napoli. Il suo talento viene notato dal vescovo di Larino, Giovanni Andrea Tria (1726-1741), che lo invierà a perfezionarsi a Napoli presso la bottega del celebre Francesco Solimena (1657-1747) sostenendone anche le spese. Saranno poi mecenati di Paolo anche il successore del vescovo Tria, nipote ed omonimo (1742-1747) e i prelati successivi. Sappiamo poco del periodo napoletano (1731-1737) al punto che alcuni critici negano vi fosse mai stato, tuttavia il giovane Gamba verrà potentemente influenzato dallo stile del Solimena ma anche da quello dei precursori Luca Giordano (1634-1705) e Giovanni Lanfranco (1582-1647). Possiamo comunque aggiungere che il Solimena era stato personalmente a Ripabottoni dove infatti è conservata una sua opera. Tornato a Ripabottoni accentrerà la sua opera su temi prevalentemente religiosi che denotano un accurato studio delle Scritture. La sua presenza è attestata in molte località molisane: a Larino, nella stessa Ripabottoni (1750 e 1755), Montorio dei Frentani (1738 e 1745), S. Elia a Pianisi (1740), Campodipietra (1774), Colletorto (1741 e 1751) Morrone del Sannio, Fossalto (1758 e 1774), Casacalenda (1752), Agnone (1761 e 1771) Matrice (1779), ma lo troviamo anche in Abruzzo a Barrea, Sulmona, Fresagrandinara, Penne e in Puglia a Rodi Garganico e Cagnano Varano. Volutamente ometto di menzionare le opere anche per invitarvi ad una vostra personale e piacevole ricerca. La sua pennellata viene descritta come larga con tavolozza luminosa, la resa anatomica lievemente difettosa ma con interessanti effetti scenografici e prospettici e panneggi estremamante sfaccettati con figure maestose... Tenete bene a mente queste frasi! In particolare viene chiamato a Colletorto a realizzare una interessantissima Via Crucis nella Chiesa del Monastero i cui lavori di restauro erano in corso per volontà del nobile locale dei Marchesi di Rota (di cui Prospero Sanità, capracottese, ne era custode del palazzo, come menzionato dall'amico e ottimo ricercatore Francesco Mendozzi) e con il concorso del "Magnifico" Crescenzo Campanelli, ivi residente ma emigrato da Capracotta, e con il beneplacito del vescovo Tria. Nella chiesa era in costruzione anche un organo dei D'Onofrio di Caccavone. Ora, faccio un azzardo, colleghiamo un pochino di puntini: Crescenzo Campanelli era parente di Liborio Campanelli arciprete di Capracotta e probabile committente della costruzione dell'organo "Principalone" da parte dei D'Onofrio di Caccavone e Capracotta non era sconosciuta ai colletortesi. Il Gamba si è recato più volte ad Agnone proprio nel periodo in cui venivano probabilmente realizzate le opere presenti in abside nella Collegiata di Capracotta. L'Ultima Cena della chiesa di Capracotta, di cui abbiamo spesso parlato, dipinta sotto l'organo, ed attribuita alla scuola del Solimena, mostra delle caratteristiche pittoriche che, nella mia ignoranza, mi ricordano le descrizioni dello stile pittorico di Paolo Gamba senza contare che le "nuvole" presenti nei dipinti dal Gamba ad Agnone sono in modo impressionante simili alle nuvole del dipinto della chiesa di Capracotta, senza parlare poi dei panneggi degli apostoli e della luce vivida che pervade i quadri con una luminosità spiccata anche nelle scene in "ombra"... E se avessimo finalmente trovato l’autore della nostra Ultima Cena? Credo che le cose sicure in questo mondo siano solo le coincidenze... [L. Sciascia] Francesco Di Nardo

  • 28 luglio 1993: sei capracottesi sul Tetto d'Europa

    S. Sammarone, A. Conti, G. Di Tanna ed E. Paglione sulla vetta del Monte Bianco. Il Monte Bianco, coi suoi 4.810 metri di altitudine, è la più alta montagna italiana, nonché europea. La nascita ufficiale dell'alpinismo in quanto disciplina sportiva coincide proprio con la prima ascensione del Monte Bianco, avvenuta l'8 agosto 1786. Quel giorno di 239 anni fa, infatti, Jacques Balmat (24 anni, cercatore di cristalli) e Michel Gabriel Paccard, (29 anni, medico condotto), entrambi di Chamonix, raggiunsero la vetta dell'imponente gigante latteo. La prima ascensione italiana avvenne invece il 13 agosto 1863 per mano di tre guide di Courmayeur: Julien Grange, Adolphe Orset e Jean-Marie Perrod. Sapete invece chi fu il primo capracottese a scalare il Monte Bianco? Fu don Michelino Di Lorenzo a raggiungere il Tetto d'Europa, ma non è stato possibile intervistarlo poiché, da quando ha subito un grave incidente che gli è costato il femore, sta seguendo una lenta e faticosa riabilitazione. Il certificato di Erberto Paglione. Quella che voglio raccontare oggi è invece l'avventura dei sei capracottesi che mercoledì 28 luglio 1993 raggiunsero la vetta del Monte Bianco. Stiamo parlando di Angelo " Schulz " Conti, Giorgio Di Tanna, Pasqualino " Sapóne " Di Vito, Michele " re Miédeche " Notario, Erberto " Brilùcce " Paglione e Savino " r'Esattóre " Sammarone, un gruppo di amici che, tra la tarda giovinezza e la mezza età, avevano deciso di scalare le più impegnative cime italiane, dal Pizzo Bernina (4.050 m.) al Re delle Alpi. Era l'estate del 1993 quando, partiti da Capracotta, i sei raggiunsero Courmayeur, per tentare di guadagnare la vetta del Tetto d'Europa dal versante francese, probabilmente più facile della cosiddetta "via normale italiana". Una volta preso il Tram del Monte Bianco (TMB) - la ferrovia a cremagliera più alta di Francia che arriva ai 2.372 metri del Nid d'Aigle -, la comitiva approdò al Rifugio del Tête Rousse a 3.167 m s.l.m. Da lì, partiti nel primissimo pomeriggio, fu un gioco da ragazzi raggiungere il Rifugio del Goûter, situato alla ragguardevole altitudine di 3.385 m. Al Goûter i nostri trascorsero la notte, finché all'1:00 di mercoledì 28 luglio, i sei capracottesi - a gruppi di due, ogni gruppo accompagnato da una guida alpina - partirono alla volta della Capanna Vallot (4.362 m s.l.m.), considerato il più alto rifugio alpino francese (si pensi che il record italiano è detenuto dalla Capanna Regina Margherita coi suoi 4.554 m s.l.m.) e, da lì, alle 7:30, toccarono finalmente la cima del Monte Bianco a 4.810 m s.l.m. La cena al Rifugio del Goûter. Rimasti non più di un quarto d'ora in vetta, i nostri imboccarono la strada del ritorno, identica a quella dell'andata fino alla Capanna Vallot, da dove, superando numerosi crepacci e seracchi, raggiunsero la telecabina di Les Houches. A quel punto non restava che tornare a Capracotta, felici di aver conquistato una cima fondamentale per la storia dell'alpinismo, la più alta d'Italia, la più vicina al cielo d'Europa. Tuttavia, per capire quanto sia difficile e pericolosa un'avventura del genere, si pensi che il 2 agosto 1993 il Monte Bianco mieté 8 vittime: 3 italiani, 3 tedeschi e 2 francesi. Una valanga li travolse proprio lungo la "via normale francese", la stessa che i nostri avevano percorso appena cinque giorni prima. Per chi pratica l'alpinismo, il pericolo di morire è una possibilità non solo contemplata, ma ampiamente accettata. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Ruggiero, Cade una valanga, morte sul Bianco , in «L'Unità», LXX:180, Roma, 3 agosto 1993.

  • Breve storia di Ysmen Pireci

    "Il villaggio senza nome", "Fshati pa emër" in albanese, questa raccolta di poesie di Ysmen Pireci ha una storia particolare, proprio come il suo autore. Infatti, ho conosciuto Ysmen nel 1993, allo sportello Anagrafe assistiti (servizio della Medicina di base) della Unità sanitaria locale di Agnone, dove a quel tempo ero addetto e dove egli era venuto ad iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale. Ovviamente, ai fini dell'iscrizione ero tenuto a chiedergli i suoi dati personali identificativi, tra cui la professione: «Attualmente faccio il pastore nella fattoria del notaio Michele Conti a Capracotta... ma al mio paese, in Kosovo, insegnavo Lettere in una scuola media». Chiunque, al posto mio, probabilmente, sarebbe stato curioso di saperne di più su questo giovane immigrato dal Kosovo, in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia per motivi di lavoro (ma, poi, ho saputo, "esule" per motivi politici e patriottici). Lo accompagnava Michele Di Nucci, capracottese, il quale più che suo capo massaro è stato per Ysmen un autentico fratello maggiore. Michele Di nucci... una persona veramente gentile e cordiale, che è stato e continua ad essere "fratello maggiore" ed amico per tanti lavoratori immigrati della zona di Capracotta dai Balcani e da altri Paesi dell'Est europeo. Lo voglio ringraziare pure io per tanta umanità! Ysmen Pireci è nato il 28 maggio 1967 a Struzhie, un piccolo villaggio del Kosovo (nella circoscrizione di Prizren). Allora il Kosovo era provincia della "Grande Serbia" ma con il 98% di abitanti ad etnia albanese. Il regime serbo non è mai stato tenero con gli Albanesi del Kosovo: ha cercato di "sterilizzare" la loro cultura, di "neutralizzare" la loro identità, di "reprimere" barbaramente e con la pulizia etnica ogni tentativo di autoaffermazione... fino a giungere a quella guerra del Kosovo del marzo-giugno 1999 che la cosiddetta "Comunità internazionale" (leggi N.A.T.O., organizzazione militare tra Stati europei e americani del Nord Atlantico) ha "dovuto" fare contro la Serbia per evitare un autentico genocidio. Purtroppo, dopo il 1999 le diatribe tra Albanesi e Serbi sono continuate nel Kosovo e gli stessi Albanesi si sono macchiati di atroci delitti verso le persone e di irrimediabili distruzioni (specialmente a danno di antichissime chiese della religione ortodossa, che avevano pure un assai rilevante valore storico ed artistico). Durante la dominazione serba (prima della guerra del 1999) non c'è stato giovane kosovaro che non sia stato un patriota indipendentista... così pure Ysmen, il quale è stato sempre sotto stretta osservazione della polizia serba, per la particolare sensibilità umana e culturale, per l'attività clandestina a favore del Kosovo indipendente. Fortunatamente e fortunosamente è riuscito a sfuggire ad un rastrellamento serbo, che ha condotto in prigione e alle torture alcuni suoi compagni di lotta. Con l'aiuto di parenti ed amici è riuscito a rifugiarsi in Italia: ha lavorato per un brevissimo periodo nelle Marche come manovale e poi è giunto a Capracotta, in Molise, dove dal 1993 al 1997 per quattro anni ha fatto il pastore delle greggi del notaio Conti. Assieme ad altri pastori balcanici è stato sistemato nella casetta colonica, accanto ai capannoni delle pecore, in contrada Guastra, località posta su un costone che guarda la vallata del fiume Verrino (a circa 1.300 metri di altitudine), distante da Capracotta circa 4 km e da Agnone 12 km: un luogo isolato rifornito di energia elettrica ma senza telefono o altri conforti. Un clima (specie quello invernale) piuttosto duro. Ma Ysmen si è adattato molto bene all'inusitato lavoro e al clima (peraltro poco dissimile dalle sue montagne kosovare). Quando Ysmen è giunto in Italia era già sposato con Murvete Muja (nata a Prizren il 26 ottobre 1967), che aveva lasciato in patria assieme alla primogenita Biondina (nata a Prizren il 27 gennaio 1994), il cui nome è un chiaro e dichiarato omaggio all'Italia (come Ysmen stesso ama dire). Dopo quasi due anni di permanenza a Capracotta, Ysmen è stato raggiunto da entrambe (moglie e figlia), occupando l'alloggio posto al primo piano della casa colonica. Ad Agnone, poi, il 17 settembre 1995 è nata la sua seconda figlia Albana, il cui nome è dedicato all'amatissima Patria albanese. Crescendo le figlie, Ysmen e la moglie s'accorgevano che non potevano restare isolati in mezzo alle montagne: c'era l'esigenza di farle frequentare la scuola materna e la necessità di farle stare insieme ad altri coetanei. Fu così che decisero di lasciare Capracotta: hanno trascorso alcuni mesi nella vicina cittadina di Roccaraso, nel Parco nazionale d'Abruzzo, dove Ysmen ha lavorato nella cucina di un ristorante. Poi, il trasferimento definitivo in Medolago, un piccolo paese della Lombardia, dove, nella provincia di Bergamo, li aspettavano parenti stretti e altri compatrioti e dove sta svolgendo i più svariati lavori in attesa di quello migliore e più duraturo. In terra di Lombardia, a Ponte San Pietro (BG) il 3 luglio 2003 è nato il terzogenito, Ilir (il cui nome è un ulteriore omaggio all'Illiria, nome che anticamente stava ad indicare quella parte della regione balcanica che si affaccia sul mare Adriatico, compreso l'attuale territorio del Kosovo). Quasi sicuramente la Lombardia sarà residenza definitiva per Ysmen e la propria famiglia e base d'azione e collegamento a favore dell'amato Kosovo. Infatti, oltre a scrivere su giornali della resistenza kosovara all'estero (come "Diaspora"), Ysmen cerca di coordinare interventi e d'inviare in Kosovo aiuti d'ogni genere che riesce a procurare, assieme ai compatrioti del gruppo italiano. Domenico Lanciano Fonte: Y. Pireci, Il villaggio senza nome , Università dei Popoli, Badolato 2005.

  • Don Sebastiano Ferrelli

    Don Sebastiano Ferrelli (1905-1999). Non era malato, era sazio di giorni e desideroso di andare incontro al Padre, in questo anno a Lui dedicato. Si lamentava spesso dicendo che il Signore si era dimenticato di chiamarlo: il 4 luglio, domenica, giorno del Signore, il Padre lo chiama per accoglierlo tra le sue braccia misericordiose, proprio alle soglie del terzo millennio e alla vigilia del "grande anno giubilare". Lucido fino all'ultimo momento, voleva essere informato di tutte le attività che si programmavano in comunità per seguirle con la preghiera e il sacrificio. Si era allettato da circa quindici giorni e questa situazione lo faceva soffrire, perché voleva essere autonomo per leggere e fare piccoli lavoretti nella sua camera. La notte del 4 luglio ha difficoltà a respirare: il suo respiro sembra un rantolo. Viene chiamato subito il medico di turno che diagnostica una bronchite e gli pratica una iniezione. Verso l'ora di pranzo sta un po' meglio, mangia anche un gelato con gusto. Verso le ore diciotto la situazione precipita improvvisamente. L'intervento del medico si rivela inutile e nel giro di pochi minuti, tranquillamente e serenamente si consegna nelle mani del Padre. Era pronto per questo incontro: riceveva regolarmente i sacramenti dell'eucarestia e della riconciliazione. Già da qualche anno aveva ricevuto, dietro sua precisa richiesta, l'unzione degli infermi. Don Sebastiano nacque il 30 ottobre 1905 da Filippo Ferrelli e Vincenza Carnevale, una parente di quattro fratelli sacerdoti salesiani, fra cui don Giovanni che fa parte della nostra comunità. I1 paese di nascita è Capracotta, un centro dell'Alto Molise in provincia di Isernia, a 1.421 m sul livello del mare. Visse un'infanzia serena, anche se negli ultimi anni di frequenza della scuola elementare, respirò il clima della prima guerra mondiale con gli uomini validi tutti al fronte sulle Alpi e con la mamma rimasta sola in paese a fronteggiare la difficile situazione prima della guerra e poi del dopoguerra. Nel dopoguerra, si diffuse in Italia l'epidemia della cosiddetta spagnola che colpì gravemente la famiglia Ferrelli, perché privò Sebastiano, appena adolescente, della presenza e del sostegno della mamma Vincenza. La mamma aveva un fratello professore a Torino, docente nella real Casa dei Savoia. Il prof. Pasquale Carnevale aveva conosciuto a Torino i salesiani di Don Bosco già dai primi anni del secolo, quando la figura di Don Bosco era scomparsa in Torino da appena 12 anni, ma ancora impregnava dello slancio e della spiritualità delle origini i suoi figli. Amico del beato Filippo Rinaldi, secondo successore di san Giovanni Bosco, era stato lui a far conoscere ai primi del '900 il nome di Don Bosco nel paese di origine, Capracotta, e fu lui ad interessarsi affinché il nipote, rimasto senza la mamma, proseguisse gli studi, frequentando il Ginnasio Salesiano di Genzano presso Roma. Nell'ambiente salesiano si sviluppò e maturò la vocazione salesiana di Sebastiano, che entrato nella scuola di Genzano il 16/11/1919 vi rimase tre anni, completandovi i 5 anni di ginnasio, che allora comprendevano gli attuali tre anni di scuola media e il biennio di scuola superiore. Al termine del Ginnasio, Sebastiano, l'11 settembre 1922, iniziò l'anno di noviziato per divenire salesiano. Fece l'anno di noviziato nella stessa Genzano, presso Roma. Il 21 novembre 1922, all'età di 17 anni, indossava l'abito talare, consegnatogli da uno tra i più eminenti salesiani del tempo, il cardinal Cagliero, che era stato tra i primi giovani a subire l'influsso formativo di san Giovanni Bosco. Trascorso l'anno di noviziato, emise la prima professione religiosa, e frequentò il corso di Filosofia, cioè due anni di studi superiori, sempre a Genzano. Terminatili nel 1925, fu inviato in Umbria nella casa di Trevi (un ginnasio salesiano) in qualità di assistente dei giovani e vi rimase per tre anni, fino all'anno scolastico 1927-28. A Trevi nel 1926 aveva emesso la II professione religiosa, cioè per altri tre anni. Nei successivi quattro anni, dal 1928 al 1932, attese agli studi teologici, a Frascati, il centro più importante dei Castelli Romani. Nel 1929 vi emise la professione perpetua e fu ordinato sacerdote a Genzano il 13 marzo 1932. Per i successivi tre anni, dal 1932 al 1935, lo troviamo in Sardegna in qualità di prefetto e insegnante. Egli ricordava quegli anni con profonda nostalgia. Per lanno scolastico 1935-36 fu all'Aquila come insegnante e consigliere, carica che ricoprì con profondo senso di responsabilità e contrassegnò l'ulteriore sviluppo della sua attività formativa, con gli stessi incarichi, a Tolentino (1936-37). Per i due anni successi vi risiedette in Ancona come insegnante di Religione presso le scuole pubbliche e ancora altri due anni a Terni, cioè per gli anni scolastici 1939-40 e 1940-41, come consigliere scolastico del locale pensionato studentesco. Alla fine del I anno della II guerra mondiale approdò nella casa di Macerata, da dove non si sarebbe più mosso, e vi sviluppò ulteriormente la sua attività di consigliere scolastico e di insegnante di matematica. A Macerata visse gli ultimi anni di guerra e quando la scuola dovette essere trasferita a Loro Piceno, perché Macerata era ormai divenuta obiettivo dei bombardieri alleati, sfollò anche lui, senza rinunciare, sebbene in situazione di emergenza, alla sua attività di docente. A partire al 1941 a tutt'oggi, e cioè per ben 58 anni, la vita di don Sebastiano coincide con la vita stessa dell'Opera Salesiana di Macerata, che, fondata da Don Rua dopo trattative iniziate dallo stesso Don Bosco, nel secondo dopoguerra visse profonde trasformazioni nella struttura edilizia e nelle attività educative in essa sviluppate. Ai tempi di Don Rua, la casa era stata fondata per la formazione di artigiani e anche per questo dedicata a san Giuseppe. Quando 68 anni or sono vi giunse don Ferrelli, la scuola per artigiani era scomparsa, trasformata in internato per studenti di ginnasio: vi affluivano giovani di tutto il litorale adriatico centro-meridionale, dalle Marche all'Abruzzo alla Puglia. Don Ferrelli, dopo la parentesi della Seconda guerra mondiale e il relativo sfollamento della comunità da Macerata, vide le ulteriori trasformazioni dell'Opera: al ginnasio si aggiunse il liceo classico, poi il liceo scientifico e quindi, cessato l'internato, il liceo linguistico. Don Ferrelli, pur ormai estromesso dall'insegnamento attivo e relegato in camera per ragioni di salute, continuò ad interessarsi con passione delle trasformazioni dell'Opera. Purtroppo, già dal 1962, aveva dovuto cessare l'insegnamento perché colpito da totale sordità, non a causa di una patologia dell'organo dell'udito, ma perché una cura di streptomicina gli lese irreparabilmente i centri nervosi dell'udito. La streptomicina era stata appena inventata e non se ne conoscevano ancora i pericolosi effetti collaterali, se non si stava più che attenti al dosaggio. Soffrì molto per aver dovuto abbandonare la scuola, ma continuò ad essere modello in comunità per la regolare partecipazione ai momenti di vita religiosa comunitaria. Negli ultimi anni di vita fu anche colpito da una grave forma di progressiva artrosi deformante, che un po' per volta lo relegò in camera, senza poter più partecipare alla vita di comunità. Gli unici spostamenti che ancora poteva effettuare erano quelli tra il letto e la scrivania. Mi aveva espresso più volte il desiderio di tornare alla casa del Padre per contemplare il suo volto. E se ne è andato in punto di piedi, cosciente e sereno, munito dal conforto di quei misteri di cui era stato solerte dispensatore. Era molto legato agli affetti familiari e ultimamente in particolare alla sorella Maria, alla sig.ra Angelina Carnevale, consorte del gen. Carnevale, cugino di don Sebastiano, come pure alla nipote Benedetta, presenti a Macerata il giorno delle esequie. Gli ex-allievi ricordano con particolare simpatia don Sebastiano. Affermano che era un insegnante esigente, talvolta anche troppo severo. Nonostante tutto si trattava di una severità che era in vista del bene degli alunni. Così per es. lo ricorda l'on. Adriano Ciaffi, che è stato suo allievo: « Se ne è andato in silenzio come era vissuto: eppure era ricco di tanta umanità e sapienza cristiana. Lo porto nel mio cuore tra i migliori ricordi. Concludo con la trascrizione del pensiero da lui posto a chiusura di un breve testamento spirituale: « Chiedo scusa se qualche volta sono stato causa di poca edificazione ai confratelli con la mia condotta. I mali da cui sono stato afflitto da vari anni hanno influito non poco ad isolarmi dagli altri, a rendermi talvolta impaziente e specialmente a pormi in una situazione di forzata impotenza al lavoro. Solo chi è colpito dalla sordità, può conoscere la problematica di questa menomazione. "La società normale non capisce e difficilmente capirà la problematica insita con la sordità" (da una rivista medica). Arrivederci in Paradiso » . Mario Bicego Fonte: Ispettoria Salesiana Adriatica, Don Sebastiano Ferrelli , Macerata 1999.

  • Ricordo di James Senese a Capracotta

    James Senese in concerto a Capracotta (foto: C. Di Bucci). Il 13 agosto 2023 ho trascorso una giornata con James Senese ed il suo staff in occasione del meraviglioso concerto a Capracotta - per il quale ringrazio pubblicamente Pippo Venditti, che negli ultimi anni sta risollevando le sorti musicali del nostro paese. Ricordo che, arrivato a Capracotta con fin troppa leggerezza nel vestire, all'ora del tramonto James cominciò a sentire freddo, per cui gli donai un cardigan blu di lana confezionato a mano da mia zia e che egli portò con sé a Napoli a fine concerto. È quello che vedete nelle splendide foto realizzate quella sera da Cesare Di Bucci. Mia moglie, d'altronde, organizzò per Senese e per i suoi musicisti un catering di altissimo livello, con prodotti perlopiù capracottesi. Figlio della guerra - come racconta Curzio Malaparte ne "La pelle" - James Senese è stato un sassofonista di raro talento e di ingente creatività. I più lo conoscono per aver collaborato con Pino Daniele (in realtà è lui ad aver scoperto Daniele), ma più di tutto James è stato il frontman di band mitologiche, almeno per me che sono un grande appassionato di rock progressivo italiano. Prima con gli Showmen e poi con i Napoli Centrale, Senese ha scritto pagine indimenticabili della musica cosiddetta "leggera". Che dire, poi, delle sua collaborazioni con veri e propri mostri sacri del jazz internazionale quali Ornette Coleman o Gil Evans? Oggi muore a 80 anni Gaetano Senese, musicista impareggiabile, personaggio eccezionale, napoletano verace, italiano nero, ché gli italiani non li si riconosce dal colore della pelle ma dal genio. Francesco Mendozzi

  • Suor Rosa de Baccariis (15 giugno 1780)

    Il manoscritto di suor Rosa Baccari. La storia è quella della famiglia Baccari che va molto indietro nel tempo. Arriva a Capracotta verso la fine del 1400. Successivamente (a seguito di gravi contrasti tra i Baccari e i Di Maio) un ramo della stessa si trasferì a Bonefro e altro ramo, quello dei Di Maio che con Giuseppe (1660-1708) sposa Angela Baccaro nel 1684, a Deliceto (FG). La presenza dei Baccari a Bonefro risale ai primi anni del 1600 con tale Matteo Baccari. Quanto a Rosa de Baccariis (spesso il cognome Baccari ha subito mutazioni anche per distinguerlo da altri rami), la suora che ha effettuato la donazione di cui al documento allegato in favore del convento di Agnone, ci troviamo all'epoca di Nunzio Baccari (1666-1738), dapprima vescovo di Bojano nominato da Vincenzo Maria Orsini diventato papa Benedetto XIII, e poi vicegerente di Roma nominato da papa Clemente XII. Nello stesso periodo un ramo Baccari si trasferisce pure ad Agnone. Proprio qui sono presenti anche le due figlie di Giuseppe Di Maio che, dopo la morte della moglie, le fa rinchiudere nel monastero di Santa Chiara. L'unico elemento che può dare indicazione circa il ramo Baccari a cui appartiene suor Rosa è dato dallo stemma. I Baccari di Bonefro e di Capracotta hanno in comune l'immagine del toro passante al naturale. Lo stemma di Bonefro ha tre stelle, quello di Capracotta ne ha una sola a punte plurime. Bonefro ha nello stemma anche le bacche e il colore azzurro. Suor Rosa de Baccariis dovrebbe appartenere dunque al ramo di Capracotta. Bruno Zappone

  • Filippini, oratoriani: una pagina di storia religiosa

    San Filippo Neri (1515-1959). Personalità complessa, alla ricerca costante di una chiara « convivenza ben armoniosa » tra il concreto dell’esistenza e la spiritualità cristiana, Filippo Neri (1515-1595) ha dominato l'epoca della Controriforma nei suoi aspetti religiosi e culturali. Popolarissimo a Roma dove si era trasferito ancora molto giovane, dalla natia Firenze. Suo padre era notaio. Semplice e sereno, burlone e faceto, era di un ascetismo integrale e coerente, come dimostrò col suo attivismo pastorale. Fattosi carico, non solo a parole, della precaria situazione di tanti giovani allo sbando in una Roma cinquecentesca piena di contraddizioni, si impegnò totalmente al servizio di Dio e dei fratelli, specie se giovani. È suo l'aforisma: "State fermi, se potete", con il quale introduceva il discorso con i bambini. La sua santità si affinava continuamente nella quotidiana concretezza dell’esistenza con l'aspirazione alla vita cristiana perfetta mediante l'esercizio della carità. Il suo carisma risultò un punto di riferimento negli ambienti religiosi di Roma ed ebbe seguaci in ogni campo: penitenti, sacerdoti, figli spirituali, giovani senza famiglia. La sua opera perseverante sfociò nell'organizzazione degli oratori, istituzioni che coniugavano la carità operosa con l’attenzione specifica ai giovani ponendo così le basi della Congregazione dell'Oratorio. Questa, però, non era da intendere come un ordine religioso in senso tradizionale con struttura gerarchica e nel quale gli adepti emettono voti di obbedienza, di povertà e castità. L'adesione, non perpetua, permetteva di uscirne quando non ci si riconosceva più nelle linee guida. La Congregazione, inoltre, va detto, non si proponeva solo di esaurire al suo interno tutto il bisogno di spiritualità degli aderenti. Il fondatore trovava del buono, del concreto in seno ad ogni "regola" monastica e ne accettava le motivazioni, le giustificazioni. Gli oratoriani si diffusero in tutta Italia e nelle loro chiese favorirono la fondazione di associazioni laiche e confraternite affiliate agli ordini religiosi diversi, quali i trinitari, i carmelitani ed altri. In Roma, all'epoca, operavano altri campioni della spiritualità operosa, la stessa che faceva brillare l'opera del Neri, in particolare il laico cappuccino fra' Felice da Cantalice. Quando i due si incontravano i bambini che li attorniavano si fondevano in un solo stuolo e spesso capitava che i due fossero oggetto di tiri birboni. In Agnone, gli oratoriani, detti anche filippini, si stabilirono nella Chiesa dell'Annunziata alla fine del '500. Nel 1630, come riportato su due lapidi di marmo poste sotto le acquasantiere, si adoperavano per creare luoghi di sepoltura all'interno della chiesa, destinati ai confratelli e consorelle del Carmelo. All'incirca dalla stessa epoca iniziarono ad officiare anche nella attigua chiesa della SS. Trinità dove operava la Confraternita omonima. I due edifici sacri e i locali del convento finirono poi con l'assumere l’aspetto continuo di unico blocco che è tutt’ora conservato. Le manifestazioni di culto si tenevano all'Annunziata dove si venerava l'immagine del santo in abiti da celebrante, un classico dell’iconografia filippina. Il 26 maggio, giorno della festa, si svolgeva una processione caratteristica con la sacra rappresentazione dell'incontro fra le immagini dei due santi, Filippo e Felice da Cantalice. Come accade in queste occasioni, il rituale col tempo si modifica e, ad interrogare gli anziani, si scoprono modalità differenti. Il luogo dell'incontro può variare, ma il lancio delle vainèlle , cioè i semi di carrube, è sempre presente. In pratica, all'incontro delle due immagini i bambini lanciavano sulle statue manciate e manciate di vainelle, come accadeva dal vivo per le strade di Roma. I ricordi degli anziani sono discordanti sul luogo del percorso processionale dove avveniva l'incontro. Alcuni avevano sentito parlare di una normale processione in onore di san Filippo che si effettuava fino alla chiesa dei cappuccini dove, per l’occasione, la statua di san Felice veniva esposta all'esterno. Successivamente, a seguito di modifica del percorso, l'immagine del cappuccino veniva traslata, con proprio corteo processionale, e l'incontro avveniva a S. Giovanni o addirittura al Borgo. La sacre rappresentazione dovette, in seguito, dar luogo ad abusi tanto che il clero non partecipò più alla processione e le due immagini procedevano da sole, accompagnate da nugoli di bambini. Nel '700 agli oratoriani subentrarono i caracciolini e l'immagine, rimossa dall'Annunziata, fu traslata a S. Biase dove il culto continuò nelle forme che abbiamo ricordato. E la scelta di tale chiesa non è da ritenersi insolita in quanto, all'epoca, la SS. Annunziata rientrava nella giurisdizione di quella parrocchia. In tempi più recenti si instaurò un altro uso, a devozione della devota famiglia Cerimele. Il giorno 26 maggio venivano distribuite scodelle di "pasta e fagioli" e questa distribuzione assunse carattere devozionale per cui prima di assaggiarne si recitavano opportune, appropriate, confacenti preghiere. Tutto questo accadeva in Agnone. Il 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, dopo lunga e dolorosa malattia, Filippo Neri passò a miglior vita. Fu canonizzato nel 1622. Il messaggio di fondo che ci ha lasciato si può sintetizzare nella certezza che il raggiungimento della santità, attraverso l'accettazione gioiosa delle difficoltà esistenziali e delle sofferenze di ogni giorno, è proponibile a tutti e non solo ai predestinati. Alessandro Delli Quadri

  • Amarcord: "L'altalena dei ricordi" di Aldo Trotta

    Questo libro, molto articolato, pieno di citazioni, colto, intriso di fede e di religiosità, di riflessioni sulla vecchiaia, la malinconia, la solitudine e la nostalgia, è stato scritto da Aldo Trotta, medico, persona che oltre al suo grande amore per sua moglie Anna, si potrebbe definire anche malato di "capracottesità". Aldo parla molto anche di sua madre, Cesarina la 'Ammara , ostetrica a Capracotta, di suo fratello Carlo, di amici e parenti, dello spazzaneve donato a Capracotta da paesani emigrati nelle Americhe. Aldo racconta anche del devastante terremoto dell'Aquila, dove lui e la sua famiglia si trovavano in quella circostanza, perché Aldo è stato medico anche presso l'ospedale dell'Aquila. Fatte le dovute e rispettose differenze, io, leggendo il libro, vi ho notato qualche analogia tra la storia di Aldo ed Anna, e la mia storia con Antonia, partendo dal ritrovamento delle lettere scambiate durante i rispettivi fidanzamenti, dal cambio di molte residenze e sedi di lavoro, dalle "nozze d'oro" mancate, dalle malattie neurologiche e degenerative che hanno colpito sia Anna che Antonia, entrambe insegnanti. Aldo parla anche di nostalgia e solitudine! Io, in questi ultimi dieci anni di solitudine, ho imparato ad "ascoltare il silenzio". Per quello che Aldo scrive sulla vecchiaia, invito i lettori a leggere l'interessante analisi del problema che lui fa nel suoi libro, partendo dalle parole di Claudio Baglioni nella sua canzone "I vecchi", per arrivare, passando per il detto popolare " Sié 'ccisa la vecchiaia! ", al libro di papa Francesco "La lunga vita". Il giorno dopo, il 26 luglio 2024, festa di sant'Anna, si è tenuta, nella bella ed utile biblioteca parrocchiale voluta da don Elio, in collaborazione con volontari paesani, e realizzata nelle ex carceri di Capracotta, la presentazione del libro "La nonna di Dio", ad opera dell'autore Franco Pasquale di Chieti, alla presenza di parecchi concittadini che, con l'occasione, hanno visitato ed apprezzato la nuova e ricca biblioteca parrocchiale. Mi sono sentito gratificato perché, visitando gli scaffali pieni di libri, ho rivisto anche quelli che, assieme ai figli, donammo alla biblioteca tramite Daniele Di Nucci, il factotum, dopo aver venduto casa nostra a Roma. Alla fine della cerimonia, ho salutato Aldo Trotta, che era presente, ci siamo scambiati poche parole di auguri per tutte le Anna, come sua moglie e mia madre, che si chiamava Anna pure lei... Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • Giovanni Pollice riceve la Medaglia "Hans Böckler"

    Un momento del conferimento della medaglia. In occasione del 70° anniversario dell'accordo sul reclutamento di manodopera tra la Germania e l'Italia, la Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) ha organizzato una cerimonia svoltasi oggi a Berlino durante la quale è stata conferita a Giovanni Pollice la Medaglia Hans Böckler. Si tratta della più alta onorificenza conferita dai sindacati tedeschi che Pollice ha ricevuto per il suo decennale straordinario impegno sindacale. In qualità di presidente di lunga data dell'associazione sindacale contro il razzismo, la xenofobia e l'estemismo di destra "Non toccare il mio compagno / La Mano Gialla" Egli si è sempre battuto per la diversità e contro il razzismo. Durante la cerimonia di premiazione, ha sottolineato il suo impegno per la convivenza democratica alla luce dello spostamento politico a destra: "La democrazia deve essere difesa ogni giorno di nuovo". Pollice stesso è figlio di lavoratori migranti. All'età di 12 anni, è arrivato nella Germania meridionale dal Comune montano di Capracotta, Regione Molise, per raggiungere il padre. Dopo aver frequentato le scuole, ha fatto la formazione professionale e conseguito il diploma di congegnatore meccanico presso una cartiera. Dopo la formazione iniziò ad impegnarsi, prima come rappresentante dei Giovanni, poi come membro del Consiglio aziendale e successivamente nei sindacati con incarichi dirigenziali: «I lavoratori stranieri subivano molte ingiustizie. Volevo fare qualcosa al riguardo e aiutare le persone», spiega la motivazione alla base del suo continuo impegno sindacale per una società basata sulla solidarietà.

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