LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La Madonna di Loreto di Capracotta: dalla scultura medievale all'immagine di culto
Relazione presentata al convegno "Fabbrica SML: origini del culto della Madonna di Loreto a Capracotta e in Molise", tenutosi il 29 agosto 2026 nel Santuario di S. Maria di Loreto a Capracotta (IS). La Madonna di Loreto di Capracotta tra statue consimili. Quando entriamo nel Santuario il nostro sguardo viene catturato immediatamente dalla potente immagine della Madonna di Loreto, che vediamo abbigliata come una regina: i suoi preziosi abiti in tessuto trafilati in oro (la tunica bianca e il maphorion blu), la lunga chioma riccia e la corona, attributo della sua regalità. È questa l'immagine che da generazioni accompagna la devozione dei capracottesi che, in occasione dei festeggiamenti triennali, tornano da ogni parte del mondo per renderle omaggio. Ma cosa si nasconde sotto questa immagine che tutti noi conosciamo? Devo confessarvi una cosa. Nonostante mi occupi ormai da anni di arte medievale, da capracottese ho sempre trovato difficile separare il sentimento devozionale dall'interesse storico-artistico per questa scultura. Questa sera vorrei provare a farlo insieme a voi. Osservando il simulacro della Vergine emerge, con immediatezza, la sua inafferrabilità. Se considerassimo soltanto gli abiti, la parrucca e gli ornamenti, penseremmo senza esitazione ad una scultura di età tardo-barocca. Si tratterebbe, del resto, di una tipologia molto diffusa nell'Italia centro-meridionale (a titolo esemplificativo, potrei citare due esempi similari al nostro: quello della Madonna dei Monti, venerata dai campobassani, oppure quello della Madonna dei Cipressi di Fontegreca, onorata, non casualmente, l'8 settembre, data in cui la Chiesa celebra la Natività di Maria). Ma se, almeno idealmente, togliessimo tutti questi elementi, apparirebbe ai nostri occhi qualcosa di completamente diverso: una più rara scultura lignea medievale (sarebbe l'unica opera artistica di tale periodo sopravvissuta qui a Capracotta). Prima di entrare nel merito delle questioni storico-artistiche, desidero però fare una precisazione. Questa immagine non deve sostituire quella che tutti noi custodiamo nella memoria e nel cuore. Al contrario, credo possa aiutarci a comprendere meglio la straordinaria storia di questa scultura. Da una parte c'è la Madonna che la devozione popolare ha progressivamente trasformato e impreziosito nel corso dei secoli; dall'altra c'è il manufatto medievale che continua a custodire, sotto quegli abiti, la propria identità originaria. Queste due realtà non si contrappongono, ma convivono nella stessa scultura e insieme raccontano una storia secolare di fede, arte e tradizione. Se ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che anche i nostri antenati si sono inginocchiati davanti a questo stesso sacro legno che, attraverso trasformazioni, restauri e nuovi rivestimenti, continua ancora oggi a essere il cuore della devozione di un'intera comunità. Dopo aver osservato per qualche istante l'immagine, possiamo entrare nel merito dell'analisi storico-artistica, con l'ambizioso obiettivo di ricostruire, per quanto possibile e al netto delle numerose ridipinture e delle diverse trasformazioni subite nei secoli, l'aspetto originario della nostra Madonna. La scultura appartiene a una tipologia ben precisa, quella della Maestà in Trono con il Bambino, tra le espressioni più fortunate della produzione lignea medievale. In Molise questa iconografia conobbe una diffusione particolarmente significativa, come dimostra l'elevato numero di esemplari superstiti sparsi nella regione. L'interesse degli studiosi nei confronti di questo patrimonio si deve soprattutto alle ricognizioni di Ada Trombetta, cui seguirono quelle di Luisa Mortari. Le loro ricerche portarono all'attenzione un fenomeno per molti aspetti sorprendente: la consistente sopravvivenza di sculture lignee in un territorio duramente segnato da calamità naturali, in particolare terremoti devastanti - basti ricordare quelli del 1349, del 1456, del 1658 e del 1805 (il celebre terremoto di Sant'Anna) - che hanno cancellato buona parte del patrimonio artistico medievale della nostra regione. A questo si deve aggiungere la natura estremamente deperibile del materiale con cui queste sculture erano realizzate, il legno. Tali aspetti rendono ancora più sorprendente, a mio avviso, la straordinaria conservazione di sculture lignee nel Molise. Negli anni successivi gli studi sulla scultura lignea medievale molisana conobbero una nuova fase di rallentamento. Un rinnovato impulso si deve invece all'attività di Dora Catalano, già soprintendente regionale, che agli inizi degli anni Duemila promosse un censimento sistematico e aggiornato del patrimonio ligneo molisano, portando ad identificare circa cinquanta sculture medievali ancora conservate, confermando come nella regione, in età medievale, dovessero essere attive botteghe di artigiani specializzate nell’intaglio e nella lavorazione del legno. Per meglio comprendere la Madonna di Loreto è ora necessario soffermarsi su un ristretto gruppo di sculture lignee medievali molisane accomunate da caratteri formali ricorrenti, riconducibili ad un medesimo filone figurativo (ovvero, quello di ascendenza gotico-francese), assimilato e successivamente rielaborato in forme più ingenue e provinciali dalle botteghe di intagliatori presenti nel nostro territorio. Tra queste, un ruolo di assoluto rilievo spetta alla cosiddetta Madonna del Piede di Isernia, che ha avuto, nel corso dei secoli, vicende conservative piuttosto complesse. Attualmente la scultura è esposta nella navata destra della cattedrale di Isernia, ma Luisa Mortari, raccontò di averla rinvenuta, ormai alcuni decenni fa, in stato di abbandono nell'eremo dei Ss. Cosma e Damiano. Le precarie condizioni di conservazione resero necessario un accurato intervento di restauro che, oltre al consolidamento della struttura lignea, comportò la rimozione delle numerose ridipinture (principalmente stucchi e smalti sovrapposti nel corso dei secoli), restituendo così l'originario aspetto medievale della scultura. Come anticipavo, anche la sua storia è piuttosto complessa e ancora in parte avvolta nell'incertezza. Sappiamo tuttavia che, in origine la Madonna del Piede godeva di grande venerazione e il suo culto si praticava in un piccolo santuario rupestre (ancora esistente) a lei dedicato a pochi chilometri dalla città di Isernia. Secondo la tradizione proprio in quel luogo, al di sopra di un albero, la Madonna sarebbe apparsa; ogni anno, l'8 settembre, in occasione della sua festa, numerosi pellegrini vi si recavano per renderle omaggio. A questo punto vi starete probabilmente chiedendo perché mi sia soffermato così a lungo su questa scultura e quale legame possa avere con la nostra Madonna di Loreto. È proprio da questo confronto che prenderà avvio il tentativo di ricostruirne l'aspetto originario. La Madonna del Piede rappresenta infatti uno dei vertici assoluti della statuaria lignea medievale conservata in Molise, e, con ogni probabilità, considerate le sue straordinarie qualità, non dovette essere opera di maestranze locali, che non avevano certamente capacità artistiche tali da plasmare un simile capolavoro. Condivido, infatti, l'ipotesi avanzata da Dora Catalano, secondo cui la scultura sarebbe giunta ad Isernia direttamente da Napoli, dove operavano botteghe aggiornate sugli esiti più raffinati della cultura figurativa gotico-francese. Non è questa la sede per soffermarmi sulle numerose peculiarità stilistiche della Madonna del Piede; vi invito però a osservare un dettaglio di straordinaria modernità: il Bambino, non è seduto, come di consueto, sulle ginocchia della Vergine, ma si protende in avanti verso lo spettatore, creando un dialogo emotivo con il fedele. Una soluzione compositiva di grande naturalismo, che conferisce alla scultura qualità artistica e vivacità. Sulla base dei confronti con opere franco-napoletane, ritengo corretta la datazione della scultura agli ultimi decenni del Duecento (questa cronologia ci sarà utile per proporre una datazione anche per nostra Madonna). L'arrivo della Madonna del Piede ad Isernia dovette esercitare un forte impatto sulle botteghe locali, che tentarono di imitarla ed assimilarne il linguaggio figurativo. Pur senza raggiungerne il livello qualitativo, gli artigiani molisani ne rielaborarono i modelli in forme più semplificate e provinciali, dando origine ad un gruppo di sculture accomunate dagli stessi caratteri formali. A questo filone, che trae origine dalla Madonna del Piede di Isernia, appartengono, tra le altre, la Madonna della Provvidenza (attualmente conservata nell'Episcopio ad Isernia) la Madonna con Bambino proveniente dalla chiesa di San Marco ad Agnone e, ritengo, anche la nostra Madonna di Loreto. A differenza delle Madonne di Agnone e di Isernia, la Madonna di Capracotta (come già anticipato), ha subito nel corso dei secoli numerose trasformazioni (tra cui ridipinture e l'aggiunta degli abiti in tessuto, delle corone e della parrucca) che ne hanno progressivamente modificato l'aspetto originario. Ma come mai, nel corso del tempo, si è avvertita l'esigenza di trasformare l'immagine originaria della nostra Madonna? Il fenomeno non deve sorprendere: le ridipinture e le trasformazioni delle immagini sacre costituiscono una pratica frequente nella storia dell'arte. Alla base vi era, innanzitutto la volontà di prolungare la vita delle sculture per ragioni legate al culto. In passato, infatti, le esigenze devozionali prevalevano spesso su quelle strettamente storico-artistiche del manufatto. Per dirla in maniera semplice, se il volto della Vergine era rovinato, lo si ridipingeva (aggiornandolo secondo la moda corrente) per renderlo nuovamente riconoscibile e decoroso. Ciò che prevaleva era, dunque, la funzione cultuale della scultura. È quanto avvenuto anche alla nostra Madonna di Loreto, che da secoli gode di una venerazione profondamente radicata nella nostra comunità e che, proprio attraverso queste trasformazioni, ha progressivamente perduto alcuni dei suoi connotati più schiettamente medievali e gotici. Un destino diverso ha avuto, invece, la Madonna della Provvidenza di Isernia, della quale vorrei servirmi questa sera per formulare alcune considerazioni sulla nostra Madonna di Loreto. La scultura di Isernia era conservata, fino ad alcuni decenni fa, nella chiesa di San Francesco (accanto al Municipio). Successivamente fu restaurata e trasferita nella Curia vescovile di Isernia (ahimè, sottratta alla pubblica fruizione, per poterla visionare oggi servono un'infinità di permessi). Non godendo più, già nel corso del Novecento, di una particolare venerazione, si decise di intervenire sulla scultura per recuperare, per quanto possibile, il suo aspetto originario, eliminando le numerose ridipinture e le aggiunte accumulate nel corso dei secoli. Dall'immagine possiamo vedere come siano state riportate alla luce le cromie originali, mentre nelle parti in cui il colore era andato perduto è stato lasciato a vista il legno della scultura. Questo intervento di restauro ci è di grande aiuto. Guardando, infatti, le due Madonne una accanto all'altra e provando, per quanto possibile, a cancellare con gli occhi i numerosi strati di ridipinture della nostra Madonna, possiamo notare una evidente somiglianza tra le due sculture, probabilmente uscite dalla medesima bottega. Ed è proprio da questo confronto che possiamo provare a fare un passo ulteriore e chiederci: come doveva apparire, in origine, la nostra Madonna di Loreto? (Arriviamo così al cuore del discorso) La scultura risponde ad una tipologia ben precisa, molto diffusa nella statuaria lignea molisana: Maria, una figura piuttosto snella e lievemente allungata nel busto, siede su uno scanno di semplice fattura (non visibile nella foto). La scultura è perfettamente frontale e il capo e il busto non accennano ad alcun movimento. Al netto delle ridipinture, nella nostra Madonna è ancora visibile il velo ondulato lungo i bordi della testa, che lascia emergere i capelli sciolti e mossi, sormontato da una piccola corona, non riconosciuta e quindi trasformata in occasione dei numerosi rifacimenti. L'elegante manto blu (il cosiddetto maphoryon) trapuntato da motivi stellari a formare piccole crocette, scende a ricoprire il braccio sinistro e, con le sue pieghe ondulate, ricopre la porzione inferiore del busto, facendo emergere, in maniera piuttosto naturalistica, il profilo delle ginocchia della Vergine. È proprio questo particolare a mettere in evidenza le buone qualità artistiche dello scultore. Ritengo che questa sia probabilmente l'unica parte della scultura della Madonna di Loreto non interessata da ridipinture (da considerarsi originale). Un ulteriore elemento di confronto ci viene dal manto blu della Madonna della Provvidenza che, come abbiamo visto, è stato liberato dalle ridipinture in occasione del restauro. Anche qui ritroviamo caratteristiche molto simili, sia nella conformazione delle pieghe, pressocché identiche a quelle della nostra Madonna, sia nelle cromie: il mantello è infatti blu e presenta il medesimo motivo stellare a forma di croce. Un motivo questo di antica origine, probabilmente paleocristiana, molto diffuso nelle Vergini "occidentali" (si veda, a titolo esemplificativo, il particolare del maphoryon della Theotokos nel mosaico absidale di Santa Maria in Domnica a Roma, risalente al IX secolo). Al di sotto del manto blu emerge la tunica, oggi dipinta di un improbabile colore rosa e interrotta esclusivamente da una fascia orizzontale azzurra, a simulare la cintura. Questa porzione è chiaramente il risultato di una ridipintura, probabilmente l'ultima, attribuibile al restauro condotto nel secolo scorso, come emerge chiaramente dal confronto con la fotografia storica della Madonna. Tuttavia, un particolare ci permette di ipotizzare che, in origine, la tunica della Madonna di Loreto potesse essere di colore rosso, come si può vedere dal frammento di colore conservato al di sopra del piede destro della Vergine. L'alternanza delle cromie rosse e blu è, inoltre, piuttosto frequente nella raffigurazione delle Madonne "medievali", come dimostrano anche i pochi frammenti di colore ancora visibili nella Madonna del Piede. Passiamo adesso alle note più dolenti. L'originale braccio destro della Madonna di Loreto è andato perduto. Questo aspetto, in realtà, non deve sorprenderci, perché le braccia costituiscono la parte più sporgente del corpo e sono quindi anche quelle maggiormente esposte a possibili rotture. Quello che vediamo oggi è infatti un'aggiunta posticcia, come si evince chiaramente dalla giuntura nera presente. Non è però da escludere che, in origine, la posizione del braccio fosse identica a quella attuale (anche in questo caso i confronti sono numerosissimi, a partire ancora una volta dalla scultura della Madonna del Piede). La domanda da porsi ora è: che cosa reggeva, in origine, la mano destra? La questione è tutt'altro che semplice, perché in nessuna delle Madonne con Bambino che abbiamo considerato è sopravvissuto tale elemento. È possibile che tra le dita la Vergine stringesse un piccolo oggetto, forse un chicco, con un possibile riferimento alla Passione e al sangue di Cristo; oppure un fiore, secondo una moda diffusa nella scultura transalpina. Ancora più problematica è la questione relativa al Bambino Gesù. Quello attualmente collocato tra le braccia della Vergine è, infatti, di recente fattura: risale al 2017 ed è, a sua volta, una copia del Bambino trafugato, che possiamo vedere raffigurato nella fotografia storica. Ritengo, tuttavia, che neppure quest'ultimo possa corrispondere all'originale medievale, che dobbiamo ritenere perduto in epoca imprecisata. Negli esemplari molisani, infatti, il Bimbo appare accovacciato sul ginocchio sinistro della Vergine, e non stante e rigido come quello della Madonna di Loreto. Per farci un'idea di come potesse essere l'originale medievale, possiamo ancora una volta rivolgerci alla Madonna della Provvidenza e alla Madonna di Agnone: in entrambi i casi il Bambino, raffigurato nell'atto di benedire e con il globo nella mano sinistra, è seduto sulle gambe della Vergine. Un ultimo elemento, dal quale emerge con particolare evidenza la matrice medievale della Madonna di Loreto, riguarda l'espressione dello sguardo, celata al di sotto dei numerosi strati di ridipinture. Gli occhi ovali, di dimensioni maggiori rispetto al viso, conferiscono alla scultura un'espressione immobile e ieratica, estremamente ricorrente nelle immagini sacre medievali, nelle quali lo sguardo contribuiva a sottolineare la natura divina e quasi sovrannaturale della figura. Nella scultura gotica, tuttavia, questa solennità poteva essere attenuata da un leggero sorriso, il cosiddetto "sorriso gotico", capace di restituire alla Vergine una dimensione più umana. Il sorriso, infatti, rendeva compresenti le due nature di Maria, quella umana e quella divina, secondo quanto elaborato dalla riflessione teologica successiva al Concilio di Efeso del 431. È probabile che anche la nostra Madonna fosse originariamente caratterizzata da questo particolare. Osservando infatti le immagini storiche, antecedenti ai restauri, è possibile riconoscere una lieve inflessione degli zigomi nella parte superiore del volto. Un accorgimento minimo, ma sufficiente a suggerire un accennato sorriso, oggi completamente perduto a causa dell'ultima ridipintura. Possiamo dunque chiudere questo intervento con una proposta di datazione. Considerata la stretta dipendenza della Madonna di Loreto dalla Madonna del Piede di Isernia, per la quale una datazione agli ultimi decenni del Duecento appare, sulla base dei confronti, piuttosto verosimile, ritengo che la scultura di Capracotta possa essere collocata nei primi decenni del Trecento. La scultura, infatti, analogamente alle Madonne della Provvidenza e di Agnone, dovette essere il frutto di una rielaborazione locale e più artigianale della Madonna del Piede, celebre capolavoro partenopeo/angioino giunto ad Isernia alla fine del XIII secolo. Mario Carnevale Bibliografia di riferimento: A. Monciatti, Il Molise nel Medioevo: una regione artistica? in Il Molise medievale archeologia e arte, in C. Ebanista e A. Monciatti (a cura di), All'Insegna del Giglio, Borgo S. Lorenzo 2010; T. Borriello, La Madonna del Piede: un caso rilevante per la scultura lignea in Molise, Università degli Studi del Molise, Isernia 2008; D. Catalano, Scultura lignea medievale in Molise primi risultati di un’indagine territoriale, in G. De Benedittis (a cura di), I beni culturali nel Molise: il Medioevo, atti del convegno, Campobasso, 18-20 novembre 1999, Grafica Isernina, Campobasso 2004; D. Catalano, Sculture in legno policromo del territorio molisano: qualche novità e qualche riflessione, in F. Gandolfo (a cura di), Scultura medievale in Abruzzo: l'età normanno-sveva, CARSA, Pescara 2004; G. Marasco, N. Paone e D. Catalano, Le cattedrali di Isernia e Venafro: il santuario dei SS. Cosma e Damiano, Lions Club, Isernia 2000; F. Marazzi, Molise medievale cristiano: edilizia religiosa e territorio (secoli IV-XIII), Volturnia, Cerro al Volturno 2018; L. Mortari, Sculture lignee medievali nel Molise, in A. Ficarra (a cura di), Scritti in onore di Ottavio Morisani, Università degli Studi di Catania, Catania 1982; A. Trombetta, Arte medioevale nel Molise, Arese, Roma 1971; A. Trombetta, Arte nel Molise attraverso il Medioevo, Cassa di Risparmio Molisana Monte Orsini, Campobasso 1984.
- La Madonna di Loreto di Capracotta negli scatti di Giuseppe Nucci
Giuseppe Nucci è uno dei migliori fotografi molisani, specializzato nel settore documentaristico. Nonostante viva e lavori perlopiù a Roma, è nativo di Sant'Angelo del Pesco, ed infatti in questi anni ha dedicato al Molise progetti fotografici di lungo termine ed ampio respiro, che sembrano avere due direttrici principali tra loro tangenti: la transumanza e il folklore religioso. Nucci vanta infatti collaborazioni col National Geographic, con The Guardian e Wired, e ha pubblicato di recente "Along the Shepherds' Highways", viaggio fotografico nei meandri della transumanza centritaliana. Oggi, come tre anni fa, Giuseppe Nucci ha seguito la tre-giorni capracottese dedicata alla Madonna di Loreto e il risultato artistico della sua azione sul campo è sintetizzabile in una sequenza di tredici istantanee dal forte impatto visivo, certo, ma soprattutto da un profondo spessore contenutistico. La fotografia di Nucci, infatti, prende vita da un approccio terzo, laterale, apparentemente minoritario, con cui egli immortala i momenti minuti della nostra festa, tralasciando le grandi prospettive, fuggendo dalle inquadrature centrali e dalla scelta pomposa del soggetto, evitando l'utilizzo dei droni e di ogni scorciatoia visiva che qualsiasi altro fotografo normalmente privilegia. Nella concezione aristotelica, la poesia è la forma d'arte più alta, perché riesce a esprimere l'universale e l'essenza profonda dell'esperienza umana. Ma la poesia non si manifesta soltanto con la parola scritta. Quella è lo strumento del letterato, come il pennello lo è del pittore, lo scalpello dello scultore, la pellicola del fotografo. Giuseppe Nucci va dunque considerato un poeta più che un fotografo, poiché predilige la storia all'immagine o - per meglio dire - la storia che sta dietro (e dentro) l'immagine. I tredici scatti di Nucci, che potete ammirare nella galleria sottostante, riprendono la quotidianità della nostra festa, ossia gli uomini e le donne che, con le loro azioni, riempiono di contenuto una manifestazione religiosa. Sono sicuro che ognuno troverà in queste fotografie l'anima della festa triennale in onore della Madonna di Loreto, l'evento che più di tutti scandisce il tempo della comunità capracottese sparsa per il mondo. Francesco Mendozzi
- Origine ed evoluzione del culto della Madonna di Loreto a Capracotta
Relazione presentata al convegno "Fabbrica SML: origini del culto della Madonna di Loreto a Capracotta e in Molise", tenutosi il 29 agosto 2026 nel Santuario di S. Maria di Loreto a Capracotta (IS). La processione di S. Maria di Loreto del 9 settembre 1943. Introduzione Il culto della Beata Vergine Maria di Loreto nasce nel 1294. Ma perché a Capracotta questa è venerata al punto da rappresentarne la festa più antica e sentita? Per rispondere a questa domanda è bene tenere a mente tre ricorrenze liturgiche e altrettanti presupposti teologici. Il primo evento da considerare è la Natività della Madonna, una festa liturgica ufficiale che ricorda la nascita di Maria e che si celebra l'8 settembre, giorno in cui Capracotta festeggia la Vergine lauretana. Nella tradizione agricola e, se vogliamo, anche nel culto italico della Grande Madre, il ricordo della nascita di Maria coinciderebbe col termine dell'estate e dei raccolti. A Capracotta questo termine rappresentava il momento in cui i pastori si preparavano a partire per le Puglie per l'annuale transumanza delle greggi: il luogo di incontro, manco a dirlo, era proprio l'area che sta di fronte al Santuario della Madonna di Loreto, che diventava, per essi, il saluto di addio e il saluto di bentornato ad un tempo. La seconda ricorrenza da tenere a mente è quella del 15 agosto, giorno dell'Assunzione. La Madonna, infatti, non è mai morta. La teologia ufficiale impone che Maria abbia compiuto un lungo sonno (detto Dormizione), al termine del quale sia stata assunta in Cielo, al pari del Figlio. La principale chiesa di Capracotta - non è coincidenza - è dedicata proprio a «Maria Assumpta est in Cœlum». Fra l'8 settembre e il 15 agosto esiste un lasso temporale di circa un anno, il che lascia supporre che l'anno contadino-pastorale cominciasse l'8 settembre per terminare il 15 agosto successivo. Il terzo evento importante è ovviamente quello inerente il Santuario di Loreto, in provincia di Ancona, sorto là dove la mattina del 10 dicembre 1294 comparve la dimora della Madonna. Leggenda vuole che nella notte gli angeli abbiano trasportato, da Nazareth, la casa di Maria per depositarla in un bosco in territorio di Recanati, dov'era padrona una gentildonna di nome Loreta, da cui prese il nome la chiesa: Santa Maria di Loreta. Riguardo alla tradizione orale dei nostri anziani, il culto della Madonna di Loreto si rifà grossomodo a due tipi di leggenda, una di natura arboreo-pagana, l'altra di chiara impronta mistico-religiosa. Queste leggende ci sono state tramandate non tanto dai nostri storici Luigi Campanelli ed Oreste Conti - che pure ne hanno parlato diffusamente - bensì da due giornaliste tra loro coetanee che, negli anni '20, hanno raccolto in loco le storie della nostra gente: si chiamavano Lina Pietravalle ed Estella Canziani. Tra mito e leggenda La prima leggenda vuole che alcuni predoni decisero di abbattere gli alberi di Vallesorda, persuasi che in quel bosco fossero nascosti antichi tesori. La prima pianta scelta per essere tagliata era particolarmente bella e rigogliosa. Non appena l'accetta del predone la colpì per reciderne il tronco, cadde recisa la mano dell'uomo. A quel punto, un secondo predone pensò di appiccare fuoco all'albero, ma fu la sua mano che bruciò come fosse di paglia. Gli altri predoni, spaventati, ulrando di paura fuggirono via. Subito dopo, la figura splendente della Vergine di Loreto apparve in cima alla pianta e illuminò tutti gli alberi intorno. È piuttosto chiaro come questo culto contenesse in sé l'ammonimento a non abusare del bosco di Capracotta, la più preziosa e fragile tra le risorse del mondo antico. Di questo fitoculto esiste una versione leggermente differente, sempre ambientata a Vallesorda, secondo cui la Madonna apparve ad un carbonaio - non ad un predone - intento a tagliare un pero selvatico. Al primo colpo di scure, l'uomo sentì una voce provenire dall'albero che lo pregava di non recidere la pianta. Incredulo e impaurito, il carbonaio buttò la scure e scappò via. Ma fatti alcuni metri si fermò, attratto da una luce alle sue spalle. Si voltò e vide tra i rami del pero l'abbagliante figura della Madonna che, dopo pochi istanti, svanì. L'uomo, allora, corse in paese e raccontò l'accaduto. La mattina seguente, molta gente incuriosita si recò sul luogo dell'apparizione. Alcune donne si inginocchiarono davanti all'albero, pregando e invocando la Madonna. La cosa si ripeté per circa un mese, finché un bel giorno esse non trovarono più la pianta. Nella vicina cappella rurale, però, era apparsa magicamente una scultura lignea che raffigurava la Madonna. E si vuole che essa sia nient'altro che il tronco di quel pero. La leggenda della Madonna di Loreto realizzata con l'IA. La seconda fattispecie di mito, come anticipato, è prettamente mistica. Ad un pastore che pascolava le pecore a Vallesorda apparve la Madonna nelle sembianze della statua che tuttora si venera. Informate le autorità, si decise di portare in processione la statua nella Chiesa Madre. Ma la Madonna, nottetempo, ritornò nel bosco. Apparve ancora ad altri pastori e si fecero altre processioni, ma la statua immancabilmente ritornava nel suo bosco, fino a quando le autorità decisero di fare una dimora momentanea sul Colle, dove ora vi è la residenza anziani, il che spiega perché quell'edificio venisse detto "Casa della Madonna" (anche se su questo punto sarà necessario uno studio ulteriore). La Beata Vergine, apparsa ai pastori, accettò così di risiedere momentaneamente nella ex cappella della Madonna delle Grazie, fino alla costruzione dell'attuale chiesa. Le apparizioni a Vallesorda sono un tipico esempio di religiosità sconfinata nel mito: forse i monaci benedettini di Montecassino, che lì avevano un monastero, esortarono il popolo alla devozione della Vergine Maria offrendo un simulacro già diffuso in Abruzzo e ponendolo nella piccola cappella che si trovava alle porte del paese. E, forse, il rifiuto della Madonna che, portata in paese, tornava ogni volta nel luogo in cui era apparsa alla povera gente, stava a rappresentare i dissapori tra l'arcipretura di Capracotta e i monaci-contadini che vivevano in campagna. Questa ipotesi, lanciata da padre Mario Di Ianni, potrebbe essere suffragata dal conflitto al quale il papa Gregorio XV pose fine abolendo le scomuniche vicendevolmente scambiate tra la Diocesi e non meglio identificati ecclesiastici di Capracotta, cui fa riferimento una bolla del 1622. Documenti e fonti d'archivio In quella bolla, di cui, grazie a don Elio Venditti, ho ritrovato la pergamena originale nell'archivio parrocchiale, si legge: Avendo fatto costruire, ingrandire, ampliare ed abbellire con elemosine proprie e con quelle di altri credenti una Chiesa o Cappella sotto il nome di S.ª Maria di Loreto, vicino ma fuori delle mura della predetta terra. In essa dallo stesso Clero sono celebrati i Divini Uffici e amministrati i redditi, le chiavi sono conservate presso lo stesso Arciprete. Pertanto nessuno voglia mettere in dubbio [la legalità di] questa Cappella, o Chiesa né il suo reddito annuale di 24 ducati d'oro, né avanzi domanda alla Camera su cose a danno o a pregiudizio di essi. La pergamena del 21 giugno 1622. Per quanto concerne la festa in onore della Madonna di Loreto, il documento pubblico più completo in cui vi si fa riferimento è l'apprezzo feudale di Donatantonio Cafaro, datato 11 aprile 1671: A' 8 di settembre d'ogni anno si fa la festa della Natività a spese della Chiesa sotto il d.° titolo di Loreto, e vi si lotta e corre a piedi, et a cavallo, facendovisi come una fiera, essendone franchi quelli che vanno a vendere li frutti, dal pagamento [che] si fa al Grassiere, che in ogn'altro tempo è di un rotolo di ciascheduna specie di frutti, che vendono. Emerge così che a Capracotta la festa della Madonna di Loreto fosse consolidata già nella seconda metà del XVII secolo e, soprattutto, che la cadenza era annuale, mentre oggi siamo abituati a pensarla con frequenza triennale, un'abitudine nata probabilmente nella seconda metà del XIX secolo per la penuria di fondi e per la difficoltà oggettiva di richiamare i capracottesi emigrati oltreoceano. Tre giorni ogni tre anni: il richiamo al mistero trinitario è piuttosto chiaro. La vulgata vuole che i documenti che potevano chiarire la faccenda siano andati perduti quando i Tedeschi, nella loro furia devastatrice, hanno distrutto nel novembre '43 buona parte degli archivi cittadini. È altrettanto evidente che nel XVII secolo, però, la festa della Madonna di Loreto si teneva in forme simili a quelle attuali, con palio di cavalli, giochi popolari e relativa fiera. Nel tempo i cavalli sono stati affiancati e/o sostituiti dai muli - utili alle famiglie che lavoravano nel bosco - a cui si sono aggiunti gli asini. Tuttavia, nonostante la documentazione sia carente ed intermittente, è possibile risalire ad una processione eccezionale della Madonna di Loreto, che ebbe luogo del 1755. Per "processione" va intesa la consuetudine di estrarre un'immagine sacra da una chiesa e portarla in corteo per i campi o per le strade dell'abitato. A seguito di una tremenda siccità primaverile e di una conseguente moria degli animali, i capracottesi chiesero al vescovo Giuseppe Maria Carafa di prendere la statua che «valtrovasi collocata in una Chiesa extra mœnia di detta Terra, [e] pensano in tali urgenze estrarla da detta Chiesa, e portarla processionalmente per tutto l'abitato», giacché questa usanza era stata già sperimentata con successo. È probabile che la consuetudine di portare in processione la statua della Madonna di Loreto sia nata proprio allora, nel 1755, anche se non è possibile dire se quel rito ebbe effetti positivi sulla situazione meteorologica e zootecnica. La supplica dell'aprile 1755. Per meglio capire per quali motivi la festa di S. Maria di Loreto abbia queste forme e non altre, possiamo sfogliare la prima cronaca giornalistica, pubblicata sull'"Eco del Sannio" del 25 settembre 1901. Ieri come oggi, vi era la banda musicale - nel caso specifico quella di Fara Filiorum Petri (CH) -, vi erano le luminarie a gas in Piazza e per il Corso, mentre «il resto del paese fu rischiarato dall'acetilene». E nel 1901 si disputava ancora il palio, presente sin dal Seicento: il cronista di inizio secolo dice che «la corsa di cavalli fu riuscitissima, e se non vi fu incidente alcuno, va data lode al direttore sig. Ottorino Conti. Fu vinto un orologio d'argento Roskopf dal sauro Lampo del sig. Mascia di S. Severo. La corsa dei somari assai buffa, diretta da Giovanni Grifa, fu vinta da Caituzz del sig. Angelo Conti. Molto ordinata e di grande effetto la cavalcata: ben 200 cavalli, tutti giovani e bizzarri, vi presero parte. […] Spari, fuochi pirotecnici, palloni aerostatici a bengala, nulla mancò, e la festa non poteva riuscir meglio». Seguiva, al termine di quell'articolo, un elenco dei capracottesi di Buenos Aires e di Santiago del Estero, in Argentina, che, per il tramite di Francesco Paolo Carnevale, avevano contribuito economicamente all'organizzazione della festa, con una somma di 328 lire. Alla festa, dunque, si è aggiunta nei secoli la processione devozionale e, con essa, i cavalli bardati, retaggio della transumanza e dello stretto rapporto esistente tra questa e il culto della Madonna di Loreto, considerata protettrice dei viaggi. Cavalli, muli ed asini erano le autovetture del passato, per cui dovevano ricevere la benedizione della Beata Vergine Maria affinché il viaggio in terra di Puglia procedesse in sicurezza. Conclusioni La statua originale della B. V. Maria. In conclusione, dico che il culto capracottese della Madonna di Loreto, protettrice di ogni viaggiatore, è nato per benedire i pastori e i luoghi naturali attraversati durante la transumanza, la cui partenza per le Puglie era fissata dinanzi al Santuario stesso - dove avvenivano anche le pratiche di numerazione dei capi - e la sua festa si rispetta almeno dal primo Seicento (il 1622 è la data di ricostruzione della chiesa, il 1634 è la data impressa sul basamento della statua lignea della Vergine). Riguardo alla statua, la leggenda vuole che sia un albero appena sbozzato, ma in realtà è una scultura di grande pregio artistico, risalente probabilmente ai primi decenni del XIV secolo. La nostra ancestrale e misteriosa Madonna di Loreto, di cui si sta occupando il validissimo dott. Mario Carnevale, è foriera di interrogativi e siamo ancora lontani dallo stabilire una verità storica. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. C., Echi molisani, in «Eco del Sannio», VIII:18, Agnone, 25 settembre 1901; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; E. Canziani, Through the Apennines and the Lands of the Abruzzi. Landscape and Peasant Life, Heffer, Cambridge 1928; G. Carugno, S. Maria di Loreto, da venerabile cappella a santuario diocesano (indagini, ipotesi, cronaca), S. Giorgio, Agnone 1993; O. Ciummo, Altari lignei nel Molise, Il Ponte Italo-Americano, New York 2008; A. Conti, La confraternita Santa Maria di Loreto, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911; A. De Renzis, Le sacre olimpiadi di Capracotta, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; M. Di Ianni, Devozione alla Madonna: verità e leggenda, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; M. Di Lorenzo, La presenza di una Donna da sempre in mezzo a noi, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; O. A. Di Lorenzo, Le solenni celebrazioni della Madonna di Loreto a Capracotta, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; D. Di Nucci, La Cappella di S. Maria di Loreto: luogo di culto e grande realtà economica, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris, libro I, Roselli, Napoli 1731; O. Di Tella, Maria, Una di noi, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; V. F. Di Virgilio, Santuari d'Abruzzo e Molise, Squilla, Tocco da Casauria 2002; M. Gioielli, Madonne, santi e pastori. Culti e feste lungo i tratturi del Molise, Palladino, Campobasso 2000; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742; E. Petrocelli (a cura di), La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico, in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1° gennaio 1924; L. Pietravalle, Novelle molisane, a cura di N. Pietravalle, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1975; C. Sciullo, Il culto della Madonna di Loreto, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; F. Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Enne, Ferrazzano 2003.
- Il custode che salvò il Natale...
Anche questa volta la medicina e la musica, anzi proprio l'organo, si incontrano in una storia e, tanto per cambiare, anche questo è un racconto di Natale... La poliomielite è una malattia infettiva, definita clinicamente da Michael Underwood nel 1789 (debolezza degli arti inferiori), riconosciuta da Jakob Heine nel 1840 e da Karl Oscar Medin nel 1890 (da cui "Malattia di Heine-Medin" e più tardi "paralisi infantile") causata dal Poliovirus (Picornavirus-Enterovirus G) identificato da Karl Landsteiner nel 1908 e successivamente classificato in tre sierotipi. Si tratta di un virus a RNA ed è il virus più piccolo tra tutti i patogeni. Paradossalmente, le grandi epidemie di poliomielite erano pressoché sconosciute prima della fine del XIX secolo, mentre il XX secolo ha visto la polio come una delle malattie infantili più temute. Epidemie di polio hanno lasciato una pesante eredità con persone colpite da paralisi, e severi tributi sono stati pagati in termini di vite umane. L'infezione è asintomatica nel 90% dei casi, mentre un 6% di casi ha disturbi minori (malattia minore o abortiva) con manifestazioni cliniche simil influenzali. Tuttavia, il restante 4% delle infezioni coinvolge il sistema nervoso centrale con una meningoencefalite non paralitica che, in 5 casi su 1.000 evolve in una malattia paralitica bulbare, spinale o bulbospinale. La distruzione dei motoneuroni da parte del virus può svilupparsi a vari livelli con conseguente paralisi flaccida e successiva atrofia dei muscoli innervati. Se la paralisi coinvolge il diaframma il paziente va incontro ad exitus per incapacità a compiere gli atti respiratori. La gravità della malattia paralitica aumenta con l'aumentare dell'età. Il contagio avviene per via orofecale e questo spiega come la polio abbia avuto maggior impatto nel XX secolo, pur se conosciuta fin dall'antico Egitto: il miglioramento delle condizioni di vita ed il miglior smaltimento delle acque reflue ridussero la possibilità statistica di contagio nei primi anni di vita favorendo invece la possibilità di aumento delle forme paralitiche nelle società benestanti. I vaccini (Koprowski, Salk e Sabin), massicciamente somministrati fin dal 1953, hanno pressoché eradicato la malattia nel mondo occidentale. Esistono zone di endemia in Africa ed in Asia dove, per azione dell'OMS, dell'UNICEF e del Rotary International, la diagnosi annuale dei contagi si va riducendo al ritmo del 99% annuo. In Italia l'ultimo caso è stato registrato nel 1982. Attualmente la profilassi vaccinale viene attuata tramite il vaccino Sabin spesso in associazione al vaccino Salk o Koprowski. Ma in epoca prevaccinale la terapia era esclusivamente sintomatica, di supporto e tesa a prevenire le complicanze. Intere ali ospedaliere furono attrezzate per la terapia intensiva dei malati, anzi, fu proprio la poliomielite che diede l'impulso alla progettazione e realizzazione dei moderni reparti di terapia intensiva e rianimazione. La somministrazione di gammaglobuline estratte dal sangue dei pazienti guariti, efficace nel 80% dei casi, fu ritenuta una procedura impraticabile causa la scarsa disponibilità di plasma adeguato e stimolò ulteriormente la ricerca di un vaccino. Qualora colpito dalla paralisi del diaframma il paziente era condannato a vivere nel "polmone d'acciaio", dove una pompa a vuoto consentiva ritmicamente la espansione della gabbia toracica per compiere gli atti respiratori. Le drammatiche foto dell'epoca ci mostrano intere corsie dove, al posto dei letti, i polmoni di acciaio, con la loro grande massa cilindrica, mantenevano in vita pazienti di cui solo la testa sporgeva dalla massa metallica e che interagivano con i presenti grazie a di specchi posti al di sopra del viso, regolando la stessa fonazione al ritmo impersonale, spietato ma vitale, delle pompe. Rosanna Benzi (1948-1991), attivista, giornalista e scrittrice, trascorse 29 anni della sua vita in un polmone di acciaio all'ospedale S. Martino di Genova a causa di uno poliomielite bulbo spinale che la rese tetraplegica e affetta da una severa insufficienza respiratoria. Una delle voci più autorevoli ed ascoltate a sostegno dei diritti delle persone con disabilità. Il tasso di mortalità oscilla dal 2-5% dei bambini fino al 15-30% degli adulti. I pazienti con supporto respiratorio a pressione negativa hanno un tasso di mortalità compreso tra il 25% e il 75% che scende al 15% con i ventilatori a pressione positiva. Un'epidemia statunitense nel 1952 registrò oltre 58.000 casi con 3.145 decessi e 21.269 pazienti con paralisi lievi. Pennsylvania, USA, Vigilia di Natale del 1949 Nel Polio Hospital di Harrisburg il Reparto C ospitava 34 bambini di età compresa tra i 4 e i 14 colpiti da poliomielite paralitica. Non erano letti ma trentaquattro polmoni di acciaio. La quarantena impediva le visite da parte dei familiari e rendeva il Natale un festeggiamento impossibile. Nella cappella dell'ospedale il coro dei volontari si apprestava ad iniziare le celebrazioni ma l'elettroventilatore dell'organo era fuori uso ed i pezzi di ricambio sarebbero stati disponibili dopo l'Epifania... Decisamente non era un vero Natale. Ma Henry Williams, 62 anni, custode della cappella aveva anche prestato servizio dal 1910 al 1928 come tiramantici prima dell'installazione del moderno ventilatore elettrico. Saputo del guasto entrò nella cappella e sparì dietro l'organo. I mantici ad azione manuale erano stati comunque conservati... le stanghe erano lunghe un metro e venti mentre la pressione per azionarle era di 28 kg. Dodici le pompate al minuto per far sì che il vento giungesse stabile e continuo ai somieri da lì alle canne. Alle 18:00 in punto l'organo cominciò a sostenere il coro ad intonare Carole ed Inni. Henry non mancò nemmeno un colpo mentre i bambini del Reparto C potevano ascoltare, tramite le condotte di ventilazione, la musica che, come per magia, riportava il Natale tra per loro. Le infermiere riferirono che molti piangevano mentre altri sfruttavano il ritmo incessante e monotono delle pompe per cantare con un filo di voce. Alla mezzanotte ed un minuto Henry si fermò: non riusciva più nemmeno ad alzare le braccia. Aveva impresso 4320 spinte ai mantici per sei ore esatte e bevve dell'acqua stando seduto sul pavimento della cantoria. Furono i coristi a riportarlo di peso a casa. Henry Williams lasciò questo mondo nel 1962 mentre solo quattro di quei bambini divennero adulti. Una di loro, divenuta organista e insegnante, si incaricò di suonare alle sue esequie: «Ci ha regalato le sue braccia, io gli regalo le mie mani». ...Eppure, questa è una storia inventata che da tempo circola in rete. Non è mai esistito un Ospedale Polio ad Harrisburg con il suo Reparto C e le cronache locali non riportano il gesto del custode Henry Williams o della sua esistenza. Nell'incessante fluire del tempo, chissà quanti Henry, anche inconsapevolmente, hanno lenito sofferenze o rafforzato speranze semplicemente con i loro gesti banali quotidiani, stando alla consolle di un organo, prestando voce in un coro, stringendo la mano di un malato e offrendogli un sorriso o chissà come. Ognuno di noi può essere un Henry... Chiunque allevi le sofferenze di un essere umano non sta vivendo invano. [H. Keller] Francesco Di Nardo
- Dal Monte frumentario di S. Sebastiano alla Banca di Capracotta
Valutazione dei titoli di proprietà della Banca di Capracotta al 31 dicembre 1929. Se volessimo risalire ad una prima, timida, forma di credito non monetario, dovremmo accennare al locale monte frumentario. I monti frumentari, nati sul finire del XV secolo grazie all'impulso francescano delle istituzioni benefiche nate per prestare grano ai contadini, rappresentano una delle prime forme di mutualità. Simili ai monti di pietà, quelli frumentari aiutavano le classi povere contro l'usura, e infatti hanno posto le basi storiche per la cooperazione bancaria. Il monte frumentario di Capracotta venne fondato dai coniugi Gregorio Campanelli e Cesaria Mosca con disposizione testamentaria del 7 dicembre 1791. I loro beni, complessivamente valutati per 6.700 ducati, a causa di contestazioni sorte sulla loro amministrazione, nonché per le lungaggini dell'ufficio d'intendenza, fecero sì che l'erezione ufficiale in monte frumentario avvenisse trent'anni dopo, il 28 agosto 1822. La logica del monte frumentario era semplice: chi voleva, poteva ritirare una certa quantità di grano a settembre, con l'impegno a restituire la stessa quantità ad agosto successivo, aumentata di 2 misure per ogni tomolo (45-48 kg). Nel 1827, dopo un violento temporale estivo che aveva devastato l'intero territorio capracottese ed altomolisano, il re Francesco I elargì ulteriori 1.000 ducati alla popolazione capracottese, coi quali questi diedero vita ad un secondo monte che, fuso col primo, venne intitolato a san Sebastiano. Il duplice monte prosperò al punto che, nel 1831, grazie alle esuberanze degli utili, fu possibile creare pure un monte dei pegni, eretto in ente il 12 marzo 1832. Il capitale fin qui accumulato dai monti servì alla fondazione, nel 1898, di una cassa rurale per piccoli prestiti, concentrata però all'interno dell'amministrazione della Congregazione di carità. Il passaggio storico da questo tipo di enti statali destinati all'assistenza ai più bisognosi ad un concetto privatistico di credito avvenne per mano della Banca di Alfedena, la quale, sul finire del XIX secolo, aprì alcune agenzie lungo la direttrice transumante, da Pescasseroli, Barrea, Alfedena, Castel di Sangro, fino a Foggia, passando ovviamente per Capracotta. La quantità di capitali in movimento fece sì che il consiglio d'amministrazione della Banca di Alfedena, sulla base di un articolo del proprio statuto, agevolò la trasformazione della filiale di Capracotta in una banca indipendente. Il 20 agosto del 1905, nel palazzo comunale sito allora in via S. Maria delle Grazie 21, con atto del notaio Filippo Falconi, si costituisce una società anonima popolare cooperativa di credito con la denominazione “Banca di Capracotta”. Essa nacque con un capitale sociale di 100.000 ₤, suddiviso in azioni da 50 ₤ ciascuna, sottoscritto e versato da 41 soci fondatori appartenenti alla borghesia locale, tutti «possidenti, nati e domiciliati in Capracotta». La direzione della Banca venne affidata all'ing. Alessandro Campanelli, il quale proveniva da una ricca famiglia di proprietari d'armenti che, dal XVIII secolo, avevano realizzato grandi profitti dall'industria della transumanza e perciò possedevano numerose masserie in Puglia. Detto, per inciso, egli il fratello di di Luigi – personaggio che incontreremo più avanti. Al momento dell'istituzione della Banca egli proveniva dalla presidenza della Congregazione di carità di Capracotta, l'ente statale che aveva ereditato, dalle precedenti pie confraternite laicali, l'assistenza dei poveri e l'amministrazione dei fondi a loro destinati. Il primo vicedirettore fu Agostino Santilli, un agronomo, e tuttora il suo nome riveste una certa importanza poiché è considerato autore del primo manuale italiano di selvicoltura. Lascerà l'incarico poco dopo, poiché nel 1907 Santilli verrà nominato sindaco di Capracotta. Il primo cassiere era invece Amatonicola Conti; il presidente Tommaso Conti. Il primo bilancio che abbiamo potuto studiare è quello del 1922. Nel corso dei primi vent'anni, infatti, l'operato della Banca di Capracotta si dimostrò coerente con le aspettative iniziali, accompagnando le esigenze del tempo. La prima operazione di cui abbiamo prove documentali è la partecipazione alla S.F.A.P. (Società Ferroviaria Agnone-Pescolanciano), una società per azioni il cui capitale sociale era fissato in più di 5.000 azioni di 100 ₤ ciascuna, che avrebbe realizzato e gestito un percorso ferroviario a trazione elettrica di oltre 37 km (6 stazioni e 4 fermate). Nella S.F.A.P. c'erano azionisti di Capracotta quali: Banca di Capracotta con 5 azioni; Campanelli Luigi con 3 azioni; Conti Amatonicola con 1 azione; Conti Gregorio con 3 azioni; Conti Tommaso con 20 azioni; Conti Claudio con 1 azione; Conti Giovanni con 3 azioni; Conti Guglielmo con 2 azioni; Falconi Michele con 1 azione; Falconi Leonardantonio con 10 azioni; Ianiro Vincenzo con 1 azione. Sempre nel 1922, era stata realizzata la vendita della tenuta pugliese di Bosco da Piedi, proprietà della ex Congregazione di S. Maria di Loreto, a privati cittadini di Minervino Murge. L'atto di vendita era corredato da una presentazione di Saverio Ianiro, presidente della Congregazione di carità di Capracotta, in cui questi dichiarava una rendita annua di 2.140 ₤ acquistata per mezzo della Banca di Capracotta verso la succursale campobassana della Banca d'Italia. L'anno seguente, la Banca di Capracotta sovvenzionò il locale asilo infantile con l'assegno di 50 ₤, dopo che la Congregazione di carità aveva venduto un altro fondo pugliese, quello di Bosco da Capo, per 54.100 ₤, privando di fatto l’ente morale per l’infanzia della sua principale rendita. La Banca di Capracotta, insomma, stava svolgendo il suo ruolo economico – e soprattutto sociale – all'interno di Capracotta in modo coerente, e questo fece fino al 1927, quando, a seguito della nuova legislazione bancaria del 1926, fu oggetto della prima ispezione da parte della Banca d'Italia. Incoronato Sammarone e Francesco Mendozzi
- Capracotta d'un tempo
Capracotta vista da sud (foto: M. D'Andrea). Bianche montagne segnate dal tempo illuminate dal sole caldo dell'estate; orizzonti appena percepiti attraverso la calura che lo sguardo stupito scompone; un corpo che l'erba calpesta nel ricordo della primissima infanzia; al di sotto, la vallata del Sangro ancora un rumore di bombe e tuono di cannoni; "valanghe di neve" create dallo sforzo orgoglioso di bambini intenti alla mèta; creature innocenti che corrono sulla coltre immacolata: le braccia distese per la "foto"; anni di gioia prima dell'esilio, sofferenze d'assurda distruzione fino a parvenza di pace ritrovata. Cielo del mio paese, sereno e trasparente, sublìmami nell'azzurro, fa' che diventi una goccia del tuo pianto! Ugo D'Onofrio
- Il riscatto di un cuore
Oh, stanco il mio cuor! Di qual maldestro sentier la strada percorresti! Invano ceppi ben saldi libero ti resero dal dolce canto della sirena ammaliatrice perché cieco alla bellezza e sordo alla struggente melodia. Freddo a carezza di bimba e tiepido al fuoco dell'amore, inciampasti in stagno d'acque limacciose ed a stento la china risalisti lungo viscido fango scivoloso. Infine tuttavia il risveglio dal torpore e nuove mete lontane percorresti: alto ed alle stelle salì il verso del tuo canto e dono facesti al mondo d'una speranza di speranza! Ugo D'Onofrio
- Polvere di cantoria... in antincendio dal cielo
Il cuore dell'estate... le calde e luminose giornate di vacanza, le scampagnate, le allegre tavolate ammirando un tramonto e magari dietro un buon bicchiere («facémesere buóne, ca mó tenéme tiémbe e n'arra volda no») ma anche il costante timore suscitato dal rischio degli incendi boschivi. Qualche boomer come me ricorda ancora gli interventi svolti come volontari in appoggio alle squadre forestali e dei Vigili del Fuoco nello spegnimento delle fiamme sviluppatesi nelle estati dei primi anni '90 che funestarono alcune zone del nostro territorio capracottese. Il ricordo di quelle stagioni si associa però anche alla mia memoria di vecchio aviere, quando, in tali situazioni, alzando gli occhi verso il cielo si aspettava la comparsa della inconfondibile e rassicurante sagoma gialla e rossa del Water Bomber: il mitico Canadair che con la sua tipica e spettacolare virata si allineava metodicamente verso la linea delle fiamme per sganciare il suo carico di acqua. Conosciuto come Viking Air CL-415, il Canadair è un aereo turboelica antincendio ad ala alta e anfibio, cioè operante sia da pista che da bacini acquatici. Prodotto in prima battuta (1993) dalla azienda Canadair, passò alla Bombardier Aerospace come Bombardier 415 e, successivamente, alla Viking Air rimanendo in produzione fino al 2015. Evoluzione del modello CL-215 che era spinto da due motori radiali, dispone di due motori a turbina con eliche quadripala a geometria variabile, con potenza di 2.380 shp (1775 Kw) ciascuno. La sua velocità di crociera è di 380 km/h (203 kns) ad una quota di 1.530 m (5020 fts). I modelli attualmente in servizio hanno ricevuto un aggiornamento della avionica anche con radar e sensori che consentono il volo notturno ed in condizioni di scarsa visibilità. Può restare in volo per circa tre ore grazie ai serbatoi contenenti 4.650 kg di carburante, con autonomia media di 2.427 km, effettuando una media di nove sganci del carico di acqua sull'incendio stimando bacino di prelievo a una distanza di 10 km dal fronte delle fiamme. Il peso a vuoto è di 12.880 kg. Le cisterne possono contenere 6.137 litri di acqua ed il prelievo viene consentito da delle sonde che, volando a pelo d'acqua, ne consentono il riempimento sfruttando il moto dell'aeromobile. Piccoli serbatoi supplementari possono aggiungere liquidi ritardanti al carico principale. Il prelievo, grazie alla forma dello scafo adiuvato da due "gondole" galleggianti poste ai bordi di ciascun ala, richiede dai 7 ai 12 secondi alla velocità media di 100 km/h. Portelloni supplementari permettono di rifornire i serbatoi antincendio anche in pista, prima del decollo. Diffuso in tutto il mondo e usato anche come ricognitore, ha un costo medio di 37.000.000 € ad aereo. La flotta italiana (la maggiore al mondo) dispone di 18 velivoli dislocati strategicamente sul territorio nazionale Genova, Roma (ICAO), Napoli, Olbia, Lamezia Terme e Trapani, è di proprietà dello Stato, coordinata dal Centro operativo aereo unificato mentre la gestione operativa appartiene ai Vigili del Fuoco, mentre la manutenzione viene svolta da ditte private specializzate. Romanticamente le sue forme goffe ricordano i vecchi idrovolanti Catalina e, insieme alle manovre in volo e di passaggio a pelo d'acqua durante le missioni, con il caratteristico colore, gli sono valse, da parte dei piloti, il nomignolo affettuoso di "Paperone" esattamente come facevano i piloti dell'Aeronautica Militare chiamando "Spillone" il mitico F 104S Starfighter. Sebbene pilotare uno di questi mezzi in condizioni di volo livellato a vuoto non differisca di molto dai normali aeromobili, le cose cambiano drasticamente in missione. La discesa sul bacino di prelievo richiede un occhio allenato ed esperto per valutare il moto ondoso, il vento e le eccessive increspature che potrebbero scatenare pericolosi sobbalzi durante il riempimento delle cisterne. Il riempimento progressivo inoltre determina un aumento del peso complessivo (altre sei tonnellate!) che rende complessa la risalita e drammatici gli eventuali "richiami" di emergenza, obbligando ad un costante controllo della potenza erogata dai motori. Lo sgancio non è da meno. La velocità media consigliata è di circa 105 kn con una velocità di stallo posta a 68 kn. Ma a tali parametri vanno sommate le variabili determinate dalle turbolenze causate dalle colonne d'aria rovente alzantesi dalle fiamme che, contribuendo a rendere più rarefatta l'aria intorno al velivolo, ne riducono la portanza. Il fumo e le ceneri oltre a ostacolare la visibilità possono entrare nei motori e alterarne la spinta. Inoltre la virata per allinearsi sulla linea di fuoco contribuisce ulteriormente al calo della portanza e, causa la bassa quota operativa, le manovre di uscita da un eventuale stallo potrebbero risultare impossibili. Il tutto complicato dalle condizioni orogeografiche per la presenza di rilievi, falesie, ostacoli naturali ed artificiali. I piloti di Canadair non hanno vita facile: addestramento continuo, competenza ed esperienza vanno associate ad una buona dose di nervi d'acciaio nel gestire situazioni mai eguali tra loro. Anche la presenza di altri velivoli antincendio complica ancora di più il lavoro per il rischio di collisioni in volo. Il proverbio «Non lasciare mai che l'aereo ti porti dove il tuo cervello non sia arrivato cinque minuti prima!» è sempre valido... Come la lotta antincendio a terra , anche la guerra alle fiamme dall'aria ha preteso un triste e feroce tributo di vite umane. Nell'ambito dell'Aeronautica il servizio nella flotta dei Canadair è tra i più rischiosi. Negli ultimi anni cinque piloti hanno drammaticamente perso le loro vite in servizio, precipitando dopo l'urto delle ali contro sporgenze rocciose o, portando il mezzo in avaria a cadere in zone disabitate, sacrificandosi per evitare vittime civili. Eppure ho conosciuto piloti di Canadair che, passati alle linee commerciali, rimpiangevano i precedenti incarichi o cercavano di tornare al vecchio lavoro: passione, amore, dedizione al servizio verso il prossimo. Le zone di prelievo vengono scelte in base a precise regole. I bacini lacustri devono prevedere appositi corridoi per il prelievo (scooping), con assenza di ostacoli e di lunghezza di 450 m su una lunghezza totale di 1.500 m per consentire in maniera ottimale la discesa e la risalita. La profondità non può essere inferiore a 2 m calcolando che le sonde di carico sono lunghe circa 15 cm. Le condizioni meteo avverse o eventuali ostacoli impongono il dirottamento dei velivoli verso le zone marine. Nell'ambito della Regione Molise le aree principali di scooping sono il Lago di Guardialfiera (Liscione) e il Lago di Occhito. Tuttavia prima della discesa viene richiesto un "giro in bianco" per rilevare ostacoli imprevisti e sempre sotto il controllo dei comandi per i servizi antincendio e le autorità di gestione dei bacini. In caso negativo la Direzione per lo Spegnimento può ordinare il prelievo su altri bacini abruzzesi o pugliesi o, ancora, la costa termolese. I bacini di Chiauci e di Guardiaregia insieme ai piccoli invasi per irrigazione o zootecnia sono riservati al prelievo da parte degli elicotteri dotati di benne atincendio (Bambi Bucket) e sempre sotto il controllo della Direzione per lo Spegnimento. Resta inteso che la decisione finale resta sempre giudizio insindacabile del pilota Comandante l'aeromobile. La selezione dei piloti richiede brevetti di pilota commerciale su velivoli plurimotore o facenti parte dell'Aeronautica Militare. È possibile anche svolgere una selezione interna al Corpo dei Vigili del Fuoco. Spesso i mezzi vengono anche inviati in soccorso a stati esteri impegnati in difficili operazioni di spegnimento. Attualmente, un'ora di volo di un Canadair raggiunge il costo medio di 5.000 €. Negli anni '80 la lotta aerea antincendio vide i Canadair affiancati dagli Aeritalia G 222 dell'Aeronautica Militare. Quattro velivoli, in servizio presso la 46a Brigata Aerea, furono attrezzati con moduli mobili SAMA da 6-300 litri per lo sgancio di ritardante o di acqua. Il G 222 era famoso per la versatilità, la manovrabilità e la breve lunghezza di pista necessaria per il decollo, tuttavia il rifornimento dei moduli poteva svolgersi solo in linea di volo: il G 222 non era un mezzo anfibio come il Canadair che, al contrario, era stato appositamente progettato per il servizio antincendio. Inoltre si rivelò poco adatto al passaggio sulle fiamme e la tragica morte di otto aviatori in incidenti che coinvolsero due velivoli durante le operazioni di spegnimento, portarono al ritiro di questo mezzo in tale settore di impiego. Ma il modulo SAMA e l'esperienza acquisita hanno dato implementi alla progettazione tecnologica del successore del G 222: l'Alenia C-27J Spartan. Il "Paperone" e i suoi piloti: cuori ed ali a tutela dei nostri boschi e delle nostre terre… Un buon atterraggio è quando puoi allontanarti dall'aereo; un grande atterraggio è quando l'aereo si può ancora utilizzare. Francesco Di Nardo
- Gli anni dell'impegno
Lina Ciuffini Di Rienzo col nipote Egidio Di Rienzo. È morta a Roma Lina Ciuffini. Pochi la ricordano, anche qui, dove è stata a lungo assessore alla cultura della Provincia. Il tempo non è galantuomo, specie in epoca di rottamazioni, e non è giusto. Insegnante con una forte vocazione alla didattica, negli anni in cui Renato Nicolini avviava la sua Estate romana - quella che ci hanno copiato le capitali del mondo, e che a Roma è finita nel misero modo che si può vedere oggi - lei capì la portata innovativa di quel progetto e in qualche modo gli si affiancò, mentre larga parte del Pci remava contro e si lasciava affascinare dalle vuote sirene socialiste sul "permanente" contro l'"effimero". E si è visto poi come è andata. Lina Ciuffini ha portato Brian Eno a Roma, erano gli anni Ottanta, e quella era avanguardia. Ha promosso festival di teatro di strada in provincia, ad Anguillara, a Trevignano, oggi periferia di Roma allora paesi isolati e senza nemmeno una sala cinematografica, figuriamoci un teatro. Ha mescolato generi e iniziative, ricerche sociologiche e centri studi ma anche appuntamenti coinvolgenti, chi ha avuto la fortuna di vederli e di farsene affascinare può testimoniarlo. Particolarmente attenta ai valori del territorio, fu lei a riscoprire Anticoli Corrado, piccolo paesino della Provincia di Roma, come luogo in cui i pittori alla fine dell'800 andavano a cercare le loro modelle, e a promuovere il piccolo museo che lo ricorda. Finita quella stagione, non è andata in pensione, ha continuato a lottare da comunista, a organizzare, a cercare anche nelle piccole situazioni il punto di crisi che potesse far pensare, unire le persone per ragionare insieme. E lottare, poi. In vacanza a Tagliacozzo, anziana e malata riuscì qualche anno fa a mettere in moto anche lì un gruppo di lavoro, di riflessione, di ragionamento sul cambiamento. A cosa sia servita la sua energia, il suo coraggio, la sua tenacia possono dirlo solo le persone che l'hanno conosciuta e quelle che, magari senza saperlo, godono i frutti del suo impegno. Chi oggi la piange sa che persone ricche come lei, comunisti così, se ne trovano pochi, di questi tempi. Ella Baffoni Fonte: https://www.succedeoggi.it/, 20 luglio 2015.
- Il 25 luglio Mixed by Erry a Capracotta
Il prossimo 25 luglio Capracotta avrà l'onore di accogliere Enrico Frattasio, meglio conosciuto con l'alias Mixed by Erry, che i più giovani hanno riscoperto grazie all'omonimo film di Sydney Sibilia andato in onda sulla piattaforma Netflix nel 2023. Per me, in qualità di organizzatore e di presidente del comitato di Sant'Anna, questa esibizione costituisce motivo di grande orgoglio. Erry, infatti, rappresentava ieri come oggi la possibilità di una musica libera, a basso costo. La mia generazione ha avuto prima le musicassette pirata di Mixed by Erry, poi, da ragazzi, abbiamo sfruttato Napster, WinMX ed eMule, per non parlare del grande contributo fornito da Videomusic e MTV. Tutto era considerato lecito per poter ascoltare quanta più musica possibile, scoprire nuove sperimentazioni e derive, conoscere le tendenze, apprezzare l'underground tanto quanto il mainstream. Un'abitudine che i ragazzi di oggi non hanno più, invasi da tanta, troppa, musica. C'è tanta buona musica anche oggi, ma l'accesso a questa musica se è più facile, è anche più incanalato: al netto di Youtube non esiste nient'altro al di fuori della musica scelta da Spotify. Sabato 25 luglio 2026, alle 21:30, in piazza Stanislao Falconi a Capracotta Erry ci farà fare un tuffo nella musica dell'altroieri. Saprà farci assaggiare una corposa selezione di musica sua e nostra. E speriamo che abbia in progetto anche di offrirci anche un tributo al grandissimo Peppino Di Capri, che egli ha remixato con gusto di recente. Francesco Mendozzi
- Pianto su le rovine natie
Le rovine di Capracotta dal campanile della Chiesa Madre. Ormai volsero tant'anni e tante tempeste e turbini si riversano su la mia terra ed ella ancor si regge, guardando dalla rocca sua vetusta e monti e valli... Ma qual fero orrore or vedo là dei monti in su la cima? Che fiamme sono? Qual periglio e morte?... Antiveder crudele, ingannatore!... Là tra quel crudo foco io riconosco de le trascorse età il suol natio... O Capracotta, terra mia natale, qual vergin donna al nero suol prostrata, di sangue intrisa, e con le bionde chiome pendenti incolte sul tuo nudo petto, mancar ti veggo ne l'estremo affanno... Tu, che feconda un dì vita mi desti, o Madre, e come un disco mi lanciasti sugl'impetuosi vanni della vita... Cruente veggo le crollate mura delle tue case, mucchi di macerie caotiche e confuse diventate, ora annerite dall'orrendo scoppio della nitrica polvere nefasta. Non disperar: sebben nella sventura, resti tuttora la signora eccelsa, che gradevoli effonde effluvi verdi d'annose piante con teneri virgulti di crescenza ansiosi: sollevati orsù da la rovina, o Capracotta mia, bianca regina... De le memorie, al sol vederti, il grido de le trascorse età, nel cor mi scende quasi lampo guizzante in notte oscura... Felice tempo, oh quante rimembranze dei tuoi sereni giorni a me lasciasti! Quanti ricordi dell'età primiera, di quando, già io fanciulletto, andavo infra i tuoi boschi allor che primavera tutto ravviva e indora! È allor che, imperversando il freddo inverno, giocavo coi fanciulli sulla neve a costruir ridicoli pupazzi!... Oh i primi anni di fanciullezza mia e di felicità, volaron presto, svaniron com'un'ombra bianca e ria!... Ne la mia mente, impressi i lineamenti dei monti, e i boschi e le foreste e i campi, le fredde nubi e gl'impetuosi venti... E quando, già, da te, io grandicello m'allontanai seguendo il mio destino, sussurrava in quel dì un venticello e par che ripetea per sempre: «Addio!...» Addio, addio, riveder non spero le belle valli d’armi or ricoperte, non più io ascolterò della campana il suon che in su la sera silenziosa inteneriva il cor de la tua gente!... Ahi, crudel speranza ingannatrice, tu m'allettavi e vaga a me splendevi per un ritorno bello e assai felice... Amara delusion, in preda a fiamme io veggio il paesel solingo e caro!... E la tua prole? La tua prole amata errante scorgo fra straniere terre, che va cercando il pan per non morire: triste sen va ed abbattuta e affranta, ancor piangendo la magion perduta!... Tu cadesti, ma allor che anelante si sprigionò dal petto tuo la vita, col guardo crudo di felin morente, gli assalitor vedesti senza speme dai monti tuoi fuggir precipitosi verso il fecondo pian ad occidente... Al par di Cuma la veggente vate, con tono fiero e vindice giurasti: «Ah, fia tempo, stranier, che le chiomate teste nell’ima polve abbasserai!...» Sì dicendo, lo spirito rendesti: e le case crollaro e le tue torri!... Rimangon sol eterni testimoni i monti e i colli, de la tua rovina, le pietre e i massi, i ruderi superni. Riman nel suol natal Monte Ciglione, nella sua forma conica svettante, accanto all’altro mitico gigante di Monte Campo, che festoso accoglie gitanti a frotte nei sereni giorni; e dirimpetto, col cipiglio fiero d'una superba maestà selvaggia, Monte Capraro spettator s'aderge sdegnoso e impavido del crollo acerbo... Ma tu, o Monte Campo, che vedesti quel sì tremendo eccidio e tal caduta, perché li massi tuoi tu non lanciasti?... Perché, o neve, o freddo, non spegneste quell'alte fiamme dal baglior sinistro?... Ahimé, adesso sol, la fumigante coprite lieve sua rovin mortale!... Venne calendimaggio e nei tramonti cosparsi di bagliore e di mestizia, l'aurato sol l'etere tua baciava di fumo e polve aspersa orrendamente e il gorgogliante sangue dei tuoi figli, ancora sparso in su la terra amica, a render triste la verdura aprica... E quando un tempo, un pellegrin d'affanno, col viso smunto ed irto il biondo crine, vagherà mestamente sui tuoi monti: riconoscilo ben: non reca inganno!... E pien di patrio amor le tue rovine piangendo abbraccerà e sospirando: «Alma terra natal, – dirà, – io canto gl'infausti dì del lutto e i dì radiosi della speranza!» Antonio De Simone Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- La nascita dello Sci Club Capracotta
I capracottesi dicono spesso che il loro Sci Club è uno dei più antichi d'Italia. E hanno ben donde a dirlo. Essendo nato ufficialmente il 19 febbraio 1914, esso è effettivamente il quarto sodalizio sciatorio, in ordine di anzianità, ad aver visto la luce in Italia. Prima di esso vi sono: lo Sci Club Ponte Nossa, nato il 1° ottobre 1901; lo Sci Club Torino, nato il 21 dicembre 1901; lo Sci Club Cortina, nato il 5 marzo 1903. All'atto della nascita del nostro Sci Club, testimoniato da un atto costitutivo e da uno statuto associativo, i cronisti nostrani scrissero che: Il salutare e bellissimo sport degli ski, importato tra noi dall'egregio prof. Gino Galeotti, docente nella R. Università di Napoli, trovò fra i nostri sterminati campi di neve la sede più adatta al suo sviluppo rigoglioso e l'esiguo manipolo primigenio è diventato gagliarda coorte tra la quale non manca il sorriso dolce di audaci skiatrici. A ben vedere, però, lo Sci Club esisteva già prima del 1914, in quanto sull'Annuario generale del Touring Club Italiano del 1908 (gentilmente fornitoci da Massimo Catalano), è riportata, tra le società sportive di Capracotta, uno «Ski Club». Essendo uno sport importato, infatti, lo sci non aveva a quel tempo una traduzione italiana, per cui si utilizzava la parola norvegese ski. Evidentemente, il nostro glorioso sodalizio sportivo era vivo ed attivo già nel primo decennio del Novecento, anche se, ieri come oggi, per la nascita formale di un'associazione servono almeno 3 persone, uno scopo comune senza fini di lucro e due documenti fondamentali: l'atto costitutivo e lo statuto, i quali, come visto, arriveranno soltanto nel 1914. L'Annuario generale del 1912 conferma la presenza dello Ski Club tra le società sportive di Capracotta e, anzi, viene fatta menzione anche del Tiro a Segno e di un'altra associazione non sportiva, quella «pel movimentismo dei forestieri» Pro Capracotta, una sorta di Pro Loco Capracotta in fasce. Al canto di «Ludere etiam necesse est ut fortiter iucunde longeque vivam» (= È inoltre necessario giocare per poter vivere a lungo con coraggio e gioia), i soci fondatori del nostro Ski Club, pensarono ad un menù futurista in salsa montanara per festeggiare la nascita ufficiale dell'associazione sportiva: Antipasto "Premier pas"; Timballo di maccheroni "à la glissade"; Maionese di merlani "Cristiania" con insalata norvegese; Ragù di vitello "à la Huitfeldt"; Frittura mista con cervella... scimunite; Arrosto di capretto "à la Telemark" con patate alla Mingo; Dolce capitombolo; Formaggio "Palle di neve"; Frutta "Mele gelate"; Caffè alla Grannizia; Vinoski vari. Francesco Mendozzi
- Dopo l'armistizio: il passaggio delle linee
Il gen. Roberto Jucci col presidente Francesco Cossiga. Mio padre, che nel frattempo era andato a comandare i Carabinieri della provincia di Teramo, disarmò i tedeschi e, allorché questi ripresero il sopravvento, fu costretto a fuggire verso sud. Prima di lasciare Teramo affidò molti dei suoi carabinieri al capitano Canger, suo Comandante di Compagnia; questi ultimi raggiunsero la montagna combattendo eroicamente come partigiani. Mio padre volle passare poi per Lanciano, dove si fermò solo poche ore per riabbracciare la famiglia. Io decisi di seguirlo e così iniziò la nostra fuga. Raggiungemmo Ortona, sulla costa, sperando di poterci imbarcare su una delle due navi della nostra flotta, l'arrivo delle quali era ormai noto; assistemmo invece al passaggio di un convoglio di macchine importanti con il re e il suo seguito. Non ci rimase che guardare mestamente le navi che lasciavano gli ormeggi. I tedeschi avevano intanto ripreso il controllo del territorio e noi, dopo aver raggiunto in treno, con la Sangritana, Castel di Sangro da San Vito Chietino, prendemmo la via del Sud a piedi, perché ormai tutte le vie di comunicazione erano controllate dai tedeschi. Avevamo una cartina turistica e pochi soldi, ma ci muovevamo in un territori conosciuto e amico; calibrammo quindi le tappe da percorrere a piedi, considerando ovviamente le distanze e le postazioni dei tedeschi, e tenendo in conto la possibilità di ricevere ospitalità e aiuto. La prima tappa fu Capracotta (Isernia), dove mio padre aveva qualche buon amico e dove rimanemmo per un paio di giorni; la seconda fu Agnone (sempre in provincia di Isernia), dove si diceva che dei tedeschi non si sarebbe vista neppure l'ombra. L'ombra in effetti non la vedemmo, ma in compenso sentimmo con chiarezza i loro scarponi quando nella notte fecero irruzione nell'albergo dove dormivamo. Così scappammo da Agnone alla volta di Trivento (Campobasso), sede del vescovato retto da un prelato di una famiglia amica di Atessa. Raggiungere Trivento era per noi di fondamentale importanza poiché, protetti dal vescovo Epimenio Giannico, avremmo potuto rifocillarci, riposarci e organizzare il passaggio delle linee, che si trovavano a circa cinquanta chilometri a sud di Trivento. Il vescovo ci ricevette e ci diede ospitalità nella sua abitazione. Trascorremmo qualche giorno dormendo in una magnifica stanza da letto e mangiando abbondantemente alla sua tavola, accuditi dalle suorine del vescovato. Una sera, purtroppo, mentre eravamo a tavola, la radio annunciò che i tedeschi avevano tolto il pastorale al vescovo di Trani perché accusato di avere aiutato persone ricercate dai tedeschi. Il nostro padrone di casa si impressionò e ci fece riprendere il cammino, offrendoci però di farci accompagnare dal suo segretario per aiutarci a ottenere ospitalità. Il giorno dopo lasciammo Trivento, diretti come prima tappa nel vicino borgo di Lucito, dove arrivammo di sera; il nostro accompagnatore chiese ospitalità presso una fattoria di amici, presentando mio padre e me rispettivamente come il fratello e il nipote del vescovo. Fu una santa bugia, suggellata dall'esclamazione del contadino che, rivolto a me, disse: «Somiglia proprio a monsignore nostro». Dopo un paio di giorni riprendemmo il cammino diretti a Ripabottoni (sempre in provincia di Campobasso), questa volta soli ma con una lettera di presentazione per una famiglia che avrebbe dovuto accoglierci. La famiglia ci ospitò. Erano tutti gentili e la padrona di casa cucinava dei meravigliosi ravioli (malgrado siano passati molti anni, il ricordo dei cibi che mangiavamo è rimasto in me molto vivo a causa della fame che ci accompagnava). Il fronte distava appena dieci chilometri e la speranza era che gli Alleati avanzassero fino a raggiungerci. Invece i tedeschi cominciarono a venire ogni giorno a Ripabottoni, e i paesani ci consigliarono di non rimanere a casa durante il giorno, anche per loro sicurezza, ma di soffermarci in piazza con gli altri uomini del paese per confonderci con loro e non dare nell'occhio. L'espediente non funzionò, perché i tedeschi un giorno piombarono in piazza cercando di rastrellare tutti gli uomini. Fuggimmo; papà e io ci nascondemmo nel confessionale della chiesa che si affacciava sulla piazza. All'alba riprendemmo il cammino, anche perché i tedeschi, andando via, avevano annunciato che il giorno dopo avrebbero incendiato il paese. La linea del fronte era sempre a circa dieci chilometri; cercavamo di procedere lungo i sentieri, nascondendoci come potevamo. Verso le nove vedemmo un grande fumo levarsi dal paese e sentimmo dei colpi di arma da fuoco che ci sembrarono diretti verso di noi. Cominciammo istintivamente a correre e, potenza della paura, attraversammo con un unico salto un canale che poco prima ci era sembrato quasi impossibile superare. Ci fermammo vicino ad alcuni ruderi per riprendere il fiato. Quando riuscimmo a ragionare di nuovo serenamente dovemmo constatare che il fumo era semplicemente quello sprigionato dai camini, e i colpi di arma da fuoco chissà dove e a chi erano diretti. Riprendemmo il cammino e dopo un paio di chilometri, quasi d'incanto, ci trovammo tra buche e camminamenti dentro i quali erano appostati i soldati inglesi: avevamo passato le linee senza accorgercene. Ci caricarono su un camion e dopo qualche ora arrivammo a Bari, dove fummo interrogati dalla polizia inglese che invitò mio padre a presentarsi presso il Comando Generale dei Carabinieri, sul lungomare, dove prima si trovava la sede del Comando della Legione. Roberto Jucci Fonte: R. Jucci, Rivelazioni. Memorie di un uomo al servizio dello Stato, Giunti, Milano 2026.
- Ze n'éma i'
Ze n'éma i', z'éma lassà, a Capracotta éma turnà c'éma armenì ca ognune le sa paese chiù biéglie arru munne nen ce ŝta. E dalla piazza dell'allegria tutti domani andremo via, arrivederci l'anno venturo sotto la piazza di Cacaturo. Ze n'éma i', z'éma lassà, ma la Madonna éma pregà, l'éma pregà la notte e il dì ch'a Capracotta i ara fa' armenì. E dalla piazza dell'allegria tutti domani andremo via, arrivederci l'anno venturo sotto la piazza di Cacaturo. Mario Di Tanna
- I cavalieri della tormenta
Campobasso, aprile. La sera del 10 febbraio arrivò a Campobasso un montanaro che cavalcava una giumenta baia. Entrò in città dalla porta soprana; percorse al passo le strade del centro; e andò a fermarsi davanti al palazzo delle Poste. Aveva certamente più di sessant'anni. Ma questo lo si capì dopo, quando scese da cavallo. Finché era rimasto in sella, nessuno avrebbe potuto indovinare la sua età, la sua condizione, la sua provenienza perché il lungo mantello nel quale era avvolto gli copriva anche la punta del naso; e la tesa di un cappellaccio di feltro, calcato fino alle orecchie, gli nascondeva il resto del viso. Il cavaliere intabarrato veniva da uno dei paesi dell'Alto Molise che erano rimasti isolati, per la neve. Era Emmanuele Paglione, procaccia di Capracotta. Nelle bisacce, legate dietro la sella, casella posta. Gli erano corsi incontro tre o quattro commessi che, dal loro ufficio, lo avevano visto scendere da cavallo, togliersi di dosso il mantello, stenderlo sulla groppa della giumenta. Il procaccia era il primo che fosse giunto dalle valli dell'Alto Molise, dopo la grande nevicata. Ma non era molto loquace, purtroppo. Raccontava che, per uscir di casa, la gente di Capracotta doveva salire al primo piano, talvolta al secondo, e passare dalla finestra; che quasi nessuno, tentava quell'impresa perché la tormenta soffiava, senza sosta, da una settimana, e la temperatura oscillava tra i venti e venticinque gradi sotto lo zero; che i lupi spinti dalla fame, entravano ogni a ogni notte in paese. Gli uomini di Capracotta si erano messi subito al lavoro, per scavare un corridoio lungo la strada che scende a valle. Ma, alla prima svolta, lo spazzaneve era rimasto incagliato tra due bianche muraglie, alte più di sei metri, dure come il ghiaccio. Non era stato più possibile smuoverlo di là. «Così ho dovuto sellare la cavalla e mettermi in cammino – aveva detto il procaccia. – Ho impiegato undici ore, per arrivare a Campobasso. E poteva andare anche peggio». Ma ad imporgli di affrontare quel rischio non erano stati, certo, i regolamenti dell’amministrazione delle Poste. Ora dirò perché «aveva dovuto» sellare la giumenta e mettersi in cammino. Perché a Capracotta (tra la Maiella e il Gran Sasso, a 1.420 metri di altitudine) è avvenuto tante volte che la neve si è giunta quasi al livello delle grondaie, ma non è mai accaduto che sia trascorsa un’intera settimana senza che arrivassero la corrispondenza e i giornali, da Campobasso. Fin dal tempo in cui le lettere si chiudevano con l'ostia. Ed è stato sempre un Paglione a garantire quel servizio. Il Governo borbonico, quando aveva i messo i primi francobolli, aveva affidato le messaggerie postali di Capracotta ad un conducente di muli che si chiamava Giacomo Paglione e gli aveva imposto come condizione che avrebbe dovuto provvedere al trasporto dei plichi, al massimo, ogni cinque giorni, in ogni stagione, con qualsiasi tempo, a qualunque costo. Non lo aveva fatto per una paterna preoccupazione; ma perché il servizio postale era una novità che non ispirava troppa fiducia e bisognava convincere la gente che i due baiocchi del bollo non erano una tassa per i gonzi; che la corrispondenza affrancata arrivava, davvero, anche nei paesi di montagna e nel cuore dell'inverno. Giacomo Paglione non aveva mancato una volta all'impegno solennemente assunto. Poi, col trascorrere degli anni, erano mutate tante cose: i pastori avevano preso confidenza col francobollo; il Mastro di Posta era diventato Ministro; il Regno delle Due Sicilie era scomparso; erano nate la raccomandata con ricevuta di ritorno e la busta con la scritta Via Aerea ripetuta in tre lingue. Ma tutti i Paglione che, di padre in figlio, erano diventati procaccia di Capracotta avevano continuato a rispettare il termine massimo di cinque giorni, come un impegno sacro, come un punto d'onore. Il figlio di Giacomo aveva venduto i muli ed era diventato postiglione; il pronipote si era sbarazzato della diligenza ed aveva imparato a guidare l'autocorriera. Ma non aveva demolito la stalla. Non si può certo chiedere in prestito la giumenta del vicino, per portare la posta a Campobasso, in un giorno di tormenta. Non arriverebbe a valle. Pensate a questo fatto stupefacente: un cavallo che scende per la china di un monte, e deve reggere l'uomo ed il carico su così piccoli zoccoli, camminando sulla neve alta tre metri. Come può non affondare? Certo, un cavallo qualunque guidato da un cavaliere qualunque sprofonderebbe sino al collo, dopo dieci passi. Ma la giumenta baia di Emmanuele, figlia e nipote di cavalli che fecero infinite volte quel tragitto, e il procaccia di Capracotta, figlio e nipote di procaccia e di postiglioni, sanno dove conviene mettere il piede. Vedono dov'è «la neve che porta». Capracotta è un paese ventoso; la bora e la tramontana prendono d'infilata la valle del Sangro e vanno a battere con violenza contro quel monte; sollevano la neve in un punto, sino a lasciare il terreno quasi spoglio; l'ammucchiano e la pressano in un altro. Un'esperienza antica guida la cavalcata attraverso questi pieni e questi vuoti che nessun altro saprebbe individuare; è l'itinerario non è mai lo stesso. Le orme disegnano strani ghirigori. Non vi salti la testa di seguirle: dove, un quarto d'ora fa, è passata la giumenta baia, voi, adesso, potreste sprofondare. Il più celebre dei Paglione fu il secondo Giacomo della dinastia: il padre dell'attuale procaccia. Gli capitò una lunga serie di inverni terribili; ma rispettò sempre l'impegno che suo nonno aveva firmato con l'amministrazione borbonica. Ogni due giorni, se il tempo era buono, o al massimo ogni cinque, se c'era burrasca, chiudeva nelle tasche della sella i plichi "speciali", dai grandi sigilli di ceralacca rossa; metteva la corrispondenza ordinaria nella bisaccia; e partiva. In tutta la sua vita non fece altro che trasportare i sacchi a strisce rosse dell'ufficio postale; ma seppe farlo in maniera eroica. Per questo, quarant'anni fa, gli decretarono la medaglia d'argento al valor civile. Andò il ministro delle Poste a portargliela; e tutti gli italiani si commossero. Poi non si parlò più di Giacomo Paglione. Morì di polmonite nel dicembre del 1935 per aver dato il mantello ad un giovanotto che saliva al paese con lui e si lamentava per il freddo. Qualche anno fa sembrò che la tradizione fosse finita. Capracotta, durante la guerra, era stata per due terzi distrutta. Il paese era stato evacuato. Ma nell'inverno del 1944, che fu uno dei più rigidi che si ricordino, una cinquantina di persone aveva già fatto ritorno e si era trovata la situazione drammatica. Il procaccia e la sua giumenta erano ancora "sfollati" in un villaggio della pianura pugliese. Si era dovuto lanciare i viveri e le coperte col paracadute. I corrispondenti di guerra americani avevano organizzato una spedizione di soccorso; ogni giorno telegrafavano lunghi resoconti ai loro giornali; e, forse, avevano calcato un po' la mano. Da noi, naturalmente, non si era saputo con quanta emozione fosse stata seguita, negli Stati Uniti, quella vicenda. La guerra era finita da qualche mese quando, dall'America, era arrivata una lettera per il municipio di Capracotta. Era del sindaco di New Jersey. Diceva che con la somma raccolta suo tempo nella sua città, a favore di Capracotta, aveva comprato uno spazzaneve, del tipo che si usa nell'Alaska; e chiedeva se dovesse farlo sbarcare a Napoli o a Bari. Sembrava uno scherzo. Invece l'«Alaska Clipper» arrivò davvero. È appunto quello spazzaneve che restò incagliato sulla strada di Campobasso, la mattina dell'otto febbraio: forse il più potente che esista in Italia. Quando era giunto in paese, quelli di Capracotta si erano un po' inorgogliti. Domandavano al procaccia: «È vero che hai venduto la tua giumenta?». Emmanuele Paglione non l'aveva venduta allora; non la venderà nemmeno adesso che l'«Alaska Clipper» è stato disincagliato. Anzi, prima dell'estate la porterà sino ad Alfedena per sposarla ad uno stallone che discende da un'altra illustre dinastia di cavalli da neve. Perché tra qualche anno, ci sarà probabilmente un Paglione che piloterà l'elicottero della linea Roma-Capracotta; ed anche lui vorrà avere un cavallo, nella stalla del suo paese. Non un cavallo qualunque. Un cavallo che sappia dove mettere i piedi se capitasse, un giorno, di dovergli mettere in groppa la sella e le bisacce di pelle di capra, per portare i sacchi della posta a Campobasso. Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, I cavalieri della tormenta, «Il Giorno», I:3, 24 aprile 1956.
- Assistere alla stagionatura dei caciocavalli dei papi
È dal 1339 che la Pontificia Fonderia Marinelli fabbrica e vende campane per le chiese di tutto il mondo, comprese quelle monumentali del Vaticano. Si stenta a credere che un paesino di poche migliaia di abitanti possa resistere a un'era di globalizzazione così spinta ritagliandosi una nicchia di rilievo internazionale e che non conosce crisi, perché diminuiranno pure le vocazioni, ma certo non le costruzioni di chiese e campanili (solo ad Agnone se ne contano ben quattordici). Potete visitare il Museo Storico della Campana e scoprire che le cose non sono cambiate poi molto dal tempo della fabbrica medievale,ma soprattutto dovete assistere al rito della fusione, che vi svelerà come le campane non possano raffreddare all'aria aperta, una volta fusa la forma: suonerebbero fesse o stonate. È indispensabile che riposino a lungo, fino a raffreddamento avvenuto, al riparo da pericolosi sbalzi di temperatura, poste nel sottosuolo e ricoperte interamente di terra. E il mastro campanario le coccola fino al momento esatto di scoprirle, ponendo la massima attenzione a che abbiano un suono cristallino, peraltro diverso per ogni campana. Come a dire che il mastro è in grado di riconoscere ogni sua singola figlia, pure se andrà a rintoccare in campanili lontanissimi. Agnone è città di origini molto antiche, preromane, ma è nell'XI secolo che arrivano qui maestranze commerciali e soprattutto artigiane direttamente dalla Venezia dei Dogi. Grazie alla cultura normanna e a quella aragonese, Agnone cresce come centro manifatturiero di importanza internazionale, soprattutto per la lavorazione dei metalli, oro e argento in particolare. Per via delle sue origini meticce, inoltre, la città si guadagnò il soprannome di "Atene del Sannio" e ancora oggi conserva molte attività che potremmo definire singolari rispetto alla regione in cui si trova. Non è però così singolare la tradizione casearia per cui Agnone è diventata la patria del caciocavallo, che qui raggiunge vette di sapore difficili da riscontrare altrove. Il nome deriva dal fatto che le forme vengono messe a stagionare a coppie, legate da una corda cerata, a cavallo di un bastone di legno: ad Agnone questo formaggio fresco può stagionare anche un anno e acquistare quel sapore forte, un po' pruriginoso al palato, che lo rende unico. Quando spaccate in due un caciocavallo stagionato di Agnone vi accorgete subito della particolarità della sua pasta: mille piccoli fori testimoniano il processo di stagionatura in corso, se per caso l'olfatto non vi avesse aiutati ad apprezzare il tempo trascorso. Caciocavallo in spalla, potete pellegrinare per alcune chiese seicentesche di un certo rilievo, ma forse è il caso di spingersi fino alla vicina Capracotta, non tanto perché si tratta di uno dei comuni più alti d'Italia (1.421 metri, neanche si fosse sulle Alpi), quanto per verificare la famosa affermazione di Alberto Sordi nel film "Il conte Max", con Vittorio De Sica, a proposito del fatto che con mille lire del tempo si sarebbe potuta fare una vacanza di un mese a Capracotta, contro un solo fine settimana a Cortina. Oggi le mille lire non esistono più, ma Capracotta resta una meta da tenere in considerazione, non solo per lo sci (qui nasce uno degli sci club più antichi d'Italia), ma per il patrimonio naturalistico di boschi secolari di faggi e di lupi appenninici. Che, forse per via delle campane, si tengono lontani da Agnone. Mario Tozzi Fonte: M. Tozzi, La Penisola contromano. Viaggio sentimentale nell'Italia che non ti aspetti, Touring Club Italiano, Milano 2026.
- L'eterna guerra
L'arrivo degli scout dell'Agesci Roma nel 1976. Erano periodi di beata gioventù, quando la speranza da sola è sufficiente a guidare il tuo cammino verso il futuro, e nonostante la mia patologia cercavo sempre di fare tutto nel miglior modo possibile, vivendo a pieno ogni istante della mia vita, accompagnato sempre dalla consapevolezza del mio beffardo e futuro destino. In quegli anni feci parte di un gruppo scout fondato da Don Chisciotte e Chiacchiaron, che si chiamava "Agesci Sora 1", e quella è stata una delle più belle esperienze di tutta la mia vita. Devo il mio grazie a quei ragazzi per aver appreso i veri valori dell'esistenza ed il rispetto per il prossimo e per la natura. In quel contesto ho conosciuto ragazzi con sani e solidi principi che ancora oggi, dopo tantissimi anni, quasi tutti sono rimasti quello che erano, i loro occhi sono sempre intrisi di quella stessa sincerità e benevolenza che solo chi ha vissuto in quell'ambiente può comprendere; con loro ho condiviso numerose avventure che mi hanno maturato, formato ed arricchito come uomo e come persona. In quel periodo, anche la vita sentimentale cominciava a sorridermi, fu proprio durante un campeggio estivo nel settembre del lontano 1978 in un piccolo paesino del Molise, Capracotta, vicinissimo ad Agnone, famosa per la costruzione delle sue campane, che un giorno conobbi la mia prima fidanzatina, "l'Inglesina": fu una storia molto breve, infatti finì ancora prima di iniziare per colpa di un piccolo malinteso che sfociò in una discussione un po' animata, dove come sempre prevalse il mio stupido orgoglio. Quei giorni coincisero con la nomina del nuovo Pontefice, papa Albino Luciani, che ci lasciò dopo soli 33 giorni a causa della sua misteriosa dipartita, cedendo così il suo posto al tanto amato papa polacco Karol Józef Wojtyła, che subito conquistò rispetto e un enorme amore da parte di tutti i suoi numerosissimi fedeli, terminando il suo lungo pontificato, durato circa 27 anni, un giorno di aprile del lontano 2005, spegnendosi alla venerabile età di 84 anni, lasciando a tutti un bellissimo ricordo di sé. Tuttavia, il periodo della gioventù e della spensieratezza durò pochi anni, avevo da poco terminato le scuole medie e non volevo più continuare con gli studi; quindi, mi misi subito alla ricerca di un lavoro. Un giorno, durante una triste cerimonia per dare l'ultimo saluto a zio Nik "la Nave", incontrai un vecchio cugino di mia madre, Rascgnol, il quale, durante un nostro discorso, scherzando mi propose di lavorare per lui. Quella che inizialmente sembrò una proposta divertente, da lì a poco divenne realtà; fu così che con un po' di timore mi approcciai al mio primo lavoro. Gabriele Mattacchione Fonte: G. Mattacchione, L'eterna guerra tra il piccolo pasticciere orbo e il grande promotore finanziario bipolare, Youcanprint, Lecce 2026.
- A.D. 1603: la seconda più antica data epigrafica di Capracotta
L'iscrizione di via Maiella (fotoel.: F. Mendozzi). Convenzionalmente, un'epigrafe è un testo esposto pubblicamente su pietra, il cui intento è quello di tramandare la memoria di un evento storico, di un personaggio o di un atto. Le parole sono incise, altre volte dipinte, e l'epigrafe si può trovare sia in un luogo chiuso (chiesa, cappella, palazzo ecc.) sia all'aperto (piazza, via, cimitero ecc.). Solitamente le iscrizioni sono realizzate in lettere maiuscole, ma a caratterizzarle non è tanto lo stile della scrittura bensì l'adozione di acronimi o di particolari registri linguistici, improntati generalmente a concisione e solennità, in funzione del contenuto, del contesto e dello scopo comunicativo. In altri casi, le epigrafi si limitano ad annotare l'anno in cui un determinato evento è avvenuto. Limitandoci alle sole date epigrafiche, a Capracotta si contano, allo stato attuale, almeno sei manufatti di qualche rilievo storico, antecedenti all'epoca repubblicana ed escludendo quelle riportanti le date di costruzione apposte, tra il XIX e il XX secolo, sugli architravi di alcuni portoni di palazzi privati. Come tutti sapranno, la più antica data incisa su pietra è quella del 1589 presente sul campanile della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, data che ricorda l'edificazione del campanile stesso, rimasto pressoché inalterato dopo la ricostruzione della chiesa avvenuta a fine Seicento. La seconda più antica data epigrafica sta invece nella pietra murata sulla facciata del Santuario di S. Maria di Loreto, che reca la data del 1622, anno in cui papa Gregorio XV spedì una bolla al clero di Capracotta, dopo che questo aveva «fatto costruire, ingrandire, ampliare ed abbellire con elemosine proprie e con quelle di altri credenti una Chiesa o Cappella sotto il nome di Santa Maria di Loreto, vicino [all'abitato] ma fuori delle mura della predetta terra». Le iscrizioni del 1589 (Chiesa Madre) e del 1622 (Santuario di S. Maria di Loreto). In ordine cronologico ascendente, la terza iscrizione è quella di cui ho parlato in un articolo del 16 dicembre scorso, recante la data del 1700, posta su un architrave abbandonato tra le erbacce del rione S. Giovanni. È importante segnalare in questa sede anche l'epigrafe (non più visibile) di via Carfagna, riportante un cristogramma, una ricerca che, nel luglio 2019, mi appassionò molto, in quanto scoprii che i numeri incisi non erano una data bensì un versetto dal Vangelo di Luca, riferito alla Congregazione della Visitazione e Morte di Gesù Cristo. La quarta data è quella del 1853, incisa nei mattoni del rinforzo neogotico della Chiesa Madre, a cui pure ho dedicato un articolo nel maggio del 2019. Per quanto attiene l'età unitaria, invece, possiamo ammirare il fregio massonico del "Verrino Trionfante" del 1893 su via Nicola Falconi ed il miliario di epoca fascista posto tra corso S. Antonio e via S. Maria di Loreto. Grazie ad un'imbeccata di Pasquale Potena e Giuseppe D'Andrea, si può affermare, con assoluta certezza, che vi è un'altra data epigrafica, la seconda in ordine di antichità, sul territorio urbano di Capracotta, precisamente in via Maiella, dove, sulla facciata retrostante di un palazzo, è possibile ammirare la data dell'Anno Domini 1603 (foto di copertina). Quel palazzo ha l'affaccio principale su via S. Giovanni 91. Sul retro di questo palazzo è apposta la data del 1607. Le domande cruciali che sorgono sono principalmente due: La data del 1603 a cosa è legata e cosa vuol raccontare? Perché l'incisione è posta sul retro di un palazzo piuttosto che sul fronte? Per tentare di rispondere al primo quesito, possiamo consultare il libro dei fuochi di Capracotta del 1732: tra le famiglie più agiate residenti del rione di S. Giovanni dal XVII secolo figurano quella di Savino Campanelli, di Domenic'Antonio de Maio e di Giovanni Mosca. È probabile che una di queste famiglie benestanti abbia edificato nel 1603 il proprio stabile, che oggi ha uno stile plausibilmente diverso rispetto a quello del progetto originario. Prima della divisione in tre diversi appartamenti, è infatti probabile che le due rampe di scale frontali facessero da corona al portone d'ingresso. Gli altri due palazzi signorili del rione di S. Giovanni, infatti, sono quello al civico 65 di via S. Giovanni e quello al civico 16 di piazza Gianturco (che probabilmente era il Palazzo De Maio, una delle famiglie più ricche di sempre a Capracotta). Il retro del palazzo. Se questa ipotesi può in qualche modo giustificare l'edificazione a settentrione, nel neonato quartiere della borghesia cittadina, di un palazzotto, tuttavia non convince pienamente né spiega come mai la data epigrafica sia stata incisa sulla facciata retrostante, quella che affaccia sulla valle del Sangro, quasi a strapiombo dei Ritagli, con l'iscrizione che, tra l'altro, è in posizione estremamente laterale ed anonima, quasi randomica, rispetto alla simmetria della pianta del palazzo stesso. La grossa pietra rettangolare con la data dell'Anno Domini 1603 sta infatti all'angolo con la cosiddetta "tomba di Rascia", uno dei sottopassaggi tipici di quel quartiere. È possibile soltanto asserire che, se l'epigrafe non è "riciclata" da un altro fabbricato, questo palazzo è più antico del Santuario di S. Maria di Loreto. Per risolvere entrambi i quesiti, dunque, sono costretto ad azzardare alcune ipotesi. Due anni dopo, nel 1605, il feudo di Capracotta viene confermato a Isabella Caracciolo, che aveva dovuto adire le aule di tribunale poiché, alla morte di sua nonna Aurelia d'Evoli, la ripartizione dei feudi di famiglia era stata oggetto di usurpazioni. Capracotta, d'altronde, faceva gola a tanti, poiché proprio in quegli anni la nostra industria armentizia stava provocando un costante e cospicio aumento del P.I.L. locale: aumentavano i capi di bestiame, aumentavano gli scambi commerciali di lana, aumentavano le rendite su pascoli ed erbaggi, aumentava l'indotto legato alla transumanza, aumentavano del pari le dimensioni del paese stesso. In quel clima di boom economico, Capracotta conobbe persino un aumento nella domanda di "servizi spirituali", tanto che nel 1603 era ufficialmente nata una congrega legata all'ordine di san Filippo Neri e unita a doppio filo con i «preti dell'oratorio dell'Annunciata d'Agnone», i quali avevano preso integralmente le regole della Confederazione di Roma. Dopo quello principale di Agnone, l'oratorio di Capracotta era uno dei quattro che sarebbero dovuti sorgere sul territorio diocesano di Trivento «et tutti havranno da stare sotto la santa obedienza di V. S. e de la sua religione». L'iniziativa ebbe presto risonanza, tanto che alla metà di giugno le cinque piccole comunità di preti «riformati» erano attive. Il 13 giugno 1603, nel giorno della festa della SS. Trinità, fu inaugurata la congregazione filippina di Capracotta, con grande soddisfazione di tutto quel popolo. «Essi vivono sotto li nostri et vostri instituti», così scrissero i padri filippini romani della Chiesa di S. Maria in Vallicella. Mi risulta che all'incontro per stipulare l'atto d'unione in forma legale, avvenuto «nel refettorio della casa di Agnone» il 12 ottobre 1617, partecipò per Capracotta padre Marco de Zelli, forse il preposto della nostra casa oratoriana di S. Filippo Neri. È altresì pensabile, allora, che il palazzo di via S. Giovanni 91 fosse proprio la sede dell'oratorio capracottese di S. Filippo Neri e che la data epigrafica racconti la sua edificazione, avvenuta quattro anni dopo l'istituzione della comunità religiosa, che in un primo momento, forse, si riuniva nella primitiva Chiesa di S. Maria o in un altro edificio a pigione. La posizione sul retro, poi, si spiegherebbe col fatto che il fine dell'attività oratoriana era la santificazione dei membri mediante la libera pratica dei consigli evangelici, la vita comune condotta in spirito familiare e di fraterna carità, la semplicità e la preghiera. Se in quel palazzo - o nelle sue immediate vicinanze - in futuro dovesse venir fuori un fregio riportante un cuore che arde, simbolo inconfutabile della Confederazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri, allora vorrebbe dire che l'ipotesi principale di questo mio articolo è corretta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Cistellini, San Filippo Neri: l'Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, libro III, Morcelliana, Brescia 1989; V. Di Luozzo, I tratturi, la transumanza e la loro storia, Capracotta 2017; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Il senatore Nicola Falconi: al servizio della comunità sotto due Regni
Il maggiore Nicola Odoardo Falconi. Il 28 dicembre 1916, in piena Prima guerra mondiale a Roma, si spegneva serenamente a 82 anni il senatore del Regno Nicola Falconi, figura eminente della politica italiana post-unitaria e della magistratura. Nato il 6 dicembre 1834 dai nobili Bernardo Falconi e Carmela Conti, dedicò la sua lunga vita alla cosa pubblica, alla giustizia e allo sviluppo sociale del Molise, incarnando un modello di dedizione civile che il Parlamento dell'epoca volle ricordare con parole di profonda stima in occasione di un'apposita seduta. Dalla formazione cattolica al servizio nella Magistratura Educato sin dall'infanzia dallo zio paterno, il vescovo mons. Giandomenico Falconi, il giovane Nicola ricevette una formazione cattolica, umanistica e giuridica di alto livello. Laureatosi in lettere e filosofia e in giurisprudenza a Napoli, intraprese la carriera in magistratura già nel 1855 a soli 21 anni, prima sotto il Regno borbonico delle Due Sicilie al quale apparteneva allora il Molise e poi, dopo l'Unità, nei tribunali del nuovo Regno d'Italia. La sua ascesa fu rapida e costante: giudice a Benevento, sostituto procuratore a Salerno e Napoli, procuratore del Re a Melfi, Taranto, Chieti, Catanzaro, Trani e L'Aquila, divenne consigliere delle Corti d'appello di Napoli e Milano, fino a entrare, nel 1891, nella Corte di Cassazione in Roma. Nel 1900 fu nominato presidente di sezione della Corte d'appello della capitale, incarico che ricoprì fino al termine del servizio, nel 1909. Una carriera segnata da rigore, indipendenza e rispetto per l'alto compito di amministrare la giustizia con estremo equilibrio. Trent'anni in Parlamento Parallelamente alla carriera professionale in Magistratura, Nicola Falconi fu uomo fortemente impegnato in politica. Eletto deputato nel 1876 per il collegio di Agnone. Restò membro della Camera dei Deputati per ben dieci legislature consecutive fino al 1908, nell'allora Sinistra Storica, diventando un punto di riferimento per le discussioni parlamentari istituzionali. Nel 1899 entrò nel governo di Luigi Pelloux come Sottosegretario di Stato al Ministero di Grazia e Giustizia, distinguendosi per la sua competenza ed estrema sobrietà. Nel 1909 venne nominato Senatore del Regno. Nella Camera Alta operò con la consueta assiduità, partecipando, tra le altre, alla Commissione d'istruzione dell'Alta Corte di Giustizia e alla Commissione per la diffusione dell'istruzione elementare nel Mezzogiorno d'Italia. Va sottolineato anche che la sua profonda fede cattolica fu vissuta in maniera personale ed intima, ovvero non confessionale. Infatti, nel periodo post-unitario da lui attraversato (caratterizzato da delicati rapporti tra Stato e Chiesa) l’azione politica, amministrativa ed ancor più quella professionale, è stata sempre esercitata da Nicola Falconi con un approccio laico, super partes e di estremo equilibrio. Un riferimento per la sua terra d'origine Il legame di Nicola Falconi con il Molise non venne mai meno, nonostante frequentasse ormai da anni la capitale e Milano. Infatti fu anche apprezzato amministratore locale: consigliere provinciale di Campobasso dal 1872 e Presidente della medesima Provincia dal 1879 al 1900. In questo ruolo contribuì fortemente a modernizzare l'organizzazione amministrativa del Molise. Si batté per rompere l'isolamento delle aree montane, promuovendo la costruzione della ferrovia Pescara-Napoli e sostenendo progetti concreti per i comuni più svantaggiati. A Carovilli (Isernia), restano ad esempio, a testimonianza del suo impegno, il nuovo palazzo municipale e la stazione ferroviaria. Nicola Falconi non si sposò mai, ma riversò ogni sua energia ed affetto verso le quattro sorelle ed i numerosi nipoti, oltre che in favore della comunità. La sua figura rimase impressa nell'immaginario collettivo come quella di un uomo semplice, magnanimo, nobile, sempre pronto a sostenere le necessità dei suoi concittadini. Falconi, a Roma, per i suoi indiscussi meriti e per le sue attività umanitarie in favore dei più deboli, fu decorato con onorificenze sia del Sovrano Militare Ordine di Malta che della Chiesa cattolica, circostanza piuttosto rara per un parlamentare dell'epoca antecedente i Patti Lateranensi. Un'eredità civile e morale Le commemorazioni in Parlamento lo descrissero come «una delle rare figure di schietto galantuomo», capace di coniugare la fermezza di principi con la grande umanità e compassione. Il presidente Giuseppe Manfredi ricordò «l'onorevole Falconi che amministrò la Giustizia sapientemente e specchiatamente», mentre i colleghi sottolinearono la sua lealtà, l'indipendenza di giudizio e l'attenzione costante al bene comune. Sulla sua tomba una lapide scritta dal filologo e critico letterario Francesco D'Ovidio, suo collega senatore, sintetizza la vita di Falconi in poche ed incisive parole: «Magistrato integerrimo, deputato per 32 anni, senatore del Regno, pose ogni sua brama e ogni suo orgoglio nel beneficare». La vicenda di Nicola Falconi non è soltanto la storia di un uomo che raggiunse alte cariche istituzionali, ma soprattutto l'esempio di come rigore e senso di responsabilità possano tradursi in un servizio disinteressato allo Stato e alla comunità. La vita ed il lavoro del senatore Falconi hanno attraversato temporalmente due secoli e due Regni, quello delle Due Sicilie e quello d'Italia. La sua testimonianza offre uno spaccato del suo tempo, ovvero di una vecchia Italia, nella quale la classe sociale più elevata - l'alta borghesia - anziché adagiarsi sui privilegi del proprio censo, era animata da un forte spirito di servizio ed estremo senso dello Stato, inteso quest'ultimo non solo come istituzione, ma bensì come rappresentazione formale di una vera Comunità di cittadini da proteggere e per la quale lavorare sempre con costante passione civica e disinteresse personale. Si può decisamente affermare che la figura colta ed allo stesso tempo assai concreta e positiva del senatore Nicola Falconi ha incarnato nella maniera più evidente l'antico concetto di "galantuomo" europeo dell'Ottocento. Nicola Odoardo Falconi Fonte: N. O. Falconi, Il Senatore Nicola Falconi: al servizio della comunità sotto due Regni, in «Nexus», XXXIII:134, autunno 2025.
- Prato Gentile
I colchici di Prato Gentile (foto: A. Mendozzi). Fra maestosi abeti bianchi corre il vento e lieve increspa i capelli sulla fronte. Qui le viol dell'intelletto volgono il capo alzando gli occhi verso il cielo in segno di preghiera. Nel cuore un gran silenzio e nello spirito la pace: ogni respiro una preghiera! E il mondo resta fuori, fuori di me tra questi boschi assorto mentre vola il mio pensiero. Esso oltre le nebbie vola in una luce di sogno che fu vivo. Ogni affanno infin si cheta sotto lo sguardo immortale della sera e l'ora si fa luce senza fine: or anche il tempo il suo cammin sospende. Ugo D'Onofrio
- Pubblicato "La meraviglia è sempre nuova" di Flora Di Rienzo
Giovedì 7 maggio 2026 è stato pubblicato "La meraviglia è sempre nuova", la seconda raccolta ufficiale delle poesie di Flora Di Rienzo, ex insegnante capracottese classe 1951. L'opera è disponibile sui maggiori portali di vendita online, da Amazon a Feltrinelli, da Libreria Universitaria a Mondadori Store, da IBS a Libraccio, da Librerie.coop a Unilibro, fino al sito dell'editore: Youcanprint. Di seguito la prefazione a "La meraviglia è sempre nuova". La poesia nasce spesso da un gesto semplice e antico: fermarsi a guardare. Non nel senso rapido e distratto dello sguardo quotidiano, ma in quello più raro dell'attenzione, quando la realtà viene osservata con una disponibilità più profonda, quasi in ascolto. In questo spazio prendono forma i testi raccolti in queste pagine. Le poesie di Flora Di Rienzo sembrano infatti nascere da una disposizione dello sguardo che potremmo definire contemplativa: uno stare nel mondo che non pretende di dominarlo o spiegarlo, ma di accoglierlo. Fin dalle prime liriche emerge con chiarezza una dimensione che attraversa l'intera raccolta: il rapporto con la natura. Alberi, vento, neve, pioggia, animali, stagioni - elementi che appartengono alla trama più concreta del paesaggio - diventano qui figure di una relazione continua tra l'essere umano e il mondo che lo circonda. Non si tratta di un paesaggio puramente descrittivo, né di un repertorio simbolico costruito secondo schemi tradizionali. Piuttosto, la natura appare come una presenza viva, capace di generare pensiero e sentimento. La poesia di Flora Di Rienzo si colloca in quella linea della tradizione lirica che riconosce nella realtà naturale un luogo di rivelazione discreta. Non nel senso solenne o visionario che talvolta ha caratterizzato la poesia del paesaggio, ma in una forma più intima e quotidiana: quella che nasce dall'osservazione paziente delle cose semplici. Un albero mosso dal vento, la luce della neve, la pioggia che modifica il ritmo di un giorno, l'incontro inatteso con un animale: sono momenti minimi, apparentemente marginali, ma proprio per questo carichi di una verità silenziosa. In queste poesie la natura non viene trasformata in allegoria né ridotta a semplice scenario, ma fedele alla propria concretezza, avvia un movimento più profondo, che conduce verso una dimensione interiore: il paesaggio esterno diventa progressivamente uno specchio del paesaggio dell'anima. È uno dei tratti più delicati della scrittura di Flora Di Rienzo: la capacità di stabilire una corrispondenza naturale tra il mondo visibile e l'esperienza interiore. Il vento che attraversa i rami, la neve che illumina il paesaggio, la quiete della sera non sono soltanto immagini della realtà, ma momenti in cui il pensiero trova una forma. La poesia nasce allora in quella soglia sottile in cui la percezione del mondo e il movimento dell'animo si incontrano. Questa qualità dello sguardo si riflette anche nella lingua. I testi di questa raccolta sono costruiti con una misura sobria, lontana da ogni compiacimento retorico. Le parole restano vicine all'esperienza concreta; le immagini emergono con naturalezza, senza forzature. È una scrittura che sembra privilegiare la trasparenza: come se il compito del verso fosse quello di lasciare apparire le cose nella loro evidenza più semplice. In questa scelta di essenzialità si può riconoscere una poetica nella quale il verso di Flora Di Rienzo non cerca l'effetto spettacolare né la complessità artificiosa; piuttosto, affida la propria forza alla densità dell'osservazione e alla sincerità dello sguardo diventando così un luogo di raccoglimento, una breve sospensione nel flusso dell'esperienza. Molte liriche della raccolta sembrano nascere proprio da queste sospensioni: piccoli momenti in cui la realtà viene colta nel suo manifestarsi. Un gesto della natura, un incontro inatteso, un mutamento di luce. Il lettore è invitato a sostare in queste immagini, a lasciarsi accompagnare da un ritmo che non ha nulla di precipitato. La poesia richiede tempo, e queste pagine sembrano restituire proprio la dimensione del tempo lento. Accanto alla presenza del paesaggio naturale, emerge progressivamente una dimensione più riflessiva. Alcuni testi si muovono attorno ai temi della memoria, delle partenze, dei passaggi della vita. Anche in questi casi, tuttavia, la riflessione non assume mai toni dichiarativi, rimane piuttosto intrecciata alle immagini della realtà, come se il pensiero trovasse la propria forma attraverso il contatto con le cose. Questa modalità espressiva ricorda che la poesia non è soltanto un linguaggio, ma anche un modo di abitare il mondo. Le liriche di Flora Di Rienzo suggeriscono una particolare forma di attenzione, di discrezione, di rispetto per la presenza delle cose. In un tempo spesso dominato dalla velocità e dalla sovrabbondanza di parole, questa scrittura appare quasi come un invito alla misura. Il lettore che attraverserà queste pagine potrà riconoscere, tra i versi, una trama di presenze: alberi mossi dal vento, neve che ritorna nella memoria, animali che appaiono come figure di una vita semplice e silenziosa, momenti della giornata in cui il pensiero si raccoglie. È un mondo fatto di dettagli minimi, ma proprio per questo capace di generare una risonanza profonda. In fondo, la poesia nasce spesso da una domanda implicita: come restituire senso alle cose che ci circondano? La risposta che queste pagine sembrano suggerire è affidata alla qualità dello sguardo. Guardare con attenzione significa riconoscere che ogni elemento della realtà porta con sé una forma di significato, anche quando appare umile o quotidiano. Per questo motivo la poesia di Flora Di Rienzo possiede una qualità che potremmo definire etica oltre che estetica. Essa invita a riconoscere il valore delle presenze che abitano il nostro paesaggio quotidiano: la natura, gli animali, le stagioni, il ritmo lento delle trasformazioni. In questo riconoscimento si apre uno spazio di relazione tra l'essere umano e il mondo. È proprio in questa relazione che prende forma il cuore della raccolta. Le poesie non pretendono di offrire risposte, né di costruire sistemi di pensiero. Piuttosto, suggeriscono un atteggiamento, quello di chi sa fermarsi, osservare, ascoltare. In questa attitudine si manifesta una forma di sapienza discreta, che appartiene alla tradizione più profonda della poesia lirica. Così il lettore è invitato a entrare in un paesaggio fatto di silenzi, di luci naturali, di piccoli incontri. Un paesaggio che non è soltanto esterno, ma anche interiore. Tra questi due spazi - il mondo visibile e il mondo dell'anima - la poesia costruisce un ponte sottile. Ed è forse proprio questo il dono più prezioso che queste pagine offrono: ricordarci che il mondo continua a parlare a chi sa ascoltarlo. Angela Caruso
- Mondo diverso
Esiste lontano... lontano ma.. molto lontano un limite arcano tra finito ed infinito: orizzonte sottile, luminoso come fuoco, trasparente su pennello del grande pittore. Verso quell'arcano vola il mio pensiero, lo raggiunge e lo sovrasta poi l'abbandona in cerca di traguardi ancora sconosciuti. Montagne di neve colorate dal verde degli abeti secolari che svettano al cielo: là verso l'alto in segno di preghiera; minuscole colombe ammantate di bianco che fanno girotondo, in festa alla mente raminga che ha osato violare il mistero; cadenza leggera e felpata attenta a non violare distesa immacolata, immensa oltre confini senza tempo; coriandoli di luce verso il basso silenziosi, attenti a non turbare candido quel mare brillante di diamanti. Silenzio assoluto ed eterno fra monti e vallate ove l'animo si perde in una pace senza fine: l'eco muta segna il cammino ed io l'inseguo lasciando il mondo alle spalle: alle spalle quel ronzio fastidioso, fastidioso com'alveare impazzito. Ugo D'Onofrio
- I Sanniti di Pietrabbondante erano filoromani di sinistra?
Nel 1996 si tenne in Agnone un memorabile convegno sulla cosiddetta "Tavola di Agnone" al quale intervennero i migliori archeologi e linguisti d'Italia. Tra gli altri Loretta Del Tutto Palma e Giovanni Colonna. Tutti indistintamente gli scritti partivano dall'accettazione per buona di una delle più grandi truffe archeologiche della storia italiana: la presunta scoperta di una tavola di bronzo ad opera di Saverio Cremonese in agro di Capracotta. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Agli inizi del nuovo millennio, grazie alle intuizioni di Giuseppe Ciaramella e Pietro Mastronardi, si è scoperto che la Tavola di Agnone è una clamorosa patacca fatta interrare a Capracotta per simulare un rinvenimento archeologico fuori dell'area di Pietrabbondante che era di proprietà dello Stato. Una truffa i cui retroscena sono oggi chiarissimi perché l'originale è custodito dagli eredi dell'orafo agnonese che l'aveva acquistato da un vaccaro (Domenico Tisone) che l'aveva rinvenuta sul lato occidentale del teatro ellenistico-sannita. Il saggio di Loretta Del Tutto Palma, sebbene basato sull'analisi della patacca conservata a Londra, è ineccepibile e costituisce una lezione insuperabile per quanti vogliano comprendere il senso di quella tavola. C'è un solo problema: la delocalizzazione truffaldina del reperto da Pietrabbondante a Capracotta, benché si trattasse di una patacca, ha determinato una illogica interpretazione della storia. Perciò non entro nel merito delle interpretazioni linguistiche se non per arrivare a conclusioni diametralmente opposte a quelle dell'archeologia ministeriale che pensa di aver messo un tappeto sulla grande quantità di affermazioni che oggi si rivelano del tutto improbabili. In altri termini, è come se si studiasse la Divina Commedia analizzando una fotocopia fac-simile del manoscritto dantesco. Le conclusioni linguistiche sarebbero indiscutibilmente corrette, ma non sarebbe corretto sostenere di aver esaminato l'originale. Fatta questa precisazione vengono fuori considerazioni di altro tipo. Nessuno studioso si azzarda a dare una datazione precisa della Tavola Osca, ma non c'è nessuno studioso disposto a sostenere che sia precedente al 250 avanti Cristo. A Londra, per ovvi motivi, si rifiutano di fornire i risultati delle indagini approfondite che toglierebbero ogni dubbio sulla falsità del reperto, mentre i burocrati ministeriali italiani non agiscono per la tutela dell'originale che, essendo proveniente da un luogo di proprietà dello Stato Italiano, dovrebbe essere acquisito al Demanio Statale. Ugualmente problematica e la datazione e il riconoscimento del busto di tribuno trovato a Pietrabbondante ma che, con un'altra operazione truffaldina, fu dichiarato proveniente da S. Giovanni Lipioni. Una storia molto particolare di cui oggi conosciamo i retroscena. Per questo, mi limito a cercare di dare un senso alle cose scritte dagli specialisti mettendo in ordine le conoscenze storiche di cui disponiamo. Questa è la sintesi degli avvenimenti sanniti che sono documentati dalle fonti storiche e universalmente sono riconosciuti: 423 a.C. - Consoli romani C. Sempronio e Q. Fabio Vibulano. I Sanniti conquistano Volturno (Capua, odierna S. Maria C. V.) che era degli Etruschi. Strage di Etruschi. 354 a.C. - I Romani fanno due guerre. La prima contri i Tiburtini. È conquistata Sassula. La seconda contro i Tarquiniesi. 358 prigionieri, gli altri uccisi. I Sanniti intimoriti chiedono a Roma (ed ottengono) un patto d'amicizia. 353 a.C. - Consoli romani C. Sulpicio Petico (4ª volta) e M. Valerio Publicola (2ª volta). Guerra contro gli Etruschi. Notizia di preparazione di guerra da parte dei Volsci. Il Senato decide di mantenere i due fronti di guerra: Petico contro gli Etruschi, Publicola contro i Volsci. 348 a.C. - Roma conclude una pace con i Cartaginesi. Satrico viene ricostruita dai Volsci. 346 a.C. - Il Senato comanda a M. Valerio Corvo e C. Petelio di assalire i Volsci che si preparavano alla rivolta con i Latini. Satrico è distrutta ed incendiata, escluso il tempio della Mater Matuta. 345 a.C. - Consoli M. Fabio Dorsuone e S. Sulpicio Camerino. Comincia la guerra con gli Aurunci. Viene eletto dittatore Cn. Manlio Capitolino. Riportata la vittoria sugli Aurunci, si costruisce il tempio a Giunone Buona Consigliera. Viene conquistata Sora ai Volsci. 343 o 336 a.C. - Inizia la guerra contro i Sanniti per causa indiretta. I Sanniti avevano dichiarato guerra ai Sidicini (Teano) che ricevono l'aiuto dei Campani. I Sanniti, battuti i Sidicini, attaccano i Campani a Capua e presso i monti Tifata. I Campani chiedono aiuto a Roma. 341 o 331 a.C. - Alessandro il Molosso sbarca a Pæstum e impegna i Sanniti in Lucania. Valerio Corvo vince le battaglie di Gaurus (presso Capua o Napoli) e Suessola ed occupa la Campania. In quest'epoca la linea di demarcazione tra Romani e Sanniti è il fiume Liri ed il massiccio di Roccamonfina. 330 a.C. - I Romani tentano l'invasione del Sannio ma viene a mancare l'aiuto di Alessandro il Molosso che muore. Gli eserciti sanniti si ricongiungono e battono gli eserciti consolari presso le Forche Caudine. I Romani sono costretti alla pace. 326 a.C. - La concessione romana ai Campani della civitas sine suffragio e la fondazione di Fregellæ, nelle immediate vicinanze del Liri, sono la causa della seconda guerra sannitica. 323 a.C. - I Romani spostano le azioni in Puglia. Papirio Cursore conquista Luceria. Cominciano a mancare ai Sanniti i territori di valle. 321 a.C. - Fine della seconda guerra sannitica. 309 a.C. - I Tarentini, preoccupati dell'espansione romana, chiedono aiuto a Sparta. I Sanniti sollecitano gli Equi, Marsi, Peligni e Marrucini alla rivolta contro Roma per rompere l'accerchiamento. 303 a.C. - I Romani risalgono il Liri dalla colonia di Sora fondata in quell'anno. Vengono sopraffatti gli Equi. 299-298 a.C. - Inizia la terza guerra sannitica. I Lucani vengono assaliti dai Sanniti e chiamano in aiuto i Romani. A Nord i Romani erano pressati dai Galli. 298 a.C. - L. Cornelio Scipione Barbato si sposta in Etruria. Cn. Fulvio Massimo conquista Bovianum (attuale Boiano). L. Cornelio Scipione Barbato conquista Taurasia, Cisauna e Sannia. 297 a. C. - Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure conquistano il Matese. 296 a.C. - P. Decio Mure prende le fortezze di Murgantia, Ferentinum (Ferrazzano?) e Romulea. Il sannita Gellio Egnazio tenta di spezzare l'accerchiamento raggiungendo l'Etruria e gli Etruschi, tranne Arretium, si schierano con i Sanniti. Il successo di Gellio crea il panico a Roma che si trova costretta ad arruolare anche i liberti. Vengono chiamati rinforzi dalla Campania ed i Sanniti ne approfittano per assalirla. Mianazio Staio conquista i territori falerni e aurunci. Fabio Rulliano riconquista parte del territorio e nuove colonie vengono fissate a Minturnae e Sinuessa. 295 a.C. - I Romani preparano almeno 6 legioni. Fabio Rulliano, poi aiutato da Decio Mure, si muove contro Perusia a nord per rompere il fronte etrusco-sannita che si avvale anche dell'aiuto dei Galli Senoni presso Camerinum. Il fronte viene rotto ed i Sanniti rientrano nel loro territorio. A sud i Sanniti, con alterne fortune, giungono fino a Formia riprendendo Sinuessa e Minturnæ. Appio Claudio il Cieco li respinge di nuovo all'interno del Matese. 294 a.C. - I Sanniti ottengono una clamorosa vittoria presso Luceria e sul fronte opposto sfondano verso il Liri. Sora e Interamna Lirenas bloccano l'avanzata. 293 a.C. - I Sanniti compiono uno sforzo colossale formando la legione che verrà definita da Livio "linteata". Gli eserciti sanniti erano concentrati a Cominio e ad Aquilonia (l'area sacra dell'attuale Pietrabbondante). Spurio Carvilio Massimo da Interamna Lirenas (Pignataro Interamna), passando per Casinum, Amiternum (S. Elia Fiumerapido?) e Atina, va a conquistare Cominio (Alvito?). Papirio Cursore, muovendo dalla bassa valle del Volturno, passando per Rufræ (Presenzano) e Venafrum, raggiunge Aquilonia, nei pressi di Bovianum Vetus (Pietrabbondante). 292 a.C. - Vengono definitivamente sconfitti i Sanniti. 290 a.C. - I Sanniti vengono inglobati nello Stato romano in qualità di cives sine suffragio. 283-272 a.C. - I Sanniti si schierano contro Roma approfittando anche della presenza di Pirro che viene in aiuto dei Tarentini. 269 a.C. - Lollio, un carecino fuggito da Roma, provoca una insurrezione che viene repressa da Ogulnio Gallo e C. Fabio Pittore. 217 a.C. - Annibale cerca di sobillare le tribù sannite contro Roma. I Sanniti sostengono Roma con ottomila fanti e cinquemila cavalieri sconfiggendo il cartaginese presso Gerunium. 216 a.C. - Dopo la vittoria di Canne, Annibale riceve l'aiuto di Irpini e Caudini. Parte dei Sanniti rimangono fedeli a Roma ottenendo in seguito numerosi privilegi. 215 a.C. - I Romani riconquistano i centri irpini di Vescellium e Sicilinum ed i centri caudini di Cubultera, Trebula e Austicula. 214 a.C. - La Campania viene riconquistata dai Romani. Quindi la Tavola Osca, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata fusa quando il Sannio era stato già interamente conquistato dai Romani. Perciò, in assenza di qualsiasi indagine autoptica sulla Tavola Osca originale, possiamo cercare di capire cosa sia avvenuto in area sannita dopo la conquista romana. Sicuramente vengono forti dubbi sulla esatta datazione del bronzo perché la sua esistenza è collegata a una trasformazione sostanziale del sistema economico con il crollo momentaneo dell’economia transumante e il nascere di quella cerealicola. Perché, nella sostanza, la Tavola Osca è un elenco di invocazioni a Cerere e alle divinità ad essa collegate. È un momento in cui il rapporto con Roma si modifica sostanzialmente proprio perché si modifica il sistema economico sannita. In questo clima si sviluppa l'attività di Caio Gracco che fu perseguitato a Roma proprio per il suo atteggiamento favorevole all’attività agricola dei Sanniti con la la sua lex frumentaria. Tribuno della plebe romano (154-121 a.C.), figlio di Tiberio Sempronio Gracco, console nel 177 e nel 163, e di Cornelia, figlia di Scipione l'Africano. Sostenne leggi finalizzate a garantire la sovranità del popolo. Confermò la legge agraria di Tiberio e propose di estendere la cittadinanza romana ai latini e agli italici, compresi i Sanniti. Le sue iniziative provocarono una reazione conservatrice che portò al suo assassinio. La lex frumentaria regolava la distribuzione gratuita di frumento (o comunque a prezzi agevolati) al popolo di Roma (frumentationes). Con la lex sempronia frumentaria del 123 a.C. l'erario acquistava il grano in Sicilia che, trasportato fino al porto di Ostia, veniva venduto a prezzo calmierato. La legge frumentaria fu ripresa successivamente per iniziativa di Lucio Apuleio Saturnino, tribuno seguace di Mario. Nel 103 a.C. Saturnino riprese con decisione i tentativi dei Gracchi grazie al discredito nel quale il partito senatorio era caduto a causa della guerra giugurtina e di quella contro i Cimbri e i Teutoni. Nel suo primo tribunato Saturnino favorì l'elezione di Mario. Al suo quarto consolato nel 102 propose una legge agraria che prometteva ai soldati 100 iugeri di terreno e riduceva il prezzo del grano distribuito alla plebe. Le leggi rivoluzionarie proposte da Saturnino non furono gradite a Mario e alla classe dei cavalieri. Saturnino e i suoi furono costretti alla resa. Nonostante l'impegno di Mario a seguire una procedura regolare procedura, essi furono uccisi a seguito di un tumulto. Così finì il terzo tentativo di rinnovamento democratico di Roma, fatto senza l'aiuto degli eserciti. L'errore di Saturnino fu di non avere avvertito che dopo la formazione degli eserciti proletarî questi costituivano ormai la sola forza capace di risolvere le contese civili, e che senza il loro aiuto non era possibile rovesciare l'oligarchia senatoria. [G. De Sanctis, 1936] Con Silla le frumentationes furono poi sospese. Di fronte al silenzio della scienza e al sistematico depistaggio delle indagini archeologiche di regime possiamo tentare di dare anche un nome all’immagine del tribuno trovata a Pietrabbondante immaginando che possa essere proprio quella di Lucio Apuleio Saturnino. In sintesi: la Tavola Osca è sicuramente successiva alla romanizzazione del Sannio iniziata nel 291 avanti Cristo; rappresenta la conversione da una civiltà prevalentemente pastorale a quella cerealicola; Cerere diventa la divinità di riferimento; Caio Gracco e Lucio Apuleio Saturnino, con la lex frumentaria, prendono atto del cambiamento del sistema economico sannita per lo sviluppo dell'attività cerealicola compatibile con il sistema agricolo romano; potrebbe essere di Lucio Apuleio Saturnino l'immagine del tribuno romano trovata a Pietrabbondante. Franco Valente
- Emirati Capracottesi Uniti
Sii come un viaggiatore: impara dai sentieri che percorri. La professione di informatore scientifico si articola anche in lunghe trasferte automobilistiche che, amando viaggiare, non mi danno alcun peso particolare. Evito così di sfruttare, a meno che non sia strettamente necessario, le tratte autostradali, preferendo la viabilità ordinaria, che mi consente di osservare ed ammirare tutto il mondo che mi circonda, senza eccessivo aumento del tempo necessario per gli spostamenti e perdendomi in pensieri o spunti di riflessione. Conoscendo fin dall’infanzia le strade che occorre percorrere, il viaggio diventa una macchina del tempo dove particolari luoghi o vedute mi scagliano in un mondo di ricordi dai quali scaturisce la voglia di saperne di più e poi condividere con voi in queste pagine quello che riesco a scoprire. Un ricordo spesso è doloroso se non hai qualcuno con cui condividerlo o, peggio ancora, coloro che hanno contribuito a formarlo non ci sono più per evocarlo insieme. Capita allora che in una mattina di primavera, percorrendo la provinciale che da Pescopennataro conduce a Capracotta, poco prima di raggiungere il bivio per Castel del Giudice, una piccola strada bianca, diramantesi sulla sinistra e diretta verso un plateau nascosto dalla vegetazione, fa scattare in me un flash mentale: la trivella! Papà conosceva bene la mia passione di bambino per la scienza e i macchinari e, nei momenti in cui potevamo concederci una passeggiata insieme, mi portava alla scoperta di quello che la tecnologia offriva alla vista sul nostro territorio: i grandi automezzi privati e comunali, il Clipper, le turbine, la sciovia, le moderne stalle meccanizzate di zio Ubaldo Di Nardo. Così, in un lontano pomeriggio, la 500 ci portò davanti ad una gigantesca struttura che, come un trionfo delle tecnologia, svettava verso il cielo, dominando, nel suo frastuono quasi ritmico, il bivio di Castel del Giudice. Era una trivella da perforazione petrolifera con la caratteristica torre derrick, come si poteva vedere nei filmati televisivi e nei telegiornali. Il piazzale era un turbinio di tecnici e operai, invaso dai macchinari atti a far funzionare le aste di perforazione con in testa il caratteristico scalpello rotante ed i grandi e borbottanti gruppi elettrogeni. A breve distanza, circondata da altri impianti, e scavata nel terreno, una grande e profonda vasca di cemento (mud-pit) raccoglieva un'acqua verdastra e melmosa, i fanghi, che addizionati a particolari composti servivano a raffreddare e lubrificare lo scalpello portando poi in superficie i detriti di perforazione e che, dopo decantazione, filtraggio e rigenerazione, attendevano di essere reimmessi nel pozzo. Le dimensioni del mud-pit, con la sua oscura e minacciosa profondità, mi impressionavano a tal punto che gran parte dei miei incubi notturni si concludevano - e si concludono tuttora - con una caduta a precipizio in quella magnetica acqua verdastra, seguiti da un brusco e poco piacevole risveglio. Oggigiorno, per maggiore tutela ambientale e praticità, le vasche dei fanghi vengono realizzate in acciaio e poste al di fuori del terreno (mud-tanks). La visione notturna era ancora più spettacolare con la torre illuminata a giorno dalle potenti fotoelettriche come una luminosa sfida che il cuore della terra lanciava verso il buio della notte. Eppure, una immagine calda e rassicurante di efficienza e di lavoro intenso e febbrile. E a questo punto ho cominciato a fare qualche ricerca, confortato e sostenuto anche dalla bella pubblicazione "Il petrolio a Capracotta" del nostro prezioso ed ineffabile "padrone di casa" Francesco Mendozzi, condividendo con lui osservazioni e sorprese. Nell'ambito di una costante volontà di ottenere una indipendenza energetica per il nostro Paese, l'Eni volse la sua attenzione anche alla ricerca di idrocarburi e gas sul territorio appenninico centrale nel settore tra Abruzzo e Molise. Tale ricerca ottenne un primo risultato, come riportato da Francesco Mendozzi, con l'inaugurazione del pozzo "Cigno 1" nei pressi di Pescara. I rilievi geofisici avevano inoltre messo in evidenza come il sottosuolo delle nostre zone fosse costituito da strutture cretaciche e giurassiche, che in gergo venivano definite rocce serbatoio. Gli idrocarburi ed il gas, nel periodo del boom economico, erano vitali per fornire la materia prima di ogni sviluppo socioeconomico: l'energia da cui dipende ancora la crescita del Paese e la locomozione con il trasporto delle merci. Nei primi anni '60 la Montedison, la Petrolsud e la Mineraria Petrolifera Italiana Spa, che confluirono successivamente nell'Eni, iniziarono prospezioni geodetiche e rilievi geosismici anche nell'Alto Molise seguiti poi da perforazioni tramite pozzi esplorativi (wildcats) e, in caso di esiti positivi per la presenza di idrocarburi, da ulteriori pozzi di accertamento (appraisal wells) per verificare la quantità di giacimento. Il Molise, nel frattempo, era diventato parte integrante della ricerca petrolifera come attestano i giacimenti di gas a Rotello, di metano a Larino e di idrocarburi a Cercemaggiore. Le perforazioni, pur se in moltissimi casi si rivelarono infruttuose (pozzi sterili), implementarono comunque una migliore conoscenza geologica del sottosuolo molisano. Cercando ulteriori dati sulle perforazioni altomolisane ho consultato elenchi e documentazioni degli archivi del progetto ViDEPI (Visibilità dei Dati afferenti alla Esplorazione Petrolifera in Italia) generato da una collaborazione tra Società Geologica Italiana, Assorisorse, Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica e Università degli Studi Roma Tre. Altri dati li ho desunti dagli archivi storici Eni e UNMIG (Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse) imbattendomi in notizie curiose. Sapevo anche che in molti casi dei pozzi minori non venivano registrati e rimanevano solo nella memoria locale e degli anziani. In alcuni casi la ricerca è stata resa difficile dal fatto che le concessioni di ricerca e perforazione portavano denominazioni diverse dalla zona di scavo. Ad esempio, come vedremo, la concessione "Ateleta" interessava pozzi di perforazione situati a Pescopennataro, oppure altre concessioni venivano elencate tramite il punto geodetico più vicino. La concessione di ricerca comportava dapprima la ricerca geologica e poi la prospezione sismica ma non sempre era seguita da perforazione esplorativa se i risultati erano poco confortanti con la conseguente rinuncia ad ulteriori ricerche. Tale ad esempio fu la ricerca petrolifera riportata dall'amico Francesco. Comunque, ho cercato di trovare i dati più strettamente connessi al nostro territorio. Un'altra curiosità deriva dalla localizzazione geografica: le coordinate usate per la ricerca petrolifera Eni in quegli anni si basavano sul sistema sessagesimale Datum Roma40 Monte Mario, associate al sistema Gauss/Boaga. Ingenuamente, insieme al carissimo Francesco, cui avevo trasmesso i dati grezzi, le abbiamo inserite nel GPS e... siamo finiti in Catalogna! Infatti, non sapevo che il GPS usa il sistema WGS84 e che pertanto occorre effettuare una conversione dei dati tramite apposite tabelle. Ci ripromettiamo di farlo più avanti per ottenere, tramite le griglie dell'IGM (Istituto Geografico Militare), coordinate molto più precise e magari progettando delle visite sul posto. Ma cominciamo con le sorprese: indico numero di pozzo, luogo, anno di scavo, profondità, giacimento, concessione, concessionaria e provincia. Sapevate che? Pozzo 3885 "Monte Capraro 1" aa 1964 prof. 1.511 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB; Pozzo 3886 "Monte Capraro 2" aa 1967 prof. 347 m sterile conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB; Pozzo 3887 "Monte Capraro 2b" aa 1968 prof. 1.621 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB. Pensando di aver preso un abbaglio, ho cercato se esistessero altri luoghi in Molise definiti Monte Capraro, in provincia di Campobasso ma non ve ne sono tranne il nostro. Ovviamente, bisogna tenere conto che la registrazione provinciale riportata venne fatta prima della proclamazione di Isernia come seconda provincia del Molise (1970). Allo stato attuale, non ho dati per una corretta identificazione del punto di riferimento "Masseria Gizzi", su cui mi riprometto di fare ulteriori ricerche. Ma andiamo avanti: Pozzo 425 "Ateleta 1" aa 1965 prof. 1.807 m sterile conc. "Ateleta” (Agip) IS; Pozzo 426 "Ateleta 2" aa 1967 prof. 2.911 m sterile conc. "Ateleta" (Agip) CH. Insospettito dal report provinciale della concessione "Ateleta" (dapprima IS, poi CH), ho visionato direttamente la documentazione originale completa di mappa geografica e... la concessione era sì "Ateleta", ma le perforazioni vennero realizzate nel territorio di Pescopennataro. In particolare, il raffronto della mappa del pozzo 426 "Ateleta 2" con le foto satellitari mi confermarono che avevo trovato il "mio" pozzo in prossimità della località Fonte degli Angeli. È stato come risalire di nuovo con papà sulla 500 con la testa che a malapena sporgeva dal bordo inferiore del parabrezza e girare per il piazzale mentre mi teneva per mano! Il sito di Pescopennataro venne interessato da ulteriori perforazioni da parte della Elf (Pescopennataro 1 e 2) nel 1981 con tracce di olio minerale a 3.028 m e nel 1983 a 2.742 m ma senza risultato, come nel 1984 a Vastogirardi il pozzo "Fonteviva 001" di 2.468 m sempre della Elf. Sterile fu anche il pozzo "Selva Piana" praticato dalla Sori nel 1989 a Castel del Giudice. In ogni caso, le esigue quantità di idrocarburi e gas rinvenuti sconsigliarono perforazioni tese allo sfruttamento. La stagione effimera dei pozzi esplorativi portò ad una breve e transitoria offerta di lavoro per le maestranze locali; purtroppo una piccola goccia di balsamo economico in un territorio da tempo affetto dalla subdola malattia emigratoria avente origine nella ricerca di condizioni migliori di vita. Le successive contestazioni per i danni ecologici verificatisi in alcune zone del Molise furono conseguenza di un mancato rispetto delle normative e regole tese alla preservazione dell'ambiente, come la cattiva gestione delle scorie di perforazione, in alcuni casi radioattive, e i residui idrocarburici illegalmente smaltiti negli stessi pozzi. Ma non credo sia questa la sede opportuna per una tale dissertazione. Una doverosa riflessione va fatta sul personale tecnico che operava intorno alle torri. L'attività di perforazione era ripartita sulle piattaforme marina (offshore) e nelle strutture di terra (onshore). La forza lavoro era strutturata con una gerarchia precisa: gli operai generici assunti anche dalle località contigue (roustabouts), i tecnici esperti spesso di nazionalità americana (roughnecks) e i caposonda (drillers). Il lavoro era ripartito in turni estenuanti di dodici ore diurne (morning tour) e dodici notturne (graveyard shift). Spesso si preferiva accumulare più turni di servizio per ottenere periodi di riposo più lunghi, magari da godere a casa. Si lavorava 24 ore su 24 e sette giorni su sette, in condizioni meteorologiche spesso estreme: dal caldo asfissiante alla bufera di neve. Nonostante le prime automazioni si azionassero a mano con rapidità e precisione, macchinari pesanti e pericolosi in ambienti fangosi, rumorosi ed esposti a sostanze tossiche, incendi ed esplosioni senza le moderne protezioni, gli incidenti potevano essere anche molto gravi. Tuttavia, il lavoro in sonda, pur se pionieristico, di frontiera, richiedente grande resistenza fisica e mentale, era considerato elitario: stipendi più alti della media (circa il 30%) e l'Eni che sotto la guida di Enrico Mattei aveva sviluppato una cultura aziendale specifica con servizi sociali e borse di studio per i figli dei dipendenti, strutturando anche il lavoro in modo più tecnico ed attento. Le baracche prefabbricate (oil camps) ospitavano con modalità spartane gli uffici tecnici e gli alloggi per i lavoratori ma la privacy era molto ridotta. La lontananza da casa e le scarse possibilità di comunicare con le famiglie erano tuttavia compensate da un forte spirito di gruppo tra colleghi. Le cucine da campo fornivano cibo abbondante ed ipercalorico ed erano previsti anche "pasti di mezzanotte" per il personale in servizio notturno con le mense che venivano elette a cuore sociale. Si giocava a carte e si ascoltava la radio. Nei campi erano previsti anche presidi medici con infermieri per gestire malattie minori, primo soccorso e gestione igienica con prevenzione delle malattie infettive in ambienti isolati. Nei casi gravi si ricorreva alle strutture mediche od ospedaliere più vicine ma in zone remote queste diventavano operazioni complesse. L'Italia di oggi poggia le sue fondamenta anche sulle robuste spalle di questi pionieri. Ma, cercando di alleggerire il discorso, se le ricerche fossero state coronate da successo avremmo formato gli Emirati Capracottesi Uniti oppure scelto altri obiettivi, o, ancora, cercato un compromesso tra benessere della comunità e rispetto dell'ambiente? Altre volte tornai a guardare la trivella a bocca spalancata, finché un giorno trovai il piazzale deserto ed immerso nel silenzio. Nel vento solo il ricordo di quell'alta e possente torre. Della ghiaia scurita dalla fuliggine copriva la sede del pozzo, opportunamente chiusa, e, su tutto il piazzale, le tracce profonde degli automezzi che vi avevano imperversato. Solo a breve distanza l'odiata, temuta e profonda vasca con la sua acqua verdastra che continuava a lanciarmi la sua sadica sfida che raccolgo ancora dopo 59 anni di incubi. Vi fu un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora. [C. S. Lewis] Francesco Di Nardo
- Emilio Gardiol, da Milano a Villa Adriana
Emilio Gardiol Jr. Guardando con Rodolfo Console le fotografie della I.A.C., delle gite del dopolavoro, delle visite in fabbrica, in entrambi si è insinuata la curiosità. Chi, tra quei tanti volti era Emilio Gardiol? Era forse il signore con i baffi e la macchina fotogrqfica? O quello in prima fila con gli occhiali? Era quello vicino a Cardile o quello invece accanto a Giuseppe Console? Una velina recuperata nell'archivio diocesano di Tivoli, copia di una lettera scritta dal vescovo o forse da un suo delegato, menziona "Cardiol" in relazione alla costruzione della chiesa di Villa Adriana. Pertanto, don Panattoni, nel 1981, nella sua storia della Comunità di Villa Adriana, considerando la natura economica della richiesta, ipotizzò che Cardiol fosse un "notabile". Tuttavia, il prof. Franco Sciarretta negli ultimi anni aveva messo in relazione quel "Cardiol" con la I.A.C. Che "Cardiol'' fosse un imbastardimento del cognome per me era chiarissimo, facilmente un cognome simile poteva, nella parlata tiburtina, essere passato da Gardiol a Cardiol anche per l'assonanza con Cardile. Non poteva essere complicato far saltare fuori da Google notizie sul "nostro Emilio", se non altro per l'usanza italica per cui i nipoti, per molto tempo, hanno portato i nomi dei nonni. Ed ecco Emilio Gardiol: presidente della Società di Mutuo Soccorso di Pinerolo, La più antica d'Italia, presidente dell'Associazione Pensieri in Piazza, attivissimo tra pubblicazioni e iniziative nel campo del mutualismo non come valore astratto e lontano ma presente e fondante di una Comunità Inclusiva. Era lui! E anche stavolta mi sono fatta coraggio. Sì. L'Emilio Gardiol fu Giacomo della nostra storia era lo zio del nonno di Emilio Jr., come mi permetto di chiamarlo. Per la loro famiglia era il "Commendatore", il "parente danaroso" ma capace di grandi gesti altruistici, come aver messo a disposizione dei genitori di Emilio una villa sul Lago di Como per il loro matrimonio: il loro primo figlio non poté che chiamarsi Emilio in segno di gratitudine. La nostra conoscenza si è sviluppata a distanza, tra telefonate e messaggi, abbastanza per apprezzare la bella persona che è e per scoprire affinità in quella «ostinata direzione contraria» che ci ha uniti lungo il filo della ricerca. Gli impegni e la distanza non ci hanno permesso di vederci immediatamente, ma il caso, che raramente è solo caso, ha voluto che ci incontrassimo a Capracotta, proprio dove si trovava per l'estate Nello Paolacci, presidente del Comitato di Quartiere di Villa Adriana di cui, orgogliosamente, faccio parte. Ancora una volta, Villa Adriana e la ricerca sulle sue radici hanno intrecciato i destini e messo in contatto persone che, forse da sempre, viaggiavano sulla stessa linea senza saperlo. La Società Gardiol and Co. di Milano era una Ditta in nome proprio fondata nel 1913 e specializzata in lavori in gomma elastica: tubolari per biciclette da corsa su pista e su strada, barattoli, fusti, mastice, tessuti gommati speciali, impermeabili, mantelline, guarnizioni in gomma, nichel, alluminio. In particolar modo, nel settore degli pneumatici, la Società sfruttava un proprio marchio, registrato a Milano, destinato a contraddistinguere «gomme in genere piene e pneumatiche per cicli ed automobili e simili, tacchi di gomma e sottopiedi in gomma per cavalli e qualunque altro articolo in gomma». La Ditta divenne nota per «lo studio accurato e la scelta dei materiali adatti [...] che ha esteso il commercio in virtù dei pregi della produzione e non solo di una intensa campagna pubblicitaria». Dal 1914 la Gardiol and Co. divenne rappresentante italiano della Peter's Union per le gomme per moto, auto e camion e ditta altamente specializzata anche in articoli tecnici per esercito, marina, aeronautica, attiva sino alle soglie degli anni '60, sponsor di tante gare ciclistiche, il cui nome, per anni, ha campeggiato sulle maglie di corridori come Gino Bartali! Ma Gardiol non era solo nella ditta di famiglia: il suo nome è legato alla Società Immobiliare La Certosina, nella El Merg Barce (Cirenaica), nel 1931 nella ALFOL romana che produceva isolante termico, spesso insieme a Cardile. La ricerca documentaria, puntigliosa, rigorosa, non può prescindere dall'esperienza umana, dalla memoria, dalle emozioni e interpretazioni delle persone. Questo è sempre stato il mio convincimento. Questo mi ha insegnato mio padre, Giuseppe Mazzotta. Documenti per la certezza, fonti orali, pur con imprecisioni, confusioni, assimilazioni e distorsioni, per dare contesto e vita. Francesco Perini si pone al centro. È testimone indiretto prezioso ma, al tempo stesso, archivista attento di quanto orgogliosamente ha salvato. A dicembre almeno tre persone gli avevano parlato di tale Vera Mazzotta. In qualche modo aveva condiviso qualche informazione più puntuale su quanto indirettamente sapeva della I.A.C. che mi era arrivata. Mentre lentamente acquisivo le informazioni relative agli acquisti dei terreni a Villa Adriana da parte dei due imprenditori, cercavo di capire come poter fare una prima chiacchierata informale mentre lui continuava a chiedersi che facesse e chi fosse questa Mazzotta di cui pure l'amico Lillo Boenzi, di tanto in tanto, gli girava foto e informazioni: quella "pazza" che tirava fuori volture, atti di acquisto di quasi cento anni prima e che aveva recuperato i documenti della RAF dei bombardamenti su Villa Adriana al modico prezzo di 192 sterline! E infatti, al primo caffè, mi sono presentata nel suo "antro", come chiamo ormai affettuosamente il suo ufficio, con cartine, planimetrie, fotografie. Abbiamo identificato luoghi e persone, catalogato progetti, fatto elenchi: decine di documenti Excel che, di certo, ora so usare molto meglio di prima. Tre mesi di lavoro per entrambi in cui lui, volens nolens, è stato costretto a fare una prima catalogazione delle notizie emerse dai copialettere dell'ing. Salvati, suo nonno, ed io a inserire la messe di dati che emergevano tra le colonne di un file. Una finestra fondamentale sulla costruzione della I.A.C. e sui rapporti con il territorio, con le istituzioni, con la comunità rurale ma anche una nuova amicizia. Nell' Italia sospesa tra le ombre della guerra e le speranze del progresso, Giuseppe Cardile ed Emilio Gardiol, da un lato, ed Emo Salvati, dall'altro, incrociano le loro strade a Villa Adriana, zona rurale di Tivoli dove loro - o più probabilmente altri per loro - videro un futuro. Nonostante la mancanza di prove documentarie rispetto ai racconti sull'arrivo dei due imprenditori, nulla può escludere contatti tra loro e qualche notabile tiburtino dal momento che, Giuseppe Cardile era già allora un industriale quotato e fu lui, nel 1929, a fondare a Roma la M.A.R., la «manifatttura per lo sfruttamento, la raccolta e la lavorazione, l'esportazione» della radica in Albania per fare pipe, insieme al dott. Piero Colorni di Ernesto, e al dott. Ciampanella, tutti con medesima quota azionaria. Ed è in Albania che decide di inviare il giovanissimo Giuseppe Console per un primo sopralluogo testandone, forse, anche le capacità amministrative. Un evento di minor conto se non fosse per un nome, Piero Colorni. Non sappiamo in che rapporto sia, ma di lì a poco comparirà un Ingegner Francesco Colorni, a fare da ponte tra i due imprenditori, ed Emo Salvati, nella scelta dei terreni. Non una coincidenza. Perché Villa Adriana? Ebbene, al di là di contatti, conoscenze, legami, storie, ricordi, le motivazioni della scelta del luogo furono più prosaiche. Villa Adriana dal punto di vista industriale era il luogo ottimale: c'erano latifondi a buon prezzo, possibilità di sfruttamento della manodopera, c'erano le cave, e quindi materia prima per la costruzione, c'era vicinanza alla città, ma soprattutto c'era l'acqua, bene fondamentale per l'industria della gomma che ne ha bisogno in grandissima quantità per la lavorazione e per l'antincendio, c'era l'energia elettrica e relativi sgravi fiscali e, infine, c'era la richiesta ed un vero ed unico committente: il Ministero della Guerra: «La I.A.C. era una delle poche ditte che lavoravano in proprio la gomma in Italia e aveva impiantato un grosso stabilimento a Tivoli per desiderio espresso del Servizio Chimico Militare». Sono le parole del comandante Angelo Belloni, genio della marina, inventore, ricercatore e sperimentatore nella subacquea, nonché futuro tecnico della I.A.C. Del resto, anche Emo Salvati spesso indicherà la I.A.C. come una realtà "parastatale". Ma non è tutto: la I.A.C. aveva anche una carta in più: Salvatore Fazio, chimico, che, fin dalla fine degli anni Venti, era stato "comandato" dal Servizio Chimico Militare. Probabilmente fu il ministro della Guerra in persona, Pietro Gazzera, cuneese di nascita e cittadino di Ciriè per adozione, certamente tra i conoscenti di Cardile, noto per il decreto riguardante la fabbricazione e la distribuzione della maschera antigas, a decidere la collocazione del nuovo stabilimento. La I.A.C. fu quindi ben più che uno stabilimento parastatale, fu uno stabilimento che produceva e immagazzinava prodotti per il Centro Chimico Militare a cui destinerà presto un intero reparto, il CM (Chimico Militare). In un contesto storico di crescente tensione internazionale e nel timore di una guerra chimica, l'Italia, il 6 aprile del 1933, promulgò la legge con le norme per la gestione, produzione, stoccaggio, controllo e distribuzione della maschera antigas che obbligherà tutti, enti privati, statali, parastatali a dotarsi di protettivi facendone richiesta al Servizio Chimico Militare, i Ministeri, o all'UNPA, con le organizzazioni civili a sua diretta dipendenza. C'era un mercato da soddisfare e c'era un committente, lo Stato. A maggio dello stesso anno, sempre a firma Gazzera, venne emanato il regolamento per la produzione e la vendita: era necessario ottenere regolare licenza dal Servizio Chimico inviando i disegni della maschera e delle sue parti con le precise descrizioni e garanzie di protezione da fosgene, cloropicrina e da arsine, gruppi di tossici più tipici, rispetto ai quali le scatole-filtro dovevano avere efficacia protettiva, tutto corredato da un libretto di istruzioni e dai ricambi che, in parte, sarebbero stati bollati dal Servizio Chimico, il quale avrebbe anche trattenuto dei prototipi. «La produzione, per la vendita o cessione, di ciascun tipo di maschera è vincolata al ril,ascio di una licenza ed al pagamento anticipato di una tassa di concessione governativa di Lire 500 per ciascuna licenza». Ciriè non bastava più e il Lazio non solo era una regione ricca di acqua e di energia elettrica, concedeva anche l'esenzione delle tasse per quattro anni per chiunque vi impiantasse un nuovo stabilimento! Nelle vicinanze di Tivoli inoltre, il vecchio campo dell'aviazione si stava trasformando e fin dal 1930 era iniziata la costruzione di un centro sperimenta le di esperienze e ricerche che verrà inaugurato nel 1935. Cardile, Gardiol, Colorni non erano novellini ma industriali conosciuti, incardinati nel sistema, capaci di valutare rischi e vantaggi: serviva una fabbrica di maschere antigas e protettivi nel Lazio per il Servizio Chimico, principale acquirente, e Cardile e Gardiol erano le persone giuste. Vera Mazzotta Fonte: V. Mazzotta, Villa Adriana. In principio era l'Industria Articoli di Caoutchouc, Libera Ed. Tiburtina, Tivoli 2026.
























