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  • Voglia matta di nuciéglie

    Fiera capracottese di inizio '900. Nel lontano 1962 avevo 7 anni, la mia era una famiglia contadina che viveva della vendita del latte e di qualche vitello, tenendo presente che all'epoca non avevamo più di 6-8 capi di bestiame. In poche parole, in casa mia giravano pochi soldi, anzi pochissimi, perché appena si vendeva un vitello si doveva saldare il debito fatto alla Cooperativa o da Giorgetto per gli alimentari, dal macellaio e nei vari altri negozi: gli acquisti a quei tempi si facevano tutti a debito, con la lebrètta (aveva la copertina nera). Arrivò il giorno di san Giovanni, ricordo benissimo che c'erano in quel periodo i Mondiali di calcio del Cile '62 che noi bambini andavamo a guardare allo Sci Club. In quel giorno, oltre ai festeggiamenti religiosi, arrivarono i barroccini dei nucellieàre con noccioline, lupini e quant'altro. Mi venne una voglia matta di mangiare le noccioline, per cui andai a chiedere i soldi a mia mamma Elisa. Costavano 100 lire. Quella povera donna non aveva nemmeno 5 lire, re pòrtazecchìne era completamente vuoto. Io cominciai a fare capricci, a piangere, a gettarmi a terra, tanta era la voglia de re nuciéglie . La misi letteralmente "in croce" la mia mamma, tant'è che cominciò a rovistare nei cassetti finché non trovò una banconota 100 lire fuori corso, e forse nemmeno lei sapeva che lo era. Tutto contento corsi in piazza, già pregustando i miei nuciéglie . Andai dal nucellàre chiedendo una busta de nuciéglie e dandogli le 100 lire; egli si accorse che erano fuori corso e mi disse: – Uagli ó, passa da arrète ca te diénghe re nuciéglie... Mi affibbiò ne zambat ó ne nel sedere che me lo ricordo ancora oggi. Piangente e umiliato da quel gesto, tornai a casa, rimuginandoci su per parecchio tempo. E ancora adesso ripenso alla mia infanzia vissuta in ristrettezze, a come gli adulti trattavano i bambini. C'era parecchia ignoranza e poca sensibilità verso di essi da parte di alcuni adulti, anche di quelli che avrebbero dovuto essere gli educatori: i maestri, insomma, non sempre si dimostravano tali. Michele Sozio

  • Mauthausen, 18 febbraio 1918

    Michele Daniele (1879-1957). Un soldato che pare uno spettro ambulante, tendendo le ossute mani, mi avvicina e ripete con un fil di voce: – Sono della sua provincia, di Monteroduni, mi sento morire, mi faccia la carità di prendersi cura di me!... Lo guardo e, come atterrito, fo un passo indietro, poiché ricevo l'impressione che si ha dello scheletro a cui sia attaccata della pelle cerea. Prendo le sue generalità: Faralli Loreto del 7° artiglieria fortezza. Dispongo che sia subito inviato all'ospedale, appena vi sarà posto, ed includo il suo nome nell'elenco degli «invalidi» più gravi, con la speranza di farlo ritornare a riabbracciare i suoi nel bel paesello del mio Molise. Ma farò a tempo? Con lui vi è una vera squadra, tutti della mia provincia, in maggioranza dei paesi limitrofi alla mia Agnone; Carovilli, Capracotta, Castel Verrino, Pietrabbondante. Tutti mi raccomandano e tutti mi raccontano i loro guai. Alcuni mi dicono di essere affetti da malattie croniche, altri di avere disturbi e disagi familiari, altri, mostrandomi il piastrino di alluminio attaccato al berretto, su cui è inciso il numero di matricola, accampano, quale miglior motivo di rimpatrio, la loro anzianità in prigionia, vale a dire sofferenze patite in più. Ho una parola di conforto e di speranza per tutti, cercando di far capire che la mia potenza è molto, molto limitata, affinché non si facciano troppe illusioni. E dicendo di mettermi a loro completa disposizione per quel che posso e che è in me, mi allontano, quando uno di essi mi raggiunge e mi offre una copia della lettera che una vera madra italiana, la signora D. S. di San Felice Slavo, scrisse al proprio figlio Michele, disertore, in data 8 maggio 1916. È una lettera che, capitata ed aperta per errore, in questo campo ha fatto epoca perché in essa sono scolpiti il cuore e l'amor patrio delle nostre pure donne. La leggo. Caro figlio, Ti scrissi una lettera fin dal passato mese, rammaricandomi con te dell'atto vigliacco che hai commesso col darti disertore, e dalle tue risposte mi accorgo che non fai cenno a quanto ti scrissi. Torno a ripeterlo, perché il cuore mi sanguina ancora dal dolore per la tua condanna alla fucilazione, ma, se da una parte mi ha cagionato immenso dispiacere perché il mio amore di madre mi trascina, dall'altra vedo che è stato un castigo ben meritato, pagando così meritatamente quanto, da vigliaccio, hai commesso. Caro figlio, non so come sei stato trascinato a commettere un simile atto! Hai dato onta alla nostra famiglia che si vantava di avere parecchi figli a servire la Patria, hai disonorato il tuo Paese che giustamente non ti riconosce più per suo concittadino! Oh! Quale conforto avrei io avuto, e mi sarei rassegnata, se ti avessi saputo morto sul campo di battaglia, anziché sentirti dare volontariamente al nemico! Ti scongiuro, figlio, se caso mai credi che il processo a tuo carico sia stato male eseguito, ti scongiuro di fare una domanda di revisione, o, nella peggiore ipotesi, se tu sai di essere colpevole, di chiedere grazia al nostro Gran Sovrano, il quale, senza dubbio, anche nelle amarezze della guerra, potrò rivolgerti uno sguardo di compassione. Ciò è quanto ho creduto dirti perché il decoro della famiglia me lo imponeva. Ti prego di darmi risposta e di farmi sapere come le cose stanno. Con le lagrime agli occhi, ti abbraccio. Tua madre Marianna. Che lettera! Oh, se la leggessero non i prigionieri, ma i soldati al fronte! Oh, benedetta, benedetta quella mano che l'ha scritta! E, senza perder tempo, la mostro ad un ufficiale austriaco, che parla italiano, ed a due fratelli irredenti che fan servizio nel campo, e tutti e tre rimangono sorpresi ed ammirati. Domando, poi se quel disertore si trovi qui, per potergli parlare, ma mi si risponde che è altrove perché i disertori sono tenuti in un campo a parte: Theresienstadt, ove hanno il più spietato trattamento che si possa immaginare perché si chiedono loro informazioni, notizie e schiarimenti sulle nostre truppe, che essi non sanno dare. Ben meritato. La lettera capitò qui per isbaglio d'indirizzo e fu messa in circolazione per il nobile patriottismo che l'ispira. Michele Daniele Fonte: M. Daniele, Calvario di guerra. Diario di prigionia in Austria , Alpes, Milano 1932.

  • Yemen, Cina e ritorno

    Ore 10:35. La porta del Bar dei Pini si spalancò con uno schianto. Entrò in scena la lady che aveva ceduto alla proposta di Piovaccari. Ornella, occhialoni scuri, tailleur sabbia, borsa rigida. Capelli tirati su male, rossetto mezzo sbavato, sguardo stravolto. Sembrava una che si era vestita in quattro minuti dopo una notte selvaggia. A stento salutò. Si piazzò al bancone. Bartolomeo le versò dell'acqua ma lei, almeno in un primo momento, non disse nulla. Poi sbottò... «Sapete dov'ero stamattina? In questura. Passaporto urgente. L'agente sbuffava, la foto tessera è venuta con gli occhi chiusi, quella dei timbri ci ha messo venti minuti per trovare l'inchiostro. Alla fine me l'hanno fatto. Un miracolo. Ma tanto non sono più partita». Silenzio. In fondo al locale, Fabrizio, il fonico, sorseggiava il suo latte di mandorla con una cannuccia fucsia. Indossava un basco verde pistacchio, un maglioncino rosso e blu scivolato su una spalla, pantaloni senape, scarpe lucide color bordeaux. Un orecchino a piuma gli penzolava da un orecchio. Stava scrivendo qualche appunto su un blocco nero, usando una penna stilografica rococò. «Cara... almeno le ha detto se si volava in business o nella stiva accanto alle gabbie dei polli?». Lei sbattè gli occhiali sul bancone. «Dovevamo partire oggi. Per lo Yemen. Mi aveva detto: prepara tutto. Domani si va. Ti voglio con me». Bartolomeo mugugnava, fingendo di lucidare il bancone. «E stamattina mi scrive telegrafico: partenza improvvisa per la Cina. Urgente. Torno in settimana. Resta pronta». Fabrizio chiuse il quadernone di scatto. «Ah!!! Ruggero Piovaccari. Il diplomatico... Cenetta all'hotel de Russie, vino d'annata, complimenti finti. Poi paga tutto coi punti della benzina e sparisce». Lei lo guardò, esausta. «Pensavo fosse serio... che volesse farmi una proposta di lavoro vera...». «Lei pensa. Lui bluffa. Fine, cherie». Intanto si aprì la porta del bar. Entrò Riccardo, storico amico di Piovaccari, nonché "galeotto" e testimone dell'incontro fra il millantatore seriale e la donzella "sedotta e abbandonata". Appena vide la donna, intuendo l'ennesima "sola" di Ruggero, si bloccò come una statua di sale. Poi, con una giravolta da ginnasta olimpico, uscì alla chetichella sperando di non essere notato. «Riccardo!» urlò talmente forte la signora, che anche a San Pietro l'avrebbero sentita. Neanche a dirlo, un secondo dopo la porta si spalancò di nuovo. Entrò Anna, la paranoica moglie di Riccardo. Tailleur nero, sguardo assassino, borsa tenuta come un'arma. Appena varcò la soglia, i clienti si misero le mani nei capelli. Anna puntò dritta la presunta rivale. «Signora. Mi tolga una curiosità. Doveva partire con mio marito? Ho letto dei messaggi strani. Parlava giustappunto di una donna misteriosa e di un viaggio. Sono sicura che stava bluffando». La donna alzò il sopracciglio. «Guardi che io suo marito lo conosco, ma non ho nulla da spartire con lui. Dovevo partire con un suo amico». «Ah sì? E perché allora, appena l'ha vista, ha girato i tacchi come se avesse visto la morte?» «Probabilmente perché ha la coscienza sporca. Non sono fatti miei». «E lei, con chi doveva partire, allora?» «Con Ruggero Piovaccari». Anna restò un secondo in silenzio, poi sbottò a ridere fragorosamente in stile "Crudelia De Mon": «Certo! Ruggero Piovaccari. Lo conosciamo tutti. È un tipo strano che usa mio marito per ottenere consensi». Ornella tirò fuori il cellulare, che in quel momento vibrava, e lesse con un ritrovato sorriso a trentadue denti: «È lui! È lui! Scrive: torno nel weekend. Preparati. Ci aspettano giorni intensi». Fabrizio si risistemò l'orecchino senza badare ai vaneggiamenti della poveretta. Si limitò solo a mugugnare: «Giorni intensi... notti in uno squallido motel di periferia e un biglietto da dieci euro per il taxi». Dal fondo, Mario e Romoletto si alzarono. Ciascuno estrasse una banconota da 50 euro e la poggiò sul tavolo come in un film western. Ubaldo, uscendo con lo straccio, esclamò: «Che è successo?» E Mario, prontamente: «È successo il fattaccio... Ma non è partita». Poi, ognuno lanciò la propria scommessa sulla prossima destinazione farlocca: Maldive durante la stagione dei monsoni, Etiopia con volo low cost e pernottamento in un albergo a ore, o forse Capracotta, che tra le mete era la più fattibile. Enzo Di Stasio Fonte: E. Di Stasio, Il Caffè dei Pini. Racconti di un bar della periferia romana , Sigem, Roma 2025.

  • Paese... d'un tempo

    L'8 settembre 1984 (foto: Lefra). Montagne frastagliate che cullano le case arroccate sul dirupo; abeti imponenti verso il cielo; greggi belanti, le erbe brucanti pregne di rugiada pronte ad empire turgide mammelle; croce di ferro sul monte, traguardo per pochi; impietoso per tanti arresi al ripido pendio. Inverni sempiterni di focolari accesi per tiepido tepore a corpi infreddoliti dalla neve: manto copioso e bianco che s'adagia come in sfera di cristallo. Primavere che riportano alla vita: mammole nei boschi colorate ove ciminiere fumanti creano carbone novello; rumore di esperti mestieri per vicoli e per strade. Bella l'estate che fresca richiama i lontani, riempie le case per preghiere devote alla Madonna. L'autunno uggioso ci porta il novembre mesto e silenzioso che si riapre all'amore dei defunti: ultima dimora senza tempo per chi è andato via lungo stretto ed angusto sentier senza ritorno. Ugo D'Onofrio

  • Amarcord: "Carmine Carnevale" di Pasquale Damiani

    Carmine, da pastorello a Capracotta ad imprenditore di successoa Londra, guidando la sua famiglia coinvolta nella progressiva crescita dell'azienda, ma sempre con il suo attaccamento a Capracotta, fino alla realizzazione di un caretteristico albergo alle pendici di Monte Campo. Carmine, fin da bambino, era stato molto attento a ciò che faceva Berardino, suo padre, che aveva parecchie mucche e pecore, producendo ottimo formaggio che si lavorava a casa, a Capracotta. Giovaissimo, lui partecipò ad una transumanza in Puglia, accudendo mucche, pecore e capre. Questa esperienza gli fece capire che ciò che si produceva in Puglia non lo si poteva realizzare a Capracotta. A 17 anni andò a lavorare in un caseificio di Frosinone, dove carpì i segreti della mozzarella e dei prodotti freschi. A 19 anni Carmine ebbe una proposta di lavoro da parte di un compaesano che aveva avviato un discreto ma modesto caseificio a Londra. Tornò a casa per informare i suoi della proposta e della sua volontà di accettarla! Sua madre non era contenta, ma suo padre condivise la sua scelta. Il giorno della sua partenza per Londra abbracciò tutti dicendo che entro poco tempo si sarebbero riuniti a Londra, cosa che poi avvenne. Vita di sacrifici, i suoi, sorretto dal carisma familiare, sostenuto da tutti, specie da sua moglie Stephanie. Nel 2000 Antonia ed io andammo a trovare Fabio, nostro figlio, a Londra, dove lui era andato per aggiornarsi e specializzarsi nel suo lavoro di parrucchiere, e visitammo lo stabilimento caseario dei Carnevale, essendo Antonia amica di una signora della loro famiglia, e ci stupimmo per quello che vedemmo, in particolare della "flotta" iniziale di 15 furgoni che ogni mattina partiva dal loro caseificio per rifornire i clienti, compresa la Casa Reale inglese, dei prodotti "Carnevale". Nel corso degli anni Carmine diventa socio di alcuni ristoranti e di un auto-garage a Brighton, poi di "Pasta & Pasta" e di "Vini Pregiati". Nel 2015 l'azienda Carnevale introduce una nuova produzione di salsicce fresche sotto il marchio "Salsicciamo". Crescendo così l'azienda, allargando il campo di attività, per sostenere una distribuzione capillare pure in Scozia e Galles, crebbe anche la loro flotta di furgoni attrezzati. La vita della famiglia Carnevale è stata ricca di successi aziendali, di riconoscimenti, e segnata da dignitosa sofferenza per i propri lutti. Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • Amarcord: il "Diario" di Giuseppe Trotta

    Il "Diario" di Peppe Trotta è stato ritrovato, dopo anni dalla sua morte, dai suoi figli Enza ed Ercole, da essi assemblato e pubblicato nel 2023. Peppe, da apprendista barbiere, arriva ad essere, dopo una lunga trafila, responsabile di agenzia bancaria, vivendo una vita difficile e movimentata, tra i suoi molti lavori e viaggi, fino a giungere alla meritata pensione. Il "Diario" è intenso, quasi giornaliero, e non consente al lettore di interrompersi nella lettura: i fatti sono incalzanti! Io l'ho letto con molto interesse, poche soste e tanta ammirazione! Il "Diario", secondo me, potrebbe essere diviso in quattro parti: quella relativa alla giovinezza di Peppe a Capracotta, prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Peppe ha svolto molti mestieri e lavori da impiegato precario a Capracotta, impegnandosi a curarne anche due contemporaneamente per non dire no alle proposte, per sfruttare le sue capacità e per non pesare sulla famiglia; il servizio militare di leva dalla fine del 1942; nel luglio 1943 la caduta del fascismo, e poi l'8 settembre l'armistizio di Badoglio e il comando alleato, con l'inizio di vita di Peppe da soldato "sbandato" come tanti altri militari italiani; la fine della guerra nel 1945 e il ritorno alla vita civile. Peppe ha viaggiato molto durante il suo servizio militare normale, usando mezzi di trasporto normali, ma durante il periodo del suo sbandamento si è spostato con ogni mezzo di trasporto possibile e soprattutto a piedi, in viaggi rischiosi ed avventurosi. Dopo la distruzione di Capracotta e dopo la ritirata dei Tedeschi, inizia l'arrivo in paese degli Alleati, che cominciano ad occupare le poche case rimaste in piedi per alloggiare soldati canadesi, inglesi e polacchi che aumentano sempre più. In precedenza, il 4 novebre 1943, veniva compiuto dai Tedeschi il feroce atto di guerra: la cattura e fucilazione dei due fratelli Fiadino, Gasperino e Rodolfo, di cui ho parlato anch'io ne "Il mio diario". Però, dal "Diario" di Peppe ho avuto conferma che i giovani condotti sul posto della fucilazione fossero tre: c'era pure Alberto, il terzo fratello, che però saltò dal camion tedesco che li conduceva al luogo del martirio, riuscì a fuggire attraverso i campi e si salvò. Un'altra notizia, a questo riguardo, l'ho appresa sempre da Peppe ed è relativa all'ordine che diede il comandante della pattuglia canadese, che per prima era giunta in paese: avendo saputo di questa orribile rappresaglia tedesca, il tenente canadese, con i suoi uomini e il concorso di alcuni capracottesi, procede all'esumazione dei corpi dei due fratelli Fiadino trucidati, che vengono ricomposti in due bare di legno approntate dai falegnami locali, portati al cimitero e tumulati in due loculo concessi dal Comune. L'8 dicembre 1943 riprende l'esodo dei capracottesi lì ritornati e dei pochi che erano rimasti nonostante tutto, per decisione del comando alleato che necessita di tutto ciò che è rimasto in piedi per ricoverare i propri soldati che aumentavano sempre: si tenga presente che l'inverno nevoso e gelido era vicino. La mattina dell'8 dicembre '43 tutti gli abitanti di Capracotta vengono caricati su autocarri militari e condotti per una destinzione a loro ignota. Trascorsa alla meglio la prima notte a Campobasso, si riparte in treno senza sapere dove erano diretti. Nella sosta alla stazione di Lucera, molti sfollati riescono a sfuggire ai controlli, uscire dalla stazione e lasciare il treno, grazie al sostegno e aiuto di altri capracottesi, che già si erano stabiliti in Puglia e che avevano saputo dell'arrivo di un treno con profughi capracottesi. Tra i compaesani di Lucera cito solo la famiglia Magnapésce , di cui ho conosciuto qualcuno! Per i profughi, e soprattutto per i militari sbandati come Peppe, inizia un continuo spostamento tra paesi, città e campagne pugliesi, essendo la Puglia occupata da Inglesi e Americani e non dai Tedeschi. Peppe si presenta al distretto militare di Foggia come soldato sbandato, riprende la vita militare e a viaggiare per l'Italia, fino alla fine della guerra nel 1945. Ottiene il congedo dal servizio militare nel 1946, torna civile e ricomincia a fare parecchi lavori. Giuseppe Trotta (primo a sx) a Capracotta nel 1957. Nel 1951 sposa Giulia, cugina di Antonia, e dal 1954 Peppe inizia il lavoro in banca, prima a Capracotta e poi a Roccaraso, divenendo responsabile dell'agenzia della Banca Popolare di Castel di Sangro. Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • L'Ultima Cena di Capracotta

    Il dipinto dell'Ultima Cena (foto: A. Mendozzi). Et in Arcadia ego Assunto da poco l'incarico di organista della Chiesa Collegiata di Capracotta, a pochi giorni dal compiere la maggiore età, approfittavo dei pomeriggi per passare qualche ora immerso nello studio alla consolle del Principalone. Ricordo che, durante uno di quei momenti, un violento fortunale si abbatté sul paese con una pioggia così intensa da farmi interrompere a metà il brano che, studente maldestro, stavo evitando di "maltrattare" eccessivamente. Un tonfo improvviso, quasi una detonazione, seguìto da un fortissimo scroscio provenne dalla Cappella della Congrega. Correndo attraverso la chiesa deserta, ne aprii la porta e la vista di cosa era accaduto mi traumatizzò. Un ampio tratto del pesante intonaco era crollato dal soffitto con i relativi stucchi mentre dalle tavelle denudate, come da una gigantesca e mostruosa ferita, un torrente d'acqua cadeva dall'alto allagando il pavimento ingombro di macerie. Di ritorno all'organo, nella sacrestia, un rivolo d'acqua cadeva dal soffitto scorrendo sull'antico armadio e gocciolando sui libri al suo interno. Un senso di ineluttabile disperazione, mista a rassegnazione, per la presa di coscienza dell’abbandono in cui stava precipitando non solo la chiesa ma, come un simbolo, tutta la cultura di Capracotta, già devastata dallo spopolamento, mi rimase addosso per molto tempo. Avevo torto. Il fiorire, mai come oggi, di associazioni culturali tese alla riscoperta del nostro passato insieme alle numerose iniziative degli enti locali senza contare il restauro della Chiesa Madre e del suo organo, la nascita del coro polifonico si manifestano come una luce, spero sempre più intensa e duratura, che sembra allontanare le ombre di uno squallido e terribile oblio. A tutti gli operatori di questi gruppi, ai promotori delle iniziative culturali, ai partecipanti, agli amministratori comunali e parrocchiali di qualsiasi colore che hanno lavorato e tuttora operano instancabili per il rilancio di questa Comunità dedico queste sconclusionate righe. Diverse le strade, le idee e le opinioni ma unico l'obiettivo finale. Letteralmente rapito dalle pubblicazioni comparse su Letteratura Capracottese e su "Amici di Capracotta", mi sono appassionato nello sviluppare un rudimentale studio sul quadro in olio su tela raffigurante "L'Ultima Cena" che campeggia sul Coro della Chiesa Madre e sovrastato dalla splendida cantoria. Alle brillanti osservazioni di Francesco Mendozzi e di Francesco Di Rienzo, ascoltate anche dalla loro viva voce, si aggiunge, senza pretese, qualche nota di un terzo Francesco. Per l'attribuzione dell'opera, tradizionalmente legata al nome di Francesco (...e quattro!) Solimena (1657-1747) detto anche Abate Ciccio, non posso che accettare quanto più volte affermato da chi mi ha preceduto: sicuramente fu opera della sua bottega ma non abbiamo prove sicure della diretta mano del pittore. Peraltro sono riportate, sparse per il Sud, altre opere raffiguranti lo stesso soggetto attribuite alla sua scuola: non era raro a quei tempi che nelle varie botteghe pittoriche o scultoree il maestro dava lo spunto o curava il bozzetto che poi veniva eseguito e completato dagli allievi. Ad esempio, nella Cattedrale di Rieti è conservata una scultura raffigurante santa Barbara (patrona della città) attribuita ad allievo anonimo di Gianlorenzo Bernini (1598-1680) ma su disegno diretto del Maestro. Il tema dell'Ultima Cena è stato più volte ripreso dalle scuole pittoriche: è il momento della istituzione della Eucaristia che sarà il punto centrale della celebrazione della Santa Messa nella Chiesa Cattolica, la base del dogma della transustanziazione del corpo e del sangue del Cristo. Celebre quella di Leonardo da Vinci commentata di recente anche dall'amico e maestro Aldo Trotta in una appassionante e intrigante relazione su uno dei significati simbolici legati alle figure. Infatti la pittura così come avviene in tutte le altre arti non è solo la fotografia di un momento storico o leggendario ma anche un modo per includere a fini didattici elementi metaforici ed allegorici intuibili o nascosti legati alle convinzioni dei committenti e a quelle personali dell’artista spesso in contrasto tra loro e con i canoni ufficiali. I maestri di tutte le epoche hanno lavorato e giocato su questo argomento. Il messaggio percepibile (essoterico) si lega a quello nascosto (esoterico). Ma andiamo per gradi e per simboli... Il momento cristallizzato nel "nostro" dipinto è la benedizione del pane e del vino: il Cristo benedicente è al centro della scena e fonte di gran parte della luce che pervade la scena a ricordare che è lui il lumen gentium . In altre raffigurazioni, come in Leonardo, invece il momento è quello della rivelazione del prossimo tradimento seguito dallo stupore squassante degli apostoli in reazione a tale notizia. La figura di Gesù appare triangolare a ripresa del tema trinitario e il contrasto tra il volto rivolto al cielo con la mano alzata a benedire mentre l'altra posata sul tavolo su un oggetto non definibile (un rotolo = la Sacra Scrittura?) indica la prossima ascesa al cielo e la accettazione della volontà del Padre ma l'esistenza di un ultimo legame con la terra o un lascito verso di essa (il Vangelo?) o la ripresa del « come in cielo così in terra » . In posizione diametralmente opposta, in deciso contrasto alla figura del Cristo e con il viso, parzialmente avvolto nell'ombra e rivolto verso l'osservatore, Giuda Iscariota sta meditando su quanto sta per compiere (la mano sinistra sulla bocca) mentre con la mano nasconde, sotto il bordo del tavolo, quello che sembrerebbe essere il sacchetto dei trenta denari, elemento molto frequente nei dipinti del periodo. La bassa e appuntita attaccatura dei capelli con il corto naso adunco ha un preciso riferimento alla raffigurazione, lombrosiana e mefistofelica, tipica dei canoni dell'epoca, dei lineamenti ascritti ai « deicidi e perfidi » ebrei, in contrapposizione alle figure più "romane" e "cristiane" degli altri apostoli. Giuda poiché traditore restava ebreo, gli apostoli erano passati oltre. In dipinti coevi tali caratteri sono spesso ancora più esasperati. Questa falsa, triste e discriminante iconografia resterà purtroppo a lungo nel corso della Storia. Un agnello nel piatto di portata davanti al Cristo, pronto per essere consumato, richiama il tema dell' Agnus Dei , il cui sacrificio porterà alla Redenzione dell'uomo. Il calice di cristallo posto accanto, che si osserva anche in altri quadri simili, è la raffigurazione del Sacro Graal: la coppa in cui, durante la Crocifissione, Giuseppe di Arimatea raccoglierà il sangue del Crocifisso morente. Non a caso molti autori ritengono la parola Sacro Graal, descritta per la prima volta nel Medioevo da Chrétien de Troyes ( Saint Graal ) come corruzione del termine Sang Royal (= Sangue Reale). Ma questa è un'altra storia. Alla destra del Redentore, Giovanni, l'apostolo « che Gesù amava » , si è appena distaccato dall'abbraccio sul Suo petto e, con le braccia raccolte e gli occhi chiusi, cerca di conservare, nel suo cuore, la divinità di quella stretta (Gv 13,25). Egli era il suo vero amico e testimone privilegiato, sempre presente in ogni episodio evangelico: l'apostolo a cui il Cristo morente affidò la Madre, colui che « da quel giorno prese Maria con sé » (Gv 19, 25-27). Alla sinistra del Cristo, Pietro alza lo sguardo a partecipare alla Sua visione celeste come in presagio alla Chiesa che su di lui sarà edificata ed al compito di conservare le chiavi del Paradiso. Il coltello incrociato al di sopra della forchetta davanti alla sua figura ricorda l'arma con cui fra poco reciderà l'orecchio di Malco, il servo del Sommo Sacerdote, mentre queste due posate formano anche la croce rovesciata su cui il primo Papa sarà martirizzato in Roma. Poco più a sinistra dell'osservatore, vestito di rosso, Tommaso è riconoscibile dalla mano chiusa a pugno con il solo indice levato: sarà quello il dito che il Risorto inviterà a porre nel Suo costato per convincerlo alla veridicità della Resurrezione. Quattro, come gli Evangelisti, le possenti colonne alle spalle dei convitati ma, a sinistra e sul fondo altre due colonne antiche che si perdono nella nebbia della visione celeste a rammentare le due colonne del Tempio di Salomone, Joachim e Boaz, o del Maestro e dell'Apprendista (e qui forse un riferimento massonico): il Vecchio Patto che viene sostituito dalla Nuova Alleanza. Molto anziano, come in tutte le raffigurazioni, Matteo Levi, al fianco di Pietro, esattore delle tasse, è identificabile dal libriccino contabile posto davanti alla sua figura. Oscuro, se non misterioso, il significato dell'oggetto davanti al tavolo ed in primo piano. Identificabile da alcuni come una saliera e quindi simbolo di regalità e sapienza potrebbe essere un chiaro riferimento alle leggi mosaiche e riferimento alla pulizia morale e al legame tra uomo e Dio (Lev 2,13). Tuttavia, mia osservazione, osservando il basamento bianco si nota una impressionante somiglianza al basamento bianco del fonte battesimale della Chiesa Madre. Quindi prendendo questo come allegoria del Battesimo che Gesù ricevette da Giovanni il Battista, l'oggetto superiore potrebbe essere il vaso di alabastro contenente gli unguenti profumati che la peccatrice versò sui Suoi piedi: Egli era il Mashiah , il Messia, l'Unto del Signore. Ecco allora, con il balsamo riparatore, i simboli della Sua regalità Celeste e Terrena e la testimonianza del Suo potere di rimettere i peccati a chi ha fede in Lui: « la tua fede ti ha salvato » (Lc 7,36-50). Molti i passi evangelici esaltanti la potenza salvifica della Fede che poi saranno anche il fondamento delle riflessioni operate da Martin Lutero ed alla base della Chiesa riformata. Sicuramente collegato e richiamante la simbologia dell'Unto del Signore è il libro aperto posto sul leggio in alto a sinistra. I miei complimenti più sinceri ed ammirati a Francesco Mendozzi che è riuscito a decifrare le parole scritte sulle pagine aperte: trattasi, come ha sagacemente intuito, dei versetti relativi alla preparazione dell'olio santo per le unzioni sacre e per il servizio del Tempio (Es 30, 22-25). L'olio che ha consacrato i Re d'Israele, l'olio con cui il profeta Samuele unse Saul primo Re e con cui poi lo stesso Saul unse David dalla cui stirpe regale discese Gesù. Inutile ricordare che Christos in greco, derivato da Mashiah , significa proprio "consacrato", "unto". Passiamo ora alla figura alla estrema sinistra del dipinto: l'uomo che versa l'acqua. Interessante e suggestiva la dissertazione analitica che Francesco Mendozzi sviluppa circa l'identificazione di questa figura con Giuda ormai ridotto a servo e quindi escluso dal novero dei Dodici poiché già sostituito: una considerazione altamente conscia del significato allegorico legato alle pitture di questo periodo. Tuttavia - e il più che stimato amico Francesco mi perdonerà - consentitemi di affiancare alla sua stuzzicante teoria delle ulteriori osservazioni a mio parere inquietanti. L'uomo che versa l'acqua non è infrequente in tali rappresentazioni: è identificabile, secondo alcuni, nel servo che Gesù ordina ai discepoli di seguire per trovare i locali in cui consumare la Cena. Nella nostra tela il suo volto non è definito, lasciato in ombra e sfumato. La prima stranezza: in quei tempi attingere l'acqua in Israele era compito affidato alle donne e l'episodio di Gesù e la Samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4,5-42) ne è un tipico esempio. Tra l'altro tale passo evangelico è rappresentato nella pittura che adorna la balaustra del pulpito della nostra Chiesa Madre. Va riportato che alcuni autori collegano a tale figura anche il ricordo della trasformazione dell'acqua nelle nozze di Caana. Il Cristo sapeva che i discepoli non avrebbero avuto alcuna difficoltà ad identificarlo poiché era una situazione inconsueta agli occhi di un osservatore ebreo di quei tempi. Non solo, aggiungerà: « seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: il Maestro dice dov'è la mia stanza » (Mc 14, 12-26). Quindi se la semantica non è una opinione e gli antichi lo sapevano bene, e sapendo che le Scritture sono estremamente precise su parole e termini, il Cristo conosceva bene il padrone e i suoi servi, e il padrone sapeva già che avrebbe ospitato quella Cena. Ricordiamo che tale ambiente, che Gesù sapeva esser al piano superiore della casa, era sito nel quartiere dedicato agli esseni (a Gerusalemme una porta della città era chiamata Porta degli Esseni) e solo gli esseni, poiché votati alla castità, avevano servitori esclusivamente di sesso maschile. Aggiungiamo che Giovanni Evangelista pone la Cena al mercoledì 15 Nisan in disaccordo con gli altri evangelisti che la pongono al 14 Nisan e che da nessuna parte figura che tale Cena sia effettivamente la cena della veglia ebraica. Inoltre gli Israeliti, al seguito di Gesù ormai prigioniero, rifiuteranno di entrare nel pretorio da Pilato per la prima udienza onde evitare di contaminarsi e non poter celebrare la Pasqua. Quindi la Pesach , o pasqua ebraica, non era stata ancora celebrata. A questo punto sorgono decine di domande di cui posso dare una piccola selezione. Gesù seguiva un calendario diverso? Era il calendario degli esseni? Giovanni è in errore? Aggiungo che durante la crocifissione i soldati che si erano divisi le vesti di Gesù, tirarono a sorte per la tunica poiché tessuta in un solo pezzo (Gv 19, 23-24) e una voce, non confermata, riteneva che tale indumento fosse tipico degli esseni. Gesù era esseno o comunque collegato agli esseni? E se decine le domande centinaia le pagine scritte al riguardo. In ogni caso direi che il Redentore non celebra la Pasqua ebraica ma una Sua Cena. Pertanto, cosa intendevano i pittori di quei tempi inserendo "l'uomo dell'acqua"? Una figura apparentemente secondaria ma qui esaltata proprio dal suo permanere sfumata e nell'ombra (nascondere mostrando e mostrare nascondendo). Di quali segreti erano a conoscenza in opposizione o in aggiunta ai committenti? E ancora una volta, come scriveva Vittorio Messori, la grande e unica domanda importante, posta secoli prima da Mosè al roveto ardente, ripetuta da Pilato e oggi da noi duemila anni dopo, è sempre la stessa: «Chi sei?» Noi ci sediamo in cerchio e supponiamo, ma il Segreto si siede in mezzo e sa. [R. L. Frost] Francesco Di Nardo

  • La Colomba Bianca, i guastatori nazisti e i solai ballerini

    La prima vettura di prova della Colomba Bianca in Agnone. La Colomba Bianca, i guastatori nazisti, i solai ballerini di molte case di Capracotta e la leggenda che riguarda la mancata ricostruzione di una ferrovia sono i protagonisti di una curiosa storia non ancora completamente scritta, indissolubilmente legati tra loro in un intrigo diabolico di eventi storici in apparenza disomogenei. La Colomba Bianca Il notaio Filippo Bonavolta il 25 luglio del 1909 registrò l'atto costitutivo della S.F.A.P., Società Ferroviaria Agnone Pescolanciano, su progetto dell'ingegnere Federico Sabelli. Il percorso lungo 37,435 km partiva da Agnone a 800 m s.l.m. e giungeva a Pescolanciano a 762 m s.l.m.; il punto più alto del percorso era ai 1.100 m s.l.m. di Rocca Tamburri mentre il più basso era ai 650 m s.l.m. del Verrino. La prima pietra fu posta il 29 ottobre 1911; la prima vettura arrivò a Pescolanciano il 16 maggio 1914; il 23 dicembre 1914 alle ore 11 «la prima vettura di prova, bianca come una magica colomba, arrivava in Agnone in mezzo a due fitte ali di popolo commosso ed esultante»; il 6 giugno 1915 avvenne l'apertura ufficiale con il trasporto gratuito dei giovani chiamati alle armi per la Prima guerra mondiale. Per completare l'intero tragitto la Colomba Bianca impiegava in media 3 ore, salvo imprevisti; d'inverno spesso anche i passeggeri davano una mano per liberare i binari da cumuli di neve. Era una strana colomba bianca che volava per le valli del Verrino e del Trigno, che non tubava ma annunciava il suo arrivo alle fermate con un fischio di sirena. In un periodo in cui gli orologi erano un lusso riservato solo ad una ristretta cerchia di possidenti, il fischio della locomotiva era l'orologio di tutti e scandiva le ore del giorno nelle quattro corse quotidiane. Lungo il percorso c'erano 6 piccole stazioni con fabbricati e 4 fermate; a Tre Termini c'era anche la stazione Vastogirardi-Capracotta. Il percorso era molto vario e lambiva terreni coltivati, vigne, uliveti, querceti e abetaie; bellissimo e affascinante era il paesaggio sia d'estate che d'inverno. La S.F.A.P era una società per azioni il cui capitale sociale era fissato in più di 5.000 azioni di 100 £ ciascuna; gli azionisti erano di vari paesi e la maggioranza era logicamente di agnonesi essendo all'epoca Agnone una vera e propria città industriale; c'erano anche azionisti di Capracotta e precisamente: Banca di Capracotta con 5 azioni; Luigi Campanelli con 3 azioni; Amatonicola Conti con 1 azione; Gregorio Conti fu Ruggiero con 3 azioni; Tommaso Conti con 20 azioni; Claudio Conti di Ettore con 1 azione; Giovanni Conti fu Agostino con 3 azioni; Guglielmo Conti fu Croce con 2 azioni; Michele Falconi fu Gregorio con 1 azione; Leonardantonio Falconi fu Pasquale con 10 azioni; Vincenzo Ianiro di Giovanni con 1 azione. La società a lungo andare si trovò in gravi difficoltà economiche; già nel 1926 si era accumulato un passivo enorme che portava dritto al fallimento che avvenne, dopo varie peripezie tra esercizi provvisori, bilanci in rosso, riduzione di spesa e licenziamento di parte degli operai, il 30 agosto 1940; il curatore fallimentare della S.F.A.P. cedette per 100.000 £ l'esercizio della ferrovia alla S.A.M.; questa grave situazione fu determinata soprattutto perché il podestà agnonese dell'epoca rifiutò l'acquisto, in conto del Comune, della società e fece svanire anche il tentativo degli operai disposti a subentrare nella conduzione della società; la società fu dunque ceduta alla S.A.M., Società Automobilistica Molisana, e subito la procedura di fallimento e conseguente acquisizione furono sospese in attesa di direttiva da parte della Corte di Appello di Napoli perché imprevedibilmente i beni immobili non erano stati inclusi nella pratica fallimentare e nell'attivo della S.F.A.P. Nel frattempo la Colomba Bianca non era più tale perché era diventata di color verde e viaggiava sempre più vuota: erano troppe le tre ore di percorrenza, il trasporto su gomma era diventato un valido antagonista ed aveva preso il sopravvento. I guastatori nazisti L'ultimo viaggio per poco non si concluse in tragedia; il 13 novembre 1943 una pattuglia tedesca fermò, armi alla mano, la motrice condotta da Michele D'Aloise che abbandonò il posto di guida solo dopo che un ufficiale tedesco, pistola in pugno, al grido di "Kaputt", stava per ucciderlo. Le motrici e tutto il materiale viaggiante furono incendiati, poi venne distrutta tutta la linea aerea e con uno speciale carrello munito di un robusto rostro, furono divelte e spezzate a metà tutte le traversine in legno sull'intera linea. Successivamente vennero prese di mira l'officina e la centrale termica; ed a questo punto vale la pena riportare quanto mi riferì l'amico Cesare Di Ciocco, figlio del custode della centrale all'epoca della distruzione: Come vedi, non tutta la centrale saltò in aria; una buona metà è ancora in piedi e tutto il merito fu di mio padre che, afflitto e disperato, mentre i genieri tedeschi minavano il fabbricato, si aggirava qui intorno quasi volesse ancora proteggere la sua creatura dall'imminente fine; ad un certo momento, un ufficiale tedesco, che parlava italiano, anche se stentatamente, gli fece cenno di avvicinarsi e gli chiese se voleva salvare una parte dell'edificio; immaginati la gioia di mio padre! E così l'ufficiale gli indicò non solo una finestra sul retro che avrebbe lasciata aperta ma anche quale miccia tranciare non appena la colonna tedesca, dopo aver acceso la miccia, si sarebbe mossa. Lo avvertì che aveva pochissimo tempo per entrare e per tagliare la miccia, che rischiava di saltare in aria o di essere scoperto. E così nascosto tra i pini non appena vide la colonna muoversi, scavalcò letteralmente la finestra, tranciò la miccia e fece in tempo ad allontanarsi. I tedeschi sentirono il boato, videro la colonna di polvere che saliva al cielo e non si accorsero di nulla; ed ecco perché questa parte del fabbricato dov'erano la turbina a vapore e gli accumulatori porta ancora i segni dell'esplosione; sono rimaste in piedi le quattro mura senza il tetto e si vedono ancora i punti di attacco delle maestose volte a botte. E così la Colomba Bianca dipinta di verde, non volò e non fischiò più: la furia nazista aveva cancellato un sogno. Restarono lungo la linea i 75 km. di binari abbandonati e tutte le traversine spezzate. I solai ballerini Dopo lo sfollamento, nella primavera del 1944, i capracottesi tornarono al paese distrutto e cominciarono a recuperare tra le macerie tutto quello che poteva essere utile per la ricostruzione. Qualche trave, le pietre, le tavole e perfino la sabbia (la rena ). Gli altri materiali necessari erano acquistati altrove, soprattutto il cemento e la calce viva. Domenico Di Nucci, dopo aver invitato un esperto nella produzione della calce, z' Rezziére da Canzano, cominciò a produrre calce dalle tante fornaci (dette calcare ) che vennero costruite in vari posti dell'agro di Capracotta. Impegnato in questa micro impresa, con la famiglia ospitata in una casa presa in affitto, trascurò la ricostruzione della sua casa alla Fundióne , fino a quando i due fratelli Matteo, Nicola ed Enrico, non iniziarono la ricostruzione delle loro abitazioni nello stesso gruppo di case. Allora Domenico decise che era il momento di armarsi di coraggio e affidò i lavori a una squadra di esperti muratori: la loro micro impresa, "La Disperata", era costituita dai mastri Donato Vizzoca, Innocente Marinelli, Quirino Di Tanna e Candido Ciccorelli; i figli Carmine, Mario e Giovanni si trasformarono in manovali insieme all'altro figlio mentre Italo si dedicò a preparare tutta la malta occorrente. In breve tempo furono completate le quattro mura perimetrali e il tetto; erano finiti i soldi e la casa per un po' restò così. È bene precisare che per la ricostruzione, a differenza di quanto avviene oggi a seguito di grandi calamità, non ci furono contributi e sovvenzioni; ogni famiglia dovette rimboccarsi le maniche e affrontare tutte le spese cercando di risparmiare il più possibile. Purtroppo anche un grave incidente sul lavoro turbò non poco la pesante atmosfera che si respirava a Capracotta: nella ricostruzione di una casa incendiata, a San Giovanni, proprio nell'ottica di salvare il salvabile, a lavori quasi ultimati, una parete che sembrava stabile e robusta, improvvisamente crollò travolgendo l'impalcatura e Candido Ciccorelli. In un contesto sociale in cui tutti conoscevano tutti, in cui i vincoli di parentela erano estremamente ramificati, l'improvvisa scomparsa di un valido mastro rappresentò una grande tragedia non solo per la famiglia ma anche per la comunità tutta. Ed ecco che in punta di piedi la Colomba Bianca entra nell'intreccio con la storia di Capracotta. Ognuno cercava di arrangiarsi alla bene e meglio; per costruire i solai occorrevano robuste travi di legno, costose e non facili da reperire; sottovoce qualcuno consigliava altre strade. Domenico Di Nucci ne ebbe la conferma quando, qualche tempo dopo, mentre raccoglieva il fieno nel suo prato della Vecénna , fu avvicinato da uno strano tipo; disse di chiamarsi Michele G. e, additando la casa alla Fonte Giù (adesso via Trigno), gli chiese se era disposto ad acquistare, a Staffoli, alcuni binari della ferrovia come travi di ferro per costruire i solai. Era ben informato perché la casa era ancora un guscio vuoto. Alla richiesta di informazioni ed alle perplessità, Michele rispose che altri capracottesi avevano già utilizzato i binari; chi li acquistava doveva portare le misure precise e pensare al trasporto da Staffoli. Venne pattuito il prezzo di 7.000 £ e la stretta di mano suggellò l'accordo. E così 7 travi da 11 metri furono utilizzati per il solaio della stalla della sua casa. Non fu agevole il trasporto dei binari che pesavano complessivamente circa 18 quintali. Apparve già in corso di costruzione che quei binari non erano poi molto adatti allo scopo; nonostante fossero utilizzati in coppia per costruire voltine di mattoncini a tre fori con gesso, la grande elasticità richiese subito il rinforzo con pilastri di mattoni; ma, nonostante i pilastri, i solai erano molto elastici e davano la sensazione di essere ballerini. I carabinieri, non appena il traffico divenne troppo palese, fecero un sopralluogo in tutte le case costruite o in ricostruzione e portarono in caserma per accertamenti tanti capracottesi tra i quali Mario Di Nucci, suo figlio; furono interrogati e rilasciati; sembrò che la cosa finisse lì ma la giustizia prese il suo tempo e il suo corso e Domenico e Mario furono convocati al Tribunale d'Isernia come imputati per incauto acquisto, insieme ad altri 29 capracottesi. Si ritrovarono faccia a faccia con Michele G., che si presentò vestito come uno straccione, con un paio di pantaloni rattoppati, una maglia sbrindellata, le scarpe scalcagnate ed addirittura con i due calzini di diverso colore. Nonostante l'abbigliamento, con sentenza n° 347 del 5 dicembre 1951, Michele G. fu condannato ad un anno e sei mesi di reclusione per furto aggravato, avendo venduto le rotaie, a più riprese, affermando di essere autorizzato a farlo dalla S.A.M. Per tutti i capracottesi non si procedette per intervenuta amnistia; invece Mario Di Nucci fu assolto per non aver commesso il fatto. La leggenda da sfatare Circolava nel dopoguerra e circola ancora oggi la leggenda che la mancata ricostruzione della S.F.A.P. fosse da attribuire all'utilizzo dei binari della ferrovia come travi per solai, soprattutto da parte dei capracottesi; la storia però non si nutre di dicerie e fandonie. I documenti invece attestano altro: dopo la guerra vi furono tentativi e pressioni per ricostruire la ferrovia Agnone-Pescolanciano; l'allora on. Remo Sammartino, tentò di far rientrare la S.F.A.P. tra le opere da ricostruire ma desistette quando si rese conto che la legge sulla ricostruzione imponeva di ricostruire il tutto esattamente secondo il progetto iniziale che era ormai obsoleto e non al passo con la tecnologia del momento; si sarebbe trattato di ricostruire una cattedrale nel deserto senza nessuna prospettiva economica per il futuro. Successivamente, ad un'interrogazione presentata dall'on. Francesco Colitto, la risposta dell'allora Ministro dei Trasporti on. Aragona fu negativa, in quanto la Commissione per il piano regolatore delle ferrovie, il 18 giugno 1947, inserì la S.F.A.P. nella terza categoria, ossia tra quelle non indispensabili e che potevano essere abolite con sostituzione mediante servizi automobilistici. Nei documenti ufficiali non c'è dunque alcuna traccia del danno arrecato dai capracottesi; la verità è che la ferrovia non fu ricostruita solo per scelta, discutibile, del governo di allora. Il campanilismo irragionevole che per tanto tempo ha compromesso i rapporti tra i comuni dell'Altissimo Molise, si è spesso nutrito di fandonie che una larga schiera di persone diffondeva ad arte per interessi personali, per alimentare ulteriori discordie e per tentare di giustificare qualcosa di ingiustificabile! La voce che attribuì a tal danno la mancata ricostruzione della S.F.A.P. fu figlia di quel mostro che sarebbe ora di sradicare! Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, La Colomba Bianca, i guastatori nazisti, i solai ballerini e una leggenda da sfatare , in AA.VV. I racconti di Capracotta , vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La voce della campana

    Una delle campane di Capracotta (foto: A. Mendozzi). La voce della campana rompe il silenzio, corre da monte a monte fino alla piana; rintocca prima forte poi più debole nel vento s'allontana a scuotere i sensi e le opere della vita quotidiana, ogni volta alla preghiera tutti chiama, all'unione dei cuori, al giubilo, alla pietà cristiana quasi fosse parola umana. Flora Di Rienzo

  • Il Mega Maga è sempre aperto

    Il geniale Antonio D'Andrea. In un paese dell'Appennino molisano non hanno molto rispetto per lo slogan "Make America Great Again", noto come Maga , utilizzato da Trump ma prima ancora da Clinton. La "casa degli oggetti" messa su un anno fa a Capracotta si chiama Mega Maga, dove Maga in realtà sta per magazzino. Presto diventerà un Repair Café, un Caffè delle riparazioni, cioè uno spazio aperto alla comunità nel quale le persone possono portare oggetti rotti e imparare a ripararli grazie all’aiuto di volontari. Ma già oggi è possibile portare e ritirare oggetti al Mega Maga, al momento completamente autogestito, tanto da essere sempre aperto: un semplice chiavistello, infatti, senza alcun lucchetto, permette di aprire dall'esterno la porta di questo capannone di due piani abbracciato da un piccolo giardino. Le spese dell'affitto, spiega Antonio D'Andrea, che più di altri ha creduto nell'idea, sono per ora coperte dalle donazioni. Nel Mega Maga trovano spazio mobili, elettrodomestici, lampadari, piatti, coperte ma anche libri e giocattoli. « Quando hanno portato una macchina da cucire ho pensato che sarebbe bello creare l'angolo del cucito per recuperare i tanti abiti che abbiamo raccolto – dice Antonio – E poi l'angolo della falegnameria, l'angolo artistico e ovviamente l'angolo del tè... » . Intanto mostra un forno praticamente mai utilizzato: era di una signora che non c'è più, i figli l'hanno portato sperando che possa essere finalmente utile a qualcuno. Colpisce la quantità di lana accumulata. « Stiamo immaginando di ricavarne dei cuscini paraspifferi, indispensabili qui in montagna, o dei teli per la pacciamatura in agricoltura, oppure della bambole ribelli dedicate a Rosa Luxemburg » , dice convinto Antonio. L'idea è che una volta a settimana qualcuno doni del proprio tempo non solo per aggiustare o trasformare qualche oggetto ma anche per insegnare ad aggiustare. Al momento, Pietro, che sa far di tutto con gli attrezzi, ha cominciato a frequentare il Mega Maga. C'è anche Michele, che invece ha messo a disposizione il suo camioncino per ritirare gli oggetti più ingombranti. E nel paese altri si stanno interrogando su come dare una mano. Tutto senza l'intermediazione del denaro. Di certo, il grande tavolo di legno posto al centro del salone sarà il piano di appoggio per tanti aggiustatori. Diverse associazioni della regione hanno cominciato a conoscere il Mega Maga (per contatti è possibile scrivere a barchettaebbra@gmail.com ). E il Comune? « Purtroppo la cooperativa che gestisce il porta a porta non è del paese e quindi è difficile creare una relazione » , spiega Antonio. Di certo, tra mille difficoltà, questo luogo sembra pronto a ridare vita a tanti oggetti, mettendo in discussione la logica delle discariche, ma anche a ricomporre relazioni e a immaginare un futuro diverso per un territorio alla prese con lo spopolamento. Ha scritto Vito Teti: «Abbiamo bisogno, per salvarci, per salvare la specie, se siamo ancora in tempo, di una grande rivoluzione culturale, morale, di rigenerare i luoghi e i cuori, di un nuovo vocabolario, di nuove parole, di nuove pratiche... Dobbiamo pensare altrimenti»... Gianluca Carmosino Fonte: https://comune-info.net/ , 9 ottobre 2025.

  • Carmela Di Tanna Carnevale

    Carmela Di Tanna (1939-2025). Sabato scorso si è celebrato il funerale di "Zia", mia zia e madrina di battesimo. Ho avuto la fortuna di vederla poche settimane prima della sua scomparsa e le ho chiesto di descriversi: Io e mia sorella minore siamo arrivate negli Stati Uniti da adolescenti. Abbiamo viaggiato da sole su un transatlantico degli anni '50, senza accompagnatori o guide (niente superscivoli o zavorre sofisticate). Non viaggiavamo in prima classe: a malapena era la terza. I nostri portafogli non erano foderati d'oro e parlavamo una sola lingua che non era l'inglese. Fummo consegnate nelle mani di parenti lontani che non avevamo mai incontrato. Abbiamo lasciato i nostri genitori, nove fratelli e tutti quelli che conoscevamo. A questo punto starete pensando: "Che cosa fece?" Lavorò, imparò la lingua, affinò le sue capacità e risparmiò i guadagni come meglio poté. Si sposò e diede alla luce tre figlie. Utilizzò le sue competenze per aiutare a sostenere la sua famiglia, prima come sarta e poi come ristoratrice: tutte cose che gli italiani sanno fare bene. Aiutò il marito ad avviare la propria attività. Ha educato le figlie, le ha viste sposarsi e ha dato il benvenuto a tre nipoti. Proprio quando era pronta a godersi il riposo, ha ricominciato daccapo, crescendo e prendendosi cura dei nipoti. Ha festeggiato i 60 anni di matrimonio con l'uomo che aveva incontrato a 16 anni. Ballava quando c'era la musica e piangeva quando calava la tristezza. Zia è stata la spina dorsale della sua famiglia. Ricorderò sempre quanto amava la sua famiglia e spero che riposi in pace, sicura che anche noi l'abbiamo amata. Toni Cappelli Boyd (trad. di Francesco Mendozzi)

  • Le nostre vie si dividono (I)

    Sam non ci svegliò alle tre: fui io a svegliarmi e a scoprire, aprendo la porta, che stava per spuntare il giorno. Presto fummo fuori, sulla via acciottolata, e Sam rimise la scala dove l'aveva trovata. Nessuno, in paese, era ancora uscito di casa, ma la prima luce grigia cominciava ad illuminare la collina sulla quale si trovava la frazione . Partimmo in fretta. Pensavo che Sam ci avrebbe guidati in un posto coperto, dove saremmo rimasti tutto il giorno per raggiungere il fiume al tramonto, così quando egli voltò a destra e cominciò a scendere, mi fermai. – Ehi, Sam – gli chiesi, – dove vai? – Al Sangro! – mi rispose sorpreso. – Lo traversiamo, no? – Adesso, con questa luce? – Naturalmente... – Ma come, non capisci che prima che siamo al fiume sarà giorno? È lontano, lo sai... – Che mi importa! Dobbiamo attraversarlo stamani, luce o non luce! – Non pensi che sia meglio nascondersi qui intorno e cercare di sapere qualcosa sulla posizione dei tedeschi, e magari di avere una guida? – No, no! Ti dico che dobbiamo traversare adesso. Vieni? Per una volta mi accalorai. – Penso che sei matto, Sam. Sarebbe un suicidio. Per il momento, non sappiamo nemmeno dove siamo, e stai scendendo alla cieca. Ascolta la voce della ragione! – Piantala di chiacchierare, ogni minuto è prezioso! – Io non mi muovo. Anche se voi tre andate... – Vieni, vieni! Ci mettemmo a discutere - Curly e Bunny erano d'accordo con me - ma era come parlare ad un muro. – Ma non ve l'ho detto stanotte che avremmo traversato all'alba? – Sì, – risposi, – ma parlavi delle tre. Adesso sono le cinque e mezza. Sam, che durante gli ultimi minuti aveva preparato in fretta i sacchi, mi porse il mio, si gettò il suo sulle spalle, e mi dette la mano. – Ecco, Uys, stringila, – mi disse. – Addio, e buona fortuna! Speriamo che ce la farete. Ci vediamo a Bari... Strinse le mani anche agli altri, e l'attimo dopo già si arrampicava sulla cresta di una collina in direzione del Sangro, stagliandosi contro il cielo grigio già orlato di rosa. – Al diavolo! – dissi rivolgendomi agli altri. – Perché avrà la testa così dura? Probabilmente lo acchiapperanno. Bene, comunque starà in guardia... – Ero ancora irritato, ma una certa tristezza si stava già insinuando nel mio animo, perché, fino a questa separazione che sembrava così definitiva, io e Sam eravamo sempre stati insieme. Passammo il giorno in un eccellente nascondiglio costituito da un gruppo d'alberi con il sottobosco molto folto, a circa mezzo miglio dalla frazione. Lassù, verso le nove, venimmo "adottati" da un bambino di dieci anni in groppa ad un placido somaro dalle orecchie molto lunghe che, quando fu alla nostra altezza, si fermò di colpo, volse lentamente la testa verso di noi e ragliò sonoramente. Pipino non solo voltò il somaro e ci portò un'eccellente colazione, ma ci convinse a scendere alla frazione e a pranzare con la sua famiglia. L'estrema povertà del villaggio costituiva una precisa accusa al pseudo-socialismo di Mussolini; ma l'ospitalità della famiglia di Pipino - c'erano un padre, una madre e nove figli - fu così calorosa da farci ricordare sempre con affetto e con rimpianto quella povera piccola comunità raccolta nelle casette color cenere sul fianco della collina. Ci dettero informazioni dettagliate sul luogo migliore dove traversare il fiume, ci caricarono di rifornimenti, e verso le cinque eravamo di nuovo nel nostro rifugio, Il sole era tramontato quando cominciammo a scendere il pendio alla nostra sinistra. Passo passo giungemmo in vista del fiume po meglio della sottile nebbia che si sollevava da esso. Lontano, alla nostra destra, sulla riva del fiume c'era il paese di Ateleta; e una strada, fiancheggiata dalla linea tranviaria, correva lungo l'argine settentrionale. Leggermente a destra oltre il fiume c'era il villaggio di Castel del Giudice in cima ad una collina alta e isolata. Una strada si dirigeva verso di esso, e poi ne usciva continuando lungo l'argine meridionale in direzione dell'Adriatico; sulla vetta più alta del crinale davanti a noi si vedevano le chiazze bianche delle case di Capracotta, il nostro obiettivo di quella tappa. All'alba, si sperava, saremmo stati oltre Capracotta sulla nostra destra. In quel momento sembrava miglia e miglia lontano. Il nostro obiettivo immediato e più pericoloso era la traversata del Sangro, il superamento di Castel del Giudice e la marcia fino al margine dei boschi. Un quarto d'ora dopo raggiungemmo la casa di un uomo che, come ci aveva detto il padre di Pipino, aveva fatto fortuna negli Stati Uniti, e poi era tornato a morire al suo paese, tre mesi prima dello scoppio della guerra. Eravamo nascosti fra i cespugli ad una cinquantina di metri dalla strada in attesa che facesse buio, quando un contadino ci sorprese comparendo all'improvviso e venendo a sedersi accanto a noi. – Ci sono quattro dei vostri, ad un centinaio di metri, – ci sussurrò. – Se volete vederli, vi ci porto io! – Grazie, ma non vogliamo vedere nessuno. Anche se la vostra faccia ci piace, – risposi. – Bene, ne sono contento. Pensavo che vi avrebbe fatto piacere vederli. Loro, credo, sarebbero contenti. Sono rimasti là tutto il giorno. Si sentono un po' soli... – Non abbiamo voglia di far visite in questi giorni. I trasporti non funzionano, e meno siamo, meglio è. – Hanno cercato di passare il fiume stamani, ma i tedeschi hanno sparato e son dovuti tornare indietro. Uno è stato ferito. Ma non preoccupatevi, nulla di grave. Un colpo di striscio. Nel pomeriggio gli ho portato bende e garze. Presto attraverseranno. Gli porterò i vostri saluti. Buona fortuna per la traversata. Sarà facile al buio... – E se ne andò come era venuto fra i cespugli. Restammo circa tre minuti in un fossato presso la strada. Poi io l'attraversai. Non si vedeva anima vita, e sulla collina dove, lo sapevamo, i tedeschi avevano un nido di mitragliatrici, splendeva una sola luce. Traversai la linea tramviaria, raggiunsi un argine, fischiai, e gli altri furono presto con me. Facendoci largo fra le canne giungemmo subito alla riva del fiume, largo una ventina di metri e liscio come uno stagno. A Castel del Giudice brillavano alcune luci, e si udiva il suono di qualche camion sulla strada ghiaiosa lungo la collina. Ci spogliammo, cacciammo i nostri abiti nei sacchi, legammo le scarpe assieme per i lacci, e guadammo con l'acqua al petto. Poi facemmo un bagno, il primo dopo molte settimane, usando a turno un pezzo di sapone casalingo datomi da Marta più di un mese prima. Poco dopo ci rimettemmo in moto e camminando in fretta giungemmo ad un muro di pietra che costeggiava la strada. Quando sollevammo la teste al di sopra di esso, vedemmo cinque o sei camion, a fari accesi, che scendevano giù da Castel del Giudice. Balzando giù dal muro, attraversammo con indifferenza la strada, sebbene il primo camion fosse appena passato e altri si avvicinassero da entrambe le direzioni. A venti metri dalla strada, sedemmo su un argine al limitare di un bosco per guardare il traffico. Ci sembrava tutto molto buffo: i camion, le macchine degli ufficiali, le voci in tedesco, tutto era molto divertente, e dovemmo trattenerci per non ridere forte. Non restammo allegri a lungo. Il bosco in cui entrammo era così fitto che avanzarvi era faticosissimo. Dove non c'erano i rami bassi che univano come sbarre un albero all'altro, il nostro procedere era impedito da ogni genere di cespugli spinosi che ci graffiavano e ci trattenevano. Ma la peggiore caratteristica era l'asprezza della salita e la totale oscurità che ci impediva di vedere ad un passo davanti a noi. Passarono forse tre ore prima che trovassimo un sentiero. Lentamente la foresta divenne meno folta, gli alberi più alti, i cespugli meno fitti; anche l'oscurità diminuì. Di quando in quando si vedeva, disegnato in nero contro il cielo scuro, il crinale spazioso che costituiva la nostra meta. Da qualche parte stava sorgendo la luna, e una pallida luca gialla era apparsa sul profilo oscuro dei monti. Ma sarebbero occorse ancora tre ore prima che essa si innalzasse visibile nel cielo. Il terreno era molto accidentato. Curly era stato nominato battistrada, e già avevo discusso diverse volte con lui sulla direzione da seguire: sembrava che avesse una netta preferenza per i pendii scoscesi e che trascurasse volutamente il terreno pianeggiante e più facile. Non c'era metodo alcuno nella sua follia, e glielo dissi. Uys Krige (trad. di Piero Pieroni) Fonte: U. Krige, Libertà sulla Maiella , trad. it. di P. Pieroni, Vallecchi, Firenze 1965.

  • Capracotta 1675

    Il disegno manoscritto nel "Monimentum singularis". Questo che potete ammirare qui sopra è un disegno miniato realizzato dal reverendo slovacco Tobia Masnizio (1640-1697) nel 1676 dopo che egli, assieme al compagno Giovanni Simonide (1648-1708), subì un'infinita serie di violenze psicologiche e fisiche per non aver rinnegato, sotto le accuse di un tribunale controriformistico, il proprio credo. Quelle violenze si protrassero non solo nel tempo ma anche nello spazio, tanto che da Bratislava, nel Regno d'Ungheria, egli venne catapultato a Capracotta, nel Regno di Napoli, assieme a 40 pastori evangelici, recalcitranti quanto lui. È una storia inedita che narrai, con dovizia di particolari, nel mio " L'inaudito e crudelissimo racconto " del 2018. Oggi voglio però parlare soltanto di questa affascinante illustrazione, cercando di non ripetere quanto scritto nel libro. Il sesto foglio del "Monimentum singularis" di Masnizio è infatti dedicato alla forzata permanenza dei due preti protestanti in Contado di Molise e Terra di Lavoro, tra Isernia ed Aversa. La vignetta in alto a destra mostra Capracotta così come emerse dai terribili ricordi del sacerdote slovacco. Credo che sia indispensabile analizzare questa immagine con estrema attenzione perché è l'unica rappresentazione fedele della Capracotta della seconda metà del XVII secolo. Innanzitutto la scena è animata. In basso a destra si vede un pastore con le sue pecore e un cane a far da guardia al gregge. Al centro della scena vi sono invece quattro uomini: i due in testa e in coda sono guardie dell'Università di Capracotta, la coppia al centro è invece quella dei malcapitati stranieri trovatisi il 3 maggio 1675, per un capriccio del destino, nel nostro paese. Le guardie hanno fermato i fuggiaschi e li stanno conducendo prima in speciaria (farmacia) per poi tradurli nelle prigioni della nostra chiesa. Chi ha un minimo di dimestichezza con Capracotta ha già capito che la scena si svolge dinanzi all'odierno Santuario della Madonna di Loreto, che sul lato destro mostra un campanile con cupola a cipolla di cui non si ha memoria. Quello odierno, piccolo e in posizione sud-ovest rispetto all'asse prospettico, è infatti un elemento che desta perplessità negli studiosi che si cimentano nell'analisi architettonica della chiesa. Il disegno di Masnizio dirada invece ogni dubbio e ci tramanda la conformazione della cappella della Madonna di Loreto così com'era tra il grande restauro del 1622 e la ricostruzione della prima metà del '700, che grossomodo è sopravvissuta fino ad oggi: praticamente l'attuale chiesa è stata edificata a destra di quella antica, e quest'ultima è stata evidentemente convertita in canonica. Sulla strada, ai lati della cappella della Madonna di Loreto, appaiono due croci stazionarie, di cui una, quella d'oriente, è pressoché identica all'attuale. Chiaramente non è la stessa ma presenta i medesimi arnesi (a rappresentazione dei mestieri) attaccati sul legno orizzontale che oggi troviamo, ad esempio, sulla croce del Calvario o su quella della Crocetta. La seconda croce, quella d'occidente, è invece un mistero: sembra una normalissima croce campestre come quella del Procuoio. Dietro la chiesa, leggeremente a sinistra, si vede uno stazzo (in capr. jàcce ), luogo di sosta temporanea per le greggi innalzato dai nostri pastori tanto in paese quanto sui tratturi quand'era tempo di transumare. Arriviamo infine al paese vero e proprio, appena visibile sulla destra del disegno, e protetto da possenti mura, che allora si affacciavano sui Rinforzi (o Celano), l'attuale intera via Roma. In questa rappresentazione capracottese si contano poi ben diciassette croci in cima agli edifici, a rappresentare iconicamente chiese intra extraque mœnia , istituti religiosi e congregazioni. Al 3 maggio 1675 si contavano infatti nella nostra cittadina: la Chiesa dell'Assunta, in ricostruzione; la Chiesa dei SS. Giovanni, Sebastiano e Rocco; la Chiesa di S. Antonio di Padova; la Chiesa di S. Maria delle Grazie; il monastero di S. Croce di Verrino; il monastero di S. Giovanni Capraro, abbandonato; l'oratorio di S. Filippo Neri; l'ospizio di S. Antonio Abate; la badìa di S. Giusta; la badìa di S. Maria della Consolazione; la Congregazione del Carmine; la Congregazione del Corpo di Cristo; la Congregazione del Purgatorio; la Congregazione del Rosario; la Congregazione del Sacramento; la Congregazione della Morte; la Congregazione della Visitazione. All'esterno dell'abitato si nota un altro paio di croci stazionarie: la prima, molto grande, in quella che dovrebbe essere la località Coccia Muzzo e che forse sta ad indicare le contrade capracottesi sotto i Ritagli; la seconda croce è invece lontana e forse rappresenta altri castelli della valle del Sangro. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Barone, Della vita del padre Francesco Pavone della Compagnia di Gesù , libro I, De Bonis, Napoli 1700; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, Santa Maria di Loreto, da «Venerabile cappella» a «Santuario diocesano». Indagini, ipotesi, cronaca , San Giorgio, Agnone 1993; A. Cistellini, San Filippo Neri: l'Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità , libro III, Morcelliana, Brescia 1989; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018.

  • Polvere di cantoria: musica dallo spazio

    Il problema oggi non è l'energia nucleare ma il cuore dell'uomo. [A. Einstein] L'immenso, ed in eterna costruzione, edificio della storia dell'uomo si innalza su eventi straordinari e grandiosi nel bene e nel male, pietre angolari ed architravi il cui ricordo ha riempito archivi e biblioteche segnando profondamente l’animo dei posteri. Ma tra un bulino e l’altro, infiniti piccoli sassolini e granelli di malta si aggiungono, quasi ignorati, ad armonizzane la struttura: eventi quotidiani, accadimenti locali. Molti verranno dimenticati ma non per questo non sono mai esistiti. Altri saranno sporadicamente ricordati ma, pur se piccoli, segneranno l'animo di chi saprà mai interpretarli. Questa è la descrizione di come, accanto ad una architrave, un grano di malta possa far sorridere e scaldare il cuore e di come l'animo umano possa avere curiose uscite. Ah, dimenticavo! Anche questa è una storia di Natale... Bambino degli anni '60, ero affascinato e rapito, al punto di essere preso per i fondelli dai miei amici - brutti affettuosi e indimenticabili bastardi, ancora non vi ho perdonato, ma vi voglio bene lo stesso! - dagli eventi umani e tecnologici che connotavano quella fantastica avventura che fu la corsa allo spazio e la instancabile disputa tra U.S.A. e U.R.S.S. per il predominio di quella che fu definita l'ultima frontiera (e che Star Trek mi perdoni). Se con Jurij Gagarin i sovietici erano stati i primi a lanciare un uomo nello spazio, gli statunitensi miravano alla conquista della Luna. In particolare le missioni statunitensi Gemini , precedute dal programma Mercury , furono importanti per lo studio delle attività veicolari ed extraveicolari umane in preparazione alle missioni Apollo : lo studio teorico delle dinamiche e dei fenomeni possibili in assenza di atmosfera e di gravità veniva via via messo alla prova e verificato sul campo. La moderna tecnologia elettronica, la cibernetica e la miniaturizzazione stavano nascendo in quel momento. La missione Gemini 6 , con gli astronauti Walter Schirra (di origini sarde), comandante, e Thomas Stafford, era stata concepita per manovre di rendez-vous e successivo aggancio con un veicolo bersaglio GATV-6 Atlas-AGENA. Tuttavia, il lancio degli astronauti, previsto per il 25 ottobre 1965, fu annullato a pochi secondi dalla partenza, a causa del malfunzionamento del veicolo bersaglio poco prima sparato verso l'orbita col conseguente e necessario comando di autodistruzione. La missione rimase pertanto congelata e si passò alla programmazione del programma Gemini 7 con Jim Lovell (il futuro comandante della celebre missione Apollo 13 ) e Frank Borman (che comandò Apollo 8 , la prima navicella ad orbitare attorno alla Luna). Il compito di Gemini 7 era anche quello di verificare le attività umane extraveicolari e sperimentare le manovre di autovestizione dei piloti con le tute di volo in alternanza a quelle spaziali. Si pensò tuttavia anche al recupero di Gemini 6 : l'idea fu quella di svolgere manovre di rendez-vous tra le due capsule con un lancio quasi in contemporanea e la missione rivestì una tale importanza da essere annunciata personalmente dal presidente degli U.S.A. Lyndon Johnson. Il 7 dicembre 1965 Gemini 7 si alzò dalla rampa di lancio, seguita il 15 dicembre da Gemini 6A (così fu rinominata Gemini 6 ). L'avventura si presentava estremamente complessa: il centro di controllo di Houston doveva seguire in contemporanea due navicelle, le relative comunicazioni e le telemetrie. Gemini 6A , giunta in orbita cominciò ad eseguire dei "giri di danza" attorno a Gemini 7 , portandosi anche a circa 30 cm di distanza muso a muso! In questa ultima manovra gli astronauti potevano vedersi direttamente dagli oblò e, alla domanda di Lovell da Gemini 7 : «Com’è il panorama?», Schirra da Gemini 6A rispose: «Pessima! Se guardo dal finestrino vedo le vostre due brutte facce!». Questa manovra fu molto importante: già nel 1963 i sovietici avevano svolto un rendez-vous con le navicelle Vostok , ma tale incontro era sto possibile tramite appositi calcoli balistici al momento del lancio: nel caso Gemini 7/6A , per la prima volte le capsule si muovevano comandate direttamente dai piloti. Terminato il suo compito, Gemini 6A si apprestava al rientro, quando, con estrema angoscia, il direttore di volo ad Houston e con tutti gli operatori quasi in preda al panico, sentì dagli altoparlanti la voce di Schirra: «Houston, abbiamo appena avvistato un oggetto volante non identificato! Orbita attorno alla terra tracciando una rotta da nord a sud, non sembra intenzionato a rientrare! L'U.F.O. è formato da un modulo di comando principale con davanti altri otto moduli più piccoli ed il pilota è vestito di rosso e ci sta salutando! Fermi tutti! Sta cercando di segnalarci qualcosa!» A quel punto un suono di campanelli si diffuse dagli altoparlanti e contemporaneamente una armonica a bocca intonava "Jingle bells"... "Jingle bells" fu composta nel 1857 per la festa del Ringraziamento da James Lord Pierpont e pubblicata con il nome "One horse open sleigh". Ispirata alle corse delle slitte che nel XIX secolo si tenevano nel Massachussets, soltanto nel 1859 assunse il nome attuale diventando il celeberrimo canto di Natale. I due astronauti buontemponi avevano nascosto armonica e campanelli nel piccolo bagaglio per gli effetti personali: Schirra l'armonica e Stafford i campanelli, adducendo successivamente di aver evitato semplicemente di cantare poiché stonati come due granchi. Oggi i due strumenti sono conservati allo Smithsonian Air and Space Museum come testimoni dei primi strumenti musicali portati in orbita e della prima musica venuta dallo spazio. Il 16 dicembre 1965 Gemini 6A ammarò nell'Oceano Atlantico e fu recuperata dalla portaerei USS WASP dopo 16 orbite per un totale di 694.415 km, percorsi all'altezza media di 280 km. Walter "Wally" Schirra, classe 1923, fu pilota da combattimento della US Navy e poi pilota collaudatore, partecipò anche alla missione Apollo 7 . Lasciò il servizio presso la N.A.S.A. pochi giorni prima che nel luglio 1969 Apollo 11 partisse per la Luna. È scomparso nel 2007, e nel 2009 ha dato il nome alla nave militare USNS Wally Schirra, classe Lewis & Clarck , dedicata agli esploratori. Thomas Stafford (1930-2024) fu comandante di Gemini 9 insieme a Eugene Cernan e poi comandante di Apollo 10 , prova generale di Apollo 11 . Fece parte anche dell'equipaggio della missione congiunta Apollo-Soyuz nel 1975. Come ho detto, un granello di malta, una canzoncina dallo spazio, due spiritosoni in orbita e una crisi d'ansia di un direttore di volo a terra ma, pensandoci bene, un raggio di umanità, di calore e di sentimento anche nel freddo tecnologico di una missione spaziale. La vita ha valore grazie ai sentimenti, alle emozioni, al pianto. [A. Merini] Francesco Di Nardo

  • La solitudine e la forza dell'Italia interna

    Panorama estivo di Monte Capraro (foto: A. Semplici). Sono 13 milioni di italiani, vivono sul 60% del territorio nazionale, lontano dalle grandi città, abitano montagne e colline. Le chiamano Aree Interne e una «strategia nazionale» le condanna a uno «spopolamento irreversibile». Così non è: per la prima volta, gli abitanti della montagna sono cresciuti. I paesi si ribellano a un destino già scritto e rivendicano, con sindaci e vescovi in prima fila, il diritto a un futuro. Ho passato tre mesi a Capracotta. Alto Molise, sul confine con l'Abruzzo. Il secondo comune più alto degli Appennini. 1.421 metri. Un'Italia che più interna non si può. 750 residenti, ma se chiedi in giro confessano: «Saremo meno di quattrocento a vivere qui tutto l'anno». Fa freddo a Capracotta, un gran freddo, arrivano venti gelidi dai Balcani. I paesani rivendicano il record mondiale della nevicata in un solo giorno: 256 centimetri di neve in 18 ore nel marzo del 2015. Primato mai riconosciuto ufficialmente. Il monumento più importante del paese è per lo «spazzaneve», anzi per uno snow fighter arrivato in questa montagna nel 1950, dono dei capracottesi che erano emigrati a New York. Ben conoscevano i sei mesi di isolamento negli inverni appenninici. Qui, nel 1914, fu fondato uno dei più vecchi sciclub italiani. È ancora ben vivo. L'altro monumento, appena fuori dal paese, è dedicato a chi è emigrato. Nei primi anni '50, qui vivevano poco meno di quattromila persone. A migliaia se ne sono andati. Capracotta ha una sua celebrità: ha un ruolo in film storici con Alberto Sordi e Vittorio De Sica, Erenst Hemingway fece apparire il paese in Addio alle armi , e poche settimane fa il poeta Franco Arminio invitava il governo a riunirsi in questo Alto Molise. Raccolgo voci del paese: l'ortolano, come ogni anno, minaccia di chiudere il suo negozio, ma, come sempre, non lo farà, chiude anche il più fornito tra i negozi di alimentari. Ci sono due forni a Capracotta, ma il pane arriva dai paesi vicini. Ci sono tutte le classi (pluriclassi) fino alla terza media, ventitré bambini e ragazzini in tutto: tre alla scuola dell'infanzia, tre in prima elementare. Quest'anno, in sette finiranno le medie e gli alunni diminuiranno di colpo. C'è la farmacia, un medico, un bancomat nell'ufficio postale, quattro corse di bus al giorno (nei mesi delle scuole) verso Isernia, il capoluogo di provincia. C'è un parroco. Il pronto soccorso più vicino è a 25 minuti di distanza. Ma se hai qualcosa di grave, meglio andare direttamente a Isernia, poco meno di un'ora di viaggio. Non va poi così male: la metà degli italiani dichiara di avere difficoltà a raggiungere un pronto soccorso. Tre milioni e 400 mila persone (soprattutto in Val d'Aosta, Basilicata, Calabria e Sardegna) vivono a più di mezz'ora da un pronto soccorso. Fra il 2018 e il 2023, dicono alla presentazione del rapporto Montagne del 2025, ha chiuso, nelle aree «periferiche», il 28% delle filiali bancarie.  Lo scorso marzo il «Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud», un ex-ministero che ora è un dipartimento della Presidenza del Consiglio, ha pubblicato il Piano Strategico per le Aree Interne. A pagina 45, obiettivo 4, viene annunciata la condanna all'eutanasia di un «numero non trascurabile» di territori «marginali»: si afferma che è possibile solo «accompagnarli in un percorso di spopolamento irreversibile». Si arrabbia Candido Paglione, sindaco di Capracotta: «Non esistono comunità da accompagnare a un funerale. C'è un futuro possibile. Il declino non è una condizione eterna, non è una dannazione». Ad agosto hanno alzato la voce anche i vescovi italiani che operano in queste geografie quasi dimenticate: riuniti a Benevento, in 139 scrivono al governo e al Parlamento. Le prime righe della loro lettera sono una fotografia sconsolata: parlano delle disuguaglianze, di «nuove solitudini e dolorosi abbandoni» di questi territori. Ma è solo un momento, c'è una reazione, un impegno, «s'impone una diversa narrazione della realtà». Le Aree Interne (dovremmo trovare un altro nome, questo è troppo sbrigativo) sono quasi il 60% dell'Italia, 13 milioni di abitanti (poco meno di un quarto della popolazione). Il 92% (!) dei prodotti alimentari di eccellenza italiani (le Dop, gli Igp, i presidi SlowFood) proviene da queste terre. Come il 70% dei migliori vini italiani. Il sindaco di Capracotta ha un moto di orgoglio: «Io non sono solo il sindaco di settecento abitanti, sono anche il primo cittadino di due milioni di alberi». Come a dire: le pianure, i luoghi urbani, densamente abitati, hanno bisogno della montagna, delle colline, dei boschi. «Solo se si ha cura della montagna, nelle città di pianura si può dormire con tranquillità». «Non ci rassegniamo», dice (e immagino il suo sguardo) Felice Accrocca, arcivescovo di Benevento. I vescovi conoscono bene queste terre interne: le parrocchie sono una delle poche realtà diffuse capillarmente su tutto il territorio nazionale. E hanno ragione a non rassegnarsi. Lo scorso maggio, l'Uncem, l'Unione Nazionale dei Comuni Montani pubblica il suo ponderoso, quasi ottocento pagine, rapporto sulla Montagna italiana, una fotografia dettagliata dei territori di 3471 comuni. Una evidente «periferia» instabile, con la necessità di cure continue: 2.934 comuni convivono con il rischio di frane e, nella maggioranza di questi piccoli centri, il pericolo è considerato «elevato». Eppure, tra il 2019 e il 2023, per la prima volta, la popolazione delle montagne è cresciuta. Centomila abitanti in più. Pochi, ma il segnale di una sorta di inversione di tendenza. Non solo: il 75% di questi nuovi abitanti sono italiani, «e sono giovani», dice Marco Bussone, piemontese, presidente dell'Uncem. Molti hanno meno di 40 anni, sono coppie, hanno bambini. Vero è che l'Italia è divisa in due: la popolazione montana cresce a nord di Umbria e Marche e lungo l’arco alpino, continua a diminuire al sud, anche se in percentuale molto più ridotta rispetto al passato. «Dobbiamo smetterla di parlare di marginalità, di spopolamento, dobbiamo darci da fare per sconfiggere la paura di sentirci male e non avere un medico – alza la voce il sindaco Paglione –. Voglio vedere accese le luci nelle case del paese». Ho un «conflitto di interessi» in questo articolo. Mia figlia, nata a Firenze, vissuta per il mondo, è una dei nuovi abitanti di Capracotta. Questa estate ha messo al mondo uno dei due neonati del paese. Ve n'è un terzo, ma la famiglia vive a L'Aquila. Ho camminato a lungo per le sue strade e salito i gradini delle sue molte scalinate. E non ho visto, tranne che nel mese di agosto, molte luci accese nelle case. Con i mezzi pubblici è fatica e tempo per raggiungere questa montagna. A volte mi è parso impossibile. Il capoluogo del Molise, Campobasso, in questi mesi, è il solo capoluogo di regione senza un treno che lo raggiunga. Per andare fino a L'Aquila, 190 chilometri, con bus e treni, ci vogliono quasi sei ore. Capracotta non è solo su questa frontiera tra solitudine e nuove vitalità, tra il rischio reale dell'abbandono e il desiderio di un «neopopolamento». Leggo che a Cabella Ligure, comune della bellissima e isolata Val Borbera, regione dell'estremo sud-est piemontese, non c'è alcun medico di base. Leggo un'intervista al vicesindaco, Vittorio Demicheli, ex-dirigente sanitario: «Se hai bisogno di una prescrizione e non sai usare le mail, devi fare almeno trenta chilometri prima di trovare chi possa scrivertela». Nell'alto Veneto, montagne bellunesi, don Fabiano Del Favero, 42 anni, ha lasciato questa estate le sue cinque parrocchie, 64 frazioni, dieci chiese e mille e settecento abitanti, dispersi tra i mille e i mille e quattrocento metri di altezza. Don Fabiano, conosciuto come «il parroco della montagna», non è andato poi molto lontano: da luglio è già al lavoro nelle sette comunità parrocchiali attorno a Longarone. Un sacerdote per più parrocchie. Capace di dire alla domenica tre messe in tre paesi diversi e più o meno lontani. L'entusiasmo di un giovane prete sconfigge la fatica e la solitudine invernale di queste terre. Leggo sul «Corriere della Sera» la storia della scuola di Parrano, cinquecento abitanti in provincia di Terni. Qui comune e scuola sono riusciti a realizzare una preziosa esperienza di scuola diffusa, ma Cinzia Meatta, preside dell'istituto omnicompresivo del territorio, avverte: «Se non ci concedono un insegnante part-time dovremo chiudere la scuola dell'infanzia». Non deve essere arrivato se, su Internet, leggo, nello stesso giorno in cui l'articolo è stato pubblicato, che la scuola quest’anno non ha riaperto. I bambini dovranno andare altrove «e così fra tre anni dovremo chiudere anche le elementari». Credo che il sindaco Valentino Filippetti sia preoccupato, la sua amministrazione aveva ottenuto piccoli, grandi successi: grazie a decisioni coraggiose (banda larga, trasporto gratuito verso la stazione, sgravi fiscali sugli affitti) a Parrano sono venuti a vivere 45 abitanti in più. Rimarranno se non ci sono più le scuole? Andrea Semplici Fonte: https://messaggerosantantonio.it/ , 23 settembre 2025.

  • Nei borghi montani del Molise l'estate tra natura ed e-commerce

    La postina Irma Orlando consegna un pacco a Loreto Beniamino. Come ogni estate, Capracotta si ripopola. Ormai da anni, infatti, grazie alla sua aria pura e al suo patrimonio ambientale, Capracotta - in provincia di Isernia - è una meta privilegiata del turismo non solo invernale ma anche estivo. Ad accorgersi concretamente del primo aumento della popolazione durante i mesi estivi è anche Irma Orlando, da tre anni portalettere a Capracotta. « Forse a causa del gran caldo – osserva Irma - mi sembra di poter dire che i flussi turistici raggiungono già in questi giorni un livello superiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In ogni caso, a luglio e agosto per me c'è sempre un gran bel da fare, soprattutto in conseguenza del considerevole aumento degli acquisti on line sulle piattaforme e-commerce. La popolazione, infatti, nel periodo estivo si quadruplica e sono moltissimi i turisti che si trattengono per un periodo prolungato e per questo motivo scelgono di farsi recapitare pacchi e pacchetti presso i loro indirizzi estivi » . Se i tempi delle cartoline e dei "tanti saluti da Capracotta" sono lontani, oggi sono dunque i pacchi, soprattutto quelli acquistati online, ad essere il prodotto più consegnato dalla portalettere Irma. Nei mesi di luglio e agosto a Capracotta le consegne registrano addirittura un incremento medio del 50% rispetto agli altri mesi dell'anno. I "nuovi" destinatari vengono soprattutto dalle grandi città italiane: « Roma e Milano su tutte – dice la postina, che ormai conosce tutti, o quasi –, seguite da Firenze e Padova. Ma arrivano anche dall'estero, con Francia, Germania e Svizzera in testa. Proprio l'altro giorno mi è capitato di consegnare un pacco a una persona appena arrivata in paese: una bella sorpresa per lui e anche per me, che l'ho trovato al primo tentativo di recapito » . Irma, che oltre a Capracotta consegna anche a Pescopennataro e Roccasicura, lavora in Poste dal 2001 ed è di Agnone, dove ha sede il presidio di distribuzione della zona, che ha competenza in dodici comuni. Con i suoi 1.421 metri sul livello del mare, Capracotta è il comune più alto del Molise. Un territorio non semplice, soprattutto in inverno quando le nevicate sono abbondanti e le strade non sempre pulite, e dove spesso la toponomastica è nemica dei portalettere: « In alcuni casi – continua la portalettere – le strade e i numeri civici riportati su lettere e pacchi non corrispondono con la realtà, in altri mancano le cassette fuori le abitazioni e i nominativi sul campanello. Fortunatamente riesco a sopperire a queste carenze grazie alla grande disponibilità dei residenti, che mi danno una mano. E quando anche per loro è complicato individuare alcuni destinatari che sembrano introvabili, chiedo aiuto a Tiziano » . Tiziano Rosignoli, oggi in pensione, è stato lo storico portalettere di Capracotta: oltre quarant'anni di onoratissimo servizio, dal 1981 al 2022, prima di "cedere" il posto a Irma. È anche, da circa trent'anni, il dinamico presidente della Pro Loco di Capracotta, che conta 220 soci, molti dei quali tornano in estate. « Anche se in pensione – sorride Irma – quando ho bisogno di qualcosa Tiziano c'è sempre, sia come ex collega che conosce tutti i campanelli di Capracotta sia per il suo ruolo nella società. Chi meglio di lui » . Chi questa estate torna a Capracotta, troverà due novità: un ufficio postale completamente rinnovato e con nuovi servizi grazie al progetto Polis e il nuovo ATM Postamat, caratterizzato da velocità nelle operazioni, facilità di fruizione, possibilità di prelievi cardless e numerosi servizi in automatico, come il pagamento dei bollettini. Fonte: https://tgposte.poste.it/ , 19 agosto 2025.

  • Nel Sannio mistico (II)

    La festa dei muli e del legno Capracotta, gennaio. Ora io vi racconterò la festa dei muli e del legno a Capracotta Sannitica, perché possiate raccogliere il soffio di poesia italiota che ancora vive in alcune sue terre ed in alcune sue allegorie mistiche, necessarie ad impersonare ed a concretare le astrazioni della fede e le tendenze dei popoli. A Capracotta, si sa, vi è una Chiesa Madre. Io non posso dire che sia un monumento nazionale. Troppe cose elette dicono gli orizzonti e l'altitudine del paese montano più eccelso dell'Appennino e del Sannio e perciò sfuggono le piccole vanità del mondo in pietra, in metallo o in istoffa che affaticano dei loro tormenti i sogni ed i decaloghi della bellezza. Dirò che la Chiesa Madre è bella per ciò che non pensano quei di Capracotta che elogiano un battistero barocco del Seicento pregevole ed una S. Elisabetta del Colombo, che li onora della sua visitazione viva ed umana come la parola non detta che ha da un secolo sulle labbra. Bella, perché ha una triste aria sopravvissuta e posa su un bastione del Medioevo a sghembo che pare la radice d'un castello abbattuto ed è chiusa da un portale nudo ed austero tutto coperto di piccole croci di legno. E che cosa sono? Il segno di ogni Giovedì Santo da quando fu costruita. Ora l'uso è cessato perché pareva vecchio o pareva troppo invecchiare. Ma la predilezione dei Capracottesi non è la Chiesa Madre. Vi è sempre il fanatismo leggendario delle divote leggende campestri. In solitudine, fuor d'ogni rango umano, che attrae nei paesi nostri la semplicità e l'ardore delle genti. A Capracotta è la cappella della Madonna di Loreto. Piccola cappella a un miglio dal paese, ricca d'antichi censi armantizii. Dietro l'altare, al tirar d'una cortina che la cela alla curiosità quotidiana degli sguardi, una Madonna con la sua aria di idolo immobile, senz'altra espressione che la vanità dei suoi colori e dei suoi voti d'oro e d'argento, metallica nello sguardo, nel diadema, nelle collane innumerevoli... Eppure essa appare difforme tozza e disanimata perché custodisce e cela un simbolo. Il suo corpo è un tronco d'albero. Essa apparve ai mistici delle leggende col volto divino che raggiava su un legno abbattuto della foresta umiliata e confusa col fossile vegetale che è il pane di tutti i focolari montanini. Trasportata alla Chiesa Madre la pia immagine ritornò alla boscaglia eletta, in essa consustanziata, perché nelle sue membra arboree i montanari venerassero la prima preclara sorgente dei loro beni, "il legno della foresta". Sul tronco leggendario, quindi, la Vergine fu costrutta dalla vita in su e la sua ricca veste, d'azzurro ingioiellata dalle stelle dei voti mistici, ancora cela il vecchio legno benedetto. Laudato sia frate legno Veramente umile prezioso e casto, come l'acqua. L'8 settembre con la Madonna è consacrata la sua festa. Ogni tre anni a sera la vergine arborea viene presa e portata come nel dì lontano della leggenda alla Chiesa Madre. Lì i Re Magi del tempio le donano la nuvola d'incenso e preci clamanti, e trombe argentee d'organo, e miti, accorate elegie religiose che la fanno vivere per tre giorni in un tremito di luci e di commozioni. Pare allora un poco impallidita, la buona e prosperosa Madonna di Loreto, e ricorda le sue origini trascendentali col turbamento che deve fare vergini e portentose tutte le linfe della sua consacrata carne vegetale. Ma desidera, ed è palese, di ritornare laggiù al suo angolo diletto, vicino al respiro remoto della selva, vigilata solo dall'eremita che è il suo sagrestano. D'inverno i boschi olimpici intorno a lei s'inghirlandano di neve e le raffiche dei venti disfanno le ghirlande e le portano trasvolando intorno al suo trono. La prece più penetrante al suo cuore di fibra arborea è certo quell'ululo smisurato che fa la tramontana passando sul suo altare. Grida la sua virtù e plora per il suo sacrificio d'umiltà che fa moltiplicare le radici, i rami e le foglie e rende le linfe generose come vini fermentati e gommose e possenti le resine rigeneratrici dell'aria. È quella la sua vera festa ed il suo regno glorioso. L'inverno. Essa brilla allora, col suo corpo transustanziato nella specie del legno sacro, ardendo in ogni focolare, suddivisa in tante lingue di calore benefico, commista nella ricca porpora della brace, volatizzata nei vapori umidi e caldi delle brode piccanti e delle farine intrise per il nutrimento, l'inabolibile pena della carne... Brilla e consola, fertile e gaudiosa come il pane delle foreste, frate legno veramente umile, prezioso e casto. Laudato sia... La grande orazione animale Dicevo che la Madonnina desidera ritornare alla sua funzione. Bisogna, dopo la visita trionfale al paese, bisogna che torni alla sua pace di buona massaia boschereccia a raccogliere il saluto delle mandre che partiranno fra breve. E poiché ha benedetto in sé stessa frate legno bisogna che benedica ancora i buoni muli, domestici della montagna, i fedeli e caparbii amici dell'uomo che trasportano sui bei carri di Capracotta, tatuati d'ocra e di nero, le foreste recise. Nessuno più di essi potrebbe intendere la vita come un peso, poiché non vi è un sol braccio di legno della montagna che non sentano premere sui loro destini e sulle loro maglie vibranti dei muscoli generosi. E perciò bisogna che la Madonna li contempli, li compatisca e faccia fertile e saggia la loro opera e la loro genitura. Si spiega così, nella teoria dei muli bardati di glorie festive che la scortano nel ritorno alla Cappella, la grande orazione animale. È d'una portentosa bellezza. Alla sera del terzo giorno della festa la Madonna viene ripresa ed esce dalla Chiesa Madre claudicante nell'ondeggiare della folla ammantellata di brune bende monastiche. Fa già freddo... E il vespero è asciutto ma cortese ed il bel cielo d'opale insanguinato di violenza dal tramonto è già quasi svanito su Capracotta. Le prime stelle spuntano dietro la Maiella, piccoline e modeste, perché i lumi della terra ardano in gloria. La moltitudine occhiuta ed angosciosa dei muli disposta in fitto semicerchio intorno la Chiesa attende la Madonna. Cavalcati dai loro padrosi, vellosi come fauni antichi, i belli animali cocciuti e gagliardi scalpitano insofferenti. I suoni ed i canti li eccitano, la luce delle fiaccole rompe il cerchio assiduo della loro ombrosità taciturna. Ma nessuno perde il suo ordine nella processione, nessuno interrompe con la brutalità del suo diniego, la dignità rappresentativa della devota coorte alla Gloriosa, che ritorna al suo asilo boschereccio. Ed ora essa va innanzi e si ferma dinanzi a tutte le case che espongono un piccolo tavolo decorato ed illuminato dov'è pronto l'obolo, il voto, il segno della grazia ricevuta. La sua tunica azzurra diventa un umile ed espressivo bazar di orecchini, collane e pendagli d'oro, delle pie femminelle. In ognuno di essi non brilla che la gemma della lagrima mansueta con la quale è offerto il dono. E dietro, dopo il clero e le cantatrici, si svolge la processione dei muli. Ognuno rappresenta una casa, una stirpe ed ha la sua veste parata. Un paradosso del grottesco Il paradosso del grottesco li fa quasi elementi attoniti di uno degli antichi misteri delle spente religioni druidiche. Poiché hanno per basto le coperte di seta preziose delle vecchie arche cospicue del paese o i folti panni tessuti dalle donne di Capracotta, tinti di vivaci fuochi erborei, ed alle orecchie che squassano indomiti per il fastidio, pendono fiori di carta e i brelocchi d'oro delle più fauste goliere nuziali, la coda spiovente è stretta da fazzoletti smaglianti di seta e bende di lino. Le spose mettono ad alcuni le mantiglie candide dei loro epitalami rustici, polpute di cifre e ghirigori ricamati, ed essi acquistano allora un'aria speciosa di bonzi orientali. La sera dà il senso già sacro delle sue ombre fluttuanti. E le fiaccole accese da ogni cavaliere brillano l'intatto fuoco odoroso della resina, ed ogni fiamma si piega ansiosa e fumosa nel corso del vento. Nelle luci i volti s'impietriscono e si impiccioliscono e nell'ardore fanatico che cresce i canti diventano acuti e tristi come gridi. I muli passano, ritmando il passo, colla lentezza cadenzata dei cammini mistici e così falsati di vanità, eroi comici della commedia umana, portano dietro la Vergine la dignità del loro sforzo quotidiano contenuto in aspri nitriti, la nobiltà del loro spirito imperfetto, consustanziato e fedele alla vita ed all'opera dell'uomo, come l'elemento primo del grande segreto che li lega, forse nella medesima origine e nella medesima tristezza animale... Forse, chi sa! Io non lo so, certo. Bisognerebbe domandarlo alla buona Madonna arborea di Loreto capracottese che sa così bene il valore delle umili cose primordiali. Lina Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1 gennaio 1924.

  • Polvere di cantoria: l'organo dei Crociati

    Il tempo non è altro che la corrente in cui sto pescando. [H. D. Thoreau] L'argomento di questa volta si basa su una notizia che, riportata in un capitolo precedente come interessante ma curiosa informazione storica, ha invece subìto recentissimamente una evoluzione a dir poco entusiasmante. Ma, come in altre volte, ormai avvezzi ad indossare i panni di viaggiatori del tempo, raccontiamola seguendo il corso degli eventi. Ci troviamo in Francia dentro una bottega artigiana durante l'XI secolo. I maestri organari stanno completando un organo che presto accompagnerà la liturgia ed il canto gregoriano. Da poco questi strumenti, venuti secoli prima da Oriente, sono ufficialmente entrati con alta dignità nel servizio liturgico. Pitture allegoriche ed affreschi mostrano come il vecchio modo di esaltare la preghiera cantata, fatto di strumenti a corda e percussioni, stia cedendo il passo all'organo: rappresentazione sonora e visiva in terra dei cori angelici e ponte tra il soffio vitale divino con le sue celesti armonie ed il respiro della Sua creatura umana tramutantesi in voce. La nebbia del tempo ci impedisce di capire la sua primeva collocazione, ma intorno al XII secolo, caricato probabilmente su una nave, seguì le armate crociate per giungere come dono alla Chiesa della Natività in Betlemme per prestare servizio durante le funzioni quotidiane accompagnando, a lungo, il canto dei chierici e dei cavalieri. Purtroppo, con la caduta di San Giovanni d'Acri nella primavera del 1291 nelle mani dei soldati mamelucchi si concluse la grande avventura crociata in Oriente e fu sancita la fine del Regno di Gerusalemme mentre in sequenza caddero a mano a mano tutte le roccaforti in mano agli europei. Ultimi a crollare con l'inizio del XIV secolo e scacciati dall'isola di Ruad loro ultimo presidio, furono i cavalieri templari la cui regola vietava la resa. E l'organo dei crociati di Betlemme? I chierici latini agostiniani che lo avevano in custodia prima di essere espulsi dalla regione lo avevano smontato e seppellito sotto il giardino della basilica insieme a delle campane e oggetti liturgici, probabilmente sperando in un ritorno. Il tempo, spesso guaritore ma anche fonte di oblìo passò lentamente e di questo tesoro si persero tracce e memoria. Ma nel 1906 uno scavo condotto dagli archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum portà alla luce le casse contenti le 222 canne di questo strumento insieme al carillon di campane e agli accessori liturgici. Trasportato al Convento della Flagellazione, sede dello Studium, non ricevette una particolare attenzione (tanto per cambiare...) da parte del mondo accademico affrontando un altro secolo di anonimato nella polvere. Ma nel 2019, David Catalunya, musicologo e ricercatore dell'Università di Oxford ebbe modo di rintracciare una nota manoscritta che faceva menzione dell'organo. Questa scoperta diede origine al progetto "Resound: l'organo dei crociati", finanziato dal Consiglio europeo della Ricerca e coordinato dall'Istituto complutense di Scienze musicali il cui scopo prefissato fu il restauro delle canne e la costruzione di una replica dello strumento dopo accurata analisi delle parti autentiche da parte dell'organaro olandese Winold van der Puten. Quindi uno strumento che strappa il primato di antichità conservata all'organo del Santuario di Valère nel cantone svizzero del Vallese risalente al 1435 e perfettamente funzionante. Sarebbe tutto finito così ma (tenetevi forte!) il 20 maggio del 2025 avvenne qualcosa di straordinario: un gruppo di canne in corso di studio fu trovato perfettamente integro, e, mentre i ricercatori si sentivano parte di un sogno, suonanti senza alcun intervento di restauro, «come se fossero state costruite il giorno prima»! Sono state montate pertanto in una cassa riproducente la fattura degli armadi d'organo tipici dell'epoca con leve a manetta al posto dei tasti come allora d’uso e il 9 settembre 2025 a Gerusalemme presso il Convento di S. Salvatore, sede della Custodia di Terra Santa, l'organo «congelato nel tempo» ha fatto ufficialmente ascoltare la sua voce dopo oltre ottocento anni di silenzio. Qui il link per ascoltare la registrazione di questa audizione ed altre informazioni sull'argomento. Secondo il prof. Catalunya siamo davanti ad una sonorità chiara e piena, completamente differente da quella degli strumenti rinascimentali o moderni. Personalmente, mio umile parere, un suono arcaico e dolcemente misterioso, richiamante calde notti di deserti d'Oriente profumate di incenso, mentre armature di cavalieri, inginocchiati in preghiera, scintillano alla luce tremolante delle candele. Eppure, contemporaneamente, un richiamo materno come da una vita antica già vissuta e impressa nel profondo dell'anima. Tuttavia la presenza nel ritrovamento anche del carillon di campane mostra come, molto probabilmente, organo e campane suonassero insieme come abbiamo osservato durante l'esplorazione dell'organo medievale e rinascimentale: altro argomento di studio in corso di approfondimento. Possiamo quindi constatare questo momento impressionante dove arte, storia, divino e suono si fondono gettando una ulteriore lama di luce sull'interpretazione e lo studio della musica di quei tempi. L'eternità è innamorata delle opere del tempo. [W. Blake] Francesco Di Nardo

  • Amarcord: "Capracotta il mio paese" di Michele Conti

    Questo libro, dedicato a tutti i capracottesi e non solo, Michele lo pubblicò in occasione del suo 80° compleanno, raccontando della sua infanzia, dei sacrifici dei suoi familiari e suoi, del lavoro del padre, dei suoi studi e dei suoi molteplici impegni, partendo da quelli politici locali, iniziati con i giovani amici Carmine Di Ianni e Vittorio Giuliano. Incarichi amministrativi, civili, sociali e sportivi, il tutto sempre impregnato dal suo viscerale attaccamento al "suo" paese, Capracotta! Tra i molti episodi, documenti riprodotti e fatti da Michele raccontati nel libro, mi sforzerò di parlare solo di capitoli analitici e profetici della situazione complessiva di Capracotta, della nostra montagna e dell'Alto Molise. Nel capitolo III, partendo dalla impietosa ma realistica situazione demografica di Capracotta, che però può essere riferita, secondo me, a tutto l'Alto Molise, il "tracollo" parte dai dati negativi dei rapporti nati/morti, giovani/anziani, ragazzi/vecchi, immigrati/emigrati. Michele scriveva che molto hanno contribuito allo spopolamento della nostra zona errate scelte di politica generale, regionale e locale. Soffermandomi alla situazione locale, anche secondo me, un primo colpo mortale alla nostra zona è stato inferto dalla (praticamente) chiusura dell'ospedale di Agnone, con le negative conseguenze anagrafiche, occupazionali, commerciali, lavorative, scolastiche, sociali e di prospettiva. Bisogna però ammettere che il Molise, con i suoi circa 300.000 abitanti effettivi, non poteva e non doveva permettersi di avere e manutenere 7 U.S.L., 7 ospedali e una decina di comunità montane, con altrettanti presidenti, consigli di amministrazione e centinaia di consiglieri. Queste scelte sono state e sono funzionali solo alla politica partitica locale e non al servizio dei molisani e del loro futuro. Vero è che un ospedale che non doveva essere sacrificato per motivi ragionieristici, era quello di Agnone: ospedale di zona disagiata (montagna e neve) che ora ha il pronto soccorso e l'ospedale più vicino (Isernia) a circa 50 km, accorpando invece ospedali vicini tra loro. Si tenga presente che anche molti comuni della Provincia di Chieti, si servivano dell'ospedale di Agnone! Molti si sono spesi per la sua sopravvivenza, ma tutto è risultato inutile contro scelte centrali. Il colmo dei colmi delle errate scelte regionali e locali è stato raggiunto, alcuni anni fa, approvando la realizzazione di un nuovo ospedale in Agnone! La realizzazione di tale struttura è iniziata ed è andata avanti mettendola in piedi senza completarla e abbandonandola, divenendo una delle tante opere pubbliche incompiute d'Italia, un'altra "cattedrale nel deserto" costata decine di milioni di denaro pubblico. Intanto, alcuni anni fa, si verificò un altro evento negativo, dovuto forse a errori di progettazione più che a forze della natura: la chiusura, per motivi di sicurezza, del viadotto Agnone-Castiglione M.M.-Chieti. Tale chiusura ha fortemente ridotto il flusso sanitario, scolastico, economico-commerciale tra i paesi abruzzesi e Agnone, con danni difficilmente recuperabili per l'intera zona. Molti comuni nostri e del Chietino a noi vicini non raggiungono i 1.000 abitanti, cominciando da Capracotta, mentre il problema dei costi per la gestione dei servizi essenzali e della sopravvivenza continua ad aumentare. Agnone, che fino a qualche decennio fa contava circa 10.000 abitanti, oggi è sceso sotto la soglia dei 5.000 residenti e la discesa, purtroppo, non dà segnali di arrestarsi. C'è ancora chi sostiene che il Molise dovrebbe ricongiungersi all'Abruzzo, tornando ad essere una unica regione, per sopravvivere, senza però considerare la critica situazione dei piccoli comuni, nostri e anche abruzzesi, specie quelli con noi confinanti, la scarsa attenzione loro riservata da Chieti, la criticità della viabilità e le distanze, per cui l'Alto Molise potrebbe diventare la periferia della periferia chietina! Un altro capitolo di questo libro, da analizzare anche se solo sinteticamente, è il capitolo IV: "Quale futuro?". Michele parlava della situazione attuale (2015) e di prospettiva di vari settori vitali per la sopravvivenza dei piccoli paesi: la scuola, in primis, con rischi di accorpamenti in zona più accessibile, con conseguenze negative dal punto di vista sociale e umano per la sopravvivenza di un paese. Michele scriveva: «La mancata presenza in un paese di un maestro, di un insegnante, di un professore, comporterà un ulteriore impoverimento quantitativo e qualitativo della popolazione e della vita sociale e continuerà sempre più a prospettarsi la strada dell'emigrazione». Da qualche anno pare che anche la neve sia "emigrata"! Esaminando altri aspetti critici della situazione: quali la sanità, Michele auspicava la permanenza dell'ospedale di Agnone; per la mobilità, che è una necessità altomolisana ed essenziale di tutti i giorni, l'auspicio era per un miglioramento della nostra viabilità finalizzato al rafforzamento del trasporto pubblico su strada e in ferrovia. Purtroppo oggi ognuno di noi può constatare la situazione attuale di questi settori vitali per la sopravvivenza dei piccoli comuni. Io mi domando: ma le province esistono ancora? Quella di Isernia, che ci riguarda, è viva o no? Michele, inoltre, parlava della situazione locale relativa ai boschi, ai pascoli, all'acqua, agli impianti sportivi, all'aria e al panorama, dando anche alcuni consigli per il futuro. Infine, Michele scrive che «per un paese di montagna un'agricoltura senza turismo non ha prospettive di sviluppo, ma è vero anche il contrario: un turismo senza agricoltura, senza prodotti tipici, non ha futuro». Condivido pienamente! Nelle "Considerazioni finali" Michele diceva: «In montagna non si può vivere di eventi, occorre continuità... La vita presente, invece, deve essere vivace e continua per tutto l'anno, per tutte le stagioni». Ciò è vero e, a mio modesto parere, si potrebbe anche sostenere che non si può sopravvivere puntando solo sull'affollamento dei 30 giorni d'agosto e su sporadici ritorni in occasione di festività religiose paesane! Ma oggi temo che il corpo mortale finale, noi, il Molise e tutto il Meridione, lo riceveremo con l'applicazione della legge sull'autonomia finanziaria differenziata, vecchio pallino della Lega, ma votata dall'attuale governo di destra. Chiedo scusa agli autori dei libri esaminati, ai loro parenti e ai lettori, di questo mio "Amarcord" realizzato in forma artigianale, manoscritto da me con grafia condizionata dalle cataratte. Per saperne di più bisognerebbe leggerlo! Tonino Serafini

  • Storia dell'organo (XII)

    L'Organ²/ASLSP di John Cage. Ci sono giorni in cui, spuntata dal nulla, la mia infanzia mi sale veloce sulle spalle, mi stringe i capelli brizzolati fra le manine e sorridendo mi dice: « Non è cambiato nulla. Io e te non ci lasceremo mai ». [F. Caramagna] L'uomo ha la assurda capacità di mandare "in vacca" tutto quello che di buono riesce a creare, e così avviene per il web, dove gran parte di quello che gira si riduce ad un cumulo di stupidaggini e di immondizia contrabbandata per cultura: un tempo patrimonio effimero delle frequentazioni da osteria, come ebbe a dire Umberto Eco. Tuttavia la potenza comunicativa e divulgativa messa a disposizione, come mai avvenuto prima, ci consente di acquisire oggi informazioni e documenti che giacevano sepolti o dimenticati in archivi, musei o realtà locali, così anche pure notizie recentissime e ancora poco diffuse. Non da ultimo spartiti e gemme musicali che fanno la gioia anche degli organisti e adatte alla attività liturgica e concertistica. Così, se speravate di esservi salvati dalle curiosità sul mondo dell'organo, vi devo dare una brutta notizia: rassegnatevi, c'è ancora altra carne sul fuoco... o, quantomeno, dopo la gnuóglia , facciamoci una bella scarpetta! Abbiamo visto come in molte occasioni l'organo fosse considerato anche come strumento ludico, e qualche volta con lo scopo di funzionare anche in piccoli ambienti. Pertanto, erano necessari strumenti non solo di ridotte dimensioni ma anche leggeri per poter essere trasportati facilmente. Purtroppo, la lega metallica o lo stesso legno con cui venivano e vengono costruite le canne hanno un peso consistente e organi anche con uno o due registri non sono molto facili da spostare o trasportare. Ecco allora che l'inventiva prese il sopravvento mediante l'adozione di canne costruite con strati sovrapposti di cartone laminato. Sappiamo che una idea simile era stata concepita e disegnata dallo stesso Leonardo da Vinci e un inventario dei beni in possesso di Lorenzo de' Medici, redatto nel 1492, riporta un «orghano de carta impastata». Siamo anche in possesso di una lettera con la quale Isabella d'Este (1474-1539), marchesa di Mantova, richiede al suo corrispondente da Venezia, Lorenzo Gosnago da Pavia, la costruzione di uno strumento da appartamento con canne di cartone, il cui suono era allora ritenuto «tanto celestiale da commuovere anche gli dei». Curiosamente Lorenzo Gosnago era un conoscente di Leonardo da Vinci e di sua fattura, datato 1494, nel Museo Corrier a Venezia è conservato l'unico organo con le canne di cartone giunto fino a noi. Attualmente è ridotto al silenzio poiché parte della dotazione fonica è andata perduta ma le canne di mostra e tutto il somiere con la consolle, arricchite da incisioni in greco e latino, sono in perfetto stato di conservazione. Ma se riusciamo ad ascoltare le voci provenienti dal passato, possiamo prevedere le note di un organo che si produrranno nel futuro! John Cage (1912-1992), musicista e teorico musicale, scrisse nel 1985 un brano per pianoforte della durata variabile dai 20 ai 70 minuti poi trascritto per organo nel 1987. Tuttavia, incuriosito da come l'organo potesse tenere estremamente a lungo qualsiasi nota, nel 1997 un comitato di musicisti elaborò una evoluzione di tale sonata con il progetto Organ² /ASLSP (il più lento possibile). A tale scopo, dopo la costruzione di un apposito organo, oltreché estremamente resistente e protetto da una campana di vetro per attutire il suono continuo, all'interno della Chiesa di S. Burchardt ad Halberstadt, in Germania, il 5 settembre 2001 l'avventura è iniziata con l'esecuzione della durata prevista di 639 anni e che si concluderà il 5 settembre 2640! La sonata è cominciata con una pausa di circa un anno e mezzo e che ha introdotto un primo accordo il 5 luglio 2003 a cui ha fatto seguito un nuovo accordo il 5 luglio 2005. Mediamente, un cambio di nota ogni uno o due anni. All'interno della chiesa un calendario segnala le date dei successivi cambi di nota. Dei pesanti sacchi di sabbia appesi ai pedali (in funzione di tasti) li tengono premuti garantendo la durata del suono. Lo studio, legato al concetto di estrema lentezza in musica, tende anche alla esplorazione delle attese di vita di un organo. In altre sedi, molti organisti si sono invece dedicati ad una esecuzione umana e dal vivo del brano: il record mondiale attualmente è detenuto da Francesco Pio Gennarelli con una performance durata 25 ore con partenza alle 14:10 del 4 maggio 2025 nella Middlesex University, in Inghilterra. Il video integrale è disponibile su YouTube. Altra curiosità la possiamo trovare osservando l'organo della Cattedrale di Notre Dame a Losanna, in Svizzera. Nel 1996 le autorità cantonali avevano deciso la sostituzione del vecchio strumento e nel 1998 l'incarico per la costruzione fu affidato alla bottega dell'americano C. B. Fisk (Massachusetts), primo statunitense a lavorare in Europa, mentre il disegno architettonico fu commissionato all'italiano Giorgetto Giugiaro: primo strumento al mondo ad essere concepito da un designer. Nel 2003, con il costo di 5 milioni di franchi, fu inaugurato il nuovo poderoso strumento di oltre settemila canne, comandato da una consolle elettronica in navata e da una consolle meccanica in cantoria. Dovendo riunire in sé le caratteristiche di tutti gli strumenti europei e per renderlo adatto alla interpretazione di qualsiasi brano di ogni epoca, si preferì un organaro non europeo e che, a detta dei committenti, inevitabilmente avrebbe impresso lo stile costruttivo delle proprie origini e della propria scuola, inoltre il tocco estetico, esclusivamente originale, affidato ad un designer celebre nel settore automobilistico, avrebbe dato lustro alla struttura. 150mila le ore degli esperti dedicate alla progettazione con un cantiere costituito da esperti di almeno mezza dozzina di paesi. Lascio a voi, sia addetti ai lavori che profani, giudicare se tante anime e caratteristiche artistico-storiche possano efficacemente convergere in una sola: eclettismo e versatilità o identità storica, filologia o praticità divulgativa, bellezza artistica o ostentazione? In ogni caso un unicum emozionante. Ma adesso vedremo che l'organo è come i jeans: sta bene con tutto... A differenza dei nostri climi dove alla chiusura di una chiesa, e purtroppo spesso anche se rimane aperta, gli strumenti cadono di frequente nell'abbandono e nel degrado, nel migliore dei casi, o demoliti e vandalizzati, nel peggiore, in altre latitudini se ne tenta comunque un recupero ed una valorizzazione. Nel Regno Unito è sorto un movimento: il Pin Up for Pipe Organs , dedito al ripristino di questi strumenti, e sono tanti, crudelmente condannati al silenzio. Vengono pertanto acquisiti, smontati e ricostruiti in sedi dove possano nuovamente far ascoltare la propria voce. Ad esempio nella stazione ferroviaria di London Bridge un organo in stile vittoriano del 1880 fa risuonare le sue 250 canne distribuite su un manuale ed una pedaliera di 30 note. Ma gli organi nelle stazioni non sono affatto rari e comunque legati, come spesso abbiamo visto e dalla notte dei tempi, ad una funzione simbolica e commemorativa: a Leopoli, in Ucraina, un organo della chiesa riformata, devastato dai bombardamenti, è stato ricostruito nella stazione ferroviaria utilizzando, per integrare le parti mancanti, le lamiere ed i rottami dei missili russi caduti sulla città: risuona ogni pomeriggio in concerti dedicati ai reduci, ai feriti di guerra e ai cittadini. Uno strumento progettato per la Stazione Centrale di Milano come testimone della incredibile passione italiana per l'organo è infatti rimasto solo sulla carta... In Oriente - per la precisione a Taiwan, nella stazione di Kaohsiung - uno strumento automatico a pianta circolare di fattura ungherese, dotato di 4 registri reali e tredici combinazioni sonore fa ascoltare la sua voce ai passeggeri in attesa nel salone centrale. Suonabile anche da consolle, è dotato anche di elementi caratteristici come una canna da locomotiva, un tamburo taiwanese, una marimba ed un gong: opera n° 179 della Pécsi Orgonaépítő Manufaktúra , anno 2025. Restando in Oriente, ma passando dallo sferragliare dei treni alla pace silenziosa della contemplazione, restiamo sbigottiti apprendendo che nel tempio buddista Sin di Tsukiji Hongwanji di Kyoto un organo Walcker, donato dalla Società di Promozione del Buddismo Bukkjo Dendro Kjokai nel 1970, troneggia nella sala di preghiera principale. Torniamo negli U.S.A.: con le sue 28.762 canne distribuite su 465 registri, sei manuali e pedaliera ed il peso di 287 tonnellate, l'organo Wanameker sorge nella sala centrale a sette piani dei magazzini Macy's a Philadelphia. Originariamente costruito per l'Esposizione universale di St. Louis del 1904, con la configurazione sinfonica americana e quindi in stile orchestrale, raggiunse un costo talmente esorbitante da mettere in crisi finanziaria uno dei suoi fondatori. Successivamente destinato al Kansas City Convention Center fu causa del fallimento della Los Angeles Art Company cui era affidata la gestione. Rimasto in magazzino fino al 1909 fu acquisito dalla Wanamaker per il suo enorme centro commerciale divenuto poi Macy's . Furono necessari 13 vagoni ferroviari per portarlo a destinazione e in tale occasione subì il primo dei tanti ampliamenti effettuati nel corso degli oltre 100 anni della sua esistenza, fatta di concerti giornalieri ed audizioni speciali spesso presentando sinfonie trascritte o composte ad hoc. L'attuale maestoso prospetto dorato risale all'aggiornamento del 2019. Al momento i magazzini Macy's hanno cessato le attività ed il destino di questo mastodonte è incerto ma essendo protetto come monumento storico nazionale non può essere smontato trasferito. Per sentire l'assoluto, mi basta una musica d'organo, l'odore di incenso e un tramonto da ammirare... [F. Caramagna] E non finisce qui... Francesco Di Nardo

  • Cronache dall'Italia nascosta: la letteratura capracottese

    «Udrete, o giovani, non di rado lamentare che il Molise è dimenticato, e di tale oblio dar ogni colpa ai suoi rappresentanti politici. Ebbene, siano o no questi in colpa, ciascuno domandi anzitutto a sé medesimo: me ne ricordo io sempre del Molise?» [F. D'Ovidio] La più piccola regione italiana è la Val d'Aosta: un coriandolo. Poi c'è il Molise, pigiato tra Puglia, Campania, Lazio e Abruzzo, la regione più giovane del Paese dal punto di vista amministrativo, separata dall'Abruzzo con legge approvata da Camera e Senato il 16 dicembre 1963, festeggiata a Campobasso con allegri brindisi negli uffici e nelle case e con una grande fiaccolata all'aperto, a dispetto del vento gelido e della temperatura sotto zero. In Molise abitano meno di 300mila abitanti. Città come Bari e Catania sono più popolose dell'intera regione. Il nome dei Frentani e della tribù sannitica dei Pentri, i due popoli italici che abitarono anticamente il territorio del Molise, resta sconosciuto alla stragrande maggioranza degli italiani. Non capita praticamente mai d'incontrare qualcuno che racconti di un viaggio di lavoro in Molise o di una vacanza estiva trascorsa a Isernia, a Campobasso o in località della costa come Termoli, Campomarino o Petacciato. Il Molise è la più misteriosa e appartata tra le regioni. C'è chi dice che non esiste, eppure su Internet si può perdere qualche ora scavando tra i documenti raccolti in uno dei siti più ricchi, accurati e completi dedicati a un territorio che si possano trovare sul web italiano: www.letteraturacapracottese.com . Il sito, per di più, non è dedicato al Molise nella sua interezza, ma a un singolo paese, Capracotta, in provincia d'Isernia, dove vivono appena 769 persone. La formula Letteratura capracottese ricorda certe narrazioni di Roberto Bolaño, dove si racconta di tradizioni letterarie inventate, come il realvisceralismo o gli scrittori di fede nazista in America. La letteratura di Capracotta, invece, in un certo senso è data, esiste. Situato a quota 1.421 metri, Capracotta è uno dei paesi più alti della catena appenninica. In inverno la temperatura scende sotto lo zero, le tormente di neve sono frequenti e spesso il paese rimane sepolto sotto una magica coltre bianca. C'è chi da un giorno all'altro, con la porta ostruita dalla neve fresca, è costretto a uscire di casa passando per le finestre. Nella vicina Monte Capraro è in funzione una seggiovia e a Prato Gentile è praticato lo sci di fondo, introdotto a Capracotta all'inizio del Novecento, quando la gente del luogo lo chiamava scecruà , che in dialetto significa «scivolare». Nel marzo del 2015 il paese venne sommerso da una nevicata da Guinness dei primati: 256 centimetri nell'arco di 24 ore! Il sito www.letteraturacapracottese.com ordina e raccoglie il più disparato materiale su Capracotta. Ci sono le foto storiche divise per categorie: «Il paese», «Il popolo», «La fatica», «La fede», «La guerra», «La natura», «La neve», «La pezzata» (la sagra di Capracotta). Immortalati col fucile a tracolla, con gli sci ai piedi, dritti sopra uno sperone di roccia come in un western, di fronte a una selvaggia cascata o seduti in un salottino gozzaniano, i capracottesi e le capracottesi sembrano nati per posare davanti all'obiettivo. Possiedono una vanità e un carisma naturali, distinzione, orgoglio e un velo d'ironia sofisticato e moderno. Il sito mette in fila una sequenza di personaggi dimenticati legati a Capracotta. Siamo di fronte allo spirito di una civiltà, non alle briciole e ai ghiaccioli di una contrada remota e infreddolita. Nell'elenco figurano un certo Stanislao Falconi, avvocato generale presso la Corte di Cassazione durante il Regno delle Due Sicilie, il corriere postale Giacomo Paglione, abituato a trasportare la posta nel tratto Capracotta-Scalo Carovilli facendosi eroicamente largo tra la neve abbondante, l'eminente studioso di selvicoltura Giuseppe Di Tella, lo sciatore Noè Ciccorelli, la scrittrice Elvira Santilli, il dotto arciprete Agostino Bonanotte, il deputato del Regno d'Italia Tommaso Mosca e il calciatore Erasmo Iacovone, scomparso prematuramente nel 1978 e pianto da tutta la squadra del Taranto. La sezione più ricca è quella dedicata ai rapporti tra Capracotta e la letteratura. Il cappellano narrato in "Addio alle armi" di Ernest Hemingway era di Capracotta. È lui che invita il tenente Frederic a visitare prima o poi il suo paese natale. Durante una solitaria vacanza a Capracotta, Amelia Rosselli scrisse 22 poesie raccolte in "Serie ospedaliera. 1963-1965". Tommaso Labranca invece pronunciò il nome di Capracotta in un'intervista, ma solo per deridere certi lavoratori del proletariato intellettuale emigrati a Milano, che avevano il vezzo di guardare la città dall'alto in basso, quando «magari» disse Labranca «arrivano da Capracotta». Francesco Mendozzi, fondatore del sito, ha dichiarato in un'intervista che www.letteraturacapracottese.com è servito a spronare molti abitanti del paese a scrivere, a mettere su carta «gli aneddoti più singolari, la tradizione orale della propria famiglia, con la speranza di salvare l'identità del luogo e, al contempo, di farne letteratura: ad oggi ho pubblicato - o aiutato a pubblicare - oltre 10 libri, nonché diverse decine di articoli di storia, folklore, narrativa, finanche poesia, che finiscono tanto online quanto nel "Bollettino della Letteratura Capracottese", una rivista che stampo in 50 copie e che distribuisco ogni mese». Ivan Carozzi Fonte: I. Carozzi, Cronache dall'Italia nascosta , Blackie, Milano 2025.

  • Relazione sulla gita sociale a L'Aquila

    Foto di gruppo presso le Grotte di Stiffe. Sabato 20 settembre è stata un'ennesima bellissima giornata: 54 capracottesi in gita a L'Aquila e alle Grotte di Stiffe, luoghi meravigliosi nei quali abbiamo imparato tanta storia, fatto esperienze uniche al mondo e consolidato la nostra comunità. È stata una giornata impegnativa ma ricca di allegria. Lo scopo formale della gita era quello di riannodare i fili dell'ex convento di S. Michele nel quale, tra la fine del '600 e i primi del '700, visse e predicò fra' Gabriele da Capracotta, colui che, oltre ad essere un monaco francescano, fu anche un abile mastro nell'arte della calcara , poiché fu proprio lui a ricostrure le fondamenta del refettorio all'indomani del violento terremoto del 1703. Purtroppo, il convento dei cappuccini è stato interamente fagocitato dal Palazzo dell'Emiciclo, che oggi ospita il Consiglio regionale dell'Abruzzo. Partiti alle 5:30 con una temperatura di 18 °C da Capracotta, siamo giunti alla stazione ferroviaria de L'Aquila alle 9:00, dove la guida dott.ssa Carla Canali ci ha accolti ed accompagnati prima alla monumentale Fontana delle 99 cannelle, raccontandoci l'influsso "toscano" della città abruzzese, poi alla Basilica di S. Maria di Collemaggio, dove, oltre all'arte, abbiamo toccato con mano il corpo del "nostro" papa, Celestino V, il molisano Pietro Angelerio. Usciti dalla basilica, ci siamo recati in centro città, dove abbiamo visitato prima l'elegante Basilica di S. Bernardino e poi il Forte Spagnolo. Dopo un pranzo al sacco consumato tra le strade e i vicoli del capoluogo d'Abruzzo, dove abbiamo incontrato tanti compaesani lì residenti, siamo risaliti sul pullman per raggiungere il territorio di S. Demetrio ne' Vestini, dove avevamo prenotato per le 16:00 una visita wild nelle misconosciute e strabilianti Grotte di Stiffe, la cui temperatura interna è di 9 °C. Indossati i caschetti da speleologo, siamo stati guidati negli anfratti di questa grotta carsica, creata dal lavorio del rio Gamberale, a sua volta originato dall'inghiottitoio del Pozzo Caldaio. Inutile dire che si è trattato di un'esperienza unica e affascinante. Come da programma, alle 17:30 abbiamo ripreso la strada per Capracotta, giungendovi alle 20:30, stanchi ma felici, con gli occhi colmi di cose belle e certi di aver assicurato una cosa niente affatto scontata: la socialità. Ecco una galleria di fotografie realizzate dai partecipanti. Il prossimo viaggio, come anticipato a tutti, è previsto per aprile 2026 e si svolgerà probabilmente nel Gargano. Francesco Mendozzi

  • Derby di Capracotta: edizione 1

    La foto di rito con entrambe le squadre. Sabato 13 settembre 2025, sul terreno di gioco del campo comunale "Erasmo Iacovone", è andata in scena l'edizione 1 del Derby di Capracotta. L'anno scorso, l'edizione 0 dell'evento fu vinta dalla squadra di Sant'Antonio. Il derby capracottese rievoca vecchie "battaglie sportive popolari", quando si passava dal giocare per le strade del paese al farlo su un rettangolo di gioco regolamentare. La partita è stata ricca di ribaltamenti di fronte, con le due squadre che non hanno mollato fino alla fine. Primo tempo pieno di occasioni da rete per il San Giovanni che si è portato in vantaggio con Italo Mosca. Il pareggio del Sant'Antonio è arrivato dopo un'azione personale di Sebastiano Fiadino (1-1). Nella ripresa, ancora Mosca ha riportato il San Giovanni in vantaggio (2-1). A quel punto, Sant'Antonio ha prima pareggiato i conti con una punizione calciata da Luigi Di Luozzo (2-2) e poi Mattia Carlini ha realizzato un gol da cineteca per portare avanti i suoi (3-2). La squadra del San Giovanni, sbilanciandosi in avanti, ha dato modo al Sant'Antonio di creare ulteriori occasioni da gol neutralizzate dagli estremi portieri avversari. Il San Giovanni, dopo svariati tentativi, è venuto fuori. Italo Mosca ha riequilibrato nuovamente il risultato (3-3) e Alfredo Di Tella ha segnato la rete del 3-4. Ma non è finita qui. Ancora Mosca - poker per lui - ha siglato il 3-5. Il Sant'Antonio non si è dato per vinto e, a un minuto dalla fine, Alessio Paglione in mischia ha buttato dentro il pallone del 4-5. Risultato finale 4-5 per San Giovanni, che pareggia i conti nell'albo d'oro dell'eterna "rivalità calcistica" tra i due rioni di Capracotta. La consegna della coppa da parte dell'assessore allo sport Pierino Di Tella ha dato il via ai festeggiamenti della squadra di San Giovanni. Lo ribadisco, come già fatto lo scorso anno: la più grande vittoria della giornata resta la tribuna dello "Iacovone" piena di gente e vedere due squadre capracottesi sul proprio campo da gioco. Ricordiamo che quest'anno Capracotta ha ospitato il Campobasso F.C. per il suo ritiro estivo. Un ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato all'evento e si sono impegnati affinché tutto andasse per il meglio. Nestore Sammarone

  • Mio nonno Gaetano Di Rienzo

    Gaetano Di Rienzo con la sua famiglia. Come tutti i capracottesi, mio nonno Gaetano Di Rienzo svolgeva il lavoro di bracciante con la buona stagione e quello di carbonaio per il resto dell'anno. Spesso lontano dalla famiglia, svernava in Puglia, dove lavorava con la famiglia Magnapésce . Ho dei bei ricordi di lui, un nonno affettuoso e brontolone, con un cuore grande, che amava tutti i nipoti allo stesso modo. Durante la guerra subì, come del resto la maggioranza della popolazione, lo sfollamento, che portò lui a Lucera (per motivi di lavoro) e il resto della famiglia a Biccari, sempre in Puglia. Tornato a Capracotta alla fine del conflitto, trovò solo miseria e desolazione. Non aveva più la casa nel quartiere di San Giovanni perché i Tedeschi l'avevano rasa al suolo. Negli anni '60 decise di emigrare, per garantire alla sua numerosa famiglia un futuro migliore. Si trasferì quindi a Tivoli, e lì trovò lavoro in una fungaia, proprio vicino all'ingresso di Villa Adriana. Ma un brutto incidente automobilistico (fu investito da una vettura) gli precluse l'uso della mano sinistra e quasi del tutto quello della gamba sinistra. In quel periodo, tra l'altro, l'assicurazione per la responsabilità civile non era obbligatoria e così, per ingenuità o per buon cuore, mio nonno non chiese alcun indennizzo. Ricordo che dopo l'incidente, a causa dei problemi di motilità, nonno Gaetano visse con noi un paio di mesi poiché abitavamo al primo piano. Egli era tuttavia molto abile nel realizzare bastoni, che costruiva e regalava con orgoglio. Nella stagione primaverile, poi, ci portava sempre una busta piena di cassèlle (cicoria). Nascondeva, nella tasca dei suoi pantaloni, delle monetine da 5 e 10 lire, che puntualmente ci regalava. Ricordo benissimo le interminabili partite a scopa che facevamo assieme, in cui il più delle volte, a mia insaputa, mi lasciava vincere. Porto nel cuore un rimorso che non riesco a perdonarmi. Quasi ogni mattina gli radevo la barba, ma un giorno, non so perché, non volli farlo; lui mi guardò e, con aria bonaria, mi disse solo: «Mascalzone!». La mattina dopo ripartii per Roma, per tornare al lavoro. La sera stessa mi giunse la notizia che nonno Gaetano era morto. Scoppiai a piangere per la vergogna e questa cosa tuttora mi fa male... Magari potessi tornare indietro solo per un attimo! Credo tuttavia che egli mi avesse perdonato. Mio nonno morì l'11 settembre 1978 e in tanti dissero che, alcuni giorni prima, al passaggio della processione in onore della Madonna di Loreto, avesse chiesto alla Vergine Maria: – Madonna, fàmme murì alla casa méja! La Madonna lo aveva accontentato. Nicola Carnevale

  • Ragazzo di Gaza

    Perché piangi ragazzo e asciughi il tuo viso dal dolore sgorgato da vene innocenti di tanti fratelli? Non sei felice per quartieri distrutti ch'intorno a te fanno corona? Non senti il buon profumo acre della morte che incombe sui vivi? Non gioisci per la tua casa abbattuta, per le città annientate, per la terra vermiglia nutrita dalla fine di bambini appena socchiusi alla vita, per tante madri piangenti, per inconsolabili vegliardi mai stati attori di tanta, triste tragedia? E le orecchie, dimmi, le tue orecchie non aspettano ansiose il rumore delle bombe, dei missili e degli aerei forieri artoci di morti infinite? Finalmente... esile il tuo corpo scende le braccia sterili, cadenti sulle gambe che più non sorreggono lo stele rinsecchito, mentre gli occhi, al di fuori delle orbite, restano l'unico segno della vita: grato all'Ebreo, ammira pure la spianata che sarà meta di allegrie, di potenti che godranno ed apriranno bottiglie di champagne sopra fosse comuni ove nemmen l'anima più si ribella! Ma... che dico? cosa vaneggio al mio ragazzo di Gaza? No!... No!... No!... Detergi per me le lagrime e fa' che solo due perle, due perle solamente, restino in bilico su due bellissime pupille affinché io possa rubarle da tanto scempio per portarle via; portarle via lontano e chiuderle in scrigno di cristallo che possa per sempre ricordarmi un ragazzo solitario che piangeva, che piangeva da eroe! Ugo D'Onofrio

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