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  • Polvere di cantoria: libera me Domine

    Il Cristo morto nella Chiesa Madre di Capracotta. ...quia pulvis es... La comparsa della "Messa da requiem" risale al II secolo d.C., seppur diversificata in base alle esigenze regionali e modificata da vari editti codificanti come nel rito gallico, il rito celtico, quello ambrosiano ed aquileiese, senza trascurare anche la Chiesa d'Oriente. La richiesta di un messale, attribuito a san Gregorio, fatta da Carlo Magno a papa Adriano, diede inizio ad un processo di unificazione del rito che ebbe compimento nelle sedute del Concilio di Trento (1563). Tuttavia, la prima testimonianza certa di un rito funebre risale al X secolo. Ottone da Cluny, abate benedettino, stabilì che la messa per onorare tutti i defunti dovesse esser celebrata il 2 novembre. Il gregoriano fu la prima base monodica su cui si svilupparono le sequenze cantate. Curiosamente, per molti secoli, la polifonia fu tenuta lontana dalla funzione riservata ai morti: un rito così severo e solenne non era ritenuto adatto ad essere celebrato con un insieme di voci reputate più consone per i momenti di gioia o festivi. La prima messa polifonica a noi giunta risale al XV secolo ad opera di Johannes Ockeghem, anche se si hanno testimonianze indirette della esistenza di tali composizioni in un periodo precedente, come il testamento di Guillame Dufay (1474) che disponeva, per le proprie esequie, l'esecuzione della messa polifonica da lui composta, oggi andata perduta. Le parti cantate vennero così stabilite: Kyrie Gradale ( requiem æ ternam ) Tratto ( absolve me Domine ) Sequenza ( dies ir æ ) Offertorio ( Domine Jesu Christe ) Sanctus Agnus Dei Communio ( lux æ terna ) Responsorio ( libera me Domine ) Molti autori si dedicarono alla composizione di messe da requiem, tra cui Mozart e Verdi, anche se tali opere vanno considerate come musica sacra, ma non strettamente liturgica. Il "Libera me Domine", come "Pie Jesu" e "In Paradisum", venivano considerati esterni alla messa vera e propria e spesso eseguiti all'atto della sepoltura. In particolare, il "Libera me Domine" non fa più parte del canone ufficiale della Chiesa cattolica, ma non ne è stato strettamente rimosso e può essere eseguito ad libitum come parte tradizione musicale della Chiesa Apostolica Romana. Come abbiamo visto, è il responsorio recitato accanto al feretro o all'atto della sepoltura. Il testo è la invocazione a Dio nella sua pietà al momento del giudizio universale. Il coro o i recitanti si sostituiscono al defunto per elevare una drammatica e terrorizzata preghiera. La versione capracottese, parte finale della Missa pro defunctis , è caduta purtroppo in disuso. Si diparte da una tonalità in sol minore con brevissime discese in fa maggiore usato come "tonalità parallela". L'andamento melodico è a scatti, come singhiozzi intrisi di paura, alternando parti cantate a fraseggi in recitativo. Siamo davanti ad un impressionante tentativo di musica figurativa come si evince nel dum veneris cantato con una melodia discendente e severa tesa a visualizzare simbolicamente la discesa del Giudice Supremo nel terrore dei malvagi. Dura sarà la sentenza e fortemente amaro sarà quel terribile giorno della punizione durissima: la morte eterna, il Nulla. Assente nel testo ufficiale, il Kyrie conclusivo richiama l'invocazione alla pietà già elevata nel canto introduttivo della funzione. Ma l'accordo di chiusura è in cadenza "piccarda", cioè un rassicurante accordo di sol maggiore come a far intravedere la Speranza, l'arrivo della Misericordia di Dio, non solo giudice implacabile, ma anche Padre. La registrazione è stata effettuata l'8 agosto 2025 sul nostro "Principalone" ed è dedicata a tutti i musici che hanno fatto parte della storia della cappella musicale della Chiesa Madre e che ci hanno preceduto nel cammino. Diventeremo cenere: Le più carine, cipria I più puliti, talco I più utili, farina I più buoni, parmigiano grattugiato I più stupidi, segatura I più superficiali, zucchero a velo I più rilassati, sabbia I più agitati, cocaina I più colti, polvere del tempo... ...ed io, polvere di cantoria! Francesco Di Nardo

  • «La Chiesa Madrice sotto il titolo dell'Assuntione»

    Ci troviamo qui per onorare il 300° anniversario della consacrazione della Chiesa Madre di Capracotta, avvenuta, nonostante le traversie burocratiche, il 26 agosto 1725 per mano del vescovo Alfonso Mariconda: due anni prima, precisamente il 7 ottobre 1723, il vescovo capracottese Francesco Baccari aveva già consacrato l'altare maggiore. La domanda che penso sorga spontanea e a cui cercherò di dare risposta è questa: com'era fatta la chiesa di Capracotta prima del 1723? La scelta delle fonti Per rispondere a questa domanda dobbiamo affidarci alle poche fonti in nostro possesso, una delle quali è puramente grafica, e trattasi della tavola a colori realizzata nel 1675 da Tobiáš Masník, uno dei più influenti capi religiosi del protestantesimo ungherese. Egli fu incarcerato a Capracotta dal 4 maggio al 13 giugno 1675 e, durante quella prigionia, il reverendo Masník, assieme al compagno Ján Simonides, tratteggiò Capracotta così come gli era apparsa in quella primavera di 350 anni fa. La scena risulta occupata centralmente dal Santuario di S. Maria di Loreto, il luogo in cui avvenne l'arresto dei due preti evangelici, ma sulla destra vediamo un'ipotesi di quella che era la Chiesa Madre del tempo. In merito al carcere in cui erano rinchiusi, Simonides scrisse che «la nostra prigione [...] era già da un po' di anni che non la mettevano a posto: lo si poteva dedurre dalla grande sporcizia. Sopra la prigione c'era la cappella o – come la chiamavano – l' officium della Beata Vergine Assunta». Tuttavia, al di là di questa stringata informazione, la fonte primaria per sapere quali fossero le forme - non tanto architettoniche, quanto organizzative - della precedente chiesa capracottese è l'apprezzo feudale stilato da Donato Antonio Cafaro l'11 aprile 1671 e di cui abbiamo parlato nel precedente incontro sul culto di san Sebastiano. In quella perizia, infatti, è scritto che «nel mezzo dell'habitatione della d.a Terra vi è la Chiesa Madrice, sotto il titolo dell'Assuntione, consiste in una nave maggiore, e due laterali, con l'altare maggiore tutto indorato, dove si conserva il Ss.mo con custodia con coro dietro; à destra dell'entrare inferiore è un altro superiore, che viene à stare all'incontro la porta della Chiesa per commodità, e fresco per l'estate con organo parte dorato, Campanile à sinistra dell'entrare di pietra del Paese con quattro campane, la maggiore delle quali è di cantara dodeci di peso [960 kg]». Da questa prima testimonianza ricaviamo alcune informazioni importanti: innanzitutto che la chiesa era simile a quella attuale ma aveva due altari, uno maggiore, posto nel presbiterio, e uno secondario, situato nei pressi della porta d'ingresso, dove, a servizio della liturgia, stava anche un organo. Il campanile, ieri come oggi, era posizionato a sinistra dell'ingresso principale, tanto che sulla parte bassa è incisa la data del 1589, che verosimilmente è la data di conversione di una torre medievale in campanile. La data epigrafica del 1589 sul campanile di Capracotta. Ora, però, vediamo quale era l'organizzazione cultuale del tempio capracottese, e dirò subito che la primitiva chiesa madre di Capracotta constava di 23 cappelle o altari dedicati ad altrettanti culti, quasi tutti giuspatronali, termine che in diritto canonico si riferisce al complesso di privilegi e oneri attribuiti ai fondatori e ai loro eredi. In seguito alla ricostruzione della chiesa nel primo '700, gli altari si ridussero ai 12 attuali, quattro sulla sinistra, quattro sulla destra, due in fondo alle navate laterali, uno nella cappella della Visitazione e Morte, ed uno infine nella cappella di S. Filomena. Luigi Campanelli disse che questi altari «ebbero nuovi patroni [in] buona parte differenti da quelli elencati nella Relazione Cafaro del 1671». Per quel che mi compete, mi limiterò a raccontare qualcosa soltanto di quelle cappelle, di quegli altari e di quei culti andati perduti durante il processo di trasformazione della Chiesa Madre a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. La cappella del S. Rosario Nel suo apprezzo, Cafaro scrive che « a sinistra dell'entrare vicino l'altare maggiore è la Cappella dello Ss.mo Rosario con Confraternita, li Fratelli della quale tengono obligo di far cantare li Sabbati di ogni mese le litanie, e per ogni prima Domenica di ciasched'uno Mese una messa cantata, e pagano al Clero docati sei l'anno ». Grazie a don Elio Venditti, ho ritrovato la pergamena con cui, il 16 aprile 1583, era nata a Capracotta la Congregazione del S. Rosario. Era stato l'inquisitore Tommaso Zobbio da Brescia, vicario dell'intero Ordo fratrum prædicatorum domenicano, a scrivere « manu propria » la bella pergamena con cui concedeva licentia  alla Confraternita di Capracotta, sesta tra le congreghe allora presenti nel tessuto civile e religioso della nostra cittadina. Nel manoscritto venivano concessi vari privilegi alla nostra confraternita, tra cui l'erezione di una cappella « sub dicto titulo beatæ Mariæ de Rosario » (= sotto il titolo della Beata Vergine del Rosario) all'interno di questa chiesa e di un altare nella cappella della Madonna di Loreto, per interposizione del magister Giulio Nelli da Pistoia, frate minore che evidentemente operava allora a Capracotta. Inoltre, ai confratelli capracottesi « utriusque sexus » (= di entrambi i sessi) venivano confermate le grazie, i privilegi e le indulgenze dei fratelli del grande ordine domenicano. La licentia prevedeva pure l'istituzione a Capracotta della festa del Rosario, da celebrare la prima domenica d'ottobre, in vista della quale venivano richieste, per decreto di Gregorio XIII, opere d'indulgenza atte a commemorare la vittoria di Lepanto del 1571 contro i Turchi. Al contempo, veniva proibita l'immagine di san Domenico, procrastinando la decisione a quindici anni dopo, in quanto l'iconografia del santo doveva essere sottoposta a scrupolosa « recognitione » (= revisione). Infine, frate Tommaso dispose che oqniqualvolta un domenicano si fosse trovato a Capracotta o all'interno delle sue chiese, gli si sarebbero dovuti riconoscere i medesimi privilegi e indulgenze. L'affresco della battaglia di Lepanto, opera di Giovanni Leo Paglione. Segnalo che una statua della Madonna del Rosario era presente in questa chiesa fino ai primi anni '60 e segnalo pure che il suo Bambino venne “prestato” alla statua della Madonna di Loreto nel 1981 e fino al 2017. La cappella dell'Annunciazione Continuiamo con gli altari presenti nella primitiva chiesa. Cafaro scrive che « appresso è la Cappella della Ss.ma Annunziata della Famiglia de Ianni », che oggi rivive esclusivamente grazie al bell'affresco realizzato dal maestro Leo Paglione. Era dunque quella la prima cappella di giuspatronato menzionata ed apparteneva alla famiglia Di Ianni: probabilmente si tratta degli eredi di Giambattista Di Ianni, un grosso imprenditore che, nel primo Seicento, si stabilì a Canosa, giungendo ad affittare i suoi magazzini alla Cattedrale di S. Sabino. Forse, fu proprio in virtù di questo suo trasferimento in Puglia se, a fine secolo, il Capitolo della chiesa decise di non rinnovare l'altare dell'Annunciazione di Maria. La cappella dello Spirito Santo Proseguiamo: « appresso è la Cappella dello Spirito Santo della Famiglia Baccaro ». In questo caso si potrebbero raccontare tantissime storie legate ai Baccari, una delle famiglie più illustri del nostro paese, completamente estintasi dal tessuto di Capracotta. Tuttavia, sopravvive una certa suggestione relativa alla ex Cappella dello Spirito Santo. Difatti, se Agnone vanta eccezionali tempere sui soffitti lignei dell'ex convento di S. Francesco, Capracotta può dire la sua grazie a un soffitto ligneo di simile fattura che sovrasta il locale che porta al maestoso "Principalone". Il soffitto capracottese, meno raffinato ma più colorato di quello agnonese, ha un solo motivo iconografico: la colomba. Per la Bibbia questo uccello rappresenta lo Spirito Santo e possiede uno spessore simbolico assai ricco e profondo, rappresentando l'ipostasi cristiana più difficile da spiegare: lo Spirito Santo che è forza attiva di Dio all'opera. Una possibile conferma che quel soffitto fosse un tempo quello della Cappella dello Spirito Santo sta nel taglio subìto (con relativa rimodulazione dei pannelli), dimostrando che quella attuale non è la sua collocazione originaria. La famiglia Baccari, come anticipato, era talmente ricca da possedere un'altra cappella nella primitiva chiesa madre, quella di S. Caterina, protettrice dei mugnai. La cappella di S. Francesco Procedendo nella lettura della relazione Cafaro, si apprende che « appresso è la Cappella di S. Francesco della Famiglia di Renzo vicino il Fonte Battesimale ». In questo caso si è verificato un “trasloco” cultuale, con l'altare di S. Francesco d'Assisi che, dalla Chiesa Madre, è stato trasferito nella Chiesa di S. Antonio, dove tuttora resiste. La storia del francescanesimo a Capracotta è d'altronde molto lunga ed articolata, per cui meriterebbe un convegno ad hoc. Dirò soltanto che tanti di voi avranno notato, al civico 26 di via Roma, lo stemma dell' Ordo franciscanus sulla chiave di volta di un arco che in passato rappresentava l'ingresso a un edificio della confraternita di san Francesco. Esso rappresenta chiaramente due braccia che si incrociano davanti la croce: gli avambracci sono quello nudo di Cristo e quello col saio di Francesco, giunti da un sacro vincolo al crocifisso che ne sigilla l'unione. Lo stemma francescano sulla chiave di volta. La cappella dei Ss. Innocenti Da questo punto in poi i culti presenti nella vecchia chiesa madre di Capracotta cominciano a sbiadire davvero, e risultano quasi irrintracciabili nel terzo millennio, così come le famiglie che ne detenevano il giuspatronato. È il caso de « la Cappella delli Ss.ti Innocenti della Famiglia de Bucci »: i Santi Innocenti Martiri sono bambini di età inferiore ai due anni che vennero uccisi per ordine di Erode a Betlemme, nel tentativo di eliminare il neonato Gesù, come narrato nel Vangelo secondo Matteo. La Chiesa cattolica li commemora il 28 dicembre, ma non ho alcuna informazione in grado di legare la famiglia Di Bucci a questo antico culto. La cappella della Pietà Lo stesso discorso vale per « la Cappella della Pietà della Famiglia de' Renzi ». Anche in questo caso, come per san Francesco, è possibile che sia avvenuto un "trasloco" devozionale dalla Chiesa Madre alla Chiesa di S. Antonio, nei cui magazzini risiede l'unica timida testimonianza di questo culto, una modesta oleografia della Pietà risalente al XIX secolo, probabilmente copia di una ben più celebre tela di epoca barocca. La famiglia che ne deteneva il giuspatronato non va confusa con i De Renzis - che giungeranno a Capracotta solo nel 1887 - bensì trattasi probabilmente di un altro ramo dei Di Rienzo, proprio coloro che trasferirono nella Chiesa di S. Antonio l'altare di S. Francesco d'Assisi. La cappella di S. Leonardo « Appresso è quella di S. Lonardo della Famiglia Carfagna »: qui è notte fonda. Il fatto che la famiglia Carfagna, sul finire del Cinquecento, emigrò in massa verso altri paesi, è probabilmente il motivo per cui la cappella di S. Leonardo non venne riconfermata nella Chiesa Madre del Piazzoli. La cappella di S. Maria degli Angeli Anche « l'altare di S. Maria degli Angioli della Famiglia Tartaglia » è sparito tra le pieghe del tempo, il cui culto resta vivo solo in Agnone, precisamente a Fontesambuco, dove ogni anno, il 2 agosto, viene portata in processione una statua della Vergine Maria. La cappella di S. Carlo Avvicinandoci al presbiterio, leggiamo che « a destra dell'altare maggiore è la Cappella di S. Carlo, ch'è dell'Università ». Carlo Borromeo (1538-1584), nominato cardinale da Pio IV, fu arcivescovo di Milano durante i terribili mesi della peste del 1576-77, chiamata per l'appunto "peste di San Carlo". La presenza del suo culto non deve sorprendere, perché fu uno dei maggiori patrocinatori del Concilio di Trento, le cui riforme erano condivise dalle alte sfere diocesane di Trivento. Egli è inoltre il protettore dei seminaristi, il che fa supporre che nel Seicento, gli allievi del ginnasio francescano di Capracotta, lo invocassero in vista degli esami più duri. La memoria del suo culto resta impressa nel medaglione di destra sull'altare di S. Anna. La cappella della S. Trinità Prima di parlarvi del prossimo altare, dirò che dai regesti del notariato frentano del XVII secolo ho estratto un testamento davvero curioso, datato 10 aprile 1617 e firmato da Laura Carnevale di Capracotta, vedova di Marco Antonio Coccio di Sant'Angelo del Pesco. Nel suo testamento, Laura disponeva che alla sua morte gli eredi innalzassero nella chiesa madre di S. Angelo del Pesco una cappella dedicata alla Santissima Trinità. In realtà, però, Laura era alla seconda vedovanza, perché in prime nozze aveva sposato un capracottese, Lazzaro Di Bucci, che diversi anni prima aveva patrocinato una cappella nella chiesa di Capracotta. Nel suo testamento, però, la signora chiedeva l'annullamento della donazione fatta dal primo marito al clero di Capracotta, cioè quando Lazzaro Di Bucci aveva elargito 400 ducati a don Prospero Carfagna, canonico di S. Maria. Laura ne aveva già parlato col vescovo di Trivento, il francescano Paolo del Lago, e la sua richiesta era dettata dal fatto che « la volontà de Lazzaro de Buccio suo primo marito [...] di lasciare ogni cosa alla Chiesa non fu vero, atteso che li preti di Capracotta lo sedussero a far fare detta declaratione et fu ingannata ». Quasi certamente, fu per questo motivo che il clero non riservò un nuovo altare alla Trinità della famiglia Di Bucci. La cappella del Crocifisso Un altro esempio di scomparsa cultuale e familiare è quello della cappella « del Crocefisso, [che] fù della Famiglia Pede, hoggi dell'Università ». Se nel tardo Seicento il giuspatronato su quella cappella era passato all'Università di Capracotta, significa che i Pede aveva lasciato già da tempo il nostro paese. La cappelle mariane Ora arriviamo ad un punto particolare della narrazione, perché nella relazione Cafaro si legge che « nella nave maggiore sono quattro Cappelle, una delle quali è della famiglia Pettenicchio, sotto il titolo di S. Maria della Pietà, e S. Francesco de Paola ». Se il culto per questo francescano è rimasto vivo nei locali della ex congrega va invece sottolineata la questione inerente alle quattro cappelle posizionate nella navata centrale, facendo presagire forme architettoniche quantomai ampie, poiché se la primitiva chiesa madre, come detto in apertura, aveva anche due navate laterali, allora dobbiamo immaginarla grande almeno come quella attuale ed inoltre arricchita di cappelle e di altari sia lungo il perimetro che al centro del tempio stesso. Seguono poi altre tre cappelle con dedicazioni mariane: la prima era situata « più abasso, verso la porta è la Cappella della Famiglia di Maio sotto il titolo di S. Maria di Monte Vergine, et di S. Vito »; poi « all'incontro è la Cappella di S. Maria di Costantinopoli della Famiglia Carnevale »; ed infine « vi è un'altra sotto il titolo di S. Maria della Consolatione Juspatronato della Famiglia Carfagna, la maggior parte delle quali Cappelle sono indorate ». Tutte queste intitolazioni sono pressoché scomparse nel nulla. Riguardo alla prima delle tre possiamo ricordare che il capofamiglia Giuseppe Di Maio divenne nel 1701 governatore della Terra d'Iliceto, per cui, trasferendo l'intera famiglia a Deliceto, probabilmente non si vide riconfermare l'altare della Madonna di Montevergine. Conclusioni La Chiesa Madre di Capracotta. Concludendo, è possibile affermare che la primitiva chiesa madre di Capracotta rispecchiasse lo straordinario fervore religioso del XVI e XVII secolo, fervore che caratterizzò la Chiesa di Roma sia all'interno che all'esterno, e che nei fatti si tradusse nel desiderio di rinnovamento religioso, spingendosi fino al dissenso e alla riforma protestante. Sulle alture di Capracotta, invece, quella ricchezza di culti è testimone della ricchezza delle confraternite e di molte antiche famiglie del luogo – Baccari, Carfagna, Di Ianni, Di Maio, Pede, Pettinicchio, Tartaglia ecc. Tuttavia, la mancata riconferma dei culti e dei giuspatronati della vecchia chiesa, così come la comparsa di nuovi culti e giuspatronati nella Chiesa Madre odierna, testimonia anche il ricambio generazionale di queste famiglie, passate da un'economia puramente feudale ad una mercantile, prova ne siano gli stemmi araldici presenti oggi: Campanelli, Carugno, Castiglione, Conti, D'Andrea, Falconi, Mosca. La Chiesa Madre di Capracotta, insomma, trecento anni fa come oggi, è testimone attenta del dinamismo della nostra comunità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; C. Marciani, Regesti marciani: fondi del notariato e del decurionato di area frentana (secc. XVI-XIX) , voI. I, Japadre, L'Aquila 1987; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; G. Riva, La colomba, segno dello Spirito Santo , in «Avvenire», Milano, 5 giugno 2014; P. Scaramella, Le lettere della Congregazione del Sant'Ufficio ai tribunali di fede di Napoli: 1563-1625 , Ist. italiano per gli Studi filosofici, Napoli 2002; F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Amarcord: "Sul filo della memoria" di Domenico D'Andrea

    Domenico ( Minguccio ) D'Andrea era il fratello anche di Concettina (cugini di mia moglie Antonia), parente di Marino D'Andrea, di cui era pure amico, e cugino di Edoardo Angelaccio. Domenico, dopo le elementari frequentate a Capracotta, va in Agnone, ospite di Edoardo, e frequenta la scuola media. A diciotto anni prende il diploma magistrale a Pescara, divenendo, dopo parecchi anni, molti incarichi e supplenze, maestro elementare di ruolo, insegnando, dopo tanti trasferimenti, anche a Capracotta. Più tardi si trasferisce, con la sua famiglia, a Roma, dove termina la sua carriera scolastica. Il periodo vissuto a Capracotta lascia in Domenico un profondo segno, da cui trarrà, in seguito, profonda ispirazione per i suoi racconti. La stesura dei suoi ricordi comincia - mi pare - proprio a Roma. Domenico scrive per diletto, i racconti portano varie date, sono scritti in diversi anni e sono relativi a circa duecento tra persone e personaggi capracottesi, arricchiti dagli "schizzi" particolari del suo paese, fatti da lui con inchiostro di china! Nel 1986 Domenico dedica alcune pagine a Marino D'Andrea, nel ventesimo anniversario della sua morte. Tutto il materiale da lui scritto viene, in seguito, custodito dalle sue figlie. Nel 2016 Ermanno, figlio di Marino, ottiene dalle figlie di Domenico i suoi scritti e provvede alla pubblicazione del libro, nel cinquantenario della morte di Marino. Molto di quanto sto dicendo l'ho desunto dalla presentazione al libro, scritta da Vincenzino Di Nardo ( Zi' Checco ), amico di Ermanno, il quale, tra l'altro, ha realizzato a Capracotta la casa di riposo per anziani "S. Maria di Loreto". Non potendo parlare di tutti i personaggi presentati nel libro, mi limito ad illustrarne solo due: Marino D'Andrea l'inventore ed Edoardo Angelaccio il novellatore. La prima storia, che è di uomini, di idee, di lavoro, di macchine, di sacrifici, di sconforti e di slanci, è tessuta con materiale di prima mano. Le lettere scritte da Marino a Peppina, prima da fidanzato e poi da marito, e a suo padre - zio Colitto -, esprimono sentimenti e raccontano fatti da lui vissuti mentre era molto impegnato nella realizzazione di una sua brillante idea, d'ordine meccanico, nel contatto diretto con le macchine ed i metalli. La storia è stata pubblicata in omaggio alla sua memoria, nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, con l'intento di ricercare le vie attraverso le quali egli pervenne ad attuare il suo geniale e ambizioso progetto. Marino fu l'inventore geniale di un congegno meccanico prodotto in proprio ed esportato in tutto il mondo! I tentativi di copiarlo, nei paesi asiatici, sono falliti! Quel congegno, adeguato e computerizzato, insieme ad altri brevetti della D'Andrea S.p.A. è sul mercato mondiale! Per quanto riguarda la seconda storia, in attesa dell'arrivo della televisione, a Capracotta, i bambini e non solo, invece di vedere "Carosello", ascoltavano il "novellatore". Lui era Edoardo Angelaccio, muratore, che, d'inverno, in paese, si riposava forzatamente. «Quando la tormenta ci tappava in casa – scrive Domenico – noi ragazzini non ci preoccupavamo, avendo la casa i suoi ampi spazi che ci permettevano di giocare a nascondino. Eravamo sette o otto fra cugini e cugine , tutti della prima età. Di rado il portone di casa si apriva e quando succedeva, si sentiva il pestare dei piedi per scrollarsi la neve dalle scarpe. Noi bambini accorrevamo per vedere chi fosse, sperando che si trattasse della persona tanto attesa: il novellatore » . Lui leggeva romanzi storici e cavallereschi da cui traeva materia per i suoi racconti. Quando "faulava" l'uditorio pendeva dalle sue labbra. Il fatto narrato, spesso, si riduceva a poca cosa, ma Edoardo sapeva abbellirlo e colorarlo. Appena arrivava, tutti eravamo felici, si attizzava il fuoco, si faceva cerchio e l'incanto cominciava. Quando Edoardo doveva andare via, fermava il racconto e diceva: – Lasciamolo dormire, domani riprenderemo a mente fresca. Tra le donne, la migliore novellatrice era Consiglia D'Andrea, cugina di Minguccio. Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • Amarcord: "I fiori del paradiso" di Domenico Di Nucci

    Domenico Di Nucci (anch'egli Minguccio) era un capracottese trapiatanto, da bambino, in Agnone, al contrario mio (agnonese trapiantato a Capracotta): entrambi fortemente legati al proprio paese di origine. Il libro "I fiori del paradiso" è pieno di nomi, fatti, foto e ricordi della infanzia di Domenico, delle sue difficoltà ad ambientarsi in Agnone, poi lo studio, la sua partecipazione alla vita giovanile agnonese, in seguito la laurea, l'insegnamento scolastico, il matrimonio e l'adattamento totale, scrivendo alcuni libri, compreso questo, in cui sono citate decine di parenti, antenati e collaterali, essendo i Di Nucci - si potrebbe dire - un clan! Minguccio va ricordato anche per essere stato, in età matura, il fondatore dell’associazione culturale "Amici di Capracotta". Tra le molte foto contenute nel libro in esame, voglio mostrarne una, oltre a quella del fiore che ha dato il nome all’opera, cioè il trasporto forzoso del corredo della sposa (la dódda ) dalla sua casa fino a quella dello sposo, non in canestri infiocchettati portati sulle teste di comari ed amiche, ma, a causa della neve che impedì il corteo, adagiata sulla traglia , una specie di slitta tirata da buoi infiocchettati. Il trasporto del corredo di zia Nina. La dódda  trasportata era quella di Nina, cugina di mia moglie Antonia, diretta alla Fundióne , a casa dello sposo Michele Di Nucci, zio di Minguccio. Franco Di Nucci, che ha scritto la prefazione al libro, parente di Domenico, anch'egli trapiantato in Agnone, dopo la laurea decise di continuare l'attività di famiglia: lavorare il latte. I suoi prodotti hanno vinto parecchi concorsi, anche internazionali. Franco ha realizzato, in Agnone, anche un moderno caseificio. Zio Mario Di Nucci, uno degli otto fratelli del padre di Domenico, da giovane fu incluso nella squadra nazionale di sci delle Fiamme Gialle. Per la sua bella carriera sportiva, Capracotta ha intestato a lui la pista di sci di fondo di Prato Gentile che ha ospitato gare nazionali ed internazionali. Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • Storia dell'organo (XI)

    L'organo degli eroi nella fortezza di Kufstein. Con me porto la chitarra e se la notte piangerò, una nenia di paese suonerò... ["Che sarà", 1971] Abbiamo visto quasi di veloce passaggio come nel Nord America il "culto" dell'organo, tranne rari casi non fece presa, come in Europa. Un esempio, ai nostri giorni, lo possiamo ravvedere nel film "Sister Act", dove il grazioso coro delle suore è accompagnato da una suora scatenata alla tastiera di un pianoforte mentre un poderoso strumento a canne langue nella polvere su una grande balconata: ottima coreografia, ma tutto lì. In verità questo succede anche in molte chiese italiane con splendidi strumenti abbandonati a far da tappezzeria in favore di tastiere elettroniche e sconcertanti schitarrate. La stessa figura dell'organista spesso viene presentata tramite la figura della stravagante vecchia maestra di musica del villaggio con l'apparecchio acustico e l'immancabile con vestito a fiori con il collo di pizzo ed un repertorio da far rizzare i capelli! Però la sensibilità nordamericana, più ad agio con il rock'n'roll che con la musica organistica, subì un deciso scossone anche grazie all'opera di Virgil Fox (1912-1980). Appassionato e virtuoso dell'organo fin dalla giovanissima età, studiò dapprima in USA sotto la guida del tedesco Wilhelm Middelschulte; poi, trasferitosi in Francia, ebbe come insegnanti anche Marcel Dupré e Louis Vierne. Fu il primo organista non europeo ad esibirsi in concerto nella Thomaskirche di Lipsia (che per gli organisti è l'equivalente della Basilica di S. Pietro per i cattolici) dove Bach fu Kantor fino alla sua morte e dov'è sepolto. Tornato in patria dopo un periodo come organista della Riverside Church di New York iniziò la carriera concertistica itinerante nei teatri e negli auditoria con un enorme organo elettronico Allen progettato su misura. Il format definito heavy organ si basava sulla esclusiva interpretazione delle opere di Bach associate ad un colossale light show , che portò la musica organistica ad essere un fenomeno di massa anche con esibizioni televisive come mai nessuno aveva fatto prima. Anche se le sue interpretazioni non furono mai considerate "ortodosse" sia come velocità esecutiva che con le registrazioni adottate, Fox aiutò l'organo americano, fino ad allora relegato a fenomeno teatrale e di impiego in liturgia su schemi romantici e fondamentalmente di accompagnamento, ad uscire da questo strano limbo anche grazie a continui scambi culturali che si svilupparono tra gli organari americani ed europei con la realizzazione di strumenti con struttura fonica più classica. Nonostante, o forse proprio per questo approccio quasi eretico all'organo, Virgil Fox raggiunse una notorietà pari a quella di Leonard Bernstein e Glenn Gould, apprezzato anche da chi non ci si aspetterebbe mai di vedere seduto in una sala da concerto. E con lui il mondo dell'organo. Dalla danza sfrenata dei pensieri che ogni tanto prendono il sopravvento nella mia quotidianità, spesso emerge il ricordo nostalgico delle escursioni giovanili nelle mattine estive di Capracotta, quando il sole caldo alzava dall'erba ormai secca il profumo dolciastro ed avvolgente dell’estate mentre il fruscio del vento faceva da sottofondo al ronzìo degli insetti e al suono quasi irriverente dei campanacci delle mucche scapelàte (sciolte). E puntualmente l'attenzione veniva richiamata dai soffusi rintocchi del campanile della Chiesa Madre. Mezzogiorno... appena ascoltato il segnale orario scandito dalla radiolina sul camino, zia Carmela la sagrestana, affacciatasi alla finestra della sua casa in cima alla Terra Vecchia, strattonava l'ormai proverbiale fune che, saldamente ancorata ad un angolo del davanzale, scavalcando la strada e la scalinata del sagrato, saliva vertiginosamente verso la cella frontale del campanile per collegarsi al batacchio della campana maggiore che così poteva far udire la sua voce nel circondario. I più anziani ricorderanno che allora il "ceppo" della campana maggiore era fatto di legno e verniciato di rosso. Contemporaneamente a migliaia di chilometri di distanza alla stessa ora a quel tempo, ma accade ancora oggi, il mezzogiorno era salutato dal suono di un organo! Che tu sia un abitante dedito al proprio lavoro, un viandante, un turista a zonzo per il paese, un escursionista immerso in una camminata nei boschi, a Kufstein in Austria e precisamente nel Tirolo, a mezzogiorno, e per almeno venti minuti, puoi ascoltare il suono dell’organo all’aperto più grande del mondo. La maestosa torre della fortezza di Kufstein ospita infatti uno strumento di 46 registri disposti su quattro manuali e pedaliera per un totale di 4.307 canne: die Heldenorgel (l'Organo degli Eroi). Fu costruito nel 1931 dall'organaro Oscar Walcker in memoria di tutti i caduti della Grande Guerra. Nelle giornate estive si può ascoltare anche alle 18:30 e la sua voce arriva chiara anche a dieci chilometri di distanza! Da ormai quasi cento anni gli organisti titolari propongono svariati pezzi classici e popolari ma ogni concerto termina rigorosamente con il brano "Der Güte Kamarad" (Il buon commilitone) chiamato anche "Ich hatte ein Kamaraden" (Io avevo un commilitone): nenia il cui testo fu scritto nel 1809 da Ludwig Uhland e musicata nel 1825 da Friedrich Silcher. Un'elegia commovente per commemorare la scomparsa di un commilitone caduto in battaglia e parte integrante delle tradizioni militari tedesche. Dal 2017 l'Organo degli Eroi è considerato patrimonio immateriale Unesco e nel 2021 è stato eletto "Strumento dell'anno" dal Consiglio musicale dei Paesi di lingua tedesca. Ma anche il regno del freddo ha il suo organo! Il liutaio Tim Linhardt, che del ghiaccio ha fatto il suo materiale preferito, ha realizzato in Svezia all'interno del Jukkasjärvi Ice Hotel un organo fatto con 57 canne di ghiaccio. Successivamente, poiché il calore delle luci e dei visitatori arrecavano danno allo strumento, l’organo è stato costruito in un apposito ice dome interamente scavato nel ghiaccio, fatto a doppio igloo, con fondo ribassato e con aperture sulle cupole per favorire l’uscita dell’aria calda e mantenere la temperatura costante a -5 °C. Le esibizione dell’organo di ghiaccio sono spesso accompagnate da tutta una orchestra di strumenti fatti ovviamente con il ghiaccio! Un ultimo salto ci porta ad attraversare l'Atlantico e tutti gli Stati Uniti. Inaugurata nel 2003 su progetto di Frank Gehry, la Walt Disney Concert Hall , progettata per essere una delle sale da concerto più belle del mondo, e la cui struttura e caratteristiche particolari ne fanno il simbolo della cultura di Los Angeles, ospita uno strumento di 6.134 canne. La forma curva ed il colore delle canne lignee da 16 piedi poste in facciata ne fanno uno degli organi più stravaganti del mondo. French Fries è il nomignolo attribuito a questo strumento con fattura fonica tedesca: le canne sopramenzionate infatti ricordano delle lunghissime ed enormi patatine fritte inclinate fino a 30°. Peraltro sembra che un gigantesco petardo sia esploso in cantoria dopo il passaggio di un uragano! L'effetto è veramente spettacolare: costruito da Manuel Rosales, è sicuramente all'altezza del nome del grande creatore dell'amatissimo Mickey Mouse! Non è tutto e non sarà mai tutto. Ogni tanto arriva o spunta una notizia su questo mondo meraviglioso che ha da sempre accompagnato la storia dell'uomo. Per questo, volutamente, ho omesso di citare la bibliografia che sarebbe enorme. Molti argomenti sono stati semplificati per una migliore comprensione dai parte dei profani a cui umilmente mi sono rivolto. Il web diventa, per chi vuole, un vasto territorio di "caccia" e i curiosi saranno accontentati e forse stimolati a cercare ancora. Io stesso in questi giorni passati a scrivere ho appreso informazioni che ignoravo totalmente e che immediatamente sono stato felice di condividere. E di questa attenzione ringrazio chi mi legge e "Letteratura Capracottese" che dà voce a queste scombiccherate righe. Francesco Di Nardo

  • Storia dell'organo (X)

    L'organo marino di Zara. Siate viandanti... [Vangelo di Tommaso] Ciascuno di noi, al di là del Credo e delle Confessioni, ha una personale idea di Dio, ma vi sareste mai avventurati nel pensare ad un Padreterno organista? Ebbene, c'è chi lo ha fatto! Athanasius Kircher (1601-1680) gesuita, professore di filosofia, matematica e fisica, studioso di lingue orientali, musicista ed inventore ebbe questa idea che espose nel colossale trattato "Musurgia Universalis" (1650) dove paragona tutto il cosmo ad un organo e dove ogni elemento in natura è interconnesso in una sinfonia divina. Nel trattato, che parte dalle origini della musica e si dipana in tutte le speculazioni sulla teoria musicale e sugli effetti della musica sull'animo umano, Kircher descrive Dio, Supremo Organista e Sommo Organaro, che costruisce dalle acque primordiali uno strumento di sei registri, ordinando la materia e il suono. Quindi con sei preludi, uno per ciascun giorno della Creazione, e suonato con l'apposito registro, dà origine a tutto l'universo. Questo trattato analizza inoltre tutti gli strumenti musicali, la diffusione del suono nelle stanze degli edifici e tutti gli stili compositivi, le sequenze musicali rapportate alle parole e ai ritmi e descrive una macchina ( arca musorithmica ) ad uso delle persone prive di conoscenze musicali che mediante combinazioni matematiche tuttavia consente di comporre inni sacri: un antesignano della musica digitale! Probabilmente, è dal pensiero di Kircher che molti autori hanno derivato il concetto di sacralità dell'organo poiché unico strumento riproducente il suono della Creazione. Aggiungerei che lo studio della matematica, della fisica e della filosofia era un bagaglio fondamentale per tutti i musicisti del passato: l'analisi dei brani del passato ci consente di osservarne l'andamento melodico ed armonico voluto dal compositore ma anche un linguaggio matematico e spesso visivo legato al simbolismo in essi racchiuso ma anche legato alla fisica dello strumento di destinazione. Per assurdo Leonardo da Vinci (1452-1519) era conosciuto e richiesto ai suoi tempi presso le corti più importanti più come musicista che come inventore e pittore e fu tra i primi compositori ad avvalersi della scrittura musicale su pentagramma. E matematica e fisica, oltre alle scienze umanistiche, un giovanissimo Johann Sebastian Bach (1685-1750) studiò durante la sua permanenza nel collegio di Lüneburg. Lo stesso Galileo Galilei (1564-1642) fu un importantissimo teorico musicale. Scienza ed arte hanno dato origine a musiche eterne: le spalle dei giganti su cui oggi ci innalziamo. E pare ci fossero anche organi lacustri... Tale notizia deriva dalla scoperta delle famose navi romane affondate nel lago di Nemi. Volute dall'imperatore Caligola (I° sec. d.C.) e recuperate nel XX secolo, si reputa fossero destinate ad un uso prettamente ludico e di intrattenimento per la corte imperiale, palazzi galleggianti dotati di soluzioni ingegneristiche di altissimo livello e materiali decorativi di squisita fattura. Tuttavia da alcuni spunti e tracce si sospetta potessero avere a bordo degli hydraulos , o strumenti a mantice, che, come abbiamo visto già in precedenza, erano molto diffusi nella Roma imperiale. Ma vi sono anche studi e pubblicazioni indicanti le stesse navi quali enormi organi idraulici, appendici della corte di Caligola e inseriti in uno spettacolare teatro naturale quale era ed è il lago. Interessantissima la ricostruzione del probabile sistema di alimentazione e funzionamento di questi mirabili "organi galleggianti". Purtroppo la damnatio memori æ seguente alla caduta dell'imperatore ne decretò l'abbandono o la distruzione e il conseguente affondamento. Aria, acqua, fuoco e terra: gli elementi primordiali della natura celebrati dai filosofi greci, ricorrenti anche nelle tavole astrologiche e nei trattati alchemici. L'aria è il soffio vitale onnipresente dell'organo e in passato l'acqua ne era parte del funzionamento. Ma vogliamo parlare del fuoco? Vi accontento subito! Il pirofono, o organo del fuoco, strumento di grande suggestione e variante ai canoni classici fu ideato dal fisico e musicista alsaziano Frédéric Kastner (1852-1882) e brevettato nel 1874. Consiste in una serie di canne di varia lunghezza, fatte di vetro, in cui la combustione di gas genera una serie di singole fiammelle che, premendo il tasto collegato a ciascuna canna, si frammentano creando così delle vibrazioni generanti il suono. Al rilascio del tasto la relativa fiammella torna ad essere unica e il suono si interrompe. Chi ha avuto modo di ascoltare questo strumento ha parlato di una esperienza stravagante fatta di suoni simili alla voce umana e di una bellezza eterea. Altri "strumenti" ad effetto prevalentemente teatrale e scenografico, e quindi di scarsissimo interesse musicale, sono costituiti da pochi tubi metallici che, azionando i tasti corrispondenti, fanno sprizzare delle fiammate in stile lanciafiamme mentre il suono viene generato mediante modalità che però nulla hanno a che fare con il fuoco. Torniamo verso la terra, la pietra... Nelle Luray Caverns (Virginia, USA) sorge il litofono, o grand stalacpipe organ : l'organo delle stalattiti! In questa caverna, scoperta nel 1878, gli studiosi osservarono che percuotendo delle stalattiti in alcune formazioni calcaree precise, venivano emesse delle vere e proprie note musicali. Durante un'escursione con la famiglia, Leland Sprinkle, matematico, ingegnere elettronico e musicista, ebbe l'idea di costruire uno strumento la cui consolle comandasse dei martelletti elettrici atti a colpire, senza recare danno, delle stalattiti accuratamente selezionate e calibrate. Con l'aiuto della Klam Organ Supply , tra il 1956 e il 1959 sorse questo stranissimo strumento che si distende su circa 14.000 metri quadrati nel sistema di grotte della Luray Cavern. L'acustica della caverna gioca un ruolo particolare nella diffusione del suono, simile a campane ovattate, che viene modulato ed amplificato con un effetto sonoro avvolgente e indimanticabile. Un organo a canne nella pietra viene menzionato dalle cronache italiane come in corso di realizzazione (2023) ad opera della Bottega Organaria Pinchi (Trevi) nella antica cava di Cursi (LE), trasformata in auditorium e laboratorio musicale. Il progetto, chiamato "Petra sonante", consiste in una torre di 35 metri di altezza contenente 234 canne dissimulate nei muri. È un organo "diffuso": interazione simbolica tra la storia della musica e il leggendario lavoro dei Maestri Cavatori che hanno reso possibile tutte le magnifiche strutture architettoniche leccesi. E quando l'organista è il mare? A Zara (Croazia) una curiosa struttura architettonica, posta sulla banchina nord del centro storico (Nova Riva) e a foggia di scalinata degradante verso il mare, nasconde 35 canne di diversa forma, lunghezza ed inclinazione. L'organo marino ( morske orgulje ) ha visto la luce nel 2005. Il moto ondoso dell'acqua, spostando l'aria, produce suoni continuamente diversi e modulati secondo sette accordi e cinque tonalità. I terminali delle canne (fatte di materiale sintetico) e la cassa armonica sono posti nei buchi del gradino più alto. Struttura analoga, ma un po' più grande e meno ordinata, sorge dal 1986 nella San Francisco Bay: il wave organ (organo delle onde), mentre a Blackpool (Regno Unito) si può ammirare l' high tide organ (l'organo dell'alta marea). Una torre di 15 metri traduce in musica le maree: in sostanze si attiva mano a mano che si alza il livello del mare fino al momento culminante: circa una o due ore prima che si completi l'alta marea. E quando il vento stesso vuol diventare "vento organario", ci viene in mente il singing ring tree di Burnley (Regno Unito), sui monti del Lancashire. Un sistema di canne in acciaio zincato, alto tre metri, saldate in orizzontale dalle più corte in basso alle più lunghe in alto e disposte a spirale sul piano trasversale. Costruito nel 2006 traduce in musica le raffiche di vento che in questi monti raggiungono anche velocità di 170 km/h. A Seattle (USA) il sound garden traduce in musica il moto ventoso con delle canne montate su dodici torri di acciaio e sfruttando il principio del flauto di Pan. Opera del 1982, si può definire il capostipite di tutti i sound gardens attualmente esistenti. Appuntamento per altre curiosità stravaganti e divertenti, ma nel frattempo... pensate a cosa succederebbe con un Monteforte Sound Tree , installato accanto al parco eolico di Capracotta, specialmente durante le nostre proverbiali bufere invernali! Cala il vento nella valle, la campana suona ancora, mentre il sole se ne va... [Schola Cantorum, 1975] Francesco Di Nardo

  • Relazione storica sulla chiesa matrice di Capracotta

    Elenco ufficiale degli abbonati Telecom del Comune di Capracotta (1995). Il mio ringraziamento va ai convenuti, alle autorità civili e religiose, all'Amministrazione comunale da cui ho ricevuto il graditissimo invito a parteciparVi questa breve e spero non noiosa dissertazione. Il ringraziamento più sentito, comunque, deve andare alla Telecom Italia la cui iniziativa è stata l'evento fonfamentale senza il quale questa serata non avrebbe mai avuto luogo. Salda sulla roccia stai, Chiesa dei miei padri, io, ramingo vado sempre per il mondo, simile a foglia staccata dal mio ramo. Sbattuto dai venti della vita, sogno l'intreccio delle tue radici come braccia di madre congiunte nell'attesa. Così un poeta capracottese (don Michele Di Lorenzo, NdR ) ebbe a dire della nostra bella Chiesa Madre ed oggi parleremo di essa consci del valore artistico, ma anche affettivo, di questi sacri luoghi certi che alla rinascita economica di un popolo deve necessariamente preludere la rinascita culturale intesa anche come memoria storica, pena lo svilimento di ogni sacrificio e la perdita di tutti i valori ed i punti di riferimento. La Chiesa Madre Collegiata di Capracotta sorge sulla parte più elevata del centro urbano, territorio chiamato dai locali "Terra Vecchia", cioè sede del primo insediamento di genti in questi luoghi. Tale nome risulta frequente presso le popolazioni molisane: Terravecchia è definito anche, ad esempio, il luogo sede del primo insediamento sannitico di S æ pinum. Con buona approssimazione l'area della attuale Chiesa fu sempre destinata ad uso sacro: la Chiesa rinascimentale che la precedette sorgeva sulla stessa roccia. Tracce di essa rimangono anche nell'attuale edificio: i portali del campanile, su uno dei quali si nota un pregevole bassorilievo raffigurante il Cristo albero della Vita; i muri adiacenti alla torre, sede della legnaia della Chiesa barocca, il portale della cappella della Visitazione, le muraglie interne dell'attuale campanile dove sono ancora presenti le antiche buche delle campane. Anche il Battistero, pregevole opera in noce decorato a foglie d'oro, restaurato nel 1980, ed il fonte battesimale in pietra locale sono sicuramente riconducibili alla chiesa arcaica. Nel libro delle memorie ci sembra di intuire un suggestivo episodio: il Consiglio della Università (così era allora definito il comune) si riunì sul luogo della erigenda Chiesa per stabilire il trasloco dello stemma in pietra di Capracotta dal vecchio al nuovo edificio stabilendone la collocazione nel sito dove ora lo ammiriamo: il pilastro posto a sinistra dell'altare maggiore. La chiesa diveniva pertanto non solo luogo delle funzioni sacre ma il custode del simbolo più alto di tutta una comunità e dunque tutrice delle sue tradizioni. Nel 1673 la chiesa antica disponeva di tre navate, un altare maggiore e venti altari collaterali, un organo in "parte dorato", un campanile con quattro campane ed era anch'essa dedicata all'Assunta. Due gli eventi scatenanti la ormai già presa decisione di un suo rinnova: la peste del 1656 che falciò 1.126 persone su una popolazione di circa 2.000 abitanti e l'invasione dei briganti del 9 luglio 1657 che, dopo aver saccheggiato l'intero paese, uccisero l'anziano sacerdote mentre celebrava la messa. Nacque così, su progetto del lombardo Carlo Piazzoli, il nuovo edificio barocco, a tre navate, lungo 35 metri e largo 18 al transetto, con una cupola la cui sommità venne posta a 15 metri e mezzo. Le mura risultarono spesse da uno a tre metri in arenaria e malta. Le capriate a sostegno del tetto costarono la distruzione di una intera foresta di abeti sita a nord del paese. La facciata, in pietra locale ai cui lati erano previste delle statue, come anche sul basamento previsto sopra le scale del sagrato, fu alta 9 metri e larga 20, orientata a sud-est. Venti metri il dislivello tra le mura ad ovest e i contrafforti posti ad est. Il primo altare maggiore venne benedetto nel 1723 mentre tutto l'edificio venne consacrato nel 1725. Il definitivo assetto architettonico tuttavia si compì tra il 1749 e il 1757. Gli artigiani Del Sole di Pescocostanzo realizzarono gli stucchi dorati in oro zecchino che però, deterioratosi, fu sostituito con porporina alla fine del XIX secolo. Il colore antico delle pareti fu azzurrino. Il tocco civettuolo venne dalle delicate figure degli angeli che, in numero di quaranta, fanno capolino da ogni dove, reggendo anche dei medaglioni dorati dedicati a vari santi. Gli altari del transetto, sullo stile del Borromini, dedicati all'Assunta ed a san Sebastiano, patrono della comunità, vennero realizzati il primo dal Piazzoli medesimo, e l'altro da Mattia Pizzella. Il Colombo, autore del gruppo ligneo della Visitazione, il cui disegno o modifica viene attribuito a Francesco Solimena, realizzò anche l'altare della Immacolata che è l'unico in legno. Altre opere pregevoli comparvero numerose, contrariamente alle affermazioni fatte da alcuni critici: il dipinto dell'Ultima Cena posto sotto l'organo ed anch'esso ricondotto al Solimena autore di un altro olio collocato sopra l'ingresso oggi purtroppo scomparso, il pregevolissimo coro ligneo dorato con i suoi 17 stalli, simbolo del benessere e dell'autorità del Collegio, l'olio del XVIII secolo posto sopra il battistero raffigurante sant'Anna con Maria bambina. Un cenno merita un delicato tondo ad olio conservato in Sacrestia raffigurante la Natività, sicuramente attribuibile ad autore locale del XVIII secolo, parte centrale di una tela più grande distrutta dal tempo, con figure dalle fattezze aggraziate, dolcemente illuminate dalla luce che si irradia dalla figura del bambinello. Una graziosa pittura floreale con colomba, allegoria dello Spirito Santo, compare al di sotto delle rozze e consunte scale di accesso alla cantoria. La definitiva consacrazione si svolse il 14 settembre 1725 dopo alterne vicissitudini con la curia triventina: l'allora vescovo non aveva perdonato alle confraternite capracottesi il fermo contrasto ai suoi tentativi di intromissione nella gestione dei cospicui patrimoni laici in loro possesso. Furono proprio questi patrimoni, messi insieme con notevole sforzo da tutta la comunità, che consentirono la costruzione della Chiesa e permisero la sua costante manutenzione e i continui abbellimenti. Il contrasto tra la curia e la parrocchia finì addirittura presso i tribunali di Napoli e di Madrid! Nel frattempo il novello altare venne benedetto il 23 dicembre del 1748. Il vescovo, benché messo alle strette anche dalla legge, proibì la consacrazione del fonte battesimale, si oppose alla benedizione dell'altare del santo patrono e, cosa inaudita, pose il veto all'uso delle cripte su cui poggiava l'edificio quali sepolture dei defunti. Il Campanelli, storico locale dei primi del Novecento, fa notare che allora il paese non disponeva di un cimitero. Questi veti vennero tolti nel 1749. Il contrato, tuttavia, terminò solo con l'avvento del nuovo vescovo. Nel 1754 l'officina di Biagio Salvati, napoletano, installò l'ennesimo altare maggiore, l'attuale, in marmo intarsiato con il tabernacolo sormontato da due angeli e il bellissimo paliotto raffigurante l'Assunta. La stessa mano realizzò anche la balaustra. Nel 1756 la Chiesa fu riconosciuta "Collegiata" e tale titolo, pur se effettivamente onorifico, durò con alterne vicende fino al 1867 quando con l'avvento del Regno d'Italia i patrimoni laici delle confraternite e del collegio vennero incamerati dallo Stato. Interessante, per i raffinati intenditori, è l'archivio storico delle pergamene: raccolta di bolle, atti, certificazioni di autenticità delle reliquie, corrispondenza tra la Collegiata e altre istituzioni, turnazione degli organisti e loro compensi per l'accompagnamento delle funzioni. Alcuni istromenti del XVI secolo sono scritti su pelle conciata. Cenno a parte merita l'organo. Costruito tra il 1750 e il 1779, dotato di 700 canne distribuite su dodici registri più contrabassi, è tra gli strumenti più pregevoli realizzati dalla famiglia D'Onofrio di Poggio Sannita. Ha forse inglobato in sé l'organo della chiesa arcaica. Altra ipotesi è che l'organo antico sia stato collocato nella cappella della Visitazione che infatti disponeva fino a tempi recenti di un proprio organo oggi scomparso. In particolare il progettista sarebbe Luca D'Onofrio che lo avrebbe battezzato con il nome di "Principalone" sia per le dimensioni che per la cospicua dotazione dei registri. Luca D'Onofrio avrebbe realizzato contemporaneamente anche il "medio", collocato nella Cattedrale di Trivento, ed il "principale", disposto nella chiesa di Poggio Sannita. I D'Onofrio realizzarono strumenti in Molise, Abruzzo, Campania e Puglia. La loro recente riscoperta ha permesso il recupero di strumenti di pregevolissima fattura e suono molto vivo. Il Principalone, in particolare, presenta una disposizione fonica particolarmente interessante dal punto di vista organologico, e potremmo definirlo uno degli strumenti più importanti dell'Italia Centrale. La cassa e la bella cantoria sono state realizzate da artigiani locali. Innumerevoli sono le generazioni di organisti, di cui è presente traccia sin dal 1645, che sì sono alternati alla consolle degli organi della Chiesa dell'Assunta e moltissime le composizioni di autori locali che si sono plasmarte sula disponibilità fonica di questi strumenti: non ultima la celebre "Pastorale" cara ai Capracottesi. L'antico organo pertanto si pone come opera d'arte forse la più bella di tutta la Collegiata, sicuramente la più grande, certamente l'ultima ancora da restaurare e conservare da un grave ed incombente degrado. In questa sede lanciamo l'ennesimo appello per una rapida risoluzione di questo annoso problema, tormentati anche da come si parli bene delle opere d'arte altrui e si tralasci di valorizzare quelle presenti in casa propria, confidando anche nell'aiuto che la Telecom ha iniziato ad offrirci con l'attuale iniziativa. La perdita della voce del Principalone rappresenterebbe, infatti il solito trionfo dell'indifferenza e della grassa ignoranza. Nel 1913 i nuovi restauri ristrutturarono l'antico pavimento in pietra rimuovendo le lapidi e gli ingressi alle sepolture ormai non più in uso. Le inumazioni, fino alla inaugurazione dell'attuale cimitero nel 1880, avvennero sotto il presbiterio per il Clero, sotto gli altari per le famiglie che li avevano in custodia, nelle fosse sotto le navate per il popolo. Nel 1880 era stato restaurato il campanile ma la cuspide venne realizzata in epoca più tarda; una curiosità: la cuspide provvisoria in lastre di piombo venne portata via dalla furia della bufera. Nel 1943 la chiesa, insieme a pochi altri edifici rimasti integri, accolse al suo interno le famiglie dei capracottesi cacciate via dalle loro abitazioni dall'incendio appiccato dalle truppe tedesche in ritirata. Il primo restauro moderno avvenne nel 1954 ed il successivo, nel 1983, ha dato alla chiesa il definitivo assetto. Per concludere due riflessioni. La prima è tratta dal Campanelli: « E un uguale dovere hanno pure i nostri conterranei. Essi, in paese o lontani, non devono dimenticare giammai... che il tempio ci rimane quale superbio retaggio di lavoro e di fede dei nostri antenati, lavoro e fede che non devono andare disfatti o logorati da ignobile trascuratezza dei tardi discendenti, questi che ben volentieri offrono ogni anno non trascurabili contributi a feste in onore dei santi prediletti, non lesineranno un lieve obolo in più per la chiesa che quei santi accoglie, e coloro che diligentemente vanno in giro a raccogliere quei contributi ricorderanno che sarà opera meritoria riservare una parte degli oboli ad un fondo che possa servire per nuove decorazioni della chiesa anziché profonderli tutti nel fumo degli spari, nelle strombazzature di bande, spesso negazione dell'armonia e nei vaniloquii gridati dal pulpito che lasciano il tempo che trovano ». La seconda è di chi vi parla. Vi abbiamo descritto i luoghi, elencato gli eventi, mostrato gli spazi. Ma non potremo mai riferirVi i pensieri, le gioie ed i dolori di una comunità che oggi corrono lungo i fili del telefono, ma che allora servirono a tenere insieme delle pietre e dei pezzi di legno per farne una chiesa. Testimone severo di quelle vicissitudini resta questo tempio consegnatoci dai nostri avi in quella eterna staffetta che è la vita. Se non saremo capaci di conservare e trasmettere a nostra volta questo testimone compromettendone, quindi, la sua corsa nella storia, forse non saremo maledetti ma non meriteremo neppure di essere ricordati. Francesco Di Nardo Fonte. F. Di Nardo, Presentazione elenco ufficiale degli abbonati al servizio telefonico della Provincia di Isernia , Capracotta, 23 settembre 1995.

  • Il ritiro dei Lupi a Capracotta

    L'A.S.D. Capracotta con Luciano Zauri, allenatore del Campobasso F.C. Leggendo il titolo di questo articolo, in molti potrebbero pensare a una favola. Invece no, è tutto vero. Quest'anno, infatti, il Campobasso F.C. ha scelto Capracotta come sede del proprio ritiro. Più precisamente, gli allenamenti dei Lupi si sono tenuti al campo sportivo "Erasmo Iacovone", un gioiello in erba naturale a 1.421 m. s.l.m., dal 17 luglio al 1º agosto. I Lupi negli ultimi due anni hanno raggiunto una tranquilla salvezza nella stagione 2024/2025 in Serie C e due anni fa hanno vinto la Paule Scudetto Serie D 2023/2024, battendo il Trapani per 5-1 in finale. I rossoblù hanno alloggiato presso l'Hotel Monte Campo, situato alle pendici di Monte Campo da cui, appunto, prende il nome. Gli uomini di Mister Zauri hanno potuto svolgere allenamenti col fresco clima estivo capracottese, godendo della rigenerante aria pulita. Hanno, inoltre, partecipato a eventi organizzati dalla nostra Pro Loco, quali la Tavolata, dove hanno passato una serata in allegria e gustato i piatti dello chef Ermando Paglione presso il Bar Taccone. In più, il Campobasso F.C. ha strutturato un ricco calendario di eventi in paese. Coinvolgendo tutte le fasce di età in giochi e tornei di 1vs1 e 2vs2, svoltisi lungo corso Sant'Antonio. Il 25 luglio, inoltre, c'è stato un Q&A con Mister Zauri, moderato magistralmente da Pippo Venditti. Un incontro a cui il popolo capracottese ha partecipato in largo numero e dove l'allenatore dei Lupi ha riabbracciato, a distanza di molti anni, un amico delle giovanili dell'Atalanta, lo storico capitano dell'Olympia Agnonese Antonio Orlando. La nostra A.S.D. Capracotta è stata presente, per quanto possibile, a tutti gli eventi, supportando le iniziative. Il ritiro estivo è terminato il 1º agosto con l'amichevole contro il Bacigalupo Vasto, conclusasi 4-0 in favore dei Lupi. A timbrare il cartellino ci hanno pensato al 7′ Lombari, al 14′ Nocerino, al 24′ Bifulco e al 91′ La Monica. In conclusione, possiamo dire che Capracotta è stata una seconda casa per il Campobasso F.C. Auguriamo a loro il meglio per la stagione sportiva alle porte, sperando che questo ritiro estivo abbia poggiato le basi per un futuro radioso per gli uomini di Mister Zauri. Nestore Sammarone

  • Capracotta, estate 1961: la fine di un'epoca

    A Capracotta, fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso, la maggior parte delle famiglie, anche non contadine, praticava la coltivazione del grano, patate e legumi in piccoli appezzamenti di terreno per proprio uso. In quel periodo, i terreni coltivabili ben delimitati da muri, siepi di pruno o filo spinato, erano raggiungibili solo a piedi attraverso piccoli e sassosi sentieri. Gli eventuali passaggi su terreni altrui (servitù) erano ridotti al minimo e gli sconfinamenti, soprattutto di animali, erano considerati violazioni gravi, causa della maggior parte dei litigi, quindi mentalità e struttura del territorio non avevano consentito l'uso di trattori, per cui tutto il ciclo produttivo dalla semina alla raccolta, compreso il trasporto dal campo, era svolto a mano con il solo ausilio di buoi e cavalli. Unica attività meccanizzata era la trebbiatura del grano, che avveniva in un'aia comune dove poteva operare una trebbiatrice. Solitamente l'aia comune era allestita in un terreno pendente tra la strada che porta ad Agnone e quella per prato Gentile a ridosso delle ultime case di allora, area attualmente del tutto costruita. Nei primi anni Sessanta, sia per le mutate condizioni economiche che per la forte immigrazione, le coltivazioni in genere si erano dimezzate rispetto a qualche anno prima, in particolare quella del grano finì improvvisamente del tutto nell'estate 1961, quando un incendio divampato nell'aia dove si era in attesa della trebbiatrice bruciò tutta la produzione. Nell'estate del 1961 avevo 16 anni. Come ogni anno, ero tornato a Capracotta per passare le vacanze e, quando necessario, aiutare mio nonno Carmine nelle sue attività di artigiano e contadino; in particolare c'era da mietere e trebbiare il grano seminato in un terreno in località Fonte del Cippo. Per la mietitura, quasi tutti si avvalevano di giovani contadini mietitori che ogni anno, nella terza decade di luglio, arrivavano a Capracotta. In attesa di un ingaggio si disponevano a gruppetti sulla lunga ed ampia scalinata che collega la strada principale alla piazza del comune; il mio compito era quello di accompagnare i mietitori al campo e poi portargli il pranzo a mezzogiorno, poi partecipare al trasporto dei covoni fino all'aia comune per costruire la manucchièra , ovvero un cumulo ordinato di covoni. L'undici agosto 1961, intorno a mezzogiorno, quando scoppiò l'incendio l'aia era un piccolo e disordinato villaggio dorato formato da tante manucchière di varie grandezze a mo' di casette con tetto spiovente. In attesa della trebbiatura, ogni giorno si era soliti andare a controllare la propria manucchièra , cosa che avevo fatto quel giorno prima di rientrare a casa per il pranzo. Quindi, poco prima di quel mezzogiorno, personalmente mi trovavo fuori casa, a meno di cento metri dall'aia, quando sentii gridare «Al fuoco!» e poi ripetere l'allarme a più voci, mentre un filo di fumo al centro dell'aia segnalava la zona dell'incendio che presto si estese. In pochi minuti tutto il quartiere si radunò nei pressi, con scene anche drammatiche di pianti, disperazione e di maledizioni. Fu subito tentato un improvvisato antincendio riempendo da casa mia e da quelle dei vicine dei tragni (secchi) d'acqua e poi con una catena umana fatti arrivare fino alla zona delle fiamme, ma tutto risultò palesemente inefficace. Dopo la confusione iniziale, il coordinamento delle attività fu assunto dal guardaboschi comunale; un primo concreto intervento fu quello di allestire un tiro di buoi e tracciare dei solchi taglia fuoco intorno all'aia. Nel frattempo, qualcuno dal Comune aveva telefonato ai vigili del fuoco di Agnone che, arrivati con un vecchio mezzo attrezzato di manichette e pompa, rese possibile collegare il vicino serbatoio d'acqua potabile del paese ed arrivare fino alle fiamme con un continuo getto d'acqua. Costatata l'impossibilità di spegnere le fiamme, le attività si concentrarono sul contenimento dell'incendio verso le case e successivamente verso i campi. A sera furono organizzate delle squadre di sorveglianza che restarono operative per un paio di giorni, fino a quando l'incendio fu dichiarato spento.  Un odore acre di grano tostato ristagnò sul quartiere per alcuni giorni e, nonostante la gravità dell'incendio, fortunatamente non ci fu nessun ferito. Il video dell'incendio realizzato da Marino D'Andrea. Causa dell'incendio Ufficialmente non è stata mai accertata, perché mai indagata, e dopo la disperazione iniziale, accettata dagli interessati come una fatalità, al pari di un evento naturale, causata da un incauto comportamento di qualcuno che aveva osato accendere una sigaretta. Succedeva che a mezzogiorno, quando l'aia si svuotava per il pranzo, i pochi che rimanevano erano soliti cercare un posto tranquillo per sedersi a terra all'ombra di una manucchièra , mangiare un boccone, fare un riposino ed i più audaci anche una fumatina. Secondo le ricostruzioni - o chiacchiere - fatte da chi aveva perso il raccolto, il fuoco era stato causato da un paesano non nominato e non accusato, che, dopo aver mangiato ed acceso una sigaretta, si fosse per un attimo addormentato, facendo cadere il mozzicone, facile innesco per la paglia sparsa a terra; subito svegliatosi, non in grado di risolvere la situazione, si era allontanato mettendosi in salvo. La delusione per la perdita del raccolto e le considerazioni economiche fatte in seguito, portarono alla conclusione che non era più conveniente continuare con le coltivazioni. Si ebbe così la completa fine per quella del grano ed una forte riduzione per le altre, con l'abbandono dei campi. A Capracotta finiva così l'epoca dell'agricoltura, oggi definita eroica, che aveva assicurato per secoli il sostentamento a tutta la comunità. Negli anni successivi, i campi abbandonati, trasformatosi in prati, hanno favorito l'allevamento intensivo di bovini ed ovini, unica attività attuale legata alla terra. Renato Di Rienzo

  • Storia dell'organo (IX)

    L'organo Britannic al Museo degli Automi musicali. Da qualche parte, qualcosa di incredibile attende di essere conosciuta... [C. Sagan] Come tutte le case del nostro paese, anche la nostra disponeva di una piccola stalla dove oltre alle galline ed alla capretta, il cui latte era fondamentale per i neonati in assenza del latte materno. C'era anche il maialino che rappresentava la fonte di sussistenza di tutta la famiglia per i lunghi mesi invernali. Papà mi raccontava sempre che, a causa di un ascesso perianale, il maialino di quel lontano anno della sua infanzia dimagriva a vista d'occhio. La fede, mista alla preoccupazione, con la consapevolezza che c'era poco da fare se non altro che affidarsi alla speranza portò tutti i componenti a riunirsi tutte le sere, prima di cena, nella recita del Rosario per invocare la guarigione del maialino. Peraltro, gli avanzi delle operazioni di norcineria, nel saggio conoscere che tutto è utile alla sussistenza, venivano comunque riuniti in una pietanza chiamata gnuóglia . Simile recupero avveniva anche a primavera, in altre zone agricole, raccogliendo insieme tutti gli avanzi dei legumi e cereali secchi in una unica zuppa, ma anche alcuni empori mischiavano tutti i fondi dei superalcolici in un'unica bevanda da vendere a prezzi estremamente accessibili. Gironzolando alla ricerca di informazioni per massacrarvi ben bene parlando del mondo dell'organo, mi sono imbattuto in notizie e racconti che avrebbero appesantito la già corposa esposizione che abbiamo affrontato. Tuttavia alcune notizie meritano comunque di essere riferite se non altro come semplici curiosità. Potrei chiamarle spigolature ma, dato che sono un paesano organista di provincia che non dimentica le proprie origini derivanti da cardatori di lana e calzolai beccatevi questa... gnuóglia di cantoria... Il guaio è che la gnuóglia rischia di essere più lunga della salsiccia! Gnuoglia di cantoria Un paragrafo a parte della storia dell'organo si è sviluppato in una lontana zona della Svizzera e in particolare nel Canton Gallo: il Toggenburg. La comparsa del pietismo (XVII sec.) come forma di dissenso dalla Chiesa riformata istituzionale portò ad una concezione della vita religiosa più intima, personale e vissuta tra le mura domestiche: ciascuno nella propria casa era chiamato a essere pastore e le funzioni svolte nelle abitazioni vennero ampiamente valorizzate. Se nelle case patrizie e nei palazzi nobiliari l'organo, tra il XVI e il XVIII era un accessorio indice di prestigio, benessere e cultura musicale, nelle abitazioni del Toggenburg, dove il pietismo fece particolare presa, gli Hausorgeln (organi di casa) furono strumenti di fede e preghiera nati per accompagnare il canto. Dotati di un solo manuale di 49 tasti su quattro ottave e quasi sempre senza pedaliera, disponevano da due a otto registri esclusivamente ad anima ed erano prevalentemente suonati da mani femminili diventando per forma, suono e decorazioni un fenomeno unico nel suo genere. Venivano costruiti dapprima da falegnami che poi si specializzarono esclusivamente in tale direzione diventando maestri organari di cui ancora viene celebrato il ricordo ed il nome. Attualmente il museo locale annovera almeno cento di questi curiosi manufatti. Nella progettazione dovevano essere considerati i bassi soffitti delle abitazioni e la struttura, rigorosamente ad armadio con spesso le portelle di chiusura, era anche smontabile in due sezioni: una superiore ed una inferiore. Un suono caldo ed avvolgente che fa riflettere su quali fossero le sonorità con cui gli autori prebachiani dovettero spesso confrontarsi. Tale fenomeno fu presente, anche se in misura più ridotta, nel Vallese ed in Alsazia. Anonimi rimasero invece i maestri decoratori: specialisti anche nell'abbellimento del mobilio casalingo e che vengono oggi ricordati e classificati mediante lo stile decorativo, i colori e i soggetti scelti per la decorazione. Va comunque ricordato che questi graziosi organi erano impiegati anche nelle cerimonie profane e nelle feste, laddove nelle nostre latitudini imperavano fisarmoniche e organetti dubbòtte . A partire dal 1750 l'organo tornò a stagliarsi nelle cantorie delle chiese ma il fenomeno durò fino quasi alla fine del XVIII secolo. Ma il mondo dell'organo riserva ancora moltissime sorprese e trovi organi laddove mai te lo aspetteresti. Agli inizi del XX secolo la rotta per il Nord America era caratterizzata dalla forte concorrenza tra la Cunard , compagnia di navigazione che tendeva a effettuare traversate atlantiche nel minor tempo, e la White Star Line , la cui politica era orientata al lusso. Fu così che vennero progettate le navi della classe "Olympic" che comprendeva tre piroscafi: RMS Olympic, RMS Titanic e RMS Britannic. A margine ricordo che, oltre al colore dei fumaioli, il criterio per riconoscere l'appartenenza di ogni nave a ciascuna flotta era il suffisso finale del nome: -ia (es. Mauritania) indicava le navi della Cunard; la particella -ic (es. Titanic) era propria della White Star Line . Mi sono chiesto se tali navi disponessero a bordo di organi a canne. La presenza di organi a canne a bordo dei piroscafi è ampiamente documentata circa le navi di compagnie minori o sui natanti adibiti a sala concerto galleggiante. Non sono disponibili prove documentali o fotografiche attestanti la presenza di un organo a bordo della RMS Olympic. Al contrario uno strumento ad azionamento meccanico con rullo di carta perforata oltrechè dotato di consolle con due manuali e pedaliera è conservato al Museum für Musikautomaten (Museo degli Automi musicali) di Seewen. Costruito dalla Welte Philarmonie di Friburgo nel 1916, era destinato in un primo tempo ad essere installato sul RMS Britannic. Un organo meccanico infatti, previsto nel progetto della nave, era ormai ritenuto perduto. Tuttavia i restauri del 2007 dello strumento conservato nel museo misero in evidenza le stampigliature di destinazione "Britanik" su alcune parti lignee nascoste, ma il RMS Britannic, varato nel 1915, fu destinato a diventare nave ospedale prima che la Welte potesse procedere al montaggio a bordo. Una serie di passaggi di collezione in collezione portò l'organo al museo di Seewen insieme al patrimonio unico di oltre 1.200 rulli perforati, testimonianze di un gusto musicale di altri tempi e dello stile esecutivo degli organisti di quell'epoca. Ma il Titanic? Ebbene al Siegfrieds Mechanisches Musikkabinett ( Museo musicale meccanico di Siegfried ) di Rüdesheim am Rhein è conservato un altro grande strumento automatico sempre opera della Welte che la leggenda vuole essere stato progettato e costruito per il RMS Titanic. Sappiamo che il RMS Titanic disponesse di ben cinque pianoforti a bordo di cui uno a coda. Ritardi nella costruzione ne impedirono l'installazione in tempo per il viaggio inaugurale del 10 aprile 1912, montaggio che venne previsto per una fase successiva, ma un Iceberg si mise in mezzo. Va detto che in questo caso non si hanno documentazioni certe al riguardo che possano confermare o sfatare la leggenda. Una nota riferisce che anche nel Deutsches Musikautomaten-Museum (Museo tedesco degli Strumenti meccanici) di Bruchsal, sia conservato uno strumento Welte destinato al RMS Titanic. Anche qui, purtroppo, mancano prove al riguardo tranne il fatto che l'alimentazione del motore è a corrente continua anziché alternata: tale alimentazione era proprio quella fornita dai generatori elettrici montati sui piroscafi in esercizio in quell'epoca. Dubbi sono stati sollevati inoltre sulla possibilità di sopravvivenza nel tempo di questi strumenti una volta a bordo: la salsedine e i movimenti impressi dal moto del mare avrebbero potuto influire negativamente sulle strutture foniche e portanti. E ancora il vento che da secoli fluisce nei somieri ci sussurra una leggenda: l'organo venuto dal mare... Nel XVII secolo una bottega organaria di Como ebbe l'incarico di costruire un organo da inviare ad Alessandria d'Egitto. Dopo le opportune prove lo strumento fu smontato, riposto in delle casse e imbarcato per essere spedito via mare. Ma una improvvisa e violenta tempesta lungo le coste della Puglia, mentre si accingeva ad affrontare il canale di Otranto, fece naufragare il galeone la cui carcassa si arenò lungo le coste salentine. I pescatori di una cittadina nelle vicinanze accorsero a portare soccorso non trovando purtroppo nessun superstite e aperte le casse e rendendosi conto di che strano e prezioso dono gli era capitato tra le mani, vollero che quell'organo venisse montato nella loro chiesa. Da allora, la cantoria della Chiesa di S. Nicola Magno a Salve (LE) sfoggia un prezioso e bellissimo strumento. In realtà lo strumento, opera del lombardo Giovan Battista Olgiati e del pugliese Tommaso Mauro su commissione del presbitero Francesco Maria Alemanni, fu completato nel 1628 durante la permanenza dell'Olgiati al Sud. Splendido esemplare di sincretismo tra la scuola lombarda e quella pugliese, è lo strumento più antico funzionante in terra di Puglia. Rimasto pressoché immodificato nel corso dei secoli ci fornisce un'importantissima testimonianza delle sonorità di quel periodo e di quanto fossero intensi gli scambi culturali ed artistici tra il Nord e il Sud dell'Italia. Al contrario, l'organo pugliese più antico giunto fino a noi risale al 1558 e risiede nella Cattedrale di Galatina (LE), ma attualmente è ridotto al silenzio. E, sempre cullati dal vento, ci facciamo trasportare verso Oriente sulle tracce di Marco Polo per raggiungere il Celeste Impero... Ancora oggi uno strumento molto popolare in Cina è lo sheng , ascritto alla classe degli organi a bocca e costituito da una base con canaletto dove poggiano delle canne di bamboo e molto simile allo shõ giapponese che da esso deriva. Alcuni documenti ci tramandano che nel 1271 presso la corte dell'imperatore, appartenente alla dinastia Yuan e discendente da Khublai Khan, esisteva uno strumento "positivo" in canne di bamboo ed azionato da tasti a leva con modalità di funzionamento e struttura simili ai nostri antichi blockwerk denominato xinlong sheng . Quasi sicuramente fu portato in dote da una etnia arabo-musulmana stabilitasi in Cina seguendo la Via della Seta e quindi sotto l'influenza della cultura occidentale. Il vento era fornito da mantici ma non poteva essere suonato in modo ufficiale presso la corte imperiale poiché costruito secondo il sistema tonale europeo. Sappiamo che successivamente un musicista di corte ne appose delle modifiche per ricondurre il progetto all'accordatura cinese e prese il nome di diantin sheng . Tuttavia non ebbe molto successo e si dovette aspettare il XIX secolo per vedere comparire i primi organi strutturati in foggia europea. Attualmente in Cina esistono circa cinquanta strumenti distribuiti tra auditoria, chiese e conservatori. Ma non è ancora tutto... Colui che cerca non smetta di cercare... [Vangelo di Tommaso] Francesco Di Nardo

  • Le campane della chiesa madre di Colletorto

    La campana della Chiesa di S. Giovanni Battista a Colletorto (CB). L'inventario Velasco dedica il paragrafo 5 alla « Porta maggiore e Campanile » . Nella sua descrizione l'arciprete testimonia che all'epoca il campanile non era ancora concluso e fornisce alcune dettagliate informazioni riguardo alle due campane in esso presenti. Infatti, oltre a notare il loro peso, ci informa riguardo al loro autore e alle scritte e immagini che recano impresse. Purtroppo, come avverte, la descrizione è limitata alla sola parte visibile dall'interno del campanile « per il periglio » di cadere. La campana grande aveva una immagine di santa Barbara, l'anno di realizzazione e una scritta in latino mentre la campana più piccola la data e la scritta "maestro Donat'Antonio di Capracotta di Casa Perillo Anno fecit". Almeno una delle due campane della chiesa madre venne dunque realizzata da un esponente di una famiglia di Capracotta specializzata nella fusione delle campane. I Perillo erano infatti dei mastri itineranti, si spostavano cioè nel luogo di destinazione delle campane per fonderle sul posto, di cui sono attestate diverse opere. Un Donato Antonio Perillo realizzò nel 1541 una delle cinque campane di San Germano a Cassino, suo figlio Nicola quella di Roio di Sangro nel 1556 e il nipote Donato Antonio quella dell'Assunta di Pietrabbondante nel 1571. L'autore delle campane di Colletorto dovrebbe essere il nipote ma la certezza può venire solamente dalla corretta lettura del testo, purtroppo lacunoso o di difficile decifrazione proprio nei punti più interessanti, oltre che ovviamente dalla analisi autoptica delle opere. Ma lasciamo la parola all'arciprete Velasco: S'ascende in Chiesa dalla Porta maggiore per sei gradini di pietra rustica nell'entrare il pavimento di mattoni di lunghezza piedi venti, di larghezza piedi nove, quali lunghezza e larghezza sono in un Atrietto che sostiene l'Edificio del Campanile tutto lavorato nel di fuori [...] di pietra rustica viva nella parte destra, al fine detto Atrietto male limita un altro gradino, similmente di pietra rustica lavorata. Sta situata la grada che s'ascende al campanile cioè nella prima lamia e sono gradini sette di pietra, quali finiti, si entra per una Porta e s'ascende altri diece gradini, che è il primo pavimento, perché il disegno di detto Campanile è rimasto imperfetto s'ascende colla seconda lamia seù pavimento per una grada di legname dove si giunge alla Planizie che stanno poste le due campane nei loro finestrino datate l’una grande e l'altra piccola. La grande di rotola sessanta [...] con una figura seù Imagine di santa Barbara dall'altra parte per il periglio non si puote osservare [...] La piccola di peso rotola quattrocento incirca d'altezza palmi tre ed un terzo di larghezza palmi due e mezzo col millesimo che dice maestro Donat'Antonio di Capracotta di Casa Perillo Anno fecit, il millesimo non si puot'accedere. La prospettiva della prima facciata di detto Campanile e Porta maggiore alla prima recinta è tutta di pietra rustica lavorata e similmente tutta di Angoli apparenti siti al fine della medesima pietra il restante di rustico. Sta ben catenato da tutti le quattro lati con sette catene nel di fuori di ferri apparenti. Per non essere totalmente completo vi sta un altro recinto similmente di pietra lavorata e dopo poco fabrica di rustico resta imperfetto sarà d'altezza palmi sessanta incirca di larghezza palmi vent'otto. La prospettiva di detta porta guarda al meridiale. Matteo De Girolamo

  • La "dódda" e il primo letto

    Suor Concetta Galasso, maestra indiscussa del ricamo. La dote La dódda (dote) era il complesso di beni, corredo e soldi, che una figlia doveva portare col matrimonio a suo marito. Mia madre, per esempio, portò una dote cospicua: corredo ricamato e ricco, guardaroba ben fornito, più 8.000 mila lire in denari, essendo lei unica femmina tra quattro maschi. Nel 1926 questa cifra era paragonabile a diversi milioni e voglio credere fermamente che mio padre l'abbia sposata (lei 16 anni, lui 23) per amore e non per interesse. La famiglia di mia madre era benestante e aveva fatto studiare la ragazza fino alla sesta (prima media). All'epoca non so dire quali fossero le usanze, perché non ero ancora nata, ma per i tempi più vicini a noi (50 anni fa) certamente posso raccontare quello che so, avendolo appreso da esperienze dirette. La prima pietra della dódda veniva posta il giorno della prima comunione, quando alla bambina vestita di bianco venivano regalate (con gioia della madre ma non con la sua) alcune scatole contenenti per lo più asciugamani, fazzolettini ricamati, pezze di stoffa da farci le federe, qualche servizio da tavola, un lenzuolo bianco, da ricamare eventualmente poi. La mamma apprezzava molto questi primi rudimenti, ai quali, nel corso degli anni, lei avrebbe aggiunto, un po' alla volta, il resto che non sarebbe stato poco. Così, un po' alla volta, il corredo cresceva e si accumulava nella càscia (cassapanca), con sacrificio per le famiglie meno abbienti, che con parsimonia e decoro provvedevano a tutte le necessità. Non c'erano leggi scritte, ma norme e regole sì, alle quali la famiglia doveva attenersi. Quando la ragazza si fidanzava, allora si intensificavano le spese, per colmare i vuoti che immancabilmente si erano creati negli anni. La ditta Coltorti, marchigiana, che commerciava in corredi, godeva presso le popolazioni dell'Alto Molise e del Chietino di grande prestigio. Il titolare passava dalle nostre parti due volte l'anno con mercanzie di ogni genere, sempre di prima scelta. Stava in albergo il tempo necessario, quindi cominciava il giro per le case interessate agli acquisti e, sul campionario, faceva scegliere, consigliava per la qualità e per il prezzo, mostrava, sciorinava, alla fine concludeva la vendita. Il pagamento era a rate non vincolate e comodamente dilazionate nel tempo. Vendeva anche vestaglie, camicie da notte, sottovesti e tutto ciò che poteva rendere leggiadro un corredo da sposa. Una volta io mi innamorai di una camicia da notte tutta sciù-sciù , trasparente come un velo. Mia madre fece opposizione all'acquisto e disse: – Ma con questa si vede tutto! E il sig. Coltorti rispose candidamente: – Signora, non deve vedere lei! La mamma arrossì e dovette arrendersi, povera donna, alla logica dell'uomo. Il primo letto Il lenzuolo più fine doveva essere ricamato, perché veniva messo sul letto nuziale come abbellimento per i visitatori curiosi. Allora pizzi di Cantù, tombolo, merletti, ricami finissimi erano eseguiti dalle maestre: ad Agnone correvano i nomi, tra gli altri, di Ida Rossi, Gina Lemme, le stesse suore dell'asilo; a Capracotta Lidia Sammarone, Giuseppina De Simone, Matilde Di Nucci, Giuliana Di Rienzo e le suore, tra cui la più brava di tutte era suor Concetta, di origine agnonese. Erano nomi mitici, veri geni dell'arte preziosa dell'intarsio e del ricamo. Al primo letto seguiva il secondo, pure lavorato, ma un po' di meno, poi il terzo e via di seguito gli altri. Il corredo più modesto partiva da sei capi; poi via via da dodici, da ventiquattro. Questi i numeri che indicavano le paia di lenzuola (matrimoniali e singole) presenti nella dódda , tutte ben rifinite con punto a giorno lungo la piega e federe a riporto. Quando il corredo era poca cosa, la gente, compresi i parenti dello sposo, diceva con disprezzo: – Quella si è sposata con una valigia! All'approssimarsi delle nozze il corredo veniva tirato fuori dai bauli, rinfrescato, stirato da donne esperte, poi esposto nella casa della sposa, perché tutti gli invitati potessero vederlo, apprezzarlo e valutarlo. Quando parlo di apprezzamenti voglio proprio dire ciò che la parola indica: i parenti dello sposo andavano a casa della sposa e davano a tutto il ben di Dio un valore in quantità, qualità, finezza. E sì che le camere utilizzate erano anche tre: nella prima erano esposte lenzuola (le ricamate in prima linea), servizi da tavola da sei e da dodici, con pizzi e ricami, asciugamani pregiati con cifre intrecciate, con scritte come «Lei» e «Lui», di lino o di fiandra, federe con angeli e saluti, come «Buongiorno» o «Buon riposo». Era, questa stanza, un po' la vetrina del corredo. Il resto veniva dopo: lenzuola, strofinacci, federe, servizi da tavola giornalieri, coperte (quella di primo letto era di seta, di broccato o fatta a mano con lunghe strisce ricamate o all'uncinetto), imbottite, termocoperte (non quelle elettriche), plaids, copriletti di piquet e poi tutto ciò che può servire in una casa; quindi, alzando gli occhi, si vedevano, appesi tutt'intorno, abiti, cappotti, giacche, vestaglie estive e invernali, camicie da notte, liseuses; in un angolo c'erano scarpe nuove, pantofole, babbucce dai colori tenui con i pompon, calze velate o di lana, mutande (anch'esse cucite a mano), sottovesti e tutto ciò che la vanità femminile esigeva unito alla praticità. A casa della madre della sposa rimanevano panni, pannucci, fasce, camiciole ( cacciamaniéglie ) che poi sarebbero state utilizzate al momento della nascita del nipotino. Molta della biancheria era tessuta a mano da donne solerti ed esperte in quest'arte antichissima che era stata tramandata di generazione in generazione con rito quasi sacro. Il telaio delle tessitrici occupava un posto importante nella casa e lì le donnette trascorrevano il tempo a ordire trame per stoffe più o meno pregiate. Parlando di queste cose, il pensiero va alla mitica Penelope, la regina di Itaca che aspettò 20 anni il suo sposo, tessendo di giorno e distessendo di notte una tela al termine della quale avrebbe dovuto sposare uno dei pretendenti alla sua persona e al regno. In attesa del suo assenso, questi avevano occupato la reggia e consumavano in pranzi e cene tutte le sostanze. La virtù della donna fu premiata: infine, quasi per miracolo, lo sposo tornò a casa e, per dirla col poeta, «baciò la sua petrosa Itaca Ulisse». Ma torniamo al corredo; lo abbiamo lasciato ancora in esposizione, con tutte le bellezze messe in mostra, tra cui spiccavano alcuni preziosi come l'anello col brillante, il collier, gli orecchini, la catenina della comare, una boccetta di profumo, un mazzolino di fiori secchi, una foto dei fidanzati incorniciata, un ciondolo d'oro. Più in là un vassoio con i confetti ricci di Carosella o di Orlando, una guantiera di bicchierini, grandi come ditali, dove offrire il rosolio, rigorosamente fatto in casa, liquore dai colori brillanti quali giallo, rosso, verde, paglierino, i cui ingredienti (le essenze) venivano acquistati nel negozio specializzato. Dopo l'esposizione, il corredo, non senza emozioni e qualche lacrima della mamma, veniva portato nella nuova casa e qui rimesso nei bauli dove sarebbe rimasto per il resto della vita e dove la sposa, poi moglie e madre, avrebbe prelevato ciò che di volta in volta fosse servito per la casa. Quasi a suggello del patto matrimoniale veniva stilata, alla presenza di testimoni dell'una e dell'altra parte, una nota che elencava i singoli capi portati in dote. La carta veniva sistemata, come ricevuta, in fondo al baule. Il trasporto da una casa all'altra veniva fatto da donne vestite con l'abito migliore per mezzo di canestri portati sulla testa e ricoperti da grossi fazzoletti fiorati di tìbba (pura lana colorata con tinte vegetali) che facevano anche loro parte del corredo. Come si può notare, il viaggio del corredo era lungo e costoso: a volte anche inutile, se per caso il matrimonio andava a monte o semplicemente la ragazza non si sposava perché "nessuno l'aveva voluta". Veri capitali rimasti chiusi e inutilizzati per anni e anni nelle soffitte. Poi la curiosità di qualche nipote avrebbe riportato alla luce questi capolavori, ingialliti, ammuffiti, ormai da utilizzare solo in parte, inutili come i sogni delle ragazze per le quali quel corredo era nato. A completezza dell'informazione va aggiunto che la ricevuta che veniva posta in fondo al baule si chiamava doddàrio ; come già detto essa veniva redatta da testimoni dell'una e dell'altra parte, ma a scriverla materialmente era una persona terza che "sapeva di lettere", cioè era in grado di scrivere con grafia leggibile e chiara. All'elenco dei beni vanno aggiunti i materassi, anch'essi a carico della sposa; dovevano essere quattro e tutti di lana. Ognuno portava con sé la fodera di ricambio. Come si può vedere il corredo era un vero e proprio salasso. Le famiglie tuttavia si accollavano tutte le spese e a volte dovevano provvedere anche ai mobili della camera da letto. Forse per questo motivo la nascita di una femmina non portava grande gioia nelle case. A Capracotta, tra gli abiti esposti col corredo, dovevano esserci anche il vestito della suocera e del suocero per le nozze del figlio, la camicia o il foulard per i cognati, tutta roba regalata, l'abito della futura sposa per le prime promesse, più quello da indossare otto giorni dopo le nozze, quando la coppia "riusciva" per andare alla messa cantata. Forse il '68 ha portato una ventata di aria fresca e ha fatto rinsavire le menti. Oggi certe consuetudini sopravvivono ancora, in misura ridotta, nei paesi più legati alle tradizioni, ma il grosso di queste inutili pantomime è sparito. Deo gratias. Pino Catalano Fonte: http://pinum.blogspot.com/, 20 ottobre 2020.

  • Voglia di quiete

    Murmure di vento, folate di schiuma, goccioline sospese nel cielo; piuma senza peso per aere volteggiare che fugge via lontano perduta fra i ricordi. Non vedo e non sento, soltanto pensieri sconnessi provenienti da lontano, appena percepibili, privi di cuore e di ragione. Prenderli sul palmo, interrogarli e chieder loro dell'intimo travaglio, del duro maglio che batte di continuo ed assottiglia le meningi: informe cestello di rame ridotto a sfoglia trasparente dall'abile artigiano. Basta vi prego! Lasciate riposar la mia pazzia e ponete fine al tormento. Essa chiede buio e silenzio, benefica quiete, riposo sul fluttuare di placido mare fino a gorgo insperato, improvviso e potente, che l'essere finalmente appaghi e lo culli a riposar sereno nel profondo degli abissi. Ugo D'Onofrio

  • Rivediamo il film di una vita: Marco Potena

    Marco Potena (1925-2009). Milano. Ad un certo punto smette di parlare, guarda oltre i vetri della sua casa in via Vincenzo Monti, assorto. «Ma guarda cosa mi fa ricordare», sussurra. Il signor Marco Potena, nato a Capracotta il 2 marzo 1925, di professione imprenditore (la Comaver è un'impresa di manutenzioni industriali con un'ottantina di dipendenti), sposato da quattro anni con Sara, una bella signora scozzese, stava ricordando una lontana giornata del 1943, quando, a piedi nudi sulla neve, è corso a salvare un centinaio di agnellini chiusi in una masseria di Capracotta durante un bombardamento a tappeto. «Ho fatto in tempo a farli uscire prima che il tetto saltasse per aria. Ne ho salvati una cinquantina». Il volto è abbronzato, gli occhi chiari si illuminano ogni volta che qualche flash back  risorge dagli anni a riportarlo indietro, quando era uno scavezzacollo pieno di forza e di candore, capace delle cose più incredibili pur di saziare la sua voglia di neve. Cominciamo dall'inizio. Il "ciak, si gira" lo dà la memoria, compagna di cose belle e brutte. L'azione si svolge a Capracotta. Il paese è sullo spartiacque appenninico molisano. Nelle giornate terse, da una aprte si vede l'Adriatico, dall'altra il Tirreno. In paese i cinquemile abitanti diventano la metà in inverno. Scappano a svernare i pastori e i boscaioli, i carbonai scendono a valle dove bruciano le cataste di legno per ricavarne torba. Rimangono soltanto i pochi notabili, qualche professionista e gli artigiani. Uno di questi è Domenico Potena, di professione ramaio. Mette al mondo tre maschi e una femmina. Il primo dei maschi è Marco. Domanda: – Che tipo era suo padre? Risposta: – Gli piaceva moltissimo la montagna e la neve anche se non ha mai messo un paio di sci. D: – Ma chi ha portato gli sci a Capracotta? R: – Il maestro Paglione, nel 1914. Era stato per un viaggio di studi nel nord Europa e aveva visto usare sulla neve questi due assi. Ci sono in giro ancora delle foto di lui, il maestro di tutti i bambini di Capracotta, che posa con i due sci e l'unico bastone che si usava a quei tempi. D: – E i suoi primi sci? R: – Venivano ritagliati dai nostri falegnami dal tronco del faggio, con la curva della sparola già sagomata. I primi li ho messi che avevo tre anni, con le cinghie di cuoio a far da attacchi. Ho continuato a sciare soltanto fondo naturalmente, fino alla guerra quando i tedeschi hanno fatto "terra bruciata" a Capracotta e il paese si è spopolato, seminando i suoi abitanti in giro per l'Italia. D: – E la famiglia Potena? R: – Mio padre ci aveva trasferiti a Napoli già nel '35. Fu lì che quattro anni dopo conobbi il gioielliere Gianni Rumiz, un ricco napoletano appassionato di sci. Quando seppe che ero di Capracotta mi portò subito alla Gioventù Italiana del Littorio. Per noi era un periodo di tempi grami e a me non pareva vero di fare gli allenamenti collegiali a Selva di Valgardena e a Cortina. Insieme all'élite della nobiltà partenopea c'ero anch'io, un ragazzo di Capracotta con le pezze sul sedere. D: – Le prime gare? R: – Per tutta la guerra naturalmente non se ne è parlato. Abbiamo ripreso a sciare seriamente subito dopo, con i militari americani di stanza a Napoli. Usavamo un carro da guerra a sei ruote per andare a Roccaraso. Ci mettevamo cinque ore per arrivarci. Coprivamo il carro con un telone e facevamo delle panche di legno per sederci. Cose dell'altro mondo... D: – E poi? R: – Nel '49 a Madonna di Campiglio c'erano i campionati universitari. La mattina ho fatto la gara di fondo, 15 chilometri. Verso la metà mi si sono rotti gli sci. Incontro il "Piro" Pirovano che era in gara con me. Io ero arrabbiatissimo. Lui si è fermato molto sportivamente e mi ha portato in una casetta dove abbiamo inchiodato le parti rotte dello sci, almeno per finire la gara. Nel primo pomeriggio abbiamo provato la discesa libera sullo Spinale. Ho fatto una caduta paurosa e ho rotto gli sci. Verso sera c'era il salto per la combinata. Non avevo mai saltato in vita mia. E ho rotto gli sci. Tre paia di sci rotti in un giorno solo. L'accompagnatore era disperato. D: – Chi era? R: – L'ennesimo nobile partenopeo, Giustiniano Incarnati. D: – Ma oltre a sciare lavorava o no? R: – Già nel '43 mi ero impiegato come disegnatore ai cantieri navali di Castellamare. Poi nel '50 sono passato alla raffineria Mobiloil di Napoli. D: – Aveva anche imparato a fare discesa... R: – Allo Stelvio con Gino Seghi, il fratello di Celina. La discesa libera era fatta per me, l'adoravo. Da giovane avevo un coraggio da leone, la forza e il peso giusto per fare la libera. Di solito quando non cadevo vincevo. D: – È accaduto spesso? R: – Dal '53 al '59 non ricordo nemmeno quanti campionati zonali ho vinto. D: – E di campionati italiani? R: – Beh, quelli mai, però ho fatto dei numeri. D: – Ad esempio? R: – A Cortina, campionati italiani assoluti del 1953. Non avevo soldi. Contavo di piazzarmi abbastanza bene per avere diritto ai rimborsi spese. Ma sulla Stratofana in discesa libera ho fatto una caduta bestiale. Il gigante non era andato meglio. Restava il salto dal trampolino dello Zuel. Il regolamento diceva che a chi partecipasse alla gara di salto il rimborso spese spettava di diritto. Ho fatto il salto. Ma quello non era il trampolino di Capracotta o di Campiglio. Era lungo 90 metri. D: – Naturalmente non aveva mai provato... R: – Mai. Ma dovevo pur tornare a Napoli. Devo ammettere che mi tremavano un po' le gambe. Mi ero fatto prestare un paio di sci da salto da un falegname cortinese. Salendo il trampolino avevo incontrato un saltatore di allore, Nicolaucich. «Fai pipì – mi disse – vedrai che la paura passa». Io eseguii volentieri ma la fifa rimase sempre blu. Comunque mi sono buttato. 48 metri ho saltato. Sono atterrato... in qualche maniera. Ero praticamente una spelatura ambulante, il sangue delle ferite si raggrumava subito per il freddo. Ma il primo salto era valido. D: – Perché, ne doveva fare un altro? R: – Per forza. C'erano cinquemila persone a vedermi. Quando annunciarono: per la seconda volta «Salta Marco Potena di Capracotta» ci fu un'ovazione. Non credevano che ci avrei riprovato. Sepp Bräd, il direttore agonistico degli azzurri voleva impedirmelo. Ma il pagamento delle spese d'albergo e il viaggio di treno in terza classe erano troppo importanti per me. Altro salto, altra caduta, altra botta. Ma in fondo ero contento... D: – Si dice anche che lei abbia fatto una staffetta di fondo da solo. È vero? R: – Beh, non proprio. Feci la prima e la terza frazione, due anni dopo Cortina ai campionati universitari, a Sestola. Mancava un frazionista e allora, sotto falso nome ho corso io. D: – Inutile chiederle se scia ancora... R: – Appena arrivato a Milano, nel '59, ho cercato un punto di appoggio sulla neve e ho comperato un appartamento a Cervinia. Quattro anni fa ho subito un bruttissimo incidente stradale. Mi hanno rimesso insieme tutto il bacino e mi avevano detto che non c'era più niente da fare con lo sci. Siamo matti? Mi sono trattenuto per un paio di stagioni, ho fatto molto nuoto, a Positano, poi molto fondo e adesso, appena posso, scappo a Cervinia a sciare. D: – E a Capracotta non torna più? R: – Certo che ci torno, quando il lavoro me lo consente. Anche lì ho una casa. Quando la giornata è bella è un posto meraviglioso, si vedono sette provincie, si vede il Vesuvio, si vede persino la costa dalmata. Marco Potena ha concluso il replay della sua vita. L'ultimo fotogramma è forse il più bello, il matrimonio con Sara quattro anni fa. L'ha conosciuta nel '61 sulle piste di Cervinia, un "fidanzamento" e quasi vent'anni prima di poter finalmente stare insieme. «Io cerco di tenerlo a freno – dice la signora Potena – ma... purtroppo piace anche a me sciare». È decisamente un film a lieto fine. E, dopo aver conosciuto il personaggio, non è difficile pensare a qualche riedizione. Roberto Della Torre Fonte: R. Della Torre, Amarcord. Rivediamo il film di una vita. Personaggio ed interprete: Marco Potena , in «Sciare», XVII:225-226, 1° marzo 1981.

  • Il culto di san Sebastiano a Capracotta

    Per affrontare in modo esauriente ed organico la questione del culto di san Sebastiano a Capracotta, a mio avviso, è bene cominciare da quel che sappiamo, per poi integrare le notizie consolidatesi negli anni con ciò che ho scoperto con la ricerca d'archivio. Le domande a cui cercherò di rispondere sono formalmente tre: Perché san Sebastiano è il patrono di Capracotta? Da quando san Sebastiano è il patrono di Capracotta? Perché lo festeggiamo il 13 luglio? Agiografia di san Sebastiano Sebastiano nacque a Narbona, in Gallia, da un funzionario romano e da una donna milanese. Nonostante fosse cristiano, fu inviato a Roma come guardia pretoria degli imperatori Diocleziano e Massimiliano, poiché era esperto nella fabbricazione e nell'uso delle armi. Credendosi immune dalle persecuzioni, Sebastiano cominciò a visitare i detenuti cristiani per recar loro un briciolo di conforto. Tale azione, tuttavia, apparve provocatoria agli occhi di Diocleziano al punto che venne tratto in arresto e processato. Il racconto della sua Passio , redatto da Arnobio il Giovane nel V secolo - e che persino "L'Osservatore Romano" non esita a definire «fantasioso» - tramanda il seguente dialogo fra accusatore ed imputato: – Io ti ho posto tra i grandi, dandoti libero accesso al mio palazzo, tu ordisci trame contro la mia salute e rechi pure ingiurie agli dèi dello Stato? – Ho sempre pregato Cristo per la tua salute e per la sicurezza dello Stato in tutto l'impero ho sempre adorato il Dio che è nei cieli. Sebastiano si rifiutò di abiurare alla propria fede e l'imperatore ordinò che fosse giustiziato secondo la condanna riservata agli ufficiali militari: il supplizio delle frecce. Era il 288 quando, al teatro Flavio (poi conosciuto come Colosseo), gli arcieri lo legarono ad un palo e gli scagliarono un certo numero di frecce. Giacché il condannato sembrava morto, lo abbandonarono sul luogo dell'esecuzione. Tuttavia, una matrona romana di nome Irene si accorse che Sebastiano era ancora vivo: lo slegò, lo portò in casa propria e lo curò amorevolmente. Quando Diocleziano si rivide comparire innanzi colui che aveva condannato a morte, dopo un iniziale sbigottimento, ordinò ai soldati di ucciderlo una seconda volta, stavolta a bastonate, sul Colle Palatino, e poi di gettare il corpo nella Cloaca Maxima - la più antica e tuttora funzionante fogna di Roma - affinché nessuno potesse ritrovarne le spoglie. Sebastiano stavolta morì per davvero ma comparve in sogno alla vedova Lucina, un'altra donna romana, indicandole dove avrebbe potuto rinvenire il cadavere. Ella recuperò il corpo e lo seppellì nelle catacombe sulla via Appia dove, nel IV secolo, papa Damaso farà costruire una basilica dapprima intitolata a Pietro e Paolo e successivamente al martire Sebastiano, come risulta dall'autorevole Depositio martyrium  del 354. San Sebastiano e la peste del 1656 Il culto di san Sebastiano è stato sempre molto vivo in Italia e in Europa, ma è soltanto a partire dal 1656, in occasione della peste, che in tante regioni - soprattutto nel viceregno di Napoli, dove uccise 240.000 persone - san Sebastiano cominciò ad essere invocato in qualità di protettore contro questa letale malattia infettiva, poiché il popolo paragonava le ferite causategli dalle frecce ai bubboni della peste . Inoltre, tradizione voleva che l'intercessione del Santo era stata salvifica durante la peste del 680 a Roma. Per quanto riguarda specificatamente Capracotta, invece, dobbiamo tenere a mente quattro date ed altrettante informazioni ricavate dalla documentazione archivistica fin qui nota, proveniente dal "Libro delle memorie", conservato presso il Comune di Capracotta e compilato, a partire dal 1742, dal cancelliere Nicola Mosca. La prima data è il 1548. Da un punto di vista meramente toponomastico, nell'inventario delle rendite della Chiesa di S. Antonio Abate, figura « un pezzo di terra a S. Sebastiano di tomola quattro in circa »; non è dato sapere dove fosse situata esattamente la contrada di S. Sebastiano ma, giacché viene inserita tra i Vagli e le Fossata, potrebbe corrispondere all'area del Trione. L'ipotesi trova conferma nell'inventario « delli territorij dell'Arcipretato » del 1660, dove questa località è nuovamente menzionata quale confine di un terreno che si estendeva fino al mulino sul torrente Verrino. Di certo, laddove esiste un toponimo legato ad un santo, esiste pure un culto legato a quel santo. La seconda data è l'11 aprile 1671, quando il perito Antonio Cafaro, incaricato di realizzare una stima del feudo di Capracotta - dopo che questo era stato incamerato dal Fisco perché la precedente feudataria, Faustina d'Evoli, era morta senza discendenti -, firma una relazione in cui descrive, tra le altre, la Chiesa di S. Giovanni, che allora era intitolata anche ai Ss. Sebastiano e Rocco, « la quale è jus patronato del Barone, l'entrata della quale consiste in territorij, che rendono da docati 35 ogn'anno ». È lecito pensare che, a differenza di tutte le altre, questa chiesa possedesse dei terreni profittevoli in virtù della peste di 15 anni prima, con molti cittadini capracottesi che, scampati al morbo, vollero ringraziare i martiri Sebastiano e Rocco, entrambi invocati contro le pestilenze, con donazioni terriere . Nell'apprezzo feudale di Cafaro, inoltre, sono menzionati anche i 22 ducati che l'Università di Capracotta versa al clero per « le processioni delle feste solenni di S. Sebastiano, e S. Margarita, e messe che si dicono  [...] nelli quattro mesi d'estate, per commodità de' pastori, et altra gente di campagna ». Questo fa capire come, dopo la Madonna, festeggiata il 15 agosto sotto il titolo dell'Assunzione e l'8 settembre sotto il titolo di Loreto, il terzo culto più importante nella Capracotta seicentesca fosse proprio quello di san Sebastiano. La terza data fondamentale è il 13 luglio 1676: avendo acquistato il feudo di Capracotta il 29 ottobre 1674, Andrea Capece Piscicelli (1646-1684) ne diviene primo duca e, per presentarsi ai suoi sudditi, dona al clero locale, esattamente 20 anni dopo l'epidemia di peste, le reliquie di alcuni martiri cristiani del II e III secolo, contenute in un grosso reliquiario di legno. La quarta e ultima data importante è il 18 agosto 1742: giorno in cui il Capitolo riserva l'altare di destra della nuova Chiesa Madre, di fresco consacrata, all'Università di Capracotta per custodirvi « l'imagine del nostro Padrone S. Sebastiano, e Ss. Martiri Protettori », altare consacrato il 12 maggio 1749. Allo stato attuale, è questa la prima attestazione ufficiale in cui san Sebastiano figura inequivocabilmente quale patrono di Capracotta. Quest'ultima attestazione è particolarmente importante soprattutto perché certifica che anche i santi Martiri sono protettori di Capracotta. Queste notizie lasciano emergere con forza alcune ipotesi. Un qualche tipo di culto sebastianico esisteva a Capracotta già nel XVI secolo, come dimostra la toponomastica; tuttavia, l'epidemia di peste sembra aver propagato non soltanto il morbo ma anche il culto di san Sebastiano, giacché negli anni immediatamente successivi al 1656 si registra un exploit  di donativi e contributi legati al Santo. Questa diffusione cultuale dovette essere particolarmente travolgente se si pensa che nel 1742, assieme ai Martiri, san Sebastiano è già, a tutti gli effetti, il patrono di Capracotta. Le reliquie di san Fabiano papa a Capracotta. Tuttavia, prima di concludere la parte relativa ai documenti che già conosciamo, dobbiamo risolvere la vexata quæstio su san Cristanziano. Qualcuno, infatti, ha creduto che il primo santo patrono di Capracotta fosse lo stesso di Agnone. Fu san Cristanziano il primo patrono di Capracotta? A mio avviso, è da rivedere completamente l'ipotesi secondo cui san Cristanziano fosse stato il protettore di Capracotta prima di san Sebastiano. Questa ipotesi, difatti, discende esclusivamente dalla trascrizione della "Notitia del glorioso S. Cristantiano nostro Protettore", un documento adespoto, anepigrafo e acronico (non ha autore, né proprietario, né data). In realtà, in quella notitia  è semplicemente riproposta una breve storia della vita di san Cristanziano e di come, assieme a sant'Emidio (anch'egli venerato in Agnone), il suo culto si sia propagato dalle Marche alla Lombardia. Il busto di san Cristanziano in Agnone. Gli studiosi che, prima di me, si sono occupati del "Libro delle memorie", hanno ricondotto questa notitia al 1712, ma si sono certamente confusi con la data in cui Pietro Paolo Appiano stampò la vita di sant'Emidio. A ben vedere, a parte il fuorviante titolo, in quel documento non è scritto che Cristanziano fosse il protettore di Capracotta, né questa è mai menzionata; è invece lecito pensare che Nicola Mosca abbia trascritto quel documento per testimoniare ai posteri l'agiografia del santo patrono della vicina Agnone, che allora era uno dei centri più importanti del Contado di Molise. La notitia , molto probabilmente, risale al 1758, quando gli agnonesi, ignari del perché venerassero san Cristanziano, chiesero notizie in merito al vescovo di Trivento Giuseppe Pitocco, il quale a sua volta scrisse a Francesco Antonio Marcucci, storico di Ascoli. Fu così che quest'ultimo trasmise il testo della "Notitia del glorioso S. Cristantiano nostro Protettore" al vescovo di Trivento, ma tale risposta fu evidentemente intercettata dalla cancelleria di Capracotta. Trattandosi di un documento storico di una certa rilevanza, Nicola Mosca pensò bene di ricopiarlo sul "Libro delle memorie". In effetti, se si legge per intiero la notitia , dopo aver raccontato quanto fosse venerato san Cristanziano in Nord Italia, essa termina con una sentenza che lascia pochi dubbi: « Negli [...] Caraceni è una terra, che posseduta ne' tempi antichi dagl'Ascolani, ha un tempio nobile, e maestoso col titolo di due santi, Emidio, e Cristanziano loro protettori », riferendosi probabilmente ad Agnone, dove il locale duomo, intitolato a sant'Emidio, fu eretto dai mercanti di Ascoli Piceno. In aggiunta a questo, va detto che ancor oggi Sebastiano è un nome molto diffuso a Capracotta, tanto che ognuno di noi ha un genitore od un parente che porta questo nome, mentre quello di Cristanziano era insolito, per non dire irrintracciabile. Si pensi che tra i morti di peste dell'estate 1656, vi furono 8 Sebastiano e un solo Cristanziano. Rimontando ad epoche più remote, è possibile verificare un simile gap  onomastico anche nella numerazione dei fuochi del 1561, quando il nome Sebastiano era già diffuso in paese mentre nessun capracottese si chiamava Cristanziano (o Cristinziano), elemento di certo non probante, ma che porta a pensare che quest'ultimo non fosse il patrono di Capracotta. Se poi ci avviciniamo ai nostri giorni, sul catasto onciario del 1743 vi sono ben 21 persone che portano il nome di Sebastiano e appena 4 quello di Cristanziano, perlopiù appartenenti a famiglie agnonesi trasferitesi a Capracotta, come i Del Papa. Alla luce di questi fatti, credo che la figura di san Cristanziano vada definitivamente espunta da qualsiasi studio futuro sui culti religiosi capracottesi. La data del 13 luglio Ora veniamo ai documenti inediti. Sappiamo che la memoria liturgica di san Sebastiano cade il 20 gennaio, ma per ovvi motivi climatici i capracottesi la festeggiano in estate. Almeno sin dal '900, la festa, che prevedeva una processione corale di 13 santi, venne fissata al 13 luglio, probabilmente per commemorare la donazione di reliquie che il duca Andrea Capece Piscicelli aveva compiuto in quel giorno del 1676. Oltre 30 anni fa la data è diventata mobile, spostata alla seconda domenica di luglio, poiché resta inveterato l'uso di far le feste « per commodità de' pastori », comodità che è oggi riservata ai tanti emigrati di ritorno. Dobbiamo fare delle ulteriori riflessioni sul giorno festivo del 13 luglio, che nascono dallo studio della pergamena originale con cui i "magnifici" Filippo del Baccaro e Domenico Pettinicchio, alla presenza dell'arciprete Pietro Paolo Carfagna e del sindaco Lorenzo Casciero, siglarono l'atto di donazione del Duca. In quel manoscritto si legge che « Sacras Reliquias de ord. ejusdem ex Alma Urbe Roma in dicta Terram Caprecotte vigi Pontificis facultatis translatas, et asportatas » (= le sacre reliquie del medesimo ordine furono traslate e portate da Roma a Capracotta per facoltà dell'autorità pontificia). Bisogna tuttavia precisare che le reliquie oggetto della donazione erano precipuamente quelle dei « Martyris Constantij, Faustini, Feliciani, et Aurelie » (= martiri Costanzo, Faustino, Feliciano e Aurelia), anche se dietro i vetrini se ne scorgono molte altre, come quelle di papa Fabiano, Benedetto, Giustina, Donata, papa Pio e Ilario, le cui spoglie furono rinvenute proprio nel 1656. Il primo duca di Capracotta, insomma, fece incetta di reliquie per fare bella figura presso il nostro popolo, il "suo" popolo. Nella pergamena è scritto che, a supervisionare l'intero processo traslativo, fu l'aquilano Giuseppe Eusanio, vescovo di Porfireone nonché prefetto del sacrario apostolico. Al momento di detta donazione, il papa era Clemente X, il quale, sofferente di gotta, era in fin di vita, tanto che il 22 luglio 1676, nove giorni dopo l'arrivo delle reliquie a Capracotta, egli morirà. Nella storia della Chiesa, prima di Clemente X, nessun pontefice era giunto alla veneranda età di 86 anni. Essendo nato il 13 luglio 1590, è infatti possibile teorizzare che la data del 13 luglio, un anonimo lunedì d'estate, sia stata scelta dal Duca per onorare il genetliaco di un papa longevo giunto alla fine dei suoi giorni mortali e, ad un tempo, perché per sua disposizione gli era stato possibile portare le reliquie dei martiri romani sui monti di Capracotta. Il 13 luglio 1676, insomma, dovette essere festa grande a Capracotta, tanto che quella data rimase nel dna dei capracottesi, che la scelsero per festeggiare innanzitutto i santi Martiri e poi san Sebastiano . Le reliquie di san Sebastiano Dirò di più. Nel suo libretto del 1986, don Geremia Carugno scrive che, oltre agli «scarabattoli» (così li aveva definiti Luigi Campanelli!), esiste «un reliquiario portatile, tipo ostensorio, finemente lavorato in argento e che contiene, visibili dietro il vetrino centrale, le reliquie coi rispettivi nomi dei martiri», tra cui quello di san Sebastiano. Il reliquiario portatile trafugato nel 2020. Ho ritrovato l'atto di donazione di queste reliquie, avvenuta il 14 aprile 1717 per mano di Giuseppe Capece Piscicelli (1696-1755), quarto duca di Capracotta, il quale, grazie a mons. Antonio Sanfelice, vescovo di Nardò, donò alla chiesa di «S. Maria» una « particula ossis S. Sebastiani Martyris quam reposuimus in theca argentea forma ovata » (= scheggia d'osso di san Sebastiano martire che abbiamo riposto in una teca argentata di forma ovale), che altro non è se non il «reliquiario portatile, tipo ostensorio» di cui parlava don Geremia, che stava appeso da tempo immemore al collo della statua di san Sebastiano e che è stato trafugato, in piena emergenza Covid, il 17 agosto 2020. È curioso rilevare come le sante reliquie siano giunte dopo un'epidemia e, quasi 350 anni dopo, a seguito di un'altra pandemia siano state rubate. La statua di san Sebastiano Veniamo ora all'iconografia. Nelle rappresentazioni figurative più antiche, come il mosaico bizantineggiante della Chiesa di S. Pietro in Vincoli di Roma, Sebastiano appare come un uomo di età avanzata e con la barba lunga che tiene fra le mani una corona. Tuttavia, a partire dal '400, gli esempi più popolari della sua iconografia lo ritraggono come nel caso capracottese, in piedi, legato ad un albero col corpo trafitto dalle frecce. Sul fondo del basamento della nostra statua è presente la seguente dicitura: Pasquale e Giuseppe Di Capita fecero A.D. 1859 Si tratta della bottega dei fratelli Giuseppe (1810-1876) e Pasquale Amos Di Capita (1812-1877), intagliatori di Vastogirardi, il paese altomolisano che vantava una pregiatissima tradizione legata alla lavorazione del legno e al restauro. Nel 1870 sarà sempre la bottega Di Capita, guidata da Pasquale e dal figlio Francesco, a realizzare la bella statua di san Giuseppe che, ora restaurata, potete ammirare nel secondo altare di destra. Conclusioni Ricapitolando, sulla base dei documenti consolidati e dei manoscritti inediti che ho analizzato, è possibile affermare che il culto di san Sebastiano affondi le radici almeno nel XVI secolo a Capracotta, ma che questo conobbe la piena affermazione a seguito dell'epidemia di peste del 1656 che aveva falcidiato la popolazione (1.126 morti), per cui egli divenne il patrono di Capracotta probabilmente tra il 1656, anno dell'epidemia, e il 1717, anno in cui giunsero le sue reliquie. Prima di allora, è da escludere che il santo patrono di Capracotta fosse san Cristanziano, che invece è sempre stato il protettore di Agnone. Per quanto attiene alla festa religiosa e popolare di san Sebastiano, siamo soliti celebrarla il 13 luglio a ricordo del 13 luglio 1676, giorno in cui le reliquie di quattro grandi martiri, protettori di Capracotta, giunsero in paese, nonostante quelle del patrono principale siano giunte 41 anni dopo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; D. Di Nucci (a cura di), Capracotta: registro-libro delle memorie. 900 anni di storia dal 1040 (1011) al 1943 , PressUp, Settevene 2020; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742.

  • Dio, natura e cultura: domande sempre attuali

    Romano Guardini (1885-1968). Romano Guardini, pensatore geniale, teologo e filosofo del secolo scorso, con intelligenza e passione, propone alla cultura europea la « visione cristiana del mondo » ( Weltanschauung ) quale criterio di vita personale e collettiva. Entrano, in diversa misura, filosofia e teologia, studiano la struttura e gli avvenimenti del mondo attuale per ricavarne la dimostrazione della libertà dei diritti dell’uomo e dell’importanza della persona umana di fronte alla società. Presenta in modo chiaro ed efficace le figure di Agostino, Bonaventura, Dante, Pascal, nel mondo cattolico, Socrate, Dowstojewski, Holdelrlin, Nietzsche, fuori del mondo cattolico. Nato a Verona nel 1885, è italiano di sangue, ma di formazione e mentalità tedesca. La lucidità della struttura del pensiero italiano si unisce alla vigorosa ricerca del vero, proprio del pensiero germanico. E un pensatore della misura, del possibile, della realtà, dell'"opposizione polare", come viene definito. La vita è dominata da opposti che non sono annullabili in alcuna sintesi, che non si distinguono l'uno con l'altro: tra di loro non c'è contraddizione, né identità, essi sono in tensione polare, che non può essere annullata. Occorre ripristinare il ponte fra esistenzialismo cristiano di tipo platonico agostiniano e una concezione integrale dell’uomo, unione di corpo ed anima al modo aristotelico tomista. Il confronto non avviene come una lotta contro un nemico, ma come sintesi e una tensione feconda, come costruzione di una unità concreta. Sintesi fra agostinismo e tomismo, in base al concetto di "conoscenza affettiva". Di qui la preferenza per Bonaventura che unisce cuore e ragione, amore e conoscenza. È la tradizione più nobile dell'Occidente cristiano, che ha la sua espressione teorica nella philosophia theologica cordis, alla quale vengono ascritti anche figure come Bernardo di Chiaravalle e Francesco d'Assisi, per arrivare a Newman e Rosmini e filosofi come Kierkegaard e Scheler, e ai russi Solov'ev e Florenenskj. Tre suoi libri hanno catturato la mia attenzione e sono stati punto di riferimento della mia educazione e formazione. Le sue intuizioni e i suoi pensieri sono stati per me come una "eredità spirituale". "Il Signore" (sottotitolo: "Meditazioni sulla persona e la vita N.S. Gesù Cristo") è la maggiore opera, offre pagine significative che rispondono ai bisogni dell'anima moderna. Scritto con mente di pensatore moderno e con animo di sacerdote cattolico, è animato da zelo apostolico per le anime, con lo scopo di comunicare il messaggio evangelico.  Esamina i problemi della religione tenendo conto delle esigenze del pensiero moderno, con la simpatia che rende possibile il pensiero del suo autore. Nel Signore sono presenti pagine luminose che rispondono ai bisogni dell’uomo moderno. Una sintesi teologica del Cristianesimo che mostra che « è possibile accettare la connessione del mondo » con il messaggio di Cristo. È avvertito anche in Italia il bisogno di una cultura religiosa che risponda alle esigenze del nostro tempo. "Il Signore" è un testo che intercetta il tormento di chi è "privo di Dio" e lo rinnega, ne soffre e tenta di aprire la via agli uomini che cercano la Verità.  Aiuta a comprendere il significato della Rivelazione, il messaggio di Cristo e della Chiesa, il valore della vita cristiana. Lo scopo di Romano Guardini è presentare una sintesi teologica del cristianesimo all'uomo moderno e invitarlo ad accettare la concezione del mondo proposta. "Le età della vita" è invece un libro che invita ad avere "occhiali nuovi" per vedere la compresenza delle varie età e delle varie esperienze come una risorsa, come potenzialità da cui tutti possono attingere. La compresenza fra le generazioni delinea un confluire fra esperienze e memorie differenti, una base preziosa per il cammino formativo di ogni persona. Il cammino si disegna a partire dalle relazioni che si intessono: più ricche sono, più completa è la formazione, con la capacità di guadagnare empatia (compresenza che i nostri vecchi indicavano con l'espressione "mettersi nei panni degli altri"). Ricuperare il nocciolo vivo del raccontarsi , per esercitarsi lungo il filo della memoria, le coordinate dell'identità, ragionando insieme sul senso delle reciproche esperienze. Ogni narrazione si carica di significato, colloca gli avvenimenti lungo una sequenza comprensibile: confronti, scontri, tutto aiuta a crescere, stimola l'attenzione e la compenetra con il continuo riverbero nella memoria. Ogni età della vita predispone, inclina a certe scelte valoriali e consolida alcune virtù. Ad esempio, nell’età più matura c'è bisogno di sincerità e di autenticità, si impone il bisogno acuto di manifestarsi col "proprio volto" senza maschera, autentico e, forse, definitivo. Identità, diversità, reciprocità si impongono per una genuina cultura del servizio e del dialogo. Compresenza di persone, narrazione delle rispettive identità, confronto tra esperienze e valori, reciprocità di rapporti sfociano nella solidarietà fra le generazioni. C'è un legame che va al di là dei vincoli del sangue, « un legame di responsabilità a 360 gradi » , fondata su quella rete a maglie strette, che connette e insieme distingue le varie età della vita e le varie articolazioni dell’umanità. La continuità permette di rivivere il passato, di attualizzarlo nel presente e di ispirare i progetti del futuro. Sentirsi interpellato dal passato significa guadagno per la propria identità per fare di progetti. Questo implica che ogni generazione se ne appropri vitalmente nel proprio tempo e nel rapporto alle proprie esperienze. con capacità di ascolto e forte impegno creativo. Il dialogo tra le generazioni può dare un senso e un contributo decisivo all’intera umanità. Un terzo libro, "Il testamento di Gesù", ha attirato fortemente la mia attenzione.   Lo scopo non è chiarire l'essenza del cristianesimo o di illustrarne la storia, ma di indicare i compiti che essa assegna e il modo migliore di assolverli. Fede, amore, sacrificio sono valori sommi. Una funzione sacra, come la celebrazione della S. Messa, può diventare occasione di un culto altamente cristiano se partecipata come « azione compiuta in sua memoria » . È un percorso spirituale da vivere. Parte dal silenzio, si avvicina alla Parola celebrata, per diventare capacità di raccoglimento e disposizione a vincere distrazione e inquietudine, battaglia ardua per l'uomo del nostro tempo. Non è semplice assistere a un rito, ma valorizzare i segni con cui la partecipazione prende concretamente volto. In un passaggio conclusivo di grande incisività Guardini scrive: « Questa è la prova suprema della fede. L'uomo deve essere pronto a superare il proprio sentimento o "non riuscirà ad entrare nel regno di Dio" » . Si schiude il miracolo del mistero ed è resa giustizia alla felice naturalezza insita in esso. L'amore si compie non solo donando ciò che gli è proprio ma sé stesso. Nessuna forma di amore giunge a compimento. Quando l'uomo ama veramente, deve volere più di quanto possa. Questi scarni cenni bastano per dare un'idea del linguaggio dotato di straordinaria forza evocativa del Guardini su temi liturgici e di educazione liturgica. Portare l'uomo moderno a compiere realmente gli atti liturgici senza cadere « nel teatrale e nella vuota e vacua gesticolazione » . Alcuni interventi raccolti in "Ansia per l'uomo" e "Lettere dal Lago di Como", due volumetti pubblicati cinquanta anni fa, sono la sintesi di una meditazione sulla forza e le debolezze del genere umano. Non abbandonarsi all'ansia, all'angoscia e all'agitazione e sofferenza psicologica, per scoprire la calma, la quiete, la tranquillità e la serenità del vivere quotidiano. La stessa natura contiene un elemento di cultura, di ciò che l'uomo è, senza che la natura l'abbia modificato. Cultura è tutto ciò che egli crea e plasma. Natura è quella sfera che l'uomo incontra e percepisce, nel cui quadro inserisce i presupposti del suo ordine e del suo comprendere. L'uomo responsabile a sé stesso incontra e percepisce la natura. L'esistenza umana è un "viaggio metaforico", un camminare dalla natura alla cultura, che arricchisce materialmente e spiritualmente, quando è armonioso, responsabile, umano. A rendere favorevole il cammino è il retto uso della libertà, del potere che l'uomo si è conquistato, il sostegno della fede, la contemplazione. A mettere in pericolo l'esistenza è il cattivo uso della libertà e del potere, l'abbandono della fede nel divino, il razionalismo e l'attivismo che rendono disarmati alla logica propria e specifica dei problemi scientifici e tecnici. Occorre porsi domande che spesso urtano. Non si esce mai indenni dalla prova dell'alterità. È un vero inno contro l'ipocrisia di tanti che vivono il cristianesimo come un alibi. Un rifugio identitario, un biglietto da visita per il vasto mondo della morale. L'inquietudine è il sale della fede, suggerisce la via del paradosso e non della convenienza. Il buon Dio non ha scritto che dobbiamo essere il miele della terra ma il sale. Ora il nostro povero mondo somiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letamaio. Il sale sulla carne viva brucia, ma le impedisce anche di putrefarsi. (G. Bernanos, "Diario di un curato di campagna", 1936) Un ultimo pensiero di Guardini dedicato all'ultimo libro della Bibbia ha attirato la mia attenzione: "Apocalisse". Offre spunti per la comprensione dell'ingiustizia contemporanea e del Giudizio, che non è una data futura, ma sta giungendo, è attuale. L'Apocalisse è il libro del presente, « Dio non promette interventi miracolosi, la storia ha il suo tempo e la sua forza, anche dove si svolge contro Dio. Sulla realtà terrena si mostra quella divina. Sulle potenze incalzanti della storia appare silenzioso e in attesa colui che esse aggradiscono, Cristo ». Questa posizione incoraggia ad avere fiducia. "Fiducia", la parola di Paolo tradotta in parresia , è per Guardini la parola fondamentale anche contro la propria tentazione. Le forze terrene sembrano le uniche signoria, la storia sembra essere l'opera della volontà umana. In verità è Lui, Cristo, il Signore. L'esistenza cristiana sembra in balia di quelle. In verità Egli la custodisce. Essa abbandonata al caso, ma in tutto quello che accade, anche quando è distruzione, si compie l'Eterno Senso. Romano Guardini potrebbe essere pensato e proposto come "Patrono dell'Europa" culturale e spirituale, in aggiunta a Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein. Rappresenta la migliore cultura europea, la sua forza di pensare, la sua densa relazione al mondo, la sua concezione della divinità nell'umanità. La sua opera multiforme, capace di spaziare dalla teologia alla filosofia, dalla letteratura alla musica e all'arte, opera l'incontro della fede con il mondo a partire dalla fede. La tensione tra amore e verità, tra ethos e logos , è un compito essenziale della Chiesa. Se la Chiesa dimentica la sua visione kath holon (cattolica-universale), lo sguardo sulla tensione di amore e verità perde la sua credibilità e fa del Vangelo un semplice racconto. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Storia dell'organo (VIII)

    Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore... [G. Paoli, 1985] L'organo Schnitger nella Chiesa di S. Ludgeri di Norden. «A che serve provarlo? Tanto è un organo!». Questa risposta mi venne fornita dal parroco di un famoso santuario romano alla mia richiesta di fare una ricognizione dello strumento in preparazione ad una cerimonia dove ero stato convocato come organista. Ormai seguendo queste sgangherate righe avrete certamente intuito l'unicità di ogni singolo organo per l'area geografica e per l'ambiente in cui viene collocato e quindi come ogni repertorio debba essere precisamente studiato per utilizzare al meglio la fonica dello strumento nel valorizzare i brani. Pertanto, pur giustificando chi non sa, a Voi il giudizio sulla risposta da me ottenuta ed elaborare anche un pensiero su chi, per status, dovrebbe sapere ma spesso non conosce neppure il valore del gioiello che si staglia nella cantoria... L'organo tedesco Generato dalla radice comune medievale e fratello degli strumenti fiamminghi, l'organo germanico andò incontro ad uno sviluppo unico e straordinario, ma soltanto comprendendo lo spirito del Luteranesimo si può capire appieno l'evoluzione e la struttura dell'organo tedesco. La Chiesa riformata di Martin Lutero concepì la musica ed il canto della assemblea come parte integrante della Liturgia della Parola. Il concetto "verticale" della musica liturgica cattolica venne quindi ribaltato: il canto divenne "trasversale" coinvolgendo tutta l'assemblea. Compaiono così i famosi "corali", basati su melodie preziose e spesso mutuate dal gregoriano ma facilmente orecchiabili ed memorizzabili. Dai neumi gregoriani, però, si passò al canto sillabico: una nota per una sillaba anche con lo scopo di creare un ritmo comune nell'assemblea e riunire in uno tutti i cuori impegnati nella preghiera. Il coro e l'organo sostenevano tale pratica che si radicò profondamente nell'animo dei fedeli: uno specifico corale per ogni momento della liturgia e uno quasi per ciascun giorno dell'anno. I fedeli ascoltando l'organista improvvisare la melodia del corale, come introduzione, sapevano automaticamente cosa cantare senza neanche perdere tempo a cercare sul libretto dei canti. Assistiamo così alla nascita dei "preludi corali" per organo o Choralvorspiele . Recitando la melodia del corale l'organista provvedeva a creare un accompagnamento che ne esaltasse le singole frasi musicali e le parole di riferimento sottintese. Un fraseggio musicale contrappuntistico dove simbolismo, armonia e poesia si fondevano: non a caso il Rinascimento e il Barocco sono la culla della musica figurativa. Si ricorda l'episodio in cui l'ormai anziano ma sempre autorevole Johann Adam Reincken (1643-1722) ascoltando Johann Sebastian Bach (1685-1750) improvvisare sul corale "An Wasserflüssen Babylon" ebbe a dire: «Credevo che quest'arte fosse morta, ma la vedo rivivere in Voi!». Erroneamente si è portati a pensare che Il vecchio Reincken si riferisse al semplice improvvisare in armonia ma in realtà elogiava la capacità di Bach nell'improvvisazione figuraliter , cioè accompagnando il corale in maniera simbolica more antiquo . A conferma di questo molti critici ravvisano nella elaborazione, che poi Bach mise su carta, sonorità e movimento visivo delle parti evocanti il lento scorrere delle acque del fiume e lo scoramento degli Ebrei nel ripensare alla lontana Sion. Lo stesso Bach riteneva cosa estremamente importante una corretta ed equilibrata improvvisazione rimproverando le sfuriate musicali senza senso di alcuni organisti da lui definiti «ussari della tastiera». Bach eseguì questo corale in onore al vecchio Reincken che precedentemente ne aveva scritto una interessante e celebre versione. Tuttavia pur se armonicamente e contrappuntisticamente perfetto il corale di Reincken non trasuda lo spirito poetico che illumina la versione di Bach. Per adempiere a tale complessa funzione gli organi si svilupparono acquisendo sempre più importanza nel credo luterano e nel cuore del popolo germanico al punto che, per i fedeli, era inconcepibile il solo pensare ad una chiesa priva di organo. Il Natale del 1924 vide una scarsa affluenza di fedeli alla messa tradizionale della Cattedrale di Passau. Il vescovo, infuriato, identificò tale crisi di presenze nel malfunzionamento dell'organo che era praticamente ridotto al silenzio per mancanza di manutenzione e di cura nel corso degli anni. Diede così ordine di restaurarlo ed ampliarlo e con le sue circa 20.000 canne ed una sezione collocata nel sottotetto, per dare l'idea del suono discendente dall'alto, lo strumento divenne uno degli organi più grandi di Europa. Nell' articolo sull'organo dei bidoni abbiamo inoltre constatato come anche nella prigionia i soldati tedeschi abbiano sentito la necessità di avere a disposizione un organo per accompagnare le funzioni religiose. Spesso le grandi vetrate e le caratteristiche architettoniche di molte cattedrali gotiche impedivano l'installazione di uno strumento adeguato e, allora come oggi, si ricorreva ad artifici ingegneristici. A testimonianza di tale caparbia volontà rimasta immutata nel tempo, la costruzione da parte della fabbriceria Rieger, nel 2009, di un poderoso e maestoso strumento del peso di 37 tonnellate e dotato di 80 registri ripartiti su quattro manuali e pedaliera nella Chiesa di S. Pietro a Regensburg. Tale colosso è sospeso nella navata tramite quattro cavi di acciaio ancorati ai pilastri portanti del transetto. La robustezza delle portanti è tale che ciascun cavo può da solo reggere il peso dell'intera struttura. L'amore per questo strumento con la sua funzione simbolica e di preghiera è testimoniato anche dal soffermarsi dei fedeli a termine funzione fino al completamento del brano musicale, quando invece, nelle nostre latitudini, il "Ite Missa est" risuona come il colpo di pistola dato dallo starter alla partenza dei 100 metri piani delle Olimpiadi e con molti astanti che già durante il Communio si sono portati ai blocchi di partenza nei pressi delle bussole. Possedere un organo prestigioso, come in Olanda, era il vanto della comunità di appartenenza e avere alle dipendenze un bravo organista, responsabile anche dello strumento, un ulteriore fiore all'occhiello. Lo stesso avveniva nelle corti nobiliari. Ad esempio nel 1708 a Weimar (Turingia) l'organista di corte ( Hoforganist ), oltre agli altri incarichi, era Bach, mentre l'organista cittadino ( Stadtorganist ) era suo cugino Johann Gottfried Walther (1684-1748). A differenza della Chiesa Cattolica, e per diversità anche dei sistemi educativi e scolastici (un proverbio raccontava che «i contadini del Margravio di Brandemburgo sono più acculturati dei cortigiani del Re Sole»), nella Chiesa riformata l'organista non era un religioso, ma un professionista che veniva accuratamente selezionato. Tale incarico, come anche quello di musicista cittadino ( Stadtpfeifer ) o di corte (Hofmusiker) o ancora di Maestro di Cappella ( Kapellmeister ), si tramandava di padre in figlio e intere famiglie erano dedite all'arte musicale per la liturgia e le cerimonie civili. Per esempio la famiglia Bach contava tra il XVII e il XVIII secolo così tanti musicisti, diffusi nei borghi e nelle cittadine della Germania, che il termine "die Bache" (il Bach) divenne sinonimo di musico. Inoltre la scuola del Nord, di cui abbiamo parlato in occasione dell' organo fiammingo , tramite i grandi esponenti tra i quali Praetorius, Buxtehude, Bohm, il predetto Reincken, Lubeck, Tunder, Bruhns, Weckmann, Leyding, Werkmeister e, per formazione, Bach, portò la tecnica dell'uso della pedaliera alle massime capacità espressive e funzionali al punto che questi maestri vennero definiti "esplosivi". Pertanto le pedaliere acquisirono registri autonomi e "solistici". La scuola meridionale, scaturita prevalentemente da Froberger, allievo di Frescobaldi, annoverante organisti tra cui Erbach, Kerll, e Pachelbel ne fece meno uso di riservandola quasi esclusivamente a passaggi lunghi o al cantus firmus. Rarissimi gli strumenti ad un solo manuale e prevalentemente legati alla scuola meridionale. Ovviamente gli stili compositivi non si limitavano al corale ma anche alle toccate, i praeludia, le fughe ecc. Sarà interessante, appena possibile, fare una passeggiata tra le varie forme musicali. Gli organi venivano costantemente ampliati e rinnovati seguendo le esigenze dettate dall'organista e dalla liturgia, inglobando spesso il materiale fonico preesistente e aggiungendo ulteriori corpi d'organo. Possiamo ancora ammirare casse dove la sezione centrale a torri squadrate rinascimentali è affiancata ai lati dalle grandi torri dedicate ai registri della pedaliera e dal corpo del Rückpositiv sulla balconata realizzati invece in stile barocco. Bach fu organista apprezzato ed ammirato a Mulhausen (Turingia) dal 1707 al 1708 dove su sua indicazione vennero apportati aggiornamenti ed ampliamenti al grande organo della Chiesa di S. Biagio. Pur avendo lasciato l'incarico per trasferirsi a Weimar, venne chiamato per il collaudo e l'inaugurazione, scrivendo per tale occasione la fantasia sul corale "Ein Feste Burg ist unser Gott" (Una salda fortezza è il nostro Dio) i cui passaggi, tramandatici da Walther che lo assisteva, ci mostrano come il Maestro abbia sperimentato l'efficacia di tutte le modifiche ed aggiunte mentre, ne sono quasi sicuro, l'organaro ascoltava e seguiva il tutto in preda ad una crisi di ansia e con i capelli dritti... Il Prinzipal può definirsi l’equivalente del nostro principale. Di taglio abbastanza largo e con sonorità generosa ed ampia ma comunque precisa per rendere al meglio la poderosa struttura contrappuntistica tedesca, dà origine a tutta la sequenza fondamentale verso i registri acuti e verso i bassi. Il suo sviluppo nelle mutazioni crea la sesquialtera, registro molto amato da Bach e dai suoi coevi, spesso "tagliente" col suo caratteristico suono tipico nel fraseggio della melodia portante dei corali, ma spesso anche aggiunta per completare il plenum . I primi registri ad anima da '16 compaiono a cavallo del XV e XVI secolo fino ad arrivare ai profondi suoni del '32 e tale evoluzione si estenderà anche alle ance. Tuttavia tutte le basserie pur se di intonazione forte non apparivano "gonfie", caratteristica che sarà più tipica degli strumenti del XIX secolo. Pochissime volte gli autori davano indicazione della registrazione da adottare: era lasciata al gusto dell'esecutore ed alle caratteristiche dello strumento rapportate al brano da eseguire: l'importante era costruire un preciso fraseggio e far intendere al meglio il dialogo delle parti. Un atteggiamento totalmente differente dai compositori francesi dove era la registrazione prescelta ad indicare la composizione (ad esempio: "Offertoire sur le gran jeu" oppure "Recit de chromorne"). Lo sviluppo del Prinzipal genera la Mixture , che potremmo definire con approssimazione l'equivalente del ripieno italiano. Ma qui occorre fare delle opportune distinzioni. Costruendo una fila di canne mano a mano che si va verso le note acute le canne andranno progressivamente accorciate e rimpicciolite. Ma arriverà un momento in cui per motivi tecnici non potremo realizzare canne ulteriormente più piccole e per aggiungere le note mancanti ripartiremo costruendo canne più lunghe da riaccorciare ancora in progressione. Ovviamente la canna di "ripartenza" sarà sempre accordata sulla nota corretta ma di una, due o tre ottave più bassa. Tale aggiustamento viene definito ritornello e più si va verso registri acuti più aumenteranno i ritornelli che dovremo realizzare su quella fila. Questo porterà ad avere parecchie canne di molti registri che sullo stesso tasto suoneranno la medesima nota e che saranno poi anche difficili da accordare tra loro (si dice che le canne "si rubano la nota"). Tale impostazione è fondamentale per capire ed apprezzare gli snelli e veloci giochi sonori degli autori italiani ma non è efficace per rendere correttamente la complessa struttura armonica dei compositori tedeschi. Infatti, in tale situazione, possono generarsi dei "vuoti" sonori sgradevoli. Pertanto nella Mixture gli organari tedeschi al momento di "ritornellare" non ripartivano necessariamente da una nota in ottava più bassa ma anche da una quinta e anche da trenta note indietro. Più che ritornello siamo davanti a una “nuova entrata” e questo avveniva con continuo scambio di note tra le file per evitare il più possibile le note all’unisono e quindi ottenendo una sonorità più "serrata" e corposa, meno verticalizzata del ripieno italiano ma più drammatica e intensa. Per questo motivo la Mixture non può essere costruita con file azionabili separatamente ma con tutte le file soggette ad un unico comando. Ecco perché Frescobaldi, che necessita di un ripieno all’italiana aguzzo e affilato per apprezzarne la freschezza e lo scintillante contrappunto che ti invita a guardare verso il cielo, appare grezzo e pesante portato su una Mixture , ed anche perché Bach sembra meno severo e deciso su un ripieno italiano, ma se fatto cantare su una mixture credi che il Padreterno stia direttamente scendendo dall’alto dei cieli per scuotere la navata con un intreccio armonico da togliere il respiro. Da qui anche la spiegazione del perché il cartellino del pomello azionante Mixture sia indichi anche il numero delle file presenti ed azionate in contemporanea. Altro registro con caratteristiche vicine alla mixture e alla sesquialtera ma tipica dell’organo tedesco è il Rauschpfeife , costituito da due o tre file di canne in mutazione (quinta e terza) e come tutte le mutazioni, mixture compresa, da usare sempre in associazione ai registri di fondo o al plenum. La sezione dei flauti ( Rohrflöte e Spitzflöte ) e dei bordoni ( Gedackt ) è ben rappresentata con voci dolci ma chiare e precise con tutte le evoluzioni e mutazioni relative. Ricordo che i registri di bordone, con sonorità più vellutata rispetto ai flauti, possono essere di legno o metallo e la loro caratteristica consiste nella presenza di tappi alla sommità delle canne. La famiglia delle ance conosce molte e varie sonorità dalla Trompete al Krummhorn , dalla vox humana alla Posaune , dal Rankett (regale dolce) allo Schalmei (regale dal suono morbido affratellato allo chalumeau francese e alla chirimìa spagnola) ed ancora il misterioso ma corposo Fagott . Sono presenti anche nella pedaliera, concepita come tastiera a sé stante, e specialmente nell' organo pleno schiariscono la linea del basso mentre come soliste danno voce al cantus firmus . Certamente sono più contenute ed "educate" rispetto alle sorelle francesi spagnole ed inglesi ma sempre e comunque precise e dall’attacco pronto e, usate nel plenum , ben amalgamate. Anche l'organo tedesco dispone di svariati accessori come il Pauke (cucù o timballo) - due canne o più che azionate in sequenza per effetto di battimento danno il classico suono - e il curiosissimo Zimbelstern : un getto di aria mette in rotazione una ruota a pale collegata a dei campanellini e, tramite lo stesso asse, fa girare una stella dorata posizionata sulla facciata. Ovviamente presenti i comandi di Tremulant (tremolo) leggero e forte. Come per l'organo olandese le maestose casse sono costituite dalle classiche torri circolari tipiche del nord Europa che tuttavia differiscono dalle coeve francesi: le generose sezioni di pedale richiesero grandi e voluminose torri laterali assenti in questi ultimi strumenti. La tastiera principale fu definita Hauptwerk o Oberwerk . Il Rückpositiv è immancabile mentre una terza tastiera posizionata più in alto (il nostro recitativo) è il Brustwerk perché posizionata all’altezza del petto dell'organista. In alcuni strumenti si arriva anche a quattro manuali. Le pedaliere più antiche mostrano l'assenza del Do1# e spesso, negli organi più antichi, la prima ottava era "corta". I tasti più lunghi di quelle "mediterranee" agevolavano l'esecutore. E da qui nasce l'eterna diatriba se gli organisti di quell'epoca usassero solo le "punte" o suonassero anche con i "tacchi": in medio stat virtus ? Piccola disgressione medica: a causa dei microtraumatismi agenti sui talloni durante le esecuzioni alla pedaliera in molti organisti si crea una calcificazione posteriore del legamento plantare definito come spina calcaneare, spesso asintomatico. Tale patologia fu anche un criterio medicolegale utile nell'identificare con maggior certezza le spoglie mortali di Bach integrando lo studio del cranio e delle leggendarie mani. La scuola organaria tedesca giunse anche nelle nostre latitudini come altre scuole nordiche di cui abbiamo già trattato: nel 1573 Wilhelm Hertelmann, probabilmente originario di Heidelberg, realizzò due strumenti per la chiesa del Convento di S. Marta a Brescia completati dal figlio Andreas. Ma tra i grandi organari tedeschi, tra cui Silbermann e Stellwagen, spicca la figura di Arp Schnitger (1648-1719) i cui strumenti furono lodati anche da Buxtehude, Bach e Händel. Tra le sue caratteristiche costruttive la tecnica di ampliare e ricostruire integrando la fonica preesistente. Questa metodica, ripresa anche da altri organari coevi, ha permesso di conoscere le tecniche e le fasi costruttive più antiche dell’organaria tedesca. Di estetica inconfondibile i suoi organi mostrano potenza, chiarezza con colori ricercati e densi di maestosità nei plenum . Tra le sue creature l’organo della Chiesa di S. Ludgeri a Norden rappresenta un unicum strutturale e sonoro. Costruito tra il 1686 e il 1692, dotato di tre manuali e pedaliera con 46 registri, è letteralmente "avvolto" intorno ad un pilastro del transetto per ottenere una espansione controllata del suono. Ad una navata barocca bassa si contrappongono un transetto ed un coro gotici altissimi. Il suono pertanto sarà secco ed attenuato nella navata ed ampio e risuonante nel transetto. I bassi pertanto raggruppati in un’unica torre orientata verso la navata avranno un effetto avvolgente mentre il corpo principale direzionato verso il transetto colpisce direttamente l'ascoltatore. Ulteriore dimostrazione di come ogni organo sia un unicum per la progettazione e la collocazione. A partire dal XIX secolo il suono dell’organo, poco in sintonia con la sensibilità del Romanticismo, verrà ad annoverare pochissimi compositori di spicco e le modifiche strutturali imposte da tale epoca, con registri voluminosi, "gonfi" e poco svettanti, vennero superate nel XX secolo con il recupero delle tecniche tradizionali. Ricordo ancora come Scweitzer, massimo interprete bachiano degli inizi del ‘900, lamentava la grossolanità cui erano arrivati gli organi in tale periodo storico al punto che le opere di Bach eseguite su tali strumenti sembravano come disegnate al carboncino. Tale rinascita, dove tradizione ed innovazione si fondono in modo stupefacente, fu il fulcro del restauro o della totale ricostruzione degli organi devastati dai massicci bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Dal 2018 l’arte organaria tedesca è annoverata come parte del patrimonio immateriale dell'Unesco. A Baba che ha fatto rivivere un focolare... Francesco Di Nardo

  • Capracotta al punto giusto

    «La culla dello sci è qui, a Capracotta, il più alto comune degli Appennini ed il terzo comune più alto d'Italia. Solo che, mentre gli altri sono cresciuti, noi siamo rimasti in... fasce. È dall'inizio del secolo che aspettiamo di crescere. Abbiamo molte possibilità potenziali, dalla natura (estiva ed invernale) al materiale umano, ma abbiamo bisogno di aiuti. Lo Stato ci ha ignorati. Ora c'è la Regione che, tra i suoi obiettivi, ha anche la crescita del turismo molisano, la nostra crescita!». Chi parla è il professor Vittorio Giuliano, presidente dello Sci Club Capracotta, uno dei più antichi Sci Club d'Italia. La sua data di nascita risale al 19 febbraio 1914. Le cronache dell'epoca riportarono così la notizia: «La sera del 19 febbraio, gli skiatori capracottesi, ospitati signorilmente nella casa del dottor Tommaso Conti, inaugurarono con un sontuosissimo banchetto lo Ski Club Capracotta. Allo champagne lo skiatore anziano signor Giovanni Paglione, Console del Touring, tratteggiò in una breve conferenza l'elogio dello sport salutare dello ski in generale e di quello capracottese in particolare. Seguirono brindisi ispirati ad elevati concetti, dell'avvocato Nestore Conti, del giudice avvocato Giorgio Borrella e del padrone di casa dottor Eutimio Conti. Approvato lo statuto dai diciotto soci fondatori (signora Ida Conti Donnarumma, signorina Chiarina Conti, signorina Ines Paglione, insegnante Giovanni Paglione, Console del Touring Club, avvocato Giorgio Borrella, avvocato Nestore Conti, avvocato Gregorio Conti, dottor Michele Campanelli, chimico dottor Filiberto Castiglione, insegnante Ottorino Conti, signor Giuseppe Falconi, dottor Emilio Conti, ragionier Alfonso Gargiullo, avvocato Sebastiano Falconi, avvocato Alfredo Sozio, dottor Roberto Conti, ragionier Alessandro Damato, fu eletto presidente il signor Paglione Giovanni, vicepresidente il signor Conti Ottorino e segretario-cassiere il signor Falconi Giuseppe. La festa, indimenticabile, si chiuse al canto del bellissimo inno degli skiatori di Capracotta, poesia dell'avvocato Giorgio Borrella, musicato dal maestro signor Alfonso Falconi». Nel 1914, dunque, a Capracotta, esistevano gli "skiatori anziani", esisteva già la febbre per lo sci. Era approdata in questo sperduto e stupendo lembo di terra, molti anni prima, con l'arrivo - dal nord - del professor Gino Galeotti che - scriveva il presidente Paglione - «ci fece innamorare dei nordici e velocissimi pattini di frassino». Lezione di sci al Prato di Conti. Certo, non dovette essere impresa difficile, per il Galeotti, contagiare i capracottesi con la pasione per «pattini di frassino». La natura di Capracotta favorì il proselitismo. All'epoca aveva una popolazione di 4.700 abitanti. Sorge a 1.510 metri sul livello del mare. L'abitato si trova su una cresta rocciosa che si riannoda a nord-est col Monte Campo ed a sud-ovest col Monte Capraro. Maestosi sono i suoi parchi naturali di faggi, immensi i suoi prati, scroscianti e deliziose le sue cascate. D'estate il clima è mite, rigoroso d'inverno. È nota ovunque l'abbondanza delle nevicate che ricoprono la zona. Fino a qualche anno fa il paese restava a lungo bloccato nel periodo invernale per l'altissimo manto nevoso che raggiungeva e raggiunge ancora i cinque, sei ed i sette metri d'altezza. Al punto da costringere gli abitanti ad uscire dalle finestre ed a scavare gallerie di comunicazione tra caseggiato e caseggiato. In un ambiente simile, l'arrivo dei «velocissimi pattini di frassino» equivalse alla conquista della libertà. Giovanni Paglione ancora hnel 1914 scriveva: «In principio eravamo visti come il fumo negli occhi. Poi in tanti hanno seguito le calunniate orme di noialtri ritenuti ad ogni costo deplorati bohémiennes ! Perciò nella loro marcia trionfale, i nostri ski corrono sui dolci declivi delle amene nostre colline, s'insinuano intrepidi fra le pittoresche radure dei nostri faggeti; nella maestosa e splendida abetina di Pescopennataro; ora scivolando silenziosi con fruscio di seta sulla recente neve gelidamente polverosa; ora fragorosamente scorrendo, alquanto incerti, sulla neve ghiacciata, rompendo il placido silenzio della natura addormentata; ora indiscreti turbando l'intima pace della lepre e talvolta sorprendendo il lupo errabondo ed affamato. Tra tutti gli sport nessuno ve n'ha più pieno di fantasiosa suggestione e di poetiche visioni come quello del correre sulla candida neve». In un'altra testimonianza del 1914 di Giovanni Paglione, si legge: «Con aria spavalda di conquistatori irresistibili quest'anno i nostri pattini alati hanno fatto strage di anime e di cuori. Prima eravamo pochi e solitari anacoreti; in seguito facemmo proseliti che ora sono divenuti coorte e che domani saranno legione. Col tempo gli ski capracottesi son venuti crescendo di reputazione, e dal rango volgare di semplici "sbarrelle" sono stati ammessi alla stima ed al rispetto deferente. Lo sport invernale ha completamente rivoluzionato i nostri desideri di un tempo per un inverno mite e poco nevoso, mentre ora non aneliamo che copiose nevicate foriere di deliziosissime volate». Nella relazione che lo stesso Giovanni Paglione fece all'atto della costituzione dello Ski Club Capracotta si legge: «Tutti i giorni, nel pomeriggio, si sono tenute esercitazioni per le nuove reclute dello ski nei pressi della Madonnina, ed a cui hanno preso parte anche gentili signore e signorine che con molto entusiasmo ed abnegazione hanno affrontato improbe ed inusitate fatiche per la conquista dell'equilibrio sugli instabili pattini. Ed esse hanno addolcito il rude ambiente degli... orsi polari, colla loro nota armoniosa di grazia e di gentilezza, dimostrando che effettivamente lo sport degli ski è lo sport degli angeli che volano... coi pattini!». Esistono altre innumerevoli testimonianze nella storia di Capracotta sulla volontà di crescita che animava e tuttora anima l'ambiente. Eppure, come afferma l'attuale presidente dello Sci Club, Vittorio Giuliano, Capracotta è rimasta in fasce, aspetta ancora di crescere. Di chi è la colpa? Pasqualino Venditti, uno dei più vecchi soci dello Sci Club Capracotta (tessera della Federazione Italiana Sci n. 4205 del 13 gennaio 1933 sottoscritta dall'allora presidente della Federazione Renato Ricci, sottosegretario all'educazione nazionale e capo dell'Opera Nazionale Balilla) dice che la colpa principale è dello Stato «che ha sempre ignorato il Molise» ma che è anche colpa dell'indolenza di alcuni capracottesi. «Per fortuna ora sono arrivate le Regioni. È nata la Regione Molise che, dopo un decennio di assestamento, sembra finalmente pronta perché la tanto sospirata valorizzazione del turismo molisano - e quindi di Capracotta - diventi realtà. Il presidente della Giunta Regionale, Florindo D'Aimmo, l'assessore competente Enrico Santori, tutti gli assessori regionali vogliono quella crescita in cui i capracottesi hanno sempre creduto, fin dai primi del secolo, quando, sulla scia di Gino Galeotti e di Giovanni Paglione e i "marmocchi" capracottesi saccheggiavano i domestici cantieri demolendo botti e utilizzando le doghe per... volare sulla neve». A Capracotta sono nati anche dei campioni: Mario Di Nucci è stato azzurro del fondo ma ha raggiunto questo traguardo tra le fila delle Fiamme Gialle; una donna, Maria Di Pietro, è arrivata alla nazionale femminile (vive ora a Nichelino, Torino); Pasquale Sozio di Vinchiaturo, è arrivato, a Capracotta, alla soglia della nazionale vincenzo i campionati nazionali del dopolavoro; Marco Potena... ma su questo personaggio c'è un servizio a parte! Gara di sci a Prato Gentile. Pasqualino Venditti ricorda con nostalgia i tempi eroici dei pionieri dello sci a Capracotta: «Allora la Fis, oggi la Fisi, non ci ha mai presi in seria considerazione. Quando oltre a fare i turisti, incominciammo a partecipare alle prime gare, andammo incontro ad avventure allucinanti ed esaltanti allo stesso tempo. Per arrivare, per esempio, a Pietracamel (L'Aquila) una volta dovettero venirci incontro con i muli; quando andavamo a Roccaraso, gran parte del viaggio lo facevamo sugli sci. Arrivavamo sciando fino a San Pietro Avellana (tredici chilometri da Capracotta). Qui prendevamo il treno. A Roccaraso c'era un solo albergo, il Cipriani. Noi non potevamo permettercelo. Ci ospitavano i contadini. Qualche volta fummo costretti a dormire in sei atleti in un solo letto, tre a capo e tre a piedi, mentre il nostro accompagnatore, l'allora presidente Ottorino Conti, vegliava su di noi mantenendo acceso il fuoco del caminetto per tutta la notte». Dove sono - domando - le testimonianze di tutta questa vostra attività? «Sono state fuse per la Patria. Quando il regime chiese le fedi d'oro degli italiani, a noi, in nome della Patria, chiesero medaglie e coppe. Dovemmo così consegnare una novantina di medaglie (oro, argento e bronzo) e una trentina di trofei e coppe». All'epoca, a Capracotta, si disputavano numerorissime gare sullo scenario di Prato Gentile. Tra le più faticose c'erano quelle valevoli per i Campionati Nazionali della Milizia. Erano gare di marcia, tiro ed ostacoli, la brutta copia del moderno (ed ingentilito) biathlon. Chiedo a Venditti di fare un confronto tra Capracotta anni Trenta ed anni Ottanta: «È ancora la Capracotta di una volta. C'era allora un albergo e continua ad essere l'unico, l'albergo Vittoria. È migliorata la strada d'accesso!». Che cosa si deve fare per valorizzare Capracotta? «Intensificare l'edilizia alberghiera; costruire degli impianti di risalita per lo sci alpino; creare un vero centro agonistico nazionale per il fondo. La Regione, come ho detto, ha recepito a livello di volontà queste nostre istanze e pare decisa ad avviare in concreto tutte le iniziative necessarie. Deve far presto. Aspettiamo da troppi anni». Ci sono dei campioni potenziali? «Ce ne sono eccome. I nostri ragazzi nascono sugli sci da fondo esanno ancora sacrificarsi. Se la Fisi, con l'aiuto della Regione, organizzasse un centro di preparazione ad alto livello a Capracotta, siatene certi, in Nazionale ci sarebbero parecchi nostri ragazzi. E potremmo ricostruire anche la squadra nazionale femminile del fondo!». Lucio Zampino Fonte: L. Zampino, Capracotta al punto giusto , in «Sciare», XVII:225-226, 1° marzo 1981.

  • Da Capracotta Gianluca Robustelli porta il jazz nei conservatori europei

    Il prossimo autunno ci sarà un pezzo di Capracotta a suonare nei più prestigiosi conservatori europei. È la chitarra di Gianluca Robustelli, musicista nato a Roma, ma profondamente legato alle sue radici capracottesi, che, insieme agli Urban Quartet, sarà protagonista del progetto "Urban Quartet - Live nei conservatori europei", selezionato tra i vincitori del bando "Per chi crea" promosso dalla S.I.A.E. e sostenuto dal Ministero della Cultura. Il quartetto jazz - composto da Robustelli alla chitarra, Giuseppe Sacchi al pianoforte, Vincenzo Quirico al contrabbasso e Federico Balestra alla batteria - sarà al centro di un tour internazionale che toccherà sette prestigiose istituzioni musicali europee, portando la loro musica nei templi della formazione accademica. Un legame che risuona nella musica Pur essendo cresciuto a Roma, Gianluca non ha mai reciso il legame con Capracotta, terra di origine della sua famiglia materna. Un legame forte e affettuoso che ha lasciato un segno anche nella sua musica: nel primo disco del quartetto, "Sofà", è contenuto il brano "Lucia", una composizione intima e sentita, dedicata alla nonna Lucia Sammarone, capracottese doc. Un omaggio pieno di gratitudine e amore, che racconta quanto le radici possano essere vive anche nelle note musicali. Le tappe del tour Il tour prenderà il via il 7 novembre ad Ålborg (Danimarca), presso la Royal Academy of Music , e proseguirà: 10 novembre, Conservatorio Superior de Música di Coruña (Spagna); 12 novembre, Lemmensinstituut di Leuven (Belgio); 14 novembre, Metropolia University di Helsinki (Finlandia); 17 novembre, "Liszt Ferenc" Academy di Budapest (Ungheria); 18 novembre, Akademia Muzyczna "Stanisława Moniuszki" di Danzica (Polonia); 20 novembre, Universitatea Nationala de Arte "George Enescu" di Iași (Romania). A ogni tappa si affiancherà una masterclass pomeridiana rivolta agli studenti dei conservatori, durante la quale i membri della band condivideranno esperienze, tecniche esecutive e riflessioni sull'odierno mestiere del musicista jazz. Un nuovo album dal vivo I concerti saranno interamente registrati dal vivo e confluiranno in un nuovo album, disponibile in digitale su tutte le piattaforme di distribuzione musicale e pubblicato anche in edizione limitata su vinile, per chi ama ascoltare il jazz col fascino analogico del supporto fisico. Eleganza, interplay e radici Gli Urban Quartet all'opera. Avevo già scritto su quanto gli Urban Quartet si distinguano per un linguaggio jazzistico raffinato e autentico, che valorizza l'equilibrio tra i musicisti e l'eleganza dell'esecuzione. Il loro repertorio, infatti, guarda alla tradizione con profondo rispetto, eppure mantiene una freschezza interpretativa che rende ogni brano coinvolgente e accessibile. Per noi di Capracotta, poi, sapere che un musicista come Gianluca Robustelli - che non ha mai smesso di amare e onorare le sue origini - sia oggi il protagonista di un percorso artistico così significativo, è motivo di profondo orgoglio. La sua musica rappresenta in qualche modo anche la nostra storia nomade, risuonando in alcuni dei luoghi più prestigiosi d'Europa. Francesco Mendozzi

  • Oltre l'alba delle nebbie: la "valle sorda"

    Vallesorda in una foto d'epoca del cav. Giovanni Paglione. Eppure quella valle, dalla quale loro avevano avvistato la colonna tedesca, l'estate si riempiva delle voci chiassose dei gitanti che, nelle calde ed afose giornate, vi si portavano per trascorrere ore serene in allegria recando seco vettovaglie per un lauto pranzo oppure per una saporita cena a base di arrosti alla brace e di gioiose bicchierate che si concluderanno con un ritorno sereno verso casa: con lentezza, perché era il tempo di intonare in coro le tipiche canzoni e i tipici stornelli paesani! Quella valle, d'estate così amena con sottoboschi puliti e calpestabili, sui quali si ergevano splendide latifoglie che si abbracciavano dalle parti opposte della strada per costruire ombre impenetrabili, con quel fresco ristoro tanto desiderato e ambito dagli allegri gitanti, con l'aria frizzante e pulita che invogliava a respirare a pieni polmoni, era tuttavia solita a cambiamenti improvvisi quanto inaspettati, non voluti e non graditi, foriera di panico fra i paesani le cui paure restavano inascoltate sicché, proprio per ciò, era stata chiamata la "valle sorda": essa, anche quel nove di settembre, restò "sorda" alle preghiere dei due giovani che per primi avevano avvistato le truppe tedesche e "sorda" restò ancora al passaggio di quella colonna che, nel borgo, avrebbe poi portato disgrazia, sofferenza e morte! Quella stessa valle nelle rigide giornate d'inverno, quando la neve precipitava copiosa coprendo di manto abbondante le strade, i boschi, le campagne, le montagne e i paesi, diventava odiosa, inospitale e nemica: cimitero di morti, insidiosa per le altezze innevate, del tutto "sorda" al lamento dell'uomo che, smarrendo la strada, restava sepolto per sempre fino a quando non fosse giunta la fine! Oh... tu viandante solitario che, alla prima neve cadente, ti poni in cammino nel sogno di tornare alla tua casa presso il tuo focolare, ti prego... viandante... io ti scongiuro solitario viandante, non sfidare la "sorda valle" che, con la sua bufera cattiva e furibonda, disperderà nel vento il tuo lancinante e pietoso grido di aiuto: quella "valle sorda" gelidi i tuoi resti ricomporrà in fredda bara bianca che restituirà alla tua vana speranza di ritorno! Anche quel nove di settembre, la "valle sorda", al passaggio delle odiate truppe,cambiò rapida di umore così come nei tristi inverni di neve: seppure ancora rigogliosa, tirò fuori la sua rabbia e le foglie dei boschi si separarono dal loro abbraccio di ombra e di freschezza; il sole più penetrante abbagliò per strada la colonna e un vento impetuoso eradicò rami e cespugli in segno di protesta; come d'inverno al viandante, anche allora la "sorda valle" avrebbe voluto impedire il passaggio delle truppe ostili ma non c'era la neve, purtroppo, per seppellirle dentro bare bianche, non c'era tempesta che mandasse quella colonna al vento: pure la "valle sorda" dovette rassegnarsi alla resa e assistere impotente al passaggio del nemico! Il borgo, ridotto senz'anima, assisteva in silenzio allo scendere voluttuoso di qualche foglia cadente mentre per strada si alzavano folate di vento, timido rumore nella piazza che, dimenticata la festa, era diventata deserta come colta da morte improvvisa: immobile anche la campanella della chiesa la quale non aveva più ragione di emettere gioiosi rintocchi! Le case, trasformate in ruderi deserti, erano diventate, in apparenza, vuote di persone come se facessero parte di un vecchio ed antico borgo da tempo abbandonato; soltanto il vecchio cane randagio, debole e mansueto, si trascinava pesante lungo la discesa, incredulo di esser solo e conscio del preludio della fine: di tanto in tanto si fermava e guardava d'intorno, sorpreso che tutta quella gioia fosse finita in un istante; il suo abbaiare, pietoso e scostante, si disperdeva nei vicoli e tornava indietro come un'eco malinconica e sofferta! Il sole, nascosto da una nube trasparente, restituiva alla terra raggi appena intiepiditi i quali prendevano parte attiva a quell'evento; la sfera di fuoco già pensava all'indomani, quando essa non avrebbe più illuminato una folla innocente e festante che aveva già programmato l'ascesa lungo i pendii delle montagne vicine: il percorso tanto atteso fra i sentieri degli abeti, il riposo infine meritato nel "gentil prato" sull'altura, circondato dai boschi a mo' di corona, oppure sui prati d'appresso ancora freschi di erbe settembrine; quel sole, ricoperto da una nube di tristezza, già presagiva quel giorno inutile e triste e accusava dolore per l'invano percorso che, dall'alba al tramonto, avrebbe dovuto eseguire a fatica, senza gioia alcuna per quella folla di reclusi. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Oltre l'alba delle nebbie , Fondazione Mario Luzi, Roma 2024.

  • La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta a Capracotta

    La Chiesa Madre di Capracotta (foto: A. Mendozzi). La Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, a cui fa capo la comunità parrocchiale di Capracotta, fu eretta probabilmente agli albori del XV secolo, con dimensioni estremamente più ridotte rispetto a quelle dell'area attuale (oltre 700 mq.). Nel 1657 si decise di demolirla e di ricostruirla ex novo su progetto definitivo di Carlo Piazzoli da Pigra, valente architetto comasco giunto appositamente a Capracotta per terminare i lunghi lavori di riedificazione, durati quasi 80 anni, sebbene la prima consacrazione fosse avvenuta, a lavori in corso, il 7 ottobre 1723 per mano del vescovo di Telese mons. Francesco Baccari (1673-1736), nativo di Capracotta. Gli stucchi, le decorazioni e le rifiniture interne dell'edificio sacro furono invece affidate all'architetto Venanzio Del Sole da Pescocostanzo. La chiesa, intitolata all'Assunzione della Vergine Maria e posta sul punto più alto dell'antico abitato - il che la rende la parrocchiale più alta dell'Appennino -, appare come un mirabile esempio di tempio a tre navate (35 m. di lunghezza) in stile tardo-barocco, con originali incursioni nello stile rinascimentale e innovativi slanci nel settecentesco meridionale. Al suo interno, oltre all'altare maggiore, sono presenti ben 10 altari, un tempo assegnati a confraternite e a privati. Queste "cappelle" ospitano le statue lignee di san Michele, sant'Anna, dell'Immacolata Concezione, dell'Assunzione, del Sacro Cuore di Gesù, di Maria Addolorata, san Sebastiano, san Pietro (dipinto), san Giuseppe e della Madonna del Monte Carmelo. Alla chiesa si aggiungono gli ampi locali dell'oratorio della ex Confraternita della Visitazione e Morte, la cappella di S. Filomena della ex Confraternita del Carmine, e la modernissima casa canonica che oggi ospita i locali della scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di I° grado di Capracotta. Gli elementi artistici e architettonici più preziosi che caratterizzano la Chiesa Madre di Capracotta sono i seguenti: il campanile a quattro campane (di cui la maggiore, del peso di 900 kg., fu rifusa nel 1926), realizzato nel 1589 e alto 17 metri, esclusa la cuspide; l'altare maggiore del 1754, opera dell'artigiano napoletano Biagio Salvato, sotto il quale spicca un magistrale paliotto con l'effige dell'Assunta; l'antichissimo battistero in legno intarsiato, databile tra il XIV e il XV secolo, poggiato su una colonna in pietra scolpita; il monumentale organo decorato in oro zecchino, comunemente chiamato "Principalone", opera di Luca e Francesco D'Onofrio, fini mastri organari di Poggio Sannita, che lo realizzarono tra il 1750 e il 1780; il pregevole coro in noce, nascosto dal dossale e dalla balaustra in marmo dell'altare maggiore, dove un tempo i sacerdoti capitolari si riunivano per la recita del breviario; una statua lignea della Visitazione della Beata Vergine Maria, opera del grande scultore Giacomo Colombo (1663-1730), padovano di nascita ma adottato dalla Napoli rococò; un dipinto dell'Ultima Cena, addossato alla parete di fondo, che alcuni attribuiscono al grande artista Francesco Solimena (1657-1747); gli affreschi a tempera sulle volte del transetto, opera dell'indimenticato pittore capracottese Giovanni Leo Paglione (1917-2004), raffiguranti l'Annunciazione e la Pentecoste, il martirio di san Sebastiano, e papa Pio V che prega la Madonna prima della battaglia di Lepanto; l'antico portale laterale di accesso, oggi incluso nel piano basso della torre campanaria, che alla base presenta un bassorilievo con tralci di vite; l'altare laterale dell'Assunta, opera del Piazzoli, e quello di san Sebastiano; i reliquiari, contenenti i resti mortali di san Sebastiano, san Cristanziano, santa Margherita, san Fabiano, san Costanzo, san Feliciano, san Faustino e sant'Aurelia, donati al clero e al popolo con atto pubblico del 13 luglio 1676 da Andrea Capece Piscicelli, duca di Capracotta. La navate centrale della Chiesa Madre (foto: A. Mendozzi). Al di là delle connotazioni artistiche, è importante sottolineare che per un discreto lasso di tempo, indicativamente tra il 1749 e il 1899, la Chiesa matrice di Capracotta ha goduto, tra mille peripezie, del titolo di «Insigne Collegiata», titolo che le ha garantito un capitolo di ben 12 religiosi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bertolotto, Opere d'arte per il monastero di S. Cristina e il Carmelo di Moncalieri , in G. Ghiberti e M. I. Corona, Marianna Fontanella Beata Maria degli Angeli. Storia, spiritualità, arte nella Torino barocca , Effatà, Cantalupa 2011; L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; A. Caruso, L'arciprete Agostino Bonanotte di Capracotta: dalla microstoria alla storia , Artificio, Ascoli Piceno 2016; V. Casale , «Perfezionare tutti li colori delle pietre»: il commesso marmoreo in Abruzzo e Molise , in V. Casale, Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell'età barocca , Colacchi, L'Aquila 1995; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Treves, Milano, luglio 1906; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Palanza, Fra Salvatore da Villamagna. Da servo degli uomini a servo di Dio , Youcanprint, Tricase 2013; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Milano, 1° gennaio 1924; F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Gli scarabattoli dorati di Capracotta

    I reliquiari a busto della Chiesa Madre (foto: A. Mendozzi). A Capracotta, nella Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, sull'altare di san Sebastiano, opera di Mattia Pizzella, sono esposti sei scarabattoli in legno dorato e vetro contenenti i resti mortali di alcuni martiri cristiani del II-III secolo che pagarono con la vita il rifiuto delle pratiche pagane. Le sculture fanno parte di una larga produzione fiorente nel XVIII secolo e consistono in cinque reliquiari a busto e una grossa teca, che fanno pensare ad un'identità di mano. Le reliquie furono donate nel 1676 al clero locale da Andrea Capece Piscicelli il quale, avendo acquistato il feudo di Capracotta, il 29 ottobre 1674 ne era diventato il primo duca. Il primo reliquiario (al centro) raffigura san Fabiano I (200-250) con le mani sul petto e il volto sollevato. Alla morte di Antero, 20° papa della Chiesa di Roma, il laico Fabiano accorse per assistere all'elezione del nuovo pontefice, che a quel tempo si svolgeva per acclamazione all'aperto. Quando una colomba bianca si posò sul suo capo, il popolo di Roma vide in quell'evento un segno dello Spirito Santo e nominò Fabiano pontefice. Nel III secolo il cristianesimo era bellissimo, come ogni cosa che possiede la virtù della giovinezza, e molto variegato, tuttavia agiva in un mondo pagano che perseguitava le comunità cristiane venutesi a creare nelle grandi città dell'Impero. Fabiano, infatti, venne costretto a far sacrifici agli dèi e, al suo rifiuto, fu incarcerato e lasciato morire di fame e di stenti. La sua memoria liturgica ricorre il 20 gennaio, assieme a quella di san Sebastiano, patrono di Capracotta. Il secondo reliquiario (secondo da sx) raffigura san Feliciano di Foligno (160-249) col volto in estasi. Le mani sono entrambe sul petto ma la sinistra tiene la palma del martirio. Feliciano fu un missionario ante litteram : evangelizzò un pezzo d'Italia centrale quando questa era terra di conquista per la nuova e definitiva religione. Feliciano fu infatti l'evangelizzatore di vaste zone dell'Umbria: Assisi, Bevagna, Foligno, Norcia, Perugia, Plestia, Spello, Spoleto, Trevi. Dopo un periodo a Roma tornò ai nativi colli, dove era stato acclamato vescovo. Ricevette dal papa il privilegio del pallio (un'insegna riservata di diritto solo al pontefice e agli arcivescovi metropoliti) e il suo episcopato durò ben 56 anni. Morì martire in tardissima età, sotto Decio. La memoria liturgica di san Feliciano ricorre il 24 gennaio. Il terzo reliquiario (secondo da dx) raffigura sant'Aurelia d'Alessandria (240-260) che, nella mano sinistra, tiene un libro chiuso, e la destra poggiata sul petto. Anche Aurelia appartiene alla fitta schiera di martiri del cristianesimo nella Roma precostantiniana. Fu infatti tradotta in tribunale, di fronte al giudice Secondiano, con l'accusa «di professare il credo cristiano». Le venne chiesto di bruciare l'incenso agli idoli ma Aurelia perseverò nella fede in Cristo, venendo condannata a morte per decapitazione. Prima che la condanna fosse eseguita, assistette a un supplizio forse peggiore, quello di veder decapitare la madre e la zia. Il dì seguente, 2 dicembre 260, Aurelia fu tratta dal carcere e, condotta lì dove giacevano i corpi decollati della madre e della zia, le fu spiccato il capo dal busto. La memoria liturgica di sant'Aurelia ricorre il 2 dicembre. Se i primi tre busti presentano una didascalia col nome del santo raggifurato, i restanti scarabattoli ne sono invece sprovvisti, tuttavia le fonti storiche menzionano almeno altri cinque martiri: san Costanzo, san Cristanziano, san Faustino, santa Margherita e san Sebastiano. La processione dei SS. Martiri del 15 luglio 2018. La cassetta centrale, infatti, contiene le reliquie indicate dai nomi di «S. Sebast. [...] S. Margh. v.m. [...] S. Christanziani», per cui il quarto reliquiario (primo da sx) potrebbe rappresentare san Costanzo di Perugia, primo vescovo del capoluogo umbro, che tiene tra le mani la palma del martirio e un libro aperto, attributo iconografico non riscontrabile in san Faustino. Egli fu martirizzato a Foligno, per cui le sue reliquie furono forse accoppiate a quelle del vescovo Feliciano. Secondo la tradizione Costanzo fu condotto davanti al console Lucio e barbaramente flagellato, quindi immerso nell'acqua bollente, da dove uscì miracolosamente illeso. Ricondotto in prigione, convertì i carcerieri che lo aiutarono a fuggire. Rifugiatosi a casa di Anastasio, anch'egli un cristiano della prima ora, fu con questo di nuovo arrestato e decapitato intorno al 170. L'ultimo reliquiario (primo da dx) potrebbe infine raffigurare san Faustino di Brescia che, assieme al compagno Giovita, subì le più terribili torture per aver tentato di evangelizzare Brescia. I due furono dapprima imprigionati a Milano, quindi trasferiti a Roma, dove furono dati in pasto alle bestie selvatiche nel Colosseo, uscendone indenni. Furono allora imbarcati per Napoli, ma durante il viaggio in mare, grazie alla loro intercessione, si placò persino una tempesta. Ciò nonostante le torture continuarono e alla fine gli aguzzini decisero di spingerli in mare su un'instabile barchetta che però tornò a riva. A quel punto furono condannati a morte, riportati a Brescia e decapitati tra il 120 e il 134. La memoria liturgica dei santi Faustino e Giovita ricorre il 15 febbraio. Tanto il degrado della fede, diventata prima superstizione e poi amoralità, quanto l'affermarsi della jihād (guerra santa) islamista, hanno portato i più giovani a credere che i martiri siano dei fanatici che uccidono e si uccidono nel nome d'un dio. Nella realtà i veri martiri, quelli cristiani, sono nient'altro che vittime, sante, dell'intolleranza, per cui andrebbero sempre tenuti d'esempio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; B. Faino, Dimostrazioni della vera essistenza de santi Faustino, e Giovita , libro III, Turlino, Brescia 1670; F. Grossi Gondi, S. Fabiano papa e martire: la sua tomba e le sue spoglie , Civiltà Cattolica, Roma 1916; L. Iacobilli, Vita di san Feliciano martire, vescovo, et protettore della città di Foligno , Alterij, Foligno 1626; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Raimondo, San Costanzo Martire. Tra storia, fede, tradizione e religiosità nella comunità di Montorio nei Frentani , Città Nuova, Roma 2016; O. Sarcinella, Sant'Aurelia vergine e martire , Comunità Passionista, Ceglie Messapica 2005.

  • La Chiesa di San Giovanni a Capracotta

    La Chiesa di S. Giovanni a Capracotta (foto: A. Mendozzi). La prima attestazione della Chiesa di S. Giovanni è quella contenuta nell'apprezzo feudale dell'11 aprile 1671 in cui si dice che «in occasione di passaggio vi è un'altra Chiesa sotto il titulo de' SS. Giovanni, Sebastiano, e Rocco, la quale è jus patronato del Barone». Questo significa che quella chiesa, prerogativa del barone di Capracotta, stava alla periferia dell'abitato ed era intitolata tanto al Battista quanto ai martiri francesi Rocco e Sebastiano, due santi invocati a gran voce durante l'epidemia di peste di quindici anni prima. In successivi registri la chiesa risulta gestita da una badìa intitolata primieramente a san Nicola, ed «ebbe l'assegno dei frutti di 270 tomoli di terreni», ovvero 67 ettari. Si tratta di un edificio a navata unica, privo di abside. La facciata è a capanna e presenta sulla sommità un piccolo campanile a vela. L'ingresso è costituito da un portale architravato. Tutto l'edificio è intonacato ad eccezione dei cantonali costituiti da blocchi di calcare compatto. L'interno è scandito da arcate cieche sui muri laterali, ciascuna dotata di altare e statue votive. L'altare maggiore, di struttura più elaborata, contiene il gruppo scultoreo del Battista nell'atto di battezzare Cristo. Tutto l'interno è decorato da stucchi bianchi e dorati. Di questa chiesa semplice, costruita in architettura modesta ma piacevole, non vi sono molte notizie ma, visionando alcune fotografie di inizio Novecento, si può dire che qualcosa sia cambiato, a partire dai tre archi esterni presenti su entrambi i lati che oggi sono ricoperti da anonimo intonaco. Una delle poche fonti bibliografiche è datata 6 luglio 1906, allorquando Eutimio Conti, attraverso una corrispondenza col direttore de "Il Giornale del Sannio", informò la comunità capracottese di aver ricevuto una discreta donazione proveniente dagli Stati Uniti per il restauro della suddetta chiesa: Il Signor Francesco Paolo Carnevale ed altri bravi operai Capracottesi residenti a Philadelphia (Stati Uniti) hanno rimesso al sottoscritto la bella somma di £ 800,00 da servire per i restauri dell'antica Chiesa di S. Giovanni Battista di questo Comune. Nessuna lode è bastevole per l'atto cristiano e patriottico dei sullodati nostri concittadini, ai quali giungano graditi i nostro encomii, ringraziamenti e saluti. Francesco Paolo Carnevale era infatti arrivato ad Ellis Island nel 1904 all'età di 47 anni, e forse proprio per questo motivo, accusando fortemente il richiamo della terra natia lasciata in età matura, decise di mettere insieme, fra tutti i compaesani emigrati a Filadelfia, la somma di 800 lire (circa 3.500 euro). Un secondo restauro si rese necessario dopo l'incendio che nel 1911 colpì l'edificio sacro, distruggendo il tetto. Il solaio venne dunque ricostruito in ottobre grazie all'impegno del «zelante Economo Coadiutore, Reverendo Canonico D. Annibale Conti», il quale raccolse presso il popolo capracottese la somma necessaria ai lavori. I tre archi laterali all'esterno della chiesa in una foto d'epoca. All'interno della Chiesa di S. Giovanni sono oggi custodite cinque statue: il san Giovanni Battista con Gesù, santa Chiara d'Assisi, la Madonna dei Miracoli - una delle usanze del nostro popolo è quella di portare in processione, l'11 giugno, questa Vergine a Casalbordino (CH) -, la Madonna della Pace e la Madonna Desolata, denominazione dell'Addolorata tipica della Puglia, precisamente di Canosa, dove la comunità capracottese si è radicata da secoli per via transumante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; S. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVIII:19, Agnone, 17 novembre 1911; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; P. Morra, Corriere dei Comuni , in «Il Giornale del Sannio», Campobasso, III:16, 12 luglio 1906; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.

  • Storia dell'organo (VII)

    L'organo della Groote Kerk di Haarlem. A completamento delle tecniche decorative delle canne vorrei menzionarne una molto particolare, chiamata "tigrato". Si ottiene aggiungendo allo stagno organario piccole quantità di rame che, cristallizzando in modo e tempi differenti rispetto allo stagno conferisce alla superficie della canna un aspetto a sbalzo e marezzato molto bello e gradevole a vedersi e definito "tigre". Utilizzato prevalentemente per le canne di mostra, come per la tecnica della verniciatura dà al registro un arricchimento degli armonici ed un timbro più chiaro. Continuando poi con gli strumenti sui generis della serie "quello che passa il convento", se fossimo passati nel convento dei cappuccini di Pettineo (ME) intorno al 1862 avremmo trovato un piccolo strumento con cassa squadrata e priva di decorazioni, estremamente spartana, il cui prospetto è realizzato con canne... palustri! Quasi tutto lo strumento, chiuso da una portella a tre ante, è costruito con questo materiale per un totale di sei registri con comandi a pomello azionati da un manuale di 50 tasti, prima ottava corta, fatti di legno di frutto (i diatonici) e noce massello (i cromatici) ed una pedaliera, costantemente unita al manuale, "alla siciliana", cioè con pedali sporgenti a mo' di leva dalla cassa e su di essa imperniati. Immancabile una canna ad ancia per l'effetto "zampogna" (la scopina). Fu costruito dal padre francescano Francesco Lo Pinto ed è attualmente conservato, perfettamente funzionante, nel Museo antropologico di Gibilmanna-Cefalù (PA). Organo fiammingo ed olandese La base comune generatasi nel tardo Medioevo qui andò incontro ad una evoluzione spettacolare che influenzò tutto il Nord Europa, specialmente l'area della Chiesa riformata e capostipite delle grandi scuole tedesche. Costruito con una struttura più compatta e modulare rispetto agli altri strumenti del nord, ha un suono molto luminoso e chiaro differenziandosi dalle sonorità più drammatiche e severe degli strumenti tedeschi e di quelli dell'Olanda più settentrionale. Fin dal 1600 sono presenti strumenti a due o più manuali con pedaliere autonome e soliste di almeno 27 tasti. Tali premesse porteranno l'organo germanico-fiammingo ad essere il punto di riferimento per la strutturazione dell'organo moderno e strumento polifonico per eccellenza. Il principale ( Prinzipal ) dà origine a tutta la sequenza di voci maschili, fino alle grandi mixtures , ma, esteso verso il basso, alle voci profonde dei bassi di pedale le cui canne, poste in facciata, assumono un aspetto imponente e maestoso sulle torri laterali. La preferenza dei suoni chiari e precisi porta ad una presenza costante delle grandi ance al pedale usate oltre con il cantus firmus anche nei forti generali con effetto "schiarente". Il cornetto, tra le voci proprie dell'organo fiammingo, fa la sua bella figura con le sue file multiple e la voce caratteristica. Il registro della voce umana merita una menzione speciale. A differenza degli strumenti francesi e, successivamente dei tedeschi, questo registro negli strumenti fiamminghi non è ad ancia con tuba corta ma ad anima. Basato sulle caratteristiche tecniche e sonore del principale consiste in una fila di canne da suonare insieme alla fila del principale effettivo. Tuttavia, questa fila di canne è intonata in lieve dissonanza (crescente) con quest'ultimo registro, pertanto suonando insieme creeranno dei battimenti sonori usati come "vibrato" nei passaggi espressivi e recitativi. Molti organi furono costruiti addirittura con un registro di principale II, più delicato, da usare quasi esclusivamente in accoppiamento alla voce umana. Questa sonorità si diffuse specialmente in Italia ed è la costante su tutti gli strumenti del XVIII secolo, chiamato anche "fiffaro" e ascritto al gruppo dei tremolanti. Gli strumenti fiamminghi e olandesi, vanto delle comunità e delle cittadine di appartenenza, giunsero a dimensioni veramente imponenti: come riferito da colleghi organisti locali, si faceva letteralmente "a chi ce l'aveva più grosso". Casse con maestose e severe torri circolari alternate a sezioni triangolari sulla cui cima sovente svettavano statue o angeli musicanti mentre, sulla torre centrale, si innalzava lo stemma dei Paesi Bassi o della città di appartenenza e con l'immancabile Rückpositiv tergale sulla balconata della cantoria. Basta guardare l'organo maggiore della Laurenskerk di Alkmaar, opera di Franz Caspar Schnitger (1725), figlio del grande Arp Schnitger, per restare letteralmente senza fiato. Oppure il maestoso strumento, alto oltre trenta metri e con le torri laterali ospitanti i principali da '32 della Groote Kerk (Chiesa di S. Bavo) ad Haarlem, costruito da Christian Müller nel 1738 e considerato, con le sue oltre 5.000 canne, lo strumento più grande dell'epoca; organo che un certo W. A. Mozart dell'età di 10 anni ebbe il permesso di far risuonare nel 1766. Ed ancora il grande organo Vater-Müller (1726/1742) della Oude Kerk di Amsterdam. Sono tutti strumenti della tradizione di Jan Pieterszoon Sweelinck (1562-1621), che potremmo definire il "Frescobaldi olandese". A lui il riconoscimento quale creatore della Scuola del Nord ( Nordschule ), con allievi quali Paul Siefert, Michael Praetorius, Samuel Scheidt, Heinrich Scheidemann. Non abbiamo prove di allievi britannici diretti ma il suo stile, diffondendosi in quelle latitudini, diede un'impronta decisa e duratura alla musica inglese. Curiosamente moltissime delle sue opere per organo ci sono pervenute come ricostruzioni di allievi mentre ci è arrivata autografa o stampata la produzione per clavicembalo e virginale: ulteriore prova di come l'organo fosse lo strumento "improvvisatore" per eccellenza. A conclusione permettetemi di ricordare la figura di Willem Hermans (1601-1683) trasferitosi in Italia nel 1648 portando con sé le tecniche costruttive fiamminghe come la sesquialtera, il cornetto e le ance squillanti. Due i suoi strumenti sopravvissuti: l'organo della Chiesa dello Spirito Santo a Pistoia e quello della Collegiata di S. Maria Maggiore a Collescipoli. Lavorò su tutto il territorio italiano dalla Liguria fino a Palermo. È facile suonare uno strumento: tutto quello che devi fare è toccare il tasto giusto al momento giusto e lo strumento farà tutto da solo. [J. S. Bach] Francesco Di Nardo

  • Pezzata di Capracotta, il primo street food d'Italia

    Prima di essere una festa, la pezzata è un piatto e, prima di essere un piatto, la pezzata è un'usanza. Per comprendere la specificità della pezzata bisogna dunque partire ab ovo , cioè da quando questa preparazione culinaria diventò la specialità dei pastori transumanti. La pezzata nasce infatti presso la comunità tratturale capracottese, generalmente costituita dalle persone più misere, quindi da coloro che meno di tutti avevano accesso alimentare alla carne. D'inverno il pastore guidava il gregge verso la Puglia, d'estate lo portava a monticare, ma in nessuna stagione dell'anno egli poteva acquistare la carne se non le parti poco nobili in minuscole dosi. Il viaggio sul tratturo era l'unica occasione, per lui, di poter mangiare la carne a 360 gradi. Quando una pecora era a fine vita oppure si azzoppava al punto da non poter proseguire il viaggio, il pastore era autorizzato a sopprimere l'animale e a cucinarlo per il proprio fabbisogno. Agli occhi del pastore la pecora era una pietanza prelibata, tanto che persino il suo odore forte e robusto - che gli appassionati di cucina oggi snobbano - era un pregio. L'ovino, d'altronde, si azzoppava perlopiù durante il lungo viaggio, non sulle pianure sconfinate della Puglia, il che fa pensare che la carne dovesse essere cucinata e consumata in itinere . Non può esistere una ricetta definitiva della pezzata se non quella basata sui suoi ingredienti fondamentali: la pecora, l'acqua e il fuoco. Di certo il pastore bolliva la carne aggiungendo gli odori che aveva a disposizione (cipolla, patata, sedano), solo se li aveva a disposizione. Ci tengo poi a precisare che la pezzata si distingue dalla cosiddetta "pecora alla callara" (o "al cotturo") della tradizione abruzzese per almeno un elemento: la pezza . Esistono infatti due interpretazioni circa il nome della pezzata. La prima e più diffusa vuole che essa provenga da "depezzare", la pratica di tagliare in pezzi grossolani la carne prima di cuocerla. La seconda teoria pretende invece che il nome derivi da un'imprecisata pezza di stoffa utilizzata dai pastori per asciugare il grasso. A ben vedere, in Italia, da sempre, la carne ovina e bovina viene depezzata prima di venir cotta, il che renderebbe troppo semplicistica, per non dire banale, la teoria della "depezzata". Del pari il grasso era in passato considerato un elemento nutriente, rinforzante, il che fa cadere anche l'idea della pezza utilizzata a mo' di schiumarola. La peculiarità della nostra pezzata, invece, sta nella sua consistenza, oltremodo morbida e burrosa, che si può ottenere solo dopo una lunghissima cottura, evitando che la carne si disidrati. Il pastore, infatti, a volte non aveva accesso a una quantità d'acqua tale da riempire il caldaio ( chettùre ) e si vedeva costretto a bollire la carne in poche dita d'acqua, motivo per cui poggiava in superficie una grossa pezza di lana che, galleggiando, non permetteva all'acqua di evaporare, mantenendo costante l'umidità della carne. A mio avviso è questa la corretta origine della pezzata: carne di pecora bollita sotto una pezza di lana. Questo tipo di cottura faceva sì che la carne restasse tenerissima a lungo, tanto che il pastore la mangiava anche durante il tragitto transumante. La festa della Pezzata, istituita nel 1961 dalla giunta Di Ianni e pensata come una giornata dell'ospitalità capracottese, è oggi una delle maggiori sagre gastronomiche del Centritalia, motivo per cui meriterebbe una profonda rivisitazione per sfruttare al meglio le sue capacità di attrattiva turistica. Il vetusto pastore della pezzata, invece, non tornerà più. Noi possiamo solo onorare il suo lavoro, la sua pecora e la sua pezza. Francesco Mendozzi

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